LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => ARCHIVIO. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 19, 2007, 11:48:48 am



Titolo: WALTER VELTRONI ...
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2007, 11:48:48 am
«Serve un pluralismo vero, no a un semplice scontro tra partiti»

Veltroni: liste miste o la gente non vota

Il sindaco di Roma: non sia solo una corsa tra un candidato dei Ds e uno della Margherita, bisogna coinvolgere la società civile 
 
 
ROMA - Largo consenso dal comitato promotore del Pd sulla scelta di collegare le liste in corsa per l'assemblea costituente alla mozione politica di questo o quel (futuro) segretario, ma una voce si è levata fuori dal coro. È quella del sindaco di Roma, Walter Veltroni, che, di fronte alle decisione del comitato dei 45, a quanto riferito da più fonti, ha osservato: «Bisogna trovare il modo di non avere una verticalizzazione di proposte di Ds e Margherita» ma, ha osservato, sarebbe meglio arrivare ad una serie di liste che «mescolino» esponenti della Quercia, dei Dl e della società civile, altrimenti «la società civile non verrà a votare».
PLURALISMO «VERO» - Il rischio, ha ragionato Veltroni secondo quanto riferito da alcuni partecipanti alla riunione del comitato 14 ottobre nella grande sala al secondo piano di piazza Santi Apostoli, è quello di rendere l'elezione della costituente uno scontro tra partiti: «Così succederà - ha aggiunto- anche se ci saranno due soli candidati a segretario», uno di area Ds e l'altro proveniente dalla Margherita. Per il sindaco di Roma, invece, c'è bisogno di «pluralismo vero», che includa «tutti i partiti che oggi sono qui e la società civile che ha già aderito e che vorrà aderire».

18 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: I dolori del giovane Walter
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2007, 12:00:54 pm
19/6/2007
 
I dolori del giovane Walter
 
FEDERICO GEREMICCA
 
Come verrà spiegato al «popolo dell’Ulivo» che il leader che con Prodi e più di ogni altro ha predicato la nascita del Partito democratico - e che qualunque sondaggio indica come il preferito per la leadership del nuovo soggetto politico - nemmeno si presenterà (salvo improbabili colpi di scena) al giudizio dei cittadini-elettori il 14 ottobre? E poi: quanto risulterà credibile e vera l’investitura popolare del primo segretario del Pd, se Walter Veltroni non parteciperà alla contesa? Detto in due parole, è questo il nuovo tormentone da ieri in gestazione nel triangolo Ds-Margherita-società civile. Perché è precisamente questo quel che dovrebbe accadere il 14 ottobre: tutti alle urne per scegliere tra Bersani e Franceschini, magari tra Rutelli e Fassino o ancora tra Anna Finocchiaro ed Enrico Letta.

Ma con l’impossibilità di votare per Walter Veltroni, democratico ante litteram che però non si presenterà ai nastri di partenza. In sua vece, probabilmente, si proporranno per la guida del nascente partito Giovanna Melandri o Luca Zingaretti, perché i tanti veltroniani d’Italia a qualche candidato segretario dovranno pur collegare le loro liste, se vorranno entrare a far parte della futura Assemblea costituente.

Può sembrare paradossale ma è questo lo scenario più accreditato dopo la svolta e l’accelerazione impresse ieri pomeriggio all’intera vicenda dal Comitato dei «magnifici» 45: voto popolare a candidati presenti in liste collegate a un candidato segretario, e poi ratifica della scelta del leader nell’Assemblea costituente. Alla fine, infatti, è passata la linea di chi chiedeva per il Partito democratico un segretario vero e autorevole, scelto dai cittadini: proprio la soluzione meno gradita a Veltroni. Di qui a un momento vedremo il perché dell’opposizione del sindaco di Roma a una tale procedura. Per intanto si può però annotare che, in un impeto di saggezza (e di coraggio), l’Ulivo ha scelto la via della massima apertura alla società civile in un passaggio dal quale dipende per intero il suo futuro: un segnale di vitalità, insomma, dopo mesi di difficoltà di ogni genere e di autoreferenzialità spinta all’estremo.

Ma torniamo al paradosso iniziale ed a Walter Veltroni. A giudizio più o meno unanime (e naturalmente più o meno malizioso) in tutta la fase di definizione di regole e percorsi per la nascita del Pd, il sindaco di Roma si è mosso sulla base di una scelta e di un obiettivo: la scelta consiste nella decisione di rimanere primo cittadino della Capitale il più a lungo possibile (il suo mandato scade nel 2011) non essendo per altro particolarmente interessato ad un ritorno alla «vita di partito» quanto - piuttosto - alla candidatura a premier alle prossime elezioni politiche; l’obiettivo, di conseguenza, sarebbe stata l’elezione di un segretario del Pd «debole» o comunque senza velleità (e possibilità) di contendergli la premiership quando verrà il momento di scegliere il successore di Romano Prodi. Se questi sono l’obiettivo e la scelta di Veltroni, è indubbio che l’elezione diretta (o semi-diretta) del neo-segretario non è per lui un buon affare, essendo l’investitura popolare - notoriamente - un potente e incontrollabile propellente. E sarebbe precisamente per questo, secondo i maliziosi, che ieri il sindaco di Roma avrebbe tentato di «raffreddare» la decisione del Comitato dei 45, prospettando una serie di controindicazioni (in parte fondate) all’elezione diretta del primo segretario del Partito democratico. Controindicazioni però rigettate sull’altare della necessità di uno «scatto» che restituisca appeal e passione ad un progetto che andava via via appassendo e perdendo l’originario interesse.

La linea scelta da Veltroni è stata contestata da più parti e con più argomenti. Ieri, prima della riunione del comitato dei 45, Arturo Parisi (sponsor da sempre dell’elezione diretta del segretario) avrebbe invitato il sindaco di Roma a ripensarci: avvertendolo che quando un treno passa bisogna saltarci su, perché non è detto che vi sia una seconda possibilità. Meno concilianti e più aspri alcuni commenti degli antichi amici-nemici dalemiani: «Veltroni spieghi cosa vuol fare nella vita - argomentava ieri uno dei collaboratori del vicepremier -. Il sindaco di Roma? Il segretario del Pd? Il candidato premier? Si candidi, si può discutere di tutto: l’unica cosa che non è accettabile è che pretenda di dettare tempi e modi della nascita del Pd in rapporto alle sue personali convenienze».

In effetti, Veltroni non è apparso molto convincente, ieri, nelle obiezioni mosse al metodo dell’investitura popolare. «C’è il rischio di alimentare una competizione Ds-Margherita», ha spiegato: gli è stato obiettato, naturalmente, che la temuta competizione potrebbe a maggior ragione svilupparsi con la scelta dell’elezione indiretta (cioè da parte della sola Assemblea costituente) del segretario. «Dobbiamo stare attenti a non creare dualismi con Prodi, perché questo indebolirebbe il governo», ha poi aggiunto. Obiezione, questa, apparsa ancor meno spiegabile, in considerazione del fatto che è stato Prodi stesso a proporre che siano i cittadini ad eleggere il leader del Pd. La «resistenza veltroniana», insomma, ieri non ha retto alla voglia di rimettere in discesa il carro del Partito democratico. Ma probabilmente non è finita qui. E non resta che aspettare le prossime mosse del candidato-ombra: che è pur sempre il leader al quale sono affidate le maggiori chances di riscatto e risalita di un centrosinistra disorientato e sotto tiro.

da lastampa.it


Titolo: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2007, 03:29:15 pm
D'Alema: «Elezioni se c'è la crisi».

E candida Veltroni


Massimo D'Alema a Ballarò«Walter Veltroni è un potenziale segretario del Partito Democratico ma anche un candidato del centrosinistra alla guida del governo del paese, che forse è di più». Per Massimo D'Alema, ospite di Ballarò, «è un clichè da aggiornare» quello di chi pensa che tra lui e Veltroni i rapporti non siano buoni. «Questa mattina - aggiunge - abbiamo anche preso un caffè insieme. Penso che Veltroni, anche perché è fuori dalla politica nazionale ed è direttamente investito dai cittadini, sia una risorsa del centrosinistra. e sono otto anni almeno che non polemizzo con lui».

«Non ho commesso alcun errore, nel modo più assoluto». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, nel corso della registrazione di Ballarò, risponde così al conduttore che gli chiede se ritenga di aver sbagliato riguardo alla vicenda Unipol e alle intercettazioni che lo riguardano.

D'Alema condivide il giudizio dato alcuni giorni fa dal premier Romano Prodi circa «l'area irrespirabile» e aggiunge: «Penso ci sia un clima preoccupante e rischiamo di pagare un prezzo alto come Paese. C'è un clima di confusione - denuncia il vicepremier - perché le persone credono che questi fatti siano avvenuti adesso mentre si tratta di eventi di due anni fa, si tratta di archeologia» e a suo avviso «ridiscutere di cose vecchie è un'altra malattia del nostro Paese».

Il vicepremier critica il fatto che «vengano lanciate terribili accuse mentre poi non succede nulla, perché non hanno fondamento e la gente può chiedersi come mai nessuno venga punito. Tutti - è il suo invito - dovremmo ricondurre le questioni alla loro dimensione reale e se qualcuno ha commesso degli errori, anche moralmente, allora paghi».

«Io non ho fatto nulla nel modo più assoluto - insiste - non ho telefonato a nessuno, ho solo risposto ad una persona che chiedeva di parlare con me», ma «quello che ho detto non ha rilevanza neanche etica».


Pubblicato il: 19.06.07
Modificato il: 19.06.07 alle ore 20.14   
© l'Unità.


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni... D'Alema: «Elezioni se c'è la crisi». E candida Veltroni
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2007, 03:48:46 pm
Gianni Borgna: «Plausibile una chiave legata al romanzo Petrolio»

Veltroni e la controinchiesta su Pasolini

Il comune di Roma ai pm: Pelosi fu soltanto un'esca, ucciso da un gruppo.

Già raccolte 700 firme 
 

ROMA — E adesso? Adesso che tentano di stanarlo con una proposta impossibile — fare il sindaco di Roma e insieme il segretario del primo partito di un governo in grave difficoltà — Walter Veltroni anziché rifugiarsi in Africa si inoltra nel proprio passato. E riapre un caso degli anni in cui iniziava la sua vita politica: l'assassinio di Pier Paolo Pasolini. Nel 1973 un gruppo di ragazzi della Fgci romana andò a trovare lo scrittore, che dal partito tempo prima era stato espulso per indegnità morale, e che era stato molto duro con il movimento studentesco.

Erano il capo dei giovani comunisti romani, Gianni Borgna, il responsabile culturale, Goffredo Bettini, un intellettuale destinato ad altri lidi, Nando Adornato, e il più giovane di tutti, un diciottenne con i capelli lunghi fin sulle spalle e un grande paio di occhiali.

Racconta Walter Veltroni: «Credo di essere stato il primo del gruppo ad aver conosciuto Pierpaolo, al tempo del Sessantotto. Avevo 13, 14 anni, ero nel comitato di base del liceo Tasso, e Pasolini veniva a sentire le nostre riunioni. Era molto attento, molto curioso di quanto pensavamo e scrivevamo.

Il rapporto continuò. Eravamo un bel gruppo: con Adornato, che dirigeva la nostra rivista Roma giovani, c'erano Marco Magnani, Fabrizio Barca, Giorgio Mele. Pierpaolo venne con noi in piazza di Spagna a manifestare contro la garrota e la pena di morte...».

Pasolini comincia a prendere parte alla vita della Fgci romana. Va al festival di Villa Borghese del '74, poi a quello del Pincio del '75, dove tiene un dibattito fino alle 2 del mattino con 5 mila persone tra cui, seduto in prima fila accanto a Petroselli, Borgna, e Veltroni, c'è Fabrizio De André, che ha appena finito il suo primo grande concerto. Nel giugno di quell'anno, Pasolini appoggia la candidatura di Borgna alle amministrative con un appello a votare Pci — «il paese pulito nel paese sporco...» — pubblicato sull'Unità, dopo che la nomenklatura del partito aveva seguito con sospetto il dialogo tra i giovani e lo scrittore.

A novembre, Pasolini è ucciso. Dal diciassettenne Pino Pelosi «in concorso con ignoti», come stabilì il tribunale dei minori con una sentenza impugnata dalla magistratura ordinaria, secondo cui gli «ignoti» non erano mai esistiti. Due anni fa, uscito dal carcere, Pelosi parlando a Raidue ha ritrattato la confessione dell'epoca: a uccidere sarebbe stato un gruppo che avrebbe minacciato di morte lui e i suoi genitori se avesse parlato. Il Comune di Roma, per volontà di Veltroni e di Borgna, si è costituito parte offesa. E quando il caso è stato subito richiuso, il Comune ha affidato a Guido Calvi, senatore e storico avvocato del partito, una controindagine. Che ora è pressoché conclusa, e sarà depositata in procura, per chiedere una nuova inchiesta e un vero processo.

Allo stesso scopo ieri mattina, mentre all'Auditorium infuriava la contestazione a Prodi, nell'attigua libreria Borgna insieme con Andrea Camilleri, Mario Martone, Dacia Maraini e Carla Benedetti presentava le 700 firme raccolte tra letterati di tutto il mondo, da Bernard-Henri Lévy in giù.

 
«Sono convinto che la morte di Pasolini sia un punto-chiave della vicenda italiana — dice Veltroni —. È giusto, per la memoria di Pierpaolo e per quanto è stato tolto a Roma e al paese, che si faccia luce. Il delitto dell'idroscalo è un mistero, indagato in libri e film. Ora noi chiediamo alla magistratura di andare sino in fondo». Non si tratta, sostiene il sindaco, di alimentare la retorica del doppio Stato, di evocare il fantasma delle dietrologie, o anche solo di «farsi un'idea» diversa da quella ufficiale. «Come in tutti questi casi, "farsi le idee" è compito degli inquirenti. Io posso dire qual è la mia impressione: le cose non sono andate come ha raccontato Pelosi. Se non altro per il fatto che ha cambiato troppe volte versione. È un'impressione diffusa; per questo siamo in molti a chiedere di indagare in profondità su una morte strana, oscura».

Il motivo per cui Veltroni tiene molto a riaprire il caso non riguarda solo la giustizia e la storia, ma la politica. «La fine di Pasolini fu uno degli spartiacque di quella stagione. Io non ho una visione tutta negativa degli Anni Settanta, anzi. Gli Anni Settanta sono divisi in due: una prima parte, che dura fino a metà del '76, è di fatto il proseguimento degli Anni Sessanta, una stagione di grande fermento e creatività. Certo, la violenza politica si era già manifestata, c'erano stati piazza Fontana, l'Italicus, piazza della Loggia, ma il paese aveva saputo reagire, la società italiana era percorsa da energie vitali. Poi, quasi di colpo, le cose cambiano. Tra il 20 giugno '76 e il festival del parco Lambro passano poche settimane, ma il clima è già completamente diverso. Comincia un decennio orribile, quello tra il '76 e l'86, per il quale davvero non esiste una definizione più opportuna che anni di piombo. Un periodo grigio, carico di odio, di sangue. L'assassinio di Pasolini è uno degli episodi che segnano il cambio di stagione. Un motivo in più per scoprire la verità. La notizia fu uno choc, al punto che ne ho un ricordo confuso: mi telefonarono a casa, il mattino dopo. Andammo nella sua casa di campagna, a Chia, a girare materiale d'inchiesta, c'era anche Bernardo Bertolucci...».

Ma quali sono gli elementi nuovi sulla morte di Pasolini? Borgna (che insieme a Carlo Lucarelli ha firmato l'inchiesta pubblicata da MicroMega due anni fa) ha seguito la controindagine di Calvi passo dopo passo. Era presente quando Martone filmò il dialogo tra il senatore e Sergio Citti. Poco prima di morire, Citti confermò come quella sera Pasolini avesse appuntamento alla stazione Termini con i ragazzi che avevano rubato frammenti del suo ultimo film, Salò. «Il racconto di Citti e la nostra ricostruzione combaciano con le carte del 1975, in particolare con gli interrogatori degli amici di Pelosi — dice Borgna —. È falso che Pelosi non avesse riconosciuto Pasolini. I suoi compagni raccontano di aver scherzato con lui, di avergli chiesto di fare un giro in macchina, di avere una parte nel prossimo film. Pierpaolo non si era fidato, aveva messo la sicura alla portiera e abbassato solo un poco il finestrino, per dire che aveva un appuntamento.

Non fu Pasolini ad adescare Pelosi; semmai, il contrario. Pelosi fu l'esca, non il carnefice. Pasolini fu massacrato prima ancora che lo schiacciassero con l'auto, aveva undici fratture ed era una maschera di sangue; il suo presunto assassino non aveva neppure una macchia sul vestito chiaro. Sulla macchina, incredibilmente lasciata all'aria aperta dagli inquirenti di allora, c'erano un maglione verde, un plantare e tracce di sangue che non appartenevano né a Pasolini né a Pelosi. È palese che si è trattato di un delitto di gruppo, e premeditato — conclude Borgna —. Resto convinto che sia plausibile anche una chiave politica, legata al romanzo che Pierpaolo stava scrivendo, Petrolio, in cui le sue accuse al sistema erano collegate al caso Mattei. Ma di questo non abbiamo trovato prove inconfutabili. Il suo testamento resta però l'ultima intervista, affidata a Furio Colombo, cui Pasolini aveva suggerito questo titolo: "Siamo tutti in pericolo"».

Aldo Cazzullo
20 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: L'improvvisa concordia insospettisce il candidato
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2007, 10:07:43 am
La Nota
Massimo Franco

L'improvvisa concordia insospettisce il candidato 

 
L'invito a candidarsi ha il sapore quasi di un plebiscito. Ma forse è proprio per questo che Walter Veltroni esita a dire di sì subito. E continuerà ad osservare quanto accade nel centrosinistra, prima di decidere. Per il sindaco diessino di Roma, l'improvvisa concordia con la quale in primo luogo il vertice dei ds lo spinge a fare il segretario del Partito democratico, è insieme lusinghiera e sospetta. C'è la percezione di una difficoltà radicata e diffusa; e la corsa a spendere quanto prima quella che viene considerata «una risorsa», per dirla col vicepremier Massimo D'Alema.

Fra i soci fondatori del Pd, Margherita e Ds, si va affermando una logica «da ultima spiaggia». E questo giustifica il paragone fra la candidatura veltroniana e la figura di Benigno Zaccagnini, segretario di una Dc disperata nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso. A farlo è stato Marco Follini, ex democristiano, poi Udc, approdato nell'Unione. «Veltroni scioglierà abbastanza presto l'incertezza» assicura D'Alema. «Dipenderà da lui valutare. È sindaco e questo comporta un'analisi seria. Ma non lascerà passare del tempo». Eppure, l'incontro che ieri «la risorsa » ha avuto con Romano Prodi a Palazzo Chigi conferma una partita aperta. La fretta di chiudere il cerchio con una segreteria «forte» finisce per sottovalutare le incertezze sul modo di eleggere il leader del Pd; e le insidie di un tiro al bersaglio fra candidati, favorito dalle tensioni tuttora latenti fra Ds e Margherita. E rischia di esaltare un metodo di cooptazione da parte di una nomenklatura logorata.

È il timore di un abbraccio soffocante a suggerire cautela a Veltroni. Il fatto che per spiegare le sue riserve sia andato da Prodi, conferma una strategia attenta al destino e agli orientamenti del premier; preoccupata dalla prospettiva che la legislatura precipiti fino a costringere il Quirinale a sciogliere il Parlamento e ad indire le elezioni già nel 2008; ma anche decisa a tenere conto della parola data a chi l'ha eletto a Roma con oltre il sessanta per cento dei consensi. Per questo, se alla fine spunterà la candidatura a leader del Pd, è improbabile che Veltroni lasci il Campidoglio.

Il centrosinistra ha bisogno di tempo, per sperare di recuperare il proprio elettorato; e il nuovo partito e il suo segretario, per accreditarsi. Rimane da capire se alla fine l'assemblea del 14 ottobre permetterà di superare le incognite che impediscono un «sì» immediato. E soddisferà almeno alcune delle condizioni che si è imposto. Ma quel punto, sarà solo all'inizio di un percorso segnato dalla tenuta del governo; e presidiato da un Berlusconi che scommette sul voto anticipato. E già da mesi bersaglia «il malgoverno» capitolino, convinto che sarà Veltroni l'avversario da battere.
La fretta di trovare un leader del Pd sottolinea le difficoltà del centrosinistra

Massimo Franco
21 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Nel programma ci sarà anche l'elezione diretta del premier
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2007, 10:09:17 am
POLITICA

Franceschini in pole position come "vicario", un altro sarebbe ds

Nel programma ci sarà anche l'elezione diretta del premier

"Con me due vice, e resto sindaco"

Le condizioni di Walter per il Pd "Ne parlerò con voi, ne parlerò con Prodi. Ma poi decido io"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 
ROMA - Questione di ore, al massimo di giorni. È vicinissima l'ora X per un annuncio ormai scontato: Walter Veltroni scioglie la riserva e si candida alla guida del Partito democratico. È filato liscio il colloquio con Romano Prodi. E Palazzo Chigi ha molto apprezzato che nella girandola di incontri e di telefonate, il sindaco di Roma si sia ritagliato uno spazio per un faccia a faccia con il Professore. È andato altrettanto bene quello serale a Via Nazionale con lo stato maggiore dei Ds: Piero Fassino, Massimo D'Alema e Maurizio Migliavacca. In quella sede Veltroni ha già parlato da segretario del Pd togliendosi la soddisfazione di essere stato invocato da chi lo aveva combattuto dentro quelle stanze. Ha offerto dettagli sul suo impegno, parlando a viso aperto e ricostruendo in un'ora un rapporto di solidarietà piena con il suo partito. Da una posizione di forza, però. "Il cerchio è chiuso, i tasselli per la tua candidatura sono tutti al loro posto. Abbiamo finito il nostro compito - gli ha detto il suo sponsor Goffredo Bettini al telefono ieri pomeriggio -. Adesso decidi tu come gestire questo passaggio".

Veltroni già pensa a impostare il "come", non più a riflettere sul "se". Ai Ds ha spiegato che le voci su un vicesegretario della Margherita (e tutti gli indizi portano a Dario Franceschini) sono vere a metà. I vicari potrebbero diventare due e uno sarebbe di provenienza diessina. Ma la sua libertà di scelta dev'essere assoluta. "Ne parlerò con voi, ne parlerò con Prodi. Ma poi decido io", ha spiegato ai leader della Quercia. La marea che è montata in suo favore, il pressing evidente che lo ha spinto a dire di sì, gli permette di porre delle condizioni, di chiedere e avere le mani libere. Una squadra, per il nuovo segretario del Pd, sembra indispensabile. Serve perché l'altra condizione messa da Veltroni è rimanere sindaco della Capitale per un lungo periodo. Forse non fino alla scadenza del mandato, ma "devo rispettare il consenso che ho avuto dai cittadini".

I vicesegretari serviranno a costruire il partito, che fanno notare i veltroniani "non c'è, non ha dirigenti, non ha sezioni, non ha una struttura". A tutto questo penseranno i vice. Veltroni darà una politica (e un'anima) al Pd. Lo farà già a partire dal suo annuncio pubblico, presentandosi con una piattaforma, come gli chiedono i prodiani infastiditi da questa investitura solenne dei partiti e anche i leader dei Ds. Veltroni sceglierà questo tipo di "presentazione" anche perché il modo più diretto di presentarsi ai cittadini. In questo progetto ci sarà sicuramente il tema chiaro, semplice ed efficace della riforma elettorale e costituzionale così come Veltroni lo ha sempre presentato: il sindaco d'Italia. Cioè l'elezione diretta del premier. Lo ha detto anche durante la riunione dei 45 l'altra sera, quando gli altri avevano bocciato la sua frenata sulle primarie. "Vedo con piacere che siete tutti favorevoli all'elezione diretta del segretario. Quindi adesso vi piacerebbe questo sistema anche per il premier, presumo. È un discorso che possiamo aprire?", ha chiesto ironico Veltroni. Parisi lo ha rimbeccato: "Riaprire, semmai". E Veltroni: "Riaprire, basta che lo facciamo seriamente". Questa è una battaglia su cui il Pd dovrà impegnarsi sin dall'inizio, ma non per infilarsi nelle astruse discussioni sulle riforme. Ma perché il premierato significa un governo che può decidere.

Sullo sfondo resta il tema della coabitazione tra Prodi e Veltroni, l'intreccio tra governo e partito. Per molti un segretario forte può rafforzare l'esecutivo. Ma un segretario forte è anche una rete di protezione per il centrosinistra in caso di altre difficoltà per Palazzo Chigi. Quella rete che oggi non esiste, ma anche dal 14 ottobre avrebbe un indirizzo certo. Sono problemi del futuro, è vero. Come è di là da venire la questione degli assetti. I vicesegretari per esempio non saranno certo annunciati insieme con la candidatura. Verranno dopo l'appuntamento di autunno. E se Franceschini andrà al Pd, al suo posto come capogruppo salirà Sergio Mattarella. Piero Fassino potrebbe entrare nell'esecutivo in qualità di vicepremier. Ma questo è il dopo. Oggi si pensa solo allo sbarco del sindaco. Che ha cercato e ottenuto il consenso di tutti, ma poi si presenterà "nudo" al popolo dell'Ulivo. Lui e il suo programma. Come sul palco della lectio magistralis sulla "bella politica".

(21 giugno 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Bindi: se scende in campo lo sosterrò, se no io mi presento (Bindi come vice?)
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2007, 10:11:24 am
POLITICA

Nel colloquio col premier discusso anche il rischio di falsare le primarie

Bindi: se scende in campo lo sosterrò, se no io mi presento

Pd, Veltroni consulta Prodi candidatura ad un passo dal sì

"Deciderò presto". Fassino e D'Alema: tutti i Ds con lui

di GIANLUCA LUZI

 

ROMA - Fassino spera che dica sì e gli assicura l'appoggio di tutta la Quercia. D'Alema lo definisce "un punto di riferimento forte". L'Ulivo lo invoca sperando che i sondaggi di popolarità si traducano in una iniezione rivitalizzante per il centrosinistra. Tutto è pronto per la candidatura di Walter Veltroni alle primarie del Partito democratico, manca solo la risposta definitiva del sindaco di Roma che - lo dice lui stesso - non si farà attendere a lungo.

Il pressing su Veltroni è forte e la decisione è imminente: ieri ha avuto un colloquio di tre quarti d'ora a tutto campo con Prodi sul Pd e quindi si è recato nella sede dei Ds dove ha parlato per un'ora con il segretario. All'incontro ha partecipato all'inizio anche il vicepremier D'Alema. La candidatura di Veltroni alla segreteria del Partito democratico sarebbe difficilmente battibile il 14 ottobre, ma proprio questo è un possibile problema emerso nell'incontro "buono, positivo, cordiale e aperto" a Palazzo Chigi: se devono essere primarie vere, infatti, una candidatura del sindaco di Roma potrebbe rendere inutile, falsare, la gara tra i candidati.

Dopo l'"incoraggiamento" di D'Alema a Ballarò, ieri è stato il segretario della Quercia Fassino a dare il via libera dei Ds alla candidatura di Veltroni. "Mi auguro che Walter, che in questo momento sta riflettendo su una sua eventuale candidatura, risolva questa riflessione scegliendo di candidarsi". Per Fassino la candidatura sarà "naturalmente sostenuta da tutti i Ds con grandissima convinzione. Ma soprattutto sarebbe una candidatura attorno alla quale si potrebbe raccogliere un consenso politico e sociale molto largo nella società italiana".

Sulla stessa lunghezza d'onda anche il sostegno di D'Alema: "E' evidente che in una situazione abbastanza complessa, Veltroni può rappresentare un punto di riferimento forte, rilanciare il rapporto con l'opinione pubblica e dare un segno di novità che il Pd rappresenta". Quella che attende Veltroni è "una scelta delicata e complessa, che richiede anche delle consultazioni, ma non credo che Veltroni lascerà passare troppo tempo". Se si candiderà, D'Alema si dice convinto "che darà un grosso peso politico al ruolo di segretario e che ha deciso di mettersi in gioco subito per investire sulla costruzione del Pd".

L'eventuale candidatura di Veltroni riscuote consenso anche nella Margherita. Rosy Bindi annuncia che se il sindaco di Roma si candida farà una lista per sostenerlo, ma in caso contrario lei sarà in gara. E anche Franceschini, capogruppo dell'Ulivo alla Camera, è pronto a votare Veltroni. Ma al momento, nei Ds, il discorso delle candidature resta aperto in attesa di sapere cosa farà Veltroni. Anna Finocchiaro, capogruppo dell'Ulivo al Senato, ricorda che i "candidabili" sono tanti "e tra questi ci sono anch'io". Per la Finocchiaro "occorre che qualcuno faccia un passo avanti e magari che qualcun altro faccia un passo indietro". Mentre per Luciano Violante "Veltroni è una personalità che riscuote la fiducia non solo di Ds e Margherita". Il presidente del Senato Marini, invece, non ha voluto commentare l'ipotesi Veltroni. Però è tornato sull'argomento del peso politico del segretario del Pd. "Sono contento, hanno deciso di fare un segretario forte. Era una necessità. Sono contento solo di questo".

(21 giugno 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2007, 10:13:48 pm
21/6/2007
 
Walter pensaci bene
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
La vita delle persone non ci appartiene - per cui è difficile dare consigli a chi si trova davanti a una svolta importante del suo destino. Ma di fronte ai dilemmi privati che diventano pubblici allora forse non è indiscreto avventurarsi in qualche consiglio. In questo caso si tratta di un affettuoso ma netto: «Walter pensaci bene». Il che non è detto a dispetto dello straordinario numero di inviti arrivati ieri al sindaco di Roma a candidarsi alla guida del Partito Democratico; casomai, a causa di.

C’è infatti un che di sorprendente e per certi versi poco trasparente in questa improvvisa rincorsa a fare complimenti e a giurare lealtà a un personaggio politico come Veltroni che ha inquietato i sogni di quasi tutti i capi del centro-sinistra. Che la maggior parte delle mosse politiche, e delle lacerazioni cui abbiamo assistito negli ultimi anni in questa area politica avessero la propria origine nel desiderio di esorcizzare la presenza (e forza) del sindaco Veltroni, non è un segreto di Stato. È così poco un segreto che lo stesso «uomo del destino» - in queste ore di fronte alle sue scelte - fa sapere di temere che i grandi consensi nascondano una trappola.

Tuttavia il consiglio non ha nulla a che fare né con complotti, né con trappole: è piuttosto una cautela che nasce dalla necessità di capire fino in fondo cosa abbia provocato l’improvviso cambiamento di umori. Cambiamento così repentino da poter esser considerato una vera e propria svolta: poche settimane fa, Fassino chiedeva per sé il posto di guida del Pd, D’Alema faceva sapere che sarebbe sceso in campo, Rutelli preparava la sua battaglia e, soprattutto, Prodi ostacolava in tutti i modi l’idea di un segretario «forte» che facesse ombra al suo governo. Il metodo preferito di elezione del futuro segretario era di conseguenza la scelta in assemblea costituente. Stando alla testimonianza su web di una delle partecipanti al comitato dei 45, leader debole e leader forte è stato il tormentone della prima riunione dei saggi. Pochi giorni dopo, lunedì 18, è stato ribaltato: elezione diretta e luce verde a Walter Veltroni, con il ritiro di tutti gli altri, da D’Alema, a Fassino e, soprattutto, a Prodi.

Una brusca inversione di rotta, appunto, di fronte alla quale, proprio per il suo impatto, non riusciamo a glissare: cosa l’ha provocata? Cosa ha spinto uomini così ambiziosi a mettere improvvisamente da parte le aspirazioni di anni? Nella risposta a queste domande c’è in queste ore, per gli elettori dell’Ulivo, oltre che per Veltroni, la chiave per comprendere la natura delle cose, per capire, nello specifico, se il cambiamento è un’operazione di maturità piuttosto che di fuga, di scelta piuttosto che di obbligo. Insomma se siamo di fronte a un momento di costruzione, o a una raccolta di cocci.

Naturalmente non staremmo qui a sprecar parole se non si avesse il timore che si tratti di cocci. L’unico vero avvenimento intercorso infatti fra le due riunioni del comitato dei 45 è la pubblicazione delle intercettazioni. E non solo quelle con Consorte, in cui si sentivano parlare D’Alema e Fassino, ma l’intera ondata di verbali e documenti, e aperture d’inchieste che hanno continuato a macinare la nostra vita pubblica. I verbali di Ricucci, quelli del governatore Fazio, le nuove inchieste aperte sul contropatto della Bnl. Una montagna di carte in cui sono stati fatti quasi tutti i nomi più rilevanti della Repubblica, in aggiunta a quelli dei leader Ds: Bersani, Prodi, Rovati, Costamagna, Casini, Letta, Berlusconi, e banchieri e imprenditori vari. Tutti hanno negato e si sono rifugiati dietro la perfetta liceità delle mosse fatte, o le hanno addirittura negate. Il cerino, come spesso succede, è rimasto in mano a chi ha l’accento peggiore: Ricucci.

Eppure - anche a voler prendere per buono, come sempre si deve prima delle prove di colpevolezza - il terremoto inchieste deve aver scavato da qualche parte un limite profondo con il periodo precedente. Il comitato dei saggi non ne ha mai discusso, scegliendo le regole del futuro partito in un aureo isolamento (così ci dicono le testimonianze interne), ma si può davvero immaginare che non siano state nella mente di tutti i riuniti? Quale elemento più potente delle tensioni intorno ai leader del centro-sinistra per spingere a decisioni drastiche? Non è azzardato, dunque, dire che le intercettazioni hanno costituito la dinamite che ha finalmente fatto esplodere quella rete di reciproche interdizioni che da anni paralizzavano la sinistra. Del resto è stato proprio D’Alema, il più attaccato, ad ammetterlo, affermando in un solo fiato il suo diritto a occuparsi delle questioni economiche del Paese e il suo ritirarsi dalle ambizioni di segretario e premier eletto a furor di popolo. Meglio essere chiari: questo ritiro è l’equivalente di vere e proprie dimissioni. Segno per altro che, dopotutto, all’uomo non sono venute meno le sue sensibilità politiche.

Ma se D’Alema ha ammesso errori (non colpe) è azzardato sostenere che il mettere in campo Veltroni, il ritirarsi degli altri, ha un identico significato? Insomma, Fassino, Prodi e tutti gli altri, dando la luce verde al sindaco romano, alla fine stanno in qualche modo prendendo atto della gravità della crisi che li ha investiti. È così? È questo il significato di tanto onorevole farsi da parte? Perché di questo si tratta: finché questo governo dura un ruolo l’avranno, ma non comparabile al potente riconoscimento di segretario-premier. È così? Tutto ciò è frutto di una forte crisi?

Rilevante avere una risposta. Perché se riconoscimento di una crisi c’è, il modo migliore per uscirne non è un giro di valzer di titoli. Ma una seria e pubblica discussione. In assenza della quale, il futuro leader non rischia complotti, ma il peso di una eredità ingestibile. «Pensaci, e bene, Walter» .
 
da lastampa.it


Titolo: Buone notizie
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2007, 04:23:35 pm
Buone notizie

Antonio Padellaro


La candidatura che Walter Veltroni annuncerà a Torino mercoledì prossimo, ma che viene già data per sicura, è prima di tutto una buona notizia per il nascente Partito democratico per tre ragioni almeno. Primo: non da oggi Veltroni è in testa ai sondaggi di gradimento tra gli elettori del centrosinistra, soprattutto come leader da opporre alla destra. Secondo: anche quando sembrava pura utopia, Veltroni è stato tra i primi a battersi per la nascita di un partito nuovo che mettesse insieme le diverse culture riformiste del Paese. Diciamo che conosce la materia. Terzo: sul nome di Veltroni si sono detti d’accordo D’Alema, Fassino, Rutelli, Finocchiaro, Franceschini, ovvero tutti gli esponenti ulivisti che avrebbero potuto competere per l’incarico di segretario del Pd. Questa convergenza ha fatto storcere il naso a qualcuno che teme o la «sciagura dell'unanimismo» («Corriere della sera») o il «plebiscito» frutto di «manovre preventive di negoziato interno», con la conseguente negazione dello spirito delle primarie («La Repubblica»). Tutte preoccupazioni rispettabili ma un po’ affrettate visto che la candidatura Veltroni dovrà poi essere sostenuta dal voto popolare (ci auguriamo il più ampio) del prossimo 14 ottobre. E non sarà certamente colpa di Veltroni se (come teme Parisi) non si troverà a competere con altre candidature di spicco. Non vorremmo invece che con gli improvvisi timori di «unanimismo» poteri più o meno forti cercassero di suggerire al nuovo segretario del Pd il programma delle cose da fare e da non fare.

In molti commenti a caldo ci si interroga, poi, sui motivi della scelta. Se cioè Veltroni non rappresenti la carta migliore giocata nel momento peggiore.

È probabile che la candidatura sia figlia di uno stato di necessità (la bufera intercettazioni sui Ds, la crisi di consensi del governo Prodi) che ha reso indispensabile sia una svolta d’immagine (Veltroni sicuramente lo è) sia un forte investimento sul futuro del Pd. Si dice che Prodi tema la coabitazione con un segretario di così forte peso politico. E che il sindaco avrebbe preferito correre direttamente per l’incarico di candidato premier del Pd alle prossime elezioni politiche, piuttosto che scendere subito in campo come “semplice” segretario del Pd.

È comprensibile che Walter tema di logorarsi se le difficoltà del governare logoreranno la maggioranza. Ma è possibile, al contrario, che l’asse Prodi al governo e Veltroni al partito dia più stabilità alla coalizione e alla lunga rafforzi entrambe le entità. È una svolta, infine, che avrà ripercussioni sul resto del quadro politico. Per la sinistra radicale, che ha scommesso sul fallimento del Pd e che adesso dovrà rifare i conti. Per la sinistra di Mussi e Salvi che con il Pd hanno rotto e con il Pd di Veltroni potrebbero costruire un dialogo.

Per Berlusconi, infine, l’arrivo di Veltroni è una pessima notizia. Anche a destra, finalmente, si comincerà a guardare il caro proprietario per quello che è: un ingombrante avanzo del passato. E forse non è un caso se da ieri il cavaliere ha smesso di parlare di elezioni anticipate. Con un avversario del genere, avrà pensato, meglio non rischiare.

Una cosa è certa. Giocata la carta Veltroni non si può più sbagliare. Il primo ad esserne consapevole è il protagonista di cui tra qualche giorno ascolteremo le decisioni, le condizioni, gli obiettivi e il programma. Comincia da Torino perché è la città del lavoro. Punta al 35 per cento dei voti. Sulla carta tutto è possibile. Comunque, si volta pagina.


Pubblicato il: 22.06.07
Modificato il: 22.06.07 alle ore 8.33   
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Titolo: Bindi: pronta a scendere in campo
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2007, 07:55:05 pm
Bindi: pronta a scendere in campo
Wanda Marra


Siamo tra il “Gattopardo” e l'eterogenesi dei fini». Con la sensazione che si stia arrivando al 14 ottobre con tutto già deciso e che lo stesso centrosinistra possa arrivare a causare la caduta del governo Prodi, è una Rosy Bindi più passionale e arrabbiata che mai quella che critica quanto si sta muovendo intorno alla candidatura di Veltroni alla leadership del Pd. Candidatura che appoggia, anche se non esclude di presentarsi in prima persona.

Ministro, lei ha criticato duramente le regole per le candidature. Perché?
Mi sembra di rivedere una pagina del “Gattopardo: "Tutto cambi perché tutto resti com'è". Il 14 ottobre si rischia di ratificare il leader, il vice leader. E poi che altro? Andiamo con le liste bloccate, addirittura con un ticket precostituito con Franceschini deciso dai capocorrente di un partito... Qualcuno mette anche in dubbio che ci possano essere più liste. E poi, dov'è la famosa svolta del Pd verso le donne?

Dunque, cosa propone lei?
Un po'di libertà, per favore! Sono contenta della candidatura di Veltroni, sono stata una delle prime a dire "benissimo", un ulivista della prima ora, capace di interpretare tutti, ecc. Ma così, questo partito parte di già stigmatizzato dagli equilibri dei partiti fondatori. Francamente non capisco dove sia la novità. Mi sta benissimo che ci sia un leader naturale, che ottenga grande forza con una grande partecipazione al voto, anche senza una competizione per la leadership. Ma non ci si presenti l'organigramma già fatto! Senza Veltroni, ci sarebbero stati tanti candidati, che almeno ci siano tante liste..

Barbi, tra gli altri, sostiene che andare alle primarie con tante liste sarebbe il trionfo delle correnti. Cosa risponde?
Il trionfo delle correnti si impedisce con la competizione delle liste. Per me va bene, un'unica lista, nazionale, purché frutto di autocandidature e con il voto di preferenza. Oppure tante, ma tante liste in competizione tra loro, che sostengano l'unico candidato. E senza sbarramenti. L'organigramma si sceglie dopo. Prima vorrei parlare di valori, idee, programmi. E ancora una volta vedo la mortificazione delle donne.

Lei è pronta a candidarsi anche in prima persona?
Assolutamente sì. Infatti, spero mi sia data almeno la possibilità di fare una lista. Altrimenti non so che andiamo a fare il 14 ottobre. È meglio evitare lo spreco di energie e risorse. Così si riproduce il sistema: c'è un candidato Ds e un vicecandidato Dl, in caso c'è un altro vice donna di un'altra appartenenza diessina. Potevamo decidere ai nostri 2 congressi ed eravamo a posto.

Scenderebbe in campo come leader contro Veltroni, come sembra voler fare Bersani?
Aspetto il discorso di mercoledì.

La candidatura di Veltroni non le sembra una possibilità di cambiamento?
È una grande possibilità. Allora, che corra libero, vediamo dove si va, fidiamoci del mondo, dei nostri iscritti, dei nostri elettori e potenziali simpatizzanti. Proviamoci una volta. Chi sta prendendo decisioni per tutti sono gli stessi che decidono tutto da almeno 30 anni. Vogliamo vedere se c'è qualcuno che ha qualche idea che possa servire? Faccia lui la sua corsa e facciamo fare la corsa a tanti. Decidiamo una cosa nuova: facciamola davvero.

Si sta delineando come "effetto collaterale" della discesa in campo di Veltroni la più rapida caduta del governo Prodi. Lei cosa ne pensa?
Questa sarebbe l'eterogenesi dei fini. Se c'è un motivo per cui il Pd deve nascere ora è proprio quello di accompagnare con una politica forte e rilanciare l'azione del governo. E poi ci vuole il tempo per una nuova legge elettorale. Altrimenti, rischiamo di far morire il governo e far nascere morto il Pd.

In molti credono che questo governo sia troppo litigioso per andare avanti. Non crede che Veltroni spariglierebbe?
Veltroni spariglierebbe adesso? Con questa legge elettorale? Bisognerà che questo governo vada avanti. Oppure pensiamo che un viatico per il nuovo partito sia una fase di decantazione istituzionale? Ma che, stiamo scherzando? Serve il tempo per vedere gli effetti positivi del governo, che peraltro già ci sono: il Pil che cresce, l'extragettito da distribuire, il debito che rientra nei parametri di Mastricht, l'accordo con le parti sociali, un Dpef che sarà di sviluppo ed equità. E noi facciamo cascare il governo con le nostre mani?

Berlusconi sostiene che tenere Veltroni nella posizione di candidato Premier per più di un anno significa bruciarlo e che si andrà al voto il prossimo aprile...
Berlusconi può fare tutte le congetture che vuole. Credo che la miglior carta di presentazione per Veltroni, oltre alla sua persona e a un partito forte alle prossime elezioni, sia, lo ripeto, il rilancio dell'azione del governo e una nuova legge elettorale.

E allora, che tempi prevede? L'intera legislatura?
Quanto serve: 2 anni? 3? 4? Vediamo.

Pubblicato il: 23.06.07
Modificato il: 23.06.07 alle ore 15.17   
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Titolo: Che sia una sfida vera
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2007, 07:56:12 pm
Che sia una sfida vera

Gianfranco Pasquino


È proprio la stima che ho per Veltroni che mi obbliga a dichiarare il mio dissenso, non sulla sua candidatura alla carica di primo segretario del Partito Democratico, ma sulle modalità con cui sta maturando. Il Documento approvato dal Comitato Promotore indica come strada maestra la presentazione, in ciascuno dei 475 collegi uninominali ritagliati dal Mattarellum della Camera, di liste di candidati/e all’Assemblea Costituente. Liste, è bene ricordarlo, che contengono anche il nome del loro candidato alla segreteria del Partito Democratico. Inoltre, il tanto, giustamente, criticato, «Manifesto dei Valori» pone a fondamento ineludibile della scelta delle cariche sia il principio della contendibilità sia il metodo delle primarie. Quella che a molti di noi, democratici e di sinistra, è apparsa una designazione dall’alto, una vera e propria investitura, in particolare ad opera dei vertici dei Democratici di Sinistra, spazza via entrambi: principio e metodo. Invece, la bontà della candidatura di Veltroni non deve fare strame delle regole esistenti e fondanti del futuro Partito Democratico. Non è affatto già troppo tardi.

Se mercoledì a Torino, città natale del filosofo politico Norberto Bobbio che ha speso gran parte della sua ricerca sulla democrazia a individuarne le regole migliori e che si è opposto con tutto il suo magistero alla democrazia dell’applauso e dell’acclamazione (ricevendone, in cambio, da Bettino Craxi, l’epiteto «filosofo che ha perso il senno»), Veltroni dichiarerà la sua disponibilità a candidarsi, dovrebbe rimandare tutto ad un percorso democratico e partecipativo. Toccherà collegio per collegio, ai cittadini “democratici” di impegnarsi, se lo desiderano, per fare di Veltroni il candidato delle liste che presenteranno. Inoltre vedo che siamo addirittura già arrivati alla formazione di un ticket: segretario e vicesegretario. Non mi pare che neppure il ticket sia stato previsto dal documento dei Promotori i quali, incidentalmente, verrebbero in questo modo, platealmente sconfessati. Mi preoccupa anche la composizione del ticket, non per i nomi, poiché sicuramente anche Dario Franceschini ha qualità politiche, ma poiché assomiglia troppo ad una spartizione partitocratica concordata: un Ds alla segreteria, un Margherito alla vicesegreteria. L’aspirazione originaria del Partito Democratico era, almeno questo ci hanno detto, ripetuto, martellato nei congressi, quella di scomporre e ricomporre, aprendosi all’esterno, alle rigogliose culture riformiste della società civile. Non di sovrapporre meccanicamente le nomenclature dei due partiti, né di escludere eventuali competitors, senza neppure il passaggio, sacrosanto, delle primarie. E se, saltata la possibilità di scegliere liberamente il candidato alla segreteria, si mantenesse questa libertà di scelta almeno per i candidati/e alla vicesegreteria? Il segnale formale e procedurale della candidatura di Veltroni, è, dunque, a mio modo di vedere, pessimo. So, però, che in politica, conta anche la sostanza. Forse, Prodi, che ha commesso valanghe di errori in questo processo, doveva rivendicare la guida del partito, da subito; in subordine, doveva esigere la nomina di un segretario organizzativo e non politico; doveva, infine, bloccare le designazioni dall’alto, persino, quella dell’ulivista Veltroni, leale vice premier di un tempo che fu. Forse, adesso Prodi ritiene che la sfida alla sua Presidenza del Consiglio si attenuerà. Ma questa attenuazione non è un segnale positivo, poiché il governo e il PD hanno entrambi bisogno di grande slancio. E quando arriveremo alle elezioni politiche, il PD e l'Unione non potranno neppure sfruttare l’onda lunga di buone e fresche primarie. Il 14 ottobre 2007 Veltroni non diventerà soltanto segretario del Partito Democratico, ma anche inevitabilmente e, probabilmente in maniera opportuna, da subito, il candidato a Palazzo Chigi. In seguito, oltre a subire i contraccolpi di eventuali azioni di governo inadeguate e criticate, oppure di tensioni prodotte da critiche a quelle (in)azioni di governo, Veltroni non potrà usufruire della spinta a suo sostegno del popolo delle primarie. Non credo che la soluzione dei problemi causati da una intempestiva investitura verticistica possa trovarsi nella proliferazione di candidature di bandiera senza speranze, a meno che, peggio che mai, quelle candidature, che sembrano tutte venire dalla Margherita, non vogliano essere la precostituzione di correnti dentro il PD. Non mi resta che augurarmi che, se accetterà la investitura, Walter Veltroni sappia suggerire un originale e democratico percorso per renderla compatibile con quanto il Partito Democratico ha promesso, e deve mantenere.

Pubblicato il: 23.06.07
Modificato il: 23.06.07 alle ore 15.14   
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Titolo: Walter e il rischio dei laudatores
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2007, 07:59:29 pm
Bartezzaghi ricordò che «l’anagramma del suo nome è "Wl’arte"».

E Camilleri descrisse il libro «Senza Patricio» come «una sinfonia».

Gli unici dubbi dai veri amici Dalla e De Gregori «Troppo buono e generoso»

 Walter e il rischio dei laudatores

Gli elogi bipartisan degli artisti, da Buzzanca a Baricco 

 
Se ha un difetto, è di essere troppo buono. O troppo generoso. O troppo razionale (Massimo Ghini, sul Corriere di ieri).

Ma possibile che Walter Veltroni non abbia un difetto vero? L’unanimismo che ha spinto e accolto la sua candidatura è proprio un vantaggio? La santificazione da parte di amici, personaggi dello spettacolo, star televisive non rischia di suonare affine a quella vissuta da un altro politico molto amato — ma anche odiato —, il buono, il generoso, il quasi immortale, l’Highlander (Michela Brambilla, sulla Repubblica di ieri) Silvio Berlusconi? È probabile, in alcuni casi certo, che non sia l’interesse ma la stima sincera ad accendere tanto entusiasmo. Uno scrittore come Alessandro Baricco, ad esempio, non aveva certo bisogno di ruffianarsi un politico quando disse in tv che «il ministero della Cultura va bene, ma solo se c’è Veltroni. Walter è una sicurezza per tutti».

E di sicuro il neutrale enigmista Stefano Bartezzaghi si limitava ai consueti giochi di parole quando annotava che «l’unico anagramma possibile del suo nomeè "Wl’arte"». Èprobabile però che tra i tanti laudatori si annidi qualche ruffiano autentico. E i ruffiani sono segno di successo, manon aiutano amantenere i contatti con la realtà e a maturare la consapevolezza dei problemi, come certo Veltroni è intenzionato a fare, avendo scelto per l’annuncio una città poco ruffiana come Torino. Qualcuno tra i vecchi amici ha espresso qualche perplessità. «Gira i tacchi e vai in Africa, Celestino!» sorrideva amaro Francesco De Gregori in una canzone ispirata — anche se mai collegata esplicitamente —ai tormenti politici ed esistenziali di Veltroni. E Lucio Dalla ha un ricordo bello ma non mitizzato di quel giovane che seguiva la sua tournée del 1979 appunto con De Gregori, Banana Republic, «e diceva di avere due sogni: diventare allenatore della Juve o direttore di Sorrisi&Canzoni tv» (aggiunge Dalla che «fare oggi il segretario del Partito democratico è come fare l’imperatore ai tempi di Romolo Augustolo, quando lo scettro era in vendita ma non lo voleva comprare nessuno»).

E comunque, annota Bartezzaghi: «Walter significa dominatore dell’esercito». Per un antico compagno che abbozza una critica, ci sono dieci avversari pronti ad adularlo. Marcello Dell’Utri: «Veltroni è un politico abile e un grande comunicatore. La sua Unità non era fanatica come questa. E poi non si è mai vestito da comunista». Mike Bongiorno, all’indomani della sfida del ’94 per la segreteria del Pds vinta da D’Alema: «Date retta a me che lo conosco fin da quand’era bambino; hanno sbagliato, dovevano fare Walter». Lando Buzzanca: «Resto uomo di destra ma a Roma voto Veltroni; un intellettuale di statura europea». Gianni Alemanno, dopo la netta sconfitta nella corsa per il Campidoglio: «Ormai Veltroni e io percorriamo strade parallele».

Tante cortesie da indurre Fabrizio Cicchitto a sbottare, preveggente: «Ma l’avete capito o no che Veltroni, il gentile, geniale, furbo, colto, intelligente Veltroni, è destinato a diventare il nostro principale avversario? E allora perché tante moine? Perché siamo sempre così carini con lui?». Non aveva ancora letto le recensioni ai libri. Il Veltroni saggista fu apprezzato pure da Clinton: quando Walter andò in America nel ‘97, il presidente—almeno secondo i giornalisti al seguito—lo ringraziò così per aver prefato l’edizione italiana di un suo saggio: «Lei mi ha capito. Noi due la pensiamo allo stesso modo. In più, lei scrive veramente bene». Per presentare I programmi che hanno cambiato l’Italia vennero al teatro Argentina Andrea Barbato, Corrado Augias, Maurizio Costanzo, Serena Dandini, AntonioRicci; in prima fila, Ettore Scola, Nanni Loy, Lea Massari, Angelo Guglielmi, Emmanuele Milano, Beniamino Placido, Sandro Curzi; fila di mezzibusti e presentatrici fuori dal teatro; quel giorno in Rai rimasero solo gli uscieri.

Nulla, in confronto al trionfo della presentazione di Senza Patricio, ancora all’Argentina. Parte subito forte Ermanno Rea: «Bellissimo. Un gioiello». Melania Mazzucco: «Per Veltroni scrivere è come volare. Da figlio diventa padre, da padre figlio, poi ancora padre...». Andrea Camilleri: «Questo non è un libro di racconti, questo è un canone inverso! Questa è una sinfonia, una sinfonia per solisti e coro!». Gianni Amelio (che il cronista, Luca Telese, descrive come visibilmente commosso): «È un libro magico. Mi fa quasi paura, perché parla di noi, di me. Walter, tu mentre scrivevi non potevi saperlo,maio sono Patricio!E io sono, anche, il papà di Patricio!». Paolo Bonolis: «Libro delizioso. Toccante. Ricorda Márquez». Al moderatore, Vincenzo Mollica, l’accostamento pare inadeguato: «Márquez, certo. Ma pure Fellini!». Quando poi uscì La scoperta dell’alba», l’entusiasmo dei recensori fu tale che si preferisce non riferirlo. Valga per tutti il biglietto che mandò Gianfranco Fini: «Caro Walter, ho letto il tuo romanzo, e l’ho davvero molto apprezzato. Spero che lo legga anche chi non vota per te...».

Poi, alla presentazione, per una volta al Circolo Canottieri Aniene: «È un gran bel libro. Leggetelo». È probabile che Bartezzaghi abbia ragione: «D’ora in poi Walter sarà ripetuto ovunque, a martello». Ad esempio alla City, dove —sempre a rileggere i giornali— nel novembre 2003 i broker furono «incantati» dall’intervento di Veltroni, al punto da bersi pure loro il noto annuncio: «Una volta conclusa l’esperienza in Campidoglio, riterrò chiusa la mia carriera politica, e mi ritirerò in Africa». È probabile pure che Veltroni sia sincero, quando lo dice. Nessuno crede più che la sua apertura agli altri, il suo personale culto dei morti, la sua attenzione ai deboli siano finti; al massimo, la discussione è se Veltroni sia davvero sincero con tutti, o se sia convinto di esserlo.

Ma il punto non è questo. La sfida ora non è dimostrare la sua sincerità, ma distinguere chi è sincero con lui, e chi non lo è. Chi lo loda sul serio, e chi per finta. Chi è preda di un’euforia autentica — come il suo nuovo assessore alla Cultura Silvio Di Francia: «Oggi siamo orgogliosi, e tutta Roma lo è!»—e chi, non solo tra i dalemiani (o i fassiniani, o i rutelliani, o i prodiani), al primo ostacolo l’euforia perderà di colpo. E comunque, Bartezzaghi, definitivo: «Rimarranno pochissimi quelli che penseranno innanzitutto a Walter Chiari...».

Aldo Cazzullo
23 giugno 2007

da corriere.it


Titolo: Il segretario Ds nega malesseri nelle aree più vicine a lui e a D'Alema
Inserito da: Admin - Giugno 24, 2007, 04:21:43 pm
POLITICA

Il segretario Ds nega malesseri nelle aree più vicine a lui e a D'Alema

E frena sulla candidatura Bersani. "Io che farò dopo? Mai inseguito poltrone"

Fassino: "Giusto fare largo a Walter

E' il più fresco, non ha le nostre ferite"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 
ROMA - "Con Veltroni abbiamo scelto il più fresco di tutti noi. Diciamoci la verità: venendo dal Campidoglio Walter non si porta dietro le ferite delle nostre battaglie di questi anni". Generoso, realista: chiamatelo come volete. Piero Fassino è convinto della scelta fatta dall'Ulivo per la leadership del Partito democratico. Si è preso un giorno di riposo. E' a Venezia per celebrare il matrimonio del suo portavoce Gianni Giovannetti con Valentina Basarri. Il sole, la laguna, il ricevimento prelibato all'Harry's Dolci. Sarà per questo che non pensa al dopo, al 15 ottobre, quando i Ds non ci saranno più? "Non ho rimpianti. Se mi guardo indietro sono orgoglioso del percorso che abbiamo realizzato".

La scelta di Veltroni non è una resa dei leader della Quercia, a cominciare da lei e D'Alema? I Ds hanno portato voti e sangue al centrosinistra, ma non hanno potuto esprimere né il premier né il segretario del Pd.
"Ma no, non penso si possa avanzare questa obiezione. In primo luogo perché Walter è un dirigente dei Ds ed è stato addirittura il leader del partito. La sua appartenenza politica è chiara. Ma Veltroni rappresenta anche tutto l'Ulivo e il Pd, cioè uno spettro molto ampio di posizioni. I Ds erano in grado di mettere in campo altri dirigenti, ma poi bisogna tenere conto delle condizioni politiche. E queste condizioni hanno portato alla scelta più idonea".

Quindi è una leggenda la stizza dei dalemiani e dei fassiniani.
"Non vedo alcun malessere e delusione. Trovo anzi la soddisfazione per la scelta di un leader forte. Penso che questo segnale, dopo la sconfitta alle amministrative, abbia fatto tirare un sospiro di sollievo a tanti. All'indomani delle elezioni infatti abbiamo deciso di puntare su un doppio scatto rilanciando il centrosinistra sia sul fronte dell'azione di governo sia sul Partito democratico. E l'accelerazione più evidente riguarda il Pd. Ormai mancano 115 giorni alla sua fondazione. Solo poco tempo fa il cammino ci appariva molto più lungo e travagliato. A Orvieto avevamo fissato il traguardo alle Europee del 2009. Poi ci siamo accorti che per i tempi della politica e della società quella data era veramente troppo oltre. Abbiamo anche capito che bisognava eleggere un leader forte".

E il più forte, come dicono i sondaggi, è Veltroni.
"Sì. E il fatto che Walter abbia deciso di candidarsi rafforza questo processo. É un dirigente stimato da tutti. Ha un profilo che lo rende riconoscibile a un elettorato più largo del centrosinistra. La sua fede ulivista è sempre stata dichiarata. E' anche un esponente dei Ds e in questo c'è il riconoscimento del ruolo del nostro partito. Racchiude in sé le caratteristiche di unità e di novità".

Lei ha detto che tutti i Ds sostengono il sindaco di Roma. Consiglia a Bersani di ritirarsi?
"Bersani o altri sono liberi di decidere. È utile una pluralità di liste e di candidati. Tuttavia penso che su Veltroni si realizzi una larga convergenza unitaria. Ed è così che il suo impegno viene percepito dai cittadini. Uno dei nostri problemi di sempre è la Babele di linguaggi, il mettere troppo in evidenza più le divisioni che i punti in comune. Credo che di questo dobbiamo tenere tutti conto. La nostra gente vuole segnali di forte coesione e unità. Per una volta che possiamo essere davvero uniti perché presentarci divisi?".

Perché Veltroni sì e altri no, a parte i sondaggi?
"Per i tratti del suo profilo di cui parlavo prima. E perché venendo dal Campidoglio non si porta dietro le ferite delle battaglie di questi anni. E' il più fresco di noi. E può unire più di ogni altro".

Di solito le medaglie e i premi non vanno proprio ai feriti?
"Se parla di me, io sono appagato. Nel 2001 si profetizzava un ciclo della destra pari a quelli di Margaret Tatcher e di Helmut Kohl. Bene: sono passati sei anni e il centrosinistra è uscito dal cono d'ombra della sconfitta. Da allora, abbiamo vinto sempre nei vari passaggi elettorali, abbiamo ricostruito l'unità del nostro campo e rimesso in piedi l'Ulivo fino all'approdo del Pd. Un processo così importante che finirà per riguardare non solo noi. Fini e Berlusconi hanno avviato una discussione su come fondare un partito del centrodestra che possa competere con il Pd. E alla nostra sinistra forze gelosissime della loro identità come Rifondazione e il Pdci pensano a una casa comune. Il Pd è già un pezzo della riforma del sistema politico anche se sappiamo bene che questa riforma anche passa dalla revisione della legge elettorale. Noi non diamo per persa la possibilità di un'intesa. Ci sforzeremo per arrivarci. Sapendo però che il referendum è un'altra strada e che anche all'indomani del voto sui quesiti ci sarà bisogno di una buona legge. Non basterà il pronunciamento dei cittadini a cambiare la pessima qualità della norma Calderoli".

Lei ha parlato anche di uno scatto del governo. E la lettera dei quattro ministri della sinistra radicale che accusano l'esecutivo e Padoa-Schioppa?
"Abbiamo firmato i contratti del pubblico impiego, abbiamo sbloccato la Tav, stiamo portando a compimento le norme sul federalismo fiscale e si è aperto il tavolo con i sindacati su pensioni e lavoro. In più, c'è il surplus di 2,5 miliardi di euro che certo non piove dal cielo ma è figlio della ripresa economica accompagnata dalla Finanziaria e della lotta all'evasione fiscale. Un miliardo e 400 milioni saranno destinati ad aumentare le pensioni più basse, 700 milioni vanno agli ammortizzatori sociali e servono ad aiutare i precari, 600 milioni andranno ai giovani. Non sono scelte di poco conto. I ministri della sinistra radicale le sottostimano e sottovalutano il fatto che quelle decisioni sono già state assunte dal governo e apprezzate dalle parti sociali. Sulla base di quelle scelte possiamo predisporre un Dpef e una Finanziaria più rivolti allo sviluppo e che contengano anche prime significative riduzioni fiscali".

Il nodo restano le pensioni.
"È un passaggio delicato. Bisogna reperire un miliardo per passare dallo scalone agli scalini. Padoa-Schioppa è consapevole che una soluzione va trovata. E io sono fiducioso che il miliardo che serve, il ministro lo troverà".

Che farà Fassino il 15 ottobre, quando il Pd avrà un altro segretario?
"Contribuirò a costruire il Partito democratico facendo vivere le ragioni di una sinistra riformista moderna. In ogni caso sono un parlamentare dell'Ulivo. Non ho mai inseguito una poltrona. Continuerò a fare politica. Per passione, come sempre".


(24 giugno 2007) 
da repubblica.it


Titolo: Veltroni e il rischio del remake
Inserito da: Admin - Giugno 24, 2007, 04:28:54 pm
Rubriche » Bussole
Diamanti

Veltroni e il rischio del remake
 

Forse non è entusiasta di "scendere in campo" così presto. Lontano (forse) dalle elezioni. In Italia, soprattutto, conviene sempre stare fuori. Assistere. Incombere. Essere chiamati in causa. Intervenire nel dibattito, esprimere una posizione, lanciare una parola d'ordine. Ma senza essere coinvolti. Fino all'ultimo minuto. Perché, quando prendi parte, la magia svanisce in fretta. Da "santo subito" si diventa "bersaglio". Di tutti. Avversari e soprattutto amici. Anche di quelli che prima incitavano a entrare nell'agone, a spenderti in prima persona. A essere generoso. Però, è difficile per Walter Veltroni continuare a lungo a fare il predestinato che si schermisce. E attende, il più a lungo possibile, prima di esporsi. Per evitare il fuoco nemico e quello amico. Ormai, la corsa è lanciata. A ottobre gli elettori del Partito Democratico voteranno, direttamente, per il segretario. Non per un portavoce indicato da Prodi. O per qualche altra carica di scarso valore. Troppo seria la situazione in cui versano la maggioranza e il governo per alimentare ulteriormente la delusione degli elettori.

Il gioco, quindi, si fa duro. Perché in gioco c'è la leadership futura e presente. Condivisa con - e contesa a - Prodi. Piero Fassino, al quale non può venire imputata mancanza di generosità, ha pensato bene di rompere lui gli, gli indugi. E ha candidato Veltroni. Da troppo tempo in attesa "sul bordo del fiume" , come ha osservato Salvatore Vassallo sul "Corriere della Sera". Lo ha costretto a nuotare. Ad affrontare le acque insidiose della contesa con gli altri candidati. Forse. Perché qui c'è un problema ancora irrisolto. Veltroni, oggi, è davvero il più popolare fra i leader del centrosinistra. Non c'è sondaggio che non lo veda largamente in testa, nelle scelte dei sostenitori e degli elettori del Partito Democratico. Se, però, intende confermare e perfino rafforzare questa posizione, non si può affidare a un referendum dall'esito scontato. A un altro plebiscito. Come quello tributato a Prodi, alle primarie del 2005. A un altro rito collettivo intorno a un solo celebrante. Prodi è l'inventore e il testimone dell'Ulivo. L'unico ad avere sconfitto Berlusconi. E costretto ad abbandonare, nel 1998, non dagli avversari politici, ma dai presunti alleati. Veltroni no. E' il sindaco di Roma. Un passato comunista definitivamente passato. Lontano. Perfino incomprensibile. Perché nulla, in lui, evoca quell'eredità scomoda. Da cui lo distaccano, anzitutto, ragioni fisionomiche e di stile. Veltroni. duro nella sostanza e lieve all'apparenza. Il più amato e atteso, dagli elettori dell'Ulivo e del PD.

E', però, un leader fra altri leader. Per questo non può essere promosso e "trainato" dalle tradizionali logiche di partito. Da intese trasversali, fra segreterie. Che prevedano, magari, una sorta di ticket: lui alla segreteria di partito con un uomo della Margherita accanto. Per dire: Franceschini. E, per completare, il quadro, un altro, che raccolga la rappresentanza della "società civile". Non può. Ne uscirebbe indebolito. Un leader come altri della prima e, soprattutto, seconda Repubblica. Frutto di compromessi. Secondo l'aurea regola "cancelli". Perché i leader forti emergono sempre da lotte dure e aspre. Senza esclusione di colpi. Com'è avvenuto (almeno fino agli anni Settanta) anche nella prima Repubblica, nei partiti di massa. Come avviene negli altri Paesi. Per dire: Sarkozy e Ségolène Royal non sono mica stati portati dagli altri leader di partito. Non Sarkò, che ha dovuto affrontare l'opposizione irriducibile di Chirac. Non Ségò, che ha avuto contro tutti gli "elefanti" socialisti. Compreso il suo "compagno segretario", François Hollande. Che ne ha mal sopportato l'ascesa. Perché non sopportava il fatto di diventare il "segretario consorte". E in Inghilterra: Tony Blair, che, dal 1994, ha "conquistato" Labour e ne ha modificato la stessa identità, facendone un partito nuovo. Oggi, per dieci anni, "cede" il passo a Gordon Brown. Un successore che non ha scelto, non gli piace; e che, se non bastasse, sua moglie Chèrie detesta apertamente.

Non può, Veltroni, proporsi come il candidato necessario e predestinato. La sua legittimazione ne uscirebbe danneggiata. Se è bravo, carismatico e popolare - e indubbiamente lo è - deve sfruttare queste doti per "conquistare" il partito. Contro altri candidati disposti a sfidarlo. Candidati veri e credibili. I leader principali: Fassino, Rutelli, D'Alema. Le eterne promesse, in attesa di essere promosse da un leader: Dario Franceschini ed Enrico Letta (bravi e preparati; ma, fin qui, perfetti come assistenti). Poi, i sindaci e i governatori del Nord: Chiamparino e Illy (aspetteranno un altro disastro elettorale per conquistarsi spazio politico?). E magari qualche grande firma di cui tanto si discute. E che tanto fa discutere. Montezemolo accanto a Monti. O viceversa. Se decidessero di "traghettare" il PD verso il centro, invece di attendere che la sinistra affondi lasciando aperto lo spazio di centro...

Una competizione vera, tra candidati veri, con progetti veri. Poche parole e poche idee, ma chiare e distinte. Per coinvolgere gli elettori del PD, galvanizzarli. Farli uscire dalla depressione che li ha attanagliati. Scoraggiati. La leadership del Partito Democratico, val bene una "lotta"; leale e aperta. E quindi dura. Selettiva. Altrimenti è difficile che gli elettori e i sostenitori del PD affollino di nuovo i seggi, per confermare una scelta già scritta. Per partecipare un nuovo plebiscito. A sostegno di un candidato pre-stabilito. Dalle segreterie dei partiti. E pre-annunciato. Dai giornali e dalle agenzie di sondaggi.

E' già avvenuto una volta. Allestire il remake, o peggio, le repliche di quello spettacolo, ancora nella memoria di tutti - come sa Veltroni, che è un cinefilo fine - è molto rischioso. Potrebbe risolversi in un flop.

(21 giugno 2007)
da repubblica.it


Titolo: Veltroni, un discorso contro l’immobilismo
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2007, 12:36:02 pm
Il sindaco di Roma prepara il suo «manifesto» per la leadership del Pd

Veltroni, un discorso contro l’immobilismo

Ultimi ritocchi all’intervento di Torino in cui dirà sì alla candidatura 

ROMA — Veltroni non vuole che sia buonista, il discorso che terrà mercoledì pomeriggio nella sala gialla del Lingotto di Torino. È praticamente ultimato: l’ha scritto ieri, da solo, fino a sera, quando — polo celeste a maniche corte — ha accolto nel suo appartamento romano i suoi più stretti collaboratori, da Claudio Novelli a Walter Verini, fino a Marco Causi, dal 2001 assessore al Bilancio capitolino, docente d’economia e già consulente della presidenza del Consiglio durante il primo governo Prodi.

Una riunione notturna per controllare le sfumature, per rileggere, per correggere, per trovare il modo migliore per sciogliere i nodi più complessi: del discorso, sì, e quindi del centrosinistra, del Paese, del rapporto tra le coalizioni. ATorino, senza megaschermi o giochi di luci, senza avere alle spalle le immagini di Luther King, quasi senza citazioni, Veltroni sembra intenzionato a «picchiare duro» — per usare l’espressione di chi ha visto quel testo— sui mali del Paese. Primo tra tutti, l’immobilismo della politica. La sua idea — del Pd, ma anche del centrosinistra e del rapporto con la destra — è che la politica debba tornare a risolvere problemi: quindi basta con i veti incrociati, con gli ostruzionismi e con le condizioni da imporre agli alleati.

È ora di tornare alla politica del fare, una politica che si pieghi agli interessi del Paese: quindi, soprattutto, agli interessi della gente. Il Pd che ha in mente Veltroni, come spiegano i suoi collaboratori, «deve avere un’anima popolare ed essere liberale nel senso più pregiato del termine» e dovrà cambiare il modo stesso di fare politica in Italia. Oggi Veltroni partirà per la Romania, in veste di sindaco. Saranno, comunque, due giorni importanti per la politica, si continuerà a discutere.

Ieri, ad esempio, il ministro Bersani ha letto su Repubblica quella frase di Piero Fassino in merito alle altre possibili candidature alla guida del Pd—«la nostra gente vuole coesione, per una volta che possiamo presentarci uniti, perché dividerci?» — e ha commentato con i suoi collaboratori che l’obbiettivo è ampliare il confronto, il pluralismo e l’interesse dei cittadini e quindi «un’eventuale mia partecipazione alle primarie non sarebbe una spaccatura ma un arricchimento. Ben altre sono le divisioni che non vuole la nostra base». Bersani, pur non sciogliendo ancora la riserva se candidarsi o no, potrebbe anticipare la sua idea di Pd domani, in occasione della riunione dei giovani parlamentari e segretari regionali e di federazione dei Ds.

Alessandro Capponi
25 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Parisi: "Pronto a candidarmi se resta in corsa solo Veltroni"
Inserito da: Admin - Giugno 26, 2007, 09:46:49 pm
POLITICA

Bersani e Letta ancora indecisi. Bindi boccia il ticket

Franceschini: "Se correranno altri sarà tutta salute"

Parisi: "Pronto a candidarmi se resta in corsa solo Veltroni"

Nuovo rinvio sulle regole per la Costituente

di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - Qualcosa si muove, come aveva auspicato Rosy Bindi. Se Walter Veltroni dovesse restare l'unico candidato alla segreteria del Pd, per esempio, si presenterà anche Arturo Parisi. "Lo farei - spiega il ministro della Difesa all'Ansa - non per un astratto principio democraticistico, ma per la piega unanimistica e plebiscitaria che, come era prevedibile, ha preso la candidatura di Veltroni a causa della investitura da parte dei vertici dei partiti". I prodiani dunque rompono gli indugi. Hanno sostenuto il nome del sindaco di Roma fin dall'inizio, ma criticato il metodo. E i giorni successivi alla scesa in campo di Veltroni non li hanno affatto convinti. L'ombra dei partiti che si allunga sul candidato, il ticket deciso a tavolino Veltroni-Franceschini, il coro in favore del primo cittadino. E il ritiro di alcuni papabili.

Quella di Parisi non è solo una provocazione. È l'affermazione di un principio, la difesa di uno strumento come le primarie. E può diventare alla lunga una sollecitazione reale per antagonisti oggi ancora in attesa. Gli occhi sono puntati su Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. A loro guardano, per rendere la competizione più accesa, in molti e di diverse estrazioni. Diessini spiazzati, difensori delle regole e forse una parte di elettori del Nord se il sottosegretario a Palazzo Chigi ha cominciato un giro esplorativo proprio dal Veneto la scorsa settimana.

La Bindi ha ripetuto ieri all'assemblea federale della Margherita il suo pensiero: stima per Walter, però... "La scelta di un leader passa attraverso una competizione vera. Che è molto meglio di una ratifica", avverte. C'è poi la questione delle donne ("anche stavolta assenti", dice il ministro della Famiglia) e i dubbi sul ticket con Franceschini. Beppe Fioroni in realtà ha sposato la formula del vicario e ha elogiato la scelta del capogruppo ulivista.

I prodiani però insistono: la figura del vice non esiste in un regolamento che ancora va scritto. Così come va fatto il partito. Franceschini risponde alle critiche così, parlando alla Festa dell'Unità: "Se scenderanno in campo altri ticket, ben vengano. Sarà tutta salute per il Pd. Ma se c'è un consenso generalizzato per Veltroni, non mi scandalizzo". Chiaro il riferimento a Bersani-Letta. Sono questi gli elementi che i due dovranno mettere insieme nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Da Franceschini è venuto anche un appello al rientro di Sinistra democratica: "Il Pd è la casa di tutti. C'è bisogno anche di loro".

La Bindi non ha sciolto la sua riserva. Ma come candidato probabile, dalla Margherita, viene indicato Letta. Molti suoi colleghi di partito sono convinti che alla fine il sottosegretario parteciperà alla gara. Anche se il suo rapporto con Veltroni è ottimo, anche se le possibilità di vittoria, per lui come per altri, sembrano davvero ridotte. Diverso il discorso di Bersani. Il ministro dello Sviluppo economico attende il discorso di domani al Lingotto. Vuole buttarsi solo se le due piattaforme saranno distinte, in alcuni punti fondamentali. Ha condiviso alcune linee contenute nel documento dei giovani diessini sul ricambio generazionale, sul rafforzamento dei poteri del premier, sull'avvio di una Terza repubblica. Avrebbe voluto partecipare alla loro assemblea mercoledì. Ma quell'assemblea è diventata una conferenza stampa convocata per oggi. Il documento infatti, hanno precisato i firmatari (tra cui Nicola Zingaretti, Andrea Orlando, Andrea Martella, Marco Filippeschi e Roberta Pinotti) è aperto a tutti, non sostiene alcun candidato. E Zingaretti ha scritto all'Unità, che aveva anticipato il testo mettendolo in relazione con Bersani, chiarendo: "Io sto con Veltroni". Quella che poteva essere una base di lavoro per la candidatura Bersani resta alla fine un programma a disposizione di tutti gli eventuali candidati, Veltroni compreso.

La corsa dipende anche dalle regole per l'elezione dell'assemblea costituente. E dopo la riunione dei tre coordinatori Mario Barbi, Maurizio Migliavacca e Antonello Soro, ieri sera, si è andati a un nuovo rinvio sul punto principale: al candidato va collegata una sola lista o si possono collegare più liste? Parisi insiste: una sola lista. Che è il modo per evitare una divisione per correnti dentro la Costituente. Ma la soluzione ancora non c'è.

(26 giugno 2007) 
da repubblica.it


Titolo: Pd, l'«effetto Walter» vale il 10%
Inserito da: Admin - Giugno 26, 2007, 09:47:45 pm
Ds e Dl attestati al 23/25%.

Determinanti i «voti mobili»

Pd, l'«effetto Walter» vale il 10%

Consenso di astenuti e indecisi che però chiedono scelte nette dalla Tav alle tasse

 
Quale può essere l'apporto di Veltroni, al risultato elettorale del Pd? Al solito, va sottolineato che nessuno, tanto meno i sondaggi, può prevedere il futuro. Ma si possono fare alcune ipotesi, ricordando che da diversi anni le elezioni si vincono soprattutto in relazione a ciò che viene comunicato durante la campagna e — in misura minore — a ciò che si è effettivamente realizzato rispetto alle promesse del passato.

DS e Margherita ottengono oggi nel loro insieme il 24-26% delle intenzioni di voto, con un calo di circa l'1% rispetto a due mesi fa. Ma solo una parte (76%, anche in questo caso con un calo di circa il 2%) di costoro dichiara di «prendere in considerazione » il nuovo partito. Ne consegue che l'apporto da DS e Margherita al Pd sarebbe pari grossomodo al 18-20% dell'elettorato. Cui va aggiunto un 2% circa di elettori di altri partiti e una quota rilevante (attorno al 3% dell'elettorato con, in questo caso, un forte incremento da qualche settimana a questa parte) degli indecisi e degli astenuti, che mostrano, in questo periodo, una crescente e speranzosa attenzione per la nuova forza politica. È grazie a questi ultimi, dunque, che, malgrado le defezioni nel centrosinistra, il Pd riesce a mantenere i consensi attorno al 23-25%.

E l'effetto Veltroni? Il leader, come si sa, è molto popolare anche al di fuori del centrosinistra. Più di un italiano su cinque, pur non votando per un partito di governo, dichiara di apprezzarlo: molti tra questi sono indecisi e astenuti, che, come si è visto, fanno sempre più parte del mercato potenziale del Pd e che potrebbero decidersi a votarlo, proprio per la presenta del Sindaco di Roma. Inoltre, Veltroni è molto stimato anche nell'elettorato del centrosinistra che non sceglie oggi Ds o Margherita o che, pur votandoli, non è intenzionato a optare per il Pd. Nell'insieme, se costoro decidessero di seguire comunque Veltroni, dandogli la propria fiducia come leader del Pd, si otterrebbe un incremento del consenso al partito addirittura superiore al 10%.

La potenzialità, dunque c'è ed è relativamente estesa. Ma si tratta di trasformarla in realtà: tramutare le intenzioni di voto in consensi «veri». Per farlo efficacemente Veltroni dovrà, tra l'altro: - apparire «giovane» e innovativo. E' vero infatti che nei sondaggi è il più gettonato tra i leader del centrosinistra, ma è vero anche che i suoi consensi provengono in misura relativamente maggiore dai più anziani. Il Sindaco di Roma deve conquistare le nuove generazioni.
- evitare di essere considerato mera espressione dei partiti, di sembrare il prodotto delle scelte delle burocrazie. Al riguardo, sono in molti a ricordargli che, nella vicina Francia, né Royal né Sarkozy sono stati designati «automaticamente» dai loro partiti, anzi. Da questo punto di vista, a Veltroni conviene la immediata realizzazione di vere primarie competitive e non di plebisciti.
- assumere posizioni concrete sulle diverse questioni. È questa in particolare la richiesta dell'elettorato «mobile». Un segmento di votanti molto importante. Oggi in misura ancora maggiore, con l'incremento di chi afferma la disponibilità a votare a destra come a sinistra, basandosi principalmente sulle argomentazioni — e, seppure inconsapevolmente — sull'immagine dei diversi candidati. Nel complesso, tra un quinto e un sesto degli italiani (il 14,4%) si dichiara oggi «potenzialmente mobile» da una coalizione all' altra.

Proprio costoro si accontentano sempre meno di mere posizioni di principio o di generico «buonismo», ma dichiarano di voler conoscere sin d'ora cosa intende fare il futuro leader del PD sulla Tav, sulle tasse, sulle pensioni, ecc.. I «potenzialmente mobili» costituiscono il vero mercato da conquistare. Anche — specialmente — da parte di Veltroni e del nuovo partito che si appresta a dirigere.

Renato Mannheimer
26 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Marta Vincenzi: «Nel ticket avrei voluto una donna»
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2007, 06:15:47 pm
Marta Vincenzi: «Nel ticket avrei voluto una donna»

Maria Zegarelli


Su «Walter» nessuna esitazione, sulla definizione «ticket» qualche riserva ce l’ha. Marta Vincenzi, neosindaco di Genova, oggi sarà al Lingotto e farà il tifo per il primo, per ora solitario, candidato alla guida del Partito democratico.

Sindaco, partiamo da qui, dal ticket Veltroni-Franceschini. Cosa non la convince?
«Non amo tanto questa storia dei ticket, preferirei modi diversi per dar vita alla necessità di tenere insieme l’esistente. Perché mettersi in due e non in gruppo? E perché non considerare l’ipotesi una donna nel ticket? Sia chiaro: Franceschini è un politico di alto profilo, ma una vera innovazione duale sarebbe stata la presenza di una donna. Il termine ticket sa ancora di due forze politiche che si uniscono, mentre l’obiettivo del Pd è quello di andare oltre e puntare al nuovo. L’unica possibilità che abbiamo per far passare un messaggio forte di innovazione è quella di proporre ipotesi di leadership che non ricalcano la situazione dei due partiti che si fanno forza tra di loro per evitare di perdere ancora pezzi».

Però, da quando si è fatto il nome di Veltroni c’è stato il fuggi-fuggi tra gli altri possibili candidati...
«Questo è un problema che bisognerà affrontare. Ritengo che in questo momento la figura di Veltroni sia quella giusta per rilanciare il Pd: quando è venuto a Genova per chiudere la campagna elettorale nella mezz’ora in cui ha parlato al pubblico ha riconosciuto che ormai siamo quasi afasici nel riconoscere i bisogni veri delle persone. E lui è alle persone che si è rivolto, senza usare perifrasi o lanciarsi in discorsi di fantapolitica. Credo davvero che oggi possa farci fare il salto di cui c’è bisogno. Detto questo, considero negativo il fatto che nessuno si confronti con questa candidatura. Forse è il risultato di una impostazione del percorso che non condivido».

Parla dell’elezione del segretario?
«Mi riferisco alle primarie che sono uno strumento nato per scegliere il candidato premier e non il segretario di un partito. È giusto che i cittadini vadano a esprimersi, perché nasce un partito nuovo, ma non capisco perché dobbiamo chiamarle primarie».

Arriviamo al discorso che Veltroni farà al Lingotto. Cosa si aspetta?
«Mi aspetto che scaldi cuori e intelligenze, che parli agli uni e alle altre. C’è una grande voglia di cominciare a pensare che questa proposta di Pd possa davvero cambiare qualcosa, ma anche una grande reticenza ad attaccarsi a una speranza che si teme possa realizzarsi. Veltroni dovrà usare i toni giusti per riconoscere la forza di cambiamento che vogliamo dare e dia credibilità. Deve fare in modo che le persone si convincano a partecipare a questo processo e non ad assistere soltanto. Concretezza e sogno, per sintetizzare. E consapevolezza del fatto che è dai territori che bisogna ripartire perché le contraddizioni e le difficoltà della politica sono le stesse che si riscontrano,d a parte della gente, nell’ organizzazione delle città. Si devono diversificare le risposte a seconda delle aree del nostro Paese».

Cacciari ha definito la sua una “adesione condizionata” alle risposte che arriveranno alla questione settentrionale. Lei è sulla stessa linea?
«Faccio parte della partita di sindaci che lavorerà a una proposta per il Nord da sottoporre al leader del Pd, ma la mia non è una adesione condizionata, sono convinta che Veltroni sia la persona giusta. Mi aspetto, naturalmente, che Walter possa far proprio il contributo di riflessione che da questa parte del Paese arriverà al Pd».

Pubblicato il: 27.06.07
Modificato il: 27.06.07 alle ore 8.58   
© l'Unità.


Titolo: Sergio Chiamparino: «Doveva candidarsi Ora, segnali forti»
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2007, 06:18:49 pm
Sergio Chiamparino: «Doveva candidarsi Ora, segnali forti»
Maria Zegarelli


Sergio Chiamparino si dice tranquillo alla vigilia del discorso di Walter Veltroni al Lingotto. «Sono certo che dopo quello che dirà l’adesione di Cacciari non sarà più condizionata».

Veltroni ha scelto la sua città, un segnale di attenzione vero la “questione settentrionale”?
«Walter mi ha detto di aver scelto questa città dopo aver letto una mia intervista il cui titolo diceva “la missione del Pd è parlare al Nord”. È evidente che la sua scelta è un segnale forte di volontà di dialogo, ma credo che Torino sia anche una città che per il suo passato, il suo presente e per i grandi personaggi che vanta- da Gramsci, a Bobbio, dai “santi sociali” al cardinale Pellegrino”- rappresenta la cultura che dovrebbe fare da base del Pd. Qui la sinistra dagli anni Novanta in poi ha innovato e ha contribuito alla nascita dell’Ulivo prima e del Pd oggi. I problemi che nascono al Nord sono spesso quelli che poi esplodono nel resto del Paese, anche se qui hanno una forma più esasperata perché è l’area obbligata a stare di più nella globalità, sia dal punto di vista dei processi di competizione sia da quelli di inclusione».

Pensa a una lista del Nord a sostegno del candidato?
«Non solo. Penso - e sono sicuro di interpretare il pensiero di Cacciari, con il quale ho parlato poco fa, ma anche di molti altri - che l’apparentamento e il sostegno a Veltroni nell’ambito di un quadro comune di valori e indirizzo vadano garantiti partendo da una piattaforma politica e programmatica che tenga conto delle realtà e delle criticità delle nostre città».

La sua collega Marta Vincenzi si dice perplessa sulla formula del ticket. Lei che ne dice?
«Le persone che compongono il ticket sono di grande qualità personali e politiche. Le perplessità possono esserci circa l’idea. Forse il rischio che paventa Vincenzi c’è, ma ci sarebbe stato in ogni caso. L’unico modo perché la costruzione dell’Assemblea costituente non prefiguri la sommatoria Ds- Margherita è quella di consentire una forte articolazione delle liste a sostegno dei candidati».

C’è chi dice che una candidatura così forte possa svuotare di senso le primarie...
«Credo che si sarebbero svuotate di contenuti se la persona che l’opinione pubblica identifica più direttamente con il Pd fosse stata a guardare in disparte. La decisione presa cambia il senso delle primarie, se non ci fosse stata la candidatura di Veltroni avrebbero espresso una leadership dell’Assemblea costituente ma non del partito. Se Veltroni non si fosse candidato gli stessi elettori si sarebbero chiesti perché tenere fuori colui che secondo i sondaggi gode di ampio consenso. Chi non si riconoscerà nella piattaforma programmatica e politica di Veltroni sarà libero di mettersi in gara».

Quali argomenti secondo lei sono prioritari?
«Oggi la politica trasmette molto più l’idea di quello che ha dietro rispetto a quello che ha davanti. Per questo il Pd deve presentare un momento di forte innovazione di tutta la politica italiana e se questo è vero le stesse categorie di destra e sinistra, così come sono declinate oggi, vanno profondamente riviste. C’è bisogno di rimotivare il campo intero della sinistra a partire dalle questioni generali, ma non si può più attingere al vecchio armamentario ideologico: bisogna puntare sull’innovazione e su una grande attenzione a una politica che sia insieme partecipazione e decisione».

Pubblicato il: 27.06.07
Modificato il: 27.06.07 alle ore 8.59   
© l'Unità.


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2007, 06:29:31 pm
POLITICA
IL PERSONAGGIO

La parabola del "buonismo"
di FILIPPO CECCARELLI

 
POLITICA, sentimenti e degenerazioni sentimentali, ormai. Potere e benevolenza, conflitto e premura, strategia e morbidezza. Nella giornata in cui il centrosinistra ritrova finalmente un leader, dopo mesi e mesi di vane zuffe varrà la pena di chiedersi come è possibile che Walter Veltroni, preteso buonista per eccellenza, e comunque accreditato fondatore del buonismo, sia riuscito nella straordinaria impresa di fare fuori tutti gli altri senza nemmeno sporcarsi le mani.

"Oddio - ha esclamato Sabrina Ferilli - ancora con questa storia del buonismo!". E tuttavia per una volta converrà accantonare il pur legittimo fastidio dell'attrice, che oltretutto con Veltroni ha un bel debito di riconoscenza, avendola egli difesa, freschissimo sindaco, dagli strali del priore della chiesa di Santa Sabina, sopra il Circo Massimo, allorché la Ferillona volle spogliarsi davanti a 500 mila tifosi che festeggiavano il terzo scudetto della Roma.

E già questo singolare patrocinio, se si vuole, sposta parecchio in là l'orizzonte del buonismo. Categoria politica ormai abbastanza antica, come si intuisce da uno strillo di copertina dell'Espresso, "Buonismo, malattia infantile del centrosinistra", comparsa sotto il faccione del futuro leader del Partito democratico nel febbraio del 1995. Non solo, ma già una decina di anni orsono la parola è entrata nel Lessico Universale della Treccani come: "Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari".

Così autorevolmente certificata, si può aggiungere che tale definizione si adatta abbastanza bene al suo indiscusso fondatore. Il quale una volta, a Rieti, appena sceso dall'automobile fu accolto da alcuni giovani militanti di Alleanza nazionale con una pioggia di mutande, si spera - ma non è sicuro - pulite. Un paio di queste mutande lo centrarono in pieno volto. Chi ha assistito alla scena giura che il sorriso di Veltroni fu mite, aperto, indulgente e perfino divertito.

Più o meno la stessa grace under pressure, grazia sotto pressione con cui si rivolse a un operatore di Striscia la notizia che aveva preso a tallonarlo da giorni: "Senta - gli disse il sindaco - a questo punto credo proprio che io e lei dovremo sposarci".
L'agiografia veltroniana, d'altra parte, si configura come un genere giornalistico particolarmente contagioso che arriva a lambire addirittura Il Secolo d'Italia (letto, s'immagina, dai lanciatori di slip). Ma il personaggio è obiettivamente garbato. Di più, è una persona decisamente piacevole. Ma la politica, come diceva De Mita, è la politica; e quindi vive anche - e mai come oggi - di seduzioni e rappresentazioni che travalicano la sfera privata dei suoi protagonisti.

Per cui Veltroni, che pure teorizza "la forza dei piccoli gesti", certamente ne compie a iosa: e perciò rinuncia alla scorta, cede il palco riservato dell'Opera agli studenti del Conservatorio, converte i regali di compleanno nell'acquisto di un videoproiettore per i minori incarcerati. Un giorno, non lontano dalla moschea, ha visto un ragazzo che abbandonava per terra una bottiglia di birra: e allora il sindaco ha fatto fermare la macchina, è sceso, ha avvicinato il giovane facendogli raccogliere la bottiglia per deporla in un cestino.

E comunque: non è il tratto personale in discussione. Molto più interessante, semmai, è indagare sul trionfo del preteso buonismo veltroniano su una scena pubblica sempre più connotata da cattiverie, maleducazioni e volgarità.

Da questo punto di vista il "modello Roma", dove un asilo nido è stato ribattezzato "Coccole & Co", dice molto più di quello che gli analisti sociali freddamente classificano come "politiche simboliche". Un vero e proprio "pozzo di San Patricio", parafrasando il titolo del più buonista dei romanzi veltroniani: lapidi e targhe mirate; intitolazione di vie e parchi in segno di riconciliazione; ricerca di "eroi" e sensibilità al dolore dei personaggi della cronaca (premiazioni, case trovate, funerali pagati); permessi retribuiti ai dipendenti comunali che facciano volontariato; impegno personale del sindaco nei confronti di vecchi, bambini, disabili, esuli. Poi sì, certo, si esagera pure - e ai romani, che i loro problemi continuano sempre ad averceli, non è che siano tanto disposti ad esultare all'unisono con il loro sindaco per l'insperato ritrovamento del cane "Fiocco". Ma pazienza.

Lo stesso Veltroni è intervenuto più volte sul suo stesso buonismo. L'ha fatto, c'è anche da dire, con appuntita sottigliezza lasciando com'è ovvia da parte Peter Pan e San Francesco, due fra i suoi più gettonati ispiratori, ma La Rochefoucauld ("Gli sciocchi non hanno la stoffa per essere buoni") e addirittura Machiavelli che scrive: "Però che a un popolo licenzioso e tumultuoso gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente può esser ridotto nella via buona".

Si tratta in effetti di un'antica risorsa del comando, nella sua accezione tenue, mite, soffice, e però spesso anche mascherata, alla Forlani, per intendersi, non a caso fiabescamente soprannominato "Il Coniglio Mannaro". Eppure, nel corso del tempo, Veltroni non ha mai troppo apprezzato di essere definito come buonista: "Visto che ho la temperatura bassa - ha spiegato una volta - mi rodo il fegato e domino la rabbia. Ma non vorrei che la gentilezza fosse scambiata per qualche cos'altro". E già: "Dal buono al fesso - ha integrato la moglie Flavia, pure consultata sull'argomento - ci vuole un attimo". C'è da dire che quest'attimo venne bruciato da Berlusconi nell'ormai remoto 1995: "Veltroni è un coglione" gli scappò detto in un piano-bar di Cernobbio. Poi rettificò, i giornalisti avevano sentito male. La rettifica che lo aspetta nei prossimi mesi rischia comunque di essere per lui più complicata.

Più scabroso è la dinamica interrelazionale, se così si può dire, con l'antagonista storico di Veltroni, e cioè D'Alema. Perché il buonismo nasce anche in chiaroscuro, in controluce, in controtendenza e in alternativa a un supposto - e anche in quel caso abbastanza documentabile - "cattivismo" dell'attuale ministro degli Esteri. Ha detto Walter diversi anni fa: "Massimo ha una forma di comunicazione molto dura, molto severa, un po' sprezzante nei confronti degli altri, e questo non aiuta". Decisamente no, a giudicare da come sta per finire il torneo per la guida del Partito democratico. Anche se poi, ed è sempre Veltroni a parlare, "scavando, probabilmente si scoprirebbe che io non sono poi così buono". Probabilmente. Per quanto intima, la politica resta sempre un po' ambigua.

(27 giugno 2007) 

da repubblica.ot


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2007, 06:31:24 pm
POLITICA

Berlusconi: "Dialogo con Veltroni ma senza l'estrema sinistra"


ROMA - E' "ancora presto", ma Silvio Berlusconi, ragionando sulla discesa in campo di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico, disegna possibili scenari futuri. La premessa: "Con questa sinistra estrema non si può governare, blocca il Paese e tiene sotto ricatto il governo". E quindi è possibile, in futuro, una cooperazione con Veltroni senza l'apporto della sinistra radicale? "Vediamo - risponde l'ex premier parlando con un cronista dell'Agenzia Italia, durante una passeggiata per le vie di Roma - è presto. Vediamo come andranno le cose... Certo che è possibile, io non sono contro nessuno in particolare e, quindi, nemmeno contro Veltroni. Voglio solo il bene del Paese".

(27 giugno 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Come volevasi dimostrare: Parisi...
Inserito da: Admin - Giugno 28, 2007, 05:38:26 pm
Intervista all'Espresso del ministro della Difesa Parisi: «Veltroni ci ha deluso»

Duro attacco al sindaco di Roma: «Si è assicurato l'appoggio delle macchine di partito. Siamo più indietro del punto di partenza»
 
 
ROMA - Non è piaciuto a Parisi il discorso di insediamento di Walter Veltroni. Tutt'altro. In un'intervista rilasciata all'Espresso, il ministro della Difesa ha attaccato duramente il sindaco di Roma, candidato alla segreteria del Pd: «Non è la prima volta che un candidato prescelto delude proprio quelli che lo hanno designato - ha detto -. Al momento però Veltroni ha deluso noi che gli avevamo affidato tutte le nostre speranze, nonostante tutto. Invece si è assicurato l'appoggio delle macchine di partito in quanto tali, di Fassino in quanto segretario dei Ds, e dei Popolari che hanno firmato la sua candidatura mettendogli come numero due Franceschini, da sempre il successore designato di Franco Marini».

CORREZIONI RADICALI - «Se non intervengono correzioni radicali - ha continuato Parisi - ho paura che la frittata sia fatta: resta solo un regolamento per l'elezione dell'assemblea costituente che certifichi e pesi le correnti. Siamo più indietro del punto di partenza. Rischiamo uno scenario municipale: un sindaco e tanti piccoli gruppuscoli personali. Con una piccola differenza: che a livello nazionale non c'è il sindaco, ma solo i gruppetti».

CANDIDATURA DI SERVIZIO - Parisi ha dunque ribadito la disponibilitá per «una candidatura di servizio, per realizzare il progetto. In assenza di candidati alternativi credibili, e penso innanzi tutto ai giovani, ai famosi giovani-giovani che ora dovrebbero scendere in campo per rappresentare idee alternative a questa dinamica, ho idea che sia costretto a candidarmi. Se nessun altro si fa avanti. Sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari: se il leader è giá deciso mi potete chiedere una candidatura di servizio, non la certificazione che sono un cretino! Chi parteciperebbe mai ad una gara della quale è stato giá proclamato il vincitore?»

28 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Veltroni, il discorso Il nuovo puzzle delle citazioni
Inserito da: Arlecchino - Giugno 28, 2007, 11:15:17 pm
Veltroni, il discorso Il nuovo puzzle delle citazioni

Il sindaco-leader ricorda De Gasperi e Olof Palme.

L'inchino a Biagi e D'Antona 


Se sarà un po’ più rosso o un po’ più bianco, un po’ più aperto o un po’ più chiuso, un po’ più rock o un po’ più lento, si vedrà. Quel che è sicuro è che il nuovo Partito democratico, in questo Paese timoroso nei confronti di jettatori, menagrami e «schiattamuorti», nasce (evviva) senza fisime superstiziose. Manco il tempo che Walter Veltroni finisse il suo appassionato e fluviale discorso ed è infatti partita, sia pure nella versione inglese, una musica struggente: «Si è spenta già la luceee...».

Valla a trovare, una colonna sonora per una nuova forza politica che ha l’ambizione di essere insieme erede di De Gasperi e Togliatti, Rosselli e Parri e un mucchio di altri padri e madri, zii e prozie. «Mira il tuo popolo»? Figurarsi. «L’Internazionale?». Neanche. «Bandiera rossa»? Per carità! «Biancofiore / simbolo d’amore»? Manco a parlarne. Solo un uomo potrebbe scriverlo, il nuovo inno ecumenico: l’«ancora giovane Walter». Il quale, sfidando il torrido caldo sahariano della Sala Gialla del Lingotto, i rigagnoli di sudore nel colletto e le battute sulla definizione di Fassino («di tutti noi Veltroni è il più fresco»), ha riassunto in cento minuti di discorso la sintesi di quel che sarà, questo Pd.

Direte che una sintesi di un’ora e quaranta è assai poco sintetica. Difficile darvi torto. Giovanni XXIII riuscì ad aprire il Concilio Vaticano II con una prolusione di 37 minuti. La dichiarazione d’indipendenza americana richiese 1.374 parole. E il «Manifesto del partito comunista» 10.668: un migliaio in meno di quelle spese ieri dal sindaco di Roma per accettare la candidatura a guidare il nuovo partito. Ma lì, appunto, c’era da teorizzare uno schema solo. Qui, il nuovo leader doveva metterne insieme due, tre, quattro. Sorridere alla Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato, riconoscere i valori del Family Day e ricordare i diritti dei gay, scuotere il grande popolo di sinistra intorno alla «lotta contro la precarietà» e rendere omaggio a Massimo D’Antona e Marco Biagi, a lungo bollati dalla sinistra, anche quella lontanissima dai fanatismi brigatisti, come uomini «oggettivamente» al servizio del libero mercato e quindi del «nemico».

A farla corta, il contesto si prestava a un aggiornamento dell’adagio del vecchio Ruggero Bauli il quale, a chi gli chiedeva quale fosse la ricetta del «Pandoro », rispondeva: «Un po’ più, un po’ meno, un po’ prima, un po’ dopo». I giudizi sprezzanti arrivati da destra (Margherita Boniver: «La platea si è scaldata solo sui concetti copiati da Berlusconi ») o da sinistra (Cesare Salvi: «Un discorso ideologicamente vecchio» e «blairista mentre Blair sta uscendo di scena») sono però frettolosi. E non vedono, nel lungo lungo discorso veltroniano, un tentativo che dovrebbe interessare sia la destra sia la sinistra radicale: quello di ridisegnare una sinistra moderna. Europea. «Moderata», come dice (un po’ schifato, lui) Franco Giordano. Interessata a trovare nuove parole d’ordine. A liberarsi di certi schemini vecchi e imbolsiti.

E qui Veltroni, al di là delle facili ironie sulle scelte «veltroniane» di schierare in prima fila suor Giuliana del Cottolengo o far tradurre in simultanea il suo discorso per i sordomuti (polically correct: audiolesi) e dedicare la prima citazione a De Gasperi riconoscendo «quanta strada è stata fatta» nel dopoguerra, ha detto davvero alcune cose che non piaceranno per niente a un pezzo di sinistra. Quella rissosa, attaccabrighe e convinta come era anni fa Fausto Bertinotti che «i governi migliori sono quelli terremotati» e sottoposti «a torsione ». La prima è stata, appunto, l’inchino non solo a D’Antona ma anche a Marco Biagi, con una bocciatura dell’idea di cancellare tout-court la legge che porta il suo nome come altre fatte dal Polo: «Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato».

La seconda, con un’implicita censura al manifesto rifondarolo che strillava «anche i ricchi piangano», è stata una citazione di Olof Palme: «La battaglia non è contro la ricchezza, ma contro la povertà». La terza la proposta, poco gradita ai duri e puri, di spalancare il mercato immobiliare tassando i canoni solo al 20%, almeno per chi affitta alle giovani coppie e agli studenti, «poi si vedrà ». La botta più dura, però, come dimostrerà la gelida assenza per ore e ore di repliche da parte dei leader confederali, è ai sindacati. Aggiunta a mano, fuori dal testo ufficiale scritto. Testuale: «Il sindacato non deve tutelare solo i pensionati o coloro che hanno già un posto di lavoro, ma deve saper tutelare anche i giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro».

E via così. Contro i «signornò»: «Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». Contro i demagoghi: «Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. Occorre bandire ogni atteggiamento classista, considerando ugualmente esecrabili un imprenditore che evade le tasse e un dipendente pubblico che percepisce lo stipendio e non lavora». Contro i costi eccessivi della politica: «Chi critica sprechi e irrazionalità e chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. La politica deve essere sobria ». Contro chi vuole la politica dello scontro: «Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto». E via così.

A proposito: Berlusconi? Sette anni fa, proprio qui, al Lingotto, dopo aver tentato inutilmente di scaldare i cuori con Lumumba, i boat-people, la fame nel mondo, i fratelli Cervi e la sedia elettrica, era riuscito a strappare un diluvio di applausi attaccando il Cavaliere. Stavolta no: mai nominato. E l’Africa? Non aveva detto che «dopo 50 anni la vita va reimpostata » e che dopo aver lasciato il Campidoglio voleva dedicarsi «alla questione dell’Africa »? C’è tempo, c’è tempo...

Gian Antonio Stella
28 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Giugno 29, 2007, 04:22:23 pm
Veltroni: «L'aumento dell'età è una cosa obiettiva»

Bertinotti: «Alzare l'età pensionabile avrebbe un impatto sociale intollerabile»

Il presidente della Camera ha anche voluto sottolineare la sua «fiducia e solidarietà totale» al segretario del Prc Giordano

 
ROMA - Sul tema dell' età pensionabile Fausto Bertinotti, non ha cambiato idea e condivide pienamente la posizione portata avanti dall'attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista. Il portavoce del presidente della Camera, Fabio Rosati, a proposito del titolo apparso su un quotidiano, che segnalava una disponibilità di Bertinotti in favore dell'aumento dell'età pensionabile, rileva: «non c'è nulla di più lontano dalla realtà». Rosati conferma anche la «fiducia e solidarietà totale» del presidente della Camera nei confronti del segretario del Prc, Franco Giordano, e del gruppo dirigente del partito.
 
IMPATTO SOCIALE INTOLLERABILE - «Bertinotti - conclude Rosati - in tema di pensioni e di un eventuale aumento dell'età pensionabile ha sempre ritenuto che ciò avrebbe un impatto di intollerabilità sociale. Su questo punto il presidente della Camera si è espresso chiaramente a più riprese, tanto che non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni».

VELTRONI: «L'AUMENTO DELL'ETA' E' UNA COSA OBIETTIVA» - Sullo stesso tema toccato da Bertinotti Walter Veltroni ha invece detto che «l’aumento dell’età pensionabile è una cosa obiettiva». Veltroni, durante la registrazione di Tv7, ha sottolineato che «c’è uno squilibrio molto forte nel sistema pensionistico. Una quantità di risorse ingenti che vengono spese vanno spostate sulla lotta alla precarietà». Secondo Veltroni infatti «al netto dei lavori usuranti la prospettiva di vita si è allungata, è un fatto matematico, perciò si può allungare il periodo di lavoro».

29 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Alfredo Reichlin Veltroni e il comunista
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2007, 10:03:48 pm
Veltroni e il comunista
Alfredo Reichlin


La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente - mi pare - nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza.

Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».

Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.

Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale». È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco. E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?

È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una elites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico.

Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.

Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere.

Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.

Pubblicato il: 03.07.07
Modificato il: 03.07.07 alle ore 9.03   
© l'Unità.


Titolo: Referendum, Parisi critica Veltroni "Sulla firma spero che ci ripensi"
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2007, 12:16:25 am
POLITICA

Parisi e Santagata, i ministri ulivisti, all'attacco della legge "porcata"

In arrivo migliaia di sms e notti bianche per il referendum. Le firme sono 450 mila

Referendum, Parisi critica Veltroni "Sulla firma spero che ci ripensi"

di CLAUDIA FUSANI


 ROMA - "Veltroni non firma ma dice agli altri di firmare perché si sente imbarazzato? Siamo al vorrei ma non posso. Spero ci ripensi". Il ministro della Difesa Arturo Parisi si mette in prima fila con l'altro ministro ulivista Giulio Santagata e insieme lanciano l'ultimo attacco contro gli indecisi sul referendum per cambiare la legge elettorale e un avvertimento al candidato segretario del Pd: non si può essere "imbarazzati" quando è in gioco "un pezzo della nostra democrazia".

Lo fanno dalla sala stampa di Montecitorio e poi, sotto il caldo, raggiungono a piedi il banchetto allestito in Galleria Sordi per fare da testimonial alla causa referendaria. Prego signori, venghino a firmare, ci sono anche i ministri. "Perché sia chiaro che qui è in gioco un pezzo della nostra democrazia. Come fa un Parlamento a decidere con 26 partiti dove ognuno dice la sua?" sintetizza Santagata.

Da quando la scorsa settimana è stato chiaro che il Parlamento non ce la fa a cambiare l'attuale sistema elettorale che - come dimostrato da un anno di legislatura - paralizza ogni azione di governo, la carica referendaria ha sferrato l'attacco finale e decisivo e ogni giorno ne inventa una per far parlare di sé nel quasi totale silenzio delle televisioni. Stamani il Comitato presieduto dal costituzionalista Giovanni Gazzetta e da Mario Segni hanno incontrato il sindaco Veltroni da cui hanno incassato quello che Parisi appunto definisce "il vorrei ma non posso": "Lo sostengo ma non lo voto perchè faccio parte di una maggioranza in cui ci sono posizioni diverse". Insomma, sposarne una adesso potrebbe dispiacere agli altri alleati. Quindi appoggio esterno ma deciso al referendum che, per Veltroni "resta la più grande sollecitazione a far cambiare le cose".

Guzzetta, poi ospite di Repubblica Tv, ha comunque ringraziato Veltroni e si è compiaciuto per "l'adesione così convinta e il suo sostegno così esplicito". E ha ricordato a che punto stanno le cose: nel week end le firme sono arrivate a quota 450 mila, circa; considerato che ne servono per legge 500 mila, che almeno il 20 per cento delle firme è fisiologo che venga giudicato non valido, ne mancano ancora centomila. Da consegnare alla Corte Costituzionale entro il 24 luglio. Sono tre i quesiti referendari: i primi due riguardano il premio di maggioranza di Camera e Senato che è stabilito debba andare alla lista e non più alla coalizione; il terzo quesito impedisce le candidature multiple. Il risultato di tutto questo è che, spiega Gazzetta, "combattiamo la frammentazione dei partiti e garantiamo un sistema bipolare" non più ostaggio di partiti piccoli che vengono tagliati al di sotto del 4 e dell'8 per cento.

Nel pomeriggio le risposte dei ministri. Per la conferenza stampa hanno scelto una scenografia molto esplicita: un grande manifesto rosso e nero con un grande titolo "E' notte", a seguire "per dire no al ritorno al passato (al proporzionale ndr) veglia per la democrazia, dal tramonto di lunedì all'alba di martedì in piazza di Montecitorio". E' la veglia di stanotte davanti al Parlamento con tanto di banco per la raccolta delle firme. "Veltroni vada a firmare" lo sollecita Parisi che del referendum è stato uno dei promotori nonostante la neutralità spinta di Palazzo Chigi. "Serve una mobilitazione forte, il tempo è scaduto, è giunto il tempo dell'azione" suona la carica il ministro della Difesa che invita "tutti i cittadini che ancora non l'abbiano a firmare il referendum perché così si potrà salvare la democrazia". Un messaggio, poi, ai fomentatori dell'antipolitica: "Con il referendum diamo una risposta anche ai tagli della politica".

Ancora più diretto Santagata: "Mi colpisce che Veltroni già si senta investito di un ruolo di mediazione senza ancora essere segretario del Pd. C'è qualcosa che non va.". A chi gli fa notare che il via libera alla legge elettorale richiesta dal referendum potrebbe significare la chiusura anticipata del governo Prodi, il ministro per l'Attuazione del programma non ha dubbi: "Il problema di Prodi non è durare una settimana in più o in meno. Il problema è governare. E sia chiaro - mette le mani avanti - che questo non è un giudizio sul governo ma sul sistema. E' evidente, soprattutto a Prodi, che oggi governare è una missione al limite dell'impossibile".

Tocca poi al deputato ulivista Franco Monaco elencare il piano di battaglia per i prossimi giorni: serate ai banchetti per le firme (indirizzi e orari sono sul sito referendumelettorale.org), la moltiplicazione dei referendum night che non sarà più solo uno (tra il 14 e il 15 luglio) ma tutti quelli che sarà possibile organizzare in queste serate estive. E poi occhio ai telefoni: nelle prossime ore saranno tempestati da un sms sintetico ma esplicito: "Allarme! Contro la porcata che ha moltiplicato i partiti, il loro potere e l'instabilità dei governi, urgono firme. Mancano pochi giorni. Gira sms". Sì, proprio così: il Caldarellum, la legge elettorale ora in vigore, è diventata prima porcellum e ora "porcata". Proprio così, lo dicono anche i ministri.

(9 luglio 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Letta in campo per il Pd ...
Inserito da: Admin - Luglio 22, 2007, 02:53:09 pm
«Io e i giovani targati anni '80»

Letta in campo per il Pd

Il sottosegretario scioglierà la riserva martedì: «Firmo per il referendum, il voto va cambiato» 

 
ROMA — Enrico Letta ha vissuto un mese intenso. Durante la settimana, la trattativa sulle pensioni. Nei weekend, l’ascolto in giro per il Paese. Oggi firmerà il referendum: «Penso sia lo stimolo giusto perché il Parlamento approvi una legge elettorale sul modello tedesco, quello vero, con una soglia di sbarramento non fittizia». Dopodomani annuncerà la sua decisione sulla candidatura alla guida del partito democratico. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha davanti a sé le ultime 48 ore di riflessione, ma è evidente che ormai non potrà sottrarsi.

«È stato davvero un mese importante, decisivo — racconta dalla sua Pisa, di ritorno da Torino e Genova e in partenza per l’Abruzzo —. Non ho viaggiato solo nel Nord-Est, in Veneto e nel Trentino di Lorenzo Dellai, una delle persone con cui mi trovo più in sintonia; sono stato anche nel Mezzogiorno, a Bari e a Napoli. E poi in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana. Devo dire che dappertutto, sia dagli imprenditori, sia dagli amministratori, e anche dai presidenti della Sardegna Soru, delle Marche Spacca e della Basilicata De Filippo, sia dai giovani è arrivata un’indicazione univoca: la richiesta di primarie vere. Dai miei interlocutori è venuta una spinta molto forte a decidere per il sì. Le primarie sono belle quando non c’è un leader designato, ma tante candidature. Certo: sarebbe faticoso. Si tratterebbe di trovare 2500 candidati in tutta Italia; se ho atteso a lungo, è anche perché ci sono grandi difficoltà organizzative da superare». Ma non è soltanto questo. «L’incertezza, il dubbio, sono una delle categorie umane più importanti e positive. Questo mese mi è servito anche a riflettere sulle attuali difficoltà del centrosinistra e su come dovrà essere il partito che nascerà il 14 ottobre». A chiedergli cosa lo divida da Veltroni, dalla Bindi, da Colombo, Letta risponde in due modi. Evitando la contrapposizione diretta. Ma distinguendosi, con un’idea del partito democratico legata alla propria formazione e anche alla propria generazione.

«Walter, Rosy, Furio hanno fatto benissimo. Sono loro grato. Decidendo di candidarsi hanno deciso di rischiare, e quindi ci hanno dato una lezione perché il rischio è il seme della politica. Sono tre personalità che stimo, pur avendo con loro rapporti e consuetudini diverse. Ma la logica delle primarie impone a chi pensa di aver qualcosa da dire in più, di avere qualcosa di positivo da portare, di farlo con la candidatura». Una lista con il proprio nome in appoggio a un altro può non essere sufficiente: «La via maestra è metterci la propria faccia. Prendiamo le primarie negli Stati Uniti. Se due anni fa i dirigenti del partito democratico americano si fossero riuniti e avessero designato, ad esempio, Hillary Clinton, convincendo gli altri candidati a ritirarsi, le primarie sarebbero state molto meno coinvolgenti di quanto non siano con Obama ed Edwards in campo».

Senza considerare che in Italia esiste una questione specifica, quella generazionale. «C’è una generazione tra i trenta e i quarant’anni che nella politica è poco rappresentata, come denuncia Adinolfi. Certo non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico. Perché il Pd è il primo partito postideologico. E noi siamo la prima generazione postideologica. Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design. Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi». Gli esempi che si potrebbero fare sono molti. «Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiati. Non essendoci mai illusi, non abbiamo vissuto la fase della disillusione». Da qui un atteggiamento più equilibrato, anche nei confronti dell’America: «Prima di noi è cresciuta una generazione critica, e anche giustamente: erano gli anni del Vietnam. Qualcosa di simile sta accadendo ora con l’America di Bush che scatena la guerra in Iraq. Per noi l’America era il grande avversario dell’Unione sovietica, un Paese che davvero non esercitava su di noi alcuna attrattiva, così come la Cina postmaoista. Abbiamo amato gli Stati Uniti, fin da subito; e questo ci rende liberi, quando occorre, di criticarli». Letta si guarda dall’impostare il suo progetto sulla contrapposizione generazionale, tanto meno di ergersi a portabandiera di trentenni e quarantenni.

L’obiettivo è prendere il meglio di un’esperienza e di una formazione, e portarlo nel Pd. «Vorrei fare in modo che il nuovo partito sia costruito un po’ come l’enciclopedia Wikipedia, un po’ come un quadro di Van Gogh. Come accade con Wikipedia, anche nel Pd ognuno delle centinaia di migliaia di partecipanti deve portare il proprio contributo, le proprie competenze, che in certi campi sono di sicuro maggiori delle mie e di quelle dei leader del centrosinistra. E, come i quadri di Van Gogh, il nuovo partito deve avere tinte forti: un giallo che sia giallo, un blu che sia blu. Non deve porsi per prima la questione della mediazione, che è importante, ma dovrà seguire; il Pd deve innanzitutto dire la sua». Letta dirà la sua già oggi sul referendum. «Firmo». A ricordargli che in molti nel Pd hanno esitato a sostenere il referendum nel timore di destabilizzare il governo, risponde che «l’unico modo per indurre il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale è creare un vincolo esterno. Come accadde all’inizio del decennio scorso, quando il referendum costrinse le Camere a varare la legge Mattarella, di cui solo ora si comprende il valore. Magari la si potesse ripristinare. Purtroppo la legge Calderoli ha creato un sistema, con il Parlamento nominato dai capi partito anziché eletto dal popolo, che va assolutamente smantellato». E siccome la nuova legge avrà bisogno di un vasto consenso, «l’unico modello che può avere una larga maggioranza e nello stesso tempo combattere la frammentazione e difendere la governabilità è il sistema tedesco. Credo anche sia il modello che meglio si adatta alle esigenze del partito democratico». A chiedergli se la nuova leadership del Pd non indebolirà il governo in carica, Letta ha uno scatto: «L’accordo sulle pensioni dimostra che il governo Prodi c’è, eccome».

Letta ne è molto soddisfatto, anche pensando alla propria generazione: «È stata una prova di riformismo dei fatti, non delle parole. Certo, tutto è perfettibile. Ma abbiamo raggiunto tre obiettivi. Tutelare i giovani e i precari, con il riscatto della laurea, la totalizzazione dei contributi per evitare che un solo euro versato vada sprecato, e i contributi figurativi per garantire i collaboratori a progetto. Aumentare le pensioni più basse. E assicurare la tenuta del sistema previdenziale nel modo imposto dalla demografia, innalzando l’età pensionabile». Letta però non intende intestarsi il merito, pur rivendicando di non «aver mai mollato, non essermi mai alzato dal tavolo e aver sempre invitato gli altri a restarci».

È stato un lavoro di squadra, con i ministri Padoa Schioppa e Damiano. Ma il protagonista è stato il vituperatissimo Romano Prodi. «Parliamoci chiaro: la palla l’ha messa in porta lui. Anche nella notte finale, il ruolo decisivo è stato suo. Spero che la cosa sia chiara, e che se ne rendano conto tutti».

Aldo Cazzullo
22 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Era l'ora che scendesse in campo una vera alternativa a Veltroni
Inserito da: Admin - Luglio 22, 2007, 07:15:53 pm
22/7/2007 - La Stampa pag 30
 
Con Enrico Letta le primarie si fanno sul serio
 
Era l'ora che scendesse in campo una vera alternativa a Veltroni
 
ANDREA ROMANO

 
E’ in questi ultimi giorni di luglio che il centrosinistra dovrà decidere come vestirsi in autunno. Perché la prossima settimana si definiranno i termini della partita politica destinata a riaprirsi già in settembre. Da una parte con la conclusione della raccolta di firme per il referendum elettorale, dall’altra con la formalizzazione della candidatura di Enrico Letta alla leadership del partito democratico. Sono due eventi solo in apparenza separati, perché il loro intreccio spingerà la maggioranza a definire una volta per tutte la direzione da prendere per uscire dalle secche nelle quali si trova.
Un’opportunità di chiarezza verrà innanzitutto dalla scelta di Letta, che contribuirà a fare delle primarie per la guida del Pd quella trasparente contesa tra opzioni politiche diverse di cui tutto il Paese – e non solo il centrosinistra – mostra di avere bisogno. Già oggi quello che doveva essere un mesto percorso di incoronazione plebiscitaria si è fatto più ricco e appassionante. La candidatura di Rosy Bindi, oltre che per la forza del popolarismo sociale di cui è testimone, attira consensi per la sua esplicita difesa dell’esperienza di governo incarnata da Romano Prodi: «il prodismo delle origini – come ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa – ovvero l’ulivismo della prima ora col suo arredo politico ideale». Quanto sia ancora attraente per il più ampio elettorato italiano questa prospettiva è difficile dirlo, o forse è fin troppo facile per essere qui ricordato. Ma è anche questo tocco di ardita incoscienza che rende ammirevole la scelta della Bindi.

Con la discesa in campo di Letta il menu è destinato a farsi ancora più ricco. Perché solo allora si renderà chiara un’offerta politica esplicitamente diversa da quella rappresentata fino a oggi dal centrosinistra prodiano. Un’offerta capace di svincolarsi dall’abbraccio con la sinistra radicale sulla base di un’esplicita assunzione di responsabilità riformista. Lo ha spiegato meglio di altri Umberto Ranieri, esponente Ds deluso dall’incapacità del proprio partito di esprimere con Bersani una candidatura di segno riformatore. La principale potenzialità di Letta – ha detto Ranieri al Corriere della Sera – è nel «mettere sul tappeto punti programmatici espliciti e concreti di riforma, rischiando anche l’impopolarità, facendo i conti con i tabù conservatori che permangono ancora in certa sinistra».

D’altra parte, è quanto si può leggere nella biografia politica di Letta. Giovane senza essere giovanilista, il che non guasta per quello che si propone di essere un partito nuovo che dovrà dotarsi di una classe dirigente anch’essa finalmente nuova. Ma soprattutto esponente della migliore tradizione democristiana, che con Beniamino Andreatta ha saputo incrociare il riformismo popolare con quello di segno Pci e Psi senza mai smarrire l’aggancio all’orizzonte politico e ideale dell’Occidente. Se vogliamo, la candidatura di Letta renderà concreta la suggestione di un «centrosinistra di nuovo conio» che il manifesto di Rutelli si è limitato a indicare senza poi tradurla in una piattaforma alternativa a quella di Veltroni.

Già, Veltroni. Perché tra il ritorno al «prodismo delle origini» di Bindi e l’esplicita opzione riformista di Letta rimane l’autostrada centrista percorsa da Walter Veltroni. Il quale in questi giorni sta organizzando le proprie truppe, con la regia di Goffredo Bettini, secondo un monumentale schema che più che politico appare corporativo. Si prepara una «lista dei giovani», una «lista dei sindaci», una «lista degli intellettuali», chissà che di qui a poco non si diano rappresentanza veltroniana anche «gli operatori del turismo» e «i lavoratori manuali». Qualcuno le ha già definite «liste polacche», ricordando il ruolo svolto dal «partito dei contadini» nel vivacizzare una lontana stagione del socialismo reale. La vera forza di Veltroni è tuttavia nella sua capacità di non scegliere tra i due corni del dilemma, tra il prodismo vecchia maniera e un centrosinistra di nuovo conio.

Ma è qui che il referendum elettorale può intervenire a dirimere quel nodo in vece sua. Perché il traguardo delle 500 mila firme costringerà le forze politiche, già dai primi di settembre, a individuare una soluzione condivisa per evitare una consultazione popolare dagli effetti imprevedibili. La ricetta proposta da Piero Fassino, la convergenza con il Polo sul modello tedesco, priverebbe i piccoli partiti di quel potere di ricatto che ha contribuito ad impedire al centrosinistra di sciogliere il vincolo con Rifondazione. Ed è l’incrocio tra questa prospettiva e la pressione politica esercitata dalle candidature di Letta e Bindi che forse costringerà la candidatura di Veltroni a farsi meno solenne e più riconoscibile per le scelte che saprà fare.

da lastampa.it


Titolo: Alfredo Reichlin: Nell'agenda di Veltroni
Inserito da: Admin - Luglio 22, 2007, 10:41:17 pm
Nell'agenda di Veltroni
Alfredo Reichlin


Le difficoltà ci assediano e la lotta politica è diventata feroce. Non sto a dire delle risse vergognose nelle nobili aule del Senato né delle attività inquietanti di certi poteri di fatto che non si capisce più a chi rispondono. Sto all’ultimo episodio di cronaca. L’avvocato Previti è stato condannato in via definitiva, dopo i tre gradi di giudizio, per aver corrotto alcuni magistrati allo scopo di trasferire illegalmente la proprietà della grande Mondadori all’onorevole Berlusconi. Non c’è stato un commento da parte di quei giornali che massacrano ogni giorno i capi della sinistra. Ma la cosa peggiore è la reazione della gente.

Il veleno del qualunquismo e dell’antipolitica è arrivata al punto che un fatto enorme come questo che in qualsiasi paese del mondo occidentale avrebbe suscitato un terremoto sembra avere indignato molto meno delle scarpe di D’Alema, per altro piuttosto modeste.

È giunta l’ora e il momento di alzare il tiro, di guardare un po’ al di là della contingenza per dire più chiaramente alla gente (Veltroni, per la verità, ha cominciato a farlo) che cosa ci stiamo giocando. Molto più che un governo. La sopravvivenza - temo - del regime democratico e - insieme ad esso data la debolezza nostra a fronte delle nuove sfide del mondo - la tenuta del tessuto unitario della nazione italiana. Forse sbaglio ma io credo che questa sia la vera posta in gioco del Partito democratico. Con ciò non sottovaluto affatto l’importanza del lavoro che si sta facendo sulle regole. Ho però l’impressione che noi dobbiamo ridefinire meglio l’agenda del Paese (quello che è in ballo) se vogliamo dare al nuovo partito non soltanto un leader eletto da un milione di persone nei gazebo ma un «popolo» cioè una nuova cittadinanza e una etica pubblica capace di fondare le ragioni dello stare insieme degli italiani nel mondo del 2000.

È un’impresa difficile. Ma temo che diventi quasi impossibile se il ceto politico attuale non ha il coraggio di mettere in gioco se stesso. Non ho forse l’autorità per dirlo. Ma a me sembra chiaro che per indurre quello che è un complicato coacervo di interessi a cambiare bisogna indicare un futuro ma bisogna anche renderlo credibile in quanto si ha il coraggio di dire dove si è sbagliato. Mi ha colpito una conversazione di D’Alema con Manca su «Polis». C’è in essa non solo il riconoscimento che «la fragilità del sistema democratico ha raggiunto livelli allarmanti». Si aggiunge che questo processo cominciato negli anni Ottanta si è aggravato per il fatto che il vuoto creato dal crollo della Prima Repubblica non è mai stato riempito. D’Alema rivendica il tentativo che è stato fatto agli inizi degli anni Novanta (pensa evidentemente anche alla Bicamerale tanto stupidamente demonizzata) ma riconosce che «quel tentativo è stato fatto in modo parziale, senza sufficiente coraggio e senza un’adeguata visione». E ciò «perché è prevalsa da subito l’idea della politica come presa del potere prima che come costituzione dei suoi fondamenti. È prevalsa l’idea che per disputarsi questo potere fosse sufficiente la brutalità della legge maggioritaria». La conseguenza è che «siamo privi di un sistema di soggetti politici in grado di interpretare la nuova stagione della vita democratica. Siamo un residuo della Prima Repubblica». Mi scuso per le citazioni ma esse fanno capire cosa è accaduto, dove abbiamo sbagliato e soprattutto perché è così importante portare al successo il partito democratico.

Ecco una definizione dell’agenda politica di cui parlavo all’inizio. È la necessità di una sorta di «rivoluzione politica» quale condizione anche per il cambiamento economico e sociale. E, dopotutto, sta in ciò la ragione per cui un vecchio comunista non pentito si è tanto speso per uscire dai confini della sinistra storica. La motivazione di fondo che non è la solita lagna sulla fine della storia e nemmeno il battersi il petto perché abbiamo sbagliato tutto. Ciò che noi abbiamo provato a dire è che era finito non solo il rapporto Vassallo con l’Urss ma una delle ragioni fondamentali del nostro modo di essere in quella forma storica che è stato il Pci al suo meglio: portare le classi subalterne a contestare l’«egemonia» dei vecchi gruppi dirigenti (non solo il governo) tenendo insieme un rapporto di causa-effetto la costruzione di uno Stato repubblicano e di una democrazia di massa con un nuovo impetuoso sviluppo delle forze produttive (quel «miracolo» italiano che in effetti c’è stato). Un disegno grandioso. Ma che è finito e che la nuova storia ci costringe a ripensare dalle fondamenta.

E vengo così al cuore del problema di oggi, al fatto dominante, alla ragione per cui il paese si sta disarticolando: e ciò, sia nel senso che la distanza tra Nord e Sud sta diventando abissale, sia nel senso che il capitale sociale (fisico e umano) del paese si sta impoverendo. Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (e secondo al mondo) che si è accumulato per fare soldi e non per costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie veloci, interventi per salvaguardare l’ambiente la cultura la bellezza del paese. Perciò l’Italia si è seduta e litiga. Sono le forze produttive del paese che sono state colpite e che bisogna rimettere in movimento. Come?

Sono evidenti le responsabilità della borghesia italiana e di quel mondo volgare e arricchito di cui la tv ci narra i fasti. Ma la sinistra non è innocente e il suo tema è esattamente questo: come rimettere in moto lo sviluppo delle forze produttive senza di che temo che ce lo sogniamo il nuovo patto di cittadinanza proposto giustamente da Veltroni e rischiamo, invece, un vero e proprio crack del sistema democratico.

La cosiddetta questione settentrionale è una cosa terribilmente seria non riducibile al vecchio leghismo e non può essere delegata ai sindaci. Essa nasce da un problema che non è nuovo e non è soltanto italiano. Si tratta della crisi delle vecchie forme della democrazia moderna. Queste forme non sono più in grado di tenere il passo con la velocità delle trasformazioni del mondo. E messa in causa la capacità del vecchio Stato nazionale di garantire sovranità, servizi, protezioni, garanzie, diritti uguali ai suoi cittadini ormai alle prese con il problema di competere nell’economia delle reti, dei mercati globali e dei paesi dove il lavoro non costa niente. Sono cose note, dette e stradette. Ma la novità è che questo problema in Italia si sta aggravando al punto tale per cui è arrivato il momento di chiedersi se dietro alla protesta del Nord non ci sia, insieme a tante cose discutibili, un fenomeno grande come una casa: il fatto che rischia di non reggere più lo Stato unitario nelle sue forme attuali. Parlo degli attuali poteri pubblici amministrativi politici e istituzionali imperniati sulle centralità della democrazia parlamentare. Stiamo attenti, si tratta di ben altro che di una protesta contro la corruzione.

Perciò io suggerisco a Veltroni di aprire una discussione più di fondo sull’agenda del Paese su «a che cosa serve» il Partito democratico. Perché se le cose stanno così se la parte più moderna e produttiva del paese che ha già un piede in Europa considera questo Stato (non solo il governo) come un ostacolo se non proprio un nemico, e se a questo si aggiunge lo spettacolo romano di una pletora di partitini impotenti e rissosi e a ciò si associa l’idea di un Mezzogiorno come luogo dell’assistenza e del malaffare non basterà una nuova legge elettorale. Questa è necessaria come il pane. Ma non è sufficiente. Il partito democratico deve mettere in campo un’idea molto forte di riforma capace di porre su base nuova l’unità della nazione. Non vogliamo farlo? Si sappia allora che l’alternativa è l’Uomo Forte. Anche perché bisognerebbe porsi l’altra domanda: che cosa intende fare il Partito democratico del Mezzogiorno? Questa metà del Paese sembra cancellata. Non conta più niente. Che succede se non ce ne occupiamo?

Pubblicato il: 22.07.07
Modificato il: 22.07.07 alle ore 17.37   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI...
Inserito da: Admin - Luglio 24, 2007, 10:34:53 am
Veltroni: sistema in crisi, il Partito democratico nasce per fermare la deriva
«La democrazia italiana è malata. Ecco le dieci riforme per cambiare»

Tra i punti riduzione dei parlamentari, una nuova legge elettorale, il federalismo e una corsia preferenziale per i testi del governo 
 

ROMA - Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull'onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento. Ma oggi quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall'attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall'Unione Europea.

E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l'intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà. Dirsi «democratici», oggi significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell'integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità. Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia», ovvero dell'autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica.

Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell'occupazione del potere e nell'ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell'esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune. La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un'assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un'altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato… Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».

Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l'antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un'inversione di tendenza: dalla divisione all'unità, dall'invadenza alla sobrietà, dall'arroganza inconcludente alla forza dell'efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.

Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.

Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.

Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.

Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.

Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi.

Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.

Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.

Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.

Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.

Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità. Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell'agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un'emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l'Italia tra le grandi democrazie d'Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.

Walter Veltroni
24 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Pier Luigi Bersani Le mie idee per Veltroni
Inserito da: Admin - Luglio 26, 2007, 11:38:50 pm
Le mie idee per Veltroni
Pier Luigi Bersani


Il solco profondo che si è aperto fra politica e società è certamente figlio di un sistema politico e istituzionale irrisolto ed eternamente in transizione. Tuttavia quel solco va letto anche dal lato della società. La società non esprime solo spinte positive e dinamiche. Chi è investito dalla competizione globale ha i nervi tesi; chi pensa di potersene mettere al riparo si chiude in casematte corporative, localistiche o relazionali. Alla lunga, casematte di carta. Emergono dunque forme di dissociazione e di «anarchismo» nel profondo della società; come se la globalizzazione fosse il pettine a cui giungono i nodi antichi del particolarismo italiano. La destra propone un modello di leadership che dice a ogni italiano: fai quello che vuoi. La leadership che noi dobbiamo esprimere è alternativa e non può che partire da un richiamo forte alla cittadinanza comune e a una nuova stagione di civismo.

I soggetti più dinamici, le coscienze più mature, le sensibilità più fresche e giovani riconoscono infatti che se la politica è colpevole, non per questo tutta la società è innocente.

Un messaggio così forte e diretto può essere dato credibilmente solo da un soggetto politico che dimostri di mettersi veramente in gioco, con un linguaggio inedito per verità, precisione e concretezza. Il linguaggio tuttavia non è un ornamento ma è la natura stessa di un partito. Solo un partito in cui le leadership si selezionano su basi politiche e programmatiche leggibili, può pronunciare parole chiare al Paese e illuminare l'azione di governo. L'alternativa sarebbe quella di imitare malamente "da sinistra" le venature populiste, comunque inarrivabili, della destra.

I nostri valori Sono quelli di una nuova e grande sinistra democratica e popolare. La parola sinistra non deve essere lasciata incustodita, deve invece essere riempita di cose nuove. L'idea dell'uguale libertà e dignità di tutti gli esseri umani, fondamento ineliminabile della stessa nozione di sinistra, può essere una spinta formidabile per l'intera nostra società. Se questo non ci appare più tanto chiaro è perché abbiamo legato quella grande idea a simulacri di antiche conquiste che oggi non sempre incidono sulla realtà. Possiamo accettare che l'Italia sia, fra i grandi paesi dell'occidente, quello con il grado minore di mobilità sociale e con la disparità maggiore fra i redditi? Mobilità sociale e coesione non devono più sembrarci un ossimoro.

Il lavoro e la democrazia Rinnovare i valori di una sinistra democratica e popolare significa tornare a coltivare nelle condizioni nuove i suoi grandi e storici campi d'azione: il lavoro e la democrazia. Dobbiamo dunque costruire un partito del lavoro e della cittadinanza.
Se nessuno nel nuovo secolo accetterà di definirsi solo "lavoratore" è in ragione delle conquiste del vecchio secolo. Tuttavia il lavoro resterà per noi il primo diritto di cittadinanza. Due pilastri hanno consentito che il lavoro non fosse una merce qualsiasi: il diritto e l'autorganizzazione. Bisogna rinnovarli entrambi. Fare argine all'enorme pressione che viene sul lavoro dal processo di globalizzazione non significa impedirsi di guardare avanti, all'emergere di percorsi qualitativi e partecipativi indotti dalla necessaria condivisione delle conoscenze; all'articolazione dei lavori che rischia di diventare atomizzazione senza forme nuove di rappresentanza; al determinarsi di zone d'ombra inedite e di terre di nessuno, al nuovo significato del lavoro autonomo e imprenditoriale e ai valori che esprime.
Anche il tema della democrazia è un campo privilegiato di combattimento e di riforme per il partito nuovo. La democrazia è un metodo per decidere attraverso la partecipazione e non per partecipare a prescindere dalla decisione. Diversamente la democrazia perde legittimazione. Riforme nei "rami alti" dunque (istituzioni, legge elettorale) ma anche tempi certi e clausole di chiusura della decisione in ogni procedimento pubblico, garantendo comunque la partecipazione. La partecipazione dovrà qualificarsi e rafforzarsi sui temi eticamente sensibili. Con l'avanzare della scienza, più le decisioni pubbliche saranno delicate, più saranno transitorie e fallibili. In questa materia non serve un partito che giuri sulle singole soluzioni ma un partito che proponga nuove forme di discussione pubblica e di concorso alla decisione, cioè nuove procedure.

I diritti civili Tutt'altro campo è quello dei diritti civili di cui un partito nuovo deve farsi promotore secondo quei rigorosi principi di laicità dello stato sui quali la cultura cattolico-democratica si è particolarmente e spesso dolorosamente sperimentata. L'efficacia del principio democratico si esercita oggi altresì nella rigorosa tutela dei diritti del cittadino-consumatore-utente, che non è suddito né della pubblica amministrazione né dei soggetti di mercato e che deve trovare nelle politiche pubbliche riferimenti concreti ed esigibili. Infine, ma non per ultimo, si dovrà far crescere nel senso comune la coscienza di una radicale novità. Con la globalizzazione la democrazia, nella dimensione nazionale e locale e particolarmente in campo economico, si organizza pericolosamente su sovranità parziali e spesso fittizie. Di fronte a molti problemi si disarticola ormai il rapporto fra centri decisionali effettivi e meccanismi istituzionali e di partecipazione; così la politica, perdendo via via funzione, è esposta a scorciatoie demagogiche. Tutto questo va affrontato con una nuova razionalità; non proteggendosi dalle "sovranità" esterne ma proponendosi una doppia sfida; società aperta e progressivo controllo democratico degli effetti della globalizzazione. Una vera integrazione europea è il primo e ineludibile banco di prova di questa sfida.

Un nuovo patto fiscale Coesione e mobilità sociale saranno i cardini del progetto. La coesione si sorregge su alcuni pilastri. L'impianto universalistico delle fondamentali politiche sociali (di fronte a bisogni essenziali nel campo della legalità e della sicurezza, della salute, dell'istruzione non ci può essere né povero né ricco). Ciò pretende polso fermo nel garantire sostenibilità economica, buona organizzazione, flessibilità, sussidiarietà nei principali istituti di welfare. Un nuovo patto fiscale. Ciò significa, assieme alla riqualificazione della spesa pubblica e alla riduzione del debito, ricondurre l'evasione fiscale a livello europeo attraverso meccanismi che riversino stabilmente una parte dei risultati della lotta all'evasione a sollievo dei contribuenti onesti e più esposti, garantendo stabilità delle procedure amministrative. Una nuova cultura dell'unità del Paese. Gli italiani del sud soffrono particolarmente della privazione di diritti di cittadinanza in termini di legalità e di prestazioni di servizi essenziali. Le risorse e gli sforzi devono concentrarsi lì, perché è lì il blocco fondamentale della vitalità economica. Gli italiani del nord soffrono particolarmente del distacco fra dinamismo economico-sociale e sclerosi dello Stato.
Non si tratta tanto di superare "ritardi" fra sud e nord ma di ritrovarsi tutti in un'Italia cambiata. La modernizzazione del Paese è la prima politica meridionalista. Senza muovere le risorse potenziali del mezzogiorno il Paese non cresce. Tutto questo non può avvenire se le energie del nord non possono esprimersi pienamente e si sentono estraniate da una dimensione e da una "missione" nazionali. Un federalismo fiscale equilibrato darà un contributo di coesione. Il rischio di dissociazione del sistema viene infatti dalla disarticolazione fra competenze e responsabilità e dall'assenza della dimensione regionale e locale nell'attuale assetto bicamerale del Parlamento.

Meno lobby, più libertà L'obiettivo di maggiore mobilità sociale genera un vasto programma di riforme nelle più diverse direzioni. Nella concretezza di queste riforme, agli occhi delle nuove generazioni la destra populista e corporativa dovrà restituirci la parola libertà. Non c'è settore dell'economia e della finanza, dell'organizzazione sociale, delle professioni e dei mestieri, della scienza e dell'università che non sia segnato in una qualche misura da meccanismi relazionali, corporativi o monopolistici. Questi meccanismi vanno nominati ad uno ad uno e smantellati o corretti radicalmente con l'iniziativa legislativa e, laddove possibile e necessario, con l'iniziativa popolare e referendaria. Maggior dinamismo, dunque, nei percorsi di vita, di lavoro, di attività economica e sociale: se si cambia un po' tutti, tutti possiamo stare meglio; se stiamo con chi bussa alla porta e non con chi la tiene chiusa possiamo darci un futuro. La dignità del cittadino e il civismo che si esprime nel lavorare e nel produrre deve ottenere un riconoscimento vero dalla pubblica amministrazione. L'attività di impresa deve potersi svolgere dentro regole razionali e amichevoli perché intraprendere nelle regole è di per sé espressione di civismo.
La destra ha interesse ad una cattiva reputazione della pubblica amministrazione. Noi non possiamo dare credibilità alle nostre politiche senza una buona reputazione della pubblica amministrazione e senza valorizzarne la funzione di servizio. La riforma della pubblica amministrazione sempre evocata deve prendere la concretezza di progetti di riorganizzazione ad ogni livello, spostando risorse da vecchie a nuove funzioni, utilizzando tecnologie e riducendo il peso di vincoli normativi.
Non è tempo oggi di formulare programmi. Basterà ricordare che il messaggio programmatico di un partito nuovo dovrà riconoscere una esigenza di chiarezza e un vincolo di razionalità. Per esempio, se si vuole crescita economica e welfare sostenibile con la nostra demografia non si può prescindere dall'immigrazione, che va meglio regolata secondo principi di accoglienza e di legalità; se si vuole avere nel futuro un sistema pensionistico non si può, al netto di lavori particolari, evitare il collegamento fra aspettative di vita ed età lavorativa; se si vuole mettere al centro delle politiche la questione ambientale bisogna riconoscere che il miglioramento dei bilanci ambientali comporta più cose da fare che cose da impedire; se si vuole mobilitare le energie femminili non si può prescindere da azioni positive concrete, a cominciare dalle quote.

Un partito della società civile Il profilo programmatico del partito nuovo si rivolge con nettezza al Paese e non incorpora le alleanze. Le alleanze ci vogliono, ma un partito è a vocazione maggioritaria non se e quando diventa maggioritario ma se e quando si mostra disposto ad attraversare il deserto in nome delle sue fondamentali idee.
I compiti essenziali del partito nuovo sono la ricomposizione del rapporto fra politica e società e l'affermazione di un progetto unificante di cambiamento. Bisogna dunque immaginarne non la leggerezza ma il radicamento. Creare un canale di scorrimento fra politica e società significa fare un partito politico e della società civile. Un partito aperto e ricco di forme inedite di partecipazione ma di una partecipazione che sia essa stessa formazione alla politica. Un partito federale a base regionale, che trovi in ogni dimensione locale i suoi fondamentali luoghi di vita e di selezione delle leadership.
I meccanismi utili per la fase costituente non saranno la fisiologia del nuovo partito. L'avvio della fase successiva all'assemblea costituente, quella cioè della costruzione del partito, ci aiuterà a superare caratteri di verticismo, di composizione fra gruppi dirigenti, di carenza di confronto di cui abbiamo inevitabilmente sofferto fin qui. Le urgenze politiche possono ridurre i percorsi di costruzione del partito ma anche rubargli l'orizzonte. Non possiamo permettercelo: un partito nuovo non lo si può fare ogni anno e un partito del secolo non può nascere con una impronta troppo segnata dalle esigenze del momento né con una conformazione improvvisata. Nei prossimi mesi faremo entrambe le cose: affrontare la situazione politica sostenendo l'azione di governo e, allo stesso tempo, lavorare in profondità e con generosità alla costruzione del Pd senza schiacciarlo sul presente ma regalandolo al futuro.

Pubblicato il: 26.07.07
Modificato il: 26.07.07 alle ore 9.57   
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Titolo: Marina Sereni Perché scelgo Walter
Inserito da: Admin - Luglio 26, 2007, 11:39:40 pm
Perché scelgo Walter
Marina Sereni


Il 14 ottobre voterò Walter Veltroni e da qui a quella data sosterrò la sua candidatura a segretario nazionale del Partito Democratico. Perché, qualcuno mi ha chiesto? Perché non la Bindi, che è una donna? Perché non Letta, che è più giovane? Per molte ragioni che hanno a che fare con ciò che penso del Partito Democratico, con le idee che credo debbano esserne alla base, e soprattutto con l’eccezionalità del momento.

Il 14 ottobre non è un passaggio ordinario nella vita di un partito che c’è già.

È l’atto di nascita di una grande forza riformatrice, progressista, popolare che si rivolge a tutte le persone che vogliono contribuire a fondare questo partito nuovo.

Non ho sempre condiviso le scelte e le posizioni di Veltroni, ma oggi lo voto con convinzione e non per necessità o per «disciplina». Ho anzi considerato la sua disponibilità a candidarsi per questo ruolo un gesto di grande responsabilità e di consapevolezza della straordinarietà del passaggio che stiamo affrontando.

L’esperienza politica e di governo di Walter Veltroni si sono sviluppate dentro una fase travagliata e complessa della vicenda della sinistra democratica italiana. Veltroni è stato tra i principali protagonisti della nascita dell’Ulivo ed è stato senza dubbio tra i più convinti sostenitori della trasformazione dell’Ulivo in Partito Democratico. La sua storia di dirigente politico - dal Pci ai DS - e la sua più recente stagione di Sindaco di Roma sono state segnate dall’idea della necessità di una forte innovazione della cultura politica della sinistra. Ecco perché oggi la sua figura è percepita (a ragione) da una larga opinione pubblica di centrosinistra, ulivista, progressista come la più coerente con il progetto del Partito Democratico. Una candidatura difficilmente riconducibile ad uno solo dei partiti che oggi si stanno sciogliendo nel PD.

Naturalmente ora questa «dote», questa grande popolarità e fiducia di cui Veltroni gode tra i cittadini sono alla prova delle risposte che saprà/sapremo dare ai problemi del Paese. Il suo discorso a Torino - e successivamente gli approfondimenti sui giovani, sul welfare, sulle riforme istituzionali, sul Nord - ha reso evidente la sfida e hanno messo in luce temi e priorità che condivido.

Veltroni ha posizionato il PD esattamente là dove credo che debba stare: nel cuore del centrosinistra (ricordate i dibattiti sul trattino? Quanta acqua è passata sotto i ponti!!!), con l’ambizione di dare risposte «di sinistra» a questioni inedite e intricate (precarietà, sicurezza, ambiente, sviluppo, democrazia nel mondo globale). Ho apprezzato un impianto riformista che non rincorre la destra sul suo terreno, ma che neppure si rifugia nel richiamo astratto a valori e identità tradizionali della sinistra. Credo che il riformismo di cui abbiamo bisogno non sia per niente uno spostamento verso posizioni centriste e moderate e che anzi esso debba nutrirsi di radicalità, nettezza, coraggio.

Le altre candidature - in particolare quelle di Rosy Bindi ed Enrico Letta ai quali pure mi legano tanti valori e obiettivi comuni - non si discostano molto da questo profilo. Semmai cercano di evidenziare temi più specifici poiché si pongono meno di Veltroni la necessità di fare una sintesi convincente per l’insieme delle forze che si riconoscono nel PD. Ma oggi è anche e soprattutto di sintesi che abbiamo bisogno. A unirci e dividerci per affinità culturali e per consonanze programmatiche si farà in tempo, spero in modo più flessibile rispetto alle vecchie logiche correntizie.

In questi primi giorni di campagna per le primarie del 14 ottobre ho sentito una critica davvero incomprensibile alla candidatura dell’attuale sindaco di Roma, secondo cui essa sarebbe frutto degli «apparati». A questa motivazione hanno fatto riferimento sia altri autorevoli candidati sia - seppure in forme diverse - alcuni tra i DS che lamentano l’assenza di altre candidature del nostro partito che avrebbero avuto il compito di rafforzare la presenza della sinistra riformatrice nel PD.

A parte il paradosso di un Veltroni a cui ora si rimprovera di essere troppo vicino ai partiti che si scioglieranno nel PD, dopo averlo rimproverato per essere stato troppo autonomo e distante da quegli stessi partiti, trovo comunque che questo non sia più il tema. I partiti che esistono oggi dopo il 14 ottobre non ci saranno più. È chiaro?

Il PD non nasce contro i Democratici di Sinistra e la Margherita, per fortuna dico io. Nasce per una scelta consapevole dei DS e della Margherita e per andare oltre i loro confini. A chi servirebbe far morire il bambino nella culla? Perché continuare a descrivere i Democratici di Sinistra e la Margherita come tenacemente protesi ad evitare che nuove forze si possano mettere in moto e diventare protagoniste nel PD? Abbiamo attraversato tanti momenti di tensione quando è sembrato che il progetto del PD si inceppasse. Credo vada riconosciuto ai gruppi dirigenti dei due partiti - e se mi è consentito ai DS e a Fassino in particolare - di averci creduto, di essersi impegnati sul serio per far nascere il Partito Democratico attraverso una grande partecipazione popolare, anche prendendo qualche rischio per un percorso del tutto originale ed aperto. Se oggi in tanti si riconoscono nella candidatura di Walter credo sia anche perché è maturata l’idea che con il Partito Democratico sia finalmente possibile superare una astratta e perversa contrapposizione tra partiti e società. E questo è un bene, perché il PD dovrà essere un partito aperto, flessibile e al tempo stesso organizzato, popolare, radicato nella società. La storia di Veltroni - i suoi successi e, se mi si consente, anche i momenti meno brillanti che abbiamo vissuto insieme - rende questa idea di partito credibile.

Infine una considerazione tutta politica: il giorno dopo il 14 ottobre tutti andranno a leggere due cifre. Il numero delle persone che saranno andate a votare e la percentuale che avrà ottenuto il segretario eletto. Quanto più alte saranno quelle due cifre tanto più per il PD sarà un buon inizio.

È straordinariamente importante che in tanti e tante vadano a votare il 14 ottobre ed è importante anche che il segretario, che credo sarà Walter Veltroni, abbia ottenuto un consenso ampio. Dopo il 14 ottobre saremo tutti nello stesso partito, ci aspetta un lavoro complicato e affascinante. Lo dobbiamo affrontare con la serenità e la consapevolezza delle nostre risorse e dei nostri limiti.

Avere una guida autorevole, forte del voto di tante donne e uomini, giovani e anziani, diessini, “margheritini” e senza appartenenza credo sia il modo migliore per affrontare l’impresa.

* Vicepresidente gruppo dell’Ulivo Camera dei deputati


Pubblicato il: 26.07.07
Modificato il: 26.07.07 alle ore 9.56   
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Titolo: Renato Nicolini L’Estate Romana e la sfida di Veltroni
Inserito da: Admin - Luglio 27, 2007, 10:36:46 pm
L’Estate Romana e la sfida di Veltroni

Renato Nicolini


È almeno da quando ho letto sul Secolo d’Italia («E se invece di Walter avesse vinto Renato? Fu Nicolini nel ’77 a puntare sul nesso politica-immaginario», paginone centrale con richiamo in prima: «L’eresia di Nicolini che affascinò anche la destra») che mi sembra di dover rispondere parlando del Partito Democratico. Quella sera stessa - l’ormai lontano 27 giugno - avevo ascoltato su Sky il discorso di candidatura alla sua guida di Veltroni a Torino, incollato al televisore fino alle due di notte. Veltroni - ho sentito più ancora che pensato - ci invita a guardare avanti e non indietro, statue di sale come la famosa moglie di Lot, perché possano manifestarsi tutte le anime possibili del nuovo Partito Democratico. Perché il nuovo non sia soffocato, ancora in culla, da due genitori forse troppo possessivi come i DS e la Margherita.

Walter mi ha appassionato perché penso che rimescolare le carte della politica serva all’Italia non solo dalla svolta di Occhetto dell’89 (cui mi opposi perché decideva di cambiare il nome del PCI senza sapere come cambiare il Partito), ma (almeno) dai tempi della nascita nel ’63 del centro sinistra e della crisi del ’68. (Strano che non si possa veramente guardare avanti senza fare insieme i conti col passato... ). I primi passi del Partito Democratico mi sembrava invece avessero prodotto una paradossale perdita di consensi ed attrattiva a sinistra, risucchiandolo forzatamente verso il buco nero del Family Day, la famiglia scritta all’inglese e (manifesto rivelatore) di plastica, insomma verso un nuovo centrismo.

Veltroni segretario però non basta, da solo, a fare un nuovo Partito. La storia politica d’Italia, dopo il decennio ’68-’77 - ed anche dopo l’89, dopo Mani Pulite e, perché non dirlo?, dopo la discesa in campo di Berlusconi - non coincide più con la storia dei partiti. Il populismo mediatizzato che oggi toglie potere alla politica non nasce precisamente in Parlamento. Come possono scendere di nuovo in campo le tante anime della democrazia dell’ascolto, del conflitto e del confronto, respinte ai margini dalla logica degli interessi particolari, della spartizione del potere, dell’egemonia di gruppi sempre ristretti e sempre meno trasparenti?

Furio Colombo, annunciando la propria candidatura alla Segreteria del Partito Democratico, in alternativa allo stesso Veltroni, ha dato un buon esempio, seguito da Rosy Bindi. Purtroppo subito contraddetti da un regolamento che sembra pensato per scoraggiare altri a fare altrettanto. Me, per esempio, che ne sono stato tentato, nell’ipotesi di una Costituente davvero aperta, dove è importante la presenza di chi la politica la vive senza farne la scelta di vita. Ma l’avrei fatto poi davvero? Perché la mia Estate romana - apprezzata trent’anni dopo anche dal Secolo - è stata un momento, abbastanza importante, della formazione politica del giovane Veltroni. Non lo dico io, lo dicono gli storici come Grazia Pagnotta (Sindaci a Roma), che rintraccia la radice del veltronismo «nella politica della cultura dell’assessorato Nicolini degli anni Settanta».

Quell’Estate romana è rimasta - trent’anni dopo - nell’immaginazione di tanti - nonostante i tentativi di respingerla nell’effimero, o di omologarla al mercato culturale. Ha fatto sentire a tanti - in un periodo difficile, quello degli anni di piombo - di avere diritto alla città ed alla cultura, senza l’obbligo di trasformarsi in un’unica massa plaudente. Ha scritto un grande architetto, Louis Kahn: «una città è un luogo dove un bambino, quando l’attraversa, può vedere qualcosa che gli dirà quello che egli desidererà poi fare per tutta la vita». Credo che, forse inconsciamente, volessi conservare ai miei figli - Ottavia è nata lo stesso giorno di “Massenzio” - il diritto di vivere in una città che potesse ancora esprimere la meraviglia urbana, almeno in certi momenti d’estate.

Forse c’è qualcosa di più. L’Estate romana ha contribuito alla nascita di un nuovo senso della politica: su basi diverse da quelle dell’appartenenza ideologica, che aveva caratterizzato l’Italia del dopoguerra, del PCI e della DC. L’orizzonte è apparentemente più limitato, la politica qualcosa di più circoscritto e quotidiano, il progetto piuttosto la scelta della direzione e del primo passo che la capacità (o la paranoia?) della completezza. Ma è la politica del nostro tempo. Penso a volte di aver lavorato sullo stesso terreno, il nesso tra spoliticizzazione e trasformazione della società, scomparsa delle vecchie e nascita delle nuove forme della politica - ma con intenzioni opposte, invitare alla trasversalità ed all’ibridazione anziché mediatizzare ed uniformare - su cui è inervenuto Silvio Berlusconi. Le televisioni private nascono, non a caso, nello stesso periodo dell’Estate romana. Mi sembrerebbe strano che quest’esperienza, che ovviamente non è stata solo personale ma che credo di poter rappresentare, rimanesse assente dal processo di formazione del Partito Democratico. Ho detto di no ad Occhetto, ma non lo posso ripetere oggi. Voglio perciò lavorare alla presentazione di una mia lista - con l’intenzione di rappresentare un particolare tipo di appoggio a Veltroni.

Con questa lista, a Veltroni non voglio portare - che dono sarebbe offrire ciò che già si possiede - lodi ma critiche ed una certa diversità. Per intervenire nella società dell’indifferenza e della paura - oggi è ancora più calzante questa celebre definizione di Elias Canetti - non bisogna temere di perdere quello che si ha, ma quello che si potrebbe ottenere.

Penso sia la strada maestra, anche oggi, per sconfiggere integralismi e terrorismo. Ma anche per abbattere davvero il costo della politica, sperimentando forme originali di autogestione piuttosto che clonare le nuove istituzioni sempre dal medesimo modello: la democrazia parlamentare. O per liberare la RAI dalle catene della lottizzazione e della prevalenza del controllo e dell’incompetenza partitica sul merito; o per ridare prestigio al cinema ed allo spettacolo italiano; o ridare smalto alla ricerca, all’università, all’istruzione. Molte cose vanno sottratte alla politica come controllo, non soltanto per ridare senso alla politica, ma per capire appieno che poderosa locomotiva per lo sviluppo può essere nella società globale l’industria dell’immateriale, la totale libertà e la piena autonomia di tutte le forme della cultura.

Pubblicato il: 27.07.07
Modificato il: 27.07.07 alle ore 8.17   
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Titolo: Veltroni: «L'esecutivo ha fatto cose buone, ma ha bisogno di sostegno»
Inserito da: Admin - Luglio 31, 2007, 11:45:22 am
30/7/2007 (17:27)

"Instabilità getta ombre sul governo"
 
Veltroni: «L'esecutivo ha fatto cose buone, ma ha bisogno di sostegno»


ROMA
Non si stanca di ripeterlo e, anche oggi, davanti ai giornalisti accorsi per l’inaugurazione della sede del comitato elettorale per la sua candidatura a segretario del Pd, lo ribadisce: «Dobbiamo sostenere il governo, che ha fatto molte cose buone». Tuttavia, Walter Veltroni non manca di sottolineare una nota critica, e cioè che «l’instabilità politica rischia di gettare ombre negative anche sulle cose buone che questo governo ha fatto e fa, come l’aver rimesso a posto i conti pubblici, l’accordo sulle pensioni e in materia di politica estera». Purtroppo, insiste Veltroni, rispondendo a una domanda su quali potranno essere i rapporti con la sinistra radicale qualora sarà lui a diventare il segretario del Pd, «viene tutto rovinato dall’instabilità politica. Ora, per questo, bisogna sostenere l’azione di governo»

"Continuerò a fare il sindaco di Roma"
Walter Veltroni ha ribadito che, se diventerà segretario del Pd, «continuerò a fare anche il sindaco di Roma fino al 2011. Lo faccio non solo perchè è mio dovere, ma anche perchè sono innamorato del mio lavoro e della mia città». Del resto, osserva, «non c’è incompatibilità» tra l’essere segretario di un partito e primo cittadino di Roma. Ci sarebbe incompatibilità «solo se ci fosse in contrapposizione un ruolo istituzionale. Certo - conclude - lavorerò di più...»

Lo stop a Pannella
«Se c’è tanta volontà di partecipazione è un buon segno e vuol dire che il Partito democratico ha grandi capacità attrattive: certo se uno sta in un partito non può stare in un altro e chi sceglie di essere nel Pd deve chiudere la situazione del partito precedente». Così il sindaco di Roma, Walter Veltroni, e candidato alla guida del Partito democratico, commenta, inaugurando la sede del suo comitato per il Pd, la volontà espressa da Marco Pannella, Emma Bonino e Antonio Di Pietro di candidarsi anche loro alle primarie del 14 ottobre.

da lastampa.it


Titolo: Pd, per Veltroni tre liste nazionali
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2007, 05:51:28 pm
Pd, per Veltroni tre liste nazionali
Simone Collini


Massimo tre liste nazionali a sostegno di Walter Veltroni, una ciascuno per Rosy Bindi ed Enrico Letta. I candidati per la segreteria del Partito democratico che stando ai sondaggi sono in zona podio hanno iniziato a lavorare alle liste che li sosterranno alle primarie del 14 ottobre. Il sindaco di Roma è partito per una vacanza alle Maldive, ma ai suoi ha lasciato precise disposizioni. I colloqui che ha avuto nei giorni scorsi con altri leader politici, dirigenti locali e anche esperti elettorali lo hanno convinto che sarebbe meglio non dare il via libera a troppe liste collegate alla sua candidatura. Il problema non è presentarle, perché bastano un centinaio di firme per farlo, ma incassare i consensi necessari per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. A Veltroni infatti non sfugge quello che non a caso Romano Prodi ha scritto nella lettera pubblicata ieri sul sito web dell’Ulivo, e cioè che «chiunque dei candidati prevalga, qualsiasi linea programmatica adotti, deve sapere che il suo lavoro non può essere disgiunto da quello dei rappresentanti eletti delle assemblee». E se troppe liste rischiano di portare a una maggiore dispersione e al fatto inevitabile che i voti incassati da liste che non raggiungono la percentuale necessaria per eleggere almeno una persona vanno persi, le consulenze avute nei giorni scorsi dal sindaco capitolino dicono che andare oltre le quattro liste in ogni collegio finisce per essere controproducente.

Per questo Veltroni e i suoi stanno lavorando sull’ipotesi di andare alle primarie con tre liste da presentare in tutte le regioni, lasciando così spazio per una eventuale quarta laddove conviene che sia presente anche una lista civica animata da governatori locali, tipo quella a cui sta lavorando il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. A portare la dicitura “Per Veltroni” dovrebbero quindi essere il listone per così dire “istituzionale”, quello cioè in cui saranno candidati i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita (ma Veltroni ha preteso che in ogni collegio sia prevista la presenza di almeno una personalità della società civile), una lista a cui stanno lavorando insieme Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Andrea Ranieri più diversi esponenti dell’associazionismo che dovrebbe avere una piattaforma programmatica fortemente connotata dai temi dell’innovazione, dell’ambiente, dei diritti civili e del sapere, e una lista che nasce per ora dalla convergenza dei sostenitori della terza mozione del congresso di Firenze (Massimo Brutti, Sergio Gentili e altri) degli ex correntoniani rimasti nei Ds (raccolti attorno all’associazione “Dì sinistra” di Vincenzo Vita) e di settori della Cgil (a cominciare dal presidente della Fondazione di Vittorio Carlo Ghezzi) e di altre associazioni sindacali (ha assicurato la sua partecipazione il segretario del sindacato degli inquilini Sunia Luigi Pallotta), e che dovrebbe chiamarsi «A sinistra per il lavoro, i diritti e l’ambiente». Tre sole liste, ma che nei ragionamenti dei Comitati promotori pro-Veltroni dovrebbero coprire l’intero spettro elettorale che va dai militanti e simpatizzanti Ds-Dl, ai settori che chiedono innovazione e riforme e a quelli che vogliono che il Pd sia un partito di sinistra.

Con la stessa attenzione a non mandare persi i voti si stanno muovendo Letta e Bindi. Entrambi presenteranno una sola lista nazionale in tutti i collegi, anche loro lasciando lo spazio per un’eventuale seconda lista animata dai governatori locali. Il ministro per la Famiglia ha chiesto la disponibilità a candidarsi a tutti coloro che hanno sostenuto la sua corsa alla segreteria del Pd, da Marianna Scalfaro (figlia del presidente emerito, che invece presiede il Comitato pro-Veltroni di Roma e del Lazio) ad Arturo Parisi, da Giovanni Bachelet a Pietro Scoppola, da Franca Chiaromonte ad Anna Maria Carloni, da Vittorio Prodi ad Agazio Loiero, dalla portavoce del Forum Terzo Settore Maria Guidotti al presidente della Fondazione Don Milani Michele Gesualdi. Solo per citarne alcuni. Così come, solo per citarne alcuni, dovrebbero essere nella lista denominata «Democratici per Enrico Letta» i diessini Umberto Ranieri e Gianni Pittella, il ministro per l’Agricoltura Paolo De Castro, governatori come quello della Sardegna Renato Soru, della Basilicata Vito De Filippo, delle Marche Gian Mario Spacca, della provincia di Trento Lorenzo Dellai e di numerosi consiglieri e assessori delle regioni del nord, soprattutto della Lombardia e del Veneto.

Sia Letta che Bindi organizzeranno prima del 21 settembre, data ultima per la presentazione delle liste, delle pre-primarie per scegliere i candidati e anche per decidere l’ordine in lista.

Pubblicato il: 02.08.07
Modificato il: 02.08.07 alle ore 10.00   
© l'Unità.


Titolo: Binetti si schiera: «Voterò Veltroni»
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2007, 10:33:41 pm
Ricorso di Pannella: decisione rinviata a venerdì

Binetti si schiera: «Voterò Veltroni» «Mi riconosco nella corrente di Rutelli che appoggia il sindaco di Roma.

Bindi importante, ma valori cattolici ben presenti in Pd» 
 

CORTINA D'AMPEZZO - La senatrice teocon della Margherita, Paola Binetti, voterà per Walter Veltroni alle primarie di ottobre per la segreteria del Partito democratico. «Mi riconosco nella corrente di pensiero di Francesco Rutelli che appoggia il sindaco di Roma», ha detto Binetti.

In merito a una migliore rappresentatività dei valori cattolici che Rosy Bindi avrebbe forse potuto portare, la senatrice ha replicato osservando che «i valori cattolici sono ben rappresentati nel Pd, dove c'è comunque una grande ricchezza di contenuti diversi.

Rosy Bindi è un'anima importante e Giuseppe Fioroni anche. I valori cattolici», ha concluso, «devono comunque essere interpretati non come una corrente politica, ma come coerenza di comportamenti e fedeltà al magistero, il che non significa clericalismo o dipendenza politica dalla Cei».

PANNELLA: RINVIO DI UN GIORNO - Slitta intanto a venerdì la decisione del collegio dei garanti del Pd sul ricorso presentato da Marco Pannella e da Amerigo Rutigliano per la loro esclusione dalle primarie. Pannella ha annunciato di essere pronto a ricorrere anche alla via legale chiedendo la sospensione della consultazione prevista per il 14 ottobre.


03 agosto 2007
da corriere.it


Titolo: Pd, per Veltroni tre liste nazionali
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2007, 10:42:55 pm
Pd, per Veltroni tre liste nazionali

Simone Collini


Massimo tre liste nazionali a sostegno di Walter Veltroni, una ciascuno per Rosy Bindi ed Enrico Letta. I candidati per la segreteria del Partito democratico che stando ai sondaggi sono in zona podio hanno iniziato a lavorare alle liste che li sosterranno alle primarie del 14 ottobre. Il sindaco di Roma è partito per una vacanza alle Maldive, ma ai suoi ha lasciato precise disposizioni. I colloqui che ha avuto nei giorni scorsi con altri leader politici, dirigenti locali e anche esperti elettorali lo hanno convinto che sarebbe meglio non dare il via libera a troppe liste collegate alla sua candidatura. Il problema non è presentarle, perché bastano un centinaio di firme per farlo, ma incassare i consensi necessari per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. A Veltroni infatti non sfugge quello che non a caso Romano Prodi ha scritto nella lettera pubblicata ieri sul sito web dell’Ulivo, e cioè che «chiunque dei candidati prevalga, qualsiasi linea programmatica adotti, deve sapere che il suo lavoro non può essere disgiunto da quello dei rappresentanti eletti delle assemblee». E se troppe liste rischiano di portare a una maggiore dispersione e al fatto inevitabile che i voti incassati da liste che non raggiungono la percentuale necessaria per eleggere almeno una persona vanno persi, le consulenze avute nei giorni scorsi dal sindaco capitolino dicono che andare oltre le quattro liste in ogni collegio finisce per essere controproducente.

Per questo Veltroni e i suoi stanno lavorando sull’ipotesi di andare alle primarie con tre liste da presentare in tutte le regioni, lasciando così spazio per una eventuale quarta laddove conviene che sia presente anche una lista civica animata da governatori locali, tipo quella a cui sta lavorando il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. A portare la dicitura “Per Veltroni” dovrebbero quindi essere il listone per così dire “istituzionale”, quello cioè in cui saranno candidati i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita (ma Veltroni ha preteso che in ogni collegio sia prevista la presenza di almeno una personalità della società civile), una lista a cui stanno lavorando insieme Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Andrea Ranieri più diversi esponenti dell’associazionismo che dovrebbe avere una piattaforma programmatica fortemente connotata dai temi dell’innovazione, dell’ambiente, dei diritti civili e del sapere, e una lista che nasce per ora dalla convergenza dei sostenitori della terza mozione del congresso di Firenze (Massimo Brutti, Sergio Gentili e altri) degli ex correntoniani rimasti nei Ds (raccolti attorno all’associazione “Dì sinistra” di Vincenzo Vita) e di settori della Cgil (a cominciare dal presidente della Fondazione di Vittorio Carlo Ghezzi) e di altre associazioni sindacali (ha assicurato la sua partecipazione il segretario del sindacato degli inquilini Sunia Luigi Pallotta), e che dovrebbe chiamarsi «A sinistra per il lavoro, i diritti e l’ambiente». Tre sole liste, ma che nei ragionamenti dei Comitati promotori pro-Veltroni dovrebbero coprire l’intero spettro elettorale che va dai militanti e simpatizzanti Ds-Dl, ai settori che chiedono innovazione e riforme e a quelli che vogliono che il Pd sia un partito di sinistra.

Con la stessa attenzione a non mandare persi i voti si stanno muovendo Letta e Bindi. Entrambi presenteranno una sola lista nazionale in tutti i collegi, anche loro lasciando lo spazio per un’eventuale seconda lista animata dai governatori locali. Il ministro per la Famiglia ha chiesto la disponibilità a candidarsi a tutti coloro che hanno sostenuto la sua corsa alla segreteria del Pd, da Marianna Scalfaro (figlia del presidente emerito, che invece presiede il Comitato pro-Veltroni di Roma e del Lazio) ad Arturo Parisi, da Giovanni Bachelet a Pietro Scoppola, da Franca Chiaromonte ad Anna Maria Carloni, da Vittorio Prodi ad Agazio Loiero, dalla portavoce del Forum Terzo Settore Maria Guidotti al presidente della Fondazione Don Milani Michele Gesualdi. Solo per citarne alcuni. Così come, solo per citarne alcuni, dovrebbero essere nella lista denominata «Democratici per Enrico Letta» i diessini Umberto Ranieri e Gianni Pittella, il ministro per l’Agricoltura Paolo De Castro, governatori come quello della Sardegna Renato Soru, della Basilicata Vito De Filippo, delle Marche Gian Mario Spacca, della provincia di Trento Lorenzo Dellai e di numerosi consiglieri e assessori delle regioni del nord, soprattutto della Lombardia e del Veneto.

Sia Letta che Bindi organizzeranno prima del 21 settembre, data ultima per la presentazione delle liste, delle pre-primarie per scegliere i candidati e anche per decidere l’ordine in lista.

Pubblicato il: 02.08.07
Modificato il: 02.08.07 alle ore 10.00   
© l'Unità.


Titolo: Ecco i coordinatori per Veltroni
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2007, 10:13:48 am
POLITICA

Il candidato segretario e Franceschini hanno scelto i loro delegati

Il 50 per cento sono donne. "Un risultato importante, una spinta innovativa"

Ecco i coordinatori per Veltroni

In ogni regione un garante delle liste

Sono 21: dal musicista Fresu alla scrittrice Clara Sereni.

Poi imprenditori e molti sindaci

In Molise scelto uno straniero che fa il mediatore culturale

 Paolo Fresu


ROMA - La metà sono donne. Tra gli altri c'è un musicista raffinato come Paolo Fresu, una scrittrice intensa come Clara Sereni, un ex pezzo da novanta come il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. E poi giornalisti, come Sandra Bonsanti e Simona Mafai, industriali e parecchi sindaci. Ufficialmente sono i 21 coordinatori regionali che Veltroni - e anche Franceschini - hanno scelto in ogni regione, il braccio operativo del quartier generale "La nuova stagione" che è a Roma. I colonnelli che dovranno organizzare eventi, dibattiti, creare il collegamento tra i candidati e la base.

Oltre che coordinatori sono anche garanti delle liste. Dovranno controllare i meccanismi di selezione delle liste nel proprio "territorio", verificare chi entra o chi è uscito e perchè. Essere custodi del mandato che il Partito democratico apra veramente "una nuova stagione" con la partecipazione di tutti. "Attenzione a non fare di questo partito una caricatura" disse il segretario in pectore del Pd durante una delle ultime riunioni in SS.Apostoli.

"Voglio ringraziare davvero di cuore queste persone per aver accettato di impegnarsi in prima persona, guidando i comitati regionali che sosteranno la mia candidatura alla segreteria del Partito Democratico. Ognuna di loro sarà un punto di riferimento importante nella costruzione di un partito veramente nuovo che sappia valorizzare le forze migliori del nostro territorio" spiega Veltroni sul sito "La nuova stagione" - la porta web aperta 24 su 24 con gli elettori - che ha dato l'elenco dei nominativi. "Uomini e donne delle istituzioni, professionisti, imprenditori, esponenti della società civile e della cultura - scrive il sindaco di Roma - i ventuno coordinatori dei comitati sono tutte persone che conoscono bene le singole realtà locali, e rappresentano per me la garanzia che il processo che si sta mettendo in moto sarà davvero un momento di vera apertura della politica verso tutti quelli che guardano a questa grande avventura con speranza ed entusiasmo".

Ecco la lista completa dei 21 coordinatori: Val d'Aosta: Giuliana Ferrero, assessore Servizi sociali del comune di Aosta. Lombardia: Alessandra Kustermann, ginecologa. Piemonte: Sergio Chiamparino, sindaco di Torino. Veneto: Massimo Cacciari, sindaco di Venezia. Trentino: Alberto Pacher, sindaco di Trento.
Alto Adige: Giovanni Polignoli, sindaco di Laives.
Friuli Venezia Giulia: Sergio Bolzonello, sindaco di Pordenone. Liguria: Marta Vincenzi, sindaco di Genova. Emilia Romagna: Livia Zaccagnini, presidente Istituzione Biblioteca Classense. Toscana: Sandra Bonsanti, giornalista. Umbria: Clara Sereni, presidente associazione Città del Sole. Marche: Maria Paola Merloni, imprenditrice e parlamentare. Lazio: Oscar Luigi Scalfaro. Campania: Teresa Armato, assessore regionale Università e ricerca. Abruzzo: Stefania Pezzopane, presidente provincia L'Aquila. Molise: Danilo Leva, consigliere regionale. Sardegna: Paolo Fresu, musicista. Calabria: Rosa Villecco Calipari, parlamentare. Basilicata: Mohamed Amadid, mediatore interculturale. Puglia: Salvatore Marzano, rettore Politecnico Bari. Sicilia: Simona Mafai, giornalista.

(2 agosto 2007) 
da repubblica.it


Titolo: Marco Damilano L'alter Walter
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2007, 10:05:48 pm
PARTITO DEMOCRATICO / LA CORSA ALLA LEADERSHIP

L'alter Walter
di Marco Damilano

Incontri. Trattative. Interventi polemici. Liste di candidati. Così si tesse la tela di Bettini. Uomo-chiave della scalata di Veltroni 
Il Regista, come ormai lo chiamano tutti, convoca le riunioni più delicate a casa sua, uno spoglio appartamento di 45 metri quadri in viale Parioli. Riceve di sera sdraiato su un divano, a piedi scalzi, avvolto in una enorme camiciona bianca che a stento lo contiene. Intorno a lui, un ristretto gruppo di amici, sempre gli stessi: deputati, assessori, i vertici romani dei Ds. Al culmine della discussione, entra Libero, l'inseparabile uomo di fiducia, con in mano un pentolone ancora fumante arrivato direttamente dalla borgata Casalotti dove è di casa: pasta e fagioli per il padrone di casa e i suoi ospiti. Il Regista divora rigatoni larghi un metro, qualche volta la tunica si macchia, ma non importa. Mangiare ed elaborare strategie politiche sono le uniche due passioni conosciute di un potente che non ama l'immagine.

Nelle ultime settimane, però, è uscito allo scoperto: Goffredo Bettini Rocchi Camerata Passionei Mazzoleni, come si scrive per esteso la famiglia nobiliare di Senigallia da cui discende, Cavaliere Comandante del Nobilissimo Ordine della Corona della Thailandia, la massima onorificenza del Paese asiatico dove ha casa e trascorre le vacanze, conferita da Sua Maestà il Re Bhumidol Adulyadei, oppure Panzarella come lo chiamavano a scuola. È lui l'uomo chiave della scalata di Walter Veltroni alla leadership del Pd. Il regista delle candidatura. L'uomo che compila le liste del 14 ottobre a sostegno del sindaco. Il braccio armato del veltronismo, anche, quello incaricato di menare le mani se necessario, come si è visto nell'ultima intervista al 'Corriere': quando ha definito "padroncino" il tesoriere ds Ugo Sposetti e "luminare delle preferenze" l'europarlamenare della Quercia Gianni Pittella che voterà Enrico Letta.

Per Bettini si annuncia un ottobre di super lavoro. Dopo le primarie di domenica 14 c'è da gestire la seconda edizione della Festa del Cinema di cui è patron. Ma il senatore passa ringiovanito da una riunione all'altra. Nel suo ufficio all'Auditorium, in questi giorni di gran confusione, con candidati che vanno e vengono, quelli promossi e quelli bocciati, è tutto un via vai continuo di notabili che si propongono per le liste di appoggio a Veltroni. Una Babele: 475 collegi su tutto il territorio nazionale, alternanza tra uomo e donna nelle teste di lista, tutti i big nazionali e locali da piazzare. Perfino un veterano del genere come il presidente del Senato Franco Marini quando ha visto il regolamento ha perso la calma: "Che c... avete combinato?".

Bettini il Regista, invece, non si spazientisce. Ascolta, annota, consiglia, regala un libro sulla Festa del Cinema e passa all'interlocutore successivo. C'è tempo fino al 21 settembre per preparare la squadra dei candidati pro-Veltroni, ma l'assetto sembra già definito: due liste di appoggio, una con Ds, Margherita e ulivisti vari, un'altra coordinata da Giovanna Melandri e Ermete Realacci con dentro giovani, movimenti e ambientalisti, più qualche operazione regionale, per esempio una lista in Piemonte e Liguria capeggiata dai sindaci Sergio Chiamparino e Marta Vincenzi. Una complicata geografia di pesi e contrappesi che hanno un unico terminale: Bettini.

Si gode la rivincita: l'operazione Veltroni lo lancia finalmente sulla scena nazionale dopo che per anni ha creato sindaci, presidenti di provincia, presidenti di regione, restando un perfetto sconosciuto fuori dal raccordo anulare. È talmente felice di esserci che ha dimenticato le inimicizie. Quella con Francesco Rutelli, per esempio, che gli ha soffiato la poltrona di ministro della Cultura nonostante un debito di gratitudine: fu Bettini a inventarlo sindaco di Roma nel 1993. E quella, storica, con Massimo D'Alema, che risale agli anni Settanta, quando Massimo era il leader della Fgci nazionale e Goffredo capo di quella romana. Bettini è tra i pochissimi nella Quercia che non subiscono il carisma di D'Alema, in passato lo chiamava il Ducetto. Ora marciano d'amore e d'accordo, diciamo.

Per Walter intreccia una tela trasversale costruita attorno all'Auditorium, il salotto buono della sinistra romana, ribattezzato Bettinorum durante la lunga presidenza del senatore. Un fronte che va da Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio, al costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone: 'Il Messaggero' saluta con entusiasmo qualsiasi iniziativa bettiniana. Rapporti tessuti tra riunioni operative e cene elettorali: indimenticabile quella dell'anno scorso al padiglione 22 della Fiera di Roma con Silvio Muccino, Cesare Romiti, Giancarlo Elia Valori. Seduti uno accanto all'altro, c'erano pure Gigi Proietti e Maurizio Costanzo. È il modello Roma, presentato come l'unico in grado di far durare il centrosinistra anche nel resto d'Italia. Per organizzare le truppe, Bettini ha fondato due mesi fa una associazione, Democratici in rete, con uffici nella magnifica via Giulia, dove lavorano i Bettini boys: Andrea Cocco, Stefano Del Giudice, i collaboratori di sempre, Maurizio Venafro, uomo-ombra di Piero Marrazzo alla Regione Lazio, Michele Civita, alla Provincia di Roma con Enrico Gasbarra.

Con Veltroni le riunioni si fanno in Campidoglio, nella stanza del sindaco, naturalmente all'alba. Un'amicizia antica, vite parallele. Anche Goffredo, come Walter, non viene da una famiglia comunista. Padre repubblicano, liceo al Righi, dove conosce Barbara Palombelli, due fratelli, l'italianista e poeta Filippo e il giornalista Luan, un'adolescenza difficile: "Entrare nel Pci fu un passaggio della vita privata. Quando, provenendo da una famiglia borghese e dal suo ordine protettivo, cominciai a camminare da solo e scoprire la durezza della vita". Goffredo si iscrive al Pci a 14 anni grazie al cinema. Entrò in una sezione del centro per un cineforum dove davano 'Umberto D.' e 'Germania Anno Zero', ne uscì militante comunista. Un percorso segnato dall'incontro con Pier Paolo Pasolini, conosciuto nel 1974 a una festa della Fgci a villa Borghese. Dopo la morte di P.P.P. Bettini viene incaricato di scortare a Parigi la pellicola di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma' per la prima visione mondiale. Nel vagon-lit c'è anche Ferdinando Adornato, responsabile stampa e propaganda dei giovani comunisti, nella cabina accanto Laura Betti. Tocca a lui leggere il discorso ufficiale in italiano mentre Bernardo Bertolucci tiene quello in francese.

Nel Pci i suoi maestri sono due personaggi molto diversi tra loro: Paolo Bufalini, "mi ha insegnato il gusto per la cultura antica che mi aiuta ad avere il giusto distacco dalle cose", e Pietro Ingrao: per i suoi novant'anni Bettini distribuì un libricino dedicato al vecchio leader. Passione e cinismo, intelligenza luciferina e ingenuità al momento della conquista finale. Come dimostra l'oscillazione sulla svolta di Achille Occhetto quando il Pci cambiò nome: Bettini non ci credeva, restò indeciso a lungo e si giocò la possibilità di essere lui, un giorno, il segretario della Quercia. Oppure la sfortuna che ha accompagnato le sue candidature in Parlamento: trombato nel '92, nel '94, nel '96. Infine, lo smacco più grave, un anno fa: quando voleva fare il ministro e fu bruciato da Rutelli.

Ora, però, è di nuovo in pista, in prima persona, con il suo sogno nel cassetto. Portare Veltroni a palazzo Chigi. E giocare a fare il suo Gianni Letta, il Suggeritore delle mosse sulla scacchiera. Il Letta vero è un suo amico, nel cda dell'Auditorium, Bettini lo adora: "Puntuale, disponibile, un uomo per bene. Portarlo al governo con il centrosinistra sarebbe come rubare Pelè alla squadra avversaria". Goffredo ci prova.


Strategia Letta & Bindi
 
La parola magica del candidato anti-Walter Enrico Letta si chiama pre-primarie: chiedere agli elettori di votare prima del 14 ottobre per i nomi dei capilista, "dato che è passato lo schema delle liste bloccate e non ci sarà possibilità di dare una preferenza", spiega il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Lunedì 6 agosto Letta sarà a Milano per presentare il progetto: "La Lombardia è un laboratorio, la regione-chiave della mia candidatura", ragiona. Con adesioni che vanno dalla Margherita di Cesare Galperti, il coordinatore regionale, ai Ds con il dalemiano Carlo Cerami, animatore di Italianieuropei a Milano e membro del cda della fondazione Cariplo, al vice-presidente del consiglio comunale Davide Corritore eletto nella lista Ferrante, ulivista doc.

Anche Rosy Bindi organizza le pre-primarie, girando come una trottola da una festa dell'Unità all'altra: alla festa dell'Ulivo di Monte San Savino, sabato scorso, c'erano centinaia di persone a sentirla. E intanto incassa le 650 firme raccolte in due giorni per la sua candidatura a Reggio Emilia da Francesca Ovi, insegnante in pensione, sorella di Alessandro, consigliere di Prodi a Palazzo Chigi: un record per la raccolta pro capite difficilmente eguagliabile.

da espressonline.


Titolo: Vita: per Walter sempre più difficile
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2007, 10:16:02 pm
Bersani: no ai verticismi Pd, assedio a Veltroni Il ministro ds: così il partito rischia.

Penalizzata la nostra sinistra

I prodiani criticano il sindaco.

Vita: per Walter sempre più difficile 


ROMA — La gestazione del Partito Democratico appare tutt’altro che semplice. C’è la Margherita che si divide nuovamente tra rutelliani ed ex popolari, con i primi che minacciano di fare una lista in proprio e con i secondi che rispondono per le rime. Significativa la replica di Beppe Fioroni, ministro dell’Istruzione, agli uomini del presidente della Margherita: «Si chiamano coraggiosi, bene, abbiano il coraggio di fare questa lista sul serio, anche se io penso che sia un errore, che occorra esaltare il meticciato, metterci tutti insieme, mescolare culture e tradizioni». Già, ma i rutelliani sostengono che questo listone onnivoro sia gestito da Dario Franceschini in modo tale da emarginarli, favorendo invece gli ex ppi.

Dallo staff di Franceschini fanno sapere di non credere che alla fine il presidente della Margherita scenderà in campo con proprie liste. E ancora Fioroni osserva: «Io non voglio contare di più nelle liste, ma neanche di meno, sia chiaro...». Mentre nella Margherita si litiga, nei Ds affiorano dubbi e perplessità. Il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, lancia l’allarme: ci sono delle questioni da risolvere altrimenti in il Pd è «a rischio». C’è un problema, sottolinea il dirigente della Quercia in un’intervista all’Unità, che «può anche essere mortale» per il partito che verrà, perché «fin qui si è seguito un meccanismo» che potrebbe portare a un moltiplicarsi di operazioni verticistiche.

E allora, il giorno dopo le primarie, ammonisce Bersani, occorrerà «ripartire dal basso», perché bisogna «mettere lo scettro in mano al popolo dei democratici». Lungo la strada del Partito Democratico, però, secondo il ministro per lo Sviluppo Economico, c’è anche un altro pericolo. Ossia quello di una «possibile sottorappresentazione della sinistra ».È un problema che i diessini stano affrontando in questi giorni. È un timore che ha spinto i deputati della Quercia a indire addirittura un’assemblea per discutere della questione. Ma i problemi del Pd non finiscono qui. Ieri è partita la carica prodiana contro Walter Veltroni.

Due fedelissimi del presidente del Consiglio, come i deputati della Margherita Franco Monaco e Antonio La Forgia, hanno attaccato Goffredo Bettini, ossia il grande sponsor del sindaco di Roma, denunciando accordi di vertice e trattative sottobanco. Insomma, secondo loro gli apparati di Ds e Dl rischiano di ingessare il nuovo partito. Il vero bersaglio di questa offensiva, inutile dirlo, è Veltroni. Il quale Veltroni è ancora alle Maldive,ma chissà se riesce a godersi appieno la vacanza visto quel che sta accadendo a Roma. «Già — ammette Vincenzo Vita, ex mussiano, promotore della lista di sinistra che appoggia il sindaco di Roma — quella che prima sembrava una passeggiata si sta rivelando per Walter un’impresa più difficile, perché c’è chi semina ostacoli...».

Maria Teresa Meli
05 agosto 2007
 


Titolo: WALTER VELTRONI... risponde a una lettera di Mario Pirani
Inserito da: Admin - Agosto 06, 2007, 10:12:07 am
POLITICA

Il sindaco di Roma e candidato leader del nuovo partito risponde a una lettera di Mario Pirani

"La sfida: restituire fiducia agli italiani, smantellare il circuito dell'instabilità politica"

Le Asl, la Rai, le istituzioni così il Pd cambierà l'Italia

di WALTER VELTRONI

 
CARO direttore, la lettera aperta di Mario Pirani del 30 luglio contiene molti argomenti importanti. Ne vorrei discutere come in un epistolario pubblico. Una forma che va sparendo, almeno per due ragioni. La prima è la velocità di una società che riesce a comunicare in forme inedite nella storia dell'umanità ma che sacrifica alla quantità e alla rapidità la possibilità di strutturare pensieri lunghi nella relazione tra le persone: di più ma meno, si potrebbe dire. La seconda ragione è legata alla difficoltà della politica di rendersi disponibile alla ricerca e al confronto. Il che comporta la consapevolezza del proprio ruolo come servizio, forse il più alto, nei confronti della comunità.

Mi è capitato di leggere recentemente dei meravigliosi carteggi che illuminano sulla storia e i sentimenti dell'Italia che è stata prima di noi. Quello tra Giorgio La Pira e Amintore Fanfani e quello tra Giovanni e Alberto Pirelli. I protagonisti si scambiavano il loro sguardo su eventi e cambiamenti profondi e cercavano il senso delle cose e dei loro gesti, delle loro decisioni.
Scriversi, leggersi, capirsi. Cioè dialogare, con l'umiltà di pensare di non avere già pronte tutte le risposte a tutte le domande. Specie in un tempo di meravigliosi cambiamenti come quelli che viviamo.

Permettimi di partire da qui. Dalla decisione di Pirani, manifestata dalla firma in calce all'appello per la mia candidatura per il Pd, di tornare ad aderire ad un partito, dopo anni di esclusivo impegno civile espresso dalle sue posizioni e dai suoi articoli. Con la coscienza che questa sia la occasione decisiva per dare a questo paese ciò che non ha mai avuto: una grande forza maggioritaria della innovazione e della giustizia sociale, libera da ideologie, crocevia di culture diverse, "luogo" di una politica sobria e ambiziosa. Una forza capace di restituire unità all'Italia.

Perché il nostro paese si va frammentando. Negli anni successivi alla guerra e durante i Sessanta tutto il paese sentiva di crescere. Capiva che l'arrivo della 500 nelle famiglie e la costruzione delle autostrade corrispondevano al medesimo segno: lo sviluppo di possibilità individuali e della ricchezza della nazione. Perché non c'è alternativa, davvero, a questa comunità di destino. Perché è una illusione pericolosissima l'idea, sostenuta da certa destra, che la soluzione sia scavarsi una nicchia individuale, farsi furbi, difendersi coltivando l'odio nei confronti dello stato, del "vicino sociale", dell'immigrato. Una società chiusa è un paradosso intollerabile nel tempo della globalizzazione. E genera un paese fermo, perché privato di quel motore fondamentale che è la fiducia nel futuro e la voglia di crescere insieme.

Ma anche la politica è così, oggi. La frammentazione è diventata parossistica, con partiti talvolta pura proiezione di leader più o meno ambiziosi. Partiti piccoli, piccolissimi, talvolta persone che hanno nelle loro mani il destino del paese. L'egoismo politico genera quello sociale. Se il cittadino vede dall'alto messi in secondo piano gli interessi generali perché mai dovrebbe farsene carico?

Il Pd dovrà assumere questa grande sfida: fare una Italia del nuovo millennio, con governi stabili, istituzioni che decidano, una società civile forte. Dovrà dare a chi abbia merito e talento la possibilità di dimostrarlo, dovrà smantellare il circuito perverso degli interessi corporativi e della instabilità politica. Dovrà restituire fiducia ai nuovi italiani, dando loro scuole e università che funzionino e una prospettiva di vita che rimuova il principale loro problema, la precarietà della loro vita.

É per questo, solo per questo che vale la pena di provarci. Pirani avrà letto ciò che ho scritto nel "decalogo" di riforme istituzionali che ho pubblicato sul Corriere della Sera. Penso che si debba ridurre seriamente il numero dei parlamentari e dei rappresentanti nelle istituzioni locali, che si debba avere una sola Camera che legifera, che il governo debba avere tempi certi per l'approvazione o il diniego ai suoi progetti di legge. Penso che la legge di Bilancio debba essere approvata o respinta, in aula, dopo un attento esame della commissione competente... Penso cioè ad una democrazia che funzioni, con un sistema elettorale che faccia votare gli italiani, e scegliere il governo, sulla base di due proposte chiare e coese programmaticamente.

Che poi chi ha vinto governi e non riservi ogni giorno al paese la suspence di sapere se domani ci sarà ancora la legislatura. Insomma quello che succede negli altri paesi europei, nulla di più e nulla di meno. E' chiedere troppo? E non andrebbe chiesto in primo luogo al Parlamento di por mano con urgenza alle riforme elettorali e costituzionali sulle quali stanno lavorando le apposite commissioni? Nella scorsa legislatura fu approvata in poche settimane una orrenda riforma elettorale, fatta per impedire di governare.

Dopo un anno è matura una decisione su queste materie, ed è necessario mettere alla prova la volontà della opposizione. Poche, mirate innovazioni alla parte seconda della Carta e una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere il governo e al governo la possibilità di decidere.

La politica deve, poi, ritrovare il suo spazio naturale. Che è quello del rapporto con la società, con le spinte e i movimenti di opinione, con le forze del sapere e del lavoro, con le culture della innovazione e dell'ambientalismo. La politica deve saper ospitare, dentro di sé e nelle istituzioni, le energie migliori del paese. La politica è anche una professione. Se esercitata bene, tra le più nobili che esistano. Ma non può diventare un club esclusivo. Ricordo un Parlamento in cui sedevano Natalia Ginzburg e Leonardo Sciascia, Claudio Napoleoni, Roberto Ruffilli e Gaetano Arfè. Ricordo Alberto Moravia a Strasburgo e Vittorio Bachelet nel consiglio comunale di Roma insieme a Lucio Lombardo Radice.

La politica si deve nutrire della bellezza dell'apertura, della competizione delle idee. E deve saper conoscere anche il suo limite. Nel "suo" decalogo di maggio Pirani diceva cose importanti su due temi centrali: le Asl e la Rai. Rivendicava la necessità che si tenessero lontani due gangli fondamentali della vita nazionale dalla invadenza della politica. Concordo con lui. E vado oltre. Per fare il manager di una Asl occorrerà avere comprovate doti di conoscenza e esperienza manageriale di settore. E qualcuno dovrà certificarle.

La sua idea di un concorso che formi una graduatoria e una rosa alla quale le Regioni possano attingere mi sembra giusta. Per la Rai c'è da chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere "piccolo parlamento", con il gestire l'azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale.

Far scorrere aria nel paese, fare una Italia in cui i partiti decidano le sorti della nazione, ma non le nomine di chi deve garantire la salute e il Pd dovrà essere pienamente coerente con questo modo di intendere e praticare la politica. Il Pd dovrà essere protagonista di un allontanamento della politica dalla gestione diretta a favore delle competenze e di criteri trasparenti e obiettivi. Rifondare una etica della responsabilità e il senso degli interessi nazionali. Ridare bellezza alla politica, aprendola e rendendo viva, come stiamo facendo con le primarie, la vita democratica dei partiti.

Così immagino il Pd, come una casa aperta, con donne finalmente riconosciute nel loro valore e nella differenza della loro cultura, con ragazzi ai quali non si chieda di appartenere ad una corrente ma di sentirsi protagonisti di un nuovo modo di fare e intendere la politica. Lieve e ambiziosa, non mi vengono altre parole. Credo che la decisione coraggiosa di due grandi partiti di superare se stessi sia un passo decisivo in questa visione. Dobbiamo ora mescolare fino in fondo identità e culture. Non sarà cosa di un giorno o di un'ora. Ma la fortuna di questo progetto è qui: la costruzione di una nuova e più ricca identità culturale e politica, quella dei democratici italiani. E una nuova voglia di futuro.

Lo sa Pirani meglio di altri. Lui che hai vissuto il grande mutamento italiano e le occasioni perdute. Bisogna avere voglia di futuro, bisogna non rimpiangere il passato, bisogna vedere le inedite possibilità che la scienza mette oggi a disposizione di tutti noi per vivere meglio, tutti. Questo è il compito della politica: favorire la crescita, farla giusta socialmente, dare coscienza di sé ad un paese meraviglioso come il nostro.

E amare gli italiani. Che hanno sempre saputo - dalla lotta al terrorismo alla genialità dei nostri imprenditori, dalla reazione alle crisi economiche più dure al talento dei nostri giovani scienziati - mandare un messaggio alla politica e alle istituzioni.
Penso a Giorgio Ambrosoli, a Ninni Cassarà, a Marco Biagi, a Massimo D'Antona, a Giuseppe Impastato, a Don Andrea Santoro.

Penso agli italiani che vorrebbero uno stato amico, di cui sentirsi con orgoglio parte. Da rispettare e da sentire al fianco. E' a loro che dobbiamo pensare, solo a loro.

(5 agosto 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Burlando: «Nel Pd no a liste personali»
Inserito da: Admin - Agosto 12, 2007, 07:01:19 pm
Burlando: «Nel Pd no a liste personali»

Eduardo Di Blasi


Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, è convinto che la scelta di candidare Walter Veltroni alla segreteria del Pd, scelta appoggiata da una grossa fetta di Ds e Dl, sia un’occasione per cementare un’unione politica che in Regione esiste, nei fatti, da diversi anni. Per questo propone una propria linea d’azione: «Sarebbe opportuno fare una sola lista per Veltroni, mettendo insieme questo gruppo dirigente dei partiti ma dando anche delle candidature alla società civile».

Un’unica lista aperta a chi voglia candidarsi. Perché?
«La Liguria ha sempre avuto una spinta ulivista molto forte. Il simbolo dell’Ulivo lo abbiamo presentato dalle Europee del 2004 (prendemmo il 39%). Anche il gruppo unico regionale lo abbiamo fatto prima dei congressi paralleli, pagando come Ds defezioni pesanti. Ecco perché credo che una regione così debba fare una lista ampia di sostegno a Walter. Io non so cosa succederà, perché sostanzialmente Marta Vincenzi non lo ha ancora detto».

La Vincenzi è coordinatrice regionale della lista per Veltroni: sarà lei a dover decidere?
«Soprattutto Marta deve decidere cosa fa lei. È lei l’unica che potrebbe decidere di fare una seconda lista di appoggio a Walter significativa. Naturalmente è del tutto legittimo che lo faccia. Questa idea di amministratori che facciano liste diverse da quelle dei loro partiti per segnare una presenza anche forte, autonoma e personale a sostegno di Walter, è un’idea che circola: forse la fa Chiamparino, so che ne ha parlato anche la Bresso. Io ho detto: per quanto mi riguarda non faccio una lista mia o con altri amministratori. Partecipo ad un processo che metta insieme gruppi dirigenti».

Un motivo è ideale. Esiste anche una ragione più squisitamente politica?
«È evidente che facciamo questo Pd in un momento non di spinta fortissima. Fatichiamo anche perché c’è una spasmodica esigenza di visibilità in tutti i pezzi di questa coalizione».

La visibilità è negativa ?
«Io dico: chi ha visibilità si spenda anche un po’ per tenere insieme le forze politiche. Noi abbiamo a Genova, per esempio, un gruppo dirigente giovanissimo. Un segretario di federazione di 35 anni, Victor Rasetto, molto bravo. Un capogruppo in Comune di 33. In segreteria un altro giovane di 37. Questo vale anche a Savona, La Spezia, Imperia, e tuttavia il compito che diamo a questo gruppo giovane è un compito molto delicato: francamente mi pare giusto fare un tentativo».

Cosa pensa della battaglia che si è scatenata sui candidati alla segretaria regionale del Pd?
«Non sono d’accordo che ci sia un accordo tra Ds e Dl per fare un segretario regionale. Sarebbe una cosa sbagliatissima».

Si deve separare la partita per la segreteria regionale da quella nazionale?
«È sbagliatissimo dire che Dl e Ds si mettono insieme in quanto hanno trovato un accordo per chi fa il segretario regionale. Noi stiamo assieme in quanto siamo d’accordo su Walter, e sulla sua linea politica ovviamente, dopo di che affronteremo questa questione. Io non le mischierei. Ci leggo un indebolimento del profilo nazionale del partito...».

Lei è d’accordo sul fatto che chi appoggi Letta o la Bindi non possa appoggiare un candidato regionale vicino a Veltroni?
«Noi andremo ad eleggere il segretario del Pd. Io non credo che automaticamente nel Pd ci saranno le correnti veltroniane, lettiane, bindiane e che queste correnti devono riprodursi anche al livello regionale per cui chi in Italia sta con Walter deve sostenere uno che sta con Walter e via dicendo. Partiamo proprio male se partiamo così».

Fioroni è partito così...
«Non mi convince. Posso capirne lo spirito. Ma starà a Bindi e Letta vedere se vogliono fare la minoranza del partito o se vogliono considerarsi delle personalità del Pd senza che necessariamente organizzino una mozione: ma perché noi dobbiamo stabilire quello che loro faranno?».

Che accadrà in Liguria?
«Io spero che si faccia una lista ampia. Penso che non ci debba essere nessun legame tra questa lista e il segretario regionale. Penso che i Ds, per la forza che hanno, ma anche perché il capogruppo dell’Ulivo nel Consiglio regionale è dei Dl, abbiano diritto a pensare che ci possa essere un candidato. Credo sia legittimo anche che il candidato sia l’attuale segretario regionale dei Ds Mario Tullo, persona stimata che ha fatto bene...».

Stiamo andando verso un partito federalista?
«A me interessa un partito che abbia un rapporto con il governo. E un governo che ascolti le specificità del territorio. Dopodiché il Pd è una grande risorsa per il Paese: non smarrirei il profilo nazionale del Pd, e francamente non mi va di vederlo come una sommatoria di partiti ognuno dei quali ha una suo vassallo locale, che vuole segnare la sua presenza sul territorio. Vorrei un partito che sia capace di interloquire, più che un partito che abbia i suoi interlocutori privilegiati».

Dal punto di vista del contenuto questo Pd cosa dovrà contenere?
«Dobbiamo chiarire una cosa: se noi diciamo che al Nord la destra ha capito tutto e noi niente sbagliamo. I due grandi cambiamenti degli ultimi 10 anni, anche per il Nord li abbiamo fatti noi, con l’euro e la competizione sulla qualità e non sulla svalutazione o sui mercati chiusi».

Il problema del Nord è solo una questione industriale?
«È un po’ tutto. Questa è una sfida che riguarda tutti: è chiaro che bisogna fare le infrastrutture. Se gli ha tolto la molla dell’inflazione gli devi dare qualità, accesso al credito, formazione, infrastrutture, tecnologia. E quindi vede che questa sfida non riguarda solo le imprese. Dobbiamo trasformare un Paese che competeva svalutando con uno che compete sulla qualità. La qualità di tutti i soggetti: impresa, mondo del lavoro, istituzioni e politica. È un modo d’essere: riguarda tutti».


Pubblicato il: 12.08.07
Modificato il: 12.08.07 alle ore 14.32   
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Titolo: Conversazioni d'estate De Gregori: amico di Walter, non lo voterò ...
Inserito da: Arlecchino - Agosto 19, 2007, 11:24:16 pm
Conversazioni d'estate De Gregori: amico di Walter, non lo voterò

Il cantautore: il modello Roma?

Città bellissima non certo per merito suo.

Alle primarie del Pd sosterrò la Bindi 
 

Francesco De Gregori, tutti i giornali la arruolano sotto le bandiere di Walter Veltroni. È davvero così?
«È vero che sono amico di Veltroni, da tantissimi anni. Se mi metto a contarli, sono più di trenta. Ma essere arruolato mi dà un po' fastidio. Un conto sono gli amici, un conto i simpatizzanti ».

Lei non simpatizza?
«Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi. E finora non l'ho capito. Non sono molto d'accordo con certe cose che Veltroni dice e fa. Lui ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da afferrare, da decifrare. Usa un linguaggio aperto a ogni soluzione, dice tutto e il contrario di tutto. Mostra una grande ansia di piacere, di essere appetibile a destra e a manca, che magari gli porterà molto consenso ma è poco utile a capire cosa sarà davvero il Partito democratico».

Lo sa che lei sta scendendo dal carro del vincitore?
«Mi rendo conto che accade di rado. Nel mondo della canzone, poi. Ma nel vincitore annunciato, ammesso che sia tale anche alla fine, non trovo una linea chiara. Sento un gran bel parlare, belle promesse, i riferimenti coltivati da sempre, Kennedy, don Milani, Olof Palme. Ma non riesco a ricondurlo a una chiara intenzione politica. E vedo che non sono l'unico ad avere questa difficoltà».

Che cosa in particolare non la convince nel suo linguaggio? «Questo appellarsi di continuo al sogno, a un mondo migliore, ora vedo pure all'amore. Per carità, come si può essere in disaccordo, meglio basarsi sull'amore che sull'odio. Ma viviamo in un paese pieno di problemi. Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi».

Veltroni in campo rappresenta comunque una novità.
«Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto. Veltroni è uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent'anni. Ora la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni. Non è l'homo novus tanto atteso. Mi convince poco anche questo clima di aspettativa, per cui tutti a dire che Veltroni è una risorsa, che Veltroni è l'uomo della Provvidenza... Non è scontato che sia il più adatto a fare voltar pagina al Paese; così come non dovrebbe essere così scontata la sua vittoria».

È un buon sindaco di Roma, no?
«Tutti parlano di modello Roma. Ma Roma mi pare sempre più una città che cerca di nascondere lo sporco sotto il tappeto. I grandi problemi di una grande città — traffico, sicurezza, legalità — sembrano più spesso elusi, che affrontati e risolti. Va da sé che Roma è bellissima, da San Pietro al Colosseo; ma certo non è merito di Veltroni».

De Gregori, le sue parole non passeranno inosservate. Lei è considerato uno degli artisti da sempre più vicini a Veltroni.
«Gli voglio un bene dell'anima. Abbiamo pranzato, cenato, siamo andati insieme in vacanza, sono stato suo testimone di nozze. Però non abbiamo mai parlato di politica. Anche quando dirigeva l'Unità e ogni tanto mi chiedeva un articolo, io glielo mandavo, lui mi diceva se gli era piaciuto o no, ma non c'è mai stata interferenza reciproca, né lui si è mai sognato di chiedermi consigli. Io lo prendevo un po' in giro per la storia dell'Africa: "Guarda Walter che non ci crede nessuno". Lui teneva il punto: "Ti dico che vado in Africa!". Almeno su questo, per ora ho avuto ragione io».

Dubita della sincerità con cui si vota alle varie cause?
«No. Veltroni magari è sincero. Ma la sincerità dei politici non ci deve riguardare. Appartiene solo alla loro coscienza. Ci riguarda la loro capacità. Quel che dicono, quel che fanno. E Veltroni risponde solo di quello che fa. Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine ».

Vede anche pericoli per Veltroni?
«Lui sa coltivare la sua immagine. Ha una grande potenza mediatica. Molti giornali fanno il tifo per lui. Proprio per questo, dovrebbe guardarsi dalla sovraesposizione ipertrofica. Deve stare attento ai veltroniani. Perché a volte i veltroniani sono controproducenti».

Chi sono i veltroniani?
«I Bettini, le Melandri, quando partono lancia in resta contro i nemici. "Chi attacca Walter semina veleni...". Ma dai! La ragazza deve stare attenta prima di parlare. E poi i Tardelli... Come si fa a essere contro Tardelli, il vincitore del Mundial? Ma l'Italia oggi è un paese sbandato, che ha bisogno di ricette meno spettacolari e più amare. E non so se Veltroni sia in grado di proporle. Al Lingotto non l'ha fatto. Forse lo farà da qui al 14 ottobre. Me lo auguro, perché l'idea del Partito democratico non è affatto male. La parola è bella, affascinante; ma non ci si può limitare alla scorza. La si deve riempire di contenuti, perché la gente vada a votare».

Quindi il progetto del Partito democratico la interessa?
«Sì. Mi auguro che le primarie abbiano successo. Che il nuovo partito ci porti fuori dalla politica stagnante di questi anni, non dia risposte ma ponga domande, conquisti credibilità, sappia chiedere sacrifici. Che stia lontano dalle paludi e dai pascoli consociativi, e nello stesso tempo stia lontano da una sinistra fondamentalista, sempre più decrepita e deprimente».

Lei voterà alle primarie?
«Credo di sì. E penso che voterò per Rosy Bindi, che mi sembra la vera novità di tutta questa storia. Dà l'impressione di essere più propositiva, più incisiva, più dirimente, più chiara. Più disposta a rischiare l'impopolarità. Più in grado di farsi dei nemici. Perché abbiamo bisogno di un leader che sappia farsi anche nemici, non solo amici».

Mi perdoni la malizia: non è che voi amici della prima ora siete un po' ingelositi dagli scrittori, dagli sportivi e da tutti questi ammiratori arrivati dopo, con cui Veltroni ha molto legato?
«Lei mi fa un torto intellettuale se pensa che possa essere geloso della Melandri o di Tardelli ».

Aldo Cazzullo
19 agosto 2007
 


Titolo: Veltroni scrive a Rutelli e Fassino "Niente correnti nel nuovo partito"
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2007, 10:56:02 pm
POLITICA

Lettera aperta sul sito del candidato leader del Pd e sindaco di Roma

"Nessuno arrivi nel Pd con forme organizzate, serve un'identità comune"

Veltroni scrive a Rutelli e Fassino "Niente correnti nel nuovo partito"
 

ROMA - "Un partito nuovo, in cui nessuno arrivi con forme organizzate o correnti, in cui tutti si sentano chiamati a 'mescolarsi' con gli altri, in un libero scambio di idee, convinzioni e culture politiche, che sempre di più farà sentire ad ognuno di essere non una sola cosa, ma più d'una insieme. Così si definirà la nostra nuova identità comune". Queste le caratteristiche del Partito democratico secondo il candidato leader, Walter Veltroni. Che sul suo sito Lanuovastagione annuncia che, nei prossimi giorni, presenterà "un'ampia rosa di centinaia di nomi di personalità che rappresentino le qualità migliori della società italiana" a chi "nelle diverse realtà regionali si sta organizzando per sostenere la mia candidatura".

Una iniziativa, quella annunciata dal sindaco di Roma, che ha l'obiettivo di fare, dell'elezione dell'assemblea costituente, "un grande e inedito evento di partecipazione popolare". Per questo ha in mente personalità "autorevoli, indipendenti" la cui presenza, per le loro competenze, esperienza, impegno nella vita quotidiana del Paese e passione civile "è di vitale importanza per il successo della vera e propria rivoluzione democratica che il Pd intende rappresentare". Un "punto decisivo", questo, per Veltroni, e pregiudiziale: "Non potrò infatti sottoscrivere l'apparentamento a liste che non rispecchino tali caratteristiche di pluralismo, di innovazione e di apertura".

Nella lettera aperta "ai presidenti dei comitati Veltroni e ai segretari di Ds e Margherita, Fassino e Rutelli", il sindaco di Roma ribadisce l'obiettivo di un partito "che non sia concepito come un bene privato" bensì "pensato come un'istituzione civile, che svolga una imprescindibile funzione democratica e come tale appartenga a tutti i cittadini che, riconoscendosi nel suo orientamento di fondo, vogliano abitarlo e utilizzarlo".

Per questo, Veltroni sottolinea la necessità di valorizzare il "carattere costituente" dell'assemblea che sarà eletta il 14 ottobre, affinché ciò non si riduca a "un'ordinaria elezione di un ordinario organismo dirigente". Un "partito nuovo", nel quale sarà "decisiva" la composizione dell'assemblea, che "dovrà raccogliere le grandi energie delle quali dispongono Ds e Margherita", "delle associazioni uliviste" e "le migliori risorse delle quali è ricca la società italiana e che la politica non sa o non vuole valorizzare".

Fra gli obiettivi, espressi nella lunga lettera, anche quello del rinnovamento del gruppo dirigente, "sia a livello nazionale che nelle regioni", della "costruzione di un'identità comune", da favorire anche "ripensando il modo di essere di grandi eventi collettivi, come le feste di partito". Di fatto, dare vita a un partito "grande" per la partecipazione popolare che deve saper promuovere ma "lieve" per struttura e costi.

Veltroni si dice convinto che "attraverso scelte chiare e coraggiose come queste" sarà possibile restituire "credibilità alla politica" e "far crescere intorno a noi interesse fiducia e partecipazione". L'invito dunque è "a non ricadere in vecchi vizi" e a non perdere questa "straordinaria occasione".

(22 agosto 2007)
da repubblica.it


Titolo: VELTRONI... Un partito maggioritario
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2007, 06:15:37 pm
POLITICA

L'INTERVENTO

Un partito maggioritario

di WALTER VELTRONI


L'Italia ha bisogno di un partito che si proponga di dare cultura di governo al bipolarismo italiano. Se le parole hanno un senso, questo significa che il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese.

Il Partito democratico nasce per affermare un'idea diversa e nuova: quel che conta è governare bene, sulla base di un programma realistico e serio. E lo schieramento che si mette in campo deve essere coerente con questo obiettivo. Non si tratta solo di un ribaltamento dello schema tattico che ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione. Si tratta di una rivoluzione culturale e morale. Si tratta di restituire moralità alla politica. Si potrebbe dire che si tratta di affermare una visione "antimachiavellica" della politica stessa: scopo della politica non è organizzare la forza necessaria alla conquista e alla conservazione del potere. Questo è semmai un vincolo strumentale, che non può e non deve essere trascurato. Ma il fine della politica deve essere un altro: deve essere il perseguimento dell'interesse del Paese, attraverso la costruzione del necessario consenso attorno a un programma di governo.

È precisamente questo che intendiamo, quando diciamo che il Partito democratico è un partito "a vocazione maggioritaria": un partito che punta non a rappresentare questa o quella componente identitaria o sociale, per quanto ampia possa essere, ma a porsi l'obiettivo di carattere generale di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore. Non per questo, un partito a vocazione maggioritaria, quale il Pd deve essere, è una forza che si pensa come autosufficiente: al contrario, è un partito che intende valorizzare l'alleanza di centrosinistra. E intende farlo sulla base del principio fondamentale della democrazia dell'alternanza, per il quale le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto. Ma il Pd nasce per riordinare, nel bipolarismo, la gerarchia dei valori tra la coalizione e il programma: è il programma comune, un programma di governo e non genericamente elettorale, che fonda la coalizione, non viceversa: non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione. Sarebbe come considerare la parte più importante del tutto, il partito (o la coalizione) più importante del Paese.

Del resto, in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo: un'operazione politico-elettorale siffatta non avrebbe alcuna possibilità di vittoria, perché sarebbe inesorabilmente bocciata dagli elettori. In Gran Bretagna come in Spagna, in Germania come in Francia, i partiti che intendono candidarsi a governare non possono dar adito ad alcun dubbio circa la loro affidabilità. Memorabile è la lezione di moralità politica di Jacques Delors, che preferì rinunciare alla candidatura alle presidenziali del 1995, perché non avrebbe potuto dar vita, alle successive elezioni legislative, a una maggioranza parlamentare coerente.

Quasi quindici anni di bipolarismo immaturo hanno ormai reso assai sensibile anche l'elettorato italiano su questo punto: non solo per propria scelta dunque, ma anche per una precisa esigenza di sintonia con il Paese, qualunque sarà il sistema elettorale che avremo in futuro, il Pd non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico. Piuttosto, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo.

Il Partito democratico nasce anche per rompere una falsa alternativa: quella tra governabilità e democrazia. Come non ha senso considerare la sfida del governo come un limite alla partecipazione democratica, allo stesso modo è un errore pensare di poter affrontare le resistenze che si oppongono alle riforme riducendo, anziché allargando, gli spazi di esercizio della cittadinanza. Il Pd al quale penso è un partito che intende mettere al servizio di un incisivo programma riformatore tutta la forza della partecipazione democratica, la mobilitazione delle energie intellettuali e morali, civili e politiche, delle quali dispone una società viva come quella italiana. Non c'è altra strada per fare le riforme: non si può immaginare di dare alla politica la forza necessaria a far prevalere gli interessi generali sulla tirannia di quelli particolari, corporativi, microsettoriali, senza conferirle una nuova legittimazione democratica.

Per questo il Partito democratico dovrà essere un partito davvero nuovo. Perché dovrà pensarsi non più come un bene privato, di proprietà della comunità chiusa, per quanto larga possa essere, dei suoi fondatori, dei suoi dirigenti, dei suoi militanti. Ma al contrario come una istituzione civile, che svolge una funzione pubblica e che come tale appartiene a tutti i cittadini che intendono abitarlo. Questo è del resto il modo di intendere i partiti proprio delle grandi democrazie: le quali, non a caso, dispongono di pochi, grandi partiti politici, il ciclo di vita dei quali si misura in svariati decenni, quando non in secoli. Uno dei sintomi più preoccupanti della grave malattia che affligge la democrazia italiana è invece proprio la proliferazione di tanti, piccoli ed effimeri soggetti politici, che è perfino improprio definire partiti, almeno nel senso europeo (per non dire nordamericano) del termine, e che per la loro spiccata vocazione oligarchica, quando non familistica, è ancor più difficile descrivere come democratici.

Il Partito democratico nasce per segnare una discontinuità profonda con questo stato di cose. Non a caso si è deciso di fondare il partito nuovo, non sulla base del semplice mandato dei partiti preesistenti e neppure a partire da un appello di uno o più leader, bensì attraverso un vero e proprio "big-bang" democratico: l'elezione di un'assemblea costituente e di un segretario da parte di tutti i cittadini che si dichiarano interessati a contribuire a questa straordinaria impresa collettiva. Di conseguenza, il prossimo 14 ottobre, giorno stabilito per le elezioni costituenti, nascerà un partito che non sarà di proprietà privata di qualcuno, ma si proporrà come un'istituzione della democrazia italiana, a disposizione di tutti i cittadini che, riconoscendosi nei suoi orientamenti di fondo, vogliano utilizzarlo "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", come recita l'articolo 49 della Costituzione.

Il codice genetico col quale nasce il Pd determina necessarie coerenze rispetto allo sviluppo della sua forma-partito, del suo modello politico-organizzativo. Innanzi tutto, il "big-bang" democratico non potrà restare un unicum irripetibile, ma dovrà diventare la regola generale con la quale saranno prese le decisioni più importanti, a cominciare da quelle che riguardano la selezione della leadership, a tutti i livelli, e più in generale delle candidature, in modo da garantirne la effettiva contendibilità. In secondo luogo, e in coerenza con la natura di partito "a vocazione maggioritaria", a regime la leadership di partito dovrà coincidere con la premiership, o con la candidatura a premier, come avviene in tutte le grandi democrazie europee. Terza, necessaria coerenza, il Pd dovrà essere un partito federale, in grado di dare espressione alla diversità delle realtà territoriali: non ci dovranno essere sezioni "periferiche" di un partito centralizzato, ma una rete di partiti territoriali federati, profondamente radicati nelle società locali, anche se culturalmente aperti a una prospettiva nazionale, europea e globale. Infine, le modalità di associazione e di militanza dovranno essere le più varie e flessibili, secondo un modello a rete, che valorizzi le sezioni territoriali come i circoli di ambiente, le associazioni culturali come le forme più innovative di contatto telematico: è anche in questo modo che il Partito democratico potrà contribuire a portare all'impegno e all'assunzione di responsabilità politiche più donne e più giovani.

L'articolo è tratto dalla prefazione al libro "La nuova stagione" (Rizzoli), in cui è pubblicato il discorso pronunciato a Torino il 27 giugno scorso per annunciare la candidatura alla leadership del Partito Democratico


(24 agosto 2007)

da repubblica.it


Titolo: Re: ATTENTO Veltroni...
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2007, 06:30:49 pm

Pd, Veltroni: «Non facciamoci del male». Bindi: «Insinuazioni»


«Per quanto mi riguarda sono favorevole a procedere diversamente rispetto alle primarie che designarono Romano Prodi come candidato premier dell'Unione e a dar vita ad un confronto pubblico sulla base delle regole che ci siamo dati e con pari dignità di tutti i candidati».

Così il candidato alla guida del Pd Walter Veltroni dà il via libera ad un confronto tra i candidati alla guida del Pd alle primarie del 14 ottobre.

«Credo che il Paese si aspetti dalla nostra competizione un confronto chiaro e trasparente sui grandi temi che riguardano il suo presente e il suo futuro, come quelli che ho cercato di affrontare da Torino in poi». È l'invito che Walter Veltroni, con una lettera apparsa sul suo sito internet, rivolge agli altri candidati per la leadership del Pd.

Tra i temi, il sindaco propone «il rapporto tra sviluppo e ambiente, la necessità di un nuovo patto tra generazioni per la sostenibilità del nostro welfare e di un nuovo patto fiscale, il difficile rapporto tra immigrazione e sicurezza, la sfida della società della conoscenza, la necessità di un incisivo pacchetto di riforme elettorali e istituzionali».

«Le regole approvate dal comitato dei 45 ci chiedono di dar vita, come è giusto e doveroso, ad una campagna elettorale sobria, che privilegi l'uso di mezzi alla portata di tutti ed eviti una ulteriore lievitazione dei costi della politica che risulterebbe inaccettabile agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini». Lo scrive Walter Veltroni, nella lettera inviata agli altri candidati per la leadership del Pd. «Del resto - prosegue - non abbiamo bisogno di farci conoscere: la storia di ciascuno di noi è nota e parla da sè. Da parte mia, a queste regole e a questi criteri di condotta mi atterrò con scrupolo».

«Si fa spesso riferimento e paragone - afferma Veltroni - con le primarie americane, senza però considerare che negli Stati Uniti si tratta di una tradizione, di un'organizzazione e di una pratica consolidate negli anni, mentre qui da noi è qualcosa di nuovo e di decisamente diverso, perchè alla scelta della persona, del leader, si accompagna contestualmente la costituzione di un partito. Cosa che richiede tanta più attenzione, saggezza, spirito unitario e vorrei dire "delicatezza", perchè il modo in cui ci comportiamo contribuirà inevitabilmente a definire l'immagine e la stessa identità del Pd».

Il Partito democratico, evidenzia il sindaco di Roma, «risulterà più o meno innovativo, agli occhi dei cittadini, anche a seconda di quanto riuscirà ad esserlo il nostro modo di competere, perfino lo stile, il tratto umano col quale sapremo rapportarci tra di noi». Per Veltroni, «i cittadini considererebbero innovativo e quindi interessante, degno di essere seguito e in grado di invogliare alla partecipazione, un confronto che rappresentasse una cesura netta rispetto agli aspetti deteriori del nostro ancora acerbo bipolarismo politico».

«Ci accomuna dunque - ribadisce il candidato alla guida del Pd - il dovere di adoperarci per far nascere liste che vedano il mescolarsi delle culture politiche, un forte rinnovamento generazionale che si accompagni al riequilibrio di genere e la presenza, accanto ai dirigenti politici dei due partiti, Ds e Margherita, che hanno avuto il merito di rendere possibile la nascita del Pd, di tanti amministratori eletti direttamente dai cittadini e soprattutto di una vasta rappresentanza del mondo del lavoro, della cultura, delle professioni, del volontariato e dell'associazionismo».

«La nascita del Pd rappresenta uno degli appuntamenti di maggior rilievo della storia politica italiana. Davanti a noi ci sono immense possibilità, grandi potenzialità. So bene però, perchè conosco il nostro passato, che a non farci mai difetto è stata una speciale capacità di farci del male da soli, spesso proprio nei momenti più importanti e carichi di opportunità. Voglio credere che il Pd sarà la terapia giusta, che potrà guarirci da questa sindrome». È l'invito che il candidato alla segreteria del Pd Walter Veltroni rivolge, in una lettera aperta, ai suoi sfidanti alle primarie del 14 ottobre.

«Dipenderà - aggiunge Veltroni - da ciascuno di noi. Dai nostri comportamenti, dalle nostre parole, dipenderà il grado di apertura del Partito democratico, la sua capacità di coinvolgere gli italiani e di conquistare il loro consenso, la profondità del suo segno di novità, che verrebbe meno se a dominare fossero invece logiche improntate a personalismo, protagonismo o correntismo». Logiche, evidenzia il sindaco di Roma, «vecchie e piccole che finiscono con l'allontanare chi non le vuole condividere. Ma sono certo che non sarà così. Sono certo che tutti insieme sapremo animare una competizione che potrà segnare una tappa fondamentale nel cammino di riforma democratica dell'Italia».

Confronto diretto che Enrico Letta fa sapere di aspettare con ansia e, apprezzando l'invito al fair play, consiglia a Veltroni di tenere a bada i suoi, alludendo al botta e risposta con il sindaco Chiamparino. «Sono contento - afferma il sottosegretario - che Veltroni la pensi così, spero che anche i veltroniani la pensino così, perchè ogni tanto da parte di qualcuno un pò di istigazione allo scontro è venuta in questo periodo, non da parte mia».

Dura invece Rosy Bindi. «Fin d'ora devo dirti che è necessario usare il linguaggio della verità. È un dovere verso quella nuova politica che vogliamo inaugurare con il Pd e verso i nostri militanti ed elettori». Così il ministro della famiglia e candidato alla segretaria del Pd Rosy Bindi risponde a Walter Veltroni, definendolo «reticente» sulla maggior parte delle questioni.

«E allora la prima verità è che ti servi di insinuazioni - prosegue Bindi - nel tentativo di coprire i tuoi silenzi su nodi programmatici e problemi veri, emersi in queste settimane. Mi aspettavo risposte sulle alleanze, sulla legge elettorale, sul modo di concepire il partito nuovo».

«Di solito il postino arriva la mattina e invece, ancora una volta - afferma il ministro Bindi - caro Walter ci scrivi a fine giornata, vorrà dire che nei prossimi giorni sarò io a scriverti una lettera. Fin d'ora, però, devo dirti che è necessario usare il linguaggio della verità. È un dovere verso quella nuova politica che vogliamo inaugurare con il Pd e verso i nostri militanti ed elettori. E allora la prima verità è che ti servi di insinuazioni nel tentativo di coprire i tuoi silenzi su nodi programmatici e problemi veri, emersi in queste settimane. Mi aspettavo risposte sulle alleanze, sulla legge elettorale, sul modo di concepire il partito nuovo».

«Avrei voluto sapere - spiega Bindi - se sei o meno d'accordo sulla riduzione del tetto di spesa per la campagna elettorale, visto che questo è l'unico modo per spendere poco. Avrei voluto sapere se anche tu proponi che il materiale informativo su tutti i programmi e tutti i candidati sia inviato a spese dei partiti, che invece stanno facendo campagna elettorale solo per te e per le liste che ti sostengono. Avrei voluto sapere, se anche tu vuoi ridurre il contributo di 5 euro per favorire una più larga partecipazione al voto del 14 ottobre».

«L'unica risposta che mi dai è quella sul confronto pubblico con tutti i candidati. Era ora - sottolinea il ministro - ma è spiacevole chiamare in causa Romano Prodi, e marcare una differenza di comportamenti che non ha ragione di essere. Quelle del 14 ottobre non sono primarie per scegliere il candidato premier ma per eleggere direttamente il segretario di un partito».

La candidata alla guida del Pd infatti aggiunge: «Per il resto, caro Walter tu sei reticente. Ti è mancato il coraggio di chiamare per nome le contraddizioni della fase iniziale di questo processo, condotta a tavolino con accordi di potere che stanno blindando le liste e i segretari regionali. E allora - insiste Bindi - ti voglio aiutare nell'interesse del Pd. Leggi le dichiarazioni di chi mostra desiderio di posizionarsi, di chi cerca visibilità, o vuole comparire. Sono i tuoi maggiori sostenitori, si chiamano: Bettini, Melandri, Chiamparino, Fassino, Rutelli, Fioroni, ecc... queste sì, che ci fanno del male! Come stanno facendo del male le velate minacce uscite sui quotidiani in questi giorni o i titoli, "Non faremo prigionieri", comparsi su Europa».

Le prossime settimane, prosegue Bindi, «saranno occasione di un confronto programmatico più stringente e non mancheranno contributi di approfondimento. Ma fin d'ora ti invito a non sottovalutare le tante differenze programmatiche - dalla politica estera al rapporto tra fisco e Pubblica amministrazione al welfare tra il tuo discorso al Lingotto e il mio Cantiere di idee per il Pd. Io, come gli altri candidati, cerco di restituire autenticità e dignità a questa grande operazione politica. Continuerò a farlo con la passione e la chiarezza di cui sono capace. Da te mi aspetto verità e rispetto».

«Caro Walter - conclude il ministro della Famiglia - facciamoci del bene! Siamo tanti candidati alla leadership del Pd, questo è il bello della nostra impresa. Discutiamo e confrontiamoci, questo è il sale della democrazia».

Arriva la risposta del candidato blogger Mario Adinolfi. «Caro Walter, la tua lettera apre una importante stagione di dialogo tra i candidati alla segreteria del Pd e io non voglio sottovalutarla». Comincia così la risposta, pubblicata sul blog www.marioadinolfi.it, di Mario Adinolfi alla lettera aperta di Veltroni: «C'è un elemento importante di contenuto in quanto scrivi: l'accettazione di un momento di confronto pubblico con pari dignità tra tutti i candidati. Aggiungo io: che sia un momento pubblico e televisivo. So che non ti sfuggirà l'importanza di dare la possibilità agli italiani di appassionarsi direttamente al nostro dibattito, attraverso il mezzo più evidente e diffuso: la televisione. Certo, io avrei preferito il web e YouTube o i blog come luogo del confronto; tu quella porzione di stampa amica che ancora oggi sulle home page delle versioni on line scrive che la tua lettera è "a Bindi e Letta", quando anche i sassi sanno che i candidati sono più di tre. Sarà bene invece che il confronto avvenga in diretta televisiva».

Adinolfi aggiunge: «Caro Walter, io ho grande stima di te come di tutti gli altri avversari in questa competizione. In futuro, se fosse possibile, vorrei che ti risparmiassi però i toni paternalitici. Non sei il papà che ci detta le buone maniere a tavola: il rispetto della pari dignità tra i candidati passa anche attraverso l'idea che sappiamo bene da noi come condurre una competizione politica all'interno di quello che sarà, lo sai bene, poi il partito di tutti noi e dunque con un fondo di rispetto che non verrà mai meno».

E' soddisfatto anche l'outsider Giorgio Gawronski, che ora chiede un confronto televisivo.


Pubblicato il: 23.08.07
Modificato il: 24.08.07 alle ore 15.15   
© l'Unità.


Titolo: Antonio Padellaro - La partita di Walter
Inserito da: Admin - Agosto 25, 2007, 05:24:08 pm
La partita di Walter

Antonio Padellaro


Così non va, attenti a non sciupare tutto, non facciamoci del male, ha scritto Walter Veltroni rivolto soprattutto ai suoi competitori nella corsa alla guida del Partito Democratico. E anche se le due lettere sono un richiamo propositivo a costruire qualcosa di realmente nuovo, grande e coraggioso nella politica italiana, ciò che più ha orientato i titoli dei giornali è stato il tono deluso, preoccupato, a tratti allarmato del principale candidato leader per il clima confuso, rissoso e intriso di vecchie logiche di apparato con cui ci si avvia alle primarie del 14 ottobre. Un altolà che ad alcuni è apparso perfino un ultimatum del tipo: andrò fino in fondo ma non ad ogni costo. Al sindaco di Roma non mancano certamente tempra ed esperienza per superare le difficoltà e le incomprensioni inevitabili nella costruzione di qualcosa di totalmente inedito nella storia repubblicana, quale lo scioglimento di due partiti in uno.

E, del resto, la politica è una tecnica fatta anche di pause, di strappi e di aut aut. A maggior ragione quando non si può sbagliare partita. Colpisce tuttavia il contrasto di umore e il mutamento espressivo che si coglie tra questo Veltroni e il Veltroni del 27 giugno scorso, quello del Lingotto che annunciando la sua candidatura così parlava: «La politica non è una passeggiata solitaria nella quale puoi scegliere i percorsi e le soste che più ti piacciono. È un meraviglioso viaggio collettivo. Vorrei che lo facessimo per una volta in allegria, con la serenità che in questa casa più grande, con amici nuovi, tutti possiamo essere diversi». Sono trascorsi appena due mesi e dalle parti del Pd di allegria, serenità e amicizia non è che se ne veda tanta.

A noi elettori delle primarie è soprattutto l'allegria che manca. Nel senso dell'interesse e della passione che spesso la politica è capace di suscitare. Qui invece rischia di subentrare la noia. Nel senso della ripetitività un po’ sfibrata di cose tante volte viste e sentite.

Su queste colonne Stefano Ceccanti ha spiegato perché è irripetibile il clima di eccitazione delle primarie del 2005, quelle che legittimarono la candidatura di Romano Prodi a Palazzo Chigi. La carica di assoluta novità rispetto ai verticismi dei partiti e la voglia di mandare finalmente a casa il governo Berlusconi fecero di quella giornata un evento incomparabile. Allora ci mettemmo in fila divertendoci all'idea stessa della competizione, della battaglia e della vittoria elettorale di cui quasi si sentiva il profumo. A coinvolgere non era tanto la battaglia tra Prodi, Bertinotti, Di Pietro e Scalfarotto.

L'avversario da battere era un altro, ricchissimo, potentissimo, uno che si sentiva imbattibile. Votavamo sì, ma era lui che volevamo sommergere di no. Questa volta Berlusconi c'entra e non c'entra. È stato detto basta con la personalizzazione della politica, il confronto con la destra deve avvenire sui programmi. Sarà anche giusto ma il calore è diverso e quasi non si avverte.

Rivolto più che a Letta a una Bindi molto su di giri Veltroni ha ragione a temere che le primarie si trasformino in «risse da talk show». Ma se si vuole puntare a una partecipazione massiccia (il famoso milione o giù di lì) occorre mettere pepe a un confronto che fino ad ora ha coinvolto una ristretta cerchia di professionisti della politica. In questa estate astiosa e declinante gli italiani non si sono certo accapigliati sulle regole o intorno alla fusione più o meno fredda del Pd. Ma tanto hanno parlato del folle terrorismo dei piromani. Dello strapotere mafioso e dei killer che esportiamo in massa nel cuore dell'Europa. Di una povera ragazza massacrata e di un feroce delitto trasformato in un reality show. Pensiamo che gli italiani si siano appassionati assai poco alla guerra tra parisiani e veltroniani. Ma molto di più all'eterno problema delle tasse. E quanto deve la Chiesa al fisco. Arrabbiandosi con quel Valentino Rossi che più difficilmente chiameranno campione. È un Paese che non ha affatto perso la voglia di discutere su ciò che conta veramente. I bilanci della famiglie messi a dura prova dal costo dei libri scolastici. Le città insicure dove crescono violenze e rapine. Gli immigrati, questione spinosa che non si sa come prendere.

Ecco di cosa si parla, spesso animatamente e in modo partigiano, fazioso. Perché, oggi, come conferma Ilvo Diamanti su la Repubblica, gli italiani si accostano alla politica esattamente come al calcio: «Attratti dalle bandiere più che dai progetti. Mossi dalle emozioni più che dalle valutazioni. Poco interessati alla qualità del gioco o dei "contenuti". Non c'è spazio per i moderati, per il fair play. Per il rispetto reciproco, per il dialogo. Tutti schierati in curva».

Naturalmente Veltroni fa bene a dire agli altri due che «il modo in cui ci comportiamo contribuirà inevitabilmente a definire l'immagine e la stessa identità del Pd». E fa bene a difendere il suo stile che non sarà mai quello dell'aggressione e degli insulti. Speriamo che contrariamente a quanto spesso accade nello sport, questa volta chi gioca meglio vinca anche la partita.
apadellaro@unita.it

Pubblicato il: 25.08.07
Modificato il: 25.08.07 alle ore 12.00   
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Titolo: Veltroni a Parigi: nel mio Pd personalità mondiali
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2007, 03:30:20 pm
Veltroni a Parigi: nel mio Pd personalità mondiali

Marco Bucciantini


Quando gli mostrano il cellulare che riporta il “lancio” di agenzia su Bossi che spiana i fucili contro le tasse e Roma, Ualtèr Veltronì, come lo chiama Bertrand Delanoè, allarga le braccia, sconfortato da tanta bassezza. «Che ci posso fare, spero che i suoi alleati abbiano risposte diverse su Roma, sulle tasse e sui fucili». È venuto a Parigi per far volare alto il Partito democratico e deve scrollarsi di dosso il leader del partito padano.

Veltroni sceglie la Francia e Parigi, capitale della vecchia Europa, per spostare più in là l'orizzonte. Per collocare il nuovo partito in un contesto internazionale che deve cambiare, perché sono nuove le urgenze sociali. Dall'ambiente alla sicurezza dei cittadini. «E non è guardando indietro che troveremo le risposte giuste». Ma fra tutte le urgenze «gigantesca è quella della precarietà» che chiama la sinistra che riforma e quella che lotta, chi dà lavoro e chi lo difende, a «perdere ogni remora: senza crescita dell'economia e delle imprese ogni obiettivo di equità sociale e di creazione delle opportunità si allontana».

I giovani costretti «a vivere in modo precario, a rimandare all'infinito la possibilità di avere una casa propria, una famiglia loro, dei figli. Sono 3 milioni nel mio Paese. La precarietà oggi si traduce in una condizione di sfruttamento paragonabile a quella in cui si trovavano gli operai delle grandi fabbriche. Davvero non vedo come la sinistra e gli stessi sindacati possano non avere come priorità l'affermazione dei loro diritti, la creazione di un efficace sistema di ammortizzatori sociali». Tema che impone al sindacato una nuova missione: «Ci sono interessi comuni e delle giovani generazioni che vengono prima degli interessi di chi già dispone di una buona quantità di garanzie».

Premette: "Se vincerò le primarie del 14 ottobre…", ma parla del Pd come ne fosse padre e responsabile. E guarda vicino e lontano, per superare "una dimensione nazionale ormai insufficiente. Vorrei cooptare Delanoè e anche la coraggiosa e generosa Ségolène Royal nella Costituente, e con loro le personalità europee e riformiste", non solo quei leader di partito con cui consumare appuntamenti di routine, ma anche filosofi, economisti e pensatori perché queste strade "aprono una nuova stagione ed è qualcosa che riguarda tutti noi, tutto il vasto campo delle forze di sinistra e centrosinistra in Europa".

La voglia dei Gracchi, che vorrebbero allargare la Gauche verso il centro, dove però Bayrou si volta dall'altra parte, verso Sarkozy, che pesca ministri anche a sinistra, è un assist per cercare «quel nuovo campo a livello internazionale di cui abbiamo bisogno». Per disinniscare il refrain di molti centristi, anche italiani («mai nel Pse», il partito socialista europeo che il Centro vede così connotato, ingombrante e limitato), e per non veder passare inermi «il tempo di grandi e profondi cambiamenti» ecco quindi «che la straordinaria esperienza dell'Internazionale socialista deve conoscere una profonda innovazione, a cominciare - e Veltroni offre anche il nuovo nome - dalla costruzione di un soggetto la cui denominazione possa essere Internazionale dei democratici e dei socialisti e che si ponga l'obiettivo di essere la casa anche di forze essenziali come i democratici americani o il Partito del congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio». Sfide che cercano un linguaggio nuovo, «per togliere alle destre la bandiera della libertà», perché - come spiega alla tv francese - «la libertà del mercato è la prime delle libertà: siamo contro la povertà non contro la ricchezza» e applaude Mandelson che dice ai socialisti francesi: «Ve la siete meritata la sconfitta, vi siete proposti da soli, siete il passato. E se mi chiedono di scegliere fra l'economia di mercato e il welfare rispondo: tutti e due».

Pubblicato il: 27.08.07
Modificato il: 27.08.07 alle ore 10.17   
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Titolo: Veltroni come Sarko: "Il ricco non è il nemico"
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2007, 10:15:34 pm
27/8/2007 (7:53)

Veltroni come Sarko: "Il ricco non è il nemico"
 
E da Parigi rilancia un'Internazionale democratica

JACOPO IACOBONI
PARIGI


La studentessa aristofreak di Paris VIII Anne Besancenot, ascoltatrice-tipo del seminario al Théatre de La Villette su come «rifondare la sinistra francese», aggrotta le sopracciglia una volta: quando Walter Veltroni dice «la ricchezza non è affatto il nostro primo avversario. Il nostro primo avversario è la povertà». Nicolas Sarkozy in campagna elettorale aveva detto: «Vi renderò tutti proprietari. La Francia non è un Paese che odia la ricchezza». Naturalmente, gli intendimenti dei due sono diversi; le parole, meno di un tempo.

Si era venuti a raccontare la giornata parigina del leader in pectore del Pd, dedicata a un seminario su «Le ragioni della sconfitta in Francia», chiedendosi quale sarebbe stata la sua «terza via» stretto (anche fisicamente) tra i socialisti alla Rocard e i new democrats alla Mandelson o alla Giddens. Walter si trova in mezzo. Mandelson che dice alla platea «voi socialisti siete il passato, glorioso, ma senza più programma»; Walter che a braccio esordisce «quando si parla tra tre o quattro persone di sinistra, si finisce sempre a parlare di passato. No, bisogna che pensiamo al futuro».

Ecco, ieri il dilemma era passato-futuro assai più che destra-sinistra. Veltroni si muoveva tra un incontro a pranzo con il sindaco Bertrand Delanoë, al termine del quale ha annunciato una doppia manifestazione per chiedere la liberazione di Ingrid Betancourt, una a Roma l’8 settembre, l’altra a Parigi il 6 ottobre; e poi, appunto, un seminario organizzato dai Gracchi, il network dei vecchi socialisti mitterrandiani come Michel Rocard e Jacques Delors, al quale però erano invitati i relatori meno socialisti e meno novecenteschi che si possa immaginare, ossia Anthony Giddens e Peter Mandelson, grandi consiglieri di Tony Blair. Assente, anche se invitato, quel Bayrou così centrale per i fissati di letture all’italiana.

Così, proprio perché non c’era il timore di essere equivocato, Veltroni che ha fatto? Silente sulle accuse della Bindi (leggendole, in aereo, s’è limitato a sospirare alzando gli occhi al cielo), il candidato ha lanciato la proposta di «un’Internazionale dei democratici e dei socialisti che si ponga l’obiettivo di essere la casa anche di forze essenziali come i democratici americani o il partito del Congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio». E l’ha fatto per un motivo evidente: l’Internazionale socialista «deve conoscere oggi una profonda innovazione», perché innovativa era quando nacque;

Senonché la vera apertura del Walter alla francese è stata l’aver percepito che, stavolta, era la sinistra in Italia (oltre ovviamente ai guru del new labour) il modello per gli orgogliosi socialisti francesi; i quali, dinanzi alla disfatta, per dirla con Giddens, «hanno capito che la sinistra anglosassone non è così cattiva, e anche quella italiana glielo sta insegnando». S’è così rivisto un Veltroni che sa cogliere ciò che di buono c’è nel sarkozismo. Non per quello che ha ripetuto sulla sicurezza, «chi viola la legge avrà la certezza che sarà trattato con assoluta fermezza»; o per l’aver detto che l’«ambiente è una priorità, né di destra né di sinistra»; né per l’esser tornato a sostenere il modello elettorale francese.

No, il passaggio più post-ideologico è stato dire «se l’economia va male non ci può essere giustizia sociale». Oppure: «Più che sui privilegi dei garantiti, il nostro impegno deve concentrarsi sulle esigenze dei più deboli». Con una critica esplicita ai sindacati: «Non vedo come la sinistra, e gli stessi sindacati, possano non avere come priorità» la lotta alla precarietà, «i giovani, il loro futuro». Parole non certo da sindacalista con la barba. Mandelson annuiva, facendo così spiegazzare l’altrimenti meravigliosa camicia rosa, sotto blazer blu; Rocard incassava, immoto.

Ecco. Prima di discutere di sinistra futura, Veltroni aveva detto di Sarkozy: «Fa bene a chiamare nella commissione Attali (di cui il sindaco di Roma ha appena comprato, in francese, Une brève histoire de l’avenir) gente di idee diverse; e fanno bene loro ad accettare. Mi pare una cosa normale; così come è bene che in un Paese prevalga l’interesse nazionale sulle visioni di parte». National interest, altra locuzione che può piacere fuori dal recinto della sinistra.

In tutto questo, per usare il gioco di parole di Giddens, what is left on the left, «cosa resta alla sinistra»? Se Veltroni propone «un Pd aperto anche a esponenti internazionali, penso a Delanoë, penso a donne come la Segolene Royal», e vagheggia «un’Internazionale dei socialisti e dei democratici», secondo Giddens «un bel nome sarebbe New democrats». Ma forse ha ragione Mandelson, «sui nomi ci s’intende, l’idea di Veltroni è buona», e poi Parigi val bene una mediazione, tra passato e ultra-futuro.

DA lastampa.it


Titolo: L'intervista a Walter Veltroni: A Palazzo Chigi solo se eletto.
Inserito da: Admin - Agosto 28, 2007, 11:59:56 pm
In questi 15 anni si è costruito un grande circo Barnum che a Garlasco mostra il suo volto più orrendo.

Rai e tv private devono cambiare»

«Consoliderò Prodi, non voglio sostituirlo»

L'intervista a Walter Veltroni: A Palazzo Chigi solo se eletto.

Io troppo buono? Chi lavora con me sa che sono tosto» 

 
ROMA—Sindaco Veltroni, pure i suoi vecchi amici dicono che lei sia troppo buono. Che voglia piacere a tutti e non scontentare mai nessuno.
«Chi lavora con me sa che sono abbastanza tosto, molto più di quanto dicano. Non odio nessuno, ho rispetto e curiosità per gli altri, preferisco unire anziché dividere. Ma non ho mai avuto timore di esprimere idee controcorrente; a cominciare, dieci anni fa, dall’idea del Partito Democratico. E non ho timore di decidere. Altrimenti non avremmo chiuso 28 campi rom spostando 15 mila persone. Né avremmo concesso, unici in Italia, 1500 nuove licenze per i taxi. Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide».

È per questo che dopo le ferie ha impresso un’accelerazione sul Partito Democratico, dicendo: o così, o senza di me?
«L’ho fatto perché sono consapevole della posta in gioco. Il Partito Democratico è la più grande possibilità, se non l’ultima, che si presenti all’Italia per costruire una moderna forza riformista emaggioritaria, che possa produrre la grande innovazione di cui il paese ha bisogno. Si deve sentire che si sta aprendo un ciclo, come quando sono andati al governo Reagan, Clinton, Sarkozy. L’Italia rischia di morire di vecchiaia. Di parole. Di occasioni perdute. Di veti. Di conservatorismi. Come ho detto al Lingotto, in un passaggio che non è stato colto ma per me era decisivo: non parlo da uomo di parte, parlo da italiano. Altrimenti non mi sarei impegnato in prima persona. Stiamo assistendo a qualcosa di straordinario, di inedito per la cultura politica italiana, di originale per la storia del nostro paese e non solo».

Addirittura?
«Quando mai è accaduto che un partito nascesse per fusione anziché per separazione, e in questo modo, con le primarie e la costituente eletta dai cittadini? La nostra storia ha avuto pochi altri momenti cruciali come questo. Penso alla Resistenza, una pagina straordinaria che vide scalpellini e intellettuali, muratori e sacerdoti battersi insieme per la libertà di altri, e un panettiere di 18 anni lasciare sul muro della cella il saluto alla madre prima di andare a morire. L’alzabandiera a scuola va bene,ma dev’essere accompagnato dallo studio delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Invece quest’estate mi si è accapponata la pelle a leggere sui giornali di destra la denigrazione di quella stagione, che preparò la rinascita del dopoguerra. E penso agli Anni ’60: la fine del gelo, l’arrivo della primavera, che a tutti sembrava di vedere dal tettuccio apribile della 500. Poi il paese è stato percorso da energie politiche confuse e contraddittorie».

Sugli Anni ’80 i suoi due rivali, Letta e Bindi, hanno idee opposte.
«Guardi, ogni volta che tre persone di sinistra si incontrano in una casa, a un congresso, in vacanza, parlano sempre del passato, spesso con qualche forma di rimpianto. Come se il passato fosse il brodo naturale in cui ritrovarsi ogni volta. Non partecipo al dibattito. L’Italia ha bisogno di recuperare il senso di una motivazione collettiva, attraverso l’ancoraggio a un sistema di valori, a un’idea di democrazia che non è veto e non è "mors tua vita mea". Tanti italiani si ribellano all’incapacità della politica di decidere, e ne trovano insopportabili i toni. E’ paradossale che tra gli schieramenti ci sia più odio oggi di quando si combatteva la guerra fredda. Perché questo scandalo se Lang e Attali accolgono la chiamata di Sarkozy? Qual è il problema?».

Lei chi chiamerebbe, oltre a Gianni Letta?
«Ci sono molte persone che stimo nel centrodestra. Beppe Pisanu. Stefania Prestigiacomo. Letizia Moratti. Intellettuali come Franco Cardini, uomo di straordinaria levatura. Al centrodestra rivolgo un appello: c’è un pacchetto di riforme in commissione Affari costituzionali, dal rafforzamento dei poteri del premier alla riduzione del numero dei parlamentari, su cui possiamo ritrovarci d’accordo; perché non lo si approva? In Italia c’è un desaparecido, il senso degli interessi generali; quello che aveva Trentin e hanno Ciampi e Napolitano. Ci si fischia, ci si insulta con battute di quart’ordine, anche per colpa dei media: i politici sanno che per finire sui giornali basta dare all’avversario del cretino. Un giorno Tremonti si paragona a Gandhi, il giorno dopo Bossi vuole imbracciare i fucili. Parole gravissime;ma ancora più grave è il silenzio di chi gli sta accanto. Se non altro, Caruso è stato zittito dal suo stesso partito».

Lei però parla di conservatorismi anche a sinistra. Per superarli occorrono nuove alleanze? Davvero il PD potrebbe aprire al centro o andare da solo?
«Il centrosinistra ha vinto queste elezioni e governerà in questi anni. Penso sinceramente che questo governo sia quanto di meglio possibile, nelle condizioni date. Ha ottenuto grandi risultati sul risanamento, ha raggiunto un accordo importante sul welfare. Penso però che in prospettiva occorra una maggiore coesione programmatica. Il programma di governo non dev’essere di 280 cartelle, ma di 10 punti, chiari, netti, identificabili. Enon è normale che a ottobre forze della maggioranza partecipino a due manifestazioni contrapposte, entrambe contro il governo. Io mi auguro che la coalizione di centrosinistra sia consapevole di questo. In ogni caso, il Partito Democratico deve sviluppare una sua vocazione maggioritaria, costruendo, in un rapporto diretto con il paese, un programma e una identità che ne espandano i confini. Attraverso un grande choc di innovazione. Una semplificazione della vita pubblica. Il rilancio delle infrastrutture. Una sterzata profonda verso la formazione, la ricerca, l’innovazione. E una riforma del patto fiscale».

Quale riforma?
«Nei prossimi giorni avanzerò una serie di proposte per riformulare il patto tra lo Stato e i cittadini. Lo sciopero fiscale è una follia. Ma non possiamo nasconderci la reazione che il fisco così com’è oggi genera negli italiani. È evidente che il patto è in crisi, e ne occorre un altro per un fisco meno oppressivo e uno Stato più leggero ed efficiente. Un cittadino del Nord-Est che paga le tasse e attende la Pedemontana da anni, capisce che i suoi soldi non sono spesi bene».

Come un commerciante lasciato in balia di usura e pizzo, con i clandestini che vendono merci contraffatte davanti al suo negozio, come accade anche a Roma.
«Lasciare il tema della sicurezza alla destra sarebbe un regalo immeritato. Si potrebbe dire che nei cinque anni in cui la destra ha governato non è accaduto nulla: le rapine nelle ville c’erano prima e ci sono ora. E tra i proprietari delle ville ci sono imprenditori e anche operai che hanno coronato il sogno della vita, e hanno diritto alla sicurezza. Dobbiamo lavorare per la prevenzione: c’è un nesso tra delinquenza e povertà, e per questo occorre affrontare la questione sociale che va crescendo in Italia, garantire il diritto alla casa, assistere gli anziani che scivolano sotto la soglia di sussistenza, integrare gli immigrati onesti. Ma dobbiamo lavorare anche per il presidio del territorio. E per contrastare quanti, stranieri o italiani, violano la legalità. Occorre essere molto duri e molto severi: l’effettività della pena dev’essere una cosa seria. Non è possibile che un truffatore si arricchisca dalla galera. O che un incendiario in galera non vada neppure. O che circoli liberamente chi si è macchiato di pedofilia. Dove per pedofilia intendo non solo la violenza sui minori, ma anche il possesso e lo scambio di materiale pedopornografico».

Che fare in questi casi?
«Occorre che queste persone siano messe nelle condizioni di essere riconoscibili. Se per sei mesi un medico, un dirigente, un impiegato è costretto ad affidarsi ai servizi sociali, dovrà pur spiegare imotivi, renderli pubblici».

Sta dicendo che la privacy dei pedofili non le interessa?
«È così. Mi interessa l’integrità dei bambini. Combatto una società predona, in cui gli adulti hanno a disposizione della propria capacità di stupirsi l’integrità e l’esistenza stessa di un bambino. Combatto una società che fa carta straccia dei valori, in cui il dramma di una ragazza uccisa diventa spettacolo, dove com’è accaduto a Londra quest’estate sei minorenni sono stati uccisi da loro coetanei, o com’è accaduto a New York una ragazza viene violentata e bastonata per un’ora e mezza senza che nessuno intervenga. Si è voluta la società dell’io, in cui il prossimo è solo un concorrente; eccone i risultati. E non accetto prediche da chi ha alimentato questo Zeitgeist, questo spirito del tempo».

Si riferisce anche alla tv?
«Sì. In questi 15 anni si è costruito un grande circo Barnum che oggi aGarlasco mostra il suo volto più orrendo. Non soltanto la Rai, ma tutto il sistema televisivo pubblico o privato è chiamato a un profondo cambiamento. Chi fa i palinsesti deve avere più fiducia in se stesso e negli italiani. Perché per una pro loco che invita Corona ci sono cento ragazzi che vanno in piazza a protestare, a reclamare il diritto a una vita intelligente».

Fisco. Sicurezza. Nuovo ciclo. Il suo pare un programma di governo. Filippo Andreatta ha esplicitato la voce che percorre il Palazzo: un bis del ’98, un’altra sostituzione di Prodi in corsa. Stavolta, con lei.
«Da quando è in campo il Partito Democratico, il governo è più forte. L’accordo sulle pensioni e sul welfare non sarebbe stato possibile, se alla spinta conservatrice che veniva dall’altra parte della coalizione non si fosse contrapposta da parte nostra una spinta innovatrice. Com’è ovvio, il programma di un nuovo partito va oltre i confini di una legislatura. Ma il mio obiettivo è consolidare Prodi, non sostituirlo».

Quindi lei esclude di poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni?
«Lo escludo assolutamente. Non esiste al mondo che questo possa accadere. Spero, mi auguro, lavoro perché il governo trovi la forza di sviluppare il suo operato, che la legge finanziaria restituisca uno slancio verso la crescita e lo sviluppo. E che il governo riesca a trovare un accordo per la nuova legge elettorale».

Le va bene anche il modello tedesco?
«Il modello tedesco ha il vantaggio di ridurre la frammentazione, ma il grande svantaggio che le alleanze si fanno dopo il voto, non prima. Si può scegliere tra uno dei modelli europei consolidati. La mia preferenza va a quello francese. Ma ricordo che il ministro Chiti aveva fatto un buon lavoro, ottenendo un vasto consenso sulla sua bozza. Si può ripartire da lì. Altrimenti verrà il referendum».

Da cui uscirebbe un legge che assegna il premio di maggioranza al partito più votato anziché alla coalizione. Funzionerebbe?
«Sarebbe comunque meglio della legge che ha prodotto un Parlamento nominato anziché eletto, in cui tre senatori contano più del voto di milioni di cittadini».

Nella campagna per le primarie accade una cosa strana: coloro che fino a poco fa difendevano i vecchi partiti sostengono lei, e gli ulivisti che la pensavano come lei la avversano. Rosy Bindi aveva detto: se Veltroni si candida, lo voto. Poi...
«Ricordo. Avevo ascoltato autentici peana, prima che decidessi di candidarmi. Ma per Rosy ed Enrico continuo a non provare altro che stima e affetto. So che talora si possono dire cose che non si pensano, perché le si considerano opportune. So che dopo il 14 ottobre torneremo a lavorare insieme. Ora però sento usare argomenti e stilemi come se io fossi il loro avversario nella campagna elettorale per le politiche. La nostra gente apprezza l’unità. E mi lasci dire, ame che com’è noto non sono un beniamino degli "apparati", che trovo straordinaria la generosità con cui militanti e dirigenti hanno accettato di sciogliersi in un partito nuovo ».

Non ha ripensamenti? È stato davvero opportuno candidarsi?
«Non era conveniente; era giusto. C’ho riflettuto a lungo. Ne ho parlato in famiglia, con gli amici più stretti. Mi sono risposto: "Sono dieci anni che rompi le scatole a tutti con il Partito Democratico, e ora che ti chiedono di guidarlo che fai? Fischietti, ti giri dall’altra parte?". Mi sono guardato allo specchio, e mi sono risposto che non avevo scelta. L’occasione è storica, non per me né per la nostra parte politica; per il paese».

Ha ancora i dischi di De Gregori?
«Voglio talmente bene a Francesco, la nostra amicizia è così solida, così forte, così reale, che nulla potrà mai mutarla».

Aldo Cazzullo
28 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: Parisi contro Veltroni.
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2007, 12:05:35 am
E il prodiano Monaco: «Walter è stato candidato dai vertici»

Parisi contro Veltroni.

Rutelli: «Schermaglie»

Il ministro della Difesa: «Sorpreso che abbia sentito la necessità di dire che non vuole sostituire Prodi».

Gelo del leader Dl   
 
 
ROMA - «Mi sorprende e mi preoccupa che Veltroni abbia sentito la necessità di dirlo. È nelle cose, nella parte scritta e non scritta del nostro ordinamento, che a Palazzo Chigi si va sulla base di un voto popolare». Così il ministro della Difesa, Arturo Parisi, alla festa dell'Udeur a Telese, commenta l'intervista al Corriere della Sera nella quale Walter Veltroni sostiene l'eventualità di andare a Palazzo Chigi solo in caso di nuove elezioni (considerata «eccellente» dal leader della Margherita Francesco Rutelli). «Non posso non rilevare che nello schieramento che sostiene Veltroni c’è tutto e il contrario di tutto; esiste la posizione nitidamente aperta alla prospettiva centrista, quella di Rutelli, e posizioni come le liste di sinistra per Veltroni che sono rigorosamente gauchiste». Pronta la replica di Rutelli: «Io centrista? Non rispondo a piccole schermaglie quotidiane».

CANDIDATI UFFICIALI E «SOTTUFFICIALI» - Ma Parisi è andato oltre. «Da una parte c'è un candidato ufficiale e dall'altra i candidati non ufficiali. Alla Difesa sarebbero chiamati "sottoufficiali". È uno dei limiti dell'attuale competizione e io mi impegno a far sentire la mia voce contro questo», ha proseguito il ministro.

NITIDEZZA DI POSIZIONI - Sul perché Parisi non si sia candidato, ha spiegato: «È una domanda che mi faccio anch'io. I mio profilo sulla scena politica mi chiama alla nitidezza di posizioni che sento in contrasto con la formazione di aggregazioni più ampie. Il mio rammarico è che la competizione per il segretario del Pd non veda in campo proposte e candidati egualmente capaci, perché non sono messe in condizioni di farlo, di attirare consenso ad ampio spettro».

«BOSSI VA PRESO SUL SERIO» - Poi Parisi è tornato anche sulle parole di Bossi («Sulle tasse i padani potrebbero prendere i fucili»). «Il Paese non può permettersi di non prendere sul serio una forza politica con cui ci dovrebbe essere un confronto. Bossi ne dice una al giorno. Mi spaventa il mancato rispetto delle parole».

VELTRONI- All'attacco contro l'asse Veltroni-Rutelli sferzato dal ministro Parisi risponde indirettamente a fine giornata anche Veltroni. Intervistato dal Tg1, il candidato alla segreteria del Partito democratico, ha parlato dell'incontro avuto in mattinata con il premier Romano Prdi. «È stato ottimo, come sempre sono gli incontri con Romano, di amicizia e di impegno comune. D'altra parte - ha anche aggiunto Veltroni - l'obiettivo nostro è quello di sostenere il governo e di fare ciò che in questo momento gli italiani chiedono e gli italiani vogliono: stabilità, serenità. Vogliono la fine di questo conflitto esasperato e all'arma bianca che c'è tra le forze politiche. E vogliono innovazione».

28 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: Latorre: è una competizione ma siamo nello stesso partito
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2007, 06:11:46 pm
Latorre: è una competizione ma siamo nello stesso partito

Maria Zegarelli


L’intervista rilasciata ieri da Walter Veltroni sul Corriere ha acceso il dibattito: c’è chi come il ministro Arturo Parisi, ci legge progetti a breve termine su Palazzo Chigi e chi, come Francesco Rutelli, la ritiene «eccellente». Nicola Latorre, vicepresidente dell’Ulivo al Senato, ci vede un «progetto chiaro e forte per il futuro del Pd e del Paese».

Parisi insinua secondi fini veltroniani sul cammino del governo. Lei, La Torre, che idea si è fatto?

«Questi sospetti sono davvero infondati. Intanto vorrei dire a Parisi che quando traccia queste ipotesi, compresa quella degli apparati che sostengono Veltroni, dovrebbe rendersi conto che sta parlando del suo stesso partito. Poi, mi sembra che dall’intervista emerga soprattutto l’obiettivo politico del Pd: rilanciare e rafforzare l’azione del governo. Su Palazzo Chigi Veltroni risponde a una precisa domanda dell’intervistatore con molta chiarezza. Nessun programma di governo, ma il senso profondo del progetto politico del Pd al servizio del Paese, per cambiare il bipolarismo italiano, per renderlo propositivo e mettere fine a un sistema che si è radicato nel paese su presupposti negativi, di annientamento dell’avversario. Il Pd sconvolgerà il sistema politico italiano, costringerà tutti a rimettersi in discussione, sia a destra che a sinistra. Veltroni parla anche di un altro aspetto centrale in questo momento: il recupero dell’interesse generale, come valore fondante della politica. Stia tranquillo Parisi...».

Sembra più una campagna elettorale per le politiche che non per l’elezione del segretario del Pd. Non c’è il rischio che scatti la voglia di starsene a casa il 14 ottobre?

«Che questa sia una competizione vera è sotto gli occhi di tutti e questo è un fatto positivo, che può spingere a un maggiore coinvolgimento della società e quindi ad una maggiore affluenza al voto. Purché i toni di questa competizione restino sempre compatibili con la consapevolezza che noi siamo tutti membri dello stesso partito».

Veltroni è criticato per il suo «buonismo». Bisogna essere cattivi?

«Mi sembra una critica ingenerosa, forse dettata dalla preoccupazione per i consensi di Walter. Noi non stiamo svolgendo un congresso di partito: stiamo costruendo un partito nuovo, dunque la discussione va messa in relazione con la natura costituente di questo passaggio. Si tratta di indicare le linee guida e le idee portanti di un grande progetto politico, Poi verrà il tempo dei confronti congressuali dove si misureranno le piattaforme congressuali».

Ha letto della proposta di Veltroni di una riforma del patto fiscale?

«Da tempo abbiamo sottolineato che il vero nodo da sciogliere è che ad una pressione fiscale di un certo tipo non corrisponde un ritorno adeguato dei servizi ai cittadini. Veltroni fa bene a rilanciare questo tema, ma il governo dal canto suo sta lavorando per allargare la platea dei contribuenti, per una equa redistribuzione del carico fiscale, alleggerendo progressivamente le famiglie».

La sicurezza, altra emergenza da affrontare...

«Questa è una grande priorità e Walter ha fatto bene a rilanciarla. È un tema che non può appartenere a una parte politica e che va recuperato perché la fascia più debole della società è quella che si sente ancora più a rischio. In questi mesi, abbiamo preso iniziative importanti, le prime, il lavoro è ancora molto. Il ministero dell’Interno, il governo e i sindaci delle nostre città, hanno siglato i patti per la sicurezza e hanno segnato una svolta nel modo di affrontare questi problemi».

Riapertura del confronto con il centrodestra. Ci sono i presupposti?

«Noi dobbiamo riaprire il dialogo con l’opposizione e trovare l’accordo su riforme istituzionali e legge elettorale perché su questi temi non deve valere la forza di maggioranza. Per noi del centrosinistra è un’opzione di fondo».

Pubblicato il: 29.08.07
Modificato il: 29.08.07 alle ore 10.18   
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Titolo: Veltroni: «L'obiettivo è la stabilità del governo»
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2007, 06:14:19 pm
Veltroni: «L'obiettivo è la stabilità del governo»


Toni sempre più accesi nella campagna elettorale per le primarie del PD con conseguenze polemiche anche sul governo e con una sinistra dell'Unione al contrattacco . Dopo l'intervista al Corriere, il sindaco di Roma Walter Veltroni conferma il suo appoggio a Romano Prodi. «Il nostro obiettivo è di sostenere il governo e di fare quello che gli italiani chiedono in questo momento: stabilità, serenità e la fine di questo conflitto esasperato».
In precedenza Arturo Parisi aveva chiesto a Veltroni di «fare chiarezza sul suo progetto per il Partito democratico» che rischia di aggregare «tutto e il contrario di tutto».

Franco Monaco, ulivista della Margherita vicino a Parisi, torna sulla polemica e assicura: «fanno torto alla verità e anche alla nostra intelligenza quanti attribuiscono a Parisi e agli ulivisti il sospetto di una congiura di Veltroni per sostituire Prodi in corsa». «Chiunque comprende che il più controinteressato è lo stesso Veltroni. Che vantaggio avrebbe ad accollarsi un onere tanto impegnativo?». Insomma, per Monaco «si è voluto fraintendere le parole di Parisi a Telese».

Per Rosy Bindi, candidata alla sua guida «il Pd nasce per dar forza al Governo Prodi. Chiunque avesse idee diverse farebbe meglio subito a togliersele dalla testa. Ci mancherebbe altro che ci fossero problemi tra il Presidente del processo di costituzione del Pd, che sarà presidente del Pd subito dopo il 14 ottobre, e un candidato alla Segreteria del partito stesso».

Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, attacca il leader della Margherita: «Uno come Francesco Rutelli - spiega Giordano  - che critica così radicalmente questo governo a quale titolo fa il vice premier? Chi destabilizza il governo e l'Unione non siamo noi, ma il leader della Margherita. Del resto se lui vuole ridiscutere il programma, non mi spavento. Però ridiscutiamo anche la composizione del governo». Secondo Giordano «quello che va dicendo Rutelli è imbarazzante», perchè «lancia invettive contro la sinistra ma ha come bersaglio il governo di cui è incredibilmente il vice premier».

E il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, loda le parole di Veltroni sulla Resistenza, ma non apprezza «l'idea che nella società di oggi evaporino i riferimenti ai valori sociali»

Enrico Letta, invece, torna ad attaccare le regole per l'elezione del leader del Pd: «Stiamo andando incontro a un errore gravissimo e rischiamo di perdere un'opportunità grande e irripetibile: quella di far nascere il nuovo partito con una base sociale di milioni di persone: rischiamo di perderne moltissime».

C'è poi chi, come Mario Adinolfi, protesta con i telegiornali Rai: «Io in video 20 secondi in 42 giorni, Veltroni in tutte le edizioni». Il candidato alla guida del Pd lamenta «un vulnus democratico» in vista delle primarie.


Pubblicato il: 28.08.07
Modificato il: 29.08.07 alle ore 15.18   
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Titolo: VELTRONI "Tasse più basse e trasparenti rivoluzione in dieci mosse"
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2007, 11:56:25 pm
POLITICA

Walter Veltroni: puntare su lotta alla povertà e crescita

Le proposte del candidato leader del Pd su fisco e servizi

"Tasse più basse e trasparenti rivoluzione in dieci mosse"

di WALTER VELTRONI

 
Caro direttore, Eugenio Scalfari ha ragione: l'esasperazione della discussione pubblica in materia di politica fiscale è la cartina di tornasole di una fase di difficoltà nei rapporti fra istituzioni e cittadini, fra politica e Paese. Luigi Einaudi, nel 1945, scrisse che "gli uomini vogliono istintivamente rendersi ragione del perché pagano; e se quella ragione non è spiegata chiaramente gridano all'ingiustizia".

Dagli anni '90 la pressione fiscale italiana ha raggiunto livelli europei. In alcuni anni è diventata superiore alla media dell'Unione.

È aumentata così la percezione di un divario tra i sacrifici richiesti e le prestazioni fornite dallo Stato. Esse permettono ai cittadini italiani di fruire di servizi pubblici, come sanità e istruzione, ben più universali e meno costosi di quelli di altri paesi. Ma un divario esiste e dipende dal servizio di un pesante debito pubblico, i cui interessi si mangiano ogni anno quasi cinque punti di Pil. Ne consegue che se non si incide qui - riducendo il debito e riqualificando la spesa pubblica - il cittadino continuerà ad avere difficoltà a capire se quanto paga è il giusto.

Quella parte dell'opposizione che incita allo sciopero fiscale non è solo composta da "persone che hanno governato per cinque anni con la più ampia maggioranza della storia della Repubblica senza riuscire nemmeno ad abbassare l'Irap", com'è stato ricordato da Luca Montezemolo. È composta da chi, in cinque anni di governo, ha aumentato di due punti e mezzo di Pil la spesa corrente primaria, più di 30 mld di Euro, senza neppure avviare quella riforma del welfare per i giovani che ha visto invece un importante primo passo nell'accordo di luglio fra Governo Prodi e Sindacati. E' il mediocre funzionamento dello Stato una delle eredità più pesanti del passato remoto e recente. Non si possono aspettare decenni per un ponte o un'autostrada. E' la competitività italiana a rimetterci.

Quindi, è indispensabile che il Partito Democratico assuma un preciso vincolo: ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio. Così proseguendo negli anni - e con un buon ritmo di crescita - la spesa corrente primaria potrà essere stabilizzata, in rapporto al Pil, poco al di sotto delle dimensioni attuali. Come? Abbandonando la logica dei tagli orizzontali e giustificando ogni spesa di ogni apparato pubblico dal primo all'ultimo Euro. Poi, misurazione dei risultati, a partire dai dirigenti, premio al merito, penalizzazione del disimpegno; ristrutturazioni e razionalizzazioni nella pubblica amministrazione; eliminazione delle tante duplicazioni e sovrapposizioni di funzioni e uffici pubblici oggi esistenti. In questo modo potranno essere finanziate quelle politiche per la qualità e la mobilità sociale - un sistema universale di ammortizzatori sociali, gli asili nido, la non autosufficienza - che sono indispensabili per lo sviluppo e la coesione.

Le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali. In entrambi i casi, è necessaria un'intesa tra Stato centrale ed Autonomie regionali e locali. Il centro-destra si è mosso su una linea opposta: ha finanziato nuova spesa permanente con i proventi una tantum delle dismissioni, non ha ricercato il consenso degli enti locali, ha alienato "all'ingrosso" e non selettivamente. In ogni caso, hic Rhodus: senza chiamare l'attivo patrimoniale a concorrere alla riduzione del debito, sarà quasi impossibile quel rapido salto negli investimenti materiali (strade, porti, ferrovie, aeroporti, metropolitane) e immateriali (la formazione, e cioè i cervelli dei nostri ragazzi) che solo può far tornare a crescere la produttività del sistema.

Ecco allora, nella strategia in dieci mosse che penso per il Partito Democratico, il primo impegno. Se saremo in grado di seguire gli indirizzi appena descritti su spesa e debito, accompagnandoli a quella radicale azione di riduzione dei costi della politica e di robusta iniezione di criteri meritocratici nella gestione di tutti i pubblici servizi, potremo credibilmente assumere l'impegno a ridurre la pressione fiscale, stabilizzandola nel tempo almeno due punti di Pil sotto il livello del 2006.

Secondo, a mutare deve essere la composizione interna della pressione fiscale, che oggi è sperequata a svantaggio dei contribuenti leali e a favore di quelli meno onesti. I dati delle entrate 2006 e 2007 ci dicono che - finita l'era dei condoni - il Paese si è messo sulla strada giusta: l'area dell'evasione resta molto grande, ma ha cominciato a ridursi. Merito del Governo Prodi e, in particolare, del Vice Ministro Visco. È arrivato il momento che aspettavamo da tempo: quello di restituire ai contribuenti leali - lavoratori dipendenti, autonomi, famiglie e imprese - tutto quello che si ricava dal successo nella lotta all'evasione.

Terzo, un nuovo patto fiscale si scrive non solo con i controlli severi, ma anche con la semplificazione. Un esempio concreto sarebbe il varo di un regime semplificato per le microimprese (fino a 25-30 mila Euro di ricavi), 800 mila piccoli contribuenti per i quali è sensato riunificare tutti gli adempimenti in un solo atto. E' indispensabile poi semplificare i pagamenti (fisco telematico per tutti) e promuovere tutte le forme di ravvedimento operoso.

Quarto, un importante elemento di fiducia è l'impegno dello Stato alla certezza delle regole fiscali: mai e poi mai, per nessuna ragione, norme fiscali con effetti retroattivi.

Quinto, il tema del trattamento fiscale della famiglia è legato al nuovo patto intergenerazionale di cui ho parlato al Lingotto, basato sul contrasto di tutte le nuove povertà: un capitolo che considero un fronte essenziale per il Partito Democratico (lotta al precariato, tutele sociali per i giovani, casa, aiuto alle famiglie con bambini). Indirizzi in questo senso sono emersi nella Conferenza sulla famiglia di Firenze, condotta con competenza dal Ministro Bindi. Siamo nelle condizioni, nell'arco di pochi anni, di varare un'ambiziosa riforma dei sistemi di sostegno fiscale alle famiglie, con la costruzione di un unico istituto che riunifichi detrazioni e assegni familiari. Una vera e propria "dote fiscale" per i figli e per la famiglia, che riduce automaticamente l'imposta sui redditi e, per coloro che stanno sotto i livelli minimi di imponibile, diventa un'"imposta negativa", e cioè un contributo monetario al nucleo familiare da parte dello Stato. Si tratterebbe di un grande passo avanti nell'equità e nella lotta alla povertà: 2.500 euro per ogni figlio (con cifre declinanti all'aumentare del reddito familiare) corrisposti tramite detrazione e, per l'eventuale differenza, se l'imposta da pagare non è abbastanza alta, con un trasferimento monetario diretto.

Sesto, mi sembra ottima l'idea di uno scambio tra minori incentivi e contributi alle imprese e minori imposte: una strada che può portare a ridurre di cinque punti l'aliquota dell'imposta sulle società.

Settimo, il sistema di ammortamento fiscale degli investimenti va aggiornato al nuovo contesto tecnologico: oggi l'obsolescenza delle macchine è veloce e il Paese ha tutto l'interesse a sostenere cicli accelerati di investimenti delle imprese. Anche sulle spese per ricerca e sviluppo occorre studiare proposte innovative, ad esempio schemi per la loro deducibilità anticipata.

Ottavo, un accorto uso della leva fiscale deve favorire anche i redditi da lavoro dipendente. Va in questa direzione l'accordo di luglio, che consegna alla contrattazione decentrata spazi più ampi per generare aumenti di produttività e per redistribuirne i vantaggi ai lavoratori, contribuendo così alla soluzione di quella questione salariale che si è da tempo riaperta. Andrà prevista una graduale restituzione del "drenaggio fiscale", anche per favorire lo svolgimento della futura tornata contrattuale.

Nono, il Governo ha avviato, riducendo il cuneo fiscale, un intervento sull'Irap, venendo incontro a richieste disattese dal precedente esecutivo. Nell'immediato, si è fatto davvero molto. Nel lungo periodo, mi chiedo se non sia possibile proseguire su questa strada, ampliando l'area della deducibilità dell'Irap e definendo misure compensative per una sanità risanata e affidata a manager scelti con criteri obiettivi.

Decimo, il Partito Democratico dovrà impegnarsi per un federalismo moderno e solidale. Mentre la precedente legislatura è passata invano, in un anno il Governo ha messo a disposizione del Parlamento un pacchetto di possibili riforme: codice delle autonomie, federalismo fiscale, riforma delle Conferenze inter-istituzionali. E' l'occasione per semplificare l'azione pubblica nel nostro Paese, per definire "chi fa cosa" in un sistema di governance multilivello che oggi è spesso bloccato dai veti incrociati.

La lotta alle povertà vecchie e nuove, la creazione di opportunità per le imprese, la crescita e la più equa distribuzione della ricchezza sono tutte facce della stessa medaglia. Il giorno in cui il centrosinistra italiano avrà accettato questa sfida, sarà il giorno in cui potrà aspirare a diventare maggioritario.

(30 agosto 2007)

da repubblica.it


Titolo: VELTRONI... Decalogo per cambiare questa politica in crisi
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2007, 11:18:54 pm
Decalogo per cambiare questa politica in crisi

Walter Veltroni


Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull’onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento.

Ma oggi, quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall’attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall’Unione Europea. E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l’intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà.

Dirsi «democratici» oggi, significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell’integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli Stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità.

Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia» ovvero dell’autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica. Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell’occupazione del potere e nell’ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell’esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del Paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il Paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune.

La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un’assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un’altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato. Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».

Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l’antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un’inversione di tendenza: dalla divisione all’unità, dall’invadenza alla sobrietà, dall’arroganza inconcludente alla forza dell’efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, Il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.

Primo: superare l’attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell’indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.

Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due Camere, 470 deputati e 100 senatori porterebbero l’Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.

Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre l’assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l’attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.

Quarto: rafforzare decisamente la figura del presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all’azione del governo e coesione della maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al presidente della Repubblica.

Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l’elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell’opposizione, l’attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d’interessi.

Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l’approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell’esperienza inglese.

Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.

Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.

Nono: attuare l’articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.

Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l’apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione delle democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall’adolescenza alla maturità.

Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell’agenda del Paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un’emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l’Italia tra le grandi democrazie d’Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.

Pubblicato il: 31.08.07
Modificato il: 31.08.07 alle ore 10.05   
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Titolo: Re: VELTRONI... Cornacchione lo voterà.
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2007, 11:20:56 pm
Antonio Cornacchione: «La Brambilla? È Silvio con le giarrettiere»
Pierpaolo Velonà


«La Brambilla? È Silvio con le giarrettiere. Potrebbe essere un personaggio del Grande fratello o della Fattoria».

È un chiodo fisso, Berlusconi, per Antonio Cornacchione. Lui, che nei panni del fan sfegatato del "povero Silvio" ha portato nei teatri e in tv la sua creatura satirica più riuscita, è approdato da qualche minuto nel dietro le quinte della Festa nazionale dell'Unità, per esibirsi con "Satire liriche", uno spettacolo che mixa umorismo e musica, in compagnia del cantautore Carlo Fava.

Cornacchione, si è detto che, dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi, sarebbe rimasto disoccupato.

«Io dico: facciamo fare agli italiani. Finora abbiamo sempre avuto personaggi facilmente satireggiabili. Ai tempi di Andreotti si diceva: come farete senza Andreotti? Lo stesso si è detto di Craxi e di Berlsuconi. Ora c'è Prodi. Non è vero che Prodi è grigio. Dà molti spunti di satira anche lui. Secondo me è a livello di Silvio, detto senza offesa. D'altra parte, ormai, per un politico sembra che la cosa peggiore sia essere un uomo grigio».

Voterà alle primarie per il Pd?

«Innanzitutto bisognerebbe capire chi sono i candidati. C'è una tale confusione. Abbiamo questa gran lotteria su chi farà il segretario che, da un lato, è anche divertente. È tipico della sinistra discutere per anni per capire chi deve fare che cosa. Dall'altra parte si fa tutto più velocemente: Silvio decide per tutti. Ha deciso la Brambilla e la Brambilla sarà».

Insomma, il 14 ottobre preferirà andare in montagna?

«Se mi dicono di andare a votare io ci vado. E voterò Weltroni».

Cosa è cambiato per la satira con il centro-sinistra al governo?

«La satira, per fortuna, si è sempre saputa conquistare i suoi spazi. Il bello è anche quello. Sotto Silvio la satira prosperava, fuori e dentro la televisione. Ma la satira deve anche essere un po' censurata. Se mette tutti d'accordo non va bene».

Esiste l'autoscensura, tra i comici?

«Certo. Io, per esempio, non lo direi mai in tv che Silvio è basso. Non so se si vede così tanto: è un difettuccio. In realtà, la cosa incredibile di Berlusconi è che si parla di lui anche quando non fa niente. L'altra volta gli è bastato vestirsi come come John Travolta per finire su tutti i giornali. Senza fare niente. La stessa fortuna che ha avuto quando era al governo».

Sui giornali, in questi giorni, ha dominato il tema dei lavavetri.

«Il problema, all'inizio, era stato posto da Cofferati e dalla Lega. Il bello è che prima c'è stato un certo lassismo. Poi tutti si svegliano e li vogliono sbattere in galera. È chiaro che se gli amministratori non fanno niente, scatta nella gente desiderio di ordine e giustizia. Ma non è giusto».

Questa Festa è l'ultima targata Ds. Ma le feste dono cambiate?

«Una volta c'erano più dibattiti e più politica. Ma adesso ce n'è anche troppa in televisione. Si potrebbero mettere le Feste al posto di Porta a Porta».


Pubblicato il: 31.08.07
Modificato il: 31.08.07 alle ore 10.07   
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Titolo: Pd, il verdetto di Veltroni
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2007, 11:52:08 pm
Il sindaco di Roma incontra Iervolino e Bassolino, mentre continua lo scontro sul leader del Partito democratico in Campania

Pd, il verdetto di Veltroni

Conchita Sannino

A Napoli affronta il caso De Mita, poi va alla festa Udeur

Cozzolino scrive sul blog: "Non accetto veti nei confronti di nessuno"


Nicolais e Bossa registi delle liste per sostenere il primo cittadino della Capitale  È il giorno del debutto di Walter Veltroni a Napoli. E dell´abbraccio tra il candidato favorito alla guida nazionale del Partito democratico con tutti i vertici delle istituzioni locali, dal governatore Bassolino al sindaco Rosa Russo Iervolino. Ma non è detto che sia anche quello degli annunci risolutivi o delle scelte condivise.

Nella Campania in cui - a pochi giorni dalla scadenza del 12 settembre - si moltiplicano i conflitti sia nella Margherita che all´interno della Quercia, per la corsa alla segreteria regionale del Pd, discutendo soprattutto sull´ipotesi di Ciriaco De Mita come futuro coordinatore regionale, cresce l´attesa intorno alla prima giornata partenopea (ma anche beneventana) di Veltroni. E il caso Campania è finito ieri a Roma nella riunione dei Ds. Il sindaco di Roma avrebbe da tempo ribadito l´opportunità di trovare un´alternativa al nome dell´ex presidente del Consiglio. L´appuntamento quindi è alle 15 al comitato pro-Veltroni, in via Nazario Sauro, civico 21.

A fare gli onori di casa sarà la responsabile del comitato, l´assessore regionale Teresa Armato. Si prevede folla: presenti anche molti quadri dei Ds ed amministratori di Regione, Provincia e Comune. Sarà diffuso il manifesto che sostiene la candidatura Veltroni e l´elenco dei sostenitori, tra cui nomi di intellettuali, professionisti, società civile. Veltroni ha in agenda altre due tappe campane: la festa Udeur a Telese e un´iniziativa in compagnia del deputato Costantino Boffa, sempre nel beneventano.

Ma sul tappeto ci sarà ovviamente il gioco dei veti incrociati tra le candidature regionali non ufficiali, provenienti dai Dl o dai Ds. In casa Margherita resta l´incognita sulla eventuale corsa di De Mita: numerosi i no, sia dai colleghi della Margherita napoletana che dal fronte Ds; mentre c´è chi dice che, superata l´ipotesi Teresa Armato, potrebbe mettere d´accordo tutti l´opzione che porta il nome del senatore Dl Antonio Polito, di cui spicca in queste ore la posizione defilata. Nei Ds, invece, è competizione tra l´assessore regionale Andrea Cozzolino e il suo segretario regionale Enzo Amendola. E proprio Cozzolino, sotto attacco da giorni per la vicenda delle consulenze d´oro relative al piano Paser, esce ieri allo scoperto con una chiara presa di posizione e anche con una sportiva difesa del presunto candidato-rivale De Mita, affidata in 30 righe al proprio blog: http://campaniademocratica.ilcannocchiale.it.
«Non apprezzo veti nei confronti di nessuno - scrive Cozzolino - né per De Mita né altre personalità, come anche le tentazioni verticistiche, perché a tutti deve essere riconosciuto il diritto di confrontarsi in una competizione democratica». Ovvero: «Chi ha idee da proporre si candidi. Poi saranno gli elettori a decidere». È segno che Veltroni non verrà a consegnare suggerimenti definitivi? Intanto sembra tramontata l´ipotesi che pure aveva preoccupato non poco i vertici Ds: l´eventuale candidatura del ministro Luigi Nicolais, sostenuta dal sindaco di Roma. Ma lo stesso Nicolais, insieme con il consigliere ds Luisa Bossa, saranno comunque registi e capilista della seconda lista (quella denominata "Ambiente, conoscenze e lavoro") delle tre collegate a Veltroni. Intanto si moltiplicano in queste ore gli appelli a Veltroni. Uno dei più interessanti porta la firma di Diego Belliazzi: riguarda la possibilità di "segnare" le liste Veltroni con «l´indicazione dei nomi dei clan di ciascun territorio. Ovvero, "non vogliamo i voti della camorra"». Spiega Belliazzi: «Tanti dovrebbero prendere esempio dall´entusiasmo della Sinistra giovanile che si è riunita a Seiano. Basta incontri più o meno segreti, telefonate più o meno bollenti di cui tanti di noi si stanno rendendo protagonisti: ma discussione sui temi di lavoro e precarietà, su una rinnovata etica pubblica, sulla necessaria legge regionale al diritto allo studio».

(31 agosto 2007)


Titolo: VELTRONI...L’OTTIMISMO DELLA RAGIONE E’ POSSIBILE
Inserito da: Admin - Settembre 03, 2007, 02:39:33 pm
2 Settembre 2007 - 20:19

VELTRONI: L’OTTIMISMO DELLA RAGIONE E’ POSSIBILE


Bologna, 2 set - Il partito dei valori. Sembra questo il Pd che Walter Veltroni ha in mente, almeno a giudicare dall’intervista che il direttore del Tg1 Gianni Riotta ha realizzato al candidato leader del nuovo partito presso la festa nazionale de L’Unità di Bologna. Per molti anni, ha affermato il sindaco di Roma in una sala affollatissima, nella politica italiana i valori “sono stati considerati carta straccia, cosa buona per i sognatori”, quasi che la politica fosse solo “durezza della decisione e del conflitto ideologico. C’è invece una domanda di senso e di valori che spiega perché oggi trecentomila giovani siano andati ad ascoltare il Papa. I ragazzi che vanno a Loreto vedono nella società un deserto di valori. Non dobbiamo più avere paura di credere nei valori”. Veltroni ha poi criticato la cultura dell'individualismo e dell'arrivismo: “La nostra società – ha detto - è legata solo all’io. Dobbiamo reintrodurre il senso che la vita non è solo legata al successo e ai soldi, non dobbiamo avere più paura di pronunciare la parola valori”. Poi ha sferrato l'attacco contro l’ultimo simbolo della degradazione mediatica italiana: “E’ inaccettabile – ha continuato - l’arrivo del signor Corona, che è un indagato, a Garlasco, sulla scena di un delitto nel quale era stata uccisa una ragazza. E’ inaccettabile il fatto che la morte e la speranza di una ragazza si sia subito dimenticata, e sul proscenio sia finito un circo mediatico che voleva lucrare”. Contro la parola individualismo Veltroni pone “una parola che è stata distrutta negli ultimi anni e che dobbiamo richiamare in causa anche nell'ottica di scelte programmatiche coraggiose: la solidarietà. Quando saremo tutti insieme nel Pd si vedrà che la matrice comune è la stessa ed è racchiusa nella parola solidarietà”. E a proposito di politica dei valori, Veltroni ha citato Pietro Nenni, Enrico Berlinguer e Aldo Moro, osservando come quei leader “offrissero progetti, mentre oggi in politica si assiste solo a battute e scherni”.


Tornando sulla più stringente attualità politica, il candidato leader del nuovo partito ha affermato che “Il Partito democratico è il partito che gira pagina, dopo 13 anni di storia politica rissosa”. Ma, soprattutto, il Pd “è il partito che porta innovazione, la cosa nuova che può far riappassionare milioni di italiani alla politica. La sinistra non deve avere simpatia per il passato ma curiosità per il futuro. E’ il futuro la nostra chiave. Le trasformazioni non ci devono spaventare ma affascinare”. L’attenzione del Pd per l’innovazione dovrà caratterizzare anche le scelte comunicative del nuovo soggetto: “Il nuovo partito dovrà avere un grande portale su internet che sia un luogo d'ascolto e di scambio. Dovrà avere una rete televisiva che ricopra la stessa funzione, e che facci informazione”. A Riotta che chiedeva “come finirà tra Prodi e Veltroni?”, quest’ultimo ha risposto: “Romano fa il presidente del Consiglio e io spero e lavoro perché questo governo duri fino al 2011. Quanto a me, io potrei fare il premier solo dopo nuove elezioni politiche. Io e Prodi lavoriamo insieme al progetto del Pd dal 1996. Insieme a lui - aggiunge - e agli altri dirigenti cercheremo di fare quello che deve diventare il nostro obiettivo: fare il più grande e il più forte partito della vita politica italiana. Non dobbiamo pensare, infatti, che un partito moderno si faccia in tv, con il marketing e lo spin doctor. Un partito grande lo si fa se in ogni quartiere c’è qualcuno che si preoccupa di conquistare qualcun altro. Così si fa un grande partito di massa”. Un partito che, secondo Veltroni, non deve “vivere con l’ossessione del capo dell’opposizione, ma con l’ossessione di dare della risposte alle esigenze degli italiani”. (SEGUE)


Sul dibattito che ha caratterizzato questa lunga marcia verso le primarie, l’aspirante leader del Pd ha affermato: “Non parliamo solo di regole o comunque parliamo anche e soprattutto dei problemi degli italiani. Diamo risposte alle ansie e alle attese di milioni di cittadini, altrimenti perdiamo una straordinaria occasione. Sicurezza, tasse e precarietà: sono queste le parole sulle quali il Partito democratico deve dare delle risposte nuove”. Degli altri candidati ha detto che si tratta “di candidati nello stesso partito e che non devono far finta di litigare. Quello che non si potrà fare nel nuovo partito dopo il 14 ottobre – ha aggiunto – è portare cose vecchie come le correnti”. Veltroni ha poi ringraziato “i militanti, i dirigenti e gli iscritti dei due partiti che hanno avuto il coraggio di fare una scelta difficile, superando se stessi per dare vita a una realtà più grande”. Il sindaco di Roma ha ringraziato anche Fassino e Rutelli. Sul governo, invece, ha criticato il “tafazzismo” di troppi esponenti della maggioranza, riferendosi ovviamente al celebre personaggio autolesionista interpretato da Aldo, Giovanni e Giacomo. “Ho l’impressione – ha detto - che noi dobbiamo dire che siamo i peggiori anche se facciamo le cose più belle”. E a proposito della prevista manifestazione del 20 ottobre, ha detto: “E' inaccettabile che ci siano delle manifestazioni contro il governo che vedano la presenza di ministri o sottosegretari del governo di cui fanno parte. E’ una cosa che non aiuta la vita democratica del paese. Ci vuole più responsabilità da parte di tutti, se dovesse cadere questo governo sarebbe un disastro per tutti, nessuno escluso. E’ ora di finirla con i ‘o è così o me ne vado’”. Nonostante questa critica all’iniziativa della sinistra radicale, Veltroni si è dichiarato più che aperto nei confronti dell’ala più movimentista della coalizione: “Il paese ha bisogno della sinistra radicale che dà voce ad una coscienza critica e questa è una virtù democratica”, ha detto. L’esponente Ds ha poi parlato di economia. Sul problema fiscale ha detto che “si devono abbassare le tasse, penso si debba dare un segnale già dalla prossima finanziaria. Bisogna continuare a lavorare anche sull’abbassamento della pressione fiscale alle imprese, e fare una operazione per dare ancora più forza, come sta facendo il governo, al contrasto dell’evasione fiscale, cosa che è più facile, se effettuata nel contesto di uno stato amico dei contribuenti”. Sul tema della precarietà, poi Veltroni ha affermato che “la flessibilità è un dato della nostra società, mentre la precarietà è inaccettabile. Dobbiamo risolvere il meccanismo per cui un ragazzo che va in banca e chiede un mutuo si sente rispondere: ‘se hai un contratto a tempo indeterminato te lo faccio se no no’. Non si può vivere l’interruzione del lavoro come un’interruzione della prospettiva di vita”. “Fatemi contraddire Gramsci – ha concluso Veltroni - l'ottimismo della ragione è possibile, non è vero che le cose sono condannate ad andare male, possono andare benissimo, dipende da noi”.


In collaborazione con 9colonne.it

da ulivo.it


Titolo: VELTRONI... «Subito meno tasse. La sicurezza? Un valore»
Inserito da: Admin - Settembre 03, 2007, 07:11:13 pm
«Subito meno tasse. La sicurezza? Un valore»
Bruno Miserendino


«Lo dico oggi e vale anche per domani: chi ha un’idea spregiudicata della politica, il 14 ottobre se ne stia a casa. Quanto a me, dal passato, mi porto dietro come valore una cosa semplice: la politica è una cosa seria, è passione e onestà».

Se l’applausometro ha un senso, il dato è questo: alla Festa dell’Unità di Bologna, l’ultima che si chiamerà così, gli applausi più scroscianti arrivano qui. Walter Veltroni è su un palco, intervistato da Gianni Riotta, e parla di valori, diritti, solidarietà, legalità, ordine.

Attacca programmi tv diseducativi, chiede pene severe per i pedofili, chiede che chi sbaglia paghi un prezzo giusto e non torni il giorno dopo a commettere reati, ricorda che la sinistra deve liberarsi di vecchi tabù: difendere un’anziana da uno scippatore è di sinistra, "perché significa stare dalla parte dei deboli". E i deboli, nella vita di tutti i giorni, sono gli aggrediti, non gli aggressori. Soprattutto la sinistra abbandoni il "tafazzismo" che l’ha sempre perseguitata: diventi ottimista e infonda ottimismo. "Permettetemi di contraddire Gramsci: conquistiamo l’ottimismo della ragione, non solo della volontà".

L’orgoglio diessino, fatto di centinaia di militanti assiepati in una sala dibattiti troppo piccola, risponde come se tutto questo fosse musica per le sue orecchie. Il leit motiv di un’ora e quaranta minuti di intervista è proprio qui. "La legalità non piace da tante parti - dice il candidato leader del Pd - ma le leggi si rispettano". Ovazione.

Certo Veltroni lancia anche qualche segnale politico: chiede di abbassare le tasse fin dalla prossima finanziaria, vuole aiutare le imprese a crescere, conferma che lavora per Prodi e tenta anche di stemperare certe durezze del dibattito di queste ore: c’è bisogno anche di una sinistra radicale, e Rifondazione comunista, dice, "ha fatto enormi passi in avanti", bisogna aiutare questa evoluzione, il dialogo deve continuare. E sia chiaro: la maggioranza è questa e si lavora per rafforzarla. "Non pensiamo a nuove alleanze", dice, in futuro occorrerà che ci sia una più forte coesione programmatica. Il "nuovo conio" rutelliano resta sullo sfondo, anche se Veltroni tiene il punto sul tema della manifestazione del 20 ottobre: "si può manifestare su tutto, ma i ministri non possono scendere in piazza contro provvedimenti approvati dal governo". In generale, afferma, "bisogna finirla con la logica del si fa così o me ne vado". "Perché - conclude - se cade Prodi, è una sconfitta per tutti". L’obiettivo chiaro, però, è placare gli eccessi che stanno dilaniando la maggioranza. A Prodi conferma "sostegno per tutta la legislatura", derubrica a sciocchezze le ipotesi di rivalità, e per quanto lo riguarda, caso mai si insistesse in interpretazioni maliziose, non avverrà mai che andrà a palazzo Chigi senza elezioni. Il che non vuol dire in astratto che dopo Prodi non possa esserci un altro governo, "magari per fare la legge elettorale", ma è un’ipotesi che Veltroni non prende in considerazione. E comunque non sarebbe lui il successore del Professore.

Il messaggio c’è, ma non è questo il filo del suo ragionamento. Lui, che prima dell’intervista pubblica, va nello stand delle donne del Pd ("la partita democratica"), e si definisce "uno dei pochi dirigenti politici non misogino", vuole parlare di valori del nuovo Partito, della sua straordinaria novità, e delle cose che interessano gli italiani. "Se andate in una casa di una normale famiglia, di cosa si parla? Di sicurezza , tasse, precarietà". Ecco, dice Veltroni, il Pd deve dare risposte serie su tutti questi temi.

E qui parte l’elogio di quello che Riotta definisce "il buon sceriffo", figura che la sinistra radicale dipinge in modo deteriore ma che in verità, nell’America buona, aiutava i deboli contro i prepotenti. Il cuore del Pd, ricorda Veltroni, quel che unisce le sue anime e le provenienze politiche, è il valore della solidarietà, l’interesse per gli altri, ossia il contrario di quel che è oggi la società, "cinica, egoista, fatta di gente che dice io…" La società che fa spettacolo anche sulle cose macabre, come il delitto di Garlasco, dove l’arrivo di Corona, "è stato l’epifenomeno di una tendenza devastante". Ebbene, su valori, regole, legalità, c’è da ribaltare tutto, dice Veltroni. Riotta chiede: qual è la tua ricetta per i lavavetri? Il sindaco la mette così: "Sono formato a una scuola che insegnava a stare sempre dalla parte dei più deboli. Ma chi è più debole quando si parla di sicurezza? Non riesco a pensare a una forma nuova di sinistra che non faccia della sicurezza un cardine della sua azione politica". Insomma, il lavavetri è un problema sociale, e va risolto, ma va garantita anche la serenità e la sicurezza dei cittadini. Legge e ordine, insomma. Cofferati in prima fila, applaude.

Tasse: non c’è dubbio che bisogna abbassarle. E soprattutto per le imprese, dice Veltroni, che è d’accordo con l’idea dello scambio: meno pressione fiscale, meno incentivi. Ribadisce la vecchia frase di Olaf Palme. "Il nostro nemico è la povertà, non la ricchezza". Non c’è redistribuzione senza ricchezze e anche la battaglia contro la precarietà, passa da qui. Accenno sottolineato da applausi. "Dicono ai giovani senza posto fisso che devono farsi la pensione integrativa. Ma diteglielo voi a uno che guadagna sei mesi l’anno 700 euro al mese…" Insomma, eccola la nuova frontiera della sinistra. Imparare a essere ottimista, imparare a valorizzare le cose buone che sa fare, essere curiosa dell’oggi e dimenticare la nostalgia del passato. "Qualche tempo fa ho ripreso da una cassapanca miei vecchi discorsi. Iniziavano sempre con la stessa frase: in questa situazione drammatica…" Ecco, dice Veltroni, piantiamola. Il pubblico lo segue. Conclusione: "Mi piace la vita, mi piacciono i tramonti, la gente che incontro. Mi piace il lavoro. Sono fatto così…"

Pubblicato il: 03.09.07
Modificato il: 03.09.07 alle ore 10.21   
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Titolo: Per Veltroni. Da sinistra
Inserito da: Admin - Settembre 03, 2007, 07:17:54 pm
Per Veltroni. Da sinistra

Vincenzo Vita


La costituente del Partito democratico è un campo aperto di dialogo, di confronto, di lotta politica. È utile chiarire taluni punti, primo fra tutti il carattere di moderna forza di sinistra che dovrà assumere il nuovo partito. E questo vale non tanto per replicare la ricorrente polemica contro quella che viene definita l’ala nostalgica o più seccamente la “gauche” (la lista «A sinistra per Veltroni») tra le presenze organizzate nella campagna delle primarie, quanto per sottolineare che senza un esplicito ancoraggio alla storia e alle idee della sinistra non è verosimile che il Pd nasca davvero. Al di là, infatti, della doverosa contrarietà ad ogni ipotesi moderata o neocentrista (la Dc non esiste più, né si può rifare) è bene intendersi sul fatto che la vecchia idea del moderatismo non ha più cittadinanza nella società “liquida” (appunto, senza un centro) e con la “coda lunga”, vale a dire il passaggio dalla cultura di massa alla massa delle culture di nicchia.

Il passaggio di millennio ci consegna un mondo più conflittuale, con nuove povertà e in preda a una crisi di valori. Ciò è ancor più evidente in Italia dopo anni di berlusconismo.

Ecco, qui si gioca la sfida della costruzione di una sinistra all’altezza del presente. Progetto e ridefinizione dei protagonisti del cambiamento, rinnovata attenzione alla differenza di genere, allargamento dei diritti di cittadinanza, accesso ai saperi, tutela dell’ambiente e sostenibilità dello sviluppo, rappresentanza politica dell’universo del lavoro sono punti essenziali di un discorso riformatore e di una effettiva pratica di sinistra. Il tutto con un chiaro ancoraggio alla sinistra europea. E ben sapendo che si è aperta la stagione post-partitica della politica, vale a dire la transizione dall’organizzazione strutturato in apparati centralistici, figli di una società più semplice e lenta, a quella in rete della società veloce e del tempo reale di internet, dell’interattività e di Wikipedia, del free software e di Web.2. E nel bene - o più spesso nel male - delle grandi cerimonie mediatiche. Parlare di sinistra, non rimuovere il termine socialismo assume, dunque, una nuova importanza storica. Perché provare a farlo nella discussione sul Partito democratico? Per il motivo essenziale che in tale territorio si muovono molti dei soggetti che possono partecipare a simile ricostruzione.

La sinistra non è un perimetro di forze, quanto piuttosto un programma di idee e di valori fondamentali che parla con e nella società, coinvolta quest’ultima compiutamente nella politica in rete del dopo-partiti.

Di qui la scelta di costruire per le elezioni primarie dell’assemblea costituente del Partito democratico la lista di sinistra - la citata «A sinistra per Veltroni» - che sarà presente in grande parte del territorio nazionale, con candidature discusse nei vari collegi, aprendosi al mondo del lavoro, ai settori dell’arte e della cultura impegnati nella battaglia per far passare un approccio non più subalterno, che immagini i beni immateriali non una spesa ma un investimento, nel paese forse più ricco di beni culturali. E ugualmente interessata alla comunicazione e all’innovazione, all’universo tecnologico e linguistico dentro cui sono già immerse da tempo le nuove generazioni. Vale a dire i ceti dirigenti di domani,ai quali è bene parlare come soggetti della ri-costruzione delle identità e non come mera platea generazionale.

Sono obiettivi che appartengono a molti dei riferimenti offerti in queste settimane da Walter Veltroni, sui quali l’esperienza di «A sinistra» intende offrire il suo unitario ma autonomo contributo, cercando di tenere aperto il dialogo con le forze che stanno cercando di costruire una nuova esperienza di sinistra al di fuori del Pd. Il successo di entrambe le costituenti è la premessa per conquistare una vera maggioranza nel Paese, che chiede - nella vasta area del centrosinistra - di essere più uniti e più di sinistra. Ecco l’apparente contraddizione da sciogliere, con il contributo di tutti. Oltre, per favore, l’ingiallito dibattito del secolo scorso sulla “conquista” dei moderati o del “centro”. La realtà è un po’ più avanti. Le disillusioni e la fuga dalle forme classiche della politica sono il frutto pure di un dibattito alquanto ripetitivo e logorato.

Per molti le primarie non saranno - nè devono essere - l’automatica adesione al futuro partito, quanto un significativo momento di partecipazione alla vita democratica. E in tal senso si può forse ripensare all’obbligatorietà della sottoscrizione di 5 euro al momento del voto. Incoraggiamo davvero la mobilitazione. La politica può essere un’altra cosa.

Pubblicato il: 03.09.07
Modificato il: 03.09.07 alle ore 10.20   
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Titolo: VELTRONI... Nel mondo una politica bipartisan
Inserito da: Admin - Settembre 21, 2007, 10:25:57 pm
21/9/2007 - INTERVENTO
 
Nel mondo una politica bipartisan
 
WALTER VELTRONI

 
Caro Direttore,
all’inizio del XX Secolo la popolazione del pianeta superava di poco il miliardo di persone; in cent’anni il numero si è sestuplicato e 2 abitanti su 5 della Terra sono indiani o cinesi. È un mondo nuovo, che vede crescere l’aspettativa di vita degli europei di quasi tre mesi ogni anno e che registra il calo drammatico della vita media nei Paesi più poveri dell’Africa.
E’un mondo in movimento, nel quale aumenta il numero di chi viaggia per lavoro o per il piacere della scoperta, ma anche chi migra all’interno dello stesso continente o fra un continente e un altro inseguendo il sogno di una vita migliore. È un mondo che ha rivoluzionato il senso delle distanze, avvicinando con Internet idee e persone che vivono a migliaia di chilometri ma anche separando identità che vivono fianco a fianco. Dalla caduta del Muro il cambiamento rimane la cifra vera di questo tempo, un cambiamento che continua a stupire per intensità e rapidità, che apre orizzonti e offre opportunità, ma nasconde anche vecchie insidie e nuovi veleni. In questo tempo il Partito democratico vuole offrire all’Italia una visione di politica responsabile e capace di mobilitare le risorse della nostra comunità nazionale, in particolare delle nuove generazioni, destinatarie domani delle nostre scelte di oggi.

Responsabilità condivise
Il mondo nuovo sarà sempre più multipolare. Ce lo conferma l’emergere della Cina come superpotenza economica ma anche politico-militare, l’affermazione dell’India con la sua democrazia e la sua modernizzazione, il ritorno della Russia, l’ascesa di Paesi leader continentali come Sudafrica e Brasile. Questo comporterà il ripensamento del ruolo dell’Europa e più in generale il ridimensionamento dell’Occidente: nuove leadership, nuovi equilibri e dunque nuove strategie. È per questo indispensabile, oggi più di ieri, ribadire la scelta per una politica multilaterale e l’impegno italiano nelle organizzazioni internazionali che ne sono lo strumento. Un impegno che vive anche attraverso le missioni di pace in cui l’Italia è protagonista grazie alla professionalità e alla generosità dei nostri soldati. Siamo anche convinti che per giungere davvero a istituzioni sovrannazionali capaci di gestire le nuove sfide globali, per fare divenire questi strumenti più efficaci nei risultati e più rappresentativi di questo mondo nuovo, occorra continuare a lavorare per la riforma delle Nazioni Unite e delle istituzioni finanziarie internazionali, del Consiglio di Sicurezza, per l’istituzione di un Consiglio per lo Sviluppo Umano e di uno per l’Ambiente.

Avanguardia europea
Il Partito democratico deve rilanciare in Europa il processo d’integrazione politica. L’Italia ha scommesso tutta se stessa sull’Europa fin dalla sua nascita, convinta che il massimo dell’integrazione comunitaria coincidesse con il massimo dell’interesse nazionale. L’Europa massima possibile, dunque, non quella minima indispensabile. L’Europa non come problema ma come prima risposta politica a chi dice che la globalizzazione è ingovernabile. Questo ci ha spinti ieri a essere molto esigenti nella scrittura del trattato costituzionale e a lavorare ora per non disperdere la sostanza di quel lavoro, per chiedere una politica estera e di sicurezza comune, una politica di rinnovamento del modello sociale europeo, un maggiore impegno verso ricerca e innovazione. Ma se l’Europa a più velocità già esiste nei fatti, dobbiamo impegnarci per una vera democrazia europea. Se necessario, sia un nucleo forte di Paesi a procedere per primo sulla strada che porta a una vera e propria Unione politica. Una fase costituente dell’Europa politica per diventare global player, per uscire da un’idea paternalistica di Europa per gli europei e giungere finalmente a un’Europa degli europei. Vogliamo scommettere fin d’ora sulla generazione figlia del programma Erasmus, estendendolo e potenziandolo fino ad arrivare a rendere normale per tutti un periodo di studio all’estero di almeno sei mesi. Le elezioni europee del 2009 avranno una grande rilevanza: noi rappresenteremo l’idea di un’Europa più forte e democratica con l’obiettivo di costruire al Parlamento e nel nostro continente un grande campo dei democratici, dei socialisti e dei riformisti, a vocazione maggioritaria.

L’hub mondiale del nuovo secolo
Il Mediterraneo è tornato a essere un grande crocevia del mondo e l’Italia può giocare la sua straordinaria posizione costruendo un circuito «euromediterraneo» che offra opportunità inedite nei trasporti, nell’uso delle risorse, dell’ambiente, dell’energia, nel governo dei flussi migratori, nel dialogo interreligioso e culturale. La nostra collocazione fa di questo mare e del nostro Paese il nuovo hub mondiale dei commerci con l’Oriente e delle rotte energetiche provenienti dal Caspio, dal Golfo, dalla sponda settentrionale dell’Africa. Il Mediterraneo deve divenire il luogo del dialogo politico-culturale che ricompone le gravi fratture del nostro tempo, e l’Italia l’esempio della miglior convivenza possibile. Occorrono però programmi di modernizzazione industriale e infrastrutturale, promozione d’investimenti, corridoi che leghino la sponda Sud alle reti europee, sostegni alle piccole e medie imprese italiane assai adatte a diffondersi in quest’area. L’iniziativa europea verso i Balcani occidentali e la Turchia per un loro futuro accesso all’Unione è nostro interesse strategico. L’Italia deve favorire le riforme in quei Paesi e la loro stabilizzazione istituzionale e sociale che resta l’unico modo per garantire il superamento dei conflitti che li hanno attraversati.

Amicizia responsabile
L’Italia deve mostrare agli Stati Uniti d’essere un Paese non solo amico ma utile. Alla fine della guerra fredda abbiamo perso il nostro ruolo di frontiera della frattura Est-Ovest, ma per noi il legame atlantico resta vitale poiché costruito su una comunità di valori e di principi. Dobbiamo però da un lato confermare la funzione di Paese amico poiché influente e ascoltato in Europa, dall’altro interpretare la novità possibile: la centralità del Mediterraneo, l’integrazione dei Balcani e della Turchia, il dialogo con il mondo arabo sono obiettivi che rispondono anche alla necessità di garantire la pace, la sicurezza, e la lotta al terrorismo. Infine, deve essere chiaro che amicizia e lealtà implicano, se necessario, esprimere diversità di opinioni così come negoziare pragmaticamente la propria agenda. Una cosa, ad esempio, è appoggiare il modo in cui gli Stati Uniti si seppero muovere, nel segno del multilateralismo, per intervenire in Afghanistan all’indomani dell’11 settembre, altro è «stare con gli americani a prescindere», come è stato detto in occasione della sventurata guerra in Iraq. Tanta acriticità non serve a noi, e si è rivelata poco utile anche a loro.

No excuse
Pace, democrazia e sviluppo sono obiettivi importanti per l’Italia e devono divenire una priorità per tutta la comunità internazionale. È in particolare in Africa che le sfide globali devono essere vinte, a cominciare dal raggiungimento degli «Obiettivi di sviluppo del millennio» fissati dalle Nazioni Unite e sui quali scontiamo un inaccettabile ritardo. Ma occorre intensificare gli sforzi per superare la tragedia del Darfur, per stabilizzare il Congo, per dare una risposta alle altre crisi come in Somalia e in Zimbabwe. Il prossimo summit euro-africano che si terrà a Lisbona dopo un’interruzione di ben sei anni dovrà produrre risultati effettivi per lo sviluppo, la prevenzione dei conflitti, l’affermazione dello Stato di diritto. La lotta all’Aids, la sicurezza alimentare, la promozione della democrazia, il sostegno alla società civile sono le priorità di un rinnovato impegno italiano nella cooperazione internazionale. Il nostro Paese possiede uno straordinario patrimonio di solidarietà e di competenze nella società civile, nelle ong e nelle istituzioni locali. È tempo di valorizzarlo attraverso una nuova legge sulla cooperazione e un incremento programmato delle risorse disponibili. Lottare contro la povertà, dare speranze di una vita dignitosa, rappresentano un imperativo morale e una necessità, perché le ingiustizie, oltre che inaccettabili in sé, diventano fonte di insicurezza per tutti.

Fermiamo le ingiustizie
L’iniziativa per una moratoria delle esecuzioni capitali ha incontrato un grande successo che speriamo di confermare anche alla prossima riunione dell’Assemblea Generale dell’Onu. Il sostegno europeo all’azione italiana premia la costanza delle organizzazioni che da tempo si battono per questo obiettivo, ma anche l’impegno del Parlamento, della diplomazia e del governo. E del resto la nostra elezione nel Consiglio di Sicurezza e poi nel Consiglio sui Diritti Umani riconosce sia l’attivismo italiano che il nostro tentativo di valorizzare comunque un coordinamento europeo che operi per un multilateralismo efficace. L’affermazione dei diritti umani è un faro che deve orientare la nostra azione: la Corte di Giustizia e il Tribunale Penale Internazionale devono essere il centro di un sistema che garantisca la punizione dei crimini più gravi, ma anche gli accordi di cooperazione siglati dal nostro Paese dovranno contenere clausole serie relative alla tutela dei diritti umani.

Cambiare aria per un mondo sostenibile
L’umanità vive una crisi ecologica su scala planetaria. Ciascuno di noi lo avverte sulla propria pelle: clima impazzito, stagioni irriconoscibili, inquinamento, desertificazione e riduzione della biodiversità. E in più l’accesso all’acqua potabile ancora negato a oltre un miliardo di persone. Una politica internazionale moderna deve assumere la sfida dei cambiamenti climatici come stella polare, come insegna la recente iniziativa guidata da Al Gore. Non serve allarmismo, ma un’immediata e responsabile consapevolezza del rischio. Il genere umano ha la possibilità di salvaguardare la natura e di soddisfare i propri bisogni grazie a uno sviluppo sostenibile, dato che le conoscenze scientifiche e le innovazioni ci offrono nuovi sistemi produttivi, nuove merci e servizi meno inquinanti e a basso consumo di materiali ed energia. Il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, rafforzati dalle decisioni dell’Unione sulla CO2, e la fissazione degli obiettivi per il periodo successivo al 2012, vanno considerati una priorità e un’occasione irripetibile. In questa emergenza è positiva l’idea di creare una nuova istituzione internazionale, una sorta di Consiglio di Sicurezza dell’Ambiente, che sia parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, che riunifichi e rafforzi competenze sinora deboli e disperse, che sappia promuovere un «nuovo ordine ambientale».

Nuove energie
La tendenza al superamento dei combustibili fossili e l’impiego di fonti di energia rinnovabile a ridotto impatto ambientale ci spingono verso nuove soluzioni. È indispensabile che l’Italia si doti nel quadro europeo e internazionale di una strategia di sicurezza energetica che comprenda la certezza dell’accesso alle fonti, il risparmio energetico, la diversificazione, l’impatto ambientale, la ricerca e lo sviluppo di fonti alternative. Occorre investire sulle energie rinnovabili. Il loro impiego permette non solo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra, ma anche l’eccessiva dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Dobbiamo perciò seguire con convinzione la strada indicata dal recente Consiglio europeo: arrivare entro il 2020 a una quota del 20% di energie rinnovabili e a una quota minima di biocarburanti del 10% nel settore dei trasporti.

Allontanare la minaccia nucleare
L’umanità sta rischiando concretamente di entrare in una seconda era nucleare. È uno spettro reale. Dopo anni di riduzione degli arsenali, Stati Uniti e Russia sono tornati ad aumentare le spese per il loro ammodernamento e potenziamento. In diversi Paesi si sta facendo strada la convinzione che il possesso di armi nucleari rappresenti la migliore garanzia di sicurezza contro un attacco esterno e comunque una «carta» da spendere sul piano dei rapporti di forza in una determinata area o a livello più ampio. Troppo sottile è il confine tra scopi civili e militari per non guardare con preoccupazione alla diffusione delle tecnologie nucleari o alla crescente disponibilità dell’uranio, materia prima indispensabile per la produzione di armi di distruzione di massa. Impossibile, in particolare, non provare inquietudine di fronte alla crisi nucleare iraniana. Fermezza e dialogo sembrano aver condotto a una soluzione positiva rispetto al regime nordcoreano, che si è impegnato a smantellare i suoi impianti entro la fine dell’anno. Fermezza e dialogo dovranno essere il modo per arrivare al rispetto delle risoluzioni dell’Onu da parte di Teheran, a una reale ed effettiva cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e alla sospensione dei programmi di arricchimento dell’uranio.

Oltre la siepe
Siamo testimoni, dunque, di un cambiamento storico che mette in discussione la politica estera tradizionale, ma offre anche all’Italia, alla sua privilegiata posizione geografica, alla sua cultura millenaria, l’occasione di giocare un inedito sistema di relazioni in Europa e nel mondo. Il Partito democratico offre questo insieme di scelte al dibattito del Paese. Non ci nascondiamo l’obiettivo di poter far convergere su di esse le altre principali forze politiche così da tornare finalmente a un’idea condivisa di politica internazionale - che da sempre dovrebbe essere il campo delle intese bipartisan - e da superare quelle logiche di schieramento di parte che ci hanno spesso indebolito. Sarà così possibile valorizzare l’amore e il rispetto che il mondo intero nutre per il nostro Paese e unire le grandi energie di cui disponiamo per promuovere sempre meglio gli interessi della nostra comunità nazionale che, oggi più che mai, coincidono con un più generale interesse europeo e internazionale.
 
da lastampa.it


Titolo: Walter Veltroni - Ai lettori dico: non perdete la fiducia
Inserito da: Admin - Settembre 23, 2007, 04:07:44 pm
“La scoperta dell’Alba”, in anteprima allegorica il manifesto politico di Walter Veltroni

di
Nadia Cavalera


L’uomo è rotto dentro, nel senso che è mal funzionante, imperfetto e contagia di questa sua condizione la famiglia (spesso rotta nelle sue dinamiche interne), ma anche la città (rotta nei rapporti interpersonali, sociali), lo stesso mondo, che va sempre più giù a rotoli. Financo la natura sempre più a pezzi.

E se l’uomo è ad immagine di Dio, c’è evidentemente un difetto d’origine, una materia Dio imperfetta, che si riproduce continuamente, diversamente ed instancabilmente nel tentativo di superarsi. Senza alcun successo finora. L’uomo comune cosa deve fare? Arrendersi o reagire come ha sempre fatto dacché è comparso sulla Terra?

Dopo tante arrovellate figure di inetto, uomo impotente ad agire, senza qualità o schiacciato dall’insignificanza della sua essenza, che hanno attraversato la letteratura del Novecento, Giovanni Astengo, il protagonista de “La scoperta dell’alba” di Walter Veltroni, reagisce.
Lui, uomo rotto, con una moglie rotta dall’aver procreato una figlia rotta perché down peraltro amatissima e definita non a caso “origine del mondo”, vince con sorprendente vitalità.

E’ comunque il concetto di rottura, variamente richiamato morfologicamente (ora con un aggettivo, ora con un avverbio, un verbo o solo un sinonimo) a costituire la chiave per comprendere questo romanzo asciutto, essenziale come i tempi richiedono, lieve e denso nel contempo.

Vediamolo nello specifico.

Verso i quarant’anni, un dipendente ministeriale, addetto all’archivio di Stato (sezione lettura e catalogazione di diari), dopo aver vissuto per lunghi anni una vita all’apparenza regolartradizionale, in profondità rotta dall’improvviso e immotivato abbandono del padre, subìto a 13 anni, trova la forza insperatamente di riaffiorare dalla sua intima prostrazione di frantumata indeterminatezza e affrontare, risolvendolo, il vecchio nodo rimosso.

Lo fa col mezzo che più gli è familiare per il lavoro svolto: la stesura, a sua volta, di un diario, strumento da lui molto apprezzato perché depositario del “senso ultimo dei giorni di qualcuno”. Lo fa nel luogo più solitario della casa: la soffitta, come spazio memoriale della mente. Lo fa nel tempo cui lo costringono i sistematici risvegli precoci, quasi a marcare un’improrogabile urgenza esistenziale: la prima luce del giorno, tra la notte e l’aurora.

Così il protagonista, Giovanni Astengo, “pianificatore” di vocazione (di qui il nome di un noto urbanista del ‘900), gioco forza per l’orologio biologico, scopre e apprezza l’alba in tutte le sue sfaccettature e variazioni, nelle sue possibilità di carica vitale. Un’alba che nelle minute annotazioni piene di rimandi letterari (Calvino, Basile) non è solo fisica, ma rappresenta figuratamene la sua condizione psichica, di schiusa verso una vita piena, di tensione dunque verso il superamento di un’empasse: indice di un punto di rottura. Alba come speranza di ricomposizione futura. Di riscossa.

Ma se il tema dell’alba è la colonna sonora emozionale che accompagna il dipanarsi del racconto in cui il protagonista ripercorre con levità la sua vita in un’indagine però serrata fino a venirne a capo, sarà il televisore privo di audio, a fare da scenografia mobile, mutevole, come “un colore di traverso”, sconcio, che va male, contrario ai propri desideri perché fatto di sangue, carcasse di auto esplose, tsumani, ballerine che non ballano, polli all’influenza, madri con figli straziati in braccio, incendi, il canto dei ghiacciai morenti…mentre si rompono nel mare. Insomma il presente, con tutto il suo peso negativo da rimuovere e che non può che essere leopardianamente “muto”, senza comunicazione, inaccettabile nella sua incomprensibilità per chi, rimestando nelle macerie del passato, si accinge alla sua manutenzione ed è proteso al futuro, all’avverarsi di un “giorno” pieno, integro nella sua compiuta eloquenza di valori. Per quanto possibile perfetto.

Come praticabile, dopo molte cure, riuscirà a rendere il giardino della vecchia casa di campagna, non più frequentata dopo l’allontanamento del padre, e che ritorna a visitare proprio in quell’estate torrida in cui, più libero da figli e moglie (tutti all’estero per vari motivi) avvia il diario.

Questa casa, immersa nel verde, dalla facciata ricoperta d’edera, le stanze ampie e vuote, alcuni oggetti ben noti sparpagliati qua e là , svolge un ruolo determinante, anzi risolutivo. Quasi trasposizione della soffitta, materializzazione traslata dei suoi pensieri più remoti, costituisce quel passato, che Astengo non aveva mai affrontato, ed il vasto giardino intorno, (con l’albero su cui lo zio aveva registrato con tacche la sua altezza), misterioso, intricato, complesso, rappresenta l’incrostazione di una cieca rimozione. Tant’è che man mano che il protagonista, tramite l’ingenuo stratagemma di una telefonata impossibile con se stesso bambino, chiarisce la vicenda personale della sua adolescenza, il giardino da giungla si trasformerà in un “prato ragionevole”.

E’ la casa, che lui prima aveva sempre evitato, a permettergli il tuffo nel passato, da lui schivato perché troppo doloroso e insostenibile. La casa, pregna del suo passato, avvierà il processo di autoanalisi, la precisa riconsiderazione di ogni minimo particolare, che, col supporto di ricerche in biblioteca, in internet, di incontri, gli daranno la soluzione che cercava: il padre non li aveva abbandonati per capriccio, ma spinto dalla paura di essere scoperto quale mandante dell’omicidio del suo più caro amico, per prenderne il posto: il professore Tessandori, preside della Facoltà di Architettura.
Dunque il padre tanto idealizzato era un semplice opportunista. Peggio, uno squallido soggetto che per le sue mire personali non aveva esitato a manipolare e sfruttare alcuni ingenui fanatici terroristi.

E qui si direbbe che l’autore faccia trasparire la sua personale idea sugli anni di piombo: una pura follia, tanto più in quanto i veri burattinai sono sempre quelli che dominano, che stanno in alto, mascherati, perniciosi per qualsiasi libertà.

A cercare di combatterli non basterà certo l’allusione in questo libro, che comunque, dacché il suo autore si è assunto il compito di guidare il neonato fragile partito democratico, può senza ombra di dubbio considerarsi l’anteprima del suo programma politico. In nuce, allegorica.
 
Potrà il politico Walter Veltroni, con la sua controllata vitalità, far scoprire l’alba di un nuovo giorno anche alla nostra Italia rotta e disgregata?

Lo speriamo, tra tante paure.

Modena, 13 luglio 2007

da www.bollettario.it


Titolo: VELTRONI... raccolta fondi per creare insieme il PD
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2007, 09:53:39 am
25 settembre 2007

Veltroni: da oggi è possibile sostenere il nostro impegno in modo chiaro e trasparente

Aderisci alla raccolta fondi per creare insieme il PD

Con oggi, dopo la presentazione delle liste in tutti i collegi, parte la campagna elettorale per l'elezione della Costituente del Partito Democratico.


Ora ci aspetta un compito importante: mobilitare centinaia di migliaia di donne e di uomini, convincerli ad andare a votare, domenica 14 ottobre, e costruire insieme a loro una nuova stagione per il nostro paese.

Per la prima volta insieme si darà vita ad un soggetto politico che ha l'ambizione di cambiare l'Italia.
Abbiamo contribuito in questi mesi alla crescita di un clima positivo intorno al nascente Partito Democratico. Abbiamo lavorato ogni giorno per ampliare i consensi, per interessare il maggior numero di persone a questo grande progetto.

Nei prossimi venti giorni dobbiamo aumentare il nostro sforzo per spiegare a tante italiane e a tanti italiani i nostri progetti e le nostre idee: su questo cercheremo di costruire il piu' ampio consenso perche' piu' larga e approfondita sara' la discussione piu' forte e solido sara' il nuovo partito.

Per fare questo e' necessario aiutare chi ha voglia di impegnarsi in questo sforzo: per organizzare iniziative, per comunicare bene, per far conoscere i caratteri della competizione, per consolidare il radicamento del PD.
Per avvicinare un maggior numero di cittadini alle primarie abbiamo chiesto ed ottenuto (su questo c'e' stato l'accordo di tutti i candidati) che fosse abbassata ad un euro la quota per accedere al voto del 14 ottobre.

Ora pero'serve che da qui a quella data tante siano le occasioni di discussione e di incontro per illustrare ai cittadini le nostre idee e il nostro programma.
E allora, anche attraverso il tuo contributo,dobbiamo cercare di dare forza alle iniziative e alla comunicazione dei comitati che in tutta Italia sostengono la mia candidatura.
Il tutto nella massima sobrietà e con una cura attenta e scrupolosa alla limitazione massima dei costi.
Per questo ti ringraziamo sin da ora per l'aiuto, anche economico, che vorrai darci.

Con carta di credito attraverso il sito www.lanuovastagione.it oppure attraverso un bonifico bancario sul c/c n. 5003938 intestato al Comitato La Nuova Stagione ed aperto presso la Filiale RM 13 della Banca di Roma (ABI 3002, CAB 05027) e' possibile gia' da oggi dare un contributo al lavoro che stiamo tutti insieme facendo.

Saremo così in grado di garantire un finanziamento congruo e trasparente ad un' iniziativa che non ha eguali nella storia politica del nostro Paese.


Walter Veltroni


da veltroniperlitalia.it


Titolo: Walter Veltroni - Ai lettori dico: non perdete la fiducia
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2007, 04:25:46 pm
Ai lettori dico: non perdete la fiducia

Walter Veltroni


Caro Padellaro,

è vero: delle lettere inviate a l'Unità non ne perdo una. Succedeva anni fa, quando dirigevo il giornale e avevo modo di leggere anche quelle poi non pubblicate, e accade così oggi. Quelle che avete scelto per rappresentare i tremila messaggi arrivati dopo il tuo appello perché cessino litigi e divisioni all'interno del nostro schieramento confermano, una volta di più, quanto siano grandi la saggezza e la voglia di unità del popolo di centrosinistra. Ma anche, e certo non possiamo nascondercelo, quanto sia forte il malessere che lo attraversa, e come crescano le preoccupazioni dopo tante attese e tante speranze.

Sai bene che ho ben chiari questi sentimenti e questa situazione. Lo sai perché mi conosci, e anche perché, a proposito di lettere, ricorderai le mie, di qualche settimana fa, indirizzate ai gruppi dirigenti di Ds e Margherita e poi ai candidati alla segreteria del Partito democratico. Alla fine di entrambe esortavo, in buona sostanza, a non sciupare tutto proprio ora, a non ricadere nei vecchi vizi tipici della sinistra, in quella speciale capacità di farci male da soli, e spesso proprio nei momenti più ricchi di opportunità. Scrivevo anche che il Partito democratico potrà essere, se saremo all'altezza del compito, la terapia giusta, un modo per guarire da questa malattia. Io di questo resto convinto, e anzi, girando l'Italia in lungo e in largo, e toccando con mano quanta passione e quanto impegno animino la nostra gente, lo sono ancora di più, e proverò in poche righe ad accennare al perché.

Tu scrivi, all'inizio dell'editoriale di ieri, che il problema di fondo sollevato dal giornale e dai lettori non si risolve nemmeno se a parlare sono i fatti, se poi il messaggio che arriva agli italiani è quello delle divisioni, degli sgambetti tra i partiti che devono sostenere il governo. Hai ragione, ma inviterei al tempo stesso a non far caso sempre e solo alle cose negative - anche questo è un nostro antico vizio - e ad apprezzare di più quel che riusciamo a fare, anche se costa fatica, anche se porta via tempo e fa perdere un po' dello slancio iniziale. Vale per il governo, che certo è penalizzato da troppe polemiche e contrasti che ne appannano l'immagine, ma ha appena raggiunto l'accordo su una finanziaria che prosegue il percorso di risanamento dei conti pubblici, che ridistribuisce e sostiene i più deboli, che incentiva le imprese e lo sviluppo, e in quest'anno e mezzo ha portato avanti un'opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all'Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l'apertura dei mercati, ha restituito credibilità all'Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica. E vale, cosa che mi riguarda direttamente, per il cammino del Partito democratico.

Se c'è una cosa che i lettori di questo giornale hanno sempre avuto a cuore, quella cosa, l'abbiamo appena detto, è l'unità. Bene: quando mai è successo nella nostra storia, e mi riferisco all'intera storia italiana, che un partito nascesse non per scissione, non dopo una spaccatura, ma per unione, per una volontà d'incontro sancita per giunta da centinaia di migliaia di persone? Il Pd nasce così. Nasce unendo, e nasce per unire. Culture, organizzazioni, uomini e donne, giovani. Le loro storie, le loro idee sulle questioni nuove, sul futuro. Perché non apprezzarlo pienamente e come si deve? Perché non farne un valore, un fattore di fiducia, un elemento concreto di unità? E poi, l'ho detto e lo ripeto: il Pd, per sua natura, sarà sinonimo di pluralità, di democrazia interna, di partecipazione responsabile. Ma per come lo intendo io, e per come lo costruiremo se toccherà a me il compito di farlo insieme agli altri, al suo interno non avranno cittadinanza logiche vecchie e piccole, improntate a personalismo, protagonismo e correntismo. Cominceremo da noi stessi. Il Pd sarà l'esempio di come diverse ispirazioni possono convergere in obiettivi chiari, in una politica condivisa. Diversità che non diventano divisione.
E ancora: per la vocazione maggioritaria con cui nasce, io credo toccherà al Partito democratico, quando sarà il momento, essere il baricentro di uno schieramento che dovrà, e lì si vedranno i suoi confini, costruirsi attorno a cinque-dieci idee forza. Punti netti e qualificanti, con cui presentarsi di fronte agli italiani, per convincerli e per governare cinque anni, non «contro» qualcosa o peggio ancora qualcuno, ma «per» il Paese e in nome delle idee in cui si crede, senza continue divisioni, senza mediazioni estenuanti. Omogeneità dei programmi e coesione dello schieramento, perché sarà stabilito prima e con chiarezza chi ci sta e chi no. E allora, mi auguro, non ci sarà più bisogno di appelli all'unità.

Prima di allora, certo, il Pd dovrà essere protagonista anche del cambiamento della legge elettorale, nel segno del bipolarismo, del potere di scelta ai cittadini, e per l'appunto della stabilità. Anche qui, caro Antonio, i fatti potranno non bastare se non cambia lo spirito, se la politica non sarà in grado di ripensare e di riformare se stessa, però è evidente che una legge come l'attuale è fatta apposta per moltiplicare la frantumazione, per favorire i veti e le rendite di posizione nemmeno di piccoli partiti e movimenti, ma di singoli individui, nel caso attuale di singoli senatori. E per allargare, anche in questo modo, il divario che sempre più sta separando i cittadini dai partiti e dalla politica.
Insomma, se io dovessi rispondere alla tua esortazione e alle preoccupazioni dei lettori de l'Unità, direi: non perdete la fiducia, i problemi ci sono e li vediamo, ma come sempre è nelle mani degli uomini la possibilità sia di danneggiare e compromettere il loro stesso cammino, sia di aprirlo a possibilità nuove, a soluzioni che guardano non ai singoli interessi ma al bene comune. Perché per noi e per il nostro Paese sia questa seconda ipotesi a realizzarsi, e non la prima, la cosa da fare è contribuire a far nascere nel modo migliore e più forte, il 14 ottobre, il Partito democratico.



Pubblicato il: 30.09.07
Modificato il: 30.09.07 alle ore 15.16   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI... Il PD farà scudo alla Costituzione
Inserito da: Admin - Ottobre 02, 2007, 05:49:27 pm
1 ottobre 2007

Il PD farà scudo alla Costituzione

Leggi la lettera di Walter Veltroni su Repubblica


Il Partito democratico che nasce avrà nella Costituzione repubblicana, nei suoi principi fondamentali, nella tavola dei diritti e dei doveri dei cittadini e nei lineamenti architettonici dell’ordinamento della Repubblica, la costellazione che orienterà il suo cammino. Chiunque sia il segretario chiamato a guidarlo. Non possono esserci e non ci sono dubbi al riguardo.

La fedeltà del Partito democratico alla Costituzione del 1948 non solo non contraddice, ma dovrà ispirare il suo impegno per l’adeguamento della seconda parte della Carta, attraverso un definito e limitato, ma coraggioso, programma di riforme costituzionali, da realizzare in Parlamento attraverso la più ampia convergenza politica possibile. Essere fedeli ai valori costituzionali e in particolare a quell’attualissimo, programmatico secondo comma dell’articolo 3, che definisce “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, significa infatti nutrire un’idea alta e forte della politica, che è chiamata non a prendere atto della realtà sociale così com’è, con le sue ingiustizie e i suoi squilibri, ma ad operare per creare effettive condizioni di pari opportunità per tutti i cittadini.

Perché ciò sia possibile, come ho avuto modo di dire più volte in queste settimane di confronto in vista della Costituente del Partito democratico, è necessario conferire al nostro sistema politico capacità di decisione: superando l’attuale bicameralismo perfetto, riducendo il numero dei parlamentari, riformando la legge elettorale, prevedendo tempi certi per l’approvazione o la bocciatura delle proposte di legge, rivedendo tutte le norme dei regolamenti parlamentari che incoraggiano la frammentazione dei partiti e dei gruppi, rafforzando i poteri del presidente del Consiglio sul modello europeo del governo del primo ministro e, contestualmente, il sistema di garanzie contro qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, anche prevedendo quorum qualificati per la modifica della prima parte della Costituzione. La nostra è una crisi democratica profonda, per molti versi senza precedenti. L’Italia ha bisogno, per uscirne, di una democrazia che decida.

Fa poi parte delle garanzie a presidio di una società che vogliamo aperta e libera, la netta distinzione tra la sfera politica e quella economica e sociale.
Una distinzione che va tutelata attraverso una normativa contro il conflitto di interessi, che va sollecitamente approvata in Parlamento, ma anche attraverso un rigoroso codice etico che il Partito democratico dovrà darsi, prevedendolo esplicitamente nel suo Statuto, insieme ad un’autorità interna che vigili sulla sua applicazione. Difendere la Costituzione repubblicana significa anche rimuovere le cause di discredito della politica: quelle che hanno a che fare col suo scarso rendimento, ma anche quelle che derivano dall’eccesso di costi e dalla selva di privilegi e rendite di posizione, anacronistici e intollerabili per un Paese civile. E come dice il documento, occorrerà fissare i paletti che presidiano la sfera della politica e separano la funzione della regolazione e dell’indirizzo, che le appartiene, da quella della gestione, che deve essere esclusivamente dell’autonoma responsabilità della competenza.

Walter Veltroni

da www.veltroniperlitalia.it


Titolo: VELTRONI... Veltroni, Veronica e le donne del Pd
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2007, 05:36:36 pm
STRATEGIE

Quella scossa alle «incartate»

Veltroni, Veronica e le donne del Pd


 Ci eravamo preoccupate. Eravamo rimaste deluse. Ci sentivamo, francamente, un po' fesse; dopo aver detto per anni «guardate che Veltroni è un genio, fa il bonaccione ma è furbissimo, ne sa sempre una più del diavolo» e cose del genere. Si cominciava a pensare che il leader in pectore del Pd avesse cominciato a infilare gravi gaffes, non degne di lui, storico bravo ragazzo con pudori di stampo berlingueriano: battute sulla Prestigiacomo, battute rubate a Steve Martin sul «non potrei essere una donna, starei sempre a toccarmi le tette», e poi il culmine. Tra tutte le donne che poteva indicare come forte contributo al nuovo partito, la segnalazione di Veronica Lario in Berlusconi. Si sta berlusconizzando, hanno detto in molti, qualcuno/a ghignando qualcuno/a sconsolato/a.

Invece no: è il solito astuto, maieutico Walter, che dopo mesi e mesi è riuscito a scuotere le incartatissime donne del quasi Pd. Divise nelle scelte (c'è chi si è candidata con lui e chi ha scelto Rosy Bindi o anche Enrico Letta) e soprattutto nelle idee (sono candidate pro Veltroni donne in disaccordo su tutto, specie su temi cruciali come unioni di fatto e aborto e fecondazione assistita); finora, Bindi esclusa che ha fatto campagna come una leonessa, pochissimo visibili. E invece dall'altro ieri combattive, arrabbiate, a sorpresa visibilissime. Tutte (o quasi) a dire che le donne non devono essere ornamentali. A ribadire che sono il cinquanta per cento dei candidati alla costituente, e che vogliono contare, scegliere e non essere scelte; a chiedere di «portare un'amica» (non Veronica, si suppone, per quanto incolpevole) a votare nelle primarie del 14 ottobre. Ci voleva una provocazione, è chiaro, e pure brutale, per risvegliarle dal torpore e scuotere un partito che nonostante gli sforzi rischiava di avere un gruppo dirigente maschio e maschilista. Meno male.

In più, da avversario leale, Veltroni è riuscito a dare spazio ai due rivali che stacca nei sondaggi. Bindi è di nuovo molto intervistata, si schiera femministicamente più a sinistra (e lascia a Walter spazio bipartisan e signorile al centro, lo dicevamo che era un genio). Anche Letta, tipo serio, grazie all'assist fa una buona battuta e dichiara di voler convincere Marina Berlusconi. E la strategia della provocazione continua. Col vice di Walter, Dario Franceschini, che intercetta il passaggio e indica Veronica come esempio di «riformismo illuminato». Ora, vivaddio, si arrabbieranno anche i riformisti (e anche gli illuminati, se ce n'è ancora qualcuno, si spera).

Maria Laura Rodotà
05 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: Vita segreta di Walter
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2007, 05:39:39 pm
Vita segreta di Walter

Anticipazione di alcuni passi del libro «Veltroni, il piccolo principe», una biografia non autorizzata scritta da Damilano, Gerina e Martini

Papà Vittorio
«Giovedì 26 luglio, nelle prime ore del pomeriggio, Vittorio Veltroni si è spento nella sua abitazione romana dopo una insesorabile malattia. Il pianto del suo piccolo Valerio l’ha accompagnato negli ultimi istanti di vita terrena. L’altro figlioletto, Walter, ha guardato senza capire, stretto alla gonna della mamma, signora Ivanka: ha appena 12 mesi». Il nome del futuro sindaco di Roma appare per la prima volta sulla stampa, sul «Radiocorriere», nel giorno della morte del padre. «La sua assenza è stata la prova decisiva della mia vita», rivela Walter Veltroni. Che una volta ha scritto: «Come sia arrivato alla Rai non lo so, credo abbia cominciato dalle radiocronache». In realtà la storia, finora mai scritta, di Vittorio Veltroni è quella dell’enfant prodige dell’Eiar, la radio di Stato degli anni Trenta, e poi dell’uomo-chiave della televisione appena nata negli anni Cinquanta ... Morto a soli 33 anni, il 26 luglio 1956, stroncato da una leucemia contratta dopo un incidente d’auto e una trasfusione sbagliata, Vittorio Veltroni era entrato nell’Eiar alla fine degli anni Trenta. Da poco nella squadra dei radiocronisti, nel 1938 viene incaricato di seguire il viaggio di Adolf Hitler in Italia, la prima no-stop della storia della radiotelevisione italiana, 51 tecnici, 12 radiocronisti ... Un anno dopo viene scelto per il primo esperimento del radio-fonovisore, la televisione del regime. Con il mitico Nicolò Carosio, Vittorio è tra i pochissimi a passare dal microfono al video: a 21 anni è già oltre la radio, è uno dei primi volti televisivi. ...

Poi è lui ad inventare il "neorealismo radiofonico", assieme a Cesare Zavattini e Sergio Zavoli ... È il maestro di personaggi come Nando Martellini, Lello Bersani, Mike Buongiorno; è il primo direttore del telegiornale; anticipa di decenni contenitori televisivi come "Domenica in" o come la "Domenica sportiva"; intuisce che la radio può essere usata anche a scopi sociali: con il disastro del Polesine nel 1951, come racconta Zavoli, «ogni sede della Rai si unì allo studio di via Asiago per la più grande, emozionante diretta della storia radiofonica», inventando la Catena della fraternità, il prototipo della futura Telethon ... Da quel papà, il figlio Walter erediterà i tratti più caratteristici. La modernità: afferrare il nuovo un istante prima degli altri. Il calore con cui si può semplificare un messaggio. Il professionismo con cui trasformare ogni evento in una macchina propagandistica.

La prima volta con Silvio
«Il maggiordomo apre la porta, ci conduce per stanze cinquecentesche. Attraversiamo una sfilata di porte incorniciate di travertino, l’arredamento restituisce la cultura di chi ha abitato queste stanze. Il luogo mi sensibilizza fisicamente, tanto da far passare in subordine il motivo che ha portato lì me e Walter...».

Siamo nel 1984, in un salotto principesco in piazza Navona a Roma. È Achille Occhetto la voce narrante di quella serata, lui che nel Pci si occupa di media e Veltroni è il suo vice. Nel salotto c’è tutto lo stato maggiore della Fininvest e al centro il loro capo, Silvio Berlusconi: «Vero che di persona non sembro così cattivo come mi dipingono? Io i soldi li ho fatti con l’edilizia» ... E mentre i camerieri servono i sorbetti, il Cavaliere cala la carta a sorpresa: si potrebbe assegnare alla Rai l’informazione, alla Fininvest lo spettacolo. La tensione sale quando un manager del Biscione attacca le proposte presentate in Parlamento. «Scusa, Walter: ma quella non è la tua proposta, o sbaglio?», chiede Occhetto. «Sì, è proprio quella», risponde Veltroni. A quel punto il messaggio è chiaro: il Pci dice no a qualsiasi spartizione.

Walter e Massimo
C’è una pellicola in bianco e nero alla quale il giovane Veltroni è affezionato: "Il sorpasso" di Dino Risi, la storia di un quarantenne e di uno studente che si conoscono nella Roma deserta di agosto. Siamo negli anni del miracolo economico: Bruno, interpretato da Vittorio Gassman, è un fanfarone, il simbolo dell’Italia amorale che si sta affermando; Roberto, impersonato da Jean-Louis Trintignant, è un giovane ingenuo che, per seguire l’altro, finirà per perdere la vita in in un sorpasso fatale. A ventisei anni, nel 1981, Veltroni dedica loro un passaggio della prefazione al suo libro "Il sogno degli anni Sessanta": «Italia gaudente e volgare, come Bruno, il chiassoso protagonista del Sorpasso», che «batte a tutti una mano sulla spalla, con superiorità e cinismo», «è sbruffone, ipocrita», «non è felice», «ha l’Aurelia», ma «forse è un fallito». Quattordici anni più tardi Walter Veltroni dà un volto a Bruno.

Nel 1995, nel libro-intervista "La bella politica", ad un certo punto Stefano Del Re gli chiede se sia plausibile la doppia identificazione tra lui e e Trintignant e tra D’Alema e il «personaggio brillante e guascone» interpretato da Gassman. E Walter risponde: «E’ un gioco, ma paradossalmente, nonostante quello che sembra, può darsi che i ruoli reali siano questi». Perfetto: Bruno è Massimo D’Alema. Certo, Veltroni è stato al gioco perché il suo amico intervistatore ha proposto il personaggio interpretato da Gassman nella versione edulcorata del «brillante e guascone». Ma 14 anni prima, Bruno era uno sbruffone, cinico, «forse un fallito». Nel 1995 nessuno si ricorderà di quel precedente. Ma l’accostamento è fatto. Un piccolo gioco che esprime il rapporto tra Massimo e Walter. Quel loro strano linguaggio cifrato, quel loro scambiarsi messaggi in un gergo inaccessibile ad altri. E’ come se i due condividessero una sorta di criptofasia, il linguaggio segreto dei gemelli che talora si scambiano gesti, silenzi, parole incomprensibili agli adulti. E proprio come due gemelli, da decenni Massimo e Walter non si perdono di vista, ognuno "sente" quel che l’altro sta facendo .... anche se c’è qualcosa che rende unico il loro dualismo ed è quel combattersi sotto traccia senza mai contraddirsi in pubblico, quell’amorevole soccorrersi a vicenda in tutti i passaggi difficili.

Il gran rifiuto
Nel 2004, da presidente della Commissione europea, Romano Prodi torna trionfalmente in Italia. Mission: battere una volta ancora Berlusconi. Ma nel 2005 i malumori che pubblicamente trapelano nella Margherita tra i Ds, dietro le quinte prendono la forma di una possibile «intentona». Anche se nulla trapela sui giornali, parte un formidabile pressing di capi-partito e personaggi autorevoli su Walter Veltroni. «Abbiamo mandato una macchina in via Velletri e abbiamo steso il tappeto rosso. Ma dal portone del sindaco non è uscito nessuno», commenta un autorevole stratega rutelliano. Celestino-Veltroni, come lui stesso rivela ora per la prima volta, oppone allora il gran rifiuto: «Dissi di no». E alle elezioni del 2006 si andrà con Romano Prodi.

La nuova sfida
E ora che Veltroni è in campo, nessuno ha capito quale sia il rapporto con Berlusconi, se l’altro lo tema o no. «Da quando mi sono candidato non l’ho mai sentito. Ma le persone che gli sono vicine mi dicono che ha capito ... Con lui non ci siamo mai acchiappati. Ci siamo sempre dati del lei, fino a quando è stato male. In quell’occasione l’ho chiamato e allora abbiamo cominciato a darci del tu». E ora? «Ora tra me e Berlusconi c’è del rispetto. E non ho nulla da ridire su come si è comportato con Roma come capo del governo».

da lastampa.it


Titolo: Veltroni: metà ministri e basta sinistra retrò
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2007, 05:43:58 pm
Veltroni: metà ministri e basta sinistra retrò


«Il Pd è convinto che servono innovazioni profonde e radicali al paese. Le porrà al centro della sua politica, se su questo matureranno alleanze, bene, altrimenti il Pd è anche pronto ad andare da solo». Così walter veltroni ai microfoni di Radio anch'io risponde alla domanda se alle prossime elezioni il Pd potrebbe rinunciare all'alleanza con la sinistra radicale.

«Questo paese- aggiunge Veltroni- da tredici anni è bloccato lungo un conflitto che ha determinato due schieramenti: da una parte quella contro Berlusconi e dall'altra quella contro la sinistra. È una concezione malata della democrazia con alleanze fatte contro. Il Pd deve significare una stagione nuova», spiega. Questo significa, aggiunge Veltroni, che «adesso il programma veniva dopo l'alleanza, domani verrà prima».

Veltroni aggiunge poi che «è anche un problema di toni, di concezione della democrazia. Bisogna riunificare l'Italia socialmente e politicamente in una dialettica di ruoli tra maggioranza e opposizione secondo il principio anglosassone "giusto o sbagliato, è il mio paese". Vorrei- conclude- che ci fosse un paese in cui si ripristina una corretta fisiologia di rapporti» politici.

Sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale serve un'intesa tra gli schieramenti, in «otto mesi» si può ridurre il numero dei parlamentari e superare il bicameralismo perfetto e il voto anticipato ora «sarebbe una follia». «Andare a elezioni adesso sarebbe una follia: dovremmo votare con legge elettorale definita una porcata da quelli che l'hanno fatta. Non dà a questo paese la certezza di un governo. Significa precipitare in una situazione ancora più grave».

«In questi giorni - aggiunge - in commissione affari costituzionali votate due misure molto importanti. In otto mesi possiamo sbloccare il paese. Otto mesi per dare riforma che può dare al paese metà dei parlamentari e una sola camera legislativa».

In un'intervista a Repubblica Veltroni ha poi lanciato una proposta. «Il governo sta facendo molto bene, e sarebbe ora che tutti gli alleati lo riconoscessero. Ma se dopo il 14 ottobre si vuole dare un segnale ulteriore, e dimezzare il numero dei ministri e sottosegretari, il Partito democratico è pronto a fare la sua parte. La scelta dipende solo dal presidente del Consiglio. Qualunque sarà la scelta di Prodi, noi la appoggeremo.

Sulla battuta di Padoa Schioppa che ha definito «bamboccioni» i giovani che restano a casa con i genitori fino alla soglia dei trent'anni, Veltroni commenta: «La considero una battuta, ma non la considero una battuta felice. La condizione di vita di quei ragazzi è il principale problema di questo paese. I ragazzi oggi affrontano un viaggio nell'incertezza e meritano non solo il rispetto ma anche l'accompagnamento nella ricerca di opportunità», ha spiegato Veltroni a Radio anch'io.

Aggiunge Veltroni: «La politica italiana ha perso la capacità di capire la vita reale delle persone. Fare l'amministratore ti consente di capire la vita reale dei cittadini, non di leggerla attraverso gli editoriali dei giornali».

Romano Prodi da Torino ribadisce che per il governo serve continuità. Lo fa rispondendo a una domanda dei cronisti sull'intervista pubblicata da Repubblica a Walter Veltroni, il quale sostiene che il Pd è favorevole a dimezzare il numero dei ministri e sottosegretari.

Il presidente del Consiglio fa riferimento alle dichiarazioni da lui rilasciate lunedì scorso, quando aveva negato la necessità di un rimpasto: «Ho già detto quello che penso».

 


Pubblicato il: 05.10.07
Modificato il: 05.10.07 alle ore 11.48   
© l'Unità.


Titolo: WALTER VELTRONI ...
Inserito da: Admin - Ottobre 08, 2007, 11:14:19 am
Politica     

Tremonti: Veltroni stacchi la spina a Prodi se non vuole essere travolto da chi tira a campare

«Conviene a tutti votare nel 2008»

«Questa legge elettorale è meglio non cambiarla, dà più forza anche a chi viene sconfitto»


ROMA — «I romani chiamavano remora il pesce ventosa che si attaccava alla chiglia delle navi rallentandone lo scorrimento. Attualizzando, direi che Romano Prodi è una remora, un freno attaccato sotto la nave della sinistra e, cosa più grave, sotto la nave dell'Italia che dalla sinistra è governata». Si capisce dalla prima battuta quello che pensa Giulio Tremonti del premier e del suo governo: il peggio, come in fondo prevedibile. Ma quello che prevedibile non è, è lo scenario che l'ex ministro del Tesoro disegna: potrebbe essere Walter Veltroni a staccare la spina al governo, e potrebbe farlo molto presto, per andare al voto nel 2008. Perché, dopo il 14 ottobre, non avrà scelta: «O dirà le stesse cose di Prodi e Prodi lo tirerà a fondo, o dirà cose diverse, e allora sarà lui a mandare a fondo il premier».

Onorevole, torniamo alla remora Prodi... «Credo che per lui, governare alla Prodi, sia umanamente drammatico: all'inizio l'illusione di guidare l'Italia imprimendole grandi, salvifici cambiamenti, poi una vita alla giornata, non un vivere per governare ma un governare per sopravvivere. Se così stanno le cose, la sua posizione, quella della remora, è triste ma naturale, e dunque razionale».

E quale posizione è irrazionale? «Quella di Veltroni. Perché Prodi ha già detto che non si ricandiderà, dunque per lui in futuro non c'è né vittoria né sconfitta: per uno che vive alla giornata, già durare un anno significa vivere 365 volte. Veltroni invece si candida perché vuole giocare, ma se va avanti così, la mano che Prodi gli girerà sarà un aut aut: o perdi o perdi».

E perché Veltroni non dovrebbe avere chances di risalire la china? «Perché dopo il 14 ottobre e la nascita del Pd il quadro si semplifica radicalmente, dal "pastone" della politica di primo piano scompaiono personaggi come Rutelli, Fassino, D'Alema e per Veltroni non sarà più possibile fare il ventriloquo: potrà fare solo l'azionista di maggioranza del governo Prodi. La scena non ammetterà più sdoppiamenti di personalità o voci fuori dal coro, e questo a partire dalla Finanziaria ».

Una Finanziaria che però sembra mettere d'accordo le componenti della maggioranza. «Perché è costruita come una Finanziaria pre-elettorale, aggira tutti i problemi, li sposta all'anno successivo. Per Prodi va bene comunque, che si voti o che non si voti nel 2008: se gli va bene, dura un anno di più, se gli va male, a perdere le elezioni sarà Veltroni. Il futuro leader del Pd ha invece una posizione specularmente diversa». Cioè per lui fa differenza se si vota nel 2008 o più tardi? «Esattamente. Il 2008 non sarà un anno buono per le tasche degli italiani e per le casse dello Stato. E dunque, se si vota nel 2008 ma con una Finanziaria elettorale come questa, Veltroni contiene il danno. Se invece si vota nel 2009, va incontro al disastro: imbarca in pieno il ciclo economico negativo, e va incontro ai vincoli europei di serietà, di rigore nel bilancio pubblico. La sinistra sarà costretta a fare una Finanziaria non elettorale in un periodo elettorale: la tempesta perfetta. È una situazione molto diversa dal 2001».

Che c'entra il 2001? «Anche allora disponevano di quello che oggi chiamiamo il "tesoretto", solo che lo chiamavano "dividendo di Maastricht", e anche allora lo spesero per una Finanziaria elettorale: però nel 2000 erano certi che si sarebbe votato nel 2001, oggi non è affatto certo che si voti nel 2008! E non avendo usato quell'extragettito, portato dall'economia e non dalla lotta all'evasione, per arrivare al pareggio di bilancio come hanno saggiamente fatto in Germania, mettendo fieno in cascina, adesso rischiano di finire nella trappola che si sono preparati da soli: dover fare, per il 2009, una Finanziaria molto dura nelle peggiori condizioni economiche e politiche, e cioè in campagna elettorale».

Insomma, questo è il motivo per cui sarebbe Veltroni ad avere più interesse a staccare la spina a Prodi, e subito. «Assolutamente sì. Perché è vero che la sua partita non sarà tra vincere e perdere, ma visto che davanti a Veltroni c'è comunque la prospettiva dell'opposizione, una cosa è perdere bene, altra è perdere male ». Lo dice affidandosi ai sondaggi? Anche la Cdl era data nel 2006 a oltre dieci punti sotto l'Unione, poi le cose sono andate diversamente... «Non c'è bisogno dei sondaggi, basta l'evidenza, il buonsenso. Se nel 2006, nelle migliori condizioni possibili, la sinistra ha solo pareggiato, è chiaro che nel 2008 o peggio nel 2009, deteriorandosi progressivamente le condizioni tanto della sinistra che degli italiani, non potrà che perdere. E le dirò di più».

Prego. «Paradossalmente, o machiavellicamente, ammesso che sia vero che lo stallo al Senato è causato da questa legge elettorale, proprio a Veltroni più di chiunque altro converrebbe conservare questa legge, che in teoria potrebbe dargli una maggiore forza all'opposizione». Ma allora dovreste essere voi a pretendere una nuova legge elettorale. «Guardi, se le simulazioni sono corrette, la forza dei numeri esclude la necessità di una nuova legge elettorale».

E che risponde al presidente di Confindustria Montezemolo, che dice no al voto prima di una nuova legge per l'interesse del Paese, e non delle singole parti? «Dopo aver ascoltato i tribuni della plebe, ascolteremo i tribuni del lusso... La realtà è che ciò che è primario nell'interesse del Paese è che, prima di tutto, si vada a votare e che, legge elettorale vecchia o nuova, dalle urne venga fuori una maggioranza definita. In base ai numeri, questa ultima ipotesi è razionale».

Ma come può cadere davvero il governo? Per mano di quei «quindici senatori» che Berlusconi dice di aver acquisito? «Non sono cose di cui mi occupo io, il mio è un no comment. È ovvio comunque che i fattori di crisi più forti, ambientali, sono a sinistra, nell'identificazione devastante tra Veltroni e Prodi. Non puoi essere il leader nuovo di un governo vecchio: alla fine, o è il vecchio che mangia il nuovo, o è il nuovo che cancella il vecchio».

Paola Di Caro
08 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: VELTRONI... Terapia d'urto sul programma
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2007, 11:41:22 pm
Veltroni: Terapia d'urto sul programma


«Votare subito significa ripiombare nella condizione in cui si era nei 5 anni precedenti». Lo ha detto il sindaco di Roma e candidato leader del Pd, Walter Veltroni, nel corso della registrazione della puntata di Matrix, anticipata durante il Tg5 delle 20, che andrà in onda in seconda serata. «C'è un pacchetto di riforme istituzionali» ha detto Veltroni che comporta «la riduzione sostanziale del numero dei parlamentari, una camera unica legislativa e tempi certi per l'approvazione delle leggi. Un pacchetto che può sbloccare il Paese». Sono queste riforme che, per Veltroni, vanno fatte «assolutamente» prima del voto.

Dunque niente urne anche se il governo Prodi dovesse cadere? «Abbiamo bisogno di fare queste cose - afferma Veltroni in tv - su cui tutti dicono di dire di essere d'accordo. Facciamole. Gli italiani si aspettano che si facciano».

Quanto alle elezioni, quando saranno, Veltroni chiarisce il suo pensiero sulle cosidette "alleanze di nuovo conio" care al vicepremier Francesco Rutelli. Quando le riforme saranno state fatte e si andrà al voto, dice il sindaco di Roma nel pomeriggio - prima della trasmissione televisiva - intervenendo a un dibattito sulla cultura economica della nascente formazione politica con Vincenzo Visco, Pierluigi Bersani, il partito democratico metterà a punto prima il programma e poi, sulla base di quello, si formeranno le alleanze di governo. «Insisto a dire- ha sottolineato Veltroni- che quando si voterà il Pd non farà prima l'alleanza e poi il programma, ma esattamente il contrario». Insomma, «non so quando si voterà- ha confessato il candidato segretario del Pd- spero nel 2011 e dopo che saranno state apportate delle riforme, ma quando si andrà a votare il Pd indicherà dieci idee per la crescita del Paese e l'elemento dirimente sarà il programma».

Comunque secondo le previsioni veltroniane che si appoggiano su sondaggi il Pd potrà raggiungere il 37% dei consensi. Quindi, la forza ci sarebbe. E lui, lo ripete anche a Matrix, «bisogna girare pagina, dobbiamo fare alleanze non contro qualcuno ma per qualcosa».

E rispondendo ad Enrico Mentana ha risposto all'allarme lanciato dalla "rivale" per la segreteria del Pd Rosy Bindi durante una videochat sul sito de La Stampa sul rischio di brogli durante le primarie: «Ci sarà un giovanile entusiasmo - ha pronosticato Veltroni -, ma sarà una giornata molto bella senza precedenti:per la prima volta ci sarà una platea composta per metà di donne; per la prima volta i sedicenni andranno a votare e, come mai prima, ci sarà tanta società civile». Quanto a Rosy, ha aggiunto: «Ogni cosa che dicevo lei diceva che non andava bene. Invece di dire ciò che per lei andava fatto per il bene del Paese».

Dal suo discorso di Torino, la discesa in campo, ammette il sindaco della capitale ha messo molta carne a cuocere ma ora, a suo dire, servono nuove accelerazioni perché «il Paese è fermo». «In questi mesi ho avuto la fortuna di poter parlare a titolo personale e dal discorso di Torino in poi ho fatto una serie di accelerazioni anche su temi su cui eravamo imbarazzati». E ha citato: la Tav e la questione sicurezza. «Dovremo fare altre accelerazioni -ha concluso nel dibattito con Visco e Bersani -, perché il Paese ha bisogno di una terapia d'urto e non di soluzioni mediate». Insomma: l'Italia a suo dire ha bisogno di «una terapia d'urto, non una soluzione mediata». Ad esempio: «Ci sono questioni da aggredire con strumenti eccezionali. La strategia dell'abbattimento del debito non deve essere legata soltanto all'avanzo primario, ma a qualche manovra straordinaria che ci consenta di liberare risorse».


Pubblicato il: 08.10.07
Modificato il: 09.10.07 alle ore 12.49   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI... se si vota il Pd farà a meno di tutti gli alleati inaffidabili
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2007, 10:31:19 pm
Veltroni: se si vota il Pd farà a meno di tutti gli alleati inaffidabili
 
di Ario Gervasutti


Sindaco Veltroni, lei domani (oggi, n.d.r.) è a Venezia e Udine come candidato alla guida del Partito Democratico. In molti però, non solo nel centrodestra, sostengono l'opportunità di andare alle elezioni entro il 2008. Anzi: c'è chi, come il ministro Tremonti, dice che sarebbe anche nel suo interesse. Che ne pensa?

Se sarò eletto segretario del Pd, lavorerò per la stabilità del Governo, nell'interesse del Paese. Ma lavorare per la stabilità significa prendere sul serio le difficoltà di rapporto con il centrosinistra che una parte consistente dell'elettorato esprime, in particolare al Nord. Penso che il Pd possa aiutare il Governo a recuperare un rapporto positivo col Paese affrontando tre problemi. Il primo è la riduzione dei costi della politica. Se sarò segretario, il presidente Prodi potrà disporre liberamente dei nostri ministri e sottosegretari, per ridurne il numero sulla base del suo esclusivo giudizio. Allo stesso modo, dobbiamo ridurre i parlamentari: se alla Germania ne bastano 600, i nostri mille sono troppi. A questi due capisaldi dobbiamo agganciare un pacchetto di interventi per disboscare la selva di privilegi e la proliferazione di posizioni di sottogoverno.

Secondo problema?

Il rendimento della politica. Il vero discredito della politica nasce dalla sua incapacità di affrontare le grandi questioni del Paese, che sono poi i problemi quotidiani dei cittadini: il debito pubblico che ci schiaccia, a fronte di un patrimonio statale mal utilizzato; la pressione fiscale che opprime i contribuenti onesti, a fronte di una forte evasione, di servizi pubblici spesso inadeguati e di una cronica insufficienza di infrastrutture; il senso diffuso di insicurezza e l'intollerabile impunità della delinquenza, dinanzi ad una giustizia lenta e mal organizzata; la spesa previdenziale alta a fronte di pensioni povere e di tutele carenti per i giovani, condannati alla precarietà Il Governo Prodi sta producendo successi importanti e sta affrontando nel modo giusto questi nodi che stanno soffocando l'Italia, anche se la frammentazione della maggioranza spesso rende opachi i risultati. Non è un problema del solo centrosinistra, è un problema di sistema, perché il nostro bipolarismo è oggi basato sulla competizione tra due coalizioni "contro" (contro Berlusconi, o contro i "comunisti"), anziché due alleanze "per" il governo del Paese. E infatti i programmi elettorali sono generici, tarati sulle esigenze interne alle coalizioni, non sui problemi del Paese. Il Pd deve capovolgere questo schema: dobbiamo partire da pochi, precisi punti programmatici e costruire la coalizione coerente con questo programma. Se sarò segretario, il Pd sceglierà questa strada, aiutando il Governo a rilanciare la coesione della coalizione. Se prevarrà la logica del frammento, qualunque sarà la legge elettorale, il Pd si presenterà agli elettori con le sole forze con le quali può davvero impegnarsi a governare. Perché solo in questo modo si restituisce credibilità alla politica.

Ha accennato alla legge elettorale: forse è quello il terzo problema

Esatto. Noi dobbiamo restituire alla democrazia italiana il potere di prendere decisioni. La democrazia è dialogo, confronto, ma alla fine deve essere decisione. E invece in Italia oggi sul diritto-dovere di decidere, prevale la pratica del veto. Noi abbiamo bisogno di una legge elettorale che mantenga in mano ai cittadini il potere di decidere chi governa, ma anche una legge che favorisca il formarsi di coalizioni omogenee. Proviamoci seriamente, in Parlamento. Altrimenti lo faranno i cittadini col referendum.

Non trova che in queste primarie, tra i candidati leader, ci sia stato, anche nei toni, un eccesso di conflittualità? E cosa risponde a Enrico Letta che in un'intervista al Gazzettino ha detto "Con Veltroni non c'è rinnovamento, le sue liste sono piene di parlamentari e consiglieri regionali"?

Le liste sono sotto gli occhi di tutti e saranno i cittadini a giudicare. Quelle collegate alla mia candidatura sono liste che rispettano i criteri che avevo chiesto a tutti i miei sostenitori: liste plurali per la provenienza politico-culturale, liste che mettono insieme personalità politiche riconoscibili ed esponenti della società civile, liste con molti giovani. Più che l'eccesso di conflittualità, mi preoccupa l'antico vizio di noi del centrosinistra di farci del male da soli, di non saper valorizzare le cose buone che facciamo. Stiamo fondando un partito nuovo, non andando dal notaio, ma chiamando tutti i cittadini che lo vogliano a votare per l'assemblea costituente e il segretario nazionale. Nessuno ha mai osato tanto. Non svalutiamo tutto questo per contenderci tra noi qualche mezzo punto percentuale.

Il segretario dei Ds Fassino, ma anche Massimo Cacciari, non escludono che in alcune regioni, Veneto e Lombardia in particolare, il Pd faccia in futuro una politica di alleanze "variabili" rispetto al quadro nazionale. Qual è la sua opinione?

Noi stiamo dando vita ad un partito che nasce dal basso, addirittura attraverso venti costituenti regionali che hanno la medesima legittimazione della costituente nazionale. In altre parole, stiamo dando vita ad un partito federalista, al tempo stesso unitario nella sua dimensione nazionale e costituito dall'incontro di venti percorsi regionali autonomi. Naturalmente, la prima forma di autonomia riguarda la politica regionale, alleanze comprese. Penso peraltro che il Pd non debba affidare la sua riconquista dell'elettorato del Nord solo alla politica delle alleanze, ma anche e soprattutto alla cultura innovatrice e alle concrete proposte programmatiche.

Nella trasmissione "Invasioni barbariche" lei ha stroncato il "concetto di accoglienza che hanno a Treviso", contrapponendogli il modello romano. Un'affermazione che ha suscitato molte polemiche a Nordest. Anche tra gli esponenti del centrosinistra. E' pentito?

Era assolutamente chiaro che non mi riferivo ai trevigiani, dei quali conosco e stimo non solo la straordinaria laboriosità, ma anche la grande tradizione di impegno civile, di solidarietà sociale, di volontariato, ma a quanti, nel mondo della politica, veneta e non solo veneta, amano far parlare di sé pronunciando frasi razziste e violente.Beppe Grillo dice che "i Rom sono una bomba a tempo". Per il "suo" Pd viene prima l'integrazione o la sicurezza?

Se non vogliamo che monti in Italia una cultura razzista e xenofoba che ancora non c'è, dobbiamo essere accoglienti nei riguardi degli immigrati, dei loro diritti e dei loro bisogni, ma inflessibili nel richiedere loro, come a tutti i cittadini italiani, il rispetto della legge. Dobbiamo anche lavorare di immaginazione, per produrre soluzioni innovative, come quella che, come Comune di Roma, abbiamo costruito con la Romania per ridurre il numero degli arrivi e creare le condizioni per il rimpatrio dei Rom affinche' possano ritrovare una occupazione nel loro Paese.

Lei oggi è a Venezia per parlare di cultura: una grande risorsa del Paese. Ma spesso male utilizzata e ostaggio delle dispute della politica. Quali sono le sue proposte in questo senso? E non crede che invece di fare a Roma un altro Festival del cinema, fosse più opportuno investire sulla Mostra di Venezia?Parto dalla fine. La Festa di Roma non ha tolto un euro alla Mostra del cinema in quanto è finanziata esclusivamente dagli enti locali e, soprattutto, da investimenti privati. Dico di più, a conferma di ciò che ripeto da oltre un anno: tra Venezia e Roma non c'è nessuna guerra, esiste solo una competizione virtuosa che non può che giovare a entrambe. Del resto, quest'anno il programma di Venezia è stato a giudizio di tutti eccezionale. Il nuovo è meno pericoloso di quanto si teme. Anzi, molto spesso aiuta a migliorare le cose. Solo in Italia ci intestardiamo a non volerlo capire. Quanto alla cultura e al convegno di Venezia, per un Paese come l'Italia il patrimonio culturale rappresenta un fattore strategico per la crescita e lo sviluppo. In questo campo il Pd sarà all'avanguardia, le idee e le proposte non mancheranno: reperire nuove risorse, aprire alle nuove generazioni, valorizzare progetti innovativi, aprire la cultura al mercato e diffonderla sempre più nella società. La nostra idea è che dove c'è cultura la qualità della nostra vita migliora. In tutti i sensi.Un' ultima domanda: anche lei, come Padoa-Schioppa, pensa che le tasse siano bellissime? E in più in generale: il suo Pd è pronto a indicare la riduzione delle tasse, su imprese e persone fisiche, come una priorità?

Non si tratta di definire esteticamente il fisco. Ma dobbiamo sapere che le imposte sono alla base del patto tra stato e cittadini: si pagano le tasse e si ricevono in cambio servizi, si costruisce una comunità. Hanno quindi un valore fondamentale. Il problema è che in Italia la pressione fiscale è troppo forte ed è percepita così soprattutto perché ad essa non corrisponde un equivalente ammontare di servizi efficienti e questo succede anche perché paghiamo circa 70 miliardi di euro di interessi all'anno sul debito pubblico. Io credo che ci siano le condizioni per ridurre le tasse. E per farlo dobbiamo continuare sulla strada del risanamento, abbattere il debito, combattere l'evasione fiscale e rafforzare il rispetto delle norme fiscali così come sta già accadendo. Da qui e da una riduzione della spesa pubblica che deve essere riqualificata e resa più efficiente devono arrivare le risorse per alleggerire la pressione fiscale, sulle famiglie e sulle imprese. Già ora con la nuova finanziaria sono previsti tagli alle imposte sulle imprese, un regime semplificato per quelle che fatturano meno di trentamila euro l'anno e un trasferimento a chi ha redditi inferiori al minimo imponibile. Possiamo fare subito dei passi per ridurre le tasse e mettere quindi in pratica il principio del 'pagare meno, pagare tutti'.

Ario Gervasutti

da gazzettino.quinordest.it


Titolo: VELTRONI... «Nostalgia, demone della sinistra»
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2007, 12:14:53 pm
Il pd e le primarie

Veltroni: «Nostalgia, demone della sinistra»

«Sì a riforme in 8 mesi o la gente rimarrà allibita. Prodi arrivi in fondo alla legislatura. Sui ministri decida lui»

 
ROMA — Alla vigilia delle primarie che designeranno il primo segretario del Pd, Walter Veltroni (il candidato che gode i favori del pronostico) racconta quale sarà il profilo del nuovo partito. «Dobbiamo guardare al futuro e abbandonare le nostalgie, superando le risse e i conservatorismi che ci tengono prigionieri». Veltroni smentisce il dualismo con Prodi. «Ci sarà una distinzione di ruoli. Non mi si può rimproverare di affrontare i problemi».

 Walter Veltroni, con ogni probabilità lei, tra due giorni, sarà il primo segretario di un partito nuovo, che unisce i riformisti italiani. Quando ha cominciato a pensarci, a ritenerlo possibile?
«Il voto di domenica realizza il sogno della mia vita politica. È un'ispirazione che ho sempre avuto dentro di me: in fondo, sono sempre stato convinto che prima o poi in Italia sarebbe nato un partito democratico. Un campo in cui sarebbero confluite persone, culture, energie diverse, e si sarebbero contaminate fino a diventare una cosa sola: senza nostalgie, né personalismi, né correnti. Questa è l'introduzione al mio libro su Bob Kennedy, Il sogno spezzato: "Il kennedysmo è stato, con la socialdemocrazia svedese, la più alta forma di governo sperimentata dai democratici in società occidentali avanzate (…). A questa specie non appartengono, per me, i governi socialisti che si sono succeduti negli Anni '80 in Europa". Siamo nel '93. Due anni prima dell'Ulivo».

Finisce domenica la lunga stagione del comunismo e del postcomunismo?
«No. Quella storia è finita nell'89, in modo drammatico e vitale. Richiamarla in causa oggi significa cedere alla nostalgia intellettuale, continuare a interrogarsi su transizioni e successioni. Ora l'approdo è stato raggiunto. Una lunga fase del viaggio si è conclusa. Comincia un'altra storia, un altro viaggio, con nuovi compagni e nuove rotte. È il tempo di tentare la grande espansione, la ricerca di una soluzione razionale, realista, innovatrice, di cui il paese ha bisogno. Un grande partito di popolo, che parli delle cose di cui parla il popolo e non delle cose di cui parlano i politici. Che costruisca una democrazia meno pesante e meno invadente, più lieve e più veloce».

È sicuro di non portare con sé alcuna zavorra? Le è stata rinfacciata quella frase, «non sono mai stato comunista».
«Ho già risposto mille volte a questa domanda, e quindi è già noto che non ho mai avuto alcuna simpatia per l'ideologia comunista e l'Urss, mentre ne ho avuta molta per Berlinguer. Ma a me interessa il futuro più del passato. Se questo paese ha un difetto, è il demone della nostalgia: che si avvinghia alle gambe, che blocca i movimenti. È tipico in particolare della sinistra, poi, pensare che ieri sia sempre meglio di oggi. Ma quanti liquami ieri scaricavamo nei fiumi e nei mari? Che aria respiravamo prima che arrivassero le auto con i motori euro 4? Quanti coloranti e additivi mangiavamo con i cibi? Chi avrebbe detto che avremmo potuto comunicare con il mondo grazie a Internet, o che la durata della vita sarebbe cresciuta di tre mesi ogni anno? Domenica si affaccerà alla politica una generazione nuova, ragazzi nati dopo l'89, che non leggono i giornali perché i giornali sono fatti per chi era già vecchio mezzo secolo fa».

Sono i ragazzi che a Roma all'uscita del liceo Mamiani hanno snobbato Ettore Scola, suo ambasciatore.
«Anche questa è una semplificazione dei giornali. Ho parlato con tantissimi sedicenni, e posso assicurarle che sono come i sedicenni sono sempre stati. Una parte è impegnata in politica; ma alla maggioranza della politica importa poco o nulla. Era così anche nel '68: nella mia classe c'erano quelli con l'eskimo e quelli che andavano a vedere la Roma o la Juve. Il problema è che i ragazzi cui la politica interessa sono lasciati soli, e la loro ricerca è perciò ancora più eroica. La politica parla d'altro, o si rivolge a loro con il linguaggio futile della tv».

Lei di tv non era un grande appassionato? Perché ora è così critico?
«Potrei passare mezza giornata a parlare delle qualità della televisione. Ma sono angosciato per il crollo di qualità della tv italiana. La logica degli ascolti ha fatto perdere la testa. Possibile che i talk show abbiano dedicato 18 puntate a Garlasco o al volo aereo di Mastella a Monza, e neppure una sulla Birmania, una terra in lotta per la libertà? E questo solo per la paura di perdere il 3% di share?».

Altre parole che le sono e le saranno rinfacciate, quelle sul futuro in Africa.
«Non si decide mai da soli. Ho detto che non avrei cercato altri posti di potere. Ma quando vedi realizzarsi il sogno della vita, e vedi che tutti— tutti, compresa Rosy Bindi — si voltano verso di te per chiederti di impegnarti in prima persona, non puoi fare finta di nulla. La mia idea della vita non cambia; resto convinto che non si esaurisca nella dimensione politica. Per questo non rinuncio al mio progetto futuro. Oggi la mia missione è portare più gente possibile a votare domenica. È trasmettere il mio entusiasmo, perché questa occasione non sia sprecata. È rilanciare l'orgoglio di essere italiani. Questo è un paese fantastico, che ha saputo reagire al terrorismo, alle svalutazioni della lira, all'assassinio di Falcone e Borsellino, al crollo dei partiti storici. Un paese pieno di imprenditori coraggiosi, di ragazzi meravigliosi come gli studenti che ho incontrato oggi, ragazzi del Sud che vogliono farcela, di soldati che fanno il loro dovere. Un paese che ha bisogno di un sistema politico alla sua altezza, che lo aiuti a imboccare la via della fiducia».

Lei non pensa che l'Italia sia un paese in declino?
«No. Al termine di questo lungo viaggio penso invece sia un paese che attende una risposta, che chiede una nuova classe dirigente, che non ascolta più il linguaggio dei talk show e non sopporta più le risse e i conservatorismi che lo tengono prigioniero. E' un paese bloccato da quindici anni in una dialettica sterile, Berlusconi contro la sinistra, che noi dobbiamo cercare di superare, anche in modo unilaterale».

Ora c'è un elemento in più. Grillo. L'antipolitica, come la chiamano.
«Distinguiamo. Un conto è il libro di Stella e Rizzo, che per il 90% dice cose giuste e denuncia storture da correggere. Un altro è chi mette insieme l'attacco xenofobo ai Rom, gli insulti agli ebrei ospitati sul blog, il no alla Tav. Ma vedo segnali in controtendenza. L'esito del referendum sul welfare dimostra che i lavoratori sono disposti più di qualsiasi altro all'innovazione».

Non dimostra pure che finora la sinistra riformista ha ceduto troppo terreno alle pretese del l'altra sinistra?
«Significa che è possibile raccogliere un'ampia maggioranza sui nostri obiettivi: coniugare crescita economica e lotta alla povertà, produzione e redistribuzione della ricchezza, maggiore reddito e pari opportunità. In ogni occasione i cittadini ci hanno detto di fare così. Intendo prendere le questioni di petto. Senza timidezza».

Liberazione, il giornale del Prc, uscirà in edicola con una sorta di dossier anti-Veltroni. Cos'è successo tra lei e Sansonetti?
«È una cosa inusitata nella storia della sinistra; ma fa parte del gioco, della dialettica dell'informazione. I dirigenti mi assicurano che Rifondazione non è coinvolta».

Un tempo lei era considerato tra i più intransigenti nei confronti di Berlusconi. Le cose sono cambiate? Qual è oggi il suo rapporto con lui?
«Credo di essere stato tra i primi a capire cosa fosse il berlusconismo, e quale mutazione implicasse nel senso comune e nel sistema di valori. Detto questo, ho contrastato e contrasterò Berlusconi con grande rispetto; perché voglio vivere in un sistema politico in cui non si fischia e non ci si insulta, in cui se Bush entra nel Senato a maggioranza democratica tutti i senatori si alzano in piedi. Resto convinto che dall'altra parte siano messi peggio: la Mussolini va in piazza accanto a Fini; Storace manda le stampelle a Rita Levi Montalcini; Bossi irride il tricolore; e continuo a non capire cosa ci facciano i moderati in quella compagnia. Ma non vedo perché ci si debba stupire, perché mi si debba guardare come un marziano se riconosco il valore non solo di Pisanu e Tabacci, ma di Veronica Berlusconi o di Renata Polverini leader dell'Ugl. Dov'è la notizia? Che cos'è questa conflittualità tribale e neoideologica, per cui le ragioni e i torti sono tutti da una parte o dall'altra? Chi, di fronte a temi come l'ingegneria genetica, la scienza, i diritti umani, può credere di avere tutte le risposte? Per me l'avversario va sempre rispettato. E bisogna scrivere con lui le regole del gioco».

Ha colpito che lei abbia indicato in otto mesi il tempo per fare le riforme; come se fossimo allo scadere della legislatura.
«Non è così. Intendevo dire che c'è un pacchetto di riforme su cui il consenso è molto diffuso: ridurre il numero dei parlamentari alla metà o poco più; una sola Camera che legifera; precedenza ai disegni di legge del governo. Queste riforme si possono approvare in otto mesi, altrimenti la gente resterà allibita: se siete tutti d'accordo, perché non lo fate?».

Resta un fatto: nella campagna per le primarie è emerso un dualismo tra lei e Prodi che da domenica non potrà che aggravarsi. Su tasse, debito pubblico, indulto, avete detto cose diverse.
«Non c'è nessun dualismo. Ci sarà una distinzione di ruoli: perché il ruolo del premier di un governo di coalizione è, e dev'essere, diverso da quello del segretario del primo partito della coalizione. Non si può chiedere a Prodi di farsi esclusivamente portatore dell'identità del Pd; come non si può chiedere al segretario del Pd di farsi solo carico della mediazione che spetta al premier. Oggi noi siamo chiamati a definire l'identità di un grande partito, che ha davanti una prospettiva non di tre anni ma di decenni, ed è giusto affrontare la questioni di lungo periodo. Trovo assurdo essere rimproverato per aver affrontato i problemi del paese; di cosa avrei dovuto parlare? Mi hanno accusato di essermi spinto troppo in là. Invece sono orgoglioso di aver impresso un'accelerazione di programma su tasse, sicurezza, assetto istituzionale. Abbiamo mosso grandi passi avanti, senza dire mai una sola parola contro i concorrenti. Io ho cercato di parlare al paese e di accendere entusiasmo. Altri, e mi dispiace, hanno fatto il contrario: poco o nessun programma, molti attacchi. Non credo che questo abbia giovato. Pazienza; va bene così».

È vero che nel 2005 in tanti vennero a chiederle di scendere in campo contro o al posto di Prodi?
«È vero. Vennero in tantissimi. E a tutti risposi di no. Perché in quel momento c'era una grande convergenza attorno a Romano. Perché era giusto che Romano riprendesse il lavoro non concluso nel suo primo triennio al governo. Credo di saper dire dei no e dei sì, quando è il momento. Non sono l'uomo del "ma anche"; dico cose inequivoche e libere da vecchi schemi. E cercherò di rispondere alla domanda di accelerazione riformista che viene dalla società».

Non solo la Bindi a sinistra e Tremonti a destra, ma molti osservatori temono o credono che a lei convenga votare prima possibile. Anche per non farsi logorare dall'impopolarità del governo Prodi.
«No. A me, o meglio al partito democratico, conviene che Prodi finisca il suo lavoro. La confusione politica, la frammentazione, la litigiosità fanno da cortina fumogena alle molte conquiste di questo governo. Che in un anno e mezzo ha ridotto il debito e il deficit, condotto una politica estera positiva su pena di morte e Libano, varato le liberalizzazioni, trovato un importante accordo sul welfare. E mi fa piacere che due delle proposte che ho avanzato nell'incontro con gli imprenditori a Padova, il taglio di 5 punti dell'Ires e la tassazione forfettaria per le piccole imprese, siano state accolte. Il governo Prodi che conclude la legislatura, e il Parlamento che approva le riforme costituzionali: ecco il mio scenario ideale».

E l'azzeramento dei ministri proposto dalla Finocchiaro?
«Al riguardo ho detto una cosa molto semplice: decide il premier. Il Pd lo appoggerà qualunque sia la scelta: sia se deciderà di dimezzare i ministri, sia se deciderà di non farlo. Il presidente del Consiglio, e presidente del Pd, apprezzerà di avere un partito che non chiede posti, ed è anzi disposto ad averne meno».

Aldo Cazzullo
12 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: Pier Giorgio Gawronski - Caro Walter, sulle riforme si può fare di più
Inserito da: Admin - Ottobre 13, 2007, 11:57:43 pm
Caro Walter, sulle riforme si può fare di più

Pier Giorgio Gawronski


Caro Walter,

a settembre hai scritto un articolo sulla democrazia italiana che ho letto con incredula soddisfazione. Vi sono molte novità positive. Ad esempio l’idea di una democrazia che decide (maggioritario, più poteri al premier) da coniugare con un rafforzamento delle garanzie democratiche. L’idea che per contribuire al governo della globalizzazione, l’Italia debba dotarsi di «istituzioni adeguate a questi fini» (un po’ più di precisione non guasterebbe). Il fatto stesso di porre apertamente il problema della deriva democratica in Italia è novità degna della massima attenzione. Il sistema elettorale maggioritario è l’elemento centrale di una «democrazia che decide». È anche un elemento essenziale per la coesione dei grandi partiti, quindi del Pd: deve essere il nostro punto di arrivo. Nel 2001-06, tuttavia, il maggioritario «senza contrappesi» ha rivelato il suo potenziale destabilizzante. Sul piano delle garanzie democratiche, offrivi in quell’articolo due proposte significative: le primarie, e i “quorum rafforzati per le modifiche del Titolo 1 della Costituzione”. Le primarie vanno bene; ma occorre anche una legge attuativa dell’art. 49 Cost. (democrazia nei partiti).

Per quanto riguarda le modifiche costituzionali, invece, la tua proposta mi pare insufficiente. Per quanto si “rafforzi” il quorum, si potrà sempre scavalcarlo con una legge ordinaria elettorale “più maggioritaria”. Occorre quindi, da un lato, costituzionalizzare le leggi elettorali; dall’altro lato, collegare le modifiche costituzionali a meccanismi nuovi di rappresentanza proporzionale, pur in un Parlamento eletto col maggioritario. E perché considerare solo il Titolo 1? Che ne è del resto della Costituzione? Perché trascurare il problema della ammissibilità del referendum costituzionale (che la Corte Costituzionale, per una dimenticanza del 1948, non è legittimata a valutare)? I poteri della Corte Costituzionale sono insufficienti: vanno ampliati. La Corte, infatti, può intervenire in via principale solo in caso di conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato: ciò limita le sue possibilità di abrogare la legislazione incostituzionale. Anche i poteri di controllo e garanzia del Capo dello Stato dovrebbero essere rafforzati. In caso di dubbi sulla costituzionalità di nuove leggi, dopo un primo rinvio al Parlamento, il Capo dello Stato dovrebbe potersi appellare alla Corte Costituzionale. Sui decreti legge, dovrebbe esercitare un controllo preventivo circa l’esistenza dei «requisiti di necessità ed urgenza». Vi sono poi una serie di «poteri nuovi», che i padri costituenti non potevano prendere in considerazione, ma la cui autonomia è ormai essenziale, sul piano democratico, quasi quanto quella della Magistratura: andrebbero dunque protetti con norme costituzionali. Mi riferisco alla Rai e al sistema informativo, alle Autorità garanti, all’Istat: tutti soggetti ad indebite interferenze dei politica. Per la Rai hai proposto «manager competenti»: non significa nulla; nessuno nomina i suoi amici senza dichiararli «competenti»: dov’è la novità, le nuove regole? Il punto vero è un altro: una Rai sotto il controllo della maggioranza è una concezione lontana anni luce da quella anglosassone del “quinto potere” che controlla il governo. Berlusconi, per occupare la Rai nel 2001, ha usato le norme vigenti, varate dalla sinistra. Norme che tu stai silenziosamente suggerendo di mantenere. E poi c’è la grande questione della pubblica amministrazione, che la Costituzione vorrebbe «terza» rispetto alla politica, e che invece oggi è letteralmente in mano ai politici, alle maggioranze, piegata nella sua imparzialità e umiliata nelle sue competenze, nella sua funzionalità: spoils system senza regole, assunzioni per chiamata diretta (cooptazione) o tramite concorsi «aggiustati», finte consulenze, carriere in mano agli «uomini di mano» dei politici, ecc... Mentre raccoglievo adesioni alla mia candidatura, un precario di Roma, pur entusiasta, non mi ha dato la sua firma «perché se lo sa Veltroni, potrebbe non regolarizzarmi»; stessa cosa per un uomo di cinema, e una impiegata del Comune: «rischiamo di non lavorare più!». Non è un problema di come Veltroni (o Gawronski) usa il potere, ma il mero fatto che i politici abbiano forti poteri di ricatto sulla pubblica amministrazione. Per questo ho proposto una Autorità indipendente per il Merito e l’Efficienza nella Pubblica Amministrazione, che - diversamente da quella di Ichino - garantisca l’accesso alla pubblica amministrazione tramite concorsi veri (art.97 Cost.), le progressioni di carriera in base al merito, la lotta al mobbing (con cui oggi i politici colpiscono i funzionari che non si piegano). E nuove regole sullo spoils system, sulla qualità dei nuclei tecnici, sulla trasparenza (stipendi e relazioni tecniche su internet).

La politica è malata. Anche la sinistra: si batte per la democrazia quando è all’opposizione, o in campagna elettorale, ma non la costruisce, non la difende, nell’unico momento in cui potrebbe farlo: quando è al governo. Perché una volta maggioranza, non vuole rinunciare a molte prerogative assai poco democratiche. È la partitocrazia che affossa la democrazia. Vi è quindi un problema di credibilità, che il Partito Democratico dovrebbe affrontare fin dai suoi primi passi.

Mi compiaccio dunque per la tua proposta di riduzione del numero dei parlamentari, anche se - fuori da una strategia di generale abbattimento del numero degli eletti in Italia, di accorpamento dei piccoli comuni, delle comunità montane, di abolizione delle province, di razionalizzazione del settore pubblico dalla Presidenza della Repubblica in giù - appare più come una misura «per calmare la piazza» piuttosto che come elemento integrante di una strategia. È invece un peccato che non condividi le proposte di tagliare stipendi, indennità, e privilegi dei 170.000 politici eletti. Un Parlamento di privilegiati, pochi o tanti che siano, non avrà mai la credibilità necessaria per guidare un paese.

Candidato alla Segreteria Nazionale del Pd


Pubblicato il: 13.10.07
Modificato il: 13.10.07 alle ore 10.46   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI ... racconta il successo alle primarie e ringrazia
Inserito da: Admin - Ottobre 15, 2007, 10:01:34 am
POLITICA

Veltroni racconta il successo alle primarie e ringrazia

Vittorio Foa, i sedicenni e gli immigrati che hanno votato

I tre grazie di Walter "Realizzo un sogno"

di ALESSANDRA LONGO

 
ROMA - E' fatta. Non che ci fossero dubbi prima, ma adesso è fatta, adesso ci sono i voti di milioni di militanti. Walter Veltroni chiude la parentesi da candidato leader e si presenta con la corona sulla testa davanti ai cronisti.

Alle 10.20 esce da una porta laterale, accompagnato da Dario Franceschini, il viso radioso, la moglie Flavia dietro di lui: "E' successa una cosa bellissima. Un segno di grande speranza. Tre milioni e 300 mila persone hanno detto che c'è un'Italia possibile, nuova, serena, che non urla, che non odia, che vuole un cambiamento profondo nella politica e nel Paese. Voglio fare tre ringraziamenti: a Vittorio Foa, ai ragazzi di 16 anni, ai tanti immigrati regolari che sono andati a votare". Baci, abbracci, al Tempio di Adriano.
C'è Fassino, c'è la Melandri, Goffredo Bettini, Vincenzo Vita. Un momento di gioia politica, colonna sonora Imagine di John Lennon.

Tre milioni, una sorpresa che stordisce: "Ma quali apparati, hanno votato gli italiani. Se fosse confermato il 74, il 74 per cento per la nostra candidatura sarebbe un bel risultato. E qui voglio ringraziare gli altri candidati. Per me e Romano Prodi, questa è la realizzazione di un sogno. Ora comincia una meravigliosa storia nuova, un partito aperto, non un partito di correnti. Tante culture, tante sensibilità, un partito di donne, di ragazzi, di ragazze. Io sarò ottimista ma alla luce di quel che è successo penso che già oggi siamo il primo partito italiano. Tocca a noi parlare il linguaggio della pace, della lotta alla povertà. Un partito che sia a fianco degli imprenditori, dei giovani che cercano lavoro, dei meridionali oppressi dall'Antistato. Un partito che nasce con la più bella forma di investitura che sia mai stata data nella storia della politica".

Dunque "il sogno" si è avverato. Veltroni aveva scomodato per il suo Pantheon scaramantico Martin Luther King ("I have a dream") e Olof Palme, autore di una frase che lui ritiene nevralgica: "Non dobbiamo lottare contro la ricchezza ma contro la povertà". Una sfida alla sinistra depressa e piegata, autolesionista e "tafazzista": "Vedrete, domenica sarà una grande giornata per la democrazia, questo partito nasce per sconfiggere la paura e restituire la speranza". Tre mesi di campagna elettorale per convincere gli scettici che la fusione non era fredda ma calda, che si può passare "dalla divisione all'unità, dall'invadenza alla sobrietà, dall'arroganza alla collaborazione".

Adesso che è fatta, adesso che ha vinto, Wonder Walter può riprendere il dialogo con i suoi avversari, Rosi ed Enrico che, con la loro grinta verbale, lo avevano "amareggiato". Tutto perdonato, si lavora insieme. L'agenda del Pd è una pagina bianca di date ma la cornice dentro la quale si muoverà la nuova creatura è stata già tracciata da Veltroni. Sarà un "partito di popolo, di persone vere", assicura. Un partito che cerca una veltroniana quadratura del cerchio: mettere d'accordo lavoro e impresa, lotta alla povertà e sviluppo, laici e cattolici, Piergiorgio Odifreddi e la Binetti, signore di mondo come Afef Tronchetti Provera e giovani precarie del call center, un partito che include gli immigrati buoni, esclude e punisce quelli che compiono reati, dialoga con la sinistra radicale ma non a tutti i costi, prima viene il programma, la gestione dell'Italia. Roba da far tremare i polsi a chiunque ma lui si gode il giorno della vittoria, che è anche una rivincita.

Ha sempre detto: "Ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Sapevo che dopo la caduta del Muro si sarebbe aperto un tempo nuovo, un tempo di ponti e non più di fili spinati". Ci ha creduto poi, però, non ha scelto il momento per scendere in campo. C'è stata un'accelerazione: "Mi sono guardato allo specchio e mi sono risposto che non avevo scelta". E' partito e non si è più fermato, dal Lingotto di Torino a Palermo, dal Nord al Sud, da Barbiana di don Milani alla gita in aliscafo a Ventotene, per parlare di Spinelli. Non si è mai fermato. Si vede dalla faccia stremata dei suoi collaboratori. E adesso? "E adesso sarà ancora peggio.

Walter non ha alcuna intenzione di dimettersi da sindaco e fa ridere che glielo chiedano quelli di An. Fini ha accumulato il ruolo di vicepremier, ministro degli Esteri e leader di partito. Walter ha una magnifica occasione: quella di dare risalto all'esperienza romana". Dunque continuerà a fare il sindaco e guiderà il partito ("Questa Ferrari me la sono conquistata pezzo per pezzo", aveva detto il candidato leader). Non contro Prodi, l'ha giurato ma, anzi, per sostenere l'azione di governo. Guardando, però, più in là perché i premier passano, il Pd, a questo punto, resta.

Che finisse così, con milioni di cittadini alle urne, lo sperava, senza dirlo. "Un milione sarebbe un successo. ". E' andata molto meglio. Mentre Veltroni guardava le partite di basket da casa, arrivavano i dati dell'affluenza: "Sono entusiasmanti!". Un escalation di buon umore. Ma era già cominciata bene dal mattino, prima con gli sposini "benedetti" in Campidoglio, lui in fascia tricolore e abito blu, poi al seggio sotto casa, felpa blu e pantaloni di velluto, l'aria sollevata di chi ha finito di correre, la moglie Flavia, (che si affanna, seguendo le istruzioni del marito, a prelevare contante da un bancomat), le figlie Martina, 20 anni, e Vittoria, 17 anni, (al primo voto), che si tengono per mano. Tutti insieme al gazebo di piazza Fiume, cento euro finiscono nello scatolone delle offerte. Guardate che fila, quanta gente!". Tentano di farlo passare in testa ma il leader di un partito democratico non può che dire no: "Sto in coda, come tutti". Qualcuno gli chiede: "Cosa si prova a mettere quella croce? E lui: "Non è la prima volta che voto, ma quando si vota è sempre bello". Guarda il cielo azzurro, le figlie: "Oggi si realizza il sogno di tutta una vita politica". Agli sposi, di prima mattina, aveva citato una poesia di Gibran, quella dei due alberi "che devono stare tanti vicini da toccarsi ma anche separati per far passare il vento".


(15 ottobre 2007)
da repubblica.it


Titolo: Edmondo Berselli - Il dilemma di Walter
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2007, 04:40:43 pm
PORTE GIREVOLI

Il dilemma di Walter
di Edmondo Berselli


Senza la sinistra oltranzista non si vince. Con quella non si governa. Veltroni ne uscirà solo dando una identità forte al partito  Walter VeltroniC'è la vittoria e c'è il problema. La vittoria è stata soprattutto la partecipazione alle primarie del Pd, piuttosto clamorosa se si pensa che ancora una volta il risultato era già scritto. Il problema viene domani, ma comincia adesso, subito. Perché la nascita del Partito democratico, suffragata dai quasi tre milioni e mezzo di votanti, è tutt'altro che un risultato burocratico. Incide sulla composizione del centrosinistra. Si mette in parallelo al governo Prodi, avviando una specie di surplace da pistard, il cui svolgimento è tutto da verificare. Ma siccome con le primarie si è avuta la conferma che dalla crisi della politica si esce soltanto con la politica, cioè con un processo istituzionale fatto di procedure formalizzate, dovrebbe anche essere chiaro che adesso la politica, in una parola Veltroni, dovrebbe cominciare a ragionare sull'evoluzione possibile del centrosinistra.

L'assemblea generale di fine ottobre con i 2.400 delegati eletti sarà una specie di grande e festosa cerimonia. È difficile aspettarsi grandi novità. Tuttavia di qui in avanti il neo segretario del Pd dovrà applicarsi fondamentalmente a una sola questione. Banale e difficile insieme. Ossia come vincere le prossime elezioni. Un'impresa eroica, se si guarda ai livelli di consenso del governo Prodi. Ma anche un'impresa che Veltroni può tentare, dal momento che fra tutti i leader del centrosinistra è il più capace di sollevare ondate di emozione politica e di scalfire certe barriere di cruda ostilità che segnano il bipolarismo italiano.

Tuttavia il Veltroni 'uno e trino', sindaco, segretario e leader del centrosinistra, si trova davanti a un dilemma corposo. In questo momento, l'Unione sembra una montagna della Pusteria, imponente e fragile, a rischio di frattura e frana. Il 'piccolo principe' (secondo la definizione del libro che gli hanno dedicato Marco Damilano, Mariagrazia Gerina e Fabio Martini) ha già dichiarato durante la campagna per le primarie che per poter governare occorrono alleanze coerenti, e non assembramenti larghi e tumultuosi.


Ciò significa che Veltroni ha ben chiaro che nella prossima stagione il Pd può trovarsi nella condizione di dover ridefinire il perimetro del centrosinistra, facendo i conti con tutta l'area della sinistra radicale. Ma è anche evidente che qualsiasi pronunciamento pubblico sulla fine dell'Unione così come la conosciamo significherebbe lo smottamento della maggioranza attuale e di conseguenza lo schianto del governo.

Il dilemma del neo leader è quindi davvero 'bicornuto' come un sofisma fallace. Ogni soluzione implica potenzialmente il fallimento dello schema: senza la sinistra oltranzista infatti il centrosinistra non vince; insieme con quella sinistra non governa. E allora? Veltroni ha ripetuto in ogni occasione, ben prima del discorso di investitura al Lingotto, che il Pd dovrà essere un partito "a vocazione maggioritaria". Il che significa che deve andare a prendersi i voti nella società, convincendo l'opinione pubblica, anche uscendo dal cerchio rigido dei partiti e degli schieramenti.

Sotto molti aspetti per Veltroni si prospetta un'operazione 'blairiana' basata su tre pilastri: partito nuovo, leadership e programma. È su quest'ultimo punto cardine che si gioca la sua credibilità come possibile vincitore. Vale a dire: il segretario del Pd vince la sfida (o almeno la affronta in condizioni praticabili) se prende le mosse dall'impianto programmatico del partito, non dalla tessitura di alleanze e mediazioni con tutta la variegata galassia del centrosinistra.

Il sentiero è stretto, e la sua azione sarà fortemente influenzata dal tipo di regole elettorali con cui si svolgerà, quando si svolgerà, la competizione. Ma perdere tempo con un appello fondato sull'umanitarismo, la solidarietà, la genericità sarebbe, per l'appunto, uno spreco. Il Partito democratico ha bisogno di un'anima: tradotto in termini meno sentimentali ciò significa che occorre rendersi conto che è solo una parte della sinistra. E proprio in quanto tale può permettersi di specificare che cosa è e che cosa vuole, vale a dire quale identità politica intende assumere e quale profilo di società e di governo ha in mente.

Le mediazioni possono aspettare. I volonterosi votanti delle primarie hanno detto che si aspettano un leader e un partito. E allora tocca al leader di questo partito parlare nel modo più chiaro possibile. Non per guadagnare il consenso preventivo dei partiti alleati, ma la credibilità necessaria per proporsi come guida di un progetto di modernizzazione del paese: qualche volta, e non è un paradosso, la ragionevolezza e la capacità strategica hanno bisogno di una dose di radicalità.

(19 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: ANTONIO POLITO Walter, di' qualcosa di tedesco
Inserito da: Admin - Ottobre 22, 2007, 06:24:54 pm
22/10/2007 - LA LEGGE ELETTORALE
 
Walter, di' qualcosa di tedesco
 
ANTONIO POLITO

 
Caro direttore, il governo è assediato, la maggioranza è esausta, stiamo per buttare un'altra legislatura.

È uno spettacolo melanconico. Soprattutto per chi, come me, si era illuso di poter partecipare a una stagione di riforme e si trova invece impantanato in un Senato dove l'unica cosa che conta è la conta dei sette puttani, come Achille Lauro definì tanti anni fa i transfughi che lo tradirono a pagamento. La tattica militare suggerisce che l'unico modo di mettere fine a un assedio è spezzarlo, tentare una sortita. Ma nessuno la prepara, tutti sembrano rassegnati ad aspettare la fine. E sì che i riformisti del centrosinistra ora avrebbero la forza di rischiare. Si sono fatti un partito. Si sono scelti un leader popolare e credibile. Si sono ribellati alla catalessi del governo. Ma adesso devono provare a dare un senso alla legislatura, perché lasciarla morire senza aver piantato neanche un seme è un suicidio: un partito delle riforme non nasce dalle ceneri di un fallimento riformista.

C'è un'unica riforma possibile, nei fatidici otto mesi di cui parla Veltroni: quella elettorale. La tentazione di tornare subito a votare con questa legge o consimili è un'idea auto-consolatoria che sconfina nella disperazione. Il Pd perderebbe. E alle sirene del centrodestra che gli sussurrano che tanto perderebbe di poco, perché il Senato rimarrebbe più o meno diviso a metà, Veltroni non dovrebbe dare ascolto. Un nuovo Parlamento altrettanto ingovernabile non è il prezzo giusto per ottenere la leadership dell'opposizione. Veltroni non può diventare l'ennesimo leader riformista che si mette in pista per aspettare il prossimo giro.

Una sola riforma elettorale è possibile. Una sola ha, almeno potenzialmente, i numeri in Parlamento. Molte altre sarebbero bellissime: francese, spagnola, inglese. Ma nessuno di questi sistemi ha una qualsivoglia speranza di passare nella giungla del Parlamento italiano. Se Veltroni ha sperato in un accordo con Berlusconi, magari per il tramite dell'amico referendario Fini, credo che debba rinunciarci. Il Cavaliere pensa ad altro, al terzo ritorno dell'uguale a Palazzo Chigi: non muoverà un dito. D'altra parte qualsiasi sistema basato sul premio di maggioranza, che non a caso esiste solo in Italia, renderebbe impraticabile la veltroniana vocazione maggioritaria perché gli impedirebbe di andare da solo alle elezioni e di presentare agli elettori il nuovo volto del Pd.

Non resta che il tedesco, con sbarramento e senza premio di maggioranza. Ha il grande vantaggio di poter contare sul sì di Rifondazione, della Sinistra Democratica, dell'Udc di Casini; e forse anche della Lega, se accompagnato da una benemerita trasformazione del Senato in Camera delle Regioni. È l'unica possibilità di sortita vincente nel campo avversario. Perché non provarci? È un sistema che assicura la governabilità e consente a tutti di scegliere le alleanze sulla base dei programmi, invece di fare i programmi per mettere in piedi le alleanze; che è poi, come Veltroni ha notato, la tara genetica di questo governo. Il sistema tedesco è l'habitat naturale per un partito veramente nuovo, con le mani libere. E non si dica che seppellisce il bipolarismo: in Germania la Spd ha governato nella sua lunga storia con la destra liberaldemocratica, con la sinistra verde, con il centro dc, e il bipolarismo è vivo e vegeto.

Lo so: il paese avrebbe bisogno di ben altre riforme, dei sistemi elettorali non importa niente agli italiani, sono questioni da tecnici. E però non c'è riforma possibile se non si mette fine all'impazzimento di un sistema politico in cui un governo può andare in crisi persino mentre l'economia tira, la Finanziaria è senza tasse, e ritorna l'avanzo primario nei conti pubblici. Un sistema in cui è di norma lo shopping parlamentare come ai tempi di Depretis, e ogni pulce ha la tosse, e il capo dell'opposizione e quello del governo passano il tempo a fare il pedicure a ogni senatore imbronciato. Lo so: Veltroni teme che la proposta del sistema tedesco possa dividere l'appena nato Partito democratico; ma la divisione, se frutto di una battaglia politica, non ha fatto male né a lui né al Pd nelle primarie. Avrebbe contro Bindi e Parisi, il 14% del partito. E allora?

La verità è che oltre il tedesco c'è il nulla, c'è l'agonia magari fino a primavera, lo scioglimento delle Camere, la ripulsa dell'appello del Capo dello Stato a cambiare legge prima di tornare a votare. Non è questione di gusti, non si tratta di scegliere tra Sartori e Ceccanti: respingere l'unica riforma elettorale possibile vuol dire semplicemente non fare alcuna riforma, acconciarsi a un altro giro di giostra, a un altro Senato ingovernabile, a un'altra maggioranza rissosa, anche se stavolta di centrodestra. Vuol dire fare «la politica col cappuccio», e trasformare le elezioni in «un rito privo di utilità», come ha scritto ieri Andrea Romano su questo giornale. Il coraggio delle riforme, tanto per riprendere il titolo di un manifesto che a Veltroni era piaciuto, oggi passa per il coraggio di fare la riforma elettorale. L'unica possibile, l'unica che libera forze dalla morsa berlusconiana, l'unica che mette fine alla lunga transizione per chiudere la quale il Pd è nato.

*Senatore della Margherita
 
da lastampa.it


Titolo: Intervista a Walter Veltroni in "Sotto i venti", inserto del Riformista
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2007, 11:45:35 pm
22 ottobre 2007

La società è rock, la politica si adegui e cambi tutto

Intervista a Walter Veltroni in "Sotto i venti", inserto del Riformista

Pubblichiamo l'intervista a Walter Veltroni pubblicata in "Sotto i venti", inserto del Riformista a cura della redazione di Zainet.


La nuova stagione. Questo l’ambizioso motto con il quale il Partito democratico si presenta agli elettori fin dai suoi primi vagiti. Il neonato partito si prefigge come assoluta priorità il compito di innovare e rinnovare. Riformare, per “scrollare la vecchiaia” dalle spalle di un’Italia zavorrata, che deve riguadagnare terreno rispetto agli altri paesi europei, alcuni dei quali l’hanno già distaccata di molte lunghezze, mentre altri ancora la seminano con passo sempre più spedito. L’entusiasmo di Veltroni è contagioso, lo dimostrano in modo evidente i 3,4 milini di elettori accorsi alle urne per le elezioni primarie del 14 ottobre. Il neosegretario è stato nominato con una legittimazione "dal basso" sentita e partecipata oltre ogni aspettativa, nonostante l'annullamento del 10% delle schede elettorali e le polemiche sollevate dla celebre programma satirico Striscia La notizia circa l'assenza di controlli ai seggi e la possibilità di votare ripetutamente senza nessun impedimento.

Veltroni parla programmaticamente della serenità che manca nel nostro paese, della degenerazione della politica della polis in politica da salotto televisivo, parla di una gioventù piena di proposte che mette paura e viene arginata e chetata con tutti i mezzi, parla di problemi concreti e di possibilità di soluzione. Noi lo abbiamo intervistato subito priam del voto, in occasione di un incontro con i giovani, quei giovani dai quali promette di voler partire per dare nuova linfa alla politica in crisi.
Da noi ragazzi dice di trarre ogni volta "la conferma di quello che so conoscendovi, cioè che avete una gran voglia di fare qualcosa per questo paese, che fa arrabbiare la politica che non trova le parole giuste per entrare in comunicazione con questo fortissimo desiderio che voi avete di fare qualcosa per questo paese.
Gli abbiamo chiesto il perchè del grande divario esistente tra la politica dei giovani, ferivda e attiva, e la politica dei palazzi, che è paludosa e immobile da troppo tempo: "Ci sono tante persone che a Montecitorio lavorano, si impegnano, hanno grandi competenze, hanno voglia di fare, e ce ne sono altre invece che non hanno la stessa voglia. Quello che in questo momento è avvertito da tutti come insopportabile è l’incapacità di decidere. Il sistema istituzionale e politico di questo paese non è in grado di decidere nulla e ciò accresce nei cittadini la sensazione che tutto sia autoreferenziale, che manchi la voglia di fare quelle innovazioni – ridurre il numero dei parlamentari, avere una sola camera - sulle quali tutti dicono di essere d’accordo. Io penso che il Pd dovrà servire a scrollare questa situazione».
Sull'eventualità di un confronto politico futuro ra lui e Beppe Grillo, e in generale sul fenomeno mediatico del "grillismo", commenta: "Il problema è che bisogna trovare delle soluzioni positive. Non basta dire di volta in volta ciò che non va. E aggiungo, bisogna farlo a riparo dal grande circo della comunicazione, in questo il Presidente Napolitano ha perfettamente ragione, recuperando una cosa che la politica ha perso, cioè la capacità di condividere i problemi reali della gente. Perché un urlo è un urlo, la soluzione di un problema reale è un’altra cosa. Dire quello che non va è una cosa che è giusto fare, trovare la soluzione è più complicato. Perchè si urla ma si dice ‘No alla Tav’, invece questo paese ne ha bisogno, come necessita di tante altre cose importanti, qualificanti, innovatrici".

Abbiamo parlato con Veltroni anche della discussa questione del voto allargato ai sedicenni e gli abbiamo chiesto quale sarà l'incidenza reale della componente dei giovanissimi all'interno del Partito Democratico.
Ci dice: «dal punto di vista dei diritti avranno quelli di tutti, cioè potranno votare ed essere eletti. Spero inoltre che i sedicenni votino anche alle elezioni amministrative. Mi ricordo la discussione che ci fu quando si passò dal voto a ventuno anni a quello a diciotto, sembrava che crollasse il mondo. Adesso c'è una grandissima responsabilizzazione, che noi dobbimo incoraggiare, sapere di poter partecipare alla vita pubblica aiuta a sedici anni aiuta i ragazzi a responsabilizzarsi. È anche una sfida, è uno stimolo positivo, fa parte di quell'idea che ho di fidarsi dei giovani. Questo paese è vecchio, ma ha tutte le condizioni di talento, di capacità, di intelligenza, di forza, di bellezza per poter essere almeno come la Spagna. Un tempo la Spagna era molto dietro di noi, adesso è molto avanti; dobbiamo raggiungerla rapidamente, soprattutto in fatto di energia, di determinazione, di capacità di innovazione, di linguaggio, di parole, di strumenti, di modo di decidere. Ma è possibile che noi ancora ci mettiamo anni per approvare una legge, quando magari ciò che approviamo è già cambiato da quando abbiamo deciso di fare la legge? La società è veloce, la politica è lenta. Non voglio fare Celentano dicendo “rock” e “lento”, ma è così, più o meno».
Suonano in sottofondo le critiche allarmate di chi parla di demagogia, di qualunquismo, di buonismo, che senza dubbio invitano a riflettere e a ponderare le proprie scelte con attenzione. Ma se fosse proprio di buone idee, di vie di mezzo ragionate tra il categorico bianco o nero di ideali ormai logori quello di cui l’Italia ha bisogno ora? Su Veltroni grava la responsabilità di un fortissimo investimento di fiducia. E l'augurio per lui e l'Italia è che sappia gestirne il carico nel migliore dei modi.

Francesca Giuliani

da veltroniperlitalia.it


Titolo: Edmondo Berselli - Il dilemma di Walter
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2007, 04:16:23 pm
PORTE GIREVOLI

Il dilemma di Walter
di Edmondo Berselli


Senza la sinistra oltranzista non si vince. Con quella non si governa. Veltroni ne uscirà solo dando una identità forte al partito  Walter VeltroniC'è la vittoria e c'è il problema. La vittoria è stata soprattutto la partecipazione alle primarie del Pd, piuttosto clamorosa se si pensa che ancora una volta il risultato era già scritto. Il problema viene domani, ma comincia adesso, subito. Perché la nascita del Partito democratico, suffragata dai quasi tre milioni e mezzo di votanti, è tutt'altro che un risultato burocratico. Incide sulla composizione del centrosinistra. Si mette in parallelo al governo Prodi, avviando una specie di surplace da pistard, il cui svolgimento è tutto da verificare. Ma siccome con le primarie si è avuta la conferma che dalla crisi della politica si esce soltanto con la politica, cioè con un processo istituzionale fatto di procedure formalizzate, dovrebbe anche essere chiaro che adesso la politica, in una parola Veltroni, dovrebbe cominciare a ragionare sull'evoluzione possibile del centrosinistra.

L'assemblea generale di fine ottobre con i 2.400 delegati eletti sarà una specie di grande e festosa cerimonia. È difficile aspettarsi grandi novità. Tuttavia di qui in avanti il neo segretario del Pd dovrà applicarsi fondamentalmente a una sola questione. Banale e difficile insieme. Ossia come vincere le prossime elezioni. Un'impresa eroica, se si guarda ai livelli di consenso del governo Prodi. Ma anche un'impresa che Veltroni può tentare, dal momento che fra tutti i leader del centrosinistra è il più capace di sollevare ondate di emozione politica e di scalfire certe barriere di cruda ostilità che segnano il bipolarismo italiano.

Tuttavia il Veltroni 'uno e trino', sindaco, segretario e leader del centrosinistra, si trova davanti a un dilemma corposo. In questo momento, l'Unione sembra una montagna della Pusteria, imponente e fragile, a rischio di frattura e frana. Il 'piccolo principe' (secondo la definizione del libro che gli hanno dedicato Marco Damilano, Mariagrazia Gerina e Fabio Martini) ha già dichiarato durante la campagna per le primarie che per poter governare occorrono alleanze coerenti, e non assembramenti larghi e tumultuosi.


Ciò significa che Veltroni ha ben chiaro che nella prossima stagione il Pd può trovarsi nella condizione di dover ridefinire il perimetro del centrosinistra, facendo i conti con tutta l'area della sinistra radicale. Ma è anche evidente che qualsiasi pronunciamento pubblico sulla fine dell'Unione così come la conosciamo significherebbe lo smottamento della maggioranza attuale e di conseguenza lo schianto del governo.

Il dilemma del neo leader è quindi davvero 'bicornuto' come un sofisma fallace. Ogni soluzione implica potenzialmente il fallimento dello schema: senza la sinistra oltranzista infatti il centrosinistra non vince; insieme con quella sinistra non governa. E allora? Veltroni ha ripetuto in ogni occasione, ben prima del discorso di investitura al Lingotto, che il Pd dovrà essere un partito "a vocazione maggioritaria". Il che significa che deve andare a prendersi i voti nella società, convincendo l'opinione pubblica, anche uscendo dal cerchio rigido dei partiti e degli schieramenti.

Sotto molti aspetti per Veltroni si prospetta un'operazione 'blairiana' basata su tre pilastri: partito nuovo, leadership e programma. È su quest'ultimo punto cardine che si gioca la sua credibilità come possibile vincitore. Vale a dire: il segretario del Pd vince la sfida (o almeno la affronta in condizioni praticabili) se prende le mosse dall'impianto programmatico del partito, non dalla tessitura di alleanze e mediazioni con tutta la variegata galassia del centrosinistra.

Il sentiero è stretto, e la sua azione sarà fortemente influenzata dal tipo di regole elettorali con cui si svolgerà, quando si svolgerà, la competizione. Ma perdere tempo con un appello fondato sull'umanitarismo, la solidarietà, la genericità sarebbe, per l'appunto, uno spreco. Il Partito democratico ha bisogno di un'anima: tradotto in termini meno sentimentali ciò significa che occorre rendersi conto che è solo una parte della sinistra. E proprio in quanto tale può permettersi di specificare che cosa è e che cosa vuole, vale a dire quale identità politica intende assumere e quale profilo di società e di governo ha in mente.

Le mediazioni possono aspettare. I volonterosi votanti delle primarie hanno detto che si aspettano un leader e un partito. E allora tocca al leader di questo partito parlare nel modo più chiaro possibile. Non per guadagnare il consenso preventivo dei partiti alleati, ma la credibilità necessaria per proporsi come guida di un progetto di modernizzazione del paese: qualche volta, e non è un paradosso, la ragionevolezza e la capacità strategica hanno bisogno di una dose di radicalità.

(25 ottobre 2007)
da espresso.repubblica.it


Titolo: VELTRONI... Un segretario che (già) decide
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2007, 05:25:52 pm
Politica   

Walter veltroni

Un segretario che (già) decide

Gelo col premier sull'addio alle tessere


MILANO — Romano Prodi ripete più volte che è lui il presidente del Partito democratico e con un atteggiamento paternalistico si rivolge a Walter Veltroni raccomandandogli di «aver cura » di quel Pd che è il «punto d'orgoglio della mia vita politica ». Ma il sindaco di Roma che sale sul palco della Fiera Nuova non è più l'uomo a cui Massimo D'Alema consegnò la guida della Quercia con un buffetto. E lo dimostra subito.

Romano Prodi parla di un partito degli iscritti. Veltroni, invece, parla di un partito «di cittadini elettori», perché, dice, «l'iscrizione non potrà più essere una condizione per partecipare ». Meglio il metodo delle «primarie aperte». Insomma il segretario del Pd mostra interesse per la proposta lanciata da Giuliano Ferrara, che propriamente un amico di Prodi non è. La differenza non sfugge a nessuno, in sala. Dice Enrico Morando: «Prodi ha parlato di tessere, Veltroni non ha escluso che possano non esserci ». Il presidente del Consiglio parla di un partito che sia «strumento del governo». Veltroni fa capire che il Pd sosterrà l'esecutivo, ma parla già del suo futuro programma di governo. Come osserva il senatore Antonio Polito: «Ha parlato già del dopo governo ». Del resto, un buon amico del segretario del Pd, il senatore Giorgio Tonini, spiega: «Vi ricordate quando Prodi disse che doveva esserci uno speaker per il partito? Non poteva essere e infatti abbiamo un segretario. Solo con un segretario, se il governo cade non si abbatte sul Partito Democratico distruggendolo». Giù in platea si chiosano le frasi del nuovo leader, sopra sul palco, Veltroni tesse le lodi del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi che spesse volte ha criticato il governo. Giù in platea c'è gran fermento per le affermazioni di Montezemolo sul governo, Veltroni evita dichiarazioni ufficiali (solo qualche commento con Prodi per dimostrargli solidarietà), e dal palco scandisce: «Il Partito democratico è a fianco delle imprese che sono il motore della crescita del Paese e sono uno dei fondamentali fattori della sua salute». Commenta Polito: «Il premier denuncia il complottone dei poteri forti, e così assomiglia tanto a Berlusconi, Walter no, anche perché l'uscita di Montezemolo può favorire l'accelerazione del dopo. Del resto, diciamoci la verità, il problema è questo: c'è un leader dell'oggi, Prodi, che tenta di resistere, ma c'è già anche il leader del futuro, Veltroni, e questo può essere un problema».

Dietro il palco, all'ora del buffet, Prodi non dice no al sistema tedesco proposto da D'Alema, che pure in cuor suo non gli piace: «È un'ipotesi». Lo staff veltroniano fa sapere che, al contrario di quanto sostengono alcuni parlamentari giù in sala, «il segretario non ha affatto aperto al sistema tedesco». E ancora: sostegno al governo, certo, ma Veltroni fa capire a Berlusconi di non aver paura di andare alle elezioni prima del tempo. Anzi, anticipa anche quale sarà la sua campagna elettorale: il nuovo contro il "vecchio", contro quel Cavaliere che si è candidato a premier «per quattro volte e ora vuole farlo una quinta». Insomma è un Veltroni molto meno malleabile e arrendevole quello della nuova Fiera di Milano. Un Veltroni che non si fa consegnare dalle mani di Prodi il Pd ma che lo prende in mano e ne decide la linea. «Del resto — spiega Tonini — è ovvio che è il segretario che decide». E decide sul serio (detta un decalogo, stabilisce i nomi dei segretari provinciali) tanto che i prodiani si arrabbiano e rischiano di diventare già minoranza in quel partito di cui Prodi è il presidente. Di come sia questo Veltroni nuova versione, che rivendica la «democrazia che decide», se ne rendono conto però non solo i seguaci del premier. Lo capiscono anche gli ex ppi, quando dal palco il segretario dice: «Non è vero, come ha scritto qualcuno, che ci sono state riunioni di correnti. Nel Partito democratico non ci sono correnti ». Naturalmente quegli incontri ci sono stati, ma Veltroni parla ai giornalisti perché gli ex ppi intendano. E intendono talmente bene che il ministro dell'Istruzione Beppe Fioroni non appare affatto contento ed è pronto a dare battaglia dentro il partito. Ma Veltroni vuole andare avanti, nella «discontinuità», come ripete lui. Con un esecutivo dove gli ex leader non prenderanno posto, mentre a loro sarà riservata una poltrona nell'ufficio politico: facce nuove, dunque. E anche quel Bersani che vorrebbe un partito «solido» con le tessere si è reso conto che Veltroni è un osso duro: doveva entrare nella commissione Statuto. Ma Veltroni pensa sia meglio che i ministri non facciano parte di questi organismi e Bersani resta fuori.

Maria Teresa Meli
28 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: Veltroni: «Capire e sorridere, uno stile unico»
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2007, 07:40:56 am
Veltroni: «Capire e sorridere, uno stile unico»

Roberto Roscani


«C’era con Enzo Biagi da parte mia un legame profondo e affettuoso». Walter Veltroni ha accolto la notizia della scomparsa del grande giornalista con dolore. Reso più acuto da una lunga conoscenza personale e da una vicinanza particolare. «Enzo era stato alla Rai nell’epoca eroica della fondazione, come mio padre. Aveva portato nel servizio pubblico la sua impronta, il suo stile inconfondibile». Ecco, lo stile Biagi. Come lo racconterebbe? «Qualcuno parla di un giornalismo di stampo anglosassone per Biagi. Io direi che c’era anche qualcosa di più. Lui riusciva a conciliare i propri convincimenti (e a dichiararli apertamente) con la capacità di raccontare tutte le posizioni. Insomma oggettività del racconto e soggettività del narratore tenute insieme in maniera personalissima». C’era poi il suo tono così particolare... «Non ha mai alzato la voce, che fosse in tv o che scrivesse sui giornali sentivi sempre quel tono. Ecco, c’è qualcosa di straordinario in un uomo così fermo sulle sue posizioni, sempre pronto di dire di no davanti alle sollecitazioni del potere o alle censure ma al tempo stesso capace di farlo senza urla, senza insulti. Con argomenti e con ironia. Era il suo modo di pungere e di far capire. Il suo pubblico lo sapeva e amava proprio questo. Il successo straordinario che ha avuto, in tv come sui giornali, ma anche coi suoi tantissimi libri dimostrava questa empatia, questa capacità di parlare la stessa lingua della gente comune, di condividerne i sentimenti e anche questa antipatia per la volgarità, per il grido, per l’eccesso». Ha ricordato le censure. Come ha vissuto Biagi questi anni dopo l’editto bulgaro che lo ha allontanato dalla tv? «Ne ha sofferto molto. Anche l’ultima volta che ci siamo sentiti mi ha parlato dell’amarezza per la discriminazione subita. Nella sua vita professionale non si è mai piegato, non era uomo di compromessi. Ma una cosa sono le scelte che si compiono, altra le censure. Lo feriva il distacco dai suoi spettatori, dall’Italia che aspettava i suoi 10 minuti di tv (Il Fatto durava pochissimo) per capire la realtà. Capirla anche con un sorriso». Come lo ricorderebbe ad un giovane questo «vecchio» giornalista che ha attraversato tutta la storia del secondo novecento dalla resistenza al nuovo millennio? «Ricordo una frase di Biagi pronunciata in occasione della morte di Enrico Berlinguer e pubblicata proprio sulle pagine dell’Unità. Diceva: chiunque lo ascolti può essere d’accordo con lui oppure no, ma sa per certo che sta dicendo quello che pensa. Ecco, quelle stesse parole io le direi oggi per Enzo Biagi».

Pubblicato il: 07.11.07
Modificato il: 07.11.07 alle ore 10.35   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI INAUGURA RED, PARTE IL DISGELO?
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2007, 10:26:30 pm
Dal Corriere del Ticino del 8.11.2007

Pure Veltroni è diventato blocheriano?

Giancarlo Dillena

Anche l’Italia è affetta da una «sindrome Blocher», che arriva
addirittura a contagiare non solo il governo, ma addirittura il leader
designato della neo-costituita maggior formazione della sinistra W
Veltroni? Se fosse la «boutade» provocatoria di qualche esponente
dell’ala massimalista della maggioranza, la cosa finirebbe lì. Ma se a
usare questa espressione è una personalità moderata e autorevole come
Sergio Romano (cfr. Corriere della Sera del 2.11), il fatto dà da pensare.
Non tanto per la reiterazione di uno stereotipo – quello della
«Svizzera xenofoba» – che all’estero trova sempre facili acquirenti,
quanto per l’applicazione di questo cliché al tema generale della
criminalità violenta legata all’immigrazione. Esso costituisce un
problema reale, con cui occorre confrontarsi e che chiede risposte
concrete e convincenti. Altrimenti si corre il rischio non solo di
assistere al ripetersi di tragedie come quella di Roma, ma anche al
diffondersi e rafforzarsi di quelle reazioni primarie di tipo xenofobo
che si vorrebbero scongiurare.

Poiché il meccanismo è proprio questo. E il paradosso è che esso è
largamente alimentato proprio da quanti, di fronte ad ogni atto
criminale che ha per protagonisti degli immigrati, spostano
immediatamente il problema da quest’ultimo al pericolo xenofobo. Quasi
che la priorità non fosse impedire abusi e crimini, assicurando
concretamente il rispetto delle legalità e della sicurezza, bensì
esorcizzare l’allarme e le preoccupazioni dei cittadini. Molti dei
quali finiscono così col pensare che gli unici a prenderli sul serio e
farsi carico delle loro inquietudini siano i fautori delle soluzioni
più estreme e sbrigative. O quanto meno chi solleva apertamente la
questione. In modi magari discutibili, ma ai quali il negazionismo
ostinato o le censure fondate sul fantasma del «razzismo» non
costituiscono un’alternativa efficace. Al contrario.

Anche questo insegnano le recenti esperienze svizzere, al di là dei
facili stereotipi (e delle semplificazioni che – è bene ricordarlo –
non rendono comunque conto di una realtà politica assai più complessa
come quella elvetica).
E il fatto che un governo di sinistra come quello italiano adotti
misure severe – per certi versi effettivamente di sapore «blocheriano»
– dovrebbe semmai far riflettere sull’inaggirabilità del vero problema
e sull’esigenza di affrontarlo.

Da qui a ritenere che i provvedimenti decisi da Roma, così come quelli
avanzati dal ministro della giustizia elvetico, siano la soluzione
giusta, il passo è ancora lungo. In effetti per diverse norme si
possono sollevare molti interrogativi, non solo in termini di
principio ma anche di reale efficacia e di praticabilità. Così come si
può avere qualche riserva, nel caso italiano, sulla reale volontà e
capacità, alla prova dei fatti, di applicarle.
Ma anche per questo occorre più che mai un confronto aperto, che
sappia andare oltre le emozioni primarie ma anche mettere da parte
falsi pudori, ipocrisie ideologiche e strumentalizzazioni di segno
opposto. È una premessa fondamentale. Senza la quale il rischio è
quello di derive ben più drammatiche di una cartellonistica elettorale
discutibile o di uno spostamento del baricentro politico.

letto su spaziolibero  (margheritaonline.it).


Titolo: Veltroni telefona a Crozza - (quando telefona a Luttazzi? ndr)
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2007, 11:56:19 am

Chiacchierata su la 7

Veltroni telefona a Crozza

Il leader del Pd si collega con il comico e si fa il verso da solo: «In politica serve il "ma anche"»


ROMA - La politica oggi richiede il «ma anche» e cioè la capacità di dare risposte nuove che siano «la sintesi di cose che possono apparire diverse». Lo ha detto il segretario del Pd, Walter Veltroni, in una telefonata al programma «Crozza Italia». Veltroni ha giocato con autoironia con il «ma-anchismo» che gli attribuisce Maurizio Crozza.

Poi, rivolto al comico ha aggiunto: «Nella politica moderna l'unica soluzione per affrontare i problemi nuovi non può che essere quella che tu indichi come il "ma anche": nel senso che i problemi non sono più risolvibili con gli schemi del passato e ci vogliono delle risposte nuove. Queste risposte sono la sintesi di più cose che possono apparire diverse tra loro».


18 novembre 2007

da corriere.it




Titolo: Walter senza famiglia (cristiana).
Inserito da: Admin - Novembre 20, 2007, 12:19:53 am
Walter senza famiglia

In passato Veltroni ha anche scritto per il settimanale dei Paolini. Ma ora è finito nel cono d'ombra.

Lo spettacolo più avvilente è quello offerto dai politici... Si gettano addosso le colpe o addirittura utilizzano, come ha fatto Veltroni, lo stesso linguaggio di An e Lega di cui si è sempre criticata la fobia per lo straniero...

L'attacco più duro contro la linea sulla sicurezza del sindaco di Roma è in un editoriale di 'Famiglia cristiana', firmato Beppe Del Colle.

Da quando Veltroni è leader del Partito democratico il settimanale dei Paolini non gliene fa passare una.

Interviste con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, bordate contro il centro-sinistra, unica consolazione per Walter (forse) il titolo: 'Finanziaria deludente, ancora niente alla famiglia', con foto della rivale Rosy Bindi.

Eppure, fino a poche settimane fa Veltroni era considerato un amico.

Al punto da firmare alcuni editoriali e un paio di reportage dal Ruanda e da Auschwitz. Ora, invece, c'è chi prevede che il nome di Veltroni in futuro sulle pagine di 'Famiglia Cristiana' comparirà poco, molto poco.

In seguito, sembra, a un'indicazione precisa arrivata dalla segreteria di Stato vaticana e dal cardinale Tarcisio Bertone.

Molto vicino alla direzione di 'Famiglia cristiana' e ben deciso a non lasciar correre certe amicizie che possono diventare politicamente pericolose.

M. D.

(16 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: COLLOQUIO FINI-VELTRONI - Fini: "No a ritorni al passato"
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2007, 06:46:37 pm
26/11/2007 (17:30) -

COLLOQUIO FINI-VELTRONI

Fini: "No a ritorni al passato"
 
Sulla legge elettorale il leader di An ha ribadito che i partiti non devono avere le mani libere


ROMA
Nel dialogo sulla legge elettorale «abbiamo ribadito a Walter Veltroni che per An la stella polare è il rispetto della volontà degli elettori». Lo ha detto il leader di An, Gianfranco Fini, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio dopo l’incontro con il segretario del Pd Veltroni.

Fini ha spiegato che «per An il referendum non è una sciagura», ma «una eventualità». An è disponibile al confronto «ma ad una precisa condizione: che non si torni indietro nel tempo», anche perchè «lasciare i partiti con le mani libere significherebbe tornare indietro nel tempo. Una eventualità per noi deprecabile». Per An i punti fermi per una riforma della legge elettorale sono il vincolo di coalizione e il vincolo di programma: «I cittadini - ha spiegato Fini - devono poter scegliere il partito, la coalizione, il programma e il candidato premier».

Fini: "Se il governo cade si torna a votare"
Il leader di An ha preso in esame anche la possibilità che il governo cada senza che si sia raggiunto un accordo sulle riform. In tal caso Fini ritiebe che «e il governo cade si va a votare con l’attuale legge elettorale». «Su questo punto - ha aggiunto Fini - siamo su posizioni diametralmente opposte con Veltroni».

Pd e An distanti sulla riforma della legge elettorale
«Non condividiamo affatto la proposta di Veltroni» e lo stesso segretario del Pd ha ritenuto che il cosiddetto ’Vassallum’ «non è corrispondente con le esigenze di Alleanza nazionale». Le posizioni tra Pd e An restano «distanti», spiega il leader di An al termine dell’incontro con Walter Veltroni. «Non contestiamo la legge elettorale in senso proporzionale. Quello che conta - spiega ancora - è che l’elettore possa scegliere la coalizione, il programma e il candidato premier». L’ex ministro degli Esteri, dopo aver fatto notare che tutti i sistemi in Italia per le elezioni amministrative «sono ad impianto bipolare», non si pronuncia su altri ’modellì. Lo spagnolo? «Ogni legge elettorale - osserva il leader di An - va studiata all’interno del sistema in cui si opera, io comunque non mi impicco agli aspetti tecnici». E un ritorno al ’Mattarellum’? «Non lo deve chiedere a me», risponde Fini.

Accordo tra Fini e Veltroni sul pacchetto di riforme istituzionali
«Per Alleanza nazionale la questione delle riforme costituzionali e della legge elettorale sono intrecciate. Non esiste una legge elettorale se non nell’ambito di un quadro costituzionale«. Lo ha detto il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, nel corso della conferenza stampa al termine dell’incontro con Veltroni.

Fini si è detto sostanzialmente d’accordo con il pacchetto di riforme già approvate dalla commissione Affari Costituzionali di Montecitorio: »Sui tre punti fondamentali An esprime il suo consenso: la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e la fine del bicameralismo perfetto«.

da lastampa.it


Titolo: COLLOQUIO FINI-VELTRONI - Riforme, Veltroni chiama la Cdl
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2007, 06:47:52 pm
SEGRETARIO PD: ACCORDO su pacchetto riforme e su nuovi regolamenti parlamentari

Riforme, Veltroni chiama la Cdl

Con Fini faccia a faccia di un'ora

Il leader di An al temine dell'incontro: «No a un ritorno al passato. Indisponibili se non si rispetta il bipolarismo»

 
ROMA - È iniziata con l'incontro tra il leader del Pd Walter Veltroni e il numero uno di An Gianfranco Fini una settimana cruciale per ridisegnare la geografia politica su legge elettorale e riforme. Il confronto, al quinto piano del palazzo dei gruppi della Camera, è durato più di un'ora.

BIPOLARISMO - «Siamo disponibili a un confronto sulla legge elettorale a condizione di non tornare indietro nel tempo: l'elettore deve scegliere il partito, la coalizione, un programma e un candidato leader» ha detto Gianfranco Fini, in conferenza stampa a Montecitorio, al termine dell'incontro con Veltroni, sottolineando di aver espresso al segretario del Pd «il convincimento di An che il dialogo sulle riforme non debba il alcun modo significare sostegno o benevolenza verso il governo Prodi». «In Italia tutto il sistema è sostanzialmente bipolare - ha aggiunto Fini - il bipolarismo vale quando si vota per il sindaco, per la provincia, per la regione. Pensare a un'ipotesi tutta diversa solo per il Parlamento è un errore strategico, porterebbe a un sistema schizofrenico ma soprattutto significherebbe voler tornare indietro lasciando i partiti con le mani libere e non vincolati alla dichiarazione di alleanze prima del voto».

URNE E REFERENDUM - «È chiaro che se il governo cade non c'è più la maggioranza e non ci sono più le condizioni per un dialogo, ma lo sbocco è solo il voto» ha spiegato il presidente di An. «Abbiamo detto a Veltroni - ha aggiunto - che il referendum elettorale non può essere considerato una sciagura o una iattura».

«ACCORDO SU DUE PUNTI» - Una «convergenza» su due punti, secondo Walter Veltroni quella trovata con Fini. E i due punti sono il pacchetto delle riforme istituzionali e i nuovi regolamenti parlamentari. «Per noi non esiste un problema esclusivo di legge elettorale ma di un nuovo assetto istituzionale per uscire dalla crisi del sistema e quindi non siamo disponibili a discutere solamente sulla legge elettorale - ha spiegato Veltroni -. Una valutazione che è stata condivisa, sostiene il segretario del Pd, anche dal leader di An, disponibile a portare avanti il pacchetto di riforme istituzionali che prevede «la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto e il rafforzamento dei poteri del premier». L'altro punto su cui Pd e An sono d'accordo è la riforma dei regolamenti parlamentari, in particolare il ddl con primo firmatario Dario Franceschini che impedisce a nuovi gruppi di nascere alla Camera dopo le elezioni.

SULLA STRADA DEL DIALOGO - Veltroni vedrà probabilmente in settimana anche i vertici di Udc e Lega Nord, mentre venerdì sarà il giorno dell'incontro tra il sindaco di Roma e Silvio Berlusconi. «Portiamo tutti insieme l'Italia fuori dal tunnel, poi ognuno farà la sua strada», è stato l'invito di Veltroni alla vigilia del suo giro di incontri con la Cdl.

"VASSALLUM" - La traccia dalla quale parte il segretario del Pd dovrebbe essere sempre il cosiddetto "Vassallum", la proposta disegnata dai costituzionalisti Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti e che mescola i modelli tedesco e spagnolo. Il sindaco di Roma ribadirà che il "paniere" proposto comprende anche riforme istituzionali e dei regolamenti parlamentari. Con questa premessa venerdì Veltroni vedrà anche Berlusconi e, probabilmente sempre in settimana, l'Udc e la Lega, che non ha ancora fissato una data in attesa anche dell'esito della cena di domani ad Arcore.



26 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Bruno Miserendino - Dialogo e sospetti
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2007, 06:58:31 pm
Dialogo e sospetti

Bruno Miserendino


In fondo, la domanda è semplice: sulle riforme si realizzerà mai il miracolo del «dialogo senza inciucio»? Anche la risposta, allo stato dell’arte, è semplice: dopo l’esperienza della Bicamerale ai miracoli non ci crede più nessuno, però molti ci sperano. Alla vigilia di una settimana importante per la politica italiana, la situazione è questa: il dialogo è una realtà. Ma i sospetti anche.

La novità è che al momento veti e sospetti non riescono a oscurare la necessità del confronto. Ci spera Veltroni, sia pure con realismo. Si mostra speranzoso Berlusconi, che ieri ha definito «un ectoplasma» la ex Casa delle Libertà e che sembra stia rinunciando al ricatto iniziale (riforma elettorale ma se si va subito dopo al voto). Ci crede da tempo Casini, ossia uno degli ectoplasmi. È interessato Fini, che sarebbe l’altro ectoplasma e che sarà oggi pomeriggio alla Camera il primo interlocutore di Walter Veltroni in questa settimana di incontri. Il leader di An dall’inizio della partita ha sempre puntato al referendum, ma la nuova situazione e lo spettro della fine del bipolarismo lo costringono a credere nel confronto a tutto campo. La Lega da tempo punta alle riforme e soprattutto al Senato federale. Mostra di crederci il presidente della Camera Bertinotti secondo cui il confronto ci sarà in parlamento e senza inciuci. Prodi partecipa soddisfatto, ma controlla, legittimamente, che il tutto non faccia deragliare il governo. Restano sulla soglia, scettici e guardinghi, i cosiddetti «piccoli» partiti del centrosinistra, che temono accordi dei grandi per farli fuori. Ma è vero che per loro qualunque scenario diverso dallo status quo appare problematico. La logica vuole che partecipino al confronto, se non altro per favorire la soluzione per loro meno dannosa.

Insomma come pronosticava Veltroni («passata la finanziaria sarà un altro film»), uno spazio così ampio per il confronto non c’è mai stato. E davvero in 8-12 mesi si possono fare quelle quattro cinque riforme complessive (legge elettorale, Senato federale, sfiducia costruttiva, diminuzione dei parlamentari, riforma dei regolamenti delle Camere per far coincidere partiti e gruppi) su cui la grande maggioranza delle forze e sicuramente degli italiani è d’accordo. «Usciamo dal tunnel, poi ognuno per la sua strada», ha detto ieri a Saint Vincent il segretario del Pd.

Berlusconi, ufficialmente, vuole solo la legge elettorale, per poi andare rapidamente al voto. Le altre riforme, insiste, si faranno nella prossima legislatura. In realtà bastava sentire ieri Dell’Utri per capire che la partita è aperta: è vero, diceva, Berlusconi cambia spesso idea (in effetti sulla legge elettorale si sono registrate in 13 anni una ventina di posizioni diverse ndr) «ma questo avviene perchè è intelligente». Adesso, aggiunge Dell’Utri, «rispetto alla Bicamerale i tempi per un accordo sono maturi». Berlusconi, afferma, «non è inflessibile sul modello tedesco», nel senso che è aperto a possibili correttivi. Si può leggere come un’apertura al mix spagnolo tedesco che è la carta di partenza sponsorizzata da Veltroni: ossia un proporzionale senza premio di maggioranza, ma con correttivi maggioritari che bipolarizzano il sistema, perchè favoriscono i due grandi partiti.

Quanto al resto è chiaro che se Berlusconi dialoga sulla riforma elettorale, se la legislatura va avanti, il confronto prosegue anche su tutto il resto. Del resto tutti gli altri partiti, grandi e medi, sono pronti al dialogo sull’intero pacchetto delle riforme. Il punto preliminare da chiarire è se l’orizzonte del confronto è un «nuovo bipolarismo, meno coatto e più virtuoso», per usare l’espressione di Veltroni, o se l’obiettivo finale è proprio la fine diretta o indiretta del bipolarismo. Diceva ieri un collaboratore di Veltroni, Giorgio Tonini: «Le soluzioni tecniche possono essere diverse ma l’obiettivo è raffozare il bipolarismo, non indebolirlo». Non sarà facile. Qualcuno la vede così: quanto più si vira sul sistema «tedesco puro», tanto più si va verso il grado minimo di bipolarismo, tutto quello che va verso correttivi maggioritari in più, lo rafforza. La partita si gioca in questa forbice. Sarà lunga. Però oggi inizia.

Pubblicato il: 26.11.07
Modificato il: 26.11.07 alle ore 8.18   
© l'Unità.


Titolo: E Walter rispolvera la politica del carciofo
Inserito da: Admin - Novembre 27, 2007, 06:09:07 pm
27/11/2007 (7:53)

E Walter rispolvera la politica del carciofo
 
Vuole incassare un sì alla volta per arrivare alla sintesi

FABIO MARTINI


ROMA
Alle cinque della sera, per sedare il toreare dei cronisti in attesa, i commessi della Camera sono costretti a creare un corridoio umano per lasciar passare Gianfranco Fini, atteso nella sala stampa di Montecitorio al termine dell’incontro con Walter Veltroni. Erano anni che in quella saletta non c’era tanta gente: sedie occupate già mezzora prima, cameramen trasformati in acrobati, trenta giornalisti in piedi, una decina rimasti nei corridoi. E quando Gianfranco Fini si è seduto per un botta e risposta, il suo incipit ha conferito ancora più solennità all’incontro di poco prima: «Abbiamo espresso all’onorevole Veltroni...». Il tono sembrava quello degli incipit di un altro grande leader della destra italiana, Giorgio Almirante, quando usciva dagli incontri con i Presidenti della Repubblica e riferiva davanti allo studio alla Vetrata.

Certo, dopo la lunga quaresima comunicativa tra i due poli, quello di ieri tra Veltroni e Fini è stato un incontro significativo, ma a ben vedere è stata soprattutto la proverbiale sapienza politico-comunicativa del leader del Pd che ha finito per trasformare in evento un confronto fisiologico. Inventandosi le «consultazioni» (alle quali ora nessuno vuole mancare), Veltroni ha conquistato il centro del ring, di volta in volta annoterà e valorizzerà le disponibilità altrui, creando un’attesa destinata a dilatarsi di giorno in giorno, visto che dopo gli incontri (domani) con Pier Ferdinando Casini e (giovedì) con Bobo Maroni, il tutto culminerà nel summit dei summit, quello con Silvio Berlusconi. Quelli di Veltroni sono soltanto «effetti speciali»?

Chi lo ha ascoltato nell’Esecutivo del Pd sembra aver colto un’ambizione politica non effimera. Sostiene Giorgio Tonini, dell’Esecutivo: «Siamo soltanto all’inizio, si è costretti a costruire su macerie che noi stessi abbiamo creato e pur senza evocare il precedente della Bicamerale che può essere equivocato, è vero che Veltroni sta diventando quel regista della politica italiana che da tempo mancava. Con una proposta fatta a tutti, alla luce del sole e che comincia a raccogliere consensi». Come Veltroni ha spiegato ai fedelissimi, al primo punto del «piano» c’è la riforma elettorale: finora il cosiddetto «Vassallum», il modello iberico-tedesco è «l’unica proposta che favorisca un sistema proporzionale ma fondato su partiti a vocazione maggioritaria».

E dunque Veltroni intende riproporla a tutti. Da Fini ha ottenuto un diniego, che ha originato uno scambio di battute significative. Col leader di An che ha ricordato di essere «favorevole al sistema del sindaco d’Italia» e Veltroni che ha risposto: «E lo dici a me? Anche io penso sarebbe l’ideale, ma conosci le resistenze...». Ma Veltroni sa che la Lega, pur di evitare a tutti i costi il referendum, vede bene il «Vassallum» (che premia i partiti regionali) e dunque attende di capire da Berlusconi (che a Bossi ci tiene) se avranno un seguito i segnali lanciati nei giorni scorsi da Fabrizio Cicchitto. Ma grazie al calendario di incontri immaginato da Veltroni, il leader del Pd dopo quella di Fini, incasserà la disponibilità della Lega e dell’Udc ad un pacchetto di riforme costituzionali e a quel punto - ecco l’astuzia - incontrando Berlusconi si farà indirettamente «portavoce» delle richieste dei suoi alleati.

Insomma, Veltroni accarezza una riedizione della sabauda «politica del carciofo»: annettersi pezzi di riforma, uno alla volta e provare a fare la sintesi. E il referendum? I tre di An (che avevano ipotizzato una conferenza stampa comune, scartata da Veltroni) hanno avuto l’impressione che su questo piano Veltroni faccia un bluff «e che anzi a lui interessi soltanto evitare il referendum, che tanti problemi gli crea con gli alleati». Anche se un fronte interno al Pd lo apre ora il ministro della Difesa Arturo Parisi: «Promuova Veltroni un referendum di massa sulla legge elettorale, sul proporzionale al posto del maggioritario e sul profilo del nuovo partito».

da lastampa.it


Titolo: Legge elettorale, cos'è il «Vassallum»
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2007, 11:16:15 pm
Le basi della trattativa tra Veltroni e Berlusconi

Legge elettorale, cos'è il «Vassallum»

La proposta Vassallo-Ceccanti è un mix tra sistema spagnolo e tedesco e tra maggioritario e proporzionale


ROMA - Il cosiddetto «Vassallum», il progetto di nuova legge elettorale sulla quale Silvio Berlusconi si è detto disposto a discutere con Walter Veltroni, prende il nome da Sebastiano Vassallo, uno dei costituzionalisti che, insieme a Stefano Ceccanti, ha preparato la proposta. Quando è uscita allo scoperto circa due settimane fa, era stata definita anche «veltronellum», perché promossa dal segretario del Pd.

SISTEMA COMPLICATO - Il sistema, piuttosto complesso, contiene un misto di maggioritario e proporzionale corretto, con elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo. Il «Vassallum» prevede il 50% dei deputati eletti in collegi uninominali e l'altro 50% su base di lista a livello circoscrizionale.

SBARRAMENTO - Il modello tedesco è il sistema di base, con la modifica, di tipo spagnolo, per lo sbarramento che in Germania è al 5% a livello nazionale e che invece scatta come in Spagna, a livello delle circoscrizioni, in modo implicito (determinato dalla percentuale necessaria per aggiudicarsi un seggio), con un effetto bipolarizzante forse superiore al modello tedesco. Le circoscrizioni elettorali avrebbero le dimensioni medie di una provincia. L'elettore darebbe un solo voto, valido sia per il seggio attribuito con l'uninominale, sia per l'assegnazione dei seggi proporzionali della circoscrizione elettorale. I migliori perdenti del voto uninominale si aggiudicano i seggi spettanti al partito nella quota proporzionale e, se non bastano, si passa ai candidati delle liste circoscrizionali.

GRANDI PARTITI - Il sistema sembra privilegiare le formazioni politiche grandi e quelle medie con forti basi territoriali (come la Lega), mentre potrebbero essere penalizzate quelle medio-piccole diffuse in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il risultato potrebbe essere un pluripartitismo moderato, in presenza di una bipolarizzazione intorno ai due partiti nazionali maggiori.


30 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: VELTRONI - LA LETTERA: I diritti civili in cui crede il Pd
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2007, 05:46:16 pm
CRONACA

LA LETTERA

I diritti civili in cui crede il Pd

di WALTER VELTRONI


CARO Direttore, non so, come ha scritto Miriam Mafai, se l'Italia odierna si possa definire meno laica rispetto a quella di quarant'anni fa.
So che oggi vedo un Paese più moderno, dove i costumi e le relazioni tra le persone si informano a fondamentali principi di libertà, a un sostanziale rispetto dei diritti individuali e delle identità.

So che nella vita quotidiana i rapporti tra gli individui, e non solo tra le giovani generazioni, non somigliano a quelli tipici della società italiana di quarant'anni fa, quando provincialismo, moralismo e anche una buona dose di bigottismo erano molto diffusi.

Allora cominciarono avanguardie e movimenti a introdurrenell'agenda politica temi e conquiste che si imposero poi nella società. Oggi, come nel caso delle coppie di fatto richiamato dall'articolo di Mafai, è la politica ad essere chiamata a dare risposte legislative adeguate e moderne, in linea con il costume, il sentire diffuso, i cambiamenti della società. La politica deve riuscire a far questo, e il Parlamento è il luogo naturale dove confrontare i diversi convincimenti, le diverse idee e sensibilità che attraversano il Paese. Nell'unico modo possibile e in grado di condurre ad una soluzione il più possibile condivisa: in un clima di autentico rispetto, di dialogo vero, di consapevolezza che su temi come questi, che riguardano anche i dettami della coscienza, si sgomberi davvero il terreno da integralismi e fondamentalismi, e si possa serenamente affermare il basilare principio della laicità. Laicità delle istituzioni repubblicane, laicità dei comportamenti e delle posizioni individuali, tanto più preziosa quando si affrontano i complessi nodi delle questioni eticamente sensibili. E c'è l'occasione del dibattito sui CUS, che ritengo siano un'ottima base su cui insieme riflettere.

A Roma, dove l'altro giorno il Consiglio Comunale non è riuscito ad approvare nessun atto sul tema delle "Unioni civili", è successo il contrario. Ma ad essere sconfitto, vorrei dire a Miriam, non è stato il Partito democratico, che anzi, tutto insieme, ha cercato di offrire, attraverso un ordine del giorno coraggioso ed equilibrato, un terreno di confronto avanzato, serio e rispettoso di tutte le sensibilità. La sconfitta è stata un'altra. Vittima di integralismie forzature di vario genere è stata la possibilità (reale) di far sì che la città di Roma chiedesse a voce alta al Parlamento di dare una risposta adeguata e moderna alle aspettative di tanta parte della società, impegnandosi, dal canto suo, a rafforzare tutti gli strumenti già esistenti (a legislazione vigente) contro le discriminazioni e per la tutela dei diritti delle persone, con il criterio della "famiglia anagrafica". A Roma, in questi anni e senza proclami, i diritti sono stati tutelati e rafforzati (con strumenti come questo che le attuali leggi consentono ai Comuni) a favore di nuclei familiari di fatto su aspetti fondamentali nella vita delle persone: le domanda per alloggi popolari, le graduatorie per gli asili nido, alcuni servizi per anziani.

Sulle due delibere di iniziativa popolare e consiliare, la cui eventuale approvazione non avrebbe avuto nient'altro che un mero valore simbolico, senza poter migliorare di una virgola la condizione di vita delle coppie di fatto, non c'era una maggioranza sicura e comunque il loro contenuto era legittimo ma discutibile e non da tutti condiviso. Per questo il gruppo del Pd aveva presentato il suo ordine del giorno, che aveva esattamente lo scopo di non lasciare afasica su questo tema l'Aula Giulio Cesare. Non mi stupisce l'atteggiamento ostile della destra, che tranne alcune eccezioni ha dimostrato poca sensibilità su temi che riguardano la vita delle persone e la lotta ad ogni discriminazione. Comprendo meno, sinceramente, gli interventi letti sul settimanale allegato al quotidiano "Avvenire", contrari alla presentazione dell'ordine del giorno. Rispetto le opinioni e le sensibilità di tutti, ritengo non solo legittimi ma fecondi per la politica interventi e pronunciamenti della Chiesa, ma l'autonomia e la laicità dello Stato e delle istituzioni non possono essere messi in discussione. E comprendo ancora meno, con altrettanta sincerità, il comportamento dei gruppi consiliari della sinistra radicale, che facendo mancare il loro voto favorevole, hanno impedito l'approvazione dell'ordine del giorno presentato dal Partito democratico. O forse riesco a comprenderlo in un'ottica molto più piccola rispetto ai temi in discussione, alla luce di dichiarazioni di esponenti di questa area più legate a questioni di politica nazionale che al merito della cosa. La questione delle Unioni civili, insomma, come una bandiera da agitare, come un pretesto per obiettivi lontani dalle esigenze di civiltà affermate.

In questo senso dovrebbe far riflettere anche la scarsa partecipazione di cittadini alla manifestazione convocata dai promotori delle delibere.
Per questo dico che ad essere sconfitto non è stato il Pd, che anzi in un passaggio così delicato ha dimostrato intelligente compattezza, senso di responsabilità e autentica laicità. Quella laicità che lacittà di Roma vuole tutelare. E che l'approvazione del documento proposto avrebbe appunto contribuito a tutelare, lungo la linea tracciata con chiarezza in questi anni. Non so se quarant'anni fa sarebbe stato possibile dedicare una via ad omosessuali vittime di violenza e pregiudizi omofobi o se un'Amministrazione Comunale si sarebbe costituita parte civile a favore di queste vittime. E non so se si sarebbero dati i patrocini dell'Assessorato alle pari opportunità all'annuale appuntamento di Piazza Farnese. Questo, a Roma, accade e continuerà ad accadere, senza bisogno di brandire le armi dell'intolleranza o dell'integralismo, procedendo con i soli strumenti possibili ed efficaci: quelli del libero ascolto, del civile dialogo, del laico confronto che nasce dal rispetto del ruolo delle istituzioni e dei convincimenti di tutti e di ciascuno.

(19 dicembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: Veltroni: «Riemerge la corruzione ovunque»
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2007, 11:17:12 pm
Il segretario del Partito democratico: «In Italia c'è il demone del non fare»

Veltroni: «Riemerge la corruzione ovunque»

«Si preferisce stare tranquilli guardando con sospetto chi invece fa. Burocrazia elefantiaca»

 
ROMA - «In Italia c'è il demone del non fare, si preferisce stare tranquilli e non fare guardando con sospetto chi, invece, fa». Lo ha detto Walter Veltroni nel corso della presentazione del corridoio militare del complesso ospedaliero San Giovanni di Roma. «Bisogna prendere a cannonate l'abitudine di questo Paese di rimandare tutto alla burocrazia, che è un elefante seduto sulla velocità del Paese», ha aggiunto il segretario del Partito democratico. «Se bisogna passare per stanze e uffici per ottenere un'autorizzazione, ci si può imbattere nel mascalzone: vedo riemergere ovunque fenomeni di corruzione».

REGOLE CONDIVISE - Secondo Veltroni «l'ossessione del tempo degli amministratori» spesso raggiunga risultati sorprendenti. «Le regole che vengono scritte devono essere condivise da tutti, ma quando ci si occupa dell'amministrazione e del bene dei cittadini bisogna saper prescindere dal colore politico. Io stesso ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire fare i conti con uffici, di cui spesso nessuno si ricorda, ma che sono sempre pronti a fermare un iter amministrativo quando questo è innescato da qualcuno che è portatore di un diverso colore politico».


19 dicembre 2007

da corriere.it


Titolo: VELTRONI - Walter: non mi cuocerete a fuoco lento
Inserito da: Admin - Dicembre 21, 2007, 06:56:00 pm
Dietro le quinte. L'accerchiamento dell'Unione al segretario

Walter: non mi cuocerete a fuoco lento

Da D'Alema paletti sul voto: 2009? C'è il G8.

Fioroni: nel Pd la mia corrente resta


ROMA — «Guardate che io non mi faccio bruciare a fuoco lento»: è una frase che Walter Veltroni è costretto a ripetere sempre più spesso negli ultimi tempi. Da quando ha capito che di alleati, nell'Unione, e nel suo stesso partito, ne ha pochini, e che a prendere le sue difese (come è accaduto ieri) sono il forzista Sandro Bondi e il braccio destro del Cavaliere, Gianni Letta. Certo, la confusione del centrosinistra non aiuta il leader del Pd. La situazione è tale che Romano Prodi non esclude di rinviare il vertice di maggioranza del 10 gennaio, perché tenere quell'incontro per ottenere una bella rissa di tutti contro tutti sarebbe quanto meno inopportuno. Ma è Veltroni nel mirino, in questo momento. C'è Massimo D'Alema che insiste sul sistema tedesco in un'intervista a Vanity Fair e mette in guardia Veltroni dal fare una legge elettorale su misura di Pd e Forza Italia. Uno stop vero e proprio. E c'è chi, a sinistra, sta dando dell'inciucista al capo del Partito Democratico che si confronta con Berlusconi. «Ma non sono io a fare gli inciuci — è il ragionamento del sindaco di Roma — Semmai il sistema tedesco è un inciucio che rischia di riportarci indietro ai tempi del pentapartito ».

Insomma, nessuno sembra disposto a fare sconti al leader del Pd. Tanto meno D'Alema. E quando qualche amico di Veltroni gli ha chiesto il perché di tanta insistenza il ministro degli Esteri, infastidito, ha risposto così: «Che dovrei fare, secondo voi, stare lontano dal suolo patrio e occuparmi d'altro? ». D'altro il titolare della Farnesina effettivamente si occupa ma non sembra voler abbandonare il campo del Pd a Veltroni. Per esempio, non è una novità per nessuno, che il sindaco di Roma voglia andare a votare presto. Ed ecco D'Alema spiegare ai compagni di partito che «non si può sciogliere la legislatura nel 2009 perché allora l'Italia avrà la presidenza del G8» e che, perciò, «il governo durerà fino al 2011». Un lasso di tempo che chi non vuole «farsi bruciare a fuoco lento non può permettersi». Eppure sembrava essere stato proprio D'Alema a lanciare la candidatura di Veltroni.

Ma adesso qualcuno si ricorda quel che andava dicendo Clemente Mastella all'epoca: «Massimo è arrabbiatissimo con Walter perché i patti erano altri». Forse quelli di dare un segretario tipo Dario Franceschini al Pd e di candidare come premier di un futuro non prossimo Veltroni? Chissà. Ma il fatto è che non c'è solo D'Alema a complicare la vita del sindaco di Roma, il quale continua a ripetere che non intende «polemizzare o aprire le ostilità » nei confronti del titolare della Farnesina. C'è anche, tanto per fare un nome, Piero Fassino. I fassiniani si sono incontrati in gran segreto l'altro giorno. Il sindaco di Roma è venuto a saperlo e ha subito chiamato uno dei partecipanti a quell'incontro, l'ex responsabile organizzativo dei Ds Andrea Orlando, per chiedergli conto di quell'iniziativa. Poi c'è chi rivela fiero: «La mia corrente non l'ha mai sciolta ». Trattasi di Beppe Fioroni: «Hanno voluto chiamare aderenti gli iscritti e convention i congressi — ironizza il ministro dell'Istruzione — ma tanto sono la stessa cosa». E certo non fa parte degli amici di Veltroni chi sta spingendo in questo momento perché il Congresso del Pd si tenga prima delle europee del 2009. Dalla sua, il sindaco di Roma, oltre a Letta e Bondi, ha — almeno finora — solo Bertinotti. Il presidente della Camera teme il referendum e vuole fare assolutamente una legge elettorale con l'idea che nella prossima legislatura una grande sinistra potrà nascere solo all'opposizione. Potrebbe Rifondazione staccare la spina al governo nel caso in cui la Corte ammettesse i referendum? Forse. E questo, per Veltroni, sarebbe un modo per «non cuocere a fuoco lento».

Maria Teresa Meli
20 dicembre 2007(ultima modifica: 21 dicembre 2007)

da corriere.it


Titolo: VELTRONI - Sui gay Binetti sbaglia
Inserito da: Admin - Dicembre 27, 2007, 10:53:12 am
27/12/2007
 
Sui gay Binetti sbaglia
 
WALTER VELTRONI

 
Caro Direttore,

va riconosciuto al Suo giornale il merito di prestare una particolare attenzione al tema dei diritti civili e di promuovere sull’argomento un confronto non rituale tra opinioni diverse.

In particolare, nei giorni scorsi, ha suscitato scalpore la riproposizione, da parte della senatrice Binetti, della tesi che considera l’omosessualità come una malattia, in quanto tale meritevole solo di essere curata. Si tratta, a mio modo di vedere, di una tesi sbagliata e pericolosa. È una tesi sbagliata perché l’omosessualità è una condizione umana, che non ha senso alcuno ridurre a una patologia e che deve essere rispettata in quanto tale. Ma è anche una tesi pericolosa, perché induce, o almeno asseconda, il misconoscimento dei diritti delle persone omosessuali di condurre una vita normale, senza subire discriminazioni sociali o addirittura, come purtroppo capita ancora con preoccupante frequenza, soprattutto nei riguardi dei più giovani, atti di persecuzione e di violenza, fisica e psicologica.

Nella campagna elettorale per l’elezione diretta del segretario del Pd ho preso pubblicamente un impegno che intendo onorare. Ho detto che il Partito democratico lavorerà, in Parlamento e nel Paese, per contrastare, con la legge, con le buone pratiche amministrative, con l’impegno culturale e civile, ogni forma di intolleranza e discriminazione, tanto più se violenta, correlata con l’orientamento sessuale delle persone. Il primo impegno è il sostegno in Parlamento al disegno di legge del governo contro la violenza sessuale, nel testo di larga convergenza approvato dalla Commissione Giustizia della Camera.

Allo stesso modo, il Partito democratico lavorerà per dare seguito al preciso impegno assunto nel 2006 da tutta l’Unione davanti agli elettori: il riconoscimento con legge nazionale dei diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. In Senato sono all’esame della Commissione Giustizia numerose proposte. I senatori del Pd sono impegnati a costruire il consenso più ampio possibile attorno a un testo che segni un deciso passo in avanti. Penso infatti che il Paese possa e debba unirsi e non dividersi su temi così decisivi per la nostra convivenza civile e che in quanto tali non possono andare soggetti al variare delle maggioranze di governo.
 
da lastampa.it


Titolo: Bruno Miserendino - Veltroni: «L'attuale governo condizione per le riforme»
Inserito da: Admin - Dicembre 29, 2007, 06:06:12 pm
Veltroni: «L'attuale governo condizione per le riforme»

Bruno Miserendino


Veltroni ricorda che lui l'ha sempre detto e sostenuto. Però a scanso di equivoci, lo ribadisce: «La condizione migliore» per le riforme è che il governo Prodi resti in piedi. Lo dice nel tardo pomeriggio in una nota di poche righe che ha il chiaro obiettivo di stoppare qualche illazione e soprattutto le manovre di Lamberto Dini. Insomma, se qualcuno conta nella sponda del Pd per affossare Prodi, ha sbagliato i calcoli. «Il Pd come ha ripetuto e come ha dimostrato in questi mesi - dice Veltroni rispondendo a una domanda dell'Ansa - è perché il governo arrivi alla conclusione della legislatura. La permanenza del governo Prodi, come abbiamo affermato costantemente, è la condizione migliore per affrontare la necessità di dare al paese la riforma elettorale, quella delle istituzioni e dei regolamenti parlamentari». «Per il Pd - conclude Veltroni - non esistono alternative a questo obiettivo». Il messaggio, come si vede, è rivolto a tutti, compreso lo stesso Prodi.

La parte sulle riforme del discorso di fine anno del premier non ha entusiasmato il leader del Pd, perché l'obiettivo di una nuova legge elettorale è sembrato vago e troppo assoggettato ai veti dei piccoli partiti. Veltroni torna quindi a dire al premier che un orizzonte di riforme in questo anno è non solo una necessità per il paese ma anche un'opportunità per lo stesso governo. Al loft lo definiscono un invito al premier a «crederci», a non giocare in difesa, cullandosi nell'idea che il dialogo con Berlusconi non porta da nessuna parte e che quindi quel che conta è preservare la vita dell'esecutivo. Marini e Bertinotti, ieri, hanno anche loro ribadito l'urgenza assoluta delle riforme, e soprattutto il presidente della Camera è sembrato toccare tasti cari a Veltroni. Bertinotti, rispetto a quando disse che il governo aveva finito la sua missione, dà ora una possibilità all'esecutivo: «La chance è di andare a un adeguamento programmatico che sia in grado di affrontare i grandi problemi del paese, quelli che segnano la sua difficoltà». Sul tema salari le convergenze ci saranno perché sia Prodi, sia Rifondazione, che il Pd concordano. Quindi la verifica non sarà impossibile. Ma Bertinotti rilancia anche sul tema delle riforme. «Il punto irrinviabile - dice il presidente della Camera è una nuova legge elettorale e una riforma costituzionale mirata al superamento del sistema bicamerale e a una modifica dei regolamenti». Aggiunta: «Una stagione di riforme brevi che deve però essere fatta rapidissimamente se non si vuole consumare una crisi drammatica delle istituzioni».

È questo il punto su cui la sintonia con Prodi non sembra completa. Nel Pd il dilemma viene descritto così: non ci saranno riforme senza il governo Prodi, ma nemmeno l'esecutivo reggerà a lungo senza riforme. Forse, spiegano nel Pd, nel premier e nei piccoli si è fatta strada la convinzione che l'intesa sulla legge elettorale non ci sarà e che comunque piuttosto una riforma antiframmentazione è persino meglio il referendum. Ma questa strada, ribadiscono, non porta lontano.

È chiaro che in queste ore la maggioranza sta facendo un estremo tentativo per puntellare Prodi e arginare le manovre di Lamberto Dini. Mastella e l'Udeur avvertono il senatore ribelle che se qualcuno gli ha promesso il posto di presidente del Senato ha sbagliato di grosso. Altri ricordano che se ci sarà un altro governo in questa legislatura non ne farà parte Dini. Resta il fatto che al momento persino Berlusconi, che insieme a Letta tratta direttamente con Dini, è in dubbio se presentare una mozione di sfiducia contro il governo. Perché allo stato attuale con Dini c'è solo Scalera e quindi i numeri non gli dànno la certezza della spallata.

Ma cosa accadrà se in un voto in cui il governo porrà la fiducia, Prodi andrà sotto? Qui gli scenari sono molti e diversi tra loro. Intanto entra in gioco il ruolo del capo dello stato, il cui punto di vista è per forza di cose e oggettivamente diverso da quello del premier. L'affermazione di Prodi secondo cui alla camera l'Unione ha una maggioranza cospicua e difficilmente un governo istituzionale troverebbe il consenso necessario, per il Quirinale lascia il tempo che trova. Se ci sarà una crisi, dovranno essere le forze politiche a spiegare al Quirinale che non sono disponibili ad alcun tentativo alternativo. Di sicuro Napolitano, supportato da Marini e Bertinotti, farà ogni sforzo perché non si vada a votare con questa legge. Alle viste, anche per il Quirinale, non c'è alcun governo di larghe intese, eventualmente fattibile solo dopo nuove elezioni. Però bisognerà tener conto che tutta una serie di forze e personalità istituzionali sono per fare una riforma elettorale. È chiaro che Veltroni non può gestire un accordo di governo con Berlusconi. L'unica subordinata possibile, concessa a denti stretti, è un governo a tempo per cambiare la legge elettorale. Ma per fare una riforma vera, altrimenti non vale la pena. Si tratta di aspettare.


Pubblicato il: 29.12.07
Modificato il: 29.12.07 alle ore 17.14   
© l'Unità.


Titolo: Irritazione di Veltroni per i giudizi di D'Alema
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2008, 12:31:03 am
POLITICA

Irritazione di Veltroni per i giudizi di D'Alema

Un nuovo capitolo della contesa in corso da quasi 15 anni

"Assurdo dire che sono impazzito"

Tra Walter e Massimo si riapre il duello

Colloquio telefonico tra il premier e il ministro degli Esteri

Prodi ai leader del partito: "Dove vanno, la trattativa deve proseguire"

di CLAUDIO TITO

 
"Non credevo potesse arrivare a tanto". Che l'intervista di Dario Franceschini rischiasse di provocare delle reazioni anche crude, un po' tutti l'avevano previsto. A cominciare dal vice segretario del Pd.

Ma i giudizi tanto taglienti di Massimo D'Alema, Walter Veltroni invece non li aveva messi nel conto. "Ci eravamo parlati, credevo che ci fossimo chiariti - si è lasciato andare con i suoi -. Ma se poi deve arrivare a sospettare che sono "impazzito", allora cambia tutto".

Sembra di tornare al '94. All'antico duello tra Massimo e Walter. Alla guerra dei fax. Alla contesa per la segreteria dell'allora Pds. Sono passati quasi 14 anni, eppure i toni tra i due non cambiano. La situazione, certo, adesso è diversa. Il centrosinistra è al governo, il Pd è ufficialmente nato. Ma le loro prospettive politiche continuano a indicare percorsi diversi. Stavolta è la riforma elettorale a segnare il passaggio decisivo.

Non è un caso che il capo del Pd sia furibondo. E che il vicepremier non sia da meno. E con lui anche il presidente del Consiglio. "Un accordo c'era e non era quello di riproporre il doppio turno", è l'accusa mossa dal ministro degli Esteri. Per D'Alema, il confronto sulla proporzionale è l'unica possibilità per arrivare ad un'intesa bipartisan. Per sciogliere al Senato tutti i nodi emersi nella commissione presieduta da Enzo Bianco. "Con Berlusconi - ricorda con il suo staff - ho già discusso di presidenzialismo, ma non mi pare che sia stato conseguente". Tra i "dalemiani", però, la paura principale è che il confronto sulle riforme possa abbattersi sul governo. "Hanno capito quali effetti ci saranno sulla maggioranza?", è l'interrogativo del vicepremier. Dinanzi alla "paralisi" - è il loro sospetto - il referendum si ripresenterebbe come l'unica chance per modificare il "porcellum".

Ma anche come il grimaldello per far saltare l'Unione. Irritare i "piccoli" partiti, a cominciare da Rifondazione comunista, che vedrebbero dissolvere la sopravvivenza prossima ventura. E quindi optare per l'extrema ratio delle elezioni anticipate. Non è un caso, infatti, che pure Prodi non abbia per niente apprezzato l'uscita del numero due democratico. "Dove vogliono arrivare? Perché tornare indietro? - si è chiesto ieri con alcuni dei "big" del centrosinistra - . La trattativa deve proseguire, è un dovere dei partiti. Altrimenti è il governo a rischiare. Arriveremmo al referendum con un'alleanza esplosa. Gli alleati si sentiranno costretti ad alzare la voce. E' questo il loro obiettivo?". Il Professore ne ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri. L'annuncio di accelerare la verifica, di convocare la prossima settimana i vertici della coalizione, scaturisce anche da questo colloquio. "Io - assicura il premier ai suoi - non resterò spettatore".

Tutto, però, ruota intorno al braccio di ferro tra "Massimo e Walter". Come nel 1994. Come nel 1998, quando Veltroni era il vicepremier e D'Alema segretario del partito. A parti invertite, dunque. L'inquilino di Piazza Santa Anastasia si sente "tradito" dalla reazione dalemiana. A tutti ricorda il "patto" stretto nella notte del 2 dicembre. Il "caminetto" del Pd riunito nella nuova sede per dare il via libera al dialogo con Silvio Berlusconi. E il verde si accese proprio sulle stesse basi - è l'accusa di Veltroni - illustrate l'altro ieri da Franceschini ed esposte direttamente al Cavaliere. "Le trattative, però, avrei dovuto condurle io, senza intrusioni". Quel "patto", ora, si è frantumato. Anche perché per i "veltroniani", l'oggetto della discussione non è affatto la continuità di azione del Professore e del suo esecutivo. Ma la difesa dell'assetto bipolare. "Abbiamo bisogno - ripeteva ieri Franceschini - di un modello che faccia scegliere alla gente il governo. Dopo 5 anni gli elettori potranno decidere se mantenere o no quel governo. La risposta di Massimo è inspiegabile". Per i "veltroniani", quindi, il "vassallum" è l'ultima mediazione possibile in quel senso. Il rilancio del vice di Veltroni era tatticamente rivolto a farlo capire. Tracimare nella legge proporzionale di tipo tedesco, invece, significherebbe "ritornare al passato" e immaginare permanenti "larghe intese" e "consociativismi". La ricostituzione di un asse tra la sinistra e il centro, con la modificazione genetica del neonato partito democratico. "E probabilmente - dice Stefano Ceccanti, costituzionalista vicino al segretario Pd - Casini ha iniziato a spiegare che la "cosa centrista" non decolla se non c'è la garanzia di arrivare alla legge tedesca". Appunti che i dalemiani rispediscono al mittente. "L'accordo - ripete Nicola Latorre - non era questo. La linea del Pd l'abbiamo concordata su input proprio del segretario che ci ha proposto una legge proporzionale senza premio di maggioranza. Noi andremo avanti cercando di adottare in commissione al Senato il testo base". Quello che secondo Silvio Berlusconi è "accettabile" se il governo terrà e se non verrà inserito il capitolo delle riforme costituzionali. "Era chiaro - insiste Latorre - che la mossa di Franceschini sarebbe poi stata letta come una guerra civile tra Massimo e Walter. E questo è un errore. Come è un errore ripassare dal punto di partenza mettendo a rischio il quadro politico. E quindi anche il governo". A meno che la prossima settimana, quando il "caminetto" potrebbe riunirsi nuovamente prima della verifica, i capi del Pd non riescano a ridefinire una rotta condivisa.

(4 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: VELTRONI: presidenzialismo in due fasi. E la 194 non si tocca.
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2008, 06:28:08 pm
POLITICA

Veltroni: presidenzialismo in due fasi. E la 194 non si tocca

"Per il nostro partito c'è una frontiera invalicabile: il bipolarismo"

"No a chi vuole il sistema tedesco e sogna la Grande Coalizione"

"Non esiste quel vasto consenso sul proporzionale della Germania di cui si parla.

Non lo vogliono Fi, An e vari 'piccoli'

di MASSIMO GIANNINI

 
"SIAMO a un passo da un traguardo che può essere storico per il Paese, si tratta solo di superare le divisioni, e di fare l'ultimo miglio". Aveva detto che il 2008 sarebbe stato l'anno delle riforme. E ora, alla vigilia della verifica di maggioranza e nonostante le polemiche sulla legge elettorale, Walter Veltroni è ancora convinto di farcela. Ma il leader del Pd detta le sue condizioni: no a un accordo a qualunque costo, sì a un sistema misto che salvi il bipolarismo. E a quelli che nel Pd puntano dritto al sistema tedesco, lancia un altolà: "Hanno in mente la Grande Coalizione: ma questo non è e non sarà mai il progetto del Pd".

Sindaco Veltroni, diciamolo: sulle riforme le premesse non sono un granché buone, non crede?
"Non sono d'accordo. Facciamo un primo bilancio: nei quattro mesi successivi alla nascita del Partito democratico abbiamo ricostruito il dialogo tra i poli, abbiamo creato le condizioni per il passaggio a un sistema elettorale in senso proporzionale e bipolare che favorisca maggioranze coese, e si è fatta strada l'idea della vocazione maggioritaria del Pd. A questo punto, lancio un appello a tutte le forze politiche, perché abbiano lo stesso coraggio. Siamo a un passo da un svolta storica per il nostro Paese. Ascoltiamo l'invito del presidente Napolitano: usiamo il tempo che abbiamo davanti per fare la più grande innovazione politico-istituzionale dopo la Costituzione del '48. C'è alla Camera un pacchetto da approvare: le riforme istituzionali, con la riduzione dei parlamentari, l'introduzione di una sola camera legislativa e il rafforzamento dei poteri del premier, e poi la riforma dei regolamenti e della legge elettorale. In un anno possiamo cambiare radicalmente il futuro del Paese. E un'occasione che non possiamo lasciarci sfuggire. Il Paese non ce lo perdonerebbe".

Sul modello elettorale c'è un discreto caos. L'Unione marcia sul sistema tedesco, lei e Franceschini rilanciate il sistema francese. Non sono messaggi contraddittori?
"Io vedo due resistenze. La prima è quella di chi, come l'Udc, dice "o così o niente" e sostiene che il sistema tedesco va preso com'è. La seconda è quella dei partiti minori, contrari allo sbarramento...".

Il denominatore comune è che sul proporzionale alla tedesca c'è un consenso trasversale, su altre formule no.
"Attenzione, un accordo possibile sul sistema tedesco, allo stato attuale, non c'è. Non lo vogliono Forza Italia e An, non lo vogliono i partiti minori. Non creiamo nel Paese un'aspettativa alla quale poi non corrispondano risultati reali. Le faccio un esempio. Immaginiamo di applicare il sistema tedesco, e supponiamo che alle prossime elezioni il Pd prenda il 32% e la sinistra radicale il 9%. Per arrivare a una maggioranza, dovremmo fare un accordo al centro: saremmo al paradosso di avere uno schieramento che va non più solo da Bertinotti a Mastella, ma si estende da Bertinotti a Casini. Mi spiega lei come facciamo a governare, con coalizioni persino più eterogenee di quelle attuali?".

Ma allora perché, da D'Alema a Rutelli, si ripete che sul tedesco si può chiudere l'accordo?
"Questo non lo chieda a me. Io posso formulare un'ipotesi. Forse chi vuole il sistema tedesco così com'è ha in testa un'altra idea: la Grande Coalizione. L'unica che renderebbe coerente la scelta del modello tedesco integrale. Ma se è così, si sappia fin da ora che la Grande Coalizione non è il progetto politico del Pd. Il nostro partito nasce per consentire un sistema bipolare dell'alternanza, ispirato ad un principio di coesione. Questa, per noi, è una frontiera invalicabile".

Quindi la proposta del Pd resta il "Vassallum", cioè un proporzionale corretto, un po' tedesco un po' spagnolo?
"Confermo la nostra disponibilità a un'intesa che, partendo da una base proporzionale con una soglia di sbarramento intorno al 5%, assuma alcuni degli strumenti che possano servire a favorire una "deproporzionalizzazione" del sistema: il voto unico, collegi come quelli proposti da Vassallo, un premio al primo partito. Uno o più di questi elementi sono per noi necessari. Bisogna fare "l'ultimo miglio", e noi lavoreremo per raggiungerlo".

Chiarissimo. Ma allora perché negli ultimi giorni avete ritirato fuori il maggioritario alla francese, e Franceschini ha addirittura evocato il presidenzialismo? E stato un errore, un altolà agli alleati o che altro?
"Franceschini ha semplicemente riproposto quello che io stesso ho detto più volte. Se mi si chiede qual è il sistema che preferisco, io rispondo il sistema francese: doppio turno e sistema presidenziale. Ma dobbiamo distinguere due fasi diverse. Una prima fase riguarda l'oggi: nelle condizioni attuali, ciò che dobbiamo ottenere è un sistema proporzionale ma bipolare, per evitare il rischio dell'ingovernabilità. Poi c'è una seconda fase, che riguarda il futuro: e dico fin da ora che quando si andrà al voto, mi auguro nel 2011, il Pd si presenterà proponendo agli italiani il maggioritario a doppio turno, con l'elezione diretta del Capo dello Stato".

Percorso in due tappe, quindi: non siete "impazziti", come dice D'Alema, col quale si è riaperto un dissapore antico?
"Per quanto mi riguarda, nessun dissapore. Evitiamo polemiche personali, la gente non ne può più. Il modello francese non è un'invenzione né di Franceschini né mia. Le forze di centrosinistra lo sostengono da tempo. Le leggo un testo: "L'elezione diretta del Capo dello Stato è il sistema più diffuso in Europa e non ha dato luogo a degenerazioni plebiscitarie o a pericoli per la tenuta democratica e per il sistema istituzionale. Non si comprende dunque perché solo l'Italia dovrebbe fuoriuscire dal quadro europeo dominante...". Firmato Cesare Salvi, relazione alla Commissione Bicamerale. D'altra parte, se il sondaggio del sito Repubblica.it dice che il 64% è favorevole a una soluzione di questo genere, qualcosa vorrà pur dire. La nostra democrazia è malata, e ciò che sta succedendo a Napoli ne è la più clamorosa e inquietante conferma. O recupererà la capacità di decisione, o la democrazia italiana andrà a rischio".

Cosa risponde a chi sostiene che state confondendo le acque perché puntate dritti al referendum?
"Ho letto dodicimila interpretazioni dietrologiche, tutte campate per aria. Io dico solo quello che penso: punto a una riforma vera che risolva il problema dell'ingovernabilità. Non sono io a puntare al referendum, al contrario. Ho semmai l'impressione che, per paradosso, siano alcune forze minori a preferirlo. Ad esempio, non capisco perché alcune forze interessate alla Cosa Rossa abbiano quest'ansia sulla soglia di sbarramento, che sarebbe superata proprio con l'aggregazione di tutta la sinistra radicale. Delle due l'una: o non vogliono fare la Cosa Rossa, oppure preferiscono il referendum, perché questo gli consente di tornare e chiedere le compensazioni figlie delle vecchie logiche di coalizione. Noi, viceversa, vogliamo superare per sempre il demone della vita politica italiana: la frammentazione, la visibilità, l'instabilità".

E cosa risponde a chi sospetta un accordo segreto tra lei e Berlusconi, proprio sul maggioritario?
"Ci risiamo. Io non sono tipo da accordi segreti. Mi rendo conto di parlare un altro linguaggio, ma non appartengo a questa dimensione da Belfagor della politica italiana. Con Forza Italia abbiamo avuto un confronto molto chiaro e sincero: due forze politiche, che sono e rimarranno alternative, è giusto che si incontrino per riscrivere le regole del gioco, com'è giusto che siano separate nella risposta ai grandi problemi del Paese".

Insomma, non è vero che alla fine lei, anche suo malgrado, sarà costretto a togliere il sostegno al governo Prodi?
"Dal giorno in cui dissi che non vi sarebbe mai stata una mia disponibilità per Palazzo Chigi, penso di aver dimostrato nei fatti che il mio sostegno a Prodi è totale. Se abbiamo retto le spallate in Parlamento e abbiamo avviato il dialogo sulle riforme è stato proprio per facilitare il cammino del governo. E poi ho ancora troppo vivo il ricordo di ciò che accadde nel '98, per non sapere che il sostegno al governo è un atto irrinunciabile di coerenza politica, tanto più per un grande partito. Il centrosinistra sta ancora pagando il prezzo dell'interruzione di quell'esperienza di governo che è stato tra i più riformisti nella storia repubblicana. Quindi, lo ribadisco: per parte mia il sostegno a Prodi è pieno e incondizionato. E Romano lo sa bene".

A volte non si direbbe.
"E invece glielo garantisco. Ci siamo sentiti proprio in questi giorni, per far sì che il vertice di maggioranza abbia al centro proprio il rilancio dell'azione di governo. Basta con gli anatemi e le minacce di chi ripete "o il governo fa così o la maggioranza non c'è più". C'è bisogno di un rilancio forte, legato ad alcuni temi essenziali. I salari e la condizione di vita delle famiglie, tanto più dopo un aumento così pesante dei prezzi. La precarizzazione intollerabile dei giovani. Il recupero dei 50enni che perdono il lavoro. Il nostro sforzo, in un tempo carico di rischi di recessione, deve essere quello di far crescere il Paese".

Un'altra ferita aperta sulla quale il Pd dovrà prima o poi trovare una sintesi riguarda le questioni etiche.
"Purtroppo in alcuni ambienti vedo un clima da disfida tra guelfi e ghibellini, un irrigidimento integralista e quasi testimoniale delle identità legate l'una alla fede cattolica, l'altra all'ispirazione laica. Il Pd nasce con l'obiettivo di superare questa contrapposizione".

Cosa pensa della legge sull'aborto, oggetto dell'ennesima campagna "revisionista"?
"Un valore imprescindibile, per me, è la laicità dello Stato. Questo significa che ci sono conquiste di civiltà che devono essere difese. Una di queste è proprio la 194, che si è dimostrata una legge contro l'aborto, visto che le interruzioni di gravidanza si sono ridotte del 44%. Dunque per me la 194 è una legge importante, che va difesa. Ma non mi spaventa una discussione di merito, che tenda a rafforzare gli aspetti di prevenzione, perché l'aborto non è un diritto assoluto, ma è sempre un dramma da contrastare".

Non le sembra che i toni dei revisionisti siano quasi da nuova crociata?
"Sinceramente, mi piace una Chiesa che concentri la sua attenzione su alcuni dei temi che stanno dentro la grandezza dell'esperienza di fede: la protezione degli ultimi, la lotta contro ogni forma di ingiustizia sociale, la pace e i diritti delle persone. Non mi spaventa che la Chiesa affermi e tuteli principi morali che considera fondamentali. Ma ammaestrata da una storia millenaria, la Chiesa sa bene che proprio la laicità dello Stato è un confine che non può essere valicato. Poi, con altrettanta sincerità, vorrei che anche i laici fossero più laici. Che ragionassero senza dogmatismi sui temi della vita e della morte. Noi laici, più di ogni altro, non possiamo accettare l'idea di una società senza valori. Dobbiamo moltiplicare le sedi di confronto e di ricerca comune. E nella vocazione di un grande partito come il Pd. Prendiamo esempio dai democratici americani".

A proposito, che effetto le fa il successo di Obama, che proprio lei ha indicato come modello di "bella politica"?
"Questa vittoria iniziale di Obama non mi stupisce. La sua è una leadership calda, capace di evocare l'idea di un'America che recupera la guida morale nel mondo. E poi, per lui hanno votato anche i repubblicani e gli indipendenti. La strada delle elezioni è ancora lunga, ma intanto una lezione si può trarre: Obama ha interpretato finora una capacità di cambiamento che forse è quella del nuovo millennio. Vorrei che anche noi sapessimo ascoltarla, uscendo dalle sconfitte, dai conflitti e dalle ideologie di un tempo che dobbiamo mettere per sempre alle nostre spalle".

(5 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: VELTRONI - Veltroni: «Nessun inciucio ma altolà al sistema tedesco»
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2008, 06:47:49 pm
Veltroni: «Nessun inciucio ma altolà al sistema tedesco»


«Dal giorno in cui dissi che non vi sarebbe mai stata una mia disponibilità per Palazzo Chigi, penso di aver dimostrato nei fatti che il mio sostegno a Prodi è totale».
Come annunciato, Walter Veltroni interviene dalle pagine di Repubblica per chiarire le sue ultime mosse - e quelle del suo vice Dario Franceschini - riguardo al capitolo riforme istituzionali e conseguentemente al referendum e alla tenuta del governo Prodi. Il numero uno del Pd tiene soprattutto ad allontanare da sè e dal suo staff ogni logica di inciucio o tradimento che gli è stata attribuita con la riproposizione del sistema maggioritari "alla francese".

Impugna la bandiera della coerenza, sia per quanto riguarda la preferenza espressa verso il presidenzialismo e il sistema a doppio turno, sia per quanto riguarda il sostegno a Prodi - «ho ancora troppo vivo il ricordo di ciò che accadde nel '98, per non sapere che il sostegno al governo è un atto irrinunciabile di coerenza politica, tanto più per un grande partito» - ,un sostegno che definisce «pieno e incondizionato». «E Romano lo sa bene».

Ragion per cui, continua, «non sono io a puntare al referendum, al contrario». Veltroni è convinto che «semmai, per paradosso, siano alcune forze minori a preferirlo». E punta il dito contro alcune forze che pur dicendosi interessate alla Cosa rossa mostrano «quest'ansia sulla soglia di sbarramento, che sarebbe superata proprio con l'aggregazione di tutta la sinistra radicale».

«Delle due l'una: o non vogliono fare la Cosa rossa, oppure preferiscono il referendum, perché questo gli consente di tornare e chiedere le compensazioni figlie delle vecchie logiche di coalizione. noi, viceversa -garantisce Veltroni- vogliamo superare per sempre il demone della vita politica italiana: la frammentazione, la visibilità, l'instabilità». In ogni caso il modello della Grande Coalizione alla tedesca - chiarisce - «non è il progetto politico del Pd».

Al di là delle «interpretazioni dietrologiche», il sindaco di Roma taglia corto sulle accuse di "inciucio" con Berlusconi: «Ci risiamo. Io non sono tipo da accordi segreti». «Mi rendo conto - annota - di parlare un altro linguaggio, ma non appartengo a questa dimensione da Belfagor della politica italiana. Con Forza Italia abbiamo avuto un confronto molto chiaro e sincero».

Quanto ai dissapori con D'Alema il leader Pd replica: «Per quanto mi riguarda, nessun dissapore. Evitiamo polemiche personali, la gente non ne può più. Il modello francese non è un'invenzione né di Franceschini né mia», puntualizza richiamandosi alla relazione Salvi per la Bicamerale.

Nei suoi piani la riforma elettorale va fatta in due fasi: «Una prima riguarda l'oggi: dobbiamo ottenere un sistema proporzionale bipolare, poi c'è la seconda quando il Pd si presenterà agli italiani riproponendo il maggioritario a doppio turno con l'elezione diretta del Capo dello Stato».

E tornando a riflettere sul modello tedesco, precisa: «Sul sistema tedesco, allo stato attuale un accordo non c'è. Non lo vogliono Forza Italia e An, non lo vogliono i partiti minori».

Altra accusa che gli è stata mossa: aver ammainato la bandiera della laicità dello Stato. Anche su questo Veltroni smentisce. E a proposito dell'attacco più recente delle gerarchie cattoliche ai diritti riconosciuti in uno Stato laico - la legge 194 che permette e limita l'interruzione volontaria di gravidanza - precisa: «Per me la 194 è una legge importante, che va difesa. Ma non mi spaventa una discussione di merito, che tenda a rafforzare gli aspetti di prevenzione, perché l'aborto non è un diritto assoluto ma è sempre un dramma da contrastare». Del resto «la Chiesa sa bene che la laicità dello Stato è un confine che non può essere valicato». Dunque esprime l'auspicio che «anche i laici fossero più laici, che ragionassero senza dogmatismi sui temi della vita e della morte». «Noi laici - spiega - più di ogni non possiamo accettare l'idea di una società senza valori», per questo Veltroni invita a «moltiplicare le sedi di confronto e di ricerca comune» sottolineando che si tratta di una linea «nella vocazione di un grande partito come il Pd».

Pubblicato il: 05.01.08
Modificato il: 05.01.08 alle ore 16.06   
© l'Unità.


Titolo: C'è chi lavora per distruggere Walter
Inserito da: Admin - Gennaio 06, 2008, 11:39:26 pm
L'accusa: da D'Alema discussione strumentale

C'è chi lavora per distruggere Walter

Bettini, braccio destro di Veltroni: basta personalismi

 
ROMA- Ieri lo ha fatto Walter Veltroni su "Repubblica", adesso è la volta del suo braccio destro (e sinistro) Goffredo Bettini perché l'annuncio di Dario Franceschini di una svolta presidenzialista alla francese ha creato non pochi problemi al sindaco di Roma e «ha offerto su un piatto d'argento - come dice qualche veltroniano - la possibilità di andare contro il leader del Pd». Bettini, comunque, va all'attacco. E senza troppi giri di parole dice che c'è chi, nel Pd, vuole «distruggere Veltroni», sostiene che quella sul sistema tedesco è «una discussione strumentale» e invita D'Alema ad abbandonare i «personalismi ». Insomma, come funziona? Siete presidenzialisti alla francese e avete rinunciato all'idea di trovare in Parlamento una soluzione- compromesso che raccolga la più ampia convergenza possibile? Bettini sorride e spiega: «Noi abbiamo sempre detto che il presidenzialismo francese è il sistema migliore per l'Italia e che rimane un punto di riferimento che potrebbe anche diventare una proposta da presentare per la campagna elettorale delle prossime elezioni politiche, quando saranno».

Peccato che il presidenzialismo alla francese abbia spaccato l'Unione, il Pd e non abbia raccolto neanche grandi consensi nel centrodestra... «E infatti oggi il punto è un altro: raggiungere il risultato concreto di una convergenza larga su una riforma elettorale equilibrata e innovativa da accompagnare alla riforme dei regolamenti e delle istituzioni». Lei parla così, Bettini, ma intanto Massimo D'Alema ha dato addosso a Veltroni e Franceschini e da palazzo Chigi hanno lasciato intendere che le vostre iniziative sulle riforme non sono poi tanto gradite. «Io rispondo così: c'è un motivo semplice semplice per cui oggi è necessario fare le riforme. Il Paese non ne può più degli spettacoli che gli offre un politica frammentata che non decide. A noi non interessa affatto piantare le nostre bandiere. Abbiamo proposto il Vassallum ma abbiamo anche detto che siamo disponibili alla discussione e al compromesso purché vengano fatti salvi tre principi».

E quali sarebbero questi principi? «Intanto occorre aprire al proporzionale anche per dare più libertà di proposta e di autonomia alle forze politiche: in questo quadro pure il Pd potrà esprimere la sua vocazione maggioritaria ». Questo perché il Pd vuole andare da solo alle elezioni eliminando la Cosa rossa? «Il problema non è che il Pd abbia la sciocca pretesa di andare da solo ma ha l'ambizione di un programma e di una strategia che parli a tutto il paese, come è naturale per un partito a vocazione maggioritaria». Strana vocazione maggioritaria che si concretizza con un sistema proporzionale. «E' per questo che ci vuole uno sbarramento del 5 per cento: per favorire la semplificazione del sistema politico italiano che soffre di una pletora indicibile di partitini». Di cui Veltroni vorrebbe disfarsi ben volentieri. «Ma no, nessuno vuole perseguitare i piccoli partiti, piuttosto li dobbiamo aiutare ad aggregarsi e a cambiare perché il loro obiettivo deve essere più coraggioso del mero raggiungimento della sopravvivenza del proprio ceto politico».


E quale sarebbe il terzo principio che va salvaguardato per raggiungere un compromesso sulla riforma? «La realizzazione di un nuovo bipolarismo, con la correzione del puro proporzionale che non dà stabilità al governo, forza alle coalizioni e che riaprirebbe il mercato politico post elettorale. Uno strumento di correzione è dare al partito che vince un misurato premio di maggioranza in grado di rafforzare la sua capacità di essere il baricentro e il promotore della sua coalizione ». Sostiene Veltroni che siete a un passo dal risultato. «Siamo alla fine di questa impresa, siamo all'ultimo sforzo». Sembrate un po' troppo ottimisti voi veltroniani: D'Alema, che nel Pd non è che conti proprio niente, insiste sul sistema tedesco e dice che avrebbe la maggioranza in Parlamento. «Non è vero, mentre sull'ipotesi che prima delineavo possono convergere sia Forza Italia che Rifondazione, che il Pd e non vedo le ragioni di ostacoli insormontabili per An ed anche per chi vuole tentare un nuovo grande centro. Quindi la discussione sul tedesco rischia di diventare astratta e, alla fine, strumentale. Comunque noi dobbiamo evitare due errori. Il primo, quello di ostacolare la strada della riforma per arrivare al referendum, il secondo quello di pensare a un proporzionale puro che ci farebbe rinunciare al sistema bipolare che è l'unico sistema che ci consente un ricambio delle classi dirigenti». Ma come, Bettini, tutti dicono che in realtà Veltroni sta puntando al referendum. «Il risultato del referendum sarebbe una battaglia elettorale all'ultimo sangue per ottenere un voto in più tra i due schieramenti. Quindi costringerebbe alle ammucchiate che rappresentano proprio il massimo della contraddizione rispetto al progetto del Pd».

 Intanto però Giulio Tremonti sostiene che è inutile continuare il confronto con Veltroni perché rappresenta solo un terzo del Pd. «Walter è un leader che è stato scelto nelle primarie a cui hanno partecipato tre milioni e mezzo di persone. Quando qualcuno prenderà un voto in più di lui potrà dichiarare di essere maggioranza». Quindi il confronto con Berlusconi va avanti, anche se in tanti vi criticano per questo? «Quando mi dicono "fai male a fidarti di Berlusconi", io non rispondo. E' già difficile scegliersi degli alleati, figuriamoci degli avversari. Sappiamo tutti che Berlusconi ha una sua forza in Parlamento e una sua popolarità nel Paese e quindi per fare le riforme bisogna trattare anche con lui». Non è vero piuttosto come ha ipotizzato anche D'Alema che sotto sotto voi abbiate scelto la via del confronto con Berlusconi per far cadere Prodi? «Questo è assurdo. Da quando c'è il Pd e si è aperto grazie a Veltroni un tavolo concreto per le riforme e il governo si è rafforzato nella sua azione e nell'opinione del paese. Tra l'altro, mi pare un po' buffo che prima ci si critichi perché con il dialogo si metterebbe in pericolo il governo e poi ci si strappi i capelli perché Veltroni stesso avrebbe deciso di affossare le riforme. Insomma, c'è in giro una voglia distruttiva verso le iniziative del Pd che è in sintonia con la tipica abitudine italiana di colpire ogni cosa buona che nasce. La verità è che prima di Veltroni sulle riforme c'era la morta gora e che solo grazie alla nostra iniziativa oggi si discute credibilmente su un possibile risultato positivo del cambiamento della legge elettorale. E se ognuno superasse personalismi ed eccessi di furbizia tutto sarebbe più facile».

Maria Teresa Meli
06 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Il Veltroni bipolarista incassa il sì dei prodiani
Inserito da: Admin - Gennaio 06, 2008, 11:45:06 pm
6/1/2008 (7:29)

Il Veltroni bipolarista incassa il sì dei prodiani
 
Parisi: «Bene così».

Ma Casini e An: ora rischia di saltare tutto

MARCO I. FURINA
ROMA


Un percorso in due tappe, in cui nella prima fase si arrivi subito a una legge elettorale «proporzionale ma bipolare», e in seguito (dal 2011, a legislatura terminata e con le riforme istituzionali approvate, si augura) a un sistema a doppio turno con l’elezione diretta del capo dello Stato, come in Francia.

Sul sistema di voto non arretra di un millimetro Walter Veltroni, e in un’intervista a Repubblica rilancia la riforma targata Parigi avanzata qualche giorno fa dal suo vice Franceschini. Con una precisazione: il doppio turno alla francese resta il modello cui tendere, ora si può però trovare «un’intesa» su una legge proporzionale ma opportunamente «corretta» in senso maggioritario (il Vassallum). Quello che il leader del Pd proprio non può accettare è il sistema tedesco puro e semplice, porta d’ingresso principale della Grande Coalizione, e tomba del nascente Pd.

E il no veltroniano al proporzionale in salsa germanica, spacca trasversalmente la politica, facendo litigare i poli. Raccoglie il plauso convinto di Forza Italia, ma irrita An e Udc che temono «un patto segreto» tra Veltroni e il Cavaliere. Maretta anche all’interno del Pd, in cui gli elogi al Sindaco dei maggioritaristi convinti come Parisi e la Bindi, contrastano coi duri giudizi critici espressi nei giorni scorsi da Massimo D’Alema, e infine nell’Unione, dove Rifondazione (con alcuni distinguo), Socialisti e Udeur partono all’attacco del segretario.

«La leadership del Pd sta giocando col fuoco. Una campagna come quella lanciata dal vertice del Pd rischia fortemente di far saltare ogni ipotesi di accordo e di spalancare le porte al referendum», attacca il capogruppo al Senato di Rifondazione Russo Spena. «Veltroni vuole una legge su misura», accusa Rizzo dei Comunisti italiani. «L’intervista di Veltroni aggrava ulteriormente la situazione», dice il socialista Angius. Così - ragiona il vicepresidente del Senato - «si liquida il governo Prodi». E il verde Bonelli fissa la scadenza per trovare un accordo: «Al vertice del 10 gennaio sarà importante individuare una posizione comune». Anche Mastella prepara le contromisure: «Se l’obiettivo è prosciugare l’area del nostro consenso, costruiremo un soggetto politico che al Sud potrà essere il primo partito». Cioé, la Cosa bianca.

Buone notizie per Veltroni arrivano dagli ulivisti del Pd, Parisi in testa, che nei giorni scorsi avevano criticato il segretario per le sue aperture al proporzionale. «Non possiamo non essere a fianco di Veltroni», dice il ministro della Difesa. «Questa volta Veltroni ha scelto - continua - . Da una parte sta il sistema Tedesco e la bozza Bianco, dall’altra il bipolarismo e scelta dei cittadini». Parole di apprezzamento anche da Rosy Bindi che però non rinuncia a una stoccatina: «Ci sembra di sentir riecheggiare le nostre argomentazioni su bipolarismo e legge elettorale».

In soccorso di Veltroni vengono anche i notabili di Fi. «Ha ragione Veltroni: il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza sono conquiste che dobbiamo consolidare e sviluppare», afferma Giuseppe Pisanu. E il coordinatore azzurro Sandro Bondi considera «coraggiosa, condivisibile e coerente», l’intervista del leader Pd. Lodi che provocano più di un sospetto in An, che teme di essere messa ai margini da un patto a due Fi-Pd. «Colpisce che Bondi si batta un giorno per costruire un nuovo centrodestra e nell’altro confermi l’accordo sulla legge elettorale tra Veltroni e Forza Italia», attacca il capogruppo di An alla Camera, Altero Matteoli. «Nessun accordo segreto», lo rassicura immediatamente il forzista Schifani. Inamovibile dalla trincea del proporzionale alla tedesca resta l’Udc. «La sirena Veltroni può incantare Bondi e Forza Italia, spiega il segretario, Lorenzo Cesa - ma non incanta certo l’Udc». Perché per noi - avverte - «il modello tedesco è l’unico approdo possibile».

da lastampa.it


Titolo: VELTRONI Legge da difendere, ma non ci spaventa il dibattito sulla prevenzione
Inserito da: Admin - Gennaio 08, 2008, 06:35:23 pm
E Giuliano Ferrara, promotore della moratoria: «Così si inizia bene»

«La 194 è una conquista, ma sì al dialogo»

Veltroni: «Legge da difendere, ma non ci spaventa il dibattito sulla prevenzione»

 
ROMA - La legge 194 che regola le interruzioni di gravidanza è «una conquista di civiltà che deve essere difesa», ma «non mi spaventa una discussione di merito, che tenga a rafforzare gli aspetti di prevenzione, perché l`aborto non è un diritto assoluto, ma è sempre un dramma da contrastare e da prevenire». Lo afferma il segretario nazionale del Pd, Walter Veltroni, in una lettera di risposta al Foglio che, con il suo direttore Giuliano Ferrara, ha lanciato un invito per un incontro col Pd sulla campagna per una moratoria sull’aborto.

«QUESTIONI NON STRUMENTALI» - Veltroni puntualizza subito di ritenere «certamente utile questo incontro, le cui modalità saranno presto definite. Non ritengo infatti banali né strumentali le questioni poste, che interrogano le coscienze, pongono problemi di natura morale. E credo giusto che anche una sede politica trovi modi e forme di discussione e confronto, non soltanto al suo interno».

FERRARA: «INIZIAMO BENE» - Pronta la replica di Ferrara secondo il quale «un dialogo così impostato parte bene e può essere condotto senza strumentalismi politicanti e senza secondi fini di qualsiasi genere, al solo scopo di capire meglio che cosa ci sia da fare tre decenni dopo il varo in tutto il mondo delle legislazioni che decisero di tutelare tragicamente la maternità e la salute delle donne minacciate dalle pratiche dell`aborto clandestino».


08 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Il Papa: "Strumentalizzato il discorso su Roma"
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2008, 11:21:03 pm
ESTERI

La precisazione della Santa Sede: "Non era intenzione del Pontefice sottovalutare l'azione sociale che si sta compiendo con apprezzabile impegno"

Il Papa: "Strumentalizzato il discorso su Roma"

Veltroni: "Parole molto belle di apprezzamento, e ora basta con le polemiche"

 
CITTA' DEL VATICANO - Il Vaticano denuncia la "strumentalizzazione politica che ha fatto seguito alle parole rivolte dal Santo Padre" a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra e rimarca che "non era certo intenzione del Papa sottovalutare l'azione sociale che i responsabili della Città di Roma e della Regione stanno compiendo con apprezzabile impegno". Lo afferma un comunicato della sala stampa vaticana, che sembra correggere il tiro dopo le polemiche suscitate dalle dichiarazioni di ieri del Pontefice.

"'Desta meraviglia - si legge nel comunicato diffuso dalla sala stampa della Santa Sede - la strumentalizzazione politica che ha fatto seguito alle parole rivolte dal Santo Padre ai Rappresentanti della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma. Non era certo intenzione del Papa - prosegue la nota - sottovalutare l'azione sociale che i responsabili della Città di Roma e della Regione stanno compiendo con apprezzabile impegno. Egli infatti, nella sua qualità di Vescovo di Roma, - spiega il testo - in diverse circostanze, e anche di recente, ha posto in luce le realizzazioni compiute al servizio della cittadinanza, realizzazioni che ha tenuto a sottolineare anche nel discorso di ieri. Ugualmente però - aggiunge il comunicato - Egli non poteva non evocare, dando voce a quanti a Lui si rivolgono, alcune problematiche umane particolarmente urgenti, che vanno affrontate con il contributo di tutti. La Chiesa, come Sua Santità ha assicurato - è la conclusione - non farà mancare il proprio apporto e la propria collaborazione".

La schiarita è stata accolta con piacere dal sindaco: “Vorrei esprimere al Santo Padre la mia gratitudine per le parole pronunciate questa mattina, che rappresentano un riconoscimento al lavoro ed all'impegno profuso in questi anni dall'Amministrazione Comunale, dalle altre istituzioni locali e da tutte quelle forze sociali che hanno collaborato a far crescere la città, a migliorarne la qualità della vita senza perdere mai di vista i bisogni ed i diritti dei più deboli, delle fasce più disagiate.

Ho definito pubblicamente il discorso pronunciato ieri dal Pontefice, durante l'incontro con gli amministratori di Roma e del Lazio, come uno stimolo ulteriore per il nostro lavoro. Oggi si possono chiudere le polemiche causate da odiose e strumentali reazioni politiche al discorso del Papa”, ha commentato Walter Veltroni.

Il monito del Papa ieri denunciava l'aumento della povertà" nelle grandi periferie urbane, la "drammatica situazione" delle strutture sanitarie cattoliche nel Lazio, cui Benedetto XVI aveva aggiunto la rischiesta di difendere la famiglia da "attacchi e incomprensioni nei confronti di questa fondamentale realtà umana e sociale".

Il sindaco Walter Veltroni aveva replicato sottolineando come il Comune sia da anni impegnato a non dimenticare "il dolore degli 'invisibili', la disperazione di chi vive ai margini, ma anche le difficoltà di molte famiglie dove lo stipendio non basta ad arrivare alla fine del mese, dei giovani che devono misurare il loro sogno di sposarsi e avere dei figli con la realtà dei prezzi di una casa o con l'insufficienza dei servizi".

(11 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: L'intervista di Aldo Cazzullo a Walter Veltroni.
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 12:21:32 am
13 gennaio 2008

Scriviamo insieme le regole del gioco poi ognuno giocherà per vincere

Riportiamo dal Corriere della sera, l'intervista di Aldo Cazzullo a Walter Veltroni


ROMA — Veltroni, comincia una settimana decisiva per la legge elettorale, e cruciale per la politica economica del governo e la costruzione del Pd.
«E io mai come oggi avverto il bisogno che la politica si immerga nella vita reale dei cittadini. Ho la sensazione devastante di una separazione netta tra la vita delle persone, tra ciò che le angoscia, le spaventa, ne determina l'umore, e ciò di cui parla la politica. La politica pare un acquario, in cui alcuni pesci nuotano, altri si sbranano, ma tutti sono separati sia dalla sofferenza sia dal talento di chi sta fuori. Sarà per il lavoro che faccio, sarà perché parlo con le persone e non guardo la società dai numeri dei sondaggi, fatto sta che ne sono sempre più convinto: la politica è la risposta ai bisogni dei cittadino, è l'elaborazione di un sistema di valori, di una visione del mondo che argini lo spirito del tempo, il nuovo egoismo sociale che si diffonde come un virus. L'idea per cui ognuno è una monade, un piccolo mondo isolato dagli altri. L'idea per cui, se Napoli ha bisogno di un sostegno nell'emergenza, le stesse amministrazioni di centrodestra del Nord che in passato chiesero e ottennero aiuto voltano le spalle. Io preferisco lo spirito dei ragazzi che nel '66 si precipitarono a Firenze. Preferisco l'Italia che nelle grandi tragedie nazionali si mostra solidale».
L'emergenza rifiuti non è una calamità naturale.
«Ma anche in altre tragedie, come il terremoto dell'Irpinia, emersero responsabilità politiche; e la reazione fu certo di denuncia ma anche di solidarietà ».

Lei ha difeso Bassolino, ma ha poi aggiunto che le dimissioni sarebbero inopportune nell'ora dell'emergenza. Questo significa che dopo il presidente della Campania dovrebbe dimettersi?
«Quanto accade non è solo responsabilità di Bassolino e della Iervolino. Se Bassolino si dimettesse ora, commetterebbe un gravissimo errore. Infatti, con senso di responsabilità, resta al suo posto. Conoscendolo, posso immaginare il suo travaglio di queste ore. Quando l'emergenza sarà risolta, insieme affronteremo una discussione serena. Io sono fatto così: quando vedo che tutti danno addosso a qualcuno, lo difendo. A Napoli ho visto manichini appesi dalla destra del presidente della Regione e del sindaco impiccati: scene che evocano i tempi della Repubblica di Salò. Il rischio è che il Paese si sfarini. Che si affermino idee come quella emersa in un municipio romano, sorprendente tanto più perché viene dall'estrema sinistra, di separare sui bus i bambini rom dai bambini non rom. Contro questo arroccamento individualista occorre un nuovo alfabeto della politica. Al quale si è ispirato il documento dei valori che ieri la commissione, dopo una bella discussione, ha sostanzialmente varato smentendo tutte le profezie di incompatibilità tra le culture e le identità del Pd. Il Partito democratico si è già dato alcuni grandi obiettivi. Dimostrare che esiste un ambientalismo del fare: dire sì alle ferrovie, sì ai pannelli ferroviari anziché al petrolio, sì ai termovalorizzatori anziché alle discariche. A febbraio in Sicilia parteciperò con Amato alla manifestazione a fianco degli imprenditori che si sono ribellati al pizzo. E a marzo ci sarà la prima conferenza operaia del Pd, nel ricordo della tragedia della Thyssen e con la convinzione che i lavoratori non vadano lasciati soli oltre i cancelli delle fabbriche».
 
Veltroni, al governo c'è il centrosinistra. Cosa farete di concreto?
«Il governo Prodi, come si vedrà meglio quando la storia consentirà una lettura più serena, ha conseguito risultati straordinari. Ha ricevuto dalla destra un'eredità storica devastante, eppure ha già ridotto il deficit all'1,3%, il dato previsto per il 2010. E ha condotto una politica di redistribuzione, attraverso il cuneo fiscale, l'aumento delle pensioni minime, il pacchetto sul welfare».

Le pare sufficiente?
«Il rischio di una recessione americana, i suoi effetti in Europa, il boom del petrolio, la diminuzione dei consumi impongono uno sforzo ulteriore, nuove misure a sostegno dello sviluppo, e anche una svolta culturale per la sinistra. È tempo di uscire dalla contrapposizione tra impresa e lavoro. Dobbiamo ripensare chi è l'imprenditore».

Appunto: chi è l'imprenditore?
«È un lavoratore. Che rischia, che ci mette del suo, che magari non dorme la notte perché ha un mutuo in banca e non sa se potrà pagarlo. In questi giorni, visitando le fabbriche italiane, ho visto storie esemplari. La Carpigiani: due fratelli che nel dopoguerra si sono inventati macchine, esportate in tutto il mondo, da cento milioni di gelati al giorno. La VidiVici, una azienda di famiglia con due giovani ragazzi, che ha avuto l'idea degli occhiali ripiegabili in un astuccio e che in dieci anni è diventata una grande azienda del settore. La Technogym di Nerio Alessandri, uno che ha cominciato sbirciando il laboratorio artigianale sotto casa. C'è una comunità di destini tra imprenditori e lavoratori. Per questo agli imprenditori tocca garantire ai lavoratori salari adeguati, la sicurezza fisica e la serenità, che consenta loro di sentirsi parte dell'impresa. Chi conosce gli operai sa che hanno un grande patriottismo aziendale, talora molto più dei manager che si assegnano le stock-options. È il momento di costruire un'alleanza tra imprese e lavoro, e varare una politica fiscale a sostegno dei salari».

Anche Prodi lo dice, ma Padoa-Schioppa frena. Chi ha ragione?
«Credo che abbia ragione chi sostiene l'urgenza di interventi peraltro previsti dalla legge finanziaria, che al comma 4 dell'articolo 1 destina tutto l'extragettito alla detrazione delle imposte sul lavoro dipendente. Dobbiamo dare ossigeno alle famiglie e alle imprese, e prima lo facciamo meglio è. Le risorse ci sono, e devono produrre un aumento significativo dei redditi, non 15 euro l'anno, che non servono a nessuno. Qui si sta rompendo l'ascensore sociale. Nel dopoguerra, i contadini pensavano che i loro figli avrebbero fatto gli operai, gli operai che avrebbero fatto gli impiegati, gli impiegati che avrebbero fatto i professori. Questo meccanismo, che ha tenuto su l'Italia, è in panne. Sta alla politica ripararlo al più presto. Anche per questo sono convinto, a differenza della sinistra radicale, che la crescita dei salari debba essere accompagnata dalla crescita della produttività, oltre che dal sostegno alle famiglie e agli incapienti».

A dire il vero, le divisioni della maggioranza emerse in questi giorni riguardano soprattutto la legge elettorale.
«Ma la legge elettorale è necessaria per tutto questo, per far funzionare il sistema, per rimettere in moto il Paese. Io posso fare il pieno di benzina, ma se la macchina è guasta il motore non si accende. L'emergenza rifiuti conferma la crisi della politica; e il tempo non è illimitato. Nel suo bel saggio su Weimar, Gian Enrico Rusconi racconta come una democrazia possa implodere».

Siamo dunque a Weimar?
«Non siamo più al tempo delle notti dei cristalli e delle marce su Roma, sono convinto che possa essere la democrazia a risolvere la crisi della politica. Prima del 27 ottobre, Berlusconi rifiutava qualsiasi dialogo e reclamava la spallata, alla testa di una Cdl unita. Oggi siamo a un passo da una soluzione positiva, sollecitata dal presidente Napolitano nel suo appello di fine anno. Nell'ultimo miglio — il più difficile — che attende la riforma elettorale, tutti sono chiamati a un gesto di responsabilità, per ridurre la frammentazione del sistema. Io ho partecipato l'altro giorno a un vertice di 38 persone. Ma non erano meno affollati i vertici del centrodestra nella scorsa legislatura. In quale Paese del mondo accade questo?».

Crede che stavolta Berlusconi sia pronto a un accordo? Lei se ne fida davvero?
«Questa è una domanda che non mi posso porre. Gli interlocutori sono quelli che sono. Non si scelgono. La domanda che mi faccio è: si può pensare di riscrivere la legge elettorale senza Berlusconi, senza il partito che con il nostro è il più grande d'Italia? Non si può. Io voglio passare dalla concezione della destra, per cui le regole del gioco le scrive la maggioranza e poi sulla partita ci si mette d'accordo, alla concezione per cui le regole del gioco si scrivono insieme e poi ognuno gioca la partita per vincere; possibilmente senza colpi bassi».

Il colpo basso rischia di riceverlo il governo. I partiti minori della maggioranza sono in rivolta, il prezzo dell'accordo con l'opposizione potrebbe essere la caduta di Prodi.
«La verità è che, a un anno dalla nascita di un governo, mettere sul suo percorso la mina del referendum — per quanto nato da un'esigenza reale — è stato un errore politico. Pare una situazione da "Comma 22": se l'accordo non si fa, la maggioranza si spacca sul referendum; ma l'alternativa non è stare fermi, è trovare una soluzione. Il Pd considera che il sistema ideale per il futuro sia quello francese, come ho sempre detto; ma nelle condizioni date è importante aver trovato sulla bozza Bianco una convergenza con Forza Italia, Rifondazione, Udc, ora anche An. Cercheremo di allargarla ancora».

Abbassando lo sbarramento sotto il 5%?
«No. Non possiamo fare una legge peggiore di quella che c'è. Alcuni elementi di "disproporzionalità" sono indispensabili: lo sbarramento al 5; il voto congiunto, per cui si sceglie insieme il candidato e il simbolo. Poi si può vedere se organizzare il riporto dei resti su base nazionale o circoscrizionale, se prevedere un piccolo premio di maggioranza per il primo partito. Ci sono forze che avrebbero comunque rappresentanza grazie al loro radicamento nel territorio. Ci sono forze che con Rifondazione condividono il progetto di un partito nuovo, e non si vede perché resistano alla soglia di sbarramento».

E ci sono forze che sarebbero cancellate.
«Non vogliamo questo. A fianco delle norme, c'è la politica. Se c'è un processo per cui la sinistra radicale si unifica, dall'altra parte può aprirsi un processo di dialogo e convergenza tra diverse forze del centrosinistra e il Partito democratico».

Sta dicendo che offre un patto a Di Pietro, Boselli, Mastella per garantirne la sopravvivenza politica?
«Sono le loro idee e le loro identità a garantirla. Quello che voglio dire è che a fianco delle norme c'è la politica e la capacità di riconoscere identità differenti, senza integralismi. Ci sono molti modi per far sì che dopo la riforma restino molti meno gruppi parlamentari, senza che per questo i partiti minori siano cancellati».

Si tratta anche sulle regole interne al Pd. Latorre dice no a un «partito del leader».
Sul Corriere, Galli della Loggia le rimprovera di dissipare il patrimonio di voti delle primarie, per dare retta alle neonate correnti.
«Credo che nessun partito nella storia italiana sia stato osservato con simile attenzione da entomologi, sia stato vivisezionato nei suoi aspetti più minuti...».

Giustamente: è un partito nuovo.
«Sì, è un partito nuovo, nato con il concorso di tre milioni e mezzo di persone. Io, com'è noto, ero contrario all'elezione diretta, ma si è voluto questo sistema. Che non è una tecnicalità, è una scelta politica, una forma di investimento popolare del leader. Ovviamente, un leader si dota di strutture di decisione politiche, e un grande partito ha una vita interna articolata. È positivo che nascano centri studi, associazioni, organizzazioni, purché ognuno possa partecipare all'una e, magari nello stesso tempo, all'altra; purché non diventino correnti. Purché non siano strutture di potere, con finanziamenti paralleli, che richiedano un'appartenenza. L'appartenenza dev'essere una sola: al Partito democratico. Che poi all'interno del nuovo partito ci possa essere la propensione a ripetere gli schemi d'un tempo, è fisiologico. Ma il mio unico vincolo sono i tre milioni e mezzo delle primarie. Del resto credo mi sia riconosciuto, accanto alla capacità di decidere, anche il gusto dell'ascolto».

Tra i vecchi schemi è riemerso l'antagonismo con D'Alema.
«Quanto piace a voi giornalisti... quanto vi piace tornare a immergervi nel vostro brodo primordiale, ritrovare la logica conradiana dei duellanti... ».

Pare piaccia anche a D'Alema. Qualche colpo gliel'ha rifilato: quando dice che Veltroni conosce Berlusconi più di lui, quando paventa che lei e Franceschini siate impazziti.
«A me non piace. E, siccome non piace a nessuno di coloro che credono nel Pd, credo non piaccia neppure a Massimo D'Alema».

Gli uomini di Letta hanno proposto che lo statuto imponga al leader sconfitto alle elezioni di dimettersi. È d'accordo?
«Ho detto a Enrico, il quale non sapeva della proposta, che do il contenuto per ovvio. Come avviene in molti altri Paesi, il leader sconfitto si fa da parte. Ovviamente, quel leader deve avere il tempo di espletare il suo mandato, di giocare la sua parte, per andare a elezioni in cui risponde di quel che ha fatto».

 Allora è vero che lei preferisce votare subito, finché un'eventuale sconfitta sarebbe imputabile a Prodi, anziché attendere ancora, fino a quando la responsabilità sarebbe sua?
«È vero il contrario, il governo deve continuare la sua azione e poi votare subito non avrebbe senso. Perché lo sbarramento è inutile, se non è accompagnato dalla riforma dei regolamenti parlamentari, che vieti di costituire gruppi non collegati a simboli presenti sulla scheda elettorale. Ed è inutile finché restano mille parlamentari e due Camere legislative. Come auspico da tempo, il 2008 può essere davvero l'anno delle riforme».

Quale insegnamento ha tratto dalla vicenda delle critiche del Papa?
«Il Papa ha voluto chiarire qual è il suo giudizio, il suo rapporto con la città, la valutazione positiva sui grandi cambiamenti di un'area urbana che cresce il doppio del Paese in pil e occupazione. Il Comune di Roma ha fatto sforzi significativi per la politica sociale, ha aumentato del 48% gli investimenti per i più deboli, lavora a fianco dei parroci, della comunità di Sant'Egidio, della Caritas. È giusto riconoscere che, come tutte le grandi aree metropolitane, Roma convive con il problema della povertà. Le parole pronunciate ieri (venerdì, nda) da Benedetto XVI, dal cardinal Bertone e dalla sala stampa vaticana sono la migliore risposta a chi voleva strumentalizzare la vicenda. Spero che gli esponenti di An che hanno tentato questa operazione cinica riflettano su se stessi, specialmente se sono uomini di fede».

Aldo Cazzullo

da veltroniperlitalia.it


Titolo: VELTRONI - Usciamo dal buio (buio?? ndr)
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2008, 11:54:01 pm
Usciamo dal buio

Walter Veltroni


Voglio dire subito che quello che è successo è, per un democratico, inaccettabile. Chi insegna in una Università sa bene che mai può accadere, per nessun motivo, che l’intolleranza tolga la parola, che ad una opinione non sia concesso di essere espressa e ascoltata. In nessun caso. Men che meno quando si tratta di temi che hanno a che fare con i diritti universali dell’uomo, e quando ad esprimere tale opinione è una figura come Benedetto XVI che per milioni e milioni di persone, in tutto il mondo, rappresenta un altissimo e imprescindibile riferimento spirituale, culturale e morale.

È ciò che è successo, ed è grave per la cultura liberale e democratica, in questi giorni. Tra l’altro, ho avuto modo di leggere il discorso che il Papa avrebbe letto questa mattina. Un discorso aperto, innovativo, nel segno del confronto e del dialogo.

L’altro ieri, Francesco Paolo Casavola ha scritto che la volontà di non consentire la partecipazione di Papa Benedetto XVI, del Vescovo di Roma, all’inaugurazione dell'anno accademico dell'Università La Sapienza, è a suo modo un segno inquietante dei tempi.

Tempi non facili, viene purtroppo da dire, se insieme alla paura per le grandi trasformazioni economiche e finanziarie cresce quella per la libera circolazione delle persone, delle loro idee, della loro visione del mondo, della loro religione. E se questa paura alimenta chiusura, separazione, arroccamento puramente identitario. In una identità che non è serena consapevolezza di sé e proprio per questo convinta disponibilità al dialogo, ma contrapposizione, innalzamento di muri, integralismo.

È vero: questo è un tempo buio, in cui il rischio è quello di farsi vincere dal pessimismo, di cedere all'idea che un conflitto tra mondi diversi sia inevitabile, e che non resti altra cosa da fare se non rafforzare le frontiere della propria appartenenza e costruire muri per difendersi da ciò che è estraneo, sia che si tratti di individui e di popoli, sia che si tratti di culture o di religioni. A dominare, in questo nostro tempo, è una radicale insicurezza: l’altro è visto con sospetto, diventa subito l’avversario, colui che minaccia la nostra esistenza, i nostri valori, la nostra vita così come l'abbiamo sempre conosciuta. E così, subito ci assale la tentazione di fuggire da lui, di allontanarlo, ognuno chiudendosi nel falso riparo della propria casa ideologica.

Ma la paura non è la risposta. Non può esserlo. Non lo è mai stata. «L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura - diceva Franklin Delano Roosevelt - è la paura stessa».

Anche oggi, anche in Italia, dobbiamo tutti fare molta attenzione. È troppo inclinato il piano che può far scivolare dalla diversità all’incomprensione, alla incomunicabilità, e poi all'intolleranza, all’ostilità. Fino al rischio, che è una minaccia gravissima per tutti, della frattura, dello scontro. Di quella frattura, di quello scontro, che questa Università ha conosciuto, pagando un prezzo altissimo, in quel tempo di odio e violenza racchiuso tra i nomi di Paolo Rossi ed Ezio Tarantelli.

Ha ragione, ha perfettamente ragione, chi ieri ha scritto, commentando un esito che sa di censura, di rifiuto del dialogo e del confronto, che è qualcosa si è rotto, che è avvenuta una cosa inaccettabile per un Paese democratico e per tutti coloro che credono nella libertà delle idee e della loro espressione.

Non abbiamo respirato più libertà, in questi giorni. Ne abbiamo avuta meno. Non si è affermato, non è più forte di ieri, il principio della laicità. Un principio per me indiscutibile. Laicità dello Stato, delle istituzioni pubbliche, dei comportamenti dei singoli individui. Laicità che vuol dire innanzitutto rifiuto di ogni intolleranza, assenza di pregiudizio, rispetto delle posizioni dell’altro, accoglimento delle verità che esse possono contenere.

La laicità non c’è, non può vivere, quando viene meno la libertà.

Si possono non condividere le parole degli altri, e criticarle, ma non impedire che esse vengano pronunciate. È la coscienza della propria non autosufficienza, della propria imperfezione e finitezza, che ha da sempre permesso agli uomini di vincere la paura e di trovare la voglia di cercarsi attraverso il dialogo, di conoscersi, di incontrarsi. È il dubbio, è la curiosità intellettuale, è la volontà di scoprire territori inesplorati, che ha nel tempo allargato la sfera di libertà della scienza, della ricerca, e consentito all’umanità di compiere il suo straordinario cammino di progresso. Un cammino che dovrà proseguire.

Guai, se tutto ciò che di meglio abbiamo costruito in questo lungo percorso di civiltà venisse messo a repentaglio dalla risposta sbagliata di fronte alle incertezze e alle insicurezze che pure segnano questo tempo. Guai se il mondo si chiudesse, se le persone tornassero al tempo della paura, della diffidenza, della presunzione della propria autosufficienza, della considerazione dell’altro come nemico.

La risposta possibile è una sola, ed è opposta a questa. È nel dialogo, nella convivenza tra la propria identità e la disponibilità all’apertura. È nella volontà di cercare, fino a trovare, conoscenza, rispetto reciproco e pacifica convivenza. È nella diversità concepita non come estraneità e pericolo, ma come possibilità, come ricerca, come arricchimento umano e culturale.

Tutte cose di cui proprio l'Università è stata sempre, nella storia della civiltà italiana ed europea, simbolo e concreto luogo fisico. Tutte cose che senza rispetto e senza libertà di pensiero, di parola, di espressione, non sono raggiungibili.

Roma è la città dove questo è stato sempre possibile, e non intende venir meno a tale ruolo. Lo dice chi, da Sindaco, non ha voluto incontrare e stringere la mano di chi, l’allora vice primo ministro iracheno Tariq Aziz, il giorno prima aveva rifiutato di rispondere alla domanda di un giornalista solo perché questo giornalista era israeliano, negando il suo diritto ad esprimersi.

Roma è, e sarà sempre, contro ogni tipo di discriminazione, contro ogni forma di intolleranza. È scritto nella sua stessa identità. Ed è un impegno quotidiano.

A Roma la Chiesa cattolica convive serenamente e in modo fecondo con le due altre grandi religioni monoteistiche. In momenti difficili, penso in particolare all’indomani dell’11 settembre del 2001, il Campidoglio è stato luogo di incontro dei rappresentanti di ogni fede, che si sono confrontati, hanno dialogato, si sono incontrati. Il Dalai Lama ha portato le sue parole nel cuore delle nostre istituzioni. Tra pochi giorni l’Imam della Grande Moschea porterà le sue nel Tempio Maggiore, nella Sinagoga, e sarà un’ulteriore dimostrazione dello spirito che anima questa città.

Ma è l’Italia, è tutto il Paese, che deve uscire dalla spirale dell’odio, della delegittimazione reciproca, dello scontro fine a se stesso. Altrimenti, lo dico misurando le parole, accadrà ciò che da mesi denuncio: l’aggravamento estremo di quella crisi del sistema democratico della quale vediamo così tanti segni che molti, al contrario, sembrano non voler scorgere.

Dobbiamo uscire, in questo Paese, dall’inaccettabile condizionamento di pochi, di minoranze; dall’inspiegabile dominio di logiche di veto e di condizionamento ideologico che impediscono all’Italia di crescere, e crescere in serenità. Sono posizioni spesso nate con lo sguardo rivolto all’indietro. E che indietro rischiano di riportarci, riaprendo vecchie ferite, contrapposizioni superate, che oggi suonerebbero solo inutilmente anacronistiche, se non fossero anche dannose.

L’Italia ha bisogno di altro. La nostra società, le relazioni tra di noi, il mondo della cultura e della ricerca hanno bisogno di altro. Di ritrovare il senso di un cammino comune. Di dare precedenza, rispetto alle dispute sul passato, alle scelte che riguardano la vita concreta delle persone e il ruolo del nostro Paese nel mondo, che riguardano il futuro.

Lo ha detto nel modo migliore un grande architetto, legato in modo particolare a questa città. «Ho sempre più spesso l’impressione», ha detto Renzo Piano, «che siamo diventati un paese prigioniero delle paure. E la prima è quella del futuro. Declinata in varie forme. Fanno paura la società multietnica, i cambiamenti sociali, le scoperte scientifiche sempre rappresentate come pericoli, la contemporaneità in generale. Si fa strada, perfino tra i giovani, la nostalgia di un passato molto idealizzato. Si combina una memoria corta e una speranza breve, e il risultato è l’immobilità. Il passato sarà un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare».



Stralci dell’intervento tenuto ieri dal Sindaco di Roma all’Università la Sapienza per l’inaugurazione dell’anno accademico


Pubblicato il: 18.01.08
Modificato il: 18.01.08 alle ore 8.25   
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Titolo: VELTRONI - Il valore della libertà
Inserito da: Admin - Gennaio 23, 2008, 05:56:23 pm
Il valore della libertà

Walter Veltroni


Roma era stata liberata da due soli giorni. Il 6 giugno ’44, in Campidoglio, nasceva l’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: mentre il nord del Paese attendeva ancora la libertà, c’era già, in chi per essa si stava battendo contro tedeschi e fascisti, il pensiero del dopo, della ricostruzione, dei valori che avrebbero dovuto animare la nostra democrazia, che avrebbero dovuto diventare patrimonio delle nuove generazioni di italiani. «Eravamo profondamente convinti che la nostra esperienza, con le sue luci e le sue ombre, potesse essere di esempio per far comprendere il valore della libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla; per far nascere nelle coscienze la volontà di affermarla, difenderla, arricchirla».
Così ha raccontato quel momento, diversi anni dopo, Arrigo Boldrini, il comandante Bulow.

Dire che con lui se ne è andato un pezzo della nostra storia davvero non è una esagerazione. La foto che lo ritrae mentre riceve, in una piazza della sua Ravenna tornata libera anche grazie a lui, la medaglia d’oro al valor militare dal generale McCreery, comandante dell’VIII Armata britannica, è tra quelle che rappresentano meglio il ruolo che la Resistenza ebbe per far uscire l’Italia dal buio della dittatura e della guerra. Le parole con le quali Boldrini raccontava l’aspirazione di chi diede vita all’Anpi sono tra quelle che raccontano meglio il senso dell’impegno, suo e di tante donne e uomini della sua generazione, per dare forza ai principi e ai valori sanciti dalla Costituzione della Repubblica, come ieri ha ricordato il Presidente Napolitano.

Quei principi, quei valori, Boldrini aveva contribuito prima a renderli possibili, combattendo come partigiano, e poi a delinearli, ad affermarli, nelle file del Pci sui banchi dell’Assemblea Costituente, dove al mattino ci si scontrava in maniera dura sulla politica, ma al pomeriggio, discutendo della Carta fondamentale di tutti gli italiani, ci si rispettava, e non c’era contraddizione tra l’essere appassionatamente di parte ed essere capaci di trovare un’intesa al di sopra delle parti. Accadeva grazie a caratteristiche profonde che uomini come Boldrini e come il suo grande amico e conterraneo Benigno Zaccagnini, il partigiano «Tommaso Moro», avevano: un profondo rigore morale, la convinzione che la politica dovesse essere animata da tensione etica, la sobrietà, la capacità di pensare ai «tempi lunghi», di avere una visione, di possedere «senso dello Stato», delle istituzioni.

Arrigo Boldrini è stato, per tutta la sua vita, un custode attento e tenace della memoria storica di quella stagione.

Dopo aver fatto quel che avrebbe già potuto riempire l’esistenza di una persona, si è impegnato per anni e anni, con la stessa passione, a non disperdere il patrimonio ideale della Resistenza. Un impegno prezioso, soprattutto nei momenti in cui da alcune parti si è tentato di far calare l’oblio su quelle pagine della nostra vicenda nazionale, come a voler facilitare una sorta di equiparazione delle parti in conflitto. Tutto indistinto, tutto uguale: gli uomini in lotta, le loro idee. Una sorta di «indistinzione» volta a confondere fascismo e antifascismo, i torti e le ragioni, carnefici e vittime. Boldrini era la prova «fisica» che non è così, che non è lecito sostenere tesi di questo tipo se non negando la storia. È vero, ed è giusto: finito il tempo delle ideologie, si può discutere liberamente di tutto, in modo più sereno rispetto al passato.

Una cosa, però, è assolutamente chiara e netta, e non è mai inutile ripeterlo: non si può in alcun modo pensare di equiparare Salò e la Resistenza, il fascismo e l’antifascismo.

Fu giusta una sola scelta: quella compiuta da chi, comunista o socialista, azionista, cattolico o liberale, combatté contro coloro che collaborarono alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni, condividendo le tremende responsabilità del rastrellamento del Ghetto, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema; quella compiuta da chi si oppose a un regime e a una politica che anche nel nostro Paese produsse la vergogna delle leggi razziali, la discriminazione e la persecuzione degli ebrei, la loro deportazione in campi da dove tanti non fecero ritorno.

È lì, nella Resistenza, che affonda le sue radici la nostra Repubblica. È grazie a quella rinascita civile e morale che si sono potuti affermare i principi fondamentali della nostra Costituzione, della quale proprio questa mattina verranno celebrati, alla Camera dei deputati e alla presenza del Presidente Napolitano, i sessant’anni di vita.

Se oggi noi tutti viviamo in una democrazia lo dobbiamo agli uni, e non agli altri. Se i nostri figli possono pensare al proprio futuro in un paese libero, in un grande paese europeo, lo devono agli uni, e non agli altri. A uomini come Arrigo Boldrini, che meritano, oggi e per sempre, il nostro grazie. E il mio, anche per l’affetto e persino la tenerezza con cui ha sempre seguito il mio lavoro.


Pubblicato il: 23.01.08
Modificato il: 23.01.08 alle ore 8.18   
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Titolo: La dichiarazione di Walter Veltroni segretario nazionale del Partito Democratico
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2008, 11:08:41 pm
24 gennaio 2008

"Il Paese si è risollevato grazie al governo Prodi.

Ora è il tempo delle responsabilità"


Pubblichiamo la dichiarazione di Walter Veltroni segretario nazionale del Partito Democratico

"Romano Prodi ha scelto con coerenza di portare in Parlamento una crisi aperta, all’inizio della settimana, dall’Udeur . Il Pd ha sostenuto questa scelta. Il Paese ha così potuto vedere chi è stato coerente con il voto degli elettori". Così il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni dopo il voto del Senato che ha negato la fiducia al governo Prodi.

"E chi, invece, lo ha disatteso. Il Governo ha operato nell’interesse del Paese, con un risanamento finanziario che ha consentito all’Italia di uscire dalla devastante condizione procurata dal centro-destra e ha avviato una seria politica di redistribuzione sociale".

"Ma fin dall’inizio ha pesato sull’Esecutivo la difficoltà di una maggioranza che ha visto un crescendo di polemiche, condizionamenti, ritorsioni, annunci costanti di crisi e dimissioni di ministri e capi di partito. Una situazione che ha portato, in due anni, ad una crisi di governo e a contrasti ripetuti tra le diverse anime della coalizione stessa".

"Solo la capacità del Presidente del Consiglio ha consentito di proseguire la navigazione, anche quando, prima attorno al pacchetto welfare e poi attorno alla finanziaria, forze politiche e singoli esponenti hanno dichiarato la conclusione della coalizione. Il Paese deve riconoscenza al presidente Prodi, al suo lavoro, al suo senso delle istituzioni, al suo amore per l’Italia. Il suo contributo sarà decisivo per il futuro del riformismo e della modernizzazione italiana".

"Ora - constata - occorre evitare le elezioni anticipate che precipiterebbero il Paese in una situazione di crisi drammatica. E non garantirebbero quella stabilità e quella innovazione di cui l’Italia ha bisogno. C’è una preoccupante situazione finanziaria e all’orizzonte gravi fattori di crisi internazionale".

"E’ il tempo - sottolinea - della responsabilità. Ognuno deve decidere se la prospettiva che vuole fornire agli italiani è quella dell’instabilità o quella di contribuire a una nuova legge elettorale, che dia governabilità, con un nuovo assetto istituzionale. Affidiamo ora - conclude infine - al presidente della Repubblica e alla sua saggezza la ricerca di una soluzione. Si vedrà in questi giorni il senso di responsabilità dei protagonisti della vita politica italiana".

Il voto al Senato
Il governo non ottiene la fiducia al Senato. "Sono qui oggi perché non si sfugge davanti al giudizio di chi rappresenta il popolo e perché il nostro popolo ci guarda", ha detto nel suo intervento in apertura della seduta, chiedendo a tutti i presenti di non fermare la ripresa economica del nostro paese. Una ripresa che anche lo stesso componente dell'Udeur, Nuccio Cusumano voleva sostenere, e che per questo è stato incivilmente insultato ed espulso dal proprio partito.

Con 156 si e 161 no, il senato boccia la mozione di fiducia a Romano Prodi e al suo esecutivo. Contro il governo, oltre agli esponenti del centrodestra, votano anche: Mastella, Barbato, Fisichella, Turigliatto e Dini. Una sola astensione, il senatore dei Liberal Democratici Roberto Scalera. Non ha invece partecipato al voto il senatore a vita Giulio Andreotti, mentre gli altri cinque senatori a vita presenti in Aula hanno dato il loro sostegno al governo.

Già questa sera Romano Prodi si recherà dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per formalizzare le sue dimissioni. La crisi di governo sarà a quel punto iniziata. La prassi vuole che il premier riunisca il Consiglio dei ministri per comunicare le dimissioni ma è un atto non indispensabile nel caso di dimissioni a seguito di sfiducia parlamentare.

Una volta rimesso il suo mandato al capo dello Stato, Prodi dovrebbe invece recarsi a Montecitorio e a Palazzo Madama per darne formale comunicazione ai Presidenti di Camera e Senato Fausto Bertinotti e Franco Marini. Da quel momento a parlare dovrà essere il Quirinale, a cui passa la gestione della crisi di governo.

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Titolo: «Veltroni e Berlusconi promessi sposi»
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2008, 08:00:17 pm
LE REAZIONI AL DISCORSO DEL LEADER DEL PD

«Veltroni e Berlusconi promessi sposi»

Attacco di Diliberto: «Evitare questo patto scellerato».

Bonaiuti: «Walter arriva da Marte»

 
MILANO - La prima reazione al discorso di Walter Veltroni a Spello arriva quasi in tempo reale ed è quella, non tenera, di un uomo dell'Unione, Oliviero Diliberto: «Veltroni e Berlusconi sono i promessi sposi della politica italiana: dopo le elezioni faranno il governo insieme». Questa la tesi de leader dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto che aggiunge: «per evitare questo patto scellerato bisogna dare più forza alla sinistra». Il segretario del Pdci torna a parlare anche della decisione del Pd di correre da solo definendola una scelta che «è autolesionismo e lesionismo allo stesso tempo: una pulsione omicida e una suicida».

«UN DISCORSO FORTE E BELLO» - Al contrario, secondo il ministro delle politiche per la famiglia Rosy Bindi, quello di Veltroni a Spello è stato «un discorso forte e bello». «Walter - spiega Bindi - apre la nostra campagna elettorale dando voce alle speranze migliori e al bisogno di futuro degli italiani. Lo ha fatto con la passione di chi conosce le grandi energie di questo Paese e scommette, con fiducia e realismo, sulla volontà di cambiare l'Italia».

SBARCA DA MARTE - L'affondo del centrodestra arriva da Paolo Boniauti: «Veltroni sbarca da Marte e ci tiene un sermone domenicale». Così il portavoce di Silvio Berlusconi, che aggiunge: «Ma stiamo ai fatti: dove era lui in questi due anni in cui il governo della sinistra ha messo in ginocchio l’Italia? E prima di rialzare la politica, non sarà meglio rialzare l’economia italiana e gli italiani sommersi da una gragnuola di tasse del governo Prodi?». Poco prima aveva parlato anche Altero Matteoli(An): «Veltroni è il finto nuovo della politica Italiana ed il suo discorso è stato davvero privo di contenuti. Abbiamo ascoltato solo annunci vuoti. Da oltre trent'anni in campo - aggiunge Matteoli - ora tenta di presentarsi come il nuovo, dopo essere stato comunista, direttore dell'Unità, segretario dei Ds, vicepresidente del Consiglio nel primo governo Prodi. Ha promesso la diminuzione delle tasse ma senza interventi seri sulla spesa pubblica ciò è destituito di fondamento». «Sarà il centrodestra a diminuire le tasse ai cittadini con interventi forti, non con le elemosine prodiane e veltroniane. E lo farà - conclude - con forti aiuti alle famiglie e alle imprese per riavviare lo sviluppo e la crescita». Maurizio Ronconi (Udc) non va per il sottile: «Per la prima volta un comizio elettorale in un cimitero. Veltroni, oltre a fare tante promesse agli italiani, ha detto tante bugie di fronte alle migliaia di morti che riposano nel cimitero di Spello, adiacente alla piazzetta del suo comizio». «Non so se la scelta è beneaugurate ma la caduta di stile e la mancanza di rispetto - conclude l'esponente centrista - hanno passato ogni limite. D'altra parte da un laico travestito da cattocomunista non ci si poteva aspettare altro».

BILANCIO FALLIMENTARE - «Il discorso di Veltroni a Spello non l'ho ascoltato. Comunque le promesse sono importanti, ma ancor più importanti sono i fatti, e il bilancio di Veltroni è fallimentare. Idem per Prodi». Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, mentre entra allo stadio Flaminio per assistere ad Italia-Inghilterra di rugby, si lascia andare ad un commento sul fatto politico del giorno, ovvero il discorso del leader del Partito Democratico. Ma ha per caso sentito Silvio Berlusconi? «Sono qui per godermi una giornata di sport, quello ancora vero», è la risposta di Casini, mentre stringe a sè la figlia che tiene in braccio, seduto accanto al presidente del Coni Gianni Petrucci.

«CHIEDA SCUSA» - «Ho qualche dubbio sul fatto che Prodi e la sinistra abbiano salvato l'Italia, ma questo non mi interessa. Ho la certezza, invece, sul fatto che hanno rovinato le famiglie italiane e questo purtroppo mi interessa».Questa la reazione di Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord, che aggiunge: «Al posto che le 'trombonate' da balcone di piazza Venezia ora Veltroni si ponga in ginocchio come leader di quella ex maggioranza, ora minoranza, e chieda scusa a nome di tutti al popolo italiano per averlo reso povero, insicuro e zimbello da stampa internazionale».

10 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Roberto Cotroneo La rivoluzione copernicana di Walter
Inserito da: Admin - Febbraio 14, 2008, 07:21:40 pm
Capitale ora anche d'Europa.

La rivoluzione copernicana di Walter

Roberto Cotroneo


Ieri, poco prima di dimettersi, Walter Veltroni ha detto una frase delle sue, che tutti pensano siano studiate, e invece sono semplicemente disarmate: ha messo in campo il cuore. Ha cercato di non ascoltarlo. E ci è riuscito così così. Si è commosso, e ha lasciato la carica di Sindaco di Roma con un rimpianto che neppure lui immaginava così forte, il lavoro di Sindaco di Roma gli è rimasto dentro davvero.

Ora ci sarà la corsa con il Pd, ci sarà la politica nazionale, l'arte della mediazione, le riforme, il futuro del paese. Ma la città di Roma è un orizzonte difficile da dimenticare. Che sindaco è stato Walter Veltroni? Un sindaco moderno, e innovativo. Uno che ha capito benissimo cosa fosse Roma e di cosa avesse bisogno. Veltroni ha applicato il suo «we can» molto tempo fa. Quando ha cambiato il modo di interpretare il ruolo dell'amministratore pubblico, del sindaco cittadino. Quello che tiene in ordine le strade e si preoccupa del traffico, quello delle grandi strutture e del piccolo cabotaggio, dei vigili urbani e dei tagli dei nastri. Il sindaco con la fascia che inaugura sempre qualcosa. Veltroni con Roma, complice anche una città unica al mondo, ha inventato un modo: potrà piacere o non piacere ma ha una sua realtà. Un modo di immaginare una città, e persino di sognarla. È un modo che ha a che fare con il cuore, ed è un modo rischioso. Perché ai sindaci si chiedono i nastri, e che le strade non abbiano buche. Corsie di tangenziali e parchetti fioriti.
Sicurezza per le strade, e quartieri vivibili. Nessuno può negare che Veltroni abbia fatto molte di queste cose. E che Roma si sia trasformata già dai tempi in cui era sindaco Francesco Rutelli, ma con una maggiore accelerazione negli ultimi anni, in una delle città più vivibili d'Italia, se non d'Europa. Poi un po' di buche sono anche rimaste, e il traffico spesso sembra una bomba ad orologeria. Poi le linee delle metropolitane saranno inefficienti anche tra dieci anni, e i quartieri degradati non mancano, come non mancano gli episodi di violenza, e la solita microcriminalità. Ma il giudizio su Veltroni resta uno solo. Quello di un sindaco che ha cambiato il modo di interpretare la città. E l'ha fatto facendo una rivoluzione copernicana. Partendo dai sogni e solo dopo arrivando ai bisogni. Ora, non mi si fraintenda. Questo non è necessariamente un elogio incondinazionato a Veltroni sindaco. Certamente è stato un ottimo sindaco, ma il mondo è pieno di gente che guarda soltanto ai bisogni e non ai sogni, pochi bisogni e subito. Il mondo è pieno di gente che non gliene importa nulla delle notti bianche, dei mega concerti e dello skyline dei Fori Imperiali.

Il mondo è pieno di gente che non ha voglia di vivere in una città che negli ultimi 5 anni sembra rinata, e che sembra rinata anche quando stai imbottigliato nel traffico, o non passa un mezzo pubblico. Invece è così: è l'aria di Roma che è cambiata con la giunta Veltroni, e lo spirito della città. Lo capiscono meglio quelli che arrivano da fuori, e non solo si accorgono che si trovano di fronte a una delle più belle città del mondo, ma anche che è una città dove si è lavorato molto sulla cultura, sullo spettacolo, e su quei bisogni interiori che nessuno prende mai in considerazione, ma ti consentono una forma, una forma di felicità in più. Si facciano tutte le ironie che si vogliono. E si dica che non basta una casa del cinema, come non basta una mostra del cinema, una casa del jazz, e delle letteratura, e i concerti gratis ai Fori imperiali, e migliaia di ragazzi nelle notti bianche, e quel senso di riappropriazione degli spazi nel centro storico come nelle periferie. Con i teatri portati fino in luoghi che sono stati per anni simbolo di degrado ed emarginazione come Tor Bella Monaca.

Ci sembrava a tutti di essere a metà dell'opera. E che Veltroni sarebbe stato sindaco chissà per quanto. Era riuscito in poco tempo a diventare «il» sindaco. Quasi fosse naturale che fosse là, in Campidoglio. Merito di una notevole capacità di tenere in equilibrio trattative dure con i tassisti che bloccavano piazza Venezia, e accogliere l'ultima star di Hollywood che veniva a promuovere il nuovo film. C'è stato un lavoro sotterraneo della giunta Veltroni, dal piano regolatore approvato, alla riqualificazione di molte aree, alla sicurezza, che in città, a dispetto di tutta la propaganda, è migliorata. Ma lui ha sempre tenuto sottotraccia queste cose. Quasi si compiacesse di essere davvero il sindaco delle parole d'ordine, dei sogni, della città creativa e avvolgente.

In pochi anni Veltroni è riuscito a cancellare da Roma quella patina ministeriale e di potere che la avvolgeva. Quell'idea di città indolente e stanca, da vecchia battuta di Ennio Flaiano: «L'unica città orientale senza un quartiere europeo». Non ci è riuscito del tutto, e forse non sarebbe neanche stato possibile, ma ci è riuscito quanto basta per giustificare la sua commozione in Campidoglio ieri. Oggi Roma è una città più moderna, e anche un po' più concreta. Una città che ha saputo trarre vantaggio dai suoi difetti maggiori: un pizzico di pressapochismo, e tante chiacchiere. Oggi Roma è una città dove è piacevole vivere se non si hanno sogni agresti e bucolici. Non è New York ma è certamente un posto dove accadono cose importanti e stimolanti, molto più che nel resto d'Italia. Non era così prima, e speriamo possa essere così anche nel futuro. Per questo, specie i più giovani, sono disposti a tenersi una città che per certi versi non funziona benissimo. Il maggior merito di Walter Veltroni, sindaco di Roma, è stato quello di costruire una città a misura dei nostri figli e dei più giovani. Una città che va in direzione di un futuro, qualche volta con qualche fatica e qualche sbandamento. Ma con un'idea chiara di quale sia la direzione. E di dove vada la modernità. Ora si tratta di non rimpiangere questi anni. E forse è la scommessa più difficile per il suo successore. Sperando che un po' della sua storia amministrativa, Veltroni possa trasferirla nella prossima esperienza nel partito democratico.

E anche questa, non è una scommessa delle più facili.

Pubblicato il: 14.02.08
Modificato il: 14.02.08 alle ore 8.45   
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Titolo: Veltroni: discontinuità da Prodi
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2008, 02:27:59 pm
Veltroni: discontinuità da Prodi

 Umberto Veronesi candidato Pd

In corsa anche la Under30 Mania


Il segretario del partito Democratico, Walter Veltroni, sottolinea la discontinuità in caso di vittoria alle elezioni. «Sarà un governo molto diverso dal governo Prodi perché era frutto di una coalizione eterogenea», dice a Tv7. «Noi abbiamo rotto con la sinistra radicale e il fatto che corriamo con un solo programma e un solo leader garantisce l'attuazione del programma». Questo, aggiunge, «non è stato fatto nel centrodestra». Il voto dei cattolici? «Mi inorgoglisce». «È finito il tempo degli italiani divisi come due tribù».
Umberto Veronesi sarà capolista in Lombardia per il partito Democratico al Senato. Lo conferma Walter Veltroni arrivando al loft del Pd dopo averlo annunciato nel corso della registrazione di tv7 che andrà in onda questa sera alle 23 su Rai Uno.

Inoltre, «saranno piu» di tre i capolista under 30. A parte Milano, dove c'è Matteo Colaninno che è un under 40, andrò solo dove ci sono gli under 30», aggiunge Veltroni, presentando la candidatura della ventisettenne Marianna Madia, capolista alla Camera nel collegio Lazio 1.

«Facciamo crescere una generazione nuova. Nel Pd c'è l'idea di una politica che pensa che nelle istituzioni ci devono essere coloro che vivono nel concreto le loro esperienze professionali, civili e sociali»: con queste parole il segretario del Pd presenta la candidatura della Madia.

Nata nel settembre 1980 («quando c'era chi già aveva fatto piu» di 40 anni di politica», scherza Veltroni), Madia nel marzo del 2004 si è laureata in Scienze Politiche con 110 e lode a "La Sapienza", nel maggio del 2006 ha lavorato con Enrico Letta a Palazzo Chigi, ora collabora all'ufficio studi dell'Arel per il quale coordina la rivista mensile e dall'ottobre al dicembre del 2007 ha ideato e condotto il programma di Rai-Educational "e-cubo".

«Sono orgoglioso di essere candidato dopo di lei nella mia città - aggiunge il leader del Pd - le sue competenze saranno un elemento di arricchimento del Parlamento e delle istituzioni». Con la candidatura della giovane, aggiunge Veltroni, «voltiamo pagina. Come lei ce ne saranno altre e non solo per la carta d'identità ma anche per l'impegno e la passione dimostrata».

All'interno del partito, spiega ancora l'ex sindaco di Roma, «c'è una grande condivisione a questa sfida di rinnovamento». Richiamando l'addio di De Mita, infine, Veltroni conclude: «Penso che dobbiamo andare avanti sulla strada della innovazione».

Veltroni è poi andato a Tv7 di Rai1, intervistato da Gianni Riotta. e lì ha attaccato Berlusconi.Se non si è potuto sin da subito abbassare le aliquote Irpef per gli stipendi medio-bassi e aumentare i salari è «per colpa di FI, che si è opposta». Veltroni ricorda infatti che, durante la discussione in questi giorni in Parlamento sul DL 'Milleprogroghè, si era proposto un emendamento per aumentare i salari e determinare una riduzione delle detrazioni fiscali per i redditi medio-bassi. Ma, poichè si è a Camere sciolte, serviva l'unanimità all'interno del comitato dei 9. Cosa che non è avvenuta a causa del voto contrario di Forza Italia.

Poi un battibecco con Bertinotti. Il leader della Sinistra Arcobaleno aveva detto: «Candidare Colaninno e l'operaio della Thyssen? Uno è di troppo...». Veltroni a Tv7 ha risposto: «Mi chiedo se siamo nel 2008 o nel 1953? Può una persona ragionevole sostenere che se si porta un operaio in lista e, quindi, in Parlamento, poi non puoi candidare anche un imprenditore?». Controreplica di Bertinotti dalle colonne di "Liberazione" di sabato. «Il 2008 non è il '53, ma alla Thyssenkrupp si muore come a marcinelle: storie di operai e di padroni, le diseguaglianze e le classi sociali non sono scomparse».

Anche con i Socialisti volano parole forti. Veltroni rimprovera loro di essersi «candidati in questi anni in Parlamento con tutti i camuffamenti immaginabili, col Girasole insieme ai Verdi, i Radicali nella Rosa nel pugno... L'unica volta che gli chiediamo far parte di un grande soggetto riformista, loro si rifiutano. La cosa che mi ha più colpito è che poi siano andati a bussare una volta alla Sinistra arcobaleno e un'altra volta da Casini nel tentativo di avere una partecipazione alle loro liste, peraltro con risultati non positivi».

Gli replica Boselli: «Non ho bussato a nessuna porta, nè a quella di Bertinotti, nè a quella di Casini. E Veltroni lo sa bene, perchè non ho bussato nemmeno alla sua. Invece di esaminare la questione socialista per quella che è - aggiunge Boselli - Veltroni getta discredito, delegittima e falsifica le nostre posizioni. Questo non è il nuovo, ma un metodo molto molto vecchio».

Pannella: la mia presenza non è necessaria né opportuna «Sono d'accordo con base e sviluppi dell'intesa con il partito Democratico. Aggiungo: se si segue il criterio della opportunità, è in nome di questo che occorre valutare anche la mia eventuale candidatura nelle liste del partito democratico in quota radicale, la ritengo assolutamente non necessaria, e sinceramente e gioiosamente non opportuna», dice Marco Pannella.


Pubblicato il: 22.02.08
Modificato il: 22.02.08 alle ore 21.42   
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Titolo: Veltroni: "Candido Serra perchè mi fido di lui"
Inserito da: Admin - Febbraio 26, 2008, 12:10:37 pm
26/2/2008 (10:24) - VERSO LE ELEZIONI

Veltroni: "Candido Serra perchè mi fido di lui"

Ai microfoni di "Radio Anch'io" il programma elettorale del Pd

ROMA


Il leader del Partito Democratico parla del suo programma elettorale ai microfoni di Radio Anch'io, dove è stato ospite questa mattina. Molti i temi toccati, dall'efficienza del governo Prodi alla pedofilia.

«Prodi ha operato bene, la coalizione no»
«Il governo Prodi quando ha iniziato ha trovato una situazione finanziaria del Paese spaventosa. Nell’arco di un anno e mezzo ha ridotto il debito, rimesso a posto i conti, ridotto l’evasione fiscale, ha fatto un pacchetto di liberalizzazioni. A non andare bene è stata la coalizione che sosteneva il Governo. Ogni decisione che era presa veniva il giorno dopo contestata, ci sono stati anche ministri che sono scesi in piazza contro il Governo. Io distinguo l’operato del Governo dalla confusione politica della coalizione, che io ho deciso di concludere andando da soli alle elezioni». Lo ha detto il leader del Partito Democratico Walter Veltroni, ospite di «Radio Anch’io».

Achille Serra in liste Pd: «Provo grande stima per lui»
Il prefetto Achille Serra sarà candidato alle Politiche nelle liste del Pd. Lo ha annunciato il segretario del partito e candidato premier Walter Veltroni, ospite di «Radio anch’io». «In questi anni da sindaco di Roma ho lavorato con lui - ha detto Veltroni -, è maturato un rapporto di grande stima, sono contento che lui abbia accettato la mia proposta. Fa parte dello sforzo di rinnovare le nostre liste». Il leader del Pd ha sottolineato che ancora «non è stato deciso dove candidarlo».

Pedofilia: «E' paragonabile all'omicidio»
«La pedofilia si può paragonare all’omicidio». per questo, «serve la mano dura, servono regole e la certezza della pena. Chi sbaglia deve pagare». Veltroni annuncia così la presentazione di un progetto di legge sulla pedofilia «molto duro». Per Veltroni «è la società che deve ritrovare il senso di se stessa, valori e la coscienza che si è perduta». Il candidato premier del Pd commenta poi la notizia del ritrovamento dei cadaveri dei due fratellini di Gravina: «Una notizia assolutamente sconvolgente. Una società si valuta dal grado con cui tutela i propri bambini». Dunque, basta con pedofili in libertà, anche se a loro volta sono stati vittime, così come basta con «la follia di un insegnante pedofilo che torna ad insegnare. Si sono perdute le regole, vanno ora ristabilite».

Dopo le critiche di Famiglia Cristiana: «Laici e cattolici possono convivere»
«Continuo a pensare che questa idea che laici e cattolici non possono convivere, che coloro che hanno opinioni diverse sui temi etici debbano ognuno farsi il proprio partito, ci porta ad un assetto che non è quello di un Paese moderno: saremmo l’unico Paese in cui c’è un partito laico e un partito cattolico». Walter Veltroni difende l’accordo con i radicali dalle critiche arrivate dal mondo cattolico, in ultimo da Famiglia Cristiana. Si chiede Veltroni: «Sarebbe stato meglio uno schieramento laico con radicali e socialisti, che accentuava le contrapposizioni su questi temi? Penso di no, per il bene nostro Paese. In tutta Europa ci sono partiti con opinioni diverse, ma con un unico principio: quello della laicità dello Stato». E a un ascoltatore che teme un gruppo radicale in Parlamento subito dopo le elezioni, il candidato premier del Pd assicura: «La novità di quello che abbiamo fatto è proprio che chi decide di stare con noi decide di fare un solo gruppo parlamentare, sottoscrive il programma Pd votato all’unanimità dal coordinamento, riconosce la leadership del Pd. Questa è la grande novità». Quanto a Famiglia Cristiana, Veltroni ricorda che il settimanale cattolico «ha pubblicato un sondaggio per cui io sono il leader più apprezzato dai cattolici, perchè ho a cuore i temi della povertà, della qualità vita, che sono nel programma». Infine una domanda: «Perchè quando Pannella (e non la Bonino, Pannella...) nel 2001 si candidò col centrodestra, non ci fu tutto questo can can?».

Salari: «Sono la vera emergenza»
«Questa è la vera questione italiana: bisogna intervenire sull’aumento dei salari e allo stesso tempo con un’operazione di calmieramento necessario per consentire ai prezzi di stare bassi». Il leader del Pd, Walter Veltroni, ribadisce a Radio Anch’io, che «l’aumento dei salari è la vera emergenza nazionale. I salari - sostiene il segretario del Pd - sono fermi dal 2000, l’inflazione cresce perchè i salari e i prezzi sono uno in lire e l’altro in euro. Quindi l’aumento dei salari va accompagnato ad un calmieramento dei prezzi magari anche con accordi con le categorie perchè si facciano vere e proprie campagne per avere i prezzi più bassi».

da lastampa.it


Titolo: VELTRONI (dopo elezioni)
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2008, 12:13:33 am
Laici e cattolici, Walter Veltroni: «Laicità eticamente esigente»

Di Pietro: «Berlusconi ha paura»


«Solo una visione superficiale può ridurre a ingerenza o interferenza le posizioni della Chiesa, e la sua dottrina». Lo dice il segretario del Pd, Walter Veltroni, che è intervento appositamente al seminario dei cattolici del Pd. Il partito democratico vuole «superare la contrapposizione secca tra laici e cattolici che si bollano reciprocamente come laicisti e oscurantisti» e punta invece ad una «laicità eticamente esigente, che sostituisca la cultura dell'aut-aut con quella dell´"et-et"».

Veltroni, intervenuto dopo le relazioni di Andrea Riccardi, Guido Formigoni, Franco Garelli e don Carlo Nanni, ha parlato della «tentazione di dare per scontata una nuova, non inedita, contrapposizione tra laici e cattolici», che farebbe sì che «l'Italia sia condannata a una perenne Porta Pia, ricadendo in quello che durante l'Assemblea Costituente fu evitato». «I non credenti - ha domandato Veltroni - non dovrebbero avere molto da imparare dalla dottrina sociale della chiesa, dal Concilio Vaticano II, dalla "Gaudium et spes" o dall´opzione per i poveri?». Valori come «la famiglia, i limiti che la scienza deve porsi, interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze».

Ai cattolici però Veltroni ha chiesto di uscire da un atteggiamento difensivo e a non aver paura del confronto: «Oggi una parola molto usata è "difendere" ma essa rischia di segnare il declino dell'Italia. Cerchiamo invece di usare la parola "promuovere"», come aveva suggerito la relazione di Guido Formigoni. Insomma, basta «a cavalli di Frisia, con identità esclusive ed escludenti». Come avvenne durante l'Assemblea costituente, ha proseguito il segretario del Pd, laici e cattolici devono saper far «prevalere la ricerca del bene comune». E questo è il compito della politica: «Con pazienza e umiltà costruire un punto comune che non opprima le posizioni di ciascuno». In questa ottica i laici si faranno carico delle esigenze di una «laicità eticamente esigente», e i cattolici quella di tradurre i loro valori «in principi universali e non religiosamente fondati».

Ci saranno due candidati rappresentativi del mondo cattolico che arricchiranno le liste del Pd: il giornalista Andrea Sarubbi e il professore Mauro Cerruti. «Sono due candidature di cui vado orgoglioso», dice Veltroni annunciandole. «I cattolici - spiega Veltroni - mi hanno chiesto una selezione attenta delle candidature. La stiamo facendo, abbiamo anche dimostrato di non avere timori. Abbiamo per questo deciso di arricchire le nostre liste con persone che hanno una visione eticamente esigente della politica». Ma, avverte il segretario, non si tratta di un bilanciamento dopo l'alleanza con i radicali: «È inutile- sottolinea- fare il bilancino, dire quanti laici ci sono e quanti cattolici. Nel nostro partito coesistono, per fortuna, forze diverse».

«L'impostazione di Veltroni è assolutamente corretta. Ha indicato la via giusta: cercare la sintesi», ha detto il presidente del Senato, Franco Marini. «Nessuno può pensare di costruire una posizione politica sulla fede. Un partito deve avere - aggiunge Marini - assolutamente omogeneità nella risposta che dà ai problemi del Paese». Del resto, ricorda Marini, «noi cattolici, da Sturzo in poi, siamo sempre stati impegnati laicamente in politica. Poi, certo, può capitare che c'è bisogno di fare una battaglia di principio e la facciamo, ad esempio come nel 2005 sul referendum sulla fecondazione abbiamo sposato la posizione della Chiesa. Ebbene, cosa accadde alla alleanza di centrosinistra? Nulla, perché c'è il rispetto delle diverse convinzioni».

«Veltroni mi ha convinto. Ma nessuno di noi ha mai voluto o cercato di arroccarsi sulle proprie identità», replica la senatrice teodem, Paola Binetti. «La speranza - aggiunge - è che riesca a contenere lo spirito laicista dei radicali».

Le parole del leader del Pd sono state tutte positive. «Siamo grati a Veltroni così come lui dovrebbe essere grato a noi per l'insistenza che abbiamo avuto», ha detto il deputato "teodem" Enzo Carra. «Mi pare che abbia precisato ancora meglio le questioni. La situazione richiede anche da parte nostra un adattamento», ha aggiunto Carra, secondo il quale i due candidati cattolici annunciati da Veltroni - Sarubbi e Ceruti - sono due nomi ottimi».

Pubblicato il: 27.02.08
Modificato il: 27.02.08 alle ore 21.18   
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Titolo: Il seminario delle "tribù" cattoliche del Pd
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2008, 12:14:47 am
POLITICA

E per bilanciare l'ingresso dei radicali, entrano in lista il giornalista Sarubbi e il filosofo Cerruti.

Il seminario delle "tribù" cattoliche del Pd

Veltroni: "Laici e cattolici? Una separazione che non esiste"

Il segretario: da parte della Chiesa "sollecitazioni e non ingerenze"

Binetti: "Speriamo che si riesca a contenere la spinta laicista dei radicali"

 

ROMA - Dire che il nodo è stato sciolto sarebbe sbagliato. Anche perchè la questione della convivenza laici e cattolici all'interno del Pd si svilupperà, in un modo o nell'altro, solo cammin facendo. Di sicuro oggi il segretario Walter Veltroni ha proposto quella che viene definita una sintesi alta e non una mediazione al ribasso. Per cui le divisioni tra laici e cattolici sono "caricaturali": la laicità deve essere "eticamente esigente" e tra laici e cattolici è consigliabile "un incontro virtuoso". Poi, come in tutte le cose, specie in politica, c'è l'aspetto un po' più... prosaico. E tutto sommato oggi si può dire che la questione è chiusa/congelata anche grazie all'ingresso nelle liste di due candidati teodem: il giornalista Andrea Sarubbi, 37 anni, faccia pulita, scuole dai salesiani, microfono dei papa boys all'epoca di Tor Vergata e oggi conduttore delle rubrica "A mia immagine" il sabato e domenica; e il filosofo Mauro Cerruti, uno degli estensori della Carta dei valori del Pd.

"Non sono per bilanciare". Veltroni ha annunciato le candidature durante il seminario organizzato dai cattolici del Pd oggi nella Sala conferenze davanti a Montecitorio. Un incontro organizzato da Franceschini e Fioroni mesi fa e che in questi gionri, da quando è stato ufficilizzato l'ingresso di nove radicali nelle liste del Pd, ha assunto un significato ben oltre le intenzioni originali. "Sono due candidature di cui vado orgoglioso" ha detto Veltroni precisando che non si tratta di un bilanciamento dopo l'alleanza con i radicali. "I cattolici - ha spiegato - mi hanno chiesto una selezione attenta delle candidature. La stiamo facendo e abbiamo deciso di arricchire le nostre liste con persone che hanno una visione eticamente esigente della politica". Nel Pd, sia chiaro, "non serve usare il bilancino, dire quanti laici ci sono e quanti cattolici, perchè nel nostro partito coesistono, per fortuna, forze diverse".

"Dalla Chiesa sollecitazioni, non ingerenze". Mestro nel non scontentare quasi mai nessuno, Veltroni sa declinare a un certo punto parole che devono suonare magiche per la platea cattolica riunita nella Sala convegni in piazza di Montecitorio. "Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze". Quindi se la Chiesa interviene su qesti temi "non sono ingerenze ma sollecitazioni".

Le tribù cattoliche. Bilancino o no, è innegabile che il Pd abbia ereditato al suo interno, direttamente dalla Margherita, 130 parlamentari cattolici e almeno quattro tribù: i popolari, i più numerosi e i più forti, da Marini a Castagnetti passando per il ministro Fioroni, il numero 2 del partito Dario Franceschini e il capogruppo Antonello Soro. I teodem, un'invenzione di Francesco Rutelli che data 2006, sono i più conservatori (i popolari li accusano di essere "clericali"), i più accaniti nelle battaglie etiche che hanno segnato la legislatura del governo Prodi e i più sospettosi per l'ingresso dei radicali. Contano personaggi come Luigi Bobba, Paola Binetti, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro. Poi i cristiano-sociali (Mimmo Lucà e Marcella Lucidi), i cosiddetti "cattolici adulti", espressione coniata da Prodi nel 2005, tra cui Rosy Bindi, Arturo Parisi, Franco Monaco e Giulio Santagata. Chiude la lista delle tribù il gruppo dei cattolici-liberali: Marco Follini, Dorina Bianchi, Luigi Zanda e lo stesso Rutelli.

"Laicità eticamente esigente". E' contenuta in queste tre parole la sintesi alta con cui oggi Veltroni ha cercato di chiudere la questione. Con una parola d'ordine: superare le divisioni che sono una questione d'antan, vecchia e antica, "rischiamo di tornare ai tempi di Porta Pia". Il Pd, ha detto il segretario, vuole "superare la contrapposizione secca tra laici e cattolici che si bollano reciprocamente come laicisti e oscurantisti" e punta invece ad una "laicità eticamente esigente, che sostituisca la cultura dell'aut-aut con quella dell'et-et'". Laici e cattolici devono saper far
"prevalere la ricerca del bene comune". E questo è il compito della politica: "Con pazienza e umiltà costruire un punto comune che non opprima le posizioni di ciascuno". Basterà per tenere a bada i sospetti?

Sarubbi: tra Vaticano e cartoni animati. Il giornalista, emozionato e orgogliso per la candidatura, ha precisato di "non essere la longa manus del Vaticano". "Semplicemente, conosco bene la base del mondo religioso e rappresento questo mondo, la 'Chiesa del grembiule'". Mai iscritto a un partito ma da sempre appassionato di politica, Sarubbi cita il personaggio dei cartoni Buzz Lightyear per sintetizzare il rapporto laici-cattolici: "Questo personaggio è convinto che ci sia un'emergenza intergalattica che invece non c'è... Ecco, queste discussioni sui Radicali e sul rapporto tra laici e cattolici, penso che distolgano l'attenzione dai problemi veri: l'emergenza intergalattica non è il dialogo laici-cattolici ma sta nel fatto che ci sono persone bisognose che chiedono che ci occupiamo di loro".

Dai cattolici gli auguri al Pd. Prima di Veltroni hanno parlato Andrea Riccardi, leader della comunità di Sant'Egidio e in predicato, fino a poco tempo fa, di diventare direttore dell'Osservatore Romano; il pedagogista salesiano don Carlo Nanni, amico del cardinal Bertone; e poi lo storico Guido Formigoni e il sociologo Franco Garelli. Relatori di altissimo livello. Come la platea con esponenti di tutte le associazioni e le organizzazioni "bianche", a partire dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Riccardi, a cui Veltroni nei giorni scorsi aveva chiesto di scendere in campo, ha annunciato che non si candiderà ma ha augurato "un bel futuro" al Pd, perchè "la sua avventura sarà decisiva per ridare identità all'Italia".

I dubbi della Binetti. Al termine del seminario la senatrice teodem Paola Binetti si mostra cautamente ottimista. "Veltroni mi ha convinto" dice precisando che "nessuno di noi ha mai voluto o cercato di arroccarsi sulle proprie identità". Tutto risolto? "La speranza - sorride - è che Veltroni riesca a contenere lo spirito laicista dei radicali". Insomma, polemiche e divisioni sembrano rinviate. Binetti-Bonino: potrebbe essere un tema ricorrente nelle cronache dal Pd.

(27 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: Veltroni a El Pais : «Siamo riformisti, non di sinistra»
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2008, 08:55:49 am
Veltroni a El Pais : «Siamo riformisti, non di sinistra»


«Somos reformistas, no de izquierdas». El Pais, principale quotidiano spagnolo, intervista Walter Veltroni. Uno sguardo a tutto tondo sul suo tour elettorale, un parallelo italo-spagnolo su due paesi al voto, ma soprattutto domande secche sulla novità del Pd. Il titolo parte proprio da lì: «Veltroni ringiovanisce la politica italiana». Ma non si tratta solo di candidature, è il programma a segnare la svolta. E Veltroni usa parole chiare per definirla: «Siamo riformisti, non di sinistra».

Una frase che, in questi giorni in cui la parola Veltrusconi riecheggia in tutti i discorsi di chi sfida i leader dei due maggiori partiti – Casini su tutti – fa riagitare lo spauracchio delle larghe intese. Veltroni mette in chiaro subito che «riforme istituzionali, sì, accordi di governo, no». Uno slogan che riassume quello che da giorni va dicendo a chi, da Fini a Bertinotti, lo accusa di aver “copiato” il programma del Pdl: «Se è vero che il nostro programma è copiato dal suo, allora vorrà dire che potrà votare, fin da subito, alcuni punti del nostro programma». Ma, aggiunge, «non collaborerò mai con Berlusconi ad un governo».

Tra i due programmi, comunque, c’è sicuramente un punto dirimente: la questione energetica. Berlusconi ha rilanciato nel programma presentato venerdì il nucleare come panacea di tutti i mali, Veltroni ora replica spiegando che quello di cui abbiamo bisogno è «un'operazione di gigantesca riconversione del nostro sistema produttivo, possibile grazie alle grandi scoperte della tecnologia, che ci permette di ricavare energia dalla natura, a cominciare dal sole».

Sottolinea le differenze anche il ministro del Lavoro Cesare Damiano: «Il programma del Popolo delle libertà mi pare piuttosto avaro sui temi del lavoro, tutto il contrario del Partito democratico che ha un programma robusto e preciso». Nel Pdl «si parla di detassazione degli straordinari e sgravi sulla tredicesima. Il Pd – prosegue Damiano – invece deve agire con molta più forza intervenendo sulla revisione al basso delle aliquote, con incentivi sui salari di produttività, sulla revisione del modello contrattuale con un miglioramento retributivo soprattutto per il lavoro discontinuo, si tratta dei famosi 1000-1100 euro per i contratti a progetto».

Intanto, in una lettera a Famiglia Cristiana, il segretario del Pd ricuce sul fronte dei temi etici: il settimanale cattolico lo aveva duramente attaccato per aver siglato l’accordo con i Radicali, ora Veltroni rassicura che «non c'è ragione di temere che nel Pd i cattolici siano mortificati. Al contrario, è di tutta evidenza come essi rappresentino una delle colonne portanti del partito: non solo sul piano quantitativo, ma anche sul piano della qualità e dell'autorevolezza delle idee».

Non piace la svolta “riformista” ai Socialisti. Boselli: «Raccontare agli italiani che non è mai stato comunista, è una bugia ed anche un errore. Il nuovo – aggiunge – non passa cancellando la storia di ciascuno di noi». Ma nell’intervista a El Pais, Veltroni sostiene che «gli italiani sono stanchi del passato». «L'Italia – prosegue – ha diritto di scegliere tra una proposta riformista ed una conservatrice. Si potrà dire quel che si vuole – ammette – ma Reagan ha cambiato l'America; Mitterrand ha cambiato la Francia e altrettanto farà Sarkozy, così come la Thatcher e Blair hanno cambiato l'Inghilterra».

Pubblicato il: 01.03.08
Modificato il: 01.03.08 alle ore 19.19   
© l'Unità.


Titolo: Il riformismo ...
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2008, 09:00:58 am

Il riformismo è una metodologia da applicare alle iniziative politiche, con l'intento di favorire un'evoluzione degli ordinamenti politici e sociali mediante la teorizzazione e l'attuazione di riforme.

Le riforme possono in certi casi essere graduali e progressive. In altri casi possono avere un contenuto più ampio ed introdurre dei cambiamenti consistenti all'interno della struttura pre-esistente. Il termine riformismo è il contrasto con quello di rivoluzione. Riformare si rifà all'idea di "riorganizzare" o di "ridisegnare" attraverso l'utilizzo di metodi democratici, in contrapposizione ai metodi autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni.


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Nota dell'admin:

Non può essere di destra, c'è già un riformismo di sinistra (socialista) allora Veltroni vuol dire che il suo è di Centro?

Appure lo spiegherà meglio dopole elezioni?

ciaooooooooooooo
 





Titolo: Veltroni: "Siamo sulla strada giusta"
Inserito da: Admin - Marzo 10, 2008, 03:50:31 pm
10/3/2008 (10:27) - VERSO LE ELEZIONI

Veltroni: "Siamo sulla strada giusta"
 
Il leader del Pd sul voto in Spagna: «Le sinistre radicali in serio declino»


ROMA
La vittoria del Psoe in Spagna e l’affermazione dei socialisti alle amministrative francesi irrompono nella campagna elettorale di casa nostra. Per il segretario del Pd, Walter Veltroni, la vittoria di Zapatero e la sconfitta di Sarkozy «dicono che sta spirando un vento nuovo in Europa e in occidente» e «suggeriscono di essere realisti e innovatori, di avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria».

Il messaggio insomma, aggiunge Veltroni in mattinata, è che «le sinistre radicali hanno subito un peggioramento serio» e testimonia che «oggi la sfida non è di testimonianza ma è di realismo e innovazione». Pronta la replica di Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra-Arcobaleno, che non vede spirare da Madrid e Parigi il vento di un «pesante peggioramento della sinistra radicale» avvertito da Veltroni. Dopo i risultati elettorali di Madrid e Parigi. «Le destre perdono in Spagna e in Francia - dice - ma sull’Europa mi fermerei un momento, perchè si è visto che le socialdemocrazie perdono perdono e la sinistra avanza». Il problema riguarda invece l’Italia, aggiunge il presidente della Camera, dove «di formazioni socialiste non ce ne sono».

Una frase che irrita Enrico Boselli, che risponde a Bertinotti sottolineando che i socialisti in Italia ci sono da 116 anni. «Bertinotti dovrebbe essere rosso di vergogna - dice il leader socialista - in Italia un partito socialista c’è da 116 anni e correrà alle prossime elezioni politiche con un proprio simbolo e un proprio candidato premier». Ma il segretario del Prc, Franco Giordano, ammette che , Franco Giordano, «le difficoltà della sinistra di alternativa in Spagna e in Francia ci preoccupano fortemente. Tali difficoltà sono in buona misura la conseguenza di un deficit di innovazione e di capacità unitaria. È dunque tanto più necessario in Italia - aggiunge - investire sulla costruzione di un soggetto unitario e plurale decisamente innovativo e capace di coniugare la difesa delle condizioni materiali di vita nel presente con un progetto alternativo di società».

Intanto, a poche ore dalla chiusura dei termini per la presentazione delle liste, il leader radicale, Marco Pannella, torna a "sparigliare" e lancia una proposta ai Socialisti di Boselli. In un filo diretto con Radio radicale Pannella annuncia di aver avuto nella serata di ieri un incontro con Boselli per discutere della possibilità di candidarsi con i socialisti: «Essendo tre esclusi, tre radicali liberi, cioè io, Sergio D'Elia e Silvio Viale - ha spiegato - siamo sicuramente disponibili ad una candidatura nelle liste socialiste. Ovviamente abbiamo spiegato a Boselli - ha precisato - che proporremmo altri candidati di rilievo che siano liberi da candidature nel Partito Democratico».

da lastampa.it


Titolo: Walter e Silvio a ruoli invertiti è smarrito il popolo delle partite Iva
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2008, 11:38:28 pm
POLITICA

Al forum della Confcommercio di Cernobbio il leader del Pd parla di tasse più basse, Berlusconi insiste sui rischi della crisi

Walter e Silvio a ruoli invertiti è smarrito il popolo delle partite Iva

dal nostro inviato ALBERTO STATERA


CERNOBBIO - Walter Veltroni arriva a Cernobbio via terra sull'eco dell'"endorsement" di George Clooney, di cui è stato ospite qui sul lago nella magione di Villa Oleandra, che lo ha gratificato come "amico e uomo tra i più acuti che conosce", una specie di italico Obama. Silvio Berlusconi, poche ore dopo, fa volteggiare il suo elicottero su Villa Belinzaghi, la dimora confinante con Villa d'Este, che con sommo dispiacere non è riuscito ad acquistare per 12 milioni di euro e che gli è rimasta nel cuore.

Un incontro ravvicinato ma non fisico tra i due candidati che tendono ormai a una inversione anche psicanalitica delle parti, in un intreccio di concretezza sognante e di pessimismo della ragione - chi dei due incarna che? - dinanzi alla platea del capitalismo di bottega. Niente capitalismo finanziario, niente poteri forti a Villa d'Este, se non Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo, che si dice Berlusconi voglia suo ministro, l'unico che dà un "assist" keynesiano al "radicale di sinistra" Cesare Salvi: macché riduzione del debito pubblico, lasciamolo stare lì, il problema su cui bisogna concentrarsi adesso non è quello, ma una politica anticiclica, se no è a rischio la tenuta stessa dell'intera società.

Sarà per la location, sarà per la platea di partite Iva, ma i due contendenti psicanalitici rispetto al solito menù volteggiano stavolta sul turismo. Gode platealmente in sala Bernabò Bocca, leader degli albergatori, quando il segretario del Pd evoca i luoghi, le campagne, i monti, i laghi, i posti meravigliosi, le città uniche, i monumenti, l'archeologia di questo paese che sta scoprendo a bordo del suo pullman e che, possedendo questo inestimabile e ineguagliabile patrimonio, non è possibile che debba stare "con la lingua di fuori". Bisogna aprire con l'Europa la questione dell'Iva sul turismo, il "dumping" dei paesi concorrenti che hanno l'Iva più bassa. Veltroni promette che, se vincerà, andrà e chiederà di ridurre l'Iva dal 20 al 10 per cento nel quadro di una politica nazionale del turismo, che oggi non c'è e la cui mancanza è la metafora delle contraddizioni di questo paese.

Esulta per le parole del leader democratico Bernabò prima di abbracciare Maria Vittoria Brambilla, la rossa dei Circoli che fa da pesce pilota a Berlusconi verso la sala delle partite Iva, e di applaudire il leader del Pdl che, in versione disastrista, descrive invece un'"Italy under trash" con i ristoranti senza clienti non solo a Napoli coperta di monnezza, persino quelli italiani di New York, che lui dovrà turisticamente risollevare, anzi rialzare, perché purtroppo gli "tocca", essendo lui "non fungibile". Bernabò è esteticamente il simbolo dello "straniamento" delle partite Iva rispetto all'inversione psicanalitica dei due candidati: l'uno realisticamente sognante nella concretezza di un programma senza ideologia, sulle cose, l'altro sobriamente e realisticamente disastrista, che esordisce ringraziando Veltroni di aver "spiegato il mio programma". Peccato che l'avversario sia un "pifferaio magico" che non è passato per nessuna Bad Godesberg.

Lo straniamento della platea lo rende con poche parole Antonio Paoletti, responsabile dell'Unioncamere per il Mediterraneo e i Balcani: "Che dire? Veltroni usa il linguaggio che noi vogliamo sentire, ha capito i nostri bisogni, lo abbiamo ascoltato con piacevole stupore". E Berlusconi? "Berlusconi lo stesso". Salvo il rischio che il primo, novello Stalin come dice l'iperbole del kit berlusconiano che fa sghignazzare persino il popolo degli autonomi, ricada nella trappola della Sinistra Arcobaleno e l'altro in quello dello statalismo dei suoi compagni di strada fagocitati con Fini senza colpo ferire.

Il presidente della Confcommercio Carlo Sangalli ("Caro Silvio, è antica la nostra amicizia") parla di "convergenza forte tra le due principali forze politiche e anche tra le parti sociali". Chi può più distinguere, nel deserto ideologico, tra liberismo, statalismo, protezionismo, radicalismo e persino comunismo, se ancora c'è? Giulio Tremonti, stridulo, cerca di fare a pezzetti, forse in nome della sua "cultura giuridica", il clan degli economisti liberali, Francesco Giavazzi, Mario Monti, Tito Boeri e tutti quelli che hanno criticato il suo ultimo libro. Bernanke doveva chiamare al telefono Giavazzi prima di salvare l'ultima banca americana affogata dai subprime? Ma Renato Brunetta, pars magna della squadra economica berlusconiana, gli dà sulla voce: la globalizzazione fa paura soltanto a chi non è capace di cavalcarla, dazi e dogane, nuovo pane di Tremonti neo difensore dei poveri e negletti, sono una ricetta da economia socialista.

Ma è alfine sul fisco che le voci si sovrappongono quasi perfettamente, con la detassazione degli straordinari e quant'altro, ma soprattutto sulla bestia nera delle partite Iva: per l'appunto, l'odiata Iva, che ha creato un'intera generazione di protestatari negli ex miti lidi del Lombardoveneto. Non reiterazione, non retroattività, Iva di cassa, aumento della quota forfettizzata da 30 a 50 mila euro, proclama Veltroni. E Berlusconi lancia il "lodo Cervellin", dal nome del signor Davide Cervellin, esponente dell'Unione Italiana Ciechi e titolare a Piombino Dese, nel padovano, della Tiflosystem, aziendola con 20 dipendenti che produce tecnologie e servizi per disabili.

Questo Cervellin, creditore da dieci anni di 300 mila euro da parte delle Asl del Lazio scrisse a Romano Prodi, annunciando che avrebbe smesso di pagare le tasse finché non gli avessero liquidato quanto gli spettava. Detto fatto - annuncia Berlusconi all'inclita platea - pagamento dell'Iva non dopo l'emissione della fattura, ma al momento dell'effettiva riscossione del dovuto.

Il paese semplice fiscalmente, burocraticamente, politicamente, senza l'antinomia amico-nemico, prende forma nelle parole di Veltroni, nel Patto per lo Sviluppo che chiude per sempre persino le maratone della "Sala verde" di Palazzo Chigi, quel luogo di depressione dove centinaia di persone si riuniscono periodicamente per la "concertazione", uscendone quasi sempre senza alcun risultato. Sparirà dalle location, come sparirà dal vocabolario l'espressione "vertice di maggioranza", che fa venir male al fegato.
Berlusconi, da parte sua, farà anche sparire una mole grande come il Duomo di Milano, la mole di carte burocratiche che vengono archiviate ogni anno in Italia e, a difesa delle partite Iva, farà un po' di centri commerciali nelle caserme dismesse e schiererà ben 10mila poliziotti di quartiere, perché i poliziotti non sono "traditori del proletariato" come vuole la cultura di sinistra, che una volta si diceva "egemone", da cui Veltroni viene.

Gli "imprenditori lavoratori" che si "spaccano la schiena", come ripete Veltroni, sciamano da Villa d'Este nel loro spaesamento. Forse, per la prima volta, ce ne è qualcuno da collocare in quel 25 per cento di indecisi. Perché Veltroni è diventato "l'ortodossia", come dice Berlusconi. E allora Stalin giace nella sua tomba. Del resto, persino Tremonti è per una volta accomodante: "In politica non c'è copyright".

(16 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: Veltroni e le anime del Pd: al bivio tra Epifani e Prodi
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2008, 03:18:24 pm
Il retroscena

Veltroni e le anime del Pd: al bivio tra Epifani e Prodi

Il candidato premier tra scelta di mercato e no dei sindacati


Finora era stato così abile che persino gli avversari avevano dovuto riconoscerlo, perché era riuscito a consegnare il governo Prodi a una stagione politica passata. Ma il «caso Alitalia» risospinge l’esecutivo sulla scena.

Veltroni è così costretto sulla difensiva proprio nelle settimane decisive di campagna elettorale. Ora che Berlusconi ha bocciato il piano Air France e ha preso in mano la bandiera dell’italianità, al leader del Pd tocca per la prima volta inseguire il Cavaliere e prendere una posizione. Cosa non facile, perché o incrina il rapporto con Epifani, o entra in rotta di collisione con il premier che ha «condiviso» i termini della trattativa di Padoa- Schioppa con Spinetta.

Veltroni non si aspettava che nella proposta dei francesi ci fossero quegli «elementi di inusitata durezza»—specie per i risvolti occupazionali — che considera «molto difficili da accettare». Raccontano si sia infuriato non solo con palazzo Chigi e il titolare del Tesoro ma anche con i vertici di Air France, e che abbia ricevuto spiegazioni «poco convincenti »: in pratica il profilo della proposta sarebbe stato dettato dall’atteggiamento ostile di Klm, contraria all’acquisizione di Alitalia. Il capo del Pd ci ha visto «il classico gioco delle parti», ma per il momento ha preferito non esporsi. Confida che la trattativa superi la data delle urne, ma si rende conto che l’agenda della sua campagna elettorale sarà influenzata da fattori esterni. Il fattore Prodi, appunto.

Ecco perché lo descrivono nervoso. Veltroni è posto dinanzi a un bivio deciso da altri: nella migliore delle ipotesi, se Air France prende Alitalia, dovrà fronteggiare le critiche dei sindacati e l’offensiva del Pdl per la «svendita » della compagnia; nella peggiore delle ipotesi, al Pd sarebbe messo nel conto il fallimento dell’azienda sotto il governo di centrosinistra. Sono le regole terribili della competizione elettorale. Come spiega infatti il democratico Realacci, su questa vicenda «per attaccare basta uno slogan, per spiegare servirebbe un seminario». Lo sa il leader del Pd, che prende tempo ma che non ha più molto tempo. Anche perché — oltre al bivio dinanzi a cui l’ha posto il governo — deve trovare un punto di equilibrio anche nel suo partito.

Sull’«affaire Az» nel Pd convivono linee diverse. C’è chi, come l’economista Rossi, invita ad aver fiducia nel ruolo di «arbitro» del mercato, ricorda che «se Alitalia è crollata la colpa è della politica e dei sindacati», e attacca l’iniziativa di Berlusconi: «Le cordate invitate dai politici non sono mai gratuite e vengono di solito remunerate concedendo delle rendite». Ma nel partito persino chi condivide «parola per parola» il ragionamento di Rossi sottolinea come sia difficile fare discorsi sul libero mercato quando la gente è in piazza e le urne si avvicinano. Ieri il presidente della Provincia di Milano, Penati, ha chiesto per esempio al governo di tenere «la schiena dritta» e di «non accettare assolutamente » la clausola di Air France sui diritti di traffico.

E soprattutto Veltroni deve tenere a mente la Cgil. Non c’è dubbio che la mossa di Berlusconi sta condizionando Epifani, che—al pari degli altri leader sindacali—ha rigettato la proposta francese pur di non farsi scavalcare. Di più, ieri i vertici di Cgil e Cisl hanno voluto verificare se l’idea della cordata italiana avanzata dal Cavaliere avesse consistenza. Dal patron di AirOne, Toto, avrebbero saputo che «non abbiamo mai smesso di lavorare al progetto», mentre l’ad di Intesa Sanpaolo, Passera, sarebbe stato più prudente: «Un nuovo piano necessita di un clima favorevole, che finora non c’è stato».

Il clima, i sindacati, in questo inedito asse con Berlusconi, vorrebbero collaborare per crearlo. «E mica solo noi», rivela Bonanni: «Per il modo in cui Prodi e Padoa-Schioppa hanno gestito la trattativa, manco Alitalia fosse una cosa loro, è scoppiata la fine del mondo. Rutelli è fuori da ogni grazia, Veltroni — con cui ha parlato Epifani — è imbarazzato e non sa come uscirne». E intanto il Cavaliere ha guadagnato il centro della scena, parla con il premier, contatta banche e parti sociali, agisce come se l’imbarazzante conflitto di interessi che si porta appresso non lo appesantisse. «Perché lui oggi — spiega Caldarola — si veste da patriota, è pronto a usare persino i soldi dei figli per salvare Alitalia e Malpensa».

Quella di Berlusconi sarà «una boutade elettorale, un’altra sceneggiata», come sostiene Calearo, che «da uomo del mercato» considera ormai «fuori tempo massimo» l’idea della cordata italiana e si dice «rassegnato» alla vendita ad Air France. Ma non c’è dubbio che per la prima volta nella sfida elettorale il Cavaliere mette all’angolo Veltroni. Certo la sua mossa è ad alto rischio, specie se dovesse vincere, perché —spiega Follini— «un eccesso di partigianeria oggi, domani diventerà una difficoltà di governo».



Francesco Verderami
21 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: LA LETTERA DI WALTER VELTRONI AL POPOLO DELLE PRIMARIE
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2008, 06:41:08 pm
LA LETTERA DI WALTER VELTRONI AL POPOLO DELLE PRIMARIE

Ci siamo. Siamo arrivati al momento decisivo.


Con la sua nascita, il Partito democratico ha cominciato a cambiare la politica italiana, lo ha fatto grazie alla tua partecipazione, alla tua passione, che insieme a quella di altri milioni di persone, in una bellissima giornata di ottobre, ha permesso di realizzare il progetto, il sogno, che avevamo nel cuore.
Ora abbiamo, fra poche settimane, l’occasione per dare corpo, per tradurre in atti concreti, quella che è la ragione, la missione, il senso stesso del Partito Democratico: cambiare l’Italia, unirla, liberare le sue
energie e farla crescere, restituire agli italiani e soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni, speranza,
fiducia nel futuro, serenità, sicurezza.
È stata la tua presenza, quel 14 ottobre, ad avviare il tempo del coraggio e del cambiamento, a darci la forza di candidarci da soli alla guida del Paese, finalmente liberi di presentare le nostre idee, le nostre proposte, il nostro programma di governo. Dopo la nostra scelta tutto si è messo in movimento. È diventato chiaro, evidente, che da una parte c’è il passato, dall’altra c’è il futuro. Da una parte c’è la riproposizione di un film già visto, con gli stessi interpreti, con lo stesso copione, tutto esattamente come prima. Dall’altra la possibilità di uscire dal clima di odio e dalle divisioni di questi ultimi quindici anni, di voltare pagina,di cambiare non semplicemente un governo, ma il Paese.
È per questo che io mi sono candidato. Non per ricoprire una carica, ma per contribuire al cambiamento che serve all’Italia.
Gli italiani si stanno accorgendo di quanto sia netta, e decisiva, la scelta che faranno il 13 e il 14 aprile. Me ne rendo conto sempre di più ogni giorno, in ogni tappa del viaggio appassionante che mi sta portando in tutte le province italiane. C’è un’Italia viva, c’è un’Italia che è in piedi, ci sono italiani che faticano e lavorano, che studiano, che hanno idee e investono su se stessi per realizzarle, che si occupano degli altri, che fanno sacrifici per mantenere con onestà la loro famiglia.
È a tutti loro, è a questa Italia vera, che noi vogliamo parlare. La campagna elettorale è difficile, ma è aperta. Molto più di quanto non si pensasse all’inizio. In poche settimane abbiamo recuperato terreno,e moltissime sono le persone ancora indecise. L’esito non è affatto scritto, e dipenderà da quello che ognuno di noi riuscirà a fare da qui al 13 aprile.
Il tuo impegno è fondamentale. Ti chiedo, per questo, di tornare domenica 30 marzo nel circolo, nell’associazione, nella sede dove hai votato alle primarie di ottobre. Lì troverai materiale, opuscoli, vademecum e “istruzioni per l’uso” che ti aiuteranno a partecipare in modo ancora più attivo alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Il risultato dipende anche da te. Da te dipende quello che insieme potremo fare. Quello che insieme faremo per l’Italia.

Roma, 10 marzo 2008.
Walter Veltroni


da www.forumista.net


Titolo: Walter Veltroni: "Se vinco nella squadra ministri senza tessera"
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2008, 06:58:00 pm
29/3/2008 (8:31) - INTERVISTA

Walter Veltroni: "Se vinco nella squadra ministri senza tessera"

 «Loro hanno cambiato idea. Io confermo: darò alla Cdl la guida di una Camera»


MATTIA FELTRI
Segretario Veltroni, Goffredo Bettini dice che se il Pd non arriva al 35 per cento vi potete anche dimettere... «Non ha detto questo». Lo ha lasciato intuire.
«Non scherziamo, basta leggere... Siamo partiti con un distacco di 22 punti. Ora siamo più vicini di quanto dicano i sondaggi. Pure Berlusconi comincia a parlare di pareggio al Senato o nostra vittoria. Possiamo vincere, e comunque saremo la prima forza riformista che questo paese abbia avuto. Questo sarà comunque un risultato straordinario».

Che obiettivo si è posto?
«Vincere le elezioni e dare all’Italia un partito riformista di dimensione europea».

Se vincesse Berlusconi, ma di poco, di tre o quattro senatori, lei si aspetterebbe una telefonata?
«Sì. I leader di maggioranza e opposizione si devono telefonare. Non appartengo a quella schiera di politici, cui appartiene Berlusconi, che danno giudizi al lunedì e giudizi opposti al martedì. Oggi, su di me, dice cose molto diverse rispetto a quelle che diceva due mesi fa. Dovesse vincere, credo che ricomincerebbe a parlare come allora. Se vinco io spero di avere con le opposizioni un rapporto di collaborazione sulle riforme istituzionali, sulle grandi questioni del Paese».

Che tipo di collaborazione?
«La destra sul punto ha cambiato idea. Io confermo che se vincessimo daremmo alle opposizioni una camera e la presidenza delle commissioni di controllo. Abbiamo l’obiettivo di creare un rapporto civile. Io ho già operato una rottura epistemologica rispetto al quindicennio passato: do giudizi politici, non sulle persone. Quando sento che si parla di brogli o di stalinismo sembra di essere tornati al ’94. Come si è visto, non rispondo. Io faccio la campagna elettorale del 2008 non quella del ’94. Abbiamo bisogno di altro che non di risse».

Torniamo al governo. Se Berlusconi vincesse di poco, si aprirebbero nuovi scenari? «Che mi si faccia questa domanda e che io debba rispondere dimostra che la destra ha commesso un gravissimo errore, quando è caduto il governo Prodi, a non accettare la nostra proposta di promuovere, prima del voto, la riforma istituzionale e quella elettorale. Potevamo nominare un governo che se ne occupasse e votare nell’aprile del 2009. Hanno calcolato che gli conveniva votare subito facendo prevalere gli interessi del partito a quelli del Paese. Comunque, quale che sia l’esito del voto, vanno fatte subito insieme le riforme che andavano fatte prima».

Un governo tecnico per le riforme è ipotizzabile?
«Assolutamente no. Le riforme si fanno insieme, ma a questo punto chi vince, fosse per un solo voto, governa. Ma devo dire un’altra cosa: noi, decidendo di andare da soli, abbiamo fatto un pezzo di riforma istituzionale. Spetta agli italiani percorrere l’ultimo miglio e dare la maggioranza a un gruppo parlamentare unico - come succede in tutte le grandi democrazie - quello del Pd».

Di Pietro ha denunciato Berlusconi in procura per la questione Alitalia. Condivide? «Non sono mai per regolare le questioni sul piano giudiziario, ma politico. Un frammento del modo in cui io ritengo si debba regolare il rapporto fra garanzie e legalità, fra politica e giustizia, sta nella nostra proposta sulle intercettazioni: un magistrato intercetti quanto ritiene. Ma risponda personalmente dell’eventuale diffusione delle intercettazioni».

Di Pietro propone di anticipare la pena dopo il primo grado, in casi gravi.
«Il programma del Pd è quello che Di Pietro ha sottoscritto. Vi si atterrà».

Non teme che, di nuovo, i leader sottoscrivano un programma e poi ne reclamino un altro?
«Nella scorsa legislatura c’erano 14 partiti. Qui c’è un solo gruppo, quello del Pd, e un solo programma. E’ la novità assoluta».

Alitalia, la mozzarella, i rifiuti. L’immagine del nostro paese è pessima, ultimamente.
«Da molti e molti anni. L’Italia deve ritrovare l’orgoglio. La destra ha governato il Paese e non lo ha minimamente cambiato. Non ha fatto come la Thatcher o Aznar. Ora un po’ stancamente vuole vincere per gestire il potere. Berlusconi, Bossi, Tremonti, sembra il governo del ’94... Noi possiamo fare quello che hanno fatto Blair e Zapatero: aprire un ciclo riformista».

Chi ha in mente per il ministero dell’Economia?
«In nessun paese si fanno nomi prima delle elezioni, perché dopo è più facile avere disponibilità le più ampie possibili. Qualche nome lo farò, non di persone che appartengono ai partiti, ma esterne».

Riguarda anche l’Economia?
«Lo vedrete».

Quale ministero ospiterà un esterno?
«Diversi. Come ci sono capilista non di partito ci saranno ministri non di partito».

Berlusconi ha rinunciato ad andare su Raitre da Lucia Annunziata. Dovrà rinunciare anche lei...
(Ride, ndr) «Va bene, va bene. Ma, insomma, siccome io non posso andare da Vespa, per Berlusconi ho fatto un atto di violenza. E allora il gesto di oggi sotto che specie va?».

Rappresaglia?
«Ma non lo so. Non posso essere obbligato ad andare in tv. La stranezza è che non si faccia il confronto televisivo. Sono disposto anche ad andare sulle sue tv. Che devo fare? Ci si immagini se in Spagna si fossero tenuti dibattiti su tv di proprietà di Zapatero...».

Tre reti sono troppe?
«Ma in questa intervista non abbiamo parlato di fisco, infrastrutture, precarietà...».

Beh, lei ne parla ogni giorno.
«Questo è il migliore complimento che mi potesse fare. In questi anni, mentre noi discutevamo di Berlusconi e tv, in Spagna facevano autostrade, in Germania ristrutturavano l’energia... Le mie priorità sono la lotta alla precarietà, il sostegno a piccola e media impresa, certezza della pena...».

Erano questioni nel programma e negli obiettivi di Prodi.
«La differenza è che ora non abbiamo una coalizione eterogenea e un programma di 280 pagine, ma un partito solo e un programma di 30. Per quanto riguarda le tv io sono fermo al ddl Gentiloni con in più l’idea di avere in Rai un Amministratore delegato invece di un Cda, perché penso che si debba rendere il paese più semplice e affermare il senso dell’etica e della responsabilità».

da lastampa.it


Titolo: Veltroni: "L'Italia davanti alll'ultima chance"
Inserito da: Admin - Marzo 30, 2008, 03:48:51 pm
Diretta -  POLITICA

Veltroni: "L'Italia davanti alll'ultima chance"

Berlusconi: "In Italia scenario peggiore Ue"

Intervista dei due candidati premier di centrodestra e centrosinistra al settimanale Usa Newsweek, che ipotizza larghe intese per "salvare l'Italia"



12:28  Finocchiaro: "Pareggio al Senato sempre più probabile"
''Il pareggio al Senato è sempre più probabile". E' la previsione della capogruppo del Pd a Palazzo Madama e candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Siciliana, Anna Finocchiaro, fatta a Catania a margine di una manifestazione elettorale.



12:27  Casini: "Bossi sarà spina nel fianco di Berlusconi"
"Bossi già si sta manifestando per quello che sarà nei prossimi cinque anni: la spina nel fianco di Berlusconi, perchè la Lega è un fattore determinante e Berlusconi dovrà stare agli ordini di Bossi". E' quanto ha detto il leader dell'Udc e candidato premier Pier Ferdinando Casini rispondendo ad una domanda sulla possibilità di una apertura dell'Udc verso Bossi, prima di una manifestazione elettorale a Milano.



12:09  Casini: "Su Ruini atto di barbarie di Berlusconi"
"Quando ho letto tutta la dichiarazione ho capito che mi trovavo di fronte all'insostenibile leggerezza dell'essere di Berlusconi. Non si rende conto di quello che dice". In una intervista a 'Repubblica', Pier Ferdinando Casini commenta la parole del leader del Pdl su Ruini e sulla Cei. "Tirare nel mezzo dello scontro elettorale una figura come Sua eminenza è un atto di vera barbarie", dice il leader Udc.




12:05  Newsweek per "Berlusconi e Veltroni uniti"
Newsweek mette in copertina le foto dei due candidati unite in un fotomontaggio fino formare una sola faccia con il titolo "Veltrusconi". All'interno, assieme alle due interviste, un pezzo intitolato "Portare fuori la spazzatura" con il sottotitolo "se Silvio Berlusconi e Walter Veltroni si unissero potrebbero salvare la spazzatura".




12:03  Veltroni: "Siamo davanti all'ultima possibilità"
"Onestamente credo che siamo davanti all'ultima possibilità", dice Veltroni a Newsweek. Per il candidato premier del Pd "abbiamo imprenditori di talento, abbiamo grandi lavoratori ma è tutto bloccato da un sistema politico che lo ha tenuto bloccato per un lungo periodo. E questo rende impossibile trovare una soluzione sia nel settore istituzionale che in quello politico e realizzare quello che qualsiasi altro Paese occidentale sembra riuscire a fare: un periodo di riforme".



12:02  Berlusconi: "Non so chi possa essere più liberista di me"
"Non so chi possa essere più liberista di me, dal momento che sono un imprenditore che è nato e cresciuto sul mercato". Così Silvio Berlusconi, nell'intervista a Newsweek, replica a chi lo ha accusa di non aver preso una posizione liberista sulla cessione della compagnia di bandiera.


11:58  Berlusconi: "Economia italiana peggiore di quella europea"
Silvio Berlusconi torna a ribadire che la situazione economica per l'Italia sarà peggiore che per gli altri Paesi europei. In un'intervista al settimanale Usa Newsweek, il candidato premier del Pdl spiega che "lo scenario è negativo in generale". "In particolare -osserva Berlusconi- è negativo per l'Europa e l'Italia presenta fattori ancora più negativi".


11:57  Veltroni: "Larghe intese? Probabilmente in caso di pareggio"
"Se mi chiede se le prenderei ancora in considerazione, direi probabilmente". Walter Veltroni risponde così al settimanale Newsweek che gli chiede cosa pensi dell'eventualità delle larghe intese in caso che dalle urne non dovesse uscire una forte maggioranza, come accaduto alle elezioni del 2006.

da repubblica.it


Titolo: Candidato premier del Pd a Brescia: "Necessario far tornare l'Italia a crescere"
Inserito da: Admin - Marzo 30, 2008, 04:02:31 pm
«Il partito democratico è un grande partito del lavoro»

Veltroni: «Serve nuovo patto sociale»

Il candidato premier del Pd a Brescia: «Necessario far tornare l'Italia a crescere»

 
BRESCIA - «Un nuovo patto sociale per l'Italia». A evocarlo è il candidato premier del Pd Walter Veltroni. Dal palco della Conferenza operaia del Pd a Brescia l'ex sindaco di Roma ha spiegato come sia necessario far tornare a «crescere» il nostro Paese sia sotto il profilo economico sia sotto quello sociale. Il Partito democratico è «un nuovo partito la cui identità risiede nell'essere un grande partito del lavoro italiano» ha anche aggiunto Veltroni.

LO SLOGAN? "LO STIAMO FACENDO" - A Brescia Veltroni è tornato sul tema dei salari («Aumentare gli stipendi è la prima emergenza nazionale» ha affermato il leader del Pd) e su quello della sicurezza («L'Italia nuova è l'Italia che sfonda sul valore della sicurezza» ha sottolineato).Lo slogan del Pd, ha sottolineato poi il numero uno del Partito democratico a Brescia, «si trasforma»: «Ora è diventato "lo stiamo facendo" e lo stiamo facendo tutti insieme e non più si può cambiare».

«BASTA CON QUESTI GIOVANI OSTAGGIO DELLA PAURA» - A Brescia Veltroni ha anche affrontato il tema della precarietà, ricordando l'operaio della Thyssen di Torino che si è suicidato a 39 anni, lasciando moglie e figli perché perdendo il lavoro aveva «perso anche la dignità». Dopo aver poi parlato dei lavoratori cinquantenni che vanno aiutati «non solo attraverso la formazione ma anche occupandoli nei sistemi sociali», Veltroni ha affrontato il tema della precarietà giovanile. Leggendo la lettera di una ragazza di 28 anni con alle spalle diverse esperienze di termine, quando di 3, quando di 6 mesi, ha fatto notare le righe in cui la donna parlava dell'impossibilità di formare una famiglia, della necessità di appoggiarsi ancora ai genitori e della continua insicurezza con cui ormai convive. «Basta con questi giovani ostaggio della paura - ha scandito Veltroni -, noi dobbiamo essere quella politica che cercherà di fronteggiare tutto questo e di chiudere con tutto questo».

SOSTEGNO DI ZAPATERO - A Brescia il numero uno del Pd ha anche incassato il sostegno del premier spagnolo Zapatero. «Caro Walter, hai l'appoggio di Zapatero e degli spagnoli» ha dichiarato Jesus Caldera, ministro del Lavoro spagnolo intervenendo alla Conferenza operaia del PD. «Qualche settimana fa - ha esordito Caldera - l'Italia guardava con speranza alle elezioni spagnole. Oggi è la Spagna che guarda con speranza all'Italia e al Partito Democratico: porto tutto il sostegno, con il nostro cuore e le nostre possibilità, al Partito Democratico. Così mi ha chiesto Zapataro e così faccio».


29 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: Walter Veltroni: «L’Italia vuole speranza non paura»
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2008, 12:38:00 am
Walter Veltroni: «L’Italia vuole speranza non paura»

Bruno Miserendino


«La partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria». È ottimista Walter Veltroni a due settimane dal voto. E in questa intervista a l’Unità ne spiega le ragioni e fa il punto del suo viaggio per l’Italia. «Ovunque - spiega il segretario e candidato premier del Pd - ho visto persone che vogliono un grande cambiamento. Il Pd interpreta questo sentimento, mentre la destra è prigioniera del demone del passato». La campagna del Pd - aggiunge Veltroni - ha cercato di sostituire le speranze alla paura. «Abbiamo parlato di problemi seri e concreti come i salari, le pensioni, la precarietà, la sicurezza, la casa, con proposte chiare». E il cambiamento è anche un fatto generazionale: «Se si guarda l’età media di chi fa il premier in Europa si vedono persone che hanno la mia età».

«Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che la partita è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio...»
Prima di andare alla conferenza operaia di Brescia, davanti a migliaia di lavoratori e di sindacalisti, Veltroni fa colazione in uno storico albergo dal nome bene augurante (Vittoria), e si vede che ha un’aria soddisfatta. Sondaggi? Ormai non si possono più rendere noti, però è chiaro che sente il Pd di nuovo in crescita e la famosa forbice che si accorcia.

Veltroni, oggi il d-day vede il ritorno in piazza del popolo delle primarie. Cosa vi aspettate da questa mobilitazione e che umori percepite?
«Mi pare che si stia progressivamente apprezzando il fatto che a partire da quel 14 ottobre delle primarie molte cose in questo paese sono cambiate e se si esamina la vita politica italiana prima e dopo quella data, si vede che questa mutazione dipende in gran parte dalla novità costituita dalle idee, dai contenuti e dai programmi del partito democratico. Il 14 ottobre fu un risultato inaspettato, come quasi tutto in questo nostro paese, non se l’aspettavano la politica, i media, i sondaggisti. In quella partecipazione c’era la volontà di imprimere un’accelerazione a un processo che si avvertiva come essenziale per lo sblocco della democrazia italiana. C’era una presa in carico dei destini del paese, una risposta all’antipolitica, una sfida razionale di innovazione. Il 14 aprile saranno passati sei mesi, e la mia grande gioia è vedere che in meno di mezzo anno si è fatta l’identità di un partito: valori, idee, programmi, energie nuove. Pensiamo ai giovani che parlano nelle nostre manifestazioni. Da questa giornata di mobilitazione mi aspetto che parta un’altra grande spinta di protagonismo e di innovazione. Protagonismo diffuso, non la politica come mestiere, per addetti ai lavori, ma esperienza civile, passione. Se questo messaggio riparte dai 3 milioni e mezzo delle primarie può davvero diventare l’onda che travolge».

Chi sono gli indecisi? I delusi del centrosinistra, i tentati dall'antipolitica?
«No, secondo me sono più elettori di centrodestra. Lo dicono i dati. Man mano che noi cresciamo scendono gli indecisi, o viceversa».

Però il dato del Pdl non si erode.
«Si erode ogni settimana. E comunque io mi sono fatto portare i sondaggi del 2006 a 15 giorni dal voto. Erano proprio come adesso, poi si sa come è andata».

Ci fu la promessa di Berlusconi di togliere l’Ici, che conquistò una bella fetta di indecisi, qualche errore di comunicazione del centrosinistra...
«Secondo me già allora, 15 giorni prima del voto, le cose non stavano come dicevano i sondaggi. Credo che non avessero percepito del tutto il flusso elettorale, lo spostamento degli elettori. Ora come ora posso solo dire che la situazione, a parti invertite, è molto migliore di allora. Quindi la partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria».

Ma intanto si parla solo di pareggio.
«Ma ne parlano loro, che erano partiti con l’idea di una vittoria a mani basse, e già questo indica una difficoltà obiettiva. E d’altra parte in queste settimane quale idea è venuta dalla Destra per l’Italia? Non c’è una proposta innovativa, i nomi dei ministri sono gli stessi del '94, i toni sono quelli di sempre, sui temi concreti non hanno detto nulla, e quando l’hanno fatto si sono divisi. Ogni giorno c’è la ripetizione di un copione logoro, non riescono a trovare nei nostri confronti un punto d’attacco, perchè nessuno dei loro argomenti sembra pagare».

Nemmeno su Alitalia? Berlusconi è entrato a gamba tesa nella vicenda, ma a volte, a sinistra, si ha l’impressione che non paghi mai dazio per le cose che fa o dice.
«Io penso che come noi ci siamo liberati dal fantasma di Berlusconi, se ne deve liberare anche una parte del mondo degli osservatori. Sull’Alitalia la gente pensa che c’è una gran confusione. Pensa che c’è una trattativa seria in corso, e che improvvisamente è arrivata una proposta strumentale e vaga».

A proposito, sulla vicenda Alitalia, dove sono finiti i liberal di questo paese?
«In effetti non si sentono. Ma singolare non è solo quel che si dice o accade sulla vicenda Alitalia, è complessivamente singolare la proposta di politica economica della Destra: l’idea di chiamare l’Eni per acquistare la compagnia di bandiera, la politica dei dazi di Bossi e Tremonti, l’idea di far acquistare Alitalia con una cordata con i figli dell’aspirante premier, previo prestito ponte dello Stato, vale a dire una forma di utilizzo di soldi pubblici a fini privati. Vedo un silenzio imbarazzato di tanti che hanno paura di dire quello che pensano. Questo è un problema del paese. Noi abbiamo bisogno del ritorno di una cultura critica non fondata sul principio, anche quello stanco, dell’equidistanza. Anche questo atteggiamento lo considero parte di un tempo che si va esaurendo».

Magari un confronto televisivo potrebbe aiutare a capire. L’impressione è che non ci sarà, e nel frattempo Berlusconi mantiene il predominio assoluto nella comunicazione televisiva. Quanto pesa questo squilibrio?
«Conta, certo, ma qualunque sia il risultato, non invocherò lo squilibrio come alibi. Io credo che questo non sia un paese di spettatori, ma di cittadini, interessati alla soluzione dei problemi, quelli loro e dei loro figli, non a chi vince il Grande Fratello. Non ho solo il dovere di avere fiducia, ma ho ragione di avere fiducia nei cittadini. Gli italiani nei momenti cruciali hanno sempre mostrato una grande voglia di innovazione. Il nostro mondo si attarda in una concezione un po’ piagnona, sempre difensiva. Secondo me sbaglia e credo sia stata una delle cause della perdita di relazione tra il mondo del centrosinistra e la società italiana».

Lo squilibrio lo certifica l’Authority.
«Certo che c’è, ma penso che gli italiani siano più saggi e avranno la forza di rispondere a una crisi profonda, indicando una soluzione alternativa di tipo europea».

Se il risultato non dovesse garantire la governabilità, cosa bisognerebbe fare?
«Chi vince governa e se la situazione fosse di assoluto equilibrio, insieme si devono rapidamente approvare le riforme indispensabili. Chi governa capisce che la sua sopravvivenza è legata al senso di responsabilità dell’opposizione. Ma credo che alla gente il dibattito su pareggi e alleanze interessi fino a un certo punto. Ai cittadini interessa avere un sistema governabile. Se non c’è la colpa è della Destra, che ha fatto prevalere gli interessi particolari su quelli generali. Credo che in quel passaggio, nello schieramento a noi avverso, si siano consumati errori gravi. Anche il Centro ha sbagliato. Se Casini avesse rotto allora, invece di farsi mettere alla porta dopo, probabilmente oggi la situazione sarebbe diversa. La realtà è che il tema delle riforme istituzionali sovrasta il paese e non si potrà eludere».

Berlusconi dice che vi state accordando con la sinistra radicale per tornare insieme o per fare accordi elettorali in alcune regioni.
«Non so di che parla».

Casini verrà riattratto nell’orbita della Destra?
«Dopo quello che è successo mi pare molto difficile. Sta facendo una scommessa difficile e coraggiosa che avrebbe dovuto fare prima, ma penso che sia a un punto di non ritorno».

Col pullman ha visitato più di 80 delle 110 province. Che idea si è fatta dell’Italia girandola in lungo e in largo?
«Ho visto una forte domanda d’innovazione, che certo si presenta con molti linguaggi, con sentimenti diversi, però c’è. E questo grande desiderio di cambiamento non può essere interpretato dalla Destra. Se in questi 15 giorni noi riusciremo a farlo capire a tante altre persone, il paese sceglierà di uscire dal collo dell’imbuto. L’Italia, per come sta, non può affidarsi a un governicchio. Ha bisogno di un ciclo politico lungo, di un cambio generazionale. Se si va a guardare l’età media di chi fa il premier in Europa, si vedono persone che hanno più o meno i miei anni. E non per caso. Perché chi si mette a governare deve poter fare questo passaggio brusco, radicale, impegnativo».

Dicono che Berlusconi non ha voglia di governare, ma solo di vincere.
«Mostra una grande stanchezza, personale e politica. Si capisce dai nomi che propone come ministri. Bossi, quello della riforma della Costituzione bocciata dagli italiani, Tremonti, l’emblema della crescita zero, ora si parla anche di Calderoli... Ma vedo anche una stanchezza personale. Tutte queste affermazioni: faccio un sacrificio, chi me lo fa fare, tradiscono non solo un’idea bizzarra del rapporto con le istituzioni, ma anche difficoltà personale. Invece credo che il paese abbia apprezzato la nostra scelta di fare una campagna elettorale con un tono di voce fermo, ma sereno. Abbiamo cercato di sostituire le speranze alle paure, e abbiamo parlato di una serie problemi seri e concreti: le pensioni, i salari, la precarietà, la sicurezza sul lavoro. Stamattina (ieri ndr) alla conferenza operaia parlerò del tema casa, annunciando un grande piano di vendita di tutti gli immobili delle case popolari agli inquilini, per poter fare coi proventi di questa vendita la costruzione di nuovi alloggi e alleviare il problema dell’affitto».

La cosa più sgradevole di questa campagna elettorale?
«Il fatto che la Destra non riesce a liberarsi del demone del passato. Sono sempre uguali a loro stessi. Noi abbiamo fatto un’operazione molto rischiosa, in politica non capita facilmente che in una situazione di obiettiva difficoltà, si rinunci al 7-8% dei voti. Si poteva immaginare che determinasse varie reazioni, invece la reazione è quella che vede chi ha seguito il cammino nelle piazze d’Italia. Una comprensione della scelta, una straordinaria partecipazione, come non si vedeva da tantissimi anni, e tanti giovani. È successo questo perché il paese sente il bisogno di una sfida di innovazione, carica di valori e di proposte, che porti l’Italia in sintonia con la storia della democrazia europea».

È iniziato un curioso dibattito sulla soglia del successo, al di sotto della quale si scatenerebbe il finimondo nel Pd.
«È iniziato su qualche giornale. Ed è finito. Non ci sono soglie, ci sarà solo da registrare che c’è un partito nuovo, anzi la più grande forza riformista che la storia politica italiana avrà conosciuto».

Qualcuno dice che sarebbe l’ora di tirare fuori le unghie, di rinfacciare alla Destra i suoi insuccessi. Naturalmente lei non è d’accordo.
«Assolutamente no, non voglio farmi trascinare nello stereotipo delle campagne elettorali precedenti. Secondo me non c’è bisogno di ricordare alla nostra gente e a tutti gli elettori che se c’è un voto che può evitare al paese di finire in questo vecchio impasto di populismo, questo è il voto al partito democratico. Non ho bisogno di alzare i toni per farlo capire. Abbiamo fatto una campagna elettorale di proposte e di valori. La frase che abbiamo detto in Calabria contro le mafie, non è mai stata detta in questi termini nella vita politica italiana. Mi aspetto che venga detta da altri. Bisogna dare al paese un messaggio nuovo, Dio ci scampi dalla riedizione del vecchio film. La gente è esausta tanto quanto quel film».

La vedo ottimista...
«Secondo me la gente è stufa. Per quanto ci riguarda, la novità della nostra campagna elettorale è che abbiamo parlato più degli italiani che della politica, che mai come adesso è sembrata lontana e fredda dalla vita reale dei cittadini. Noi abbiamo pensato ai disagi reali degli italiani. Lo capisco dai ragazzi precari che mi fermano, che vedono in noi il partito che cercherà di risanare la più grande e lacerante ferita del nostro tempo. È un modo di fare politica antico e nuovo, che non sta dentro il recinto piccolo e affollato dal quale la Destra non riesce a uscire».

È un messaggio che riesce ad arrivare all’Italia profonda?
«Ogni campagna elettorale è la scansione di un’epoca. L’Italia è arrivata a un bivio molto delicato, perché i suoi fattori di debolezza legati alle vicende internazionali possono davvero spingerla verso un declino, mentre c’è tanto talento, una tale voglia di fare, tale intelligenza diffusa, che credo questo paese possa trovare il modo di uscire dal collo della bottiglia. Per questo batto sempre su un tasto: noi vogliamo aprire un ciclo lungo di cambiamento radicale, e la differenza tra noi e la Destra è proprio qui. Il cambiamento radicale dell’Italia, persino della sua cultura diffusa, del suo senso comune, è un’opera che merita impegno, passione e il tempo naturale per essere realizzato. Qualsiasi soluzione a breve sarebbe per il paese un suicidio. Nella nostra proposta vedo la risposta a una grande questione nazionale, la costruzione di un’identità condivisa che è fatta non solo di memoria ma anche di soggettività attiva».

Gli applausi più forti li prende sempre quando parla di costi della politica. Lei ha detto che non ci possono essere i salari più bassi d’Europa e gli stipendi dei parlamentari più alti d’Europa. Farete una proposta precisa?
«Noi presenteremo delle proposte sulla riduzione dei costi della politica, che sono il contrario dell’antipolitica. Sono idee per una politica sobria, nuova, europea e occidentale, che non gonfi se stessa fino a scoppiare, in sintonia con un paese che deve tirare la cinghia. Su questi assi ispiratori stiamo disegnando una soluzione che ridia fiducia al paese e velocità alla politica».

Oggi l’Unità sarà diffusa in tutti i luoghi del D-Day. Che rapporto vede nel futuro tra il giornale e il Pd?
«L’Unità, anche in una situazione come questa dimostra la sua essenzialità, la sua utilità. Il giornale deve mantenere la sua ispirazione e la sua tradizionale autonomia. Dopo le elezioni avvieremo insieme un discorso sulla riorganizzazione complessiva di tutto il sistema della comunicazione del Pd. Un grande partito come noi siamo e saremo deve fare una riflessione moderna su tutti gli strumenti disponibili, ma è chiaro che in ogni caso il ruolo del giornale in questo contesto sarà essenziale».

Pubblicato il: 30.03.08
Modificato il: 30.03.08 alle ore 8.43   
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Titolo: VELTRONI SE PERDO HO IL DOVERE DI CONTINUARE ALLA GUIDA DEL PD
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2008, 12:47:40 am
2008-03-30 15:21

VELTRONI: SE PERDO HO IL DOVERE DI CONTINUARE ALLA GUIDA DEL PD


 ROMA - "Ho preso un impegno per fare un grande partito, il Pd, e continuerò ad assolvere l'impegno preso il 14 ottobre con tre milioni e mezzo di persone, lo farò fino a quando non potrà essere superato da una scadenza analoga, fino ad allora ho il dovere etico di continuare a guidare il Pd". Lo ha detto il leader dei Democratici, Walter Veltroni, replicando a chi gli chiedeva, durante una intervista a Sky tg24, che farà in caso di sconfitta del Partito Democratico alle elezioni. E' stato "un grosso rischio", ha aggiunto Veltroni, abbandonare i partiti più radicali in vista delle elezioni, ma penso fosse la cosa giusta.

"Il nostro è un modo nuovo di fare politica e campagna elettorale, rispetto alle parole d'odio invecchiate di quindici anni: si continua a ballare sul Titanic mentre il Paese avrebbe tutte le potenzialità per ripartire". Così il leader del Pd, Walter Veltroni, incontrando militanti e sostenitori in uno dei gazebi allestiti per il Democratic-Day. Spiegando il significato del ritorno in piazza dei gazebi delle primarie del 14 ottobre, Veltroni ha spiegato che servono "a dare l'ultima spinta" prima del voto, "con lo stesso spirito e la stessa novità del 14 ottobre".

"Non c'é nessuna possibilità che dopo il voto si crei un governo delle larghe intese". A ribadirlo è il segretario e candidato premier del Pd, Walter Veltroni, partecipando al D-Day in un gazebo a piazza Fiume. "Non esiste nessuna coalizione - ha detto con forza Veltroni - e non esiste nessun governo delle larghe intese, ma esiste la necessità di fare con le larghe intese le riforme istituzionali". Il leader del Pd ha di nuovo sottolineato il fatto che "chi vince, anche di un solo voto, governa", che quello delle larghe intese è un tema che "non esiste" come non c'é nessuna possibilità di "inciucio": "Ma le riforme - ha concluso - si fanno insieme".


AVVENIRE: TONI SCONCERTANTI
Il giornale dei vescovi esorta i candidati a concentrarsi sui temi reali e lancia un appello per "restringere l'area dell'astensione". "Non serve divagare, ideologizzare e gridare di più ", ammonisce il quotidiano. "Meglio cominciare una buona volta - sottolinea - a parlare chiaro". "Basti pensare - prosegue - che i temi forti sono quasi esclusivamente quelli legati, udite, udite, alla 'par condicio' e agli stucchevoli interrogativi intorno al duello tv tra i principali contendenti Silvio Berlusconi e Walter Veltroni". "Un paio di settimane fa - osserva 'Avvenire' - avevano provato a sollecitare da parte di tutti i candidati premier un'operazione trasparente che desse la possibilità a cittadini-elettori di rendersi conto di come si vorrebbe finanziare le detassazioni e gli aumenti pensionistici fatti balenare in programmi e comizi. Inutilmente"


BERLUSCONI: VINCEREMO, NO A LARGHE INTESE
"I sondaggi in nostro possesso ci danno un margine più che tranquillizzante anche al Senato: da 28 a 30 e più senatori. Quindi niente larghe intese, niente grande coalizione, niente di niente. Chi prende più voti, e più seggi, ha il dovere di governare". In una intervista al Quotidiano nazionale- Il Resto del Carlino, il leader del Pdl Silvio Berlusconi delinea gli scenari del dopo elezioni e rilancia i temi al centro della campagna elettorale
--- ALITALIA- "Il mio appello a tutti gli imprenditori ha già impedito la svendita d Air France, come voleva il Governo, che invece ha dovuto prendere atto che la trattativa con la compagnia francese non era l'unica possibile.
--- PENSIONI - La nostra proposta prevede un meccanismo di adeguamento al costo della vita per chi dispone di un reddito massimo di mille euro al mese, non certo, come è stato scritto in malafede, di portare il minimo a mille euro al mese, il che comporterebbe un costo per lo Stato di oltre 20 miliardi di euro. Veltroni invece ha promesso la luna ai pensionati, e tuttavia nel programma del Pd la parola pensioni non è neppure citata, forse perchè Veltroni è anche lui un pensionato, un baby pensionato della politica"
--- DUELLO IN TV CON VELTRONI - E' impossibile farlo, a causa della legge sulla par condicio, una legge che la sinistra s'inventò ai tempi di Scalfaro per impedirmi di apparire in tv. Quella legge è ancora in vigore perchè l'Udc non ci consentì di abolirla.
--- ECONOMIA - Faremo un piano casa per le giovani coppie; prevediamo sgravi fiscali per le aziende che assumono e meno tasse, così' faremo ripartire l'Italia.


VELTRONI: LA PARTITA E' APERTISSIMA, POSSIAMO VINCERE
"Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che la partita è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio". Il leader del Pd Walter Veltroni, in una intervista all'Unità dal titolo "L'Italia vuole speranza e non paura", evoca gli ultimi giorni della campagna elettorale di due anni fa, e ne sottolinea le analogie, per quanto riguarda gli elettori indecisi. "Mi sono fatto portare i sondaggi del 2006 a 15 giorni dal voto. Erano proprio come adesso; secondo me, già allora, 15 giorni prima del voto, le cose non stavano come dicevano i sondaggi. Ora come ora posso dire che la situazione, a parti invertite, è molto migliore di allora; ci sono ottime possibilità di vittoria. ---. ALITALIA - Sulla vicenda la gente pensa:c'è una grande confusione, c'è una seria trattativa in corso e improvvisamente è arrivata una proposta strumentale e vaga. La vicenda Alitalia spiega la filosofia economica della Destra. I liberali non hanno niente da dire? --- IL DOPO ELEZIONI - Chi vince governa e se la situazione fosse di assoluto equilibrio, insieme si devono rapidamente approvare le riforme indispensabili. Se non c'è un sistema governabile, la colpa è della Destra. Anche Casini ha sbagliato. Se avesse rotto allora, invece di farsi mettere alla porta dopo, probabilmente oggi la situazione sarebbe diversa. --- SOGLIA DEL SUCCESSO - Il dibattito sulla soglia del successo, al di sotto della quale il gruppo dirigente andrebbe a casa è iniziato su qualche giornale ed è finito. Non ci sono soglie, ci sarà solo da registrare che c'è un partito nuovo, anzi la più grande forza riformista che la storia politica italiana avrà conosciuto ---




POLEMICA SU VOTO DISGIUNTO - Accordi con la sinistra radicale? Non so cosa parli Berlusconi --- MAFIA - La frase detta in Calabria ( mafia, camorra, 'ndrangheta facciano quello che vogliono ma non votino il Pd, NdR) aspetto che la dicano anche gli altri.

di Yasmin Inangiray

ROMA - Il confrontro televisivo tra Berlusconi e Veltroni continua ad essere uno dei temi 'caldi' della campagna elettorale. E se Veltroni si dice disponibile ad un faccia a faccia con il Cavaliere ("Avrei voluto discutere di tutto in un duello tv", dice il leader del Pd da Brescia) lo sfidante a distanza replica attribuendo la colpa del mancato faccia a faccia alla "divieto" imposto dalle norme della par condicio: "Una legge insulsa". Una spiegazione, quella di Berlusconi, che non convince affatto il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni: "Non c'é alcun divieto - controbatte il ministro del Pd - Berlusconi abbia almeno il coraggio di dire che ha paura". In assenza del piccolo schermo però il confronto tra i due prosegue a suon di dichiarazioni. Veltroni, pur senza mai nominare il leader del Pdl, critica infatti la scelta dell'ex premier di non partecipare alla trasmissione tv 'In mezz'orà: "E' un atto di poca responsabilità". A gettare benzina sul fuoco ci aveva pensato anche Enrico Mentana, annunciando la partecipazione nella puntata di Matrix dell' 11 aprile dei leader di Pd e Pdl. In realtà, l'ex direttore del Tg5, pur dicendosi pronto ad ospitare un confronto diretto, precisa che l'annuncio riguardava la presenza, nella stessa puntata di due interviste separate ai due candidati premier. Chi invece ha già deciso che non farà nessuna conferenza finale è il premier uscente Romano Prodi: la scelta è dettata da "una semplice ragione di coerenza". Il presidente del Consiglio ricorda infatti che due anni fa, quando il premier era Berlusconi "il Governo chiese di fare una conferenza, una trasmissione tv da parte del presidente del Consiglio. Io protestai - dice ancora Prodi - perché non mi sembrava coerente con la parità di condizioni. Stavolta mi sono trovato nella situazione opposta e già un mese fa dissi: non facciamola". Una scelta che incontra il plauso di Massimo D'Alema e Rosy Bindi mentre, per Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi la scelta del presidente del Consiglio è condizionata da Veltroni: "Si tratta di un atto politico - attacca Bonaiuti - Veltroni non vuole che proprio l'ultimo giorno prima delle elezioni Prodi ricordi con la sua faccia agli italiani quanto è stato disastroso il governo della sinistra". Convinto che Berlusconi debba affrontare Veltroni è il leader della Lega Nord Umberto Bossi che in un'intervista al Corriere non ha dubbi: il Cavaliere, dice "non dovrebbe rifiutare il confronto con Veltroni" perché aggiunge il Senatur "Berlusconi vincerebbe a mani basse. E' il più simpatico e quando va in televisione scherza e non parla di politica". La 'colpa' delle difficoltà nell'organizzare un duello tv è invece, secondo il senatore di Forza Italia Renato Schifani, da attribuire "ai limiti della legge sulla par condicio". Pronto al duello è il candidato premier dei socialisti Enrico Boselli: "In Italia abbiamo più reti televisive che candidati premier, quindi non vedo il problema: perché io non posso sostenere un confronto con Veltroni o con Berlusconi". Non si tira indietro nemmeno il candidato premier dell'Unione di Centro Pier Ferdinando Casini che pone però un unico paletto: " Il confronto in Tv lo farei con Berlusconi perché Veltroni è la brutta copia di Berlusconi e io alla copia preferisco l'originale". Chi non ha dubbi che il duello tv Berlusconi-Veltroni alla fine si farà è l'ex segretario dei Ds Piero Fassino: "Mi pare che in queste ore stiano maturando decisioni per definirne la data e l'ora", dice Fassino, che definisce il confronto tra i due "non solo auspicabile ma scontato".


VELTRONI 'CHIAMA' VOTO OPERAI: SERVE UN NUOVO PATTO SOCIALE


dell'inviata Chiara Scalise

BRESCIA - Walter Veltroni tenta un'altra impresa 'impossibile': andare alla riconquista della classe operaia. Ma non quella che fa fatica a mettere insieme il pranzo e la cena, bensì quella del Nord Est. Quella che fino a ieri aveva uno stipendio invidiabile ma che oggi, con la crisi che aleggia, stenta a arrivare alla quarta settimana, come riconosce il leader del Pd dal Palco della Conferenza operaia di Brescia. Ed è questa la ragione per cui, scandisce fra gli applausi, serve "un nuovo, grande patto sociale". Il partito democratico vuole tutto fuorché ancorarsi a vecchi schemi ma questo non toglie, spiega Veltroni, che la sua identità resti chiara: è il partito del lavoro. In un mondo, dove lavoratori sono tutti: i colletti blu ma anche, sottolinea, gli impiegati, gli artigiani e i piccoli imprenditori. Una conferenza operaia quindi dove non va in scena il conflitto di classe. Ad ascoltare ci sono i tre leader sindacali (Epifani, Bonanni e Angeletti si intrattengono anche una mezz'ora in privato con il segretario del Pd) ma chi si aspettava attacchi al mondo dei 'padroni' ha evidentemente sbagliato indirizzo: l'unico limite, che tutti devono avere a mente - non si stanca di ripetere Veltroni - è il diritto alla sicurezza.

Per il resto, afferma perentorio il candidato premier, via libera anche a 1000 imprese al giorno. E allora sventolano le bandiere, bianche e verdi, e molti si alzano in piedi. Veltroni lo dice chiaro e tondo: l'Italia ha una priorità, si chiama salari. "Aumentare gli stipendi, ma anche le pensioni - dice - è la vera emergenza nazionale". L'occasione è quella giusta per far sapere che ormai il disegno di legge sul compenso minimo è pronto. E se il Pd dovesse vincere sarà fra i primi provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri. Il messaggio che il leader del Pd vuole inviare è chiaramente di ottimismo: cambiare? Trasformare l'Italia in un Paese normale, dove il merito valga e dove l'ascensore sociale torni a funzionare? Non solo si può fare, ma lo "stiamo già facendo, e lo stiamo facendo - insiste Veltroni - tutti insieme". Sì perché se la partita delle elezioni è incerta, una sfida è già vinta: "Creare una grande forza riformista". Non solitaria, ma libera, spiega ancora Veltroni. Il che non vuol dire dimenticare che la competizione è aperta, né che rimontare resta una necessità. E così dal palco di Brescia il leader del Pd non risparmia fendenti al centrodestra: il Pdl è la "continuazione, stanca, di quanto abbiamo già visto nel 2001, nel 2002...fino alla primavera del 2006". E cosa hanno saputo fare? "Poco, niente": anzi dopo "l'eroica avventura dell'euro fatta da Prodi non hanno fatto l'unica cosa davvero necessaria: controllare che i prezzi non impazzissero".

E poi Alitalia, la politica estera tutta da rifare (hanno fatto "un'icona di Bush, unici nel panorama delle destre europee", afferma sarcastico): l'elenco degli errori è lungo. E allora scatta l'appello: "Gli operai sono persone concrete e sanno che l'esito delle elezioni dipenderà anche dal loro voto. E dal loro voto - conclude il candidato premier - dipende il loro futuro". La partita è ancora aperta, fa sapere poi in serata da Latina, e la vittoria sbandierata da Berlusconi sulla base dei sondaggi non è reale: "Quelli del 2006 - ricorda - davano l'Unione davanti di sei punti, ma non si sono realizzati". E il voto degli indecisi, avverte, si sta spostando verso il Pd.


BERLUSCONI A VELTRONI, SCHIZZINOSO SU CRIMINE MA DS NO

dell'inviato Marcello Campo

CATANZARO - "Peccato che 3 anni fa il suo partito non sia stato così schizzinoso...'". Così Silvio Berlusconi da Catanzaro risponde a brutto muso al leader del Pd, Walter Veltroni, che ieri, a Reggio Calabria, aveva detto che la 'ndrangheta non deve votare per il Pd. Nel teatro comunale, nel corso di una conferenza stampa piu' simile però a una manifestazione elettorale, Silvio Berlusconi attacca il centrosinistra, a partire dalla giunta calabrese e quella campana, sul fronte della lotta alla criminalità. "Io non posso che confermare cosa dissi nel '94 a Palermo: ogni nostro voto sara' usato per combattere la mafia. Nessuno è in grado di darci lezioni". Secondo il Cavaliere, infatti, dopo il voto del 13 e 14 aprile il centrodestra si impegnerà a cancellare "gli emblemi negativi", rappresentanti dalla giunta di Bassolino e di Loiero. La lotta alla criminalità organizzata, dice, passa anche dalla battaglia degli imprenditori contro il pizzo. E su questo punto un cronista chiede a Berlusconi il suo giudizio sul differente atteggiamento assunto dalla Confindustria siciliana, schierata a fianco di chi non paga, e quella calabrese che protesta contro l'inefficienza dello stato ricordando che loro "non possono essere avamposto della legalità". "Secondo me - risponde Berlusconi - hanno ragione tutti e due. Perché le imprese possano avere comportamenti coraggiosi é necessario che lo stato stia al loro fianco, cosa che finora non è accaduto". Sempre in polemica con la giunta calabrese, Berlusconi annuncia che se dovesse andare al governo valuterà l'ipotesi di un suo scioglimento, un'amministrazione che, ricorda: "é per due terzi formata da indagati o inquisiti". Dopo aver ribadito che la cordata italiana su Alitalia "é ormai nei fatti" e che "non è più affar suo ma la palla è nelle mani degli imprenditori", Berlusconi parla anche di duello tv: "Quello con Walter Veltroni è un confronto impossibile perché vietato dall'attuale par condicio, una legge insulsa. Se Veltroni concedesse a me tale possibilità, dovrei avere più di 100 confronti con candidati premier". Ma Berlusconi, sottolinea che certamente non teme Veltroni: "Figuriamoci se ho paura, con Veltroni sarebbe molto facile metterlo a terra. E' uno di parole, io di fatti". In un clima di grande calore c'é anche una giornalista di colore di una televisione locale estasiata dal Cavaliere: "Mi conceda di dirle che è bellissimo". "Cara signora - risponde il Cavaliere - riceverà un mio segno di ringraziamento". Berlusconi conferma di essere certo della vittoria: "Se tutti gli annunci di avvicinamento fatti da Veltroni - scherza - fossero veri a quest'ora il Pd sarebbe avanti 130 a 100". I sondaggi, dice più tardi dal palco del comizio di Cosenza, dicono che ha "la vittoria in tasca". E così può permettersi di scherzare sul suo avversario Veltroni: "Non trattatelo male, gli hanno affidato un compito impossibile". Sicuro della vittoria, però lancia un'allarme e lo rivolge soprattutto ai mass media: "In tantissimi - dice a Catanzaro - non conoscono gli effetti di questa legge elettorale. I media dovrebbero informare meglio su questo punto, altrimenti potremmo arrivare a risultati che non corrispondono alla reale volontà degli elettori". Al termine della conferenza stampa-iniziativa elettorale, Berlusconi esce dal teatro circondato da una grande folla che riempie la piazza e lo saluta con grida da stadio. Lui non si sottrae è microfono in mano, improvvisa l'ultimo comizio: "sono convinto che il 13 e 14 aprile l'Italia volterà pagina. In quel caso - conclude tra gli applausi - vi garantisco un'attenzione particolare ai problemi della Calabria, a partire dal ripristino della legalità e dalla riapertura dei cantieri per le strade, le infrastrutture e il ponte, chiusi dalla sinistra". La giornata elettorale, iniziata in Sicilia e proseguita in Calabria, sta per concludersi col comizio a Cosenza.


CASINI: SENZA PAR CONDICIO SAREMMO IN DITTATURA

ROMA - "Senza la par condicio oggi saremmo già virtualmente in una specie di dittatura della comunicazione politica". Lo dice Pierferdinando Casini in un'intervista sul nuovo numero del mensile free press Pocket. "Accettarne l'abolizione - prosegue - sarebbe stato il vero marchio d'infamia. Anche se sui limiti dell'applicazione di questa legge tutti gli italiani si sono fatti un'idea guardando ogni sera la tv e la sproporzione della presenza dei partiti maggiori. Ma questo non ci spaventa perché arriveremo agli italiani nonostante Rai e Mediaset". Dei salotti televisivi che parlano di politica Casini dice: "Io non mi lamento - dice - semplicemente, mi secca non avere il tempo o l'opportunità per articolare la mia proposta. Non vorrei insegnare il mestiere a nessuno, ma ho l'impressione che a volte i giornalisti sottovalutino l'intelligenza degli spettatori, così come certi politici sottovalutino quella degli elettori. Spesso - conclude - in tv si fa gossip politico invece di parlare delle cose serie e delle proposte per tirare fuori l'Italia dalle secche". 


da ansa.it


Titolo: Walter Veltroni. Dobbiamo crederci
Inserito da: Admin - Aprile 01, 2008, 05:16:09 pm
POLITICA LA LETTERA

L'Italia della realtà e quella della tv

di WALTER VELTRONI


CARO direttore, vedere l'Italia. Candidarsi a guidare un Paese implicava per me quest'obbligo e questa grande curiosità. Vedere l'Italia fa bene. Fa bene uscire dal racconto che la televisione ci regala ogni giorno e sul quale - ne ho raggiunto ormai la piena consapevolezza - tutto il dibattito pubblico si è riferito in maniera ossessiva e facile negli ultimi anni. Anche la politica.

Ho visitato più di ottanta province e alla fine del mio viaggio le avrò viste tutte. In Italia, l'Italia della televisione non c'è. C'è un Paese diverso. Un altro programma, migliore. I modelli, i valori, le parole, il linguaggio, non sono quelli che si ascoltano seduti sul divano di casa. La televisione non racconta e non rappresenta con verità quello che siamo.

È un mondo a parte ormai. Fatto di avatar che magari parlano anche italiano, ma che si muovono e interagiscono tra di loro in maniera totalmente innaturale. Reality e realtà non sono la stessa cosa, anzi spesso sono l'opposto. Persino l'innaturale bianco e nero della vecchia tv era più colorato e realistico dei nostri modernissimi e piatti - in tutti sensi - schermi al plasma. Ho cercato, da ministro delle attività culturali e da sindaco di Roma, di praticare un'idea semplice, persino ovvia. La cultura è l'unicità italiana. E la sua irripetibilità è una delle nostre più grandi ricchezze.

Le attività culturali fanno crescere bene i giovani, offrono loro occasioni belle di incontro, ne esaltano la creatività, li avvicinano alle grandi questioni del loro tempo e del futuro. Non dimentichiamoci che l'arte mette in scena il patrimonio delle nostre esperienze vitali, e rivela i nuovi e ancora segreti bisogni degli uomini. La cultura serve alla politica più di quanto la politica serve alla cultura. Nella spinta verso il cambiamento non si può fare a meno di spalancare spazi alle nuove idee, alle nuove arti, all'espressione della nostra contemporaneità, alle ragazze e ai ragazzi curiosi del mondo, e che vogliono raccontarsi con ogni forma di comunicazione.

Non va dimenticato che l'Italia è il regno dell'arte e della bellezza, splende di una cultura antica e nobilissima. Là dove i doni della storia, gli oggetti testamentari dei nostri antenati sono lasciati da parte o poco valorizzati, lo Stato ha il dovere di riportare vita. Gli stranieri che vengono da noi a bearsi delle antiche virtù italiane, devono guardare al nostro presente con lo stesso rispetto e ammirazione. Bisogna lavorare affinché alla cultura, proprio perché testimone vivente della nostra ricchezza artistica, non si faccia la carità, non sia un costo oneroso, ma una risorsa importante, un'opportunità di lavoro e una fonte di orgoglio e benessere per tutti i cittadini, persino una parte di quella strategia di crescita del Pil che è la mia priorità.

Attualmente i vari comparti della cultura e dell'arte, dal cinema alla musica, ai concerti, alla danza, agli spettacoli dal vivo, eccetera non possono agire con scioltezza e velocità perché sono incagliati nelle more di una burocrazia complicata, contraddittoria, farraginosa e frustrante. Molto si può risparmiare, ad esempio, semplificando la vita dei luoghi e delle imprese culturali, liberandoli dai piccoli e grandi ricatti amministrativi. Si dovrà agire affinché il pubblico dei musei, degli spettacoli e i lettori di libri tornino centrali nella politica delle istituzioni culturali, com'è avvenuto all'Auditorium di Roma, fiore all'occhiello della città e del paese.

Solo in questo modo si potrà puntare a una reale produttività della cultura. Così come bisognerà stabilire al più presto i profili professionali di chi vi lavora, affrancandoli da una insopportabile condizione precaria. E anche nell'ambito dei diritti d'autore i democratici vogliono affrontare la materia, considerando l'artista e il creativo lavoratori a tutti gli effetti, con i loro doveri e i loro diritti. E questo perché senza la loro opera non esisterebbero né arte né cultura.

In armonia con le politiche europee, l'Italia deve pensare a difendere e a costruire per il futuro la sua specifica identità. E se è vero che il processo di globalizzazione tende a farci tutti uguali, a valorizzare i grandi numeri e ad abbandonare a se stessi i piccoli (dove spesso c'è il meglio), è anche vero che offre opportunità nuove, che richiedono da parte nostra coraggio, apertura mentale, prontezza creativa e imprenditoriale. Al contrario di ciò che si pensa, il villaggio globale non ha un solo, megagalattico mercato, ma tanti banchi capaci di soddisfare i gusti più lontani e più diversi.

Certo, noi tutti, anche individualmente, sentiamo la necessità di custodire la nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra personalità. La scuola, in proposito, non dovrebbe rendere i ragazzi tutti uguali, ma agire affinché emergano le differenze. La globalizzazione non è un mostro ringhiante, e anche se lo fosse sarebbe vile e sciocco non domarlo. La cultura è fondamentale proprio perché protegge l'integrità etica e spirituale degli esseri umani.

Diceva André Malraux che la cultura è ciò che ha fatto dell'uomo qualcosa di diverso da un accidente del cosmo. Soltanto con una visione ampia, non corporativa della cultura, si è più efficienti e si possono aprire spazi al nuovo, anche sul piano creativo. La coscienza di lavorare tutti per il medesimo scopo, al servizio non solo di noi stessi, ma della comunità e dei nostri figli, è una qualità intrinseca, necessaria a ogni civiltà evoluta.

Oggi "l'impresa" culturale ha urgente bisogno di sveltezza e semplificazione burocratica, di leggi non conflittuali e di un'accorta politica di defiscalizzazione. L'obiettivo è tenere la cultura il più lontano possibile dalle ingerenze dei partiti. E la politica deve sapere che la ricchezza di un paese non si misura soltanto dal Pil. Si può essere desolatamente poveri anche con le tasche piene di soldi. C'è stato qualcuno, nel passato, che quando veniva minacciato dalla spada, rispondeva con l'arma dell'arte. Come dire che con la bellezza si possono anche vincere le guerre. Anzi, non farle proprio.



(30 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: VELTRONI (dopo elezioni)
Inserito da: Admin - Aprile 01, 2008, 10:21:46 pm
L'acqua è un bene di tutti

Veltroni scrive a Padre Zanotelli


 Caro Alex,

nella tua lettera ricordi la visita che ti feci, ormai quasi dieci anni fa, a Korogocho. Ricordi le parole e gli sguardi che ci siamo scambiati e l’impegno che presi con te, ma soprattutto con me stesso: non dimenticare. E come avrei potuto dimenticarmi dell’immane sofferenza che mi hai aiutato a toccare con mano? Come tu ben sai, perché altre volte ci siamo incontrati in questi anni, da quel momento, da quel primo viaggio, ho portato la mia allora breve ma intensa esperienza nel continente africano al centro del mio impegno politico.

Da Sindaco, nei sette bellissimi anni in cui ho amministrato Roma, credo di aver fatto sì che la città sia stata, e sia considerata, un punto di riferimento per coloro che hanno a cuore le sorti dell’Africa e dei popoli poveri del mondo. La lotta alla povertà e alla fame è divenuto uno dei principali tratti dell’identità di Roma, del suo concreto modo di essere e di agire. E questo impegno è stato riconosciuto non solo dalle altre città e dalla Campagna per gli Obiettivi del Millennio, ma anche dalle tante associazioni di volontariato e di cooperazione, dai tanti volontari laici e cattolici che animano, per fortuna, la società civile romana. In Africa abbiamo portato centinaia di ragazzi delle scuole romane ad inaugurare scuole e pozzi d’acqua costruiti con i fondi da loro raccolti. Li abbiamo portati dove tu mi hai mostrato l’abisso della povertà, nelle discariche, per rendersi conto di come ragazzi come loro sono costretti a vivere. A tentare di farlo.

E come ho portato nella mia esperienza di Sindaco l’urgenza di richiamare l’attenzione della politica italiana sul dramma della povertà nel mondo, così oggi, caro Alex, da segretario del Partito democratico considero
questo impegno la priorità del nostro Paese nel mondo.

L’ho ribadito anche lo scorso 16 febbraio, quando ho presentato il programma del Partito democratico per il futuro dell’Italia e ho detto – cito quasi testualmente – che faremmo un torto alla nostra civiltà, oltre che al futuro stesso dell’umanità, se non assumessimo in modo più stringente e vincolante su di noi il compito, il dovere, di lottare contro la povertà e la fame e per il raggiungimento degli altri Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Ripeto ancora ciò che dissi quel giorno: non è più solo una questione di risorse da destinare agli aiuti allo sviluppo, anche se fa male constatare che l’Italia è ferma allo 0,20 per cento del Pil, e che solo Grecia e Stati Uniti fanno meno di noi; è anche una questione di qualità e di efficacia, di come gli aiuti vengono impiegati, ed è anche per questo nella prossima legislatura dovremo provvedere una sollecita approvazione della legge di riforma della cooperazione.

E’ un impegno che dobbiamo a quei milioni di italiani – volontari, missionari, associazioni, Ong – che si spendono per migliorare le condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo. E’ un impegno che ribadisco volentieri direttamente con te, ascoltando il tuo appello in occasione della giornata mondiale dell’acqua. L’acqua è un bene comune fondamentale il cui accesso, come anche la qualità, devono essere garantiti a tutti. In molte, troppe aree del mondo, questo significa una politica pubblica di costruzione delle infrastrutture che portino l’acqua a tutta la popolazione. In Europa, nei nostri Paesi, significa garantire a tutti un servizio di qualità, che risponda a standard precisi. Questa è la vera condizione irrinunciabile, ed è una condizione che può essere garantita solo da aziende di gestione che siano vere aziende industriali. Solo aziende industriali, che possono poi avere un assetto proprietario pubblico o privato o misto, sono realmente capaci di raggiungere sufficienti economie di scala o di scopo. Solo così potranno essere garantiti a tutti servizi pubblici al massimo livello della qualità, al minimo costo di produzione e con la più ampia trasparenza dei meccanismi di determinazione delle tariffe.

Non ovunque ci sono le stesse domande, e non ovunque, per fortuna, esse hanno la stessa drammaticità. Ma quel che deve valere per tutti, nei paesi più poveri come nel ricco Occidente, è il diritto all’accesso e alla qualità dell’acqua.


Walter Veltroni
wwww.partitodemocratico.it


Titolo: Il duello mancato tra Walter e Silvio per i leader una staffetta a distanza
Inserito da: Admin - Aprile 02, 2008, 03:02:55 pm
POLITICA

Il Cavaliere si presenta in studio con tecnici di fiducia.

E per Veltroni quattro assistenti

Accordi ferrei per evitare l'incontro degli sfidanti nei corridoi della Rai

Il duello mancato tra Walter e Silvio per i leader una staffetta a distanza

di CONCITA DE GREGORIO

 
Uno dopo l'altro anziché uno davanti all'altro. Una staffetta senza passaggio di testimone, neppure un incrocio di sguardi. Di più, nella nostra tv, non si può avere: Berlusconi non vuole il faccia a faccia con Veltroni perciò i due marciano in fila indiana, uno alla volta, prima uno poi l'altro senza pausa pubblicitaria. Nello studio tv una scena surreale, mai vista prima probabilmente su nessuno schermo del globo.

Le telecamere inquadrano Berlusconi che esce dalla porta sul retro mentre Veltroni entra da quella davanti, i quattro giornalisti chiamati a intervistarli restano seduti ai loro posti così come Giuliana Del Bufalo direttore di Rai Parlamento nella sua giacchetta rossa intonata al tavolo. Sembra una seduta di laurea, senza applausi però. "Sembra il dentista", si innervosisce Berlusconi scontento fin dal principio per via della polemica del giorno, quella che lo oppone al Quirinale: "Sono sempre i giornalisti a strumentalizzare", si lamenta con gli intervistatori un attimo prima di iniziare: "Anche sulle donne ero stato così attento, l'altro giorno, a dire che sono domine e padrone della casa".

Perseguitato dalla stampa nemica, ecco come si sente Berlusconi, e poi circondato da istituzioni ostili: "Confermo, non è un'opinione è la realtà: sono tutte a sinistra". Inoltre un dettaglio tecnico per lui non secondario: "Chi va in onda dopo di me avrà il vantaggio di avermi già ascoltato". Alla stessa ora su altro canale va in onda Roma-Manchester, circostanza che potrebbe minimizzare la portata della contesa. Niente affatto invece.

Nervosissimo lo staff di Berlusconi presidia il territorio di Saxa Rubra fin dalle otto, ci sono accordi ferrei per non fare incontrare i leader e per tenere lontana la stampa non-Rai, la palazzina B dove si svolge la trasmissione in diretta è trasformata in una specie di Città proibita alla quale si accede solo fino a mezz'ora prima e su visita guidata, accompagnati e controllati da alti funzionari.

Una troupe di Ballarò gira gli esterni. David Sassoli e Maurizio Mannoni si affacciano dalle rispettive stanze scendono a vedere che succede. Tutto il paese Rai esce nei vialetti. Si vedranno? Si parleranno? Non è mai successo in campagna elettorale: sarà oggi?

Escluso, non è oggi. Veltroni non ha manifestato il desiderio di intrattenersi con Berlusconi, verrà dunque fatto accomodare qui dove ora c'è un maggiordomo in livrea che prepara le pizzette e poi fatto salire al primo piano dalla scala di destra. Berlusconi non ha fatto sapere di volersi fermare a stringere la mano a Veltroni perciò l'auto lo raccoglierà subito fuori dall'uscita secondaria. Nessuno dei due ha bisogno di trucco. Berlusconi arriva già truccato da casa, non si fida di mani ignote né di luci non devote. Ecco difatti l'ispettore dei faretti, già operatore Mediaset oggi alto collaboratore del leader.

Ecco il regista al seguito quello che firmò negli anni d'oro Colpo Grosso. Ecco il fotografo personale del leader che si presenta declinando le generalità: Anticoli Livio. Causa traffico partita arriva con un filo di ritardo persino il Suv Chevrolet con vetri oscurati e sei body guard con auricolare a bordo che apre la strada alla berlina del leader del Popolo delle libertà.

Cinque minuti alle nove, si comincia. Berlusconi ha un tappeto di capelli compatti che gli disegnano sul cranio una sagoma come quella di Diabolik ed ha cambiato cravatta. Non è più quella a pois degli ultimi dieci anni, questa è azzurro acceso quasi viola con disegni cachemire rossi, devono avergli detto che è più giovanile.

Tuttavia il taglio della giacca l'impostazione oratoria, i lunghi monologhi e i sorrisi forzati ne denunciano ciò che anche Veltroni fra poco non mancherà di ricordare: l'età, lo stile da imprenditore anni Cinquanta quello che dice con orrore "la sinistra è radicata nell'ortodossia marxista" e poi si rivolge a Bonaiuti, suo sottoposto già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, spazientendosi davanti ai microfoni aperti: "Ma dov'è Bonauti quando serve deve sempre andare al bagno".

Nel merito rilevante solo il passaggio sui precari, che secondo Berlusconi in Italia non esistono: sono appena il 12 per cento e quasi tutti (per l'esattezza l'80 per cento del 12) destinati ad essere assunti a tempo indeterminato. "I giovani siano imprenditori di se stessi", fine della questione. Unica notizia politica: le porte aperte a Casini ove mai decidesse di tornare. Lo scambio di accuse ascoltato fin qui esi vede che era per gioco. Veltroni arriva che Berlusconi sta già parlando da un quarto d'ora. Lo accompagnano in quattro: Roscani, Verini, Coldagelli e Martino.

Al loft c'è una squadra che sta seguendo la trasmissione, pronta ad intervenire in caso di bisogno di notizie o suggerimenti. Non mangia pizzette, non passa al trucco, sale al primo piano a guardare la tv. Ha una giacca più chiara e una cravatta più scura del suo avversario. I bottoni della camicia slacciati. Se Berlusconi esce stizzito dicendo sembra di essere dal dentista avanti il prossimo anche lui entra con una battuta, "ciao Giuliana, come mi devi chiamare? Come vuoi, anche eccellenza".

È disinvolto, parla a bassa voce, guarda in camera. Dice che i precari esistono, che l'immondizia a Napoli non è un problema di ieri e l'Alitalia neppure. Parla di talenti, di semplicità e di una Bocconi al sud per fare una gioventù migliore. E' contento, quando esce. "Per me vinciamo, ma vinciamo perché abbiamo un lavoro da fare e io mi fido degli italiani. Davvero: mi fido di loro. La cosa peggiore che può capitare a questo paese è di continuare cosi".

(2 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: Leader in tv, mestizia da par condicio
Inserito da: Admin - Aprile 02, 2008, 03:04:12 pm
Verso il voto

Leader in tv, mestizia da par condicio

Duelli a distanza inutili.

Sembra davvero di essere in uno studio dentistico

 
 
Nel duello televisivo a distanza, chi ha vinto fra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni? Ma c'è una domanda ancora più importante: servono questi duelli a spostare voti? Francamente ho qualche dubbio. Come ormai è appurato, la tv incide solo sugli indecisi. I convinti si convincono sempre di più quando appare il loro leader. Berlusconi ha usato un tipo di comunicazione poco consona agli indecisi, i quali hanno soprattutto bisogno di sognare. È stato sul generico (contro il «voto inutile», i punti del Pil, il suo status di «fungibile»), ha attaccato il governo Prodi, la sinistra, l'avversario (Veltroni è stato gratificato di «illusionista» ma anche di «buon comunicatore»), nelle risposte ai giornalisti («domandatori» li ha definiti) è sempre sceso in particolari tecnici, tipo lista della spesa. Veltroni si è presentato dando del tu a tutti: «Ciao Marcello (Sorgi), ciao Gianni (Riotta), ciao Mauro (Mazza), ciao Stefano (Folli), ciao Giuliana (Del Bufalo)». Dimostrando un eccesso di contiguità con persone che dovrebbero invece tenerlo d'occhio. Ha sapientemente drammatizzato la precarietà dei giovani, non ha irriso l'avversario (senza mai nominarlo), ha parlato di valori, di rinnovamento, non ha rinunciato al «ma anche», ha proclamato una lotta alla mafia.

Berlusconi è stato misurato (non si è mai abbandonato all'affronto folcloristico), è sembrato abbastanza disteso, quasi fosse già investito da doveri istituzionali. Come nel caso del salvataggio di Alitalia. Si è congedato con una battuta felice: «Avanti il prossimo, sembra di essere dal dentista».

 
Veltroni si è smarcato da Berlusconi ricordando anche la differenza di età, ha invocato una netta discontinuità con il passato. Impossibile sapere ora quale pubblico abbia seguito le due conferenze stampa ma l'impressione è che qualche voto in più di Berlusconi l'abbia portato a casa. Ma in tv vige una regola ferrea, così riassumibile: all'umiliata location corrisponde un umiliato interprete, cui corrisponde un umiliato spettatore. Mi spiego: la conferenza stampa della Tribuna elettorale, diretta da Giuliana Del Bufalo, era immersa in un'atmosfera di mestizia, di ufficiosità, la perfetta rappresentazione della par condicio. Che è un capitolo umiliante dell'informazione tv; segno di immaturità delle istituzioni. Per non saper essere leali, ci facciamo del male. Era triste la «casalinga» Del Bufalo, erano tristi i quattro moschettieri e i due candidati, eravamo tristi noi tutti. Sembrava di essere in uno studio dentistico.

Aldo Grasso
02 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: WALTER VELTRONI - «Il coraggio di demolire il brutto delle nostre città»
Inserito da: Admin - Aprile 03, 2008, 05:35:30 pm
LETTERA del candidato del pd Walter Veltroni

«Nelle città va cercato sempre il Bello»

«Il coraggio di demolire il brutto delle nostre città»

 

Caro Adriano, mi ha fatto molto piacere leggere sul tuo blog ciò che hai scritto sul mio impegno in queste settimane di dura campagna elettorale.
Le tue amichevoli parole mi incoraggiano.

E hanno un valore doppiamente importante, perché espresse da un artista che amo e stimo da sempre, ma soprattutto perché vengono da un cittadino speciale, noto per la sincerità, da tutti riconosciuta, del suo amore per il nostro paese. Il tuo accorato appello politico ha il dono di una passione civile autentica, che viene da lontano. È dal tempo della Via Gluck che canti (con straordinario spirito premonitore), insieme alla bellezza e all’allegria di stare insieme e amare, la rabbia di vedere le nostre magnifiche città imbruttirsi e imbruttirci di conseguenza. Hai ragione, l’ambiente che ci sta intorno decide del nostro stato d’animo, del nostro umore, della nostra pacificazione col mondo. E se stiamo bene dove viviamo, amiamo di più le cose, e le difendiamo.

Quando il fondale del quadro è brutto, risultiamo brutti anche noi. Nella mia campagna elettorale, con spirito francamente provocatorio, non mi sono fatto scrupoli a pronunciare mille volte la parola «bellezza». Come si fa a non riferirsi alla bellezza quando parliamo dell’Italia, del suo popolo geniale e laborioso, dei suoi splendori artistici e naturali, del suo futuro. Ti dirò di più Adriano, è proprio in nome di questi valori che, nel mio «viaggio in Italia», vedo riaccendersi gli animi, delusi da tanta politica sbagliata, fatta di rimandi, patteggiamenti e ricatti. Ogni giorno tocco con mano il desiderio di rinascita di tutti gli italiani. O ce la facciamo adesso, o mai più. Il paese aspetta un segnale nuovo e forte dalla politica: l’Italia vera è più bella di quella che vediamo tutti i giorni in televisione. Crediamo in lei. Rinascerà.

Non possiamo più permetterci di lasciare che il brutto dilaghi e infesti il verde e il bello del paese. Bisogna costantemente ed esclusivamente cercare il bello che non è e non può essere solo quello che il passato e la storia ci hanno consegnato, ma anche quello della migliore contemporaneità: la grande urbanistica, la migliore architettura. Il nostro territorio è tanto bello da poter essere occupato solo da cose belle. Al principio della quantità che ci ha accompagnato per troppo tempo bisogna accompagnare quello della qualità. L’abusivismo dovrà essere considerato un grave delitto contro la comunità, e bisognerà operare affinché vengano abbattuti i cosiddetti «ecomostri» (condivido con te l’apprezzamento per l’opera di Rutelli), che piagano e scempiano la bellezza di cui tu parli. Indietro non si può tornare, ma si possono razionalizzare opportunamente i centri abitati, tenere sotto costante controllo, sul territorio, ogni intervento edilizio. Sarebbe bene destinare quartieri circoscritti della città allo sviluppo in verticale di alloggi e uffici, alla costruzione di grattacieli che possono essere, oltre che funzionali, molto belli, come quelli di Manhattan e di Shanghai.

Così com’è giusto, nelle aree urbane venute su senza nessuna estetica e con spirito brutalmente speculativo, buttare giù e rifare a dimensione umana, pensando a tanti giovani in cerca d’alloggio, di un focolare per la famiglia. Potrebbe anche essere un sano investimento, come giustamente suggerisci. Sono convinto che si possono fare molte più cose di quelle che pensiamo, dobbiamo semplicemente, ma realmente, crederci. Ce la possiamo fare: grazie per la spinta che ci dai. Lo sai meglio di me, tutto dipende da ciò che succederà a mezzanotte e tre. Lasciati abbracciare.

Walter Veltroni
03 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: E Walter punta ai voti di An "È il tallone d'Achille del Pdl"
Inserito da: Admin - Aprile 09, 2008, 08:54:05 pm
POLITICA

Ottimismo del leader per la rimonta del Pd in regioni come Lazio e Liguria dopo la lettera aperta con cui ha voluto prendere di mira la Lega e Bossi

E Walter punta ai voti di An "È il tallone d'Achille del Pdl"

Domani comizio a Milano, venerdì appuntamento finale a Roma con molti testimonial

Oggi a Napoli ci sarà Venditti, a Bologna sul palco Prodi e il sindaco di Parigi Delanoe

di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - "Il voto della Lega è solido, impossibile da scalfire. Ma il Popolo delle libertà è molto più vulnerabile". Con la sua lettera aperta, Walter Veltroni ha voluto prendere di mira la Lega e le "sparate" di Bossi, ma avendo altri bersagli in mente. Innanzitutto gli indecisi da stanare nei giorni finali, marcando la differenza di stile e di sostanza dal Cavaliere. Cominciando dal Lazio, dalla Liguria e dal Sud. Nelle due regioni in bilico il Partito democratico, per la prima volta da molte settimane, si sente più vicino alla meta nei dati del Senato. Con il suo richiamo alla lealtà repubblicana, all'inno, alla Costituzione, il candidato premier del Pd perciò ha voluto cavalcare subito l'onda emotiva cercando di consolidare questo segnale positivo.

Da un po', anche da prima della dichiarazione di Bossi sui fucili, Veltroni ha individuato negli elettori di Alleanza nazionale il tallone d'Achille del polo berlusconiano. A loro sono rivolti i richiami "alla vita, l'identità e le istituzioni del Paese" contenuti nel messaggio di ieri. E anche le parole forti usate dal candidato del Pd sulla legalità. Per Gianfranco Fini l'ex sindaco di Roma "delira" se pensa di conquistare voti di An. Ma Veltroni si gioca anche una seconda opzione, un second best, oltre all'ipotesi complicata di fare breccia nei cuori dei cittadini vicini al partito di Via della Scrofa: spostare quei voti nel blocco dell'astensionismo facendo perdere consensi al Pdl. In questo caso se qualcuno rimane a casa ai Democratici fa piacere.

L'altra ipotesi è che una parte degli elettori di destra si sposti verso il partito di Francesco Storace, una strategia che vale soprattutto per il Lazio. Dalla regione della Capitale, secondo gli esperti del Pd, arrivano sensazioni positive con la tendenza di un leggerissimo vantaggio sia al Senato sia alla Camera. Il Lazio elegge la quota importante di 27 senatori, distribuiti così: 15 a chi vince e 12 a chi perde. Se qualcuno tra la Destra, Sinistra arcobaleno e Udc superasse il tetto e se il Pd vincesse, il Pdl perderebbe seggi a Palazzo Madama, dove il Partito democratico gioca la partita del sostanziale stallo, del pareggio, di una situazione difficilmente governabile. Nei comizi a Veltroni è sfuggito il retropensiero sui risultati elettorali: "Se anche vincesse Berlusconi, il suo margine sarà irrisorio. Possono durare un anno e mezzo, al massimo due poi si torna a votare". Con una Lega forte, numeri risicati a Palazzo Madama, il referendum elettorale tra un anno, Veltroni immagina per Berlusconi una fine simile a quella di Romano Prodi.

Il Lazio, nel 2006, fu vinto dal centrodestra. Se s'invertisse la tendenza potrebbe essere compensata la sconfitta data per certa del Pd in Campania, dove due anni fa il centrosinistra strappo la maggioranza e dove si eleggono 30 senatori (17 vanno ai vincenti e 13 ai perdenti). Difficilissimo invece, sempre secondi fonti del loft, il recupero in Calabria mentre altre due regioni in bilico, Marche e Abruzzo, sono oggi più vicine al Pd.

Veltroni torna stamattina a Roma dal tour delle province. Sul tavolo di Piazza Sant'Anastasia troverà l'ultimo sondaggio riservato, quelli con i dati più aggiornati. Sempre stamattina, numeri alla mano, riunirà lo stato maggiore del Pd, con i fedelissimi Walter Verini e Goffredo Bettini, il vice segretario Dario Franceschini. Il segretario continua a seminare ottimismo: "Possiamo vincere. Ormai siamo lì, a un passo". Il vertice servirà anche a definire le mosse degli ultime tre giorni di campagna elettorale. I nomi di peso della squadra, Veltroni li farà negli appuntamenti televisivi, a Porta a porta o a Matrix. Saranno due-tre personalità esterne alla politica. Veltroni studia anche i personaggi da "usare" come testimonial nelle quattro piazze scelte per la chiusura. A Napoli ci sarà Antonello Venditti, dopo il no di Pino Daniele, artista davvero in grado di spostare voti in Campania e di riempire Piazza del Plebiscito, cercato sia dal segretario sia da Massimo D'Alema. Oggi Veltroni controllerà anche la lista dei personaggi per venerdì quando chiuderà a Piazza del Popolo. Saranno parecchi, l'idea è di trasformare l'appuntamento finale in un happening. E di spostare definitivamente il baricentro del Lazio.

(9 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: Il pranzo in una famiglia romana, lo show con Benigni e l'ultimo comizio...
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2008, 11:02:21 am
LA GIORNATA DI WALTER

A caccia di indecisi con Benigni: ma basta dialogo

Il pranzo in una famiglia romana, lo show con il premio oscar e l'ultimo comizio: «Totti? E' stato offeso»

La giornata di Walter



ROMA — «Rustyn no, lui non ci può stare! ». «Perché papà, anche lui fa parte della famiglia!». «E se poi morde Veltroni? Se salta addosso a Benigni?». Rustyn, erede di Ross morto l'anno scorso, cui la famiglia Cappelli ha dedicato una fondazione per aiutare gli altri cani del quartiere Tiburtino, si è comportato bene. I Cappelli — papà pensionato, madre casalinga, figlia avvocato — sono l'ultima famiglia visitata da Veltroni in 50 giorni. Il primo a entrare è Benigni: «Avete un indeciso qui? Lei è indecisa signora? Fatemi vedere un indeciso! Voglio vederlo, toccarlo, chiedergli: come fai a essere indeciso tra Veltroni e Berlusconi? So' così diversi! Comunque veniamo da casa sua, siamo stati in via del Plebiscito a trovarlo... Io Berlusconi l'ho conosciuto, come tutti quelli che fanno spettacolo, e come tutti quelli che fanno un altro genere di attività...».

Sull'«eroe Mangano condannato per mafia» Veltroni insisterà per tutta la giornata. Benigni è scatenato: «Ieri al Colosseo il Cavaliere è arrivato con un'ora di ritardo e ha mandato avanti Fini, a scaldare la platea; Fini con Berlusconi come Mino Reitano con i Beatles... E ora un brindisi: ai brogli della sinistra! Viva il voto di scambio! Quanto vale un voto signora? Ecco qui dieci euro!». Si fa serio, Benigni, solo quando parla di Giuliano Ferrara. «Potrei dire che le uova che mi voleva tirare gli si sono ritorte contro. Ma la sua era una farsa; i contestatori di Bologna facevano sul serio. È una cosa gravissima, perché dopo le uova si fa presto a passare al primo, al secondo, al conto; e magari al filo spinato. Non è retorica citare Voltaire. Ognuno deve poter parlare, la violenza politica va fermata».

«È così Roberto — interviene Veltroni —, l'aggressione a Ferrara è stata la pagina peggiore della campagna. Non c'erano solo le uova, c'erano le sedie e le bottiglie. C'era l'odio. L'altra sera ho visto la puntata sul terrorismo de La storia siamo noi. Quanto odio politico c'è nella storia italiana, ragazzi del Sud ammazzati in nome dell'ideologia, il barista di Torino ucciso perché accusato di aver chiamato la polizia, che tra l'altro non era neppure vero... Ma l'odio politico in questa campagna elettorale non si è visto solo a Bologna. A destra vedo livore, bile, insulti, malumore».

Veltroni usa un argomento per lui inconsueto, quello delle due Italie, o meglio delle due idee del Paese: «La loro è un'Italia novecentesca. L'Italia del passato. L'Italia raccontata in questi anni dalla tv: perché i tg Mediaset sono squilibrati, ma il danno peggiore che fa certa tv è il genocidio dei valori. Un'Italia tetra, cupa, nera, rabbiosa. Egoista, bulimica, rancorosa. Sono tornati a insultare i nostri elettori. Ma io rispetto chi non vota per me.

Dobbiamo amare tutti gli italiani. Mi sono rivolto agli elettori di An, che soffrono nel veder rinnegare il tricolore e l'inno, e anche agli elettori della Lega, che vogliono come me il federalismo e lo Stato leggero ». Dice Veltroni che «l'atmosfera di dialogo e di confronto di inizio campagna si è dissolta». Berlusconi ora è diventato Lui: «È tornato a chiamarmi stalinista. Proprio Lui, che è grande amico di Putin. Per questo dico che chi prende un voto in più governa. E vale anche per il Senato: i seggi sono 315, quindi dispari». Il pareggio è impossibile. «Ci sarà chi avrà un seggio in più. Credo sinceramente che una possibilità di vincere ci sia». A Veltroni la storia della Fondazione dedicata al cane Ross è piaciuta molto: «Roberto, iscriviamoci». «Domani, quando tornerò qui con Alemanno». Il problema è il bicchiere di spumante, gliene allungano tre e lui li passa ad altri: Veltroni è astemio, i Cappelli insistono. Il viaggio elettorale, le visite alle famiglie sono servite anche «a definire l'identità del nuovo partito ». È un'identità ancora di sinistra, o non più? «È un'identità democratica. Le culture di provenienza si sono mescolate. Nelle piazze non ho visto una sola bandiera che non fosse del Pd».

Telefona Radioradio, voce dei tifosi romanisti, per un'intervista. L'altro leitmotiv della giornata è Totti. «Io non mi sono mai permesso di insultare i giocatori del Milan, quando si schieravano in politica. Invece Totti è stato offeso. Un ragazzo meraviglioso, che quando veniva chiamato a realizzare l'ultimo desiderio di un bambino malato è sempre venuto e senza telecamere, che ha staccato un assegno da centinaia di migliaia di euro per gli anziani di Roma. Perché offenderlo? In questi due mesi ho sempre avuto i giornalisti alle calcagna, una volta sono andato a fare pipì, mi sono girato e li ho trovati dietro la porta, ma nessuno mi ha sentito pronunciare un insulto o dire una cosa che dovessi smentire due ore dopo. Rivendico anche le cose per cui mi hanno criticato: il richiamo a Obama, il "si può fare". Quella di Massimo (D'Alema, ndr) era una battuta, che è stata strumentalizzata». Sul palco del comizio finale Benigni non c'è, ma pare comunque di essere a Cinecittà: la Ferilli, Virzì, Antonello Fassari, i classici Rosi Scola Scarpati; Isabella Ferrari, Zeudi Araya, Proietti, Moni Ovadia, la Me-lato, la Morante, Ozpetek, gli inevitabili Silvio Orlando, Monica Guerritore, Margherita Buy; Sandra Ceccarelli, la Archibugi, a sorpresa Pippo Baudo applauditissimo; le Sandrelli madre e figlia, l'intera famiglia Comencini. Tutti sfilano a baciarlo.

Non c'è la nomenklatura del partito, ci sono Vittoria la figlia piccola al primo voto, la moglie Flavia che canta l'inno di Mameli sottobraccio a Marianna Madia, e sotto i reporter della campagna che il discorso lo sanno a memoria — «Ora dice quella del lattaio di Bologna che si alza alle 4 del mattino», «Ora dice quella della vecchietta sarda centenaria » — ma, quando sentono leggere la lettera della sedicenne che prima di morire scrive ai genitori del paese che vorrebbe, ci ricascano sempre a piangere.

Aldo Cazzullo
12 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: Walter Veltroni. Dobbiamo crederci
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 04:26:46 pm
Dobbiamo crederci

Walter Veltroni


Vedere l’Italia. Ammirarne tutta insieme la straordinaria bellezza. Toccarne con mano i problemi. Ascoltarli dalle parole degli italiani. E sentirli sempre accompagnati, nel loro racconto, dal rifiuto della rassegnazione, dalla speranza, dalla voglia di fare.

Candidarsi a guidare un Paese non è detto che consenta automaticamente di far questo. Bisogna volerlo fare. Si deve scegliere di staccarsi dalle rappresentazioni usate nel dibattito pubblico, spesso di comodo, spesso provenienti dai talk-show televisivi e per questo molto accreditate da un certo circuito politico. Si deve aver voglia, invece, di star dentro la realtà, di ascoltare il “respiro” del Paese, di indagarne e sentirne l’anima. Si deve coltivare un’altra idea della politica, fatta di valori, di concretezza, di condivisione, di partecipazione.

Io ho voluto fare così. Ho scelto un viaggio nell’Italia vera, in tutte le sue centodieci province, nella loro diversità, nella loro ricchezza, nella loro storia e nella loro identità di oggi.

È stata un’esperienza indimenticabile, un privilegio unico, di cui voglio davvero ringraziare le centinaia e centinaia di migliaia di persone che hanno riempito ogni giorno all’inverosimile piazze, teatri, luoghi di lavoro. È successo così in ogni angolo del Paese, in ogni occasione, e davvero ad ogni ora, pensando all’iniziativa che abbiamo fatto a mezzanotte, qualche giorno fa, a Conversano.

In questi cinquanta giorni, poco più, ho visto facce di ogni tipo, ho incrociato sguardi assorti e sorrisi allegri, ho stretto mani forti e ruvide segnate dal duro lavoro di ogni giorno e letto parole di chi del suo sapere non sa ancora bene cosa fare, oppure lo sa ma non trova le giuste opportunità. Ho avvertito esigenze diverse da un posto all’altro, ho ascoltato domande diverse a seconda dell’età, ho sentito porle in tanti accenti e dialetti.

Ma non sono le differenze che in questo viaggio mi hanno colpito. Non date retta a quei politici che da quindici anni hanno come principale pensiero quello di trarre vantaggio dalle divisioni, quello di alimentare un clima di contrapposizione e persino di odio, mettendo gli uni contro gli altri, non esitando a lanciare proposte diverse, e se è per questo anche a stringere alleanze diverse, in base agli interlocutori che hanno di fronte e al luogo in cui si trovano in quel momento. Operai contro imprenditori, immigrati contro italiani, laici contro cattolici, Nord contro Sud.

Non date retta, non prestate fede ai messaggi di questo tipo. Non sono veri, non corrispondono alla realtà. Quel che davvero mi ha colpito, girando in lungo e in largo per il Paese, è stato vedere quanto sono simili le speranze e le preoccupazioni degli italiani. Quanto si assomigliano i problemi. Quanti sono i sogni che ci accomunano.

E non c’è differenza geografica, culturale o sociale che tenga: in ognuna delle centodieci tappe del viaggio io ho sentito che tutti, davvero tutti coloro che erano lì in quel momento c’erano perché credevano in ciò che il nostro Paese può essere.

L’Italia può cambiare, si può chiudere una stagione troppo lunga e aprirne finalmente una nuova.

Guardate, nella nostra storia è stato sempre così: le cose più importanti sono successe quando si è trattato di affrontare le prove più difficili, quando il tempo e le circostanze non lasciavano spazio all’attesa, al rinvio, all’immobilismo.

È la storia che lo ha sempre dimostrato: quando gli italiani credono in qualcosa, qualcosa accade.

È stato così quando dei ragazzi ebbero il coraggio e la moralità di fare quella scelta che avrebbe cambiato la loro vita e quella dell’Italia. Scelsero la Resistenza, scelsero di unire le loro idee e i loro colori in un solo ideale di libertà e in una sola bandiera: il tricolore.

Quando gli italiani credono in qualcosa, qualcosa accade. È stata la creatività, la forza di volontà, la voglia di rischiare e di fare, che ha permesso alla generazione uscita dal dopoguerra di ricostruire l’Italia. Una classe dirigente vera, capace, fatta di uomini e donne consapevoli del fatto che al di sopra di ogni interesse di parte c’erano, come sempre ci sono, gli interessi nazionali. Mentre si confrontavano, anche duramente, nelle prime elezioni libere dopo più di vent’anni, scrissero la Costituzione. E gli italiani vi si riconobbero, si ritrovarono uniti, per la prima volta davvero consapevolmente.

Quando gli italiani sentono che è il momento, sanno unirsi, sanno fare sacrifici, sanno riconoscere il valore della posta in gioco. Le istituzioni democratiche, nelle piazze di tutto il Paese e nei luoghi di lavoro, le hanno difese loro, mentre l’attacco del terrorismo, trent’anni fa, si faceva più forte e minaccioso. È stato il popolo italiano, in quel momento, a dire nel modo più netto che nessuno avrebbe mai potuto toccare, in nome di teorie aberranti e fuori dal tempo, la libertà e la democrazia di questo Paese.

Noi, che siamo ormai ben dentro un nuovo secolo, che viviamo un tempo nuovo, verso queste generazioni abbiamo un debito. Ma abbiamo anche un modo per saldarlo, che non è solo rivolgere loro un grazie, cosa che facciamo e continueremo sempre a fare. No, il modo migliore è fare per i nostri figli quel che i nostri nonni e i nostri padri hanno saputo fare per noi.

Il modo migliore è cambiare l’Italia, è voltare pagina e cominciare a farlo. Ora ci siamo. Siamo davvero arrivati al momento. Se gli italiani, e io sono ottimista, sono certo sarà così, diranno basta alla vecchia politica, se diranno basta al cinismo, all’odio e alle divisioni, e avranno voglia di credere in ciò che è possibile, che si può fare, allora vinceremo, vinceremo queste elezioni, cambieremo il corso della storia, e lunedì sera diremo “l’abbiamo fatto”, e il vero viaggio sarà davvero cominciato.

Pubblicato il: 13.04.08
Modificato il: 13.04.08 alle ore 11.56   
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Titolo: VELTRONI (dopo elezioni)
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2008, 09:52:24 am
Il giorno di tutti

Walter Veltroni


Uno tra i più seri e importanti storici italiani, in un suo articolo di qualche giorno fa, ha immaginato la cronaca di questa giornata riportata in una ipotetica Storia d’Italia nel XXI secolo pubblicata tra dieci anni. «Il 25 aprile 2008 si celebrò solennemente in Italia ­ così il racconto del libro ­ il sessantatreesimo anniversario della liberazione e il ritorno della democrazia. Alla cerimonia nella capitale erano presenti, con il Presidente della Repubblica, numerosi esponenti politici: Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Walter Veltroni, ciascuno con una coccarda tricolore sul petto. Ovunque gli italiani festeggiarono l’evento con un inno corale di fedeltà allo Stato nazionale e alla democrazia nata dalla Resistenza».

Che una pagina del genere nessuno potrà mai leggerla, perché oggi questo non accadrà, è purtroppo una cosa evidente. Il problema, però, resta tutto. Resta il fatto che come italiani fatichiamo da sempre a riconoscere la nostra storia, a ritrovarci in una vicenda collettiva, persino a identificarci tutti insieme in simboli come l’inno o la bandiera, che per altri popoli sono naturalmente comuni.

Resta la questione di un incontro, quello tra memoria e politica, che in questo nostro Paese proprio non riesce a celebrarsi senza che le ossessioni ideologiche del secolo scorso continuino, invece, ad avere la meglio sul saldarsi di una vera coscienza nazionale comune. E così succede, appunto, che una data come il 25 aprile, che dovrebbe unire tutti gli italiani ed essere patrimonio condiviso, come avviene per il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti, venga invece fatta oggetto di polemiche che definire piccole e contingenti è sin troppo generoso.

Siamo ormai abituati, anche se faremmo bene a non esserlo mai: ogni anno, puntualmente, ci sono esponenti politici che chiedono di abolire la ricorrenza del 25 aprile o che pur ricoprendo incarichi istituzionali preferiscono disertare appuntamenti ufficiali e cerimonie pubbliche. Senza salire fino ai gradini più alti la scala delle responsabilità politiche, cosa che pure si potrebbe facilmente fare, ricordo bene le parole con cui un autorevole dirigente di Alleanza Nazionale annunciò che avrebbe disertato la manifestazione per celebrare a Milano il sessantesimo anniversario della Liberazione. “Ho di meglio da fare”, disse, aggiungendo poi: “Del resto non è mica un obbligo. La libertà e la democrazia consentono di fare queste scelte”.

Ecco, questa l’unica cosa esatta detta quel giorno da quell’esponente della destra italiana. Oggi la libertà e la democrazia consentono di prendere anche decisioni sbagliate, consentono di presentare anche disegni di legge gravi, come quello sulla qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio nelle file della Repubblica Sociale Italiana. Ma se è così, sarebbe bene allora non dimenticare mai da dove arrivano, questa libertà e questa democrazia. E grazie a chi. È qualcosa che dobbiamo ai ragazzi che scelsero di rischiare la propria vita per l’Italia, che dobbiamo ai partigiani di ogni colore, a chi lottò per un’Europa democratica, civile e solidale. Non lo dobbiamo certo a chi era dall’altra parte, a chi stava a fianco della Germania hitleriana che massacrava i nostri soldati a Cefalonia, a chi scelse di difendere i principi antidemocratici e antisemiti contenuti nella Carta di Verona, a chi collaborò a rappresaglie ed eccidi, a chi condivise la tremenda responsabilità di quanto avvenne nel Ghetto di Roma, a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema.

Furono gli uni, e non gli altri, a riportare libertà e democrazia in un Paese che da più di vent’anni le aveva perse, smarrite nel buio della dittatura. Perché sia detto per inciso e con chiarezza: per fare i conti fino in fondo con il fascismo non basta individuare la data del 1938 e condannare la vergogna, l’infamia assoluta, delle leggi razziali. Da quel momento il regime diede il suo orribile contributo alla Shoah, allo sterminio del popolo ebraico, ma il crimine nei confronti di tutti gli italiani, del loro diritto a dire quel che pensavano, a riunirsi ed associarsi liberamente, a stampare quel che volevano senza finire in carcere o al confino, era stato compiuto ben prima. È una verità storica che non può essere negata, che non può essere affogata nel mare di una generica indifferenza. È giusto guardare alle vicende che sono alla base delle istituzioni repubblicane con uno sguardo aperto e sereno, sgombro dalle vecchie ideologie, dai pregiudizi che a volte hanno reso più difficile la comprensione delle cose.

“Deideologizzare” il passato, riconoscere ad esempio la memoria dei vinti, rispettare le morti di ogni parte di quella che fu anche una guerra civile, fatta da italiani contro altri italiani, va bene, è anzi doveroso. Ma sbaglia chi pensa che questo possa significare fine di ogni distinzione o una sorta di oblio della memoria. Non si può in alcun modo equiparare Salò e la Resistenza, il fascismo e l’antifascismo. La Resistenza e l’antifascismo sono un valore, sono un irrinunciabile patrimonio etico ed “esistenziale”, sono il luogo e il momento in cui la Repubblica, le nostre istituzioni, affondano le loro radici. La nostra identità, la nostra unità nazionale, nascono lì, in quel tempo. Da quella spinta verso la libertà e la democrazia nacque la Repubblica.

Grazie a quel sentimento di comune appartenenza, a quello spirito di concordia, a un senso delle istituzioni più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi grazie ai quali l’Italia è cresciuta e oggi è un grande Paese. Per quanto ci riguarda, la Resistenza, i valori che l’hanno animata e sostenuta, sono patrimonio fondamentale del Partito democratico, fanno parte della nostra cultura, del nostro modo di essere e di intendere la politica. Tra gli impegni che sentiamo di avere c’è, per questo, contribuire a sottrarre il 25 aprile dalle intemperie della politica e far sì che un domani non lontano una “Storia del XXI secolo” possa davvero raccontare che si tratta, insieme al 2 giugno, della data simbolo dell’unità degli italiani. Di un giorno da festeggiare. Tutti, senza riserve e con convinzione, perché è il giorno in cui si ricorda la nascita dell’Italia libera e democratica.


Pubblicato il: 25.04.08
Modificato il: 25.04.08 alle ore 8.12   
© l'Unità.


Titolo: VELTRONI (dopo elezioni)
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2008, 05:19:41 pm
Veltroni: «Sfregiano la democrazia. Ora dobbiamo rafforzare il Pd»

Bruno Miserendino


Lettura dei giornali di buon mattino, interviste, manifestazione, telefonate. Insomma lavoro tanto, riposo poco. Siccome gli esami non finiscono mai e domani ci sono ballottaggi importanti, il 25 aprile Walter Veltroni lo passa così. Con qualche differenza da Berlusconi, che ci tiene a rimarcare: «In una data come questa, che per gli italiani significa il ritorno della libertà, il futuro premier non solo snobba la ricorrenza, come ha sempre fatto, ma non trova di meglio che incontrare Ciarrapico, uno che il fascismo non l’ha mai rinnegato. Francamente lo considero uno sfregio, spero che anche per molti elettori e alleati di Berlusconi questo sia il momento di cominciare a dire qualche parola».

Magari si illude. Però Veltroni, nonostante tutto, è pieno di energie e ha voglia di lanciare un messaggio, anche all’interno del partito: «Non si torna indietro. Strategia, scelte programmatiche e linguaggio sono giusti, però adesso dobbiamo farlo, il Pd. Bisogna valorizzare i giovani, stare dove sta la gente e fare una gigantesca battaglia culturale». Veltroni ironizza sulla «scoperta della Lega», sogna una televisione che rompa la cappa del pensiero unico che già si sta diffondendo nel paese, e avverte la Destra: «Deve scegliere che linguaggio usare. Se è quello di Fini, siamo sulla strada sbagliata».

Segretario, che Pd vede dopo queste elezioni?
«Inizio con qualche dato. Il primo è che abbiamo un partito riformista del 34%, che in Italia non c’è mai stato. Si è superato il muro dei 12 milioni di voti, con un incremento che è stato al Senato di 1 milione e 800mila voti, a fronte di un decremento del Pdl di 800mila».

La percentuale del Pdl è la somma di An e Fi del 2006, solo che hanno votato meno persone...
«Ma noi aumentiamo e loro diminuiscono. Abbiamo avuto un voto molto importante nelle principali città del nord, nelle grandi aree urbane, al nord e al centro. A Roma abbiamo avuto il 41% dei voti. Il Pd è diventato al nord il primo partito in moltissime città, e rimango sorpreso quando sento fare i raffronti col 2006».

Perché?
«Per il Pd il raffronto va fatto nel 2007, ossia qualche mese dopo l’inizio dell’esperienza di governo del centrosinistra. Purtroppo questa esperienza è iniziata con 100 persone nell’esecutivo, l’indulto, e una legge finanziaria pesante. È proseguita con una crisi di governo a metà, con una instabilità permanente. Sono andato a vedermi i dati delle provinciali del 2007, abbiamo incrementi che vanno dal 10 al 15%. Nel 2007 i sondaggi quotavano il Pd al 24%, noi abbiamo recuperato 10 punti percentuali e, cosa importante, l’abbiamo fatto in un clima politico molto negativo, segnato da una crisi di rapporto tra vecchio centrosinistra e società italiana e segnato da qualcosa che bisogna indagare a fondo e che riguarda non solo l’Italia ma tutta l’Europa. Ieri (giovedì, ndr) c’era qui Tony Blair e ci siamo ricordati di quando iniziammo l’esperienza del nuovo Labour e dell’Ulivo. In Europa i socialisti erano in quasi tutti i governi, adesso sono rimasti sette, dei quali due in grandi coalizioni, Germania e Austria. Nel nord Europa non ci sono più esecutivi socialdemocratici, in Olanda ci sono forze di destra che emergono, in Francia non si è più vinto dopo Mitterrand, l’unica eccezione è la Spagna, grazie a Zapatero. C’è in Europa una crisi sociale molto grave che in Italia si combina agli effetti devastanti prodotti da quella che chiamerei la mutazione dello spirito pubblico di questo paese, che dura da vent’anni. Pensiamo al problema della sicurezza, quella personale ma anche sociale. Quella attuale per vasti strati è una condizione segnata dall’insicurezza, compresa quella di chi vede trasformare il proprio contesto sociale urbano dall’arrivo dell’immigrato, dell’altro, che viene vissuto come pericolo. Su questo ha trovato forza la campagna della Lega. Tutta l’Europa vive lo stesso fenomeno, per l’Italia c’è una difficoltà in più, che non possiamo ignorare: dal ’45 il centrosinistra non ha mai vinto le elezioni».

Nel senso che non è mai stato maggioranza nel paese...
«Nella storia italiana non c’è mai stata una prevalenza numerica di un centrosinistra riformista, questo è il problema che noi abbiamo cominciato ad affrontare, dando all’Italia per la prima volta quel che non ha mai avuto, ossia un grande partito riformista. In realtà, nonostante la sconfitta nella sfida per il governo, da queste elezioni esce confermata l’ispirazione strategica del Pd».

Invece sembra che qualcuno inizi a metterla in discussione...
«Vediamo. Primo, l’andare da soli ha pagato. Se avessi dovuto ascoltare tutti gli iperprudenti che mi consigliavano di ripresentarmi con la vecchia coalizione, adesso noi saremmo un mucchietto di cenere. Basta vedere il dato della sinistra arcobaleno per capire quale rottura di relazione c’è tra il vecchio centrosinistra e il paese. E quando vedo qualcuno che trasforma le bandiere del Partito democratico in bandiere rosse penso che va nella direzione sbagliata. Non è quella la soluzione. L’ultima cosa da fare è pensare che il futuro sia il ritorno al passato. Invece il futuro è nel proseguire questa grande sfida. Il nostro non è un partito di sinistra camuffato, ma una grande realtà del centrosinistra che va valorizzata. La scelta di fondo è quella giusta. Secondo, anche le scelte programmatiche sono giuste. In 4 mesi abbiamo rivoluzionato il linguaggio del centrosinistra italiano, pensiamo ai temi delle infrastrutture, del fisco, della semplificazione burocratica, della sicurezza. L’ho chiamata la rivoluzione dolce, e per fortuna l’abbiamo fatta, altrimenti avremmo pagato un prezzo altissimo. Quando qualcuno dice che dobbiamo scegliere tra Colaninno e i lavoratori, dice la cosa più sbagliata del mondo. Quella scelta di vecchia identità non funzionerà mai. I Ds due anni fa al Senato avevano il 16 per cento. Vogliamo tornare lì? No, le scelte sono giuste, ma adesso dobbiamo fare il partito».

Ossia entrare in contatto con l’Italia profonda.
«Significa fare un partito moderno. I partiti moderni non sono né leggeri né pesanti, questa discussione è cominciata fuori da noi, e ci ha investito anche grazie a una certa fragilità culturale che ci accompagna. I partiti sono dove sta la gente, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, su internet, nelle professioni. Serve, semplicemente, un moderno partito di massa».

Non mi dica il modello Berlusconi, o della Lega...
«Per carità. Adesso una delle grandi scoperte di opinionisti, televisioni e giornali, è il modello organizzativo della Lega. C’è da sorridere. È lo stesso di due anni fa, non è cambiato, solo che i voti gli sono arrivati per la rottura del rapporto tra centrosinistra e paese. La Lega è un fenomeno complesso ma non si può cambiare il giudizio a seconda di quanti voti prende».

Ma secondo lei che cos’è il Carroccio?
«È l’impasto di molte cose diverse. C’è la spinta a liberarsi di lacci e lacciuoli che è il tratto positivo, e poi ci sono gli elementi di cultura individualista, corporativa, particolarista che sono pericolosi e devono essere contrastati. Ricordo che noi al nord siamo andati bene perché abbiamo cominciato a parlare il linguaggio di chi vuole lavorare e produrre, liberandosi da tutto quello che impedisce di crescere. Io sono più preoccupato del voto del sud, perché il vero problema noi l’abbiamo avuto lì, dove il Pdl ha intercettato lo stesso tipo di pulsione che ha intercettato la Lega ma senza pagare il prezzo della sua presenza. La realtà è che la gente ragiona sulla base di un approccio poco politicista».

Però i giornali abbondano di rampogne e di suggerimenti nei suoi confronti. Ad esempio “il Riformista”...
«Liberiamoci dai condizionamenti dei giornali che vengono letti prevalentemente da quelli che fanno politica. Il Riformista, peraltro di proprietà di un parlamentare eletto dal Pdl, vende 2000 copie e fa la spiega a noi che abbiamo preso 12 milioni di voti. Mi verrebbe da dire: per prima cosa pensa a vendere di più tu... ».

Torniamo al partito. Questo voto favorisce la crescita di una nuova classe dirigente o tutto torna alle vecchie logiche dei partiti di origine?
«Io voglio un partito che stia dentro la società e che vada avanti nel rinnovamento. C’è una nuova generazione di dirigenti del Pd, persone che hanno 40 anni e che devono assumere responsabilità di primo livello. Penso al ruolo fondamentale che devono avere i segretari regionali in una struttura federale. Ci sono energie enormi, che non possono essere soffocate da un gruppo dirigente indisponibile a questa operazione di allargamento e rinnovamento. Radicamento nella società significa anche gruppi dirigenti selezionati sulla base di una relazione con la vita reale dei cittadini. Quindi meno gruppi di potere, meno presunzione, meno auto-referenzialità e più capacità di esprimere la ricchezza della vita. Un partito deve avere organismi dirigenti forti, autorevoli e rappresentativi. Dobbiamo essere in grado di approfondire l’analisi sulla società italiana, anche in relazione a quello che sta succedendo in Europa. Ci tengo a questo raffronto con la dimensione europea perché i problemi con cui facciamo i conti sono legati alle profonde mutazioni sociali di un continente che sta invecchiando. Un partito nuovo deve avere un sistema di studi, di fondazioni, come Italiani Europei, la Nes, Astrid, serve una rete di centri di ricerca che allarghi e arricchisca l’elaborazione del pensiero critico del Pd. Ci vuole una grande battaglia culturale».

La cosa più difficile, in Italia.
«Sono stufo di un certo atteggiamento remissivo nei confronti di uno spirito del tempo che sta giustiziando i valori e lo spirito pubblico di questo paese. Ho chiesto a molti colleghi stranieri cosa sarebbe successo se nel loro paese un candidato avesse eletto a eroe un mafioso. Mi hanno risposto dicendo che sarebbe una cosa incompatibile con qualsiasi carica pubblica. In Italia invece questo è possibile».

Anzi, fa aumentare i voti...
«In Italia si va affermando una autentica dilapidazione del valore della solidarietà e del rispetto degli individui. Noi abbiamo bisogno di una grande battaglia culturale in cui anche il mondo cattolico deve fare la sua parte: la volgarizzazione della società, la spietata individualizzazione, il genocidio di ogni idea di regola e di spirito pubblico non è da considerare meno delle grandi questioni etiche, perché ci possono essere grandi attenzioni al tema della vita, però poi quelli che vivono si trovano una società senza valori, disumanizzata, dove le regole sono scritte dai rapporti di forza individuali e di categoria. Con rischi per la stessa convivenza».

Bisogna avere strumenti potenti.
«Bisognerà cercare di entrare anche nel settore televisivo con strumenti nuovi, e nel mondo di internet. Faccio un esempio. Noi faremo il governo ombra che sarà una grande struttura di proposta e di critica, in rapporto coi gruppi parlamentari. La mia idea è che a fianco di ogni ministro lavorino i capigruppo delle commissioni parlamentari e questi parlamentari dovranno essere le forze migliori del Pd. Ma siccome prevedo che nei prossimi mesi la televisione pubblica e privata sarà sotto una cappa di uniformante pensiero unico, servirà dell’altro. Faccio una previsione: spariranno dai telegiornali tutte le notizie di cronaca nera, l’allarme sicurezza sparirà, come accadde dal 2001 al 2006 quando l’allarme cessò pur essendo aumentati i reati. Se ne è riparlato quando i reati sono diminuiti, anzi si è fatta campagna elettorale su quel tema con tutte le bocche da fuoco disponibili. Ecco perché credo che accanto al governo ombra servirà una struttura di informazione televisiva ombra che tutte le mattine possa raccontare tutto ciò che è stato censurato, tagliato, negato. È così che si fa in una democrazia. Si rispetta, si propone, però si controlla».

Chi saranno i capigruppo di Camera e Senato?
«La mia opinione è che nella scelta non ci può essere altro che la volontà dei gruppi parlamentari. Quello che decideranno per me va bene, lo dico sinceramente. Però non posso accettare che a una persona come Anna Finocchiaro, che ha fatto una battaglia di grande coraggio, non le si riconosca il merito e la riconoscenza per averla fatta. Se lei e Antonello Soro intendono essere candidati io sono perché i gruppi esprimano la loro opinione su questa possibilità di conferma. Questa è una strada, poi nel 2009 dopo le europee si può rivedere la scelta. Se invece c’è l’idea di andare a una soluzione diversa, si verifichi quali sono le possibilità. I nomi di cui si parla a me vanno tutti bene. L’importante è che a decidere siano i gruppi parlamentari nella loro piena autonomia. Ci sarà da fare per tutti in uno spirito unitario e di responsabilità collettiva. Ci sono i capigruppo, le cariche parlamentari, il governo ombra e un gruppo dirigente che si dedichi a radicare il partito nel nord e nel sud, quindi spazio per l’impegno pieno di tutte le risorse di cui il partito dispone».

Domani ci saranno i ballottaggi. Se a Roma Rutelli dovesse perdere tante questioni si ingarbuglieranno...
«Rutelli deve vincere, per Roma e per il paese. Il dato del Pd nella capitale è molto alto, ma è chiaro che votare 15 giorni dopo la vittoria di Berlusconi non è facile. Dipende da quanta gente si recherà alle urne».

I giornali della destra dicono che se perde la sua leadership risulterà indebolita...
«Sarebbe stato vero se fossi stato candidato sindaco. Ma diciamo le cose come stanno. C’era qualcuno che pensava di vincere le elezioni prima che iniziasse la campagna elettorale? Il clima è cambiato negli ultimi due mesi, grazie alla rimonta del Pd. Bisogna ripartire da qui, senza strutture leaderistiche, con tante personalità di generazioni diverse che lavorino insieme, quali che sia il risultato di Roma. Se dovessimo perdere, per risalire l’onda serve più determinazione, non meno».

A proposito di Roma. La campagna della Destra è stata particolarmente dura, Fini non ha lesinato gli insulti. Vede possibilità di dialogo con questa maggioranza?
«Il fatto che Fini abbia definito una salma Rutelli e che bisogna fargli una pernacchia quando parla, e pensare che può sedere sullo scranno su cui sono stati seduti Pertini, Iotti, Scalfaro, sono due cose incompatibili».

E quindi?
«La Destra deve decidere: se vuole usare un linguaggio da scontro frontale non può pensare di trovare un’opposizione che non reagisce. Se invece vuole avere un atteggiamento di dialogo, ci troverà fermi ma dialoganti».

Forse hanno capito che al paese piace il linguaggio dello scontro. Berlusconi ha detto che l’ha rimandata in Africa e che rimanderà Rutelli sul motorino.
«Non rispondo alle battute da bar. La realtà è che loro cavalcano un linguaggio e un clima che c’è nel paese. Una ragione in più per impostare anche una grande battaglia culturale, oltre che politica. Il Pd deve servire a questo. Perché anche dall’opposizione riuscirà a fare un grande servizio al paese contrastando le politiche del governo e preparandosi alle prossime sfide per la guida del Paese».

Pubblicato il: 26.04.08
Modificato il: 26.04.08 alle ore 14.25   
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Titolo: Centrosinistra anno zero. Veltroni: sconfitta pesante
Inserito da: Admin - Aprile 28, 2008, 09:57:02 pm
Centrosinistra anno zero. Veltroni: sconfitta pesante


Nei giorni scorsi ci avevano pensato in molti, forse senza crederci fino in fondo. Ora, mentre i militanti di An coronano la loro lunga marcia con la presa del Campidoglio, sembra esserci solo un profondo smarrimento. Ha vinto Alemanno. Ma per il centrosinistra, la sconfitta di Roma non rappresenta solo l’addio al governo della Capitale, un modello esportato con orgoglio nel resto d’Italia, base dell’ascesa di Veltroni alla guida del Partito Democratico. È la fine di una stagione, l’anno zero, un punto di non ritorno. Dalla vittoria di Rutelli nel 1993, alla sconfitta di Rutelli nel 2008 si chiude un ciclo. Nella stessa città dove il centrosinistra, due anni fa, vinceva con oltre il 60%. Cosa è successo?

Walter Veltroni non si nasconde. Perdere nella città dove è stato sindaco fino a meno di tre mesi fa, rappresenta «una sconfitta molto grave, molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica». Il leader del Pd annuncia «fin dalle prossime ore una analisi seria e approfondita», ma già mette in evidenza due dati: lo scostamento (al ribasso) fra il voto alle Politiche e il voto alle Amministrative per il centrosinistra e l’effetto del «vento politico che spira nel paese in particolare sul tema della sicurezza».

Ma il primo cui tocca tracciare un bilancio è proprio il perdente, Francesco Rutelli. Poche parole per dire che «oggi è una sconfitta e un'amarezza grande», per rivendicare che «abbiamo energie importanti nel Pd e nel centrosinistra romano», e trovare la «fiducia che questo centrosinistra, con le risorse che ha, sappia guardare al proprio futuro».

Motivo della sconfitta, anche per Rutelli, la «ventata di destra riassunta nel tema della sicurezza. Ci sono state molte strumentalizzazioni anche pesanti, ma bisogna riflettere sui limiti della sinistra» per quanto riguarda «queste vicende». Restano, però, da «analizzare i dati», per «comprendere i circa centomila elettori del centrosinistra che si sono astenuti nel ballottaggio, forse anche come contraccolpo dei risultati delle elezioni politiche, e tutti quegli elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno».

Grande amarezza, ma anche toni polemici nei confronti del Pd, dagli esponenti della Sinistra Arcobaleno. Per l’ex segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano, «il risultato per Roma è drammatico e ci preoccupa per il futuro della città. La responsabilità è comune e quindi è anche mia, ma è evidente che una grande responsabilità va alla strategia del Pd e a Veltroni. La semplificazione del quadro politico esaltata da tutti è servita solamente all'affermazione delle destre». Per il verde Angelo Bonelli, «ora è necessario comprendere le ragioni della sconfitta elettorale, avviando un dialogo tra sinistra, Verdi e Pd per una riflessione comune su questo punto». Durissimo il socialista Franco Grillino: «A Roma, in due elezioni contemporanee, il laico Zingaretti vince, il clericale Rutelli perde malamente. Come ho avuto modo di dire lungo tutta la campagna elettorale, quella di Rutelli è stata una candidatura sbagliata, frutto dell'arroganza di un Pd incapace di esprimere quel rinnovamento che a parole doveva essere la sua politica».

Unico ad uscire dal coro è il solo vincente della giornata, il nuovo presidente della Provincia Nicola Zingaretti: «Domani commenteremo i dati - afferma - oggi è la giornata dei festeggiamenti». Ma intanto ricorda che «in Regione 4 province su 5 sono governate dal centro sinistra». Dunque nessun «senso di accerchiamento. Noi difenderemo gli interessi generali di questa provincia e se tutti difendono Roma le cose andranno bene».

Pubblicato il: 28.04.08
Modificato il: 28.04.08 alle ore 20.44   
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Titolo: E al loft parte la resa dei conti Walter: "Ma io non mollo"
Inserito da: Admin - Aprile 29, 2008, 05:29:03 pm
POLITICA

Ora il segretario rischia il processo. Il candidato sconfitto: la città era insoddisfatta

Bersani attacca: sembra il partito di Bibì e Bibò.

Franceschini: meglio portare la croce

E al loft parte la resa dei conti Walter: "Ma io non mollo"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - "Che dobbiamo fare? Bisogna andare avanti. Certo, una cosa si può dire: Rutelli a Roma non ha sfondato... ". Nelle parole di Walter Veltroni, che sono quasi un sospiro, c'è tutto lo sconforto per una sconfitta che gli si ritorcerà contro, eccome, e un'analisi che assomiglia a una prima vera resa dei conti dentro il Partito democratico. Dunque, la Capitale è andata alla destra perché il candidato sindaco del Pd, cioè Rutelli, non ha tirato, ha perso voti per strada, ha creduto di poter fare "come Al Gore che declintonizzò la sua campagna", ragiona il segretario del loft, facendo, guardacaso, la stessa brutta fine.

Ma Veltroni ha avvertito il colpo delle elezioni romane, lo ha accusato, sicuramente anche lui si sente un po' nell'angolo se ammette che "il modello Roma (vale a dire il suo, ndr) ha mostrato qualche crepa". Sì, adesso il confronto tra i Democratici, rinviato all'indomani del 14 aprile, andrà fatto. Seriamente. "Parteciperanno tutti, però... ", ripete come una minaccia Veltroni. "Anche quelli hanno avuto risultati straordinari al Sud - sibila sarcastico il segretario - . Vedo il dato di Foggia, per esempio... ". Il riferimento è a Massimo D'Alema, alla sua Puglia, alla provincia storicamente rossa finita anch'essa tra le braccia dei berlusconiani.

Quel clima da resa dei conti risuona anche nei commenti dello sconfitto. Ragionamenti ribaltati, frecciate dirette all'ex sindaco di Roma. "Pensare di risolvere tutto dando la colpa a me è ingiusto e sbagliato - reagisce il vicepremier -. Ho pagato la grande insoddisfazione per la Roma di Veltroni. E io purtroppo non ho potuto criticare nessuno, come ha fatto il Pd con Prodi nel voto nazionale". All'ira di Rutelli contribuisce, non poco, il dato del successo di Nicola Zingaretti alla Provincia che coincide con la sua sconfitta. Il voto disgiunto alimenta sospetti, dietrologie. "Se non volevano Francesco - ragiona il fedelissimo del perdente Roberto Giachetti - i romani se ne andavano al mare. Non votavano per Alemanno al Comune e per il candidato Pd alla Provincia". Il dubbio, esplicito tra i rutelliani, è che una fetta di diessini (dalemiani per essere più precisi) abbia voluto mandare un segnale non a Rutelli, ma a Veltroni. Sono voci dal sen fuggite, commenti cosiddetti a caldo, figli della delusione assoluta. Ma quest'atmosfera sembra davvero il preludio a un processo globale dentro il Partito democratico che avrà come principale imputato il segretario.

Pierluigi Bersani, riferendosi alla battaglia sui capigruppo del Pd, ha parlato fuori dai denti, nel "caminetto" della mattina, di "un partito di Bibì e Bibò. Dove le decisioni vengono prese dall'alto. Finiremo per scegliere a Roma anche gli incarichi della sezione di Brisighella". Un attacco chirurgico. Anche se la consultazione per la scelta dei presidenti di deputati e senatori va nella direzione indicata da Veltroni, con la conferma di Soro e Finocchiaro, la partita può riaprirsi. Diventando la chiave di un "commissariamento" della leadership veltroniana. Bersani avverte: "Continuo a chiedere il rafforzamento del Pd, come ho sempre fatto. E parlerò chiaramente alla prima assemblea del gruppo". Dopo il risultato di Roma D'Alema tace, ma i boatos segnalano suoi uomini già pronti a incunearsi nelle maglie di un partito onestamente in stallo, diviso, lacerato, piegato dall'uno-due elettorale. Rilanciano perciò la candidatura di Bersani alla Camera e di Rutelli, proprio lo sconfitto di Roma, a capogruppo di Palazzo Madama. Sarebbero due nomi con il dente avvelenato nei confronti della segreteria.

A maggior ragione dopo il voto della Capitale, i dirigenti di area popolare insistono sul mancato sfondamento al centro. E non è un mistero che Beppe Fioroni voglia soffiare il posto di coordinatore a Goffredo Bettini, regista della politica romana, oggi indebolito. Lo stesso Bettini però è intenzionato a resistere: "Dobbiamo mantenere la calma, altrimenti il Pd va allo sfascio". Sfascio significa scenari cupi, ma di cui si avvertono segnali un po' dappertutto. L'allarme lo lancia Marco Follini: "Ora occorre discutere dell'identità del Pd. Se è un partito di sinistra, anche socialdemocratico, beh la scommessa non mi riguarda più. Se invece capisce le sue difficoltà, unisce davvero le varie culture del Paese e dice no a Di Pietro, Grillo e i radicali, possiamo cambiare la strategia e andare avanti". La parola d'ordine di Dario Franceschini va nel solco del resistere, resistere: "Meglio portare la croce e tenere botta che uscire tra gli applausi. E ricordiamoci cosa successe al Ppi quando si dimise Martinazzoli. Sparì". I centristi non vogliono abbandonare la barca che anche loro hanno costruito, cioè provocare una clamorosa scissione, ma invocano un mutamento di rotta.

Sono messaggi chiari a Veltroni, "requisitorie" che forse non ne chiedono la testa, ma una sterzata decisa, un cambio di linea, sì. "Non bisogna arroccarsi, il risultato è troppo pesante", ammonisce Enrico Letta. Che alla domanda su un eventuale richiesta di congresso straordinario risponde: "Non lo so". Effettivamente la data del 2009 appare a molti troppo distante. "Così non ci arriviamo nemmeno al prossimo anno, il Pd muore prima", è il grido di dolore di alcuni dalemiani. "È stato bombardato il quartier generale", ammette Follini. Il ricorso al congresso straordinario potrebbe essere la mossa dello stesso Veltroni, "ma la sola parola congresso evoca brutti ricordi, le tessere, le conte". Intanto ha fissato i primi luoghi di incontro (o scontro): 12 maggio la direzione, primi di giugno l'assemblea nazionale. E si prepara alla sfida: "L'analisi riguarderà me e tutti gli altri. Porteremo i dati di Roma, del Nord, del Centro e del Sud. Così vediamo chi ha sfondato e chi no".


(29 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: Veltroni: Non si torna indietro
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2008, 07:15:12 pm

 Non si torna indietro


“Abbiamo fatto una scelta coraggiosa e di innovazione per la quale paghiamo anche dei prezzi, ma non torneremo indietro”. Con queste parole il segretario del PD alter Veltroni ha sintetizzato l'esito dell'ufficio politico tenutosi a Montecitorio. “Il partito – ha aggiunto Veltroni – è nato solo sei mesi fa, ha ereditato una situazione difficile e ha raggiunto in poco tempo una dimensione europea. Ci dobbiamo ora preparare per le prossime scadenze elettorali per dare un'alternativa agli elettori”.

Il leader democratico torna sull'esito delle elezioni amministrative del 27 e 28 aprile e in particolare sulla sconfitta di Francesco Rutelli a Roma. “Un dato grave e pesante – ha riconosciuto – però anche molto più complicato i quel che è apparso nelle prime ore. Abbiamo vinto in altre città, come Udine, Vicenza, Ivrea. E' un risultato importante perchè conferma che il voto del Nord è stato anche diverso da quello che sembrava all'inizio, tutto spostato sul centrodestra”.

Un voto che, comunque, non potrà non comportare una riflessione profonda all'interno del PD. Veltroni non si tira indietro. “C'è bisogno di leggere più in profondità la società italiana, l'ondata di destra, guardare alle mutazioni sociali e radicare in profondità il partito, in pochi mesi era difficile farlo ma ora si deve fare”. Un discorso strutturato, una discussione aperta e approfondita.

“Abbiamo deciso di avviare una discussione nel partito, tra i circoli. Discuteremo le modalità con cui fare questa discussione, ci sono varie ipotesi, ci siamo presi una pausa di riflessione e lunedì riunirò i segretari regionali”. La volontà, comunque, è chiara: “Consentire a tutti di dire la propria opinione, non solo agli organismi dirigenti. Un dibattito molto vasto. E' il momento di fondare il PD non solo attraverso il rinnovamento programmatico”. A chi gli chiede se sia possibile l'anticipazione del congresso, Veltroni risponde: “Statutariamente è previsto entro il 2009, può darsi che la scadenza sia quella o un'altra, ne discuteremo ma ci sono varie forme per fare una discussione collettiva oltre al congresso”.

Una cosa è certa: non c'è in atto alcuna resa dei conti all'interno del PD e Veltroni tiene a precisarlo, così come a sottolineare che nessuno nel partito abbia messo in discussione la sua leadership. “Non so se con questo posso rassicurare o rattristare, ma il PD è nato sei mesi fa. Abbiamo fatto un grandissimo lavoro che ha trovato consenso tra la nostra gente. Abbiamo fatto una scelta di coraggio e innovazione. La cosa peggiore, quando si ha coraggio, sarebbe tornare indietro”.

Quanto al ruolo del PD in Parlamento, Veltroni ha tenuto a ribadire la disponibilità della futura opposizione per affrontare le riforme istituzionali di cui necessita il Paese. Cosa che però non sembra ancora essere stata recepita dalla coalizione di destra. “Una legislatura costituente sarebbe dovuta partire con un atteggiamento costituente, ad esempio di fronte all'elezione dei presidenti di Camera e Senato. E invece è mancato persino un minimo di discussione”.

Veltroni ha ricordato che il PD, in caso di vittoria, “aveva affermato che, avrebbe proposto all'opposizione la presidenza di uno dei due rami del Parlamento. Dal centrodestra, invece, non si è voluto fare niente di tutto questo, non si è voluta avviare alcuna discussione sulle candidature di Camera e Senato e non si vuole fare nessun discorso neanche sulla nomina del commissario all'Unione Europea”.

Il leader del PD ha sottolineato infine che “per adesso, non ci sono segni di una politica di dialogo. Il carattere costituente di questa legislatura – ha spiegato – non può dipendere soltanto dalla nostra assoluta disponibilità, che abbiamo sempre assicurato, a convergere intorno a riforme istituzionali che diano al Paese più stabilità, più velocità e più trasparenza. Ci vuole anche la volontà politica di chi ha vinto le elezioni. E questa, finora, non si è registrata”.

dal sito PD


Titolo: VELTRONI (dopo elezioni)
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2008, 11:04:16 pm
Veltroni: «Sì al dialogo ma solo sulle riforme»


«Cercheremo sul terreno delle riforme istituzionali di cui l'Italia ha bisogno, un dialogo con la maggioranza, mentre faremo una opposizione rigorosa e di merito al governo che si annuncia». Lo dichiara il segretario del Pd Walter Veltroni in una nota, nella quale si complimenta per l'elezione di Anna Finocchiaro e Antonello Soro a Capigruppo di Camera e Senato.
«I gruppi parlamentari - sottolinea il leader del Pd - avranno anche un ruolo fondamentale nel lavoro con il governo ombra nell'articolazione delle nostre proposte, nella puntuale individuazione dei problemi e nella capacità di dialogo con le esigenze che vengono dal Paese e a cui intendiamo dare voce e risposta».

Intanto continua nel gruppo dirigente del Partito democratico la discussione sul dopo-voto e sulla proposta lanciata da Veltroni di una possibile anticipazione del congresso a ottobre.

Una proposta che convince il ministro della Difesa uscente Arturo Parisi. Secondo Parisi il discorso fatto l'altro giorno da Veltroni ai parlamentari «introducendo per la prima volta la categoria della sconfitta all'interno del dibattito politico» deve essere riconosciuto anche come atto di coraggio.
E così, prosegue si porrebbe il problema «come previsto nello statuto, di rimettere il proprio mandato chiedendo un rinnovo di fiducia ma tuttavia sottoponendolo a un voto dell'assemblea costituente, del congresso e poi degli elettori nel più ampio formato qual è quello delle primarie».
Parisi ammette che «al momento sembra che l'opposizione pressochè unanime a questa proposta abbia concluso la vicenda» ma per quanto lo riguarda Parisi si augura «che il segretario voglia riproporre la sua proposta nel coordinamento e non la limiti al solo caminetto».

Per Marina Sereni, intervistata da Omnibus su La7, tutte le voci di complotto interno al Pd ai danni del segretario non sono altro che «palle spaziali». E così pure una resa dei conti verso Rutelli per la perdita del Campidoglio. «Non credo- dice la Sereni- che il risultato di Roma si possa leggere in termini di complotto, non c'è una resa dei conti all'interno del quadro dirigente del Pd ». La Sereni sottolinea che la differenza di voti fra provincia e comune è un dato che deve essere indagato. Sarebbe però ingiusto addossarne tutte le colpe al candidato sindaco. Anche se, ammette, «forse riproporre a distanza di anni una personalità, anche se aveva fatto bene il sindaco, è stato percepito come una ristrettezza della nostra classe dirigente a disposizione della città».

Anche Piero Fassino, intervistato da l'Espresso, promette «una discussione vera e libera su quanto è accaduto nel voto. Senza essere nè sbrigativi nè consolatori». Ma, avverte, una cosa è certa: dalla scelta del Pd non si torna indietro. La discussione è appena iniziata e proseguirà «sapendo che non ci sono rese di conti da fare, non ci sono capi da cambiare. Quando abbiamo scelto Walter Veltroni, non abbiamo investito su una persona che guidasse una campagna elettorale ma su un leader che potesse guidare il partito sia in caso di vittoria che di sconfitta».

Massimo Cacciari appoggia in pieno la proposta di Walter Veltroni di anticipare il congresso purché non venga letta come «una messa in discussione, nemmeno di Veltroni ma addirittura dell'impostazione che il segretario ha dato al Partito Democratico» perché questo «sarebbe una follia totale». E sulla scelta del presidente al posto di Romano Prodi, Cacciari si schiera per Franco Marini.


Pubblicato il: 30.04.08
Modificato il: 30.04.08 alle ore 18.14   
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Titolo: Confronto Veltroni-Berlusconi,
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2008, 12:20:00 am
«Ho chiesto che il governo affronti subito le emergenze sociali»

Confronto Veltroni-Berlusconi,

«Subito al lavoro per le riforme»

Il leader del Pd: normale cercare convergenza sulle regole del gioco, il confronto serrato è sui programmi

 
 
ROMA - Ricominciare subito il lavoro e trovare delle possibili intese sulle riforme istituzionali. E' questa la sintesi che il leader del Pd, Walter Veltroni, dà dell'incontro avuto a Palazzo Chigi con il premier Silvio Berlusconi. Un incontro durato circa mezz'ora e che per il leader democratico è stato proficuo, al punto da auspicare, come già aveva fatto Berlusconi nel corso del suo intervento al Senato, che queste occasioni di confronto avvengano in maniera continuativa. «È normale che si cerchi la covergenza sulle regole del gioco - ha detto Veltroni ai cronisti lasciando Palazzo Chigi - e al tempo stesso ci sia il confronto più aspro e serrato necessario sui programmi».

«RIFORME ISTITUZIONALI» - «Oggi abbiamo parlato di riforme istituzionali - ha precisato il segretario del Pd, che ha anticipato che ci saranno altri incontri con il leader del Pdl -. Sono urgenti e vanno fatte insieme. Siamo d'accordo sul ripartire dal pacchetto presentato nella scorsa legislatura», ha detto ancora. Le riforme istituzionali, ha spiegato Veltroni, «non vanno considerate come appannaggio della maggioranza che vince ma sono una materia su cui occorre una convergenza e siamo d'accordo di cercare un'intesa ripartendo dal testo Violante che ha raccolto consensi da entrambe le parti».

«EMERGENZE SOCIALI» - «Ci attendiamo dal governo il più presto possibile risposte in Parlamento alle urgenze sociali - ha poi aggiunto -: ho ribadito a Berlusconi che in Italia c'è un'emergenza e si chiama condizione di vita degli italiani, dei precari, delle famiglie e dei pensionati». Anche per questo a chi gli chiedeva se il Pd appoggerà in aula il taglio dell'Ici, annunciato da Berlusconi come prima misura che sarà adottata dal nuovo esecutivo, ha replicato che «se ci sono le risorse la principale urgenza del paese è l'aumento dei salari». E quanto all'altro tema che Berlusconi ha detto di considerare prioritario, ovvero l'emergenza rifiuti a Napoli, l'ex sindaco di Roma ha spiegato: «Non ne abbiamo parlato, vedremo l'esito del consiglio dei ministri di mercoledi»

IL CASO RAI - Altro tema caldo di queste ore è la Rai. «Abbiamo sfiorato l'argomento - ha spiegato il segretario del Pd -, io ho ribadito l'esigenza di una nuova normativa perchè quella attuale è complicata e discutibile. Per me una nuova norma deve andare nella direzione della fuoriuscita dei partiti dalla Rai. Auspico che il nuovo Cda sia nominato con una nuova norma».

DIVISI SU ALITALIA - C'è però una questione su cui la convergenza tra gli schieramenti appare alquanto complicata, ed è il futuro di Alitalia. «Questo è uno dei temi su cui ci sarà confronto e conflitto in Parlamento - ha precisato Veltrioni -. Io continuo a pensare che aver fatto andar via Air France e annunciato cordate che non si sono viste sia stato un grave errore e ora mi auguro una soluzione che salvaguardi la compagnia di bandiera e migliaia di posti di lavoro».

«CONVERGENZA SUGLI ESTERI» - «Una materia sulla quale ho auspicato convergenza - ha detto però Veltroni - è la politica estera perchè un paese più mostra convergenza su questi temi, meglio è».


16 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: WALTER VELTRONI (il più recente...)
Inserito da: Admin - Giugno 28, 2008, 06:08:25 pm
Comincio dalla dedica

Walter Veltroni


Aprirò il libro dalla dedica. Non guarderò la copertina, non ancora. Ci ritorno dopo un po’: è rilegata in brossura cucita a filo refe, così da resistere di più all’usura. La sovraccoperta è bianca, il nome dell’autore è scritto in nero, mentre per il titolo si è scelto il colore rosso e forse non a caso: alla frontiera del libro e delle parole, come qualcuno ha scritto, c’è sempre una ferita.

Sotto il nome e il titolo c’è la fotografia dell’autore. Cerco quel dettaglio che Roland Barthes definisce punctum, «l’elemento casuale che mi colpisce, mi ferisce», la chiave di lettura dell’immagine stampata. In questa foto di uomo canuto, di gentiluomo elegante, quasi un ritratto d’altri tempi (Rinascimento o Risorgimento?) il punctum per me è il fondo nero, forse non è un semplice espediente fotografico che gioca con le tonalità dominanti della copertina che s’accostano e s’incrociano - il bianco, il rosso, il nero.

Quel fondo è un sipario: il volto dell’uomo è in primo piano e dietro ha un sipario nero. Si aprirà?

Il sipario è dunque un invito, l’invito ad aprire il libro ed entrare nelle pagine. Lo faccio. Si comincia con una nuova ferita: il pianto disperato di bimbo per una casa che lascerà per sempre. Ricordi, considerazioni, pensieri: dalla fanciullezza («l’infanzia è una stagione fatata. La sola di tutta una vita che non finisce mai e t’accompagna fino all’ultimo respiro»), all’adolescenza («senti di poter essere tutto e ancora non sei nulla e proprio questa è la ragione della tua onnipotenza mentale»), il compagno di classe Calvino, il fascismo, la politica, le letture e le discussioni, l’aspra consapevolezza di un tratto distintivo dell’essere umano («Ma ora dobbiamo toglierci le bende dagli occhi ... Dopo millenni e millenni la riduzione della persona a cosa, la divisione tra padrone e servo, il mancato riconoscimento dell’altro, costituiscono ancora un tratto dominante della specie»), il lavoro e la politica, la fede religiosa e i fondamenti della morale, la senilità e l’innocenza riconquistata.

Qualcuno lo ha definito un libro di riflessione filosofica, altri un testo a metà fra l’autobiografia e il saggio. E se fosse, invece, il racconto di un viaggio, non diversamente dai racconti e dagli immaginari di viaggio del ‘700 o di qualche altra epoca? Un resoconto preciso, altamente sincero, denso di ricordi e di scoperte, come ogni viaggio che si rispetti. Un viaggio sereno e impetuoso, ironico e passionale, in compagnia di Montaigne e Cartesio, di Pascal e di Nietzsche. Non è un racconto di episodi, di fatti, di accadimenti, è piuttosto la ricerca di ciò che lega quegli accadimenti e la nostra vita, degli imperativi che fondano le nostre azioni; è, in ultimo, il viaggio alla ricerca del senso del vivere. Lo scrittore in queste pagine dimostra per la vita «l’interesse di un decifratore di sciarade»: è una frase del portoghese Fernando Pessoa, una delle figure che meglio incarnano la complessità dell’inquieto Novecento e che, come il nostro autore in questo libro, amava parlare per frammenti.

A questo punto conviene chiedersi chi sia lo scrittore, questo viaggiatore e decifratore di sciarade. Dirò che è un uomo che ha lavorato sulla parola e con le parole facendo quello che egli stesso definisce un “mestiere crudele”: il giornalista.

Appartiene alla migliore tradizione borghese, laica e liberale e illuminata, quella che ha contribuito a ricostruire l’Italia del secondo dopoguerra. È un giornalista “sui-generis”, ha fondato giornali importanti, è stato maestro di tanti altri giornalisti italiani ed europei, ha sferzato la classe politica, denunciandone i limiti e le meschinità, scuotendo con forza la coscienza civile del Paese, ma non si è mai ritagliato per sé il ruolo d’agitatore o di capopopolo. Non ha nel sangue la demagogia della piazza, ma la dignità di chi ha fatto della responsabilità la guida del proprio agire.

A pensarci bene è un libro che assomiglia alla fotografia di copertina: «in fondo - scrive ancora Barthes - la fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o anche solo stigmatizza, ma quando è pensosa». «Vita pensata», infatti, è definito questo libro in quarta di copertina, poiché è interamente un colloquio limpido coi propri ricordi e con il proprio sapere che più volte l’autore interroga, quasi socraticamente, per metterlo alla prova, per verificare, per non chiudersi in convinzioni dogmatiche («...è mia ragionata convinzione che la verità assoluta non esista e quella soggettiva e relativa dipenda dal punto di vista con cui guardi te stesso e il mondo»).

Il nostro autore-viaggiatore non è come taluni marinai che s’aggrappano alla fede solo di fronte alle tempeste. Si cerca Dio per paura della morte, scrive, e «più si ha paura della morte più è intensa la vitalità e la volontà di potenza», ma forse è vero anche il contrario: più si scopre la vita, più si ama la vita, più essa stessa diventa così prodigiosa da renderci incongrua l’idea della morte. Racconta che si liberò presto dalla «necessità, sempre incombente, di trovare un senso ultimo», perché «non ci sono alternative alla vita e dunque il suo senso altro non è che viverla».

A me pare che la ragione, il significato di tutto il libro sia racchiuso in queste parole: non c’è alternativa alla vita. È un libro, questo, che, nonostante la profonda nostalgia e le malinconie che emergono spesso, ha una forte “vocazione al futuro”, un po’ come quei libri di viaggi, appunto, dove il narratore-esploratore posa la penna solo perché è arrivato il momento di imbarcarsi di nuovo, di partire ancora. Un nuovo viaggio e nuovi sogni e nuovi ricordi. Ecco perché vale la pena prendere in mano e leggere «L’uomo che non credeva in Dio» di Eugenio Scalfari.

Pubblicato il: 27.06.08
Modificato il: 27.06.08 alle ore 11.05   
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Titolo: Veltroni. Il Pd tornerà nelle piazze d’Italia: Parleremo a tutti, senza risse.
Inserito da: Admin - Giugno 30, 2008, 09:38:33 pm
Il Pd tornerà nelle piazze d’Italia: «Parleremo a tutti, senza risse»

Walter Veltroni


Caro Antonio,
qualche giorno fa, su queste colonne, hai ricordato i giorni, i temi, le passioni della campagna elettorale. Hai ricordato le «piazze gremite» e il «coinvolgimento» che eravamo riusciti a suscitare «recuperando voti che sembravano perduti». Non l’hai fatto semplicemente per ripensare a momenti belli e intensi di cui peraltro sei stato testimone e poi narratore. L’hai fatto per dire: perché non ricominciare da lì? Perché non pensare a un nuovo giro d’Italia da organizzare molto presto per andare a ritrovare e dove serve a rivitalizzare tutte quelle persone e tutto quel calore che non possono essere d’improvviso spariti?

Non ho dubbi su quale debba essere la risposta a queste tue domande. La risposta è: sì. Già a metà maggio, di fronte al coordinamento nazionale riunito per discutere del voto, avevo detto che nei prossimi mesi il viaggio in Italia sarebbe continuato. Magari a ritmi meno frenetici, ma sarebbe continuato, senza sosta. Ora voglio dire a te che da settembre riprenderò, riprenderemo, ad attraversare ogni provincia, ad andare in ogni città, ad ascoltare e a parlare, a capire e a spiegare. A tutti gli italiani.

Innanzitutto al “popolo del Pd”, a quei dodici milioni di donne e di uomini che ci hanno dato fiducia e che non meritano di avvertire attorno a loro sconforto, vuoto, disillusione, ma soluzioni e risposte all’altezza, e riconoscimento, identificazione, rappresentanza. In una parola quel “radicamento” del nostro partito che verrà certo dalla concreta presenza fisica in tutti i Comuni, in tutti i quartieri e le borgate del nostro Paese.

E insieme a questo dalla consapevolezza che non ci si radica solo aprendo nuove sedi, ma con la capacità di interpretare le domande e i bisogni delle persone, con la prontezza nel riconoscere le opinioni e condividere i sentimenti che si formano tra i cittadini. E in questo senso il viaggio che ci apprestiamo a riprendere sarà anche una parte del lavoro in vista della manifestazione che abbiamo annunciato per l'autunno. Per questo, credo, è importante tornate a parlare a tutti, anche a quanti hanno votato per l'attuale maggioranza nella speranza (nell'illusione stanno scoprendo ora) di veder risolti i propri problemi e che invece si vedono precipitare in una crisi sempre più aspra e in un clima politico che getta l'Italia nel passato al posto che spingerla verso il futuro.

Le “piazze gremite” della campagna elettorale dicono che avevamo capito bene, caro Antonio, quanto fosse importante rimettersi in sintonia con le famiglie, con i lavoratori, con i pensionati, con i giovani precari, con le comunità locali. Quanto fosse importante tornare a parlare, in una conferenza operaia, a chi da diversi anni evidentemente ci percepiva lontani, distratti, impegnati a pensare e a fare altro. Quanto fosse importante avanzare proposte e programmi degni di un partito che vuole e deve essere “di popolo”, anzi io credo che il Pd debba letteralmente farsi popolo: come difendere i salari e la dignità del lavoro; come salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie che non arrivano alla quarta settimana del mese; come garantire pari opportunità ai nostri ragazzi combattendo i privilegi e affermando il merito; come far comprendere, superando quelli che giustamente definisci “i più dannosi luoghi comuni della sinistra”, che senza crescita e senza la buona salute delle imprese non potrà esserci giustizia sociale, che per questo nostra nemica non è la ricchezza ma la povertà, che la sicurezza è un diritto di tutti e che garantirla vuol dire tutelare innanzitutto i più deboli.

Ma facendolo come deve fare un partito che vuole mantenere la sua vocazione maggioritaria (he non è mai stata vocazione all'autosufficienza): lavorando per unire. Unire i lavoratori dipendenti e quelli autonomi, il lavoro e l'impresa, i giovani e gli anziani, il nord e il sud. In un grande progetto di cambiamento, che superi egoismi, frammentazioni, divisioni. Tutto questo non è stato evidentemente sufficiente a vincere le elezioni, certo non è bastato il tempo. Ma abbiamo fatto un lavoro grande e prezioso, che come ho già avuto modo di dire ci consente di proseguire, ora, non “senza il Pd”, come pure poteva accadere, ma “a partire dal Pd”. A partire dal nostro radicamento nella vita concreta degli italiani e dall’innovazione di noi stessi, delle nostre idee e della politica italiana. A partire dal ruolo di opposizione che ci è stato assegnato.

Non torneremo mai più al clima rissoso e paralizzante di questi ultimi quindici anni. Si illude chi spera di trascinarci indietro e di diminuire così le nostre potenzialità di espansione, le nostre possibilità di parlare agli italiani e di guadagnare nel tempo la loro fiducia. Ma proprio per questo, per farci trovare pronti, noi avanzeremo sempre nostre concrete proposte alternative e in base ad esse saremo duri, netti e incalzanti nei confronti del governo. E non sbandierando striscioni o improvvisando brindisi nelle aule parlamentari, ma contrastando puntualmente, con il governo ombra e con una rinnovata iniziativa dentro il corpo vivo del Paese, le sue proposte sbagliate e le sue nefandezze, come abbiamo fatto denunciando l’irresponsabile balletto che sta affossando definitivamente Alitalia, come abbiamo fatto contro il decreto su Rete 4, le uscite della Lega sull’Europa, il reato di clandestinità, la legge sulle intercettazioni e il lodo Schifani. Lo faremo con rigore e tenacia e guardando all'interesse dell'Italia.

Quell'interesse generale che le iniziative del governo e del Presidente del Consiglio hanno dimenticato, dando di nuovo priorità a vicende legate ad interessi particolari e personali e assestando un colpo mortale a quel bisogno di confronto alto tra diversi schieramenti sulle riforme e la modernizzazione delle istituzioni e della politica. E’ da qui, dalla convinzione di quel che abbiamo fatto e dalla consapevolezza di tutto quanto abbiamo ancora da fare, che in autunno riprenderemo dunque il nostro viaggio in Italia. Ascolteremo, spiegheremo le nostre ragioni e cercheremo di capire come renderle più forti. Faremo vivere anche così quella grande forza riformista e di popolo che è e vuole essere il Partito democratico.

Pubblicato il: 30.06.08
Modificato il: 30.06.08 alle ore 9.03   
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Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Agosto 18, 2008, 04:35:13 pm
POLITICA

LA LETTERA

Il segretario democratico: non finiremo omologati

Il nostro è un progetto alternativo a Berlusconi

L'Italia sta cancellando la memoria ma combatteremo il pensiero unico

di WALTER VELTRONI

 

CARO direttore, quattro ragazzi piemontesi, come ha raccontato nel suo bell'articolo Fabrizio Ravelli, girano l'Italia a raccogliere, sulla strada, le testimonianze e i ricordi dei vecchi del nostro paese, per farne una banca della memoria consultabile su Internet. A Pieve Santo Stefano si raccolgono, in quello che credo sia il più importante archivio di storia nazionale, i diari scritti da italiani qualunque.

I ricordi, le storie, i drammi, i sogni di persone che non hanno altro titolo per raccontare di loro se non quello di aver vissuto, di aver attraversato ore, giorni, mesi, anni della vita. Vita spesso condizionata dalla grande storia: quella che fa le guerre, le battaglie, le malattie, le ingiustizie. Il grumo di vita vera che le vicende umane di Pieve Santo Stefano e di www.bancadellamemoria. it raccontano ci ricordano che tutto non può essere riassunto in grafici colorati e in parole sagge.

La storia grande, quella sistemata ordinatamente nei libri, ha significato un padre scomparso in Russia, una sorella devastata dal tifo, un figlio trasformato in una sagoma dipinta con il gesso sulla strada. La memoria. Ciò che ci fa, storicamente e soggettivamente, quello che siamo. La memoria, ciò che stiamo perdendo. E chi la conserva, la tutela, la diffonde fa qualcosa di paragonabile allo sforzo degli scienziati che, studiando il Dna, immaginano di farci vivere a lungo, magari in ottime condizioni. Nel film di Ridley Scott "Blade Runner", una profezia di futuro cupo, l'uomo è riuscito, come in effetti è vicino a fare, a riprodurre se stesso.

Così, nel film, esistono uomini che sono "replicanti", perfetti in ogni dettaglio. Salvo uno: non conoscono le emozioni, non le conoscono perché non hanno la memoria. E se, in fondo, fosse questa la vera epidemia moderna? Non una delle mille paure che hanno attirato la nostra fuggevole attenzione per un attimo: Ebola, la Sars...

La vera epidemia del nostro tempo è la perdita della memoria. Uno dei più bei romanzi degli ultimi anni è, per me, l'opera prima di un ragazzo americano di ventisei anni (la stessa età del Premio Strega Paolo Giordano, ricordarsi di avere fiducia nei giovani). Si chiama Stefan Merrill Block ed ha scritto una meravigliosa storia, anzi due in una, che si intitola in Italia: "Io non ricordo".

E' un affresco a due voci sulla diffusione di una variante precoce dell'Alzheimer. E' la descrizione di quello che questa malattia produce: la progressiva, inarrestabile, perdita di sé. Come da bambini a poco a poco si impara e si assume consapevolezza di sé e del mondo, così l'Alzheimer progressivamente cancella ogni cognizione, ogni ricordo, persino la consapevolezza della propria identità.

Da sindaco ho cercato, con il mio assessore agli Affari Sociali, di costituire centri in ogni Municipio di Roma per assistere i malati e dare sollievo alle loro famiglie. Parlando con i figli ci si sente raccontare, inevitabilmente, il momento in cui il proprio padre li ha guardati, semplicemente guardati, senza capire chi fossero. Nel libro di Merrill Block uno dei malati sottopone a chi lo va a trovare a casa un foglio prestampato in cui dice: "La prego di perdonare i miei strani commenti e di non offendersi se dimentico completamente chi è lei".

Tra le domande del questionario ci sono, anche, "rapporto con me" e " le devo dei soldi? Se sì, per favore descriva quanti e per cosa". La vita si cancella, si fa un buio totale. La vita non ha passato e non ha futuro. E' un puro presente, un quotidiano leggero e inutile. Perché deprivato di quel senso che è la somma del tempo vissuto e delle attese, biologicamente ogni volta inedite, del tempo che verrà per sé e per il prodotto del proprio sangue.

Ma il valore di "Io non ricordo" sta anche nel dirci che la rimozione della memoria non è solo una malattia o una tragedia individuale, ma un fatto storico e sociale. E noi stessi, osservando il paesaggio della nostra società, abbiamo la sensazione che lo "spirito del tempo" dominante tenda a cancellare il passato, la storia collettiva, le tragedie e le rinascite tutto agglutinando in una informe massa nera, giudicata inutile perché passata e dunque non utilizzabile in modo speculativo.

Lo "spirito del tempo" si alimenta di una frenetica bulimia di presente, rifiuta la coscienza e i valori che vengono dalla storia, perché inutili. Ma rifiuta anche la passione per un futuro da fare insieme, perché sogni buoni solo per gli idealisti. Così la nostra società vive terremoti devastanti che durano meno di un'edizione straordinaria, non trasmette valori che ha rimosso, non restituisce quella combattiva voglia di futuro, quella energia che è il solo antidoto allo sfarinamento morale e sociale di una comunità.

Hanno, in questo senso, ragione Nanni Moretti ed Eugenio Scalfari quando parlano della perdita dello spirito pubblico di una nazione che si trova, spesso, a vedere cancellati i confini di sé: il valore della legalità, della verità, della coerenza, del primato dell'interesse pubblico su quello privato. Ieri non esiste e domani non dipende da te. Non sei un cittadino, ma uno spettatore. Non sei un cittadino, ma un consumatore della società. Con queste certezze il nostro tempo finisce col farsi vuoto di senso. E con il lasciare spazio a paure parossistiche, quasi ancestrali. E ad egoismi eccessivi, quasi infantili.

Lo dico pensando al mio ruolo. Credo che a noi, a me, spetti in primo luogo il coraggio di essere sé stessi quando questo appare più difficile. Sento semmai il bisogno di rendere sempre più chiaro, per il bene della nostra nazione, l'alternatività di valori e progetti sociali che rendono differenti gli schieramenti e le culture politiche. Tanto più ora. Omologarsi come Zelig, piegarsi al nuovo pensiero unico è facile e vantaggioso ma è un atto di rinuncia, una manifestazione di sfiducia nelle proprie ragioni e, talvolta, persino nella propria storia.

Cambiare sé stessi, senza rinunciare a testimoniare la grandezza di un percorso umano e senza rinunciare a immaginare e costruire, attraverso proposte realistiche, un presente e un futuro migliore. A cosa servirebbe altrimenti la politica? Italo Calvino diceva di una certa idea pacchiana della modernità che essa è "come un cimitero di macchine arrugginite". E' proprio quello che penso sia, oggi, l'idea di società di chi rimuove il passato e spegne il futuro. La società italiana, anche in ragione della sua drammatica crisi sociale e civile, si accorgerà presto che non si può vivere e crescere senza una visione e un'idea forte.

Ricordo ancora le parole di Merrill Block che raccontando, dentro il dramma dell'Alzheimer, una storia fantastica, quella di un luogo chiamato Isidora, un luogo in cui la vita vale la pena di essere vissuta, dice: "E tuttavia, la verità è che in qualsiasi caso, che tu cerchi Isidora oppure no, l'idea di Isidora è incrollabile. Si dice spesso che perfino il cinico, posando la sua vecchia testa carica di realismo sul guanciale, non possa fare a meno di vedere Isidora nei suoi sogni, non possa fare a meno di sognare Isidora al di là di ogni buon senso".

(18 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: Festa del Pd, Berlusconi «non invitato» (finalmente !! ndr).
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2008, 10:20:05 pm
Gli organizzatori: «Non abbiamo invitato neanche esponenti dell'Mpa»

Festa del Pd, Berlusconi «non invitato»

La «Festa democratica» al via dal 23 agosto a Firenze. Atteso il leader della Lega Bossi e anche Fini e Tremonti

Firenze, già montato il palco per la «Festa Democratica» del Pd in programma dal 23 agosto alla Fortezza dal Basso (Infophoto)



MILANO - È Firenze la città dove si svolgerà la prima festa nazionale del Partito democratico. L'appuntamento, dal 23 agosto al 7 settembre alla Fortezza da Basso, segna la ripresa del dibattito politico dopo la pausa estiva e si propone di mettere a confronto governo reale e governo "ombra", esponenti di vari partiti (dall'Udc a Rifondazione), sindacati, categorie e amministratori. Per questo saranno numerosi gli esponenti di governo e maggioranza presenti. Tra i quali non figura però il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Non abbiamo invitato né Berlusconi né Lombardo» ha annunciato Lino Paganelli, responsabile nazionale feste del Pd, rispondendo alle domande dei giornalisti nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa e confermando d'altra parte l'annunciata presenza a Firenze, per alcuni dibattiti politici nei giorni della Festa, del presidente della Camera Gianfranco Fini, del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e del ministro per le Riforme Istituzionali Umberto Bossi.

FACCIA A FACCIA - La «Festa Democratica» si svolgerà all'insegna dei faccia a faccia che vedranno impegnati molti leader del Partito Democratico, come Franco Marini, Dario Franceschini e Massimo D'Alema, Francesco Rutelli e, nel sabato conclusivo della Festa, il numero uno Walter Veltroni: davanti alla grande platea ad intervistare il segretario del Partito Democratico sarà Enrico Mentana. Domenica 7 l'intervista sarà dedicata a Leonardo Domenici, presidente dell'Anci e sindaco della città che ospita la prima Festa del Pd. Ma il programma politico non finisce qui: ogni giorno si terranno diversi incontri a più voci su tutti i temi dell'attualità con esponenti del Pd, sindaci e governatori (Cofferati, Bassolino, Vincenzi, Penati, Martini, Renzi, Vendola, Emiliano, Bresso ecc.), rappresentanti di associazioni sindacali e di categoria (Angeletti, Bombassei ecc.) e anche rappresentanti della maggioranza. Lunga la serie di iniziative culturali, dal dibattito su Aldo Moro a trent'anni dalla tragica scomparsa alla presentazione di libri e di autori. L'apertura della Festa sarà dedicata a Bruno Trentin a un anno dalla morte.

POLEMICHE INTERNE E ATTACCHI AL GOVERNO - Il Pd è dunque pronto per la sua prima festa nazionale, ma nel partito c'è poca aria di celebrazioni. Sul piano nazionale il dibattito interno si fa sempre più acceso. Tra gli ulivisti, Arturo Parisi continua a pungolare il segretario Walter Veltroni e dopo avergli chiesto un congresso, lo ha invitato a «riconoscere la profondità e le cause della sconfitta». E Franco Monaco ha rinnovato la richiesta di un congresso «su mozioni politiche distinte e distinguibili». Ma proprio il messaggio per la Festa democratica è stato l'occasione per Veltroni per rinnovare lo slancio fondativo del Pd. «Oggi abbiamo davanti una nuova strada da percorrere», ha detto, «quella del Partito Democratico che fa del riformismo, dell'innovazione, della meritocrazia, della solidarietà, dei diritti individuali, delle garanzie sociali, le proprie parole di azione e di riflessione politica». Nel messaggio Veltroni ha anche attaccato il governo: «Si lambicca su questioni bizantine e litiga su tutto» ha dichiarato l'ex sindaco di Roma. Pronta la replica di Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia: «Quando parla di "liti e bizantinismi", forse Veltroni è autobiografico, cioè parla del Pd. È il suo partito, infatti, - spiega Capezzone - ad essere lacerato su tutto, a partire dalla improvvida petizione antigovernativa lanciata da Veltroni e di fatto rigettata da gran parte del 'suò gruppo dirigente».



20 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: Pd, Parisi chiede il congresso «Con Veltroni elettori depressi»
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2008, 10:58:44 am
Anche Cacciari per le assise. Di Pietro: Walter fa opposizione solo a parole

Pd, Parisi chiede il congresso «Con Veltroni elettori depressi»

Tonini: alcuni dirigenti hanno poca pazienza. E il leader apre al dialogo con la Lega sul federalismo



ROMA —Le parole sono sempre più pesanti: «Gli elettori del Pd rischiano di precipitare dalla schizofrenia alla depressione», denuncia Arturo Parisi. Ma Walter Veltroni preferisce non rispondere e lascia ai suoi argomentare contro gli attacchi dell'ex ministro della Difesa. Che chiede, con Massimo Cacciari e Franco Monaco, il congresso anticipato. Il segretario del Pd non sembra curarsi di quelle accuse e punta invece su un'altra strategia agostana: l'avvicinamento alla Lega di Umberto Bossi per fare insieme il nuovo federalismo. E cercare di mettere in imbarazzo An e Forza Italia che sull'argomento sembrano aver messo la sordina.

Parisi sostiene che Veltroni «fa troppo poco e troppo tardi». E conclude: «Il tempo del "ma anche" è scaduto: ci vuole una decisione democratica in sede collettiva». Vale a dire il congresso. L'idea, che piace anche al sindaco di Venezia, Cacciari, viene ripresa con forza dal prodiano Franco Monaco: «Ci vuole un congresso vero su mozioni politiche distinte». Ma la maggioranza del Pd non ne vuole sapere. Il mariniano Giorgio Merlo boccia senza appello la proposta mentre i dalemiani la giudicano una prematura resa dei conti. E i veltroniani affidano la loro risposta a Giorgio Tonini: «Alcuni nostri autorevoli dirigenti a volte difettano di pazienza: non si può avere tutto e subito».

Lo stesso Tonini, invece, si mostra molto aperto al confronto con Bossi sul federalismo fiscale: «Siamo favorevoli ad un confronto costruttivo. Del resto si tratta di completare la riforma del titolo V della Costituzione, varata a suo tempo dal centrosinistra». Ma dietro le parole lusinghiere nei confronti della Lega c'è il pensiero dello stesso Veltroni che in questi giorni ha colto con grande interesse il rilancio sul federalismo ad opera non solo del leader leghista ma anche del ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. E sa, su questo punto, di avere dalla sua la maggioranza del partito.

Basta sentire che cosa ne pensa un dalemiano di ferro come Nicola Latorre: «Quando Bossi alza il tono non ci fa mai paura, perchè non dà mai seguito alle minacce. È positivo invece che nella discussione tra Calderoli e le Regioni si sia messo da parte il modello lombardo. Ed è fondamentale che la riforma si leghi all'istituzione di un Senato federale».

E mentre Antonio Di Pietro continua a tuonare contro Veltroni («fa opposizione solo a parole»), questa mattina viene presentata la Festa Democratica del Pd: si svolgerà a Firenze dal 23 agosto al 7 settembre. Comincerà con il pullman veltroniano della campagna elettorale trasformato in «Salva l'Italia» (le firme contro il governo Berlusconi) e sarà ambientato nell'austera Fortezza da Basso: non più quindi in fiere fuori delle città, non più con accenti popolari, ma «stile Pd». Con Veltroni che non farà il comizio finale, ma solo un'intervista il 6 settembre.

Roberto Zuccolini
20 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2008, 12:23:09 am
Veltroni: indietro non si torna, non c'è alternativa al Pd


«Abbiamo bisogno non di tornare indietro ma di accelerare l'innovazione». È la strada che il segretario del Pd Walter Veltroni indica ai delegati dell'assemblea toscana per il futuro del partito. «Dobbiamo credere in noi stessi - sprona Veltroni - e essere uniti».

Quanto al confronto interno, il segretario avverte: «I partiti sono un luogo di discussione ma il loro obiettivo è stare vicino ai cittadini. La discussione è uno strumento ma non un fine mentre la vita dei nostri organismi rischia di diventare riunioni su riunioni che convocano seminari e che indicono convegni. Ci vuole certo una vita democratica forte ma non solo quello altrimenti avremo gente bravissima a fare interventi ma poi se li mettete in un'assemblea di dieci persone non sanno che dire».

Ed invece l'obiettivo è «stare sul territorio ed è per questo che ho apprezzato la storia molto bella del Pd di Varese che ha attivato un centralino e se un cittadino ha un problema i dirigenti vanno a casa loro   discutere del problema». In vista poi dell'attivazione della tv del Pd, il 14 ottobre, il leader dei democratici dà un consiglio al Pd napoletano: «Vadano in giro con le telecamere a riprendere la situazione dei rifiuti e ce le mandino a Roma».
«A noi ci sezionano, sulla stampa ci fanno la laparotomia, agli altri no». A questo proposito, Veltroni ha sottolineato come in Italia e in Europa, «vincono quei partiti che hanno meno vita democratica». Secondo il leader del Pd, quindi, le «primarie sono importanti, si fanno per i cittadini, ma c'è un eccesso di morbosità». E in ogni caso le primarie per Veltroni devono essere fatte, ma «questo non significa che debba esserci uno spogliamento delle responsabilità di tutti noi».

Il leader del Pd, inoltre, sottolinea che «in Europa nessun partito del centrosinistra è cresciuto come il Partito democratico», ricordando come la stessa cancelliera Angela Merkel ha già detto che non vuole più allearsi con i socialdemocratici, ricordando la crisi dei partiti di sinistra in Austria e in Inghilterra. «In Europa la sinistra dovunque perde voti, gli unici che crescono siamo noi», ha aggiunto.

«Non so dove sia lo choc». Commenta così il segretario del Pd, Walter Veltroni, il sondaggio pubblicato da un quotidiano che dà il Partito democratico sotto il trenta per cento. Veltroni osserva che «nelle condizioni date abbiamo tutte le possibilità per poter crescere». Il leader del Pd ricorda anche «nessuno in Ue cresce come noi, come il Partito democratico».

«Vedo tutti preoccupati, c'è chi con ansia si appresta a organizzare una manifestazione quindici giorni prima; ma bisogna sentire il sentimento del Paese e il 25 ottobre noi porteremo in piazza non solo lo schieramento del no, ma faremo sentire anche una proposta alternativa. Sarà una manifestazione inusuale perchè indicherà alternative possibili sui problemi del Paese». Il segretario del Pd Walter Veltroni spiega così dal palco dell'assemblea regionale, alla Festa del Pd a Firenze, i contorni della manifestazione dei democratici il 25 ottobre. «Sono convinto - sostiene Veltroni - che mese dopo mese la luna di miele del governo comincerà a sgonfiarsi perchè emergeranno le contraddizioni e se questo è vero, il Pd deve fare un lavoro con un respiro un pò più lungo del centometrista perchè Blair e Zapatero hanno avuto anni per costruire un'alternativa al governo e nel frattempo hanno costruito il partito riqualificando il rapporto con il territorio e la gente reale». 


Pubblicato il: 06.09.08
Modificato il: 06.09.08 alle ore 15.14   
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Titolo: Bresso: congresso subito? Un errore col voto alle porte
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2008, 10:36:52 am
Bresso: congresso subito? Un errore col voto alle porte

Simone Collini


«Sbaglia chi mette in contrapposizione partito e amministratori locali, che sono invece una risorsa per ripartire e creare le condizioni per vincere la prossima volta». Mercedes Bresso usa spesso la parola «ripartire», parlando del Pd. E, riferendosi al Pd locale, la presidente della Regione Piemonte parla addirittura di «ripartire da zero».

D’Alema che fa suo l’invito dei simpatizzanti del Pd incontrati a Firenze a «darsi una mossa», Franceschini che risponde che «da mesi ce la stiamo dando»: presidente Bresso, sarà mica da tenere d’occhio l’«avanti sindaci» lanciato da Chiamparino alla Festa di Milano?
«Che si possa contare sugli amministratori locali mi pare evidente, anche perché le prossime battaglie saranno proprio sul terreno delle città, delle province e, l’anno dopo, delle Regioni. Il Pd deve ripartire da questa risorsa che ha, e che è forte. Anche perché ormai, con questa legge elettorale assurda per le politiche, il livello in cui si forma la classe dirigente è questo. Sono i sindaci e i presidenti di Provincia e Regione, eletti direttamente, quelli su cui si deve poter contare per costruire consenso e arrivare, la prossima volta, alla vittoria sul piano nazionale. Ecco perché penso che si sbaglierebbe a mettere in contrapposizione partito e amministratori».

La contrapposizione si è vista però nei fatti a Torino, dove il sindaco Chiamparino si è trovato schierati contro i vertici del Pd locale.
«A Torino si è creata una contrapposizione fin dall’inizio, quando per accordi nazionali ci è stato detto che dovevamo sostenere un candidato rutelliano e un pezzo del partito non era d’accordo. Abbiamo svolto le primarie in condizioni rocambolesche e tutt’oggi il Pd piemontese è spaccato a metà. E non possiamo permetterci il lusso di andare in questo stato al voto di primavera».

E cosa bisogna fare, allora, secondo lei?
«Ripartire da zero. Solo così si possono ricreare le condizioni per una collaborazione. Non può esistere un partito che da una parte ha metà dei voti degli iscritti - o simpatizzanti, ancora non si sa bene cosa siano - e dall’altra parte ha il presidente di Regione e il sindaco del comune capoluogo, nonché ministro ombra per le Riforme. Bisogna superare questa fase perché altrimenti passiamo il tempo a discutere del nostro ombelico, invece che delle vere priorità».

Che sarebbero?
«I problemi reali delle persone e come costruiamo effettivamente un partito capace di dare le risposte necessarie».

Dice Cacciari che se si continua così per un anno il Pd ce lo giochiamo.
«Il rischio c’è. E credo che questo sia quello che pensano tanti nostri militanti e simpatizzanti. Ma sarebbe inutile e sbagliato dire ora che è colpa di questo o quello. Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo in una situazione difficilissima. Adesso, ripeto, dobbiamo ripartire dai problemi reali, sapendo che ci attende un autunno difficile e che temi tipici di una forza riformista e progressista da affrontare ce ne sono. Il Pd li deve assumere insieme a noi amministratori, perché dobbiamo farci i conti anche a livello locale e regionale».

Per superare questa fase, che Gentiloni definisce “di stallo”, secondo lei sarebbe utile convocare in tempi rapidi il congresso?
«Non ne abbiamo bisogno, onestamente. Serve un confronto, questo sì, un’elaborazione politica e un’analisi dei problemi in campo, ma un congresso no. Forse qualcuno si dimentica che andiamo verso elezioni amministrative ed europee, e che dobbiamo vincerle».

Per quanto riguarda le amministrative, si discute di eventuali alleanze, con la sinistra, con l’Udc: lei che dice?
«Tutti gli analisti ci spiegano che l’appartenenza degli elettori è di schieramento, cioè che il Paese è una mela spaccata a metà e che i voti si prendono motivando la propria metà ad andare a votare. Se ci sono le condizioni possiamo anche fare alleanze allargando all’Udc, ma per vincere serve altro».

Ci sono amministratori del Pd che non firmeranno la petizione Salva l’Italia per rispetto, hanno spiegato, del loro ruolo istituzionale: lei cosa fa?
«L’ho già firmata. Quando si prendono decisioni del genere lo si fa come esponenti politici. Ma questo è evidente a tutti».

E lo strumento in sé come lo giudica?
«Serve una mobilitazione politica sui nostri temi che parli ai cittadini, e i temi della petizione vanno bene. Importante è essere capaci di gestirla positivamente, far sì che sia non soltanto un’iniziativa di rito ma che ci faccia tornare a parlare al Paese».

Il Pd si è pronunciato contro la gestione della vicenda Alitalia, eppure il governatore del Lazio Marrazzo ha deciso di partecipare alla cordata: fino a che punto può arrivare l’autonomia di un amministratore del Pd?
«Non vedo problemi o contraddizioni su questo punto. Quella di Marrazzo ritengo sia una sorta di sfida, anche per difendere Fiumicino. Ma non è compito in particolare degli amministratori né dell’opposizione sperare che l’operazione vada male. È giusto segnalare che è stato commesso un errore clamoroso nel non trattare allora da posizioni più di forza, ma oggi non si può che cercare di fare il meglio per il Paese. E gli amministratori locali non possono che trattare con il governo in carica».

A proposito di trattare: cosa dirà a Calderoli della bozza sul federalismo fiscale?
«Dobbiamo vedere i dettagli, perché è spesso qui che si nasconde il diavolo, però questa bozza è sostanzialmente una traduzione di quella che abbiamo messo a punto noi presidenti di Regione. Su due punti va ora fatta chiarezza. Il primo: per calcolare i trasferimenti delle risorse per le singole materie di competenza delle Regioni si deve far riferimento alla media di spesa degli ultimi tre anni e non prendere in considerazione i tagli effettuati dal governo per il futuro. Il secondo: le imposte che ci vengono attribuite non possono poi essere modificabili dal governo, perché se ogni anno le aliquote vengono cambiate, la situazione diventa ingestibile».

Pubblicato il: 06.09.08
Modificato il: 06.09.08 alle ore 8.41   
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Titolo: Attacco di Veltroni al governo: «La destra ha rovinato il Paese»
Inserito da: Admin - Settembre 15, 2008, 12:46:06 am
Attacco di Veltroni al governo: «La destra ha rovinato il Paese»


 
SIENA (14 settembre) - «La destra sta rovinando economicamente, politicamente e moralmente l'Italia» e le sue politiche puramente repressive possono portare «all'autunno della democrazia e della libertà». Lo ha detto il segretario del Pd Walter Veltroni nell'intervento che ha chiuso la scuola estiva del partito, svoltasi negli ultimi quattro giorni in alcune cittadine della Toscana e dell'Umbria. «Il tempo della destra populista - ha detto Veltroni riferendosi ai diversi governi conservatori che guidano alcuni Paesi europei e occidentali - è quello della democrazia che si riduce».

Un fatto che, per il segretario del Pd, è riscontrabile nelle politiche puramente repressive che questi governi, compreso quello di Berlusconi, adottano per affrontare alcuni fenomeni come la droga, la prostituzione, l'immigrazione. «In una logica vanamente e unicamente repressiva che finisce per essere solo oppressiva - ha detto Veltroni - si parte dalle impronte ai bambini rom per arrivare alle celle negli stadi e al carcere per le prostitute e per i loro clienti, per poi spingersi magari alla proposta della schedatura informatica di massa del sistema francese Edvige: migliaia e migliaia di persone catalogate in base alla loro etnia, alla loro attività lavorativa, sindacale e politica, al loro impegno sociale. Protezione, o presunta tale, al di sopra di tutto. Al di sopra della libertà e dei fondamentali diritti civili di ogni persona. È anche così che può cominciare l'autunno della democrazia e della libertà».

«La destra - ha quindi proseguito Veltroni riferendosi più specificamente al nostro Paese - sta rovinando economicamente, politicamente e moralmente l'Italia. Il dramma di questo Paese è che non ha mai avuto, ad eccezione del primo centrosinistra e del primo governo Prodi, una maggioranza riformista che lo abbia cambiato. L'Italia si renderà conto a breve che sette anni di governo della destra l'hanno ridotta nella condizione drammatica in cui si trova oggi. Solo noi possiamo essere l'alternativa nuova di cui il Paese ha bisogno. Dobbiamo saperlo e lavorare, perché al tramonto del berlusconismo corrisponda l'alba di una stagione di riforme, di modernizzazione e di moralizzazione della vita pubblica. Contro la conservazione, il coraggio del cambiamento. Contro la paralisi, la forza della speranza. Contro la chiusura in se stessi, l'apertura agli altri e al mondo».

Le parole di Fini. Veltroni è poi intervenuto sulla condanna del fascismo fatta ieri dal presidemnte della Camera Gianfranco Fini: le parole pronunciate da Fini sono «inequivoche» e apprezzabili, ha detto, ma le precedenti affermazioni di Ignazio La Russa o di Gianni Alemanno dimostrano che c'è «un limite strutturale della riflessione compiuta dalla Destra italiana sulla sua storia, sulla sua cultura, sulla sua identità».


da ilmessaggero.it


Titolo: Bossi: «Il federalismo sarà gentile»
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2008, 03:43:29 pm
Il raduno di Venezia. Maroni: «Chiuderemo tutti i campi nomadi abusivi»

Bossi: «Il federalismo sarà gentile»

Il Senatùr alla festa dei popoli padani: «Il Paese ha bisogno di futuro, l'autonomia fiscale lo garantisce»



VENEZIA - «Ci sono ancora molti che sperano che si torni alla Prima Repubblica, al passato, ma il Paese ha bisogno di futuro e il futuro è rappresentato dal federalismo fiscale». Lo ha detto Umberto Bossi dal palco della Festa dei popoli padani, promossa come ogni anno dalla Lega e che ha avuto il suo momento conclusivo a Venezia, con la cerimonia dell'ampolla (l'acqua prelevata il giono prima alle sorgenti del Po viene versata in Laguna). «Vedrete che adesso tutti scopriranno che il federalismo è gentile» ha poi aggiunto il leader del Carroccio.

«VEDREMO IL NEMICO IN AULA» - «È passato il federalismo in Consiglio dei ministri - ha poi sottolineato Bossi -. Ariverà alle commissioni dove si litiga molto, poi approderà in Parlamento dove si fa finta di non litigare perchè la gente vede. In aula conteremo chi è nostro amico e chi nostro nemico e questo sarà per sempre». Bossi ha spiegato ai militanti leghisti radunati in riva dei Sette Martiri che il federalismo fiscale «cerca di mettere a posto uno Stato che non ha un soldo come l'Italia», e poi ha aggiunto che il senso e il principio del federalismo è quello che le regioni più ricche aiutino quelle più povere, perchè «la Costituzione garantisce che scuola, sanità e assistenza siano uguali in tutte le regioni del Paese. L'aiuto va bene ma questo non deve essere fatto attraverso la spesa storica, ma attraverso quella standardizzata. La spesa storica contribuisce solo ad anestetizzare la classe politica che spreca i soldi ed è per questo che il sud non si è sviluppato. Bisogna costringere chi amministra a fare bene e al nord i soldi non crescono sulle piante, ma dal lavoro».

«CHI E' CONTRO PERDE VOTI» - Il Senatùr ha poi rilevato come sarebbe politicamente deleterio, per le altre forze politiche, non seguire la Lega in una battaglia che per il Carrocio è di fatto una ragione di esistere. «Chi non dirà sì al federalismo non potrà ambire a prendere voti al di sopra del Po». Inoltre, secondo Bossi, «bisogna finirla in Italia con figli e figliastri. Non ci possono essere in un Paese democratico, tutti devono essere trattati nello stesso modo». Bossi ha riconosciuto che per certi aspetti si è ancora in «piena prima Repubblica, ma noi diamo lo stop al sistema di Roma ladrona. E’ venuta la Lega, figlia del Carroccio, che può far cambiare il Paese. Noi abbiano saputo restare legati alla gente ed ascoltarla».

«CHIUDERE I CAMPI NOMADI» - Prima del Senatùr erano intervenuti gli altri colonnelli leghisti. Tra loro, in particolare, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che aveva esordito all'insegna del grido «Padania libera» per poi spiegare che «i campi nomadi abusivi saranno chiusi tutti». Parlando di immigrazione, Maroni se l'è presa con la Libia, accusandola di non rispettare gli accordi: «Continua a lasciar partire clandestini a centinaia che giungono a Lampedusa - ha spiegato -. Ad ottobre ci andrò personalmente in visita affinchè gli accordi internazionali con quel Paese vengano rispettate».


14 settembre 2008(ultima modifica: 16 settembre 2008)

da corriere.it


Titolo: Commissione Amato, Veltroni aveva dato l'ok, poi è arrivato il fuoco amico ...
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2008, 03:49:58 pm
Commissione Amato, Veltroni aveva dato l'ok, poi è arrivato il fuoco amico della destra


di Nino Bertoloni Meli


ROMA (16 settembre) - E’ finita con gli insigni giuristi riparati alla bell’e meglio in Campidoglio sotto la pioggia ad attendere a lungo un taxi, «la segreteria di Alemanno non è riuscita a trovarcene uno per mezzora buona», si sono lamentati i professori Cheli, Cerulli Irelli, Bassanini e altri. Ed è finita senza neanche essere cominciata la ”commissione per Roma” bipartisan che doveva essere presieduta da Giuliano Amato.

L’idea pare sia venuta a Gianfranco Fini che la suggerì al sindaco il quale, raccontano, in un primo tempo aveva invece pensato a Franco Bassanini, il vero e unico rappresentante della vera commissione Attali a Parigi voluta da Sarkozy. Ma poi resistenti, oppositori e malpancisti vari di entrambi gli schieramenti hanno lavorato sotto traccia e anche sopra per farla abortire.Fin dal primo momento Walter Veltroni aveva dato totale copertura ad Amato bipartisan per Roma, che per l’ex sindaco costituiva una polizza per una certa continuità di giudizi e di lavoro per la Capitale. «Dov’è il problema se Amato va a presiedere quella commissione?», aveva avallato Veltroni. E mugugni e maldipancia erano più o meno rientrati. Ci ha pensato il ”fuoco amico” dentro An a creare ostacoli, come quel pesante «Amato come Brusca» pronunciato da Maurizio Gasparri. Vennero infine tutti quei silenzi e mezze ammissioni sul Ventennio a complicare irreversibilmente le cose, sicché le forze anti-bipartisan ben presenti nei due schieramenti l’hanno avuta vinta. Ancora l’altro giorno, in quel di Cortona, quando Amato e Veltroni si sono parlati a quattrocchi nella saletta di un hotel, l’ex premier non aveva sciolto la riserva. «E’ inutile che insistete, non sto dietro alle vostre ossessioni», aveva rintuzzato il pressing giornalistico il dottor Sottile. E Veltroni era stato alla consegna di non fare alcuna pressione e di attendere la decisione autonoma di Amato: «Fammi sapere quando decidi». Al punto che, in partenza per gli Usa, ai collaboratori il leader del Pd ha lasciato due consegne: «Quando arrivo a mezzanotte a New York informatemi di Berlusconi a Porta a porta e di Amato».


Resta che da dentro il Pd il pressing per spingere il dottor Sottile a un ”no grazie” si era fatto pesante. E non è sfuggito che “l’altro Walter”, l’uomo ombra di Veltroni, Verini, solitamente circospetto e parco di parole, ieri sera alle agenzie ha dettato una lunga dichiarazione dove elencava «le impressionanti parole di ben tre esponenti della destra romana che hanno attaccato Fini per le coraggiose parole sul fascismo», per concludere con un «ma Alemanno non si dissocia dai nostalgici».

da ilmessaggero.it


Titolo: Alitalia, la lettera di Veltroni.
Inserito da: Admin - Settembre 23, 2008, 09:47:20 pm
Il segretario del pd scrive a Berlusconi

Alitalia, la lettera di Veltroni

«Il governo convochi le parti: ci sono 3 strade da percorrere»



Signor Presidente,
la vicenda Alitalia rischia di giungere rapidamente ad un esito tragico. Le scrivo per rinnovare l'impegno del Partito Democratico a concorrere alla ricerca di una difficilissima soluzione positiva e per chiederLe di assumere immediatamente un'iniziativa volta ad uscire dalla paralisi che si è determinata dopo il ritiro dell'offerta di Cai.

Noi del Partito Democratico abbiamo formulato un giudizio di durissima critica alle scelte da Lei operate - sulla questione di Alitalia - prima nella stagione di governo 2001-2006, poi nel corso dell'ultima campagna elettorale. Oggi tutti lo possono vedere meglio: la soluzione Air France era certamente più solida sul piano industriale e più efficace sul piano delle garanzie sociali. E aveva il merito di inserire, in maniera non subalterna, la compagnia di bandiera all'interno di una grande e consolidata realtà internazionale del trasporto aereo. Non ho dubbi circa il fatto che siano state proprio in quelle settimane le Sue scelte ad alimentare sproporzionate aspettative da parte di alcune delle organizzazioni sindacali.

Ma non Le scrivo per ribadire questi giudizi, purtroppo confermati dall'evoluzione degli eventi di queste ore. Le scrivo per avanzare tre proposte. Parto dal fatto che oggi tutti i protagonisti fondamentali avvertono l'urgenza di un fatto nuovo, ma nessuno sembra in grado o intende muoversi dalla posizione in ultimo assunta. Il Governo - anche agendo tramite l'azionista - può e deve superare questo stallo. Convochi dunque le parti, immediatamente, e determini un fatto nuovo: senza accettare né veti né soluzioni preconfezionate. Di fronte all'incombere del fallimento, il Governo non può dire di avere già fatto tutto quello che poteva, perché non è vero.

Signor Presidente, il tempo è pochissimo. Troppo ne è stato sprecato da marzo ad oggi, fino ad arrivare al limite temporale delle possibilità di sopravvivenza dell'azienda. Tuttavia noi, senza sconti sulle responsabilità politiche di questi anni, faremo quanto è possibile per aiutare tutte le parti a modificare, almeno in parte, le proprie posizioni. Ma il Governo deve favorire con una sua iniziativa urgente il riposizionamento di tutti gli attori.

Ci sono tre strade possibili: 1. che la Cai faccia un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono; 2. che ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri, che, da soli o con Cai, potrebbero acquisire, rispondendo al bando tardivamente pubblicato dal commissario, un ruolo rilevante nella salvezza e nello sviluppo di Alitalia. 3. che il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a Cai e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza. Il nostro giudizio sulla vicenda della nostra compagnia nazionale è molto severo ma questo non ci impedisce di operare positivamente, come sempre, nell'interesse esclusivo del Paese.

Walter Veltroni
23 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Massimo FRANCO E ora c'è la corsa a rivendicare il merito di un'intesa
Inserito da: Admin - Settembre 25, 2008, 02:43:59 pm
LA NOTA

E ora c'è la corsa a rivendicare il merito di un'intesa

Una partita tra governo e sindacati. Con qualche braccio di ferro di troppo


Lo schermo delle rigidità contrapposte si sta sfaldando. E di colpo si intravede una soluzione. L'incontro di ieri sera del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, col sottosegretario Gianni Letta ha fatto intuire che la mediazione stava funzionando. In più, la convocazione delle parti oggi a Palazzo Chigi è stata subito salutata come un preannuncio dell'accordo dal leader del Pd, Walter Veltroni. Con una postilla maliziosa per Silvio Berlusconi: che se all'intesa si arriverà, non sarà merito del premier. È la risposta polemica agli attacchi arrivati nelle ultime ore contro Veltroni, accusato di giocare allo sfascio su Alitalia, boicottando l'intesa per colpire il governo.

Forse è ancora presto per ritenere la trattativa chiusa positivamente. Alcune delle incognite che hanno tenuto in bilico la situazione non sono state cancellate: a cominciare dall'atteggiamento dei piloti, almeno fino a ieri i più tetragoni nel dire no insieme alla Cgil. Ma ora i toni sono diventati meno pessimistici. E certamente la comparsa non di uno, ma di due possibili soci di minoranza europei, Lufthansa e Air France, ha rafforzato implicitamente Cai, la cordata italiana messa in piedi da Berlusconi. Il segno più vistoso di questo mutamento è il modo in cui governo e opposizione hanno cominciato ad attaccarsi. Appena due giorni fa, lo scontro era su chi puntasse a far fallire Alitalia e a provocare decine di migliaia di licenziamenti; insomma, sulla responsabilità del disastro. Adesso, la contesa si sposta sui meriti del possibile successo: con uguale virulenza, e con la voglia neppure troppo nascosta di accreditarsi come veri registi della svolta. «Berlusconi sa benissimo chi ha tirato fuori da questo impaccio non il governo ma il Paese», ha dichiarato Veltroni dagli schermi del Tg1. «Il suo governo ha gestito questa vicenda come peggio non si poteva».

Ha aggiunto che le cose si sono mosse per due «fatti nuovi » e risolutivi: un passo in avanti di Cai e l'interesse dei soci esteri. Poi, sibillino, ha adombrato qualche merito per ora misterioso. Per misurare l'esistenza di queste novità bisognerà aspettare oggi. Ma è difficile dare torto all'economista del Pd, Nicola Rossi, quando vede errori nella maggioranza e nel centrosinistra. Anche se sopravvalutare il ruolo dell'opposizione nella vicenda sarebbe sbagliato: in positivo e in negativo. Nelle convulsioni della trattativa, il Pd ha contato relativamente.

Semmai, hanno pesato la forza e ancora di più le debolezze sindacali; e un atteggiamento di alcuni settori del governo, così duro e umiliante per gli interlocutori da aver rischiato di far saltare tutto. Forse Berlusconi punta il dito contro Veltroni anche per velare questo errore di metodo; e per politicizzare una vicenda che in realtà ha avuto come principali protagonisti il governo e il sindacato. Il fatto che sia Palazzo Chigi a concludere la trattativa sottolinea il protagonismo dell'esecutivo. Un successo ridarebbe al premier la corona del vincitore: seppure un po' ammaccata da un braccio di ferro che in qualche passaggio è apparso inutile e azzardato. È l'abbaglio tipico di chi vuole stravincere.

Massimo Franco
25 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Fabrizio Roncone Berti: Air France? Merito nostro.
Inserito da: Admin - Settembre 25, 2008, 03:10:16 pm
Il negoziato Alitalia a una svolta

I piloti: «Non abbiamo mollato»

Berti: Air France? Merito nostro.

Notaro: eravamo irriducibili, adesso le cose cambiano


ROMA — Il comandante Fabio Berti, gran capo dell'Anpac, è stanco, ha le occhiaie, il nodo della cravatta allentato, il ciuffo storto e alle otto della sera non è davvero più il «comandante piacione » (Maria Corbi, ieri, sulla Stampa) visto in giro sui tiggì. Però, sorride. Gli hanno appena letto un lancio dell'agenzia Ansa: per l'Alitalia c'è, di nuovo, l'interesse di Air France. «Capito perché abbiamo fatto bene a non mollare subito?...». Ci mettiamo seduti. Arriva anche Massimo Notaro, il presidente dell'Unione piloti, l'altro irriducibile. Pure lui di buon umore. «Allora, facciamo così: se questa storia dovesse diventare una fiction televisiva, e se davvero Berti ha detto a Klaus Davi di somigliare a Raoul Bova, io voglio essere interpretato da Jack Nicholson...». Berti, rilassato: «Sull'argomento, mi sono già espresso: chi s'azzarda a scrivere questa roba, si becca una querela».

Chiacchiere, battute, sigarette. Mentre arriva pure un'altra notizia: Palazzo Chigi convoca i sindacati. «Beh, se convoca anche noi — dice Notaro — è chiaro che andiamo ». A fare cosa? A firmare? Abbassano la testa. Notaro tossisce, Berti comincia a raccontare la telefonata avuta, in mattinata, con Silvio Berlusconi. «Mi chiama e mi fa, diritto, senza indugi: guardi che la situazione è grave, la Cai è l'unica soluzione, lei cerchi di essere ragionevole... ». Naturalmente, la cosa interessante sarebbe capire il tono usato dal premier, anche se è piuttosto agevole immaginare quale possa essere stato (se non brusco, almeno deciso). Berti, comunque, sostiene di avergli risposto così: «Io, signor presidente, sono consapevole di quanto grave sia la situazione, sto facendo tutto il possibile, ma questo, ecco, io spero proprio che lo stia facendo anche lei».

Adesso però parliamo meglio di Air France. Berti, la scena comincia ad affollarsi... «È evidente che sul dopo chiusura della trattativa si stagliano un paio di ipotesi: quella francese e quella tedesca. Che, strategicamente, non sono uguali». Perché? «Perché Air France progetta su Roma, Lufthansa su Milano ». E siccome il piano di Cai è impostato su Milano... «A me sembra assai più probabile l'ipotesi tedesca». Ecco, questo è strano: va bene l'atmosfera non più tesa, nervosa, polemica dei giorni scorsi; solo che ora, mentre Berti si sbilancia sulle future alleanze di Cai, immaginando gli scenari del dopo trattativa, Notaro addirittura già parla — i tempi dei verbi, nelle vicende sindacali, hanno un peso rilevante — al passato. «Vede, in fondo noi siamo stati irriducibili perché...». Sono le dieci, è notte. Dove state andando? «A Palazzo Chigi».

Fabrizio Roncone
25 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Epifani: salari difesi. Uil: 3250 esuberi
Inserito da: Admin - Settembre 25, 2008, 06:48:27 pm
Intanto Air France punta al 10-20% di Cai

Alitalia, la Cgil sceglie di firmare

Epifani: salari difesi. Uil: 3250 esuberi

Vertice a Palazzo Chigi , Letta: «Riannodati i fili della trattativa».

Il sì dopo le «integrazioni» al piano Fenice



MILANO - Per Alitalia è il giorno della speranza. La Cgil ha firmato il piano, dopo aver letto le integrazioni proposte dalla Cai. Resta ora da verificare quale sarà la posizione delle organizzazioni dei piloti e degli assistenti di volo attesi a Palazzo Chigi per firmare (o respingere) l'accordo siglato dalle organizzazioni sindacali confederali. «Oggi - ha annunciato il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola dopo la firma dell'accordo - il commissario Augusto Fantozzi chiederà e otterrà la proroga delle licenze da parte dell'Enac». Intanto Fantozzi ha fatto sapere che la nuova Alitalia nascerà a metà ottobre, spiegando di aver ricevuto una lettera da Colaninno con la «revoca della revoca». «Il termine dell'offerta di Cai ora è fissata al 15 ottobre» ha detto Fantozzi.

EPIFANI - Soddisfatto il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: «Si è raggiunta un'intesa complessiva assolutamente positiva, anche tenendo conto di alcuni chiarimenti e aggiunte» ha detto il leader della Cgil, spiegando a riguardo l'importanza delle integrazioni apportate al piano in tema di precariato e salari: l'azienda userà infatti, ha spiegato il leader sindacale, «quel bacino di precari, dando così speranza a centinaia e centinaia di lavoratori per i quali non c'era nulla». Il segretario della Cgil ha sottolineato, inoltre, «l'effettiva invarianza retributiva di tutto il personale a terra» con, tra l'altro, la conferma della maggiorazione notturna e la rinuncia, da parte della Cai, alle restrizioni sui trattamenti di malattia e sulle indennità. Quanto a piloti e assistenti di volo la decurtazione della retribuzione del 6-7% sarà recuperata con incremento della produttività. «Confido - ha aggiunto Epifani - che sia possibile da parte degli assistenti di volo e dei piloti, riflettere per vedere come anch'essi possano contribuire a questo piano di rilancio e di risanamento dell'azienda». Se i piloti e gli assistenti di volo non dovessero firmare l'accordo, vi sarebbe, ha spiegato inoltre Epifani, un «problema di rappresentatività» e occorrerebbe pensare «a meccanismi democratici di convalida dell'accordo».

ESUBERI E ASSUNZIONI - Circa gli esuberi, il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti ha spiegato che la Cai assumerà 12.500 dipendenti di Alitalia, mentre per 3250 sono previsti gli ammortizzatori sociali. «Purtroppo - ha però ammesso il numero uno della Uil - nessuno ci ha mai chiarito con precisione quanti sono i dipendenti di Alitalia e Airone». Nell'allegato ai protocolli firmati su Alitalia a Palazzo Chigi da Cgil, Cisl, Uil e Ugl, la Cai ha dato la propria disponibilità ad avvalersi per il prossimo triennio di mille unità complessive di personale che negli ultimi 36 mesi abbia prestato la propria opera a favore di società dei Gruppi Alitalia e Airone con contratto di lavoro a tempo determinato. Da parte sua il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha fatto sapere che«chi non verrà assunto dall'Alitalia o dalle società collegate avrà una robusta integrazione del reddito con la cassa integrazione. C'è un forte impegno per la loro ricollocazione - ha spiegato il ministro -. I primi ad essere selezionati, anche per lavori a tempo determinato, saranno i cassintegrati che avevano un lavoro a tempo indeterminato. Poi sarà la volta di chi aveva un contratto a tempo determinato». Per quanto riguarda il trattamento di malattia, si legge nel testo firmato, le integrazioni concordate prevedono «la conservazione del posto per 12 mesi. In caso di malattia/inidoneità per causa di servizio a partire dal primo giorno di assenza e per i primi 8 mesi il lavoratore percepisce la normale retribuzione, per i successivi il 50%. In caso di malattia/inidoneità non per causa di servizio, a partire dal primo giorno di assenza è corrisposto il 100% della normale retribuzione per i primi 6 mesi, il 50% per i mesi successivi«. Per quanto riguarda le qualifiche degli assistenti di volo (che sono assistente di volo responsabile, assistente di volo responsabile di seconda e assistente di volo) «vengono previsti livelli retributivi intermedi tra quelli dell’assistente di volo responsabile e l’assistente di volo. Fermi restando i limiti quantitativi minimi di composizione degli equipaggi e la possibilità di operare con equipaggio ridotto - si legge nel documento - per indisponibilità improvvisa di qualsiasi membro di equipaggio che non consenta la sostituzione, limitatamente alle attività di volo di lungo raggio è previsto l’impiego di un assistente di volo responsabile di seconda con compiti di coordinamento del servizio economy. Sull’attività di corto-medio raggio possono essere indistintamente ed alternativamente impiegati assistenti di volo responsabili e assistenti di volo responsabili di seconda».

PARTNER STRANIERO - Il partner straniero che entrerà come socio di minoranza della Cai resta ancora da scegliere. «Non c'è alcuna novità sul partner internazionale. Sarà la Cai a sceglierlo» ha detto il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Epifani da parte sua ha apprezzato comunque l'impegno chiaro della compagnia guidata da Roberto Colannino a prevedere fin dall'inizio un ruolo per il socio internazionale: «Aver messo una parola di chiarezza sul partner internazionale offre una garanzia in più» ha detto il numero uno della Cgil. Gli incontri e le mediazioni che si sono susseguiti per tutta la giornata di mercoledì sembrano dunque avere dato i frutti sperati. L'agenzia ApCom ha annunciato che, stando a non precisate fonti industriali, Air France è particolarmente interessato all'operazione e per questo potrebbe rilevare una partecipazione tra il 10% e il 20% nel capitale Alitalia.

LA MEDIAZIONE - Il confronto tra le sigle sindacali e i rappresentanti della nuova compagnia, con la mediazione dell'esecutivo, è tuttora in corso a Palazzo Chigi. Il sottosegretario Gianni Letta ha spiegato che il governo ha «convinto Cai a riproporre l'offerta»: «Abbiamo riannodato - ha spiegato Letta - i fili di un discorso che si era interrotto, ma non compromesso». Lo stesso Letta ha provato a districare il nodo della mancata firma formale di Cgil: è stato «accertato il consenso della Cgil» sui due documenti, ha precisato. Ora, si parte dai due protocolli sui quali c'era già l'assenso di Cisl, Uil e Ugl. «Dopo questa firma, terremo aperto il tavolo fino alle 20, dopo aver preso atto della firma dei quattro sindacati», ha annunciato, sottolineando che Cai «ha dato i chiarimenti chiesti ai sindacati sui protocolli» e che «sono stati chiariti anche i dubbi di interpretazione sui precari». Il verbale con le precisazioni di Cai, ha spiegato ancora Letta, diventerà parte integrante dei due protocolli, cioè quello sull'accordo quadro e quello sul nuovo contratto di lavoro dei dipendenti della nuova Alitalia.

ASSEMBLEA DEGLI ASSISTENTI DI VOLO - È cominciata intanto all'aeroporto di Fiumicino l'assemblea dei piloti e assistenti di volo convocata da Anpac, Up, Avia e Sdl. «Qualsiasi decisione per quanto riguarda l'Sdl, sarà comunque sottoposta alla consultazione dei lavoratori. Questa è la proposta che faremo in assemblea ai lavoratori». Lo ha detto Andrea Cavola, della segreteria nazionale dell'Sdl. Per primi hanno preso la parola i rappresentanti della delegazione trattante, Fabrizio Tomaselli, mentre si attende ancora l'arrivo dei rappresentanti dell'Up e Anpac che sono stati a colloquio con Colaninno e Letta a Palazzo Chigi. È presente, inoltre, il presidente di Avia, Antonio Divietri.

PILOTI - «La nostra posizione è quella di poter firmare un accordo quadro solo se sarà accettato un documento integrativo che non altera l'accordo quadro ma lo integra con cose importanti». Così roberto spinazzola, segretario generale dell'Unione piloti, secondo il quale «i piloti escono sconfitti» visto che altri hanno ottenuto qualcosa e loro no.
«La trattativa è ancora in corso, ma uno spiraglio c'è» ha detto invece Francesco Barbato (Anpac) durante il suo intervento all'assemblea dei dipendenti di Alitalia




25 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Bonaiuti e Cicchitto. La voce dei servi sciocchi si sente in ogni occasione.
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 10:22:53 am
ECONOMIA    Il segretario del Pd replica a Porta a Porta alle accuse lanciate ieri da Berlusconi

E rivendica: "Quarantott'ore fa ho messo insieme Colanninno ed Epifani"

Veltroni: "Accordo sbloccato dal Pd Letta in disaccordo col premier"

Ma Bonaiuti lo contesta: "Vuol prendersi il merito, ma non convince nessuno"
 


ROMA - Il premier Silvio Berlusconi lo aveva accusato ieri, prima di lasciare Roma, del precedente fallimento dell'accordo Cai-sindacati, ma il segretario del Pd Walter Veltroni non ci sta, e, nella trasmissione Porta a Porta, replica per le rime: "Non mi sono assunto nessun merito ma, informando il governo, ho cercato di dare una mano per la soluzione di una vicenda gestita malissimo. Ed invece Berlusconi, pur sapendo quello che stavamo facendo, mi ha attaccato. Basta con gli spot, i fuochi d'artificio, il bullismo al governo".

E' durissimo lo scambio di accuse tra maggioranza e opposizione, proprio mentre invece all'interno del sindacato si è restaurato un sostanziale accordo, al quale plaude il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: "Non posso che esprimere soddisfazione", dice. Riferendosi poi in particolare alla Cgil, aggiunge: "Mi fa piacere che dopo un primo rifiuto abbia firmato", auspicando uno stesso "atteggiamento" anche sul tavolo di riforma del modello contrattuale.

Tutt'altra musica in politica: "Quarantott'ore fa ho messo insieme le due persone con la maggiore responsabilità in questa vicenda, cercando di favorire un'intesa", rivendica Veltroni, riferendosi a Colaninno ed Epifani. Per il segretario del Pd, "il vero problema è l'atteggiamento del governo verso i sindacati: io ho lavorato a un punto d'intesa. Era così difficile farlo? Perché si è scelto di sbattere la porta in faccia ai sindacati? Questo è l'abc della trattativa...".

Della maggioranza, nella vicenda Alitalia Veltroni 'salva' solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta: "Letta sembra un libero professionista, perché nel governo precedente aveva un peso molto maggiore che in questo dove alcuni ministri pesano di più. Sono sicuro che Letta non ha vissuto con piacere quella scelta di sbattere la porta in faccia ai sindacati".

Ma diversi esponenti del centrodestra replicano con altrettanta durezza al segretario del Pd: "Veltroni vuol prendersi il merito di aver mantenuto insieme imprenditori e sindacati. Ma fino a due giorni addietro ha fatto esattamente il contrario: li ha divisi", accusa Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e portavoce di Silvio Berlusconi.

"Quando il gioco della sinistra è stato scoperto - dice Bonaiuti - quando ha capito che aveva contro la stragrande maggioranza degli italiani, solo allora Veltroni ha cercato di ribaltare la strategia, ma le sue parole non convincono più nessuno".

"L'onorevole Veltroni non può cambiare le carte in tavola. In una prima fase - afferma Fabrizio Cicchitto capogruppo alla Camera del Pdl- ha giocato al tanto peggio tanto meglio, puntando a far fallire l'operazione cai. Quando ha tardivamente capito che c'era contro di lui una rivolta dell'opinione pubblica, allora ha fatto marcia indietro, cercando, come è suo solito, di imbrogliare le carte e addirittura di accreditarsi come il maieutico protagonista della vicenda. In effetti, Veltroni quando non è paradossale è comico, quasi sempre inattendibile".

Dello stesso tenore la replica del presidente del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: "E' davvero sgradevole il linguaggio offensivo usato da Veltroni tornato dalle vacanze americane ancora più arrogante. Si attribuisce meriti non suoi per recuperare una credibilità che non ha e non avrà mai più. L'azione di Berlusconi, di Letta, di Matteoli, di Sacconi, di Scajola ed altri esponenti del governo è stata decisiva. Veltroni ancora una volta ha fatto prevalere la sua pochezza sulla verità".

Con Veltroni polemizza anche il ministro dei Trasporti Altero Matteoli: "Il Pd non può rivendicare alcun merito nella trattativa Alitalia. Figurarsi se può intestarsi il merito dell'accordo Veltroni che lo ha ostacolato fino a poche ore fa". Per Matteoli il merito è del governo "che non ha mai smesso di crederci".

Il ruolo del segretario del Pd nella vicenda Alitalia viene sminuito anche dal leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: "Veltroni senza aver fatto nessuna manifestazione con gli operai dice che grazie a lui gli operai ce l'hanno fatta. Ma gli operai non ce l'hanno fatta, hanno solo subito".

(25 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: Il leader Pd: «Sacconi è livido, voleva far saltare tutto».
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 10:34:20 am
«Ho cercato 48 ore fa di creare le condizioni per una nuova proposta cai»

Veltroni: ho aiutato a evitare una tragedia

Il leader Pd: «Sacconi è livido, voleva far saltare tutto».

E lui: incredulo



ROMA — «È un fatto positivo per i lavoratori e la compagnia. È quanto mi aspettavo ed è quanto ho detto che sarebbe accaduto». È passato appena un minuto dalla notizia dell'accordo tra Cai e Cgil. E il segretario del Pd, Walter Veltroni, accusato due giorni fa da Silvio Berlusconi di ostacolare la soluzione per l'Alitalia, comincia a togliersi altro che sassolini dalle scarpe. «Ho dato una mano per evitare una tragedia, tenendo relazioni con Colaninno e i sindacati, e ho informato Gianni Letta» dirà poco dopo a Porta a porta, su RaiUno.

Il momento chiave «è stato 48 ore fa. Allora la vicenda era drammaticamente conclusa. Ho cercato di far fare un passo avanti alla Cai, di creare le condizioni per una nuova proposta, e la disponibilità dei sindacati» racconta Veltroni, mentre dal Pd filtra la notizia di un suo incontro, martedì, con Colaninno ed Epifani. «Questo è il ruolo di una forza responsabile. Se non lo fossimo avremmo evitato di intervenire, e la tentazione era forte — sottolinea Veltroni —, viste le dichiarazioni bellicose di Berlusconi contro di noi» aggiunge il segretario del Pd. «Un attacco a freddo, per paura che il merito di una soluzione positiva fosse spostato su di noi. Io non partecipo a questo gioco infantile, prima viene l'interesse del Paese», aggiunge Veltroni. Che poi, però, attacca a testa bassa. Berlusconi che «non è qui, partito per una destinazione che non conosciamo», ma anche quello che «non risponde sul fascismo, forse per l'influenza delle camicie che mette», nere, «a metà tra i Sopranos... e il passato». Attacca il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «che voleva far saltare la trattativa per dare un colpo a qualcuno, e ora ha lo sguardo livido», e che replica «con incredulità e sconcerto per l'ennesima personalizzazione della lotta politica». Salva solo Gianni Letta, Walter Veltroni: uno «che ha la mia stessa cultura istituzionale», che «non ha avuto piacere per la porta che Berlusconi ci ha sbattuto in faccia», ma che «è poco più di libero professionista in questo esecutivo».

Un governo dominato dal «bullismo», «spot e fuochi d'artificio», dice Veltroni. Glissando sui rapporti interni al Pd: «Con D'Alema i rapporti sono buoni e cattivi, come in ogni partito. In genere è meglio se c'è il sole...». Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, lo attacca: «Vuol prendersi il merito di aver tenuto insieme imprenditori e sindacati, ma fino a tre giorni fa ha fatto esattamente il contrario». Ma lo attacca pure Antonio Di Pietro. «Veltroni arriva all'ultimo minuto — dice il leader dell'IdV — e, senza aver partecipato a nessuna manifestazione con gli operai, dice che grazie a lui gli operai ce l'hanno fatta».

Mario Sensini
26 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Rinaldo Gianola. Colaninno: «Ha vinto il Paese»
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 06:33:18 pm
Colaninno: «Ha vinto il Paese»


Rinaldo Gianola


«È un bel passo in avanti. Lo so che la politica continua a litigare, ma dovrebbe essere felice in questo momento: tutti hanno dato una mano per risolvere una crisi drammatica». Roberto Colaninno, presidente della Cai, mangia un biscotto al volo prima di incontrare i rappresentanti della Lufhtansa, comunicare a Bruxelles la svolta di Palazzo Chigi, attendere le decisioni dell’Enac, parlare con Fantozzi...

Insomma, l’accordo raggiunto con Cgil, Cisl, Uil e Ugl è un passaggio importante, ma la partita è molto delicata e non è certo finita, come spiega il presidente di Cai in questa conversazione con l’Unità. «Soddisfatto? Certo che sono soddisfatto, abbiamo fatto un grande balzo in avanti: pochi giorni fa c’erano solo macerie e adesso vediamo la luce in fondo al tunnel.«Mi piace pensare in questo momento che al salvataggio dell’Alitalia abbiano concorso il governo, l’opposizione, i sindacati e le imprese italiane che stanno mostrando un grande coraggio a prendersi sulle spalle questa azienda» spiega Colaninno, finendo il biscotto e minacciando di interrompere il nostro colloquio. Colannino, piaccia o no, è un imprenditore che ha una particolare predisposizione a infilarsi nei “guai”. Nel settembre 1996, mentre se ne stava beato nella sua opulenta Mantova a guidare un’azienda di componentistica (la Sogefi), venne chiamato da Carlo De Benedetti per guidare l’Olivetti che navigava in pessime acque. Circa tre anni dopo con la ritrovata Olivetti si cimentò nella scalata a Telecom, la più grande offerta pubblica di acquisto mai realizzata in Italia, che gli procurò fama e prestigio, ma anche il perenne risentimento dei vecchi salotti della finanza nazionale e addirittura il sospetto di essere un «imprenditore di sinistra». Un ossimoro, nell’Italia del terzo millennio. Nel luglio 2001, dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni, venne simpaticamente accompagnato alla porta di Telecom, abbandonato dai suoi ex alleati padani e sostituto da Marco Tronchetti Provera. Ma le stagioni del capitalismo italiano sono così veloci e sorprendenti che non si fa in tempo a respirare che, et voilà, è già cambiato tutto: anche Tronchetti Provera è fuori dalla Telecom e oggi, mistero del potere e degli affari, sta nella stessa cordata di Colaninno per il progetto Alitalia.

E adesso, dopo che persino la Cgil ha firmato, che succede? «Cosa deve succedere? Bisogna lavorare sodo, ci vogliono anni per conquistare il pareggio, ragazzi non è che stiamo trattando un gioiello...». Non c’è dubbio, tuttavia, che la firma dei sindacati confederali e dell’Ugl, l’accettazione del piano Cai, siano per Colaninno un incoraggiamento ad accelerare. Anche se con i sindacati ha sempre qualche fronte aperto: ieri i metalmeccanici della sua Piaggio di Pontedera hanno proclamato otto ore di sciopero per la rottura delle trattative sull’integrativo. Riprenderà la trattativa, così come il filo del negoziato non si è mai interrotto definitivamente per Alitalia, nemmeno quando sembrava tutto fallito. In questi giorni i vertici di Cai, anche dopo il ritiro formale dell’offerta, hanno tenuto i contatti con la politica e il sindacato.

Colaninno non vorrebbe svelare i segreti di questi giorni, ma uno strappo lo fa. «Se siamo arrivati a un accordo il merito è di Gianni Letta che non ha mai mollato: ha fatto un lavoro straordinario» riconosce. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, si racconta anche negli ambienti sindacali e del pd, si è speso in un’opera di tessitore di una trama che perdeva pezzi da tutte le parti. Fino a una ricomposizione finale che ha prodotto un risultato insperato solo pochi giorni fa. E gli altri? «Cisl, Uil e Ugl sono stati molto coraggiosi e hanno avuto ragione, si sono tirati dietro anche la Cgil». Ma proprio con Guglielmo Epifani c’è stato l’incontro decisivo, che ha sciolto le paure e le ambiguità di una tormentata trattativa, organizzato da Walter Veltroni. «L’invito di Veltroni mi ha fatto piacere, così come non mi è mai mancato l’incoraggiamento di Berlusconi, che ha sempre creduto al successo della proposta italiana» concede Colaninno, con encomiabile spirito bipartisan che se fossimo il Corriere della Sera, sempre alla ricera di improbabili “Commissioni Attali” e di inciuci di varia natura, ci faremmo addirittura il titolo. E le voci di incomprensioni, la voglia di fuga di alcuni soci della Cai? «Tutte balle» giura il capo cordata, secondo cui tutti sarebbero «felici e ben motivati» nel portare a compimento il progetto di risanamento e di rilancio di Alitalia. Un progetto che, giunti a questo punto, suscita un luingo respiro di sollievo anche da parte di Corrado Passera e di Gaetano Miccichè, i due banchieri di Intesa SanPaolo custodi di Colaninno e della cordata, che hanno buttato in questa partita competenza e ambizione. Ma se fosse andata male, probabilmente non sarebbero arrivati a mangiare il panettone.

Certo adesso bisognerà affrontare la Commissione Ue, e non sarà un gioco, le città che temono ricadute sociali drammatiche dei tagli (da Milano a Roma, con i loro aereoporti), e scegliere l’alleato strategico straniero. Qui la riservatezza è d’obbligo, ma non è certo un mistero che in queste ore a Roma e attorno a Colaninno stanno crescendo trame e pressioni di Air France e Lufthansa che vogliono mettere un piede, e anche qualche cosa di più, nel ricco mercato italiano dei voli. Tuttavia, la partita dell’alleanza strategica potrebbe essere per Colaninno la prima carta importante da giocare per ottenere soldi, sinergie, cooperazione. La nuova Alitalia, quando decollerà tra un paio di settimane se tutto filerà liscio, sarà libera da debiti, con un organico ridotto e prospettive di arrivare al pareggio in un paio d’anni. La gloriosa vecchia Alitalia è affondata in un classico disastro italiano, con responsabilità da suddividere tra molti, ma pagano i lavoratori e i contribuenti. Adesso vediamo cosa sanno fare i privati, ma mettiamo in chiaro una cosa: se la nuova Alitalia rinnoverà antichi successi sarà merito di tutti, se va male sarà colpa di Colaninno e dei suoi amici.

Pubblicato il: 26.09.08
Modificato il: 26.09.08 alle ore 8.47   
© l'Unità


Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Ottobre 01, 2008, 10:34:42 pm
Il leader dell'Idv aveva invitato il presidente ad andare oltre la moral suasion sulle questioni vigilanza Rai ed elezione di un giudice della consulta

Veltroni in difesa di Napolitano "Inaccettabili critiche di Di Pietro"

E si riaccende lo scontro sulla candidatura di Orlando

 

ROMA - ''Considero le critiche rivolte da Di Pietro al Presidente Giorgio Napolitano quanto di più inaccettabile''. Ad affermarlo è il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni aggiungendo che ''Napolitano sta garantendo il rispetto della Costituzione e delle regole, mai animato da spirito di parte e con una scrupolosa coscienza del ruolo di custode e di garante che gli è assegnato dalle norme costituzionali. Ogni attacco a lui, perciò, appare cieco e strumentale''.

Il leader dell'Italia dei Valori aveva sostenuto che Napolitano sulle questioni vigilanza Rai ed elezione di un giudice della consulta debba assumere iniziative che "vadano ben oltre la moral suasion", "che vuol dire tutto e niente, nella Costituzione non c'è scritto che il presidente fa la moral suasion ma che scrive messaggi alle Camere, fa interventi e mette in mora chi non fa il proprio dovere...".

Un invito che non voleva essere una critica, ha precisato successivamente Di Pietro, quanto piuttosto un appello.

Ma intanto, a proposito di una delle due questioni aperte, l'elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro in un'intervista al Corriere della Sera si scaglia contro Di Pietro: "che con le sue dichiarazioni danneggia l'elezione di Orlando. Tanto a difendere Orlando ci pensiamo noi...", conclude.

In effetti l'elezione di Orlando, candidato dell'Idv sostenuto dal centrosinistra, appare sempre più difficile. Di Pietro ha negato oggi che ci siano divisioni nel centrosinistra sul candidato, mentre il Pdl appare sempre più deciso sul fronte del no.

"Di fronte a questo caos - ha detto infatti il presidente del Pdl al Senato Maurizio Gasparri - noi dovremmo scegliere come elemento di garanzia un esponente del partito di Di Pietro, che anche ad avviso di Veltroni non rispetta le istituzioni? Ma di che cosa stiamo parlando? La gestione delle istituzioni democratiche è cosa troppo seria perché abbia a che fare con Di Pietro e le sue propaggini".

(1 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: Associazione Coscioni: “Betori conferma politica prona al Vaticano”
Inserito da: Admin - Ottobre 01, 2008, 10:37:48 pm

Pd: Rutelli e Veltroni per una “moderna laicità”

1 ottobre 2008,  | Valentino Salvatore

Francesco Rutelli, esponente cattolico del Pd, fonda una nuova associazione del Pd: si chiama PeR, acronimo di “Persone e Reti”, che riunisce cattolici rutelliani e teodem (hanno aderito tra gli altri Luigi Bobba e Paola Binetti, ma non Enzo Carra). Nel documento di presentazione si legge che tale assocazione vorrebbe “rinnovare la cultura politica democratica e ricostruire una presenza popolare ancorata ai valori fondanti della Repubblica e ispirata al Magistero sociale della Chiesa”. Walter Veltroni afferma che il documento è “un contributo rilevante e utile” per il Pd. Durante una tavola rotonda sulla laicità con Rutelli, Pier Ferdinando Casini dell’Udc e Maurizio Lupi del Pdl, Veltroni ha paventato il rischio di una “società senza valori”, affermando che il legame tra politica e religione non è solo “patologia”, ma anche “fonte di solidarietà, rilancio umanistico”.
Veltroni plaude al tentativo di “cercare di costruire sintesi nuove per una moderna laicità”, in modo che la religiosità possa “esprimersi ed entrare nella vita pubblica senza imporsi. Permane l’ambito della libertà di coscienza che non è la ratifica delle differenze ma ricerca costante di punti di sintesi raggiungibili”. “Questioni di coscienza” continua il segretario del Pd “non vanno censurate perchè se c’è dialettica è una ricchezza per la politica, anzi mi spaventerebbe una politica in cui c’è la disciplina della maggioranza”. Veltroni afferma che bisogna “far convivere il principio di libertà con quello di responsabilità, perchè in una società senza valori alla scienza viene voglia di imporre le sue regole”.
I cattolici del Pd dichiarano che vada superata la “laicità ostile alla religione” di tradizione francese, ritenuta “un’impostazione non condivisibile e che mortifica i cattolici”. Per temi etici, vero e proprio “banco di prova” del Pd, il PeR non esclude alleanze trasversali: “una legge sulla vita e la morte richiede maggioranze qualificate, non può essere approvata, magari per un voto, da un solo schieramento”, afferma Paola Binetti. Questa “moderna laicità” sembra proprio una brutta copia della “sana laicità” di ratzingeriana memoria.



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Associazione Coscioni: “Betori conferma politica prona al Vaticano”

1 ottobre 2008,  | Valentino Salvatore

Alessandro Capriccioli, membro della giunta dell’Associazione Luca Coscioni e responsabile di Soccorso Civile, commenta così le affermazioni di ieri di Betori: “confermano che la politica è prona alle imposizioni vaticane e incurante dell’opinione dei cittadini”. Betori infatti ha detto apertamente che la Chiesa non accetta il principio di autodeterminazione del paziente e che una legge è necessaria proprio per impedire certe “derive”, preferendo accantonare il concetto di testamento biologico.

Capriccioli ricorda che il testamento biologico è uno strumento “non necessariamente finalizzato a interrompere la vita, ma piuttosto a decidere ‘come vivere’ (anche nel senso di voler proseguire le terapie anziché interromperle)”. “La contrarietà al principio di autodeterminazione apertamente enunciata da Betori”, prosegue “è il criterio ispiratore, non dichiarato apertamente ma ampiamente sottinteso, sul quale sembrano convergere gli sforzi di ampie parti della politica per raggiungere una cosiddetta ‘mediazione’”.

Capriccioli conclude che negare la possibilità di sospendere idratazione e alimentazione e non voler considerare valide le dichiarazioni anticipate sia “un criterio di stampo marcatamente confessionale, e quindi assolutamente inaccettabile in uno stato di diritto, nel quale le dichiarazioni dei vertici ecclesiastici dovrebbero eventualmente vincolare i comportamenti individuali dei credenti, ma non le scelte operate dai politici; specie alla luce del fatto che una legge integralista e confessionale sul testamento biologico, quale essa si profila a giudicare dalle ultime dichiarazioni di alcuni suoi promotori, sarebbe in contrasto anche nel merito con il parere di gran parte dell’opinione pubblica”.


da UAAR ULTIMISSIME


Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2008, 12:20:59 am
Il leader Pd alla segreteria del Partito: "Il centrodestra distrugge la vita di comunità"

"Non ci dobbiamo abituare ai sondaggi, ma rappresentare una alternativa morale"

Veltroni: "Sulla sicurezza il governo appaga gli istinti belluini della gente"

Il segretario lancia la terza fase della vita del partito: "Arginare compatti l'involuzione sociale e politica del paese".

Cicchitto (Pdl): "Il solito comizio in vista del 25 ottobre"

 

ROMA - Berlusconi "intollerabile perchè mente su tutto" ed è capace "solo di fare spot". Ma soprattutto quello del Cavaliere è un "populismo pericoloso" le cui conseguenze possono portare a "una moderna svolta autoritaria".

Veltroni convoca la direzione del partito al piano attico di Largo del Nazareno, un luogo meraviglioso che affaccia sui tetti di Roma. Continua a mettere a nudo quella che, per il Pd, è la vera natura del Berlusconi IV: "Un governo che appaga gli istinti belluini della gente". E lancia quella che definisce la "terza fase" nella vita del partito: dopo la fase esaltante del Lingotto e della campagna elettorale, dopo l'elaborazione del lutto della sconfitta ("molto difficile personalmente anche per me"), comincia la lunga fase dell'opposizione: "Adesso la gente ci chiede unità e una moderna opposizione".

"Pdl distrugge la vita della comunità". Il segretario parla per oltre un'ora. E non può non partire da quello che la cronaca sta raccontando in questi giorni e in queste settimane: razzismo, extracomunitari uccisi e picchiati, umiliati. Sulla sicurezza il centrodestra "appaga gli istinti belluini" dei cittadini e "distrugge la vita della comunità". La maggioranza sbaglia tutto sulla sicurezza e sull'immigrazione, "fin dall'approccio": "Non ci dobbiamo abituare, e a me non importa seguire i sondaggi. Sento il dovere che qualcuno nel paese costituisca la forza morale di rappresentare un'alternativa possibile, su certi principi non si può discutere. Altrimenti finisce che diventa normale per dei ragazzi di Tor Bella Monaca picchiare un uomo perché è cinese; o diventa normale quello che hanno fatto i vigili di Parma".

Cavalcando le paure e fomentando l'intolleranza verso gli stranieri e i diversi in generale "si appagano gli istinti belluini, ma si distrugge la vita della comunità. È Il contrario della sicurezza, significa rendere insicura la società".

"Una moderna svolta autoritaria". Crisi sociale e difficoltà della democrazia a decidere "possono degenerare in svolte autoritarie di tipo moderno" dice Veltroni al vertice del Pd. "Io non temo Junior Valerio Borghese o roba di questo genere. Temo invece- sottolinea- un'idea di società che quando ti giri non è più la stessa, in cui non ci sono più le necessarie garanzie".

Pd, "argine all'involuzione sociale del Paese". Contro il populismo della maggioranza, serve un'opposizione "iper-responsabile". "La gente ci chiede unità e moderna opposizione" dice il segretario. Un modo di fare opposizione costruttivo e responsabile e non distruttivo. "Noi del Pd - osserva il segretario - siamo dei perfezionisti della vita democratica e questo pluralismo è un bene e una risorsa". Ora, di fronte agli "spot" di Berlusconi, serve massima responsabilità "per costruire un argine all'involuzione sociale e politica del paese".

''Noi - ha detto ancora Veltroni in riferimento alla linea politica del Pd - dobbiamo continuare la sfida dell'innovazione ed essere un partito che si distingue nettamente da tutte le posizioni più estremiste, che non ci appartengono e che non appartengono al Paese. Noi - ha aggiunto - dobbiamo essere il partito della crescita economica, del mercato libero ma regolato, il partito che assume su di sè il destino delle classi medie insieme ai ceti più deboli, perchè non dare voce alla crisi sociale che sta dilagando sarebbe venir meno alla nostra missione".

Senza perdere di vista questo quadro generale e la missione del partito, "non c'è nulla di male se il Pd avrà due televisioni", Youdem e la dalemiana Red. Insomma, barra dritta e concentrare le forze sull'obiettivo principale, arginare la possibile involuzione del paese. Terminata la direzione, appena il tempo di leggere qualche agenzie e un po' di siti, e si alza la voce del numero 3 del partito, il capogruppo alla camera Fabrizio Cicchitto. Per dire: "Veltroni ha fatto il suo solito comizio quotidiano". L'ennesima prova in vista "del comizio finale del 25 ottobre".

(3 ottobre 2008)

DA repubblica.it


Titolo: Veltroni: "Il 25 in piazza anche per questo"
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2008, 12:29:44 am
Dopo le ultime aggressioni ai danni di immigrati si mobilita anche la politica

Un gruppo di intellettuali al segretario Pd: "Preoccupazione e allarme"

Fini: "Pericolo razzismo e xenofobia"

Veltroni: "Il 25 in piazza anche per questo"

L'ex sindaco accusa: "Atmosfera cupa e negativa alimentata da destra populista e demagogica"

Ribatte a distanza Fini: "L'intolleranza può essere di destra, di sinistra e di centro"

 

ROMA - Il razzismo sia tra i temi della manifestazione del Partito democratico del 25 ottobre. E' quanto chiedono in una lettera aperta indirizzata al segretario Walter Veltroni alcuni intellettuali, politici e esponenti religiosi, dopo gli ultimi episodi di intolleranza e le aggressioni nei confronti di alcuni immigrati nel nostro Paese. E la risposta del leader del Pd non si è fatta attendere: "In Italia c'è un'atmosfera cupa e negativa alimentata da una destra populista e demagogica", dice veltroni nell'accettare la richiesta. Di razzismo ha parlato anche il presidente della Camera. Fini dal palco della festa del Partito della Libertà a Milano, ha rilanciato l'idea di costituire un osservatorio alla Camera per il razzismo.

La lettera a Veltroni. "Caro Veltroni - si legge nella lettera -, la manifestazione del 25 ottobre promossa dal Partito democratico ha come slogan 'Salva l'Italia'. E' una parola d'ordine impegnativa accompagnata da una serie di temi che riguardano la vita dei cittadini, la qualità delle istituzioni, la solidità della convivenza civile".

"I fatti di queste settimane - si legge ancora nella lettera - confermano le preoccupazioni e l'allarme proprio attorno a queste questioni: nel giro di pochi giorni abbiamo visto moltiplicarsi gli episodi di intolleranza, di razzismo, di xenofobia. Abbiamo visto le aggressioni, gli insulti, i pestaggi a morte. Abbiamo visto persino la terribile strage di Castelvolturno, in cui la sanguinaria aggressività della criminalità organizzata e i drammatici problemi dell'immigrazione si sono mescolati in maniera esplosiva".

"Noi - scrivono i firmatari dell'appello a Veltroni -, crediamo che questa sia ormai esplicitamente una delle emergenze di questo paese e che per affrontarla serva una iniziativa civile, politica e culturale tanto più forte perchè dal governo non arrivano risposte ma spesso sottovalutazioni e silenzi". Questo, concludono, "ci spinge a dire che aderiamo alla manifestazione del 25 indicando questo tema della concreta lotta al razzismo e insieme della necessità di serie politiche per l'integrazione come una delle questioni centrali".

La lettera è firmata da Aldo Bonomi, Gad Lerner, Ferzan Ozpetek, Nando Dalla Chiesa, Mario Scialoja, Livia Turco, Moni Ovadia, Giuliano Amato, Marco Baliani, Marcella Lucidi, Cristina Comencini, Tullia Zevi, Piero Terracina, Luigina di Liegro e Amara Lakhous.

Veltroni. Walter Veltroni accoglie la richiesta. "Il pesante clima di intolleranza che si sta diffondendo nel Paese impone a tutti una profonda riflessione", afferma il segretario del Pd che aggiunge: "Si ripetono con allarmante frequenza episodi inaccettabili, aggressioni, violenze, discriminazioni. Tutto ciò è frutto di un'atmosfera cupa e negativa alimentata da una destra populista e demagogica che si è assunta la grave responsabilità di utilizzare e alimentare strumentalmente la paura degli italiani. Avverto - prosegue Veltroni - il rischio di una diffusione a macchia d'olio di rigurgiti razzisti e xenofobi, una prospettiva intollerabile per tutti quelli che hanno a cuore i valori della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale. Contribuire a salvare l'Italia da questo scenario è un dovere di cui il Partito democratico sente in pieno la responsabilità".

Fini. "Sarebbe sbagliato negare che esiste un pericolo razzismo e xenofobia", ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervistato da Paolo Mieli alla festa della Libertà di Milano. Parlando di alcuni casi di aggressioni a cittadini extracomunitari, Fini ha citato il caso della donna somala che ha denunciato di essere stata umiliata dalla polizia: "Lo ha denunciato due mesi e mezzo dopo e la polizia ha dichiarato che la querelerà. Per questo dico che è necessaria la cautela".

Il presidente della Camera, dopo aver ricordato l'idea di costituire un osservatorio alla Camera per il razzismo, ha sottolineato il ruolo della politica per combattere ogni possibilità di razzismo, ma ha respinto l'idea che una cultura di destra possa essere anche razzista. "Credo - ha spiegato - che si possa essere di destra, di sinistra e di centro. Ricordo però che uno dei tratti fondamentali della cultura occidentale degli ultimi 70 anni è quella del rispetto della persona umana perché senza quello non si può neppure parlare di cultura".

Fini ha anche ricordato che nel Pdl oltre a Fiamma Nirenstein, di religione ebraica, c'è anche una parlamentare marocchina: "Non abbiamo inserito queste persone come le figurine. Il nostro - ha aggiunto - è un partito che raggruppa un popolo e che ha come valore fondamentale la libertà ".

Il presidente della Camera ha quindi ribadito che è necessaria una politica dell'integrazione. "Ma non basta avere un lavoro e pagare le tasse - ha sottolineato -. La vera integrazione esiste quando si fanno propri i valori di fondo della società in cui si vive". Fini ha quindi precisato che la vera integrazione è rispetto reciproco: "Noi rispettiamo il credo e i valori di coloro che vengono a vivere da noi ma loro devono rispettare i nostri valori". Il presidente della Camera ha quindi invitato, ricordando l'intervento del Papa, a "tenere alta la guardia" perché il tema del razzismo "impegnerà la politica anche per i prossimi anni".

(4 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Ottobre 06, 2008, 06:36:04 pm
«Chiuso l'incidente con schifani, non quello con il premier»

Veltroni: «Berlusconi? Un'anomalia»

Il leader Pd: «Pensa solo ai suoi problemi. E il sistema della comunicazione è piegato al pensiero unico»

 
 
ROMA - La stagione del dialogo «è finita». Lo afferma il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni. Questo, però, non significa che il Pd non si impegna a votare in Parlamento quelle riforme che condivide. Come «la riduzione del numero dei parlamentari e il monocameralismo». Intervistato a "Il terzo anello" su Radiotre, Veltroni spiega che «questo paese ha bisogno di entrare in una democrazia matura, ha bisogno di un mutamento delle regole del gioco». «A inizio legislatura - sostiene il leader Pd - sembrava possibile non tanto il dialogo ma fare le riforme, poi il presidente del consiglio ha spostato l'attenzione dai problemi dei sessanta milioni di italiani ai problemi di un italiano, i suoi, a cominciare dalla giustizia con le quali abbiamo occupato i primi mesi di governo». A un ascoltatore che gli chiede se stia cercando di riguadagnare consensi a sinistra, Veltroni replica: «Non ho un problema di consensi a sinistra, ma di rappresentare una opposizione civile, democratica, di innovazione, ma una opposizione con la schiena dritta, che non si fa prendere dalla melassa del pensiero unico».

IN TV - Secondo Veltroni, inoltre, «a Berlusconi tutto è consentito, persino dire che l'opposizione è sfascista, e gli è consentito perchè c'è un pensiero unico dove anche il sistema della comunicazione è assolutamente piegato. C'è una sottospecie di dominio che la destra esercita». «Ieri la televisione era un dilagare di ministri nonostante l'invito di Berlusconi a non andare in televisione» sottolinea inoltre Veltroni. «Evidentemente - commenta il leader del Pd - non devono andare nelle trasmissioni dove c'è qualcuno che si contrappone alle loro idee, invece possono andare sulle televisioni di proprietà del presidente del Consiglio in piena libertà».

CONFLITTO DI INTERESSI - Veltroni prosegue: «Il ministro della Pubblica istruzione va mezz'ora senza contraddittorio nella tv del presidente del Consiglio. Solo in Italia capita che il presidente del Consiglio sia proprietario di televisioni, di giornali, della pubblicità, di assicurazioni, di una parte importante dell'economia del Paese; che la figlia del presidente del Consiglio sieda nel salotto buono di Mediobanca. È una tipica questione da democrazia liberale, in una democrazia liberale è inimagginabile che questo possa accadere».

SCHIFANI - Il segretario conferma poi che la polemica con il presidente del Senato, Renato Schifani, «è uno spiacevole incidente che considero chiuso». Nella sua telefonata - riferisce Veltroni - Schifani mi ha detto che le sue parole non dovevano intendersi come rivolte all'opposizione ed ha detto anche che il Partito democratico è stato protagonista della semplificazione della vita politica e di un clima istituzionale più civile. Ho detto a lui, quello che è stato scritto poi in un comunicato, che considero uno spiacevole incidente e lo considero chiuso». Veltroni però si affretta ad aggiungere: «Non considero invece chiuso il fatto che il premier dica che l'opposizione è sfascista... sprofondata nelle tenebre dell'invidia sociale».

ANOMALIA - Più tardi, Veltroni torna ad attaccare Berlusconi: «Quello che fa, penso ad esempio al sostegno a Putin sulla Georgia, è un'anomalia del sistema politico: questo governo non si considera pro tempore, ma come un gruppo di persone che ha preso il potere e che avverte come un fastidio chi ha posizioni diverse: giornali, opposizione, sindacati, magistratura, parlamento, corte costituzionale». «Avverto - conclude Veltroni nel suo intervento al convegno sulla piattaforma economica del Pd - una condizione che si sta facendo asfissiante di pensiero unico in questo paese. Noi non parliamo di regime, ma diciamo che il governo deve accettare l'esistenza di un'opposizione».



06 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: WALTER VELTRONI Più rapidi ma con nuove regole
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2008, 10:33:42 am
9/10/2008 - L'USO DEI DECRETI
 
Più rapidi ma con nuove regole
 
 
 
 
 
WALTER VELTRONI
 
Caro Direttore,
il Capo dello Stato, nell’intervento pubblicato lunedì su La Stampa, ha confermato ancora una volta di volere esercitare il suo ruolo di garante della Costituzione senza tentennamenti, con saggezza e rigore. Ha ricordato che in Italia, come in tutte le democrazie parlamentari, le leggi devono essere discusse e approvate dal Parlamento, e che, solo in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo può anticipare la decisione parlamentare emanando decreti.

Si tratta di un principio fondamentale, riconosciuto e ribadito dal Presidente della Camera dei Deputati nel suo articolo pubblicato ieri. Non mi pare che siano stati fino a oggi improntati a questo principio i comportamenti dell’Esecutivo e le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Tutte o quasi le iniziative del Governo, compresa una consistente manovra triennale di finanza pubblica, sono passate per l’emanazione di decreti, spesso convertiti in legge sotto il vincolo della questione di fiducia, la quale contrae rozzamente i tempi per esaminare il contenuto delle scelte legislative e azzera ogni possibilità per il Parlamento di emendarle.

Come del resto aveva annotato con preoccupazione, appena due anni fa, l’attuale premier, dichiarando che il ricorso alla fiducia «non appartiene ai sistemi di una vera democrazia» e parlando per questo di una vera e propria «emergenza democratica».

Sta di fatto che quello attuale è un modo di fare che rende assai più complicato di quanto avrebbe potuto - e di quanto sarebbe opportuno in un momento difficile come l’attuale - discutere razionalmente delle regole istituzionali, per il bene del Paese. Uno sforzo che sarà comunque necessario compiere e a cui il Partito Democratico non si sottrarrà. Siamo ben consapevoli che l’uso improprio della decretazione, la presentazione dei maxi-emendamenti e la posizione reiterata della questione di fiducia sono pratiche in parte giustificate, o in apparenza giustificabili, per la scarsa efficienza del processo legislativo ordinario. Ed è vero quanto ricorda il Presidente della Camera, che nelle democrazie parlamentari contemporanee, specialmente quelle bipolari, il bilanciamento tra i poteri che il costituzionalismo classico assegnava alla separazione tra legislativo ed esecutivo, è garantito, di fatto, dalla dialettica tra il continuum governo-maggioranza da un lato e l’opposizione dall’altro.

Proprio per questo, non da oggi, proponiamo con insistenza di snellire il nostro sistema bicamerale, di riportare in capo a una sola Camera il voto finale sulla gran parte delle leggi e di ridurre notevolmente il numero dei parlamentari. Siamo anche favorevoli a stabilire termini certi per il voto da parte del Parlamento sulle proposte del Governo, nel quadro di una revisione dei regolamenti che renda ugualmente certi i tempi per la discussione e l’esame di quei provvedimenti, e che consenta anche all’opposizione di vedere esaminate e votate, negli stessi tempi certi, le proprie proposte. Perché se è vero quanto afferma il Presidente Fini, la costituzione e i regolamenti parlamentari devono garantire la possibilità per l’opposizione di esercitare la sua funzione di critica, persuasione, proposta, avendo a disposizione anche il tempo necessario e gli strumenti per segnalare all’opinione pubblica i difetti, i pericoli e le contraddizioni che riscontra nelle iniziative del Governo.

Se e quando l’attuale maggioranza dovesse dimostrare di avere una tale matura concezione della democrazia parlamentare, non ci sottrarremo a una discussione costruttiva sulle regole costituzionali e regolamentari, due piani che non possono essere disgiunti. Mentre invece occorre mantenere rigorosamente separati il piano del governo e quello della convergenza parlamentare sulle regole.

Chi come noi all’inizio della Legislatura, dopo aver introdotto elementi di innovazione da tutti riconosciuti, si era impegnato per un dialogo approfondito su questi temi, non può non riconoscere che per esplicita volontà del Presidente del Consiglio esso non è più praticabile. Ma un’opposizione responsabile, quale noi siamo, come ha fatto con Alitalia e come sta facendo in questi giorni di gravissima crisi finanziaria, è disposta ad approvare da subito, in Parlamento, misure in grado di rafforzare il carattere di quella «democrazia che decide» che sin dal Lingotto è per me la stella polare da seguire. Su temi come questi, che saranno anche al centro del convegno su Piero Calamandrei voluto dal PD, una iniziativa unilaterale della maggioranza, sostenuta dalla forza dei numeri e dal potere di agenda di cui sono titolari i presidenti delle camere, sarebbe invece il modo peggiore per procedere e la più evidente conferma delle nostre preoccupazioni.
 
da lastampa.it


Titolo: Il confronto con l'opposizione? Una telefonata...
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2008, 05:51:11 pm
Il confronto con l'opposizione? Una telefonata...

Natalia Lombardo


Un decreto, forse l'unico per il quale è motivata la necessità e urgenza, per proteggere le banche sotto l'ombrello statale, nel caso di crolli. Perché la situazione allarma il presidente del Consiglio, nonostante i tentativi, anche ovvi, di rassicurazione al Paese. Un allarme che potrebbe portare il governo a sostenere la costituzione di una sorta di «banca unica». Un'altra possibilità circolata ieri sera è che il governo voglia far lanciare una «opa» su Unicredit, banca in netta difficoltà rispetto al colosso italiano Intesa-San Paolo.

Di prima mattina Silvio Berlusconi ha convocato Giulio Tremonti a Palazzo Grazioli, per darsi da fare nell'affrontare la crisi finanziaria come gli altri leader europei che sono intervenuti, l'Islanda, l'Irlanda, la Germania e la Gran Bretagna, oltre agli Stati Uniti. Per prima cosa a Palazzo è stato deciso il piano della giornata: il ministro dell'Economia avrebbe scritto il decreto da presentare alle otto di sera in un consiglio dei ministri straordinario. A Borse chiuse, senza quindi il rischio di scossoni dei titoli. Un consiglio dei ministri che, come sempre ratifica le decisioni prese a casa del premier. Berlusconi ieri mattina ha incontrato anche il Ragioniere dello Stato, Mario Canzio, naturalmente nella sede personale di governo a via del Plebiscito. Alla riunione con Tremonti erano presenti il sottosegretario Angelo Custode Gianni Letta e il ministro degli Esteri Frattini. Suggerito dal Grande Mediatore, un passaggio del percorso ha dovuto preverere il rispetto della prassi istituzionale promessa il giorno prima al presidente Napolitano. Così, nel tardo pomeriggio, Tremonti è salito al Colle ad illustrare il decreto a voce. La situazione è grave. Ma dal Palazzo la parola d'ordine è «calma», non bisogna alimentare la paura nei risparmiatori. Parola magica la cui comunicazione è affidata a Frattini, il che non è certo troppo convincente. Ci riprova Tremonti nella conferenza stampa dopo il Cdm: «Stabilità, liquidità, crescita». Speriamo senza troppa creatività...

Le scelte del governo prescindono dall'opposizione, nel giorno in cui il presidente della Camera, Gianfgranco Fini (più che quello del Senato, Schifani), pone un aut aut alla maggioranza, più che all'opposizione, sui casi Vigilanza e Consulta. Pena il blocco del Parlamento e dei decreti che Silvio vuole «imporre».

Nel Pdl comunque si è registrato un certo imbarazzo per la sparata notturna di Berlusconi, quel "non me ne frega niente" scappato di bocca al solo sentir nominare Veltroni. Nessuna risposta ai commenti indignati di Enrico Letta e Anna Finocchiaro, che hanno stigmatizzato il "me ne frego" di trista memoria: «Parole non adatte a un premier». E sul piano istituzionale il governo si è reso conto che non può forzare la mano, così stamattina Tremonti andrà a riferire sulla crisi alla Camera e al Senato. Ultimo fra i ministri dell'Economia degli altri paesi.

Dal Pd, nonostante il «me ne frego» berlusconiano, Veltroni mantiene la disponibilità di un «tavolo» (la parola non piace al cavaliere) comune sulla crisi finanziaria. Così Bersani, ministro ombra dell'Economia, cerca Tremonti al telefono (e non il contrario). Non lo trova. «Pronto Pierluigi sono Giulio»: il ministro lo richiama nel bel mezzo della conferenza stampa del governo ombra. Bersani esce dalla sala col telefonino, illustra i sei punti anti-crisi del Pd. Tremonti a grandi linee spiega i contenuti del decreto, ma senza chiedere al Pd né collaborazione, né confronto. «Noi siamo a disposizione», conferma Bersani. Tra i due un botta e risposta sulla proposta di Tremonti nel 2003, di ipotecare le case e chiedere dei mutui per incrementare i consumi, bloccata dai Ds. Giulietto minimizza: era «una bozza». Ma, se fosse passata, gli italiani ora si ritroverebbero senza tetto né soldi, come negli Usa.


Pubblicato il: 09.10.08
Modificato il: 09.10.08 alle ore 9.37   
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Titolo: Governo, decreto per garantire i risparmi
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2008, 05:52:29 pm
Governo, decreto per garantire i risparmi


«Nessuna banca è a rischio fallimento, negli istituti di credito italiani c’è liquidità». Berlusconi uscendo dal Consiglio dei ministri che ha varato il decreto anti-crisi, rassicura. Comunque, visto che non si sa mai, il governo ha messo a disposizione venti miliardi di euro per salvare le banche da eventuali crac. Sui depositi dei risparmiatori, dunque, oltre alle garanzie bancarie si aggiungono quelle dello Stato, anche se Tremonti è convinto che «non serve perchè noi impediamo che una sola banca fallisca». Insomma, il decreto, che prima del Cdm è stato illustrato dal ministro Tremonti al presidente Napolitano, «si fa per prudenza».

Per dirla con il presidente di Bankitalia Mario Draghi, è «un'arma che speriamo di non usare».

Il Pd, intanto, apprezza il decreto del governo per la garanzia pubblica dei risparmi. Ma il Pd chiede anche interventi immediati su salari, pensioni e in favore delle piccole e medie imprese. Chiede che sia salvaguardata la disciplina vigente sulla bancarotta fraudolenta e che vengano introdotte misure anti-speculazione. E chiede soprattutto che il Parlamento abbia un ruolo centrale nell’affrontare la crisi, «sia sulle scelte generali, sia sulle specifiche misure di intervento». Fino a mercoledì sera, infatti, il governo non aveva dato nessun segnale di collaborazione, tanto che Massimo D’Alema era arrivato a dire: «Il premier se ne frega». Poi Tremonti si è deciso a fare marcia indietro. E ha alzato il telefono per chiamare il Pd. Il governo ombra, infatti, mercoledì si era riunito per fare il punto sulla crisi dei mercati e aveva cercato di comunicare al ministro dell’Economia le sue proposte. Ma Tremonti era impegnato. «Ci richiamerà», aveva detto Veltroni. E così, finalmente, è stato.

La proposta di costituire una «task force per rassicurare il Paese» era arrivata già dal ministro dell'Economia del governo ombra Pierluigi Bersani, secondo il quale per uscire dalla crisi è necessario tornare a lavorare per un'Autorità di vigilanza bancaria europea, «una proposta di Tommaso Padoa Schioppa che fu bocciata a Londra», rafforzare il ruolo della Bce e rendere più flessibili i criteri di Maastricht. E il Pd aveva chiesto poi a Tremonti di riferire alla Camere sulla situazione del nostro paese nel marasma mondiale. E così sarà. Insomma, gli spiragli per lavorare insieme, almeno su questo tema, sembrano esserci. Tanto che il Pd, se la crisi finanziaria dovesse drammaticamente peggiorare, si è impegnato a rinunciare alla manifestazione del 25 ottobre contro il governo. «Siamo tutte persone con la testa sulle spalle – ha spiegato Veltroni – Ma questo non significa far venir meno una grande manifestazione democratica, positiva, che costituisce l'identità di una grande forza democratica. Certo – conclude – se la situazione dovesse diventare socialmente drammatica... Siamo tutta gente che ha fatto esperienza di consapevolezza».


Pubblicato il: 08.10.08
Modificato il: 08.10.08 alle ore 21.42   
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Titolo: Nicola Cacace. Se i poveri vanno a destra
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2008, 05:54:01 pm
Se i poveri vanno a destra


Nicola Cacace


Nel mezzo di una crisi finanziaria mondiale, frutto di una deregulation portata avanti dalla destra che produce disastri simili a quelli del ’29, deregulation che oggi tutti condannano, ci si chiede «perché i poveri votano a destra». Infatti la destra è avanzata, in America come in Europa, in un ventennio segnato da concentrazione di ricchezza e aumento delle povertà, col risultato che oggi in quasi tutti i Paesi poco meno della metà della ricchezza nazionale è nelle mani dell’1% delle famiglie, mentre prima del 1980, prima cioè dell’avvento di Reagan e della Thatcher, la quota posseduta dall’1% delle famiglie era poco più di un terzo.

Allora è vero che i poveri votano a destra? È vero che tra i poveri, gli operai e i ceti medi produttivi colpiti da perdite del potere d’acquisto e di status, aumentano insicurezze e paura del futuro, indirizzate abilmente dalle destre populiste contro i “diversi”, immigrati, gay, studenti ribelli del ‘68 e contro le politiche di solidarietà e dei controlli? Se è così, questo avviene anche per carenze culturali della sinistra nel fare analisi e proporre cure che spesso si confondono con quelle della destra.

A sostegno di questa tesi citerò passi di un libro di R. Reich, ministro del Lavoro del primo governo Clinton, oggi docente alla Brandeis University dal titolo significativo: «Ragiona! Perché i liberal vinceranno la battaglia per l’America» (liberal sta per progressista). L’autore spinge i democratici a ragionare con analisi e programmi ispirati agli interessi del Paese, che oggi più che mai ha bisogno di politiche di solidarietà sociale e di controlli pubblici se vuole evitare grandi depressioni come nel ‘29 e crisi gravi come quella di oggi, dovute, oltre che dall’assenza di controlli, al calo dei consumi e della domanda interna da impoverimento di massa.

«Anziché sul rafforzamento della moralità pubblica - i finanzieri di Wall Street senza controlli e con paghe esorbitanti - i “radcon” (radicali conservatori) si concentrano sulla moralità sessuale. Essi preferiscono regolamentare le camere da letto piuttosto che le stanze dei consigli d’amministrazione. ... Elemento determinante del successo della destra sono le truppe d’assalto mediatiche, che puntano sulle insicurezze e le paure di chi non arriva a fine mese, convincendo i cittadini che tutti i loro guai vengono da malattie esterne portate dalla sinistra, immigrati, ambientalisti, studenti, gay, arabi e comunisti. Le vetrine mediadiche sono finanziate da un gruppo di magnati dei media come Murdoch e il reverendo Sun Myung Moon e sostenute da giornali come Wall Street Journal, Weekly Standard, Washington Times, New York Post, New York Sun... Dopo aver conquistato le radio - 600 stazioni con 20 milioni di ascoltatori raggiunti nel 2003 - i radcon conquistano la Tv. Fox News di Murdoch nel 2002 supera Cnn nella guerra degli ascolti tra i canali d’informazione via cavo. Il dominio dei radcon non è dovuto solo al denaro e ai media. Alcuni attribuiscono l’eclissi dei democratici al fatto che il partito non ha saputo tenere il passo con un elettorato diventato più conservatore. Sono proprio quelle persone più danneggiate dalle politiche conservatrici dei repubblicani che, presi da insicurezza e paura, sono spinti ad incolpare gli altri. I radcon sono stati bravi a orientare paure ed insicurezze sui liberal. Molti democratici sostengono di essersi dovuti spostare al centro per seguire l’elettorato. Non serve coraggio per spostarsi al centro come viene definito dai sondaggi. Se vuoi essere un politico leader con tue idee sei tu che stabilisci il centro, non lasciando ai sondaggi dirti dove andare. Al massimo i sondaggi ti dicono da che parte sta la gente ed è inutile portarla dove già si trova, devi portarla in direzione dei tuoi valori e dei suoi veri interessi... Molti democratici hanno smesso di votare. Alle presidenziali del 2000 votarono i tre quarti degli elettori con redditi superiore ai 75mila dollari, solo un terzo di quelli con redditi inferiori ai 10mila. Con un astensionismo più equilibrato Al Gore avrebbe stravinto».

In sostanza Reich è convinto che i democratici torneranno ai loro valori storici rooseveltiani di capitalismo sociale di mercato senza confondersi con la destra su temi come sanità, fiscalità, paradisi fiscali, controlli sulla finanza e senza inseguire più un centrismo che continua a spostarsi verso destra. Allora non ci sarà partita alle prossime elezioni, una volta convinta la maggioranza degli americani che i loro interessi sono meglio tutelati dalle politiche liberal che da quelle protocapitaliste asservite all’avidità dei Cheney, dei Bush e dei loro amici.

PS Robert Reich, che nel 2004 aveva previsto la sconfitta di Al Gore, oggi prevede la vittoria di Obama.


Pubblicato il: 09.10.08
Modificato il: 09.10.08 alle ore 8.35   
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Titolo: Veltroni: "Consenso a Berlusconi pilotato dalle televisioni occupate"
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2008, 10:39:45 am
Il segretario del Pd rilancia la polemica dopo i dati sui Tg diffusi dall'Authority

Ma il Pdl respinge le accuse e attacca Fabio Fazio:"Prepara uno spot per l'opposizione"

Veltroni: "Consenso a Berlusconi pilotato dalle televisioni occupate"

Fabio Fazio nel mirino del Pdl per la prossima intervista a Veltroni


ROMA - Lamenta lo strapotere della maggioranza nel controllare la televisione Walter Veltroni per spiegare ai militanti del Pd il difficile momento dell'opposizione. "Dobbiamo andare un po' in tv perché il sistema dell'informazione italiana è quello che è, sui giornali ci sono dati allucinanti, dove la presenza del governo e della maggioranza è al 70%, ecco perché il consenso è così grande. E' uno squilibrio inaccettabile", ha spiegato il segretario intervenendo al circolo del Partito democratico di San Basilio, alla periferia nordorientale di Roma.

L'ex sindaco della capitale ha ricordato quindi i dati diffusi ieri dall'Agcom, l'autorità di controllo sulle telecomunicazioni, sulla presenza delle forze politiche nei media. "La tv è schierata come mai non si è visto", ha denunciato ancora Veltroni. "Ma a parte i Tg - ha proseguito - c'è la realtà di un Paese in sofferenza che fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Io non vorrei parlassimo d'altro, perché vedo un disagio che cresce".

Né le cifre del Garante per le tv, né tantomeno le parole del segretario del Pd, sembrano però scuotere la maggioranza, che ribalta invece la questione denunciando i favori di cui Veltroni godrebbe all'interno di Raitre. A finire sotto accusa è in particolare il conduttore Fabio Fazio, che ha in programma nei prossimi giorni un'intervista con il leader dell'opposizione nel corso della trasmissione "Che tempo fa". "La presenza di Veltroni da Fazio a meno di una settimana dalla manifestazione del 25 ottobre - sostiene Maurizio Lupi del Pdl - ha un solo obiettivo: farsi pubblicità con i soldi di chi paga il canone". "Questa volta - afferma ancora Lupi - non credo si leveranno voci di protesta da parte di chi invoca par condicio e una Rai veramente servizio pubblico".

A prendere le difese del leader democratico è stato quindi Roberto Rao, capogruppo Udc in Commissione di Vigilanza Rai. "Chi critica Fazio che invita Veltroni, finge di non vedere che per due settimane consecutive la Pdl farà il pieno la domenica pomeriggio, sulle reti commerciali. Ma questa resta una pagliuzza rispetto alla trave dei dati dell'Agcom di ieri sullo squilibrio tra maggioranza e opposizione in tutti i tg, con alcune clamorose esagerazioni sotto gli occhi di tutti".

"Sarebbe però il caso - conclude Rao - che tutti avessero maggior pudore e soprattutto riflettessero con attenzione sui dati Agcom che, oltre a rilevare il netto predominio del governo e della maggioranza nei principali tg, segnalano anche una forte spinta bipartitica da parte dei tg in favore di Pdl e Pd. Ciò che non è riuscito con le elezioni dello scorso aprile si cerca di fare tramite i media, nonostante più di un italiano su tre non si riconosca nel finto bipartitismo Pdl e Pd".

(18 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: Veltroni-Di Pietro L'alleanza con l'IdV è finita (per fare spazio a Casini ndr)
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2008, 10:20:53 pm
Il segretario del Pd: "E' stato lui a stracciare il patto di programma"

La replica: "Non è vero. E' un collaborazionista, e il suo partito è inesistente"

E' scontro Veltroni-Di Pietro "L'alleanza con l'IdV è finita"

Il leader democratico difende la manifestazione del 25: "Non capisco lo stupore"


 MILANO - Pd e Italia dei valori ai ferri cortissimi. "L'alleanza con Di Pietro è finita", dice il leader democratico ospite di Fabio Fazio, "perché dopo le elezioni ha rotto il patto di programma e ha rifiutato il gruppo unico". Secca la replica dell'ex pm: "Si arrampica sugli specchi, la verità è che il suo partito è inesistente, e negli ultimi mesi ha oscillato tra collaborazione con il governo e collaborazionismo".

Uno scontro che da tempo cova sotto la cenere, e che ora, alla vigilia della manifestazione del 25 ottobre, esplode in tutta la sua vis polemica.

Alleanza finita. Il leader del Pd non usa mezzi termini: "Con Di Pietro avevamo sottoscritto un programma per costituire un unico gruppo; quando si è accorto che aveva un numero sufficiente di parlamentari per costituirne uno da solo, Di Pietro ha stracciato quell'impegno". E ancora: "L'alleanza è finita quando Antonio Di Pietro ha stracciato l'impegno, dopo le elezioni, di costituire un gruppo comune con noi".

La replica di Tonino. L'ex pm risponde con una serie di sciabolate al leader del Pd. "IdV non ha rotto alcun patto con il Pd, tanto è vero che sta per affrontare, insieme al Pd, le imminenti elezioni in Trentino e speriamo anche in Abruzzo. Noi abbiamo scelto subito un'opposizione chiara, lineare e intransigente, mentre il Pd ha ondeggiato con una linea collaborativa, a tal punto da sembrare talvolta persino collaborazionista". E ancora: "Il buon Veltroni si attacca agli specchi per cercare di giustificare una opposizione che in questi mesi c'è stata poco o per niente".

Dal leader Pd attacco al governo. Veltroni attacca la maggioranza e ne condanna l'atteggiamento nei confronti dell'opposizione: "C'è un fastidio per tutto ciò che non rappresenta il consenso, per l'opposizione, per i sindacati, per i giornalisti e per l'Europa. Chiunque non è nella scia del pensiero unico è visto come un marziano", dice il leader del Pd durante l'intervista. "L'attuale maggioranza - afferma Veltroni - è stata scelta da meno del 50% del Paese; queste persone elette protempore, però, hanno un atteggiamento e una arroganza di chi invece di aver vinto le elezioni ha preso il potere".

E ancora: "Bisogna diffidare di uomini politici che vivono con i sondaggi in mano e agiscono in base ai loro risultati. Se Martin Luther King avesse fatto un sondaggio per l'integrazione razziale avrebbe perso di sicuro", dice Veltroni.

Risposte non adeguate alla crisi. Il leader dell'opposizione imputa al governo di non aver dato risposte adeguate di fronte alla crisi: "Il governo si preoccupa delle banche ma nessuno dice qualcosa sulle piccole e medie imprese, sui precari e sui lavoratori che vivono con 1.300 euro al mese. Il governo non si è occupato di questi problemi". "Si sono occupati della giustizia e della televisione ma non di questi problemi della gente", dice ancora.

Manifestazione del 25 ottobre. Sulla manifestazione di piazza contro il governo indetta per il 25 ottobre, Veltroni dice di non capire "lo stupore". "Questa manifestazione preoccupa tanto e questo mi stupisce: si tratta di una cosa semplice e bella, come bello è il fatto che la gente voglia muoversi da casa per ritrovarsi in una piazza in cui raccogliere il proprio disagio e creare una serie di proposte e alternative al governo", dice il leader del Pd. E ricorda la manifestazione della destra a piazza S. Giovanni, quando l'attuale maggioranza si trovava all'opposizione; allora non ebbe "tutto questo risalto, nonostante s'intitolasse contro il regime per la libertà e ci fossero persone che mangiavano la mortadella in segno di protesta contro Prodi".

Commissione vigilanza Rai? Non è un problema della gente. Per Veltroni, la risoluzione dello stallo per la presidenza della Commissione di vigilanza Rai non è prioritaria per la popolazione. "Spero si trovi una soluzione, ma penso che gli italiani siano più preoccupati dei loro salari e della scuola", dice rispondendo ad una domanda sull'elezione del presidente della Commissione. "Una commissione di Vigilanza - ha detto - non mi sembra il problema principale della gente".

Se Obama perde clima pesante in Occidente. Guardando oltreoceano, Veltroni tifa nettamente per il candidato democratico alla Casa Bianca. "Se Obama dovesse perdere le elezioni sarebbe la conferma che in Occidente c'è un clima pesante", dice parlando delle prossime elezioni americane. E paragona l'attuale crisi a quella del '29 e le diverse soluzioni trovate in Europa e negli Stati Uniti: nel '29, l'America uscì dalla crisi con il New Deal; in Europa, invece, nacque il nazismo. Quando c'è una crisi ci sono sempre due soluzioni. Obama rappresenta il nuovo New Deal".

(19 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VELTRONI INAUGURA RED, PARTE IL DISGELO?
Inserito da: Admin - Novembre 03, 2008, 04:48:45 pm
2008-11-01 20:49

VELTRONI INAUGURA RED, PARTE IL DISGELO?

di Marco Dell'Omo



Sarà Walter Veltroni, martedì prossimo, a inaugurare le trasmissioni della televisione dalemiana "Red tv". L'invito è partito dalla direzione dell'emittente: un ramoscello d'ulivo al segretario del Partito democratico che ha lanciato solo qualche settimana fa la televisione del Pd "Youdem".

Si vedrà se il gesto di cortesia prelude a un disgelo tra veltroniani e dalemiani, mai come in questi giorni ai ferri corti. L'invito a Veltroni, infatti, non maschera le divisioni interne nel partito, che conoscono ogni giorno un nuovo capitolo. Questa volta ci ha pensato il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, a scatenare la polemica: la sua proposta di un "rinnovamento", anche in termini generazionali, ha scatenato una ridda di reazioni a caldo da parte dei dalemiani, che ancora non si sono placate. Dopo le bordate dell'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, secondo il quale non è possibile che il nuovo gruppo dirigente sia costituito "dagli stessi uomini che ci hanno portato alla sconfitta a Roma", interviene oggi il vicecapogruppo democratico al Senato Nicola Latorre: "Se si vuole parlare seriamente di politica - osserva sarcastico - non credo si debba discutere della proposta di Bettini".

Del resto, la proposta di rinnovamento lanciata da Bettini non convince del tutto nemmeno il liberal Enrico Morando. "Questo dibattito - sostiene senza nascondere il suo fastidio - è la solita minestra riscaldata. Invece di limitarci a guardare solo la carta di identità, cerchiamo di concentrarci sulle idee, perché è di questo che abbiamo bisogno". Secondo Morando, il compito prioritario del Pd, in questo momento, è quello di preparare al meglio la conferenza programmatica, che si terrà tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio. Non si tratta di un tema neutro: Veltroni non vuole che l'appuntamento si trasformi in un succedaneo del congresso, dove si discute anche di leadership e gruppi dirigenti.

Secondo Morando, il Pd dovrebbe individuare due o tre temi (legge elettorale, lavoro, scuola) su cui discutere: "Il segretario dice qual è la sua posizione, si avvia il dibattito, si vota e si decide. Come fa il partito laburista in Inghilterra a scadenza regolare, e come sarebbe previsto anche nel nostro statuto. Ecco, se invece di perderci in polemiche interne, attuassimo lo statuto, faremmo la cosa giusta".

Nel frattempo, riflettori puntati (é il caso di dirlo) sull'intervista di Veltroni a Red. "L'invito - ha spiegato il dalemiano Latorre - è un atto giustissimo, dimostra che Red è una tv seria, fatta da gente seria, e che si muove nell'ambito del Partito democratico". 


da ansa.it


Titolo: WALTER VELTRONI: «Berlusconi pro-Obama? È grottesco»»
Inserito da: Admin - Novembre 05, 2008, 04:32:50 pm
Pd esulta con manifesti sui muri.

Veltroni: «Berlusconi pro-Obama? È grottesco»»


L’uragano Obama si è abbattuto anche sull’Italia, dove sono stati molti i luoghi in cui si poteva seguire la maratona elettorale. Tutte le forze politiche hanno poi festeggiato la vittoria del senatore dell’Illinois. Già dalle prime ore del mattino, sui muri della capitale, sono apparsi i manifesti con il quali il Partito democratico saluta la vittoria di Obama nella corsa alla Casa Bianca. Nel manifesto, che ritrae il neoeletto presidente degli Usa durante uno dei suoi comizi in campagna elettorale - spiega la nota - campeggia la scritta “Il mondo cambia”. «Il Partito democratico ha seguito a Roma - ricorda una nota dell'ufficio stampa - la lunga notte delle elezioni con un riuscito incontro al Tempio di Adriano a cui per ore e fino al mattino in tantissimi hanno seguito l'afflusso dei dati elettorali con numerosi collegamenti con gli Stati Uniti e con il commento di giornalisti, analisti e leader del Pd. All’incontro ha partecipato Walter Veltroni che ha commentato da qui i risultati che delineavano ormai la vittoria di Obama. Tra gli altri che si sono alternati al Tempio di Adriano anche Piero Fassino, Massimo D'Alema, Dario Franceschini e Paolo Gentiloni».

La vittoria di Obama suscita polemiche anche in Aula al Senato fra i capigruppo del Pd e del Pdl. Ha cominciato la senatrice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd, che ha preso la parole per chiedere se corrispondesse al vero che il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri ha detto stamattina in una rete Tv che dopo l'elezione di Obama «Al Qaeda sarà più contenta». La senatrice ha manifestato la sua preoccupazione «perché se fosse così, una dichiarazione di questo genere minerebbe i rapporti fra Italia e Stati Uniti. Noi abbiamo il dovere di chiedere immediatamente al presidente Gasparri se le ha pronunciate e quindi di ritrattarle». Dall'altro lato dell'emiciclo è giunta immediata la replica: «Nell’associarmi alle parole del presidente del Senato, credo - ha detto Gasparri - che il presidente Finocchiaro non abbia motivo di ergersi a nuovo portavoce della presidenza degli Stati Uniti. Il tono del richiamo è esagerato e fuori luogo».

Che sul carro del vincitore statunitense ci vogliamo salire in molti lo dimostra anche l’unanimità di consensi, sia da sinistra che da destra. Ad accorgersi della stranezza sono in molti. Se il governo di destra Berlusconi «diventa pro-Obama, è grottesco», commenta Walter Veltroni. «Se domani qualche autorevole esponente arriva con qualche atteggiamento o con una mise di Obama ci mettiamo tutti a ridere - ha detto il segretario del Pd -. Sappiamo come stanno le cose, ho una selezione di tutto quello che hanno detto quando noi già parlavamo di Obama. Già le cose per il governo non vanno bene e se cercheranno di fare un'operazione come questa sarà abbastanza grottesco». Veltroni ha anche ricordato come «il nostro presidente del Consiglio sia stato l'unico a definire Bush il più grande statista del millennio, credo che neanche Bush, che è una persona intelligente, lo pensi». Poi un augurio: «Se il vento gira in America poi gira anche da questa parte. Questa notte ce la ricorderemo per tutta la vita. L'America ha fatto una scelta di coraggio ed è una buona notizia per il Mondo intero». «La vittoria di Obama è la vittoria della speranza. E noi siamo figli di questa cultura e non della cultura della paura», ha aggiunto Veltroni.

«Spero - dice il sindaco di Venezia Massimo Cacciari - che nessuno sia così patetico da appropriarsi della vittoria di Obama. Spero che alcuni esponenti del nostro governo abbiano quel residuo senso del pudore di non dire che assomigliano a Barack. Ma neanche il Partito Democratico a niente a che fare con Obama. Quando vedrò il Pd rinnovarsi, non dico a livello di presidenti, ma di consiglieri comunali, con qualche quarantenne in più, allora ne parleremo». «Per quanta stima e affetto io abbia per Veltroni, è comico - afferma Cacciari - metterlo accanto a un evento di questa portata epocale. E sarebbe vergognoso se il tentativo di dire assomigliamo a Obama venisse da chi fino a ieri diceva di essere amico di Bush».

Per Vannino Chiti, «Da oggi inizia una nuova pagina della storia degli Stati Uniti e dell'intera comunità internazionale». «Adesso possiamo sperare in una politica internazionale più responsabile e improntata alla multilateralità, in una politica economica che metta da parte la deregulation liberista in favore di scelte che sappiano fissare solide regole nel mercato globale e si propongano una lotta alla povertà » conclude il vicepresidente del Senato. La vittoria di Barack Obama nelle presidenziali americane è «un fatto gigantesco che cambierà il mondo», ricorda Francesco Rutelli (Pd), presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza. Per il ministro ombra degli Esteri, Piero Fassino, con la vittoria di Obama, ci sarà «un netto miglioramento» dei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Secondo Giovanna Melandri, Obama ha vinto perché «non ha messo al centro della sua campagna elettorale la questione razziale». «Sono sicura che Obama ricostituirà il sogno americano», conclude il ministro delle comunicazioni del governo ombra del Pd.

Secondo l'ex segretario del Prc Franco Giordano, «la netta vittoria di Obama è una splendida notizia che sigla la fine di un lungo e cupo ciclo politico, negli Usa, nel mondo e anche qui in Italia». Queste elezioni, prosegue Giordano, «mettono però fine a un ciclo più lungo di quello segnato dalla presidenza Bush. È arrivato al capolinea il neoliberismo selvaggio imposto all'inizio degli anni '80 dall'amministrazione Reagan. La vittoria di Obama è la promessa di un nuovo New Deal, di una nuova politica economica finalmente attenta anche agli interessi e alle necessità delle fasce più svantaggiate e povere del popolo americano».

Anche la destra critica il governo di destra Berlusconi. «Anziché urlare ho vinto - dice Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra -, la politica italiana, e il centrodestra in particolare, studi la lezione».

Pubblicato il: 05.11.08
Modificato il: 05.11.08 alle ore 11.39   
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Titolo: WALTER VELTRONI: «Il mondo si rovescia se Gasparri chiede garanzie a Obama»
Inserito da: Admin - Novembre 06, 2008, 09:54:03 am
Festa Pd al Pantheon, Veltroni: «Il mondo si rovescia se Gasparri chiede garanzie a Obama»


di Gianmarco Volpe


ROMA (5 novembre) - Undici giorni dopo, il Pd torna in piazza per salutare l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti d’America. Pacatamente. Perché sotto le colonne del Pantheon – è l’atmosfera stessa a suggerirlo – non c’è neanche il ricordo dell’oceano di bandiere bianche e ombrelli colorati che aveva riempito il Circo Massimo il 25 ottobre scorso.

In compenso i pochi “intimi” del Pantheon ereditano dagli Stati Uniti i cartelli “President Obama” visti la notte scorsa, a Chicago, così come pure quei piccoli ululati con cui la folla americana suole accompagnare qualsiasi manifestazione, concerto, convention abbia luogo tra Seattle e Palm Beach. Poche bandiere: del Pd, dei radicali, americane.

Dario Franceschini dà il via: «Questa è una straordinaria giornata di festa in tutto il mondo». Poi palco e platea al segretario Walter Veltroni. Dietro di lui c’è l’immagine di Obama con la scritta: “Il mondo cambia”. Alla sua destra, il maxischermo che manda in onda il primo discorso dell’afroamericano da presidente degli Stati Uniti. Parla di sogni, Veltroni, quello di Martin Luther King e quello di Obama, e va in sintonia con le pause e le accelerazioni del discorso di quest’ultimo.

Massimo D’Alema sorride e scambia qualche parola con Beppe Fioroni. Se è una festa, è un po’ sonnacchiosa. La folla ascolta attentamente le parole del capo dell’opposizione, poi si distrae e infine si sveglia. Quando Veltroni parla delle «miserie della vita politica italiana». Ce n’è prima per Maurizio Gasparri: «Il mondo si rovescia se Gasparri chiede garanzie a Barack Obama»; poi per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale aveva accusato gli uomini del centro sinistra di parlare come se Obama fosse un esponente del Pd. «Noi siamo naturalmente legati al partito democratico americano – ribatte Veltroni – Funziona così». Applausi così, fino a quel momento, ancora non se ne erano sentiti.

C’è poi spazio per un piccolo zapping improvvisato dai tecnici sul maxi schermo: chi manovra il telecomando si perde per un paio di minuti tra gli innumerevoli canali del satellite. Ma la cosa non disturba il gran finale. Su tutti i cartelli, su le bandiere: «Al presidente Obama il saluto di tutti gli italiani che credono nel cambiamento».


da ilmessaggero.it


Titolo: Pd, la strategia di Veltroni: via le mele marce e nuovi dirigenti
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2008, 12:36:54 am
La lettera

Questione morale: non difendiamo l'indifendibile

«Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso»


Caro direttore,
se il Presidente della Repubblica denuncia il preoccupante impoverimento culturale e morale della politica, non solo nel Mezzogiorno, tutti i partiti devono sentirsi chiamati in causa. E ciascuno è chiamato a guardarsi in casa, senza nulla concedere alla pratica, anch'essa una forma di malcostume politico, di mostrarsi severi con gli altri per poter essere più indulgenti con se stessi, perché il problema purtroppo riguarda sia centrodestra che centrosinistra, come anche la vicenda dell'Abruzzo dimostra.

Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso. Come ha scritto giustamente Pierluigi Battista, ne va della nostra ambizione di rappresentare un fattore di cambiamento, di rinnovamento culturale e morale del Paese, oltre che di alternativa credibile alla destra. Ha ragione dunque Oscar Luigi Scalfaro, quando ci chiede di riuscire dove la maggior parte dei partiti della Prima Repubblica fallì: saper selezionare i propri dirigenti e i propri rappresentanti sulla base della loro capacità politica e insieme, indissolubilmente, della loro moralità e trasparenza, ben al di là degli stessi vincoli di legge e senza delegare questa fondamentale funzione al pur essenziale controllo di legalità da parte della magistratura.

Mentre ci poniamo questo obiettivo, non ci sfugge quanto sia impervia la strada per raggiungerlo. Non è facile coniugare la capacità di rappresentanza della società italiana, una rappresentanza che vogliamo ampia e aperta, per così dire «in presa diretta », senza i filtri dirigisti di burocrazie e apparati, con l'accortezza di non assorbire e poi addensare anche le tossine che nella società italiana circolano e, in particolare in alcune aree del Paese, rischiano di rappresentare un fattore condizionante, se non addirittura dominante. Il Pd, il centrosinistra hanno una lunga positiva tradizione di governo delle città e del territorio. Ma in qualche caso, troppi per me, ci sono esperienze politiche e amministrative che hanno visto appannarsi i fattori che le avevano portate ad affermarsi nelle loro comunità: la trasparenza morale, la competenza professionale, il riformismo innovatore. In molte realtà, questi fattori si sono consolidati in un rapporto forte e maturo con la società civile. In altre invece, certamente meno delle prime ma sempre troppe, la trasparenza è diventata opacità e uso del potere per alimentare il consenso, la competenza si è rovesciata in professionismo politico, non di rado cinico e arrogante, il riformismo innovatore si è spento in una gestione del potere fine a se stessa.

Il Pd può uscire più forte e più credibile da questo passaggio critico. Ma potremo farlo solo se sapremo rifuggire dalla tentazione di chiuderci a difesa dell'indifendibile e se sapremo invece nutrire il coraggio di scommettere in modo ancora più deciso sull'innovazione.

L'innovazione è anzitutto politica. L'abbiamo chiamata «vocazione maggioritaria ». Che non è vacua ricerca della solitudine o presunzione di autosufficienza, ma ambizione di cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella società italiana. Questa visione è del tutto compatibile con la ricerca e la paziente costruzione di alleanze programmatiche chiare. È invece del tutto alternativa all'illusione di compensare con alleanze eterogenee e disinvolte, l'incrinarsi della propria credibilità politica, o la minorità del proprio consenso elettorale.

La seconda dimensione dell'innovazione è programmatica. Noi ci candidiamo a governare, il Paese come il più piccolo dei comuni italiani, non per gestire l'esistente, ma per rappresentare il bisogno e la domanda di cambiamento che la società italiana esprime. La tensione riformatrice, insieme alla vicinanza quotidiana alle persone, è la condizione indispensabile per il successo delle nostre esperienze amministrative e di governo, ma anche il migliore antidoto alla riduzione della politica ad una lotta senza scrupoli per un potere che diventa fine a se stesso.

La terza dimensione dell'innovazione è quella della nostra classe dirigente diffusa, nazionale e locale. Noi scommettiamo sulla democrazia e siamo forse gli unici a farlo. La nostra vita interna è ancora molto diversa da come la vorremmo, ma se ci guardiamo intorno vediamo quasi solo partiti che nascono e muoiono per un gesto sovrano, sia esso l'annuncio dal predellino di una macchina o una lacrima che scioglie il partito in un applauso. O, all'opposto, microformazioni personali, piccole imprese politiche a conduzione familiare. Si vedono ormai partiti che non hanno vita democratica, in cui dirigenti e candidati vengono scelti da una persona. E su questo non ascolto nessuna delle parole severe che commentano la vita democratica, questa sì indiscutibile, del Pd.

Noi scommettiamo sulla democrazia, la democrazia diretta dei nostri elettori, gli unici titolari della decisione sulle prime cariche di partito e sulle candidature, attraverso le primarie, da coniugare con la democrazia degli iscritti, il nostro vasto volontariato politico, che può e vuole rappresentare una delle strutture portanti della nostra vita civile. Da questo grande popolo dovrà emergere in tempi rapidi una nuova classe dirigente. Ma se la democrazia è libertà, è partecipazione, è rinnovamento, è anche autorità. Non a caso, insieme ad uno statuto che delinea un modello di democrazia interna che non ha precedenti nella storia dei partiti politici italiani, l'Assemblea costituente ha approvato un rigoroso codice etico e previsto un'apposita magistratura interna incaricata di applicarlo e farlo rispettare. Non saranno norme che resteranno sulla carta, ma il nostro contributo a quel rinnovamento dell'etica pubblica che è indispensabile al futuro della nostra democrazia.


06 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: RICCARDO BARENGHI Ci vuole il congresso
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2008, 11:03:29 am
7/12/2008
 
Ci vuole il congresso
 
RICCARDO BARENGHI

 
Stavolta bisogna dirlo subito: Veltroni non c’entra nulla.

La questione morale che gli è esplosa nel partito viene da lontano, da molto prima che lui ne prendesse la leadership. Questo ovviamente non vuol dire che lui non sapesse nulla che qualcosa stava accadendo, anche perché di questo partito, o meglio in uno dei due che gli ha dato vita, è sempre stato un dirigente di alto livello e ne è stato anche il segretario dieci anni fa. Ma oggi il problema non è lui, in discussione non è la sua leadership, non sono i suoi collaboratori che vengono inquisiti, incriminati, processati. E questo fa la grande differenza con Tangentopoli, quella sì che era una degenerazione generale e capillare, e che aveva il suo centro nelle segreterie nazionali dei partiti.

Tanto che quei partiti, cioè la Dc e il Psi, ne sono stati cancellati.

Al momento il Partito democratico non è in quella situazione, per sua fortuna. Ma le cose che sono accadute e che ancora accadono, da Napoli a Firenze e in altri luoghi dal Paese, segnalano che anche in questa forza politica, che nasce anche dal Pci berlingueriano, la famosa diversità comunista, c’è qualcosa che non funziona. Più di qualcosa: la commistione tra politica e affari è ormai palese, gli intrecci tra amministratori locali e costruttori, imprenditori vari, gestori di rifiuti, forse addirittura la camorra, sono oggetto di indagini e ormai anche di processi della magistratura. Ed è un qualcosa di allarmante, tanto che lo stesso segretario ha scritto ieri sul Corriere della Sera che il suo partito non ha alcuna intenzione «di essere indulgente con se stesso». Il che, tradotto in pratica, dovrebbe significare che lui stesso interverrà per dare una ripulita ove ci fosse troppa immondizia.

Ma il problema non è solo giudiziario o disciplinare. È politico. E politicamente andrebbe affrontato. Per capire innanzitutto come sia stato possibile che persone con una nobile storia alle spalle siano finite in questa squallida vicenda, trascinando con loro anche l’immagine di tutto il partito (non a caso Berlusconi ieri ha rigirato il coltello nella piaga). Si tratta solo di mele marce, di mariuoli, avrebbe detto Craxi, oppure è il potere in quanto tale che per essere gestito non può prescindere dagli affari, dal malaffare e dalla commistione con esso?

Se fossimo in Veltroni, chiameremmo il partito a discutere di questo.
A cominciare dalla Direzione nazionale del 19 dicembre e a finire, perché no?, con un congresso straordinario (straordinario nel vero senso della parola) per mettere al centro la questione morale in senso lato. La questione del potere insomma, della sua trasparenza e regolarità, di come lo si gestisce oggi e di come invece lo si dovrebbe gestire domani. Sarebbe non solo più interessante della solita e ormai noiosissima diatriba tra lui e D’Alema, ma darebbe anche al suo partito una forza di impatto del tutto nuova. Dimostrando che non ha paura di mettersi in gioco pubblicamente, chiamando i suoi iscritti, militanti, elettori, il famoso popolo delle primarie insomma, a confrontarsi su un problema che da quindici anni assilla - e disgusta - l’opinione pubblica.

da lastampa.it


Titolo: Iervolino e Domenici si difendono «Destra ha condannati in Parlamento»
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2008, 06:04:42 pm
IN TV DALL'ANNUNZIATA poi la nota del pd

Iervolino e Domenici si difendono «Destra ha condannati in Parlamento»

Il sindaco di Napoli: «Do fastidio».

Quello di Firenze: «Pregiudizi sui nostri legami con i poteri forti»


MILANO - «Io credo di essere di acciaio, oltre che di ferro, e per questo forse dò un pò fastidio». Lo dice il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino, intervista dal Tg3, in collegamento dallo studio di 'In mezz'ora' la trasmissione di Lucia Annunziata alla quale partecipa insieme con il sindaco di Firenze, Domenici. In merito all'intervista al Corriere della Sera di Umberto Ranieri, per il quale la Iervolino dovrebbe azzerare la sua giunta, così come dovrebbe fare il governatore della Campania, Bassolino, il sindaco di Napoli risponde: «Vorrei dire all'amico Umberto Ranieri: perchè dovrei azzerare la giunta che, al momento, così com'è composta, non vede davanti a sè nessuna pendenza giudiziaria?».

IL CASO FIRENZE- Leonardo DomenicI torna sulla sua protesta ieri davanti alla redazione di Repubblica contro gli articoli che riferivano di suoi incontri segreti con imprenditori. Secondo Domenici c'è un interesse a scrivere articoli tesi: quegli articoli sono dettati da un "pre-giudizio" per sostenere «che l’amministrazione di Firenze e il Pd sono permeabili ai poteri forti, in questo caso Ligresti e Della Valle»". Perchè? «"Forse al fine di determinare una svolta nel Pd. A volte i giornali non rispondono a logiche politiche, ma di pre-giudizio: costruisco un servizio per dimostrare che è così, senza andare a vedere come stanno le cose» e questo avviene, secondo il sindaco di Firenze perchè «"esiste una politica debole».
L'essersi incatenato davanti alla sede di Repubblica, ha aggiunto poi il primo cittadino di Firenzem non era diretta contro il Pd. «Lo escludo assolutamente», ha detto. Il sindaco di Firenze ha negato che sia stato un gesto contro tutti i giornalisti di Repubblica e dell'Espresso, «io mi baso su alcuni articoli che ho letto e su alcune affermazioni contenute in questi». Domenici, infine, conferma di aver pensato alla protesta con uno «slancio emotivo dentro una valutazione e un calcolo razionale» e di averlo fatto «anche contro il mio carattere», ma continua a difendere la correttezza della sua Amministrazione.

«LA DESTRA PORTA INQUISITI IN PARLAMENTO» - Sulla questione morale all'interno del partito, torna a pronunciarsi il Pd. «È evidente che la destra agita la questione morale per nascondere la propria incapacità di affrontare la drammatica crisi che sta di fronte al paese», si legge nella dichiarazione di Andrea Orlando, portavoce del partito di Veltroni. «Il Pd - prosegue - è nato per rinnovare la politica e per questo affronteremo senza esitazione le situazioni difficili e le eventuali illegalità che dovessero emergere nei territori» «Non abbiamo mai nascosto la testa sotto la sabbia a differenza della destra che - sottolinea - ha portato in Parlamento condannati ed inquisiti e che oggi finge di dimenticare la mole di vicende giudiziarie che ha colpito propri esponenti locali e nazionali. Se la destra facesse pulizia in casa propria - conclude - gran parte del problema morale di questo paese sarebbe risolto».


07 dicembre 2008(ultima modifica: 08 dicembre 2008)
da corriere.it


Titolo: Veltroni commissaria le regioni «Questo non è il mio partito»
Inserito da: Admin - Dicembre 17, 2008, 03:29:51 pm
Il segretario: contro di noi attacchi strumentali

Veltroni commissaria le regioni «Questo non è il mio partito»

Brutti in Abruzzo, un fedelissimo in Sardegna. Timori pd: mollati dai giudici?
 

«Questo non è il mio Pd»: Walter Veltroni, scuote la testa mentre si accavallano notizie vere, false o verosimili sulle traversie giudiziarie del Partito democratico. In ogni regione o quasi c'è una brutta storia che coinvolge ex margheritini ed ex diesse. Il segretario è convinto che per uscirne ci sia una sola strada, quella di costruirlo sul serio il "suo" Pd, di dare vita a un «soggetto politico veramente nuovo».

La «sfida», per il leader del Pd, è quella di intraprendere un «percorso innovativo». Tradotto dal politichese: è necessaria la promozione di «nuove generazioni in politica». La classe dirigente deve «rinnovarsi». E lì dove ha sbagliato deve pagare. Per questa ragione Veltroni sta preparando i commissariamenti del Pd abruzzese e di quello sardo. E non è escluso che se dovessero rivelarsi vere le voci sulla Basilicata e la Calabria si possa adottare la stessa soluzione anche per queste due regioni. In Abruzzo dovrebbe arrivare come commissario Massimo Brutti, che è stato uno dei responsabili del settore Giustizia dei Ds e che con i magistrati ha buoni rapporti. In Sardegna, invece, potrebbe sbarcare Michele Meta, oppure il portavoce del Pd Andrea Orlando, entrambi veltroniani di ferro. Dunque Veltroni, che ieri era ancora più pallido del solito, tenta di ribaltare la situazione, sebbene sappia che sarà un'impresa difficile. Anche perché si è andato convincendo che vi sono degli attacchi «strumentali e delegittimanti nei confronti del Pd» a cui i media «stanno dando grande risonanza ». Ciò detto, il segretario del Partito democratico si rende perfettamente conto che la percezione dei cittadini è quella di trovarsi di fronte a una politica «brutta» e «opaca». Ed è innegabile che esista quella che al Pd preferiscono il più delle volte chiamare «questione democratica» e non morale. Si tratta di una questione che deve essere risolta dalla «nuova politica », altrimenti non ci si può poi lamentare dell'invasione dei magistrati in «sfere che non sono di loro competenza». Già, i magistrati: Veltroni e gli altri alti dirigenti del Partito democratico non osano attaccarli, ma ieri, nel Transatlantico di Montecitorio, erano molti i parlamentari, divisi in diversi capannelli, che si domandavano il perché di questa offensiva giudiziaria nei confronti del Pd. Il tutto mentre i deputati delle regioni che stanno per finire nuovamente nel mirino della magistratura si riunivano tra di loro per cercare di fare il punto della situazione: su un divanetto il segretario del Pd calabrese, il ministro ombra Marco Minniti, parlava fitto fitto con la vedova Fortugno; davanti all'Aula, invece, il segretario provinciale di Napoli, Luigi Nicolais, prendeva sottobraccio i parlamentari campani. Clima plumbeo, a Montecitorio. In Transatlantico il pd Francesco Tempestini, ex socialista, faceva il paragone tra la Tangentopoli del '92 e quella attuale: «Noi del Psi eravamo per il cambiamento del sistema, con metodi leciti e illeciti, e venimmo colpiti. Adesso la situazione è diversa, questo Pd è per la conservazione, eppure i giudici gli stanno dando addosso lo stesso. Forse perché vedono che è un partito che non difende i propri uomini, e la vicenda di Del Turco è un esempio, forse anche perché non c'è più un uomo forte come Luciano Violante che tratta con i magistrati. L'intervista al Corriere della Sera di Gustavo Zagrebelsky era significativa, da questo punto di vista: era il segnale che quel settore dei giudici che era in sintonia con i Ds ha mollato il Pd».

Su un divano Maria Paola Merloni si porta più avanti nei ragionamenti. E spiega a un compagno di partito: «Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente». L'interlocutore della Merloni è il ministro ombra Andrea Martella. Ha l'aria di non essersi ancora convinto di come stiano veramente le cose: «Devo rifletterci, ma l'altra sera, quando ho visto Di Pietro a Porta a Porta, ho avuto l'impressione che il leader dell'Italia dei Valori stia pensando di candidarsi alla premiership del centrosinistra alle prossime elezioni». E a proposito di future leadership, ecco che a sera arriva alla Camera dei deputati Renato Soru, presidente dimissionario della Giunta regionale sarda, che si apparta con il capogruppo Antonello Soro. Si è fatto il suo nome come possibile futuro leader del Pd. Soru, però, sembra avere altri problemi: quelli della sua Regione e della sua ricandidatura. Ma l'arrivo del "governatore" della Sardegna dà la stura a nuovi boatos che rimbalzano da un lato all'altro del Transatlantico. Sì, perché nell'impazzimento di voci che scuote il Pd c'è anche un'indiscrezione che vorrebbe Veltroni sempre più a rischio. Ma il coordinatore dell'esecutivo Goffredo Bettini su questo punto è fermo: «Walter ha avuto un'investitura fortissima. La sua leadership, per le forme stesse in cui è stato eletto, cioè le primarie, incarna il Partito democratico». Punto e basta. Del resto, anche nell'ultimo sondaggio che dà in ulteriore calo il Pd, la popolarità di Veltroni invece continua a salire ed è 9,7 punti in percentuale sopra il suo stesso partito.

Maria Teresa Meli
17 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Il leader Pd: preferisco perdere voti, ma voglio gente perbene
Inserito da: Admin - Dicembre 20, 2008, 05:02:29 pm
Veltroni: «Via i capi bastone dal Pd»

D'Alema: «Nessun dualismo con Walter»

Il leader Pd: preferisco perdere voti, ma voglio gente perbene

 
ROMA (20 dicembre) - All'indomani della direzione del Pd, Walter Veltroni all'assemblea dei giovani democratici puntualizza: «Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». Veltroni risponde anche a Massimo D'Alema che parlando delle alleanze del Pd aveva usato l'espressione «amalgama malriuscito».

«L'amalgama - spiega Veltroni - è riuscita già alle elezioni politiche, prima alle primarie e prima ancora con l'incontro di due culture ed esperienze diverse. L'alternativa al Pd è un ritorno al passato, un ritorno a due partiti uno al 16% ed un altro al 9%, in questo modo la sfida riformista diventa più difficile». D'Alema anche ha chiarito le dichiarazioni di ieri: con Veltroni non c'è nessun dualismo, dalla direzione del Pd è emerso un rinnovato mandato al leader del Pd.

«Partito sano». «Dirò una cosa che in politica non si dovrebbe dire - spiega il leader del Pd - ma io preferisco perdere voti ed avere un partito sano e perbene piuttosto che avere dei capi bastone che portano voti. Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». Rivolto proprio ai giovani del Pd, il segretario aggiunge: «Quello che vi chiedo è di essere liberi intellettualmente perché il correntismo è una malattia che deve essere combattuta».

«Da direzione a segretario mandato sano». Veltroni sottolinea che dalla riunione di ieri sia venuto «un mandato chiaro al segretario».

Le alleanze. Veltroni sottolinea l'esigenza di una stagione riformista in Italia e sul tema delle alleanze spiega che nel nostro paese non c'è solo il problema di «trovare la giusta combinazione per fare un altro governo che duri 5 anni», ma serve «una profonda coesione politica per poter dare risposte ai problemi reali». Non si cambia l'Italia facendo un'allenza «che va da chi ha fatto l'Isola dei Famosi fino a Lamberto Dini non cambiamo l'Italia».

D'Alema: nessun dualismo con Veltroni. D'Alema chiarisce la sua posizione nei confronti di Veltroni criticando «la rappresentazione che alcuni giornali hanno dato». «Ieri - ha detto c'è stata una assai significativa e ampia discussione politica, con molte voci, che non può essere ridotta alla stucchevole rappresentazione di un dualismo, che non c'è, tra Veltroni e D'Alema».

«Al di là di valutazioni critiche che sono emerse nel corso del dibattito sulla situazione del partito - prosegue - il vero risultato nuovo della direzione di ieri è stato la convergenza intorno ad un documento unitario e il rinnovato mandato a Walter Veltroni per rilanciare il progetto e l'iniziativa del Pd di fronte alla grave crisi del Paese e alla drammatica inadeguatezza del governo».

L'attacco di Veltroni a Berlusconi. «Berlusconi -spiega il leader del Pd -  è responsabile degli ultimi 15 anni della situazione di questo Paese. Lui, nel 2009 sarà all'ottavo anno di governo e quando non era capo dell'esecutivo era capo dell'opposizione, ma ogni volta fa finta di venire da un altro pianeta, come se tutto quello che succede nel nostro Paese non lo riguardi».
 
da ilmessaggero.it


Titolo: E D'Alema: nessun dualismo con Walter
Inserito da: Admin - Dicembre 20, 2008, 05:04:56 pm
L'IdV: «Sulle alleanze chiediamo chiarezza»

Veltroni: «Voglio un Pd sano»

E D'Alema: nessun dualismo con Walter

Il leader Pd: «Fuori i capibastone. Voglio gente perbene»

'ex premier: «Sui giornali una spaccatura che non c'è»
 
 
ROMA - «Dirò una cosa che in politica non si dovrebbe dire, ma io preferisco perdere voti ed avere un partito sano e perbene piuttosto che avere dei capibastone che portano voti. Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori». All'indomani della direzione del Pd , il segretario dei democratici torna sulla questione morale nel suo intervento alla prima assemblea nazionale dei giovani Democratici. «Quello che vi chiedo è di essere liberi intellettualmente perché il correntismo è una malattia che deve essere combattuta» ha detto Veltroni rivolgendosi alla platea. Poi un attacco al premier Silvio Berlusconi. «È responsabile degli ultimi 15 anni della situazione di questo Paese. Lui, nel 2009 sarà all'ottavo anno di governo e quando non era capo dell'esecutivo era capo dell'opposizione, ma ogni volta fa finta di venire da un altro pianeta, come se tutto quello che succede nel nostro Paese non lo riguardi» ha detto il leader del Pd.

D'ALEMA - Replicando indirettamente a Massimo D'Alema che venerdì aveva parlato del Pd come di un «amalgama malriuscito», Veltroni ha voluto specificare che «l'amalgama è riuscito già alle elezioni politiche, prima alle primarie e prima ancora con l'incontro di due culture ed esperienze diverse. L'alternativa al Pd è un ritorno al passato, un ritorno a due partiti uno al 16% ed un altro al 9%, in questo modo la sfida riformista diventa più difficile». Proprio D'Alema era tornato in mattinata sul rapporto con il segretario dei democratici, sottolineando che «con Veltroni non c'è nessun dualismo» e anzi denunciando «una rappresentazione sorprendente e distorta» offerta da «taluni giornali» della riunione di venerdì e del suo rapporto con il leader del Partito democratico.

«UNITI CON WALTER» - D'Alema ha voluto precisare che «al di là di valutazioni critiche che sono emerse nel corso del dibattito sulla situazione del partito, il vero risultato nuovo della direzione di ieri è stato la convergenza intorno ad un documento unitario e il rinnovato mandato a Walter Veltroni per rilanciare il progetto e l'iniziativa del Pd di fronte alla grave crisi del Paese e alla drammatica inadeguatezza del governo». «Voglio infine rilevare - conclude la nota di D'Alema - che ieri c'è stata una assai significativa e ampia discussione politica, con molte voci, che non può essere ridotta alla stucchevole rappresentazione di un dualismo, che non c'è, tra Veltroni e D'Alema».

«BASTA TENTENNAMENTI SULLE ALLEANZE» - Dipietristi in pressing, nel frattempo sulle alleanze. «Per Italia dei Valori l'alleanza con il Pd è strategica e non negoziabile. È ora però che il Pd la smetta con i tentennamenti sulle alleanze» dice in una nota Massimo Donadi, presidente dei deputati dell'Italia dei Valori. «Se ci sono problemi - prosegue - sediamoci intorno ad un tavolo e confrontiamoci, per ritrovare le ragioni profonde di un'alleanza per il Governo del Paese».

20 dicembre 2008
da corriere.it


Titolo: WALTER VELTRONI Da Torino un salto in avanti
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2009, 02:51:46 pm
30/1/2009 - LA CRISI
 
Da Torino un salto in avanti
 
WALTER VELTRONI
 

Caro direttore,
partire da Torino non è un caso. L’ho fatto, al Lingotto, quando ho lanciato la mia corsa alla nascita del Partito democratico. Ci torno oggi come prima tappa di un viaggio in Italia che ha proprio lo scopo di riprendere quei fili e di tornare ad ascoltare e parlare col Paese. Ma oggi ci torno in un clima economico del tutto diverso. La crisi colpisce duro qui come nel resto del Paese.

E colpisce direttamente le persone e le imprese, i redditi e il lavoro. L’impressione è che davanti all’arrivo di questo terremoto il governo abbia a lungo atteso, abbia poi tirato fuori misure del tutto inadeguate e anche sull’auto - tema centrale in questa città, ma anche cardine di un serio contrasto alla crisi, come ci dicono le mosse di Obama, di Angela Merkel o di Sarkozy - arriviamo per ultimi senza avere da parte del governo ancora le idee chiare.

Quando dico queste cose, quando polemizzo con le drammatiche sottovalutazioni del governo e del premier in prima persona, mi sento accusare di pessimismo. No, credo sia vero il contrario. Credo che la crisi vada affrontata con tutti gli strumenti e con tutte le idee nuove: a queste condizioni può essere persino una opportunità di cambiamento. E io so che l’Italia in questa temperie può dare il meglio di sé. Prendete Torino. Dentro una grande crisi che poteva portare la città al declino nel corso degli ultimi due decenni è stata capace di diversificare la sua struttura produttiva. Oggi, una miriade di piccolissime, piccole e medie imprese innovative della manifattura e dei servizi è parte di filiere produttive lunghe ed internazionalizzate. L’economia creativa è sempre più diffusa sul territorio, segue sia percorsi autonomi, sia strade integrate nelle attività storicamente distintive dell’identità industriale della città. Dentro questo quadro l’auto, nonostante il ridimensionamento seguito alla chiusura del ciclo fordista, è fondamentale non solo per Torino, ma per tutto il Paese. Non solo perché tra attività dirette ed indirette genera oltre l’11 per cento del Pil italiano. Ma, soprattutto, perché è l’opportunità per sviluppare e diffondere sul territorio saperi, professionalità, attività ad alto contenuto di innovazione.

Eppure la crisi qui morde duramente e la Fiat parla del rischio di un ridimensionamento radicale specie in termini di occupazione. La crisi determina un’accelerazione della ristrutturazione del mercato dell’auto, per numero di produttori indipendenti, per organizzazione dei processi produttivi, per caratteristiche dei prodotti. Per questo bisogna dare risposte che guardino al futuro, non tentare, inutilmente, di preservare il passato. Devono, inoltre, guardare agli interessi generali dell’Italia. Bisogna avere uno sguardo europeo, sfuggendo ogni protezionismo che pure si riaffaccia (penso alla Francia), ma dando risposte continentali o capaci di stare sui mercati mondiali. Mi è capitato di parlare recentemente di «green economy»: traducendolo vuol dire sostenere la domanda e l’offerta di auto ad elevata compatibilità ecologica, incentivi ai consorzi università-imprese ed alle imprese per la produzione di motori e veicoli ad impatto energetico ed ambientale minimo.

Nessun intervento settoriale, però, ha senso se non viene inquadrato dentro una politica economica all’altezza della crisi. Quindi, la politica economica del governo deve cambiare radicalmente orientamento e passo. La situazione della nostra finanza pubblica non può essere l’alibi per politiche di soli annunci: dove sono gli ammortizzatori sociali? Dove sono gli interventi per assicurare il credito alle imprese? Noi chiediamo proprio sugli ammortizzatori sociali una rivoluzione, un sostegno al reddito di chi perde il lavoro che copra anche i precari e che riaccompagni - attraverso la formazione - verso il lavoro. Come abbiamo proposto di usare la leva fiscale per le famiglie coi redditi bassi, specie quelle con figli. E sul versante delle imprese garantire che le pubbliche amministrazioni paghino i loro debiti anche creando un fondo straordinario. Investire nel Sud, riprendere le opere pubbliche che rischiano di fermarsi proprio mentre il Paese paga il prezzo più alto dei suoi ritardi. Dalle crisi si può uscire solo in due modi. O con un salto in avanti che ti fa portare oltre il meglio, che ti fa trovare le soluzioni ai vecchi problemi, alle vecchie incrostazioni. O imboccando la strada del declino. Torino questo lo sa bene. Per questo comincio da qui questo nuovo viaggio.
 
da lastampa.it


Titolo: WALTER VELTRONI contestato a Torino
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2009, 10:43:06 pm
30/1/2009 (14:47) - IL CASO

Europee, Veltroni contestato a Torino
 
Il leader del Pd ha inaugurato la sede piemontese del partito: «Se la sinistra si unirà raggiungerà ampiamente la soglia del 4%»


TORINO
Il segretario del Pd, Walter Veltroni, contestato a Torino per la posizione dei democratici sulla soglia di sbarramento al 4 per cento alle europee, ha incontrato esponenti di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani che lo hanno atteso per l’inaugurazione della nuova sede del Partito democratico piemontese a Torino e ha auspicato che la sinistra radicale si unisca in vista delle elezioni perché così facendo «supererà ampiamente il 4 per cento».

«Abbiamo avuto uno scambio serio e amichevole - ha detto dopo aver incontrato i manifestanti - e gli ho spiegato quello in cui noi crediamo: che la legge italiana deve essere come quella degli altri paesi europei. Se in Francia e in Germania c’è una soglia al 5 per cento, se in Inghilterra lo sbarramento reale è al 9 per cento, l’Italia non può arrivare (a Strasburgo, ndr) con decine di gruppi politici. E poi - ha aggiunto Veltroni - mi auguro veramente che la sinistra radicale italiana si ritrovi in una dialettica più interna che di frammentazione perché una forza unita ovviamente supererà ampiamente il 4 per cento, come successo in Francia e in Germania».

L’introduzione dello sbarramento del 4% per le elezioni europee continua far discutere le forze politiche, con i "piccoli", di destra e di sinistra, che contestano l’intesa raggiunta due giorni fa tra Pd e Pdl. La vice capogruppo alla Camera del Pd, Marina Sereni, si è rivolta proprio ai partiti minori della sinistra che rischierebbero di restare fuori dal Parlamento di Strasburgo sottolineando che l’introduzione di uno sbarramento del 4%, mantenendo le preferenze, «corrisponde alla richiesta che viene dai cittadini per un sistema dei partiti meno frantumato e per restituire all’elettore la possibilità di scegliere il proprio parlamentare. Anzichè attaccarci - continua - le forze alla sinistra del Pd dovrebbero costruire le condizioni di un’aggregazione che possa dare voce al loro elettorato. Per parte nostra - aggiunge - se sarà introdotto lo sbarramento, credo dovremo essere disponibili ad aprire le nostre liste ad altre forze riformiste».

Ma le manovre di aggregazione a sinistra non sembrano facili: Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti, avanza l’ipotesi di una «alleanza che vada dai Radicali al movimento di Vendola, dai Verdi a Sinistra Democratica» e Oliviero Diliberto sottolinea che «sono in corso intensissimi colloqui con i dirigenti di altri partiti» e si dice «ottimista» riguardo all’ipotesi di correre sotto un unico simbolo alle prossime elezioni europee. Ma il Verde Paolo Cento fa sapere che il Sole che ride non starà mai all’interno di una colazione che abbia come simbolo la falce e il martello e boccia come vetusta la proposta di Diliberto.

Le critiche all’accordo continuano ad arrivare da sinistra con il segretario di Sd, Claudio Fava, che ribadisce «l’errore politico» dell’accordo sullo sbarramento e denuncia «il baratto» che i due principali partiti avrebbero portato a termine. Ma anche La Destra, con Teodoro Buontempo, denuncia il fatto che «Pd e Pdl vogliono impedire la raccolta delle firme» per permettere ai partiti più piccoli di correre alle elezioni di giugno.

da lastampa.it


Titolo: Veltroni: la crisi è un'emergenza, governo primo responsabile
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2009, 11:47:33 am
Veltroni: la crisi è un'emergenza, governo primo responsabile

Emergenza nazionale, per la crisi economica, per le politiche insufficienti del governo. Per provvedimenti come la social card, che è una «presa in giro per gli anziani». È un discorso duro e senza freni quello di Walter Veltroni, segretario del Pd, che ha incontrato a Torino sindacalisti ed imprenditori. «L'Italia vive un'emergenza nazionale, ma se non lo sentiamo davvero non riusciamo a muoverci nella direzione giusta. Non lo dico con enfasi o con leggerezza - ha detto Veltroni - stiamo vivendo davvero in una situazione di emergenza nazionale: il Paese era già spaccato in due ed aveva un debito pubblico elevato, ma adesso decine di migliaia di esercizi commerciali chiudono, centinaia di migliaia di lavoratori sono stati mandati a casa».
 
E il governo cosa fa? «Bisognerebbe chiederlo a 'Chi l'ha visto? - ha aggiunto Veltroni - negli ultimi giorni ha ricevuto Fiorello e le due gemelle dell'Isola dei famosi, immagino due grandi statiste, ha commentato il caso di Kaka.... L'Italia ha bisogno di ben altro presidente del consiglio: ne servirebbe uno che sta seduto dal mattino alla sera al tavolo a cercare le risorse per tirare il paese fuori dalla crisi. Purtroppo, questo governo è drammaticamente non all'altezza».

Questa convinzione porta il segretario Pd a pensare che «l'Italia di fronte alla crisi ha capito che ha bisogno di essere guidata da una grande forza riformista. La gente - ha detto Veltroni - sta capendo l'inganno perpetrato dalla destra, lo sta capendo molto più di quanto non si pensi. Attorno al Pd c'è una grande attesa: non faccio proclami, il paese lo vogliamo cambiare sul serio e lo possiamo fare se saremo sempre noi stessi. Un Pd unito, dove si discute, ma poi si combatte lealmente insieme».

Proprio sulla necessità di essere uniti, è intervenuto Pierluigi Bersani, che rispondendo ai giornalisti riguardo alle voci che lo danno come successore di Walter Veltroni alla guida del Pd, ha detto: «Anch'io leggo sui giornali che mi si accrediterebbe come successore di Veltroni».  «Semplicemente la cosa - ha spiegato - è nata dal fatto che io ho qualche idea su come rafforzare il progetto del Pd e certamente quando sarà il momento dirò le mie idee. Punto e basta».

Veltroni non ha escluso inoltre la possibilità di una grande manifestazione contro il governo. «Le manifestazioni si possono fare contro le scelte del governo, ma anche contro la mancanza di un piano. La crisi è esplosa in estate e non ci sono provvedimenti per affrontarla. Il Paese è fermo e non cresce».

Alle accuse del Pd il governo risponde senza entrare nel merito dei contenuti, ma gioca sulle dichiarazioni. «Come al solito Veltroni falsifica la realtà. Il presidente Berlusconi non ha detto che gli viene l'itterizia se parla con l'opposizione. Ha detto invece che è la parola 'dialogo' a fargli venire l'itterizia, ovvero il mal di fegato, perché con questa sinistra che lo insulta in continuazione ogni tentativo di dialogo è sempre risultato vano», ha affermato Paolo Bonaiuti, portavoce del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.


30 gennaio 2009
da unita.it


Titolo: Il Pd, le europee e il logoramento di Veltroni
Inserito da: Admin - Febbraio 03, 2009, 05:04:55 pm
Il Pd, le europee e il logoramento di Veltroni


di Emilia Patta
 
 
«La legge sullo sbarramento alle europee è uno spartiacque: o si va avanti con un modello con due grandi partiti e 3-4 forze intermedie o si torna indietro con coalizioni frammentarie, divise, non in grado di governare». Domattina si riunirà il gruppo del Pd alla Camera per trovare una posizione unitaria sulla riforma delle legge elettorale per le europee: sbarramento al 4% e mantenimento delle preferenza è l'accordo raggiunto dal leader Walter Veltroni con il Pdl. Ma le parole del numero due del Pd Dario Franceschini fanno capire che in gioco c'è molto altro oltre al meccanismo con cui saranno eletti i deputati italiani a Strasburgo: la scelta tra un modello tendenzialmente maggioritario e bipartitico, ossia con due grandi partiti al centro di due coalizioni che si fronteggiano, o il ritorno a un sistema proporzionale con alleanze tradizionali tra una sinistra e un centro.

Lo spartiacque è qui, e il destinario dell'ultimatum è Massimo D'Alema. Che in un'intervista al Messaggero rilanciava domenica tutti i suoi dubbi.
Il compromesso raggiunto sullo sbarramento al 4% - è il ragionamento dell'ex premier - è accettabile. Il problema è di opportunità politica: «Domando se convenga al Pd andare avanti per questa strada. Si rischia non solo di inasprire i rapporti con i potenziali alleati alle amministrative (il riferimento è alla sinistra radicale, che domattima protesterà davanti al Quirinale contro lo sbarramento alle europee, ndr), ma anche di suscitare sentimenti di rigetto in parte dell'opinione pubblica che sospetta il prevalere di interessi particolari». Ossia il sospetto di "inciucio" con Silvio Berlusconi e il sospetto di "killeraggio" nei confronti degli ex compagni di Rifondazione. Tutti sospetti che potrebbero ingrossare le fila dei delusi del Pd (o meglio degli ex Ds) orientati a dare il voto a un Antonio Di Pietro sempre in salita nei sondaggi (l'Ispo di Renato Mannheimer lo dava stamattina potenzialmente al 10 per cento).

Sullo sfondo la questione delle alleanze, certo (e non ha tutti i torti D'Alema a far notare che oggi appare impossibile «lanciare una sfida di governo credibile riproponendo la coalizione Pd-Idv»). Ma anche, ormai in maniera esplicita, la questione della leadership («il partito così non va», dice ancora D'Alema). Con Pier Luigi Bersani intenzionato a candidarsi come anti-Veltroni al congresso del dopo-europee.

Domani il probabile pronunciamento dei Democratici per la soglia al 4 per cento. E anche il deputato D'Alema voterà disciplinatamente.
Ma certo la discussione attorno alla riforma elettorale per le europee ha aperto ufficialmente la guerra di successione all'interno del Pd.
Si aspetta solo il verdetto delle europee. L'unico rischio di questo lento logoramento è lo sfiancamento non solo dei logorati, ma anche dei logoratori.

 
da ilsole24ore.com


Titolo: Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2009, 07:35:10 pm
Il «day after» del segretario dimissionario tra rimpianti e prospettive future

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

«Ma il Pd resta un sogno che si è realizzato. Ora nessuno pensi di tornare al passato». «Basta sinistra salottiera»


MILANO - Il Pd non è nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa». E' al contrario un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». Un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare «questa Italia da Gattopardo». E di sconfiggere una destra e un Berlusconi che hanno vinto «una battaglia di egemonia nella società» e che ora «hanno la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». Per fare questo occorreva dar vita ad un partito nuovo, mai visto nella storia italiana del dopoguerra. Tuttavia, «io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa». Walter Veltroni spiega così, in un intervento di commiato davanti alla stampa e a molti dirigenti del centro sinistra, le dimissioni da segretario del Partito democratico all'indomani della sconfitta elettorale in Sardegna. Un risultato, quello sardo, che ha certamente influito sulla decisione ma che non ne è stato la causa: «già nei giorni scorsi - sottolinea l'ormai ex numero uno del centrosinistra - era chiaro che si dovesse aprire una pagina nuova». Dario Franceschini assumerà il ruolo di reggente del partito fino a che non sarà presa una decisione sul nuovo vertice. E per sabato è convocata l'assemblea costituente del Pd che avrà all'ordine del giorno le dimissioni del segretario e gli adempimenti statutari conseguenti.


IL RIMPIANTO - Veltroni inizia il suo intervento nella sala Adriano di Piazza Di Pietra a Roma parlando di «rimpianto», per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché «il Pd doveva nascere già nel 1996», dopo la vittoria elettorale di Prodi. «L'idea alla base dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse stata portata a termine, tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso». E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge, è la «realizzazione di un sogno» perché dal dopoguerra «non c'è mai stato un ciclo veramente riformista». L'Italia, secondo Veltroni, è un po' quella da Gattopardo, una nazione che non riesce a cambiare mai nel suo assecondare vocazioni e privilegi e che il centrodestra a suo dire interpreta assai bene. «E qui sta, secondo me, la sfida principale del Partito democratico, ovvero la sua vocazione maggioritaria: conquistare il consenso con una maggioranza reale, perché dal 1994 noi non abbiamo mai avuto la maggioranza degli italiani ma è a quella che dobbiamo puntare. Perché se non creiamo una grande forza riformista, questo Paese non cambierà mai».


IL PARTITO-VINAVIL E L'EGEMONIA DI BERLUSCONI - «Il Pd - puntualizza Veltroni - non deve essere una sorta di Vinavil che tiene incollata qualunque cosa. E' nella società che deve essere chiara la nostra proposta. La destra ha vinto, il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti». Ma il vero problema, secondo Veltroni, non è la politica di Berlusconi, bensì il fatto che questa posizione riesca a conquistare consenso tra gli elettori.

«IL PD IO L'HO VISTO» - Il segretario uscente ha poi spiegato i tre punti su cui il Pd ha cercato di impegnarsi in questi mesi. A partire dalla semplificazione della vita politica e sociale del Paese, concetto, questo, che «non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida». Poi l' innovazione programmatica, il superamento dei vecchi schemi della sinistra, per affrontare le nuove sfide della società. E, terzo, l'innovazione della forma partito: «Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto» con una partecipazione forte dal basso, «non come nella destra dove c'è uno solo che decide». «Io a tratti il Partito democratico l'ho visto» sottolinea però Veltroni ricordando tutti i principali momenti di coinvolgimento della base popolare del centrosinistra, dalle elezioni dello scorso anno alla manifestazione del Circo massimo, passando per le iniziative a difesa della Costituzione.

«NON CE L'HO FATTA» - Viene poi il momento dell'assunzione di responsabilità. «Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano i 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie - dice con determinazione -. Non ce l'ho fatta e me ne scuso. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo costante di tenerci uniti». Del resto, «in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare». «Penso - evidenzia poi Veltroni - che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno "da dove vieni", ma solo "dove vai"». Alla manifestazione del 25 ottobre, ad esempio, «c'erano solo bandiere del Pd, non quelle dei vecchi partiti».

«BASTA CON LA SINISTRA SALOTTIERA» - Per Veltroni è necessario «passare da sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice» ad un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: insomma, «fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone».

«SCELTA DOLOROSA MA GIUSTA» - «Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte - ribadisce ancora una volta il segretario uscente -. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova». «Non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati» dice poi Veltroni, perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula». In Germania o in Gran Bretagna, ricorda poi Veltroni, i progressisti hanno perso le elezioni locali e nessuno si è dimesso. «Noi invece in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì, che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io forse non mi sono conquistato sul campo». C'è spazio anche per una citazione biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Anzi, a me è stato fatto, ma io non lo farò». Veltroni invita poi a recuperare l'orgoglio dell'appartenenza e considerando che il lavoro da fare per cambiare il paese è molto, puntualizza, «non si può mettere insieme tutto e il contrario di tutto», ma «è necessario che la spinta riformista prevalga».

«VERRA' IL TEMPO...» - «Il Pd dovrà unire il Paese - commenta infine l'ex segretario al termine del suo messaggio di commiato - mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta, al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice in conclusione Veltroni annunciando di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta e dedicando un lungo capitolo ai ringraziamenti di tutte le persone che hanno collaborato con lui in questi mesi (con un pensiero anche a i presidenti delle Camere, Fini e Schifani, definiti "interlocutori corretti) - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito. Adesso avrò modo di gestire il mio tempo». Poi un'esortazione finale: «Non bisogna tornare indietro. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza. Non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi».

Alessandro Sala
18 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Soru sconfitto (anche) da Soru
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2009, 07:53:47 pm
Soru sconfitto (anche) da Soru

di Mariano Maugeri
 
 
Nelle sconfitte, le più truci come quelle più lievi, si materializzano i fantasmi che ognuno di noi si porta dentro: paure infantili, incubi mai sopiti, amori traditi.
Renato Soru, un giorno qualsiasi della sua prima vittoriosa campagna elettorale del 2004, concesse al Sole 24 Ore un'intervista volante dopo aver parlato per oltre un'ora a un centinaio di allevatori e agricoltori di Pozzomaggiore, mille abitanti persi nei pascoli della provincia di Sassari.

Durante la chiacchierata in un piccolo bar che sembrava un saloon, alberi di sughero e nulla, alla domanda neppure così scontata, visto che allora Tiscali veleggiava in ben altre acque – «perché si candida?» – lui diede una risposta che raggelò i collaboratori che lo accompagnavano: «E perché non dovrei farlo? Tanto siamo già tutti morti». Forse era una frase a effetto, forse no. Quelle parole ci sono tornate in mente leggendo il libro di un giornalista sardo, Costantino Cossu, che racconta del padre di Soru, Egidio, e della madre, Gigetta Spada, che a Sanluri gestivano contemporaneamente «un'agenzia di pompe funebri, un'edicola e un negozio di generi alimentari».
Nessuno può sapere come si srotoli un'infanzia giocando a nascondino tra salme, pigne di giornali e cosce di prosciutto cotto, certo è che un apprendistato simile obbliga a porsi precocemente delle domande che altri ragazzini rimandano nel tempo.

In questi anni, l'abbiamo visto attorcigliato cocciutamente a un'idea di sé e della Sardegna. Se c'è un filo rosso che lega alcuni governatori del Sud Bassolino e Soru in testa malgrado la loro incommensurabile diversità, è proprio questo: il politico ha fagocitato l'uomo. Non si può litigare sistematicamente e liquidare in malo modo sette donne su otto scelte una a una da lui; e non si possono spingere alle dimissioni gli uomini più valenti – assessori, tecnici - dell'esecutivo. In queste continue contrapposizioni, fratture, scontri, c'è un'idea di sé che non torna. Soru contro Soru. L'elenco è lunghissimo. L'ex governatore ha rotto bruscamente con tutti: da Paolo Maninchedda, il docente di filologia romanza che scrisse il suo programma, al pubblicitario Gavino Sanna, uno che naviga da una vita in un mondo di narcisisti e caratteriali, allenato per mestiere a trattare con personalità esplosive. Persino il suo fidato braccio destro, Franco Carta, cresciuto alla scuola di un gentiluomo e intellettuale democristiano come Gian Mario Selis, è stato tentato di mandarlo quel paese. Forse è una lettura prepolitica, ma solo così riusciamo a spiegarci il tracollo elettorale di un uomo che per quasi cinque anni ha gestito la spesa pubblica di una regione a statuto speciale, cioè il 70% del Pil isolano. Se a quelli dello Stato, sommiamo il patrimonio personale, non c'erano Cappellacci e premier che potessero scalzarlo.

La politica si nutre di simboli, e pure le dosi omeopatiche contano. Obama ce l'ha insegnato, sorridere non è reato, dovrebbero alzare i cartelli i giovani isolani. Che poi sarebbe un modo di esorcizzare questa identità sublimata, storie tristissime di servi pastori, i giovinetti deportati per mesi nel Supramonte: isolamento coatto, analfabetismo, affetti negati. Nel film Padre padrone, i fratelli Taviani uccidono simbolicamente il padre di un servo pastore. Ieri, i sardi, hanno ripercorso le orme di quel copione, perché la morte del padre celebra la rinascita del figlio.

Ed è inutile indugiare su chi politicamente, s'intende sia passato a miglior vita. C'è un motto francese che nell'Italia monarchica e anarchica dei Soru, dei Bassolino e dei Berlusconi aderisce sempre più alla realtà. È morto il re? Viva il re.

da ilsole24ore.com
 


Titolo: Veltroni a Villa Borghese, poi Dario va a casa sua
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 10:55:16 am
Veltroni a Villa Borghese, poi Dario va a casa sua


di Marcella Ciarnelli


Non c’è. Ha mantenuto l’impegno. Neanche l’insistenza dei fedelissimi ha avuto la meglio sulla decisione di Walter Veltroni di non essere presente alla Fiera di Roma, lì dove l’assemblea del Partito democratico si appresta a decidere sull’elezione del nuovo segretario. L’intenzione di non attrarre su di sé l’attenzione distogliendola da tutto il resto non è stata scalfita dal ragionamento di nessuno degli amici. Ma l’assenza è diventata una presenza. Di Veltroni non ha potuto fare a meno di parlare nessuno di quanti sono intervenuti dal palco. E molti in sala. Gli “orfani” e i “critici”. Nella lunga prima fila della dirigenza non c’era nessuna sedia vuota. Me è sembrato come se ci fosse. Forse due. Poiché la giornata è stata di quelle in cui, inevitabile, anche il nome di Romano Prodi è stato spesso evocato.

YouDem ha cominciato a trasmettere la diretta. Walter Veltroni ne ha seguito una parte, poi se n’è andato con la moglie Flavia a passeggio per Villa Borghese. Senza scorta, come aveva chiesto nel momento della conferma delle sue dimissioni. Quattro passi nel parco. Poi il ritorno a casa per ascoltare il discorso di Dario Franceschini l’erede designato e confermato dal voto dell’assemblea. A caldo, quasi sugli applausi, Veltroni non ha voluto far mancare il suo appoggio all’amico «leale». «Dario è la persona giusta per guidare il Pd», è il primo commento per un segretario «per le nuove sfide e i successi che il partito merita». «La prima persona alla quale parlai delle mie dimissioni è stato lui. Gli dissi che avrei voluto fosse lui a guidare il Partito democratico verso le elezioni e il congresso. Dario è un uomo politico leale, forte e che crede in quel progetto del Pd come un soggetto nuovo che sia perno del riformismo italiano. Questa era l'ispirazione del Pd al Lingotto, nelle primarie e anche nella campagna elettorale».

Forza Juventus
Onore al vincitore. Ed un «caloroso» augurio di buon lavoro. Poi, nel pomeriggio, un incontro privato a casa dell’ex segretario. I due non si sentivano dalla sera prima perché nella complessa mattinata di ieri Veltroni non aveva voluto in alcun modo interferire. Commenti sull’accoglienza, sul dibattito, sul clima della lunga giornata.
Ancora qualche telefonata. Niente cellulare ma il telefono di casa. Alle 20,30, al fischio d’inizio della partita Palermo-Juventus, il deputato «normale» Walter Veltroni si è concesso il lusso di fare solo il tifoso di quei bianconeri da cui, negli anni da sindaco della Capitale, aveva dovuto marcare un certo distacco, almeno nell’ufficialità, con due squadre a contendersi il cuore di Roma.

Ieri sera, dunque, l’ex segretario del Pd ha chiuso la giornata più lunga nel salotto di casa, davanti alla tv. A guardare la squadra del cuore.
Una espressione di normalità nella consapevolezza, già espressa, della necessità imprevista di dover scandire in modo diverso i tempi della giornata. Intanto il 28, poiché è programmata una settimana di sosta nei lavori parlamentari, l’ex segretario volerà a New York dove studia la figlia. Non si vedono da Natale. E’ normale avere nostalgia.

22 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: Walter ultimo fallimento
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 11:16:44 am
22/2/2009
 
Walter ultimo fallimento
 
 
Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo.

Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo.

È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo ­ protetto da una legge che lo immunizza ­ avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio.

Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito».

Solo un «partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.

Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (...) che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre.

Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche». Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.

Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare ­ dal mio punto di vista di stravolgere ­ il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto». Quel che occorre è «lavorare in profondità ­ sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti ­ e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che «per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.

da lastampa.it