LA-U dell'ulivo
Dicembre 19, 2018, 12:08:45 pm *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
   Home   Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
Pagine: 1 ... 10 11 [12] 13
  Stampa  
Autore Discussione: WALTER VELTRONI ...  (Letto 46049 volte)
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #165 inserito:: Novembre 05, 2008, 04:32:50 pm »

Pd esulta con manifesti sui muri.

Veltroni: «Berlusconi pro-Obama? È grottesco»»


L’uragano Obama si è abbattuto anche sull’Italia, dove sono stati molti i luoghi in cui si poteva seguire la maratona elettorale. Tutte le forze politiche hanno poi festeggiato la vittoria del senatore dell’Illinois. Già dalle prime ore del mattino, sui muri della capitale, sono apparsi i manifesti con il quali il Partito democratico saluta la vittoria di Obama nella corsa alla Casa Bianca. Nel manifesto, che ritrae il neoeletto presidente degli Usa durante uno dei suoi comizi in campagna elettorale - spiega la nota - campeggia la scritta “Il mondo cambia”. «Il Partito democratico ha seguito a Roma - ricorda una nota dell'ufficio stampa - la lunga notte delle elezioni con un riuscito incontro al Tempio di Adriano a cui per ore e fino al mattino in tantissimi hanno seguito l'afflusso dei dati elettorali con numerosi collegamenti con gli Stati Uniti e con il commento di giornalisti, analisti e leader del Pd. All’incontro ha partecipato Walter Veltroni che ha commentato da qui i risultati che delineavano ormai la vittoria di Obama. Tra gli altri che si sono alternati al Tempio di Adriano anche Piero Fassino, Massimo D'Alema, Dario Franceschini e Paolo Gentiloni».

La vittoria di Obama suscita polemiche anche in Aula al Senato fra i capigruppo del Pd e del Pdl. Ha cominciato la senatrice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd, che ha preso la parole per chiedere se corrispondesse al vero che il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri ha detto stamattina in una rete Tv che dopo l'elezione di Obama «Al Qaeda sarà più contenta». La senatrice ha manifestato la sua preoccupazione «perché se fosse così, una dichiarazione di questo genere minerebbe i rapporti fra Italia e Stati Uniti. Noi abbiamo il dovere di chiedere immediatamente al presidente Gasparri se le ha pronunciate e quindi di ritrattarle». Dall'altro lato dell'emiciclo è giunta immediata la replica: «Nell’associarmi alle parole del presidente del Senato, credo - ha detto Gasparri - che il presidente Finocchiaro non abbia motivo di ergersi a nuovo portavoce della presidenza degli Stati Uniti. Il tono del richiamo è esagerato e fuori luogo».

Che sul carro del vincitore statunitense ci vogliamo salire in molti lo dimostra anche l’unanimità di consensi, sia da sinistra che da destra. Ad accorgersi della stranezza sono in molti. Se il governo di destra Berlusconi «diventa pro-Obama, è grottesco», commenta Walter Veltroni. «Se domani qualche autorevole esponente arriva con qualche atteggiamento o con una mise di Obama ci mettiamo tutti a ridere - ha detto il segretario del Pd -. Sappiamo come stanno le cose, ho una selezione di tutto quello che hanno detto quando noi già parlavamo di Obama. Già le cose per il governo non vanno bene e se cercheranno di fare un'operazione come questa sarà abbastanza grottesco». Veltroni ha anche ricordato come «il nostro presidente del Consiglio sia stato l'unico a definire Bush il più grande statista del millennio, credo che neanche Bush, che è una persona intelligente, lo pensi». Poi un augurio: «Se il vento gira in America poi gira anche da questa parte. Questa notte ce la ricorderemo per tutta la vita. L'America ha fatto una scelta di coraggio ed è una buona notizia per il Mondo intero». «La vittoria di Obama è la vittoria della speranza. E noi siamo figli di questa cultura e non della cultura della paura», ha aggiunto Veltroni.

«Spero - dice il sindaco di Venezia Massimo Cacciari - che nessuno sia così patetico da appropriarsi della vittoria di Obama. Spero che alcuni esponenti del nostro governo abbiano quel residuo senso del pudore di non dire che assomigliano a Barack. Ma neanche il Partito Democratico a niente a che fare con Obama. Quando vedrò il Pd rinnovarsi, non dico a livello di presidenti, ma di consiglieri comunali, con qualche quarantenne in più, allora ne parleremo». «Per quanta stima e affetto io abbia per Veltroni, è comico - afferma Cacciari - metterlo accanto a un evento di questa portata epocale. E sarebbe vergognoso se il tentativo di dire assomigliamo a Obama venisse da chi fino a ieri diceva di essere amico di Bush».

Per Vannino Chiti, «Da oggi inizia una nuova pagina della storia degli Stati Uniti e dell'intera comunità internazionale». «Adesso possiamo sperare in una politica internazionale più responsabile e improntata alla multilateralità, in una politica economica che metta da parte la deregulation liberista in favore di scelte che sappiano fissare solide regole nel mercato globale e si propongano una lotta alla povertà » conclude il vicepresidente del Senato. La vittoria di Barack Obama nelle presidenziali americane è «un fatto gigantesco che cambierà il mondo», ricorda Francesco Rutelli (Pd), presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza. Per il ministro ombra degli Esteri, Piero Fassino, con la vittoria di Obama, ci sarà «un netto miglioramento» dei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Secondo Giovanna Melandri, Obama ha vinto perché «non ha messo al centro della sua campagna elettorale la questione razziale». «Sono sicura che Obama ricostituirà il sogno americano», conclude il ministro delle comunicazioni del governo ombra del Pd.

Secondo l'ex segretario del Prc Franco Giordano, «la netta vittoria di Obama è una splendida notizia che sigla la fine di un lungo e cupo ciclo politico, negli Usa, nel mondo e anche qui in Italia». Queste elezioni, prosegue Giordano, «mettono però fine a un ciclo più lungo di quello segnato dalla presidenza Bush. È arrivato al capolinea il neoliberismo selvaggio imposto all'inizio degli anni '80 dall'amministrazione Reagan. La vittoria di Obama è la promessa di un nuovo New Deal, di una nuova politica economica finalmente attenta anche agli interessi e alle necessità delle fasce più svantaggiate e povere del popolo americano».

Anche la destra critica il governo di destra Berlusconi. «Anziché urlare ho vinto - dice Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra -, la politica italiana, e il centrodestra in particolare, studi la lezione».

Pubblicato il: 05.11.08
Modificato il: 05.11.08 alle ore 11.39   
© l'Unità.
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #166 inserito:: Novembre 06, 2008, 09:54:03 am »

Festa Pd al Pantheon, Veltroni: «Il mondo si rovescia se Gasparri chiede garanzie a Obama»


di Gianmarco Volpe


ROMA (5 novembre) - Undici giorni dopo, il Pd torna in piazza per salutare l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti d’America. Pacatamente. Perché sotto le colonne del Pantheon – è l’atmosfera stessa a suggerirlo – non c’è neanche il ricordo dell’oceano di bandiere bianche e ombrelli colorati che aveva riempito il Circo Massimo il 25 ottobre scorso.

In compenso i pochi “intimi” del Pantheon ereditano dagli Stati Uniti i cartelli “President Obama” visti la notte scorsa, a Chicago, così come pure quei piccoli ululati con cui la folla americana suole accompagnare qualsiasi manifestazione, concerto, convention abbia luogo tra Seattle e Palm Beach. Poche bandiere: del Pd, dei radicali, americane.

Dario Franceschini dà il via: «Questa è una straordinaria giornata di festa in tutto il mondo». Poi palco e platea al segretario Walter Veltroni. Dietro di lui c’è l’immagine di Obama con la scritta: “Il mondo cambia”. Alla sua destra, il maxischermo che manda in onda il primo discorso dell’afroamericano da presidente degli Stati Uniti. Parla di sogni, Veltroni, quello di Martin Luther King e quello di Obama, e va in sintonia con le pause e le accelerazioni del discorso di quest’ultimo.

Massimo D’Alema sorride e scambia qualche parola con Beppe Fioroni. Se è una festa, è un po’ sonnacchiosa. La folla ascolta attentamente le parole del capo dell’opposizione, poi si distrae e infine si sveglia. Quando Veltroni parla delle «miserie della vita politica italiana». Ce n’è prima per Maurizio Gasparri: «Il mondo si rovescia se Gasparri chiede garanzie a Barack Obama»; poi per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale aveva accusato gli uomini del centro sinistra di parlare come se Obama fosse un esponente del Pd. «Noi siamo naturalmente legati al partito democratico americano – ribatte Veltroni – Funziona così». Applausi così, fino a quel momento, ancora non se ne erano sentiti.

C’è poi spazio per un piccolo zapping improvvisato dai tecnici sul maxi schermo: chi manovra il telecomando si perde per un paio di minuti tra gli innumerevoli canali del satellite. Ma la cosa non disturba il gran finale. Su tutti i cartelli, su le bandiere: «Al presidente Obama il saluto di tutti gli italiani che credono nel cambiamento».


da ilmessaggero.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #167 inserito:: Dicembre 07, 2008, 12:36:54 am »

La lettera

Questione morale: non difendiamo l'indifendibile

«Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso»


Caro direttore,
se il Presidente della Repubblica denuncia il preoccupante impoverimento culturale e morale della politica, non solo nel Mezzogiorno, tutti i partiti devono sentirsi chiamati in causa. E ciascuno è chiamato a guardarsi in casa, senza nulla concedere alla pratica, anch'essa una forma di malcostume politico, di mostrarsi severi con gli altri per poter essere più indulgenti con se stessi, perché il problema purtroppo riguarda sia centrodestra che centrosinistra, come anche la vicenda dell'Abruzzo dimostra.

Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso. Come ha scritto giustamente Pierluigi Battista, ne va della nostra ambizione di rappresentare un fattore di cambiamento, di rinnovamento culturale e morale del Paese, oltre che di alternativa credibile alla destra. Ha ragione dunque Oscar Luigi Scalfaro, quando ci chiede di riuscire dove la maggior parte dei partiti della Prima Repubblica fallì: saper selezionare i propri dirigenti e i propri rappresentanti sulla base della loro capacità politica e insieme, indissolubilmente, della loro moralità e trasparenza, ben al di là degli stessi vincoli di legge e senza delegare questa fondamentale funzione al pur essenziale controllo di legalità da parte della magistratura.

Mentre ci poniamo questo obiettivo, non ci sfugge quanto sia impervia la strada per raggiungerlo. Non è facile coniugare la capacità di rappresentanza della società italiana, una rappresentanza che vogliamo ampia e aperta, per così dire «in presa diretta », senza i filtri dirigisti di burocrazie e apparati, con l'accortezza di non assorbire e poi addensare anche le tossine che nella società italiana circolano e, in particolare in alcune aree del Paese, rischiano di rappresentare un fattore condizionante, se non addirittura dominante. Il Pd, il centrosinistra hanno una lunga positiva tradizione di governo delle città e del territorio. Ma in qualche caso, troppi per me, ci sono esperienze politiche e amministrative che hanno visto appannarsi i fattori che le avevano portate ad affermarsi nelle loro comunità: la trasparenza morale, la competenza professionale, il riformismo innovatore. In molte realtà, questi fattori si sono consolidati in un rapporto forte e maturo con la società civile. In altre invece, certamente meno delle prime ma sempre troppe, la trasparenza è diventata opacità e uso del potere per alimentare il consenso, la competenza si è rovesciata in professionismo politico, non di rado cinico e arrogante, il riformismo innovatore si è spento in una gestione del potere fine a se stessa.

Il Pd può uscire più forte e più credibile da questo passaggio critico. Ma potremo farlo solo se sapremo rifuggire dalla tentazione di chiuderci a difesa dell'indifendibile e se sapremo invece nutrire il coraggio di scommettere in modo ancora più deciso sull'innovazione.

L'innovazione è anzitutto politica. L'abbiamo chiamata «vocazione maggioritaria ». Che non è vacua ricerca della solitudine o presunzione di autosufficienza, ma ambizione di cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella società italiana. Questa visione è del tutto compatibile con la ricerca e la paziente costruzione di alleanze programmatiche chiare. È invece del tutto alternativa all'illusione di compensare con alleanze eterogenee e disinvolte, l'incrinarsi della propria credibilità politica, o la minorità del proprio consenso elettorale.

La seconda dimensione dell'innovazione è programmatica. Noi ci candidiamo a governare, il Paese come il più piccolo dei comuni italiani, non per gestire l'esistente, ma per rappresentare il bisogno e la domanda di cambiamento che la società italiana esprime. La tensione riformatrice, insieme alla vicinanza quotidiana alle persone, è la condizione indispensabile per il successo delle nostre esperienze amministrative e di governo, ma anche il migliore antidoto alla riduzione della politica ad una lotta senza scrupoli per un potere che diventa fine a se stesso.

La terza dimensione dell'innovazione è quella della nostra classe dirigente diffusa, nazionale e locale. Noi scommettiamo sulla democrazia e siamo forse gli unici a farlo. La nostra vita interna è ancora molto diversa da come la vorremmo, ma se ci guardiamo intorno vediamo quasi solo partiti che nascono e muoiono per un gesto sovrano, sia esso l'annuncio dal predellino di una macchina o una lacrima che scioglie il partito in un applauso. O, all'opposto, microformazioni personali, piccole imprese politiche a conduzione familiare. Si vedono ormai partiti che non hanno vita democratica, in cui dirigenti e candidati vengono scelti da una persona. E su questo non ascolto nessuna delle parole severe che commentano la vita democratica, questa sì indiscutibile, del Pd.

Noi scommettiamo sulla democrazia, la democrazia diretta dei nostri elettori, gli unici titolari della decisione sulle prime cariche di partito e sulle candidature, attraverso le primarie, da coniugare con la democrazia degli iscritti, il nostro vasto volontariato politico, che può e vuole rappresentare una delle strutture portanti della nostra vita civile. Da questo grande popolo dovrà emergere in tempi rapidi una nuova classe dirigente. Ma se la democrazia è libertà, è partecipazione, è rinnovamento, è anche autorità. Non a caso, insieme ad uno statuto che delinea un modello di democrazia interna che non ha precedenti nella storia dei partiti politici italiani, l'Assemblea costituente ha approvato un rigoroso codice etico e previsto un'apposita magistratura interna incaricata di applicarlo e farlo rispettare. Non saranno norme che resteranno sulla carta, ma il nostro contributo a quel rinnovamento dell'etica pubblica che è indispensabile al futuro della nostra democrazia.


06 dicembre 2008

da corriere.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #168 inserito:: Dicembre 07, 2008, 11:03:29 am »

7/12/2008
 
Ci vuole il congresso
 
RICCARDO BARENGHI

 
Stavolta bisogna dirlo subito: Veltroni non c’entra nulla.

La questione morale che gli è esplosa nel partito viene da lontano, da molto prima che lui ne prendesse la leadership. Questo ovviamente non vuol dire che lui non sapesse nulla che qualcosa stava accadendo, anche perché di questo partito, o meglio in uno dei due che gli ha dato vita, è sempre stato un dirigente di alto livello e ne è stato anche il segretario dieci anni fa. Ma oggi il problema non è lui, in discussione non è la sua leadership, non sono i suoi collaboratori che vengono inquisiti, incriminati, processati. E questo fa la grande differenza con Tangentopoli, quella sì che era una degenerazione generale e capillare, e che aveva il suo centro nelle segreterie nazionali dei partiti.

Tanto che quei partiti, cioè la Dc e il Psi, ne sono stati cancellati.

Al momento il Partito democratico non è in quella situazione, per sua fortuna. Ma le cose che sono accadute e che ancora accadono, da Napoli a Firenze e in altri luoghi dal Paese, segnalano che anche in questa forza politica, che nasce anche dal Pci berlingueriano, la famosa diversità comunista, c’è qualcosa che non funziona. Più di qualcosa: la commistione tra politica e affari è ormai palese, gli intrecci tra amministratori locali e costruttori, imprenditori vari, gestori di rifiuti, forse addirittura la camorra, sono oggetto di indagini e ormai anche di processi della magistratura. Ed è un qualcosa di allarmante, tanto che lo stesso segretario ha scritto ieri sul Corriere della Sera che il suo partito non ha alcuna intenzione «di essere indulgente con se stesso». Il che, tradotto in pratica, dovrebbe significare che lui stesso interverrà per dare una ripulita ove ci fosse troppa immondizia.

Ma il problema non è solo giudiziario o disciplinare. È politico. E politicamente andrebbe affrontato. Per capire innanzitutto come sia stato possibile che persone con una nobile storia alle spalle siano finite in questa squallida vicenda, trascinando con loro anche l’immagine di tutto il partito (non a caso Berlusconi ieri ha rigirato il coltello nella piaga). Si tratta solo di mele marce, di mariuoli, avrebbe detto Craxi, oppure è il potere in quanto tale che per essere gestito non può prescindere dagli affari, dal malaffare e dalla commistione con esso?

Se fossimo in Veltroni, chiameremmo il partito a discutere di questo.
A cominciare dalla Direzione nazionale del 19 dicembre e a finire, perché no?, con un congresso straordinario (straordinario nel vero senso della parola) per mettere al centro la questione morale in senso lato. La questione del potere insomma, della sua trasparenza e regolarità, di come lo si gestisce oggi e di come invece lo si dovrebbe gestire domani. Sarebbe non solo più interessante della solita e ormai noiosissima diatriba tra lui e D’Alema, ma darebbe anche al suo partito una forza di impatto del tutto nuova. Dimostrando che non ha paura di mettersi in gioco pubblicamente, chiamando i suoi iscritti, militanti, elettori, il famoso popolo delle primarie insomma, a confrontarsi su un problema che da quindici anni assilla - e disgusta - l’opinione pubblica.

da lastampa.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #169 inserito:: Dicembre 08, 2008, 06:04:42 pm »

IN TV DALL'ANNUNZIATA poi la nota del pd

Iervolino e Domenici si difendono «Destra ha condannati in Parlamento»

Il sindaco di Napoli: «Do fastidio».

Quello di Firenze: «Pregiudizi sui nostri legami con i poteri forti»


MILANO - «Io credo di essere di acciaio, oltre che di ferro, e per questo forse dò un pò fastidio». Lo dice il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino, intervista dal Tg3, in collegamento dallo studio di 'In mezz'ora' la trasmissione di Lucia Annunziata alla quale partecipa insieme con il sindaco di Firenze, Domenici. In merito all'intervista al Corriere della Sera di Umberto Ranieri, per il quale la Iervolino dovrebbe azzerare la sua giunta, così come dovrebbe fare il governatore della Campania, Bassolino, il sindaco di Napoli risponde: «Vorrei dire all'amico Umberto Ranieri: perchè dovrei azzerare la giunta che, al momento, così com'è composta, non vede davanti a sè nessuna pendenza giudiziaria?».

IL CASO FIRENZE- Leonardo DomenicI torna sulla sua protesta ieri davanti alla redazione di Repubblica contro gli articoli che riferivano di suoi incontri segreti con imprenditori. Secondo Domenici c'è un interesse a scrivere articoli tesi: quegli articoli sono dettati da un "pre-giudizio" per sostenere «che l’amministrazione di Firenze e il Pd sono permeabili ai poteri forti, in questo caso Ligresti e Della Valle»". Perchè? «"Forse al fine di determinare una svolta nel Pd. A volte i giornali non rispondono a logiche politiche, ma di pre-giudizio: costruisco un servizio per dimostrare che è così, senza andare a vedere come stanno le cose» e questo avviene, secondo il sindaco di Firenze perchè «"esiste una politica debole».
L'essersi incatenato davanti alla sede di Repubblica, ha aggiunto poi il primo cittadino di Firenzem non era diretta contro il Pd. «Lo escludo assolutamente», ha detto. Il sindaco di Firenze ha negato che sia stato un gesto contro tutti i giornalisti di Repubblica e dell'Espresso, «io mi baso su alcuni articoli che ho letto e su alcune affermazioni contenute in questi». Domenici, infine, conferma di aver pensato alla protesta con uno «slancio emotivo dentro una valutazione e un calcolo razionale» e di averlo fatto «anche contro il mio carattere», ma continua a difendere la correttezza della sua Amministrazione.

«LA DESTRA PORTA INQUISITI IN PARLAMENTO» - Sulla questione morale all'interno del partito, torna a pronunciarsi il Pd. «È evidente che la destra agita la questione morale per nascondere la propria incapacità di affrontare la drammatica crisi che sta di fronte al paese», si legge nella dichiarazione di Andrea Orlando, portavoce del partito di Veltroni. «Il Pd - prosegue - è nato per rinnovare la politica e per questo affronteremo senza esitazione le situazioni difficili e le eventuali illegalità che dovessero emergere nei territori» «Non abbiamo mai nascosto la testa sotto la sabbia a differenza della destra che - sottolinea - ha portato in Parlamento condannati ed inquisiti e che oggi finge di dimenticare la mole di vicende giudiziarie che ha colpito propri esponenti locali e nazionali. Se la destra facesse pulizia in casa propria - conclude - gran parte del problema morale di questo paese sarebbe risolto».


07 dicembre 2008(ultima modifica: 08 dicembre 2008)
da corriere.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #170 inserito:: Dicembre 17, 2008, 03:29:51 pm »

Il segretario: contro di noi attacchi strumentali

Veltroni commissaria le regioni «Questo non è il mio partito»

Brutti in Abruzzo, un fedelissimo in Sardegna. Timori pd: mollati dai giudici?
 

«Questo non è il mio Pd»: Walter Veltroni, scuote la testa mentre si accavallano notizie vere, false o verosimili sulle traversie giudiziarie del Partito democratico. In ogni regione o quasi c'è una brutta storia che coinvolge ex margheritini ed ex diesse. Il segretario è convinto che per uscirne ci sia una sola strada, quella di costruirlo sul serio il "suo" Pd, di dare vita a un «soggetto politico veramente nuovo».

La «sfida», per il leader del Pd, è quella di intraprendere un «percorso innovativo». Tradotto dal politichese: è necessaria la promozione di «nuove generazioni in politica». La classe dirigente deve «rinnovarsi». E lì dove ha sbagliato deve pagare. Per questa ragione Veltroni sta preparando i commissariamenti del Pd abruzzese e di quello sardo. E non è escluso che se dovessero rivelarsi vere le voci sulla Basilicata e la Calabria si possa adottare la stessa soluzione anche per queste due regioni. In Abruzzo dovrebbe arrivare come commissario Massimo Brutti, che è stato uno dei responsabili del settore Giustizia dei Ds e che con i magistrati ha buoni rapporti. In Sardegna, invece, potrebbe sbarcare Michele Meta, oppure il portavoce del Pd Andrea Orlando, entrambi veltroniani di ferro. Dunque Veltroni, che ieri era ancora più pallido del solito, tenta di ribaltare la situazione, sebbene sappia che sarà un'impresa difficile. Anche perché si è andato convincendo che vi sono degli attacchi «strumentali e delegittimanti nei confronti del Pd» a cui i media «stanno dando grande risonanza ». Ciò detto, il segretario del Partito democratico si rende perfettamente conto che la percezione dei cittadini è quella di trovarsi di fronte a una politica «brutta» e «opaca». Ed è innegabile che esista quella che al Pd preferiscono il più delle volte chiamare «questione democratica» e non morale. Si tratta di una questione che deve essere risolta dalla «nuova politica », altrimenti non ci si può poi lamentare dell'invasione dei magistrati in «sfere che non sono di loro competenza». Già, i magistrati: Veltroni e gli altri alti dirigenti del Partito democratico non osano attaccarli, ma ieri, nel Transatlantico di Montecitorio, erano molti i parlamentari, divisi in diversi capannelli, che si domandavano il perché di questa offensiva giudiziaria nei confronti del Pd. Il tutto mentre i deputati delle regioni che stanno per finire nuovamente nel mirino della magistratura si riunivano tra di loro per cercare di fare il punto della situazione: su un divanetto il segretario del Pd calabrese, il ministro ombra Marco Minniti, parlava fitto fitto con la vedova Fortugno; davanti all'Aula, invece, il segretario provinciale di Napoli, Luigi Nicolais, prendeva sottobraccio i parlamentari campani. Clima plumbeo, a Montecitorio. In Transatlantico il pd Francesco Tempestini, ex socialista, faceva il paragone tra la Tangentopoli del '92 e quella attuale: «Noi del Psi eravamo per il cambiamento del sistema, con metodi leciti e illeciti, e venimmo colpiti. Adesso la situazione è diversa, questo Pd è per la conservazione, eppure i giudici gli stanno dando addosso lo stesso. Forse perché vedono che è un partito che non difende i propri uomini, e la vicenda di Del Turco è un esempio, forse anche perché non c'è più un uomo forte come Luciano Violante che tratta con i magistrati. L'intervista al Corriere della Sera di Gustavo Zagrebelsky era significativa, da questo punto di vista: era il segnale che quel settore dei giudici che era in sintonia con i Ds ha mollato il Pd».

Su un divano Maria Paola Merloni si porta più avanti nei ragionamenti. E spiega a un compagno di partito: «Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente». L'interlocutore della Merloni è il ministro ombra Andrea Martella. Ha l'aria di non essersi ancora convinto di come stiano veramente le cose: «Devo rifletterci, ma l'altra sera, quando ho visto Di Pietro a Porta a Porta, ho avuto l'impressione che il leader dell'Italia dei Valori stia pensando di candidarsi alla premiership del centrosinistra alle prossime elezioni». E a proposito di future leadership, ecco che a sera arriva alla Camera dei deputati Renato Soru, presidente dimissionario della Giunta regionale sarda, che si apparta con il capogruppo Antonello Soro. Si è fatto il suo nome come possibile futuro leader del Pd. Soru, però, sembra avere altri problemi: quelli della sua Regione e della sua ricandidatura. Ma l'arrivo del "governatore" della Sardegna dà la stura a nuovi boatos che rimbalzano da un lato all'altro del Transatlantico. Sì, perché nell'impazzimento di voci che scuote il Pd c'è anche un'indiscrezione che vorrebbe Veltroni sempre più a rischio. Ma il coordinatore dell'esecutivo Goffredo Bettini su questo punto è fermo: «Walter ha avuto un'investitura fortissima. La sua leadership, per le forme stesse in cui è stato eletto, cioè le primarie, incarna il Partito democratico». Punto e basta. Del resto, anche nell'ultimo sondaggio che dà in ulteriore calo il Pd, la popolarità di Veltroni invece continua a salire ed è 9,7 punti in percentuale sopra il suo stesso partito.

Maria Teresa Meli
17 dicembre 2008

da corriere.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #171 inserito:: Dicembre 20, 2008, 05:02:29 pm »

Veltroni: «Via i capi bastone dal Pd»

D'Alema: «Nessun dualismo con Walter»

Il leader Pd: preferisco perdere voti, ma voglio gente perbene

 
ROMA (20 dicembre) - All'indomani della direzione del Pd, Walter Veltroni all'assemblea dei giovani democratici puntualizza: «Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». Veltroni risponde anche a Massimo D'Alema che parlando delle alleanze del Pd aveva usato l'espressione «amalgama malriuscito».

«L'amalgama - spiega Veltroni - è riuscita già alle elezioni politiche, prima alle primarie e prima ancora con l'incontro di due culture ed esperienze diverse. L'alternativa al Pd è un ritorno al passato, un ritorno a due partiti uno al 16% ed un altro al 9%, in questo modo la sfida riformista diventa più difficile». D'Alema anche ha chiarito le dichiarazioni di ieri: con Veltroni non c'è nessun dualismo, dalla direzione del Pd è emerso un rinnovato mandato al leader del Pd.

«Partito sano». «Dirò una cosa che in politica non si dovrebbe dire - spiega il leader del Pd - ma io preferisco perdere voti ed avere un partito sano e perbene piuttosto che avere dei capi bastone che portano voti. Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». Rivolto proprio ai giovani del Pd, il segretario aggiunge: «Quello che vi chiedo è di essere liberi intellettualmente perché il correntismo è una malattia che deve essere combattuta».

«Da direzione a segretario mandato sano». Veltroni sottolinea che dalla riunione di ieri sia venuto «un mandato chiaro al segretario».

Le alleanze. Veltroni sottolinea l'esigenza di una stagione riformista in Italia e sul tema delle alleanze spiega che nel nostro paese non c'è solo il problema di «trovare la giusta combinazione per fare un altro governo che duri 5 anni», ma serve «una profonda coesione politica per poter dare risposte ai problemi reali». Non si cambia l'Italia facendo un'allenza «che va da chi ha fatto l'Isola dei Famosi fino a Lamberto Dini non cambiamo l'Italia».

D'Alema: nessun dualismo con Veltroni. D'Alema chiarisce la sua posizione nei confronti di Veltroni criticando «la rappresentazione che alcuni giornali hanno dato». «Ieri - ha detto c'è stata una assai significativa e ampia discussione politica, con molte voci, che non può essere ridotta alla stucchevole rappresentazione di un dualismo, che non c'è, tra Veltroni e D'Alema».

«Al di là di valutazioni critiche che sono emerse nel corso del dibattito sulla situazione del partito - prosegue - il vero risultato nuovo della direzione di ieri è stato la convergenza intorno ad un documento unitario e il rinnovato mandato a Walter Veltroni per rilanciare il progetto e l'iniziativa del Pd di fronte alla grave crisi del Paese e alla drammatica inadeguatezza del governo».

L'attacco di Veltroni a Berlusconi. «Berlusconi -spiega il leader del Pd -  è responsabile degli ultimi 15 anni della situazione di questo Paese. Lui, nel 2009 sarà all'ottavo anno di governo e quando non era capo dell'esecutivo era capo dell'opposizione, ma ogni volta fa finta di venire da un altro pianeta, come se tutto quello che succede nel nostro Paese non lo riguardi».
 
da ilmessaggero.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #172 inserito:: Dicembre 20, 2008, 05:04:56 pm »

L'IdV: «Sulle alleanze chiediamo chiarezza»

Veltroni: «Voglio un Pd sano»

E D'Alema: nessun dualismo con Walter

Il leader Pd: «Fuori i capibastone. Voglio gente perbene»

'ex premier: «Sui giornali una spaccatura che non c'è»
 
 
ROMA - «Dirò una cosa che in politica non si dovrebbe dire, ma io preferisco perdere voti ed avere un partito sano e perbene piuttosto che avere dei capibastone che portano voti. Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». All'indomani della direzione del Pd , il segretario dei democratici torna sulla questione morale nel suo intervento alla prima assemblea nazionale dei giovani Democratici. «Quello che vi chiedo è di essere liberi intellettualmente perché il correntismo è una malattia che deve essere combattuta» ha detto Veltroni rivolgendosi alla platea. Poi un attacco al premier Silvio Berlusconi. «È responsabile degli ultimi 15 anni della situazione di questo Paese. Lui, nel 2009 sarà all'ottavo anno di governo e quando non era capo dell'esecutivo era capo dell'opposizione, ma ogni volta fa finta di venire da un altro pianeta, come se tutto quello che succede nel nostro Paese non lo riguardi» ha detto il leader del Pd.

D'ALEMA - Replicando indirettamente a Massimo D'Alema che venerdì aveva parlato del Pd come di un «amalgama malriuscito», Veltroni ha voluto specificare che «l'amalgama è riuscito già alle elezioni politiche, prima alle primarie e prima ancora con l'incontro di due culture ed esperienze diverse. L'alternativa al Pd è un ritorno al passato, un ritorno a due partiti uno al 16% ed un altro al 9%, in questo modo la sfida riformista diventa più difficile». Proprio D'Alema era tornato in mattinata sul rapporto con il segretario dei democratici, sottolineando che «con Veltroni non c'è nessun dualismo» e anzi denunciando «una rappresentazione sorprendente e distorta» offerta da «taluni giornali» della riunione di venerdì e del suo rapporto con il leader del Partito democratico.

«UNITI CON WALTER» - D'Alema ha voluto precisare che «al di là di valutazioni critiche che sono emerse nel corso del dibattito sulla situazione del partito, il vero risultato nuovo della direzione di ieri è stato la convergenza intorno ad un documento unitario e il rinnovato mandato a Walter Veltroni per rilanciare il progetto e l'iniziativa del Pd di fronte alla grave crisi del Paese e alla drammatica inadeguatezza del governo». «Voglio infine rilevare - conclude la nota di D'Alema - che ieri c'è stata una assai significativa e ampia discussione politica, con molte voci, che non può essere ridotta alla stucchevole rappresentazione di un dualismo, che non c'è, tra Veltroni e D'Alema».

«BASTA TENTENNAMENTI SULLE ALLEANZE» - Dipietristi in pressing, nel frattempo sulle alleanze. «Per Italia dei Valori l'alleanza con il Pd è strategica e non negoziabile. È ora però che il Pd la smetta con i tentennamenti sulle alleanze» dice in una nota Massimo Donadi, presidente dei deputati dell'Italia dei Valori. «Se ci sono problemi - prosegue - sediamoci intorno ad un tavolo e confrontiamoci, per ritrovare le ragioni profonde di un'alleanza per il Governo del Paese».

20 dicembre 2008
da corriere.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #173 inserito:: Gennaio 30, 2009, 02:51:46 pm »

30/1/2009 - LA CRISI
 
Da Torino un salto in avanti
 
WALTER VELTRONI
 

Caro direttore,
partire da Torino non è un caso. L’ho fatto, al Lingotto, quando ho lanciato la mia corsa alla nascita del Partito democratico. Ci torno oggi come prima tappa di un viaggio in Italia che ha proprio lo scopo di riprendere quei fili e di tornare ad ascoltare e parlare col Paese. Ma oggi ci torno in un clima economico del tutto diverso. La crisi colpisce duro qui come nel resto del Paese.

E colpisce direttamente le persone e le imprese, i redditi e il lavoro. L’impressione è che davanti all’arrivo di questo terremoto il governo abbia a lungo atteso, abbia poi tirato fuori misure del tutto inadeguate e anche sull’auto - tema centrale in questa città, ma anche cardine di un serio contrasto alla crisi, come ci dicono le mosse di Obama, di Angela Merkel o di Sarkozy - arriviamo per ultimi senza avere da parte del governo ancora le idee chiare.

Quando dico queste cose, quando polemizzo con le drammatiche sottovalutazioni del governo e del premier in prima persona, mi sento accusare di pessimismo. No, credo sia vero il contrario. Credo che la crisi vada affrontata con tutti gli strumenti e con tutte le idee nuove: a queste condizioni può essere persino una opportunità di cambiamento. E io so che l’Italia in questa temperie può dare il meglio di sé. Prendete Torino. Dentro una grande crisi che poteva portare la città al declino nel corso degli ultimi due decenni è stata capace di diversificare la sua struttura produttiva. Oggi, una miriade di piccolissime, piccole e medie imprese innovative della manifattura e dei servizi è parte di filiere produttive lunghe ed internazionalizzate. L’economia creativa è sempre più diffusa sul territorio, segue sia percorsi autonomi, sia strade integrate nelle attività storicamente distintive dell’identità industriale della città. Dentro questo quadro l’auto, nonostante il ridimensionamento seguito alla chiusura del ciclo fordista, è fondamentale non solo per Torino, ma per tutto il Paese. Non solo perché tra attività dirette ed indirette genera oltre l’11 per cento del Pil italiano. Ma, soprattutto, perché è l’opportunità per sviluppare e diffondere sul territorio saperi, professionalità, attività ad alto contenuto di innovazione.

Eppure la crisi qui morde duramente e la Fiat parla del rischio di un ridimensionamento radicale specie in termini di occupazione. La crisi determina un’accelerazione della ristrutturazione del mercato dell’auto, per numero di produttori indipendenti, per organizzazione dei processi produttivi, per caratteristiche dei prodotti. Per questo bisogna dare risposte che guardino al futuro, non tentare, inutilmente, di preservare il passato. Devono, inoltre, guardare agli interessi generali dell’Italia. Bisogna avere uno sguardo europeo, sfuggendo ogni protezionismo che pure si riaffaccia (penso alla Francia), ma dando risposte continentali o capaci di stare sui mercati mondiali. Mi è capitato di parlare recentemente di «green economy»: traducendolo vuol dire sostenere la domanda e l’offerta di auto ad elevata compatibilità ecologica, incentivi ai consorzi università-imprese ed alle imprese per la produzione di motori e veicoli ad impatto energetico ed ambientale minimo.

Nessun intervento settoriale, però, ha senso se non viene inquadrato dentro una politica economica all’altezza della crisi. Quindi, la politica economica del governo deve cambiare radicalmente orientamento e passo. La situazione della nostra finanza pubblica non può essere l’alibi per politiche di soli annunci: dove sono gli ammortizzatori sociali? Dove sono gli interventi per assicurare il credito alle imprese? Noi chiediamo proprio sugli ammortizzatori sociali una rivoluzione, un sostegno al reddito di chi perde il lavoro che copra anche i precari e che riaccompagni - attraverso la formazione - verso il lavoro. Come abbiamo proposto di usare la leva fiscale per le famiglie coi redditi bassi, specie quelle con figli. E sul versante delle imprese garantire che le pubbliche amministrazioni paghino i loro debiti anche creando un fondo straordinario. Investire nel Sud, riprendere le opere pubbliche che rischiano di fermarsi proprio mentre il Paese paga il prezzo più alto dei suoi ritardi. Dalle crisi si può uscire solo in due modi. O con un salto in avanti che ti fa portare oltre il meglio, che ti fa trovare le soluzioni ai vecchi problemi, alle vecchie incrostazioni. O imboccando la strada del declino. Torino questo lo sa bene. Per questo comincio da qui questo nuovo viaggio.
 
da lastampa.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #174 inserito:: Gennaio 30, 2009, 10:43:06 pm »

30/1/2009 (14:47) - IL CASO

Europee, Veltroni contestato a Torino
 
Il leader del Pd ha inaugurato la sede piemontese del partito: «Se la sinistra si unirà raggiungerà ampiamente la soglia del 4%»


TORINO
Il segretario del Pd, Walter Veltroni, contestato a Torino per la posizione dei democratici sulla soglia di sbarramento al 4 per cento alle europee, ha incontrato esponenti di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani che lo hanno atteso per l’inaugurazione della nuova sede del Partito democratico piemontese a Torino e ha auspicato che la sinistra radicale si unisca in vista delle elezioni perché così facendo «supererà ampiamente il 4 per cento».

«Abbiamo avuto uno scambio serio e amichevole - ha detto dopo aver incontrato i manifestanti - e gli ho spiegato quello in cui noi crediamo: che la legge italiana deve essere come quella degli altri paesi europei. Se in Francia e in Germania c’è una soglia al 5 per cento, se in Inghilterra lo sbarramento reale è al 9 per cento, l’Italia non può arrivare (a Strasburgo, ndr) con decine di gruppi politici. E poi - ha aggiunto Veltroni - mi auguro veramente che la sinistra radicale italiana si ritrovi in una dialettica più interna che di frammentazione perché una forza unita ovviamente supererà ampiamente il 4 per cento, come successo in Francia e in Germania».

L’introduzione dello sbarramento del 4% per le elezioni europee continua far discutere le forze politiche, con i "piccoli", di destra e di sinistra, che contestano l’intesa raggiunta due giorni fa tra Pd e Pdl. La vice capogruppo alla Camera del Pd, Marina Sereni, si è rivolta proprio ai partiti minori della sinistra che rischierebbero di restare fuori dal Parlamento di Strasburgo sottolineando che l’introduzione di uno sbarramento del 4%, mantenendo le preferenze, «corrisponde alla richiesta che viene dai cittadini per un sistema dei partiti meno frantumato e per restituire all’elettore la possibilità di scegliere il proprio parlamentare. Anzichè attaccarci - continua - le forze alla sinistra del Pd dovrebbero costruire le condizioni di un’aggregazione che possa dare voce al loro elettorato. Per parte nostra - aggiunge - se sarà introdotto lo sbarramento, credo dovremo essere disponibili ad aprire le nostre liste ad altre forze riformiste».

Ma le manovre di aggregazione a sinistra non sembrano facili: Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti, avanza l’ipotesi di una «alleanza che vada dai Radicali al movimento di Vendola, dai Verdi a Sinistra Democratica» e Oliviero Diliberto sottolinea che «sono in corso intensissimi colloqui con i dirigenti di altri partiti» e si dice «ottimista» riguardo all’ipotesi di correre sotto un unico simbolo alle prossime elezioni europee. Ma il Verde Paolo Cento fa sapere che il Sole che ride non starà mai all’interno di una colazione che abbia come simbolo la falce e il martello e boccia come vetusta la proposta di Diliberto.

Le critiche all’accordo continuano ad arrivare da sinistra con il segretario di Sd, Claudio Fava, che ribadisce «l’errore politico» dell’accordo sullo sbarramento e denuncia «il baratto» che i due principali partiti avrebbero portato a termine. Ma anche La Destra, con Teodoro Buontempo, denuncia il fatto che «Pd e Pdl vogliono impedire la raccolta delle firme» per permettere ai partiti più piccoli di correre alle elezioni di giugno.

da lastampa.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #175 inserito:: Gennaio 31, 2009, 11:47:33 am »

Veltroni: la crisi è un'emergenza, governo primo responsabile

Emergenza nazionale, per la crisi economica, per le politiche insufficienti del governo. Per provvedimenti come la social card, che è una «presa in giro per gli anziani». È un discorso duro e senza freni quello di Walter Veltroni, segretario del Pd, che ha incontrato a Torino sindacalisti ed imprenditori. «L'Italia vive un'emergenza nazionale, ma se non lo sentiamo davvero non riusciamo a muoverci nella direzione giusta. Non lo dico con enfasi o con leggerezza - ha detto Veltroni - stiamo vivendo davvero in una situazione di emergenza nazionale: il Paese era già spaccato in due ed aveva un debito pubblico elevato, ma adesso decine di migliaia di esercizi commerciali chiudono, centinaia di migliaia di lavoratori sono stati mandati a casa».
 
E il governo cosa fa? «Bisognerebbe chiederlo a 'Chi l'ha visto? - ha aggiunto Veltroni - negli ultimi giorni ha ricevuto Fiorello e le due gemelle dell'Isola dei famosi, immagino due grandi statiste, ha commentato il caso di Kaka.... L'Italia ha bisogno di ben altro presidente del consiglio: ne servirebbe uno che sta seduto dal mattino alla sera al tavolo a cercare le risorse per tirare il paese fuori dalla crisi. Purtroppo, questo governo è drammaticamente non all'altezza».

Questa convinzione porta il segretario Pd a pensare che «l'Italia di fronte alla crisi ha capito che ha bisogno di essere guidata da una grande forza riformista. La gente - ha detto Veltroni - sta capendo l'inganno perpetrato dalla destra, lo sta capendo molto più di quanto non si pensi. Attorno al Pd c'è una grande attesa: non faccio proclami, il paese lo vogliamo cambiare sul serio e lo possiamo fare se saremo sempre noi stessi. Un Pd unito, dove si discute, ma poi si combatte lealmente insieme».

Proprio sulla necessità di essere uniti, è intervenuto Pierluigi Bersani, che rispondendo ai giornalisti riguardo alle voci che lo danno come successore di Walter Veltroni alla guida del Pd, ha detto: «Anch'io leggo sui giornali che mi si accrediterebbe come successore di Veltroni».  «Semplicemente la cosa - ha spiegato - è nata dal fatto che io ho qualche idea su come rafforzare il progetto del Pd e certamente quando sarà il momento dirò le mie idee. Punto e basta».

Veltroni non ha escluso inoltre la possibilità di una grande manifestazione contro il governo. «Le manifestazioni si possono fare contro le scelte del governo, ma anche contro la mancanza di un piano. La crisi è esplosa in estate e non ci sono provvedimenti per affrontarla. Il Paese è fermo e non cresce».

Alle accuse del Pd il governo risponde senza entrare nel merito dei contenuti, ma gioca sulle dichiarazioni. «Come al solito Veltroni falsifica la realtà. Il presidente Berlusconi non ha detto che gli viene l'itterizia se parla con l'opposizione. Ha detto invece che è la parola 'dialogo' a fargli venire l'itterizia, ovvero il mal di fegato, perché con questa sinistra che lo insulta in continuazione ogni tentativo di dialogo è sempre risultato vano», ha affermato Paolo Bonaiuti, portavoce del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.


30 gennaio 2009
da unita.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #176 inserito:: Febbraio 03, 2009, 05:04:55 pm »

Il Pd, le europee e il logoramento di Veltroni


di Emilia Patta
 
 
«La legge sullo sbarramento alle europee è uno spartiacque: o si va avanti con un modello con due grandi partiti e 3-4 forze intermedie o si torna indietro con coalizioni frammentarie, divise, non in grado di governare». Domattina si riunirà il gruppo del Pd alla Camera per trovare una posizione unitaria sulla riforma delle legge elettorale per le europee: sbarramento al 4% e mantenimento delle preferenza è l'accordo raggiunto dal leader Walter Veltroni con il Pdl. Ma le parole del numero due del Pd Dario Franceschini fanno capire che in gioco c'è molto altro oltre al meccanismo con cui saranno eletti i deputati italiani a Strasburgo: la scelta tra un modello tendenzialmente maggioritario e bipartitico, ossia con due grandi partiti al centro di due coalizioni che si fronteggiano, o il ritorno a un sistema proporzionale con alleanze tradizionali tra una sinistra e un centro.

Lo spartiacque è qui, e il destinario dell'ultimatum è Massimo D'Alema. Che in un'intervista al Messaggero rilanciava domenica tutti i suoi dubbi.
Il compromesso raggiunto sullo sbarramento al 4% - è il ragionamento dell'ex premier - è accettabile. Il problema è di opportunità politica: «Domando se convenga al Pd andare avanti per questa strada. Si rischia non solo di inasprire i rapporti con i potenziali alleati alle amministrative (il riferimento è alla sinistra radicale, che domattima protesterà davanti al Quirinale contro lo sbarramento alle europee, ndr), ma anche di suscitare sentimenti di rigetto in parte dell'opinione pubblica che sospetta il prevalere di interessi particolari». Ossia il sospetto di "inciucio" con Silvio Berlusconi e il sospetto di "killeraggio" nei confronti degli ex compagni di Rifondazione. Tutti sospetti che potrebbero ingrossare le fila dei delusi del Pd (o meglio degli ex Ds) orientati a dare il voto a un Antonio Di Pietro sempre in salita nei sondaggi (l'Ispo di Renato Mannheimer lo dava stamattina potenzialmente al 10 per cento).

Sullo sfondo la questione delle alleanze, certo (e non ha tutti i torti D'Alema a far notare che oggi appare impossibile «lanciare una sfida di governo credibile riproponendo la coalizione Pd-Idv»). Ma anche, ormai in maniera esplicita, la questione della leadership («il partito così non va», dice ancora D'Alema). Con Pier Luigi Bersani intenzionato a candidarsi come anti-Veltroni al congresso del dopo-europee.

Domani il probabile pronunciamento dei Democratici per la soglia al 4 per cento. E anche il deputato D'Alema voterà disciplinatamente.
Ma certo la discussione attorno alla riforma elettorale per le europee ha aperto ufficialmente la guerra di successione all'interno del Pd.
Si aspetta solo il verdetto delle europee. L'unico rischio di questo lento logoramento è lo sfiancamento non solo dei logorati, ma anche dei logoratori.

 
da ilsole24ore.com
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #177 inserito:: Febbraio 18, 2009, 07:35:10 pm »

Il «day after» del segretario dimissionario tra rimpianti e prospettive future

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

«Ma il Pd resta un sogno che si è realizzato. Ora nessuno pensi di tornare al passato». «Basta sinistra salottiera»


MILANO - Il Pd non è nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa». E' al contrario un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». Un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare «questa Italia da Gattopardo». E di sconfiggere una destra e un Berlusconi che hanno vinto «una battaglia di egemonia nella società» e che ora «hanno la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». Per fare questo occorreva dar vita ad un partito nuovo, mai visto nella storia italiana del dopoguerra. Tuttavia, «io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa». Walter Veltroni spiega così, in un intervento di commiato davanti alla stampa e a molti dirigenti del centro sinistra, le dimissioni da segretario del Partito democratico all'indomani della sconfitta elettorale in Sardegna. Un risultato, quello sardo, che ha certamente influito sulla decisione ma che non ne è stato la causa: «già nei giorni scorsi - sottolinea l'ormai ex numero uno del centrosinistra - era chiaro che si dovesse aprire una pagina nuova». Dario Franceschini assumerà il ruolo di reggente del partito fino a che non sarà presa una decisione sul nuovo vertice. E per sabato è convocata l'assemblea costituente del Pd che avrà all'ordine del giorno le dimissioni del segretario e gli adempimenti statutari conseguenti.


IL RIMPIANTO - Veltroni inizia il suo intervento nella sala Adriano di Piazza Di Pietra a Roma parlando di «rimpianto», per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché «il Pd doveva nascere già nel 1996», dopo la vittoria elettorale di Prodi. «L'idea alla base dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse stata portata a termine, tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso». E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge, è la «realizzazione di un sogno» perché dal dopoguerra «non c'è mai stato un ciclo veramente riformista». L'Italia, secondo Veltroni, è un po' quella da Gattopardo, una nazione che non riesce a cambiare mai nel suo assecondare vocazioni e privilegi e che il centrodestra a suo dire interpreta assai bene. «E qui sta, secondo me, la sfida principale del Partito democratico, ovvero la sua vocazione maggioritaria: conquistare il consenso con una maggioranza reale, perché dal 1994 noi non abbiamo mai avuto la maggioranza degli italiani ma è a quella che dobbiamo puntare. Perché se non creiamo una grande forza riformista, questo Paese non cambierà mai».


IL PARTITO-VINAVIL E L'EGEMONIA DI BERLUSCONI - «Il Pd - puntualizza Veltroni - non deve essere una sorta di Vinavil che tiene incollata qualunque cosa. E' nella società che deve essere chiara la nostra proposta. La destra ha vinto, il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti». Ma il vero problema, secondo Veltroni, non è la politica di Berlusconi, bensì il fatto che questa posizione riesca a conquistare consenso tra gli elettori.

«IL PD IO L'HO VISTO» - Il segretario uscente ha poi spiegato i tre punti su cui il Pd ha cercato di impegnarsi in questi mesi. A partire dalla semplificazione della vita politica e sociale del Paese, concetto, questo, che «non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida». Poi l' innovazione programmatica, il superamento dei vecchi schemi della sinistra, per affrontare le nuove sfide della società. E, terzo, l'innovazione della forma partito: «Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto» con una partecipazione forte dal basso, «non come nella destra dove c'è uno solo che decide». «Io a tratti il Partito democratico l'ho visto» sottolinea però Veltroni ricordando tutti i principali momenti di coinvolgimento della base popolare del centrosinistra, dalle elezioni dello scorso anno alla manifestazione del Circo massimo, passando per le iniziative a difesa della Costituzione.

«NON CE L'HO FATTA» - Viene poi il momento dell'assunzione di responsabilità. «Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano i 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie - dice con determinazione -. Non ce l'ho fatta e me ne scuso. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo costante di tenerci uniti». Del resto, «in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare». «Penso - evidenzia poi Veltroni - che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno "da dove vieni", ma solo "dove vai"». Alla manifestazione del 25 ottobre, ad esempio, «c'erano solo bandiere del Pd, non quelle dei vecchi partiti».

«BASTA CON LA SINISTRA SALOTTIERA» - Per Veltroni è necessario «passare da sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice» ad un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: insomma, «fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone».

«SCELTA DOLOROSA MA GIUSTA» - «Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte - ribadisce ancora una volta il segretario uscente -. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova». «Non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati» dice poi Veltroni, perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula». In Germania o in Gran Bretagna, ricorda poi Veltroni, i progressisti hanno perso le elezioni locali e nessuno si è dimesso. «Noi invece in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì, che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io forse non mi sono conquistato sul campo». C'è spazio anche per una citazione biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Anzi, a me è stato fatto, ma io non lo farò». Veltroni invita poi a recuperare l'orgoglio dell'appartenenza e considerando che il lavoro da fare per cambiare il paese è molto, puntualizza, «non si può mettere insieme tutto e il contrario di tutto», ma «è necessario che la spinta riformista prevalga».

«VERRA' IL TEMPO...» - «Il Pd dovrà unire il Paese - commenta infine l'ex segretario al termine del suo messaggio di commiato - mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta, al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice in conclusione Veltroni annunciando di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta e dedicando un lungo capitolo ai ringraziamenti di tutte le persone che hanno collaborato con lui in questi mesi (con un pensiero anche a i presidenti delle Camere, Fini e Schifani, definiti "interlocutori corretti) - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito. Adesso avrò modo di gestire il mio tempo». Poi un'esortazione finale: «Non bisogna tornare indietro. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza. Non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi».

Alessandro Sala
18 febbraio 2009

da corriere.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #178 inserito:: Febbraio 18, 2009, 07:53:47 pm »

Soru sconfitto (anche) da Soru

di Mariano Maugeri
 
 
Nelle sconfitte, le più truci come quelle più lievi, si materializzano i fantasmi che ognuno di noi si porta dentro: paure infantili, incubi mai sopiti, amori traditi.
Renato Soru, un giorno qualsiasi della sua prima vittoriosa campagna elettorale del 2004, concesse al Sole 24 Ore un'intervista volante dopo aver parlato per oltre un'ora a un centinaio di allevatori e agricoltori di Pozzomaggiore, mille abitanti persi nei pascoli della provincia di Sassari.

Durante la chiacchierata in un piccolo bar che sembrava un saloon, alberi di sughero e nulla, alla domanda neppure così scontata, visto che allora Tiscali veleggiava in ben altre acque – «perché si candida?» – lui diede una risposta che raggelò i collaboratori che lo accompagnavano: «E perché non dovrei farlo? Tanto siamo già tutti morti». Forse era una frase a effetto, forse no. Quelle parole ci sono tornate in mente leggendo il libro di un giornalista sardo, Costantino Cossu, che racconta del padre di Soru, Egidio, e della madre, Gigetta Spada, che a Sanluri gestivano contemporaneamente «un'agenzia di pompe funebri, un'edicola e un negozio di generi alimentari».
Nessuno può sapere come si srotoli un'infanzia giocando a nascondino tra salme, pigne di giornali e cosce di prosciutto cotto, certo è che un apprendistato simile obbliga a porsi precocemente delle domande che altri ragazzini rimandano nel tempo.

In questi anni, l'abbiamo visto attorcigliato cocciutamente a un'idea di sé e della Sardegna. Se c'è un filo rosso che lega alcuni governatori del Sud Bassolino e Soru in testa malgrado la loro incommensurabile diversità, è proprio questo: il politico ha fagocitato l'uomo. Non si può litigare sistematicamente e liquidare in malo modo sette donne su otto scelte una a una da lui; e non si possono spingere alle dimissioni gli uomini più valenti – assessori, tecnici - dell'esecutivo. In queste continue contrapposizioni, fratture, scontri, c'è un'idea di sé che non torna. Soru contro Soru. L'elenco è lunghissimo. L'ex governatore ha rotto bruscamente con tutti: da Paolo Maninchedda, il docente di filologia romanza che scrisse il suo programma, al pubblicitario Gavino Sanna, uno che naviga da una vita in un mondo di narcisisti e caratteriali, allenato per mestiere a trattare con personalità esplosive. Persino il suo fidato braccio destro, Franco Carta, cresciuto alla scuola di un gentiluomo e intellettuale democristiano come Gian Mario Selis, è stato tentato di mandarlo quel paese. Forse è una lettura prepolitica, ma solo così riusciamo a spiegarci il tracollo elettorale di un uomo che per quasi cinque anni ha gestito la spesa pubblica di una regione a statuto speciale, cioè il 70% del Pil isolano. Se a quelli dello Stato, sommiamo il patrimonio personale, non c'erano Cappellacci e premier che potessero scalzarlo.

La politica si nutre di simboli, e pure le dosi omeopatiche contano. Obama ce l'ha insegnato, sorridere non è reato, dovrebbero alzare i cartelli i giovani isolani. Che poi sarebbe un modo di esorcizzare questa identità sublimata, storie tristissime di servi pastori, i giovinetti deportati per mesi nel Supramonte: isolamento coatto, analfabetismo, affetti negati. Nel film Padre padrone, i fratelli Taviani uccidono simbolicamente il padre di un servo pastore. Ieri, i sardi, hanno ripercorso le orme di quel copione, perché la morte del padre celebra la rinascita del figlio.

Ed è inutile indugiare su chi politicamente, s'intende sia passato a miglior vita. C'è un motto francese che nell'Italia monarchica e anarchica dei Soru, dei Bassolino e dei Berlusconi aderisce sempre più alla realtà. È morto il re? Viva il re.

da ilsole24ore.com
 
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #179 inserito:: Febbraio 22, 2009, 10:55:16 am »

Veltroni a Villa Borghese, poi Dario va a casa sua


di Marcella Ciarnelli


Non c’è. Ha mantenuto l’impegno. Neanche l’insistenza dei fedelissimi ha avuto la meglio sulla decisione di Walter Veltroni di non essere presente alla Fiera di Roma, lì dove l’assemblea del Partito democratico si appresta a decidere sull’elezione del nuovo segretario. L’intenzione di non attrarre su di sé l’attenzione distogliendola da tutto il resto non è stata scalfita dal ragionamento di nessuno degli amici. Ma l’assenza è diventata una presenza. Di Veltroni non ha potuto fare a meno di parlare nessuno di quanti sono intervenuti dal palco. E molti in sala. Gli “orfani” e i “critici”. Nella lunga prima fila della dirigenza non c’era nessuna sedia vuota. Me è sembrato come se ci fosse. Forse due. Poiché la giornata è stata di quelle in cui, inevitabile, anche il nome di Romano Prodi è stato spesso evocato.

YouDem ha cominciato a trasmettere la diretta. Walter Veltroni ne ha seguito una parte, poi se n’è andato con la moglie Flavia a passeggio per Villa Borghese. Senza scorta, come aveva chiesto nel momento della conferma delle sue dimissioni. Quattro passi nel parco. Poi il ritorno a casa per ascoltare il discorso di Dario Franceschini l’erede designato e confermato dal voto dell’assemblea. A caldo, quasi sugli applausi, Veltroni non ha voluto far mancare il suo appoggio all’amico «leale». «Dario è la persona giusta per guidare il Pd», è il primo commento per un segretario «per le nuove sfide e i successi che il partito merita». «La prima persona alla quale parlai delle mie dimissioni è stato lui. Gli dissi che avrei voluto fosse lui a guidare il Partito democratico verso le elezioni e il congresso. Dario è un uomo politico leale, forte e che crede in quel progetto del Pd come un soggetto nuovo che sia perno del riformismo italiano. Questa era l'ispirazione del Pd al Lingotto, nelle primarie e anche nella campagna elettorale».

Forza Juventus
Onore al vincitore. Ed un «caloroso» augurio di buon lavoro. Poi, nel pomeriggio, un incontro privato a casa dell’ex segretario. I due non si sentivano dalla sera prima perché nella complessa mattinata di ieri Veltroni non aveva voluto in alcun modo interferire. Commenti sull’accoglienza, sul dibattito, sul clima della lunga giornata.
Ancora qualche telefonata. Niente cellulare ma il telefono di casa. Alle 20,30, al fischio d’inizio della partita Palermo-Juventus, il deputato «normale» Walter Veltroni si è concesso il lusso di fare solo il tifoso di quei bianconeri da cui, negli anni da sindaco della Capitale, aveva dovuto marcare un certo distacco, almeno nell’ufficialità, con due squadre a contendersi il cuore di Roma.

Ieri sera, dunque, l’ex segretario del Pd ha chiuso la giornata più lunga nel salotto di casa, davanti alla tv. A guardare la squadra del cuore.
Una espressione di normalità nella consapevolezza, già espressa, della necessità imprevista di dover scandire in modo diverso i tempi della giornata. Intanto il 28, poiché è programmata una settimana di sosta nei lavori parlamentari, l’ex segretario volerà a New York dove studia la figlia. Non si vedono da Natale. E’ normale avere nostalgia.

22 febbraio 2009
da unita.it
Registrato
Pagine: 1 ... 10 11 [12] 13
  Stampa  
 
Vai a:  

Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!