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Autore Discussione: CARMELO LOPAPA  (Letto 31803 volte)
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« Risposta #105 inserito:: Ottobre 06, 2013, 12:26:48 am »

La rassegnazione di Berlusconi

"Basta, lascio il partito ad Angelino"

Nuovo faccia a faccia ieri mattina. "Dimettiti da senatore. Il Cavaliere offre la "testa" di Verdini e Santanché e i due guidano la rivolta dei cento "lealisti"

di CARMELO LOPAPA

ROMA - La tentazione di mollare tutto. Il crollo psicologico dopo la disfatta politica. La rassegnazione a cedere l'intera baracca ad Angelino, riconoscergli la vittoria.

Dura due ore il faccia a faccia mattutino, l'ennesimo, che a sorpresa si consuma nella residenza dell'ex premier, nel day after della disfatta berlusconiana. Nel salotto dello studio al primo piano, ancora una volta Alfano. Il capo riconosce: "Ho commesso degli errori, mi sono fidato di persone sbagliate, vi offro la testa di Verdini e Santanché, ma adesso cerchiamo di restare uniti, voi siete ministri del Pdl e io ho dato fiducia a questo governo". Ammette di essere "molto stanco", travolto dagli eventi, tanto più alla vigilia del voto di giunta di oggi e della decadenza imminente. "Angelino, il partito deve restare unito e poi lo sai, sei il segretario, sei destinato a guidarlo tu". Discussione filata via molto sul filo degli affetti tra i due. Appare il segnale della resa, della ritirata dell'anziano leader.

Al suo cospetto, il vicepremier non arretra, conferma la linea della fermezza, ma assicura a Berlusconi che loro non hanno alcuna intenzione di dar vita a gruppi autonomi "se non ce ne saranno motivi". E aggiunge: "Io ti suggerirei di dimetterti, di lasciare il Senato prima del voto di giunta (di oggi, ndr), sarebbe un segnale di distensione". Ipotesi, questa, che Berlusconi però scarta subito. Alfano dopo la vittoria di mercoledì in aula opta per la strategia dell'attesa, prevalsa del resto nel vertice della notte precedente tra i "diversamente berlusconiani" Quagliariello, Lupi, Cicchitto, Castiglione, Formigoni e altri. "Nuovi gruppi? Tutta da vedere" sostiene non a caso un Cicchitto di colpo più cauto. Non forzare la mano, dunque, non uscire per ora dal Pdl per dar vita a un gruppetto di 25 alla Camera e al Senato in stile Fli, attendere le prossime due settimane e gli sviluppi della decadenza del Cavaliere, l'inizio della pena restrittiva che ne depotenzierà comunque la leadership. I governativi decidono insomma di sedere in riva al fiume e attendere. Il punto sul quale tutti sono ormai d'accordo, come va ripetendo Castiglione, è che "Forza Italia a noi non interessa più, sarebbe un dannoso ritorno al passato, dobbiamo pensare al Ppe". E puntare a conquistare il partito nella sua interezza, intanto, cariche direttive comprese. A quel punto la decisione dei ministri di indire per mezzogiorno una conferenza stampa per confermare di voler restare nel partito e di Berlusconi di convocare per le 13 il gruppo per predicare appunto unità e compattezza.

L'elemento nuovo è che Berlusconi ad Alfano avrebbe confidato di sentirsi appunto stanco, pronto quasi a eclissarsi quando tra qualche giorno per lui scatteranno i servizi sociali da scontare e la decadenza. Il testimone anche di Forza Italia passerebbe a lui. Forse è lo sfogo del momento, forse un tentativo di ammansirlo. Sta di fatto che la notizia fa subito il giro dei palazzi. A Montecitorio e Palazzo Madama è subito panico tra i "veramente berlusconiani". I fedelissimi si chiamano a raccolta alla spicciolata, è il primo pomeriggio. Dopo il tam tam telefonico si ritrovano tutti nella nuova sede di Forza Italia a San Lorenzo in Lucina. Non solo Verdini e Santanché, in allarme per la notizia delle "teste offerte" dal capo ad Angelino. Ma anche Bondi e Capezzone, Gelmini e Carfagna, Fitto e Prestigiacomo, Malan e Biancofiore, Polverini e Saverio Romano, una cinquantina. "Non possiamo finire nel partito di Alfano, diamo vita subito a Forza Italia sotto la guida di Berlusconi" è il mantra che ripetono tutti. Vogliono contarsi, dimostrare di essere loro la maggioranza del partito, dopo che in giornata Formigoni aveva detto che gli alfaniani erano già diventati settanta. Ed ecco spuntare cento firme che i "lealisti" in serata portano a Berlusconi a Palazzo Grazioli. Discutono di un ipotetico segretario da contrapporre o al più da affiancare al "traditore" Alfano. Si parla di Fitto per quella carica. Invocano un rimpasto di governo dato che al momento non esprimono più ministri. Vogliono avere ancora il controllo del Pdl. Soprattutto chiedono al capo di non cedere il testimone al vicepremier. Lui li rassicura ma non fino in fondo. Non si dimetterà da senatore, come nel pomeriggio aveva confermato ai senatori Pdl incontrati negli uffici del gruppo a Palazzo Madama alla vigilia della giunta. Riunione assai tesa, sono scintille col capogruppo Schifani che due giorni fa si è rifiutato di pronunciare il discorso sulla sfiducia. Il partito resta dentro un frullatore. 
 
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« Risposta #106 inserito:: Novembre 23, 2013, 04:54:03 pm »

Silvio spera ancora nel voto segreto "Ma da lunedì passiamo all'opposizione"

L'ex premier: quella di Angelino è solo una carineria tardiva

di CARMELO LOPAPA


"TENETEVI pronti, lunedì si passa all'opposizione di questo governo di tasse e amici dei giudici". Silvio Berlusconi resta blindato a Palazzo Grazioli, chiama a raccolta i colonnelli di Forza Italia.
È LA vigilia della settimana campale. Li chiama tutti a raccolta nelle prime linee del fronte, la permanenza in maggioranza ha le ore contate, come la sua in Parlamento d'altronde. "Ci riuniremo lunedì e decideremo" comunica a chi va a trovarlo, da Carfagna a Prestigiacomo, da Bergamini alla Mussolini, dalla Polverini a Rotondi. Il dado dunque è tratto.

Da ieri sera i senatori forzisti hanno indossato l'elmetto: astensioni a raffica sulla manovra, in commissione Bilancio. Una linea che del resto il Cavaliere aveva adombrato nella lunga notte precedente trascorsa in relax con la ventina di giovani del partito, quelli ufficiali, portati dalla responsabile Annagrazia Calabria in vista della kermesse di oggi della Giovane Italia alla quale il leader ha confermato la sua presenza.

Ma è nel salotto di Palazzo Grazioli, dove si è intrattenuto fino alle 2.30, che si è abbandonato alle confessioni più amare sul momento. "Vedrete che mi arresteranno, farò la fine di Yulia Timoshenko", paventa la persecuzione di qualche "procura impazzita" pronta a spiccare il mandato di cattura dopo il 27 novembre. Magari per l'ipotesi di corruzione di testimoni del Ruby ter che stanno per imputargli. A dir poco avvilito dalla prospettiva.

"La prima settimana mi saranno tutti vicini, la seconda solo la metà, la terza non avrò più nessuno intorno". È il Berlusconi vittima, il ruolo in sceneggiatura che gli è sempre riuscito meglio. E che tornerà a interpretare in tv, forse da Vespa, difficile a questo punto prima della decadenza, probabile subito dopo. Intenzionato comunque a non mollare la presa dal 27, o quando avverrà l'espulsione dal Parlamento. Da lì partirà la sua campagna per i club "Forza Silvio". Già in cantiere una convention a Milano per l'8 dicembre, per fare da contraltare alle primarie Pd, il Renzi day.

L'ordine di scuderia alla squadra di 60 senatori è di dare battaglia sulla legge di stabilità, per allungare il più possibile i tempi e rinviare il voto sulla decadenza di mercoledì prossimo, nonostante la conferma del presidente del Senato Grasso. Voto palese, ma l'ultima spiaggia sarà tentare il voto segreto sui molteplici ordini del giorno che i forzisti produrranno contro il pronunciamento pro-espulsione della giunta. Volpi d'aula come Donato Bruno e Lucio Malan sono al lavoro.

Come al lavoro è Berlusconi stesso sul suo discorso che pronuncerà in aula nel giorno clou. Di certo non si dimetterà un momento prima, avverte. Preannuncia un discorso "alto, non astioso", conciso. "Mi state consegnando ai magistrati, ma sappiate che presto le toghe si scateneranno contro di voi" è un passaggio anticipato agli ospiti di ieri. Per il momento la mobilitazione di quel pomeriggio sotto Palazzo Grazioli è confermata, come la sua partecipazione.

Angelino Alfano sembra che abbia voluto comunicare di persona al Cavaliere la decisione di non sostenere la richiesta di fiducia del governo e la battaglia per posticipare la decadenza rispetto alla manovra. Per Berlusconi, stando a quanto ha riferito poi ai suoi interlocutori, sono solo "tatticismi ". Quella del vicepremier una "carineria tardiva: hanno voluto spaccare il partito e non riesco a spiegarmi ancora le ragioni, se non la voglia di restare incollati alle poltrone". Il sospetto che alberga dentro Forza Italia è che in realtà "Angelino" lavori in pieno accordo col premier Letta.

Pronto a "scaricare" una volta per tutte l'ex leader subito dopo il via libera alla stabilità. Sprezzante, nei toni, il Berlusconi che ha commentato ancora coi suoi lo strappo: "Avete visto? Altro che 7-10 per cento, non hanno più del 3,6, non vanno da nessuna parte". Alfano riunisce i suoi trenta senatori che eleggono Maurizio Sacconi capogruppo e conferma la linea della "responsabilità " nei confronti dell'esecutivo per marcare le distanze dagli "ex". Non avrebbe causato questo terremoto, diversamente. E lì si concede dell'ironia sulle liti esplose dentro Forza Italia perfino per l'elezione del capogruppo.

"Noto che il metodo Berlusconi mette tutti d'accordo, per troppa democrazia non riescono nemmeno a scegliere il sostituto di Schifani, noi lo abbiamo eletto in cinque minuti ". Questa mattina la prima uscita pubblica, a Roma, con la presentazione dei 58 parlamentari nazionali, i 7 europei, gli 86 consiglieri regionali (12 assessori), un governatore (Scopelliti in Calabria), stando al censimento dell'uomo dei numeri del Ncd, Dore Misuraca. Perché la partita grossa si gioca ora sui territori.

Anche se Schifani e Quagliariello ce la stanno mettendo tutta, raccontano nel partito, per convincere 4-5 senatori forzisti a passare con Alfano. È l'ultima remora che frena ancora Berlusconi dall'ufficializzare il passaggio all'opposizione, il timore di un altro smottamento imminente.

(23 novembre 2013) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/retroscena/2013/11/23/news/silvio_spera_ancora_nel_voto_segreto_ma_da_luned_passiamo_all_opposizione-71701392/?ref=HRER2-2
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« Risposta #107 inserito:: Novembre 29, 2013, 06:53:03 pm »

Berlusconi riapre la partita della decadenza. "Interverrà Napolitano, me lo deve"

I toni bassi dell'ex premier per strappare un rinvio a gennaio. L'obiettivo sarebbe far arrivare dagli Usa carte utili per la revisione del processo Mediaset

di CARMELO LO PAPA
17 novembre 2013

Berlusconi riapre la partita della decadenza. "Interverrà Napolitano, me lo deve"Berlusconi sul palco del Consiglio nazionale del Pdl (lapresse)
ROMA - Dieci giorni di tempo. E un patto in extremis. Un accordo per chiudere quello che considera un incubo: la decadenza. La linea della diplomazia che a sorpresa Silvio Berlusconi si è imposto nonostante lo strappo - e ha imposto ai suoi ieri - ha una data di scadenza assai ravvicinata. E coincide col voto per lui fatale del 27 novembre. E infatti im vista di quell'appuntamento si è convinto che si possa ancora tracciare un disegno che porti dritto al rinvio. Con due alleati "speciali": il Quirinale e il "figlio ribelle, ossia il vicepresidente del consiglio.

"Angelino - sospira nel retropalco della Palazzo dei Congressi - continua a dirmi che nonostante tutto si impegneranno per rinviare il voto sulla mia decadenza a gennaio, vedremo cosa sono capaci di fare". I fedelissimi fanno la fila per stringere la mano a un Cavaliere provato, sfiancato. Si è appena ripreso dalla crisi ipoglicemica che lo coglie sul palco. Ma il pensiero torna di nuovo ad Angelino. Tanto che molti sospettano che dietro la scissione ci sia addirittura un accordo sottobanco: rendere più facile lo slittamento al 2014 della sua decadenza.

Dopo il pranzo a porte chiuse con la Pascale, si aprono le porte per Verdini, Santanché e Fitto. Trovano un leader a quel punto risollevato. "Oggi non mi è mancato nulla, abbiamo fatto la cosa giusta, abbiamo fatto di tutto, ma per Angelino sono dispiaciuto, lo consideravo un figlio. Degli altri no, non m'importava più nulla" è lo sfogo: "Non possiamo essere tristi per aver perso Giovanardi o Formigoni". Tutti insieme, alle prossime Europee, dice che "non andranno oltre il 4 per cento".

Ma il chiodo fisso della decadenza imminente si rivela la vera causa dell'angoscia che lo attanaglia. "A me basta che rinviino il voto di alcune settimane, a gennaio. Il presidente Napolitano non può restare ancora una volta a guardare, ho fatto di tutto per farlo eleggere e dar vita al governo che lui voleva, deve fare qualcosa". Serve tempo. Ma suo a giudizio uno spiraglio si apre. "Mi dicono che la possibilità di fare un patto in extremis con il Colle esiste ancora".

In attesa che arrivino dagli Stati Uniti le nuove carte su Frank Agrama, l'italo egiziano del processo sui diritti tv. Ghedini e Longo lo hanno convinto che saranno il jolly per ottenere la revisione del processo. E per aiutare il ricorso alla Corte di Giustizia europea. A quel punto - questa la strategia studiata a Palazzo Grazioli - "basterebbe un ordine del giorno da votare al Senato per ottenere un rinvio del voto sulla decadenza sine die, fino al pronunciamento della Corte europea". Disegno velleitario, ormai fuori tempo massimo, continuano a ripetere invano i consiglieri più moderati a un Berlusconi che non si rassegna. "Se ci saranno elementi tali da giustificare questa istanza, come noi pensiamo, certamente non ci tireremo indietro" dice del resto da Bari l'altro legale Franco Coppi a proposito dell'ipotesi revisione. Intanto i falchi sono già al lavoro per la manifestazione di piazza per mercoledì 27 a Roma.

Eppure, nel discorso fiume di un'ora e mezza il Cavaliere non parla mai di crisi, mai accenna al passaggio all'opposizione. Ma non è un caso. L'obiettivo ora è cambiato, in pochi adesso parlano di voto anticipato. "Adesso alle elezioni non potremmo andare" ha ammesso lo stesso Berlusconi. Il leader promette ai suoi che martedì tornerà a Roma per lavorare all'organizzazione dei club Forza Silvio e soprattutto agli assetti gerarchici.

Chi è rimasto al suo fianco adesso scalpita. Il posto da vicepresidente al quale Alfano ha rinunciato rientra ora nelle mire di Raffaele Fitto. Verdini potrebbe restare coordinatore, sarà i dominus delle liste comunque. Tra i due ormai un asse, vanno via insieme, nella stessa berlina, dal Palazzo dei congressi. Annamaria Bernini e Paolo Romani sono in pole position per la carica di capogruppo al Senato lasciata da Schifani. Malore a parte, sotto il cielo grigio del novembre romano i toni sono dimessi, nessun'aria di festa, pare celebrarsi il divorzio dai "traditori" più che la rinascita di Forza Italia.

Le prime file con i volti di un tempo, da Martino a Dell'Utri, da Scajola a Brancher, non giovano al maquiellage. E a poco vale che fuori da lì si fronteggino i "falchetti" della Santanché e quelli della Giovane Italia di Annagrazia Calabria. Quando è tutto finito da un pezzo, sui gradini del piazzale antistante siedono i vincitori della battaglia campale di questi giorni. Fitto, Santanché e Verdini, tutti e tre intenti a fumare la sigaretta liberatoria. Con Angelino in realtà Berlusconi si è sentito fino a venerdì notte, quando tutto era già concluso. E si dice che contatti indiretti ci siano stati anche ieri. Al capo la conferenza stampa di Angelino in fondo sembra non sia dispiaciuta. Ma ora aspetta un segnale, l'unico che gli interessi. Dieci giorni di tempo.
© Riproduzione riservata 17 novembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/11/17/news/berlusconi_riapre_partita_decadenza-71193942/
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« Risposta #108 inserito:: Gennaio 30, 2014, 04:28:30 pm »

Forza Italia, lite sui vertici: Berlusconi striglia i big
Fitto guida la fronda: subito le nomine. Il Cavaliere: pensate solo alle poltrone. Con l'ex ministro pugliese Gasparri, Matteoli e Romano. Ancora critiche per l'ascesa di Toti

di CARMELO LOPAPA

ROMA - "Io chiudo un accordo storico con Renzi, mi intesto le riforme, mi riapproprio del mio ruolo di protagonista della politica e questi litigano per incarichi e poltrone". È quasi fuori di sé Silvio Berlusconi, a fine giornata. Da Palazzo Grazioli è appena uscita una delegazione di dirigenti guidata da Raffaele Fitto e composta da Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Saverio Romano, Gianfranco Rotondi, Daniele Capezzone. E sono scintille, ancora una volta, nello studio al primo piano.

La mattinata il Cavaliere l'aveva trascorsa al fianco di Denis Verdini, in contatto telefonico col quartier generale dei democratici per chiudere la partita sulla riforma elettorale con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Telefonata a più riprese, poi l'intesa finale sulla soglia al 37 per cento. Berlusconi al termine è soddisfatto, canta vittoria: "Tutti i piccoli, a destra, se vorranno sopravvivere dovranno unirsi e allearsi con noi" è la facile profezia. Ma già in quelle ore, a rovinargli la mattinata, la nuova intervista con cui Fitto, a Repubblica, si lancia all'attacco del nuovo "consigliere politico" Giovanni Toti, sollecitando a Berlusconi la nomina dell'ufficio di presidenza previsto dallo statuto del partito. A ruota, nel giro di poche ore, decine di parlamentari intervengono in sostegno del collega pugliese. Capezzone, Romano, Rotondi, Sisto, Martinelli. Altri fedelissimi come Michaela Biancofiore quasi insorgono: "Basta lealisti e areatori (riferimento a chi come Toti invoca "aria fresca", ndr) siamo tutti berlusconiani". Ma la miccia ormai è innescata con la notizia che lo stesso Toti sarebbe stato ospite in serata a Porta a Porta. Consacrazione finale al ruolo di vertice al quale il capo lo ha destinato.

"Quasi quasi chiuderei il portone e non li farei entrare" confida Berlusconi velenoso a Verdini e a altri, dopo aver incassato l'accordo sulla riforma e aver saputo che quelli sarebbero venuti a trascinarlo negli affari di partito che ormai lo annoiano e lo indispongono alquanto.

Il confronto con Fitto, Capezzone e gli altri dura due ore e mezzo e si accende presto. Gasparri e Matteoli rivendicano un riconoscimento per la loro area di provenienza (ex An). Ma è soprattutto l'ex governatore pugliese, con gli altri, ad alzare il tiro. Portano al padrone di casa una rassegna stampa completa delle uscite di Toti, gli ribadiscono che "parla come se fosse lui il capo", che non può dettare la linea. Il Cavaliere minimizza: "Ma no, è solo un consigliere, non gli ho affidato alcun ruolo politico, è solo uno dei miei uomini più fidati a Mediaset che mi sta dando una mano". Loro ripetono che non si può "bistrattare l'intera classe dirigente, come se non fossimo stati al tuo fianco in questi anni". Chiedono che tutto questo venga riconosciuto attraverso la nomina a breve dell'ufficio di presidenza che dovrebbe affiancare il leader. E non piuttosto del comitato ristretto pensato a quanto sembra da Berlusconi, da affidare magari alla guida di Toti. Il capo a quel punto si inalbera e taglia corto: "Nominerò l'ufficio di presidenza presto, forse nelle prossime ore" ma la chiude lì. Finito il "corpo a corpo" coi parlamentari confesserà che lui invece quel comitato lo ha davvero in testa: "Non voglio rottamare nessuno, ma bisogna rinnovare, come stiamo iniziando a fare".

Sullo sfondo c'è il timore della vecchia guardia che il pallino delle candidature passi proprio a quel comitato e a Toti. La partita si gioca lì, sul terreno più delicato. A Berlusconi i "ricatti" non piacciono. E quella visita, dirà poi, in quel senso l'ha interpretata. Una pistola posta sul tavolo in un momento assai delicato. Fitto è a capo di almeno 17 deputati, poi ci sono gli altri. Nessuno minaccia di andar via. Ma la settimana prossima la legge elettorale si vota in aula e a scrutinio segreto in alcuni passaggi. In tanti in Forza Italia avrebbero gradito le preferenze, al posto del listino bloccato. Berlusconi sull'intesa si gioca parecchio.

© Riproduzione riservata 30 gennaio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/01/30/news/forza_italia_lite_sui_vertici-77256559/?ref=HREC1-6
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« Risposta #109 inserito:: Febbraio 09, 2014, 05:35:10 pm »

La tentazione di Berlusconi: "Se Renzi va a Palazzo Chigi noi pronti a entrare nel governo"

Il leader forzista: "Nel Pd è comunque un terremoto".

Incidente con Fitto che rinuncia alla commissione alleanze: "Non voglio incarichi"

di CARMELO LOPAPA
   
"Da quella parte rischia di terremotare tutto, teniamoci pronti" suona la sveglia ai suoi Silvio Berlusconi, mai come in questi giorni attento alle vicende interne al Pd e ai destini del governo Letta. Il terremoto significa un governo Renzi. E a sorpresa il Cavaliere è pronto a dare la sua benedizione. "A quel punto non si voterebbe ma io otterrei la legittimazione come 'padre della patria'".

Il suo ragionamento, già accennato nei giorni scorsi, ieri ha colto quasi tutti di sorpresa. Ma non i suoi fedelissimi. "Se davvero Renzi dovesse subentrare a Palazzo Chigi, noi in quel governo dovremmo entrarci" sostengono quasi a completare il ragionamento Renato Brunetta e il commissario europeo Antonio Tajani. Sono i due super governativi, entrambi a Palazzo Grazioli mercoledì sera, assieme a Giovanni Toti, Denis Verdini, Paolo Romani e Raffaele Fitto.

Ieri la tv dello studio è rimasta sempre accesa sulla diretta della direzione Pd da Largo del Nazareno, raccontano. Al fianco del capo, Giovanni Toti, che ha trascorso la mattinata nella sede di San Lorenzo in Lucina, e Denis Verdini che poi si tratterrà fino a sera. Proprio lui, assieme a Fitto guidano invece il partito del "no" a un eventuale governo Renzi. "Non possiamo rinnegare quanto fatto da novembre ad oggi, non possiamo tornare indietro" provano a insistere in sequenza. Eppure il discrso del leader forzista è molto pragmatico: "Se c'è Renzi, io ottengo la rinascita politica. Se salta tutto, si va a votare. In ogni caso ci guadagniamo". C'è poi chi ipotizza improbabili sostegni esterni, dietro lo scudo delle riforme da approvare da qui a un anno.

Al Cavaliere, Renzi piace e non ne fa mistero. Volentieri stringerebbe anche un patto di governo con lui, se solo il segretario dem accettasse. Ora gli occhi sono puntati sulla verifica annunciata per il 20 febbraio, che vista da Grazioli ha tutto il sapore di un'interessante resa dei conti a sinistra. Nel frattempo, l'ordine di scuderia è di dare il via libera alla nuova legge elettorale la settimana prossima. "Non cadiamo nella trappola di provocatori alla Grasso" intima Berlusconi che vede ancora rosso pensando alla costituzione di parte civile, ancor più dopo aver ascoltato ieri le motivazioni del presidente del Senato.

"Andate giù duro, senza esclusioni di colpi" è l'input partito da Palazzo Grazioli e che potrebbe portare alla mozione di censura, già in cantiere al gruppo guidato da Paolo Romani. "È stato un altro colpo di stato" va ripetendo il Cavaliere che poi, nel suo personalissimo pallottoliere, sarebbe il quinto di questi anni. Ma l'invito rivolto alle truppe parlamentari è a non cedere comunque a derive in stile grilline. Protesta sì, ma niente piazzate, in aula e fuori. A rinfrancarlo, il responso dei sondaggi dopo la svolta di Casini. Dell'ultimo ne dà notizia il "Mattinale" edito dallo staff di Brunetta: cita il Tecnè che darebbe "il centrodestra oltre quota 40, in vantaggio di 6 punti sulla sinistra". Percentuali che, stando all'house organ, lieviterebbero di giorno in giorno.

L'unica cosa della quale il leader non vorrebbe occuparsi per ora sono le beghe interne. Verdini ha insistito ancora a lungo ieri perché nominasse l'ufficio di presidenza dei 36-40, atteso dai dirigenti forzisti. Il Cavaliere non solo resiste, ma con un gesto che sa parecchio di provocazione nomina in serata la fedelissima senatrice Maria Rosaria Rossi capo dello staff della presidenza: è ormai la sua ombra, ma finora priva di incarichi di partito. Quindi, si inventa una commissione incaricata di tenere i rapporti con gli alleati, ne affida la guida ad Altero Matteoli e ne chiama a far parte Osvaldo Napoli, il giovane sindaco Alessandro Cattaneo, Saverio Romano e l'ignaro Raffaele Fitto.

Proprio il deputato pugliese, critico a più riprese in questi mesi, prende le distanze in polemica e si tira subito fuori: "Darò una mano per la costruzione di alleanze, ma preciso che non faccio parte di alcuna commissione - precisa in serata - e non voglio ricoprire alcun incarico. Attendo la costituzione degli organi statutari". L'incidente è servito. 

© Riproduzione riservata 07 febbraio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/07/news/la_tentazione_di_berlusconi_se_renzi_va_a_palazzo_chigi_noi_pronti_a_entrare_nel_governo-77906499/?ref=HREC1-2
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« Risposta #110 inserito:: Febbraio 17, 2014, 07:09:50 pm »

Berlusconi: "Mi deve tutto, ma ora Angelino è un pugile suonato. Tra un anno si vota e vinceremo"

Su Renzi il Cavaliere conferma la linea resta soft: "Niente attacchi personali e se propone cose utili le voteremo"

di CARMELO LOPAPA
   
"Vedrete che da qui a un anno si vota, Renzi non si fa cuocere lì a lungo. Ma a quel punto la vittoria sarà nostra". Il giorno è già mesto di suo, nella tenuta di Arcore. E solo il pensiero di una rivincita elettorale rianima Silvio Berlusconi in momenti come questo. È impegnato con i figli nella commemorazione dell'anniversario della morte di mamma Rosa, sebbene sia caduto il 3 febbraio. Rientrato in tutta fretta la sera prima da Roma apposta, subito dopo le consultazioni al Quirinale. Così, le sortite di Angelino Alfano dal palco di Fiumicino hanno contribuito a rovinare una giornata piuttosto grigia di suo...

"Sono attonito - è l'espressione usata dal Cavaliere nei commenti a freddo - Non mi sarei mai aspettato che Angelino arrivasse a questo livello di ingratitudine. Ha già dimenticato che deve tutto a me"...

"Alfano ormai è un pugile suonato, con trattacca così perché si è parecchio indebolito - è il ragionamento fatto ai suoi - rischia di restare schiacciato tra Renzi e me, lo ha capito, è nervoso"...

Ora davvero la prospettiva di un'alleanza elettorale, pur di là da venire, è ridotta al lumicino. Ora davvero l'unico obiettivo di Berlusconi è spianare i "traditori" già alle Europee del 25 maggio, impedire con tutti i mezzi che il Ncd superi la soglia fatale del 4 per cento...

Berlusconi continua a predicare cautela ai suoi. "Nessun attacco personale a Matteo Renzi - è la linea - Non è escluso che sosterremo alcuni provvedimenti utili, del resto lo abbiamo fatto anche con il primo governo Prodi". Avrebbe fatto ieri anche un esempio concreto. "Io ragiono con la testa di un imprenditore, se mi presenta la cancellazione dell'Irap, volete che non gliela voti? Prima di tutto gli interessi dei nostri elettori e del Paese". Tanto il giro di giostra, ne è convinto, non durerà a lungo...

L'articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

© Riproduzione riservata 17 febbraio 2014
Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/17/news/berlusconi_alfano-78805906/?ref=HREA-1
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« Risposta #111 inserito:: Febbraio 22, 2014, 07:59:26 am »

Berlusconi e l'assillo di Mediaset: "Il governo tuteli le mie aziende"

La strategia del Cavaliere per non rompere il patto con Renzi.
Toni concilianti e disponibilità a dare una mano su alcune leggi, ma a certe condizioni

di CARMELO LOPAPA
   
ROMA - Garanzie per Mediaset. "Un patrimonio italiano, prima ancora che di Silvio Berlusconi": il Cavaliere il messaggio lo ha recapitato a Matteo Renzi. Dal governo che sta per nascere il patron si attende protezione per un'azienda, la sua, che vanta oltre 6 mila dipendenti e che è funestata al pari di altre dalla crisi. Pubblicità in netto calo, ascolti in declino a beneficio della Rai, conti che non tornano. Berlusconi non ci ha pensato due volte a perorare la causa delle sue "creature" a chi si appresta a governare con una discreta chance di durata. Aveva fatto la stessa cosa nel 1996 quando Massimo D'Alema andò a visitare gli studi Fininvest.

Insomma, non è stato solo in ossequio al santo festeggiato ieri (San Mansueto), se l'ex premier si è presentato in veste più che conciliante nella Sala del Cavaliere. Garanzie vuol dire tante cose, tanto per cominciare un ministro delle Comunicazioni non ostile. Certo, il leader di Forza Italia non ha esplicitato le sue richieste nell'incontro di ieri. I messaggi sono stati precedenti e più diplomatici. Sta di fatto che il nome di Antonio Catricalà, ex sottosegretario alla Presidenza con Monti e viceministro allo Sviluppo con Letta, sarebbe stato indicato come uno dei più graditi e non solo per il consolidato rapporto che lo lega a Gianni Letta. E qualcuno sospetta che si sarebbe accennato anche a questo nei cinque minuti di faccia a faccia isolato ottenuto da Berlusconi con il premier incaricato.

Se certe garanzie saranno rispettate, se lo status quo dovesse essere salvaguardato, allora ci sarà da parte di Forza Italia quell'ampia disponibilità a dare una mano d'aiuto al governo. E non solo sulla legge elettorale e la riforma del Senato. "Se ti dovessero mancare i voti anche per altri provvedimenti importanti, se questi del Nuovo centrodestra dovessero farsi da parte, potresti contare su di noi" è stato il ragionamento di Berlusconi che ha lasciato stupito perfino Renzi. Il Cavaliere le elencherà anche fuori, a beneficio delle telecamere, le leggi sulle quali vorrebbe dare un contributo: lavoro, fisco, pensioni, giustizia. Le riforme economiche in blocco. Mano offerta assieme a un pacco di suggerimenti non richiesti eppure elargiti dal leader di Forza Italia. Su come farsi valere in Europa, soprattutto, poi sui Marò, su Alitalia. E non solo. "Mi permetto perché hai la metà dei miei anni e ho qualche esperienza di governo: fatti una squadra del tutto nuova, ma soprattutto metti uomini tuoi, di fiducia. Non fare come me che avevo ministri dei quali non sapevo nemmeno cosa facessero e poi si è visto com'è andata a finire" ha alluso senza mai citare Alfano, Lupi e gli altri. Ma a far scattare fin dal pomeriggio l'allarme rosso nella compagine del Nuovo centrodestra sono stati quei cinque minuti a quattr'occhi tra Renzi e il Cavaliere. La blindatura della legge elettorale contro l'abbassamento della soglia di sbarramento che gli alfaniani pretendono da giorni.

Tra Berlusconi e il governo nascente tuttavia la partita che il primo vorrebbe aprire è molto più ampia. L'ex premier coi suoi non fa mistero di voler dire la sua anche sull'imponente (e imminente) infornata di nomine di boiardi di Stato. Il settore che gli sta più a cuore è quello dell'energia, del gas, che porta dritto ai vertici Eni, per esempio. Al rientro a Palazzo Grazioli dopo le consultazioni, il capo forzista incontra Giovanni Toti, Gianni Letta e Denis Verdini, prima di pranzare con la truppa di eurodeputati già in campagna elettorale. "Il ragazzo è sveglio, è furbo - confesserà agli ospiti - A me piace, può bruciarsi solo per l'eccessiva ambizione". Poi conferma la volontà di candidarsi all'Europarlamento nonostante l'interdizione, con tanto di nome nel simbolo, e di voler volare a Dublino per il vertice Ppe di marzo. "Ghedini mi ha detto che nell'area Schengen posso, anche se privato del passaporto". Chiederà comunque il permesso al Tribunale di Milano.

© Riproduzione riservata 20 febbraio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/20/news/berlusconi_mediaset-79113229/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_20-02-2014
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« Risposta #112 inserito:: Aprile 07, 2014, 05:31:54 pm »

L'ira di Berlusconi: "Se non vengo tutelato non garantisco le riforme"
Dopo il no di Napolitano il leader forzista cade nello sconforto. Ma Renzi, Verdini e Gianni Letta confermano l'accordo

di GOFFREDO DE MARCHIS e CARMELO LOPAPA
   
ROMA - La delusione maturata appena rientrato dal Colle ha adesso lasciato spazio allo sconforto più buio, a uno stato "quasi di prostrazione fisica", racconta chi ha raggiunto ieri Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Si sente in un vicolo cieco, a pochi giorni dal pronunciamento dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Milano. Il leader di Forza Italia ha la certezza di essere rimasto solo di fronte alla pena da scontare.

"Napolitano non farà nulla per salvarmi, me lo ha detto, ne ero certo. D'altronde è da tempo che mi vuole fuori dai giochi", andava ripetendo nei pochi incontri politici avuti in giornata. Ma l'angoscia è cresciuta di ora in ora. Non ha retto alla tensione e ha cancellato l'incontro previsto in serata con i dirigenti del coordinamento del Lazio. L'ex premier non ce l'ha fatta, nel tardo pomeriggio a sorpresa è salito sul suo airbus per tornare ad Arcore.

La rabbia è nei confronti dei consiglieri che, ancora nelle ultime 48 ore, lo avevano illuso di uno spiraglio possibile, spingendolo a farsi ricevere dal capo dello Stato. Tutto inutile, ogni porta è sprangata. Lo spettro tornano ad essere gli arresti domiciliari, nonostante fedelissimi e legali continuino a rassicurarlo sui servizi sociali. L'esito dell'incontro al Quirinale avrebbe convinto Berlusconi del contrario. "Vedrete, questi ormai possono fare di tutto, anche sbattermi ai domiciliari. Se potessero mi metterebbero pure in galera pur di non farmi fare campagna", è lo sfogo che chiama in causa ancora una volta i magistrati che dovranno decidere sulla sua sorte. L'ex Cavaliere è spiazzato. La voglia matta di tornare a urlare da una tribuna, per esempio confermando il comizio in programma lunedì pomeriggio al Teatro Alfieri di Torino, deve fare i conti con i freni tirati dagli avvocati: "Non può piazzare dinamite a due giorni dalla decisione dei giudici".

In questo clima, ieri mattina, il leader forzista dà pieno mandato a Denis Verdini e a Gianni Letta per incontrare il premier Matteo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi. Quell'incontro che Berlusconi avrebbe voluto fare in prima persona ma che il presidente del Consiglio ha rifiutato.

L'articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

© Riproduzione riservata 04 aprile 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/04/04/news/berlusconi_sconforto-82686148/?ref=HREA-1
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« Risposta #113 inserito:: Aprile 11, 2014, 11:20:05 pm »

E il Cavaliere tira un sospiro di sollievo: "Solo così si poteva evitare la guerra"
La giornata più lunga del leader di Forza Italia. Per le europee imita Renzi: almeno tre donne capolista

di CARMELO LOPAPA
   
E' lui stesso a smorzare gli entusiasmi quando intorno i familiari sorridono: "Non c'è niente da festeggiare, ancora il Tribunale non ha deciso niente e soprattutto resto un perseguitato della giustizia, in questo Paese". Ma raccontano che Silvio Berlusconi poco dopo le 18,30 abbia tirato un grosso sospiro di sollievo. "Fino all'ultimo ho temuto il peggio, perfino i domiciliari, solo così hanno evitato una guerra".

"Ci sono giudici che hanno ancora rispetto per il mio ruolo e se sarà così potremo lavorare alle riforme da protagonisti" è stata una delle considerazioni a caldo.

Rispetto, è il termine ripetuto. Lo stesso che ora promette di mantenere lui, almeno nelle prossime settimane calde, nei confronti dei magistrati tanto temuti e tanto osteggiati.

Attorno all'ex premier, nel salotto di Arcore, ci sono i tre figli Marina, Pier Silvio e Barbara, rimasti quasi tutto il giorno al suo fianco, con la compagna Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi. Niccolò Ghedini comunica la notizia al telefono. "Tutto può succedere, il Tribunale di sorveglianza può anche capovolgere il parere della Procura e schiaffarmi ai domiciliari " ripete Berlusconi usando le cautele dei suoi legali, ma lo fa quasi per esorcizzare il peggio, che tutti comunque nella cerchia ristretta considerano superato o quasi. Sebbene il tam tam rilanciato all'esterno sia improntato alla massima prudenza.

"Comunque vada, questa resta una giornata infausta per la democrazia, con Berlusconi si feriscono milioni di italiani che credono in lui", sintetizza la linea Mariastella Gelmini. Prima di lei, il solo scoppiettante Brunetta si era spinto a paragonare il leader a San Suu Kyi, premio Nobel per la pace costretta un tempo ai domiciliari dal regime birmano.

Ora si tratterà solo di attendere, pazientare, mantenere la linea del low profile, del silenzio assoluto fino alla data fatidica. Niente conferenza stampa dunque tra lunedì e martedì per presentare le liste per le Europee, tanto per cominciare. "Mi stanno sfiancando con questa attesa, sembra un'agonia" si sfoga il condannato che vuole conoscere il suo destino. Anche se la pena ormai si profila con una certa nitidezza. Il rinvio di 5 o perfino 15 giorni rischia di azzoppare lo start della campagna elettorale. Ma per come è sintonizzato lo stato d'animo del leader tra le quattro mura di Arcore, l'handicap sembra essere l'ultima delle preoccupazioni. Perfino il ginocchio ancora dolorante (forse occorrerà un piccolo intervento) è passato in secondo piano. In questo momento, i servizi sociali in un centro di assistenza per anziani vicino casa in Brianza  -  o quelli in una cascina nell'hinterland milanese gestita da un'associazione che si occupa di disabili  -  costituiscono la terra promessa dell'"agibilità politica". Gli consentirebbero di continuare a esercitare la leadership a pieno regime, pur costringendolo a rientrare a casa alle 23. Dunque: tv, comizi, campagna elettorale per le Europee, incontri blitz romani, da qui a breve si ricomincia. Sullo sfondo, resta l'ipotesi più rosea, ventilata dallo staff di legali: la possibilità di non dover nemmeno raggiungere un istituto, qualora il Tribunale decida di ridurre la pena a semplici colloqui a domicilio, per evitare disagi, scorte e capannelli di telecamere.

Così, mentre in serata il futuro delle prossime settimane inizia a rischiararsi, Berlusconi può rimettere testa, con i pochi dirigenti che riescono a parlargli, alle due priorità politiche che lo attendono. Le riforme da portare avanti con Renzi (o da seppellire) e le liste elettorali, per parare il colpo mediatico sferrato dal leader Pd con le donne capolista. Sulle riforme, le intenzioni bellicose dei giorni scorsi sono d'incanto archiviate. Se il capo di Forza Italia potrà continuare a esercitare la sua leadership, la farà valere anche al tavolo con il premier per superare il bicameralismo e cambiare la legge elettorale. "Sono stato responsabile fino ad ora e lo saremo ancora, se ci consentiranno di fare politica" spiega la linea Berlusconi ai suoi. Non a caso, in serata a Porta a Porta, il consigliere politico Giovanni Toti spiega che sulle riforme loro ci sono: "Il ddl Renzi non ci convince, sediamoci e parliamone, ma non sarò difficile trovare una soluzione".

Il dossier numero due va sotto il titolo "Europee". E porta il codice rosso dell'emergenza, dentro Forza Italia. Mentre da Milano si attendeva il pronunciamento della Sorveglianza, nella sede di San Lorenzo in Lucina si riunivano Toti, Denis Verdini, il capogruppo Paolo Romani, il responsabile elettorale Ignazio Abrignani. Hanno ragionato sulla necessità di correre ai ripari, le liste sono stantie, appaiono già vecchie e senza novità rispetto alle cinque con bandierina rosa in testa di Matteo Renzi. Ecco allora la proposta che, in collegamento telefonico, Berlusconi avrebbe mostrato di gradire. Piazzare dove possibile un capolista donna anche in Forza Italia, con due (o tre) eccezioni nelle cinque circoscrizioni. Ecco allora farsi largo il tandem delle uscenti Lia Sartori e Elisabetta Gardini nel Nordest, l'ipotesi di Gabriella Giammanco nelle Isole, mentre al Sud il partito è in pressing su Mara Carfagna. Lei è molto restia, tanto più se si dovesse trattare di scalzare in corsa Raffaele Fitto, col quale è in ottimi rapporti: il potente deputato pugliese dopo mille polemiche corre già da capolista. Come pure Toti al Nordovest e Antonio Tajani al Centro. Lo stesso Toti con Verdini e Bondi si sposteranno ad Arcore nel fine settimana. Con la sentenza, incombe anche la scadenza per il deposito delle liste di martedì 15 in vista delle Europee che, sondaggi alla mano, per Forza Italia non promettono nulla di buono.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/04/11/news/e_il_cavaliere_tira_un_sospiro_di_sollievo_solo_cos_si_poteva_evitare_la_guerra-83286435/?ref=HREC1-2
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« Risposta #114 inserito:: Aprile 11, 2014, 11:47:27 pm »

Berlusconi avverte: "Senza agibilità politica scateneremo l'inferno"
Oggi la decisione su servizi sociali o arresti domiciliari. "Se saranno concilianti, non parlerò più dei pm"

di CARMELO LOPAPA
   
ROMA -  "Tenetevi pronti, perché se va come temo, scateniamo la fine del mondo". La voce di Silvio Berlusconi sembra provenire dal regno dell'Ade alle orecchie di dirigenti e parlamentari che chiamano Arcore per infondere coraggio. Il loro leader non fa nulla per smorzare la tensione, nella più angosciosa delle vigilie che precede l'udienza di oggi pomeriggio del Tribunale di sorveglianza.

Nonostante le indiscrezioni filtrate alla vigilia, la storia dell'affidamento ai servizi sociali in un istituto per anziani e disabili del milanese - dove verrebbe impegnato mezza giornata a settimana - tutto lascia presagire nell'enclave di Villa San Martino che il finale non sarà così roseo. "Io sono sempre Berlusconi e loro i giudici di Milano, vedrete - è lo sfogo ancora di queste ore - comunque faranno di tutto per mettermi fuori gioco".

L'ex Cavaliere, raccontano, si muove ancora con difficoltà aiutandosi con la stampella, il nervosismo è a fior di pelle. A casa è un via vai dei figli Piersilvio e Marina, in un crescendo di preoccupazione per lo stato d'animo del padre. "Anche perché se c'è una cosa che lo deprime, è proprio la vista e il contatto con persone in difficoltà e quel genere di soluzione lo butterebbe giù" racconta chi gli sta vicino da parecchio tempo. Attorno a lui, solo la compagna Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi, con l'avvocato Niccolò Ghedini. Il legale predica prudenza e silenzio stampa assoluto in attesa del responso. Cautela anche per i giorni successivi alla sentenza: la campagna elettorale non potrà ruotare attorno alla "persecuzione giudiziaria" e agli attacchi alla magistratura, gli è stato detto. "Perché le misure che saranno decise nelle prossime ore potranno essere revocate in qualsiasi momento" è l'avvertimento del legale, che gli ha sconsigliato anche di presenziare oggi pomeriggio all'udienza.

Suggerimenti, consigli che cadono presto nel vuoto se l'assistito è Berlusconi. Basti pensare che nella lunga nota comunque diramata in mattinata da Arcore per mettere all'angolo Forza Campania di Nicola Cosentino, ecco la zampata contro la magistratura "braccio giudiziario della sinistra che vuole impedirmi di fare campagna elettorale". Non proprio una considerazione leggera se messa per iscritto dal condannato che dovrebbe manifestare "ravvedimento" per ottenere i servizi sociali. Che non sia ancora sicura la destinazione è confermato dalla circostanza che funzionari del palazzo di giustizia di Milano ancora questa settimana avrebbero bussato al centro di ascolto dell'Associazione italiana vittime di malagiustizia, già sondato dallo staff di Berlusconi. Lui resta convinto che lo vogliano vincolare ai domiciliari. "Silenziarlo in campagna elettorale sarebbe l'ennesima ingiustizia ad personam" mette le mani avanti il capolista nel Nordovest Giovanni Toti. Non è chiaro su quali basi, ma i forzisti alla Camera ieri si dicevano invece certi che il pronunciamento arriverà tra domani e lunedì. "Qualunque sarà la decisione, un giorno triste per la democrazia" dice Maria Stella Gelmini.

Poco o nulla contribuiscono a risollevare gli animi ad Arcore la notizia che l'avvocato ed ex ministro spagnolo Ana Palacio, con le deputate Deborah Bergamini e Elena Centemero (ieri in Francia per l'iniziativa), lavoreranno a un ricorso d'appello alla Corte di Strasburgo, dopo il no alla candidabilità già pronunciato due giorni fa. Di Europa, intesa come competizione elettorale, il leader forzista vorrebbe occuparsene dopo la sentenza del Tribunale. Ma le scadenze incombono, le liste vanno presentate entro martedì 15: nel fine settimana, per metterle a punto, con Toti raggiungerà Arcore anche Denis Verdini (dopo che ieri il Senato ha dato via libera alla richiesta dei magistrati di usare le intercettazioni che lo chiamano in causa in diversi procedimenti). La campagna mediatica è stata già pianificata: niente attacchi al governo sulle riforme, ma sull'economia sì. Nelle slide diffuse dal responsabile Antonio Palmieri, gli slogan sono sulla soglia dell'antieuropeismo alla Le Pen: oltre a "Più Italia, meno Germania", campeggia un "Basta con l'Euro moneta straniera".

© Riproduzione riservata 10 aprile 2014

DA - http://www.repubblica.it/politica/2014/04/10/news/berlusconi_avverte_senza_agibilit_politica_scateneremo_l_inferno-83199556/?ref=HREC1-4
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« Risposta #115 inserito:: Luglio 21, 2014, 05:55:39 pm »

La strategia di Berlusconi: “Restituitemi il mio onore, una legge per ricandidarmi”
Dopo l’assoluzione nel processo Ruby l’ex premier punta a una soluzione per superare la legge Severino

di CARMELO LOPAPA
21 luglio 2014
   
ROMA - La grazia è una partita persa, archiviata, chiusa. Ne ha preso atto anche il diretto interessato, ora che il Quirinale ha lasciato trapelare la sua indisponibilità anche dopo l'ultima sentenza, quella che ha assolto Silvio Berlusconi in appello dalla più infamante delle condanne a suo carico. Ma l'ex Cavaliere  -  evaporata la sorpresa, l'euforia e perfino la commozione dei primi giorni  -  non si arrende, adesso punta solo a ottenere quel "risarcimento " che si è convinto gli spetti. Si tratta di capire come.

"Troppi anni e troppi danni subiti, troppo fango in Italia e fuori, qualcuno dovrà trovare una soluzione per ridarmi l'agibilità politica a cui ho diritto", ripeteva ancora ieri agli "amici di sempre". Quelli - come Fedele Confalonieri - con cui si confida nei momenti più difficili. Quelli cui chiede consiglio prima ancora di rivolgersi ai vertici del suo partito. Con loro si è consultato prima di dedicarsi in serata al giocattolo che ancora lo diverte: il Milan. Summit con la figlia Barbara, l'allenatore Filippo Inzaghi e l'ad Adriano Galliani sul mercato de i rossoneri.

Nel centrodestra si litiga di nuovo sulle primarie, sulla coalizione, sul ritorno (improbabile) di Alfano e dei suoi, sulla Lega. Ma il leader di Forza Italia non ha alcuna intenzione di farsi da parte, ora meno di prima. Ed è alla disperata caccia della soluzione che possa rimetterlo in gioco appieno, non solo nei panni di padre nobile. E l'unica strada che ha individuato con i suoi legali di vecchia data è quella di bypassare la legge Severino. Modificare la norma sulla incandidabilità o escogitare un modo per sterilizzarla nella parte in cui impedisce a un condannato in via definitiva di essere candidato, in Parlamento e a Palazzo Chigi.

"Dobbiamo battere quella strada e mi occuperò personalmente di trattare la questione con Renzi" è il più recente e segreto proposito. Tutt'altro che una trattativa da aprire in un tavolo ufficiale, nella sua strategia. Quel che è certo però è che dalla sentenza del 18 luglio si sente riabilitato, continuerà a trattare sulle riforme, a garantire il sostegno pieno di Forza Italia sul Senato e sull'Italicum, ma non sarà un supporto a costo zero. Tanto più ora che  -  pur tra un tira e molla, una chiusura e una riapertura  -  Grillo e Casaleggio appaiono fuori dai giochi per le riforme. Anzi, proprio il ruolo di "padre della patria " che si autoattribuisce viene considerato proprio il passe-partout per chiudere la stagione dei processi e arrivare alla "pacificazione" Berlusconi sa bene che la partita è difficile, anzi improba. "Non credo proprio che Renzi si faccia carico di una contropartita così delicata" ammetteva ieri pomeriggio più d'uno della cerchia ristretta del leader. Ma bisognerà fare i conti con la determinazione del capo, che tutti i suoi definiscono rigenerato dall'assoluzione in appello.

La "riabilitazione ", appunto, costituisce il chiodo fisso, adesso. Dagli avvocati Ghedini e Longo per di più avrebbe ottenuto il responso sperato a un interrogativo posto nei giorni scorsi. E cioè: gli effetti della Severino sarebbero cancellati nel caso in cui la Corte di Strasburgo dovesse accogliere il ricorso presentato contro la sentenza definitiva sui diritti Mediaset? Sembrerebbe di sì, stando al loro parere. E questo riaprirebbe sì i giochi in casa, con la possibilità di tornare a candidarsi per guidare con tanto di nome in lista il partito e eventualmente la coalizione. Ma soprattutto, nell'ottica dell'ex Cavaliere, gli consentirebbe quella "riabilitazione" agognata anche sul piano internazionale.

Ecco l'altro pallino. Tornare a sedere da leader anche al cospetto delle cancellerie europee e in particolare a Bruxelles. Cosa che per altro intende fare, senza perdere altro tempo, già da marzo, quando gli sarà restituito il passaporto e saranno conclusi i servizi sociali. Intanto, ha incaricato il suo "ambasciatore" Ue, il vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, di diffondere il più possibile, con tutti i suoi interlocutori ai vertici del Ppe, la notizia della cancellazione della condanna su Ruby. Circostanza che  -  avrebbe fatto notare l'ex commissario Ue  -  è già ben nota, dato che dell'assoluzione si è occupata tutta la stampa internazionale. Non basta, per il leader, che già nei giorni scorsi aveva sentito il presidente del Ppe Joseph Daul per discutere delle nomine ai vertici della Commissione. Il meglio, dal suo punto di vista, deve ancora venire. "Dal prossimo anno Angela Merkel dovrà tornare ad avere a che fare con me", confida ora un Berlusconi rinvigorito, saggiando il miele della rivincita. Non ha fatto mistero coi suoi che tornerà a frequentare i vertici del Ppe, sebbene Forza Italia contribuisca da quest'anno a quel gruppo con un numero ben più ridotto di parlamentari, tredici.

Ma se il leader si prepara a costruire il suo rilancio internazionale, figurarsi se prende in considerazione veti interni, oppositori o dissidenti dentro il partito. Da oggi al Senato si fa sul serio, iniziano le votazioni sulla riforma concordata con Renzi. L'ex premier ha garantito al suo interlocutore il pieno sostegno, nonostante la presa di distanza dei 22 contrari nel gruppo forzista. Quella riforma, come la legge elettorale, Berlusconi deve condurla in porto, almeno in prima lettura, per poter dettare poi condizioni quando il suo potere contrattuale sarà ancora più consolidato. Condizioni che riguarderanno, come si è visto, il suo status di "interdetto", ma anche la tenuta e il futuro delle aziende, dell'impero economico-finanziario.

Ecco perché, quando ieri mattina si sono fatti sentire ad Arcore Denis Verdini e il capogruppo Paolo Romani, entrambi piuttosto preoccupati per le voci di un ripensamento del capo sul percorso delle riforme, hanno ricevuto la risposta che si aspettavano e che speravano. "Nessuna marcia indietro, e fatelo sapere a tutti, non faremo alcuna retromarcia sul patto del Nazareno". Minzolini, la Bonfrisco e gli altri senatori sono avvertiti. E nella strategia imposta a suon di minacce ("Ai probiviri chi si oppone"), potrebbe fare le spese alla ripresa di settembre anche il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, non certo uno dei più convinti sostenitori delle riforme.
 
© Riproduzione riservata 21 luglio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/07/21/news/la_strategia_di_berlusconi_restituitemi_il_mio_onore_una_legge_per_ricandidarmi-92040921/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_21-07-2014
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« Risposta #116 inserito:: Agosto 12, 2014, 06:21:43 pm »

Riforme, Grillo punta al referendum e Fi corteggia Renzi per l'economia

di CARMELO LOPAPA

Il primo via libera alla riforma del Senato tiene ancora acceso, seppur al minimo, il motore del dibattito politico nel fine settimana che precede Ferragosto. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi visita a sorpresa la kermesse degli scout a San Rossore, per lui e la moglie un tuffo nel passato, ma rifiuta di strumentalizzare l’occasione parlando di governo e riforme. "Voi vi siete ascoltati. Talvolta, invece, la politica ha questo difetto: parla, parla, parla ma non ha la capacità di ascoltare" è il messaggio che affida alle migliaia di giovani delle Route nazionale.

Pur se dalle vacanze in Sardegna invece Beppe Grillo non molla la presa e torna ad alzare i toni parlando di "golpe" e "golpisti". "Dopo l'abolizione del Senato e il tradimento della Costituzione da parte del trio Napolitano, Renzie, Berlusconi, l’unica forza democratica del paese è il M5s" scrive sul suo blog il leader, che pubblica un manifesto della Cina comunista nel quale il volto di Mao è sostituito con il suo. E aggiunge: "Sarà una lunga marcia. Non abbiamo fretta. Con Questi golpisti comunque non ci vogliamo più avere niente a che fare. Prepariamoci al referendum confermativo per il Senato". Lavora di grafica pure il governatore lombardo Roberto Maroni, il quale posta su Twitter un fotomontaggio con i volti sovrapposti di Berlusconi e Renzi per attaccare "la strana coppia", rea di aver approvato una riforma che

"degrada regioni a prefetture di area vasta: sacrosanto no di Lega nord" scrive. E se a difendere il testo ci pensa Angelino Alfano, leader del Nuovo centrodestra, che stuzzica gli ex colleghi ("Grazie a noi Forza Italia si è rimessa in carreggiata"), proprio il partito di Berlusconi rivendica ora il ruolo e il peso determinante al Senato nel cammino della riforma. E dal "Mattinale" di Brunetta viene avanzata ancora una volta la proposta di collaborazione anche in campo economico a cominciare dall’autunno. Il premier Renzi non ha alcuna intenzione di accettare, mezzo Pd gli si rivolterebbe contro. Alcuni, come il senatore Corradino Mineo, danno già battaglia da tempo anche sulle riforme. L’ex direttore di Rainews anche in queste ore ha parlato dell’approvazione del testo al Senato come di un "problema di democrazia".

Da - http://www.repubblica.it/politica/
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« Risposta #117 inserito:: Luglio 19, 2015, 06:08:38 pm »

Svolta di Berlusconi: "In caso d'emergenza, ok alle larghe intese"
Se la Grecia uscisse dall'eurozona e ci fossero ricadute pesanti sull'Italia, sarebbe necessaria un'assunzione di responsabilità, dice l'ex premier.
Che è offeso con Palazzo Chigi perché ha sempre respinto aiuti sulla politica estera

Di CARMELO LOPAPA
13 luglio 2015

ROMA. «Io una mano d'aiuto a Renzi la do, ma solo se la situazione precipita, non certo per fare le riforme che vuole lui». Silvio Berlusconi dal ritiro di Arcore osserva quanto accade in queste ore tra Bruxelles ed Atene con un'interessata apprensione. Non prevede «nulla di buono» per l'Italia a trazione renziana, teme le ricadute di una Grexit ancora probabile sull'economia e le borse del nostro Paese, che tanto per cominciare colpirebbero le sue aziende. Così come segue con preoccupazione, racconta chi lo ha sentito, l'escalation delle minacce dell'Isis contro Roma, culminate con l'autobomba del Cairo contro il consolato italiano. «La mano d'aiuto che più volte abbiamo offerto al premier in politica estera non è mai stata presa in considerazione», si lamenta il Cavaliere. Il divorzio consensuale con Denis Verdini (pronto a sostenere il governo) è la conferma di quanto Forza Italia ormai vada in altra direzione. Ma solo uno scenario potrebbe invertire la rotta. «Se la situazione economica precipitasse o se ci fosse un attacco diretto contro l'Italia noi, con responsabilità, ancora una volta, potremmo dare il nostro contributo - è il ragionamento estremo di Berlusconi - Anche entrando in un governo di emergenza nazionale, se necessario». Ma con altrettanta schiettezza non nasconde il suo scetticismo sull'«umiltà di Renzi». Di quel famoso "tavolo" per gli affari esteri, offerto per affrontare nodi pesanti come l'esodo dalle coste libiche, in questi mesi il governo non ha avvertito alcuna esigenza. Figurarsi se il clima è di dialogo sui dossier interni, riforme in testa.

I mediatori che in questi tre giorni hanno cercato di convincere Denis Verdini a recedere dalla decisione ormai presa di abbandonare il partito e il leader hanno fallito. Il senatore toscano non ne vuole più sapere, l'amarezza per il rapporto logorato ha avuto la meglio su tutto. «Non ho altra scelta», è stata la risposta agli ultimi pontieri. Con una chiosa: «Spero un giorno Silvio ricordi chi gli riempì la piazza sotto casa domenica 4 agosto 2013, dopo la condanna Mediaset». I fedelissimi del toscano non fanno ormai mistero dell'imminente scissione dal gruppo al Senato. «La data spartiacque sarà il 31 luglio, il giorno in cui scade il termine per la presentazione degli emendamenti al testo delle riforme costituzionali», spiega il senatore Lucio Barani, uno dei dodici coinvolti nel progetto. E si sbilancia: «Al momento siamo a 15 adesioni».

Berlusconi - che non intende più muoversi da Arcore, salvo che per qualche puntata in Sardegna, ma deciso a tenersi lontano ormai da Roma - osserva i movimenti interni senza intervenire. Giovedì Raffaele Fitto consumerà lo strappo definitivo anche alla Camera coi suoi 14 in uscita. L'ex premier passa dalla reazione stizzita («Era ora che Verdini e Fitto facessero chiarezza e ci liberassero») a momenti di preoccupazione per il futuro. «Indietro non si torna e non ci sarà più alcuna riedizione del patto del Nazareno, questo è evidente a tutti», sottolinea la portavoce Deborah Bergamini. Il leader tiene la linea dura ma manda in avanscoperta altri per tenere aperto uno spiraglio. Il capogruppo al Senato Paolo Romani parla a più riprese col collega pd Luigi Zanda e riferisce al capo di «segnali buoni per ottenere modifiche alla riforma e anche all'Italicum». Non ha sortito altrettanti effetti, a quanto risulta, l'approccio tentato con Palazzo Chigi da Gianni Letta per un paio di questioni che lo interessavano personalmente. In assenza di Verdini i ponti sono saltati del tutto.

Il leader forzista è arrivato a una conclusione, anche alla luce dei 25 dissidenti sui quali Renzi non potrà più contare al Senato. «A settembre potremmo accettare di sedere al tavolo della riforma costituzionale solo a una condizione - è la confidenza rassegnata ai più fidati - se Matteo accettasse di rivedere l'Italicum, introducendo il premio alla coalizione anziché alla lista o quanto meno la possibilità di apparentamento tra il primo e il secondo turno». I portoni di Palazzo Chigi, per adesso, restano però sprangati. E non solo per Gianni Letta.

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13 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/13/news/svolta_di_berlusconi_in_caso_d_emergenza_ok_alle_larghe_intese_-118948937/?ref=HREC1-1
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« Risposta #118 inserito:: Maggio 05, 2016, 12:30:54 pm »

Referendum riforme, mossa per spacchettare i quesiti
Nel fronte del No crescono i favorevoli a votare per parti separate. Dai costituzionalisti ai parlamentari d'opposizione, alla parte più agguerrita della minoranza Pd. "Pronti a ricorrere alla consulta"

Di CARMELO LOPAPA
03 maggio 2016
   
ROMA - Spacchettare il quesito referendario di ottobre in quattro, cinque, sei distinti quesiti sulla riforma costituzionale. Obiettivo: "disinnescare" l'effetto plebiscito che il premier Renzi avrebbe generato collegando alla vittoria del "sì" la sua permanenza a Palazzo Chigi.

Una proposta assai concreta che tra i costituzionalisti sta prendendo campo, soprattutto una precisa strategia di attacco alla consultazione che le opposizioni stanno studiando nei minimi dettagli. Opposizioni in senso lato, perché con i Cinque stelle e la Sinistra italiana, in trincea si posiziona anche l'ala più agguerrita della sinistra Pd. "È quella la strada da percorrere, occorre abbassare la temperatura plebiscitaria che Renzi vuole alzare, altrimenti finiamo nel pieno della deriva berlusconiana - attacca il senatore Miguel Gotor - E siccome la Carta è di tutti è incivile imporre un quesito unico. Sì, stiamo valutando con Cuperlo la possibilità di chiedere quesiti separati. Di più: pensiamo che il premier debba consentire anche dentro il Pd la costituzione di comitati per il no".

Il M5s che si prende tutti i 90 giorni di tempo che la legge mette a disposizione e poi depositerà all'Ufficio centrale presso la Cassazione il suo "referendum per parti separate", come pure prevede la legge. E su questa battaglia chiederanno le firme anche alle altre forze di opposizione, Lega e Fi in testa. Hanno del resto quasi i numeri per farlo: basta un quinto dei parlamentari di Camera e Senato (in alternativa cinque consigli regionali o le firme di 500 mila elettori). "La dottrina è univoca nel sostenere che il cittadino debba pronunciarsi su quesiti omogenei, è un principio costituzionale oltre che una forma di rispetto della volontà popolare", argomenta Danilo Toninelli, tra i grillini il deputato che ha seguito più da vicino il cammino della riforma Renzi-Boschi. "Presenteremo i quesiti all'Ufficio in Cassazione, almeno uno per ciascun capitolo della riforma. Li sottoporremo ai partiti che come noi hanno votato contro". A quel punto si apre un'altra partita. "Siamo certi - continua Toninelli - che l'Ufficio solleverà il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale, investendo la Consulta della decisione finale". È un ulteriore possibile passaggio che renderebbe ancora più impervio il percorso: uno dei comitati promotori del referendum o lo stesso Ufficio centrale possono investire il supremo giudice costituzionale sulla opportunità che il quesito sia unico o meno.

Ieri Renzi ha lanciato i comitati per il Sì. Un sì ad una consultazione unica, ad oggi. Va detto che nel 2005, con la riforma costituzionale targata Berlusconi, poi bocciata proprio dal referendum, il quesito è stato unico e vincente, cancellando la riscrittura di ben 55 articoli. Stavolta sarebbero 40.
Referendum, Renzi: "State con l'Italia che dice sì al futuro, non solo alla riforma"
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Fulco Lanchester, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, è l'ideologo della campagna che i Radicali stanno portando avanti. Teorizza il principio di "discernimento". Invece che schierarsi per il no o per il sì secco "che viola la libertà di voto, è possibile seguire due strade alternative, o il referendum parziale oppure per parti separate". "Il referendum non è una guerra santa - ragiona il segretario radicale Riccardo Magi - Il nostro comitato "Per la libertà di voto" depositerà il referendum per parti separate e siamo certi che l'Ufficio centrale solleverà il conflitto di attribuzione alla Consulta. Se non lo farà, impugneremo noi alla Corte il decreto di convocazione del referendum".

Alessandro Pace, costituzionalista, presiede uno dei tre comitati per il "no", composto da numerosi giuristi. "Il referendum così com'è è una porcheria - dice senza mezzi termini - il contenuto è tutt'altro che omogeneo quando il quesito referendario sulle legge costituzionale dovrebbe esserlo. Io sono stato messo in minoranza nel mio comitato che dunque non depositerà quesiti separati, preferendo la via del "no", ma resto convinto che dal punto di vista giuridico sia la via preferibile".

Anche l'appello dei 56 costituzionalisti che si sono schierati contro la riforma con un documento, fa riferimento alla "mancanza di omogeneità" del quesito, primo firmatario il presidente emerito della Consulta, Valerio Onida. Assai scettico Ugo De Siervo, altro presidente emerito della Corte: "Secondo me, concettualmente sarebbe meglio il quesito omogeneo, ma dal punto di vista tecnico è una ipotesi poco praticabile". Pesa il precedente recente del 2005. Che poi è il motivo che induce il pragmatico Roberto Calderoli a deporre almeno questa arma. "L'articolo 138 della Costituzione parla chiaro, in teoria sarei d'accordo con quei costituzionalisti - spiega - ma ci sarà un motivo se dal '47 ad oggi lo spacchettamento non è stato mai fatto. E poi è già complicato comunicare per un referendum, figuriamoci per più di uno". Sulla stessa linea Fi. "Sarebbe un bizantinismo", obietta Francesco Paolo Sisto. Ma la partita è ancora aperta.

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03 maggio 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/05/03/news/riforme_referendum_spacchettamento_quesiti-138960231/?ref=HRER1-1
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« Risposta #119 inserito:: Ottobre 25, 2016, 05:46:04 pm »

Renzi: "Allucinante la decisione Unesco su Israele". E convoca Gentiloni. Tel Aviv ringrazia
Il premier pronto a "rompere con l'Ue" sulle risoluzioni che penalizzano Gerusalemme, l'Italia si era astenuta: "Siamo andati in automatico, un errore"

Di CARMELO LOPAPA
21 ottobre 2016

ROMA. Il presidente del Consiglio si schiera contro la risoluzione dell'Unesco sui luoghi santi del Medio Oriente che penalizza Israele. Una presa di distanza netta, risoluta, senza precedenti. E la protesta italiana sarà formalizzata già nelle prossime ore, come annuncia lo stesso Matteo Renzi. Anche se la posizione del governo era stata più morbida, nei giorni scorsi in occasione della risoluzione il nostro esecutivo, attraverso la Farnesina, si era astenuto. "Una vicenda allucinante, ho chiesto al ministro Esteri di vederci subito al mio ritorno a Roma - spiega il primo ministro in collegamento telefonico con Rtl - E' incomprensibile, inaccettabile e sbagliato. Ho chiesto espressamente ieri ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c'è da rompere su questo l'unità europea che si rompa". La risoluzione era passata con l'astensione dell'Italia, ma la linea adesso sarà ulteriormente irrigidita. Si vedrà con quali ricadute.

Intanto, si registra l'immediato riconoscimento e apprezzamento da parte del governo di Tel Aviv. "Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione", dice il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Emmanuel Nahshon. Si conclude il Consiglio europeo da lì a qualche ora e in conferenza stampa da Bruxelles il presidente del Consiglio torna sul caso. E precisa. "Non ho convocato il ministro, si convocano gli ambasciatori degli altri paesi, ho detto solo di aver parlato con il ministro degli Esteri". Quella italiana è stata una "posizione tradizionale nel senso che tutti gli anni va in automatico un voto di questo genere, non è la prima volta. Ecco, siamo andati in automatico, ce ne siamo accorti tardi. Ma questo non vuol dire che la posizione non vada cambiata, io almeno la penso così - ha continuato - Penso si debba ridiscutere e riflettere: non è certo colpa dell'ambasciatore", ma di linea politica "e su questo è stato fatto un errore". Perché "non si può negare quel che è l'origine, la storia di quella meraviglia, quello scrigno che è la città di Gerusalemme".

In Italia il caso accende subito una polemica politica, col centrodestra che accusa Palazzo Chigi. Giovedì, assai duro era stato il rabbino capo di Venezia, Scialom Bahbout: "I Paesi che si sono astenuti" dal voto sulla risoluzione Unesco "che nega la stretta relazione del popolo ebraico con Gerusalemme e il Monte del Tempio hanno collaborato a un atto terroristico che si propone di cancellare migliaia di anni di storia", ha tuonato. Il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, usa toni più moderati ma non rinuncia a manifestare il disagio: "Gli ebrei italiani sono sconcertati e feriti dal comportamento tenuto dalla rappresentanza diplomatica italiana all'Unesco" scrive in una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pubblicata sulla Stampa. Poi il centrodestra, dalla Lega a Fi e non solo. "Dov'era Renzi quando per due volte l'Italia si è astenuta in sede Unesco a distanza di giorni?" attacca Daniele Capezzone, deputato vicino a Fitto. E Maurizio Gasparri: "Renzi pagliaccio, non controlla nulla".

In cima all'agenda di Renzi resta tuttavia il referendum costituzionale del 4 dicembre. C'è il sostegno al Sì del Pse, ricorda. Subito dopo il Consiglio europeo il premier si sposta in Sicilia per una serie di comizi in favore del Sì. Mentre i sondaggi iniziano a segnare una prima inversione di tendenza proprio in favore della riforma. "I grandi professori hanno fatto ricorso e hanno perso anche al Tar del Lazio - ironizza a proposito della bocciatura del ricorso sul quesito - adesso per favore parliamo di merito". Perché la consultazione, torna a ripetere, "non è su di me, né sul governo". L'inquilino di Palazzo Chigi nega anche che ci sia stata una sua sovraesposizione mediatica in tv.

"Trovo più facilmente rappresentate le ragioni del No - aveva detto in radio in mattinata - Vado da Semprini e la settimana dopo a Politics è andato un deputato M5s, domenica sarò dalla Annunziata perchè la settimana prima c'era D'Alema e le trasmissioni sono iniziate con Di Maio e Di Battista. Facciamo una lista e vediamo chi partecipa a cosa". C'è un blocco "che dice sempre no" rimarca, e da Bruxelles elenca tutti gli ex premier che si sono iscritti appunto a quel fronte: "Berlusconi e D'Alema, Monti e De Mita fino a Dini". Oltre a "illustri personalità quali Gianfranco Fini e Cirino Pomicino". Come dire, il passato. Glissa sorridendo invece in radio sul sostegno dei Masai, a proposito della notizia dei giorni scorsi sulla quale tanto si era ironizzato sui social: "Non me la sento nemmeno io, che pure ho la faccia tosta, di dire che i Masai voteranno sì. A questo non arrivo. Mi autocontengo".

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21 ottobre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/10/21/news/renzi_allucinante_la_decisione_unesco_su_israele_linea_dura_con_bruxelles_la_manovra_non_si_tocca_-150257297/?ref=HRER3-1
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