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Autore Discussione: FABIO MARTINI.  (Letto 43096 volte)
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« Risposta #195 inserito:: Novembre 12, 2017, 12:17:59 pm »

Lista Pisapia-Bonino, prove generali in casa socialista nel nome dei “meriti e dei bisogni”
Psi, Radicali e l’ex sindaco di Milano, possibili animatori di una Lista alternativa al Pd alle prossime elezioni politiche, si ritrovano 35 anni dopo la Conferenza di Rimini del partito socialista, che fu un evento innovativo nella fase finale della Prima Repubblica

Pubblicato il 10/11/2017 - Ultima modifica il 10/11/2017 alle ore 16:14

FABIO MARTINI
ROMA
Nel moltiplicarsi di iniziative, contatti più o meno riservati per realizzare liste elettorali in occasione delle prossime elezioni politiche, si muove anche il Psi di Riccardo Nencini: in un convegno a Milano che rievoca uno dei momenti più felici del “nuovo corso” socialista negli anni Ottanta, prenderanno la parola anche Giuliano Pisapia e il segretario dei Radicali italiani Riccardo Magi, che assieme ai socialisti, a personalità del mondo prodiano, ai Verdi, potrebbero diventare presto i protagonisti di una Lista progressista limitrofa al Pd, ma al tempo stesso concorrente del partito di Renzi.
 
Il convegno celebra il trentacinquennale anniversario di uno degli eventi più felici di quel che fu il “nuovo corso” socialista e craxiano, tra il 1976 e il 1993: la Conferenza di Rimini del Psi. Passata alla storia come quella del “merito e del bisogno”, titolo della relazione introduttiva di Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi. Nella sua specificità di conferenza programmatica si trattò di un evento da allora mai più superato in termini qualitativi. 
 
Oltre alla relazione di Martelli, centrata sulla possibile alleanza tra soggetti sociali diversi (i “bisognosi” e i protagonisti del “merito”) e salutata da cinque minuti di ovazioni (ma Bettino Craxi restò seduto), vide la partecipazione di numerosi e non inquadrati intellettuali, come Luciano Gallino, Massimo Severo Giannini, Umberto Veronesi, Federico Stame, Francesco Alberoni, Stefano Silvestri, Aldo Visalberghi, Valerio Castronovo, Gianni Statera, Federico Mancini, Francesco Forte e altri più organici al Psi come Franco Reviglio, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo. Certo, la profetica relazione di Martelli non trovò traduzioni politiche immediate, ma nulla del genere si sarebbe ripetuto anche in altri partiti, né allora né in anni più recenti, come ha confermato, in termini di partecipazione intellettuale, anche la Conferenza programmatica del Pd di Portici.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/10/italia/politica/lista-pisapiabonino-prove-generali-in-casa-socialista-nel-nome-dei-meriti-e-dei-bisogni-UjChuKBRAAmbSFWOnyuFGK/pagina.html
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« Risposta #196 inserito:: Dicembre 29, 2017, 11:35:49 pm »

Il premier si smarca da Renzi e sottolinea tutte le differenze

Una metamorfosi che era in corso da giorni. Alla fine il primo ministro riabilita anche il lavoro di Letta

Pubblicato il 29/12/2017
FABIO MARTINI
ROMA

L’ultimo giorno, proprio l’ultimo, Paolo Gentiloni si è sbloccato. Sciorinando inaspettatamente una raffica di battute “fuori linea”, il presidente del Consiglio ha lanciato un messaggio, un messaggio inatteso: io resto leale con Matteo Renzi, ma su diverse questioni importanti non la penso come lui. Un messaggio politico che, durante la lunga conferenza stampa di fine anno non si è mai concretizzato in una battuta direttamente ostile all’ex premier, ma si è dispiegato in diverse punzecchiature in codice. Scandite con uno stile brillante, auto-ironico, più rilassato del solito. 

Come la battuta sullo scioglimento anticipato delle Camere. Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva detto che per il Pd sarebbe stato meglio se la legislatura si fosse conclusa a giugno e Gentiloni, senza fare riferimento all’esternazione renziana, ha testualmente detto: «Sarebbe stato grave e devastante arrivare a interruzioni traumatiche della legislatura». Proprio così ha detto: devastante. Una specie di urlo nel placido lessico gentiloniano. Parlando invece della Commissione Banche, fortemente voluta da Renzi, il presidente del Consiglio ha fatto ricorso al suo proverbiale humour: «Vi devo dire che con sollievo ho registrato la fine delle audizioni...».

Nei centotrentacinque minuti della conferenza stampa di fine anno è dunque proseguita una metamorfosi del personaggio Gentiloni che era in corso da diverse settimane. Certo, lo stile dell’uomo resta quello di sempre e difatti durante l’incontro con i giornalisti il presidente del Consiglio ha dispiegato il consueto garbo, è stato attentissimo a non attaccar briga. Mostrandosi anti-retorico e minimalista: «Siamo fra i quattro o cinque giganti mondiali dell’export. A volte, come si dice a Roma, `nun ce se crede´, però è così; dovremmo tutti esserne più consapevoli». Come dire: con questo boom il governo c’entra poco e niente.

Uno stile da anti-eroe che ad un certo punto si è concretizzato in una battuta che di solito nessun presidente del Consiglio ha il coraggio di pronunciare: «La politica deve avere un certo ritegno nel considerare la ripresa economica del Paese come frutto di questa o quella iniziativa. L’Italia si è rimessa in piedi grazie soprattutto all’impegno degli italiani».

Ma in questa orgia di understatement, proprio nell’ultimo giorno della legislatura, Paolo Gentiloni ha liberato una striscia di battute che marcano la differenza tra lui e Matteo Renzi. Oltre a quelle sulla Commissione Banche e sulla gestione del caso-Visco da parte del Pd, durante la conferenza stampa Gentiloni ha dato la sua lettura sulla scissione dal Pd: «Credo ci sia stato un processo di deterioramento dei rapporti e per quanto si dica che in politica contano solo i programmi e le idee, contano molto anche i rapporti tra le persone». Una lettura che equipara i protagonisti delle due barricate e li “inchioda” a motivazioni prevalentemente personali. 
 

E sul futuro? Al riguardo il presidente del Consiglio ha pronunciato una delle sue espressioni anodine, che infatti non ha fatto titolo, ma che in bocca ad un uomo “parsimonioso” come lui, è parsa osè: «Per il momento c’è un premier c’è, che sono io!». Oltretutto il presidente del Consiglio non ha aggiunto la frasetta che al Pd qualcuno poteva aspettarsi: oggi ci sono ma nel futuro torno in “riserva”.

Eppure, la battuta più “discontinua” di tutte, Gentiloni l’ha dedicata ad Enrico Letta: «La legislatura ha dimostrato che in Italia c’è una sinistra di governo a servizio del Paese e questo si è visto nel governo Letta, in quello Renzi e in quello che io ho presieduto». Nel suo racconto, Renzi aveva puntualmente cancellato il governo Letta, quasi che la “rinascita” dell’Italia avesse avuto inizio con l’ascesa a palazzo Chigi dell’ex sindaco di Firenze. Quella di Gentiloni è una prima “riabilitazione”.

Eppure, anche se il presidente del Consiglio non può dirlo, sa bene che il suo futuro dipenderà dalle fortune elettorali del Pd. Ecco perché Gentiloni si è più volte speso per caldeggiare un successo elettorale della «sinistra di governo». Lo sa pure Renzi che ieri sera ha fatto sapere di aver apprezzato le parole di Gentiloni e la sua «forza tranquilla», di non considerarlo un rivale e chiedendogli di esporsi in tv in campagna elettorale. Un impegno che il premier prenderà con le molle.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/29/italia/politica/il-premier-si-smarca-da-renzi-e-sottolinea-tutte-le-differenze-VWzkRNrRvMzFHsQ2sGpMPP/pagina.html
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« Risposta #197 inserito:: Dicembre 29, 2017, 11:38:54 pm »

D’Alema inizia in Puglia il tour elettorale: “Legislatura costituente”
Prima tappa nel suo Salento, dove partì anche Prodi: «Non credete a Renzi, il nostro vero leader è Grasso»

Diverse le tappe fatte da D’Alema nella sua giornata in Puglia: Nardò, poi Ruffano, Patù, Tricase e infine Marina di San Gregorio.
Prima di una cena con gli elettori, la visita in una fabbrica di scarpe

Pubblicato il 28/12/2017

FABIO MARTINI
ROMA

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico negli umori dell’opinione pubblica alla vigilia della campagna elettorale e se ne sta accorgendo Massimo D’Alema ogni volta che pronuncia questa battuta: «Vedete, io me ne sono andato per fare largo alle nuove leve, ma visti i risultati ho fatto male…». Puntualmente scatta l’applauso. Un battimani non solo politico: accanto ad un diffuso rancore, in giro sta cominciando ad affiorare anche una certa nostalgia per quelli di prima. Massimo D’Alema, tornando in campo, non immaginava di ritrovarsi in favore di vento. Per ora solo un venticello, ma vai a sapere. Ma è altrettanto vero che per D’Alema ci voleva un certo coraggio nel riproporsi una volta ancora, lui che nella vita ha fatto tutto: dal presidente del Consiglio al segretario del Pds, dal ministro degli Esteri al presidente della Bicamerale. 

E tornando, trent’anni dopo la prima volta, D’Alema ha deciso di ricominciare esattamente dove, nel 1987, tutto era cominciato: in Puglia. Eccolo a Tricase, nel tacco salentino: «Un tempo questo era un comune cattolico-democristiano: il Pci aveva due consiglieri comunali, la Dc 22…. Ricordo la prima volta che venni qui, negli anni Ottanta: mettemmo il palco fuori quella bellissima chiesa e quando i cittadini uscirono alla fine della messa, appena videro la falce e martello, scapparono. Sul sagrato della chiesa, l’unico che mi rimase ad ascoltare, era il parroco. Si chiamava don Tonino Bello. Stavolta mi ha invitato un gruppo cattolico e parlerò nel teatro parrocchiale».

Dalla bianchissima Tricase è partita la campagna elettorale del “candidato” D’Alema e proprio qui, ricorda lui, «iniziò il viaggio del pullman dell’Ulivo di Prodi» e dunque «si tratta di un luogo ad altissimo contenuto simbolico». Un mese prima della formazione delle liste, con grande anticipo su tutti gli altri, è partita la campagna dalemiana. Con un programma di appuntamenti che sembra tirato fuori dall’album dei ricordi: ore 11, Nardò, sala Cream&Caramel, incontro col mondo agricolo salentino; ore 14,30, Ruffano, Calzaturificio Mariapia, visita azienda e incontro con i lavoratori; ore 15, Patù, riunione con i volontari della campagna elettorale; ore 18,30 Teatro Tricase, apertura campagna elettorale; ore 21, Marina di San Gregorio, cena con gli elettori. 

Un porta a porta all’antica, che prelude ad un ritrarsi del D’Alema “nazionale”? Un suo auto-confinamento nel Salento, per lasciare spazio a Pietro Grasso? «Non presterò il fianco ai giochetti di Renzi, che continua a ripetere che il “vero capo” è D’Alema. Questo gioco se lo era inventato Berlusconi nel 2001, quando il candidato del centrosinistra era Rutelli. Renzi ripete stancamente, ma anche in questo è un imitatore. No, il leader è Grasso e presto si affiancheranno altre personalità importanti». Nella campagna di D’Alema sembra ben celata anche un’ambizione al momento inconfessabile: quella di riuscire a conquistare un collegio sulla carta impossibile per un piccolo partito come il suo. 

E magari di risultare l’unico, tra i Liberi ed eguali, capace di questo exploit in tutta Italia? «È molto difficile fare queste valutazioni, soprattutto con questa legge elettorale, sgangherata ed inefficace, che si presenta come uninominale maggioritaria, anche se poi gran parte degli eletti saranno votati di “risulta”. Certo, potrebbe contare il fatto che quando sono stato deputato del Salento, ho fatto tante cose per questa terra; che nel collegio di Gallipoli il centrosinistra perdeva e io vincevo. Però l’ultima volta che si è votato con i collegi era il 2001 e ora qui la squadra da battere è il centrodestra, che può mettere in campo uno squadrone».

E sul dopo-elezioni? Lo scenario proposto da D’Alema non segue la corrente di chi dà per scontata l’ingovernabilità: «Nessuno sarà in grado di disporre di una maggioranza per governare. Per questo penso che si aprirà una legislatura inevitabilmente costituente e si dovrà mettere mano ad alcune regole istituzionali e ad una legge elettorale, con un metodo – spero – meno arrogante e fallimentare di quello sinora dispiegato da Renzi». Un contesto – ecco la novità – dentro il quale Massimo D’Alema pensa che la sua lista farà la sua partita: «Si era sbagliato chi ci aveva immaginato come un gruppetto di vecchi comunisti. Noi avremo molte carte da giocare, non saremo una forza marginale». Anche se i Cinque stelle, dopo le elezioni, proponessero un governo col Pd («purché Renzi sia out», fanno sapere) e con Liberi ed eguali? «Per noi le discriminanti programmatiche e dei valori sono fondamentali e quindi molto dipenderà dagli orientamenti che preverranno nei Cinque Stelle…», dice un D’Alema che non scarta scenari. E già pregusta il ritorno in “serie A”.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/28/italia/politica/dalema-inizia-in-puglia-il-tour-elettorale-legislatura-costituente-BWS95Sdf10qUoQKM2TIpKO/pagina.html


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« Risposta #198 inserito:: Gennaio 21, 2018, 12:32:14 pm »

La parola “sinistra” scompare da tutti i simboli elettorali

La salvano soltanto i trotzkisti di “Per una sinistra rivoluzionaria”.

E’ la prima volta dopo decenni che partiti dello schieramento progressista rinunciano volontariamente ad un termine storico

Pubblicato il 19/01/2018 - Ultima modifica il 19/01/2018 alle ore 08:45

FABIO MARTINI

Una volta definirsi di sinistra era un vanto, almeno per chi simpatizzava con quella parte. Ma è come se quel tempo si fosse consumato: per la prima volta dopo decenni gli italiani non troveranno (quasi) più la parola “sinistra” sulle schede elettorali del 4 marzo. 

I partiti di sinistra - di governo, di opposizione e antagonisti - hanno rimosso quell’auto-definizione. E dunque, avanti con i “democratici”, i “liberi ed eguali” e i fautori del “potere al popolo”, cancellando il termine “sinistra”. Per timore che faccia perder voti? Pensando che sia un lessico usurato? A salvare l’onore di una definizione così primordiale, toccherà ai due partiti trotzkisti, il “Partito Comunista dei Lavoratori” e “Sinistra Classe Rivoluzione” - riuniti in una lista dal nome antico: “Per una sinistra rivoluzionaria”. 

Il principale artefice del miracoloso salvataggio è un trtzkista di lunga durata come Marco Ferrando, leader del Pcdl: «La fine di una grande storia (il Pci) e di una piccola storia (Rifondazione) hanno contribuito ad ammainare una bandiera che obiettivamente soltanto noi terremo alta».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/19/italia/politica/la-parola-sinistra-scompare-da-tutti-i-simboli-elettorali-L5Pn9bmtuuGC5TrWzn6M2H/pagina.html
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« Risposta #199 inserito:: Gennaio 29, 2018, 02:14:48 pm »

Notte tra urla e pianti in cui si è sfiorata la scissione: nasce il PdR di Renzi

Orlando fa un sondaggio con Bonino

Pubblicato il 27/01/2018 - Ultima modifica il 27/01/2018 alle ore 09:27

FABIO MARTINI
ROMA

Tra urla e pianti, nella lunga e patetica notte consumata al Nazareno, sede del Pd, è diventato più chiaro quel che accadde 11 mesi fa, quando l’ala sinistra di Bersani e D’Alema lasciò il partito. Allora Matteo Renzi non fece nulla per impedire la scissione, perché già aveva in mente quel che ha messo in pratica nelle ultime 48 ore: la «normalizzazione» dei futuri gruppi parlamentari del Pd. I numeri hanno una loro eloquenza. Alle Primarie di maggio che lo avevano incoronato segretario, Matteo Renzi aveva ottenuto il 69,2% dei consensi popolari, ma ieri notte quando la direzione del Pd si è riunita per l’okay alle liste, quasi il 90 per cento dei posti «sicuri» appartenevano all’area del leader. Le minoranze congressuali (Orlando ed Emiliano) sono state strette all’angolo: avranno un manipolo di parlamentari, così come li avranno gli alleati più riottosi del segretario (Franceschini), ma si tratta di rappresentanze frammentate, piccole percentuali, gruppi destinati all’irrilevanza, quando arriverà l’ora delle grandi scelte. Una «libanizzazione» del dissenso interno che tornerà utile fra 40 giorni. 

Dopo le elezioni del 4 marzo incombono decisioni decisive nella vita del Pd e in quella personale di Renzi. Se il partito dovesse restare sotto il minimo storico, il 25,4% raggiunto nel 2013 da Bersani, potrebbe aprirsi un processo al leader e per Renzi disporre di una pattuglia parlamentare ad alta fedeltà rappresenta un’assicurazione sulla vita. E gruppi renziani serviranno anche davanti a scenari meno drammatici ma potenzialmente divisivi: quale governo? Quale maggioranza? Quale presidente del Consiglio? 

Pd, Orlando: “Liste sbagliate, ma combatteremo per vincere”
Naturalmente quando si fanno le liste per le elezioni più che ai massimi sistemi, i notabili di partito guardano ad interessi più prosaici. E nella giornata di ieri gli sherpa di Renzi hanno tirato la corda in modo così teso che ad un certo punto, senza che la notizia trapelasse, Andrea Orlando è stato costretto ad accarezzare un’idea clamorosa: lasciare il partito e trovare accoglienza elettorale nella lista «+Europa» di Emma Bonino. Uno degli amici del Guardasigilli ha fatto un sondaggio preliminare e non impegnativo ma poi l’ipotesi - che poteva diventare dirompente - è stata lasciata cadere. Almeno per ora.

È stata davvero una giornata di passione quella che si è consumata al piano nobile del Nazareno. L’orario di inizio dei lavori della Direzione è slittato per ben tre volte, dalle iniziali 10,30 si è via via andati sino alle 22,30: uno scivolamento di dodici ore, quasi un record. E a forza di rinvii l’«assedio» a Matteo Renzi si è fatto assillante: lo guatavano amici, nemici, alleati, semi-alleati. Qualcuno urlando («ci ha imbrogliato»), qualcuno piangendo. Un giovane democratico confida di aver visto Debora Serracchiani con gli occhi lucidi, ma chissà se era lei, chissà cosa è vero, o verosimile nel racconto di una delle giornate umanamente più intense nella storia del Pd. 

 

Lui, Matteo Renzi, ad un certo punto ha staccato il cellulare, per ore non ha risposto più agli sms, ha scritto e cancellato nomi di candidati assieme al suo amico Luca Lotti. Un assedio anche umano, come racconta lo stesso Renzi: «E’ una disperazione far fuori 150 uscenti... C’è quello che ti dice, ho il mutuo da pagare, l’altro che ti fa sapere che gli manca una legislatura per la pensione, un altro che accampa un buon motivo…». 

Damiano: “Fuori dalle liste del Pd? Non ho avuto rassicurazioni”
Certo, nella grande «mattanza» che ha accompagnato la febbrile fattura delle liste del Pd c’è stato anche un coté patetico. Ma il grande sospetto dei non-renziani è che, con la scusa del dimagrimento che doveva investire tutte le «aree» interne del Pd, il leader ne stesse approfittando per aumentare il proprio peso specifico, per dare un’accelerata a quel progetto di trasformazione del Pd in «PdR», quel «Partito di Renzi» che è la sintesi un po’ grossolana ma preferita dai detrattori del leader. I conti si potranno fare soltanto quando le liste saranno definitivamente vistate e approvate, ma ieri sera quando si è aperta la Direzione del Pd chiamata al formale via libera, i pesi interni erano ridistribuiti, con una presenza massiccia dell’area Renzi. Alle Primarie quell’area aveva conquistato il 69,2% dei consensi, contro il 20% di Andrea Orlando e il 10% di Emiliano: dei 200 posti “sicuri” (tra listini e collegi), quasi il 90% andranno a candidati vicini al segretario. In questo «correntone» di maggioranza, il 70-72% dei parlamentari sarebbero renziani doc, l’ 8-10% amici di Martina e Orfini, il 5-7% amici di Franceschini. Alle minoranze resterebbe il restante 10% . 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/27/italia/politica/notte-tra-urla-e-pianti-nasce-il-pdr-di-renzi-e-si-rischia-la-scissione-UG7YQ35Qni0lJ67JLHw5dP/pagina.html
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« Risposta #200 inserito:: Gennaio 29, 2018, 02:16:41 pm »

A noi interessano i Progetti (contenuti esaustivi e poche chiacchiere) i personaggi che vanno e vengono interessano di meno.
Se non hanno giocato o sono stati in panchina, sono fatti loro.

Gli Italiani hanno ben altri problemi sulle spalle.

Anche di Renzi ci interessa conoscere soprattutto il suo renzismo (se esiste) e i relativi contenuti e programmi.
Il personaggio lo abbiamo seguito da qualche anno (circa tre) il CentroSinistra lo abbiamo condiviso da vent'anni.

Per noi ulivisti questo conta ci si può stancare di Renzi non del CentroSinistra (depurato da scorie obsolete).
ciaooo
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« Risposta #201 inserito:: Febbraio 04, 2018, 02:03:49 pm »


Gara di testimonial per lanciare Bonino. La sfida è superare il 3 per cento
Da Calenda a Gentiloni. E arriva Staino: “Compagni delusi dal Pd, votate Emma”

Pubblicato il 04/02/2018 - Ultima modifica il 04/02/2018 alle ore 10:15

Fabio Martini
Roma

La speaker della “kermesse Bonino” lo annuncia come fosse uno di quegli intermezzi simpatici, di solito immaginati per scaldare le platee: «E ora una piccola sorpresa, un graditissimo fuori programma, un intervento di Sergio Staino…». Lui, uno degli ultimi simboli di una certa tradizione comunista italiana, si avvia lentamente verso il palco, poggiandosi su un bastone e sul braccio del radicale Riccardo Magi e una volta conquistato il microfono, si prende la scena, facendo due cose che nessuno si aspetta. Si produce in una raffica di battute irriverenti e penetranti su Matteo Renzi, Maria Elena Boschi ma soprattutto si rivolge agli elettori del Pd incerti se votare il partito guidato da Renzi: «Tanti mi dicono, il Pd non lo voto più… Bene, io farò di tutto perché possano votare “Più Europa”. Perché sono sicuro che più cresce “Più Europa” e più si fa bene al Pd!». E al culmine di un applaudito show, Staino ha aggiunto: «Qualcuno mi chiede: e tu perché stai ancora nel Pd? Perché se c’è uno che deve andar via, quello non sono io!».

Un discorso per iperboli eppure insidioso, quello di Staino, perché sul fronte Pd il nervo scoperto dei prossimi 26 giorni di campagna elettorale è esattamente questo: evitare che i tantissimi elettori delusi o incerti (si calcola siano circa due milioni e mezzo) possano votare liste concorrenti, anziché tornare sulla via di casa. Ecco perché proprio l’intervento del toscanaccio Staino ha finito per diventare il momento paradossalmente più significativo, in una Convention, quella che ha aperto la campagna di “Più Europa”, che pure ha fatto segnare altri momenti importanti. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro Carlo Calenda (di fatto diventato la “seconda punta” della lista Bonino) hanno tracciato un messaggio controcorrente: una parte del governo tifa per la leader radicale e perché la sua lista superi il 3 per cento. Anche se Paolo Gentiloni si è “limitato” a simpatizzare per la leader radicale: «Con Emma cammineremo insieme e possiamo vincere». 

Eppure l’intervento che, allo “Spazio Novecento” dell’Eur ha fatto la differenza, è stato quello di Staino. Incipit bruciante: «Avevo appena promesso ad Emma di venire qui, mezzora dopo mi ha telefonato il segretario Pd di Scandicci: sabato viene Renzi, mi raccomando! E io, da ipocrita, come sappiamo essere noi fiorentini, ne avete molti esempi..., gli ho risposto: come fò? Ho già un impegno... Dentro di me ho pensato: che culo!». E ancora: «Se me lo chiede Emma, sarei venuto pure a “Più Alto Adige” e il riferimento a Maria Elena è voluto! Vi sembra di buon gusto candidarsi in 5 posti blindati? È significativo del kitsch che ci affoga». Battute per D’Alema («c’è chi distribuisce mele avvelenate»), per Bersani («romanticismo patologico») e per Renzi: «Ha detto del suo programma “Cento passettini” ... Nell’Italia di Impastato e dei 100 passi, tu mi parli dei cento passettini? Ma come ti permetti?». 


Dopo il “salvatore” Bruno Tabacci (anche lui ha alluso al "voto utile”) i saluti di Anna Fendi, Stefania Sandrelli, Paolo Gentiloni e prima della chiusura della Bonino, il più applaudito è stato Carlo Calenda. Ha annunciato che sosterrà «in tutti i modi» «Più Europa» con una motivazione semplice: «La sfida è tra un’Italia seria e una cialtrona». E ha aggiunto una chiosa inusuale nella politica attuale: «Voterò nel mio collegio per Gentiloni ed Emma con entusiasmo: sono dei signori e nella vita questo conta».

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http://www.lastampa.it/2018/02/04/italia/cronache/lo-show-di-staino-compagni-delusi-dal-pd-votate-per-emma-Wxaa7bMY9q1eFrf6FDcj6J/pagina.html
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« Risposta #202 inserito:: Febbraio 09, 2018, 10:42:59 am »

La strategia attendista di Renzi che oscura il ruolo di Minniti
Il leader Pd sembra in stand by. In attesa che passi la bufera di Macerata
Nei giorni scorsi il segretario del Pd ha escluso dalle liste elettorali alcuni uomini vicini al ministro Minniti
Pubblicato il 06/02/2018 - Ultima modifica il 06/02/2018 alle ore 07:14

FABIO MARTINI
ROMA

Al primo tornante impegnativo della campagna elettorale - l’offensiva del centrodestra sui migranti - Matteo Renzi si è messo in modalità «pausa»: né al contrattacco, né in difesa. È come se il leader del Pd aspettasse che la bufera passi, nella speranza che un tema tradizionalmente così scomodo per i progressisti si allontani dall’orizzonte elettorale. E infatti nelle ripetute e articolate esternazioni Renzi nella giornata di ieri, ha usato espressioni inusuali, che illustrano bene la posizione attendista del Pd. La prima: «Non si può pensare di buttare addosso alla Lega e a Salvini questa tematica perché è molto più grande e intensa». Una posizione garantista e anche un escamotage difensivo, per non essere sferzato più di tanto dalla Lega? La seconda espressione è altrettanto sfumata: «Davanti agli imprenditori della paura, quelli che scommettono e sobillano un’intera fetta di comunità, l’unica strada è l’estremismo del buon senso». La terza battuta riguarda il responsabile della sicurezza. Ha detto Renzi: «Certo mi fido di più di Minniti ministro dell’Interno che non di Salvini».

La sola idea di immaginare come plausibile un raffronto tra i due non sembra particolarmente gratificante per il ministro dell’Interno, ma c’è qualcosa in più: in queste ore Renzi è come se avesse rimosso l’azione svolta nell’ultimo anno da Marco Minniti. È come se avesse steso una sorta di omissis sui numerosi risultati incassati dal Viminale e da Palazzo Chigi su questa frontiera: diminuzione drastica degli arrivi, diminuzione dei morti in mare, coinvolgimento pieno dell’Ue sulla «dottrina Minniti», riflettori accessi del sistema-Onu sui lager libici.

Nella narrazione di Renzi l’occultamento di Minniti dura da giorni e si è indirettamente manifestato anche durante la formazione delle liste elettorali del Pd, con l’accantonamento di alcuni amici del ministro. Da parte sua Minniti, per ora, si è limitato a una dichiarazione a caldo, subito dopo aver riunito le autorità della sicurezza a Macerata. Definendo l’iniziativa di «stampo fascista e nazista» ma «di carattere individuale». Da quel momento Minniti si è ritirato nel suo riserbo istituzionale. E c’è un dettaglio in più che rende paradossali i rapporti lungo il triangolo Chigi-Viminale-Nazareno. Prima dei fatti di Macerata, nella compilazione delle liste, al Pd avevano deciso di spedire Paolo Gentiloni in una circoscrizione periferica: Ascoli-Macerata. Già prima dei fatti più recenti, si trattava di una circoscrizione in salita per il Pd, visto che comprende l’area colpita dal terremoto. Una collocazione che Gentiloni aveva accolto col proverbiale fatalismo, senza invocare «posti al sole».

Ma nell’attendismo di Matteo Renzi non c’è soltanto il rapporto sempre faticoso con le personalità di successo del suo schieramento. E non c’è soltanto un atavico complesso di inferiorità delle forze progressiste su questi temi. In queste ore sta accadendo qualcosa nelle rilevazioni dei sismografi dei sondaggi: dopo i due episodi di Macerata il tema migranti-sicurezza è letteralmente schizzato in testa alle preoccupazioni degli italiani. Ecco il motivo per il quale Silvio Berlusconi dopo una dichiarazione a caldo estremamente responsabile e misurata, due sere fa si è buttato nella mischia con un rilancio molto forte, quella richiesta di cacciare seicentomila irregolari dall’Italia.

Un’affermazione stentorea, non accompagnata da una illustrazione dettagliata delle misure che potrebbero rendere plausibile una «cacciata» di massa, visto che sinora un piano organico di rimpatri non è stato possibile per l’indisponibilità dei Paesi interessati. A Berlusconi, il leader del Pd ha preferito rispondere con altri argomenti: «I migranti sono una bomba sociale? Ma l’immigrazione dipende da due fattori: coi trattati di Dublino ogni Paese gestisce l’immigrazione da solo, ma quegli accordi che ora Berlusconi contesta li ha firmati lui nel 2003. E se in Italia arrivano i migranti è perché qualcuno ha fatto la guerra in Libia e il presidente del Consiglio era Berlusconi».

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« Risposta #203 inserito:: Febbraio 25, 2018, 11:12:33 am »

Napolitano, sgambetto a Renzi. “Gentiloni uomo giusto per il bis”

Il premier resta il più corteggiato: sempre alti i consensi nei sondaggi

Pubblicato il 22/02/2018

FABIO MARTINI
ROMA

Dopo Romano Prodi, Walter Veltroni, Emma Bonino e Carlo Calenda, un po’ a sorpresa anche l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano si produce in un energico endorsement a favore di Paolo Gentiloni e indirettamente fa lo “sgambetto” a Matteo Renzi. Durante una cerimonia all’Ispi, l’istituto di studi di politica internazionale, il presidente emerito ha scelto parole impegnative per motivare un premio che veniva conferito al premier: «Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia», «un’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio». Un elogio che è arrivato a sottolineare virtù irrituali: «La qualità della sua educazione famigliare e scolastica gli offre strumenti importanti per operare ai più alti livelli anche in futuro».

Un’ escalation di dichiarazioni di “voto” per Paolo Gentiloni che si incrocia con una tentazione coltivata in silenzio da Matteo Renzi, ma alla fine scartata: rendere esplicito in extremis una clamorosa “incoronazione” del presidente del Consiglio. Una tentazione che aveva qualche buon motivo ma anche una controindicazione che lo stesso leader del Pd confida: «In caso di largo intese, che noi non cerchiamo ma che potrebbero rendersi necessarie, è del tutto evidente che il candidato unico di una coalizione, per andare a palazzo Chigi, deve essere espresso dalla coalizione più forte». In altre parole, Gentiloni ha più chances di restare in campo se mantiene il suo attuale profilo “bipartisan”, anziché essere il candidato di un partito e di una coalizione. E poi c’è un’altra ragione che Renzi ha spiegato così ai suoi: «Se noi cambiamo lo spirito e la lettera del nostro Statuto soltanto perché i sondaggi suggeriscono qualcosa, allora un partito non ha più senso». 

E tra i motivi che hanno sconsigliato un cambio di cavallo all’ultima ora, anche il timore di uno spaesamento tra gli elettori. È vero che è stabilmente elevata la fiducia che tutti i sondaggi attribuiscono a Gentiloni, tanto è vero che un mese fa un istituto tra i più quotati valutò in due punti percentuali in più una eventuale “cessione di sovranità” a favore del premier. Ma è altrettanto vero che nei comizi del Pd la presenza di Renzi - ovvero la sua evocazione da parte degli altri dirigenti - suscita ancora applausi e consensi e dunque esiste uno “zoccolo duro” da non deludere.

Certo, in queste ore Matteo Renzi sta cercando la carta per invertire una tendenza al ribasso che da sette mesi non si è più fermata. Anche perché negli ultimi giorni di campagna elettorale, Renzi lo sa bene, i numeri sono suscettibili di cambiamenti repentini e, come lui stesso ricorda, «nel 2013 nell’ultima settimana i Cinque Stelle recuperarono molti voti e il Pd ne perse». Oggi Renzi parlerà a Firenze e, annuncia, farà un discorso «alto, diverso dal solito».

A rendere il quadro ancora più incerto contribuisce una legge elettorale la cui traduzione dei voti in seggi parlamentari si sta rivelando un enigma. E proprio per questo motivo si sta intensificando la pressione anche da parte di personalità oramai fuori dalla mischia politica. Eppure, a dispetto di endorsement prestigiosi le chances per Gentiloni di una nuova stagione a palazzo Chigi sono legate a crescenti incognite. Certo, decisiva sarà la ripartizione dei seggi parlamentari tra i partiti, ma la novità che sta frenando le speranze dei fans di Gentiloni è un’altra ed appartiene alla sfera del non-detto: Berlusconi e Salvini, pur nella rivalità, hanno capito che se non raggiungeranno la maggioranza, dovranno convivere e spalleggiarsi nella ricerca di una soluzione per la guida di un governo - breve, di scopo o lungo - da condividere col Pd. E, al momento, il punto di intesa possibile non può non essere un premier vicino al centrodestra.

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« Risposta #204 inserito:: Febbraio 27, 2018, 05:43:48 pm »

All’Eliseo in scena “l’altro Pd” con Gentiloni, Veltroni e Zingaretti
Il premier e l’ex leader del Pd, senza mai polemizzare con Renzi, hanno raccontato un partito democratico più inclusivo e più di sinistra rispetto a quello attuale

Pubblicato il 25/02/2018 - Ultima modifica il 25/02/2018 alle ore 18:13

FABIO MARTINI

Sul palco dell’Eliseo, teatro di eventi storici della sinistra italiana, i due hanno accettato di stare uno a fianco dell’altro: mentre Walter Veltroni parla, Paolo Gentiloni ascolta (e applaude) seduto su una poltroncina, con i due che si scambiano i ruoli, quando parla (e chiude) il presidente del Consiglio. Due discorsi “alti”, segnati dalla stessa concezione della politica e del partito e nei quali – pur in totale assenza di riferimenti critici nei confronti di Matteo Renzi –in controluce ha però preso corpo un “altro Pd”, con un approccio per alcuni aspetti diverso da quello proposto dall’attuale leadership. Un Pd più inclusivo al suo interno e un Pd che rivendica di essere “sinistra di governo”, espressione non amata da Renzi. Certo, due discorsi diversi: più di governo quello di Gentiloni, più attento alla realtà di partito, quello di Veltroni che già da qualche tempo sembra interessato ad un ritorno in campo come “salvatore della patria”.

Gentiloni: “Possiamo recuperare il distacco”
Una visione del Pd che sarà ribadita dalla chiusura della campagna elettorale nazionale e romana di Paolo Gentiloni: venerdì prossimo sarà a Santa Mara in Trastevere a fianco di Nicola Zingaretti, presidente uscente (e ricandidato) della Regione Lazio, ma anche una delle personalità alla quale guardano tanti ant i-renziani, dentro e fuori del Pd. Zingaretti non era all’Eliseo, ma significativamente “chiuderà” col premier nella piazza della Comunità di Sant’Egidio. Un orizzonte, quello “dell’altro Pd”. Sottolineato da alcune presenze non casuali nella sala dell’Elise: quella di Anna Finocchiaro, per anni una delle capofila dell’area ex Pci e oggi vicina ad Andrea Orlando e quella di Ugo Sposetti, che di quella corrente politica e culturale è da tempo “anima” e braccio operativo.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/25/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/alleliseo-in-scena-laltro-pd-con-gentiloni-veltroni-e-zingaretti-LV2Gk9PrTM5QhnWMFnsReL/pagina.html
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« Risposta #205 inserito:: Marzo 05, 2018, 12:10:24 am »

MATTEO RENZI 
Il segretario democratico al bivio con l’incubo dello stigma di perdente 

(di Fabio Martini) 

All’età di 43 anni, dopo essere stato il più giovane capo del governo nella storia italiana, Matteo Renzi si gioca tutto. Un bivio prematuro, perché i leader di solito lo affrontano in età più avanzata. Per il segretario del Pd, salvo tracolli, a breve non è in discussione il controllo sul suo partito: quello è garantito dalla filosofia ispiratrice della legge elettorale, pensata per consentire a tutti i leader di ammortizzare le perdite. Per Renzi, in caso di sconfitta anche limitata, il vero rischio è un altro: restare in campo, ma con lo stigma del perdente di successo. Pronto a replicare nuove sfide, ma nel ricordo collettivo delle ferite precedenti. 

Certo, il destino politico del leader di Rignano dipenderà molto dal livello sul quale si fermerà l’asticella elettorale. Se il Pd si confermerà il primo gruppo parlamentare, Matteo Renzi sarà tra i leader che detteranno le regole del gioco e sarà lui, alle prossime elezioni, a giocarsi di nuovo la sua chance. Se invece, come indicavano i sondaggi prima del divieto di pubblicazione, la sua coalizione risulterà non la prima e neppure la seconda, ma la terza, con un distacco di una decina di punti dal centrodestra, tutto è destinato a complicarsi. 

Cinque anni fa l’allora leader del Pd Pierluigi Bersani scoprì che avevano votato per il suo partito 8 milioni e 646 mila elettori (pari al 25,4 per cento), ben tre milioni e mezzo in meno rispetto a cinque anni prima, quando il segretario era Walter Veltroni. Ma soprattutto si trattava del peggiore risultato nella storia del Pd e delle liste unitarie dell’Ulivo. Per Renzi stabilire un nuovo record al ribasso aprirebbe uno scenario ad alto rischio per sé e per il suo partito.

Per questo il voto conta ma conta anche la gestione del dopo-voto. Renzi ha già anticipato tre indicazioni che sono state sottovalutate. La prima: la colpa dell’eventuale flessione elettorale del Pd è tutta di D’Alema e Bersani. Ma affrontare il dopo-elezioni con una lettura riduttiva non aiuterebbe il rilancio del leader. La seconda promessa: se perdo, non mi dimetto. La terza: il Pd potrebbe andare all’opposizione. Si tratta di due affermazioni da non sottovalutare. Matteo Renzi, avendo intuito l’inconfessabile veto «ad personam» da parte di tutti gli altri leader per future maggioranze da contrarre con lui, potrebbe essere tentato dalla suggestione di rifarsi una verginità politica da leader dell’opposizione di un governo Tajani di centro-destra allargato ai «responsabili» di turno. Magari passando da un duello per la presidenza del Senato con Massimo D’Alema, che ha sussurrato questo scenario ad alcuni imprenditori toscani.

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« Risposta #206 inserito:: Marzo 24, 2018, 03:01:04 pm »

ESTERI
REUTERS
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 21/03/2018.

Tajani: “Zuckerberg venga a spiegare. L’Europa rischia di sfasciarsi”

Il presidente del Parlamento Ue teme per le elezioni del 2019: “Servono regole chiare e forti altrimenti si mette in pericolo la libertà”
Alle sette della sera, nel suo ufficio al Parlamento europeo, il presidente Antonio Tajani ha appena fatto rilasciare dal suo computer il testo della lettera di invito al leader di Facebook Mark Zuckerberg e a caldo spiega così una convocazione che ha i caratteri della straordinarietà: «Gli chiediamo di spiegare i rapporti con Cambridge Analytica e di chiarire davanti ai rappresentanti di 500 milioni di europei come vengano utilizzati i dati personali da loro gestiti. Apprezzeremo molto se Zucke ... continua
FABIO MARTINI

Da - http://www.lastampa.it/2018/03/21/esteri/tajani-zuckerberg-venga-a-spiegare-leuropa-rischia-di-sfasciarsi-L31JXhejsxMTlwrrutYQoO/premium.html
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« Risposta #207 inserito:: Aprile 14, 2018, 06:10:04 pm »

Renzi apre uno spiraglio al governo del presidente

Rassicurazioni al Colle: il Pd può rientrare in gioco solo in quella formula

Pubblicato il 10/04/2018 - Ultima modifica il 10/04/2018 alle ore 09:23

FABIO MARTINI
ROMA

I resti di quel che fu il più potente esercito della passata legislatura, questa sera alle 18 risaliranno in disordine e senza grandi speranze le scale che portano alla mansarda del Nazareno, sede del Pd, per una riunione congiunta dei gruppi parlamentari. Per la prima volta dal 4 marzo i 111 deputati e i 52 senatori potranno discutere liberamente di politica, anche se non ci sarà Matteo Renzi, che parlerà all’Assemblea nazionale del 21 aprile e nel frattempo intende lasciare la briglia sciolta al partito. Un’analisi approfondita delle ragioni della sconfitta dovrà essere una volta ancora procrastinata, perché incombe la gestione del quotidiano. 

Dentro il Pd i posizionamenti sono chiari: Renzi, nel dimettersi, ha lasciato ai suoi «eredi» una linea talmente pronunciata (mai al governo con i Cinque stelle) che agli altri non è restato che farla propria. Con una correzione tattica che ha portato due ministri agli sgoccioli di mandato, Dario Franceschini e Andrea Orlando, a sostenere che non è possibile far finta di nulla davanti alle profferte di Luigi Di Maio.

Un’apertura ad un governo Pd-Cinque stelle? Oppure i ministri si mettono avanti col lavoro, in vista di scenari diversi? In altre parole, se le combinazioni attualmente in trattativa dovessero arenarsi, come ultima spiaggia potrebbe riprendere quota un «governissimo» con tutti dentro? Da 48 ore al Quirinale è sopraggiunta una rinnovata fiducia, nella convinzione che tutti i partiti, Pd incluso, possano dare una mano. E si confida che alla fine del secondo giro di consultazioni, possa rientrare in gioco tutto il Pd, Renzi incluso.

Ieri l’ex segretario era a Roma e prima che il presidente dei deputati Graziano Delrio andasse negli studi de La7 a registrare una puntata di «Otto e mezzo», i due hanno chiacchierato a palazzo Giustiniani, mettendo a punto alcune coordinate. Renzi si è detto convinto che Di Maio, Salvini e Berlusconi siano «incartatissimi» e che tatticamente parlando convenga al Pd lasciarli scannare. E dopo? In trasmissione Delrio ha tenuto il punto sulla questione di un governo M5S-Pd, perché «le differenze non scompaiono in pochi giorni» e dunque «non ci sono possibilità per un governo assieme perché le distanze sono troppo profonde».

Delrio non è stato interpellato sull’extrema ratio di un «governissimo», ma è stato lui stesso a fare qualche velato accenno a scenari diversi quando ha detto: «La discussione potrà diventare più matura, non nel senso che cambiamo il nostro posizionamento ma nel senso che potremo discutere nel merito delle proposte di programma». E ancora: oggi come oggi un governo con i Cinque stelle è impossibile e comunque un dialogo «richiede un ripensamento sostanziale del loro approccio» e fra un mese si vedrà. E interpellato sul rischio di elezioni anticipate, Delrio ha lasciato un altro spiraglio: «Io spero che ci siano zero possibilità di tornare al voto: non sarebbero la soluzione migliore». Oggi il primo test sugli umori dei parlamentari: dopo un mese è possibile una prima stima attendibile sulla loro collocazione interna; i «renziani doc» controllano circa metà del gruppo Camera e circa il 40% di quello Senato, mentre si è molto ingrossata l’area della maggioranza (Franceschini, Gentiloni, Martina, Delrio, Guerini) non del tutto allineata a Renzi e che al Senato controlla oltre il 40% del gruppo. La resa dei conti interna è appena cominciata.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/10/italia/politica/renzi-apre-uno-spiraglio-al-governo-del-presidente-WhKYtC2ix5q4ZEB3MnLwFP/pagina.html
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« Risposta #208 inserito:: Aprile 29, 2018, 09:55:48 pm »

Il Colle comincia a riflettere su un governo-ponte verso il voto

Due gli scenari valutati: una prorogatio all’uscente Gentiloni, o esecutivo di nessuno per traghettare alle urne in autunno

Pubblicato il 28/04/2018 - Ultima modifica il 28/04/2018 alle ore 17:38

FABIO MARTINI
Il variopinto rifiorire di procedure da Prima Repubblica - dagli esploratori ai preincarichi - nei prossimi giorni potrebbe far lievitare anche il più vintage degli scenari: l’ipotesi di un governo balneare. Uno di quei governi messi lì per lasciar «decantare», per prendere un po’ di tempo, per traghettare il Palazzo da uno scenario all’altro. In questo caso per portare il Parlamento verso elezioni anticipate. Nell’ovattato riserbo del Quirinale in queste ore si continua a monitorare l'intensità dei veti contrapposti e i segnali restano poco incoraggianti. 

Ecco perché, assieme alla speranza di dare un governo stabile al Paese, si stanno cominciando ad esaminare anche gli scenari che potrebbero determinarsi in caso di fallimento del mandato esplorativo affidato al presidente della Camera e degli incarichi che dovessero seguire. E tra le ipotesi c’è anche quella che contempla la possibilità di elezioni in autunno.

 In questi primi 55 giorni post-elettorali Sergio Mattarella si è trovato a fronteggiare scenari senza precedenti nella storia della Repubblica: in 72 anni mai era mancata una maggioranza in entrambe le Camere.

Mai era diventata così plausibile la possibilità di una legislatura sciolta nel giro di pochi mesi e senza aver potuto dare la fiducia ad un governo. Tanto è vero che nelle ultime 48 ore nel Transatlantico i peones più ingenui e i parlamentari più esperti si ritrovano a condividere lo stesso destino: chiedersi quanto siano plausibili le prime date che circolano per le elezioni. C’è il «partito» del 23 settembre, quello del 30 settembre e quello dell’11 novembre. 

Fantapolitica? Certamente non sono date che escono dal Quirinale, dove però stanno soppesando tutte le ipotesi su un eventuale tragitto per arrivare allo scioglimento anticipato. Diversi scenari, ma senza aver optato per uno in particolare. L’enigma irrisolto ruota attorno ad un bivio ricco di implicazioni politiche e costituzionali. Sarebbe opportuno approdare ad elezioni con un governo, quello Gentiloni, già da mesi in carica per l’ordinaria amministrazione e che vi resterebbe addirittura per tutta la legislatura senza avere una maggioranza? Oppure si punta ad un governo che sia espressione della legislatura in corso anche se non dovesse ottenere la fiducia? Più opportuno Gentiloni o un «governo di nessuno»?

Apparentemente interrogativi da legulei, in realtà questioni che potrebbero porsi nel giro di qualche giorno. Nel cinquattaquattresimo giorno di post-elezioni, col Palazzo in attesa del risultato delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, hanno proseguito a correre voci e boatos di segno opposto. Al Quirinale quella di ieri è stata registrata come una giornata senza novità, i contatti informali non hanno fatto registrare avanzamenti e comunque al Colle di solito si prendono con le molle le voci di giornata. E si preferiscono studiare precedenti e opportunità politiche. In questo caso - ecco il punto dolente - un precedente uguale a quello in corso non esiste: le legislature, anche le più corte, hanno espresso tutte governi gratificati dalla fiducia parlamentare. 

Non è dato sapere se Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni sinora abbiano affrontato la questione ma negli ultimi giorni il tema sta diventando attuale. In base ai precedenti, in caso di scioglimento anticipato, il Capo dello Stato ha davanti a sé due scenari possibili: far «gestire» le elezioni dal governo che attualmente è in carica per il disbrigo degli affari correnti, naturalmente dopo un avallo sostanziale da parte di tutte le forze politiche. Oppure, formare un governo, farlo giurare (da quel momento è in carica) e fargli gestire le elezioni. Sia nel caso di fiducia accordata dal Parlamento, ma anche in caso di sfiducia, ipotesi da non scartare visto il clima di veti incrociati.

I precedenti raccontano che in due casi si è andati allo scioglimento anticipato delle Camere, sotto la guida di governi passati in Parlamento ma senza ottenerne la fiducia. Il caso più clamoroso risale al 1987. Amintore Fanfani, uno dei «cavalli di razza» democristiani, alla guida di un monocolore Dc, fu bocciato dal suo stesso partito ma restò in carica per 102 giorni, dei quali 56 pre-elettorali. Nel 1972 lo stesso destino era capitato a Giulio Andreotti, che rimase in carica dal 18 febbraio al 26 giugno. Precedenti tutti democristiani. 

Ai quali aggiungere quello del primo governo balneare della storia repubblicana: lo formò Giovanni Leone nell’estate del 1963. Cinquantacinque anni fa. Seguirono poche altre repliche e sembrava che quegli esecutivi stagionali non dovessero più tornare. Nessuno avrebbe potuto immaginare che il primo Parlamento dominato da due forze anti-establishment potesse essere traghettato da un esecutivo balneare.

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« Risposta #209 inserito:: Maggio 20, 2018, 11:48:34 am »

Pd, è partita la sfida a Renzi.

Verso una “semifinale” tra due ex Ds: Martina e Zingaretti

La platea del “parlamentino” saluta con due ovazioni il segretario reggente, che entra il lizza per la futura leadership, in concorrenza col governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

Entrambi vengono dai Democratici di sinistra.

Pubblicato il 19/05/2018 - Ultima modifica il 19/05/2018 alle ore 16:30

Fabio Martini

Due ovazioni inattese e liberatorie hanno lanciato la volata verso la nuova leadership del Pd. All’Assemblea nazionale stava parlando Maurizio Martina, confermato reggente ancora per qualche mese, e dopo i compromessi tra i notabili del partito, che poco prima avevano rinviato l’ora delle scelte “irrevocabili”, tutti si aspettavano un intervento senza asperità. E invece Martina ha spiazzato (e acceso) la platea, quando ha detto: «Chiedo di poter lavorare insieme a voi per poter portare in maniera ordinata e forte il Pd a quell’appuntamento», quello del congresso, «senza la fatica dei detti e non detti anche tra di noi. Non ho l’arroganza di pensare di fare da solo questo lavoro. Ma se tocca a me, anche se sono poche settimane, tocca a me...». A quel punto è partito l’applauso e Martina, con un effetto scenografico per lui inusuale, ha ribadito: «Tocca a me, tocca a me». A quel punto l’applauso si è trasformato in ovazione. 

Un’ovazione liberatoria per quella parte di Assemblea che vive un rapporto conflittuale con l’ex segretario Renzi. E la “notizia” dell’Assemblea è proprio l’area sempre più estesa di “non allineati” sui vari territori che dopo la stagione renziana si stanno spostando. Come ha dimostrato il voto dell’Assemblea sul cambio dell’ordine del giorno: ha avuto molti più voti del previsto. E la conferma di quanto sia estesa questa area “non allineata” e non-renziana si è avuta appena Martina ha concluso il suo intervento. Dalla platea è partito un coro: «Se-gre-ta-rio, se-gre-tario». Un successo personale che può rilanciare proprio Martina verso una possibile “semifinale” dentro l’area anti-Renzi, che è formata da personaggi di sensibilità diverse: oltre agli oppositori “istituzionali” - Andrea Orlando e Michele Emiliano - ministri come Dario Franceschini, Marco Minniti, Carlo Calenda - ex leader di partito come Walter Veltroni e Piero Fassino - e in posizione defilata Paolo Gentiloni. Rispetto al quale Renzi fa sapere di aver concordato la regia dell’Assemblea. In realtà i due non si parlano da diverse settimane e il presidente del Consiglio si è più volte speso per sostenere Martina. 

Gran parte del fronte non-renziano ha già individuato in Nicola Zingaretti il personaggio in grado di sfidare alle Primarie il candidato “renziano” e, nel caso, lo stesso Renzi. Nel passato su Zingaretti, che viene dal Pci e dai Ds, ha pesato un deficit di carattere che gli è valso il soprannome di “saponetta” e anche tra i suoi amici c’è ancora chi dubita sulla sua determinazione nel momento in cui fosse chiamato a sciogliere la riserva. Anche Martina viene dai Ds: nelle settimane, probabilmente mesi, nei quali continuerà ad esercitare la “reggenza” si giocherà le sue chances per contendere a Zingaretti il ruolo di sfidante al candidato renziano.

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