LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: WALTER VELTRONI ...  (Letto 43664 volte)
Admin
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« il: Giugno 19, 2007, 11:48:48 »

«Serve un pluralismo vero, no a un semplice scontro tra partiti»

Veltroni: liste miste o la gente non vota

Il sindaco di Roma: non sia solo una corsa tra un candidato dei Ds e uno della Margherita, bisogna coinvolgere la società civile 
 
 
ROMA - Largo consenso dal comitato promotore del Pd sulla scelta di collegare le liste in corsa per l'assemblea costituente alla mozione politica di questo o quel (futuro) segretario, ma una voce si è levata fuori dal coro. È quella del sindaco di Roma, Walter Veltroni, che, di fronte alle decisione del comitato dei 45, a quanto riferito da più fonti, ha osservato: «Bisogna trovare il modo di non avere una verticalizzazione di proposte di Ds e Margherita» ma, ha osservato, sarebbe meglio arrivare ad una serie di liste che «mescolino» esponenti della Quercia, dei Dl e della società civile, altrimenti «la società civile non verrà a votare».
PLURALISMO «VERO» - Il rischio, ha ragionato Veltroni secondo quanto riferito da alcuni partecipanti alla riunione del comitato 14 ottobre nella grande sala al secondo piano di piazza Santi Apostoli, è quello di rendere l'elezione della costituente uno scontro tra partiti: «Così succederà - ha aggiunto- anche se ci saranno due soli candidati a segretario», uno di area Ds e l'altro proveniente dalla Margherita. Per il sindaco di Roma, invece, c'è bisogno di «pluralismo vero», che includa «tutti i partiti che oggi sono qui e la società civile che ha già aderito e che vorrà aderire».

18 giugno 2007
 
da corriere.it
« Ultima modifica: Aprile 30, 2008, 11:18:11 da Admin » Loggato
Admin
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« Risposta #1 il: Giugno 19, 2007, 12:00:54 »

19/6/2007
 
I dolori del giovane Walter
 
FEDERICO GEREMICCA
 
Come verrà spiegato al «popolo dell’Ulivo» che il leader che con Prodi e più di ogni altro ha predicato la nascita del Partito democratico - e che qualunque sondaggio indica come il preferito per la leadership del nuovo soggetto politico - nemmeno si presenterà (salvo improbabili colpi di scena) al giudizio dei cittadini-elettori il 14 ottobre? E poi: quanto risulterà credibile e vera l’investitura popolare del primo segretario del Pd, se Walter Veltroni non parteciperà alla contesa? Detto in due parole, è questo il nuovo tormentone da ieri in gestazione nel triangolo Ds-Margherita-società civile. Perché è precisamente questo quel che dovrebbe accadere il 14 ottobre: tutti alle urne per scegliere tra Bersani e Franceschini, magari tra Rutelli e Fassino o ancora tra Anna Finocchiaro ed Enrico Letta.

Ma con l’impossibilità di votare per Walter Veltroni, democratico ante litteram che però non si presenterà ai nastri di partenza. In sua vece, probabilmente, si proporranno per la guida del nascente partito Giovanna Melandri o Luca Zingaretti, perché i tanti veltroniani d’Italia a qualche candidato segretario dovranno pur collegare le loro liste, se vorranno entrare a far parte della futura Assemblea costituente.

Può sembrare paradossale ma è questo lo scenario più accreditato dopo la svolta e l’accelerazione impresse ieri pomeriggio all’intera vicenda dal Comitato dei «magnifici» 45: voto popolare a candidati presenti in liste collegate a un candidato segretario, e poi ratifica della scelta del leader nell’Assemblea costituente. Alla fine, infatti, è passata la linea di chi chiedeva per il Partito democratico un segretario vero e autorevole, scelto dai cittadini: proprio la soluzione meno gradita a Veltroni. Di qui a un momento vedremo il perché dell’opposizione del sindaco di Roma a una tale procedura. Per intanto si può però annotare che, in un impeto di saggezza (e di coraggio), l’Ulivo ha scelto la via della massima apertura alla società civile in un passaggio dal quale dipende per intero il suo futuro: un segnale di vitalità, insomma, dopo mesi di difficoltà di ogni genere e di autoreferenzialità spinta all’estremo.

Ma torniamo al paradosso iniziale ed a Walter Veltroni. A giudizio più o meno unanime (e naturalmente più o meno malizioso) in tutta la fase di definizione di regole e percorsi per la nascita del Pd, il sindaco di Roma si è mosso sulla base di una scelta e di un obiettivo: la scelta consiste nella decisione di rimanere primo cittadino della Capitale il più a lungo possibile (il suo mandato scade nel 2011) non essendo per altro particolarmente interessato ad un ritorno alla «vita di partito» quanto - piuttosto - alla candidatura a premier alle prossime elezioni politiche; l’obiettivo, di conseguenza, sarebbe stata l’elezione di un segretario del Pd «debole» o comunque senza velleità (e possibilità) di contendergli la premiership quando verrà il momento di scegliere il successore di Romano Prodi. Se questi sono l’obiettivo e la scelta di Veltroni, è indubbio che l’elezione diretta (o semi-diretta) del neo-segretario non è per lui un buon affare, essendo l’investitura popolare - notoriamente - un potente e incontrollabile propellente. E sarebbe precisamente per questo, secondo i maliziosi, che ieri il sindaco di Roma avrebbe tentato di «raffreddare» la decisione del Comitato dei 45, prospettando una serie di controindicazioni (in parte fondate) all’elezione diretta del primo segretario del Partito democratico. Controindicazioni però rigettate sull’altare della necessità di uno «scatto» che restituisca appeal e passione ad un progetto che andava via via appassendo e perdendo l’originario interesse.

La linea scelta da Veltroni è stata contestata da più parti e con più argomenti. Ieri, prima della riunione del comitato dei 45, Arturo Parisi (sponsor da sempre dell’elezione diretta del segretario) avrebbe invitato il sindaco di Roma a ripensarci: avvertendolo che quando un treno passa bisogna saltarci su, perché non è detto che vi sia una seconda possibilità. Meno concilianti e più aspri alcuni commenti degli antichi amici-nemici dalemiani: «Veltroni spieghi cosa vuol fare nella vita - argomentava ieri uno dei collaboratori del vicepremier -. Il sindaco di Roma? Il segretario del Pd? Il candidato premier? Si candidi, si può discutere di tutto: l’unica cosa che non è accettabile è che pretenda di dettare tempi e modi della nascita del Pd in rapporto alle sue personali convenienze».

In effetti, Veltroni non è apparso molto convincente, ieri, nelle obiezioni mosse al metodo dell’investitura popolare. «C’è il rischio di alimentare una competizione Ds-Margherita», ha spiegato: gli è stato obiettato, naturalmente, che la temuta competizione potrebbe a maggior ragione svilupparsi con la scelta dell’elezione indiretta (cioè da parte della sola Assemblea costituente) del segretario. «Dobbiamo stare attenti a non creare dualismi con Prodi, perché questo indebolirebbe il governo», ha poi aggiunto. Obiezione, questa, apparsa ancor meno spiegabile, in considerazione del fatto che è stato Prodi stesso a proporre che siano i cittadini ad eleggere il leader del Pd. La «resistenza veltroniana», insomma, ieri non ha retto alla voglia di rimettere in discesa il carro del Partito democratico. Ma probabilmente non è finita qui. E non resta che aspettare le prossime mosse del candidato-ombra: che è pur sempre il leader al quale sono affidate le maggiori chances di riscatto e risalita di un centrosinistra disorientato e sotto tiro.

da lastampa.it
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« Risposta #2 il: Giugno 20, 2007, 03:29:15 »

D'Alema: «Elezioni se c'è la crisi».

E candida Veltroni


Massimo D'Alema a Ballarò«Walter Veltroni è un potenziale segretario del Partito Democratico ma anche un candidato del centrosinistra alla guida del governo del paese, che forse è di più». Per Massimo D'Alema, ospite di Ballarò, «è un clichè da aggiornare» quello di chi pensa che tra lui e Veltroni i rapporti non siano buoni. «Questa mattina - aggiunge - abbiamo anche preso un caffè insieme. Penso che Veltroni, anche perché è fuori dalla politica nazionale ed è direttamente investito dai cittadini, sia una risorsa del centrosinistra. e sono otto anni almeno che non polemizzo con lui».

«Non ho commesso alcun errore, nel modo più assoluto». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, nel corso della registrazione di Ballarò, risponde così al conduttore che gli chiede se ritenga di aver sbagliato riguardo alla vicenda Unipol e alle intercettazioni che lo riguardano.

D'Alema condivide il giudizio dato alcuni giorni fa dal premier Romano Prodi circa «l'area irrespirabile» e aggiunge: «Penso ci sia un clima preoccupante e rischiamo di pagare un prezzo alto come Paese. C'è un clima di confusione - denuncia il vicepremier - perché le persone credono che questi fatti siano avvenuti adesso mentre si tratta di eventi di due anni fa, si tratta di archeologia» e a suo avviso «ridiscutere di cose vecchie è un'altra malattia del nostro Paese».

Il vicepremier critica il fatto che «vengano lanciate terribili accuse mentre poi non succede nulla, perché non hanno fondamento e la gente può chiedersi come mai nessuno venga punito. Tutti - è il suo invito - dovremmo ricondurre le questioni alla loro dimensione reale e se qualcuno ha commesso degli errori, anche moralmente, allora paghi».

«Io non ho fatto nulla nel modo più assoluto - insiste - non ho telefonato a nessuno, ho solo risposto ad una persona che chiedeva di parlare con me», ma «quello che ho detto non ha rilevanza neanche etica».


Pubblicato il: 19.06.07
Modificato il: 19.06.07 alle ore 20.14   
© l'Unità.
« Ultima modifica: Giugno 21, 2007, 10:13:14 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Giugno 20, 2007, 03:48:46 »

Gianni Borgna: «Plausibile una chiave legata al romanzo Petrolio»

Veltroni e la controinchiesta su Pasolini

Il comune di Roma ai pm: Pelosi fu soltanto un'esca, ucciso da un gruppo.

Già raccolte 700 firme 
 

ROMA — E adesso? Adesso che tentano di stanarlo con una proposta impossibile — fare il sindaco di Roma e insieme il segretario del primo partito di un governo in grave difficoltà — Walter Veltroni anziché rifugiarsi in Africa si inoltra nel proprio passato. E riapre un caso degli anni in cui iniziava la sua vita politica: l'assassinio di Pier Paolo Pasolini. Nel 1973 un gruppo di ragazzi della Fgci romana andò a trovare lo scrittore, che dal partito tempo prima era stato espulso per indegnità morale, e che era stato molto duro con il movimento studentesco.

Erano il capo dei giovani comunisti romani, Gianni Borgna, il responsabile culturale, Goffredo Bettini, un intellettuale destinato ad altri lidi, Nando Adornato, e il più giovane di tutti, un diciottenne con i capelli lunghi fin sulle spalle e un grande paio di occhiali.

Racconta Walter Veltroni: «Credo di essere stato il primo del gruppo ad aver conosciuto Pierpaolo, al tempo del Sessantotto. Avevo 13, 14 anni, ero nel comitato di base del liceo Tasso, e Pasolini veniva a sentire le nostre riunioni. Era molto attento, molto curioso di quanto pensavamo e scrivevamo.

Il rapporto continuò. Eravamo un bel gruppo: con Adornato, che dirigeva la nostra rivista Roma giovani, c'erano Marco Magnani, Fabrizio Barca, Giorgio Mele. Pierpaolo venne con noi in piazza di Spagna a manifestare contro la garrota e la pena di morte...».

Pasolini comincia a prendere parte alla vita della Fgci romana. Va al festival di Villa Borghese del '74, poi a quello del Pincio del '75, dove tiene un dibattito fino alle 2 del mattino con 5 mila persone tra cui, seduto in prima fila accanto a Petroselli, Borgna, e Veltroni, c'è Fabrizio De André, che ha appena finito il suo primo grande concerto. Nel giugno di quell'anno, Pasolini appoggia la candidatura di Borgna alle amministrative con un appello a votare Pci — «il paese pulito nel paese sporco...» — pubblicato sull'Unità, dopo che la nomenklatura del partito aveva seguito con sospetto il dialogo tra i giovani e lo scrittore.

A novembre, Pasolini è ucciso. Dal diciassettenne Pino Pelosi «in concorso con ignoti», come stabilì il tribunale dei minori con una sentenza impugnata dalla magistratura ordinaria, secondo cui gli «ignoti» non erano mai esistiti. Due anni fa, uscito dal carcere, Pelosi parlando a Raidue ha ritrattato la confessione dell'epoca: a uccidere sarebbe stato un gruppo che avrebbe minacciato di morte lui e i suoi genitori se avesse parlato. Il Comune di Roma, per volontà di Veltroni e di Borgna, si è costituito parte offesa. E quando il caso è stato subito richiuso, il Comune ha affidato a Guido Calvi, senatore e storico avvocato del partito, una controindagine. Che ora è pressoché conclusa, e sarà depositata in procura, per chiedere una nuova inchiesta e un vero processo.

Allo stesso scopo ieri mattina, mentre all'Auditorium infuriava la contestazione a Prodi, nell'attigua libreria Borgna insieme con Andrea Camilleri, Mario Martone, Dacia Maraini e Carla Benedetti presentava le 700 firme raccolte tra letterati di tutto il mondo, da Bernard-Henri Lévy in giù.

 
«Sono convinto che la morte di Pasolini sia un punto-chiave della vicenda italiana — dice Veltroni —. È giusto, per la memoria di Pierpaolo e per quanto è stato tolto a Roma e al paese, che si faccia luce. Il delitto dell'idroscalo è un mistero, indagato in libri e film. Ora noi chiediamo alla magistratura di andare sino in fondo». Non si tratta, sostiene il sindaco, di alimentare la retorica del doppio Stato, di evocare il fantasma delle dietrologie, o anche solo di «farsi un'idea» diversa da quella ufficiale. «Come in tutti questi casi, "farsi le idee" è compito degli inquirenti. Io posso dire qual è la mia impressione: le cose non sono andate come ha raccontato Pelosi. Se non altro per il fatto che ha cambiato troppe volte versione. È un'impressione diffusa; per questo siamo in molti a chiedere di indagare in profondità su una morte strana, oscura».

Il motivo per cui Veltroni tiene molto a riaprire il caso non riguarda solo la giustizia e la storia, ma la politica. «La fine di Pasolini fu uno degli spartiacque di quella stagione. Io non ho una visione tutta negativa degli Anni Settanta, anzi. Gli Anni Settanta sono divisi in due: una prima parte, che dura fino a metà del '76, è di fatto il proseguimento degli Anni Sessanta, una stagione di grande fermento e creatività. Certo, la violenza politica si era già manifestata, c'erano stati piazza Fontana, l'Italicus, piazza della Loggia, ma il paese aveva saputo reagire, la società italiana era percorsa da energie vitali. Poi, quasi di colpo, le cose cambiano. Tra il 20 giugno '76 e il festival del parco Lambro passano poche settimane, ma il clima è già completamente diverso. Comincia un decennio orribile, quello tra il '76 e l'86, per il quale davvero non esiste una definizione più opportuna che anni di piombo. Un periodo grigio, carico di odio, di sangue. L'assassinio di Pasolini è uno degli episodi che segnano il cambio di stagione. Un motivo in più per scoprire la verità. La notizia fu uno choc, al punto che ne ho un ricordo confuso: mi telefonarono a casa, il mattino dopo. Andammo nella sua casa di campagna, a Chia, a girare materiale d'inchiesta, c'era anche Bernardo Bertolucci...».

Ma quali sono gli elementi nuovi sulla morte di Pasolini? Borgna (che insieme a Carlo Lucarelli ha firmato l'inchiesta pubblicata da MicroMega due anni fa) ha seguito la controindagine di Calvi passo dopo passo. Era presente quando Martone filmò il dialogo tra il senatore e Sergio Citti. Poco prima di morire, Citti confermò come quella sera Pasolini avesse appuntamento alla stazione Termini con i ragazzi che avevano rubato frammenti del suo ultimo film, Salò. «Il racconto di Citti e la nostra ricostruzione combaciano con le carte del 1975, in particolare con gli interrogatori degli amici di Pelosi — dice Borgna —. È falso che Pelosi non avesse riconosciuto Pasolini. I suoi compagni raccontano di aver scherzato con lui, di avergli chiesto di fare un giro in macchina, di avere una parte nel prossimo film. Pierpaolo non si era fidato, aveva messo la sicura alla portiera e abbassato solo un poco il finestrino, per dire che aveva un appuntamento.

Non fu Pasolini ad adescare Pelosi; semmai, il contrario. Pelosi fu l'esca, non il carnefice. Pasolini fu massacrato prima ancora che lo schiacciassero con l'auto, aveva undici fratture ed era una maschera di sangue; il suo presunto assassino non aveva neppure una macchia sul vestito chiaro. Sulla macchina, incredibilmente lasciata all'aria aperta dagli inquirenti di allora, c'erano un maglione verde, un plantare e tracce di sangue che non appartenevano né a Pasolini né a Pelosi. È palese che si è trattato di un delitto di gruppo, e premeditato — conclude Borgna —. Resto convinto che sia plausibile anche una chiave politica, legata al romanzo che Pierpaolo stava scrivendo, Petrolio, in cui le sue accuse al sistema erano collegate al caso Mattei. Ma di questo non abbiamo trovato prove inconfutabili. Il suo testamento resta però l'ultima intervista, affidata a Furio Colombo, cui Pasolini aveva suggerito questo titolo: "Siamo tutti in pericolo"».

Aldo Cazzullo
20 giugno 2007
 
da corriere.it
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« Risposta #4 il: Giugno 21, 2007, 10:07:43 »

La Nota
Massimo Franco

L'improvvisa concordia insospettisce il candidato 

 
L'invito a candidarsi ha il sapore quasi di un plebiscito. Ma forse è proprio per questo che Walter Veltroni esita a dire di sì subito. E continuerà ad osservare quanto accade nel centrosinistra, prima di decidere. Per il sindaco diessino di Roma, l'improvvisa concordia con la quale in primo luogo il vertice dei ds lo spinge a fare il segretario del Partito democratico, è insieme lusinghiera e sospetta. C'è la percezione di una difficoltà radicata e diffusa; e la corsa a spendere quanto prima quella che viene considerata «una risorsa», per dirla col vicepremier Massimo D'Alema.

Fra i soci fondatori del Pd, Margherita e Ds, si va affermando una logica «da ultima spiaggia». E questo giustifica il paragone fra la candidatura veltroniana e la figura di Benigno Zaccagnini, segretario di una Dc disperata nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso. A farlo è stato Marco Follini, ex democristiano, poi Udc, approdato nell'Unione. «Veltroni scioglierà abbastanza presto l'incertezza» assicura D'Alema. «Dipenderà da lui valutare. È sindaco e questo comporta un'analisi seria. Ma non lascerà passare del tempo». Eppure, l'incontro che ieri «la risorsa » ha avuto con Romano Prodi a Palazzo Chigi conferma una partita aperta. La fretta di chiudere il cerchio con una segreteria «forte» finisce per sottovalutare le incertezze sul modo di eleggere il leader del Pd; e le insidie di un tiro al bersaglio fra candidati, favorito dalle tensioni tuttora latenti fra Ds e Margherita. E rischia di esaltare un metodo di cooptazione da parte di una nomenklatura logorata.

È il timore di un abbraccio soffocante a suggerire cautela a Veltroni. Il fatto che per spiegare le sue riserve sia andato da Prodi, conferma una strategia attenta al destino e agli orientamenti del premier; preoccupata dalla prospettiva che la legislatura precipiti fino a costringere il Quirinale a sciogliere il Parlamento e ad indire le elezioni già nel 2008; ma anche decisa a tenere conto della parola data a chi l'ha eletto a Roma con oltre il sessanta per cento dei consensi. Per questo, se alla fine spunterà la candidatura a leader del Pd, è improbabile che Veltroni lasci il Campidoglio.

Il centrosinistra ha bisogno di tempo, per sperare di recuperare il proprio elettorato; e il nuovo partito e il suo segretario, per accreditarsi. Rimane da capire se alla fine l'assemblea del 14 ottobre permetterà di superare le incognite che impediscono un «sì» immediato. E soddisferà almeno alcune delle condizioni che si è imposto. Ma quel punto, sarà solo all'inizio di un percorso segnato dalla tenuta del governo; e presidiato da un Berlusconi che scommette sul voto anticipato. E già da mesi bersaglia «il malgoverno» capitolino, convinto che sarà Veltroni l'avversario da battere.
La fretta di trovare un leader del Pd sottolinea le difficoltà del centrosinistra

Massimo Franco
21 giugno 2007
 
da corriere.it
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« Risposta #5 il: Giugno 21, 2007, 10:09:17 »

POLITICA

Franceschini in pole position come "vicario", un altro sarebbe ds

Nel programma ci sarà anche l'elezione diretta del premier

"Con me due vice, e resto sindaco"

Le condizioni di Walter per il Pd "Ne parlerò con voi, ne parlerò con Prodi. Ma poi decido io"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 
ROMA - Questione di ore, al massimo di giorni. È vicinissima l'ora X per un annuncio ormai scontato: Walter Veltroni scioglie la riserva e si candida alla guida del Partito democratico. È filato liscio il colloquio con Romano Prodi. E Palazzo Chigi ha molto apprezzato che nella girandola di incontri e di telefonate, il sindaco di Roma si sia ritagliato uno spazio per un faccia a faccia con il Professore. È andato altrettanto bene quello serale a Via Nazionale con lo stato maggiore dei Ds: Piero Fassino, Massimo D'Alema e Maurizio Migliavacca. In quella sede Veltroni ha già parlato da segretario del Pd togliendosi la soddisfazione di essere stato invocato da chi lo aveva combattuto dentro quelle stanze. Ha offerto dettagli sul suo impegno, parlando a viso aperto e ricostruendo in un'ora un rapporto di solidarietà piena con il suo partito. Da una posizione di forza, però. "Il cerchio è chiuso, i tasselli per la tua candidatura sono tutti al loro posto. Abbiamo finito il nostro compito - gli ha detto il suo sponsor Goffredo Bettini al telefono ieri pomeriggio -. Adesso decidi tu come gestire questo passaggio".

Veltroni già pensa a impostare il "come", non più a riflettere sul "se". Ai Ds ha spiegato che le voci su un vicesegretario della Margherita (e tutti gli indizi portano a Dario Franceschini) sono vere a metà. I vicari potrebbero diventare due e uno sarebbe di provenienza diessina. Ma la sua libertà di scelta dev'essere assoluta. "Ne parlerò con voi, ne parlerò con Prodi. Ma poi decido io", ha spiegato ai leader della Quercia. La marea che è montata in suo favore, il pressing evidente che lo ha spinto a dire di sì, gli permette di porre delle condizioni, di chiedere e avere le mani libere. Una squadra, per il nuovo segretario del Pd, sembra indispensabile. Serve perché l'altra condizione messa da Veltroni è rimanere sindaco della Capitale per un lungo periodo. Forse non fino alla scadenza del mandato, ma "devo rispettare il consenso che ho avuto dai cittadini".

I vicesegretari serviranno a costruire il partito, che fanno notare i veltroniani "non c'è, non ha dirigenti, non ha sezioni, non ha una struttura". A tutto questo penseranno i vice. Veltroni darà una politica (e un'anima) al Pd. Lo farà già a partire dal suo annuncio pubblico, presentandosi con una piattaforma, come gli chiedono i prodiani infastiditi da questa investitura solenne dei partiti e anche i leader dei Ds. Veltroni sceglierà questo tipo di "presentazione" anche perché il modo più diretto di presentarsi ai cittadini. In questo progetto ci sarà sicuramente il tema chiaro, semplice ed efficace della riforma elettorale e costituzionale così come Veltroni lo ha sempre presentato: il sindaco d'Italia. Cioè l'elezione diretta del premier. Lo ha detto anche durante la riunione dei 45 l'altra sera, quando gli altri avevano bocciato la sua frenata sulle primarie. "Vedo con piacere che siete tutti favorevoli all'elezione diretta del segretario. Quindi adesso vi piacerebbe questo sistema anche per il premier, presumo. È un discorso che possiamo aprire?", ha chiesto ironico Veltroni. Parisi lo ha rimbeccato: "Riaprire, semmai". E Veltroni: "Riaprire, basta che lo facciamo seriamente". Questa è una battaglia su cui il Pd dovrà impegnarsi sin dall'inizio, ma non per infilarsi nelle astruse discussioni sulle riforme. Ma perché il premierato significa un governo che può decidere.

Sullo sfondo resta il tema della coabitazione tra Prodi e Veltroni, l'intreccio tra governo e partito. Per molti un segretario forte può rafforzare l'esecutivo. Ma un segretario forte è anche una rete di protezione per il centrosinistra in caso di altre difficoltà per Palazzo Chigi. Quella rete che oggi non esiste, ma anche dal 14 ottobre avrebbe un indirizzo certo. Sono problemi del futuro, è vero. Come è di là da venire la questione degli assetti. I vicesegretari per esempio non saranno certo annunciati insieme con la candidatura. Verranno dopo l'appuntamento di autunno. E se Franceschini andrà al Pd, al suo posto come capogruppo salirà Sergio Mattarella. Piero Fassino potrebbe entrare nell'esecutivo in qualità di vicepremier. Ma questo è il dopo. Oggi si pensa solo allo sbarco del sindaco. Che ha cercato e ottenuto il consenso di tutti, ma poi si presenterà "nudo" al popolo dell'Ulivo. Lui e il suo programma. Come sul palco della lectio magistralis sulla "bella politica".

(21 giugno 2007) 

da repubblica.it
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« Risposta #6 il: Giugno 21, 2007, 10:11:24 »

POLITICA

Nel colloquio col premier discusso anche il rischio di falsare le primarie

Bindi: se scende in campo lo sosterrò, se no io mi presento

Pd, Veltroni consulta Prodi candidatura ad un passo dal sì

"Deciderò presto". Fassino e D'Alema: tutti i Ds con lui

di GIANLUCA LUZI

 

ROMA - Fassino spera che dica sì e gli assicura l'appoggio di tutta la Quercia. D'Alema lo definisce "un punto di riferimento forte". L'Ulivo lo invoca sperando che i sondaggi di popolarità si traducano in una iniezione rivitalizzante per il centrosinistra. Tutto è pronto per la candidatura di Walter Veltroni alle primarie del Partito democratico, manca solo la risposta definitiva del sindaco di Roma che - lo dice lui stesso - non si farà attendere a lungo.

Il pressing su Veltroni è forte e la decisione è imminente: ieri ha avuto un colloquio di tre quarti d'ora a tutto campo con Prodi sul Pd e quindi si è recato nella sede dei Ds dove ha parlato per un'ora con il segretario. All'incontro ha partecipato all'inizio anche il vicepremier D'Alema. La candidatura di Veltroni alla segreteria del Partito democratico sarebbe difficilmente battibile il 14 ottobre, ma proprio questo è un possibile problema emerso nell'incontro "buono, positivo, cordiale e aperto" a Palazzo Chigi: se devono essere primarie vere, infatti, una candidatura del sindaco di Roma potrebbe rendere inutile, falsare, la gara tra i candidati.

Dopo l'"incoraggiamento" di D'Alema a Ballarò, ieri è stato il segretario della Quercia Fassino a dare il via libera dei Ds alla candidatura di Veltroni. "Mi auguro che Walter, che in questo momento sta riflettendo su una sua eventuale candidatura, risolva questa riflessione scegliendo di candidarsi". Per Fassino la candidatura sarà "naturalmente sostenuta da tutti i Ds con grandissima convinzione. Ma soprattutto sarebbe una candidatura attorno alla quale si potrebbe raccogliere un consenso politico e sociale molto largo nella società italiana".

Sulla stessa lunghezza d'onda anche il sostegno di D'Alema: "E' evidente che in una situazione abbastanza complessa, Veltroni può rappresentare un punto di riferimento forte, rilanciare il rapporto con l'opinione pubblica e dare un segno di novità che il Pd rappresenta". Quella che attende Veltroni è "una scelta delicata e complessa, che richiede anche delle consultazioni, ma non credo che Veltroni lascerà passare troppo tempo". Se si candiderà, D'Alema si dice convinto "che darà un grosso peso politico al ruolo di segretario e che ha deciso di mettersi in gioco subito per investire sulla costruzione del Pd".

L'eventuale candidatura di Veltroni riscuote consenso anche nella Margherita. Rosy Bindi annuncia che se il sindaco di Roma si candida farà una lista per sostenerlo, ma in caso contrario lei sarà in gara. E anche Franceschini, capogruppo dell'Ulivo alla Camera, è pronto a votare Veltroni. Ma al momento, nei Ds, il discorso delle candidature resta aperto in attesa di sapere cosa farà Veltroni. Anna Finocchiaro, capogruppo dell'Ulivo al Senato, ricorda che i "candidabili" sono tanti "e tra questi ci sono anch'io". Per la Finocchiaro "occorre che qualcuno faccia un passo avanti e magari che qualcun altro faccia un passo indietro". Mentre per Luciano Violante "Veltroni è una personalità che riscuote la fiducia non solo di Ds e Margherita". Il presidente del Senato Marini, invece, non ha voluto commentare l'ipotesi Veltroni. Però è tornato sull'argomento del peso politico del segretario del Pd. "Sono contento, hanno deciso di fare un segretario forte. Era una necessità. Sono contento solo di questo".

(21 giugno 2007) 

da repubblica.it
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« Risposta #7 il: Giugno 21, 2007, 10:13:48 »

21/6/2007
 
Walter pensaci bene
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
La vita delle persone non ci appartiene - per cui è difficile dare consigli a chi si trova davanti a una svolta importante del suo destino. Ma di fronte ai dilemmi privati che diventano pubblici allora forse non è indiscreto avventurarsi in qualche consiglio. In questo caso si tratta di un affettuoso ma netto: «Walter pensaci bene». Il che non è detto a dispetto dello straordinario numero di inviti arrivati ieri al sindaco di Roma a candidarsi alla guida del Partito Democratico; casomai, a causa di.

C’è infatti un che di sorprendente e per certi versi poco trasparente in questa improvvisa rincorsa a fare complimenti e a giurare lealtà a un personaggio politico come Veltroni che ha inquietato i sogni di quasi tutti i capi del centro-sinistra. Che la maggior parte delle mosse politiche, e delle lacerazioni cui abbiamo assistito negli ultimi anni in questa area politica avessero la propria origine nel desiderio di esorcizzare la presenza (e forza) del sindaco Veltroni, non è un segreto di Stato. È così poco un segreto che lo stesso «uomo del destino» - in queste ore di fronte alle sue scelte - fa sapere di temere che i grandi consensi nascondano una trappola.

Tuttavia il consiglio non ha nulla a che fare né con complotti, né con trappole: è piuttosto una cautela che nasce dalla necessità di capire fino in fondo cosa abbia provocato l’improvviso cambiamento di umori. Cambiamento così repentino da poter esser considerato una vera e propria svolta: poche settimane fa, Fassino chiedeva per sé il posto di guida del Pd, D’Alema faceva sapere che sarebbe sceso in campo, Rutelli preparava la sua battaglia e, soprattutto, Prodi ostacolava in tutti i modi l’idea di un segretario «forte» che facesse ombra al suo governo. Il metodo preferito di elezione del futuro segretario era di conseguenza la scelta in assemblea costituente. Stando alla testimonianza su web di una delle partecipanti al comitato dei 45, leader debole e leader forte è stato il tormentone della prima riunione dei saggi. Pochi giorni dopo, lunedì 18, è stato ribaltato: elezione diretta e luce verde a Walter Veltroni, con il ritiro di tutti gli altri, da D’Alema, a Fassino e, soprattutto, a Prodi.

Una brusca inversione di rotta, appunto, di fronte alla quale, proprio per il suo impatto, non riusciamo a glissare: cosa l’ha provocata? Cosa ha spinto uomini così ambiziosi a mettere improvvisamente da parte le aspirazioni di anni? Nella risposta a queste domande c’è in queste ore, per gli elettori dell’Ulivo, oltre che per Veltroni, la chiave per comprendere la natura delle cose, per capire, nello specifico, se il cambiamento è un’operazione di maturità piuttosto che di fuga, di scelta piuttosto che di obbligo. Insomma se siamo di fronte a un momento di costruzione, o a una raccolta di cocci.

Naturalmente non staremmo qui a sprecar parole se non si avesse il timore che si tratti di cocci. L’unico vero avvenimento intercorso infatti fra le due riunioni del comitato dei 45 è la pubblicazione delle intercettazioni. E non solo quelle con Consorte, in cui si sentivano parlare D’Alema e Fassino, ma l’intera ondata di verbali e documenti, e aperture d’inchieste che hanno continuato a macinare la nostra vita pubblica. I verbali di Ricucci, quelli del governatore Fazio, le nuove inchieste aperte sul contropatto della Bnl. Una montagna di carte in cui sono stati fatti quasi tutti i nomi più rilevanti della Repubblica, in aggiunta a quelli dei leader Ds: Bersani, Prodi, Rovati, Costamagna, Casini, Letta, Berlusconi, e banchieri e imprenditori vari. Tutti hanno negato e si sono rifugiati dietro la perfetta liceità delle mosse fatte, o le hanno addirittura negate. Il cerino, come spesso succede, è rimasto in mano a chi ha l’accento peggiore: Ricucci.

Eppure - anche a voler prendere per buono, come sempre si deve prima delle prove di colpevolezza - il terremoto inchieste deve aver scavato da qualche parte un limite profondo con il periodo precedente. Il comitato dei saggi non ne ha mai discusso, scegliendo le regole del futuro partito in un aureo isolamento (così ci dicono le testimonianze interne), ma si può davvero immaginare che non siano state nella mente di tutti i riuniti? Quale elemento più potente delle tensioni intorno ai leader del centro-sinistra per spingere a decisioni drastiche? Non è azzardato, dunque, dire che le intercettazioni hanno costituito la dinamite che ha finalmente fatto esplodere quella rete di reciproche interdizioni che da anni paralizzavano la sinistra. Del resto è stato proprio D’Alema, il più attaccato, ad ammetterlo, affermando in un solo fiato il suo diritto a occuparsi delle questioni economiche del Paese e il suo ritirarsi dalle ambizioni di segretario e premier eletto a furor di popolo. Meglio essere chiari: questo ritiro è l’equivalente di vere e proprie dimissioni. Segno per altro che, dopotutto, all’uomo non sono venute meno le sue sensibilità politiche.

Ma se D’Alema ha ammesso errori (non colpe) è azzardato sostenere che il mettere in campo Veltroni, il ritirarsi degli altri, ha un identico significato? Insomma, Fassino, Prodi e tutti gli altri, dando la luce verde al sindaco romano, alla fine stanno in qualche modo prendendo atto della gravità della crisi che li ha investiti. È così? È questo il significato di tanto onorevole farsi da parte? Perché di questo si tratta: finché questo governo dura un ruolo l’avranno, ma non comparabile al potente riconoscimento di segretario-premier. È così? Tutto ciò è frutto di una forte crisi?

Rilevante avere una risposta. Perché se riconoscimento di una crisi c’è, il modo migliore per uscirne non è un giro di valzer di titoli. Ma una seria e pubblica discussione. In assenza della quale, il futuro leader non rischia complotti, ma il peso di una eredità ingestibile. «Pensaci, e bene, Walter» .
 
da lastampa.it
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« Risposta #8 il: Giugno 22, 2007, 04:23:35 »

Buone notizie

Antonio Padellaro


La candidatura che Walter Veltroni annuncerà a Torino mercoledì prossimo, ma che viene già data per sicura, è prima di tutto una buona notizia per il nascente Partito democratico per tre ragioni almeno. Primo: non da oggi Veltroni è in testa ai sondaggi di gradimento tra gli elettori del centrosinistra, soprattutto come leader da opporre alla destra. Secondo: anche quando sembrava pura utopia, Veltroni è stato tra i primi a battersi per la nascita di un partito nuovo che mettesse insieme le diverse culture riformiste del Paese. Diciamo che conosce la materia. Terzo: sul nome di Veltroni si sono detti d’accordo D’Alema, Fassino, Rutelli, Finocchiaro, Franceschini, ovvero tutti gli esponenti ulivisti che avrebbero potuto competere per l’incarico di segretario del Pd. Questa convergenza ha fatto storcere il naso a qualcuno che teme o la «sciagura dell'unanimismo» («Corriere della sera») o il «plebiscito» frutto di «manovre preventive di negoziato interno», con la conseguente negazione dello spirito delle primarie («La Repubblica»). Tutte preoccupazioni rispettabili ma un po’ affrettate visto che la candidatura Veltroni dovrà poi essere sostenuta dal voto popolare (ci auguriamo il più ampio) del prossimo 14 ottobre. E non sarà certamente colpa di Veltroni se (come teme Parisi) non si troverà a competere con altre candidature di spicco. Non vorremmo invece che con gli improvvisi timori di «unanimismo» poteri più o meno forti cercassero di suggerire al nuovo segretario del Pd il programma delle cose da fare e da non fare.

In molti commenti a caldo ci si interroga, poi, sui motivi della scelta. Se cioè Veltroni non rappresenti la carta migliore giocata nel momento peggiore.

È probabile che la candidatura sia figlia di uno stato di necessità (la bufera intercettazioni sui Ds, la crisi di consensi del governo Prodi) che ha reso indispensabile sia una svolta d’immagine (Veltroni sicuramente lo è) sia un forte investimento sul futuro del Pd. Si dice che Prodi tema la coabitazione con un segretario di così forte peso politico. E che il sindaco avrebbe preferito correre direttamente per l’incarico di candidato premier del Pd alle prossime elezioni politiche, piuttosto che scendere subito in campo come “semplice” segretario del Pd.

È comprensibile che Walter tema di logorarsi se le difficoltà del governare logoreranno la maggioranza. Ma è possibile, al contrario, che l’asse Prodi al governo e Veltroni al partito dia più stabilità alla coalizione e alla lunga rafforzi entrambe le entità. È una svolta, infine, che avrà ripercussioni sul resto del quadro politico. Per la sinistra radicale, che ha scommesso sul fallimento del Pd e che adesso dovrà rifare i conti. Per la sinistra di Mussi e Salvi che con il Pd hanno rotto e con il Pd di Veltroni potrebbero costruire un dialogo.

Per Berlusconi, infine, l’arrivo di Veltroni è una pessima notizia. Anche a destra, finalmente, si comincerà a guardare il caro proprietario per quello che è: un ingombrante avanzo del passato. E forse non è un caso se da ieri il cavaliere ha smesso di parlare di elezioni anticipate. Con un avversario del genere, avrà pensato, meglio non rischiare.

Una cosa è certa. Giocata la carta Veltroni non si può più sbagliare. Il primo ad esserne consapevole è il protagonista di cui tra qualche giorno ascolteremo le decisioni, le condizioni, gli obiettivi e il programma. Comincia da Torino perché è la città del lavoro. Punta al 35 per cento dei voti. Sulla carta tutto è possibile. Comunque, si volta pagina.


Pubblicato il: 22.06.07
Modificato il: 22.06.07 alle ore 8.33   
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« Risposta #9 il: Giugno 23, 2007, 07:55:05 »

Bindi: pronta a scendere in campo
Wanda Marra


Siamo tra il “Gattopardo” e l'eterogenesi dei fini». Con la sensazione che si stia arrivando al 14 ottobre con tutto già deciso e che lo stesso centrosinistra possa arrivare a causare la caduta del governo Prodi, è una Rosy Bindi più passionale e arrabbiata che mai quella che critica quanto si sta muovendo intorno alla candidatura di Veltroni alla leadership del Pd. Candidatura che appoggia, anche se non esclude di presentarsi in prima persona.

Ministro, lei ha criticato duramente le regole per le candidature. Perché?
Mi sembra di rivedere una pagina del “Gattopardo: "Tutto cambi perché tutto resti com'è". Il 14 ottobre si rischia di ratificare il leader, il vice leader. E poi che altro? Andiamo con le liste bloccate, addirittura con un ticket precostituito con Franceschini deciso dai capocorrente di un partito... Qualcuno mette anche in dubbio che ci possano essere più liste. E poi, dov'è la famosa svolta del Pd verso le donne?

Dunque, cosa propone lei?
Un po'di libertà, per favore! Sono contenta della candidatura di Veltroni, sono stata una delle prime a dire "benissimo", un ulivista della prima ora, capace di interpretare tutti, ecc. Ma così, questo partito parte di già stigmatizzato dagli equilibri dei partiti fondatori. Francamente non capisco dove sia la novità. Mi sta benissimo che ci sia un leader naturale, che ottenga grande forza con una grande partecipazione al voto, anche senza una competizione per la leadership. Ma non ci si presenti l'organigramma già fatto! Senza Veltroni, ci sarebbero stati tanti candidati, che almeno ci siano tante liste..

Barbi, tra gli altri, sostiene che andare alle primarie con tante liste sarebbe il trionfo delle correnti. Cosa risponde?
Il trionfo delle correnti si impedisce con la competizione delle liste. Per me va bene, un'unica lista, nazionale, purché frutto di autocandidature e con il voto di preferenza. Oppure tante, ma tante liste in competizione tra loro, che sostengano l'unico candidato. E senza sbarramenti. L'organigramma si sceglie dopo. Prima vorrei parlare di valori, idee, programmi. E ancora una volta vedo la mortificazione delle donne.

Lei è pronta a candidarsi anche in prima persona?
Assolutamente sì. Infatti, spero mi sia data almeno la possibilità di fare una lista. Altrimenti non so che andiamo a fare il 14 ottobre. È meglio evitare lo spreco di energie e risorse. Così si riproduce il sistema: c'è un candidato Ds e un vicecandidato Dl, in caso c'è un altro vice donna di un'altra appartenenza diessina. Potevamo decidere ai nostri 2 congressi ed eravamo a posto.

Scenderebbe in campo come leader contro Veltroni, come sembra voler fare Bersani?
Aspetto il discorso di mercoledì.

La candidatura di Veltroni non le sembra una possibilità di cambiamento?
È una grande possibilità. Allora, che corra libero, vediamo dove si va, fidiamoci del mondo, dei nostri iscritti, dei nostri elettori e potenziali simpatizzanti. Proviamoci una volta. Chi sta prendendo decisioni per tutti sono gli stessi che decidono tutto da almeno 30 anni. Vogliamo vedere se c'è qualcuno che ha qualche idea che possa servire? Faccia lui la sua corsa e facciamo fare la corsa a tanti. Decidiamo una cosa nuova: facciamola davvero.

Si sta delineando come "effetto collaterale" della discesa in campo di Veltroni la più rapida caduta del governo Prodi. Lei cosa ne pensa?
Questa sarebbe l'eterogenesi dei fini. Se c'è un motivo per cui il Pd deve nascere ora è proprio quello di accompagnare con una politica forte e rilanciare l'azione del governo. E poi ci vuole il tempo per una nuova legge elettorale. Altrimenti, rischiamo di far morire il governo e far nascere morto il Pd.

In molti credono che questo governo sia troppo litigioso per andare avanti. Non crede che Veltroni spariglierebbe?
Veltroni spariglierebbe adesso? Con questa legge elettorale? Bisognerà che questo governo vada avanti. Oppure pensiamo che un viatico per il nuovo partito sia una fase di decantazione istituzionale? Ma che, stiamo scherzando? Serve il tempo per vedere gli effetti positivi del governo, che peraltro già ci sono: il Pil che cresce, l'extragettito da distribuire, il debito che rientra nei parametri di Mastricht, l'accordo con le parti sociali, un Dpef che sarà di sviluppo ed equità. E noi facciamo cascare il governo con le nostre mani?

Berlusconi sostiene che tenere Veltroni nella posizione di candidato Premier per più di un anno significa bruciarlo e che si andrà al voto il prossimo aprile...
Berlusconi può fare tutte le congetture che vuole. Credo che la miglior carta di presentazione per Veltroni, oltre alla sua persona e a un partito forte alle prossime elezioni, sia, lo ripeto, il rilancio dell'azione del governo e una nuova legge elettorale.

E allora, che tempi prevede? L'intera legislatura?
Quanto serve: 2 anni? 3? 4? Vediamo.

Pubblicato il: 23.06.07
Modificato il: 23.06.07 alle ore 15.17   
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« Risposta #10 il: Giugno 23, 2007, 07:56:12 »

Che sia una sfida vera

Gianfranco Pasquino


È proprio la stima che ho per Veltroni che mi obbliga a dichiarare il mio dissenso, non sulla sua candidatura alla carica di primo segretario del Partito Democratico, ma sulle modalità con cui sta maturando. Il Documento approvato dal Comitato Promotore indica come strada maestra la presentazione, in ciascuno dei 475 collegi uninominali ritagliati dal Mattarellum della Camera, di liste di candidati/e all’Assemblea Costituente. Liste, è bene ricordarlo, che contengono anche il nome del loro candidato alla segreteria del Partito Democratico. Inoltre, il tanto, giustamente, criticato, «Manifesto dei Valori» pone a fondamento ineludibile della scelta delle cariche sia il principio della contendibilità sia il metodo delle primarie. Quella che a molti di noi, democratici e di sinistra, è apparsa una designazione dall’alto, una vera e propria investitura, in particolare ad opera dei vertici dei Democratici di Sinistra, spazza via entrambi: principio e metodo. Invece, la bontà della candidatura di Veltroni non deve fare strame delle regole esistenti e fondanti del futuro Partito Democratico. Non è affatto già troppo tardi.

Se mercoledì a Torino, città natale del filosofo politico Norberto Bobbio che ha speso gran parte della sua ricerca sulla democrazia a individuarne le regole migliori e che si è opposto con tutto il suo magistero alla democrazia dell’applauso e dell’acclamazione (ricevendone, in cambio, da Bettino Craxi, l’epiteto «filosofo che ha perso il senno»), Veltroni dichiarerà la sua disponibilità a candidarsi, dovrebbe rimandare tutto ad un percorso democratico e partecipativo. Toccherà collegio per collegio, ai cittadini “democratici” di impegnarsi, se lo desiderano, per fare di Veltroni il candidato delle liste che presenteranno. Inoltre vedo che siamo addirittura già arrivati alla formazione di un ticket: segretario e vicesegretario. Non mi pare che neppure il ticket sia stato previsto dal documento dei Promotori i quali, incidentalmente, verrebbero in questo modo, platealmente sconfessati. Mi preoccupa anche la composizione del ticket, non per i nomi, poiché sicuramente anche Dario Franceschini ha qualità politiche, ma poiché assomiglia troppo ad una spartizione partitocratica concordata: un Ds alla segreteria, un Margherito alla vicesegreteria. L’aspirazione originaria del Partito Democratico era, almeno questo ci hanno detto, ripetuto, martellato nei congressi, quella di scomporre e ricomporre, aprendosi all’esterno, alle rigogliose culture riformiste della società civile. Non di sovrapporre meccanicamente le nomenclature dei due partiti, né di escludere eventuali competitors, senza neppure il passaggio, sacrosanto, delle primarie. E se, saltata la possibilità di scegliere liberamente il candidato alla segreteria, si mantenesse questa libertà di scelta almeno per i candidati/e alla vicesegreteria? Il segnale formale e procedurale della candidatura di Veltroni, è, dunque, a mio modo di vedere, pessimo. So, però, che in politica, conta anche la sostanza. Forse, Prodi, che ha commesso valanghe di errori in questo processo, doveva rivendicare la guida del partito, da subito; in subordine, doveva esigere la nomina di un segretario organizzativo e non politico; doveva, infine, bloccare le designazioni dall’alto, persino, quella dell’ulivista Veltroni, leale vice premier di un tempo che fu. Forse, adesso Prodi ritiene che la sfida alla sua Presidenza del Consiglio si attenuerà. Ma questa attenuazione non è un segnale positivo, poiché il governo e il PD hanno entrambi bisogno di grande slancio. E quando arriveremo alle elezioni politiche, il PD e l'Unione non potranno neppure sfruttare l’onda lunga di buone e fresche primarie. Il 14 ottobre 2007 Veltroni non diventerà soltanto segretario del Partito Democratico, ma anche inevitabilmente e, probabilmente in maniera opportuna, da subito, il candidato a Palazzo Chigi. In seguito, oltre a subire i contraccolpi di eventuali azioni di governo inadeguate e criticate, oppure di tensioni prodotte da critiche a quelle (in)azioni di governo, Veltroni non potrà usufruire della spinta a suo sostegno del popolo delle primarie. Non credo che la soluzione dei problemi causati da una intempestiva investitura verticistica possa trovarsi nella proliferazione di candidature di bandiera senza speranze, a meno che, peggio che mai, quelle candidature, che sembrano tutte venire dalla Margherita, non vogliano essere la precostituzione di correnti dentro il PD. Non mi resta che augurarmi che, se accetterà la investitura, Walter Veltroni sappia suggerire un originale e democratico percorso per renderla compatibile con quanto il Partito Democratico ha promesso, e deve mantenere.

Pubblicato il: 23.06.07
Modificato il: 23.06.07 alle ore 15.14   
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« Risposta #11 il: Giugno 23, 2007, 07:59:29 »

Bartezzaghi ricordò che «l’anagramma del suo nome è "Wl’arte"».

E Camilleri descrisse il libro «Senza Patricio» come «una sinfonia».

Gli unici dubbi dai veri amici Dalla e De Gregori «Troppo buono e generoso»

 Walter e il rischio dei laudatores

Gli elogi bipartisan degli artisti, da Buzzanca a Baricco 

 
Se ha un difetto, è di essere troppo buono. O troppo generoso. O troppo razionale (Massimo Ghini, sul Corriere di ieri).

Ma possibile che Walter Veltroni non abbia un difetto vero? L’unanimismo che ha spinto e accolto la sua candidatura è proprio un vantaggio? La santificazione da parte di amici, personaggi dello spettacolo, star televisive non rischia di suonare affine a quella vissuta da un altro politico molto amato — ma anche odiato —, il buono, il generoso, il quasi immortale, l’Highlander (Michela Brambilla, sulla Repubblica di ieri) Silvio Berlusconi? È probabile, in alcuni casi certo, che non sia l’interesse ma la stima sincera ad accendere tanto entusiasmo. Uno scrittore come Alessandro Baricco, ad esempio, non aveva certo bisogno di ruffianarsi un politico quando disse in tv che «il ministero della Cultura va bene, ma solo se c’è Veltroni. Walter è una sicurezza per tutti».

E di sicuro il neutrale enigmista Stefano Bartezzaghi si limitava ai consueti giochi di parole quando annotava che «l’unico anagramma possibile del suo nomeè "Wl’arte"». Èprobabile però che tra i tanti laudatori si annidi qualche ruffiano autentico. E i ruffiani sono segno di successo, manon aiutano amantenere i contatti con la realtà e a maturare la consapevolezza dei problemi, come certo Veltroni è intenzionato a fare, avendo scelto per l’annuncio una città poco ruffiana come Torino. Qualcuno tra i vecchi amici ha espresso qualche perplessità. «Gira i tacchi e vai in Africa, Celestino!» sorrideva amaro Francesco De Gregori in una canzone ispirata — anche se mai collegata esplicitamente —ai tormenti politici ed esistenziali di Veltroni. E Lucio Dalla ha un ricordo bello ma non mitizzato di quel giovane che seguiva la sua tournée del 1979 appunto con De Gregori, Banana Republic, «e diceva di avere due sogni: diventare allenatore della Juve o direttore di Sorrisi&Canzoni tv» (aggiunge Dalla che «fare oggi il segretario del Partito democratico è come fare l’imperatore ai tempi di Romolo Augustolo, quando lo scettro era in vendita ma non lo voleva comprare nessuno»).

E comunque, annota Bartezzaghi: «Walter significa dominatore dell’esercito». Per un antico compagno che abbozza una critica, ci sono dieci avversari pronti ad adularlo. Marcello Dell’Utri: «Veltroni è un politico abile e un grande comunicatore. La sua Unità non era fanatica come questa. E poi non si è mai vestito da comunista». Mike Bongiorno, all’indomani della sfida del ’94 per la segreteria del Pds vinta da D’Alema: «Date retta a me che lo conosco fin da quand’era bambino; hanno sbagliato, dovevano fare Walter». Lando Buzzanca: «Resto uomo di destra ma a Roma voto Veltroni; un intellettuale di statura europea». Gianni Alemanno, dopo la netta sconfitta nella corsa per il Campidoglio: «Ormai Veltroni e io percorriamo strade parallele».

Tante cortesie da indurre Fabrizio Cicchitto a sbottare, preveggente: «Ma l’avete capito o no che Veltroni, il gentile, geniale, furbo, colto, intelligente Veltroni, è destinato a diventare il nostro principale avversario? E allora perché tante moine? Perché siamo sempre così carini con lui?». Non aveva ancora letto le recensioni ai libri. Il Veltroni saggista fu apprezzato pure da Clinton: quando Walter andò in America nel ‘97, il presidente—almeno secondo i giornalisti al seguito—lo ringraziò così per aver prefato l’edizione italiana di un suo saggio: «Lei mi ha capito. Noi due la pensiamo allo stesso modo. In più, lei scrive veramente bene». Per presentare I programmi che hanno cambiato l’Italia vennero al teatro Argentina Andrea Barbato, Corrado Augias, Maurizio Costanzo, Serena Dandini, AntonioRicci; in prima fila, Ettore Scola, Nanni Loy, Lea Massari, Angelo Guglielmi, Emmanuele Milano, Beniamino Placido, Sandro Curzi; fila di mezzibusti e presentatrici fuori dal teatro; quel giorno in Rai rimasero solo gli uscieri.

Nulla, in confronto al trionfo della presentazione di Senza Patricio, ancora all’Argentina. Parte subito forte Ermanno Rea: «Bellissimo. Un gioiello». Melania Mazzucco: «Per Veltroni scrivere è come volare. Da figlio diventa padre, da padre figlio, poi ancora padre...». Andrea Camilleri: «Questo non è un libro di racconti, questo è un canone inverso! Questa è una sinfonia, una sinfonia per solisti e coro!». Gianni Amelio (che il cronista, Luca Telese, descrive come visibilmente commosso): «È un libro magico. Mi fa quasi paura, perché parla di noi, di me. Walter, tu mentre scrivevi non potevi saperlo,maio sono Patricio!E io sono, anche, il papà di Patricio!». Paolo Bonolis: «Libro delizioso. Toccante. Ricorda Márquez». Al moderatore, Vincenzo Mollica, l’accostamento pare inadeguato: «Márquez, certo. Ma pure Fellini!». Quando poi uscì La scoperta dell’alba», l’entusiasmo dei recensori fu tale che si preferisce non riferirlo. Valga per tutti il biglietto che mandò Gianfranco Fini: «Caro Walter, ho letto il tuo romanzo, e l’ho davvero molto apprezzato. Spero che lo legga anche chi non vota per te...».

Poi, alla presentazione, per una volta al Circolo Canottieri Aniene: «È un gran bel libro. Leggetelo». È probabile che Bartezzaghi abbia ragione: «D’ora in poi Walter sarà ripetuto ovunque, a martello». Ad esempio alla City, dove —sempre a rileggere i giornali— nel novembre 2003 i broker furono «incantati» dall’intervento di Veltroni, al punto da bersi pure loro il noto annuncio: «Una volta conclusa l’esperienza in Campidoglio, riterrò chiusa la mia carriera politica, e mi ritirerò in Africa». È probabile pure che Veltroni sia sincero, quando lo dice. Nessuno crede più che la sua apertura agli altri, il suo personale culto dei morti, la sua attenzione ai deboli siano finti; al massimo, la discussione è se Veltroni sia davvero sincero con tutti, o se sia convinto di esserlo.

Ma il punto non è questo. La sfida ora non è dimostrare la sua sincerità, ma distinguere chi è sincero con lui, e chi non lo è. Chi lo loda sul serio, e chi per finta. Chi è preda di un’euforia autentica — come il suo nuovo assessore alla Cultura Silvio Di Francia: «Oggi siamo orgogliosi, e tutta Roma lo è!»—e chi, non solo tra i dalemiani (o i fassiniani, o i rutelliani, o i prodiani), al primo ostacolo l’euforia perderà di colpo. E comunque, Bartezzaghi, definitivo: «Rimarranno pochissimi quelli che penseranno innanzitutto a Walter Chiari...».

Aldo Cazzullo
23 giugno 2007

da corriere.it
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« Risposta #12 il: Giugno 24, 2007, 04:21:43 »

POLITICA

Il segretario Ds nega malesseri nelle aree più vicine a lui e a D'Alema

E frena sulla candidatura Bersani. "Io che farò dopo? Mai inseguito poltrone"

Fassino: "Giusto fare largo a Walter

E' il più fresco, non ha le nostre ferite"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 
ROMA - "Con Veltroni abbiamo scelto il più fresco di tutti noi. Diciamoci la verità: venendo dal Campidoglio Walter non si porta dietro le ferite delle nostre battaglie di questi anni". Generoso, realista: chiamatelo come volete. Piero Fassino è convinto della scelta fatta dall'Ulivo per la leadership del Partito democratico. Si è preso un giorno di riposo. E' a Venezia per celebrare il matrimonio del suo portavoce Gianni Giovannetti con Valentina Basarri. Il sole, la laguna, il ricevimento prelibato all'Harry's Dolci. Sarà per questo che non pensa al dopo, al 15 ottobre, quando i Ds non ci saranno più? "Non ho rimpianti. Se mi guardo indietro sono orgoglioso del percorso che abbiamo realizzato".

La scelta di Veltroni non è una resa dei leader della Quercia, a cominciare da lei e D'Alema? I Ds hanno portato voti e sangue al centrosinistra, ma non hanno potuto esprimere né il premier né il segretario del Pd.
"Ma no, non penso si possa avanzare questa obiezione. In primo luogo perché Walter è un dirigente dei Ds ed è stato addirittura il leader del partito. La sua appartenenza politica è chiara. Ma Veltroni rappresenta anche tutto l'Ulivo e il Pd, cioè uno spettro molto ampio di posizioni. I Ds erano in grado di mettere in campo altri dirigenti, ma poi bisogna tenere conto delle condizioni politiche. E queste condizioni hanno portato alla scelta più idonea".

Quindi è una leggenda la stizza dei dalemiani e dei fassiniani.
"Non vedo alcun malessere e delusione. Trovo anzi la soddisfazione per la scelta di un leader forte. Penso che questo segnale, dopo la sconfitta alle amministrative, abbia fatto tirare un sospiro di sollievo a tanti. All'indomani delle elezioni infatti abbiamo deciso di puntare su un doppio scatto rilanciando il centrosinistra sia sul fronte dell'azione di governo sia sul Partito democratico. E l'accelerazione più evidente riguarda il Pd. Ormai mancano 115 giorni alla sua fondazione. Solo poco tempo fa il cammino ci appariva molto più lungo e travagliato. A Orvieto avevamo fissato il traguardo alle Europee del 2009. Poi ci siamo accorti che per i tempi della politica e della società quella data era veramente troppo oltre. Abbiamo anche capito che bisognava eleggere un leader forte".

E il più forte, come dicono i sondaggi, è Veltroni.
"Sì. E il fatto che Walter abbia deciso di candidarsi rafforza questo processo. É un dirigente stimato da tutti. Ha un profilo che lo rende riconoscibile a un elettorato più largo del centrosinistra. La sua fede ulivista è sempre stata dichiarata. E' anche un esponente dei Ds e in questo c'è il riconoscimento del ruolo del nostro partito. Racchiude in sé le caratteristiche di unità e di novità".

Lei ha detto che tutti i Ds sostengono il sindaco di Roma. Consiglia a Bersani di ritirarsi?
"Bersani o altri sono liberi di decidere. È utile una pluralità di liste e di candidati. Tuttavia penso che su Veltroni si realizzi una larga convergenza unitaria. Ed è così che il suo impegno viene percepito dai cittadini. Uno dei nostri problemi di sempre è la Babele di linguaggi, il mettere troppo in evidenza più le divisioni che i punti in comune. Credo che di questo dobbiamo tenere tutti conto. La nostra gente vuole segnali di forte coesione e unità. Per una volta che possiamo essere davvero uniti perché presentarci divisi?".

Perché Veltroni sì e altri no, a parte i sondaggi?
"Per i tratti del suo profilo di cui parlavo prima. E perché venendo dal Campidoglio non si porta dietro le ferite delle battaglie di questi anni. E' il più fresco di noi. E può unire più di ogni altro".

Di solito le medaglie e i premi non vanno proprio ai feriti?
"Se parla di me, io sono appagato. Nel 2001 si profetizzava un ciclo della destra pari a quelli di Margaret Tatcher e di Helmut Kohl. Bene: sono passati sei anni e il centrosinistra è uscito dal cono d'ombra della sconfitta. Da allora, abbiamo vinto sempre nei vari passaggi elettorali, abbiamo ricostruito l'unità del nostro campo e rimesso in piedi l'Ulivo fino all'approdo del Pd. Un processo così importante che finirà per riguardare non solo noi. Fini e Berlusconi hanno avviato una discussione su come fondare un partito del centrodestra che possa competere con il Pd. E alla nostra sinistra forze gelosissime della loro identità come Rifondazione e il Pdci pensano a una casa comune. Il Pd è già un pezzo della riforma del sistema politico anche se sappiamo bene che questa riforma anche passa dalla revisione della legge elettorale. Noi non diamo per persa la possibilità di un'intesa. Ci sforzeremo per arrivarci. Sapendo però che il referendum è un'altra strada e che anche all'indomani del voto sui quesiti ci sarà bisogno di una buona legge. Non basterà il pronunciamento dei cittadini a cambiare la pessima qualità della norma Calderoli".

Lei ha parlato anche di uno scatto del governo. E la lettera dei quattro ministri della sinistra radicale che accusano l'esecutivo e Padoa-Schioppa?
"Abbiamo firmato i contratti del pubblico impiego, abbiamo sbloccato la Tav, stiamo portando a compimento le norme sul federalismo fiscale e si è aperto il tavolo con i sindacati su pensioni e lavoro. In più, c'è il surplus di 2,5 miliardi di euro che certo non piove dal cielo ma è figlio della ripresa economica accompagnata dalla Finanziaria e della lotta all'evasione fiscale. Un miliardo e 400 milioni saranno destinati ad aumentare le pensioni più basse, 700 milioni vanno agli ammortizzatori sociali e servono ad aiutare i precari, 600 milioni andranno ai giovani. Non sono scelte di poco conto. I ministri della sinistra radicale le sottostimano e sottovalutano il fatto che quelle decisioni sono già state assunte dal governo e apprezzate dalle parti sociali. Sulla base di quelle scelte possiamo predisporre un Dpef e una Finanziaria più rivolti allo sviluppo e che contengano anche prime significative riduzioni fiscali".

Il nodo restano le pensioni.
"È un passaggio delicato. Bisogna reperire un miliardo per passare dallo scalone agli scalini. Padoa-Schioppa è consapevole che una soluzione va trovata. E io sono fiducioso che il miliardo che serve, il ministro lo troverà".

Che farà Fassino il 15 ottobre, quando il Pd avrà un altro segretario?
"Contribuirò a costruire il Partito democratico facendo vivere le ragioni di una sinistra riformista moderna. In ogni caso sono un parlamentare dell'Ulivo. Non ho mai inseguito una poltrona. Continuerò a fare politica. Per passione, come sempre".


(24 giugno 2007) 
da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Giugno 24, 2007, 04:28:54 »

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Diamanti

Veltroni e il rischio del remake
 

Forse non è entusiasta di "scendere in campo" così presto. Lontano (forse) dalle elezioni. In Italia, soprattutto, conviene sempre stare fuori. Assistere. Incombere. Essere chiamati in causa. Intervenire nel dibattito, esprimere una posizione, lanciare una parola d'ordine. Ma senza essere coinvolti. Fino all'ultimo minuto. Perché, quando prendi parte, la magia svanisce in fretta. Da "santo subito" si diventa "bersaglio". Di tutti. Avversari e soprattutto amici. Anche di quelli che prima incitavano a entrare nell'agone, a spenderti in prima persona. A essere generoso. Però, è difficile per Walter Veltroni continuare a lungo a fare il predestinato che si schermisce. E attende, il più a lungo possibile, prima di esporsi. Per evitare il fuoco nemico e quello amico. Ormai, la corsa è lanciata. A ottobre gli elettori del Partito Democratico voteranno, direttamente, per il segretario. Non per un portavoce indicato da Prodi. O per qualche altra carica di scarso valore. Troppo seria la situazione in cui versano la maggioranza e il governo per alimentare ulteriormente la delusione degli elettori.

Il gioco, quindi, si fa duro. Perché in gioco c'è la leadership futura e presente. Condivisa con - e contesa a - Prodi. Piero Fassino, al quale non può venire imputata mancanza di generosità, ha pensato bene di rompere lui gli, gli indugi. E ha candidato Veltroni. Da troppo tempo in attesa "sul bordo del fiume" , come ha osservato Salvatore Vassallo sul "Corriere della Sera". Lo ha costretto a nuotare. Ad affrontare le acque insidiose della contesa con gli altri candidati. Forse. Perché qui c'è un problema ancora irrisolto. Veltroni, oggi, è davvero il più popolare fra i leader del centrosinistra. Non c'è sondaggio che non lo veda largamente in testa, nelle scelte dei sostenitori e degli elettori del Partito Democratico. Se, però, intende confermare e perfino rafforzare questa posizione, non si può affidare a un referendum dall'esito scontato. A un altro plebiscito. Come quello tributato a Prodi, alle primarie del 2005. A un altro rito collettivo intorno a un solo celebrante. Prodi è l'inventore e il testimone dell'Ulivo. L'unico ad avere sconfitto Berlusconi. E costretto ad abbandonare, nel 1998, non dagli avversari politici, ma dai presunti alleati. Veltroni no. E' il sindaco di Roma. Un passato comunista definitivamente passato. Lontano. Perfino incomprensibile. Perché nulla, in lui, evoca quell'eredità scomoda. Da cui lo distaccano, anzitutto, ragioni fisionomiche e di stile. Veltroni. duro nella sostanza e lieve all'apparenza. Il più amato e atteso, dagli elettori dell'Ulivo e del PD.

E', però, un leader fra altri leader. Per questo non può essere promosso e "trainato" dalle tradizionali logiche di partito. Da intese trasversali, fra segreterie. Che prevedano, magari, una sorta di ticket: lui alla segreteria di partito con un uomo della Margherita accanto. Per dire: Franceschini. E, per completare, il quadro, un altro, che raccolga la rappresentanza della "società civile". Non può. Ne uscirebbe indebolito. Un leader come altri della prima e, soprattutto, seconda Repubblica. Frutto di compromessi. Secondo l'aurea regola "cancelli". Perché i leader forti emergono sempre da lotte dure e aspre. Senza esclusione di colpi. Com'è avvenuto (almeno fino agli anni Settanta) anche nella prima Repubblica, nei partiti di massa. Come avviene negli altri Paesi. Per dire: Sarkozy e Ségolène Royal non sono mica stati portati dagli altri leader di partito. Non Sarkò, che ha dovuto affrontare l'opposizione irriducibile di Chirac. Non Ségò, che ha avuto contro tutti gli "elefanti" socialisti. Compreso il suo "compagno segretario", François Hollande. Che ne ha mal sopportato l'ascesa. Perché non sopportava il fatto di diventare il "segretario consorte". E in Inghilterra: Tony Blair, che, dal 1994, ha "conquistato" Labour e ne ha modificato la stessa identità, facendone un partito nuovo. Oggi, per dieci anni, "cede" il passo a Gordon Brown. Un successore che non ha scelto, non gli piace; e che, se non bastasse, sua moglie Chèrie detesta apertamente.

Non può, Veltroni, proporsi come il candidato necessario e predestinato. La sua legittimazione ne uscirebbe danneggiata. Se è bravo, carismatico e popolare - e indubbiamente lo è - deve sfruttare queste doti per "conquistare" il partito. Contro altri candidati disposti a sfidarlo. Candidati veri e credibili. I leader principali: Fassino, Rutelli, D'Alema. Le eterne promesse, in attesa di essere promosse da un leader: Dario Franceschini ed Enrico Letta (bravi e preparati; ma, fin qui, perfetti come assistenti). Poi, i sindaci e i governatori del Nord: Chiamparino e Illy (aspetteranno un altro disastro elettorale per conquistarsi spazio politico?). E magari qualche grande firma di cui tanto si discute. E che tanto fa discutere. Montezemolo accanto a Monti. O viceversa. Se decidessero di "traghettare" il PD verso il centro, invece di attendere che la sinistra affondi lasciando aperto lo spazio di centro...

Una competizione vera, tra candidati veri, con progetti veri. Poche parole e poche idee, ma chiare e distinte. Per coinvolgere gli elettori del PD, galvanizzarli. Farli uscire dalla depressione che li ha attanagliati. Scoraggiati. La leadership del Partito Democratico, val bene una "lotta"; leale e aperta. E quindi dura. Selettiva. Altrimenti è difficile che gli elettori e i sostenitori del PD affollino di nuovo i seggi, per confermare una scelta già scritta. Per partecipare un nuovo plebiscito. A sostegno di un candidato pre-stabilito. Dalle segreterie dei partiti. E pre-annunciato. Dai giornali e dalle agenzie di sondaggi.

E' già avvenuto una volta. Allestire il remake, o peggio, le repliche di quello spettacolo, ancora nella memoria di tutti - come sa Veltroni, che è un cinefilo fine - è molto rischioso. Potrebbe risolversi in un flop.

(21 giugno 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #14 il: Giugno 25, 2007, 12:36:02 »

Il sindaco di Roma prepara il suo «manifesto» per la leadership del Pd

Veltroni, un discorso contro l’immobilismo

Ultimi ritocchi all’intervento di Torino in cui dirà sì alla candidatura 

ROMA — Veltroni non vuole che sia buonista, il discorso che terrà mercoledì pomeriggio nella sala gialla del Lingotto di Torino. È praticamente ultimato: l’ha scritto ieri, da solo, fino a sera, quando — polo celeste a maniche corte — ha accolto nel suo appartamento romano i suoi più stretti collaboratori, da Claudio Novelli a Walter Verini, fino a Marco Causi, dal 2001 assessore al Bilancio capitolino, docente d’economia e già consulente della presidenza del Consiglio durante il primo governo Prodi.

Una riunione notturna per controllare le sfumature, per rileggere, per correggere, per trovare il modo migliore per sciogliere i nodi più complessi: del discorso, sì, e quindi del centrosinistra, del Paese, del rapporto tra le coalizioni. ATorino, senza megaschermi o giochi di luci, senza avere alle spalle le immagini di Luther King, quasi senza citazioni, Veltroni sembra intenzionato a «picchiare duro» — per usare l’espressione di chi ha visto quel testo— sui mali del Paese. Primo tra tutti, l’immobilismo della politica. La sua idea — del Pd, ma anche del centrosinistra e del rapporto con la destra — è che la politica debba tornare a risolvere problemi: quindi basta con i veti incrociati, con gli ostruzionismi e con le condizioni da imporre agli alleati.

È ora di tornare alla politica del fare, una politica che si pieghi agli interessi del Paese: quindi, soprattutto, agli interessi della gente. Il Pd che ha in mente Veltroni, come spiegano i suoi collaboratori, «deve avere un’anima popolare ed essere liberale nel senso più pregiato del termine» e dovrà cambiare il modo stesso di fare politica in Italia. Oggi Veltroni partirà per la Romania, in veste di sindaco. Saranno, comunque, due giorni importanti per la politica, si continuerà a discutere.

Ieri, ad esempio, il ministro Bersani ha letto su Repubblica quella frase di Piero Fassino in merito alle altre possibili candidature alla guida del Pd—«la nostra gente vuole coesione, per una volta che possiamo presentarci uniti, perché dividerci?» — e ha commentato con i suoi collaboratori che l’obbiettivo è ampliare il confronto, il pluralismo e l’interesse dei cittadini e quindi «un’eventuale mia partecipazione alle primarie non sarebbe una spaccatura ma un arricchimento. Ben altre sono le divisioni che non vuole la nostra base». Bersani, pur non sciogliendo ancora la riserva se candidarsi o no, potrebbe anticipare la sua idea di Pd domani, in occasione della riunione dei giovani parlamentari e segretari regionali e di federazione dei Ds.

Alessandro Capponi
25 giugno 2007
 
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