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Autore Topic: Concita DE GREGORIO  (Letto 27437 volte)
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« il: Gennaio 15, 2008, 11:59:47 »

CRONACA

IL RACCONTO.

Prime proiezioni per "Biùtiful cauntri" documentario shock sull'ecomafia in Campania

Le campagne di camorra e diossina dove i bimbi giocano tra le carcasse

Tonnellate di veleni scaricate nei terreni e nelle falde idriche da industriali senza scrupoli, soprattutto del Nord

di CONCITA DE GREGORIO

 
C'E' una scena, in "Biùtiful cauntri", in cui due bambini giocano con le carcasse degli agnelli. Non è proprio chiaro se stiano giocando o se li stiano trascinando per buttarli via con una familiarità tale, tuttavia, che sembra giochino: li agitano tenendoli per le zampe come fossero bambole di stracci, li fanno volare, ridono. Gli agnellini sono candidi e minuscoli. Sono morti per eccesso di diossina nel sangue. Un camion passa la sera e raccoglie di casa in casa, di baracca in baracca questo particolare tipo di rifiuti: gli animali morti.

Il camion che ritira i sacchi con gli agnelli di Patrizia e Mario è già carico: ha due bufale, dentro. Morte per diossina, appena raccolte lungo la strada. In una scena di poco successiva la madre prepara ai figli dei panini bellissimi a vedersi: pane, prosciutto crudo e mozzarella. Il prosciutto sembra di velluto, la mozzarella a tagliarla rilascia il suo latte. La telecamera indugia con lo zoom. I bambini sono felici. Che bei panini. Saranno di certo buonissimi. La famosa mozzarella di bufala campana: "Femos in de uord".

Se l'Italia non fosse l'Italia ma un paese minimamente reattivo, se gli italiani andassero a vedere i documentari anche quando non sono di Michael Moore, se la televisione comprasse i diritti e mandasse in onda lavori come questo al posto delle gare di pacchi e se poi col satellite "Biutiful cauntri" arrivasse in Europa e nel mondo anche un qualunque spettatore tedesco, inglese, anche un giapponese pronto a partire per le vacanze a Pompei rinuncerebbe e penserebbe quello che pensiamo noi in questo preciso istante: che la mozzarella campana non solo non bisogna pagarla più delle altre ma non bisogna proprio mangiarla più e speriamo che non faccia troppo male quella mangiata finora.

Vediamo, poi, se il crollo del mercato alimentare e del turismo potranno quel che vent'anni di politica non hanno potuto. Di ricotta e mozzarelle si muore dicono le immagini limpide e asciutte del film, perché questo è un posto dove la camorra con la complicità dei politici locali e degli imprenditori di tutto il paese (hanno accento del Nord tutte le voci intercettate nelle telefonate) ha scaricato per anni sul terreno, nei fiumi, nei tombini aperti col piede di porco e quindi nelle fogne, nei fiumi e nei campi tonnellate di amianto. cobalto, alluminio, arsenico, milioni di quintali di sostanze tossiche e proibite che le stesse voci del Nord (ridendo, quasi sempre, al telefono) annunciano di aver appena spedito perché siano seppellite "alla cifra convenuta" e senza dare nell'occhio con le popolazioni che poi "rompono le palle".

Che seccatura tutti questi che prima di essere avvelenati "rompono le palle" invece di morire in silenzio come le pecore. Ecco: tonnellate di metri cubi di percolato nerastro e velenoso che hanno infiltrato la falda acquifera (i contadini lo sanno; infatti nel film annaffiano le piante con l'acqua minerale) e i campi dove si coltiva la patata doc di Acerra, i pomodini che al mercato di Torino si vendono più cari perché vengono dalla terra del sole, i finocchi e l'insalata.

Allora: le mucche, le bufale e i vitelli che pascolano accanto alle discariche muoiono per la diossina. Le discariche sono ovunque, prevalentemente abusive. Le persone che mangiano quelle mozzarelle, per esempio i bambini del film così contenti del panino, hanno una fibra più forte degli agnellini e non si accasciano sulle zampe, non restano accucciati agonizzanti per giorni ma non è che non si avvelenino: si avvelenano anche i bimbi. Per le persone non c'è un camion che passi a prenderle la notte: gli ospedali, però, sono pieni. Il puzzo nell'aria non è solo puzzo: è veleno, qui si muore di tumore.

Esmeralda Calabria (debutto alla regia, ha lavorato al montaggio con Moretti, Placido, Piccioni, Archibugi), Andrea D'Ambrosio (suo il documentario "Pesci combattenti" sui maestri di strada) e Peppe Ruggiero (curatore del rapporto Ecomafie di Legambiente Campania) sono gli autori del documentario che ha avuto al Festival di Torino la menzione speciale della giuria e che si proietta stasera al cinema Modernissimo di Napoli, domani al Nuovo Sacher di Roma, serate solo a inviti.

Nelle sale dovrebbe uscire entro febbraio, ma non bisogna dare niente per scontato: in fondo si parla pur sempre di politica corrotta e di camorra, ci sono voci e volti di tutti, il sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, l'Impregilo di Cesare Romiti raccontata per filo e per segno, l'incredibile appalto che ha avuto e chi glielo ha dato, ci sono le voci delle vittime e dei carnefici e non tutti parlano con lingua del posto, c'è l'elenco dei sette commissari straordinari in tredici anni e c'è anche Bassolino.

Ci sono le immagini, principalmente. Ci sono quelle nuvole nere quei sacchi che figliano liquame a terra: le immagini quando le vedi non te le dimentichi più. Come i bambini che giocano tirandosi addosso le carcasse degli agnelli morti. Poi hai voglia ad ingaggiare pubblicitari all'ente del turismo, hai voglia a spruzzare tre volte al giorno deodorante con gli elicotteri. Se se ne accorgono all'estero addio export di mozzarella. Bisognerà mangiarla noi o magari mandarla in Africa con una missione umanitaria. Scriverci sopra made in Italy, però: e biutiful cauntri.

(14 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #1 il: Gennaio 24, 2008, 09:44:25 »

POLITICA IL RACCONTO

Il giorno più lungo degli amici-nemici

di CONCITA DE GREGORIO


E' la giornata dei risentimenti. Personali prima che politici o tutte e due le cose insieme che ormai è lo stesso in una crisi di governo originata da una questione di famiglia.

Mastella, sua moglie incriminata, la vita politica che salta per aria per "amor coniugale", per così dire. Risentimenti antichi e recenti, fra amici e fra nemici: il più vistoso di tutti oggi è quello fra Prodi e Veltroni, seguono quello di Dini verso gli alleati ingrati, quello di Diliberto inascoltato, Fisichella sottovalutato, Casini troppo a lungo isolato. Il più risentito di tutti è Mastella, ovviamente: Mastella devoto al Papa a Bagnasco, ora che pareva che il signore di Ceppaloni tornasse nella casa a centrodestra Berlusconi e Casini se lo rimpallano come un invitato inatteso: prendilo tu, no grazie tu. C'è da innervosirsi, effettivamente.

Se stentate a seguire, se non riuscite a capire quel che sta succedendo nelle nebbie dei Palazzi state sereni, per una volta: siete in numerosa se non buona compagnia. Alle nove di sera, ieri sera, nemmeno i ministri lo sapevano. Mussi, Fioroni, Bindi, il vice di Padoa Schioppa Vincenzo Visco interrogati dai cronisti sul senso della giornata e sulle intenzioni di Prodi allargavano le braccia dando ciascuno una risposta diversa: Prodi agirà secondo coscienza, no secondo convenienza, no secondo le indicazioni di Napolitano il Presidente. Santagata, il più prodiano dei ministri, si domandava "che convenienza avrebbe il presidente a dimettersi dopo aver incassato 51 voti di maggioranza alla Camera: per dare soddisfazione a chi?". A Veltroni, forse? A chi vuole sostituirlo? Ecco: a chi conviene?

Bisogna allora ripartire dalla cronaca di una giornata infinita che comincia con Napolitano e con Napolitano finisce. Isolare qualche fotogramma: vediamo. La mattina il capo dello Stato celebra a Montecitorio i 60 anni della Costituzione. Seduta solenne, aula imbandierata. Ci sono tutti: Giulio Andreotti ed Emilio Colombo col bastone, Scalfaro Ciampi e Cossiga, Rita Levi Montalcini accolta in aula da un applauso. Le mogli dei presidenti Napolitano Marini e Bertinotti nel palco sopra i mariti. Veltroni in quello di fronte, fra le autorità ospiti. Il discorso è solenne come si conviene all'occasione. La settima parola è "crisi", la sesta "acuta". Il paese vive un momento di "acuta crisi" e "incertezza politica". Berlusconi sui banchi invia un messaggio col telefonino, Giuliano Amato candidato (con Marini) a guidare il governo istituzionale eventualmente prossimo venturo lo guarda in viso, unico dei ministri voltato verso di lui. Napolitano dice che bisogna fare le riforme, farle con un "concorso di volontà" fuori "dallo spirito di parte". I governi e le alleanze passano, la Costituzione resta. Applausi, compostezza e condivisione come a Montecitorio non si vede mai. Scena seconda: al Quirinale, all'ora di pranzo, sale Prodi. Napolitano invita il presidente del Consiglio a dimettersi prima di essere sfiduciato al Senato, riferisce chi è informato del colloquio. Prodi risponde che vuole prima vedere cosa succede alla Camera. Scena terza, la Camera. Finirà con 51 voti a favore del governo, inizia con le dichiarazioni di voto.

Per l'Udeur di Mastella parla Antonio Satta.

Contrariamente all'annuncio della vigilia non chiede la sfiducia né annuncia voto contrario: i deputati assenteranno, annuncia. E' molto diverso: non è un no. Il discorso di Satta è pieno di omaggi al Papa e al Vaticano, dice che "la linea moderata dell'Udeur è stata mortificata dagli alleati", fa lui per primo riferimento a Veltroni e all'ormai celebre discorso di Orvieto in cui il leader Pd ha annunciato che alle prossime elezioni correrà da solo, senza i "piccoli". Prodi prende appunti. Seguono, in diretta tv così che gli italiani sappiano, altri cinque interventi che indicano in Veltroni il responsabile della decisione di Mastella di uscire dal governo: Diliberto, esplicito. Maroni: i suoi inalberano ad uso dei fotografi la Padania che dice "Elezioni". Casini ("il segno del fallimento del suo governo l'ha dato Veltroni"), Fini. Il clima è tale che Soru capogruppo dell'Unione è costretto a dire che "non ci sono agenzie di stampa" che confermino che il Pd sia contrario all'alleanza di governo. Ilarità fra i banchi di centrodestra.

Quando parte il voto per chiamata nominale in Transatlantico è già in fase avanzata la conta (il mercato) dei voti per l'indomani al Senato. Bordon voterà sì, Pallaro l'argentino non viene. Fisichella vota no ("Forse memore del suo passato", commenta Fini). La Svp sì ma resta "fuori dai blocchi". Andreotti dice che Prodi ce la farà (vota sì) e così pure Cossiga, che attribuisce il possibile successo a "un virus di walterveltronite" tra i banchi di Forza Italia. Dini vota no anche perché spera che un possibile incarico nel nuovo governo tocchi a lui. Il diniano D'Amico dice sì, invece. Conta e riconta i voti non è certo che ci siano, anzi. D'Alema oggi non sarà in aula col governo, va ai funerali di Boldrini a pronunciare l'orazione funebre. Gli uomini di Fassino riassumono: la maggioranza al Senato è quanto mai incerta meglio sarebbe se Prodi rinunciasse alla prova in aula e si dimettesse prima. Nessuno lo dice, tutti lo mormorano. Fioroni il ministro commenta che "con una maggioranza di 51 voti alla Camera è difficile dimettersi", Prodi che convenienza avrebbe, a questo punto meglio giocarsi il tutto per tutto. Bindi osserva che "sarebbe uno sgarbo per il Senato non sottoporsi al voto".

I prodiani vogliono andare fino in fondo. Bossi dice che Prodi "ha chiesto il voto a Maroni e Calderoli", non è credibile, tutt'al più l'ha chiesto, e ad alta voce, a Bruno Tabacci che allargando le braccia gli ha risposto di no. Casini aspetta di capire quale legge elettorale sia eventualmente proposta: se una che conviene all'Udc o meno. Gianni Letta, come sempre, si incarica delle trattative riservate: un governo Prodi per fare le riforme e voto a giugno. Il presidente del Consiglio si prende la notte per averne consiglio. Sarà stamattina da Napolitano, di nuovo: un passaggio al Colle prima di andare in aula coi conti aggiornati al minuto. Berlusconi gongola. Se non fosse per la madre così malata (domani il compleanno, 97) sarebbe davvero un giorno di gloria.

(24 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Agosto 26, 2008, 06:37:47 »

Il nostro posto

Concita De Gregorio


Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.

Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.

Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.

Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.

Pubblicato il: 26.08.08
Modificato il: 26.08.08 alle ore 12.44   
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« Risposta #3 il: Agosto 28, 2008, 09:14:01 »

La lezione di una donna

Concita De Gregorio


Si può perdere vincendo. Guardate, si fa così: si sale sul palco, si saluta e si sorride, si dimenticano diciotto mesi in sette passi, si arriva al microfono e si nomina per venti volte in venti minuti l´avversario, si chiede che neanche un voto vada perso e si ricevono in cambio 39 applausi della sala in piedi. Sembra una semplice equazione matematica eppure nessuno al mondo ancora aveva trovato la formula. Hillary Clinton in venti minuti ha portato la politica dieci anni avanti. Cento, se pensiamo a noi. "Barak Obama è il mio candidato e deve essere presidente. Voglio che vi chiediate: avete votato per me o per chi deve vivere col salario minimo, per chi è ammalato e non ha soldi per curarsi, per gli invisibili di questo Paese?". Per chi avete votato: per una persona o per un progetto? Certo: Hillary è stata sconfitta. Certo: avrebbe preferito vincere. È vero: la convention è solo uno spettacolo retorico. Però c´è una ragione se l´America e il mondo si lasciano incantare da una donna talmente forte da potersi permettere di piangere, una che cade e si rialza senza un lamento. È una lezione difficile da imparare e così semplice da capire: "È ora di riprenderci il Paese che amiamo", c´è un solo modo per farlo. Un solo modo per vincere.

Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 10.50   
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« Risposta #4 il: Agosto 30, 2008, 11:38:43 »

Una mossa a sorpresa

Concita De Gregorio


Il contropiede di McCain, in fondo prevedibile, è stato andarsi a prendere quello a cui Obama aveva appena rinunciato: una donna capace di far dimenticare Hillary. Questa Gelmini d’Alaska di nome Sarah Palin si nutre di hamburger d’alce e guida l’idrovolante, la chiamano “Sarah Barracuda”: è stata reginetta di bellezza, coi soldi del premio ha studiato e preso due lauree, ha giocato a basket da capitano con una caviglia fratturata (ha vinto, ingessata), ha sposato un eschimese miliardario campione di motoslitta, ha fatto cinque figli di cui una down (lo sapeva dall’amniocentesi), l’ultima bambina è nata ad aprile. Nel frattempo è diventata governatrice d’Alaska, la prima donna e la più giovane avendo ella 44 anni, tre meno di Obama. È contro l’aborto e a favore della pena di morte, incoraggia l’uso privato delle armi e l’allattamento al seno dei neonati. Riassumendo. La somma aritmetica delle età dei due candidati e dei loro vice torna pari: McCain (72) più Palin fa 116, Obama più Biden (65) fa 112. L’effetto-donna lo incassa McCain. C’è inoltre da supporre che Sarah Barracuda non ostacolerà il progetto di scavare più pozzi di petrolio in Alaska, la proposta repubblicana alternativa al nucleare indicato da Barack come via di fuga dalla crisi. Attenzione. I sondaggi fibrillano: un’altra lezione da proverbio della nonna potrebbe arrivare a guastarci la disputa su chi fosse meglio fra i campioni democratici. Fra i due litiganti, speriamo di no.

Pubblicato il: 30.08.08
Modificato il: 30.08.08 alle ore 8.19   
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« Risposta #5 il: Agosto 31, 2008, 10:38:22 »

Album di famiglia
Concita De Gregorio


La Lettera
Leggo la risposta di Romano Prodi a Berlusconi riguardo alle intercettazioni sul caso Italtel: «Non vorrei che si creasse un caso per cambiare la legge. Le norme attuali servono ai giudici. Si pubblichino pure tutte le mie telefonate». In un´Italia sull´orlo del baratro dove imperversano tentativi di delegittimare la magistratura, di imbavagliare i giornali, di far sparire ogni opinione contraria, di uscire indenni da processi legittimi leggere queste parole mi ha davvero colpito. Ripenso ai viaggi fatti senza autista guidando la propria auto, alle leggi per le quali un capo di governo non può tenere per sé i regali ricevuti in occasione di visite ufficiali all'estero. Di quel modo di andare dritto ai problemi, senza cercare facili consensi e senza illudere nessuno. Grazie Prodi per questo ulteriore e necessario insegnamento. Personalmente ne farò tesoro. Sarebbe bello che accadesse anche a chi ci governa, che ci riflettesse chi dovrebbe fare opposizione.
Mauro Del Nero




* * *

«Si pubblichino pure tutte le mie telefonate» è una frase che qualunque uomo pubblico dovrebbe poter dire. Sappiamo fin troppo bene che non è così ed è d´altra parte anche vero che c´è una differenza fra quel che si dice (al telefono, in privato) e quel che accade poi davvero: c´è una distanza fra l´esibizione di sé e la propria reale consistenza, tra le parole e i fatti. Alcuni millantano, alcuni temono, certi altri blandiscono. Bisogna poi vedere, in concreto, le conseguenze delle minacce e delle promesse: è ovvio. Tuttavia, come scrive Maria Giorgianni da Aversa, la frase di Prodi ci riporta «a quel che ci dicevano da bambini e che ripetiamo ai nostri figli: male non fare paura non avere». I lettori hanno spesso la capacità di andare con poche frasi semplici ­ non le parole della politica, le parole della vita ­ al cuore delle cose. «Prodi ha vinto due volte le elezioni, quando ha perso si è ritirato», scrive Fulvio Sereni da Torino. Una cosa semplice, un fatto. C´è molto bisogno di questo, si vede. C´è bisogno di ritrovarsi sulle questioni elementari, imparare l´alfabeto daccapo e dare un nome ai colori. «Non è caduto nel tranello teso da Berlusconi e dai suoi giornali, non ha scelto la strada facile dell´indignazione, quella che la mia famiglia non si tocca», si chiude la stessa lettera. La difesa della famiglia: la nostra memoria tampone è ormai ridotta alla settimana in corso ma qualcuno ricorda, invece, che sulla moglie di Mastella è caduto il governo. Su quella di Berlusconi, esibita ieri in foto sotto la tenda di Gheddafi, si stringono intese per miliardi di dollari in petrolio. Belle le immagini della signora e del neonato, complimenti. Peccato per il non detto, presidente: pubblicate pure tutte le telefonate, anche le mie.

Pubblicato il: 31.08.08
Modificato il: 31.08.08 alle ore 11.45   
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« Risposta #6 il: Settembre 03, 2008, 06:19:41 »

Ingrid e Rita

Concita De Gregorio


Ancora vive. Rita Levi Montalcini e Ingrid Betancourt si raccontano qui, nella penombra di questo corridoio, la gioia di essere ancora vive e dunque di potersi parlare all’orecchio e di stringersi le mani, di sorridersi e di piangere, di chiedersi come si fa a resistere, di dirsi e tu come hai fatto quando c’erano i nazisti? E tu come hai fatto nella giungla? A cosa pensavi, chi pregavi, dove abita la tua forza in questo corpo gracile, e la tua in questo sguardo di luna? Come ti hanno trattata? E a te? Hai avuto paura di morire? Mille volte, anzi sempre, ma invece no alla fine, guarda: no. A pensarci bene non ho avuto paura mai. La vera prigione sono gli altri, sono gli uomini attorno. Vuoi una tazza di tè? Sì grazie. Mostrami il tuo braccialetto d’oro. E tu il tuo, quello di bottoni: è bellissimo. Che donna straordinaria. Che donna straordinaria tu. È stato difficile? Sì, lo è stato. Dimmi del Nobel. No, dimmi piuttosto del tuo.

Sono le cinque del pomeriggio, suonano alla porta. Due mesi prima di essere sequestrata dalle Farc Ingrid Betancourt aveva inviato al premio Nobel il suo libro, «Forse mi uccideranno domani», e le aveva chiesto di incontrarla nel suo imminente viaggio in Italia. Montalcini le aveva risposto che l’avrebbe vista con piacere, avevano stabilito il giorno, fissato in agenda. Poi il rapimento. È stata Ingrid, ora in visita a Roma, a chiedere di poterle fare visita: di mantenere l’impegno. Sono passati sei anni. Oggi Rita Levi è sola in casa con la governante Giovanna, novantenne, e il segretario. Lui apre la porta. Betancourt è con la madre Yolanda. Le due donne si vengono incontro, si abbracciano a metà del corridoio, in penombra. «Sono contenta di essere viva per conoscerla», dice Ingrid all’orecchio dell’ospite. Rita Levi Montalcini si discosta e le sorride, le prende in mano le mani: «Mia cara, sono io che sono contenta di essere ancora viva per conoscerla. Che regalo, non trova? Farò cento anni in aprile. Di meglio non potevo sperare».

Siedono sul divano di velluto giallo, si parlano in francese. «Non sento molto bene purtroppo, il mio udito si è consumato», dice Rita. «Non così il suo sguardo, che è magnifico», risponde Ingrid. «Mi dica, cara. Mi racconti della sua vita nella giungla». «No la prego: prima di parlare di me mi dica di lei. Di cosa si sta occupando, di cosa si occuperà in futuro?». Montalcini racconta delle sue ricerche, del «ngf factor» che le ha dato il Nobel: spiega cosa sia, quali gli sviluppi possibili ma subito torna a ciò che le unisce. Come sia successo tutto questo, come siano arrivate fin qui. «Essere considerata di una razza inferiore è stata la mia forza. Io sono ebrea, durante il nazismo non potevo andare all’università, dovevo nascondermi. Così è stato nella mia camera da letto che ho studiato e che ho scoperto quello che mi ha portata a Stoccolma. In una sorta di prigione, ma pensi che fortuna: non mi importava di morire, mi importava di studiare e di camminare lungo un cammino che continuerà dopo la mia morte. E lei, cara Ingrid: come ha fatto a resistere nella prigione della giungla?». La prigione sono gli altri, dice Betancourt: «La prigione sono gli uomini attorno a te, i loro sguardi, i loro gesti. È proprio così: per sopravvivere non bisogna pensare a se stessi ma agli altri, all’amore di chi è lontano, al dopo. A quel che resta da fare. Dio mi ha dato la forza. Ho trovato la forza nel pensiero dei miei figli, di mia madre». L’hanno trattata bene, chiede con pudore Montalcini. Betancourt abbassa la testa e la scuote. No, non mi hanno trattata bene. «Ho scoperto qualcosa che non sapevo. Un uomo con le armi che ha potere su uomini e donne senz’armi perde l’umanità, la logica, la pietà. Può diventare ignobile, diventa ignobile. La sopraffazione non conosce regole né confini, è assoluta, bestiale. Ma per favore, parliamo di lei non di me. Mi dica: come ha resistito durante la persecuzione nazista?»

Senza avere paura, risponde Montalcini «Essere ebreo o islamico, uomo o donna, di una fede politica o di un’altra non conta: conta come ciascuno agisce. Io ero sicura che sarei morta ad Auschwitz, è un miracolo che non mi abbiano deportata sono salva per caso. Passammo la frontiera a piedi con la mia famiglia e non ci scoprirono. Un caso. Potevo morire ma non ho mai pensato a me, alla mia persona, alla mia morte. Lei ci ha pensato?». Sì, ci ho pensato. «Ero sicura di morire. In certi giorni, terribili, ne sono stata certa ma non me lo sono mai augurata davvero. Mai, nemmeno nei momenti che non posso raccontare. Avevo i miei figli». Come è stato ritrovarli dopo tanto tempo: facile, difficile? «Né l’uno né l’altro: è stato magnifico». Mi mostri il suo braccialetto, adesso: posso vederlo? «Eccolo. L’ho fatto coi bottoni della mia casacca e coi fili della tracolla che regge le armi dei sequestratori. È un rosario. Guardi, può tenerlo, lo tenga. E il suo invece, così prezioso?». Il mio è un bracciale che disegnai per la mia gemella Paola, «poi era troppo pesante per lei, da quando non c’è più lo porto io: guardi, può tenerlo. Ma piuttosto, mi dica. Come ha vissuto questi sei anni?». Betancourt gira il bracciale d’oro e pietre preziose tra le mani, Montalcini tiene il rosario di bottoni: «Ogni giorno, con gli altri prigionieri, ci dicevamo “non lamentiamoci oggi perché domani sarà peggio”». Era vero: è stato sempre peggio. Ho cercato cinque volte di fuggire, cinque volte mi hanno ripresa e dopo è stato molto, molto peggio. Ci si lava nei ruscelli, si mangia dagli alberi, non esiste l’igiene personale, un momento di solitudine: mai». E la speranza? Chiede Montalcini. «La speranza non finisce. È incredibile, è una specie di miracolo ma la speranza non muore davvero mai. Però non voglio affliggerla col mio racconto, mi dica invece: quali sono i suoi progetti?». Il Nobel racconta: «Non dormo, mangio pochissimo, lavoro sempre. Sapendo che la fine deve essere vicina sto approfittando di ogni ora. Il mio cervello è meglio di quando avevo vent’anni. Sto per partire per un convegno in Galilea, un convegno scientifico. Mi occupo dell’istruzione delle donne africane, ho dato seimila borse di studio. E lei? Tornerà a fare politica?». Non subito, non ora, non nella forma che conoscevo prima, risponde Betancourt. «Non posso dire mai più perché mai più ho disimparato a dirlo, è una formula senza senso che dovremmo bandire. Non adesso. Non posso tornare in Colombia, troppi problemi di sicurezza. Non voglio, d’altra parte, dividere i colombiani. Non mi piace la politica che genera odio. Bisogna saper perdonare, piuttosto. Bisogna trovare un altro modo, guardare avanti. Ora quel che devo fare è riprendere in mano la mia vita. Ritrovarla. I miei figli li ho lasciati bambini, lo ho ritrovati adulti. Vivrò tra Parigi e New York, con loro, per un tempo. Proverò a capire qual è il mio posto. La battaglia non finisce, certamente. Ci sono ancora 26 persone sequestrate dalle Farc. Dobbiamo trovare il modo di ascoltare le Farc senza puntare il dito contro di loro. La Colombia non ha bisogno di guerre fratricide. Penso a mio padre, mentre dico questo: mio padre è morto un mese dopo il mio sequestro. Era un uomo straordinario. Avrei voluto che vivesse, come lei, cento anni. Gli devo uno sforzo ulteriore, adesso. Devo lavorare a unire, a cucire: lo farò». Anche a costo di rischiare ancora?, chiede Montalcini. «No, bisogna rischiare senza azzardo», sorride Betancourt mentre le stringe le mani. «Il libro che le inviai si intitolava “Forse mi uccideranno domani”. Lo avrebbero fatto volentieri, lo so con certezza. Avrebbero voluto uccidermi ma non ci sono riusciti. È anche per questo che sono qui oggi. Qui da voi in Italia, da chi mi ha così tanto sostenuta: i vostri giornali, il vostro sindaco di allora Veltroni, la Provincia che oggi mi ospita e che mi tratta come una regina. Non lo merito ma dico, e ne sono certa: non mi hanno uccisa per la pressione internazionale che chiedeva conto di me. Siete voi che mi avete salvata».

Montalcini ha lo sguardo lucido, prende un suo libro intitolato «Elogio dell’imperfezione» - una traduzione in francese - glielo porge. La governante Giovanna ha preparato dei dolcetti di burro. «Io non ho doni per lei, me ne scuso», dice Betancourt. La centenaria le sorride come si fa coi bambini, le stringe il capo tra le mani e la bacia: «Ci sono sessant’anni di differenza, fra noi, eppure mi sembra che non ci sia un minuto. Coraggio, Ingrid, avanti. Non siamo noi che l’abbiamo salvata. Si è salvata da sola. Ciascuno si salva nel coraggio di seguire il suo orizzonte. Lei merita il Nobel più di me. Così bella, così ferma. Ci rivedremo ancora, ne sono certa. Verrò a trovarla a Parigi». A ciascuna il suo bracciale, adesso. Tenga il suo, grazie e lei il suo. A ciascuna la sua vita, la sua storia.

Pubblicato il: 03.09.08
Modificato il: 03.09.08 alle ore 13.02   
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« Risposta #7 il: Settembre 05, 2008, 03:44:42 »

Onora la madre

Concita De Gregorio


Sarà un limite, ma mi sfugge del tutto la ragione per cui dovremmo sapere chi è il padre del bambino di Rachida Dati. Sarà un eccesso di discrezione, ma mi fa impressione vedere sulle prime pagine dei giornali le foto di Josè Maria Aznar (un ex primo ministro belloccio, certo dipende dai gusti, comunque un uomo dotato di potere oltrechè di moglie in carica) associato, anzi sovrapposto con indelebile allusione all’immagine del ministro di Giustizia francese e del suo ventre rotondo. Sarà pochezza, sarà anche demagogia che è ormai l’etichetta per ogni sussulto di residuo buon senso ma mi pare che altre emergenze, altre drammatiche permanenze meriterebbero lo spazio dei nostri quotidiani. Poteva esserci chiunque, in quella foto sovrapposta. D’Alema, Schroeder, Putin ma perché non l’idraulico, il vicino di pianerottolo, l’amico d’infanzia. Ecco: perché non l’idraulico? Ma è ovvio: perché ogni donna che acceda a un posto di potere deve essere l’amante di qualcuno. È così rassicurante: conferma l’ordine naturale delle cose. Amante di Sarkozy, per esempio: la soluzione più facile. Che altro motivo avrebbe avuto il primo ministro di Francia di nominarla ministro se non per ripagarla dei suoi favori? Del resto da noi non si usa così? Dati ha detto: “La mia vita personale è molto complicata”. Come quella di chiunque, del resto. Poi: “Non sono malata, continuerò a lavorare”. Tradotto: sono fatti miei e sto benissimo, che c’è da fare oggi? A nome delle migliaia di donne che entrano in sala parto da sole, milioni. A nome di chi non ha mai visto Aznar. Coraggio, è sempre stato così e non può che migliorare. Possiamo farcela.

Pubblicato il: 05.09.08
Modificato il: 05.09.08 alle ore 11.24   
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« Risposta #8 il: Settembre 07, 2008, 07:49:40 »

Sulla pelle degli studenti

Concita De Gregorio


Sono un insegnante precario meridionale della scuola statale della provincia di Pordenone apprezzato dai miei alunni e dai loro genitori che ogni anno si battono per la mia riconferma. Dall'anno prossimo sicuramente a causa della riforma del maestro unico non lavorerò più (Sergio Catalano)

Comincia così una lunga lettera che racconta come dal tempo del «maestro unico» i saperi si siano allargati e specializzati, le classi cresciute di numero, la presenza di bambini stranieri aumentata, le risorse per il sostegno ai disabili diminuite ma come intatto resti invece il bisogno di chi ha sei anni o ne ha dieci di essere «seguito dalla presenza costante e attenta di uno sguardo adulto». Inoltre, dice il maestro Sergio, «i bambini di oggi non sono più quelli di vent'anni fa». Non lo sono più, non c'è dubbio, e a nulla servirà imporre loro di alzarsi in piedi quando entra l'insegnante, di mettersi il grembiule col fiocco, di imparare il Padre Nostro per obbligo come propone l'assessore veneto, di andare tutti il 4 novembre alla parata come suggerisce La Russa. È il mondo fuori che è cambiato, il mondo che i bambini delle elementari si portano in aula sugli schermi dei videofonini forniti da genitori ansiosi e assenti, di solito ansiosi in quanto assenti, e che gli insegnanti fino all'altro giorno non potevano sequestrare all'ingresso in classe perché sarebbe stato, appunto, un attentato alla proprietà privata. Intendiamoci. Cambiare la scuola ad ogni cambio di ministro è un'antica tradizione che ha prodotto guasti in ogni epoca e sotto ogni bandiera. L'assemblearismo e le «conquiste di libertà» non sempre hanno garantito progresso.

La decisione di non esporre i quadri coi risultati degli esami «per la tutela della privacy» è semplicemente grottesca, dice per esempio in una lettera il professor Mario Mirri da Pisa. Ha ragione. I miei figli hanno fatto le elementari andando uno in prima a cinque anni con la sperimentazione Berlinguer, uno a sette perché è nato a febbraio e la Moratti stabiliva al 30 gennaio il limite di ingresso, uno col tempo pieno, uno coi moduli, uno con la settimana corta l'altro con la giornata breve. Posso dire con certezza che cambia solo il grado di nevrosi dell'organizzazione domestica. Di nevrosi e di bisogno: una donna su cinque, ci dicono le cifre di ieri, quando fa un figlio smette di lavorare. A parte le implicazioni culturali e sociali (enormi) il danno è economico, vorrei dire a Tremonti: il lavoro femminile, per usare il linguaggio berlusconiano, «muove l'economia». Dal punto di vista della didattica però - dal punto di vista dei bambini - quello che conta non sono i voti né i grembiuli. Sono gli insegnanti, le persone. Va bene il grembiule, ha il vantaggio di non scempiare una maglietta al giorno col pennarello indelebile. Vanno bene i voti, i giudizi, il debito o il credito, l'esame a settembre: è lo stesso. Va bene persino farli alzare quando entra il maestro, se la palestra a scuola non c'è almeno si sgranchiscono le gambe. Dev'essere chiaro questo, però: il taglio di 87 mila insegnanti non ha nessuna motivazione culturale. È il taglio di 87 mila stipendi, tutto qui. È un risparmio giocato sull'unica cosa che in Italia funziona ancora meglio che nel resto del mondo: la competenza la passione e il talento delle persone che lavorano nella scuola elementare. Un governo che fa economia sui maestri è irresponsabile. Fa quadrare oggi conti che pagheremo tutti noi domani. L'unica risorsa di cui disponiamo è il futuro. Risparmiare sulla pelle dei bambini è criminale.


Pubblicato il: 07.09.08
Modificato il: 07.09.08 alle ore 8.33   
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« Risposta #9 il: Settembre 14, 2008, 06:08:29 »

Governare col trucco


Sono arrabbiata. Sono fiera di esserlo. La rabbia aiuta a non abituarsi a tutto. Ho sentito le parole del ministro Carfagna. Diceva: «Io provo orrore per le donne che vendono il proprio corpo per denaro». Parlava forse di un suo calendario? No, parlava delle prostitute o meglio: solo di quelle che stanno per strada. Perché non succede niente? Perché non telefoniamo, chiamiamo, bussiamo, usciamo per strada? Forse ci stiamo davvero abituando a tutto.

Laura Guasti, Firenze




Più che altro stiamo cadendo nella trappola magistralmente ordita in anni di politica televisiva da Berlusconi e dai suoi ministri: discutere dei dettagli, attaccarci agli slogan, accapigliarci su una scemenza di facciata senza arrivare mai alla sostanza delle cose. Il grembiule, il voto, la bella cordata di imprenditori che «vuole salvare la compagnia di bandiera», la tassa abolita, l’immondizia sparita, l’esercito per strada che così sei più tranquillo quando esci la sera. Chi non vorrebbe salvare Alitalia, camminare in strade pulite, pagare meno tasse, avere figli che imparano in classe le regole della convivenza e quando tornano a casa che è buio non debbano imbattersi in prostitute abbrutite? La gente di sinistra, forse? E allora che problema c’è: ecco qua il governo del fare, lasciatelo lavorare. La questione, purtroppo, è che è un trucco. È il gioco delle scatole: una bella scatola col fiocco da esibire, l’altra marcia da nascondere. Le tre carte. I limoni legati col nylon alle piante del G8, la calza sull’obiettivo che maschera le rughe. È sempre quel trucco lì, una toppa, e poi via per settimane a parlare del fiocco.

È evidente che lo scopo della proposta Carfagna non è quello di combattere la prostituzione: è un progetto di decoro urbano, il suo. Una questione di ordine, di eleganza dell’inquadratura. L’obiettivo è mostrare strade sgombre di viados. Guardate che pulizia. Se volesse combattere la prostituzione dovrebbe occuparsi della tratta di essere umani, di mafia del commercio sessuale, di chi fa entrare in Italia milioni di ragazzine senza documenti e poi le riduce in schiavitù, di come faccia e di chi glielo consenta. Dovrebbe poi anche occuparsi dell’altra prostituzione, quella tutta italiana e non di strada: la prostituzione «pulita» delle studentesse che ricevono in studi che sembrano quello del dentista e poi la sera vengono a fare la baby sitter a casa tua, ragazze ben pagate e ben consapevoli della loro scelta, del resto motivata dalla richiesta di un esercito di uomini «per bene» che saldato il conto tornano in ufficio. Non lo fa, naturalmente. Allo stesso modo Gelmini esibisce la sua riforma come quella del grembiule e dei voti in pagella, un bel ritorno all’ordine antico: peccato che tagli 90mila posti da maestro e azzoppi la scuola. La scatola vuota e ben ripulita dai debiti della cordata Alitalia, le tasse comunali che cambiano nome, l’esercito che fa la guardia alle discariche ma si dimentica dei treni dei tifosi. È sparita la camorra, a Napoli? Gomorra era uno scherzo? Certo che no, ma conta la foto. Un bell’annuncio, un bel grembiule blu, quattro soldati con la mitraglietta cosa vuoi che sia se poi alle volanti hanno tagliato la benzina. Devono solo stare fermi, tanto. E poi tutti giù a parlare di estetica, pazienza per l’etica.

Concita De Gregorio


Pubblicato il: 14.09.08
Modificato il: 14.09.08 alle ore 8.16   
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« Risposta #10 il: Settembre 21, 2008, 12:03:02 »

Epifani: non permetterò che la Cgil sia messa all’angolo

Concita De Gregorio


Waterloo. Caporetto. Titoli senza troppa fantasia, certo: giusto per capirsi. Il sindacato – la Cgil, tra i sindacati – è arrivato alla fine. Due volte il disastro Alitalia collassa a un passo dalla meta, due volte il dito è puntato contro il sindacato. Sono stati loro, è colpa loro. Un sentimento diffuso, un senso di estraneità alle storiche forme della battaglia sindacale che contagia ormai anche il cinema, nel cinema i registi di sinistra: nel documentario sulla Thyssen di Calopresti i sindacalisti inzuppano la brioche nel caffellatte mentre la Lega fa reclutamento nelle fabbriche, nel film di Virzì sui call center al difensore dei diritti dei precari attaccano i bigliettini di scherno sulla schiena.

Battaglie di retroguardia, conservatorismo miope. È notte, ormai. È la notte fra giovedì e venerdì, Cai ha ritirato l’offerta. Guglielmo Epifani arrotola al gomito le maniche della camicia, la cravatta è allentata. Tiene in mano la lettera datata “Roma, 18 settembre” e indirizzata a Colaninno. Comincia così: «Signor presidente, come d’intesa le confermo la nostra adesione e la nostra firma all’accordo quadro…». Finisce con una firma, appunto: la sua firma. Epifani aveva firmato, Colaninno sapeva dal giorno prima che lo avrebbe fatto: «Come d’intesa», se lo erano detti. «Bisogna stare molto attenti – dice adesso che è davvero tardi con la voce arrochita dalla giornata campale – bisogna davvero evitare di cadere nella trappola di questo governo: è chiaro che a loro faccia comodo dire che siamo stati noi ma non è così. Ecco la lettera, i fatti sono questi. Noi non abbiamo difeso i piloti: abbiamo provato a convincerli. I due terzi del personale di volo non è rappresentato dalla Cgil. Non si poteva arrivare ad un accordo senza di loro. Lei può fare il giornale senza i giornalisti? Ecco, è così. Poi io credo che le ragioni che hanno portato al fallimento dell’intesa siano più ampie di quel che appare: sulla decisione simultanea e unanime dei componenti della cordata devono aver pesato molti elementi, diverso tipo di pressioni a partire dal quadro catastrofico internazionale per finire a motivi di equilibrio politico. Sia come sia: dev’essere chiaro che i piloti hanno sei o sette rappresentanze diverse, sono una somma di corporazioni. C’è stato un tentativo di mettere all’angolo la Cgil che è passato da lì. La Fiat dell’80 non c’entra niente, semmai qui è il contrario».

Sia come sia, Epifani, lei è ritratto oggi come l’esecutore testamentario di un sindacato in agonia: un fatto culturale prima che tecnico. La Cgil frena, ferma, blocca e oltretutto non rappresenta più i giovani, i lavoratori precari che temono di associarsi perché ricattati dalla “flessibilità”: il sindacato così com’è non è più di questo tempo. «È certamente questo il messaggio che si vuole far passare. Questo governo cerca il nostro discredito e non c’è dubbio che lo faccia in un clima generale in cui si prova a fare a meno del sindacato. Però vede: è proprio a questo tentativo che dobbiamo fare argine e dobbiamo farlo partendo dai fatti. La Lega nelle fabbriche, lei dice: benissimo. Però nelle fabbriche votano Lega ma sono iscritti alla Fiom. Non posso dire tutti ma molti, moltissimi. Allora è un altro il problema: è la cerniera fra il sindacato e la politica, fra il sindacato e il partito che si è indebolita. I nostri tassi d’iscrizione sono sempre altissimi, molto più alti che altrove in Europa. Non c’è più un prototipo di lavoratore, la realtà è variegata. Certo: un tempo si arrivava al sindacato attraverso la politica. Certo, le generazioni più giovani sono sottoposte al ricatto del datore di lavoro in nome della flessibilità ed hanno paura di aderire al sindacato. I precari non si iscrivono, è vero: sono spaventati. La campagna ostile al sindacalismo è stata potentissima: è la politica che deve battersi contro questo tentativo di ostracismo». E non lo fa, sottintende Epifani: non lo fa abbastanza. La “cerniera” fra sindacato e partiti di sinistra: quella si è sciupata. «Sono convinto che su Alitalia alla fine Berlusconi ricorrerà all’ennesimo colpo di teatro. È una gestione del paese fatta di continui colpi di scena. Non è così che si tutelano i diritti, non così si conserva la democrazia. Noi abbiamo agito come sempre con senso di responsabilità e mi creda, questa volta in specie con una disponibilità estrema. Prima di suonare il de profundis del sindacato bisognerebbe guardarsi attorno: abbiamo affrontato la questione di cinquemila esuberi in Telecom, sei o settemila saranno quelli di Alitalia, quattromila quelli di Merloni. Quando si parla di quindicimila lavoratori bisogna contare da uno a quindicimila e soffermarsi a pensare che ogni numero è una persona. Ci vogliono ore a contare: uno sono io, uno è lei, provi a immaginare. Altro che Caporetto. Siamo nel pieno della guerra e dobbiamo crederci, dobbiamo restare fermi qui non arretrare di un passo davanti all’offensiva populista. Dobbiamo vincere».

Pubblicato il: 20.09.08
Modificato il: 20.09.08 alle ore 8.16   
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« Risposta #11 il: Settembre 21, 2008, 07:21:10 »

La paura è di destra

Concita De Gregorio


Cara Unità. Sei persone massacrate da chili di piombo nella "Campania felix" raccontata da Berlusconi, la terra salvata dall´immondizia e quindi dall´illegalità. Il governo ci ha detto che la nostra è la nazione più sicura al mondo grazie alla "tolleranza zero" del ministro leghista che siede al Viminale e che spedisce l´esercito a presidiare le città. Quali città? Villa Literno o Grazzanise non fanno parte di questa Italia sotto controllo, linda e pulita? O questa campagna della sicurezza colpisce solo i più deboli e lascia impunita la criminalità vera? È facile prendersela con un bimbo nomade o una ragazza sfruttata su un marciapiede. Meno facile è affrontare Gomorra che come un cancro si mangia il Paese e la coscienza civile di un popolo.

Vincenzo Cosimi

Il governo (il ministro Maroni) è stato ieri chiuso in riunione diverse ore coi capi delle forze di polizia i quali devono avergli illustrato l´esistenza dei clan dei Casalesi, della Camorra in Campania e più in generale della rete internazionale di latitanti che controlla e stabilisce chi debba essere ucciso e quando, si tratti di traffico di droga di armi o di immondizia. Uno, gli hanno detto per esempio, è stato arrestato ieri a Barcellona: viveva lì da nababbo da anni e comandava omicidi. Dunque ora Maroni lo sa, possiamo stare tranquilli. Difatti ha deciso di spostare dal Fontanone del Gianicolo una certa quantità di camionette militari che (immaginiamo controvoglia, il cambio è foriero di rischi) si recheranno in quella terra di nessuno fra Villa Literno e Castel Volturno dove pure, a dispetto della speranza, vive ancora qualche italiano. Quattrocento uomini, ha promesso. Domani, ha detto. Vedremo. La questione è complessa perché il decreto che ha reso le piazze urbane scenari di guerra prevede l´uso dei militari solo nelle città e non nelle campagne. Una sbadataggine: il governo, ora che ha appreso dell´esistenza della camorra, è pronto a rimediare. Maroni si metterà certo in contatto con Borghezio, suo collega di partito ed altissimo esponente della Lega di governo, europarlamentare esperto in sicurezza. Non prima però che costui sia rientrato da Colonia dove, unico politico al mondo, è salito sul palco di una manifestazione neonazista sventolando la bandiera tricolore. La piazza era vuota, la polizia ha bloccato i manifestanti mascherati da SS. È arrivato solo Borghezio, cravatta verde e Padania in mano, a parlare di Oriana Fallaci. I tedeschi l´hanno portato via di peso. Ora quando torna potrebbe essere dislocato anche lui insieme ai quattrocento militari nei dintorni di Grazzanise a fare comizi contro il pericolo islamico: è un´idea. In alternativa Berlusconi potrebbe dire che Borghezio è una vergogna nazionale e chiedere a Bossi di cacciarlo dal partito. Non lo farà perché non ha tempo. Sta lavorando. Prepara la nuova soluzione del caso Alitalia e ha da fare con la sconcia presenza delle schiave nigeriane per strada: combatte la paura dei cittadini onesti. La paura. La fabbrica della paura studiata apposta per farci guardare la pagliuzza, mai la trave. È di ieri una ricerca pubblicata su ‘Science´ da tre universitari usa: la biologia condiziona l´ideologia, dicono. Le persone più inclini a spaventarsi (davanti a immagini o rumori orribili) aderiscono a partiti conservatori. La paura è di destra, s´intitola l´articolo. Siamo a posto. L´alleato della sinistra temeraria è in arrivo. Non serve la politica, che idea fuori moda. Ci salverà la scienza.

Pubblicato il: 21.09.08
Modificato il: 21.09.08 alle ore 12.47   
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« Risposta #12 il: Settembre 28, 2008, 04:45:12 »

Dolce morte grande ipocrisia

Concita De Gregorio


Sono un cattolico che crede che sul tema della fine della vita si ascoltino molto i monsignori e poco i cittadini. Mi hanno colpito le parole di Mina Welby: «Bisogna arrivare a una legge sul testamento biologico che raccolga le dichiarazioni di fine vita non solo per rifiutare alcune cure, ma anche per chiederle». Penso che la libertà di chiedere cure faccia il paio con la scelta drammatica di lasciarsi morire. E ci si lascia morire in tanti modi: smettendo di lavarsi, di cibarsi, di interessarsi a ciò che ci circonda. Una legge può aiutare solo se ci sa mettere al riparo dalle ideologie, dalle demagogie. Una legge che non tuteli gli interessi di chi la fa ma quelli dei malati. Delle persone che vivono coi malati. Di noi.

Alvaro Malerba, Vercelli



Al riparo dalla demagogia. Che meraviglia sarebbe, no?, se per una volta, per questa volta almeno la discussione si concentrasse sull’oggetto – chi sta morendo, chi vive senza vivere - e non sul soggetto, sulla tronfia presunzione di chi pontifica, sul narcisismo di chi vuole un palcoscenico nuovo per dire gonfiando il petto qualcosa di clamoroso e di insolito, i riflettori ancora su di sé e qualche voto, qualche copia di giornale in più. Il dibattito sul testamento biologico è il festival nazionale delle parole a vuoto. Ipocrita fin dalla scelta dei termini: eutanasia non si può dire, non sta bene. Ipocrita alla radice, la più grande delle ipocrisie. L’eutanasia, in Italia, esiste già. Lo sanno bene tutti: i medici e i pazienti, le famiglie a cui è toccato e tocca il dolore di star vicino a chi se ne sta andando o se ne è andato già ma non può morire davvero. Esiste e funziona così: quando un malato terminale non reagisce più, quando la sua vita è solo un calvario di cateteri e di sonde c’è sempre qualcuno, tra i meravigliosi medici che lavorano al confine con la morte, che avvicina le mogli, i figli, i genitori e spiega loro, chiede, prova a capire. Nessuno domanda: volete voi che. No, non è così. Sono pochi, pochissimi quelli che riuscirebbero a rispondere. È enorme il peso della decisione, insopportabile. Allora succede questo. C’è un momento di non ritorno, i medici lo conoscono. Inutile declinarlo qui: quando il drenaggio delle urine rallenta, cose indicibili così. Quando i familiari smettono di parlare tra loro. Ecco, quello è il momento in cui arrivano, una mattina, gli infermieri (persone che hanno scelto di lavorare in hospice, angeli a volte rudi, ma angeli) e dicono con la voce squillante al malato in coma «buongiorno, come va stamattina?». Lo chiamano per nome. Gli raccontano cosa succede fuori e intanto lo spogliano nudo, lo lavano, aprono la finestra e meglio ancora se è gennaio, fanno cambiare aria, raccontano una storia, insaponano, fa freddo, l’acqua sul corpo corre, che buon profumo il sapone, no?, che bello sentirsi puliti. Loro lo sanno bene. Sanno cosa stanno facendo. Cantano, a volte. Non ci si sveglia più da quell’ultimo bagno. Era l’ultima aria quella entrata dalla finestra aperta. Poi la sera, poi la notte, poi basta. Basta andare negli hospice, basta vivere la vita per sapere che è così. Chi maneggia il dolore lo sa. Il Paese è più avanti – sempre - di chi dibatte sulle sue sorti. La realtà è un chilometro oltre l’orizzonte delle parole a vuoto. La vita vera è questa, la morte – succede - un sollievo. Chi la frequenta lo sa. E ora torniamo pure al dibattito: prego monsignore, dica pure onorevole.




Pubblicato il: 28.09.08
Modificato il: 28.09.08 alle ore 14.49   
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« Risposta #13 il: Settembre 30, 2008, 11:52:38 »

Quando l'Amore diventa «Malamore»


Concita De gregorio


Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice «non urli, non è mica la prima». Imparano a cantare piangendo, a suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima.

È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa. (...)
«Le femmine servono ai cuccioli» dice il bambino seduto davanti alla tv, danno un documentario sugli animali. Poi ripete: «Lo sai mamma? Le femmine servono perché devono fare i cuccioli, i maschi da soli non li possono fare».
Non c’è dubbio, i maschi da soli non possono. Però le femmine non «servono» solo a fare i cuccioli, penso di rispondere. Non dico niente, invece. Ci sono cose che non si spiegano con le parole. Lo capirà, lo vedrà, lo imparerà strada facendo. Certo, bisogna sempre ricominciare da capo. A ogni generazione di nuovo. Dimostrare, convincere. A cosa servono le femmine? Sembra proprio, nelle parole di un bambino, l’origine di tutte le questioni. Non sono sicura che a fare la stessa domanda a cento adulti, uomini e donne, si otterrebbero risposte convincenti. «Servono a far più bella la vita» mi ha risposto un amico credendo di dire cosa gradita, immagino sentendosi galante.

Deve essere qui il cuore di tutto. Siamo proprio certi che le femmine servano a qualcos’altro che a fare i cuccioli, a rendere piacevole l’esistenza altrui? E loro, le donne, dietro le parole e i gesti di una sicurezza ogni giorno esibita in pubblico ne sono davvero convinte in privato? Cosa sono disposte a offrire – a sopportare – in cambio della possibilità di dimostrare che no, non servono solo a fare i cuccioli né ad allietare con la loro deliziosa presenza le impegnative vite altrui? Ma soprattutto, perché in fondo sentono, anche quando non lo dicono, di doverlo dimostrare? (...)

Vorrei poter dire che se devi uscire alle cinque per un impegno improrogabile e alle cinque meno dieci la persona con cui dividi l’esistenza ti pone una questione epocale da cui dipende l’esito della tua giornata, della settimana e della vita, ecco, quella è una prova di forza, una forma sottile di violenza che si esercita nel celebre quesito: dimostrami che cosa è più importante per te. Perché si sa che l’amore viene prima di tutto, per le donne è certamente così. Perché se hai interessi fuori, più importante deve essere sempre, tuttavia, l’interesse dentro.Perché se un uomo può dire scusami ma ho da fare e dimenticarsi l’anniversario, la spesa, la festa di compleanno del bambino, la consegna a domicilio, una donna no, non può farlo. o meglio: può, ma paga un prezzo. È normale, no? È nella natura delle cose. Vorrei poter dire che violenza è telefonare otto volte durante un consiglio di amministrazione per chiedere in quale cassetto si trova il termometro ma non posso farlo, naturalmente, perché violenza è massacrare l’ex moglie e buttarla viva in un cassonetto, soffocare l’amante incinta di nove mesi e seppellirla mentre respira ancora, dare un passaggio all’ex ragazza e farla violentare da otto amici per due giorni, picchiare la moglie davanti ai figli nel salotto coi divani bianchi e la mega tv con lo schermo al plasma, convincere che il suicidio sia il minore dei mali, bastonare perché hai messo i jeans, far saltare i denti «perché ti avevo detto di stare a casa e non importa se dovevi andare in farmacia, ti ho detto che da sola non esci». Segregare, umiliare, costringere, esercitare la forza delle mani e non solo la brutalità delle parole. Sparare, certo. Soffocare col cuscino. Usare un corpo e sbarazzarsene, poi addormentarsi tranquilli. tutti fatti accaduti realmente, tutti episodi di cronaca degli ultimi mesi. C’è una gerarchia della violenza, è ovvio. Ci sono reati e ci sono soprusi. C’è un’abitudine, una tolleranza della violenza che è la cosa più spaventosa di tutte. Un’accettazione della fatalità della sopraffazione che non vieta, tuttavia, di chiedersi: ma come mai? cosa è successo, perché è possibile? come mai chi muore non si ribella un anno, un mese, dieci giorni prima di morire? Si muore anche restando in vita, ciascuno lo sa, e la domanda resta intatta.

Questo non è un libro sulla «violenza domestica», sulla violenza esercitata dagli uomini sulle donne nell’intimità delle case e delle vite. È piuttosto una raccolta di storie che gira intorno a un’altra domanda, speculare e opposta: come mai oggi, nell’Italia delle ragazze calabresi che a scuola sono le più brave in Europa, delle figlie delle rivoluzioni sociali, delle manager e delle capitane d’impresa, come mai nel mondo delle trentenni e delle quarantenni che hanno studiato all’estero, che sono cresciute libere, che sarebbero nelle condizioni di esercitare la loro autonomia, delle ventenni che potrebbero aspirare a fare l’astronauta e non la moglie, che non dovrebbero aver bisogno dei soldi e della tutela di nessuno, come mai – ecco – queste donne sono disposte a sopportare? Perché consentono che si eserciti su di loro la violenza, sottile o radicale? Perché subiscono, perché non si ribellano? I dati parlano chiaro, anche se in questo libro non troverete dati ma solo storie. I dati ci sono, e volumi che li espongono anche. Cinque anni di indagini Istat: nove violenze carnali su dieci non sono denunciate, il 96 per cento delle violenze cosiddette minori sono taciute. 96 per cento, quasi tutte. La vergogna, si dice. Ma anche se fosse solo vergogna: vergogna di cosa? Di non essere abbastanza brave a sopportare? Di non aver saputo adempiere al compito stabilito? Di essere macchiate e indicate dalla riprovazione sociale? La paura, si dice anche.

Ma se vale per chi non ha nulla e teme di perdere quel poco che resta, come si spiega allora l’epidemia di massacri e omicidi nelle classi alte e medio alte, il medico che avvelena la moglie con un farmaco volatile e torna a operare, il direttore artistico del teatro che la bastona e la chiude viva in un sacco per i cappotti, l’imprenditore dotato di auto fuoriserie che istiga i figli a scrivere sul muro del salotto «sei una perdente, mamma: vattene». Perché queste donne non hanno reagito prima, perché hanno lasciato che dentro le mura di casa, in segreto, si esercitasse su di loro una quotidiana umiliazione per poi uscire e tacere, tornare in ufficio e sorridere, andare a scuola a insegnare e dire alle colleghe non è niente, sono caduta, ho urtato contro l’armadio? (...)
Qui però di storie di violenza che conduce alla morte ne troverete solo una e neppure accaduta in Italia: l’omicidio di Marie Trintignant per mano del suo bellissimo e celebre compagno, il cantante idolo della sinistra francese Bertrand Cantat (anche un idolo della sinistra uccide, certo). Le altre sono fiabe (Barbablù, La rateta, la topolina che sceglie di sposare il gatto), sono film (La sposa cadavere, capolavoro di Tim Burton, Ti do i miei occhi di Icíar Bollaín). Sono donne di carta disegnate nei fumetti (Eva Kant) e donne vere che hanno disegnato e scolpito opere meravigliose (Louise Bourgeois, Dora Maar, Lee Miller, Sophie calle, Artemisia Gentileschi). Storie autentiche di anonime donne qualunque e di potenti ministri della Repubblica. Sante e streghe di molti secoli fa, prostitute di questo. Troverete riscritta la storia di Circe, che non era una maga orribile e cattiva ma una donna bellissima che tutti, compreso Ulisse, continuavano solo ad amare e abbandonare. Troverete una galassia piena di scie dolorose e luminose da dove cominciare a rispondere alla domanda: come mai è ancora possibile sopportare tutto questo? Cosa inchioda le donne al dovere o al desiderio di sopportare? Quanto di buono nasce dal dolore quando al dolore si sopravvive? cosa passa dalla mente e dal cuore delle donne che portano, per tutti, il peso della violenza?
Il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita.

Il brano è tratto dal libro di Concita De Gregorio, «Malamore», dal 30 settembre in libreria


 


Pubblicato il: 30.09.08
Modificato il: 30.09.08 alle ore 13.17   
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« Risposta #14 il: Ottobre 05, 2008, 04:48:50 »

Le conseguenze della paura

Concita De Gregorio


Cara Unità,
da giorni ed ogni giorno si ripetono episodi di razzismo di una gravità inaudita. La destra al governo, incapace di frenare la perversa macchina della paura instillata per anni nelle teste di cittadini, nega l’evidenza anche di fronte agli episodi eclatanti. Nell’opera di propagazione della paura ha avuto come connivente l’informazione. Una volta innescata la violenza è contagiosa e può dispiegare la sua brutalità, come sta avvenendo. La lotta per estirpare il razzismo dovrebbe cominciare con l’educazione: ma oggi sappiamo la scuola in che mani è.

Mario Sacchi, Milano



Sul nostro giornale Luigi Manconi scriveva ieri che non è il razzismo, in astratto, che va combattuto, ma il dilagare epidemico di episodi di razzismo. Non la teoria ma la pratica. Del resto alla domanda «sei razzista?» pochi (per ora) rispondono sì. Tutt’al più quando gli chiedi perché hai picchiato quel ragazzo cinese dicono: «Boh». Per noia, per divertimento, perché si può, è normale. Dei morti ammazzati di Castel Volturno questo giornale ha pubblicato nomi e cognomi ma sono difficili da ricordare: di solito si dice 6 neri. Si somigliano, no, i neri? Come i cinesi: si somigliano tutti. Eppure il tema non è ancora, oggi, l’odio razziale. Può peggiorare, ci sono tutti i sintomi ma la questione adesso - siamo in bilico - è ancora la spaventosa assuefazione a un linguaggio e a un comportamento violento, quasi sempre inutilmente violento, sciattamente violento e gradasso che si fonda sulla paura dell’invasore straniero. Quello che ti toglie il lavoro, che ti ruba in casa, che si prostituisce sul tuo marciapiede e «diminuisce il valore dell’immobile» in cui vivi, spiegano i sindaci anche di sinistra. Il valore dell’immobile. Lo so, qui scatta l’accusa di moralismo. C’è sempre uno che si alza e dice: la gente ha paura, deve essere protetta. La gente ha paura perché la paura è un’industria, è facile e proficuo alimentarla. La gente ha paura di chi non sta alle regole e spaccia e violenta e rapina, di chi compra coi soldi la sua impunità e ce ne sono di bianchi e di neri che lo fanno, di italiani e di romeni, molti italiani anche illustri. I figli di stranieri nati in Italia sono 400mila. Fra sei anni saranno 1 milione. Sono ragazzi che parlano con l’accento della città dove sono cresciuti, che vanno a scuola - quando sono messi in condizione di andarci - coi nostri figli. Si può strillare, strepitare, picchiare e umiliare chi non ci somiglia ma più che criminale è inutile. Stiamo andando lì, non c’è niente da fare. Bisogna mettere in moto il cervello prima delle mani. La storia va lì e nel mondo, in Europa, siamo fra gli ultimi a sperimentarlo. Le banlieu parigine le abbiamo già viste. Londra e Berlino le conosciamo. L’integrazione non è un tema da affrontare con argomenti sentimentali o retorici. Non c’entrano la solidarietà, la compassione, la giustizia. Anche, certo. Ma prima ancora c’entra la ragione. Imparare a vivere insieme e a rispettarsi serve a noi quanto a loro. Non avremo una sorte diversa, avremo questa e non c’è argine che tenga: non serve urlare nè sparare. Il futuro è la condivisione, le genti si mescolano. Separiamo il bene dal male, non il bianco dal nero. Proviamo ad esercitare il pensiero, persino il pensiero complesso. È un buon esercizio in sé, oltretutto. I bambini sanno farlo, è crescendo che si sciupano. Aiutiamoli. È meglio e per giunta, davvero: non c’è alternativa.

Pubblicato il: 05.10.08
Modificato il: 05.10.08 alle ore 8.35   
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