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Autore Topic: GENTILONI  (Letto 3788 volte)
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« il: Novembre 24, 2007, 04:58:19 »

Gentiloni: ma quale orologeria, è stata violata la dignità del servizio pubblico

Natalia Lombardo


Accelerare «Il dialogo sulle riforme e le due leggi sul sistema tv, finora sottovalutate, possono procedere insieme. Rispettiamo l’impegno con gli elettori», afferma il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni.

Cosa ne pensa di questa rete segreta Rai-Mediaset?
«Dall’inchiesta emerge un quadro di collusioni allarmanti. Come esponente dell’opposizione in Commissione di Vigilanza ho denunciato centinaia di volte che il presidente del Consiglio dell’epoca controllava, di fatto, l’intero sistema televisivo. Oggi abbiamo le conferme: è grave tentare di ritardare l’impatto della sconfitta del centrodestra alle Regionali del 2005. La Rai fa bene a indagare e, nel caso, a prendere misure severe».

La sinistra in Vigilanza avrebbe potuto fare di più?
«Ci sono volumi di atti delle denunce mie, di Beppe Giulietti, Antonello Falomi e tanti altri: che la Rai affidasse, se pure con una gara, i sondaggi al coordinatore della campagna elettorale di Berlusconi; poi il ritardo sui risultati del 2005; la vicenda dell’agonia del Papa e il caso Biagi-Santoro-Luttazzi. Ma la Vigilanza non ha i poteri della magistratura...».

Berlusconi e altri sospettano che le intercettazioni siano venute fuori ora per bloccare il dialogo sulle riforme.
«Spesso, quando si vuole ridimensionare la gravità si dice: “è una notizia a orologeria”. Ma queste sono notizie gravi: allora fu violata la dignità di un servizio pubblico autonomo. I teorici del complotto, convinti che la pubblicazione di queste notizie mirino a impedire il dialogo sulle riforme fra i due schieramenti, saranno delusi».

Perché?
«Il dialogo sulla legge elettorale, andrà avanti. Deve procedere senza paura di un confronto con Berlusconi e tutto il centrodestra».

Il consiglio dei ministri ha deciso di accelerare l’iter della legge sul sistema tv proprio adesso.
«L’opinione pubblica ci chiede di procedere sia con la riforma che dà autonomia alla Rai dai partiti e dal governo, sia con quella che aumenta il pluralismo in tutto il sistema tv».

Il ddl sul sistema tv divide. È possibile sacrificarlo per il dialogo sulle riforme?
«Assolutamente no, il dialogo si fa nell’interesse del Paese, non di qualcuno».

Ma l’interesse di qualcuno impedisce il dialogo...
«Non credo. Oggi penso ci sia un genuino interesse di varie forze politiche, tra cui FI, ad una legge elettorale nel senso ipotizzato da Veltroni e ad alcune riforme istituzionali».

Quali riforme?
«Quelle sui regolamenti e sul numero dei parlamentari, sul bicameralismo e sul Senato federale: un “pacchetto” di norme che, unite a una legge proporzionale che conservi però il bipolarismo, può trovare una maggioranza in Parlamento».

Lei ha lamentato il ritardo dell’arrivo in aula alla Camera del ddl sulle tv, è stata data la precedenza ad altre riforme...
«Non vedo proliferare inciuci sotto il tavolo. Semmai vedo il rischio di una sottovalutazione politica dal centrosinistra: la consapevolezza dell’importanza del pluralismo televisivo si esprime a corrente alternata...: consapevolezza forte quando si è all’opposizione, troppo debole quando si è al governo. Sarebbe un errore che il nostro elettorato non ci perdonerebbe».

Anche la legge sul conflitto d’interessi va a rilento...
«Vale lo stesso discorso».

La maggioranza è compatta?
«È composita, la nostra maggioranza, ma i due ddl sulle tv sono stati varati all’unanimità dal Consiglio dei ministri».

Qual è più urgente?
«Entrambi: la riforma del sistema televisivo, come ci chiede l’Europa (che minaccia sanzioni, ndr) per ridurre nella fase di transizione al digitale le posizioni dominanti che minacciano il pluralismo, come ci ricordò il presidente Ciampi. L’urgenza della riforma Rai è lampante: se non si cambiano il funzionamento dei vertici e i criteri di nomina, il servizio pubblico rischia di sprofondare».

Si possono approvare subito, con uno stralcio, solo i criteri di nomina?
«Discuteremo in Senato. Il governo auspica il dialogo e tempi serrati».

È possibile? An non chiude.
«Sì, anche se FI al Senato ha presentato da sola 1200 emendamenti con un atteggiamento ostruzionistico. Eppure l’ispirazione potrebbe essere condivisa: autonomia della Rai e maggiore efficienza al vertice. Discutiamo, ma chi può difendere l’assetto attuale in cui la Rai è di proprietà del governo, ha un vertice espresso dai partiti e modalità decisionali che portano all’immobilità? La difesa dello statu quo è un’offesa alla Rai».

Sul sistema tv il dialogo è impossibile: Mediaset grida al killeraggio...
«Un sistema più aperto e pluralista va nell’interesse di tutti».

Cosa si aspetta da An e Udc?
«È importante che Fini, il leader del secondo parito d’opposizione, rilevi la necessità di una riforma complessiva del sistema tv, anche se non condivide la proposta del governo. Ne discuteremo alla luce del sole, in Parlamento».

Se si andasse al voto il potere mediatico di Berlusconi sarebbe intatto.
«Il governo dopo il passaggio della Finanziaria reggerà. Ma le riforme televisive sono essenziali».

Il Pd può aiutare il governo?
«Lo ha fatto finora. C’è un clima molto più ottimista, il cantiere del Pd prende corpo a gran velocità. Troppa velocità, forse, per le strutture dei nostri partiti, ma è una scelta obbligata per risalire la china. Insomma, in quattro settimane il Pd ha fatto miracoli. Verrà il tempo di un partito più stabile e articolato. Ma senza nostalgia per macchine vecchie. Piuttosto che chiedere congressi a un partito che non è ancora nato, tutti dovremmo accettare la sfida di un partito nuovo».

Pubblicato il: 24.11.07
Modificato il: 24.11.07 alle ore 12.59  
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« Ultima modifica: Dicembre 12, 2016, 03:04:14 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #1 il: Dicembre 21, 2007, 06:49:34 »

POLITICA

Il presidente della Camera Bertinotti: "Degrado del sistema"

Il ministro Gentiloni: "Quadro collusivo tra dirigenti e personalità politiche"

Intercettazioni, la Rai si tutela

Cappon: "Azione disciplinare contro Saccà"


ROMA - La Rai corre ai ripari e, dopo la pubblicazione della telefonata ottenuta dall'Espresso e pubblicata sul sito del settimanale e su Repubblica.it., tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, i vertici di viale Mazzini si muovono. "In questi giorni, prima di Natale, partirà una contestazione disciplinare nei confronti di Saccà" annuncia il direttore generale della Rai, Claudio Cappon. Dal presidente Claudio Petruccioli, invece, arriva una netta critica nei confronti del responsabile delle fiction: "Ho trovato l'etica, lo stile, l'atteggiamento della telefonata di Saccà a Berlusconi incompatibili con lo svolgimento della sua funzione di direttore nel servizio pubblico". Petruccioli, poi, lancia l'allarme per il il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia: "Siamo in un momento in cui o la classe dirigente e l'opinione pubblica decidono di avviare la ricostruzione del servizio pubblico e prendono le decisioni conseguenti del caso, o le tendenze spontanee vanno verso un disfacimento".

Bertinotti: "No all'uso politico delle intercettazioni". Da una parte critica la pubblicazione delle intercettazioni "che - dice il presidente della Camera, Fausto Bertinotti - sono tutte cattive e che non devono essere usate per scopi politici". Dall'altra ammette, però, che lo scenario che emerge dalla telefonata Berlusconi-Saccà, serve come utile "indicatore del costume di un paese" e come segnalatore di un "degrado del sistema". Invocando una riforma del servizio pubblico "non più rinviabile".

E proprio alla Rai Bertinotti dedica parte del suo ragionamento. Chiedendo una svolta: "Da anni il servizio pubblico non ha una politica e una linea culturale originale e autonoma che la differenzi dalla tv commerciale". Una situazione, insomma, che è necessario ridefinire. Una sfida "non è più rinviabile altrimenti il servizio pubblico entra in crisi irreparabile".

Gentiloni: "Quadro negativo". Ma è il mondo politico in generale a fare i conti con la pubblicazioni del colloquio Berlusconi Saccà. E mentre il centrodestra si schiera in difesa del Cavaliere, dal Governo arriva la riflessione preoccupata del ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni: "Viene fuori un quadro che conferma le maggiori preoccupazioni sul conflitto di interessi". Dalle intercettazioni, secondo Gentiloni, "affiora un quadro collusivo tra dirigenti e personalità politiche che hanno un rapporto con la televisione commerciale, un quadro molto negativo su cui bisogna fare chiarezza".

Mastella: "Serve una legge". Il Guardasigilli Clemente Mastella, invece, torna sull'uso delle intercettazioni. Ipotizzando un giro di vite sulla loro diffusione: "Serve una legge che ne regolamenti l'uso e che rispetti la privacy dei cittadini".

(21 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Dicembre 22, 2007, 11:37:49 »

Fonti di Palazzo Chigi

Intercettazioni: no a leggi «d'impulso»

Il garante della privacy richiede ulteriori informazioni sull'inchiesta alla procura di Napoli


ROMA - Bisogna evitare che si prendano provvedimenti «d’impulso», ma dell’ipotesi di trasformare in decreto legge il disegno di legge sulle intercettazioni «se ne può discutere». Lo affermano fonti di Palazzo Chigi commentando la proposta del ministro della Giustizia, Clemente Mastella. «La forma del decreto non è al momento in esame», spiegano le fonti, «ma si può valutare per accelerare provvedimenti che possono evitare comportamenti scorretti, garantendo la libera informazione, il rispetto delle indagini e le prerogative dei cittadini», tanto più se parlamentari.

GARANTE - Inoltre il garante della privacy è intervenuto in merito alla pubblicazione delle intercettazioni delle telefonate tra il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. Il garante «ha chiesto alla procura di Napoli ulteriori informazioni allo scopo di verificare se le registrazioni audio e le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche diffuse figurino tra il materiale depositato e messo a disposizione delle parti». Il garante, dice una nota dell'Authority, «coglie l'occasione per richiamare ancora una volta i mezzi di informazione al rispetto dei principi di essenzialità e proporzionalità dell'informazione, con particolare riguardo alla tutela della dignità e dell'immagine, personale e professionale, delle persone terze citate nelle conversazioni telefoniche».


21 dicembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #3 il: Luglio 19, 2008, 07:22:57 »

Paolo Gentiloni: «Nonostante Saccà, forse la Rai si può risollevare»

Silvia Garambois


Paolo Gentiloni, che da ministro aveva proposto di ridisegnare la Rai per liberarla finalmente dall’oppressione dei partiti, sembra convinto che - nonostante tutto - la tv pubblica abbia ancora nel suo Dna la forza per risollevarsi. Anche dopo le dichiarazioni del Governo, per il quale la Rai va bene così com’è. E soprattutto dopo le lacerazioni del caso-Saccà. La bocciatura della proposta di licenziamento del direttore di RaiFiction, avanzata per ragioni disciplinari dal direttore generale Claudio Cappon e sostenuta dal presidente Claudio Petruccioli, infatti, continua a far tremare il palazzo. Una vicenda che Carlo Rognoni, consigliere d’amministrazione ormai in prorogatio, ha sintetizzato addirittura con un «Addio alla Rai»… «Quello di Rognoni è un modo per sottolineare la serietà di quanto è accaduto. Ma la Rai ne ha viste tante, ha la pelle dura - dice Gentiloni, che per il Pd ora è responsabile dell’area della comunicazione - . Non sto minimizzando, sia chiaro: non c’è dubbio che è un problema grave, in un contesto grave, che rende più urgente la riforma».

È vero che è un vertice in proroga, ma lo stesso ruolo di Cappon sembra assai compromesso

«Il direttore deve decidere regole e comportamenti in rapporto con il suo consiglio d’amministrazione. Certo è che Cappon ha tenuto un comportamento coerente, non si è fatto influenzare dalla politica ma dalle evidenze aziendali. La proposta su Saccà è stata frutto di un procedimento disciplinare, a seguito di una istruttoria degli organismi interni. In modo coerente Cappon e lo stesso presidente Petruccioli hanno fatto prevalere la ragione aziendale, la bocciatura ha invece ragioni squisitamente politiche».

Petruccioli era intervenuto in modo molto netto, come mai prima d’ora, su questo caso: la bocciatura rischia di compromettere anche il suo ruolo di presidente, per il quale si è ipotizzato anche un mandato-bis…

«Petruccioli ha rilevato il quadro emerso dalle intercettazioni, giusto ho sbagliato che fosse utilizzarle e divulgarle (questo ha detto Petruccioli), comunque un quadro che non poteva essere ignorato. Non si tratta solo della fantasia delle cronache sui metodi indecorosi di casting - diciamo così… - ma il fatto di vedere i continui contatti con aziende concorrenti, su diverse materie e in diverse occasioni. E’ incredibile l’ingerenza continuata dell’attuale Presidente del Consiglio, dagli incarichi in Rai alle cose di natura più svariata. Petruccioli ha sostenuto che non si può far finta di non vedere queste cose solo perché critichiamo gli abusi nelle intercettazioni: ne ha fatto una ragione di principio e ha fatto bene».

Ha parlato del voto in Cda come "voto politico" del centrodestra. Ma anche Sandro Curzi, con la sua astensione, ha impedito il licenziamento…

«Non ho capito perché».

Ieri il sottosegretario Paolo Romani ha detto che il modello della legge Gasparri non è superato e che i criteri di nomina del Cda Rai sono quelli che lui stesso aveva proposto, e di cui è ancora convinto: in queste condizioni, come si può discutere di riforma?

«L’atteggiamento del Governo è stupefacente. Questa stessa settimana è intervenuta l’Authority sostenendo che la riforma non è rinviabile. E due giorni dopo il governo nelle sue linee programmatiche non ne fa neppure cenno. Non solo: Romani dichiara addirittura che assetto e regole vanno bene così! Proprio mentre le urgenze per gli scandali urlano l’esigenza di una riforma, per scrollarsi di dosso la politica, i partiti, i conflitti di interesse. Ma per chi va bene così? Per i telespettatori? No di certo. Come ripartire adesso? E’ lo stesso Calabrò a suggerire di isolare dal tema della riforma Rai alcune norme che riguardano l’assetto dei vertici, i criteri di nomina. Questo potrebbe essere il filo da cui ripartire per affrontare le tre malattie della Rai, la paralisi del sistema di governance, l’eccesso di invadenza dei partiti e l’attenuarsi delle differenze con la tv commerciale. Se c’è la disponibilità del Governo a seguire questa strada, noi siamo disponibili».

Pubblicato il: 19.07.08
Modificato il: 19.07.08 alle ore 10.38   
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« Risposta #4 il: Aprile 23, 2009, 10:18:25 »

Un anno fa lo stupro de La Storta: niente è cambiato ma l'emergenza sicurezza ora è sparita dai tg


«Destra e sicurezza, tra clamore mediatico e fallimenti politici»: è la chiave scelta dal responsabile comunicazione del Pd Paolo Gentiloni per lanciare un video che ripercorre, a un anno dalla violenza della Storta a Roma, la copertura che i telegiornali assicurarono alla vicenda, nei giorni delle elezioni per il Campidoglio.

Tra il 19 e il 21 aprile del 2008, ricorda, i tg si occuparono per 176 minuti della violenza ad una fermata nella periferia romana. La video-inchiesta di Gentiloni passa in rassegna testata per testata il tempo televisivo dedicato a quel crimine, gli approfondimenti sul degrado, la paura dei cittadini in una «escalation mediatica inarrestabile». «Minuti e minuti di servizi di fronte a decine di milioni di spettatori a quattro-cinque giorni dal voto. In quei giorni - sottolinea Gentiloni - Alemanno e il centrodestra non hanno risparmiato promesse che episodi del genere non si sarebbero ripetuti, ma purtroppo sappiamo che non è stato così».

A un anno dalla elezione di Gianni Alemanno a sindaco di Roma, secondo Gentiloni, i fatti di violenza non sono diminuiti, anzi, nella Capitale e in Italia; e chi aveva cavalcato l'onda dell'insicurezza e della criminalità dilagante non è riuscito a mantenere le proprie promesse. «Una cosa da allora è cambiata - osserva nel video Gentiloni - il peso che su episodi come questo viene dato nei telegiornali e nella televisione in generale».


23 aprile 2009
da unita.it
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« Risposta #5 il: Novembre 03, 2014, 05:17:55 »

Gentiloni giura al Quirinale, è il nuovo ministro degli Esteri: "Governo dev'essere all'altezza"
La nomina è arrivata a sorpresa, dopo il nulla di fatto nella riunione di giovedì tra il Capo dello Stato e Renzi. Alle 18 il giuramento davanti a Napolitano. Sostituisce Federica Mogherini che ha rassegnato le dimissioni e da domani ricoprirà l'incarico di Alto rappresentante Ue per la Politica Estera e la Sicurezza
31 ottobre 2014
   
ROMA - Paolo Gentiloni è il nuovo ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale: alle 18 ha prestato giuramento nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e davanti, in qualità di testimoni, al segretario generale della presidenza della Repubblica, Donato Marra, e il consigliere militare del presidente della Repubblica, generale Rolando Mosca Moschini. Era presente anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. "L'Italia è un grande Paese, e sugli equilibri globali, sul futuro politico dell'Unione Europea e sullo sviluppo dell'area del Mediterraneo il governo Renzi deve contribuire con sua politica ad essere all'altezza di questo Paese", ha detto una volta giurato al Quirinale.

Il premier oggi ha scelto anche due sottosegretari: Davide Faraone, alla Pubblica Istruzione, in sostituzione di Roberto Reggi (ora al demanio). Paola De Micheli, bersaniana di ferro, va all'Economia, in sostituzione di Legnini, ora vicepresidente Csm.

Gentiloni sostituisce Federica Mogherini che ha rassegnato oggi le sue dimissioni da ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale e da domani ricoprirà l'incarico di Alto rappresentante Ue per la Politica Estera e la Sicurezza.

La sua nomina è arrivata a sorpresa, dopo il nulla di fatto nella riunione di giovedì al Quirinale tra il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La decisione è "maturata nelle ultimissime ore", dicono amici e collaboratori di Gentiloni, "ancora ieri sera non ne sapeva nulla", riferiscono.  Gentiloni, 60 anni il 22 novembre, è il quarto ministro degli Esteri negli ultimi 18 mesi. Membro della commissione Esteri, ha un curriculum dal profilo non spiccatamente internazionale ma grande esperienza politica e uno stretto legame con Renzi.

Deputato del Pd, fa parte della Commissione Esteri. Giornalista professionista, ha lavorato al Comune di Roma come portavoce del Sindaco e assessore al Turismo e al Giubileo negli anni '90. Eletto in Parlamento dal 2001, è stato presidente della commissione di vigilanza Rai e ministro delle Comunicazioni nel biennio 2006-2008. Eletto a Roma, è presidente della sezione Italia-Stati Uniti dell'Unione Interparlamentare, oltre che componente della Direzione Nazionale del Partito Democratico. Laureato in Scienze Politiche ed esperto in comunicazione, è stato coordinatore della campagna dell'Ulivo per le elezioni politiche del 2001, tra i fondatori della Margherita nel 2002 e ha fatto parte del Comitato dei 45 fondatori del Pd nel 2007.



LA SCHEDA - RNews Bei: "Ha prevalso la fedeltà a Renzi"
Le reazioni. "Buon lavoro a Paolo Gentiloni, ha il profilo politico giusto per fare la politica estera del nostro Paese", ha commentato Lia Quartapelle, uno dei nomi circolati negli ultimi giorni come possibile titolare della Farnesina.

I nomi più gettonati erano anche quelli di Marina Sereni, Lapo Pistelli e Elisabetta Belloni. Tre donne e un uomo, con Renzi che sembrava intenzionato a mantenere intatta la quota rosa nell'esecutivo.

A Facebook è affidato anche il commento di Francesco Rutelli.

"Non so quali siano le competenze di Paolo Gentiloni in materia di Esteri perché si è sempre occupato di altro. Gli auguriamo buon lavoro e speriamo che possa restituire all'Italia la capacità di essere più presente e con dignità sullo scacchiere internazionale", dice a Bologna Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia. "Ci sono tanti dossier aperti. Speriamo che Paolo Gentiloni voglia dare un segnale di discontinuità", ha aggiunto, in merito alla vicenda dei due Marò.

Al neo nominato ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, "dico buon lavoro: c'è molto da fare", afferma l'eurodeputato e consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti, a margine di un incontro a Bologna.

"I miei migliori auguri a Paolo Gentiloni per il prestigioso incarico. In un periodo di grande evoluzione negli equilibri europei e di drammatiche tensioni internazionali, sono certo che la sua esperienza e le sue capacità saranno preziose per preservare e rilanciare il ruolo del nostro Paese", così in una nota il sindaco di Roma Ignazio Marino. Nel 2012 Gentiloni si candidò alle primarie del centrosinistra come Sindaco di Roma vinte proprio da Marino: in quell'occasione il neo ministro degli Esteri si classificò terzo con il 15% dei consensi.

I dossier. Quinto titolare della Farnesina in poco meno di un anno e mezzo (Giulio Terzi, Mario Monti per un mese, Emma Bonino e poi la Mogherini), Gentiloni dovrà concentrarsi su una serie di fronti caldi anche nella sua veste di presidente di turno dell'Unione Europea fino al prossimo 31 dicembre. La prima delle crisi aperte è quella ucraina: mentre è di oggi la notizia di un accordo tra Kiev, Mosca e Ue sulle forniture di gas, il nuovo ministro, nel solco di quanto fatto finora dalla Mogherini, dovrà lavorare, insieme ai partner europei, per incoraggiare le parti ad attuare gli accordi per una soluzione politica del conflitto, che porti alla fine delle sanzioni contro la Russia, di cui l'Italia resta un partner privilegiato.
Cinque sfide per il quinto ministro degli Esteri in 18 mesi

Poi il caos libico: nelle settimane scorse, su impulso del nostro Paese e con la mediazione delle Nazioni Unite, è stato avviato il dialogo per la riconciliazione tra le parti in lotta nel Paese che è vitale per le forniture di petrolio e per la gestione dei flussi migratori. Altro dossier aperto è quello dei marò, un dossier al quale Farnesina, ministero della Difesa e Palazzo Chigi lavorano incessantemente, ma mantenendo il basso profilo, per arrivare ad un'intesa con l'India a quasi tre anni dall'incidente per il quale sono stati arrestati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Sul fronte mediorientale, come sempre, sono numerosi i focolai di crisi. Si va dalla minaccia posta dall'avanzata dello Stato islamico in Siria ed in Iraq, con l'allarme per i jihadisti partiti dai Paesi europei, tra cui l'Italia, e che potrebbero rientrare in patria per colpire i simboli dell'Occidente, al processo di pace in Medio Oriente, che procede, quando procede, a singhiozzo. Fino al dossier sul nucleare iraniano, in vista della scadenza del 24 novembre per arrivare ad un'intesa definitiva.

Il primo appuntamento internazionale del nuovo ministro, in attesa che nelle prossime ore venga definita la sua agenda, sarà a Bruxelles il prossimo 17 novembre, quando dovrà presiedere la riunione dei ministri degli Esteri dei 28.

© Riproduzione riservata 31 ottobre 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/10/31/news/renzi_ministro_esteri-99422968/?ref=HREC1-5
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« Risposta #6 il: Giugno 08, 2015, 05:27:15 »

Gentiloni: proseguirà il dialogo con Putin, ma l’Italia non si smarcherà dai suoi alleati occidentali
Il ministro degli Esteri: «Dobbiamo prendere atto della dichiarazione del presidente Putin di non avere intenzioni aggressive. D’altra parte è singolare attribuirle alla Nato»

Di Paolo Valentino

«Io credo che la Russia vada rassicurata su un punto e cioè che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è una prospettiva realistica. Ma che la Nato difenda i propri confini fa parte della sua natura. Dobbiamo prendere atto della dichiarazione del presidente Putin di non avere intenzioni aggressive. D’altra parte è singolare attribuirle alla Nato, semplicemente perché consolida i dispositivi dell’alleanza, che è per definizione difensiva. La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Paolo Gentiloni ragiona sull’intervista di Vladimir Putin al Corriere. Il ministro degli Esteri ieri era al Cairo, per un vertice con Egitto e Algeria.

Putin dice chiaramente che la Russia considera quello con l’Italia un rapporto privilegiato. È così anche per noi?
«L’Italia ne è consapevole e soddisfatta. Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca. È una linea politica che ha una storia. È dagli Anni Sessanta che l’Italia accoppia fedeltà e lealtà con i suoi alleati a un rapporto speciale, intenso anche sul piano economico, con la Russia. Queste due cose insieme giustificano l’idea delle relazioni privilegiate. La cosa più interessante è che né loro, né noi lo intendiamo come rapporto che rompe con le nostre alleanze tradizionali».

Lei ha accennato alla sua dimensione economica: è stata frenata dall’embargo?
«Nei settori non colpiti dalle sanzioni non ci sono ostacoli nella collaborazione economica con la Russia. Anzi la caduta dei corsi del petrolio spinge verso una diversificazione dell’economia russa e ciò offre nuove opportunità per le nostre imprese. Sicuramente c’è stato un calo dell’interscambio, ma la Russia resta un mercato di grandi potenzialità».

Come si declina il rapporto privilegiato nella vicenda ucraina?
«I russi sanno bene che l’Italia non scarta rispetto alle decisioni della Ue o a quelle prese di comune accordo con gli Usa. Piuttosto è una voce influente che oltre a tenere il punto sull’Ucraina, insiste nel tenere aperto un canale di dialogo con Mosca. Non credo che alla Russia interessi tanto che l’Italia rompa con i suoi alleati, anche perché sa che non accadrà».


Putin però insinua che gli americani non amino troppo un eccessivo riavvicinamento tra Europa e Russia.
«Dal punto di vista dell’attualità, non mi pare così. Credo che la missione di John Kerry a Sochi, se non significa affatto il ritorno al “business as usual”, segnala che anche l’Amministrazione è convinta della necessità del dialogo. Di cosa hanno parlato se non di cooperazione in diversi dossier internazionali, oltre naturalmente che delle divergenze forti che restano, lo dimostra l’intervista, sull’Ucraina? L’attualità ci dice che anche l’America associa fermezza e dialogo. Dal punto di vista strategico, penso che l’Europa nel suo complesso debba porsi il problema di recuperare un rapporto di collaborazione distesa con Mosca».

Sull’Ucraina Putin punta tutto su Minsk 2, come base di ogni soluzione pacifica. Ma accusa europei e americani di non premere abbastanza sul governo di Kiev, per far rispettare gli obblighi derivanti dall’accordo.
«Non condivido la ricostruzione che il presidente Putin fa della vicenda ucraina, come di un mix tra accerchiamento, complotto e golpe. Qualcosa sicuramente non ha funzionato nel rapporto con la Russia, quando si era alle soglie del Patto di Associazione tra Ue e Ucraina. Ma la crisi dipende completamente dalla reazione di Mosca, sia con l’annessione di fatto della Crimea, sia con il sostegno ai separatisti del Donbass. Questo riguardo al passato. Quanto al futuro, tutto dipende da Minsk. Purtroppo la tregua rimane fragile. E il freno di Mosca ai separatisti va dimostrato nei fatti. Molto resta ancora da fare su cessate il fuoco, ritiro delle armi pesanti, separazione delle parti, scambio dei prigionieri. Tuttavia so bene che la leadership ucraina è attesa a un compito difficilissimo: difendere contemporaneamente l’integrità del proprio territorio, fare le riforme economiche e costituzionali. La Russia deve sapere che l’Ue spinge perché ciò sia fatto».

Lei è in visita al Cairo, dove parla di crisi regionali in generale e di Libia in particolare. Quanto è importante il contributo russo alla soluzione delle varie crisi?
«Non c’è dubbio che su molti dossier, come nucleare iraniano, Siria, Libia, ambiente, disarmo, abbiamo bisogno di confrontarci con la Russia».

Oggi si conclude il G7 di Garmisch. Possiamo pensare che un giorno ridiventi G8 e la Russia ne torni a far parte?
«Oggi è inimmaginabile. Finché non si risolverà la crisi ucraina è difficile ricostruire. Ma in futuro può ridiventare possibile».

8 giugno 2015 | 07:55
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« Risposta #7 il: Luglio 12, 2015, 06:01:00 »

L’INTERVISTA al ministro degli Esteri dopo la vittoria del «no» al referendum
Grecia, Gentiloni: «La colpa è di Atene, non dei tedeschi.
Ora però va evitata l’uscita dalla Ue»
«Le decisioni non si prendono in vertici bilaterali. Per arrivare a un’intesa serve un’altra Unione, solidale e più integrata. Grecia e Europa si pongano un obiettivo politico»

Di Paolo Valentino

«La situazione non si è risolta con la vittoria dei No al referendum greco: capisco gli elettori di Syriza quando festeggiano, un po’ meno i tifosi italiani. Il voto ha stabilito che Tsipras gode del sostegno della maggioranza dei greci. Ma questa non è la soluzione. Ora Grecia e Ue si pongano un obiettivo politico: evitare l’uscita di Atene con un piano sostenibile di riforme e rientro dal debito. Ed è questa la battaglia che farà oggi l’Italia. La vittoria politica di Tsipras lo renderà più forte per muoversi in questa direzione? Me lo auguro. Tocca a lui fare il primo passo».

Lo dice in un intervista al nostro giornale il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.

Qual è il rischio più grosso che stiamo correndo?
«Quello della totale inadeguatezza politica dell’Europa, quello di rispondere ai problemi semplicemente con l’applicazione di parametri numerici. Non dobbiamo sottovalutare la gravità specifica del problema greco, ma questo si risolve solo se l’Ue ritrova un orizzonte politico: sappiamo bene che la Grecia è fuori dai parametri e non per colpa dei tedeschi cattivi, ma per responsabilità delle leadership che si sono succedute ad Atene negli ultimi 15/20 anni. La Bce ha preso le sue decisioni, che non sono di competenza della politica. Ma i governi non possono scaricare il peso delle scelte sulle spalle per quanto robuste del governatore. La politica non può rinunciare al suo ruolo».

Perché tenere la Grecia nell’Unione è importante?
«Non ci sono solo ragioni culturali, sentimentali, storiche, ma anche forti argomenti geopolitici. La prospettiva della cosiddetta Grexit non può essere valutata solo dal punto di vista contabile, ma anche da quello strategico: alleanze internazionali, collocazione nel Mediterraneo. La Grecia è stata snodo decisivo delle scelte europee dopo la Seconda guerra mondiale. Che rimanga un Paese dell’Ue e della Nato non può essere elemento secondario della nostra valutazione. E dico questo senza alcuna giustificazione delle scelte fatte (o non fatte) da Atene in questi ultimi mesi. Ma un conto è criticarle, un altro è minimizzare in un’ottica riduttiva e miope gli scenari di una fuoriuscita».

E l’argomento secondo cui un’eurozona senza la Grecia sarebbe più omogenea e forte, mentre Atene potrebbe continuare a far parte dell’Unione?
«Penso che oggi rimettere insieme i cocci dopo l’azzardo del referendum sia difficile, ma penso anche che dobbiamo puntare a un accordo, piuttosto che a scenari inediti e densi di rischi. Temo che chi li persegue faccia un po’ da apprendista stregone».
Il referendum ha ridato voce ai populisti, europei e nostrani. Quelli che lei definisce i tifosi italiani del referendum tornano da Atene in cuor loro rafforzati.
«Non accetto che la dimensione di politica interna sia determinante, perché se lo facessi dovrei rispondere come una parte dell’establishment europeo e cioè: caro Tsipras, hai voluto il no, ora gestisciti le conseguenze, così evitiamo il contagio e l’impressione che il populismo paghi. Non ho alcuna indulgenza verso Syriza. Ma qui parliamo del destino di milioni di persone e di un Paese strategico per la storia e la geografia europea. Non c’è alcuna lezione da impartire, del tipo Tsipras va punito perché così ne educhiamo molti anche in casa nostra. Sono occhiali domestici deformanti».

Grillo dice che il referendum ha quantomeno permesso ai cittadini di esprimersi.
«Si, ma su cosa? Qui non si trattava di accogliere o rifiutare un’intesa. In questo caso, mi sembra che l’unico obiettivo fosse di dimostrare che il governo greco aveva il sostegno della maggioranza del popolo. Non mi unisco al coro degli entusiasti. Era una scelta contro l’Europa e l’euro? I leader greci hanno detto di no e li prendo in parola. Per questo mi aspetto da loro proposte nuove».

È mancata la leadership tedesca? Der Spiegel ha definito la cancelliera Merkel come una «signora delle macerie».
«Non possiamo lamentare un eccesso di ruolo della Germania e poi invocarne una maggiore leadership. L’Europa è un grande progetto, di cui Berlino è parte importante. Ma se c’è stata un’assenza in questi mesi, sulla vicenda greca e non solo, penso sia stata quella generale dell’Europa. È difficile arrivare a un’intesa sulla Grecia se non si profila un’altra Unione, responsabile, solidale, più integrata, capace di porre il tema della crescita in cima alle sue priorità».

Ma oggi è realistico darsi obiettivi ambiziosi, una prospettiva federalista per esempio, o bisogna avanzare lungo i sentieri possibili?
«È necessario porsi obiettivi più ambiziosi. I sentieri seguiti finora non hanno permesso di risolvere alcun problema. Abbiamo discusso per un mese sulla differenza tra obbligatorio, volontario, vincolante e consensuale. Sto parlando della ricollocazione dei migranti, problema significativo ma tutto sommato circoscritto, la cui soluzione non è stata certo aiutata da brutte immagini ai confini interni tra Paesi europei. Abbiamo davanti la prospettiva del confronto sulla possibile uscita del Regno Unito dalla Ue, la sfida del terrorismo e dell’instabilità nel Mediterraneo. Possiamo proseguire con un’Europa debole e tecnocratica, che decide in base a parametri e regolamenti, mentre fatica a prendere decisioni politiche?».

Ieri c’è stato un vertice franco-tedesco. Passa sempre e solo da lì ogni rilancio?
«Con tutto il rispetto per la collaborazione franco-tedesca, che nel caso dell’Ucraina ha prodotto risultati positivi, assolutamente no. Le decisioni in Europa si prendono oggi, non nei vertici bilaterali. E l’Italia nell’ultimo anno ha contribuito a portare a Bruxelles il confronto politico sull’economia e sull’immigrazione. Ma per uscire dal surplace, cioè dallo stallo, occorrono risultati più importanti. L’Italia farà la sua parte, ma io me lo aspetto da tutti quei Paesi e da quei cittadini europei per i quali è chiaro che un’Europa ferma oggi è destinata a fallire».

7 luglio 2015 | 07:35
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/economia/15_luglio_07/grecia-gentiloni-la-colpa-atene-non-tedeschi-ora-pero-va-evitata-l-uscita-ue-ccc16fd4-2468-11e5-8714-c38f22f7c1da.shtml
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« Risposta #8 il: Agosto 29, 2015, 10:29:54 »

Gentiloni: "L'orrore dei tir ha convinto i falchi. L'Europa ha capito, il dramma è di tutti"
Il ministro degli Esteri: "La strage in Austria dimostra che quella dei migranti non è solo una nostra emergenza.
I Paesi non siano ostaggio di chi semina la paura. Serve un diritto d'asilo europeo valido per tutte le nazioni"

Di GIAMPAOLO CADALANU
29 agosto 2015
   
Il sogno europeo che si trasforma in incubo, con una fine orribile nel cassone di un Tir. Ministro Gentiloni, questi morti sono sulla coscienza dell'Europa?
"Certamente pesano sulle nostre coscienze, come le vittime delle rotte mediterranee. Nelle ore in cui si scopriva la tragedia ero a Vienna, per un vertice di Europa e Balcani. Bastava guardare in volto i colleghi per capirlo: siamo tutti coinvolti. Fino a poco tempo fa c'era l'idea che fosse solo un'emergenza italiana e greca, nelle ultime settimane si è diffusa la consapevolezza che il problema investe l'Europa intera".

Ma quelle morti così atroci si potevano evitare?
"Queste tragedie si devono evitare. Noi ci stiamo lavorando da un anno e mezzo, con operazioni di ricerca e soccorso in mare, abbiamo salvato oltre centomila vite umane. L'Italia è additata ad esempio dalla comunità internazionale. E ora alle operazioni nel Mediterraneo partecipano assetti navali di altri Paesi. Ma anche se si salvano centomila vite umane, non sempre siamo in grado di salvare tutti".

La tragedia del camion è un nuovo segnale d'allarme?
"Indica che l'emergenza è ormai un problema europeo. Eventi tragici del genere si ripetono con troppa frequenza quasi ogni giorno in Macedonia".

Italia e Grecia stanno facendo la loro parte, ma restano indietro sul punto dei centri di registrazione. Ci sono state critiche dei partner?
"Assolutamente no. L'Italia fa la sua parte e, come ha ribadito anche la cancelliera Merkel, Roma e Berlino spingono perché tutti i punti in agenda siano rispettati".

Ma tutti i Paesi sono pronti a fare la loro parte?
"Negli ultimi due mesi la percezione è cambiata in modo significativo. Anche governi che avevano resistito al principio della distribuzione dei rifugiati, come quelli di Austria e Slovenia, stanno modificando le posizioni" (...)

Bisogna cambiare il trattato di Dublino?
In prospettiva serve un diritto d'asilo europeo valido per tutti i Paesi.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA O SU REPUBBLICA+

© Riproduzione riservata
29 agosto 2015

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2015/08/29/news/_l_orrore_dei_tir_ha_convinto_i_falchi_l_europa_ha_capito_il_dramma_e_di_tutti_-121813792/?ref=HREA-1
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« Risposta #9 il: Ottobre 17, 2015, 05:37:39 »

Il colloquio il ministro Gentiloni
«Lettera italiana ai Paesi fondatori per costruire un’Europa a due livelli»
Sui Tornado in Iraq «nessuna decisione».
E auspica la fine delle sanzioni a Mosca In Siria L’Italia ha sempre ritenuto un’illusione l’idea di cacciare Assad con le bombe La strada è quella di una transizione

Di Giuseppe Sarcina

«Non nascondo che nella nostra testa ci sia più Libia che Siria. Non c’è stata alcuna decisione di effettuare bombardamenti in Iraq. Tanto meno di nascosto e all’insaputa del Parlamento». Milano, via Solferino: nella casa del Corriere della Sera il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni tira le fila di una giornata lombarda cominciata con la partecipazione a una conferenza organizzata dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Medio Oriente, Russia, ma anche Europa. Il numero uno della Farnesina racconta: «Ho inviato una lettera ai colleghi degli altri cinque Paesi fondatori della Comunità europea, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Proponiamo di rilanciare l’integrazione europea facendo leva sul blocco più omogeneo. Le prime reazioni sono positive e quindi penso che nei prossimi mesi organizzeremo a Roma questo incontro a sei».

L’avanzata dello Stato islamico
Gentiloni insiste sul ruolo di mediazione che l’Italia può ricoprire in una situazione «difficilissima». Iraq, Siria e Libia, in fondo, sono parte di una stessa emergenza: l’avanzata dello Stato Islamico, la catastrofe umanitaria dei migranti. Il ministro degli Esteri parte dalla notizia anticipata il 6 ottobre scorso dal Corriere della Sera: i quattro Tornado italiani di stanza in Kuwait si preparano a bombardare obiettivi Isis in Iraq. «Noi sosteniamo gli sforzi del premier iracheno al-Abadi, facciamo già parte dello “small group”, i 21 Paesi impegnati militarmente sul totale dei 63 che costituiscono la coalizione. E’ chiaro che se il governo iracheno vuole riconquistare la regione di Al Anbar, appena caduta nelle mani dello Stato Islamico, e poi riprendere Mosul ai terroristi, bisogna fare uno sforzo in più. Questo è il tema in discussione tra gli alleati e noi stiamo ragionando su cosa fare in più».

Da Bagdad a Damasco
Dal sostegno a un governo che chiede aiuto al difficile confronto con il dispotismo di Bashar Al Assad. «Fin dall’inizio della crisi il governo italiano ha sempre ritenuto un’illusione l’idea che fosse possibile mandare via Assad con qualche bombardamento. La strada giusta, l’unica realisticamente percorribile è quella di una transizione: “Assad change, not regime change”. Convincere Assad a lasciare il potere, senza però creare un vuoto in cui si inserirebbero facilmente i terroristi». La difficoltà, se mai, è capire come e quando sarà possibile emarginare Assad. In questo senso l’intervento dei russi è una variabile dalle conseguenze potenzialmente devastanti, capace di innescare, temono diversi osservatori, addirittura un conflitto mondiale. Gentiloni prova a tarare il rischio: «Fino a sette-otto giorni fa il coinvolgimento dei russi in Siria era vissuto come un contributo positivo, considerando lo stretto rapporto tra il presidente Putin e Assad. Anche Obama, dopo l’incontro con Putin nelle Nazioni Unite, sembrava pronto a cogliere la potenzialità di una cooperazione Stati Uniti-Russia in chiave anti-Isis in Siria. Certo gli ultimi fatti, gli sconfinamenti in Turchia, la mancanza di coordinamento sui bersagli da colpire stanno creando il rischio che l’attivismo russo si traduca in un ulteriore aggravamento della situazione. Perciò insisto sul processo di transizione, per altro proposto anche dall’inviato Onu per la Siria».

Russia significa anche Ucraina
A gennaio l’Unione europea dovrà decidere se confermare o cancellare le sanzioni economiche: «Io mi auguro fortissimamente che si possano cancellare le sanzioni. Ma non tiro la riga ai primi di ottobre. C’è tempo almeno fino a dicembre e le condizioni sono chiare: se la Russia non applicherà gli accordi di Minsk (tra l’altro restituzione dei confini orientali a Kiev ndr) noi saremo favorevoli alla conferma delle sanzioni».
Nello scacchiere siriano l’Italia non è in prima linea. E difficilmente lo sarà nei prossimi mesi «Non vi nascondo - dice Gentiloni - che stiamo pensando più alla Libia che alla Siria». Il premier Matteo Renzi ha rivendicato «un ruolo guida» per «la stabilizzazione» di Tripoli. Gentiloni segue il negoziato condotto dall’incaricato delle Nazioni Unite, Bernardino León, a Skhirat, in Marocco. «Sono stato lì pochi giorni fa: ho vissuto un clima ancora di grandi divisioni. Ma esiste anche la fondata speranza che a breve le fazioni libiche possano accordarsi sulla formazione di un governo di unità nazionale». Sarebbe quello «il punto di partenza» per un intervento internazionale. Si ipotizza da tempo una spedizione anti-scafisti autorizzata dall’Onu e, appunto, guidata dall’Italia. «Con i nostri alleati stiamo valutando diverse ipotesi, diciamo su una scala da 1 a 10, dove 10 non significa, però, l’invio di migliaia di soldati nel deserto libico. Del resto l’intesa con l’Iran ha allentato le tensioni tra le potenze regionali anche in Libia».

L’Unione a due cerchi concentrici
Le sofferenze dei conflitti sono arrivate in Europa con i volti dei profughi. Il ministro degli Esteri prende nota «con soddisfazione» che la cancelliera tedesca Angela Merkel apra al superamento degli accordi di Dublino, stando ai quali i richiedenti asilo devono essere ospitati dal primo Paese in cui arrivano. «Con gli ultimi vertici abbiamo fatto un pezzo di strada nella condivisione dello sforzo di accoglienza. Ora lavoriamo per raggiungere tre obiettivi nel medio periodo. Primo: rendere permanenti le quote volontarie di suddivisione dei profughi tra i 28 Paesi Ue; arrivare gradualmente a regole comuni sul diritto d’asilo; fissare politiche comuni di rimpatrio nei Paesi di provenienza per i migranti che non hanno diritto d’asilo». Anche per questo serve un’Europa più integrata, che stabilisca anche un nuovo patto con la Gran Bretagna, ma non rinunci ad andare avanti. «Sono cresciuto con l’idea di un’Europa a due velocità, mentre oggi forse è arrivato il momento di costruire un’Unione a due cerchi concentrici. Il nucleo della moneta unica è nelle condizioni di integrarsi su diversi piani, compreso quello militare». L’Italia ora propone di ripartire dai sei fondatori. Appuntamento a Roma, la città del primo Trattato.

9 ottobre 2015 (modifica il 9 ottobre 2015 | 09:12)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_ottobre_09/lettera-italiana-paesi-fondatori-costruire-un-europa-due-livelli-68758416-6e50-11e5-aad2-b4771ca274f3.shtml
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« Risposta #10 il: Marzo 07, 2016, 05:00:54 »

«Per stabilizzare la Libia non servono guerre lampo»

Di Gerardo Pelosi
6 Marzo 2016

È in contatto continuo con l’Unità di crisi sugli sviluppi della situazione a Sabrata e per il rientro dei due tecnici della Bonatti liberati venerdì. Sente su di sé tutto il peso e la responsabilità di queste ore misurando bene le parole e, più ancora, le decisioni che ci si attende da un Paese in prima fila come l’Italia nella lotta al terrorismo, nella crisi dei migranti e nella stabilizzazione della sponda Sud del Mediterraneo.

Ma su un punto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, non sembra disposto a fare marcia indietro: non si può pensare di risolvere la crisi libica con una guerra lampo (una Blitzkrieg) e confondere le operazioni antiterrorismo con le missioni internazionali di stabilizzazione. Occorre evitare, insiste il responsabile della Farnesina, che la Libia «sprofondi nel caos dove possono proliferare episodi tragici come quelli che hanno coinvolto i nostri ostaggi».

Ministro, allora spieghiamo perché la scelta politico-diplomatica resta oggi l’unica possibile.
Deve essere chiaro che non ci sono scorciatoie illusorie, esibizioni muscolari. È vero, il tempo stringe, ma non c’è alle porte nessuna guerra lampo. Il governo è consapevole degli errori del passato e sta lavorando per creare le condizioni di stabilizzazione in Libia. E un’operazione politica prima che militare ed è questa la grande sfida della comunità internazionale che vede l’Italia in prima fila.

Ma perchè sulla Libia la Ue appare così divisa e assente?
Non è una novità che la Ue non disponga di un esercito comune ma sulla Libia si è mossa sempre con una dinamica unitaria, a partire dalla missione navale antitrafficanti. Ogni Paese può avere interessi specifici, ma non è vero che i 28 stiano andando in ordine sparso.

Sono passati molti mesi e un Governo di unità nazionale in Libia non vede ancora la luce. Non ritiene che l’ex inviato Onu per la Libia Bernardino Leon abbia perso tempo prezioso?
La diplomazia può superare gli ostacoli ma il tempo è necessario e l’impazienza pericolosa. La guerra in Siria dura da sei anni e per l’Iran deal ce ne sono voluti 13. Per la Libia a metà dicembre su iniziativa italiana e degli Stati Uniti la comunità internazionale nella Conferenza di Roma ha adottato un percorso che ha rappresentato un salto di qualità rispetto all’anno e mezzo precedente. Subito dopo abbiamo avuto l’accordo di Skhirat e poi la risoluzione 2259 delle Nazioni Unite. Il percorso è sempre stato definito da chi lo ha promosso assolutamente fragile ed è incompiuto perché c’è una maggioranza nel Parlamento di Tobruk per varare il governo di accordo nazionale ma a questa maggioranza finora non è stato consentito di esprimersi. Nelle prossime settimane Kobler, sostenuto anche dalla comunità internazionale, valuterà in che modo questa maggioranza possa esprimersi.

Cosa serve ancora per insediare il Governo?
Innanzi tutto che questa maggioranza possa esprimersi trovando il modo per sfuggire alle minacce degli estremisti. Ne ha parlato mercoledì scorso Martin Kobler al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite. Serve inoltre l’inclusione nel processo di forze locali , tribali e legati alle milizie che finora sono state ai margini o ostili perché la nascita del nuovo governo deve puntare alla più vasta aggregazione possibile in un Paese che presenta un contesto molto frammentato. Il governo inoltre dovrà insediarsi quanto prima a Tripoli. Tutto questo è affidato a un intenso lavoro diplomatico a guida Onu ma non dimentichiamo che oltre a questo, tutto ciò è affidato soprattutto ai libici.

Quali sono i rischi di questo esercizio?
Si tratta di evitare che la Libia sprofondi nel caos dove possono proliferare episodi tragici come quelli che hanno coinvolto i nostri ostaggi diventando uno “Stato fallito” come la Somalia a poche centinaia di chilometri dall’Italia. Il nostro compito è aiutare la Libia a recuperare la sovranità, quello che gradualmente, ma dopo molto tempo, si sta realizzando in Iraq. Solo un Governo sovrano può prosciugare l’acqua in cui nuota Daesh, aiutarci a debellare il traffico di migranti, valorizzare le grandi risorse del Paese. Alle richieste di questo Governo l’Italia e la comunità internazionale sono pronte a rispondere anche sul piano della sicurezza. Ma su questa disponibilità non va alimentata troppa confusione.

Da dove viene questa confusione, forse dagli organi di informazione?
No, parlo dell’idea stessa che si possano risolvere problemi così complessi con qualche rullare di tamburi. Mi preoccupa perché alimenta pericolose aspettative. Qualcuno forse pensa di stabilizzare la Libia con qualche decina di raid aerei? Ma, dov’era nel 2011? Non ha inteso quella lezione? E poi qualcuno davvero pensa che delle truppe speciali francesi o inglesi o italiane o marziane possano controllare un Paese di 1,6 milioni di chilometri quadrati che ha 200mila uomini armati tra le varie milizie? So bene che la guardia contro la crescita di Daesh in Libia va tenuta alta ma se confondiamo il percorso necessario di stabilizzazione con operazioni mirate antiterrorismo prendiamo lucciole per lanterne. Sono cose diverse.

A Roma c’è stata una piena sintonia della comunità internazionale. Ma allora perché gli americani ci stanno precisando perfino quanti uomini dobbiamo schierare?
Non è così. La sintonia con gli Stati Uniti è totale: serve un Governo libico e l'Italia è pronta a coordinare la risposta alle sue richieste sul piano della sicurezza.


Sulla Siria, invece, si sta aprendo qualche interessante prospettiva di speranza?
Con tutta la sua fragilità ci troviamo di fronte a una finestra di speranza quasi miracolosa. Potrebbe chiudersi ma intanto da due settimane la cessazione delle ostilità che avevamo deciso a metà febbraio a Monaco è in atto. Se questa speranza non si spegne si potrebbe non solo alleviare la catastrofe umanitaria in atto ma, entro il 15 marzo, potrebbe ripartire il negoziato di prossimità tra le parti a Ginevra con l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura. La telefonata di venerdì tra i leader europei Renzi, Merkel, Cameron e Hollande con il presidente russo Putin aveva proprio l’obiettivo di consolidare questa finestra di speranza coinvolgendo pienamente la Federazione russa nella cessazione delle ostilità.

Domani a Bruxelles sul tavolo dei capi di Stato e di Governo tornerà il dossier dei migranti. Cosa ci dobbiamo attendere?
L’Europa sta vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi 60 anni. La crisi migratoria, gli effetti della recessione economica che si fanno ancora sentire e che determinano una crisi di fiducia tra cittadini e politiche comunitarie e infine il referendum su Brexit che ci tiene con il fiato sospeso. Per questo il vertice europeo di domani prima con la Turchia e poi tra i 28 assume un’importanza particolare.

Il vertice riuscirà ad evitare il precipitare della crisi migratoria?
Come ho detto varie volte, per salvare Schengen dobbiamo gradualmente superare Dublino. L’idea si va facendo strada, c'è una prima proposta della Commissione e un documento condiviso dai ministri degli Interni di Italia e Germania. La stessa decisione di destinare risorse di assistenza e di emergenza alla Grecia riflette la consapevolezza che i Paesi di primo approdo non possono gestire da soli la situazione. Domani i leader europei saranno impegnati a rendere più gestibile la situazione delle rotte balcaniche riducendo i flussi con la collaborazione di Libano, Giordania e Turchia e scommettendo sul cessate il fuoco in Siria. La sfida è evitare che questo tentativo venga vanificato da azioni unilaterali che trasformino gli attuali controlli intensificati in vera e propria chiusura delle frontiere che, se avvenisse, metterebbe a repentaglio gli sforzi di gestione del fenomeno e farebbe saltare il meccanismo di libera circolazione delle persone. Nella seconda parte del 2015 la rotta balcanica ha fatto registrare un incremento eccezionale mentre è rimasto stabile il numero migranti che hanno utilizzato la rotte tradizionale dalla Libia.

C’è il rischio che rotta balcanica che ha registrato un forte incremento negli ultimi mesi possa coinvolgere l’Italia da Albania?
Il rischio non va ignorato ma la cooperazione da tempo attivata con il Governo albanese può impedire un’offerta di imbarcazione da parte dei trafficanti che è la base per dirottare la rotta balcanica verso l’Adriatico.

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/per-stabilizzare-libia-non-servono-guerre-lampo-093818.shtml?uuid=ACO2PniC&p=3
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« Risposta #11 il: Novembre 14, 2016, 05:22:48 »

Paolo Gentiloni a In mezz'ora. "Se con Donald Trump migliorano i rapporti con Vladimir Putin è un vantaggio per noi"

L'Huffington Post
Pubblicato: 13/11/2016 14:47 CET Aggiornato: 3 ore fa GENTILONI

"Trump riuscirà ad avere rapporti più distesi con la Russia? Magari, è un gran vantaggio per l'Italia". Il ministro degli Affari esteri, Paolo Gentiloni, risponde così nel corso di In Mezz'Ora su Raitre alla domanda sulla possibilità che dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca migliorino i rapporti con la Russia di Vladimir Putin. "Se Trump andrà contro la posizione dei repubblicani americani che spingono per una linea dura contro Putin, non sarà certo l'Italia ad averne danni e a mettersi di traverso".

Il trionfo di Trump "assolutamente no, non me la aspettavo - dice Gentiloni - Certamente avrei preferito un altro esito, ma dal momento che Donald Trump ha vinto le elezioni cambia tutto. È il presidente degli Stati Uniti, gli Usa sono i nostri principali alleati e collaboreremo" spiega Gentiloni. "L'America è nostro alleato da 70 anni, è l'America, non è questo o quel presidente. Dopo di che attenzione a pensare che le cose non cambino. Quando un presidente viene eletto con uno slogan che dice 'America First' dobbiamo capire esattamente cosa significherà tutto questo".

Il futuro delle relazioni internazionali è tornato centrale proprio dopo l'elezione di Donald Trump e dopo il giudizio tranchant di Jean-Claude Juncker sulle conseguenze funeste della sua nomina. L'Europa cercherà di tirare le fila e cominciare a ragionare sul significato dell'elezione del miliardario americano alla Casa Bianca già stasera, quando i ministri degli Esteri si vedranno nella sede del Seae a Bruxelles, l'equivalente del ministero degli Esteri europeo, per una cena informale su invito di Federica Mogherini. Ma non tutti i 28 si presenteranno: Boris Johnson ed il ministro ungherese, ad esempio, hanno già declinato l'invito. Anche il francese Ayrault non ci sarà, ma solo per problemi di agenda, e si farà rappresentare dall'ambasciatore permanente. Fonti diplomatiche europee definiscono la cena come "un'occasione per fare il punto in libertà sui possibili scenari".

Quanto alla frase di Juncker, dice Gentiloni, "consiglierei sempre molta prudenza. Ci vuole un'offerta di collaborazione, sarebbe ridicolo che gli Usa non avessero dall'Ue o dall'Italia un'offerta di collaborazione. Naturalmente alleati non vuol dire allineati. Noi abbiamo le nostre posizioni, che si ispirano certamente all'alleanza con l'America, certamente all'integrazione nell'Ue, ma anche al nostro interesse nazionale".


Quanto alla Nato, il ministro ricorda che è "un'alleanza fra le due sponde dell'Atlantico", ma rispetto al passato "è vero che gli Usa hanno un ruolo importante, ma anche noi facciamo la nostra parte. Non è una generosità dell'America nei nostri confronti, è un'alleanza che difende gli interessi di entrambe le parti. Dopo la Brexit, dopo l'elezione di Trump, il discorso di un'Europa più integrata, almeno una Schengen della difesa, è di grande attualità. È forse l'ultima chiamata, se l'Europa non reagisce, diventa difficile"

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/11/13/gentiloni-trump-putin_n_12939772.html?1479044882&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #12 il: Dicembre 10, 2016, 11:28:49 »

Governo Gentiloni, Luca Lotti resta a palazzo Chigi per gestire le nomine di primavera.
E prova a raddoppiare sui servizi segreti

Pubblicato: 09/12/2016 20:32 CET Aggiornato: 2 ore fa

Nel bunker di palazzo Chigi c’è una casella incancellabile. Renzi potrà anche suonare la campanella col suo successore Paolo Gentiloni, ma chi non può traslocare è il suo taciturno braccio destro Luca Lotti. Proprio sulla sua permanenza nel ruolo di potente sottosegretario alla presidenza si consuma una frattura nel cuore del renzismo. Più di un parlamentare vicino a Graziano Delrio sussurrava: “Graziano poteva essere una soluzione al posto di Gentiloni, ma è inconciliabile con Lotti. Il conflitto tra i due determinò il suo trasloco alle Infrastrutture”.

L’ipotesi di un governo Delrio non è mai stata in piedi, ma queste parole confermano che a palazzo Chigi è l’ora dei falchi. Il mite Gentiloni riceverà l’incarico in quanto è l’unico che di cui il premier si fida e che può assicurare un governo a tempo, fino a primavera, per poi andare a elezioni anticipate. Ma il governo deve assicurare la continuità nella gestione del potere. Che ruota attorno a Lotti che sarà confermato sottosegretario e avrà in mano, d’intesa con Renzi, la partita delle nomine di primavera. E che, in queste ore, sta tentando di allargare la sua sfera di influenza. Puntando alle deleghe sui servizi in capo a Marco Minniti.

Nomine e servizi, i dossier strategici nel bunker. Che rappresentano il cemento di qualunque governo. Nomine pesanti. Già si parla, per i primi mesi del prossimo anno, di un cambio dei vertici Rai e del direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via. E poi in primavera si passa ad Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e tanti altri consigli di amministrazione. Gran finale, Banca d’Italia, col mandato di Ignazio Visco che scade nel 2017. In parecchi ricordano che proprio una analoga infornata di nomine produsse l’accelerazione che portò Renzi a palazzo Chigi al posto di Letta.

Poi, i servizi, il vecchio pallino “del Lotti”, come dicono i toscani. Non è un mistero che già all’inizio del governo Renzi puntò alle deleghe di Minniti, che però alla fine fu confermato (unico del Pd a stare sia nel governo Letta e sia nel governo Renzi). Allora il cambio era complicato perché l’ex lothar dalemiano, competente e stimato a livello istituzionale, era riuscito a mettere ordine e ad essere riconosciuto come capo da un po’ tutte le correnti del complesso mondo delle barbe finte. Allora furono proprio Renzi e Lotti a pensare a una struttura sul modello americano della NSA, la National Security Agency, da insediare a palazzo Chigi. E da affidare all’amico Marco Carrai. Bruciata nelle polemiche l’idea della struttura, nacque l’idea di una super-consulenza per l’amico Carrai.

Era la vigilia di un delicato “pacchetto” di nomine dei vertici della sicurezza, a partire dalle Fiamme Gialle. Ora col cambio di governo il “giglio magico” torna alla carica. Con le antiche ossessioni sugli “ascolti”, maturate sin da quando furono pubblicate dal Fatto le intercettazioni tra il premier e il generale della Finanza Adinolfi. Ecco, nella fase della battaglia finale, alcune postazioni si si possono cedere, altre no. La Boschi, volto del renzismo e madrina delle riforme, è stata travolta nelle urne assieme al suo ddl. Il Lotti, potente e taciturno, resta nel bunker. Insostituibile.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/12/09/governo-gentiloni-lotti_n_13534484.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #13 il: Dicembre 12, 2016, 03:05:15 »

Chi è Paolo Gentiloni, prossimo presidente del Consiglio

Crisi di governo   

Storia di quel ragazzo che attraversò gli anni ’70 senza indossare l’Eskimo, la divisa dei giovani del movimento, ma un serissimo loden, una scoppola e una sciarpa

Il ’68 non fu solo Eskimo e il Loden non l’ha sdoganato Mario Monti. Ma che c’entra tutto ciò con il designato presidente del consiglio, Paolo Gentiloni Silverj, discendente dei Conti di Filottrano, di Cingoli e di Macerata? Aspettate un attimo e lo capirete.

Invece che partire dai gradi di nobiltà o dalle tappe della sua importante carriera politica in età matura, io vorrei partire da quel ragazzo che attraversò gli anni ’70 senza indossare l’Eskimo, la divisa dei giovani del movimento, ma un serissimo loden, una scoppola e una sciarpa. Era infatti questa la tenuta dei militanti romani del Movimento Studentesco di Mario Capanna, noti a Milano come i Katanga per i modi diciamo un po’ bruschi con i quali risolvevamo le diatribe interne al movimento, ma che a Roma, un po’ forse per diversa attitudine un po’ perché erano una esigua minoranza, erano molto meno brutali. Anzi non lo erano affatto, piuttosto dovevano subire le angherie dei gruppo dominanti nel movimento romano come Lotta Continua e poi Autonomia Operaia. Di quello sparuto drappello ricordo il gruppo di giovani del famosissimo Tasso, roccaforte romana del Movimento di Capanna: Andrea Ferri, Giovanni Luciani e, appunto, Paolo Gentiloni con Silvio Capponi a far loro da chioccia. Alle manifestazioni li riconoscevi perché erano elegantissimi, stretti, appunto, nei loro loden con la scoppola calata sugli occhi e la sciarpa attorno al collo. Erano ideologici, ma molto meno che a Milano, anche perché a Roma il carisma di Mario Capanna non faceva presa.

Moderato, pur se il termine a quei tempi aveva un senso del tutto diverso da oggi e per quanto ci si potesse definire tali nei movimenti degli anni ’70, Gentiloni lo era fin da allora. Capisco che se risentissimo oggi i nostri discorsi di allora faremmo fatica a definirli moderati, ma è così: Paolo, come me, che militavo nel Manifesto e frequentavo il mitico liceo Archimede, apparteneva a quella parte del movimento che a un certo punto comprese che era in corso una deriva estremista che sarebbe degenerata nella violenza armata e vi si oppose. Se necessario, bisognava allearsi anche con i figicciotti, contro i quali fino ad allora ci scagliavamo ritendendoli dei pavidi riformisti.
L’alleanza, era il 1973, fu sigillata in occasione della morte di Roberto Franceschi, militante del Movimento Studentesco ucciso nel gennaio di quell’anno dalla polizia che sparò contro i giovani che partecipavano a una protesta alla Statale di Milano. Ci separammo dagli altri gruppi extraparlamentari che cercavano lo scontro di piazza e indicemmo una manifestazione che con nostra grande sorpresa si rivelò oceanica e pacifica e si concluse davanti al ministero della Pubblica Istruzione con un comizio di un leader carismatico come Mario Capanna e di due giovanissimi liceali come Walter Veltroni e…il sottoscritto.

Nel 1970 Paolo scappa di casa per partecipare alle occupazioni studentesche a Milano e lì si lega al gruppo di Mario Capanna che era il leader della contestazione studentesca e aveva fondato un suo Movimento. Un atto radicale di rottura con una famiglia il cui nome è scritto nella storia del cattolicesimo italiano. L’esponente più noto della famiglia, Vincenzo Gentiloni, diede infatti il nome al patto stipulato in chiave antisocialista tra cattolici e liberali che segnò l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica italiana. Tuttavia, pochi ricordano che il Conte Domenico Silverj (il quale, rimasto senza eredi maschi stabilì che il marito della figlia, conte Aristide Gentiloni assumesse anche il cognome Silverj dando così il via alla nascita del casato Gentiloni Silverj) fu invece un fiero sostenitore della Repubblica Romana del 1848 e per questo subì un processo e fu espulso dalla Guardia Nobile. Possiamo immaginare che il giovane Gentiloni s’immaginasse emulo di quell’avo.

A Gentiloni, dunque, il termine moderato certo si addice se ci si riferisce al carattere mite nei modi anche quando militava nella sinistra più estrema, ma la sua storia non è politicamente quella di un moderato, bensì di un uomo che si è formato nella sinistra e che di sinistra è rimasto, pur con una forte evoluzione. Dopo gli anni del movimento entra a far parte della rivista Pace e Guerra diretta da Luciana Castellina e Michelangelo Notarianni, due dei fondatori del Manifesto, una sorta di think-thank del pacifismo degli anni ’80. Il primo vero cambiamento politico, una rottura con un certo ideologismo delle sue precedenti esperienze, avviene quando abbraccia la causa ambientalista e diventa direttore di Nuova Ecologia, emanazione della Lega Ambiente di Chicco Testa e Ermete Realacci. Negli anni ’80 l’ecologismo fu una vera e propria rivoluzione culturale a sinistra perché rompeva con l’industrialismo che, in un modo o nell’altro, accomunava la nuova sinistra e quella tradizionale. Così come il femminismo impone un cambiamento di paradigma nel modo stesso di pensare la società, l’ecologismo lo fa nel modo di pensare lo sviluppo. È in quel mondo e in quel momento che Gentiloni incontra il leader politico che sarà decisivo per la sua formazione e la sua ascesa politica: Francesco Rutelli. Il futuro sindaco di Roma, formatosi alla scuola di Marco Pannella, nei primi anni ’90 è il leader dei Verdi cui imprime una forte discontinuità, allontanandoli da quel marchio di estrema sinistra che, a differenza che in Germania e nel resto d’Europa, in Italia ne riduceva il campo di azione.
Così quando Francesco Rutelli diventa sindaco di Roma, Gentiloni lo segue e diventa una delle persone più influenti del suo staff, dapprima come responsabile della comunicazione nel cui ambito muove i primi passi un giovane che avrà un certo futuro: si chiama Filippo Sensi, in arte nomfup, futuro portavoce di Matteo Renzi. Poi diventa assessore al Turismo e al Giubileo, portando a compimento il Giubileo del 2000, considerato forse il più grande successo dell’era Rutelli. Di quegli anni ricordo un Gentiloni onnipresente e lavoratore stakanovista, ma quasi nell’ombra. Al fianco del leader, ma un passo indietro.

Il legame tra i due è saldissimo: sono coetanei, entrambi rampolli della buona società romana, sono di sinistra ma non provengono dalla tradizione comunista. Nel laboratorio romano sperimentano qualcosa che assomiglia molto al futuro Partito Democratico, ma i tempi non sono ancora maturi e così, dopo la cocente delusione del 2001, quando Rutelli tenta la scalata a Palazzo Chigi ma viene sconfitto da Berlusconi, lo segue prima nei Democratici di Romano Prodi e poi nella fondazione della Margherita, insieme ai Popolari. In verità non fu proprio un’esperienza indimenticabile, poiché più che gli elementi di innovazione ulivista sembrarono a tratti prevalere elementi di continuità post-democristiana. È in quegli anni però che incontra l’altro leader importante per la sua ascesa politica: Matteo Renzi, allora presidente della provincia di Firenze.

Diventa ministro delle comunicazioni nel 2006 con il governo di Romano Prodi. Quando nasce il Pd Gentiloni è tra i fondatori e non segue il suo antico mentore, Francesco Rutelli quando questi abbandona i dem. Nel 2013 corre nelle primarie per il Sindaco di Roma risultando terzo, dopo Ignazio Marino e Davide Sassoli. La delusione fu cocente, e molti ritengono che sarebbe stato un ottimo sindaco, forse il migliore possibile. Con il senno del poi, quella sconfitta è stata un formidabile colpo di fortuna, visto come sono andate le cose. È da allora che, partendo dalla condizione di alieno (tali erano allora i renziani a Roma) diventa uno dei punti fermi della galassia renziana: fuori dal giglio magico ma con una sua influenza sulle decisioni del leader, uomo di esperienza ma anche aperto al cambiamento. E infatti del governo Renzi occupa una casella prestigiosa, quella di ministro degli esteri. Di lui si potrà dire che è un po’ grigio, forse un po’ troppo low-profile, che il suo eloquio (fin dagli anni ’70 a dire il vero) non è proprio trascinante. Che non ha mai avuto una forte base di consenso personale.

Quel che non si può dire è che nelle sue scelte non ci sia coerenza, avendo dedicato tutta la sua vita politica da adulto alla costruzione di un soggetto politico riformista disincagliato dalla tradizione post-comunista. Ciò non gli attira certo le simpatie di quel mondo ma lo posiziona in un ruolo centrale nel Pd di oggi dove la componente egemone è proprio quella che non proviene dalla tradizione post-comunista. La sua scelta come successore di Matteo Renzi non può stupire: serve un politico leale, ma con una sua personalità. Leale con Renzi, dunque, in buoni rapporti con il Quirinale e circondato da un generale rispetto, ma consapevole dei limiti del suo mandato.

Starà ora a lui, come a Matteo Renzi, dimostrare di aver inteso la necessità di un cambio di passo dopo il voto referendario: una indispensabile attenzione al disagio sociale e alla sofferenza dei ceti esclusi dalla globalizzazione senza perdere il contatto con quel blocco innovatore e riformista che è il nerbo del Pd di oggi. Non è una sfida che possa essere giocata nei pochi mesi in cui Gentiloni guiderà l’esecutivo, ma certo potrà dare segnali in quella direzione. Diciamo che dovrà riuscire a mantenere la moderazione del carattere ma ispirandosi anche agli ideali della nostra gioventù e all’avo rivoluzionario che si schierò con la Repubblica Romana.

Da - http://www.unita.tv/focus/biografia-paolo-gentiloni-presidente-del-consiglio/
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« Risposta #14 il: Dicembre 14, 2016, 04:53:26 »

Gentiloni vs Renzi, alla faccia delle fotocopie la differenza c’è

Davide Giacalone
13 dicembre 2016

Tutti hanno notato le uguaglianze, ma il gioco consiste nel vedere e capire le differenze. Nel passaggio fra il governo Renzi e il governo Gentiloni la principale differenza consiste nel fatto che prima il Partito democratico e il governo erano la stessa cosa, ora sono potenzialmente cose opposte. Dopo la sconfitta referendaria, come è noto, Renzi ha evitato di tenere fede alla promessa di ritiro, ma ha rilanciato, chiedendo subito le elezioni politiche. Questo è il punto: Grillo, Renzi e Salvini chiedono le elezioni, mentre Gentiloni, il Quirinale e il Pd che s’è accorto della sconfitta referendaria, no. Grillo e Salvini, del resto, sanno che non si va a votare subito, tanto che i loro gruppi hanno già presentato proposte per la riforma del sistema elettorale. Neanche Forza Italia ha alcuna voglia di fare a cazzotti con la logica istituzionale, così come, forse, di mettere subito mano alle liste. Rimane solo Renzi, con i suoi, a reclamare le urne. Lui sarà il solo avversario del governo. Il solo che considererà sprecato ogni giorno della sua esistenza. Alla faccia delle fotocopie, la differenza c’è.

Qui, però, finisce quella che a me sembra una così solare evidenza da passare inosservata a chi ama le proprie opinioni e considera i fatti fastidiosi contrattempi. Il resto è buio. Così come è politicismo parolaio il sostenere che “la gente vuole le urne”, perché dubito vi siano masse in preda ad orgasmo elettorale, altrettanto è vaniloquio il supporre che la continuazione del nulla sia commestibile. Il problemi che abbiamo non consistono nel come e quando si vota, quelli sono problemi dei partiti, ma come e quando si riprende la via dello sviluppo, posto che il poco e niente fin qui avuto, dopo la recessione, è indotto da fattori esterni. Di altri mesi passati a dire scempiaggini sui successi o i disastri di questa o quella legge, non si sente alcun bisogno. Al contrario, invece, sarebbe urgente sapere dove si va a parare prima che si chiuda l’ombrello della Banca centrale europea. Per problemi seri e pesanti, come il nostro debito pubblico, la fine del 2017 è già domani mattina.

Giustamente il governo accompagnerà, ma non entrerà nel merito della nuova, e necessaria, legge elettorale. Tutto dipenderà da cosa sarà capace di fare nel frattempo. Molti ministri hanno già dimostrato d’essere non propriamente dei generatori di idee e azioni, sicché la cosa dipenderà dal presidente del Consiglio. Se non sarà capace di prendere direttamente in mano i temi economici e sociali, la sua sorte si ridurrà a qualche passerella internazionale, a coprire la spartizione delle nomine primaverili e a capitolare velocemente, per lasciare spazio a chi nelle urne vede il programma della propria vita, nonché la possibilità di continuare a guadagnarsi da vivere. Sarebbe un mesto epilogo. Ragionevole supporre che dal Colle e da Palazzo Chigi si daranno da fare, per evitarlo.

@DavideGiac

www.davidegiacalone.it

da - http://www.glistatigenerali.com/governo/fotocopie-ingannevoli/
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