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Autore Topic: AMEDEO LA MATTINA.  (Letto 38202 volte)
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« Risposta #15 il: Aprile 17, 2010, 04:41:03 »

17/4/2010 (7:6)

Napolitano chiama: "Siate prudenti"

Giorgio Napolitano è preoccupato dall'ipotesi di voto anticipato
   
Il premier lo rassicura sulle elezioni: «È solamente una polemica interna»

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Fini ora frena. Si sono mossi in tanti ieri per evitare il disastro, la rotta di collisione tra Fini e Berlusconi. Si sono mossi anche dei pesi massimi come Bossi. Sembra che ad alzare il telefono sia stato perfino il capo dello Stato che ha voluto capire direttamente dall’inquilino di Montecitorio come stanno le cose. Consigliandogli prudenza per evitare una crisi di governo. A margine del giuramento del nuovo ministro Galan, Napolitano ne aveva parlato con lo stesso Berlusconi. Il quale lo ha rassicurato: «E’ una questione interna al mio partito che risolveremo e che non tocca il governo».

Anche Bossi ha voluto fare la sua parte di pompiere, dopo avere attizzato il fuoco che ha fatto saltare i nervi a Fini. Il leader della Lega è stato molto disponibile a un confronto sulle riforme e sulle scelte fondamentali dell’esecutivo. «Dobbiamo continuare insieme la nostra avventura cominciata nel ‘94. Quando torno a Roma ti vengo a trovare e sistemiamo tutto, ma evitiamo di buttare a mare questa opportunità di cambiare questo Paese».

Fini però rimane diffidente. Ha messo in stand by la nascita dei gruppi parlamentari autonomi (i berlusconiani sostengono che il motivo è che non ha i numeri sufficienti) e aspetta di parlare alla Direzione nazionale del Pdl di giovedì prossimo. Considera positivo che si sia aperta una riflessione nel partito e che ci sia un percorso che porta al congresso entro un anno. Ma ai suoi dice «non si è risolto nulla, le questioni sono ancora tutte sul tappeto, aspettiamo e vediamo cosa succede fino a giovedì». Rimane diffidente, anche perché le affermazioni fatte ieri da Berlusconi non sono considerate del tutto distensive. Il premier non pensa né di sostituire il coordinatore La Russa con Bocchino né di cambiare quei ministri in quota An che non rispondono più a Fini. «Questo governo e questa squadra di partito ha lavorato bene - ha spiegato all’ufficio politico del Pdl - e non c’è alcun motivo di cambiare rotta. Abbiamo vinto le Regionali e anche importanti ballottaggi alle Comunali. Il governo ha fatto tantissimo e il mio gradimento è altissimo. Se si tratta di convocare gli organi del Pdl per discutere va bene, non ci sono problemi, ma non possiamo seguire personalismi. Fini a volte non è coinvolto in certe scelte operative perché ha scelto un ruolo istituzionale e non partecipata alle riunione. E’ lui che si è tirato indietro. Ora dice che vuole partecipare alla Direzione: è benvenuto».

All’ufficio di presidenza, il finiano Italo Bocchino ha sottolineato che alla base delle tensioni tra Fini e Berlusconi c’è un problema di contenuti, di rapporti con la Lega che spadroneggia, di incontri che si fanno ad Arcore con Bossi, di collegialità nelle scelte.
Berlusconi irritato ha replicato ricordando di avere incontrato la Lega a cena sette volte e sette volte ho incontrato pure Fini. «E sono sempre andato io a Montecitorio. E poi non è vero che comanda la Lega». Il premier ha fatto l’esempio della sostituzione di Zaia con Galan che il Carroccio non voleva e invece il Pdl si è preso il ministero dell’Agricoltura che vale tre milioni di voti. «E poi basta con questi attacchi a Tremonti: dobbiamo anzi ringraziarlo per avere tenuto i conti in ordine. Poi vorrei sapere cosa significa per Fini la democrazia? Volete - ha detto ai finiani - che io decida tutto con lui e dire a Bossi “adeguati”? Voi volete più democrazia o una diarchia che non rispetti gli organi e lo statuto del partito? La minoranza deve rispettare la maggioranza. Anche io sono andato in minoranza sull’alleanza con l’Udc e sulla nomina di candidato governatore in Puglia... Fini mi ha chiesto di togliere Gasparri da capogruppo al Senato. Ma Gasparri è stato eletto dai senatori, non lo posso certamente togliere. Questa è democrazia». Berlusconi ha ricordato che ogni decisione del partito viene anticipata a Fini attraverso La Russa, «ma adesso La Russa non gli va più bene. Ma non è certamente un problema mio».

Berlusconi con i suoi ha parlato di «capricci» di Fini, e all’ufficio politico lo ha detto in altre parole. Per il premier a volte Fini sembra accampare non proposte politiche, ma istanze personali e pretestuose. «Sono due anni che non perde occasione per contraddirmi.
Io dico A e lui dice B. Queste continue punture di spillo devono finire. Ora Fini vuole fare i suoi gruppi? Li faccia ..., ma questo per me vorrà dire scissione».

da lastampa.it
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« Risposta #16 il: Aprile 23, 2010, 11:58:18 »

22/4/2010 (7:3)  - RETROSCENA

Fini non si impressiona: "Berlusconi non può ammazzarmi"

Anche l'"ambasciatore" fallisce la missione: si va alla conta

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

E se la minoranza non si adegua alla maggioranza che fa Berlusconi, ci fa fucilare?» Fini non si fa impressionare dal fuoco di sbarramento che il premier ha preparato ieri alla vigilia della Direzione del Pdl.

E’ convinto che tutte le pistole messe sul tavolo dal Cavaliere siano scariche. Compresa la minaccia di espulsione dal partito (questa l’ipotesi alla quale i tre coordinatori stanno lavorando) nel caso in cui la minoranza non si pieghi alle decisioni della maggioranza. Compresa inoltre l’arma letale: le elezioni anticipate che ha fatto balenare anche Umberto Bossi, per il quale se non si trovano adeguate soluzioni di convivenza e la situazione rimane confusa, «la cosa migliore da fare è quella di rivolgersi al popolo sovrano». Per il presidente della Camera e i suoi fedelissimi si tratta di «giochi d’artificio fatti esplodere apposta per intimorirci, ben sapendo che i veri problemi cominceranno il giorno dopo la Direzione».

E in effetti il vero timore di Berlusconi e Bossi è il logoramento per i prossimi tre anni di legislatura, galleggiare in maniera dorotea e non governare, trovarsi a trattare sulle riforme e i provvedimenti cardine. Al premier stanno a cuore quelle sulla giustizia. Al capo della Lega i decreti attuativi del federalismo fiscale. Tremonti (oggi interverrà in Direzione insieme ad altri ministri come Frattini e Scajola sulle cose fatte dal governo) immagina già che Fini proporrà maggiori finanziamenti per il Mezzogiorno e la coesione sociale sulla falsariga di quanto aveva proposto al Senato il finiano Mario Baldassarri.

Ecco perché Berlusconi non vuole dare cittadinanza alla minoranza interna e ha deluso l’ambasciatore finiano, il senatore Andrea Augello, che ieri è andato a Palazzo Grazioli per capire le intenzioni del premier. Tutte le mediazioni sarebbero fallite e a coloro che gli hanno detto che Fini non vuole rompere ma trovare un modus vivendi ha risposto: «Se io riconosco la minoranza mi ritrovo il Vietnam nelle aule, una guerriglia e imboscate continue. E invece loro devono adeguarsi alle decisioni della maggioranza, come ho fatto io quando si è trattato di scegliere il candidato nel Lazio. Io volevo la Todini e poi ho accettato la Polverini. Anche in Puglia ho cercato di convincere il partito ad allearsi con la Poli Bortone e invece è passata un’altra soluzione».

Rimane il gelo tra Berlusconi e Fini e ieri è stato notato nella stretta di mano tra i due al ricevimento dell’ambasciatore Gideon Meir in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele. Il premier non vuole trasformare la Direzione nella tribuna mediatica di Fini. Ai coordinatori ha chiesto di tenere l’incontro sui temi previsti al momento della convocazione: esame del voto, riforme e attività del governo. Un modo per sminuire e marginalizzare l’avversario, costringendolo a venire allo scoperto e metterlo in un angolo con un documento che sarà votato a larghissima maggioranza. Aspetta di sentire il presidente della Camera per poi replicare. Se la notte non porta consiglio, ci sarà la rottura.

A quel punto, dicono i finiani, si andrà avanti e il giorno dopo il vero punto all’ordine del giorno saranno le regole dello stare insieme. E Berlusconi sarà costretto a trattare e a trovare una soluzione. Se ci sarà una tregua, spiegano le stesse fonti vicini all’inquilino di Montecitorio, i veri problemi ce l’avranno gli ex An che hanno mollato Fini. I La Russa, Gasparri, Matteoli e Alemanno che ora si trovano in quota Berlusconi: sarà il premier a dover garantire la rielezione a quei 75 che hanno firmato il “documento lealista”.

da lastampa.it
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« Risposta #17 il: Aprile 24, 2010, 11:23:43 »

24/4/2010 (7:54)

Fini ai fedelissimi: l'importante è evitare ritorsioni

La strategia del presidente della Camera: più presenze in Tv e un giro dell'Italia per spiegare ai militanti le sue posizioni

AMEDEO LA MATTINA

«Non dobbiamo prestare il fianco alle provocazioni. Toni più bassi e ricondurre quello che è successo in Direzione alla vita interna di un partito che discute ma che non mette in discussione il governo». La tattica vietcong di Fini è chiara e l’ha spiegato lui stesso ai fedelissimi che sono andati a trovarlo ieri mattina a Montecitorio prima di partire per Firenze. Dopo la tempesta e lo scontro frontale con Berlusconi («l’ha voluto lui, io ho solo reagito al suo plateale editto di espulsione»), adesso bisogna coordinarsi bene nelle uscite pubbliche, darsi un progetto politico e non dare al premier nessun appiglio per far scattare ritorsioni ed epurazioni.

Soprattutto mantenere fede al patto elettorale perché la legislatura deve arrivare alla sua scadenza naturale. La furia di Bossi che chiede la espulsione di Fini dal Pdl? «Lui decide a casa sua. Il Pdl - reagisce Fabio Granata - non è un partito a sovranità limitata. Evidentemente le critiche di Fini hanno colpito nel segno». E Fini pensa che ora la mediazione deve passare da lui e che sarà Bossi a fare la prima mossa. Il presidente della Camera non si scompone. Ieri mattina è andato nel suo ufficio a Montecitorio a sbrigare un po’ di lavoro. Poi alla spicciolata sono arrivati alcuni parlamentari a lui vicino. E con loro ha stabilito di riunire, lunedì prossimo, quei 39 deputati e 14 senatori che hanno votato il documento di solidarietà a Fini. Adesso è il momento di inabissarsi un po’, ma Fini vuole continuare a dire come la pensa. Intensificherà le sue uscite pubbliche in televisione (sono tanti gli inviti che ha ricevuto in queste ore) e con una sorta di viaggio per l’Italia con lo scopo di spiegare agli italiani e alla base del partito le sue posizioni. E’ come l’inizio della campagna congressuale, visto che alla Direzione Berlusconi ha promesso che entro un anno si svolgerà l’assise del Pdl. Sempre che il Cavaliere gli consentirà di arrivarci a questo appuntamento. Ma per i finiani la minaccia di espulsione, così come quella delle elezioni anticipate, è una pistola scarica. Anche perché le truppe dell’ex leader di An non intendono votare contro quei provvedimenti che sono considerati vitali per la maggioranza e la coalizione con la Lega. Mantenere a lungo un atteggiamento di guerriglia nelle aule parlamentari, fanno notare gli amici più moderati del presidente della Camera, potrebbe stancare e compromettere la tenuta dei finiani. Ma ci sono gli altri, quelli più barricadieri, che invece vorrebbero preparare agguati ad ogni angolo. Calma e gesso. Fini attende le mosse di Berlusconi e Bossi, e si gode il “successo mediatico” ottenuto alla Direzione di giovedì. Ieri a Firenze ha fatto pochi riferimenti allo scontro con il premier. Anzi gli riconosciuto la buona intenzione di fare le riforme con il più ampio consenso possibile. Ha partecipato ad un convegno sul «cittadino e il senso dello Stato» organizzato dalla Fondazione Stensen dei gesuiti. Un ciclo di conferenze che ha avuto come ospiti Romano Prodi, ieri Fini e a maggio Rosy Bindi. In sala non ci sono parlamentari ex An.

Solo il giovane consigliere comunale Jacopo Cellai. Il moderatore, il prof. Luciano Bozzo, ha subito premesso che non sarebbero state autorizzate domande dei giornalisti e del pubblico con riferimento all’attualità politica. E Fini vola alto, parla di immigrazione e ripete le sue tesi che infastidiscono la Lega. Fa una battuta. «C’è un bel dibattito in corso. Io dico come la penso anche se qualcuno mi dice “non hai capito nulla”». Strappa una risata alla platea quando speiga che i poteri presidenziali vanno bilanciati. «Ne abbiamo discusso tante volte, anche ieri..», riferendosi all’atteggiamento di Berlusconi (mai citato). Riforme condivise, evitando che centrodestra e centrosinistra piantino le loro «bandiere». Un richiamo alle celebrazioni per l’Unità d’Italia. «Pensare a approcci di tipo localistico sull’identità significa avere timore del futuro». Un’ora e mezzo di domande e risposte con i ricercatori universitari come se a Roma fosse tutto tranquillo. Saluta i giornalisti e se ne va. Ma è chiaro che per Fini la strada è in salita.

da lastampa.it
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« Risposta #18 il: Aprile 29, 2010, 10:41:56 »

Altolà del Cavaliere: o dentro o fuori

La strategia per far innervosire il rivale, anche puntando sui famigliari

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

La prima cosa che Silvio Berlusconi ha fatto quando è arrivato a Palazzo Grazioli è stata di tagliare la testa al finiano Italo Bocchino. «Toglietemi di torno questo rompiscatole», è stato l’ordine perentorio che il premier ha dato ai dirigenti del Pdl e del gruppo parlamentare che gli chiedevano lumi. E infatti oggi, all’assemblea dei deputati, si procederà alla decapitazione del vicecapogruppo vicario voluto da Gianfranco Fini. Il quale già parla di «caccia alle streghe». «Berlusconi non dia corso a epurazioni, non gli converrebbe», è l’avvertimento del presidente della Camera al Cavaliere, che ieri a Montecitorio sul provvedimento lavoro ha toccato con mano la voragine nella sua maggioranza: 110 assenti, di cui 95 del Pdl. E non sono certo tutti finiani, anzi. Come mai tutte queste assenze? Paolo Bonaiuti allarga le braccia. Maurizio Lupi spiega che non è la prima volta, capita spesso. Aldo Brancher esclude che si è trattato di una «rappresaglia di Fini».

Enzo Raisi, vicino all’inquilino di Montecitorio, che «è ridicolo addossare la colpa ai 4-5 finiani che per motivi diversi erano assenti al momento del voto su un provvedimento che porta la firma di Viespoli, uno dei firmatari del documento pro-Fini». Insomma, il premier un po’ di conti in casa sua dovrà farseli e non potrà sottovalutare le incursioni del navicella corsara timonata dal «traditore». Ma chi ci ha parlato al suo rientro a Roma racconta di un premier-schiacciasassi, incurante dell’escalation della tensione provocata dal «Giornale» che ieri in prima pagina titolava «Un milione alla “suocera” di Fini». Al presidente della Camera non è bastata la solidarietà di Berlusconi, è convinto che non sia stato un «incidente» ma una ulteriore provocazione per fargli saltare i nervi e indurlo a commettere un passo falso.

E in effetti Fini ieri a «Porta a Porta» non ha più usato toni morbidi: è ritornato a puntare il dito contro il presidente del Consiglio. La strategia di Berlusconi sembra andare proprio verso questa direzione: far saltare i nervi al suo avversario interno. Lo confermano molte fonti del Pdl molto vicine al Cavaliere, le quali assicurano che Vittorio Feltri non mollerà la presa sulla terza carica dello Stato, con attacchi soprattutto a livello personale. Un modo per far emergere un dato: la guerra di Fini è dettata da fattori personali e familiari che passano anche attraverso la compagna Elisabetta Tulliani. Una torsione che fa infuriare l’ex leader di An più di ogni altra cosa. L’obiettivo è di spingere il presidente della Camera fuori dal Pdl. «O sta dentro o sta fuori», ripete Berlusconi. Lo ha detto ieri anche al ministro Giulio Tremonti. O si adegua e ritorna all’ovile o si dimette dalla sua carica istituzionale e toglie il disturbo dal partito.

In sostanza siamo ancora alla situazione che si è determinata alla direzione della scorsa settimana. Il premier è determinato ed è disposto a rischiare anche una fine traumatica della legislatura. Non sopporta che Fini faccia la “saponetta” che cerca di sfuggire alle sue responsabilità, che assicura lealtà al governo, che cerca di non prestare il fianco per non dare appigli alla sua estromissione dal Popolo della libertà. Berlusconi vuole cospargere il cammino di Fini di bucce di banana per farlo scivolare dentro le maglie del documento votato dalla Direzione. «Abbiamo fatto un solo partito per superare Fi e An. Non posso accettare questo continuo stillicidio. Devo governare. Lui dice di non essere presidente della Camera per un concorso vinto o per un cadeau del Presidente del Consiglio? Ma si ricordi - si inalbera il premier - che è lì grazie ai voti del centrodestra».

Ai vertici del Pdl spiegano che è stato lo stesso Fini a volere la conta su Bocchino. E se legherà il suo destino a Bocchino dovrà andare via anche lui. Il messaggio esplicito lo invia Sandro Bondi. «Si assiste ad una vera e propria confusione tra il ruolo politico e quello istituzionale, all’abbandono di uno stile improntato all’equidistanza. Fini ha finito per marcare sempre di più un ruolo politico anomalo. Se questo paradosso dovesse proseguire secondo le modalità laceranti e polemiche in cui si è dispiegato finora, e ne derivassero conseguenze negative sul piano politico e dell’azione di governo, allora si porrebbe il problema da parte di Fini di scegliere di esercitare o un ruolo istituzionale o un ruolo politico».

da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Maggio 23, 2010, 05:21:11 »

23/5/2010 (7:4)  - INTERVISTA

Frattini: anche Prodi governava così

«La manovra? Avrà la faccia di Berlusconi, non di Tremonti»

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Una cosa deve essere chiara a tutti: la manovra economica avrà la faccia di Silvio Berlusconi e non di Giulio Tremonti». E nemmeno quella di Umberto Bossi? «Chi pensa di fare una manovra di stampo leghista se lo tolga dalla testa. Anche perché il federalismo fiscale non ha bisogno di un tesoretto da ricavare dai provvedimenti economici in discussione: il federalismo non costa, anzi fa risparmiare». Il ministro degli Esteri Franco Frattini è in partenza per gli Stati Uniti. Accompagnerà il capo dello Stato Giorgio Napolitano all’incontro con Barak Obama, che «ha una grande stima per il nostro presidente da quando, per la prima volta, si sono incontrati durante il G8 dell’Aquila. La visita di martedì cade in un momento internazionale particolare ed è evidente che Obama voglia capire da un europeista convinto cosa sta accadendo in Europa e conoscere quali sono le dinamiche europee. Il capo dello Stato e il presidente del Consiglio hanno discusso delle varie tematiche dell’incontro e il governo sostiene con grande convinzione l’azione del presidente della Repubblica». Ma non ci sono solo le grandi questioni internazionali a preoccupare il Quirinale, che ieri ha rimproverato il governo per l’uso improprio dei maxi-emendamenti, come quello sugli incentivi che contiene norme tra loro eterogenee.

Ministro, cosa risponde ai rilievi di Napolitano su questo tema?
«Il governo rispetta tutti i richiami del capo dello Stato e prenderemo in considerazione anche quest’ultimo. Quella della eterogeneità delle norme è una questione seria cui guardare con attenzione. Voglio però ricordare che si tratta di una vecchia questione. Anche il governo Prodi faceva spesso ricorso ai maxi-emendamenti non sempre omogenei. Anche oggi il nostro governo si trova di fronte alla necessità di trovare una soluzione di fronte alle centinaia di emendamenti che presenta l’opposizione. Alla Camera poi, a differenza del Senato, succede che non è possibile contingentare i tempi della discussione. E allora ciò costringe purtroppo, e sottolineo purtroppo, a mettere la fiducia, altrimenti il provvedimento è destinato a decadere, paralizzando l’azione del governo. Se ci fosse un’opposizione costruttiva non ci sarebbe bisogno né di maxi-emendamenti né di fiducie».

Sempre dal Quirinale sono filtrati in questi giorni dubbi sul ddl intercettazioni che ha suscitato una forte reazione da parte dei giornali, anche di quelli vicini al centrodestra. Sono possibili modifiche? E’ previsto che anche su questo provvedimento venga messa la fiducia?
«Quanto alla fiducia, non ne ho mai sentito parlare dal presidente del Consiglio e nemmeno in ambito governativo. Per il resto è chiaro che il provvedimento è già stato emendato e si è tenuto conto delle preoccupazioni del capo dello Stato e della stampa. Le pene per i giornalisti ad esempio sono più miti. Siamo sensibili al tema del diritto all’informazione, ma non possiamo allo stesso tempo far finta di non vedere che c’è in ballo anche il diritto alla vita privata. La privacy è altrettanto importante alla libertà di stampa, soprattutto quando vengono pubblicate intercettazioni che nulla hanno a che fare con le inchieste e sono sottoposte a segreto istruttorio. Guardi, è toccato proprio a me difendere, in qualità di vicepresidente della commissione e commissario per la giustizia, libertà e sicurezza, di fronte al Parlamento europeo, le ragioni della lotta al terrorismo e al crimine organizzato di fronte alla richiesta di tutelare la privacy ad ogni costo. Il Parlamento europeo bocciò l’accordo tra Europa e Stati Uniti dicendo che la privacy prevale sulla lotta al terrorismo e io ero d’accordo. Sono l’ultimo a volere il bavaglio ai giornalisti e so che voi pubblicate quello esce dalle cancellerie delle procure, ma i giornalisti devono sapere che questo va punito. E poi, se si legge bene il provvedimento, non c’è alcuna limitazione per le indagini dei magistrati, soprattutto per quanto riguarda mafia, criminalità organizzata e terrorismo».

Saranno molte le notizie non pubblicate a causa di questo ddl.
«No, guardi, non accetto la logica secondo cui il fine giustifica i mezzi. Siamo fuori dallo Stato di diritto se vengono fatte filtrare e si divulgano illegalmente notizie sottoposte a segreto istruttorio e intercettazioni».

I finiani sono sul piede di guerra.
«La riforma della giustizia, compreso il capitolo delle intercettazioni, fa parte del programma di governo. Accolgo le perplessità di Fini come un appello istituzionale e non come un’indicazione della minoranza contro la maggioranza: sarebbe una sconfessione di un impegno preso davanti agli elettori».

Una critica è venuta anche dagli Stati Uniti, nella persona del vicesegretario del Dipartimento penale Lanny Breuer.
«L’amministrazione americana ha precisato che non si è trattato di un giudizio su una legge italiana in itinere. Abbiamo apprezzato questa precisazione. Se l’obiettivo era poi quello di confermare l’impegno italiano nella lotta al terrorismo e alle mafie, il governo italiano lo ha fatto tantissime volte e ottenuto risultati senza precedenti».

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55275girata.asp
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« Risposta #20 il: Maggio 24, 2010, 03:50:58 »

24/5/2010 (7:0)  - RETROSCENA

Fini in soccorso di Silvio e il governo ritrova l'unità

Prevale la linea di Berlusconi, Letta mediatore con Tremonti

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Sembra che ci sia una schiarita nel governo e che alla fine la sfuriata di Berlusconi e il lavoro di mediazione di Gianni Letta abbia portato a mitigare Giulio Tremonti. Ieri ci sono stati diverse telefonate tra il premier e il ministro dell’Economia, che ha sentito le parti sociali ed il suo collega Maurizio Sacconi.

A Palazzo Chigi parlano di «un giusto equilibrio» che si sarebbe trovato tra il rigore e la necessità di non gravare la manovra sui cittadini. Sembra che sia prevalsa la linea più morbida del Cavaliere che ha trovato dalla sua parte il presidente della Camera,Gianfranco Fini e il leader della Lega, Umberto Bossi. Per cui quella che si apre è la settimana della verità. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dovrà finalmente spiegare agli italiani quale manovra economica vuole portare al Consiglio dei ministri (potrebbe tenersi tra martedì e mercoledì) e presentare a Bruxelles.

Tremonti ha allentato la sua rigidità di fronte al premier, che non vuole una «macelleria sociale». Non vuole inoltre far calare le proposte della manovra sulla testa dei ministri. Ora c’è una frenetica corsa contro il tempo visto il lungo lavoro di sintesi e mediazione che in queste ultime 48 ore sta facendo Gianni Letta per mitigare le proposte di Tremonti. Un inaspettato "assist" al premier è arrivato da Gianfranco Fini, che non vuole una manovra troppo impopolare, che colpisca i dipendenti pubblici, introduca i ticket sanitari. E’ chiaro che il presidente della Camera, al di là del merito delle misure economiche, sta cercando di infilarsi nella crepa profonda che si è aperta tra il premier e il responsabile dell’Economia. E indebolire l’asse con la Lega. Fini ha sempre sostenuto che «Tremonti non può fare tutto di testa sua come se fosse il dominus del governo».

E ora vede che anche Berlusconi si sta spostando su questa posizione, tanto da far dire ai finiani con sarcasmo che «a poco a poco molti nel Pdl stanno diventando finiani». Così il ministro Andrea Ronchi può dire che «il governo ha il dovere di condividere il senso della manovra con il Pdl, con i sindacati riformisti, le imprese e poi le associazioni di categoria». In questo gioco in tempi di crisi, Bossi però sembra orientato ad ascoltare più Berlusconi che Tremonti. Anche per il capo del Carroccio l’operazione economica e finanziaria non può prescindere dai duri obblighi europei e dalla tenuta dell’euro. Tuttavia il Senatur, come Berlusconi, ha un occhio sempre attento agli umori della gente, del popolo, del blocco sociale che ha mandato così in alto la Lega nei consensi. C’è una cosa che comunque non sopporta Bossi: che il premier abbia accusato Tremonti di voler fare una manovra più dura del necessario per mettere in cascina risorse per il federalismo fiscale.

Insomma, Fini ha abbastanza spazio per infilare il dito in queste frizioni. E fa dire a Fabio Granata che «le manovre si fanno attaccando sprechi e classi agiate e non mettendo in difficoltà lavoratori dipendenti. Con questo non voglio dire che tutti i ricchi evadono il fisco. Ma devono pagare proporzionalmente al loro tenore di vita. In Italia c’è un meccanismo di sperequazione fra i ceti più deboli e quelli agiati inaccettabile». Italo Bocchino si augura che Silvio Berlusconi coinvolga tutto il Pdl e la sua coalizione nelle scelte per evitare che valutazioni «soltanto contabili creino problemi nel rapporto tra governo e pubblica opinione». Anche per Bocchino una manovra significativa deve puntare sul taglio degli sprechi e delle «spese lievitate negli ultimi anni cercando di evitare interventi orizzontali che rischiano di essere impopolari».

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55295girata.asp
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« Risposta #21 il: Maggio 25, 2010, 09:33:38 »

25/5/2010 (7:26)  - IL DIBATTITO POLITICO

Manovra, il premier si consola con la promessa di abbassare le tasse

Tremonti garantisce: riduzione prevedibile tra due anni.

Restano dubbi sul salasso a certe categorie

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Con questa manovra tra due anni si potranno abbassare le tasse. Ma adesso è il momento dei sacrifici. Tremonti assicura questa rosea prospettiva a Silvio Berlusconi e il premier, chiuso il telefono, dice ai suoi strettissimi collaboratori che «Giulio mi vuole sempre bene». Ma non sono state solo queste parole di ottimismo futuro ad addolcire l’atteggiamento del Cavaliere nei confronti del suo ministro dell’Economia sul quale qualche sospetto lo ha avuto (e forse continua ad averlo): e cioè di volergli succedere a Palazzo Chigi. E il trappolone, come ha sussurrato qualche berlusconiano al capo, sarebbe cominciato proprio con i provvedimenti economici che saranno varati questa sera dal Consiglio dei ministri. Un sospetto per Tremonti insopportabile. «Il trappolone semmai ci sarebbe stato - dicono gli amici del ministro dell’Economia - se avessimo proposto una manovra morbida che avrebbe mandato i conti pubblici a gambe in aria. E poi cosa poteva l’Italia quando in Europa tutti i Paesi stanno assumendo decisioni drastiche?».

Ed è quello che ha spiegato lo stesso Tremonti ieri alla Consulta economica del Pd. Si pensava ad un intervento correttivo molto più contenuto, ma poi è scoppiato il caso della Grecia, con la Spagna e il Portogallo nel mirino della speculazione a causa del debito pubblico. E allora si è reso necessario anche per noi un intervento forte con una manovra da 24 miliardi. Ma ieri sera il ministro non ha quantificato e specificato le cifre dei singoli interventi. Esponenti del Pdl, come Baldassarri e Brunetta, hanno chiesto approfondimenti sui numeri e Tremonti ha spiegato che naturalmente porterà «le tabelle e le quantificazioni in Consiglio dei ministri».

Quindi ancora carte coperte e questo ha lasciato più di un dubbio. Anche perché, a parte un formale via libera del partito, ci sono ancora alcuni punti da definire e sui quali si è aperta una discussione politica all’interno del governo e della maggioranza: come i tagli alle remunerazioni dei manager pubblici, la riduzione del finanziamento ai partiti, la tracciabilità dei pagamenti in contanti ed infine le risorse da destinare a Roma capitale (alla riunione era presente anche il sindaco della capitale Alemanno). Tutti punti che aveva sollevato lo stesso Berlusconi. «Se questi interventi non verranno chiariti, modificati e magari eliminati - dicevano alcuni berlusconiani - significa che è prevalsa la linea di Tremonti».

La verità sta in mezzo, come spesso accade. Il premier vuole ancora capire se certe misure producono un gettito che le giustifica. Altrimenti si scontenterebbero, per esempio, i manager pubblici da tassare o qualche altra categorie senza un motivo valido dal punto di vista del rientro del deficit. Palazzo Chigi ha però voluto dare l’impressione che tutto è a posto e non è un caso che Gianni Letta e Tremonti sono arrivati alla Consulta insieme e a braccetto. E un’immagine di unità verrà data anche domani quando il premier e il ministro dell’Economia spiegheranno la manovra all’assemblea dei parlamentari del Pdl.

Il premier sta pensando ad un’uscita pubblica, forse una conferenza stampa o a un intervento televisivo, in cui potrebbe usare pure lui la parola «sacrifici». Come ha fatto ieri all’Aquila Gianni Letta («sacrifici molto pesanti, molto duri che spero siano provvisori»). Ma la parola «sacrifici», assicurano a palazzo Grazioli, verrà declinata in chiave ottimista. Dicendo agli italiani che questo è un momento difficile, che l’Italia ha i conti in ordine, migliori degli altri Paesi Ue, ma l’Europa ci impone di fare questo passo: una di «responsabilità» per evitare di fare la fine della Grecia.

Giovedì il Cavaliere parlerà all’assemblea di Confindustria e nel pomeriggio volerà a Parigi per la riunione dell’Ocse. Con Tremonti è d’accordo sulla necessità di coinvolgere le parti sociali per creare attorno alla manovra un ampio consenso. Anche in Parlamento spera di avere dalla sua parte l’Udc di Pier Fedinando Casini. Alla fine dovrà metterci la faccia in prima persona sui sacrifici, e sperare che servano per uscire dal tunnel, per poi tagliare le tasse alla fine della legislatura. Almeno è quello che gli ha prospettato Tremonti per far passare ciò che politicamente il Pdl non vuole: teme la perdita di consenso elettorale.

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55331girata.asp
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« Risposta #22 il: Luglio 15, 2010, 10:50:20 »

15/7/2010 (7:13)  - RETROSCENA

La rabbia del Cavaliere: "Gianfranco lo distruggo"

Il premier Silvio Berlusconi con il presidente della Camera Gianfranco Fini
   
«Non mi faccio ricattare, se continua così lo porto davanti agli elettori e la pagherà cara»

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Berlusconi lo vuole morto, dice di Fini cose inenarrabili, che è un killer, un traditore, un ricattatore, un amico delle toghe rosse, «che la pagherà cara», confida uno dei partecipanti al vertice che ha portato alle dimissioni di Cosentino, che però rimane alla guida del Pdl in Campania. Una risposta del premier al presidente della Camera. Il quale voleva liquidare Cosentino da coordinatore regionale ma ha ottenuto l’allontanamento dal governo dopo aver calendarizzato per la prossima settimana la mozione di sfiducia delle opposizioni. «Berlusconi capisce solo questo linguaggio ruvido», ha detto Fini ai suoi, soddisfatto di avere segnato un punto a suo vantaggio.

Il linguaggio della pistola sul tavolo, dimostrando quanto male può fare dal più alto scranno di Montecitorio. Una rendita di posizione che va molto oltre il numero di parlamentari che lo seguono in battaglia. Un potere istituzionale capace di neutralizzare gli attacchi di Berlusconi che aveva minacciato di espellere dal partito i finiani che avrebbe votato la sfiducia a Cosentino. Tranne poi fare marcia indietro fino a chiedere al sottosegretario di dimettersi per evitare di andare sotto alla Camera. Anche se poi la versione pilotata dai berlusconiani è stata un’altra: il Cavaliere avrebbe chiesto a Cosentino di rimanere al suo posto per non darla vinta al nemico.

«Lui si riempie la bocca di legalità - si è sfogato il premier - ma pensa solo al potere personale, a logorarmi, a prendersi la leadership del partito, a piazzare quel mascalzone di Bocchino a vice coordinatore del partito. Ma se lo scorda. I coordinatori rimangono tre, Denis (Verdini ndr) rimane al suo posto e La Russa per me rappresenta la componente ex An. Adesso basta questo gioco al massacro di chi vuole far cadere il governo e spaccare il Pdl». Se ci saranno cambiamenti se ne parlerà a settembre e si deciderà cosa fare ad agosto. Berlusconi ha precettato i dirigenti del partito per questo mese e infatti nessuno ha organizzato viaggi e ferie con le famiglie. Tutti in conclave a Roma a limare l’ascia di guerra.

La verità è che il premier si è trovato con le spalle al muro e l’unica mossa che ha potuto fare è stata di rispondere alla coltellata di Fini con la contro-coltellata della conferma di Verdini e di Cosentino nelle loro cariche di partito. Sa pure che l’avversario non si fermerà e continuerà a mettergli altre «pistole alla tempia», osservano a Palazzo Chigi. «Ma io lo distruggo - ha alzato la voce il presidente del Consiglio alla riunione di ieri pomeriggio - non mi faccio ricattare e se continua così lo porto davanti agli elettori perché non riesco a governare. Sulle intercettazioni non va bene mai niente, nemmeno al Quirinale».

Ma l’inquilino di Montecitorio è una saponetta che gli scivola di mano. Fini avrebbe chiesto attraverso Gianni Letta un incontro con il capo del governo per la prossima settimana, ma il premier non sembra disposto a vederlo. Chissà se cambierà posizione pure questa volta o se accetterà il summit magari per rompere definitivamente. Certo è, spiega Osvaldo Napoli, che «dopo i casi di Scajola, Brancher e Cosentino, non si deve aspettare un’ora di più per arrivare a fare chiarezza con Fini. Rottura o accordo, ma chiarezza va fatta in modo radicale e non episodico».

Berlusconi è furioso anche con i suoi fedelissimi che si sono messi a litigare. Con una parte che si organizza nella componente Liberamente e chiede il coordinatore unico. E gli altri che cercano di sbarrare la strada a Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo. Gli ex An La Russa e Gasparri che temono, o meglio temevano se è vero quello che ha assicurato loro lo stesso leader del Pdl, di essere sacrificati sull’altare della pace tra i due cofondatori. «Dobbiamo rimanere uniti», ha spiegato il premier. Il quale deve sopportare l’ennesimo stop sulle intercettazioni, con voci che gli giungono dal Colle secondo cui è meglio rinviare tutto a settembre.

Ma c’è chi di fronte alla furia del premier cerca di farlo ragionare, suggerendo la strada del compromesso con Fini. «Ma io da quello lì non accetto lezioni di legalità, e poi lui la pace non la vuole, è una persona falsa».

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« Risposta #23 il: Luglio 18, 2010, 11:01:00 »

18/7/2010 (7:32)  - RETROSCENA

E il premier si sfogò: "Mi sento solo ognuno pensa a sé"

"Liberamente" spinge per avere la testa di Verdini. Ma gli altri coordinatori si arroccano

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Nessuno sa con precisione cosa abbia fatto ieri tutto il giorno nel castello di Tor Crescenza (i soliti maliziosi cominciano a fantasticare). Gossip a parte, questo angolo di campagna romana sarà anche la location dei pensieri politici di Berlusconi. Ad agosto dovrebbe tirare fuori dal cilindro la via d’uscita dall’impasse in cui si trova il governo e tagliare il nodo gordiano che sta arroventando lo scontro dentro il Pdl.

Il premier dovrebbe scrollarsi di dosso l’immagine del «Cavalier tentenna» che non sa decidere quale strada imboccare. Come e se rappacificarsi con Fini; in che modo prendere le distanze dagli affaristi di casa sua; a chi dare ragione nel partito (triumvirato o coordinatore unico?); come frenare Bossi che vuole il federalismo fiscale a tamburo battente e cosa fare con Tremonti che, come ha scritto il Corriere della Sera, lo chiama «nonnetto» e va in televisione a dire che la manovra economica non è sua ma di Berlusconi. Quando tutti sanno, dice un autorevole berlusconiano della prima ora, che Tremonti quella manovra gliel’ha imposta e che la sospensione del pagamento delle sanzioni europee sulle quote latte è l’ennesima prova dello «strapotere» del ministro dell’Economia e della Lega.

«La verità - ha confidato Berlusconi a un suo autorevole consigliere - è che sono solo, ognuno pensa a se stesso e non al bene della coalizione». E ciò, a suo parere, nonostante l’«assedio mediatico e giudiziario» che il centrodestra sta subendo. E’ da un po’ di tempo che il premier ha questa netta sensazione di solitudine e in solitudine in quel castello dovrà trovare il bandolo della matassa, ma ogni sua decisione potrebbe rivelarsi traumatica. Ci vorrebbe un colpo d’ala, suggeriscono gli uomini e le donne di Liberamente (Frattini, Gelmini, Carfagna, Prestigiacomo e Valducci), uno dei suoi colpi di genio per corrispondere agli umori di un elettorato che vuole una presa di distanza dalla cricca, dai Verdini, dai Cosentino. Verdini non si tocca, reagisce l’armata che fa capo a Bondi, Cicchitto, La Russa, Gasparri, Quagliariello, Brambilla: se si cede su questo punto Fini l’avrebbe vinta su tutta la linea e metterebbe tutti i suoi uomini nella linea di comando del Pdl. Questo, replicano gli altri dall’altra trincea, è il modo di ragionare di chi vuole mantenere lo status quo per salvare le proprie posizioni di potere: loro investono nel conflitto con Fini perché gli conviene.

In tutto questo Gianni Letta continua a spingere Berlusconi verso un accordo con Fini. Un’intesa che dovrebbe però passare per un ridimensionamento di Bossi e di Tremonti. E qui le cose si fanno molto complicate perché si tratta di toccare l’architrave del governo. «Una cosa dovrebbe essere chiara: il capo del governo si chiama Silvio Berlusconi», ripete spesso Letta a Tremonti. Ma il ridimensionamento dell’inquilino di via XX Settembre significa fare i conti con il Senatùr. Già, e non è un caso che ieri in prima pagina il Secolo d’Italia diretto dalla finiana Flavia Perina avesse un fondo con questo titolo: «E’ la Lega il problema dentro il Pdl». E per Berlusconi «Re Solo» è in particolare la gestione del federalismo fiscale. Non è che il premier sia contrario ai decreti attuativi, ma chi dovrà gestire questo passaggio così importante? «Ancora una volta Tremonti insieme a Bossi - si chiede un ministro - oppure il vero presidente del Consiglio? Per questo Berlusconi sta frenando. Tremonti non può gestirsi il tesoretto del Nord e poi al minimo contrasto dire “allora mi dimetto”».

Per Berlusconi è arrivata l’ora di decidere cosa fare, e non solo rispetto a Fini. E se la prossima volta, dopo che sarà approvata la manovra economica, Tremonti ripeterà al premier “mi dimetto”? «Gli risponda: “accomodati”»: così qualcuno a Palazzo Chigi ha suggerito al Cavaliere solitario.

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« Risposta #24 il: Luglio 19, 2010, 04:23:33 »

19/7/2010 (7:20)  - RETROSCENA

Nel Pdl ora si teme il grande agguato
   
Tanti pronti a votare coi finiani l'uso delle intercettazioni per colpire Verdini e Cosentino

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Se non sarà Silvio Berlusconi a risolvere il problema di Nicola Cosentino e di Denis Verdini, ci penserà il Parlamento nel momento in cui arriverà la richiesta dei magistrati di potere utilizzare le intercettazioni sulla presunta P3. La Procura di Roma finora non ha fatto questa richiesta. Ma dopo l’interrogatorio di Cosentino, avvenuto ieri a Roma, e degli altri protagonisti della vicenda giudiziaria nei prossimi giorni, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli faranno il passo successivo: si rivolgeranno a Montecitorio, appunto, perché le intercettazioni dei parlamentari non possono essere utilizzate se non c’è il via libera da parte della Camera di appartenenza. Non c’è ancora una data. Tutto lascia immaginare che ne parlerà dopo la pausa estiva. Una cosa è certa: sarà l’occasione per tutti quelli che nel Pdl vogliono la decapitazione del coordinatore nazionale e di quello campano.

Scatterà l’agguato e non solo dei vietcong di Gianfranco Fini, che sono da tempo con il fucile puntato contro i due «amici». «Il voto segreto - spiega Italo Bocchino - consentirà a molti dei berlusconiani di esprimersi liberamente, di chiudere questo capitolo che Berlusconi tiene aperto». Tranne se prima non sarà lo stesso Berlusconi a chiuderlo quando metterà mano alla riorganizzazione del partito nel nuovo buen retiro di Tor Crescenza. Bocchino si riferisce a quell’area che si riconosce nel gruppo di Liberamente e gravita attorno a Frattini, Gelmini, Carfagna, Prestigiacomo e Valducci.

Un’area che punta a prendersi il partito. Non solo. Ci sono quei deputati che per vari motivi hanno il dente avvelenato con Verdini (fare il coordinatore crea molte antipatie) e non vedono l’ora di liquidarlo. Poi ci sono i campani in guerra con Cosentino. Alcuni hanno l’acquolina in bocca perché vendono l’opportunità di accaparrarsi la poltrona di leader regionale. Altri sono convinti che Cosentino abbia veramente tramato per screditare Stefano Caldoro con la preparazione di dossier a base di trans e «culattoni». E che quindi non può rimanere a guidare il partito in quella Regione. Sono gli amici del governatore della Campania, che ieri in un’intervista al «Mattino» di Napoli è stato esplicito rispetto a Cosentino: «E’ finito un ciclo politico. Il Pdl deve cambiare marcia, rinnovarsi e tutti devono mettersi in gioco». E cosa faranno i deputati fedeli a Giulio Tremonti? Il ministro dell’Economia riconosce l’esistenza di una questione morale nella società italiana in generale e nel Pdl in particolare: «Non si tratta solo di una mela marcia. E’ venuta fuori una cassetta di mele marce», ha detto in un’intervista a Repubblica. Tutto da vedere infine l’atteggiamento dei parlamentari della Lega che si troverebbero in imbarazzo a negare ai magistrati romani l’uso delle intercettazioni.

Nel segreto del voto, insomma, potrebbe muoversi un’area che in tutto arriverebbe a superare alla grande i 50 deputati, pronti a di dire sì ai magistrati romani contro le indicazioni del partito. Non è detto che si arrivi a questo punto. Berlusconi farà di tutto per evitare questa spaccatura verticale e che in un’aula parlamentare emergano plasticamente le faide scoppiate nel suo partito. Tenuto conto inoltre del fatto che a difesa di Verdini c’è un altro importante e robusto pezzo del Popolo della libertà concentrato attorno ad Alfano, Schifani, Bondi, Cicchitto, Quagliariello, Lupi, La Russa, Gasparri, Napoli. E’ la maggioranza dei gruppi parlamentari che non vuole dare in pasto ai pm Cosentino e Verdini e tenta di fermare l’«assalto giudiziario e giacobino». Oltre a mantenere le loro cariche.

E’ uno scenario che si aprirà subito dopo l’estate. Intanto già oggi ci sarà un altro giro di boa. Berlusconi dovrà decidere cosa fare del ddl intercettazioni. Domani in commissione Giustizia della Camera si votano gli emendamenti. Sul tavolo ci sono quelli del Guardasigilli Angelino Alfano e della finiana Giulia Bongiorno. Il Quirinale spinge a favore di questi ultimi. Ecco, il premier dovrà dire cosa fare: se andare allo scontro oppure accettare una ricomposizione che potrebbe aprire la strada al riavvicinamento con il presidente della Camera.

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« Risposta #25 il: Luglio 21, 2010, 10:20:39 »

21/7/2010 (7:22)  - RETROSCENA

Berlusconi e la tattica della delusione

Fini attacca la "leadership carismatica" e Tremonti

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Dopo l’ufficio di presidenza dell’8 giugno, era stato lo stesso Berlusconi a rivelare di essere stato l’unico ad astenersi sul ddl intercettazioni in discussione a Palazzo Madama. Per lui era già troppo annacquato. Aveva avvertito che non ci sarebbero stati ulteriori cedimenti: «La legge come uscirà dal Senato verrà approvata dalla Camera». Così non è stato: il premier ha dovuto ingranare la retromarcia di fronte alle forti perplessità del capo dello Stato, che non avrebbe firmato il provvedimento, all’opposizione di Fini e al fuoco di sbarramento di magistrati, giornalisti, editori. A maggior ragione ora è deluso e dice che gli italiani continueranno a non poter parlare al telefono.

Da qui la frustrazione di coloro (innanzitutto del ministro Alfano) che hanno lavorato sodo per un compromesso e dei pasdaran che hanno attaccato a testa bassa. Sono le truppe berlusconiane che non capiscono più le mosse del generale, questo continuo ondeggiamento, i suoi attacchi e le repentine ritirate come è avvenuto per Scajola, Brancher e Cosentino. Per non parlare poi degli sfracelli annunciati contro il presidente della Camera e mai seguiti dai fatti. Su cosa fare sul ddl intercettazioni, racconta chi vi ha partecipato, le riunioni della Consulta giuridica del Pdl cominciavano con intenzioni bellicose contro Fini e finivano con parole di fuoco sulla Bongiorno, presidente della commissione Giustizia.

Alla fine sempre un pugno di mosche in mano. Non è vero, spiegano chi conosce bene il modo di ragionare del capo: «Berlusconi porta a casa qualcosa di buono e non è un caso che l’Anm, il Csm, la Fnsi, il Pd e l’Idv continuano a strillare ». Rimane infatti una limitazione per i magistrati nell’uso delle intercettazioni, soprattutto vengono neutralizzate quelle non inerenti al processo, a cominciare dai gossip a luci rosse. Dunque quella del premier sarebbe una «delusione tattica»: «Se avesse detto “questa legge mi piace”, sarebbe scattata la demonizzazione. Così quello che incassa è meglio che niente. Per questo bisogna approvare la legge».

E’ la solita storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, una piccola trappola del Cavaliere o un modo per coprire la sconfitta? Rimane il fatto che il via libera al compromesso è stato dato dal premier, sapendo che il provvedimento non sarebbe passato alla Camera e al Quirinale senza gli emendamenti di Alfano. E allora via all’approvazione entro i primi giorni di agosto, niente rinvii a settembre (tutti i parlamentari sono stati precettati con un sms di Cicchitto). «Abbiamo fatto tanto, ora che facciamo buttiamo tutto a mare?», dice il capogruppo Pdl, che sottolinea il lavoro certosino fatto da Alfano. Un lavoro che, secondo la cordata schierata contro i finiani e il gruppo di Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo, rafforza il ruolo politico di Alfano dentro il Pdl. Lo rafforza nella lotta interna per il nuovo assetto del partito al quale Berlusconi dice di volere mettere mano ad agosto.

Nonostante la sua delusione (tattica?), il premier ha sminato il campo dalle intercettazioni. E i berlusconiani con l’elmetto in testa, altrettanto delusi, dicono che in questo modo il Cavaliere ha evitato di andare in minoranza nelle aule parlamentari, come rischiava se si fosse votata la mozione di sfiducia contro Cosentino. Una ritirata dietro l’altra per non misurare la tenuta della maggioranza e non accreditare la tesi che è giunto il momento di passare la mano, magari a un governo di larghe intese guidato da Tremonti.

Il problema che ha con Fini però sembra intatto. Il presidente della Camera canta vittoria sulle intercettazioni, rivendica di aver condotto «una battaglia giusta »: «E’ prevalso il buon senso ». Volendo così dimostrare che è finita l’epoca del «centralismo carismatico». E’ l’ora di convocare il congresso del Pdl, ricorda Fini, che sulla manovra economica lamenta la mancanza di una discussione nella maggioranza, e invita a nno lasciare che se ne occupi solo il «buon» ministro Tremonti. Poi parla dei «rischi che alcune Regioni, quelle del Sud, correranno con il federalismo». E a proposito delle inchieste, rilancia la questione morale, chiedendo «intransigenza contro chi fa gli affari propri». E l’incontro per la pace tra i due che fine ha fatto? Nessuno ne parla più.

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« Risposta #26 il: Luglio 27, 2010, 09:42:40 »

27/7/2010 (7:31)  - RETROSCENA

Il premier: quello lì ormai anticipa le procure

«Lui sa ciò che faranno i pm e fa le sue mosse anticipando le iniziative giudiziarie. E io dovrei tenermi queste serpi in seno?»

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Ieri la preoccupazione maggiore di Berlusconi era l’interrogatorio di Verdini alla procura di Roma. Certo, ad Arcore il premier ha atteso con una certa curiosità di sapere cosa avrebbe detto Fini ai circoli di Generazione Italia riuniti a Napoli. Ma nelle stesse ore le sue antenne erano innanzitutto sintonizzate su Piazzale Clodio dove il suo coordinatore veniva messo sotto torchio dai magistrati. E Denis è rimasto dentro il Palazzo di Giustizia per molte ore. Cosa stava accadendo lì dentro? Perché il coordinatore del Pdl ancora non usciva? L’apprensione nello stato maggiore del partito cresceva. Tra l’altro, per tutta la giornata era circolata la voce di una richiesta d’arresto alla Camera da parte di una delle varie Procure italiane dove Verdini è sotto inchiesta. Quando poi in serata sono state diffuse dalle agenzie le affermazioni di Fini, a cominciare da quella in cui ha chiesto le dimissioni di chi è indagato, l’impressione del Cavaliere è stata netta: «Lui sa quello che si muove nelle procure e fa le sue mosse anticipando le iniziative giudiziarie. E io dovrei tenermi queste serpi in seno?».

Questa più che sgradevole impressione è diffusa ai vertici del Pdl e le «serpi in seno», sonde dentro le procure di Fini, sarebbero i «soli noti» su cui si è abbattuta la furia dei berlusconiani: Granata e Bocchino. I due finiani stanno sparando sul quartier generale di Palazzo Grazioli, ma i loro colpi di maglio proprio ieri sono stati coperti e per nulla sconfessati dal presidente della Camera. Anche quelli più dirompenti sulla legalità e i nomi di chi nel governo copre la verità sulla mafia.

«La convivenza nello stesso partito - spiega il vicecapogruppo Pdl al Senato Quagliariello - diventa impossibile quando c’è un modo opposto di interpretare i principi di fondo sulla legalità e su cosa è accaduto in Italia negli ultimi anni». «Fini - osserva il presidente dei deputati Cicchitto - è andato oltre il limite che il suo ruolo istituzionale di presidente della Camera gli impone». Chiederete le sue dimissioni? «Vedremo. Intanto domani (oggi per chi legge, ndr) c’è la riunione dei capigruppo e si capirà cosa vuole fare Fini: se deciderà di rinviare a settembre il ddl sulle intercettazioni o, come chiediamo noi, il voto verrà calendarizzato prima della pausa estiva».

Rimane il fatto che per Berlusconi l’ex leader di An cavalca la questione morale, anticipando le mosse dei magistrati, getta «fango» sui massimi esponenti del partito e sul governo, come se fosse lui «il vero capo dell’opposizione». Usando argomenti del «peggior Di Pietro, della sinistra estrema». «Se la prende con Mantovano perché giustamente ha levato la protezione a un ciarlatano come Spatuzza». Con Fini è finita: per il premier la terza carica dello Stato ha imboccato una strada senza ritorno, sta bruciando tutti i ponti. E a chi è andato a trovarlo ad Arcore ieri mattina ha detto che l’avversario si sta organizzando in proprio: l’assemblea nazionale dei circoli di Generazione Italia che si svolgerà il 6-7 novembre a Perugia altro non è che la nascita del partito di Fini. A questo punto, secondo il premier, l’inquilino di Montecitorio dovrà dimettersi. Ma rimane il problema degli effetti che la rottura avrà sul governo. Reggerà ancora la maggioranza di centrodestra?

Di questo hanno parlato ieri sera a Villa San Martino Berlusconi e Bossi, che era accompagnato da Maroni, Calderoli e Cota. Il Senatùr è convinto che senza i parlamentari finiani reggerà. Anche il premier ne è convinto. «I finiani sono divisi e di fronte al pericolo di elezioni anticipate con Fini rimarranno al massimo una trentina di deputati e senatori». L’errore di calcolo potrebbe essere fatale per Berlusconi, come in passato lo è stato per Prodi.

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« Risposta #27 il: Luglio 28, 2010, 11:06:02 »

28/7/2010 (7:44)  - RETROSCENA

Berlusconi nella tenaglia Fini-Tremonti

Il premier in difesa dagli attacchi di alleati e magistratura

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Palazzo Grazioli sembra un bunker nel quale Berlusconi deve difendersi dagli attacchi della magistratura e da quella che i berlusconiani definiscono «una tenaglia: da una parte Fini dall’altra Tremonti». Il premier viene descritto depresso, diffidente. Si rende conto che gli stanno arrivando addosso una slavina dietro l’altra. L’ultima è l’iscrizione nel registro degli indagati del sottosegretario Caliendo al quale ha dovuto esprimere la sua fiducia perchè non può farsi dettare l’agenda dai pm, rimanendone ostaggio. Il premier ha chiaro che l’obiettivo è il cuore del governo, cioè lui stesso. E il timing sarebbe fissato per ottobre-novembre quando la Consulta dovrebbe riunirsi per decidere sull’eccezione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Milano sul legittimo impedimento.

Ma intanto continua l’assalto al bunker anche di natura politica che vede in prima fila il presidente della Camera e dietro le quinte il ministro dell’Economia (questo il sospetto del premier). Tremonti nega intenzioni del genere. Tuttavia il Cavaliere, in un colloquio alla Camera, gli avrebbe chiesto spiegazioni delle sue mosse, del perché nei giorni scorsi ha avallato l’idea dell’esistenza di una questione morale. E questo proprio nel momento meno indicato, con Verdini, Cosentino, Caliendo, Dell’Utri sotto torchio.

Berlusconi e Tremonti ieri dovevano insieme presentarsi all’assemblea dei deputati per parlare della manovra economica di cui si vota la fiducia. L’assemblea è saltata. C’è chi dice che il motivo è stato di evitare che la sala fosse mezza vuota visto che i deputati la manovra l’hanno letta sui giornali. L’altra spiegazione è che a Berlusconi non è piaciuta l’idea di Tremonti che gli chiedeva di metterci la faccia sulla manovra. Tra l’altro l’assemblea sarebbe potuto essere l’occasione di richieste di chiarimenti sui rapporti con Fini. E il premier per il momento non vuole dire in pubblico quello che pensa in privato della terza carica dello Stato. Vuole invece superare lo scoglio del voto di fiducia sulla manovra e poi quello sulle intercettazioni.

A questo proposito sembra che si vada ad un voto di fiducia sulle pregiudiziali di costituzionalità mentre sul merito del provvedimento tutto verrebbe rinviato a settembre: votare i primi giorni di agosto, con sicure assenze tra le fila della maggioranza, è stato altamente sconsigliato a Berlusconi. Il quale sta verificando quale sarebbe il costo di una rottura con Fini. In sostanza prima di fare la sua mossa vuole le spalle coperte, sapere quanti sono i finiani che seguirebbero l’ex leader di An.

Il premier è convinto che, con il rischio di elezioni anticipate, sarebbero una dozzina alla Camera, ma i conti potrebbero rivelarsi sbagliati. «Silvio vuole le spalle coperte prima di fare il passo finale contro Fini», spiega un ministro che in questi giorni lo sente spesso. E che esprime qualche dubbio sulla certezza della tenuta di Verdini: «Essersi dimesso da presidente del Credito cooperativo e non da coordinatore è un comportamento contraddittorio. Il fatto che Bankitalia abbia commissariato la banca rende Berlusconi sospettoso sugli affari di Denis».

Rimane il fatto che il premier non ha chiesto né a Verdini né a Caliendo di dimettersi, ma sul sottosegretario alla Giustizia ora pende la mozione di sfiducia a settembre: un’altra pistola carica sulla tavolo del Cavaliere. Che nel bunker medita su cosa fare per neutralizzare Fini: circola l’ipotesi di un documento da approvare in un ufficio di presidenza (l’appuntamento potrebbe essere per giovedì) che di fatto metterebbe fuori dal partito l’avversario. Intanto Fini ieri ha chiuso la vicenda di Mantovano, chiamato in causa da Granata sulla vicenda della scorta tolta a Spatuzza. Lo ha chiamato al telefono per «immutata stima e considerazione».

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« Risposta #28 il: Luglio 29, 2010, 11:43:41 »

 29/7/2010 (6:42)

Berlusconi: ormai per Fini è tardi

Rottura a un soffio: è fuori

AMEDEO LA MATTINA

A un passo dal baratro Fini mette le ali della colomba e chiede a Berlusconi di far tacere gli ultras per evitare una «mattanza» che non avrebbe nè vincitori né vinti. Le dichiarazioni del presidente della Camera sono piombate come una bomba su Palazzo Grazioli dove il premier ieri sera era riunito con lo stato maggiore del Pdl. Quando il portavoce Paolo Bonaiuti gli ha portato le agenzie il Cavaliere ha subito commentato: «Ormai è troppo tardi». Due le interpretazioni della mossa dell’avversario. La prima è che l’ex leader di An, avendo capito che Berlusconi fa sul serio, si è messo paura e vuole salvare il salvabile perché saranno in pochi a seguirlo. E’ considerata la solita tattica usata quando Berlusconi, dal predellino della sua auto a Milano, lanciò il Popolo delle libertà e Fini disse «siamo alle comiche finali». «Salvo poi scaricare Casini e imbarcarsi nel Pdl all’ultimo minuto utile», dicono i berlusconiani. L’altra interpretazione è più maliziosa: quella di Fini è una «trappola»; sta fingendo di voler fare pace per poter poi dire «avete visto? è lui che vuole rompere non io».

Nell’uno e nell’altro caso il premier non crede che quello di dell’inquilino di Montecitorio sia un ramoscello d’ulivo e vuole andare avanti nel suo piano di espulsione. «Poteva pensarci prima, doveva essere lui a mettere la museruola ai suoi ultras che ha sempre mandato avanti senza mai sconfessarli. Basta, la gente è stanca di questo teatrino», ha detto il presidente del Consiglio. Se la notte non porta consiglio, se Gianni Letta e le altre colombe non riescono a convincere il Cavaliere a fare l’ultimo estremo tentativo di un incontro della pace, scatta l’atto finale della storia. E sarebbe una questione di ore: tra oggi e domani il premier lancerà il suo J’accuse pubblico al cofondatore del Pdl che a suo avviso «non è più compatibile con il partito, è venuto meno alla lealtà istituzionale» nella sua veste di presidente della Camera: i suoi comportamenti politici attentano alla stabilità di governo e si fa «strumento di un attacco giudiziario che ha come unica finalità la sovversione della sovranità popolare». Per dimostrare che c’è un tradimento del mandato, Berlusconi metterà in fila tutte le dichiarazioni di Fini e dei suoi seguaci, a cominciare da Bocchino, Granata e Briguglio. Tutto questo sarà oggetto di un documento che verrà approvato dall’ufficio di presidenza del Pdl ancora da convocare: forse domani, ma non è escluso che venga anticipato a questa sera dopo le votazioni sulla finanziaria. A quanto sembra non si aspetterà più il voto sul ddl intercettazioni per la semplice ragione che lo stesso Berlusconi avrebbe deciso di buttare nel cestino il controverso provvedimento, dopo circa diciotto mesi di gestazione. Dunque un documento d’accusa che Fini non potrà accettare. Sembra invece perdere quota l’ipotesi di una procedura disciplinare fino all’espulsione.

Una procedura che metterebbe in moto il lavoro dei probiviri (ma ancora non esiste un regolamento) al termine del quale i finiani potrebbero appellarsi al giudice civile. Nelle more di questa procedura, spiegano gli uomini del presidente della Camera, i giornali italiani e stranieri scriverebbero che Fini viene espulso perché ha chiesto maggiore legalità. Meglio allora il J’accuse che mette gli avversari con le spalle al muro. «Ho pazientato troppo e l’ho fatto per responsabilità istituzionale: ho aspettato l’approvazione della manovra per evitare che la speculazione internazionale trascinasse l’Italia nelle condizioni della Grecia». Fini vada pure a costituire il suo «partitino» e i suoi gruppi parlamentari: «Sempre che abbia i numeri per farlo». Sì, perchè il premier è convinto che il presidente della Camera non abbia sufficienti parlamentari per costituire gruppi autonomi. Intanto è partita la campagna acquisti di Berlusconi in vista della separazione con Fini. Ha fatto sapere ai finiani che ricoprono cariche di governo che o stanno con lui o rischiano la poltrona. Poi ha ricevuto Riccado Villari, che vorrebbe essere candidato a sindaco di Napoli, e i liberldemocratici Italo Tanoni e Daniela Melchiorre (per quest’ultima sarebbe pronta un posto di sottosegretaria).

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« Risposta #29 il: Agosto 01, 2010, 11:11:50 »

1/8/2010 (7:48)  - INTERVISTA

La Russa: "I miei conti non erano sbagliati"

Il ministro: «Scelta consapevole»

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Sono due i colpi di maglio che assesta Ignazio La Russa. «Siamo tutti d’accordo che i 33 deputati iscritti al gruppo Futuro e Libertà sono sostanzialmente fuori dal Pdl. La stessa cosa riguarda chi ha un incarico di partito. Questa decisione verrà presa formalmente dai probiviri quando si riuniranno nei prossimi giorni. Non è escluso che verrà anticipata dai coordinatori nazionali». Il secondo colpo è diretto a Fini. Cosa ne pensa della vicenda sollevata dal «Giornale» sulla casa di Montecarlo, appartenuta ad An, affittata al fratello della signora Tulliani? «Su questo devono rispondere gli amministratori di An che dipendevano direttamente da Fini, non io che non ne voglio sapere nulla e non ne so nulla, stranamente benché fossi il coordinatore del partito. Nessuno mi ha mai avvisato neanche che quella casa fosse stata venduta».

Ministro, questa escalation accrescerà le frizioni e non sembra che alla Camera abbiate i numeri per governare.
«I numeri per governare sono quelli che si conoscevano prima dell’approvazione del documento da parte dell’ufficio di presidenza. Bastano per governare. Non c’è motivo di credere che tutti i 33 deputati iscritti al gruppo Futuro e Libertà siano dei bugiardi quando assicurano di voler sostenere il governo. Se dovesse accadere il contrario, allora bisognerà ricontare quelli tra i 33 che non sono stati sinceri. Bisognerà contare anche altri deputati che potrebbero avvicinarsi alla maggioranza: non i singoli ma soprattutto nuclei di un’area politica (e non penso all’Udc). Una cosa è certa: non ci sono i numeri per un altro governo. E al Senato anche senza nuovi arrivi e anche se tutti gli otto finiani fossero bugiardi, avremmo la maggioranza».

E alla Camera?
«Ho ancora gli sms di alcuni di loro: mi hanno detto “noi passiamo al nuovo gruppo ma mai e poi mai faremo cadere il governo”».

Avete sbagliato il calcolo dei «ribelli»?
«Un mese fa ho dato a Berlusconi, tramite Verdini, una lista. C’era scritto, con nomi e cognomi, che l’area su cui poteva contare Fini arrivava a 31 ex An. Poi c’era Della Vedova e fa 32, più la Polidori che non avevo messo nel conto perché indipendente. Insomma dicevo che era un minimo di 26 e un massimo di 31. Questo un mese fa. Il giorno in cui abbiamo votato il documento mi sono portato la stessa lista e ho ricordato questi numeri davanti a dieci persone e nessuno ha detto che erano numeri sbagliati. La scelta è stata fatta da tutti consapevolmente».

Sicuri di andare avanti, dunque.
«Sicuri anche perché non ci sono i numeri per costruire una nuova maggioranza che sarebbe contraria al volere degli elettori».

E se la maggioranza ci fosse solo al Senato?
«C’è in tutte e due le Camere ma se ipoteticamente ci dovesse essere solo al Senato si andrebbe alle elezioni: non ci sono altre soluzioni. Ma il voto non è un nostro obiettivo: se avessimo voluto andare alle urne questo sarebbe il momento migliore. Non daremmo tempo agli altri di riorganizzarsi. L’obiettivo è governare fino alla fine della legislatura con una maggioranza che ha meno numeri ma almeno non si cerca il nemico in casa».

Starete sempre in aula come ai tempi del governo Prodi: a ogni voto c’era il rischio del capitombolo.
«Il problema di Prodi non erano i numeri ma i contrasti insanabili all’interno della sua maggioranza. Da noi i numeri alla Camera potranno essere simili a quelli del governo Prodi, ma con una compattezza interna forte». Se si tornasse al voto, il Pdl vincerebbe? «Sì, largamente. Il consenso nei confronti del centrodestra rimane altissimo».

L’alleanza con Bossi tiene?
«Di questo sono matematicamente sicuro. Bossi con questa alleanza, oltre ad aumentare i consensi, ha conquistato la presidenza del Piemonte e del Veneto, il ministro dell’Interno. E non troverà mai una coalizione in cui ci sia tanta considerazione per un alleato di minoranza. Ha trovato la sponda convinta per il federalismo. Ha un’intesa personale ottima con Berlusconi che è quello che ha fatto la differenza».

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