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Autore Topic: WALTER VELTRONI ...  (Letto 41404 volte)
Admin
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« Risposta #15 il: Giugno 26, 2007, 09:46:49 »

POLITICA

Bersani e Letta ancora indecisi. Bindi boccia il ticket

Franceschini: "Se correranno altri sarà tutta salute"

Parisi: "Pronto a candidarmi se resta in corsa solo Veltroni"

Nuovo rinvio sulle regole per la Costituente

di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - Qualcosa si muove, come aveva auspicato Rosy Bindi. Se Walter Veltroni dovesse restare l'unico candidato alla segreteria del Pd, per esempio, si presenterà anche Arturo Parisi. "Lo farei - spiega il ministro della Difesa all'Ansa - non per un astratto principio democraticistico, ma per la piega unanimistica e plebiscitaria che, come era prevedibile, ha preso la candidatura di Veltroni a causa della investitura da parte dei vertici dei partiti". I prodiani dunque rompono gli indugi. Hanno sostenuto il nome del sindaco di Roma fin dall'inizio, ma criticato il metodo. E i giorni successivi alla scesa in campo di Veltroni non li hanno affatto convinti. L'ombra dei partiti che si allunga sul candidato, il ticket deciso a tavolino Veltroni-Franceschini, il coro in favore del primo cittadino. E il ritiro di alcuni papabili.

Quella di Parisi non è solo una provocazione. È l'affermazione di un principio, la difesa di uno strumento come le primarie. E può diventare alla lunga una sollecitazione reale per antagonisti oggi ancora in attesa. Gli occhi sono puntati su Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. A loro guardano, per rendere la competizione più accesa, in molti e di diverse estrazioni. Diessini spiazzati, difensori delle regole e forse una parte di elettori del Nord se il sottosegretario a Palazzo Chigi ha cominciato un giro esplorativo proprio dal Veneto la scorsa settimana.

La Bindi ha ripetuto ieri all'assemblea federale della Margherita il suo pensiero: stima per Walter, però... "La scelta di un leader passa attraverso una competizione vera. Che è molto meglio di una ratifica", avverte. C'è poi la questione delle donne ("anche stavolta assenti", dice il ministro della Famiglia) e i dubbi sul ticket con Franceschini. Beppe Fioroni in realtà ha sposato la formula del vicario e ha elogiato la scelta del capogruppo ulivista.

I prodiani però insistono: la figura del vice non esiste in un regolamento che ancora va scritto. Così come va fatto il partito. Franceschini risponde alle critiche così, parlando alla Festa dell'Unità: "Se scenderanno in campo altri ticket, ben vengano. Sarà tutta salute per il Pd. Ma se c'è un consenso generalizzato per Veltroni, non mi scandalizzo". Chiaro il riferimento a Bersani-Letta. Sono questi gli elementi che i due dovranno mettere insieme nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Da Franceschini è venuto anche un appello al rientro di Sinistra democratica: "Il Pd è la casa di tutti. C'è bisogno anche di loro".

La Bindi non ha sciolto la sua riserva. Ma come candidato probabile, dalla Margherita, viene indicato Letta. Molti suoi colleghi di partito sono convinti che alla fine il sottosegretario parteciperà alla gara. Anche se il suo rapporto con Veltroni è ottimo, anche se le possibilità di vittoria, per lui come per altri, sembrano davvero ridotte. Diverso il discorso di Bersani. Il ministro dello Sviluppo economico attende il discorso di domani al Lingotto. Vuole buttarsi solo se le due piattaforme saranno distinte, in alcuni punti fondamentali. Ha condiviso alcune linee contenute nel documento dei giovani diessini sul ricambio generazionale, sul rafforzamento dei poteri del premier, sull'avvio di una Terza repubblica. Avrebbe voluto partecipare alla loro assemblea mercoledì. Ma quell'assemblea è diventata una conferenza stampa convocata per oggi. Il documento infatti, hanno precisato i firmatari (tra cui Nicola Zingaretti, Andrea Orlando, Andrea Martella, Marco Filippeschi e Roberta Pinotti) è aperto a tutti, non sostiene alcun candidato. E Zingaretti ha scritto all'Unità, che aveva anticipato il testo mettendolo in relazione con Bersani, chiarendo: "Io sto con Veltroni". Quella che poteva essere una base di lavoro per la candidatura Bersani resta alla fine un programma a disposizione di tutti gli eventuali candidati, Veltroni compreso.

La corsa dipende anche dalle regole per l'elezione dell'assemblea costituente. E dopo la riunione dei tre coordinatori Mario Barbi, Maurizio Migliavacca e Antonello Soro, ieri sera, si è andati a un nuovo rinvio sul punto principale: al candidato va collegata una sola lista o si possono collegare più liste? Parisi insiste: una sola lista. Che è il modo per evitare una divisione per correnti dentro la Costituente. Ma la soluzione ancora non c'è.

(26 giugno 2007) 
da repubblica.it
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« Risposta #16 il: Giugno 26, 2007, 09:47:45 »

Ds e Dl attestati al 23/25%.

Determinanti i «voti mobili»

Pd, l'«effetto Walter» vale il 10%

Consenso di astenuti e indecisi che però chiedono scelte nette dalla Tav alle tasse

 
Quale può essere l'apporto di Veltroni, al risultato elettorale del Pd? Al solito, va sottolineato che nessuno, tanto meno i sondaggi, può prevedere il futuro. Ma si possono fare alcune ipotesi, ricordando che da diversi anni le elezioni si vincono soprattutto in relazione a ciò che viene comunicato durante la campagna e — in misura minore — a ciò che si è effettivamente realizzato rispetto alle promesse del passato.

DS e Margherita ottengono oggi nel loro insieme il 24-26% delle intenzioni di voto, con un calo di circa l'1% rispetto a due mesi fa. Ma solo una parte (76%, anche in questo caso con un calo di circa il 2%) di costoro dichiara di «prendere in considerazione » il nuovo partito. Ne consegue che l'apporto da DS e Margherita al Pd sarebbe pari grossomodo al 18-20% dell'elettorato. Cui va aggiunto un 2% circa di elettori di altri partiti e una quota rilevante (attorno al 3% dell'elettorato con, in questo caso, un forte incremento da qualche settimana a questa parte) degli indecisi e degli astenuti, che mostrano, in questo periodo, una crescente e speranzosa attenzione per la nuova forza politica. È grazie a questi ultimi, dunque, che, malgrado le defezioni nel centrosinistra, il Pd riesce a mantenere i consensi attorno al 23-25%.

E l'effetto Veltroni? Il leader, come si sa, è molto popolare anche al di fuori del centrosinistra. Più di un italiano su cinque, pur non votando per un partito di governo, dichiara di apprezzarlo: molti tra questi sono indecisi e astenuti, che, come si è visto, fanno sempre più parte del mercato potenziale del Pd e che potrebbero decidersi a votarlo, proprio per la presenta del Sindaco di Roma. Inoltre, Veltroni è molto stimato anche nell'elettorato del centrosinistra che non sceglie oggi Ds o Margherita o che, pur votandoli, non è intenzionato a optare per il Pd. Nell'insieme, se costoro decidessero di seguire comunque Veltroni, dandogli la propria fiducia come leader del Pd, si otterrebbe un incremento del consenso al partito addirittura superiore al 10%.

La potenzialità, dunque c'è ed è relativamente estesa. Ma si tratta di trasformarla in realtà: tramutare le intenzioni di voto in consensi «veri». Per farlo efficacemente Veltroni dovrà, tra l'altro: - apparire «giovane» e innovativo. E' vero infatti che nei sondaggi è il più gettonato tra i leader del centrosinistra, ma è vero anche che i suoi consensi provengono in misura relativamente maggiore dai più anziani. Il Sindaco di Roma deve conquistare le nuove generazioni.
- evitare di essere considerato mera espressione dei partiti, di sembrare il prodotto delle scelte delle burocrazie. Al riguardo, sono in molti a ricordargli che, nella vicina Francia, né Royal né Sarkozy sono stati designati «automaticamente» dai loro partiti, anzi. Da questo punto di vista, a Veltroni conviene la immediata realizzazione di vere primarie competitive e non di plebisciti.
- assumere posizioni concrete sulle diverse questioni. È questa in particolare la richiesta dell'elettorato «mobile». Un segmento di votanti molto importante. Oggi in misura ancora maggiore, con l'incremento di chi afferma la disponibilità a votare a destra come a sinistra, basandosi principalmente sulle argomentazioni — e, seppure inconsapevolmente — sull'immagine dei diversi candidati. Nel complesso, tra un quinto e un sesto degli italiani (il 14,4%) si dichiara oggi «potenzialmente mobile» da una coalizione all' altra.

Proprio costoro si accontentano sempre meno di mere posizioni di principio o di generico «buonismo», ma dichiarano di voler conoscere sin d'ora cosa intende fare il futuro leader del PD sulla Tav, sulle tasse, sulle pensioni, ecc.. I «potenzialmente mobili» costituiscono il vero mercato da conquistare. Anche — specialmente — da parte di Veltroni e del nuovo partito che si appresta a dirigere.

Renato Mannheimer
26 giugno 2007
 
da corriere.it
« Ultima modifica: Luglio 11, 2007, 05:11:43 da Admin » Loggato
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« Risposta #17 il: Giugno 27, 2007, 06:15:47 »

Marta Vincenzi: «Nel ticket avrei voluto una donna»

Maria Zegarelli


Su «Walter» nessuna esitazione, sulla definizione «ticket» qualche riserva ce l’ha. Marta Vincenzi, neosindaco di Genova, oggi sarà al Lingotto e farà il tifo per il primo, per ora solitario, candidato alla guida del Partito democratico.

Sindaco, partiamo da qui, dal ticket Veltroni-Franceschini. Cosa non la convince?
«Non amo tanto questa storia dei ticket, preferirei modi diversi per dar vita alla necessità di tenere insieme l’esistente. Perché mettersi in due e non in gruppo? E perché non considerare l’ipotesi una donna nel ticket? Sia chiaro: Franceschini è un politico di alto profilo, ma una vera innovazione duale sarebbe stata la presenza di una donna. Il termine ticket sa ancora di due forze politiche che si uniscono, mentre l’obiettivo del Pd è quello di andare oltre e puntare al nuovo. L’unica possibilità che abbiamo per far passare un messaggio forte di innovazione è quella di proporre ipotesi di leadership che non ricalcano la situazione dei due partiti che si fanno forza tra di loro per evitare di perdere ancora pezzi».

Però, da quando si è fatto il nome di Veltroni c’è stato il fuggi-fuggi tra gli altri possibili candidati...
«Questo è un problema che bisognerà affrontare. Ritengo che in questo momento la figura di Veltroni sia quella giusta per rilanciare il Pd: quando è venuto a Genova per chiudere la campagna elettorale nella mezz’ora in cui ha parlato al pubblico ha riconosciuto che ormai siamo quasi afasici nel riconoscere i bisogni veri delle persone. E lui è alle persone che si è rivolto, senza usare perifrasi o lanciarsi in discorsi di fantapolitica. Credo davvero che oggi possa farci fare il salto di cui c’è bisogno. Detto questo, considero negativo il fatto che nessuno si confronti con questa candidatura. Forse è il risultato di una impostazione del percorso che non condivido».

Parla dell’elezione del segretario?
«Mi riferisco alle primarie che sono uno strumento nato per scegliere il candidato premier e non il segretario di un partito. È giusto che i cittadini vadano a esprimersi, perché nasce un partito nuovo, ma non capisco perché dobbiamo chiamarle primarie».

Arriviamo al discorso che Veltroni farà al Lingotto. Cosa si aspetta?
«Mi aspetto che scaldi cuori e intelligenze, che parli agli uni e alle altre. C’è una grande voglia di cominciare a pensare che questa proposta di Pd possa davvero cambiare qualcosa, ma anche una grande reticenza ad attaccarsi a una speranza che si teme possa realizzarsi. Veltroni dovrà usare i toni giusti per riconoscere la forza di cambiamento che vogliamo dare e dia credibilità. Deve fare in modo che le persone si convincano a partecipare a questo processo e non ad assistere soltanto. Concretezza e sogno, per sintetizzare. E consapevolezza del fatto che è dai territori che bisogna ripartire perché le contraddizioni e le difficoltà della politica sono le stesse che si riscontrano,d a parte della gente, nell’ organizzazione delle città. Si devono diversificare le risposte a seconda delle aree del nostro Paese».

Cacciari ha definito la sua una “adesione condizionata” alle risposte che arriveranno alla questione settentrionale. Lei è sulla stessa linea?
«Faccio parte della partita di sindaci che lavorerà a una proposta per il Nord da sottoporre al leader del Pd, ma la mia non è una adesione condizionata, sono convinta che Veltroni sia la persona giusta. Mi aspetto, naturalmente, che Walter possa far proprio il contributo di riflessione che da questa parte del Paese arriverà al Pd».

Pubblicato il: 27.06.07
Modificato il: 27.06.07 alle ore 8.58   
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« Risposta #18 il: Giugno 27, 2007, 06:18:49 »

Sergio Chiamparino: «Doveva candidarsi Ora, segnali forti»
Maria Zegarelli


Sergio Chiamparino si dice tranquillo alla vigilia del discorso di Walter Veltroni al Lingotto. «Sono certo che dopo quello che dirà l’adesione di Cacciari non sarà più condizionata».

Veltroni ha scelto la sua città, un segnale di attenzione vero la “questione settentrionale”?
«Walter mi ha detto di aver scelto questa città dopo aver letto una mia intervista il cui titolo diceva “la missione del Pd è parlare al Nord”. È evidente che la sua scelta è un segnale forte di volontà di dialogo, ma credo che Torino sia anche una città che per il suo passato, il suo presente e per i grandi personaggi che vanta- da Gramsci, a Bobbio, dai “santi sociali” al cardinale Pellegrino”- rappresenta la cultura che dovrebbe fare da base del Pd. Qui la sinistra dagli anni Novanta in poi ha innovato e ha contribuito alla nascita dell’Ulivo prima e del Pd oggi. I problemi che nascono al Nord sono spesso quelli che poi esplodono nel resto del Paese, anche se qui hanno una forma più esasperata perché è l’area obbligata a stare di più nella globalità, sia dal punto di vista dei processi di competizione sia da quelli di inclusione».

Pensa a una lista del Nord a sostegno del candidato?
«Non solo. Penso - e sono sicuro di interpretare il pensiero di Cacciari, con il quale ho parlato poco fa, ma anche di molti altri - che l’apparentamento e il sostegno a Veltroni nell’ambito di un quadro comune di valori e indirizzo vadano garantiti partendo da una piattaforma politica e programmatica che tenga conto delle realtà e delle criticità delle nostre città».

La sua collega Marta Vincenzi si dice perplessa sulla formula del ticket. Lei che ne dice?
«Le persone che compongono il ticket sono di grande qualità personali e politiche. Le perplessità possono esserci circa l’idea. Forse il rischio che paventa Vincenzi c’è, ma ci sarebbe stato in ogni caso. L’unico modo perché la costruzione dell’Assemblea costituente non prefiguri la sommatoria Ds- Margherita è quella di consentire una forte articolazione delle liste a sostegno dei candidati».

C’è chi dice che una candidatura così forte possa svuotare di senso le primarie...
«Credo che si sarebbero svuotate di contenuti se la persona che l’opinione pubblica identifica più direttamente con il Pd fosse stata a guardare in disparte. La decisione presa cambia il senso delle primarie, se non ci fosse stata la candidatura di Veltroni avrebbero espresso una leadership dell’Assemblea costituente ma non del partito. Se Veltroni non si fosse candidato gli stessi elettori si sarebbero chiesti perché tenere fuori colui che secondo i sondaggi gode di ampio consenso. Chi non si riconoscerà nella piattaforma programmatica e politica di Veltroni sarà libero di mettersi in gara».

Quali argomenti secondo lei sono prioritari?
«Oggi la politica trasmette molto più l’idea di quello che ha dietro rispetto a quello che ha davanti. Per questo il Pd deve presentare un momento di forte innovazione di tutta la politica italiana e se questo è vero le stesse categorie di destra e sinistra, così come sono declinate oggi, vanno profondamente riviste. C’è bisogno di rimotivare il campo intero della sinistra a partire dalle questioni generali, ma non si può più attingere al vecchio armamentario ideologico: bisogna puntare sull’innovazione e su una grande attenzione a una politica che sia insieme partecipazione e decisione».

Pubblicato il: 27.06.07
Modificato il: 27.06.07 alle ore 8.59   
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« Risposta #19 il: Giugno 27, 2007, 06:29:31 »

POLITICA
IL PERSONAGGIO

La parabola del "buonismo"
di FILIPPO CECCARELLI

 
POLITICA, sentimenti e degenerazioni sentimentali, ormai. Potere e benevolenza, conflitto e premura, strategia e morbidezza. Nella giornata in cui il centrosinistra ritrova finalmente un leader, dopo mesi e mesi di vane zuffe varrà la pena di chiedersi come è possibile che Walter Veltroni, preteso buonista per eccellenza, e comunque accreditato fondatore del buonismo, sia riuscito nella straordinaria impresa di fare fuori tutti gli altri senza nemmeno sporcarsi le mani.

"Oddio - ha esclamato Sabrina Ferilli - ancora con questa storia del buonismo!". E tuttavia per una volta converrà accantonare il pur legittimo fastidio dell'attrice, che oltretutto con Veltroni ha un bel debito di riconoscenza, avendola egli difesa, freschissimo sindaco, dagli strali del priore della chiesa di Santa Sabina, sopra il Circo Massimo, allorché la Ferillona volle spogliarsi davanti a 500 mila tifosi che festeggiavano il terzo scudetto della Roma.

E già questo singolare patrocinio, se si vuole, sposta parecchio in là l'orizzonte del buonismo. Categoria politica ormai abbastanza antica, come si intuisce da uno strillo di copertina dell'Espresso, "Buonismo, malattia infantile del centrosinistra", comparsa sotto il faccione del futuro leader del Partito democratico nel febbraio del 1995. Non solo, ma già una decina di anni orsono la parola è entrata nel Lessico Universale della Treccani come: "Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari".

Così autorevolmente certificata, si può aggiungere che tale definizione si adatta abbastanza bene al suo indiscusso fondatore. Il quale una volta, a Rieti, appena sceso dall'automobile fu accolto da alcuni giovani militanti di Alleanza nazionale con una pioggia di mutande, si spera - ma non è sicuro - pulite. Un paio di queste mutande lo centrarono in pieno volto. Chi ha assistito alla scena giura che il sorriso di Veltroni fu mite, aperto, indulgente e perfino divertito.

Più o meno la stessa grace under pressure, grazia sotto pressione con cui si rivolse a un operatore di Striscia la notizia che aveva preso a tallonarlo da giorni: "Senta - gli disse il sindaco - a questo punto credo proprio che io e lei dovremo sposarci".
L'agiografia veltroniana, d'altra parte, si configura come un genere giornalistico particolarmente contagioso che arriva a lambire addirittura Il Secolo d'Italia (letto, s'immagina, dai lanciatori di slip). Ma il personaggio è obiettivamente garbato. Di più, è una persona decisamente piacevole. Ma la politica, come diceva De Mita, è la politica; e quindi vive anche - e mai come oggi - di seduzioni e rappresentazioni che travalicano la sfera privata dei suoi protagonisti.

Per cui Veltroni, che pure teorizza "la forza dei piccoli gesti", certamente ne compie a iosa: e perciò rinuncia alla scorta, cede il palco riservato dell'Opera agli studenti del Conservatorio, converte i regali di compleanno nell'acquisto di un videoproiettore per i minori incarcerati. Un giorno, non lontano dalla moschea, ha visto un ragazzo che abbandonava per terra una bottiglia di birra: e allora il sindaco ha fatto fermare la macchina, è sceso, ha avvicinato il giovane facendogli raccogliere la bottiglia per deporla in un cestino.

E comunque: non è il tratto personale in discussione. Molto più interessante, semmai, è indagare sul trionfo del preteso buonismo veltroniano su una scena pubblica sempre più connotata da cattiverie, maleducazioni e volgarità.

Da questo punto di vista il "modello Roma", dove un asilo nido è stato ribattezzato "Coccole & Co", dice molto più di quello che gli analisti sociali freddamente classificano come "politiche simboliche". Un vero e proprio "pozzo di San Patricio", parafrasando il titolo del più buonista dei romanzi veltroniani: lapidi e targhe mirate; intitolazione di vie e parchi in segno di riconciliazione; ricerca di "eroi" e sensibilità al dolore dei personaggi della cronaca (premiazioni, case trovate, funerali pagati); permessi retribuiti ai dipendenti comunali che facciano volontariato; impegno personale del sindaco nei confronti di vecchi, bambini, disabili, esuli. Poi sì, certo, si esagera pure - e ai romani, che i loro problemi continuano sempre ad averceli, non è che siano tanto disposti ad esultare all'unisono con il loro sindaco per l'insperato ritrovamento del cane "Fiocco". Ma pazienza.

Lo stesso Veltroni è intervenuto più volte sul suo stesso buonismo. L'ha fatto, c'è anche da dire, con appuntita sottigliezza lasciando com'è ovvia da parte Peter Pan e San Francesco, due fra i suoi più gettonati ispiratori, ma La Rochefoucauld ("Gli sciocchi non hanno la stoffa per essere buoni") e addirittura Machiavelli che scrive: "Però che a un popolo licenzioso e tumultuoso gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente può esser ridotto nella via buona".

Si tratta in effetti di un'antica risorsa del comando, nella sua accezione tenue, mite, soffice, e però spesso anche mascherata, alla Forlani, per intendersi, non a caso fiabescamente soprannominato "Il Coniglio Mannaro". Eppure, nel corso del tempo, Veltroni non ha mai troppo apprezzato di essere definito come buonista: "Visto che ho la temperatura bassa - ha spiegato una volta - mi rodo il fegato e domino la rabbia. Ma non vorrei che la gentilezza fosse scambiata per qualche cos'altro". E già: "Dal buono al fesso - ha integrato la moglie Flavia, pure consultata sull'argomento - ci vuole un attimo". C'è da dire che quest'attimo venne bruciato da Berlusconi nell'ormai remoto 1995: "Veltroni è un coglione" gli scappò detto in un piano-bar di Cernobbio. Poi rettificò, i giornalisti avevano sentito male. La rettifica che lo aspetta nei prossimi mesi rischia comunque di essere per lui più complicata.

Più scabroso è la dinamica interrelazionale, se così si può dire, con l'antagonista storico di Veltroni, e cioè D'Alema. Perché il buonismo nasce anche in chiaroscuro, in controluce, in controtendenza e in alternativa a un supposto - e anche in quel caso abbastanza documentabile - "cattivismo" dell'attuale ministro degli Esteri. Ha detto Walter diversi anni fa: "Massimo ha una forma di comunicazione molto dura, molto severa, un po' sprezzante nei confronti degli altri, e questo non aiuta". Decisamente no, a giudicare da come sta per finire il torneo per la guida del Partito democratico. Anche se poi, ed è sempre Veltroni a parlare, "scavando, probabilmente si scoprirebbe che io non sono poi così buono". Probabilmente. Per quanto intima, la politica resta sempre un po' ambigua.

(27 giugno 2007) 

da repubblica.ot
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« Risposta #20 il: Giugno 27, 2007, 06:31:24 »

POLITICA

Berlusconi: "Dialogo con Veltroni ma senza l'estrema sinistra"


ROMA - E' "ancora presto", ma Silvio Berlusconi, ragionando sulla discesa in campo di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico, disegna possibili scenari futuri. La premessa: "Con questa sinistra estrema non si può governare, blocca il Paese e tiene sotto ricatto il governo". E quindi è possibile, in futuro, una cooperazione con Veltroni senza l'apporto della sinistra radicale? "Vediamo - risponde l'ex premier parlando con un cronista dell'Agenzia Italia, durante una passeggiata per le vie di Roma - è presto. Vediamo come andranno le cose... Certo che è possibile, io non sono contro nessuno in particolare e, quindi, nemmeno contro Veltroni. Voglio solo il bene del Paese".

(27 giugno 2007) 

da repubblica.it
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« Risposta #21 il: Giugno 28, 2007, 05:38:26 »

Intervista all'Espresso del ministro della Difesa Parisi: «Veltroni ci ha deluso»

Duro attacco al sindaco di Roma: «Si è assicurato l'appoggio delle macchine di partito. Siamo più indietro del punto di partenza»
 
 
ROMA - Non è piaciuto a Parisi il discorso di insediamento di Walter Veltroni. Tutt'altro. In un'intervista rilasciata all'Espresso, il ministro della Difesa ha attaccato duramente il sindaco di Roma, candidato alla segreteria del Pd: «Non è la prima volta che un candidato prescelto delude proprio quelli che lo hanno designato - ha detto -. Al momento però Veltroni ha deluso noi che gli avevamo affidato tutte le nostre speranze, nonostante tutto. Invece si è assicurato l'appoggio delle macchine di partito in quanto tali, di Fassino in quanto segretario dei Ds, e dei Popolari che hanno firmato la sua candidatura mettendogli come numero due Franceschini, da sempre il successore designato di Franco Marini».

CORREZIONI RADICALI - «Se non intervengono correzioni radicali - ha continuato Parisi - ho paura che la frittata sia fatta: resta solo un regolamento per l'elezione dell'assemblea costituente che certifichi e pesi le correnti. Siamo più indietro del punto di partenza. Rischiamo uno scenario municipale: un sindaco e tanti piccoli gruppuscoli personali. Con una piccola differenza: che a livello nazionale non c'è il sindaco, ma solo i gruppetti».

CANDIDATURA DI SERVIZIO - Parisi ha dunque ribadito la disponibilitá per «una candidatura di servizio, per realizzare il progetto. In assenza di candidati alternativi credibili, e penso innanzi tutto ai giovani, ai famosi giovani-giovani che ora dovrebbero scendere in campo per rappresentare idee alternative a questa dinamica, ho idea che sia costretto a candidarmi. Se nessun altro si fa avanti. Sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari: se il leader è giá deciso mi potete chiedere una candidatura di servizio, non la certificazione che sono un cretino! Chi parteciperebbe mai ad una gara della quale è stato giá proclamato il vincitore?»

28 giugno 2007
 
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« Risposta #22 il: Giugno 28, 2007, 11:15:17 »

Veltroni, il discorso Il nuovo puzzle delle citazioni

Il sindaco-leader ricorda De Gasperi e Olof Palme.

L'inchino a Biagi e D'Antona 


Se sarà un po’ più rosso o un po’ più bianco, un po’ più aperto o un po’ più chiuso, un po’ più rock o un po’ più lento, si vedrà. Quel che è sicuro è che il nuovo Partito democratico, in questo Paese timoroso nei confronti di jettatori, menagrami e «schiattamuorti», nasce (evviva) senza fisime superstiziose. Manco il tempo che Walter Veltroni finisse il suo appassionato e fluviale discorso ed è infatti partita, sia pure nella versione inglese, una musica struggente: «Si è spenta già la luceee...».

Valla a trovare, una colonna sonora per una nuova forza politica che ha l’ambizione di essere insieme erede di De Gasperi e Togliatti, Rosselli e Parri e un mucchio di altri padri e madri, zii e prozie. «Mira il tuo popolo»? Figurarsi. «L’Internazionale?». Neanche. «Bandiera rossa»? Per carità! «Biancofiore / simbolo d’amore»? Manco a parlarne. Solo un uomo potrebbe scriverlo, il nuovo inno ecumenico: l’«ancora giovane Walter». Il quale, sfidando il torrido caldo sahariano della Sala Gialla del Lingotto, i rigagnoli di sudore nel colletto e le battute sulla definizione di Fassino («di tutti noi Veltroni è il più fresco»), ha riassunto in cento minuti di discorso la sintesi di quel che sarà, questo Pd.

Direte che una sintesi di un’ora e quaranta è assai poco sintetica. Difficile darvi torto. Giovanni XXIII riuscì ad aprire il Concilio Vaticano II con una prolusione di 37 minuti. La dichiarazione d’indipendenza americana richiese 1.374 parole. E il «Manifesto del partito comunista» 10.668: un migliaio in meno di quelle spese ieri dal sindaco di Roma per accettare la candidatura a guidare il nuovo partito. Ma lì, appunto, c’era da teorizzare uno schema solo. Qui, il nuovo leader doveva metterne insieme due, tre, quattro. Sorridere alla Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato, riconoscere i valori del Family Day e ricordare i diritti dei gay, scuotere il grande popolo di sinistra intorno alla «lotta contro la precarietà» e rendere omaggio a Massimo D’Antona e Marco Biagi, a lungo bollati dalla sinistra, anche quella lontanissima dai fanatismi brigatisti, come uomini «oggettivamente» al servizio del libero mercato e quindi del «nemico».

A farla corta, il contesto si prestava a un aggiornamento dell’adagio del vecchio Ruggero Bauli il quale, a chi gli chiedeva quale fosse la ricetta del «Pandoro », rispondeva: «Un po’ più, un po’ meno, un po’ prima, un po’ dopo». I giudizi sprezzanti arrivati da destra (Margherita Boniver: «La platea si è scaldata solo sui concetti copiati da Berlusconi ») o da sinistra (Cesare Salvi: «Un discorso ideologicamente vecchio» e «blairista mentre Blair sta uscendo di scena») sono però frettolosi. E non vedono, nel lungo lungo discorso veltroniano, un tentativo che dovrebbe interessare sia la destra sia la sinistra radicale: quello di ridisegnare una sinistra moderna. Europea. «Moderata», come dice (un po’ schifato, lui) Franco Giordano. Interessata a trovare nuove parole d’ordine. A liberarsi di certi schemini vecchi e imbolsiti.

E qui Veltroni, al di là delle facili ironie sulle scelte «veltroniane» di schierare in prima fila suor Giuliana del Cottolengo o far tradurre in simultanea il suo discorso per i sordomuti (polically correct: audiolesi) e dedicare la prima citazione a De Gasperi riconoscendo «quanta strada è stata fatta» nel dopoguerra, ha detto davvero alcune cose che non piaceranno per niente a un pezzo di sinistra. Quella rissosa, attaccabrighe e convinta come era anni fa Fausto Bertinotti che «i governi migliori sono quelli terremotati» e sottoposti «a torsione ». La prima è stata, appunto, l’inchino non solo a D’Antona ma anche a Marco Biagi, con una bocciatura dell’idea di cancellare tout-court la legge che porta il suo nome come altre fatte dal Polo: «Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato».

La seconda, con un’implicita censura al manifesto rifondarolo che strillava «anche i ricchi piangano», è stata una citazione di Olof Palme: «La battaglia non è contro la ricchezza, ma contro la povertà». La terza la proposta, poco gradita ai duri e puri, di spalancare il mercato immobiliare tassando i canoni solo al 20%, almeno per chi affitta alle giovani coppie e agli studenti, «poi si vedrà ». La botta più dura, però, come dimostrerà la gelida assenza per ore e ore di repliche da parte dei leader confederali, è ai sindacati. Aggiunta a mano, fuori dal testo ufficiale scritto. Testuale: «Il sindacato non deve tutelare solo i pensionati o coloro che hanno già un posto di lavoro, ma deve saper tutelare anche i giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro».

E via così. Contro i «signornò»: «Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». Contro i demagoghi: «Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. Occorre bandire ogni atteggiamento classista, considerando ugualmente esecrabili un imprenditore che evade le tasse e un dipendente pubblico che percepisce lo stipendio e non lavora». Contro i costi eccessivi della politica: «Chi critica sprechi e irrazionalità e chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. La politica deve essere sobria ». Contro chi vuole la politica dello scontro: «Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto». E via così.

A proposito: Berlusconi? Sette anni fa, proprio qui, al Lingotto, dopo aver tentato inutilmente di scaldare i cuori con Lumumba, i boat-people, la fame nel mondo, i fratelli Cervi e la sedia elettrica, era riuscito a strappare un diluvio di applausi attaccando il Cavaliere. Stavolta no: mai nominato. E l’Africa? Non aveva detto che «dopo 50 anni la vita va reimpostata » e che dopo aver lasciato il Campidoglio voleva dedicarsi «alla questione dell’Africa »? C’è tempo, c’è tempo...

Gian Antonio Stella
28 giugno 2007
 
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« Risposta #23 il: Giugno 29, 2007, 04:22:23 »

Veltroni: «L'aumento dell'età è una cosa obiettiva»

Bertinotti: «Alzare l'età pensionabile avrebbe un impatto sociale intollerabile»

Il presidente della Camera ha anche voluto sottolineare la sua «fiducia e solidarietà totale» al segretario del Prc Giordano

 
ROMA - Sul tema dell' età pensionabile Fausto Bertinotti, non ha cambiato idea e condivide pienamente la posizione portata avanti dall'attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista. Il portavoce del presidente della Camera, Fabio Rosati, a proposito del titolo apparso su un quotidiano, che segnalava una disponibilità di Bertinotti in favore dell'aumento dell'età pensionabile, rileva: «non c'è nulla di più lontano dalla realtà». Rosati conferma anche la «fiducia e solidarietà totale» del presidente della Camera nei confronti del segretario del Prc, Franco Giordano, e del gruppo dirigente del partito.
 
IMPATTO SOCIALE INTOLLERABILE - «Bertinotti - conclude Rosati - in tema di pensioni e di un eventuale aumento dell'età pensionabile ha sempre ritenuto che ciò avrebbe un impatto di intollerabilità sociale. Su questo punto il presidente della Camera si è espresso chiaramente a più riprese, tanto che non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni».

VELTRONI: «L'AUMENTO DELL'ETA' E' UNA COSA OBIETTIVA» - Sullo stesso tema toccato da Bertinotti Walter Veltroni ha invece detto che «l’aumento dell’età pensionabile è una cosa obiettiva». Veltroni, durante la registrazione di Tv7, ha sottolineato che «c’è uno squilibrio molto forte nel sistema pensionistico. Una quantità di risorse ingenti che vengono spese vanno spostate sulla lotta alla precarietà». Secondo Veltroni infatti «al netto dei lavori usuranti la prospettiva di vita si è allungata, è un fatto matematico, perciò si può allungare il periodo di lavoro».

29 giugno 2007
 
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« Risposta #24 il: Luglio 03, 2007, 10:03:48 »

Veltroni e il comunista
Alfredo Reichlin


La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente - mi pare - nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza.

Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».

Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.

Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale». È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco. E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?

È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una elites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico.

Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.

Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere.

Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.

Pubblicato il: 03.07.07
Modificato il: 03.07.07 alle ore 9.03   
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« Risposta #25 il: Luglio 10, 2007, 12:16:25 »

POLITICA

Parisi e Santagata, i ministri ulivisti, all'attacco della legge "porcata"

In arrivo migliaia di sms e notti bianche per il referendum. Le firme sono 450 mila

Referendum, Parisi critica Veltroni "Sulla firma spero che ci ripensi"

di CLAUDIA FUSANI


 ROMA - "Veltroni non firma ma dice agli altri di firmare perché si sente imbarazzato? Siamo al vorrei ma non posso. Spero ci ripensi". Il ministro della Difesa Arturo Parisi si mette in prima fila con l'altro ministro ulivista Giulio Santagata e insieme lanciano l'ultimo attacco contro gli indecisi sul referendum per cambiare la legge elettorale e un avvertimento al candidato segretario del Pd: non si può essere "imbarazzati" quando è in gioco "un pezzo della nostra democrazia".

Lo fanno dalla sala stampa di Montecitorio e poi, sotto il caldo, raggiungono a piedi il banchetto allestito in Galleria Sordi per fare da testimonial alla causa referendaria. Prego signori, venghino a firmare, ci sono anche i ministri. "Perché sia chiaro che qui è in gioco un pezzo della nostra democrazia. Come fa un Parlamento a decidere con 26 partiti dove ognuno dice la sua?" sintetizza Santagata.

Da quando la scorsa settimana è stato chiaro che il Parlamento non ce la fa a cambiare l'attuale sistema elettorale che - come dimostrato da un anno di legislatura - paralizza ogni azione di governo, la carica referendaria ha sferrato l'attacco finale e decisivo e ogni giorno ne inventa una per far parlare di sé nel quasi totale silenzio delle televisioni. Stamani il Comitato presieduto dal costituzionalista Giovanni Gazzetta e da Mario Segni hanno incontrato il sindaco Veltroni da cui hanno incassato quello che Parisi appunto definisce "il vorrei ma non posso": "Lo sostengo ma non lo voto perchè faccio parte di una maggioranza in cui ci sono posizioni diverse". Insomma, sposarne una adesso potrebbe dispiacere agli altri alleati. Quindi appoggio esterno ma deciso al referendum che, per Veltroni "resta la più grande sollecitazione a far cambiare le cose".

Guzzetta, poi ospite di Repubblica Tv, ha comunque ringraziato Veltroni e si è compiaciuto per "l'adesione così convinta e il suo sostegno così esplicito". E ha ricordato a che punto stanno le cose: nel week end le firme sono arrivate a quota 450 mila, circa; considerato che ne servono per legge 500 mila, che almeno il 20 per cento delle firme è fisiologo che venga giudicato non valido, ne mancano ancora centomila. Da consegnare alla Corte Costituzionale entro il 24 luglio. Sono tre i quesiti referendari: i primi due riguardano il premio di maggioranza di Camera e Senato che è stabilito debba andare alla lista e non più alla coalizione; il terzo quesito impedisce le candidature multiple. Il risultato di tutto questo è che, spiega Gazzetta, "combattiamo la frammentazione dei partiti e garantiamo un sistema bipolare" non più ostaggio di partiti piccoli che vengono tagliati al di sotto del 4 e dell'8 per cento.

Nel pomeriggio le risposte dei ministri. Per la conferenza stampa hanno scelto una scenografia molto esplicita: un grande manifesto rosso e nero con un grande titolo "E' notte", a seguire "per dire no al ritorno al passato (al proporzionale ndr) veglia per la democrazia, dal tramonto di lunedì all'alba di martedì in piazza di Montecitorio". E' la veglia di stanotte davanti al Parlamento con tanto di banco per la raccolta delle firme. "Veltroni vada a firmare" lo sollecita Parisi che del referendum è stato uno dei promotori nonostante la neutralità spinta di Palazzo Chigi. "Serve una mobilitazione forte, il tempo è scaduto, è giunto il tempo dell'azione" suona la carica il ministro della Difesa che invita "tutti i cittadini che ancora non l'abbiano a firmare il referendum perché così si potrà salvare la democrazia". Un messaggio, poi, ai fomentatori dell'antipolitica: "Con il referendum diamo una risposta anche ai tagli della politica".

Ancora più diretto Santagata: "Mi colpisce che Veltroni già si senta investito di un ruolo di mediazione senza ancora essere segretario del Pd. C'è qualcosa che non va.". A chi gli fa notare che il via libera alla legge elettorale richiesta dal referendum potrebbe significare la chiusura anticipata del governo Prodi, il ministro per l'Attuazione del programma non ha dubbi: "Il problema di Prodi non è durare una settimana in più o in meno. Il problema è governare. E sia chiaro - mette le mani avanti - che questo non è un giudizio sul governo ma sul sistema. E' evidente, soprattutto a Prodi, che oggi governare è una missione al limite dell'impossibile".

Tocca poi al deputato ulivista Franco Monaco elencare il piano di battaglia per i prossimi giorni: serate ai banchetti per le firme (indirizzi e orari sono sul sito referendumelettorale.org), la moltiplicazione dei referendum night che non sarà più solo uno (tra il 14 e il 15 luglio) ma tutti quelli che sarà possibile organizzare in queste serate estive. E poi occhio ai telefoni: nelle prossime ore saranno tempestati da un sms sintetico ma esplicito: "Allarme! Contro la porcata che ha moltiplicato i partiti, il loro potere e l'instabilità dei governi, urgono firme. Mancano pochi giorni. Gira sms". Sì, proprio così: il Caldarellum, la legge elettorale ora in vigore, è diventata prima porcellum e ora "porcata". Proprio così, lo dicono anche i ministri.

(9 luglio 2007) 

da repubblica.it
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« Risposta #26 il: Luglio 22, 2007, 02:53:09 »

«Io e i giovani targati anni '80»

Letta in campo per il Pd

Il sottosegretario scioglierà la riserva martedì: «Firmo per il referendum, il voto va cambiato» 

 
ROMA — Enrico Letta ha vissuto un mese intenso. Durante la settimana, la trattativa sulle pensioni. Nei weekend, l’ascolto in giro per il Paese. Oggi firmerà il referendum: «Penso sia lo stimolo giusto perché il Parlamento approvi una legge elettorale sul modello tedesco, quello vero, con una soglia di sbarramento non fittizia». Dopodomani annuncerà la sua decisione sulla candidatura alla guida del partito democratico. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha davanti a sé le ultime 48 ore di riflessione, ma è evidente che ormai non potrà sottrarsi.

«È stato davvero un mese importante, decisivo — racconta dalla sua Pisa, di ritorno da Torino e Genova e in partenza per l’Abruzzo —. Non ho viaggiato solo nel Nord-Est, in Veneto e nel Trentino di Lorenzo Dellai, una delle persone con cui mi trovo più in sintonia; sono stato anche nel Mezzogiorno, a Bari e a Napoli. E poi in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana. Devo dire che dappertutto, sia dagli imprenditori, sia dagli amministratori, e anche dai presidenti della Sardegna Soru, delle Marche Spacca e della Basilicata De Filippo, sia dai giovani è arrivata un’indicazione univoca: la richiesta di primarie vere. Dai miei interlocutori è venuta una spinta molto forte a decidere per il sì. Le primarie sono belle quando non c’è un leader designato, ma tante candidature. Certo: sarebbe faticoso. Si tratterebbe di trovare 2500 candidati in tutta Italia; se ho atteso a lungo, è anche perché ci sono grandi difficoltà organizzative da superare». Ma non è soltanto questo. «L’incertezza, il dubbio, sono una delle categorie umane più importanti e positive. Questo mese mi è servito anche a riflettere sulle attuali difficoltà del centrosinistra e su come dovrà essere il partito che nascerà il 14 ottobre». A chiedergli cosa lo divida da Veltroni, dalla Bindi, da Colombo, Letta risponde in due modi. Evitando la contrapposizione diretta. Ma distinguendosi, con un’idea del partito democratico legata alla propria formazione e anche alla propria generazione.

«Walter, Rosy, Furio hanno fatto benissimo. Sono loro grato. Decidendo di candidarsi hanno deciso di rischiare, e quindi ci hanno dato una lezione perché il rischio è il seme della politica. Sono tre personalità che stimo, pur avendo con loro rapporti e consuetudini diverse. Ma la logica delle primarie impone a chi pensa di aver qualcosa da dire in più, di avere qualcosa di positivo da portare, di farlo con la candidatura». Una lista con il proprio nome in appoggio a un altro può non essere sufficiente: «La via maestra è metterci la propria faccia. Prendiamo le primarie negli Stati Uniti. Se due anni fa i dirigenti del partito democratico americano si fossero riuniti e avessero designato, ad esempio, Hillary Clinton, convincendo gli altri candidati a ritirarsi, le primarie sarebbero state molto meno coinvolgenti di quanto non siano con Obama ed Edwards in campo».

Senza considerare che in Italia esiste una questione specifica, quella generazionale. «C’è una generazione tra i trenta e i quarant’anni che nella politica è poco rappresentata, come denuncia Adinolfi. Certo non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico. Perché il Pd è il primo partito postideologico. E noi siamo la prima generazione postideologica. Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design. Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi». Gli esempi che si potrebbero fare sono molti. «Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiati. Non essendoci mai illusi, non abbiamo vissuto la fase della disillusione». Da qui un atteggiamento più equilibrato, anche nei confronti dell’America: «Prima di noi è cresciuta una generazione critica, e anche giustamente: erano gli anni del Vietnam. Qualcosa di simile sta accadendo ora con l’America di Bush che scatena la guerra in Iraq. Per noi l’America era il grande avversario dell’Unione sovietica, un Paese che davvero non esercitava su di noi alcuna attrattiva, così come la Cina postmaoista. Abbiamo amato gli Stati Uniti, fin da subito; e questo ci rende liberi, quando occorre, di criticarli». Letta si guarda dall’impostare il suo progetto sulla contrapposizione generazionale, tanto meno di ergersi a portabandiera di trentenni e quarantenni.

L’obiettivo è prendere il meglio di un’esperienza e di una formazione, e portarlo nel Pd. «Vorrei fare in modo che il nuovo partito sia costruito un po’ come l’enciclopedia Wikipedia, un po’ come un quadro di Van Gogh. Come accade con Wikipedia, anche nel Pd ognuno delle centinaia di migliaia di partecipanti deve portare il proprio contributo, le proprie competenze, che in certi campi sono di sicuro maggiori delle mie e di quelle dei leader del centrosinistra. E, come i quadri di Van Gogh, il nuovo partito deve avere tinte forti: un giallo che sia giallo, un blu che sia blu. Non deve porsi per prima la questione della mediazione, che è importante, ma dovrà seguire; il Pd deve innanzitutto dire la sua». Letta dirà la sua già oggi sul referendum. «Firmo». A ricordargli che in molti nel Pd hanno esitato a sostenere il referendum nel timore di destabilizzare il governo, risponde che «l’unico modo per indurre il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale è creare un vincolo esterno. Come accadde all’inizio del decennio scorso, quando il referendum costrinse le Camere a varare la legge Mattarella, di cui solo ora si comprende il valore. Magari la si potesse ripristinare. Purtroppo la legge Calderoli ha creato un sistema, con il Parlamento nominato dai capi partito anziché eletto dal popolo, che va assolutamente smantellato». E siccome la nuova legge avrà bisogno di un vasto consenso, «l’unico modello che può avere una larga maggioranza e nello stesso tempo combattere la frammentazione e difendere la governabilità è il sistema tedesco. Credo anche sia il modello che meglio si adatta alle esigenze del partito democratico». A chiedergli se la nuova leadership del Pd non indebolirà il governo in carica, Letta ha uno scatto: «L’accordo sulle pensioni dimostra che il governo Prodi c’è, eccome».

Letta ne è molto soddisfatto, anche pensando alla propria generazione: «È stata una prova di riformismo dei fatti, non delle parole. Certo, tutto è perfettibile. Ma abbiamo raggiunto tre obiettivi. Tutelare i giovani e i precari, con il riscatto della laurea, la totalizzazione dei contributi per evitare che un solo euro versato vada sprecato, e i contributi figurativi per garantire i collaboratori a progetto. Aumentare le pensioni più basse. E assicurare la tenuta del sistema previdenziale nel modo imposto dalla demografia, innalzando l’età pensionabile». Letta però non intende intestarsi il merito, pur rivendicando di non «aver mai mollato, non essermi mai alzato dal tavolo e aver sempre invitato gli altri a restarci».

È stato un lavoro di squadra, con i ministri Padoa Schioppa e Damiano. Ma il protagonista è stato il vituperatissimo Romano Prodi. «Parliamoci chiaro: la palla l’ha messa in porta lui. Anche nella notte finale, il ruolo decisivo è stato suo. Spero che la cosa sia chiara, e che se ne rendano conto tutti».

Aldo Cazzullo
22 luglio 2007
 
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« Risposta #27 il: Luglio 22, 2007, 07:15:53 »

22/7/2007 - La Stampa pag 30
 
Con Enrico Letta le primarie si fanno sul serio
 
Era l'ora che scendesse in campo una vera alternativa a Veltroni
 
ANDREA ROMANO

 
E’ in questi ultimi giorni di luglio che il centrosinistra dovrà decidere come vestirsi in autunno. Perché la prossima settimana si definiranno i termini della partita politica destinata a riaprirsi già in settembre. Da una parte con la conclusione della raccolta di firme per il referendum elettorale, dall’altra con la formalizzazione della candidatura di Enrico Letta alla leadership del partito democratico. Sono due eventi solo in apparenza separati, perché il loro intreccio spingerà la maggioranza a definire una volta per tutte la direzione da prendere per uscire dalle secche nelle quali si trova.
Un’opportunità di chiarezza verrà innanzitutto dalla scelta di Letta, che contribuirà a fare delle primarie per la guida del Pd quella trasparente contesa tra opzioni politiche diverse di cui tutto il Paese – e non solo il centrosinistra – mostra di avere bisogno. Già oggi quello che doveva essere un mesto percorso di incoronazione plebiscitaria si è fatto più ricco e appassionante. La candidatura di Rosy Bindi, oltre che per la forza del popolarismo sociale di cui è testimone, attira consensi per la sua esplicita difesa dell’esperienza di governo incarnata da Romano Prodi: «il prodismo delle origini – come ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa – ovvero l’ulivismo della prima ora col suo arredo politico ideale». Quanto sia ancora attraente per il più ampio elettorato italiano questa prospettiva è difficile dirlo, o forse è fin troppo facile per essere qui ricordato. Ma è anche questo tocco di ardita incoscienza che rende ammirevole la scelta della Bindi.

Con la discesa in campo di Letta il menu è destinato a farsi ancora più ricco. Perché solo allora si renderà chiara un’offerta politica esplicitamente diversa da quella rappresentata fino a oggi dal centrosinistra prodiano. Un’offerta capace di svincolarsi dall’abbraccio con la sinistra radicale sulla base di un’esplicita assunzione di responsabilità riformista. Lo ha spiegato meglio di altri Umberto Ranieri, esponente Ds deluso dall’incapacità del proprio partito di esprimere con Bersani una candidatura di segno riformatore. La principale potenzialità di Letta – ha detto Ranieri al Corriere della Sera – è nel «mettere sul tappeto punti programmatici espliciti e concreti di riforma, rischiando anche l’impopolarità, facendo i conti con i tabù conservatori che permangono ancora in certa sinistra».

D’altra parte, è quanto si può leggere nella biografia politica di Letta. Giovane senza essere giovanilista, il che non guasta per quello che si propone di essere un partito nuovo che dovrà dotarsi di una classe dirigente anch’essa finalmente nuova. Ma soprattutto esponente della migliore tradizione democristiana, che con Beniamino Andreatta ha saputo incrociare il riformismo popolare con quello di segno Pci e Psi senza mai smarrire l’aggancio all’orizzonte politico e ideale dell’Occidente. Se vogliamo, la candidatura di Letta renderà concreta la suggestione di un «centrosinistra di nuovo conio» che il manifesto di Rutelli si è limitato a indicare senza poi tradurla in una piattaforma alternativa a quella di Veltroni.

Già, Veltroni. Perché tra il ritorno al «prodismo delle origini» di Bindi e l’esplicita opzione riformista di Letta rimane l’autostrada centrista percorsa da Walter Veltroni. Il quale in questi giorni sta organizzando le proprie truppe, con la regia di Goffredo Bettini, secondo un monumentale schema che più che politico appare corporativo. Si prepara una «lista dei giovani», una «lista dei sindaci», una «lista degli intellettuali», chissà che di qui a poco non si diano rappresentanza veltroniana anche «gli operatori del turismo» e «i lavoratori manuali». Qualcuno le ha già definite «liste polacche», ricordando il ruolo svolto dal «partito dei contadini» nel vivacizzare una lontana stagione del socialismo reale. La vera forza di Veltroni è tuttavia nella sua capacità di non scegliere tra i due corni del dilemma, tra il prodismo vecchia maniera e un centrosinistra di nuovo conio.

Ma è qui che il referendum elettorale può intervenire a dirimere quel nodo in vece sua. Perché il traguardo delle 500 mila firme costringerà le forze politiche, già dai primi di settembre, a individuare una soluzione condivisa per evitare una consultazione popolare dagli effetti imprevedibili. La ricetta proposta da Piero Fassino, la convergenza con il Polo sul modello tedesco, priverebbe i piccoli partiti di quel potere di ricatto che ha contribuito ad impedire al centrosinistra di sciogliere il vincolo con Rifondazione. Ed è l’incrocio tra questa prospettiva e la pressione politica esercitata dalle candidature di Letta e Bindi che forse costringerà la candidatura di Veltroni a farsi meno solenne e più riconoscibile per le scelte che saprà fare.

da lastampa.it
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« Risposta #28 il: Luglio 22, 2007, 10:41:17 »

Nell'agenda di Veltroni
Alfredo Reichlin


Le difficoltà ci assediano e la lotta politica è diventata feroce. Non sto a dire delle risse vergognose nelle nobili aule del Senato né delle attività inquietanti di certi poteri di fatto che non si capisce più a chi rispondono. Sto all’ultimo episodio di cronaca. L’avvocato Previti è stato condannato in via definitiva, dopo i tre gradi di giudizio, per aver corrotto alcuni magistrati allo scopo di trasferire illegalmente la proprietà della grande Mondadori all’onorevole Berlusconi. Non c’è stato un commento da parte di quei giornali che massacrano ogni giorno i capi della sinistra. Ma la cosa peggiore è la reazione della gente.

Il veleno del qualunquismo e dell’antipolitica è arrivata al punto che un fatto enorme come questo che in qualsiasi paese del mondo occidentale avrebbe suscitato un terremoto sembra avere indignato molto meno delle scarpe di D’Alema, per altro piuttosto modeste.

È giunta l’ora e il momento di alzare il tiro, di guardare un po’ al di là della contingenza per dire più chiaramente alla gente (Veltroni, per la verità, ha cominciato a farlo) che cosa ci stiamo giocando. Molto più che un governo. La sopravvivenza - temo - del regime democratico e - insieme ad esso data la debolezza nostra a fronte delle nuove sfide del mondo - la tenuta del tessuto unitario della nazione italiana. Forse sbaglio ma io credo che questa sia la vera posta in gioco del Partito democratico. Con ciò non sottovaluto affatto l’importanza del lavoro che si sta facendo sulle regole. Ho però l’impressione che noi dobbiamo ridefinire meglio l’agenda del Paese (quello che è in ballo) se vogliamo dare al nuovo partito non soltanto un leader eletto da un milione di persone nei gazebo ma un «popolo» cioè una nuova cittadinanza e una etica pubblica capace di fondare le ragioni dello stare insieme degli italiani nel mondo del 2000.

È un’impresa difficile. Ma temo che diventi quasi impossibile se il ceto politico attuale non ha il coraggio di mettere in gioco se stesso. Non ho forse l’autorità per dirlo. Ma a me sembra chiaro che per indurre quello che è un complicato coacervo di interessi a cambiare bisogna indicare un futuro ma bisogna anche renderlo credibile in quanto si ha il coraggio di dire dove si è sbagliato. Mi ha colpito una conversazione di D’Alema con Manca su «Polis». C’è in essa non solo il riconoscimento che «la fragilità del sistema democratico ha raggiunto livelli allarmanti». Si aggiunge che questo processo cominciato negli anni Ottanta si è aggravato per il fatto che il vuoto creato dal crollo della Prima Repubblica non è mai stato riempito. D’Alema rivendica il tentativo che è stato fatto agli inizi degli anni Novanta (pensa evidentemente anche alla Bicamerale tanto stupidamente demonizzata) ma riconosce che «quel tentativo è stato fatto in modo parziale, senza sufficiente coraggio e senza un’adeguata visione». E ciò «perché è prevalsa da subito l’idea della politica come presa del potere prima che come costituzione dei suoi fondamenti. È prevalsa l’idea che per disputarsi questo potere fosse sufficiente la brutalità della legge maggioritaria». La conseguenza è che «siamo privi di un sistema di soggetti politici in grado di interpretare la nuova stagione della vita democratica. Siamo un residuo della Prima Repubblica». Mi scuso per le citazioni ma esse fanno capire cosa è accaduto, dove abbiamo sbagliato e soprattutto perché è così importante portare al successo il partito democratico.

Ecco una definizione dell’agenda politica di cui parlavo all’inizio. È la necessità di una sorta di «rivoluzione politica» quale condizione anche per il cambiamento economico e sociale. E, dopotutto, sta in ciò la ragione per cui un vecchio comunista non pentito si è tanto speso per uscire dai confini della sinistra storica. La motivazione di fondo che non è la solita lagna sulla fine della storia e nemmeno il battersi il petto perché abbiamo sbagliato tutto. Ciò che noi abbiamo provato a dire è che era finito non solo il rapporto Vassallo con l’Urss ma una delle ragioni fondamentali del nostro modo di essere in quella forma storica che è stato il Pci al suo meglio: portare le classi subalterne a contestare l’«egemonia» dei vecchi gruppi dirigenti (non solo il governo) tenendo insieme un rapporto di causa-effetto la costruzione di uno Stato repubblicano e di una democrazia di massa con un nuovo impetuoso sviluppo delle forze produttive (quel «miracolo» italiano che in effetti c’è stato). Un disegno grandioso. Ma che è finito e che la nuova storia ci costringe a ripensare dalle fondamenta.

E vengo così al cuore del problema di oggi, al fatto dominante, alla ragione per cui il paese si sta disarticolando: e ciò, sia nel senso che la distanza tra Nord e Sud sta diventando abissale, sia nel senso che il capitale sociale (fisico e umano) del paese si sta impoverendo. Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (e secondo al mondo) che si è accumulato per fare soldi e non per costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie veloci, interventi per salvaguardare l’ambiente la cultura la bellezza del paese. Perciò l’Italia si è seduta e litiga. Sono le forze produttive del paese che sono state colpite e che bisogna rimettere in movimento. Come?

Sono evidenti le responsabilità della borghesia italiana e di quel mondo volgare e arricchito di cui la tv ci narra i fasti. Ma la sinistra non è innocente e il suo tema è esattamente questo: come rimettere in moto lo sviluppo delle forze produttive senza di che temo che ce lo sogniamo il nuovo patto di cittadinanza proposto giustamente da Veltroni e rischiamo, invece, un vero e proprio crack del sistema democratico.

La cosiddetta questione settentrionale è una cosa terribilmente seria non riducibile al vecchio leghismo e non può essere delegata ai sindaci. Essa nasce da un problema che non è nuovo e non è soltanto italiano. Si tratta della crisi delle vecchie forme della democrazia moderna. Queste forme non sono più in grado di tenere il passo con la velocità delle trasformazioni del mondo. E messa in causa la capacità del vecchio Stato nazionale di garantire sovranità, servizi, protezioni, garanzie, diritti uguali ai suoi cittadini ormai alle prese con il problema di competere nell’economia delle reti, dei mercati globali e dei paesi dove il lavoro non costa niente. Sono cose note, dette e stradette. Ma la novità è che questo problema in Italia si sta aggravando al punto tale per cui è arrivato il momento di chiedersi se dietro alla protesta del Nord non ci sia, insieme a tante cose discutibili, un fenomeno grande come una casa: il fatto che rischia di non reggere più lo Stato unitario nelle sue forme attuali. Parlo degli attuali poteri pubblici amministrativi politici e istituzionali imperniati sulle centralità della democrazia parlamentare. Stiamo attenti, si tratta di ben altro che di una protesta contro la corruzione.

Perciò io suggerisco a Veltroni di aprire una discussione più di fondo sull’agenda del Paese su «a che cosa serve» il Partito democratico. Perché se le cose stanno così se la parte più moderna e produttiva del paese che ha già un piede in Europa considera questo Stato (non solo il governo) come un ostacolo se non proprio un nemico, e se a questo si aggiunge lo spettacolo romano di una pletora di partitini impotenti e rissosi e a ciò si associa l’idea di un Mezzogiorno come luogo dell’assistenza e del malaffare non basterà una nuova legge elettorale. Questa è necessaria come il pane. Ma non è sufficiente. Il partito democratico deve mettere in campo un’idea molto forte di riforma capace di porre su base nuova l’unità della nazione. Non vogliamo farlo? Si sappia allora che l’alternativa è l’Uomo Forte. Anche perché bisognerebbe porsi l’altra domanda: che cosa intende fare il Partito democratico del Mezzogiorno? Questa metà del Paese sembra cancellata. Non conta più niente. Che succede se non ce ne occupiamo?

Pubblicato il: 22.07.07
Modificato il: 22.07.07 alle ore 17.37   
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« Risposta #29 il: Luglio 24, 2007, 10:34:53 »

Veltroni: sistema in crisi, il Partito democratico nasce per fermare la deriva
«La democrazia italiana è malata. Ecco le dieci riforme per cambiare»

Tra i punti riduzione dei parlamentari, una nuova legge elettorale, il federalismo e una corsia preferenziale per i testi del governo 
 

ROMA - Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull'onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento. Ma oggi quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall'attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall'Unione Europea.

E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l'intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà. Dirsi «democratici», oggi significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell'integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità. Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia», ovvero dell'autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica.

Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell'occupazione del potere e nell'ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell'esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune. La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un'assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un'altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato… Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».

Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l'antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un'inversione di tendenza: dalla divisione all'unità, dall'invadenza alla sobrietà, dall'arroganza inconcludente alla forza dell'efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.

Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.

Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.

Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.

Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.

Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi.

Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.

Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.

Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.

Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.

Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità. Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell'agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un'emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l'Italia tra le grandi democrazie d'Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.

Walter Veltroni
24 luglio 2007
 
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« Ultima modifica: Agosto 04, 2007, 10:06:38 da Admin » Loggato
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