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Autore Discussione: Luigi ZINGALES. -  (Letto 30212 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Maggio 13, 2009, 10:42:16 am »

Sogno americano addio

di Luigi Zingales
 
 13 maggio 2009
 


All'indomani del salvataggio di Aig scrissi sul Sole 24 Ore (20 settembre 2008) che la crisi segnava la fine del capitalismo americano come noi l'abbiamo conosciuto. Oggi, a otto mesi di distanza, il dibattito iniziato da Guido Tabellini mi permette di ritornare su questo punto. E devo ammettere che rimango della stessa opinione, anzi sono ancor più radicato nel mio convincimento. Non penso affatto alla fine del capitalismo, ma a sostanziali cambiamenti nel modo in cui il capitalismo è vissuto negli Stati Uniti. E purtroppo questi cambiamenti non sono per il meglio. A farmi dissentire dalle opinioni di Guido Tabellini non è una diversità di vedute sulle cause della crisi. Anzi apprezzo molto e condivido la sua lucida analisi. Naturalmente ci sono differenze di enfasi. Io avrei maggiormente accentuato la responsabilità della politica monetaria espansiva di Alan Greenspan.

Avrei sottolineato anche il ruolo che il debito a breve ha avuto sul precipitare della crisi. Quello che mise in crisi Bear Stearns, Lehman, Merryl Lynch, e poi (all'apice della crisi) anche Morgan Stanley e Goldman non fu solo la leva finanziaria, ma l'enorme quantità di debito a breve.
Se Goldman Sachs, oggi dichiarata ampiamente solvente dallo stress test, rischiava di fallire a fine settembre non era perché aveva troppo debito in assoluto, ma perché aveva troppo debito a breve. In una situazione d'incertezza il creditore a breve ha un'unica scelta razionale: scappare. Per quanto elevato sia il rendimento offerto, su un orizzonte di pochi giorni non vale il rischio di un'insolvenza. Ecco perché nell'incertezza sia Morgan che Goldman videro la fuga dei creditori a breve. Per ripagare questi crediti tutte le investment banks si videro costrette a liquidare rapidamente parte dell'attivo, sopportando grosse perdite e quindi rendendo più probabile l'insolvenza vera. A parità di leva finanziaria, la quantità di debito a breve è un forte meccanismo d'instabilità sistemica che deve essere in qualche modo considerato per evitare una tragica ripetizione.

Ma si tratta di dettagli. Condivido la linea di fondo e la necessità di alcune riforme. Nonostante questa identità di vedute, però, non sono d'accordo sulla predizione che tutto tornerà come prima e meglio di prima. A differenziarmi da Tabellini è la mia prospettiva americana e, paradossalmente, la mia visione di political economy (dico paradossalmente perché il massimo esperto di political economy è lui).
Da una prospettiva europea, capisco che il capitalismo di domani non sembra molto diverso da quello di ieri. Il governo ha sempre influito massicciamente sull'economia e in particolar modo sulle banche. E il governo ha sempre pagato questa influenza con ampi sussidi (espliciti e impliciti) di varia natura. In questo contesto, l'intervento deciso dai vari ministri europei e in particolar modo l'intervento del governo italiano sono ben poco al di fuori dell'ordinario. Nel nostro paese la diffidenza contro i principi di mercato è ben diffusa sia tra la maggioranza che tra l'opposizione. Anche se la crisi sposterà un po' il pendolo, non si tratterà di una variazione sistemica.

Ben diversa è la storia negli Stati Uniti. Dalla vittoria di Reagan in poi si era affermato il principio che lo Stato era il problema, non la soluzione dei problemi. Si era affermato il principio che la disuguaglianza doveva essere tollerata per produrre incentivi migliori, perché questi incentivi migliori avrebbero generato crescita e benessere per tutti. Si era affermato il principio che lo Stato non aveva diritto d'intromettersi nel business privato. Drexel ed Enron erano state lasciate fallire, nonostante le implicazioni sistemiche di queste decisioni, perché la maggioranza degli americani credeva fermamente nel principio "chi sbaglia paga". Questo principio faceva tollerare all'americano medio le centinaia di milioni di dollari guadagnati dai top manager. Forniva le basi morali per un consenso sociale nel libero mercato che non aveva eguali in Europa.

Purtroppo la crisi (e ancor più la gestione della crisi) ha minato queste basi in un modo che io considero irreparabile. Come si fa ancora a credere a quei principi quando si vedono quegli stessi banchieri, che altezzosamente difendevano i loro compensi, chiedere allo Stato di accollarsi le perdite? Come si fa a credere in questi principi quando lo Stato interviene a giorni alterni dando l'impressione di favorire gli amici del governo? Come si fa a credere in questi principi quando il governo espropria i creditori di Chrysler con garanzie reali esercitando pressioni politiche che avrebbero fatto impallidire anche il peggior ministro democristiano?
L'americano non si fida più del sistema di mercato. Non solo il 65% degli americani vuole un tetto per legge agli stipendi dei manager, il 60% vuole un maggior coinvolgimento dello Stato nella gestione delle imprese. Non per fiducia nello Stato, ma per mancanza di fiducia nelle imprese. Questa mancanza di consenso sociale porta il capitalismo ad arroccarsi. Per sopravvivere di fronte alla minaccia populista, i capitalisti colludono con lo Stato. Scambiano favori. Il libero mercato si trasforma in una casta di potere economico (parte politica, parte privata) che si autosostiene. Non è un caso che due giorni dopo che il Congresso americano ha votato la tassa del 90% sullo stipendio dei manager, il governo ha offerto condizioni d'enorme favore ai pochi fondi privati ammessi a partecipare ai suoi programmi d'investimento.
 
Ma perché - mi chiederete - questo dovrebbe interessare a noi europei? Perché nel bene e nel male gli Stati Uniti nel dopoguerra sono stati la forza trainante del libero mercato a livello mondiale. La liberalizzazione a livello mondiale del movimento di merci e capitali deve molto alle pressioni americane. Dove andrà il capitalismo mondiale senza di essa? Difficile dirlo, ma non sarà più come prima. Di certo sopravviverà. Ma sarà un capitalismo dove prevale la libertà d'iniziativa privata e la competizione o un capitalismo di relazione stile renano?

13 maggio 2009
da ilsole24ore.com
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« Risposta #16 inserito:: Maggio 24, 2009, 11:28:14 am »

Luigi ZINGALES


Un Marchionne per le banche


Il settore automobilistico si ristruttura mentre nelle banche continua a prevalere l'immobilismo e la "Geronzocrazia"  In cinese la parola 'crisi' (weiji) è formata da due caratteri: uno (wei) significa pericolo, l'altro (ji) significa opportunità. Non è un caso. Ogni crisi porta con sé molti rischi, ma anche molte opportunità. Alterando lo status quo, le crisi permettono l'emergere di nuove idee organizzative e di nuove imprese.

Questo processo di 'distruzione creatrice' - scrive l'economista austriaco J. A. Schumpeter - è la vera essenza del capitalismo.Questa distruzione creatrice è certamente all'opera nel settore automobilistico. Dalle ceneri della bancarotta di Chrysler e della crisi finanziaria di General Motors nascono nuove opportunità per consolidare un'industria malata di eccesso di capacità produttiva.

In genere io non sono un grosso sostenitore delle grandi fusioni. Le uniche vere 'sinergie' derivanti dalla stragrande maggioranza delle fusioni vengono dall'aumento del potere di mercato (a danno dei consumatori) o del potere politico (a danno dei contribuenti). A fronte di queste, ci sono enormi costi di integrazione: dai sistemi informativi alla cultura manageriale. Ma l'ardita operazione progettata da Sergio Marchionne sembra essere un'eccezione.

L'accordo con Chrysler permette alla Fiat di entrare sul mercato americano con una struttura capillare di distribuzione. L'acquisto della Opel facilita il consolidamento del settore auto in Europa. Entrambe queste operazioni consentono alla Fiat di ammortizzare i costi di ricerca e sviluppo su una produzione molto maggiore. Non ultimo, questa espansione avviene a prezzi stracciati. Anche se il successo non è garantito, questa operazione di sicuro ridisegna l'industria dell'auto nel mondo, creando importanti guadagni di efficienza. E non sarebbe mai avvenuta se l'industria automobilistica americana fosse state tenuta in vita artificialmente dai sussidi statali.


A fronte di queste profonde ristrutturazioni nel mondo dell'auto, nel settore del credito prevale l'immobilismo. Abbiamo assistito, è vero, a delle fusioni (JP Morgan ha comprato Bear Stearns, Wells Fargo si è presa Wachovia, Bank of America ha messo le mani su Merrill Lynch). Ma si è trattato di matrimoni di convenienza, forzati o favoriti da una Federal Reserve ansiosa di stabilizzare il settore, anche a costo di renderlo meno efficiente.

Basti pensare all'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America. Non solo quest'ultima ha strapagato, ma ora si trova a perdere la maggior parte dei migliori talenti della banca d'investimento, non abituati a operare all'interno della burocrazia di una banca commerciale.

Come è possibile che nulla si muova proprio nel settore che ha innescato la crisi? Forse non abbiamo realizzato l'inettitudine dei sistemi di controllo del rischio delle principali banche? L'inefficienza delle procedure di concessione del credito? Le sinergie negative tra l'attività di trading e quella di raccolta di depositi? L'incapacità della maggior parte dei sistemi informativi bancari di incrociare le informazioni sui depositi con quelle sui prestiti dello stesso cliente? Non è un caso che Citigroup sia stata sull'orlo della bancarotta in tre delle ultime quattro recessioni: il modello del supermercato finanziario non funziona. Ma allora perché non assistiamo a una profonda trasformazione?

A ostacolare questo processo di 'creazione' nel settore bancario è proprio l'intervento statale. Non esiste creazione senza distruzione. Fermando con i suoi sussidi il processo di distruzione, lo Stato inevitabilmente ostacola anche il processo di ricerca di alternative: il processo creativo. Parafrasando Schumpeter, è proprio dal 'trial and error' che nascono i nuovi modelli organizzativi, perché nessuno sa oggi con certezza quale sia la ricetta giusta per il futuro. Di sicuro sappiamo solo che, mantenendo artificialmente in vita le imprese esistenti, il supporto statale ostacola la ricerca di alternative migliori.

Questo è vero in generale, ma è maggiormente vero nel settore bancario, dove la protezione offerta dallo Stato alle istituzioni considerate 'troppo grosse per fallire' non solo ostacola la ricerca di alternative, ma va nella direzione opposta, sussidiando la creazione di giganti del credito che sappiamo essere inefficienti. Tanto negli Stati Uniti come in Italia, se vogliamo l'emergere di un Marchionne del credito dobbiamo porre fine ai sussidi a favore della Geronzocrazia.

(22 maggio 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #17 inserito:: Luglio 19, 2009, 05:06:09 pm »

Quanto conta la fiducia

di Luigi Zingales


Il peso dell'immagine di un popolo e di chi lo governa nei rapporti economici tra i paesi  Silvio Berlusconi e Barack ObamaPraticamente ogni transazione economica, scrisse il premio Nobel per l'economia Kenneth Arrow, ha in se stessa un elemento di fiducia". Quando depositiamo i nostri soldi in banca, acquistiamo delle azioni, compriamo dei beni sul Web dobbiamo avere della fiducia. Fiducia che i nostri depositi ci saranno restituiti, che la società in cui investiamo non sia una frode, e che il prodotto comprato corrisponda a quello che abbiamo ordinato.

Gran parte di questa fiducia ci viene dall'esistenza di leggi e pratiche commerciali volte a proteggere i contraenti. In molti paesi i depositi bancari sono assicurati, esistono delle autorità di controllo che vagliano (o dovrebbero vagliare) sulla legittimità delle imprese che fanno richiesta di denaro al pubblico, e molte imprese offrono ai loro clienti il diritto di restituire senza alcun aggravio il prodotto acquistato via Internet se il compratore non è soddisfatto.

Tutte queste protezioni contano poco se non abbiamo fiducia che la controparte abbia intenzione di adempiere alla sua obbligazione in buona fede. Le leggi possono essere aggirate, le pratiche commerciali seguite nella forma ma non nella sostanza, e il rimedio legale può essere tanto costoso da ottenere e distante nel tempo da essere inutile.

Quando nel 1989 investii tutti i miei risparmi nel comprarmi per posta il mio primo computer, dovetti sopprimere la mia italica diffidenza. Immaginatevi il terrore quando scoprii che il computer non funzionava e che la società che l'aveva prodotto era finita in bancarotta. A quel punto poco valeva la garanzia e poco valeva il mio diritto a restituire il prodotto, perché avrei ricevuto invece del denaro un credito nei confronti di un'impresa fallita. Ma la mia fiducia fu premiata: il computer fu riparato senza alcun aggravio e funzionò meravigliosamente per molti anni.

Questa fiducia non è importante solo nelle transazioni spicciole. È importante anche negli scambi commerciali e negli investimenti. Senza la fiducia nella serietà di un venditore nessun investitore perde tempo a valutare un'opportunità di acquisizione. Senza la fiducia nella buona fede della controparte, nessun compratore si impegna in un accordo commerciale. Non si tratta di semplici aneddoti. In un lavoro di prossima pubblicazione Luigi Guiso, Paola Sapienza ed io dimostriamo come il grado di fiducia tra diverse nazioni influenza le esportazioni e gli investimenti (Luigi Guiso, Paola Sapienza, Luigi Zingales, 'Cultural Biases in Economic Exchange?', Quarterly Journal of Economics, forthcoming).

Un aumento di fiducia del 12 per cento degli inglesi negli italiani si traduce in un aumento del 10 per cento delle esportazioni italiane in Inghilterra e del 30 per cento lo stock degli investimenti inglesi in Italia.

Cosa determina questa fiducia? In parte si tratta di dati oggettivi. Tutti i paesi europei (tranne il Portogallo) si fidano degli svedesi più che degli italiani perché la percentuale di frodi in Svezia è molto più bassa che in Italia. Accanto a questi dati oggettivi, però esiste anche una componente soggettiva: l'immagine di un paese che hanno gli abitanti di un altro paese. Questa immagine può essere il frutto di una storia di conflitti, di un'affinità culturale, perfino di una somiglianza fisica. Anche da occupanti gli italiani vennero accolti bene in Grecia perché venivano visti come 'una faccia, una razza' dalla popolazione locale.

La fiducia verso gli abitanti di un paese tende a scendere quando i suoi abitanti finiscono troppo spesso sulle pagine dei giornali di un altro paese. La maggior parte delle notizie riportate purtroppo non è positiva, e questo mina la fiducia.

Purtroppo dati recenti non sono disponibili. Ma la mia paura è che le notizie che vengono dall'Italia in questi giorni non giovino. Film come 'Gomorra' e 'Il Divo' rafforzano l'immagine di un paese in preda alla mafia e le vicende personali del nostro presidente del Consiglio non fanno altro che rinforzare uno stereotipo degli italiani come donnaiuoli da strapazzo, poco seri e poco affidabili. Un tedesco mi diceva che se Silvio Berlusconi avesse telefonato alla Merkel per fare pressioni per l'accordo Fiat-Opel, il suo intervento sarebbe stato controproducente, tanto è il disprezzo del cancelliere tedesco per il nostro premier.

Berlusconi sostiene che gli italiani lo vogliono così. E i sondaggi gli danno ragione. Ma se sapessero quanto ci costano certe vicende in termini di esportazioni mancate e investimenti esteri perduti, una buona fetta di quel consenso probabilmente sparirebbe.

(03 luglio 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #18 inserito:: Agosto 04, 2009, 03:58:28 pm »

Tornano gli speculatori

di Luigi Zingales


Con i tassi bassi si cercano investimenti più redditizi. E così si rischia una nuova bolla.

Intanto la Goldman Sachs ha annunciato i profitti trimestrali più elevati della sua storia, e lo stesso hanno fatto le maggiori imprese finanziarie

 
Goldman Sachs ha annunciato i profitti trimestrali più elevati della sua storia: 3,44 miliardi di dollari, corrispondenti a 4,58 dollari per azione, battendo del 29 per cento le previsioni degli analisti. Le maggiori imprese finanziarie hanno seguito a ruota. Perfino Citigroup ha riportato profitti trimestrali per 4,3 miliardi di dollari, pari a 0,49 dollari per azione, un'azione che a marzo valeva solo 0,97. Ma marzo sembra lontanissimo, così come sembrano appartenere ad un passato remoto le immagini di Goldman Sachs e Morgan Stanley in crisi di liquidità, salvate dall'intervento propizio dello stato. Insomma non c'è più area di crisi a Wall Street, dove era proprio nata. Possiamo quindi dedurre da questi segnali che la crisi sia finita anche per il resto del paese (e del mondo)?

Purtroppo no. Innanzitutto non è tutto oro quel che luccica. Mentre la performance di Goldman Sachs e JP Morgan sono state veramente straordinarie, quelle delle altre banche no. Togliendo i profitti per il conferimento della controllata Smith Barney a una joint venture con Morgan Stanley, Citigroup avrebbe riportato nel trimestre una perdita di 2,4 miliardi e non un profitto di 4,3 miliardi. Lo stesso si può dire per Bank of America. E Cit, un intermediario finanziario specializzato nei prestiti alle piccole e medie imprese, si avvia ad essere la quinta più grossa bancarotta nella storia degli Stati Uniti.

In secondo luogo i profitti ottenuti derivano principalmente da condizioni di mercato eccezionali e difficilmente ripetibili. Con tassi di interesse pressoché nulli, forti rialzi azionari, e una valanga di collocamenti di titoli, i settori del trading e dell'investment banking hanno messo a segno profitti record. Ma per quanto riguarda il business del credito tradizionale la situazione non è altrettanto rosea. JP Morgan, una delle banche migliori, ha riportato perdite di 955 milioni di dollari nel settore del credito al consumo e di 672 milioni nel settore carte di credito. Citigroup ha dovuto accantonare 3,9 miliardi per perdite attese sui prestiti. Visto che in passato Citigroup ha sottostimato queste perdite, il futuro non sembra molto roseo.

Per finire, anche se la crisi è iniziata a Wall Street, non finisce lì. Con un livello di disoccupazione che si sta avviando al 10 per cento e i pignoramenti delle case in aumento (+15 per cento nei primi sei mesi dell'anno), l'economia reale non sembra dare grossi segnali di ripresa. Ma allora perché Wall Street gioisce?

Una possibile spiegazione, fornita da molti analisti, è che il settore finanziario e la Borsa in generale anticipino l'economia reale di circa sei mesi. Il crollo di ottobre-novembre anticipava la crisi economica attuale. E il boom degli ultimi tre mesi anticiperebbe una ripresa a fine anno. Storicamente questa relazione è giustificata. Ma se c'è una cosa che questa recessione ci ha insegnato è di non fidarsi troppo delle correlazioni passate.

L'alternativa, molto più pessimista, è che Wall Street sia drogata da quegli stessi fattori che hanno causato la crisi. Dopo lo scoppio della bolla Internet i bassi tassi di interesse hanno favorito la nascita della bolla immobiliare. Allo stesso modo oggi i bassi tassi di interesse e la massa di liquidità immessa dalla Federal Reserve creano le condizioni per la formazione di una nuova bolla. All'apice della crisi, quando si temeva che il sistema finanziario implodesse, i risparmiatori erano contenti di detenere contanti e titoli del Tesoro americano. Ma ora che questo rischio sembra rientrato, i risparmiatori cercano impieghi più redditizi per la liquidità in loro possesso. Questo li spinge verso investimenti più rischiosi. Il mercato ha ben recepito una cartolarizzazione di titoli cartolarizzati (in gergo Cdo al quadrato) fatta da Morgan Stanley. Con l'alchimia tipica di questi processi dei titoli cartolarizzati che erano stati downgraded dalle agenzie di rating sono stati trasformati in titoli da tripla A. E il mercato si è affrettato a comprarli

Gli operatori finanziari, lungi dall'essere contriti per gli errori passati, si sentono ringalluzziti. La storia recente ha dimostrato che è nel loro interesse assumersi rischi. Se le cose vanno bene guadagnano cifre favolose: su base annua i compensi di Goldman per il primo semestre 2009 corrispondono ad una media di 772.000 dollari per dipendente, segretarie e portieri inclusi. Se le cose vanno male, interviene lo Stato. E il gioco ricomincia.

(24 luglio 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #19 inserito:: Ottobre 16, 2009, 11:21:32 pm »

Un modello per Obama

di Luigi Zingales


Il presidente Usa dovrebbe adottare il sistema elvetico: polizze malattie obbligatorie come la rc auto
 

Per un europeo, abituato alla sanità statale, il sistema sanitario americano, dove il 15 per cento della popolazione non è coperta da assicurazione, sembra assolutamente incomprensibile. Per gli americani, invece, è il sistema europeo a sembrare incomprensibile. Il 67 per cento degli americani si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto dell'attuale sistema sanitario. In parte questa soddisfazione deriva da una superiore performance della sanità americana per quanto riguarda la cura di malattie gravi (l'89 per cento delle donne colpite da cancro al seno e il 72 per cento di quelle colpite dal cancro alla cervice sopravvive almeno cinque anni contro l'85 per cento e il 66 per cento in Italia). Ma in grossa parte deriva da una visione molto diversa su a chi sia meglio affidare decisioni sulla quantità e qualità dei servizi sanitari offerti.
Il 57 per cento degli americani si fida di più di un'assicurazione privata che dello Stato. Queste profonde divisioni sono il risultato di una storia molto diversa.

Negli Stati Uniti l'assicurazione medica privata si diffuse durante la Seconda guerra mondiale. Per ridurre l'inflazione, lo Stato impose un tetto ai salari. Con molti uomini al fronte, però, la manodopera scarseggiava e le imprese cominciarono a competere per i lavoratori, offrendo fringe benefit che non rientravano nel salario controllato: assicurazione sanitaria e pensioni. Progressivamente questo sistema si diffuse nel Paese con due effetti. Primo, la maggior parte della popolazione, coperta dall'assicurazione privata, si è abituata a una sanità privata non razionata. L'idea di aspettare mesi per una mammografia è assolutamente inconcepibile. Secondo, i grossi beneficiari di questo sistema sono i sindacati e le imprese assicurative, lobbies molto potenti che fanno di tutto per mantenere i loro privilegi. La riforma di
Lyndon Johnson, che nel 1965 introdusse l'assistenza sanitaria pubblica gratuita per i più poveri e gli anziani, se da un lato ridusse l'iniquità del sistema, dall'altro lo rese ancora più difficilmente riformabile. La più forte opposizione alla proposta di riforma avanzata da Obama è la potentissima lobby dei pensionati, che teme una riduzione delle risorse dedicate agli anziani.

Finora questi veti incrociati delle organizzazioni che difendono i diversi interessi particolari sono riusciti a mantenere uno status quo estremamente inefficiente ed estremamente iniquo. Anche se gli americani si dichiarano generalmente soddisfatti del loro sistema sanitario, i paragoni internazionali non sono lusinghieri. Gli americani spendono in sanità il doppio (in relazione al Pil) dell'Italia e il 50 per cento in più della Francia, con una performance che in media non è superiore. Se le malattie gravi sono curate meglio, quelle croniche sono curate peggio: ogni 100 mila malati di asma tra i 5 e i 39 anni, in Italia ne muoiono 0,11 all'anno, in Svizzera zero e negli Stati Uniti 0,33. E la mortalità infantile negli Stati Uniti è quasi doppia di quella in Italia e Francia. Se è vero che chiunque si presenti al pronto soccorso viene curato, è anche vero che le persone senza assicurazione aspettano un'emergenza per andare dal medico, peggiorando i loro problemi e aumentando i costi di cura.

Da un punto di vista economico la soluzione del problema è molto semplice. L'inefficienza del sistema sta alla radice: al legame accidentale tra assicurazione e posto di lavoro. Questo riduce la scelta degli individui, limita la loro mobilità (i malati cronici rischiano di perdere l'assicurazione se cambiano lavoro) e rende costosissimo per i lavoratori autonomi procurarsi un'assicurazione. Basta rendere l'assicurazione obbligatoria (come si fa per l'automobile) e lasciar scegliere ai cittadini quale assicurazione prendersi, offrendo un sussidio per i più indigenti, come fatto in Svizzera. Chi è oggi assicurato potrebbe scegliere se tenersi quell'assicurazione o ricevere un voucher per l'ammontare pagato dall'azienda da spendere nell'acquisto di un'assicurazione alternativa.

Ma questo tipo di riforma non verrà mai attuato. Toglie potere ai sindacati, grossi sostenitori di Obama, crea competizione tra le assicurazioni sanitarie (forzandole a ridurre i costi e i profitti) e non piace neppure ai medici che, dall'aumento della competizione vedrebbero compressi i guadagni. Uno specialista americano oggi guadagna 6,5 volte il salario medio, contro le 3,5 volte di uno specialista svizzero, dove la competizione tra assicurazioni è più intensa.

La riforma che probabilmente sarà approvata centralizzerà il potere di scelta, favorendo le assicurazioni, i sindacati e i medici. Iniziata in nome dell'equità finirà per favorire i soliti noti.

(15 ottobre 2009)
da espresso.repubblica.it
« Ultima modifica: Dicembre 13, 2009, 10:11:31 am da Admin » Registrato
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« Risposta #20 inserito:: Novembre 13, 2009, 11:58:39 am »

Meno potere ai professori

di Luigi Zingales

La riforma universitaria della Gelmini è un passo avanti.

Ma la lobby in Parlamento la bloccherà
 

L'università italiana versa in condizioni gravissime, tali da richiedere terapie radicali. La coraggiosa proposta di riforma del ministro Gelmini va in questo senso. È una riforma a 360 gradi che introduce due elementi fondamentali e rivoluzionari: la meritocrazia e la fine del potere assoluto dei professori.

Per capire il dramma in cui si trova l'università italiana basta analizzarne la performance. Tranne poche nobili eccezioni, i nostri atenei forniscono un servizio per cui non c'è domanda. Il 38 per cento dei laureati italiani non ha ancora un lavoro tre anni dopo la laurea. Il differenziale di salario di un laureato non giustifica né il tempo né il denaro speso per acquisire la laurea. Se le nostre università hanno ancora studenti è per le distorsioni introdotte dallo Stato che crea domanda fittizia imponendo un valore legale al titolo di studio, sussidia la produzione (mentre allo Stato una laurea breve costa 56 mila euro, lo studente in media ne paga solo 2.100), e di fatto blocca la concorrenza. Se non fosse per la barriera linguistica, la maggioranza degli studenti italiani andrebbe a studiare all'estero e un numero crescente lo sta già facendo.

L'università oggi non risponde alle esigenze degli studenti (la domanda) ma a quelle dei professori (l'offerta). Non si propongono i corsi che interessano agli studenti e alle imprese che li assumeranno, ma quelli che i professori vogliono insegnare. Questo isolamento dalle forze del mercato non è in nome di una più elevata forma di sapere: da un punto di produzione scientifica gli istituti italiani sono un disastro. Nella classifica internazionale creata dall'università di Shanghai, che misura la qualità dell'output di conoscenza prodotto, nel 2008 la prima italiana (Milano) si trova soltanto al 138esimo posto. L'Inghilterra ha 11 centri nei primi 100 posti, la
Germania e la Svezia 5, la Svizzera e la Francia 3.

Come uscire da questo impasse? Come ho già scritto in questa rubrica, la soluzione ideale sarebbe quella di trasformare almeno parte del sussidio statale alle università in prestiti agli studenti, che in questo modo diventerebbero consumatori più esigenti. L'abolizione del valore legale poi eliminerebbe la domanda fittizia. Una completa autonomia (e quindi responsabilizzazione) finanziaria chiuderebbe il cerchio, forzando le università a rispondere alle esigenze della domanda.

La riforma del ministro Gelmini non è così radicale come quella da me auspicata, ma fa passi significativi in questa direzione. Per la prima volta si introduce il principio della meritocrazia. Non tutti gli atenei devono ricevere gli stessi fondi, ma quelli migliori ne riceveranno di più. Non tutti i professori riceveranno lo stesso stipendio, ma quelli migliori riceveranno di più. Si creano quindi degli incentivi a migliorare. Per la prima volta si introduce anche un meccanismo tramite il quale la domanda possa influenzare l'offerta: le valutazioni degli studenti determineranno l'allocazione dei fondi ministeriali.
Affinché questi incentivi abbiano effetto, però, è necessario cambiare i meccanismi decisionali all'interno delle strutture. Oggi il potere è completamente nelle mani dei professori, che gestiscono tutto a loro uso e consumo. Questo impedisce riforme in senso meritocratico. Se la maggioranza dei professori è mediocre, come possiamo aspettarci che abbracci consensualmente la competizione e la meritocrazia?
La riforma ha il coraggio di intaccare questo potere affidando la responsabilità gestionale a un consiglio di amministrazione non eletto dai professori, con il 40 per cento di membri esterni. Questo è quello che già succede nelle migliori università private come laBocconi di Milano.

Mi aspetto un'opposizione feroce. In Parlamento la lobby dei professori è seconda solo a quella degli avvocati. Farà di tutto per snaturare gli elementi innovativi di questa riforma che vede come un pericolo alla propria esistenza. E per conquistarsi il favore dell'opinione pubblica i professori sventoleranno la bandiera della libertà accademica contro l'asservimento dell'università al mercato.

Ma ricordatevi che stanno solo difendendo la propria rendita di posizione, né più né meno dei camalli del porto di Genova. L'unica differenza sta nel fatto che hanno più contatti e più potere in Parlamento, e quindi rischiano di prevalere, condannando l'università italiana a un coma irreversibile.

(12 novembre 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #21 inserito:: Novembre 28, 2009, 03:56:25 pm »

Se l'acqua va ai privati

di Luigi Zingales


Dove l'amministrazione è inefficiente e corrotta il monopolio pubblico risulta il male minore  La privatizzazione dell'acqua (o più propriamente delle concessioni per i servizi idrici) è uno di quei temi che suscita reazioni viscerali. A destra viene vista come una battaglia contro le inefficienze statali per garantire migliore qualità e prezzi minori. A sinistra come una svendita del bene più prezioso per consegnarlo "agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati e per le banche". Come spesso accade la verità sta nel mezzo.

Vent'anni di ricerca empirica sugli effetti delle privatizzazioni hanno dimostrato che il trasferimento del controllo in mani private nella stragrande maggioranza dei casi aumenta l'efficienza di un'impresa. Le imprese private producono più output a meno costo. Quanto all'accusa di trasformare la fornitura di acqua potabile in un business, è una colpa solo agli occhi di una sinistra veteromarxista che vede nel profitto un capo di imputazione. Nella tradizione liberale il fine di lucro è la migliore garanzia che un prodotto sia offerto al miglior prezzo. Come diceva Adam Smith, il padre dell'economia, se mangiamo pane fresco la mattina non è per la benevolenza del panettiere, ma per il suo desiderio di guadagno. È la mano invisibile del mercato che trasforma l'interesse individuale nel benessere collettivo.

Ma allora ha ragione la destra a celebrare il decreto Ronchi che privatizza le forniture idriche? Non totalmente. Innanzitutto, la ricerca empirica suggerisce che i benefici inerenti alla privatizzazione si manifestano solo quando la proprietà di un'impresa viene totalmente trasferita in mani private: le partnership tra pubblico e privato auspicate dal governo non sembrano migliorare l'efficienza rispetto alle società totalmente pubbliche. Il motivo è che uno dei maggiori benefici della gestione privata è quello di liberarsi dalle interferenze politiche nelle decisioni aziendali. Le assunzioni, per esempio, vengono fatte in base ai criteri di competenza e non in base all'affiliazione politica. Quando pubblico e privato convivono, però, è difficile eliminare le pratiche clientelari.

In secondo luogo, l'evidenza empirica è meno chiara su quali siano gli effetti delle privatizzazioni sui prezzi. Se in un regime di concorrenza questo non è un problema, la questione è più delicata quando si tratta di un monopolio naturale, come la fornitura di acqua potabile. Una delle inefficienze delle società pubbliche è che non sfruttano interamente il loro potere di mercato. Ma questa inefficienza si trasforma in un beneficio per la collettività. Un monopolista efficiente tende ad imporre prezzi molto al di sopra del costo di produzione, con un doppio danno sociale: non solo il produttore si arricchisce a spese dei consumatori, ma anche costringe potenziali consumatori, disposti a pagare di più del costo di produzione, a rinunciare al prodotto. Nonostante quest'ultimo risultato possa essere visto come positivo dai gruppi verdi, perché tende a conservare le risorse idriche, non incontra il consenso della maggior parte dei cittadini, che finisce per pagare molto di più per l'acqua.

Questo è il motivo per cui in tutti i paesi sviluppati la privatizzazione dei monopoli naturali è preceduta dalla creazione di un'autorità di regolamentazione finalizzata alla protezione degli interessi dei consumatori. Invece di affidarsi all'inefficienza della proprietà pubblica, che tiene i prezzi relativamente bassi per incapacità di sfruttare il potere di mercato, in questi paesi il consumatore si affida all'integrità dell'amministrazione pubblica, che protegge i suoi interessi con tetti sui prezzi e requisiti minimi di qualità.

In paesi in cui l'amministrazione pubblica è efficiente e non corrotta, i monopoli privati regolati funzionano meglio dei monopoli pubblici: la proprietà privata aumenta l'efficienza, mentre il regolatore limita i prezzi. Laddove l'amministrazione pubblica è inefficiente e corrotta, invece, i monopoli privati regolati tendono ad avere prezzi troppo elevati, ridistribuendo risorse dai consumatori ai produttori. In questi paesi il male minore è il monopolio pubblico: la sua inefficienza impedisce alle imprese di sfruttare interamente il loro potere monopolistico, mantenendo i prezzi più bassi che in un regime di monopolio privato, anche se più elevati che in un regime di monopolio regolato efficientemente.

Di fronte a questa alternativa, possiamo forse dire che il nostro paese ha un'amministrazione pubblica sufficientemente efficiente e non corrotta da meritarsi la privatizzazione di un monopolio naturale come la distribuzione dell'acqua?

(26 novembre 2009)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #22 inserito:: Dicembre 13, 2009, 10:12:01 am »

Per le regole sui bonus una lezione da Goldman

di Luigi Zingales


Bisogna ammetterlo: Goldman Sachs ci sa fare.

Non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico. Avendo fiutato il vento populista, Goldman Sachs si è seriamente impegnata in una campagna per migliorare la propria immagine pubblica, che non è delle migliori (sulla rivista Rolling Stones era rappresentata come un vampiro). Ha cominciato la campagna in luglio, quando ha accettato di ricomprarsi al prezzo richiesto i warrant che il Tesoro americano aveva acquisito grazie agli aiuti offerti. Mentre gli altri beneficiari si erano messi a negoziare al ribasso, Goldman ha pagato senza fiatare. Poi a novembre ha annunciato la creazione di un fondo di 500 milioni di dollari per finanziare le piccole imprese, che soffrono particolarmente questa crisi. E ora ha annunciato che quest'anno non pagherà il bonus ai top 30 dirigenti.
O meglio non lo pagherà in contanti, ma in azioni vincolate per i prossimi cinque anni.

Così facendo, Goldman ha anche reso più difficile per il governo inglese procedere con la windfall tax dei bonus. Come potrà il fisco richiedere il 50% di una somma che per cinque anni non rientra nelle disponibilità del contribuente? Da un lato sembra una pura manovra propagandistica. Goldman forzava già i propri dipendenti a reinvestire una quota significativa dei bonus in azioni della società. Quindi non si tratta di una rivoluzione copernicana. Dall'altro, però, è un utile segnale alle molte autorità regolatorie che si stanno arrogando il diritto di intervenire sui compensi.

Il vero problema non è quanto i manager vengono pagati, ma quanto sia facile per loro incassare la propria retribuzione, sottraendo risorse all'impresa, anche a fronte di un forte deterioramento delle condizioni finanziarie della loro società. All'inizio del 2008, quando la società era già nel mezzo del disastro finanziario, Lehman ha pagato 5,7 miliardi di dollari di bonus. Questa cifra è pari all'ammontare di capitale che Lehman stava cercando di ottenere dalla Korean Development Bank.

A fine 2007 un dirigente di Lehman propose di rinunciare ai bonus, ma fu ridicolizzato dagli altri manager. Questo non stupisce: ai dipendenti di un'istituzione fortemente indebitata conviene prendere i soldi il prima possibile. Sfortunatamente, nemmeno gli azionisti hanno un grosso incentivo a fermarli: il costo maggiore ricade sui creditori. I creditori, dal canto loro, hanno pochi incentivi a richiedere un limite alla componente dei bonus pagata in cash se si aspettano un salvataggio del governo, come nel caso di Aig.
Se è difficile trovare giustificazioni economiche (di politiche ce ne sono molte) per un intervento dello stato sul livello di retribuzioni dei manager finanziari, è facile spiegare perché lo stato debba imporre dei limiti a quanto velocemente i manager possono incassare i propri bonus. Goldman ha semplicemente giocato d'anticipo, sperando che la sua decisione spontanea plachi la sete di intervento dei vari regolatori. Ma sarebbe un errore. La regola seguita da Goldman quest'anno dovrebbe valere sempre, per tutte le grosse imprese finanziarie, e non solo per i 30 top manager.

La trasformazione di una parte significativa dei bonus in azioni vincolate si dovrebbe applicare sempre, ma specialmente quando una società non versa in buone condizioni finanziarie. Il problema, naturalmente, è come determinare queste condizioni, dato che i valori di bilancio possono essere manipolati e spesso riflettono più il passato che il futuro. Per le grosse società, però, abbiamo un indicatore molto accurato del rischio di insolvenza: il famigerato credit default swap, il costo di assicurarsi contro il rischio di insolvenza.
La regola giusta sarebbe che quando il credit default swap è elevato (indice di un'alta probabilità di insolvenza), tutte le remunerazioni al di sopra di una certa soglia (diciamo 500mila dollari) debbano essere investite in azioni vincolate per almeno tre anni.

Questa norma, coerente con le guidelines indicate dal Financial Stability Board, contribuirebbe a rendere più stabili le società finanziarie in due modi: legando il management alle sorti dell'impresa e motivandolo ad emettere azioni quando necessario. Durante la crisi gli amministratori delegati delle maggiori banche americane sostenevano che fosse impossibile emettere azioni. Questa «impossibilità» tuttavia scomparì quando il piano Tarp impose limitazioni sulle retribuzioni ai suoi beneficiari: pur di sfuggire alle restrizioni i manager trovarono improvvisamente facile emettere azioni.

Una norma così fatta non soddisferebbe la sete di vendetta dell'opinione pubblica ma, diversamente da tutte le proposte finora avanzate, avrebbe aiutato Lehman a evitare il collasso e contribuirebbe a impedire una nuova crisi finanziaria nel futuro.
Anche i regolatori hanno da imparare da Goldman.

12 dicembre 2009
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« Risposta #23 inserito:: Aprile 01, 2010, 09:41:34 am »

I veri nemici dello sviluppo

di Luigi Zingales

I paesi avanzati e le imprese più grandi temono la competizione delle economie emergenti

L'imperialismo, secondo Lenin, è la fase suprema del capitalismo. In alcuni paesi - scriveva nel 1916 - il capitalismo è diventato più che maturo e al capitale non rimane più un campo di investimento redditizio. Per questo le nazioni capitaliste sono spinte a conquistare i paesi meno sviluppati per poterli sfruttare, arricchendosi alle loro spalle.

In qualche forma questa visione negativa degli effetti del capitalismo sui paesi in via di sviluppo rimase dominante nei primi decenni dell'era postcoloniale, ovvero subito dopo la seconda guerra mondiale. Oggi il mondo è molto diverso. Mentre in America ed Europa si discute sui fallimenti del capitalismo, in Asia se ne celebrano i trionfi. A spingere per una maggior liberalizzazione del commercio mondiale non sono più gli Stati Uniti, ma paesi emergenti come il Brasile, la Cina e l'India. Cosa ha cambiato così totalmente le visioni politiche?

L'esperienza della globalizzazione dell'ultimo trentennio. Nonostante la crisi del 2008, il trentennio che va dal 1980 al 2010 si caratterizza come probabilmente il più prospero nella storia dell'umanità. In questi trent'anni il prodotto pro capite di un miliardo e 300 milioni di cinesi (un quinto dell'intera umanità) è quasi decuplicato. Nello stesso periodo il prodotto pro capite di un miliardo e cento milioni di indiani (un sesto dell'umanità) è quasi triplicato. Altre nazioni (come la Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno sperimentato crescite fenomenali, ma a livello mondiale il loro peso è relativamente piccolo.

A questi enormi successi dei paesi in via di sviluppo si è contrapposta una crescita molto più limitata dei paesi avanzati. Nell'ultimo trentennio il reddito pro capite dei tedeschi, francesi, italiani e giapponesi è aumentato del 50-60 per cento. Gli americani e gli inglesi hanno fatto un po' meglio con un aumento rispettivamente del 75 e del 93 per cento. Ma si tratta di poca cosa, non solo in confronto ai paesi emergenti, ma anche rispetto ai tassi di crescita del trentennio precedente. Grazie al miracolo postbellico, nel periodo che va dal 1950 al 1980, il Giappone aveva visto il reddito pro capite aumentare di sei volte, l'Italia di quasi tre e la Francia di due. Nello stesso periodo, il prodotto pro capite in Cina era aumentato di 1,4 volte e quello dell'India di solo 0,7 volte. Come si spiega questo capovolgimento?

In parte questi differenziali di crescita riflettono i diversi punti di partenza. Quando si parte da molto in basso è più facile crescere che partendo da livelli più elevati. Ma questo non spiega perché l'India e la Cina sono cresciute così poco tra il 1950 e il 1980. La verità è che nel primo trentennio dopo la guerra entrambi questi paesi abbracciarono idee socialiste e limitarono fortemente quell'importazione di capitali esteri tanto temuta da Lenin. Il risultato fu una crescita asfittica. L'accettazione dell'economia di mercato e l'apertura ai capitali esteri cambiò le sorti della Cina e dell'India.

Lungi da impoverire questi paesi, i capitali esteri non solo creano posti di lavoro, ma trasferiscono know how alla popolazione locale. Una volta acquisito il know how iniziale, le imprese indiane e cinesi possono accumularne di più attraverso l'esperienza. In altre parole, gli investimenti esteri mettono in moto un meccanismo virtuoso di learning by doing. Se da un lato i paesi avanzati beneficiano dall'importazione di prodotti a basso costo, dall'altro vedono progressivamente erodere i loro margini di competitività da imprese locali che diventano sempre più competitive. Contrariamente alla visione di Lenin, la competizione tra le imprese di paesi avanzati non porta allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo, ma ad un loro arricchimento. Il vero ostacolo allo sviluppo dei paesi ancora arretrati nasce dal crescente protezionismo dei paesi sviluppati come il nostro.

All'interno di ogni paese, nemici giurati del mercato sono le imprese più grosse, che temono la concorrenza e cercano di proteggere le loro rendite di posizione sfruttando il loro potere politico. Allo stesso modo, in ambito internazionale i veri nemici dello sviluppo sono i paesi avanzati, che temono la competizione dei paesi emergenti e cercano di utilizzare il loro potere politico per limitarne la capacità di crescita. Se vogliamo un miglioramento degli standard di vita dell'intero pianeta dobbiamo salvare il capitalismo. dai paesi capitalisti.

(31 marzo 2010)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #24 inserito:: Aprile 16, 2010, 04:03:08 pm »

Obama cambia scuola

di Luigi Zingales

Soldi agli insegnanti ma legati ai risultati degli alunni.

Anno scolastico più lungo. E via libera alle 'charter school'
 

Molti presidenti si accontenterebbero di celebrare la storica approvazione della riforma sanitaria, un obiettivo inseguito in America da più di cento anni. Obama no. Prima ancora di essersi assicurato gli ultimi decisivi voti, il presidente americano era già partito alla carica per promuovere una riforma radicale dell'istruzione primaria. L'obiettivo è di "preparare ciascun bambino, dovunque in America, a vincere la competizione con qualsiasi lavoratore, in qualunque parte del mondo".

L'enfasi sull'istruzione non è sorprendente. Nei paragoni internazionali sulla performance in matematica e lettura gli Stati Uniti sono agli ultimi posti dei paesi sviluppati (anche se al di sopra dell'Italia). Per di più la variabilità dei punteggi è tra le più alte (anche se inferiore a quella italiana) segno che una fetta consistente di ragazzini è tagliata fuori da un livello di istruzione sufficiente per riuscire nella vita.

Quello che è più sorprendente sono le linee della riforma che Obama vuole proporre, sintetizzate in un passaggio del suo discorso di presentazione: "È ora che ci aspettiamo di più dai nostri studenti. È ora che cominciamo a ricompensare i bravi insegnanti e smettiamo di trovare scuse per i cattivi. È ora che domandiamo risultati dal governo ad ogni livello".

L'approccio tradizionale al problema dell'istruzione è sempre stato quello di spendere più soldi e ridurre il numero di studenti per classe, anche se manca evidenza empirica che questo abbia alcun effetto sulla performance degli studenti. Obama rigetta quest'approccio in favore della meritocrazia. Giustamente il presidente americano identifica nella mancanza degli incentivi per gli insegnanti uno dei mali del sistema educativo americano. Grazie al potere dei sindacati il salario di un insegnante cresce solo sulla base dell'anzianità e non del merito. Giovani insegnanti che danno l'anima per i loro allievi guadagnano la metà degli insegnanti più anziani che passano le loro ore a mostrare film agli studenti.

Obama vuole rivoluzionare questo sistema, premiando gli insegnanti più bravi, ma anche quelli che lavorano nelle zone più povere e quindi più svantaggiate. Il metro per i bonus non sarà dato dal semplice punteggio degli studenti, ma dall'aumento di questi punteggi che gli allievi riusciranno a conseguire durante l'anno scolastico. In altri termini, un insegnante non sarà considerato bravo se insegna in una scuola di ricchi dove i bambini sono tutti al di sopra della media nazionale, ma solo se riesce ad elevare il punteggio dei bambini che gli vengono assegnati. Tanto più un insegnante riesce ad aumentare la performance dei suoi studenti, tanto più sarà pagato. Non solo gli insegnanti migliori saranno premiati, ma i peggiori saranno puniti. Obama è stato chiarissimo su questo punto.

Con grosso scorno dei sindacati, Obama si è anche dichiarato a favore delle 'charter school', un interessante esperimento che si è sviluppato in America negli ultimi vent'anni. Le 'charter school' sono scuole pubbliche non confessionali che operano al di fuori del sistema scolastico tradizionale, ma che si impegnano con un charter a raggiungere certi risultati minimi in termini di performance. È come se in Italia i genitori di un quartiere ottenessero di gestire una scuola con finanziamenti pubblici al di fuori delle regole del provveditorato. Secondo la maggior parte degli esperti queste scuole non solo ottengono risultati migliori a costi inferiori, ma migliorano anche la qualità media dei distretti in cui operano grazie alla pressione competitiva che esercitano.

La riforma di Obama non è solo all'insegna degli incentivi, ma si impegna seriamente anche sull'uguaglianza dei punti di partenza. L'evidenza empirica mostra che gli studenti meno abbienti partono svantaggiati all'inizio della loro carriera scolastica e perdono terreno rispetto agli studenti più abbienti durante l'estate, che passano in attività meno intellettualmente stimolanti. Per questo Obama ha proposto un allungamento dell'anno scolastico ed un aumento dei programmi di istruzione per i bambini meno abbienti tra zero e cinque anni.

Lungi dal sedersi sugli allori, con questa riforma Obama si ricolloca al centro dello schieramento politico, prendendo il meglio che sia la destra che la sinistra possono offrire su un fronte di primaria importanza per tutti. È troppo sperare che un po' di questa saggezza politica pervada anche l'Italia?

La nostra scuola ne ha più bisogno di quella americana.

(15 aprile 2010)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #25 inserito:: Maggio 03, 2010, 09:01:57 am »

Una terza via per curare i conti

di Luigi Zingales

Sabato 01 Maggio 2010

Dicevano che fosse una cospirazione di Wall Street, l'effetto della speculazione perversa di hedge fund senza scrupoli, che la crisi della Grecia fosse solo un'invenzione del mondo finanziario. Oggi la triste realtà sembra emergere. La Grecia non soffre di una crisi di liquidità: è insolvente. Con un deficit di bilancio del 13,6% del Pil, un debito del 115% del Pil, e una crescita attesa che secondo le opinioni più ottimiste è del -2% e secondo quelle più realiste del -4%, la Grecia non ce la fa a pagare i suoi debiti. La stretta fiscale richiesta per ridurre il deficit avrà effetti negativi sulla crescita e quindi sul Pil, finendo per aumentare il peso del debito sul Pil, invece che ridurlo. Senza contare la protesta sociale che sta causando.
L'assistenza richiesta ai partner europei non è un temporaneo sostegno finanziario, ma un aiuto a fondo perduto. Se il 67% dei tedeschi è contrario all'aiuto alla Grecia non è per egoismo. È una posizione sacrosanta di chi capisce che l'aiuto non è ai greci, ma alle banche e assicurazioni francesi e tedesche, esposte con la Grecia per 78 miliardi. Una delle regole fondamentali del mercato è che chi gode dei guadagni debba assumersi anche le perdite. I risparmiatori italiani hanno imparato a loro spese la lezione che titoli di stato ad alto rendimento sono rischiosi.
Quando l'Argentina fece default persero una percentuale rilevante del loro investimento, e non furono indennizzati da alcun soccorso statale. Perché le banche devono essere trattate in maniera diversa?
Mi si dirà che il soccorso è inevitabile; che senza un "bailout" l'Europa precipiterà in una crisi finanziaria profonda, con effetti devastanti sull'economia. È vero che se la Grecia dichiarerà default come ha fatto l'Argentina questo avrebbe effetti devastanti e quindi va evitato. Ma la scelta non è tra un soccorso incondizionato e l'abbandono. Esiste una terza via. Una via che elimina gli effetti devastanti di un default, ma non regala i soldi dei contribuenti alle banche.
La prima regola di questo piano alternativo è un allungamento della maturità del debito greco, spostandone di almeno tre anni la scadenza. Questo consolidamento è di fatto un parziale default, che ridurrebbe il valore del debito di circa il 15-20 per cento. Ha l'effetto di dare alla Grecia il tempo di ristrutturarsi, forzando al tempo stesso i creditori attuali ad assorbire una perdita, invece che trasferirla ai contribuenti.
Senza l'obbligo a breve di fare fronte al debito in scadenza, la Grecia ha bisogno di circa 25 miliardi di euro per finanziare il deficit del 2010. Queste risorse potrebbero essere fornite dal Fondo monetario internazionale con un prestito. Affinché non si tramuti in un sussidio indiretto alle banche internazionali, questo prestito dovrebbe avere priorità nella restituzione rispetto a tutti i debiti esistenti. In aggiunta, come tutti i prestiti dell'Fmi, anche questo dovrebbe essere condizionato a una rigida manovra fiscale, che possibilmente minimizzi gli effetti negativi sull'economia. Ad esempio, un'imposta sulla proprietà immobiliare, difficile da evadere, potrebbe essere una buona nuova fonte di entrate.
Il rischio maggiore di questa manovra sarebbe per le banche greche. Il parziale consolidamento avrebbe un immediato effetto sul valore dei titoli pubblici greci con un impatto immediato sul patrimonio bancario. Mentre le banche francesi e tedesche dovrebbero essere in grado di assorbire il colpo, quelle greche, che secondo uno studio di Barclays detengono 42 miliardi di euro, rischierebbero l'insolvenza. Anche in questo caso, la soluzione non sarebbe un bailout incondizionato, ma un sostegno selettivo. Se le banche greche sono a rischio, l'Fmi potrebbe prenderne controllo, garantendone i depositi e i debiti interbancari, ma spazzando via gli azionisti e, se le perdite lo richiedono, anche gli obbligazionisti. Si tratterebbe di una nazionalizzazione, ma non operata dal governo greco, con i rischi di corruzione e influenza politica che questo comporterebbe, ma da parte dell'Fmi, che si impegnerebbe a riprivatizzare quanto prima, recuperando con questo i possibili costi dell'intervento. L'esborso in caso di intervento non dovrebbe superare i 10 miliardi di euro.
Condizionatamente al raggiungimento degli obiettivi prefissati, il Fondo potrebbe promettere altri 5-10 miliardi di euro per finanziare il debito del 2011, che nel frattempo dovrebbe ridursi al di sotto del 5% del Pil. Questo consentirebbe alla Grecia di raggiungere l'obiettivo di un deficit del 3% nel 2012, che le permetterebbe di riaccedere ai mercati, rifinanziando il debito che agli inizi del 2013 comincerebbe a venire a scadenza.
Si tratta di un piano equo, che penalizza giustamente la Grecia, ma anche i creditori che le hanno concesso credito troppo facilmente. Un piano che protegge l'interesse dei contribuenti. Un piano che non sarà mai non solo attuato, ma tantomeno discusso perché a Francoforte e Parigi, come a Washington nel 2008, i voti non si contano, ma si pesano.

Luigi Zingales

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http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/1-maggio-2010/rimedi-grecia-terza-via-cura-conti.shtml
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« Risposta #26 inserito:: Maggio 07, 2010, 12:13:25 am »

La svolta americana

di Luigi Zingales

Sì all'agenzia per il consumatore e all'obbligo di trattare i derivati in Borsa. No al fondo di protezione per le grandi banche
 

L'America sta preparando la più importante riforma del sistema finanziario dagli anni Trenta. Nel 1933 il terreno fu preparato da una commissione di inchiesta condotta da un giovane procuratore italo-americano: Ferdinand Pecora. Anche se le accuse di manipolazione dei prezzi di Borsa sollevate da Pecora si rivelarono per la maggior parte infondate (o almeno non furono mai provate), le sue udienze ebbero un enorme effetto politico. Trasmesse per radio, fomentarono la rabbia contro il settore finanziario responsabile, secondo la visione popolare, del crollo azionario e della depressione che ne era seguita. Sullo sfondo di questo contesto politico il Securities Act (uno dei cardini legislativi del mercato azionario americano) fu approvato in pochi mesi. Per approvare il secondo pilastro (il Securities and Exchange Act) ci volle più di un anno. Per approvare il terzo pilastro (l'Investment Companies Act) ci vollero altri sei anni. Questo progressivo rallentamento non fu dovuto alla complessità degli argomenti trattati, ma all'affievolirsi del sostegno popolare per le riforme accompagnato da un crescente potere di interdizione dell'industria finanziaria che, dopo la crisi, si stava lentamente risollevando.

Phil Angelides, l'attuale presidente della Commissione di indagine sulla crisi finanziaria, non ha la stessa verve di Pecora. Eppure il sostegno popolare per una riforma rimane alto, nonostante la crisi finanziaria ed economica sembra essere alle nostre spalle. A riaccendere gli animi ha contribuito l'accusa di false comunicazioni sollevata dalla Securities and Exchange Commission nei confronti di Goldman Sachs. In queste condizioni risulta difficile, per i deputati e i senatori che si devono confrontare con gli elettori a ottobre, spiegare perché non hanno approvato alcuna riforma. Per questo motivo il presidente Obama spinge, rendendosi conto che ha di fronte un'opportunità irripetibile: se la riforma non passa entro ottobre, rischia di non passare mai. Anche i repubblicani, che finora hanno fatto l'opposizione a tutti i costi, si trovano in difficoltà. Se si azzardano a fare filibustering, rischiano di trovarsi contro l'intera opinione pubblica.

Una riforma, quindi, è quasi inevitabile, ma sarà una buona riforma? Per lo più sì. Il maggior passo avanti contenuto nella proposta del Senato è l'obbligo di contrattare la maggior parte dei derivati in Borsa, con la liquidazione effettuata da una parte terza. Questo aumenta la trasparenza del sistema e ne aumenta la stabilità. Come avviene oggi per futures and options, la Borsa dove verranno scambiati gli altri derivati richiederà margini sufficienti per garantire la solvibilità delle controparti ed evitare di trovarsi nella situazione del gruppo Aig, che richiese l'intervento del governo americano per 180 miliardi di dollari. Anche l'istituzione di un'agenzia per proteggere il consumatore è una buona idea. La crisi è stata in parte dovuta a molte famiglie che hanno preso a prestito dei mutui a condizioni che non capivano. Come la Sec fu creata per proteggere gli investitori non sofisticati è giusto che ci sia un'agenzia a protezione dei debitori non sofisticati.

Gli altri due punti della riforma sono più controversi. La cosiddetta Volcker rule, che impedisce alle banche di fare attività di trading, è una risposta sbagliata ad una esigenza legittima, ovvero limitare il rischio assunto dalle banche. Questa crisi non è nata dall'attività di trading delle banche, ma dalla eccessiva esposizione ai mutui subprime. La Volcker rule non avrebbe evitato la crisi e rischia di aggravare i costi delle banche.

Ma l'aspetto più controverso è quello del fondo di protezione per le grosse banche. Questo fondo viene creato imponendo una tassa alle banche che sono considerate troppo grandi per fallire. Anche qui la proposta nasce da un'esigenza più che legittima: evitare che in futuro i contribuenti siano chiamati di nuovo a pagare per salvare delle banche. Imponendo una tassa che è indipendente dal rischio assunto, però, non si fa altro che favorire l'assunzione di rischio. La tassa renderà palese quali sono le istituzioni garantite. E queste istituzioni avranno tutto l'interesse a rischiare: se sono fortunate guadagnano in proprio, se falliscono paga il fondo di protezione. L'opposizione dei repubblicani su questo punto è sacrosanta. Speriamo che per una volta lo spirito bipartisan prevalga, partorendo un compromesso migliore. Tutti ne sarebbero grati. E non solo negli Stati Uniti.

(29 aprile 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-svolta-americana/2126064/18/1
« Ultima modifica: Maggio 07, 2010, 12:36:45 am da Admin » Registrato
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« Risposta #27 inserito:: Maggio 09, 2010, 06:06:41 pm »

9 MAGGIO, SAN BEATO-2 /

Due euro sono meglio di uno?

di Luigi Zingales
   

Spesso le difficoltà della vita allontanano anche le coppie più innamorate. Quando le differenze di vedute diventano insanabili, a nulla serve ricordare l'amore che fu. Cercare di attribuire la responsabilità del fallimento è controproducente. Non fa che peggiorare le cose. Meglio una separazione consensuale e, come dicono gli inglesi, move on.

Lo stesso vale per l'euro. Fu un matrimonio d'amore. Contro il pessimismo della ragione, i padri fondatori addussero l'ottimismo della volontà: la speranza (illusione?) che le ovvie incompatibilità sarebbero state superate in corso d'opera. A chi (gli economisti americani) diceva che l'area dell'euro non era fatta per avere una sola valuta, si ribattè che parlavano per invidia o, peggio, per paura che l'euro avrebbe un giorno soppiantato il dollaro.

Come in molte coppie, l'attrazione fatale nasceva dalla diversità. L'Europa del Sud cercava un impegno esterno che le desse la disciplina monetaria e fiscale che non era stata in grado di darsi da sola.

Il Nord dell'Europa sperava che il Sud con il matrimonio mettesse la testa a posto ed evitasse, con le sue continue svalutazioni, di creare tensioni sul mercato dei cambi e delle esportazioni. Come in molte coppie, quella diversità, inizialmente così attraente, è divenuta insostenibile con gli anni.

La teoria economica suggerisce che per condividere la stessa moneta un'area geografica deve soddisfare due condizioni. La prima è che abbia un'economia relativamente omogenea, sottoposta agli stessi shock. Se parte dell'economia si basa sul petrolio e parte su high tech, gli shock saranno molto diversi e la politica monetaria che si addice a un'area non funzionerà nell'altra.

La seconda condizione, ancora più importante, è la mobilità interna. Se il Texas (economia tradizionalmente basata sul petrolio) riesce a convivere con la California (più basata sull'high tech) è perché i californiani si muovono facilmente in Texas e viceversa, tanto che Austin (Texas) è diventata una delle capitali dei personal computer.

Lo stesso non vale per l'Europa. Non solo il Nord dell'Europa, basato principalmente sull'industria manifatturiera avanzata, è molto diverso economicamente dal Sud, basato sul turismo. Ma la mobilità è molto limitata. Quella poca che esiste è dal Sud verso il Nord, non viceversa.

Dall'introduzione dell'euro il Sud ha avuto una crescita dei prezzi più elevata del Nord. Paradossalmente questa crescita è stata "colpa" dell'euro. L'introduzione di una moneta unica ha prodotto una riduzione dei tassi d'interesse per i paesi del Sud Europa che ha favorito un boom immobiliare. Fossimo stati negli Stati Uniti, gli abitanti del Michigan e del Minnesota si sarebbero trasferiti in Florida e Louisiana. Così non è in Europa. I tedeschi e gli olandesi in Grecia e Spagna ci vanno in vacanza, non a lavorare.

Il risultato di questa segmentazione è che i prezzi nel Sud Europa sono cresciuti per molti anni più che nel Nord, senza che il mercato interno costringesse a un reallineamento. Ora, finito il boom immobiliare, il Sud si trova ad essere molto meno competitivo del Nord.

Senza l'opzione di svalutare, ci sono solo tre possibili forme di aggiustamento. La prima è che i prezzi al Sud crescano meno dei prezzi al Nord. Il problema è che, con la bassa crescita mondiale e la politica monetaria della Bce, i prezzi al Nord difficilmente cresceranno più del 2 per cento.

Per recuperare differenziali del 20-30% (tali sono quelli dei paesi meridionali) il Sud deve subire molti anni d'inflazione a tasso zero o peggio di deflazione. L'elevato livello d'indebitamento privato di paesi come la Grecia e la Spagna, però, rende questa deflazione estremamente costosa. Se i prezzi scendono e il debito rimane fisso in termini nominali, ci saranno fallimenti a catena. La crisi del governo greco "ce n'est qu'un début": il problema si trasferirà presto al settore privato.

Un'alternativa è che i paesi del Nord accettino un livello d'inflazione più elevato, rendendo possibile ai paesi del Sud di recuperare competitività senza dover accettare una pericolosa deflazione. Ma questo equivale a chiedere al proprio coniuge di non essere più se stesso per salvare il matrimonio. I tedeschi non accetteranno. La loro condizione per l'unione era che la Bce avrebbe seguito la stessa rigida politica monetaria della Bundesbank. Quest'accordo è stato incorporato nei trattati e difficilmente potrà essere modificato, soprattutto senza il consenso tedesco. E i tedeschi non vedono perché debbano accettare l'odiata inflazione per rimediare agli errori altrui.

L'unica via d'uscita indolore sarebbe che il Sud Europa guadagnasse di competitività rispetto al Nord aumentando la produttività. Ma questo richiede riforme, tempo e investimenti. Se le ripercussioni della crisi greca possono aver aumentato la pressione per le riforme, hanno ridotto drammaticamente il tempo a disposizione e gli incentivi a investire. Quanti anni di disoccupazione a due cifre sono disposti a sopportare greci e spagnoli?

La maggior parte degli economisti accetta quest'analisi: perfino il premio Nobel Stiglitz, che non può certo essere accusato di essere un economista di destra. Dove nasce il disaccordo è sul rimedio. Molti, tra cui Stiglitz, sostengono che la soluzione alla crisi attuale è un'ulteriore integrazione politica e fiscale. Certo che se il governo europeo potesse prendere a prestito come tale e destinare le risorse raccolte al Sud, la crisi attuale potrebbe essere alleviata.

Il ragionamento è corretto, ma solleva due grossi problemi. Il primo politico. Politicamente non è facile spiegare ai tedeschi che devono indebitarsi maggiormente (e quindi pagare maggiori tasse in futuro) per risolvere i problemi dei loro cugini greci e spagnoli. Non lo può fare un governo elettoralmente debole e diviso come quello della Merkel. Ma probabilmente non potrebbe farlo neppure il governo del miglior leader tedesco.

Noi italiani, che viviamo in un paese che parla la stessa lingua e che, nel bene e nel male, è unito da 150 anni, stiamo muovendoci verso il federalismo fiscale, che contribuirà a ridurre i trasferimenti dal Nord al Sud. Come possiamo aspettarci che le nazioni europee vadano in direzione assolutamente opposta, nonostante la mancanza di una storia unitaria?

Il secondo problema è economico. I trasferimenti alleviano i problemi economici nel breve periodo, ma non li risolvono. Anzi li cronicizzano. Grazie ai sussidi le aree fuori mercato possono permettersi di rimanere tali, senza aggiustare i prezzi. Il nostro Mezzogiorno ha un livello di prezzi superiore alla sua produttività media. Sessant'anni di trasferimenti non hanno alleviato questo problema, lo hanno trasformato in gangrena. Vogliamo forse meridionalizzare il Sud d'Europa?

L'unica soluzione rimasta è riconoscere le differenze insanabili e spezzare consensualmente l'area euro. In economia il male maggiore è l'incertezza. La crisi greca ha seminato il dubbio che uno o più paesi possano uscire dall'euro. Difficilmente tale dubbio potrà essere fugato. Ma il mercato non ha idea di come tale uscita possa avvenire. Travolti dalla passione amorosa, i fondatori dell'euro si rifiutarono di considerare una via d'uscita. L'euro, si diceva, è irreversibile. Ma perfino la Chiesa, che non riconosce il divorzio, in situazioni estreme ha una procedura per la separazione. Perché l'euro no?

Questa mancanza di regole sta gettando il panico nei mercati finanziari e paralizzando gli investimenti. Chi uscirà per primo? Come verranno trattati i contratti in euro di questo paese? Quali conseguenze avrà sugli altri paesi e sulle loro banche? Una separazione pilotata e rapida sarebbe il male minore.

Creando due blocchi, ridurrebbe lo stigma su ogni singolo paese e consentirebbe al Sud di continuare a detenere una valuta liquida. La svalutazione dell'euro-sud rispetto all'euro-nord ridurrebbe il peso del debito pubblico e privato e permetterebbe un recupero di competitività che rilancerebbe l'economia. Eliminata l'incertezza gli investimenti riprenderebbero.

Inconcepibile? Perfino gli Stati Uniti lo fecero negli anni 30. Di fronte ai costi economici e sociali prodotti dalla Grande Depressione, gli Stati Uniti abbandonarono la parità aurea e trasformarono tutti i contratti scritti in dollari-oro in contratti in dollari carta svalutati. Perché gli stati del Sud Europa non dovrebbero abbandonare la parità con l'euro e trasformare i contratti scritti in euro in contratti in uno svalutato euro-sud?

Una legittima passione per l'unità europea ha accecato i padri fondatori dell'euro. Come due innamorati che sperano che il loro matrimonio eliminerà i rispettivi difetti, i padri fondatori si sono illusi che l'Unione Europea avrebbe creato lo spirito europeo. In verità, la libera circolazione delle persone, le borse di studio Erasmus e l'uso sempre più diffuso dell'inglese stanno lentamente formando uno spirito europeo.

Ma ci vorranno molti decenni, forse secoli, prima che un cittadino finlandese consideri un greco alla stregua del suo vicino di casa. Più di un millennio di divisioni non si cancella nello spazio di un decennio. Un'unione coatta non aiuta l'economia, ma neppure le possibilità di un'unione futura. Per salvare lo spirito europeo è meglio un divorzio consensuale, che preservi l'unione economica senza forzare quella monetaria. L'alternativa, uno stillicidio di litigi e recriminazioni, potrebbe essere devastante.

9 Maggio 2010
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http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/9-maggio-2010/due-euro-meglio-uno_2.shtml
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« Risposta #28 inserito:: Maggio 28, 2010, 05:13:09 pm »

L'America non è la Grecia

Luigi Zingales

Il debito è molto alto anche negli Stati Uniti: ma qui il rischio è una impennata dell'inflazione più che il default
 

Nel 2008, durante la fase più acuta della crisi finanziaria, molti americani si consolavano del collasso delle loro banche dicendo che quelle europee erano ancora peggio. Oggi, di fronte all'espandersi della crisi greca, gli europei puntano il dito sugli Stati Uniti. Forse che gli Stati Uniti sono molto meglio della Grecia? Con un debito lordo sul Prodotto interno lordo del 98 per cento e un deficit corrente pari al 10,3 per cento del Pil, gli Stati Uniti non sembrano essere molto diversi dalla Grecia, che ha un rapporto debito-Pil del 115 per cento e un deficit (prima delle ultime misure) del 13,6 del cento del Pil. Ma allora perchè i titoli del governo americano vantano ancora il tanto desiderato rating AAA (riservato ai titoli meno rischiosi), mentre quelli del governo greco sono stati declassati a titoli "spazzatura"?

I più maligni potrebbero addirittura pensare che le agenzie di rating americane abbiano un occhio di riguardo per i titoli emessi dal loro paese di origine. A pensare che i titoli americani siano più sicuri non sono solo le agenzie di rating, ma il mercato stesso. Il tasso sui famigerati credit default swap (Cds) ci dà un'indicazione della probabilità di default che il mercato attribuisce a titoli dei vari paesi. Il tasso dei Cds, per esempio, attribuisce una probabilità di bancarotta del governo inglese pari al 2 per cento all'anno. Su questa base i titoli di Sua Maestà dovrebbero avere un rating di AA e non AAA. Nel caso della Grecia il mercato anticipava una probabilità di default pari al 23 per cento all'anno prima dell'intervento europeo e tuttora siamo al 18 per cento. Per i titoli americani, invece, si scende allo 0,9 per cento, coerente con un rating AAA.

Come mai i titoli americani sono considerati più sicuri di quelli greci?
Il primo motivo è che il debito effettivo degli Stati Uniti è molto più basso. Circa il 30 per cento del debito non è detenuto dal pubblico, ma da altre agenzie governative, portando il debito netto a "solo" il 70 per cento del Pil. Questa differenza è ancor più rilevante quando il debito ha una struttura per scadenza particolarmente ravvicinata. Un terzo del debito greco (quasi 40 percento del Pil) scade nei prossimi tre anni. A questo si aggiungono i disavanzi di bilancio che devono essere finanziati. In questa situazione un aumento temporaneo dei tassi si traduce in un immediato e forte aumento delle spese per interesse su una grossa parte del debito, che rappresenta una frazione ancora più elevata del Pil. Senza una pronta manovra fiscale il deficit aumenta, aumentando il rischio di insolvenza, il quale a sua volta fa lievitare i tassi. La Grecia è caduta in questo circolo vizioso a causa dell'elevato livello del debito e della struttura delle scadenze troppo ravvicinata.

Il secondo motivo è la situazione economica di lungo periodo. Con una crescita della popolazione dell'1 per cento e un aumento medio della produttività negli ultimi vent'anni dell'1,9 per cento, gli Stati Uniti hanno un tasso di crescita tendenziale del 3 per cento. Questo permette agli Stati Uniti di avere un deficit strutturale di bilancio superiore al 2 per cento del Pil senza veder lievitare il rapporto tra debito e Pil. La Grecia invece, con crescita della popolazione tendenzialmente negativa e un bassissimo aumento della produttività, non può permettersi alcun deficit strutturale. Anzi, ad Atene devono conseguire un avanzo di bilancio per ridurre un debito già troppo elevato. Una contrazione fiscale, però, ha effetti negativi sul Pil e peggiora ulteriormente il rapporto debito-Pil, mettendo in dubbio la capacità di fronteggiare il peso del debito.
Non da ultimo, gli Stati Uniti dispongono della leva monetaria, di cui la Grecia non dispone. A differenza della Banca centrale europea, la Federal reserve non ha la proibizione di comprare titoli del Tesoro all'emissione. In sostanza, gli Stati Uniti possono permettersi di monetizzare il debito, creando inflazione. La Grecia no.

L'unione monetaria europea è stata creata proprio per eliminare il rischio di inflazione. Quello che non fu adeguatamente spiegato all'epoca è che il rischio di inflazione è stato sostituito dal rischio di default. Possiamo discutere quale sia peggio. Resta il fatto che la Grecia, il Portogallo e, in misura inferiore, la Spagna hanno oggi un rischio elevato di insolvenza. Se non risistemano prontamente le loro finanze, gli Stati Uniti non rischiano un default, ma un'impennata inflazionistica. Il mercato non sembra temerlo ancora, ma ad ottobre il rischio Grecia sembrava minimo. Di questi tempi il mercato cambia rapidamente. Sarebbe quindi meglio che Obama facesse attenzione.

(20 maggio 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lamerica-non-e-la-grecia/2127412/18
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« Risposta #29 inserito:: Luglio 07, 2010, 05:08:54 pm »

Manager in fuorigioco

Luigi Zingales

La performance di un'impresa peggiora dopo che il capo ha vinto un premio: come Lippi crede di non aver più nulla da imparare

(02 luglio 2010)

Per molti versi la gestione di una squadra di calcio è simile a quella di un'impresa. Se gestite bene, sia una squadra che un'impresa valgono molto di più che la somma delle risorse di cui dispongono. Se gestite male, valgono molto meno. La storia del calcio è piena di squadre zeppe di campioni, ma incapaci di vincere. E il mondo del business è ricco di imprese come la Xerox, che hanno sprecato risorse eccezionali, mentre imprese che hanno cominciato con pochissime risorse, come Microsoft, sono riuscite a conquistare il mondo. Nelle squadre di calcio la differenza è spesso fatta dall'allenatore, così come nelle imprese dall'imprenditore. Apple era sull'orlo del fallimento quando Steve Jobs la riprese in mano. Oggi ha superato Microsoft per valore di mercato.
L'accresciuta importanza degli allenatori e dei manager si manifesta nella crescita dei loro compensi. Sia Nereo Rocco che Enrico Cuccia guadagnavano inezie se comparati agli stipendi di Jose Mourinho e Alessandro Profumo. Questi mondiali, però, ci insegnano che l'allenatore non basta o, meglio, che l'allenatore di successo spesso fallisce. Marcello Lippi, che era stato il vero vincitore del Mondiale di Berlino, è emerso come il principale responsabile della disfatta di Johannesburg. E Fabio Capello, uno degli allenatori che ha vinto di più al mondo, è uscito malamente agli ottavi di finale, dopo una perfomance molto opaca della sua Inghilterra. Come spiegare questi fallimenti? Quali lezioni possiamo trarre per il management d'impresa?

Innanzitutto che soffriamo tutti di un vizio di attribuzione. Ci piace razionalizzare successi e sconfitte attribuendo meriti e colpe ad un responsabile, sia esso il manager o l'allenatore. Ma così nel calcio come nel business esiste un'elevata componente di imponderabile. Se nel 2006 Totti avesse sbagliato il rigore contro l'Australia, invece che essere celebrato come l'eroe di Berlino Lippi sarebbe stato probabilmente sbeffeggiato. E se il tiro di Quagliarella fosse stato ribattuto da Skrtel un solo centimetro più indietro, quest'anno Lippi avrebbe evitato il disonore di un'eliminazione al primo turno. Entrambi questi eventi nulla hanno a che fare con le sue decisioni. Ciononostante a noi piace dare ragione a chi vince e torto a chi perde, indipendentemente da meriti e demeriti.
Questo problema di attribuzione affligge gli stessi manager/allenatori. Quando vincono tendono a credere che il merito sia tutto della loro strategia. E quindi tendono a ripeterla, indipendentemente da quanto si adatti alla situazione contingente. In un' Italia martoriata da calciopoli, fare gruppo ignorando le critiche provenienti dall'esterno era una strategia ottimale. Nel 2010, in un'Italia ancora ebbra dei trionfi di Berlino, la stessa strategia si è rivelata letale. Ha isolato i giocatori e l'allenatore dalle critiche esterne, impedendo loro di vedere i propri limiti e quindi di porvi rimedio. Forse che la figuraccia dell'Italia alla Confederations Cup del 2009 non era un segnale sufficiente che qualcosa non funzionava?
Lo stesso capita per i manager: tendono ad adattare l'impresa alla loro strategia, invece che la strategia alla loro impresa. Al Dunlop, soprannominato la sega elettrica per la sua abilità nel tagliare i costi, applicò la stessa strategia in ogni impresa che diresse. Funzionò con Scott Paper e con Crown Zellerbach, ma non funzionò con Sunbeam perché non trovò subito un acquirente. E si scoprì che la sua strategia non era poi così vincente.

Il successo tende anche a rendere conservatori. Squadra che vince non si cambia, dice un vecchio detto. Ma gli anni passano e le squadre devono cambiare.
Il successo è pericoloso anche perché toglie motivazioni e monta la testa. Un recente studio empirico mostra che la performance di un'impresa peggiora dopo che il suo capo ha vinto un premio. Il motivo è molto semplice: un manager che viene riconosciuto come un eroe si sente arrivato e si mette a scrivere le sue memorie. Non ha più nulla da desiderare e crede di non aver più nulla da imparare. Sia nel calcio che nel business, difficilmente si riesce a vincere con quest'attitudine. Meglio la sete di chi sente che deve ancora provare qualcosa a se stesso e al mondo. E l'umiltà di chi sa di avere ancora molto da imparare.

Per questo nel mondo del calcio come quello del business la sconfitta ha un lato positivo: forza il cambiamento. La Germania sconfitta in casa quattro anni fa si è rinnovata profondamente. Noi non possiamo perdere questa occasione storica.


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