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Autore Topic: Giovanna MELANDRI.  (Letto 1576 volte)
Admin
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« il: Gennaio 16, 2008, 11:18:18 »

Giovanna Melandri: «Questa protesta non è laicità, è santa inquisizione»

Maristella Iervasi


«Mai issare la bandiera per limitare la libertà di parola di nessuno. Spero che un’altra istituzione universitaria possa invitare in futuro papa Ratzinger a parlare, ma anche il rabbino capo e i leader spirituali del nostro tempo». Il ministro per le politiche giovanili e le attività sportive Giovanna Melandri parla da Madrid e dice: «Visto da qui quello che è accaduto è triste: proprio oggi (ieri, ndr) il Forum dell’alleanza delle civiltà ha scommesso sul dialogo, sull’incontro e il reciproco ascolto. Ha scommesso su un’idea di laicità come costruzione di spazi neutri, in cui ci si possa ascoltare e costruire alleanza di civiltà. L’Italia ha portato l’esperienza pilota della Consulta delle associazioni giovanili di tutte le confessioni religiose. Un’esperienza importante, contraria al laicismo che a Roma ha prodotto questo brutto risultato».

Il Papa ha rinunciato a parlare alla Sapienza. È una sconfitta del pontefice o dello Stato italiano e del governo?

«È una sconfitta per la laicità, per la democrazia e la libertà. Ha perso l’Italia laica che costruisce i luoghi per il dialogo reciproco».

Ma Ratzinger non poteva legittimamente affrontare il dissenso?

«Non vorrei che aggiungessimo l’interpretazione al gesto. Ne prendo atto. A me dispiace. Penso che sia stato un grave errore e parlo da laica. La laicità per me è sempre la costruzione di spazi di ascolto e di conoscenza. La laicità contro, che non fa parlare, è invece laicismo e santa inquisizione laica. Non ho nostalgia per chi divideva l’Italia tra chi stava da una parte o l’altra di Porta Pia. La sfida per il mondo globalizzato è quella del confronto, del dialogo reciproco».

È stato davvero dannoso il dissenso dei 67 tra docenti e scienziati oppure tutta la vicenda dell’invito al Papa poteva essere gestita in maniera diversa?

«Non condivido il divieto e l’intimazione. Se l’intento dei 67 era quello di riconfermare i valori della laicità, hanno ottenuto il risultato opposto. Mai issare la bandiera per limitare la libertà di parola. Di nessuno».

L’ordine pubblico sembra non c’entri. Dietro la marcia indietro di Ratzinger coglie invece qualche forzatura politica?

«Non lo so e non mi interessa. La notizia è un’altra: si è manifestato un dissenso e il Papa ha rinunciato alla Sapienza. Spero che un’altra istituzione universitaria lo inviti, magari in una visita con altri leader religiosi, a cominciare dal rabbino capo».

Pacs, fecondazione, aborto, divorzio rapido: la chiesa e il Papa sono intervenuti anche di recente. Se il governo avesse portato a casa almeno alcune di queste leggi e il dibattito sui temi etici non fosse così imbrigliato, non crede che forse non ci sarebbe stata difficoltà o problemi?

«Sto ai fatti. La Chiesa come i leader spirituali hanno diritto di parola. Esprimono l’evoluzione di un magistero, verso il quale si può avere dissenso o assenso. Ma il punto non è questo».

E qual è?

«Il tema è la debolezza della politica. La politica e le istituzioni devono saper affermare un’autonomia, che si esprime anche con un sistema elettorale diverso da quello attuale che non dà maggioranze robuste. Detto questo, laicità non significa vietare o intimare il silenzio. Stiamo alla notizia: l’Università aveva invitato il Pontefice e si è manifestato un dissenso. Una reazione sbagliata quella di pensare di risolvere i problemi tra credenti e non con una scorciatoia».

Pubblicato il: 16.01.08
Modificato il: 16.01.08 alle ore 8.12   
© l'Unità.
« Ultima modifica: Marzo 07, 2009, 10:03:11 da Admin » Loggato
Admin
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« Risposta #1 il: Agosto 06, 2008, 11:11:33 »

Melandri: «Posizioni assurde per desiderio di protagonismo»

Maria Zegarelli


Un dibattito che nasce e si sviluppa sotto il segno dell’ipocrisia. Giovanna Melandri, ex ministro dei Giovani e dello Sport, dice che chiedere agli atleti di disertare la cerimonia di apertura dei Giochi a Pechino significa non aver capito nulla dello spirito olimpico.

Uno scivolone quello del ministro Meloni?
«Nel chiedere agli atleti di fare un gesto che il governo e la maggioranza hanno deciso di non fare, cioè disertare alla cerimonia di apertura, Meloni per desiderio di protagonismo avanza una richiesta ipocrita al mondo dello sport che dovrebbe invece essere messo al riparo da scelte di natura politica. Chiedere agli atleti di non prendere parte all’inaugurazione dei Giochi vuol dire non conoscere lo spirito, la storia e la cultura delle Olimpiadi. È una richiesta assurda, che non ha alcun senso».

Da Pechino Alessandro Fei, pallavolista azzurro, dice che il dibattito aperto dal governo è «becero opportunismo».
«Sono assolutamente d’accordo con lui. Sono molti gli atleti indignati, alcuni di loro hanno parlato di ignoranza e a ragione. La loro reazione è comprensibile. La verità è che la maggioranza politica e il governo italiano hanno confusamente presentato su questo tema moltissime posizioni diverse in queste settimane. Noi come Pd abbiamo sempre detto che era uno sbaglio boicottare i Giochi, che le delegazioni dovevano andare a Pechino e gli atleti dovevano misurarsi con i loro record e i loro limiti. Ma abbiamo sempre aggiunto che bisognava assumere una posizione politica: valutare se fosse opportuno o meno accompagnare con una delegazione istituzionale del governo gli atleti. Il governo ha deciso di far rappresentare l’Italia dal ministro degli Esteri, decisione che noi riteniamo contestabile perché sarebbe bastato un sottosegretario allo Sport, ma dal momento che hanno fatto una scelta siano coerenti. Sembra a dir poco sprovveduta l’ultima sortita di chi alla vigilia dell’inizio delle Olimpiadi chiede agli atleti di fare ciò che non ha saputo fare la politica. Tra l’altro la Commissione Esteri nelle scorse settimane ha approvato a maggioranza una risoluzione che impegnava il governo a non rappresentare l’Italia ai massimi livelli a Pechino, motivo per cui Berlusconi non presenzia. Ma anche in questo caso hanno fatto confusjone: non va Berlusconi e parte Frattini. Non mi sembra l’ultimo dei ministri...»

C’è chi ci vede anche la battaglia contro la Cina comunista. Lettura maliziosa?
«Sicuramente c’è la strumentalizzazione degli atleti. Quanto alla battaglia alla Cina comunista non credo ci sia qualcuno disposto a ignorare quanto accade in quel paese e nel Tibet. Ma quelle sono battaglie che fa la politica, non si delegano allo Sport. Potevano decidere di non far rappresentare l’Italia da Frattini. In realtà da una parte fanno i conti con la superpotenza economica, dall’altra agitano ideologicamente e confusamente, senza alcuna competenza istituzionale, il tema della diserzione. Questo governo ci sta abituando a un doppio regime: c’è il livello della comunicazione, con gli spot ad effetto, e poi c’è il livello dei gesti istituzionali. La manovra appena approvata ne è un esempio».

Pubblicato il: 06.08.08
Modificato il: 06.08.08 alle ore 12.07   
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« Risposta #2 il: Agosto 06, 2008, 11:12:47 »

Governo: Medaglia d’oro all’ipocrisia

Paolo Soldini


Chi di spada ferisce... Imke Duplitzer è un’ottima campionessa di spada, medaglia d’argento in squadra ai giochi di Atene nel 2004, e medaglia di bronzo ai campionati mondiali del 2006. A trentatré anni, l’atleta di Karlsruhe è famosa, in Germania, non solo per i suoi meriti sportivi, ma anche per le sue prese di posizione in materia di diritti civili. Lesbica dichiarata, da anni si batte per il riconoscimento delle unioni di fatto e della dignità delle donne omosessuali. Il che non ha impedito a un «prestigioso» sito web italiano di scambiarla ieri per un uomo. Ma non è questo il punto.

Il punto è che la signora Duplitzer è una persona seria, che quando ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Pechino e ha invitato i telespettatori a fare zapping ha fatto una cosa seria. Discutibile, magari, ma seria. Nient’affatto serio, ma (ahinoi) ridicolo e penoso, è invece il balletto parapolitico che, in suo nome e a sua insaputa, la presa di posizione di Imke ha prodotto in Italia. A due giorni e qualche ora dall’apertura dei Giochi, il capogruppo al Senato della Pdl e il ministro della Gioventù hanno improvvisamente sentito divampare nei propri cuori ex missini e ancora aennini il fuoco di una irrefrenabile indignazione: facciamo come la Imke; ovvero, nella esitante prosa di Gasparri, «un gesto simbolico, che dovrebbe invitare tutti a riflettere su quei princìpi fondamentali, Pace, Libertà e Democrazia, che non possono essere messi in secondo piano». La fu segretaria dei giovani di An Giorgia Meloni era, all’inizio d’accordo pure lei, poi, nella migliore tradizione del suo schieramento, ha scoperto che in fondo in fondo basterebbe anche che gli atleti «indossino qualcosa di simbolico» o parlino «di valori quando sono intervistati (sic)». Ora, che a Maurizio Gasparri stiano a cuore «quei princìpi fondamentali, Pace, Libertà e Democrazia» è un fatto che ci consola e che, a suo modo, è pure abbastanza inedito. Non ci pare, infatti, che la sua storia politica sia particolarmente imbevuta di Pace, Libertà e Democrazia.

Ma tant’è: in un Paese il cui governo manda i militari per le strade delle città e vuole prendere le impronte ai bambini rom consola che qualche volta, almeno, ci si ricordi che esistono “princìpi fondamentali” (per gli altri, ovviamente, e sempre che non siano immigrati clandestini). Resta il dubbio sui motivi per cui l’onere di tenere alti i valori debba essere scaricato sulle spalle degli atleti e non su quelle di coloro ai quali in tutto il mondo si è chiesto di decidere, ovvero quelle dei rappresentanti degli stati e degli uomini politici. Qual è il problema? Gasparri e e la signorina Meloni non hanno il coraggio di rivolgersi a Silvio Berlusconi, che a Pechino ha inviato ufficialissimamente il suo (proprio suo) ministro degli Esteri? Pensano - o hanno pensato prima che la Meloni ricevesse l'ordine di fare marcia indietro - che i diritti del Tibet debbano essere difesi da spadaccini, corridori, maratoneti, ginnasti, velocisti e compagnia sportiva piuttosto che da chi ha il titolo, la delega e, eventualmente, il dovere di farlo? Armiamoci e partite, come denuncia l’esecrabile Bossi che, reduce da un fantasmagorico campionato mondiale delle “nazioni non riconosciute” cui partecipava anche il Tibet, ha avuto almeno la sincerità di denunciare che gli sembra «un po’ ipocrita andare fino là e poi non sfilare». D’altronde - ha precisato sibillino - «io non sono per le mezze misure, ma più per le misure dirette». Che cos’è? L’annuncio che ci sono trecentomila fucili bergamaschi pronti a sparare su un miliardo e passa di cinesi in nome dell’indipendenza del Tibet, o almeno del federalismo, o almeno del federalismo fiscale, o almeno di un canale nella tv pubblica di Pechino? Il problema è che l’ipocrisia, a volte, fa pessimi scherzi alla ragione. E la demagogia ne fa ancora di peggiori. E l’ipocrisia più la demagogia sposate alla debolezza di pensieri e princìpi ne fanno di orrendi. Ah, se la povera Imke sapesse... «Gasparri? Nein Danke».

Pubblicato il: 06.08.08
Modificato il: 06.08.08 alle ore 12.07   
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« Risposta #3 il: Marzo 07, 2009, 10:03:46 »

I Beni Culturali al tempo della crisi

di Giovanna Melandri


Baricco nei giorni scorsi si è posto, e ci ha posto, delle giuste domande, che anche la politica, quella sinceramente interessata alla cultura, dovrebbe porsi. Ma non tutte le sue risposte mi convincono. Baricco ci ricorda che le più importanti agenzie culturali del nostro tempo sono la scuola e la televisione, ci invita, dunque, a concentrare la nostra attenzione su entrambe. Lasciamo al mercato, dice poi, la produzione di un’offerta che incontri una domanda di cultura più esigente.

Si può essere d’accordo con la tesi di Baricco, a due condizioni però. Primo. Non nutrire illusioni sul fatto che una ritirata dello Stato dalla promozione e finanziamento della cultura coincida con una consistente avanzata del privato. Nella mia esperienza di ministro dei Beni Culturali ho verificato che le risorse pubbliche e private o crescono insieme o insieme deperiscono. Secondo. Non accaniamoci a colpire il bersaglio sbagliato: ovvero le scarsissime risorse che lo Stato destina allo spettacolo e alle attività culturali. In tal senso, trovo poco convincente la risposta del ministro Bondi che propone una rete Rai finanziata interamente dal canone e dedicata alla cultura.

Il rischio è di ridurre uno dei canali nazionali del servizio pubblico a televisione tematica (per realizzare la quale, c’è dietro l’angolo la tanto attesa transizione al digitale terrestre). Piuttosto, facciamo un salto vero nel cuore irrisolto del sistema mediatico televisivo. Togliamo del tutto, o gradualmente, la pubblicità dal servizio pubblico. Liberiamo le risorse pubblicitarie con un meccanismo antitrust che agevoli lo sviluppo di nuovi operatori, uscendo dal giurassico duopolio Rai-Mediaset. Facciamo coraggiosamente un servizio pubblico di qualità che torni a essere la più importante agenzia culturale del nostro Paese. Qui Baricco ha ragione da vendere.

Poi, certo, innoviamo, razionalizziamo e snelliamo le procedure per l’accesso al Fondo unico dello spettacolo. Sapendo però che stiamo parlando di 320 milioni, meno cioè di quelle risorse che ogni anno vanno in fumo in residui passivi nei Beni Culturali: denaro stanziato ma non speso a causa della lentezza delle procedure amministrative. E usciamo dalle vecchie dicotomie che imprigionano le politiche culturali: conservazione versus promozione, pubblico versus privato. Uno Stato in fuga dalla Cultura, mette in fuga da essa anche i privati. L’Italia rischia di essere un Paese fuori sincrono, lontano da ciò che avviene attorno a noi. Negli Usa dopo 15 anni di riduzione Obama aumenta gli stanziamenti per la cultura. Sarkozy davanti alla crisi stanzia 100 milioni di euro in più per i monumenti, oltre ai 300 già deliberati per il patrimonio artistico. Le politiche culturali, nei tempi della crisi, non sono un problema, piuttosto un’opportunità. Allora, caro Bondi se proprio vogliamo fare come Sarkozy troviamo il coraggio di farlo fino in fondo.


07 marzo 2009
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