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Autore Topic: Concita DE GREGORIO  (Letto 27397 volte)
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« Risposta #15 il: Ottobre 10, 2008, 05:22:06 »

«Ho scelto di fare il padre». Il coraggio di Sergio

Concita De Gregorio


È vero. Lascia il lavoro per amore. Lo sbalordimento, l’incredulità e l’ironia feroce di cui è bersaglio sono la misura esatta – millimetrica – dell’arretratezza culturale in cui siamo immersi fino a non accorgercene più, il segno preciso del pensiero dominante che ci istupidisce e che ci assorda. Un uomo non lascia la carriera, la politica, il potere per la famiglia. Non è possibile. Ci dev’essere dell’altro. È una scusa. Saranno i sondaggi. Sarà il partito che lo boicotta. Sarà la paura di perdere. Invece no. È Edoardo. Non ci credete? Poveri voi. Poveracci, proprio. Non avete capito niente della vita.

«Guardalo». Sergio Cofferati accende lo schermo del suo telefonino: compare la foto di suo figlio Edoardo, un anno a novembre. «Non è venuto molto bene qui però». Certo, non vengono mai bene i neonati nei telefonini. Le persone amate sono sempre - sempre – «più belle di così». Il sindaco sorride, guarda ancora la foto. «È molto sveglio». La folla intorno lo chiama: lui non sente, non risponde. Edoardo ha avuto un po’ di febbre, di recente. Niente di grave. Lui non c’era però, gli è dispiaciuto non esserci: molto. Si è preoccupato. Si è sentito in colpa. «Avere un figlio alla mia età è un dono della vita. Un’altra opportunità che arriva come un regalo, non capita a tutti la seconda occasione di mettere a fuoco quel che passa e quel che resta, è una fortuna. A sessant’anni non si possono fare spallucce, dire ho da fare. Non c’è più tempo».

A sessant’anni quando hai una compagna di quaranta e un figlio di uno e ti è già successo tutto – il sindacato, il Circo Massimo, la Grande Speranza della Nuova Sinistra, la delusione, il lavoro duro, la periferia dell’impero, la popolarità e l’impopolarità, il paladino dei lavoratori e lo sceriffo – a sessant’anni puoi anche permetterti di sovvertire «l’ordine naturale delle cose» e dare una nuova lezione, questa sì rivoluzionaria: «Raffaella, la mia compagna, ha un buon lavoro, un lavoro che ama e non è giusto chiederle di lasciarlo». Ottimo. Raffaella Rocca lavora come ufficio stampa del più importante teatro di Genova, lo fa “da prima”: prima di conoscere il padre di suo figlio. «Se ci fossero state le condizioni avrebbe potuto anche trasferirsi a Bologna e vivere con me, ma quelle condizioni non ci sono state. Ho percepito molta ostilità nei suoi confronti, lei per prima l’ha percepita e sofferta». Fenomenale. Bologna ha rigettato la compagna di Cofferati. Non ha perdonato al sindaco di aver fatto campagna elettorale con una moglie e di essersi insediato con un’altra. Il moralismo di sinistra, dice qualcuno. Era antipatica, dice qualcun altro. Antipatica a chi? «Quando Raffaella è entrata in ospedale i giornalisti hanno telefonato ai medici per avere notizie spacciandosi per parenti». Succede. «Non deve succedere». Hanno detto che era incinta di due gemelli quando non lo era. Hanno detto che stava male quando stava bene.

Mi hanno messo in croce perché non sono andato a una partita di calcio perché dovevo partire con loro per le vacanze. Capita, quando uno fa il sindaco. «Non deve capitare». Non dovrebbe, diciamo. Ecco quindi gli scontri pubblici coi giornalisti, alla Festa dell’Unità di settembre. Ecco i primi segnali: la difesa della sfera privata. Raffaella ha un lavoro, ma a Bologna non lo poteva fare: «I teatri sono tutti in qualche misura nell’orbita del Comune, avrebbero detto che era lì in quanto donna del sindaco e non per le sue capacità». Sicuramente l’avrebbero detto. Cofferati lo avrebbe trovato insopportabile. Dunque è rimasta a Genova, 300 chilometri da Bologna. «Lo scorso fine settimana sono venuti qui, ma un bambino di quell’età non può passare la sua vita in autostrada, anche in prospettiva». In prospettiva, certo. Migliaia, milioni di chilometri. Migliaia di ore: giorni, mesi in autostrada. Dunque? Cosa può fare un sindaco? «Sto con loro. Vado a vivere a Genova. Potrò lavorare molto anche da lì, ne ho parlato con Veltroni». C’è da occuparsi del partito del Nord. C’è da fare in Liguria, in Lombardia, in Piemonte. Veltroni ha condiviso. «Una scelta che capisco e che rispetto, una decisione importante», ha detto il segretario Pd. Non che non abbia provato a convincerlo, certo. «Però poi quando l’ho ascoltato non ho potuto far altro che abbracciarlo». È successo martedì scorso. Un colloquio privato. Veltroni è la persona che Cofferati ha informato per prima. Per seconda, sì. Vado dalla mia famiglia, gli ha detto. Non saranno pochi i problemi, lo so: scusami. Però ho dato, e anche molto: questo per me adesso conta di più. Vedrai che non lo capiranno, ma sbagliano. Per essere in sintonia con la realtà bisogna prima essere in armonia con se stessi. «Me ne assumo la responsabilità». Quindi ecco, vedete, questo è quel che è successo. Quando la ministra di Brown Ruth Kelly dice che lascia perché torna dai suoi quattro figli non c’è niente di strano: strano era piuttosto che facesse il ministro, con quattro figli. Le donne preparano la cena, un ministro come fa? Quando lascia il portavoce di Bush (Lawrence Ari Fleischer) perché torna «dalla famiglia, alla vita» si dice che è esaurito. Quando – in Italia – un politico si separa dalla moglie per amore di un’altra donna si dice che è stato ingenuo, sprovveduto: le mogli non si lasciano mai, non conviene (politicamente?) nemmeno a sinistra. Si possono benissimo far convivere, no?, mogli reali e mogli apparenti. Non è così che fan tutti? Se poi, incredibilmente, un uomo abbandona la sua poltrona di governo per fare in modo che la donna con cui vive mantenga il suo lavoro di ufficio stampa (c’è paragone?) e per stare vicino al figlio con la febbre senza sentirsi sempre nel posto sbagliato come capita a milioni di madri che lavorano si sconfina nel delirio senile o nel buio dell’incomprensione: è matto, è esaurito, ha perso la ragione o c’è senz’altro un’altra ragione. No. Non c’è. «Sono un uomo fortunato». La prima volta, con la prima moglie conosciuta da ragazzo e col figlio ormai uomo, trentenne, c’è stato sempre molto, moltissimo altro da fare. Ora si può riprovare, ripensare, rivedere cosa importa nella griglia dei valori. «Il suo lavoro non vale meno del mio», dice di Raffaella. «Non posso lasciare che Edoardo cresca senza un padre». Roba da non credere. Da farci le prime pagine e parlarne nelle scuole. Il privato e la politica. Cose da pazzi. Archiviamolo subito come un incidente. In alternativa ci toccherebbe dire che Cofferati è un eroe della modernità, un marziano in patria. Uno che ha fatto un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. Bisognerebbe dir questo di lui, ma non succederà. Non lo farà nessuno, tranquilli.

Pubblicato il: 10.10.08
Modificato il: 10.10.08 alle ore 10.31   
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« Risposta #16 il: Ottobre 12, 2008, 04:33:49 »

La vergogna e il Bagaglino

Concita De Gregorio


Quando stamattina ho letto su internet della morte di Haider ho provato un sentimento di cui mi sono vergognato. Anche ora mi imbarazza definirlo. Forse la parola adatta non esiste. Non è «soddisfazione», ma onestamente le somiglia. Non è stata la prima volta. Ero un ragazzo quando morì Franco. Rafael Alberti disse qualcosa come: «Le fiamme dell'inferno non sono sufficienti per accoglierlo». Mi piacque. Quella frase mi tornò in mente quando morì Pinochet. Mi è tornata in mente oggi, dopo Haider. Poi mi sono vergognato. Forse perché Haider aveva la mia età e questo mi ha fatto avvertire che non era solo un simbolo, era un uomo. Ho guardato le sue foto. Ho letto che lo paragonano a Bossi. Ho pensato ai loro vestiti tirolesi, alle camicie nere di Berlusconi al Bagaglino, ai simboli neofascisti esibiti da chi ci governa. Ho provato pena per Haider, alla fine, poi anche per me.

Giovanni Pera


È una bella lettera, la leggo e la rileggo. Bella perché parla di vergogna senza vergogna e di pena senza pudore. Perché entra con semplicità in un terreno complesso: l’ambiguità dei propri sentimenti e nei sentimenti, è chiaro, alberga anche la politica. Non ci si rallegra per la morte di nessuno: mai. Di un tiranno a lungo subìto, questo sì può accadere: «Beviamo a viva forza, è morto Mirsilo», scriveva Alceo. Però Haider non era un tiranno e neppure un dittatore, non era Franco né Pinochet. Era un leader politico della destra estrema, la destra vincente fatta di simboli odiosi e a questo può ridurre l’esasperazione e la frustrazione di chi si trova, davanti all’onda, in minoranza: a confondere la battaglia politica con l’odio personale. È un errore gravissimo che nasce dalla cultura sommaria dominante, rafforza questa cultura anziché combatterla: buoni contro cattivi, indiani contro cow boy e chi vince non fa prigionieri. Non è questo il terreno di scontro: non è la vita o la morte dell’avversario. È il prevalere delle idee e dei valori di cui ciascuno è portatore, è la mia opinione contro la tua e la forza delle ragioni che la sostengono, il comune sentire da cui germinano.

Questo il vero campo di battaglia: lo spirito del tempo e gli elementi che lo costruiscono, lo consolidano. Il problema non è che Berlusconi la sera vada al Bagaglino, nel fine settimana da Messeguè, la notte in discoteca vestito in «total black». Le donne se sono mogli di qualcun altro, dice la sua barzelletta, si pagano. È evidente che personalmente – finché è nel lecito - può vestire e passare il tempo come vuole. Il problema è il compiacimento e l’identificazione che suscita come «modello politico vincente». Il berlusconismo. L’idea che del fascismo non mi occupo perché ho da lavorare, che il Parlamento mi deprime. Che se hai i soldi puoi aggiustare i conti delle banche e delle città, puoi comprarti l’impunità e delle regole chi se ne frega, roba da moralisti tristi. È da qui che germinano i cori «duce duce» che ormai accompagnano la nostra nazionale di calcio all’estero, i caschi rosa con la svastica che le adolescenti comprano al mercato «perché vanno». Di questo sì c’è da vergognarsi: di non saperglielo spiegare. Meno male che si torna in piazza. Protestare va bene ma anche proporre, per favore. Indicare una rotta diversa, se possibile. Che non sia speriamo che muoia. Come per Haider, che non ci mancherà ma che se fosse invecchiato sconfitto a trastullarsi coi falconi in una baita sarebbe stato meglio. Per lui e per tutti.

Pubblicato il: 12.10.08
Modificato il: 12.10.08 alle ore 11.30   
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« Risposta #17 il: Ottobre 19, 2008, 04:34:17 »

Rinunciare a 30 anni

Concita De Gregorio


Ho 29 anni e vado avanti a contrattini. Scarse prospettive, pochi soldi, niente illusioni. La bagarre sui fannulloni non fa altro che alimentare l’odio nei nostri confronti mentre intorno a me vedo macerie, spazzatura, degrado, amoralità, abuso, assenza dello Stato. Dunque criminalità. Il caso di Roberto Saviano è illuminante: di una situazione, di una generazione, di una questione meridionale ancora lontana dall’essere risolta. Inventarsi una nuova vita è così sbagliato? Cercare un posto dove è possibile lavorare, metter su famiglia, avere una casa e dei diritti, è così malvagio? Carlo Fedele, Napoli



Caro Carlo, che rabbia e che tristezza le decine di lettere che arrivano qui al giornale da giovani donne e uomini come te. Che frustrazione davanti alla montagna di curriculum vitae che crescono sulle nostre scrivanie: centinaia, migliaia di persone di 20, 30, 40 anni che chiedono di affacciarsi qui con le loro proposte, le loro idee, i loro studi, le loro speranze. Se anche potessimo dare a ciascuno di loro, per un giorno, una tribuna – e ci vorrebbero anni – sarebbe abbastanza? Certo che no. Sarebbe, per molti, solo un’illusione. Non si parla che di Saviano, per strada. È una vergogna per questo Paese che Roberto dica: me ne vado. Hai ragione però: è legittimo. Gli uomini, prima di essere simboli, sono persone. Saviano ha diritto, innanzitutto, a campare. A nessuno si può chiedere di immolarsi in nome e al posto dei mediocri che pontificano. Contro i farabutti che manovrano il potere. Gli eroi della sinistra rompono le righe, ha scritto qualcuno. Battono in ritirata. Rinunciano. Ci hanno messo dentro anche Cofferati che lascia Bologna per la famiglia ma è diverso, mi permetto di osservare: è diverso rinunciare a 60 anni quando hai dato, hai combattuto, ti hanno ostacolato e detestato anche dentro la tua casa politica. È un segnale ad uso interno, una sfida in codice: continuate così e andremo tutti in malora. Se invece hai 20 anni, 30 e la vita davanti, ecco: allora rinunciare è davvero una sconfitta di tutti. Non è questo il momento di ritirarsi, scrivevo il giorno che sono arrivata qui. È durissima, ma bisogna sfidare il muro di gomma dell’inerzia e le clientele dei senza talento, il conservatorismo della paura. Marco Simoni, un trentenne che insegna alla London School of Economics, ci ha raccontato su queste pagine della sua fuga dall’Italia e del disastro della nostra università in mano alle baronie. Volentieri, oggi, lascio la parola a due tuoi e suoi coetanei. Giuseppe Veltri, calabrese, vive e insegna a Parigi. Peppe Provenzano, siciliano di 26 anni, studia a Pisa. Leggi cosa scrivono, riparliamone.

Pubblicato il: 19.10.08
Modificato il: 19.10.08 alle ore 14.52   
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« Risposta #18 il: Ottobre 21, 2008, 04:14:48 »

Quel sorriso


Concita De Gregorio


Sembrava che ridesse sempre, anche quando parlava serio. Anche in questa foto qui sopra dove forse ride davvero, chissà, non è proprio un sorriso in effetti: è quel suo modo di stare al mondo con i pugni chiusi, la fronte alta, la coscienza limpida e nelle parole un dubbio, sempre. Alla fine di ogni frase una domanda, perpetua ricerca.
Mai un lamento. Di tutti gli altissimi insegnamenti che Vittorio Foa, morto alla fine di un secolo irripetibile, ci lascia in dote questo che sembra un dettaglio mi pare stasera il più grande. Quel sorriso, diverso e lo stesso in tutte le foto e i ricordi. Ciò che in una vita come la sua un sorriso perpetuo significa: andare avanti, pensare agli altri, provare ancora, non chiudersi, non arrendersi, anche il dolore è un dono che porta sempre altrove, è un compagno e un amico.

C’è dell’altro, dopo. Venite e vedrete.

Questo il lascito, questo quel che ciascuno dovrebbe provare a portare con sé. I più giovani specialmente. Quelli che non hanno avuto e non avranno la possibilità di sperare in un riscatto definitivo e radicale perché non hanno avuto quel passato e quel presente, non hanno avuto quella storia. Lo ascoltavano in un silenzio solido, infatti, i ragazzi.

Sentivano bene la densità pesante – il monito - di quel sorriso al posto del pianto. Una sera d’autunno di molti anni fa (è un piccolo ricordo, ce ne sono mille più emblematici ma si sa come funziona la memoria: seleziona gerarchie segrete) Foa si presentò nella sala della Società psicanalitica italiana a parlare ad una platea di giovani studiosi e di studenti di un tema intitolato “Il mestiere di un uomo libero”. Che la libertà sia un mestiere, una fatica da conquistare ogni giorno sarebbe stato già da solo materia di riflessione silenziosa: bastava il titolo. Parlò a lungo, per regalo. Sempre con quel sorriso che esibiva i denti radi, con gli occhiali troppo grandi e un po’ storti, il bastone da un lato. Raccontò dei suoi anni in prigione: trasformò il carcere in un privilegio. Ne disse con leggerezza, con pudore e con semplicità. Fu chiaro – dopo pochi minuti, fu chiaro a tutti – come patire la galera fosse stato un modo, il modo scelto dalla vita, per andare incontro al futuro e decifrare il presente.

Un’esperienza fortunatissima, sembra pazzesco no?, eppure proprio così, una risorsa per capire le cose, sentirle, andarci in fondo e che peccato per quelli che devono faticare tanto per arrivarci comunque, anche senza prigione, che sforzo dovete fare voi che non avete avuto questa stessa sorte ma non preoccupatevi, adesso ve lo racconto. Faceva solo domande: sembravano tutte risposte. Alla fine rimase a lungo fuori, sul marciapiede che corre accanto al parco, di notte. I giovani gli chiedevano della sua vita, lui replicava informandosi della loro. Di cosa vi importa, per cosa vi arrabbiate? chiedeva. Non restate in silenzio, fate del silenzio una ricerca. E difatti in quella lettera che poi Ronconi ha messo in scena, in quel libro intitolato “Il silenzio dei comunisti” domanda a Miriam Mafai e ad Afredo Reichlin: «Cara Miriam, caro Alfredo, erano milioni in tutto il mondo e anche in Italia gli uomini e le donne che si dicevano comunisti: militanti, iscritti, elettori, simpatizzanti.

In Italia pochi anni fa piú di un terzo dei cittadini si dicevano tali. Ora stanno in grande parte in silenzio, il loro passato è cancellato nella memoria. Sento acutamente, quasi come un’ossessione, questo silenzio. Tendono a scomparire i testimoni di un’esperienza e insieme si oscura un pezzo della nostra storia. L’anticomunismo a vuoto non è forse paura? Perché si ha paura? di che cosa? Il silenzio non è necessariamente un male. Da esso nasce la parola: nella parola si chiudono i problemi mentre nel silenzio essi restano aperti».

Quale idea è rimasta vuota? Quale speranza? Il disegno di una società giusta? «Oppure, cosa ancora piú grave, il distacco è da un’identità, individuale o collettiva?». L’identità, di questo parlava ancora negli ultimi giorni quando temeva per Obama, il sogno americano, e quando insisteva che certo bisogna coltivare il nostro, in Italia, e crederci, e costruirlo perché altra strada non c’è : alternativa non è data. Un ragazzo, sembrava. Con tutta la vita davanti, tutti i nostri ieri nel sorriso pieno di dolore e di coraggio.



Pubblicato il: 21.10.08
Modificato il: 21.10.08 alle ore 10.32   
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« Risposta #19 il: Dicembre 13, 2008, 05:11:43 »

12/12/2008 08:08

Scioperare serve ancora


Concita De Gregorio


Il giorno dell'Onda, dopo aver visto in piazza centinaia di migliaia di studenti ricercatori insegnanti e famiglie in tutta Italia, Silvio Berlusconi aveva detto con la consueta sicumera che il governo non si sarebbe lasciato impressionare, che non si sarebbe fatto condizionare da una esibizione di professori fannulloni e di ragazzi che non hanno voglia di studiare, di universitari figli di papà. Qualcuno aveva anche provato a suscitare l'incidente, ricordate le camionette in piazza Navona. Qualcun altro lo aveva invocato: se ci fosse il morto tanto meglio. Poco più di un mese dopo Maria Stella Gelmini maestra unica della scuola italiana ritira i punti qualificanti della sua cosiddetta riforma: quella delle superiori slitta al 2010, la scelta del maestro unico alle elementari sarà facoltativa e dipenderà dalle richieste. Resta dunque intatta la possibilità di accedere al tempo pieno, per moltissimi genitori - in specie per le donne - condizione indispensabile per conciliare famiglia e lavoro. Bene, la notizia è che dunque gli scioperi servono ancora nonostante lo scherno e il disprezzo con cui questo governo di solito li accoglie. È importante saperlo oggi che la Cgil scende in piazza contro la manovra economica e contro la quotidiana strage di lavoratori: l'ultimo ieri all'Ilva di Taranto, cinque morti il giorno prima e quasi duecento solo nell'edilizia dal principio dell'anno. Le bandiere della Cgil stamani saranno listate a lutto. Pierluigi Bersani spiega a Laura Matteucci perché anche lui scende in piazza: «Continuo a sperare che il sindacato riesca a presidiare il mondo del lavoro restando unito».

Ultime notizie di ieri: cinquemila i precari Fiat i cui contratti non saranno rinnovati. Scene drammatiche fra i dipendenti Alitalia cassintegrati, le lettere stanno arrivando in queste ore: i primi ad essere allontanati sono i portatori di handicap, poi le donne. Claudia Fusani è andata alla Magliana con loro. Piove una notte e Roma va a fondo. Centinaia di incidenti gravi e gravissimi, una donna uccisa dall'acqua che ha travolto l'auto. Alemanno scarica le responsabilità sull'amministrazione precedente. Il punto è che i tombini della Capitale sono intasati dalle foglie, bisognerebbe pulirli. Alcuni sono rimasti sigillati dalla visita di Bush. Bisognerebbe togliere i sigilli visto che è autunno, e piove. Di clima si tratta a Bruxelles. Berlusconi e il premier polacco sono arrivati decisi amettere il veto alle misure che puntano a ridurre del 20 per cento le emissioni dannose. La mediazione di Sarkozy ha portato a un compromesso, l'Italia sarà costretta ad accodarsi. Il premier insiste intanto a dire che sulla giustizia «farà da solo», dell'intesa con l'opposizione non gli importa. Illuminanti le parole di Franco Cordero intervistato da Federica Fantozzi.

È l'anniversario di Piazza Fontana, lo ricorda in ultima Carlo Lucarelli. A Bologna domani c'è una messa in chiesa per i gay vittime di omofobia, Caffarra deve essersi distratto, il Papa ne è senz'altro all'oscuro. Manoel de Oliveira compie cento anni, lo racconta Alberto Crespi. Sua figlia Adelaide (ultrasettantenne) risponde al telefono da casa dove è in corso una festa. «È sempre in giro, lo vedo meno ora di quando ero bambina», ride. Sta girando un film.

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« Risposta #20 il: Dicembre 28, 2008, 11:38:39 »

28/12/2008 12:59

La rosetta del cardinale

(il filo rosso di oggi, 28 dicembre)

Concita De Gregori.


La Chiesa supplente di un governo assente. La foto di prima pagina - il cardinale Sepe con grembiule che distribuisce pane alla mensa dei poveri - non sarebbe che un abituale gesto di carità cristiana, massimamente frequente a Natale. Beati gli ultimi, si sa. Senonché nel frattempo la "social card" (i quaranta euro al mese destinati da Tremonti agli indigenti) è risultata essere solo un inutile pezzo di plastica per centomila persone: è stata loro consegnata ma non è mai stata attivata dall'Inps, con conseguenti momenti di tremenda pubblica mortificazione dei pensionati in fila alla cassa col panettone in mano. "Credito non disponibile". Va da sé che del fatto non sia stata data notizia dai tg impegnati a illustrare il menù del cenone di queste fantastiche niente affatto austere feste.
Sui grandi quotidiani d'informazione qualcosa si trova, invece. Il Corriere della Sera per esempio dedica al fatto la sesta delle nove lettere nella pagina della Posta, la 37. Il signor Cristiano Martorella informa che "un terzo delle social card consegnate non è stato caricato" e che "non c'è stata nessuna comunicazione per chi ha avuto la carta ma non l'erogazione del denaro". Sono le centomila persone di cui sopra.

Questo giornale ha dedicato loro la copertina e il primo piano del giorno di vigilia. Sarebbe una notizia, ci pare, ma si vede che come accade all'Inps anche nelle redazioni i criteri di selezione subiscono un restringimento al momento di essere attivati. Chi si attiva, in assenza di altri soggetti titolari dell'obbligo o del diritto, è la chiesa. Il cardinale Tettamanzi annuncia la costituzione di un fondo famiglia-lavoro per chi ha perso o sta per perdere l'occupazione: dote iniziale un milione di euro. Federica Fantozzi racconta di analoghe molteplici iniziative di soccorso da parte delle Diocesi di tutta Italia. Per giunta in segno di protesta molti parroci non hanno messo il bambinello nel presepe: è un mondo che non accoglie, hanno detto. Non accoglie gli immigrati in continuo approdo, non accoglie chi si ricovera in baracche che poi bruciano. Don Mazzi scrive per noi che è un'ottima cosa il fondo Tettamanzi, però si rischia "il clientelismo di chi offre e l'obbligo di riconoscenza di chi riceve". È vero, ma d'altra parte è sempre così anche nella politica, negli appalti e negli affari come le molte inchieste in corso dimostrano. C'è qualcosa di profondamente corrotto e tollerato nel sistema.

Furio Colombo parla nell'analisi di "collasso povertà" dall'America all'Italia. L'unica social card che qui da noi davvero funziona sempre, per il momento, è la rosetta del cardinale. Il mondo laico osserva e non cessa di chiedersi se non ci sia per caso un modo altrettanto efficace ma non curiale, un modo che valga per tutti.

Marco Bucciantini nel dossier di oggi torna a Messina cento anni dopo il terremoto e trova ancora lì, intatte, le baracche dove trovarono alloggio gli sfollati un secolo fa. Cinquantamila metri quadri mai abbattuti in cui vivono gli abusivi. Nel 1990 vennero assegnati 500 miliardi per il risarcimento e la ricostruzione. Sono in larghissima parte spariti. Messina è ancora oggi una città devastata e non dal terremoto. Cent'anni di inettitudine.

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« Risposta #21 il: Gennaio 26, 2009, 09:57:43 »

25/01/2009 02:05

La rotta perduta

(il filo rosso di oggi, 25 gennaio)

Incredibili le foto dei clandestini di Lampedusa che manifestano abbracciati agli isolani. La gente li ha accolti nelle case, gli ha dato da mangiare poi ha marciato con loro. Emanuele Crialese, che a Lampedusa ha girato «Respiro», dice della gente del posto: «I loro padri uscivano sui cargo coi portoricani, gli africani. Erano costretti a mantenere le famiglie girando per il mondo: anche loro». Incredibile in un paese dove chi ha la pelle nera non diventa presidente: chi ha la pelle nera fa paura. Incredibile il racconto di Claudio Camarca, che era lì ieri: «Quegli uomini vivono in duemila in un centro che ne può tenere al massimo settecento, bagni intasati e colmi di escrementi». Incredibile che sia solo Dario Franceschini (anche lui era lì) a dire: «Fermare i trasferimenti come ha fatto Maroni significa far esplodere Lampedusa: luogo simbolico, per la Lega non è nemmeno Italia. Martedì il governo firmerà un accordo con la Tunisia per far rimpatriare i tunisini 200 alla volta. Lì ce ne sono mille. Cosa pensa che faranno quando si accorgeranno che li stanno rimandando indietro?». Incredibile il commento di Silvio Berlusconi davanti alle immagini della folla a mani tese in corteo: «Stavano andando in paese come sempre, magari a bere una birra».

Ha poi anche promesso, il presidente del Consiglio, di mandare trentamila soldati nelle città a garantire la sicurezza dei cittadini. Trentamila soldati svuoterebbero le caserme d'Italia. Bisognerebbe dar loro poteri speciali: i militari, in base alla legge, oggi non possono neppure fermare un cittadino per strada. Pensano di dare ai soldati poteri speciali? Qual è il progetto? Achille Serra, che di sicurezza si è occupato con qualche successo, ripete che l'unico modo di intervenire è «prevenzione e solidarietà». Prevenzione. Il sindaco di Guidonia ne parla con Eduardo De Blasi. Guidonia, dove una coppia di ragazzi è stata aggredita e ridotta a un passo dalla morte, è un'altra terra di nessuno. Non nei mari d'Africa: accanto a Roma.

Il giovane italiano che ha violentato una coetanea a Capodanno è stato rimandato a casa dai giudici. Alemanno il sindaco ha attaccato la magistratura, Alfano il ministro ha mandato gli ispettori. Poi Maroni, anche lui ministro, ha detto che nelle città non c'è abbastanza luce: dopo si è corretto, non si riferiva a Roma. Non ce l'aveva col collega di coalizione. Un triste gioco di rimbalzi di responsabilità. Non saranno i soldati né le lampade a difendere i più deboli. La violenza che accalca gli uomini come bestie nelle stalle, che usa le donne come bambole gonfiabili di un videogioco criminale è nella testa di chi si sente in diritto di farlo. È nelle case prima che nelle strade. Nel palazzi prima che nelle baracche. È un lungo e difficile cammino quello che abbiamo davanti: ritrovare il seme della convivenza e del rispetto. Non serviranno le minacce e le sanzioni, non basteranno. Non trentamila soldati né centomila, non tutte le lampadine del mondo. La dissuasione è nell'etica della responsabilità, non nella minaccia. Quella, semmai, corregge la rotta di chi perde la strada. Il compito di chi governa è indicare la rotta. Dopo, solo dopo, difenderla.

Concita De Gregorio
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« Risposta #22 il: Febbraio 02, 2009, 11:07:27 »

01/02/2009 14:00

La difficile rotta comune
(il filo rosso di oggi, 1 febbraio)


Concita De Gregorio.


Ho incontrato ieri Chimamanda Ngozi Adichie, trentenne nata in Nigeria e diventata donna negli Stati Uniti, cittadina del mondo, nera come l'ebano autrice di uno straordinario romanzo epico che affonda le radici nella guerra del Biafra. In una pausa della conversazione sui destini dell'Africa mi ha chiesto dell'Italia: e l'opposizione a questo vostro governo è abbastanza forte, chiara e unita nell'indicare una rotta alternativa? Una domanda così: definitiva. Non era quello il momento di addentrarsi in spiegazioni e distinguo. La ripropongo qui: per noi sì che è cruciale chiedersi se siamo in grado di uscire dall'angusto orizzonte delle lotte fratricide, dei regolamenti di conti perpetui, dei destini individuali che ipotecano le speranze collettive. L'unità con la u minuscola è la faticosa tessitura quotidiana che questo giornale, con la u maiuscola, prova a tenere ferma come linea d'orizzonte. Nonostante le ingiurie interne ed esterne, gli assalti autolesionisti di chi pensa che la sfortuna del compagno di strada sia alimento della propria fortuna e pazienza per l'obiettivo: pazienza se i fatti -motore e scopo dell'azione politica - si riducono a un inconveniente. Fin dal primo giorno abbiamo detto che questo giornale sarebbe stato il luogo di molte voci, tutte quelle che hanno in comune l'obiettivo di dare al paese un governo e un futuro migliore. Ogni giorno ne trovate un coro.

Oggi Furio Colombo rimprovera ad Antonio Di Pietro di aver sbagliato bersaglio se ha inteso mettere in discussione l'azione del Quirinale. Io stessa l'avevo fatto qui. Bisogna rispondere a quella ingenua e cruciale domanda: abbiamo la capacità di indicare insieme, nel rispetto delle diverse opinioni, una rotta comune o vogliamo procedere - dentro l'opposizione - all'autodistruzione per eliminazione reciproca? Berlusconi ne sarebbe entusiasta. È un copione già noto.

Veltroni ha presentato ieriunpiano decennale per la «rivoluzione verde». Qualcosa di molto concreto: riqualificazione energetica degli edifici, agevolazioni fiscali, rinnovo dei mezzi pubblici con autobus a metano, ecoincentivi per elettrodomestici a basso consumo, ricerca, riciclo dei rifiuti e industria collegata. Per il fastidio dei professionisti del retroscena e per l'entusiasmo delle persone qualsiasi: ecco un progetto. Straordinario no? Qualcuno vuole sostenerlo? Esiste un'Italia che fa le cose con successo e con passione. I giornali ne parlano pochissimo, certo. La scrittrice nigeriana era premiata ieri a Percoto, Udine, dalla famiglia Nonino. Un uomo, Benito, e molte donne, Giannola le sue figlie le sue nipoti adolescenti e bambine, hanno accolto dentro alla distilleria prima al mondo il premio Nobel Naipaul, i premiati - Hugh Thomas che meglio di chiunque altro ha raccontato la schiavitù; Silvia Perez Vitoria che narra il mondo salvato dai contadini - centinaia di ospiti e amici. C'era Giovanna Marini con la chitarra che cantava, Ermanno Olmi che dava consigli per la coreografia. C'erano donne e uomini di lettere e d'impresa, manager e scienziati d'altri continenti, malgari della Carnia e pastori. Un'Italia diversa: si è brindato. Sarà un anno buono per il raccolto - ha annunciato Giannola - lo dicono i venti che solo i contadini sanno leggere. Tutti hanno sorriso. Hanno levato i calici a quei venti.

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« Risposta #23 il: Febbraio 23, 2009, 06:24:47 »

21/02/2009 03:23

Partita aperta


Piero Fassino ha lavorato per Franceschini segretario. Nell'intervista che pubblichiamo in apertura del giornale spiega le sue ragioni, che sono quelle di buona parte del gruppo dirigente del Pd. Franceschini saprà rinnovare, promettono: si circonderà di volti nuovi. Ci vorrebbe una direzione di 40 persone di cui 20 siano dirigenti locali, dice Fassino: ricominciare dal radicamento nel territorio, ricostituire un partito che abbia radici nel Paese. Che il mandato di Franceschini sia questo. Una direzione, una segreteria, il tesseramento. Poi il congresso e le primarie perché farle adesso sarebbe follia: ci sono le elezioni, c'è la crisi economica, ci sono leggi in aula da approvare e non è il tempo di pensare ai plebisciti. Anche Mercedes Bresso confida che una gestione federale, che tenga in direzione i dirigenti locali, aiuterà a superare le faide; lo dice ad Andrea Carugati.

Tuttavia la partita che si apre oggi alla Fiera di Roma è aperta: un salto nel buio, un'assemblea che vede emette in gioco tutti i delegati, migliaia di iscritti, milioni di elettori. Fortissima la spinta per le primarie: dalla base, dai più giovani, damolti dei dirigenti di nuova generazione che hanno partecipato ieri al vivace Forum dell'Unità - trovate la cronaca e le loro opinioni al centro del giornale - da chi pensa come Sergio Cofferati che «la cosa più importante sia oggi motivare gli iscritti, i simpatizzanti, gli elettori». Congresso o primarie subito. Molti dei 2800 non
verranno. Sono stati convocati 48 ore fa per  sms, il messaggio diceva: «Fiera di Roma ore 10 padiglione Est. Odg: Statuto articolo 3 comma 2», anche in termini di comunicazione si poteva fare di più. Molti verranno, invece. Anche questa è un'incognita. Molti volti, molte voci, molti umori. Vittime di uno Statuto farraginoso - il «mostro», lo chiamano tutti - i delegati dovranno innanzitutto decidere se votare o no la proposta del coordinamento per l'elezione di Franceschini. Anche su questo l'incertezza è massima. Si tratterà di capire prima che aria tira, ci spiegava ieri un dirigente di lunghissimo corso. Che aria tira.

Quella che tira nel Paese è stata segnata ieri dal decreto sulle ronde: cittadini privati autorizzati da sindaci e prefetti a fare la guardia ai giardinetti. Disarmati, certo. Però basta leggere cosa scrive Achille Serra qui accanto, basta avere un poco di buon senso e immedesimarsi nel ruolo: andreste voi disarmati in un luogo buio e pericoloso a distogliere eventuali bande di criminali? Correndo quale rischio? E allora armati magari di arma bianca, per dire. E di nuovo: con quali conseguenze possibili? Di fronte al decreto il Quirinale è rimasto in un silenzio di gelo. Il
Vaticano attraverso monsignor Agostino Marchetto ha detto che così «muore il diritto». Agonizza da tempo. E sul testamento biologico, la prossima norma che il governo si prepara a portare in aula, si manifesta oggi in piazza, a Roma, con l'adesione di Beppino Englaro. Pubblichiamo il testo del testamento biologico preparato da Luigi Manconi e dall'associazione Luca Coscioni che vi abbiamo proposto qualche giorno fa, lo ristampiamo a grande richiesta con l'appello che lo accompagna. Sono tempi cupi. Bisogna vedere che aria tira, certo, ma senza aspettare troppo. Sono tempi in cui muore il diritto e nemmeno la gente a casa si sente troppo bene.

Concita De Gregori
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« Risposta #24 il: Aprile 21, 2009, 11:24:03 »

Concita De Gregorio


21/04/2009 08:53

Violenza e retorica


Siamo diventati bravissimi nella retorica dell'ipocrisia, così bravi che nessuno si domanda più l'oggetto quale sia: di cosa, davvero, stiamo parlando. Si apre a Ginevra la conferenza Onu su razzismo e xenofobia nel mondo. Il presidente iraniano dice quel che sempre dice, lo fa anzi questa volta - come il delegato vaticano nota - con insolita discrezione rispetto all'abituale sua violenza non solo retorica. Dice che Israele (senza nominarlo) «ha privato della terra un'intera nazione istituendo un governo razzista nella Palestina occupata». Risultato del prevedibile intervento: indignazione dei delegati Ue che, con l'eccezione del Vaticano, abbandonano i lavori. Come molti altri paesi, America in testa, l'Italia non si era neppure presentata allineandosi al preventivo timore di un «attacco antisemita». Risultato, come Tobia Zevi fa oggi notare: di razzismo e xenofobia nel mondo non si parla sui giornali che riferiscono del vertice. Si parla di Ahmadinejad, della sua campagna elettorale.

L'antisemitismo è una piaga purulenta e persistente che il governo italiano giustamente addita, tanto più meritoriamente trattandosi di un governo che vede tra i suoi alleati gli eredi del partito fascista. Giusto domenica scorsa il sindaco Alemanno festeggiava il Natale di Roma con l'alloro in testa, sui maxi schermi un documentario celebrativo di Mussolini. Facciamo finta che siano tutti convinti che le leggi razziali siano state una macchia e una vergogna. Spostiamo ora l'obiettivo sull'intransigenza antirazzista dentro casa. Ci perdoni chi crede che i due piani siano molti distanti ma crediamo che si debba essere ugualmente severi con chi offende e attacca i popoli e le razze. Sporco ebreo o sporco negro, per intenderci.

Allora se ci concentriamo sulle misere vicende di casa nostra osserveremo che lo stesso governo che diserta impegni internazionali in nome del giusto disprezzo dell'antisemitismo non trova il tempo nè la forza per combattere la battaglia antirazzista nei luoghi dove l'odio fiorisce rigoglioso: gli stadi. Avrete seguito la vicenda di Balotelli, l'ultima. Saprete che a causa degli insulti al giocatore la Juve giocherà la prossima partita a porte chiuse. Vi pare che basti?

Leggete le parole di Lippi, quelle d iGianfranco Zola raccolte da Malcom Pagani. In Italia non esiste una legge che punisca con sanzioni pesanti il razzismo negli stadi. In Spagna sì, per esempio: tolleranza zero. Da noi decide il giudice sportivo. Un governo capace di pensare leggi ad hoc sul testamento biologico (se ne stava facendo una per Eluana Englaro) sulla violenza sessuale (caccia ai romeni violentatori, certo), sui manager accusati di causare la morte in fabbrica (leggete cosa dice a Marco Travaglio il giudice Guariniello a proposito del processo Thyssen) ecco questo governo non è in grado di proporre una legge che recepisca la piattaforma Uefa contro il razzismo. Come mai? È un test, si accettano risposte. Buone notizie, ora. Claudia Fusani racconta delle prime lauree a L'Aquila dopo il terremoto. Sono 27, una per Lorenzo Cinì: l'ha ritirata suo padre, Lorenzo non c'è più. Ascanio Celestini scrive di «Lotta di classe»: la battaglia dei lavoratori precari dell'Atesia. La buona notizia, in questo caso, è che qualcuno ancora ne parli.

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« Risposta #25 il: Aprile 27, 2009, 11:40:44 »

26/04/2009 13:25

Difetto di serietà

Concita De Gregorio


Proviamo a dire le cose in modo semplice. La pacificazione nazionale è una cosa seria e auspicabile. Quasi nessuno ha più la forza, il tempo, l'energia e la costanza di rendimento necessarie a vivere in una perpetua battaglia fra buoni e cattivi, indiani e cow boy. Siamo stanchi di affrontare discussioni intrise di pregiudizi e mai di giudizi, mai nel merito delle questioni, mai al cuore delle cose. Sarebbe bello che arrivasse il giorno in cui ci si misura adesso, su quello che siamo capaci di fare e di cui c'è bisogno: sulla base delle forze reali in campo, delle energie e dei talenti. In altri paesi a noi vicini per scrivere una legge sul rispetto della memoria tra vincitori e vinti ci sono volute due generazioni: possono farlo i nipoti, meno facilmente i figli di chi c'era, mai chi c'era. Non è difficile capire perché. Servono onestà d'intenti, chiarezza di vedute, serietà. È soprattutto per questo, per la serietà, che risulta molto poco credibile un appello alla pacificazione (all'equiparazione tra chi ha fatto la Resistenza e chi ha combattuto fino all'ultimo a fianco dei nazisti) proposta da un leader politico che non si caratterizza per doti di saggezza austera, di sobrietà sapiente.
Silvio Berlusconi è solito far ridere - o piangere, dipende - per i suoi motti di spirito il mondo intero. È famoso per la capacità di ridurre a fatto personale qualsiasi vicenda o relazione politica, si tratti di Gheddafi di Rasmussen o di Putin. È celebre per la passione per i sondaggi e per una certa mobilità di comportamento a seconda delle private convenienze. Gli italiani lo hanno votato dunque si comporta come ritiene utile in quel momento. Altrettanto legittimamente (in base all'esperienza) noi siamo autorizzati a diffidare. Quando propone di chiamare la Festa della Liberazione, da domani, Festa della Libertà ci viene in mente che il suo partito si chiama «delle Libertà», diventerebbe anche questa la sua festa. Ci ricordiamo di quando fondò Forza Italia facendo il verso al tifo per la Nazionale appropriandosi del colore azzurro.

Berlusconi è solito far suo quello che è di tutti. Ha una certa sapienza nell'utilizzare quel che si trovi a portata di mano per un personale incremento di polarità, 25 Aprile compreso. Del resto non aveva mai festeggiato questa data, l'ultima volta irridendola con «ho da lavorare»: lo ha fatto ieri sulle rovine di Onna per la prima volta, fazzoletto tricolore al collo. Quanti punti nel gradimento? Apicella ha pronto l'inno? In generale, nel tempo e nelle grame condizioni in cui viviamo, crediamo che sia meglio non lasciarsi illudere e preservare, al posto dell'equidistanza, la giusta distanza. Conviene, sul crinale della democrazia, praticare la prudenza. Del resto c'è molto da fare. In Abruzzo, per dire, si cercano ancora i dispersi. Le notizie ufficiali non ne parlano ma mancano ancora all'appello 50 persone. Lo avete sentito dire da qualcuno? Da leggere l'intervista di Giovanni Maria Bellu al sindaco di Gela Rosario Crocetta, un resistente dei giorni nostri minacciato di morte per la sua lotta al racket mafioso.

Questo governo voleva cambiare nome all'aeroporto Falcone-Borsellino perché «porta jella e avvilisce i turisti».

Lo dico per promemoria, a proposito delle reali intenzioni e del marketing politico.

da unita.it
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« Risposta #26 il: Maggio 10, 2009, 11:36:07 »

10/05/2009 06:03

Senza rancore


Dire no all'Italia multietnica è come opporsi alle maree. Come dire mi oppongo al passare del tempo. Gli anni cambiano i connotati degli uomini e delle società. Nel caso delle persone si invecchia, per esempio: conoscete qualcuno che dica mi oppongo? Se lo conoscete provate a convincerlo come si fa con uno che non sta bene, spiegategli che non saranno le protesi a fermare i giorni, davvero no. Oltretutto il tempo assai spesso rasserena e migliora. Non sempre ma capita, quando succede è uno spettacolo che valeva la pena aspettare quarant'anni. In copertina Gemma Calabresi e Licia Pinelli, sono appunto quarant'anni da allora, la storia d'Italia nel mezzo. Tutte le rughe in faccia, i segni del dolore uno per uno eppure a guardarle si vede solo il sorriso, le mani nelle mani. Si vede la luce che sempre torna dall'ombra, come nei giorni. Il mondo in cui viviamo ha un presidente d'America nato da un padre africano, in Italia avrebbe problemi col permesso di soggiorno. L'Italia multietnica non è una teoria no global, è un dato di fatto censito persino dal dossier Caritas. Sulla base delle proiezioni dell'Istituto nazionale di statistica (un altro ente non sospetto di simpatie comuniste) l'organismo pastorale dei vescovi ha stimato che a metà del secolo gli immigrati nel nostro paese saranno più di dodici (12) milioni, il 18 per cento della popolazione italiana del 2050.

Una persona su cinque. «Pertanto - si legge - il futuro dell'Italia non è immaginabile senza gli immigrati e questi non possono essere più considerati una presenza accessoria». Il no all'Italia multietnica non è nemmeno un proposito realizzabile. Perché è impossibile che il capo di un governo ignori una nozione tanto elementare, che non veda la direzione della storia e il dispiegarsi della cronaca. È una pura e semplice dichiarazione propagandistica che ha, molto probabilmente, il solo scopo di blandire la Lega. Vi sembrerà piccola cosa di fronte alla forza dell'evidenza, piccola e sciocca cosa.

Eppure è così. D'altra parte la politica di questo governo sul tema immigrazione è segnata da dichiarazioni roboanti e «cattiviste» che si oppongono alla realtà. Un altro dato. Nel 2007 (governo Prodi) gli sbarchi di immigrati furono poco più di 20.000. Nel 2008 (governo Prodi, da maggio Berlusconi) quasi raddoppiarono: 37.000. Nei primi mesi di quest'anno (dati aggiornati allo scorso 22 aprile) sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell' anno precedente. Fermare le maree non è possibile. Si può, al massimo, abbaiare alla luna.

«Se torno indietro negli anni - dice Gemma Calabresi a Licia Pinelli, il presidente Napolitano fra loro - mi rendo conto che le nostre due famiglie sono state divise. Siamo stati tutti vittime della stagione dell'odio e del terrorismo. Ora non è più tempo di recriminazioni ma della memoria, che deve essere sgombra da sentimenti di rancore. Chissà, a volte l'uomo è schiavo di certi preconcetti e forse questo falso pudore del mondo che ci guarda ci ha portate a non incontrarci prima». «È stata una bella giornata», dice Licia Pinelli. «Forse incontrarci prima ci avrebbe aiutate a superare un dolore che è lo stesso», risponde Gemma Calabresi. C'era bisogno di questo tempo. Di invecchiare, sì. Di trovare alla fine del cammino la serenità e la saggezza per dire: si può.

da "Insieme" unita.it
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« Risposta #27 il: Maggio 14, 2009, 11:42:30 »

Concita De Gregorio.


13/05/2009 08:51

Tra liberismo e cattivismo


Alla fine i nodi vengono al pettine. E si scopre che - tra un attacco agli immigrati e un insulto alla libera stampa - il governo lavora per una parte consistente della sua base elettorale: le caste. Dei farmacisti, degli assicuratori, dei banchieri, dei tassisti e così via. È in atto un'attività sistematica di smantellamento delle liberalizzazioni introdotte da Bersani col governo Prodi. Si vogliono eliminare le attività imprenditoriali che, aumentando la concorrenza, hanno già avuto effetti benefici sui portafogli dei cittadini. C'è un disegno di legge che tenta di colpire le parafarmacie (la cui nascita ha determinato una diminuzione del 20-30 per cento del costo dei farmaci da banco) e di ripristinare di fatto il monopolio delle farmacie tradizionali. C'è stato già un provvedimento che ha frenato la nascita di distributori di benzina nei grandi centri commerciali. C'è poi lo snaturamento della class action - l'azione collettiva dei soggetti deboli - sottoposta a regole così restrittive da essere diventata difficilissima. Un bel favore alle grandi aziende, un altro danno ai diritti dei cittadini. Il servizio di Roberto Rossi è una sorta di Bignami sulla distanza enorme che c'è tra le promesse di liberismo e la politica del governo Berlusconi.

Adesso - se ce n'era bisogno - è ufficiale. L'Onu condanna il «cattivismo» di Maroni. E lo fa attraverso la sua autorità più alta, il segretario generale Ban Ki-Moon che ha fatto propria la censura pronunciata dall'Alto commissariato per i rifugiati. Parole più chiare - ne scrive Andrea Carugati - non potevano essere dette: «La politica dell'Italia mina l'accesso all'asilo nell'Unione europea e comporta il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati». E ancora: «Il principio di non respingimento non conosce limitazione geografica e gli Stati sono obbligati a rispettarlo ovunque esercitino la loro giurisdizione, anche in alto mare». Parole chiarissime, come dicevamo. Non altrettanto si può dire di quelle pronunciate dal premier. Ha parlato di «statistiche» secondo le quali «sui barconi di persone che hanno diritto d'asilo non ce n'è praticamente nessuna. Solo casi eccezionalissimi». Ha aggiunto che i clandestini sono persone «reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali» e «senza diritto d'asilo». Si può essere cattivi con tutto ma non con l'aritmetica. I dati ufficiali (quelli del ministero dell'Interno e della Giustizia e quelli delle organizzazioni sopranazionali) dicono che circa il 35 per cento degli oltre 36 mila migranti sbarcati in Italia nel corso del 2008 ha ottenuto lo status di rifugiato. E dicono pure che a chiedere l'asilo sono persone che vengono dalle aree più martoriate del mondo. Non da zone controllati dai criminali, più semplicemente da zone colpite dalla guerra e dalla fame come la Somalia, l'Iraq, il Kurdistan. Le loro storie (le raccontano Cesare Buquicchio e Mariagrazia Gerina) dovrebbero far provare un po' di vergogna a chi, con tanta leggerezza, gioca con la vita del prossimo siano uomini donne o bambini. Alice Miller, psicoanalista di origine polacca, scrive oggi delle conseguenze della violenza, origine del male. Causa e conseguenza, per meglio dire: una spirale.

da unita.it


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14/05/2009 09:12

Il proconsole d'Abruzzo


Guido Bertolaso ha chiamato il vescovo: «Basta, me ne vado, troppe lamentele». Aveva appena letto l'editoriale del «Centro», il quotidiano degli abruzzesi. Si chiedeva - prima che l'afa soffochi le tendopoli - di sistemare gli sfollati in prefabbricati. Questo racconta Marco Bucciantini dall'Aquila. Di come il capo della Protezione Civile (e di molto altro) abbia chiamato l'arcivescovo Giuseppe Molinari per dirgli «tenete la gente tranquilla». Di come il vescovo abbia dapprima radunato i parroci chiedendo loro un lavoro «tenda a tenda» per sedare gli sfollati, di come poi abbia scritto alla presidente della Provincia, un tempo sua allieva, rimproverandola col tono dell'antico professore di «fare politica» fomentando i malumori. Caro arcivescovo, gli ha scritto in risposta la presidente Pezzopane: «Proprio lei mi ha insegnato a privilegiare prima di tutto chi è in difficoltà. Sollecitando attenzione per le persone in tenda e chiedendo per loro tempi brevi e migliori sistemazioni ho assecondato la necessità di rispetto per le loro vite già provate». La gente in Abruzzo non può aspettare i fasti e le gare di architetti del G8. Servono soldi e risposte subito e come ora anche il ministro Tremonti sa sul fronte dei denari c'è un problema serio. Vittorio Emiliani racconta punto per punto come si declini la demagogia e la pubblicistica di corte. Il proconsole delle emergenze, ora assurto anche al rango di guida dei vescovi in supplenza del passeggero vestito di bianco che qualche settimana fa portava in auto, dovrebbe piuttosto dare risposte concrete alle popolazioni prima che photo opportunity al premier per le tv.

Passa alla Camera con tre sì alla fiducia chiesta dal governo il decreto sicurezza, prima manovra nello scambio politico di «gentilezze» alla Lega di cui parliamo da settimane. Le  intercettazioni seguiranno. Intanto arrivano le «ronde» e il reato di immigrazione clandestina (passibile di multe da cinque a diecimila euro) con obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali. I presidi spia, i medici spia. Il rischio che non si denuncino le nascite dei figli di immigrati è uno dei punti - i bambini invisibili - su cui i vescovi fanno sentire la loro voce accanto a quella dell'opposizione: «Il grande tema sotto silenzio è quello dell'integrazione», dice la Cei. Un eufemismo. Un modo paludato per dire che passano leggi razziste, xenofobe. Leggi razziali, le chiama ormai così anche la stampa estera. Roberto Rossi ci racconta il mondo degli highlander. Non sono i protagonisti di una saga nordica. Molti cittadini li hanno incontrati. Di solito sono giovani, spesso anche simpatici, ed eleganti. Aprono le loro borse piene di moduli e di brochure come si trattasse di scrigni di gioielli e offrono «prodotti finanziari» capaci di garantire un sereno futuro attraverso pensioni, assicurazioni, rendite perpetue. Ma chi sono in realtà i «promotori finanziari»? Nient'altro che venditori al servizio delle banche. Non fanno l'interesse del cliente ma  quello dell'azienda che li remunera (spesso poco, e infatti solo due su 50 ce la fanno). Spesso nascondono informazioni essenziali. A volte compiono delle vere e proprie truffe. Intanto sparisce di fatto la class action sepolta da un voto al Senato: non sarà più retroattiva, dunque a che serve? Salvi i truffatori, pazienza per i truffati. Urgente trovare qualche vescovo che li conforti.


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« Risposta #28 il: Maggio 31, 2009, 09:27:37 »

27/05/2009 23:01

Sotto gli occhi del mondo


Il mondo si occupa di noi.

Incomprensibilmente ignora gli accorati appelli tv di Sandro Bondi, le minacce di querela dell'avvocato Ghedini, le grida dei proconsoli ex fascisti e dei giornali scendiletto del premier per concentrarsi sulle gesta (la vita e le opere, le parole le menzogne e le gesta) del presidente del Consiglio. Direttamente su di lui, su quello che fa, come nelle democrazie si usa. «È un pericolo in primo luogo per l'Italia ed un esempio deleterio per tutti», Financial Times. «Se il primo ministro può farla franca portando avanti una storia d'amore adulterina e semipubblica con una adolescente (e poi mentire così spudoratamente che ogni sciocco può vedere che non sta dicendo la verità) e non venir chiamato a risponderne allora la nazione è in pericolo», The Independent. «Un clima decadente da basso impero (...) una escalation inquietante di impunità morale», El Pais. Altri editoriali e commenti sono dedicati al comportamento di Silvio Berlusconi dal Clarìn di Buenos Aires, dal Times e dal Guardian di Londra, da Abc news e da quotidiani e agenzie di stampa tedeschi, francesi, nord e sudamericani. Un complotto su scala mondiale, praticamente. Tutti lì a dire che l'Italia corre un pericolo serio perché insufflati da qualche suggeritore comunista, si vede. Forse un giornalista, certo: i servizi segreti lo troveranno, statene certi, e lo metteranno a tacere al più presto. Così il nostro prestigio internazionale tornerà a rifulgere. Nel frattempo la giovane Noemi scrive alle amiche di non poter lasciare il fidanzato prima della data delle elezioni (prassi notoriamente abituale tra le adolescenti, questa del vincolo alle scadenze elettorali, da cui deve derivare l'antica formula «voto di castità»): nuovi appassionanti dettagli ci attendono. Coi corrispondenti dei giornali stranieri abbiamo appuntamento stamani qui all'Unità per un Forum. Inviate loro le vostre domande, vorremmo discutere di politica e di economia, del futuro che attende l'Europa alla vigilia di un voto della cui importanza si parla pochissimo. Inauguriamo oggi una guida al voto che speriamo possa aiutare.

Il rapporto di Amnesty international è dedicato alle politiche sull'immigrazione e contiene un duro attacco all'Italia a partire dai respingimenti. Insieme all'osservatorio Italia-razzismo trovate oggi una doppia pagina di «Le belle bandiere» dedicata ai giovani di seconda generazione: nati in Italia da genitori stranieri. Delle migliaia di commenti arrivati sull'on line faremo un dossier. Debuttano oggi sul giornale il giuslavorista Massimo Pallini, l'autista Yuri e l'operaio Davide. I loro commenti, da punti di vista evidentemente diversi, ci aiuteranno a decifrare la realtà.
P.S. Due giorni fa per un errore di impaginazione l'attacco dei vescovi alle politiche del governo sul lavoro è finito a pagina 15 anzichè a pagina 9 come avrebbe dovuto. Un disguido che capita in ogni giornale e sul quale non vorremmo annoiarvi. Il collega Paolo Franchi, che salutiamo con la consueta stima, ha voluto sottolinearlo sul Corriere della Sera. Escludendo che ritenga che questo giornale non si occupi dei temi del lavoro e dei lavoratori lo prendiamo come un contributo da caporedattore esterno di sostegno.
Grazie Paolo, e buon lavoro.

da concita.blog.unita.it

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30/05/2009 22:43

Gioco sporco


Niccolò "Mavalà" Ghedini, avvocato personale del premier e dunque deputato, detta la linea difensiva e stuoli di suoi assistenti - spesso parimenti deputati - eseguono solerti. I giornali di famiglia si incaricano del lavoro sporco: picchiano, insinuano. La strategia è questa: screditare personalmente i «testimoni d'accusa», infangarne la reputazione. Non entrare nel merito delle circostanze provate ma distruggere le prove: siano intercettazioni telefoniche (con una legge, addirittura, se serve) o fotografie: ci sono dirigenti Rai che procacciano ragazze «per il morale del Capo»?. Illegittimo diffondere i testi, al macero. Ci sono foto che mostrano il premier con decine di ragazze giovanissime a seno nudo in altalena? Violata la privacy, sequestrate le foto.

Fingiamo per un momento che non siano enormemente più importanti il processo Mills, All Iberian, la corruzione eletta da trent'anni a sistema. Parliamo solo di quest'ultimo inconveniente senile. Siamo di fronte da mesi, forse da anni - un crescendo peggiorato con l'età - ad un premier che sistematicamente usa il suo enorme potere economico e politico per procacciarsi, tra molti altri benefici privati, ragazze a decine di cui circondarsi nelle festicciole a palazzo. Tutti lo sanno, i protagonisti di questa esibizione di grandeur da basso impero sono migliaia.

Ogni ragazza ha un'amica, che ha un fidanzato, che ha un amico. Le foto sui cellulari circolano senza controllo. Le ragazze sono sempre più giovani: crisalidi sul punto di diventare farfalle. Per prima Veronica Lario, la moglie, ha detto: è un uomo che non sta bene, frequenta minorenni, figure di vergini che si offrono al drago. Libero l'ha messa in prima pagina a seno nudo, foto di scena giovanili, col titolo «Velina ingrata». Nessuno dei figli ha reso in quell'occasione dichiarazioni pubbliche.

L'ex fidanzato della ex minorenne Noemi ha rivelato la data dell'avvento nella sua vita di Silvio Berlusconi: 2008.

Gli avvocati e i giornali del premier lo hanno aggredito personalmente senza mai smentirlo: ha precedenti penali, si è fatto pagare. Dal testo si evince che Repubblica non l'ha pagato, Novella 2000 ha smentito, il Giornale gli ha dato 500 euro. L'unico ad aver pagato è dunque finora il Giornale. Il fotografo sardo che custodisce centinaia di scatti di ragazzine in villa è da ieri indagato, le foto sotto sequestro. Non avendo altro a cui attaccarsi Libero ha titolato ieri in prima pagina «Pure Concita al servizio del Cavaliere». L'argomento è che pubblico libri con Mondadori.

La prima casa editrice di questo paese, come Einaudi, esistevano prima di Berlusconi e gli sopravviveranno. Ho un rapporto personale con Cristina Mondadori da quando, negli anni Ottanta, vinsi la prima edizione del premio giornalistico intitolato a suo marito Mario Formenton: fu quella borsa di studio a portarmi nei più grandi giornali europei e poi a Repubblica dove ho lavorato vent'anni. Con Cristina Mondadori ho condiviso il lavoro per una fondazione dedicata ai bambini affetti da malattie congenite, vicende personali ci accomunano. I proventi dei miei libri vanno ad associazioni che di questo si occupano.

Sono vicende personali, queste sì. Provo un poco di imbarazzo per i colleghi che con tanta leggerezza le sollevano senza sapere cosa toccano. Mi scuso di aver abusato di questo spazio per rispondere, non accadrà più.

da concita.blog.unita.it
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« Risposta #29 il: Giugno 13, 2009, 09:30:08 »

12/06/2009 22:18

La morale dei sultani

Concita De Gregorio

La questione è questa. Siamo diventati un Paese in cui il rispetto delle regole, persino quelle semplici della buona educazione e del rispetto degli altri, è completamente in disuso. Le leggi e i tempi li detta il sultano che del resto li vìola quando gli pare e piace e li modifica a suo uso, dunque così fanno i sudditi. Nel loro ambito, certo, ma lo fanno e considerano da sciocchi non farlo: da perdenti, da moralisti, da poveri. È l'andazzo generale, è lo spirito del tempo. Ecco che persino il normale gesto di Fini - annullare un incontro dopo due ore di ritardo dell'invitato - diventa una specie di simbolo della resistenza. L'invitato era Gheddafi, atteso alla Camera da Fini D'Alema e Pisanu oltreché da decine di parlamentari e ospiti del convegno in agenda. Anche Gheddafi - che non è un sultano ma un colonnello - in generale fa come gli pare: d'altra parte è una delle caratteristiche proprie dei dittatori, per quando indicati dalle biografie ufficiali come «dittatori buoni». Perciò non gli deve essere nemmeno passato per l'anticamera del pensiero l'idea di avvisare. Stava male - abbiamo appreso dopo - o forse aveva la preghiera. Comunque: aveva deciso di non andare e non deve spiegare a nessuno, Gheddafi fa come vuole. Una parte degli italiani lo troverà senz'altro un esempio inarrivabile, la versione perfetta di modelli minori. Ad altri piace meno ma lo dicono poco: convenienza, timore, in qualche raro caso convinzione. Così è sembrata proprio una ribellione, quella di Fini. Accidenti: qualcuno dice no. Un respingimento di Stato, ma senza scherzare troppo su quei disperati che dalla Libia anziché con le amazzoni al seguito ci arrivano in barcone, in mare muoiono e se non muoiono tornano indietro. Persino Casini, moderato per statuto, ha osservato che «va bene i soldi e gli interessi, ma la politica è fatta anche di valori e princìpi». Anche, effettivamente. Ci sarebbe poi da dire dell'incontro avvenuto prima che Gheddafi si sentisse male - o che dovesse pregare - con la ministra Carfagna e le donne «di successo» italiane alle quali il colonnello ha dato lezioni di femminismo: nei paesi arabi le donne sono «pezzi di mobilio», ha detto. Qui si è opposta Rosy Bindi: prima di parlare di diritti delle donne bisognerebbe che la Libia ratificasse la Convenzione internazionale sui diritti dei rifugiati. Lo so, sarà bollata come una disfattista. Non capisce l'importanza della posta in gioco, sottilizza. In Iran lo sfidante moderato Moussavi annuncia la sua vittoria contro Ahmadinejad, poco dopo l'agenzia di Stato ribalta il risultato: ha vinto il presidente uscente. Sono momenti in cui diventa chiaro a cosa servano l'opposizione e la libera informazione.


Da noi in Italia è per adesso ancora molto chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Il Pd, per esempio, ha perso molte amministrazioni locali. Tuttavia in tanti altri casi ha vinto, inaspettatamente e in luoghi «ostili»: se ne parla meno. Siamo andati a vedere cosa sia successo dove il Pd ha battuto il centrodestra a dispetto dei pronostici o è cresciuto fino a sfiorare il sorpasso. Magari ad osservare bene si capisce meglio quale sia la formula, la combinazione vincente. Si ascoltano le storie, si prende nota, chi ha da imparare può eventualmente farlo.

da unita.it
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