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Autore Topic: UGO MAGRI  (Letto 49845 volte)
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« il: Novembre 07, 2007, 11:20:54 »

7/11/2007 (7:43)

L'ultimo rodeo di Silvio O la va o la spacca
 
La scommessa di Berlusconi sulla Finanziaria

UGO MAGRI
ROMA


A mano a mano che l’ora della verità si avvicina, e le sue profezie sulla fine imminente di Prodi assumono sempre più le sembianze di un «bluff», e gli stessi suoi alleati della Cdl si preparano a presentargli il conto dell’ennesima sconfitta, c’è un interrogativo cui perfino i conoscitori del Cavaliere non sanno dare risposta: «Chi glielo ha fatto fare?». Per quale strana e incomprensibile ragione Silvio Berlusconi ha deciso di giocarsi un pezzo consistente di reputazione politica su una scommessa così ad alto rischio, come annunciare la caduta del governo in base a un’incerta campagna acquisti?

L’unica risposta paradossale ma convincente che si raccoglie ai piani alti della Cdl ha poco a che vedere con la politica, molto invece con la psiche del leader. Berlusconi, è l’affascinante teoria, non ne ha più voglia. Settantuno anni, due volte capo del governo, destinato comunque a restare nei manuali scolastici, tanti denari da non sapere che farne: come stupirsi se al teatrino della politica lui preferisce il cabaret, quello vero?

Non è un caso se il giorno in cui si spegneva Giovanna Reggiani all’ospedale Sant’Andrea, ferita a morte da un immigrato romeno, lui era al Bagaglino, dove si rappresentava il nuovo spettacolo comico di Pippo Franco e Oreste Lionello dal titolo «Vieni avanti cretino», e contribuiva al buonumore collettivo raccontando dal palco un paio di sapide barzellette delle sue. Ridiamoci su.

Per cui Silvio ha puntato tutto il suo patrimonio politico sulla crisi il 14 o il 15 novembre. Basta così, o la va o la spacca. Se gli va bene, torna a Palazzo Chigi. E poco importa se qualche consigliere come don Baget Bozzo gli ha detto che sedersi oggi su quella poltrona è pura follia, «in queste condizioni caro Silvio l'Italia è ingovernabile, ti lincerebbero peggio di Prodi, per desiderare una cosa del genere devi essere un grande pazzo oppure un grande santo...».

Niente da fare, Berlusconi non ascolta. Giorgio La Malfa gli ha mandato da una settimana 40 cartelle di analisi della crisi italiana per scongiurarlo di non perdere l'occasione delle riforme istituzionali prima di andare alle urne. Zero risposte. Il Cavaliere galoppa lanciatissimo verso il suo ultimo rodeo. Se lo vince «conquista la terza insalatiera», ironizza Bruno Tabacci. Torna al tavolo dei Grandi, si prende una rivincita planetaria. E se va male? Nulla fa credere che Berlusconi abbia voglia di tirare la carretta del centrodestra per un altro anno o magari due, o tre, o per il tempo che può durare un’onesta battaglia d’opposizione.

Chi lo frequenta è pure portato a escludere che l'uomo si ritiri in azienda e torni a fare Caroselli, come ai tempi in cui era Sua Emittenza. Ma avverte che l'ennesimo blitz fallito avrebbe ripercussioni pesanti sul suo animo. Prima ancora che siano gli alleati (Fini, Casini, Bossi) a rinfacciargli il fiasco, sarebbe lui stesso a interrogarsi se vale la pena spendere altre energie per un Paese «che non mi merita» (sfogo all'indomani della sconfitta elettorale).

E' un fatto che, rispetto al Berlusconi lungimirante, all'imprenditore geniale fattosi statista a modo suo rivoluzionario, l'orizzonte temporale del personaggio odierno sembra drammaticamente accorciato. Più che investire sul futuro, spreme quanto può dal presente. Perfino il Milan ne sta facendo le spese. E' la squadra più vecchia del mondo, ma Berlusconi non ha voluto cacciare di tasca un soldo, en attendant Ronaldinho. Quando Galliani gli ha fatto il nome di un campione come Buffon, lui ha storto la bocca. Idem nella politica: in questo caso il Ronaldinho che Berlusconi aspetta si chiama Dini, tutto il resto lo annoia. Partito unico per la destra di domani? Sì, no, boh, vedremo. Fini sarà il successore? Certo, anzi no, anzi forse. Prima Michela Vittoria Brambilla e i suoi Circoli vengono finanziati con 200 milioni di euro, poi Berlusconi congela tutto, MVB morde il freno.

Una lista senza fine. La destra in Europa è laboratorio di idee, Sarkozy fa scuola. Invece la berlusconiana Officina, che dovrebbe redigere il nuovo programma, ancora non parte. E pazienza: tanto, basta ripetere il mantra delle grandi opere, del Ponte sullo Stretto, delle tasse da tagliare e al resto ci pensa il governo Prodi. Due settimane fa l'emergente britannico Cameron ha stretto un patto col governatore della California Schwarzenegger sulla politica ambientale, embrione di un'«ecodestra» mondiale. L'unico che in Forza Italia se ne occupa con proposte concrete è Tremonti. Il Cavaliere mai ha pronunciato la parola «ambiente», tranne che su Rete4 tanti anni fa, quando la Carlucci lo intervistò sulle rose del suo giardino. Ma in fondo, insistono a difenderlo i fedelissimi, tutto si gioca tra pochi giorni. «Se mi va bene», è la promessa del Cavaliere, «ne vedremo di belle». Altrimenti, venga pure il diluvio.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Luglio 12, 2008, 10:00:30 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Gennaio 30, 2008, 11:07:58 »

30/1/2008 (6:45) - LA CRISI - IL GIORNO DELLA SVOLTA

L'Udc con Berlusconi: elezioni subito

Napolitano: "Ora pausa di riflessione"

Elezioni più vicine, oggi la decisione del Quirinale

UGO MAGRI
ROMA


Chi faceva conto su Casini per far nascere il nuovo governo, oggi è deluso. Al dunque, l’Udc si schiera col Cavaliere. E nemmeno Baccini, il senatore centrista più insofferente della disciplina di partito, se la sente di passare da solo il confine. Dunque la crisi si avvita su se stessa, le elezioni si avvicinano. Napolitano, il quale le considera una cattiva medicina per l’Italia, non nasconde quanto sia «complicata e difficile la situazione». Diplomaticamente, ne dà la colpa alla «forte frammentazione politica» rappresentata dai 19 partiti ricevuti sul Colle per le consultazioni.

Gli ultimi due (Forza Italia e Partito democratico) hanno fornito ricette diametralmente opposte. Per Berlusconi «non c’è altra strada se non quella di tornare al voto, le riforme richiedono tempo e non le può fare un governo di tregua». Secondo Veltroni, invece, votare subito sarebbe «contro gli interessi del Paese, meglio andarci tra un anno facendo le riforme» oppure, se proprio non fosse possibile, «tra qualche mese dopo aver cambiato almeno la legge elettorale». Dialogo sì, ma tra sordi.

Perde quota la tesi più gettonata fino a poco fa, quella del mandato pieno a Marini per formare un governo di altissimo profilo, zeppo di personalità capaci di scompaginare i giochi: quale figura di prestigio se la sentirebbe di andare allo sbaraglio, in queste condizioni? Riprende viceversa slancio l’ipotesi di un «esploratore», che provi a capire se l’intesa è possibile anzitutto sulla legge elettorale, magari partendo dalla prima bozza Bianco come suggerisce Veltroni. Per questo incarico più delimitato (potrebbe essere conferito in giornata, e la decisione verrà «motivata» davanti al Paese) il candidato è sempre lo stesso, vale a dire Marini, sottoposto a un forte pressing da parte dell’establishment (in particolare da D’Alema, che è andato apposta a trovarlo). Napolitano pensa invece ad Amato per un governo di affari correnti, casomai sciogliesse le Camere.

Dunque, Casini. Non è più l’asso nella manica di Napolitano. Il leader Udc s’è reso conto che la sua propensione a un governo di tipo istituzionale veniva sfruttata per un disegno del tutto diverso. Celava cioè il tentativo di ricomporre la stessa identica maggioranza di cui disponeva Prodi prima della crisi. A far traboccare il vaso ha provveduto una dichiarazione di Baccini, avversario interno del leader Udc. «Potrei votare un governo guidato da Marini», sono le parole che hanno gettato scompiglio nel Palazzo. Col trascorrere delle ore, la disponibilità di Baccini è sfumata. Però Casini s’è reso conto che stava perdendo il controllo delle operazioni. Da Gerusalemme ha dettato una dichiarazione che potrebbe essere la pietra tombale sulla crisi: «Tanto vale non perdere ulteriore tempo e andare verso elezioni anticipate». Oggi s’incontrerà con Berlusconi. E chissà che il Cavaliere non ammazzi per lui il famoso «vitello grasso».

A raggelare Napolitano ha contribuito una dura sortita di Forza Italia. Allarmati dalle voci di un mandato pieno a Marini, i vertici azzurri hanno minacciato fuoco e fiamme: «Le ipotesi di governicchi allo sbando, alla ricerca di raccattare qualche voto, sarebbero solo un’avventura e provocherebbero una inutile radicalizzazione...». Meglio non provarci nemmeno. Oltretutto, sostengono a via del Plebiscito, nell’incontro con la delegazione azzurra Napolitano aveva parlato espressamente di un’esplorazione, e niente di più. Tanto che Berlusconi e i suoi se n’erano andati dal Quirinale con aria spensierata, lodando il Presidente per il suo tono «estremamente piacevole». Di qui l’avvertimento serale rivolto al Colle, che ha fatto crollare le azioni di un governo istituzionale e alzare la voce a D’Alema: «E’ protervia quella di chi non vuole la riforma elettorale...».

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« Risposta #2 il: Febbraio 06, 2008, 02:57:55 »

6/2/2008 (7:12) - RETROSCENA, OGGI PRIMO VERTICE PER LA COALIZIONE

Fini suona l'allarme "No all'ammucchiata"
 
Venti partiti per un posto sull’Arca di Silvio: «Attenti, il Pd è solo»

UGO MAGRI
ROMA


Se sarà il carro del vincitore, lo sapremo dopo le elezioni. Per ora il centrodestra somiglia piuttosto all’Arca di Noè, zoo galleggiante, bestiario politico dove una folla di partitini sgomita per trovar posto. Velina Rossa ha contato ben 17 sigle che vorrebbero traghettarsi nella prossima legislatura, oltre ai quattro «soci fondatori» (Forza Italia, An, Lega e Udc). Ma la stima è per difetto, un censimento più pignolo spinge il totale addirittura a quota 23, come dire 23 bocche fameliche da saziare con seggi alla Camera o al Senato. Buttare qualcuno ai pesci, come promette che farà Veltroni coi «nanetti» del centrosinistra? Berlusconi non può: nella lunga guerra contro Prodi ha firmato patti, sottoscritto cambiali che adesso vengono a scadenza. Con Dini. Con De Gregorio. Con Mastella l’«impresentabile» agli occhi di Alleanza nazionale, della Lega, della stessa Udc.

Altri «mostri» il Cavaliere se li è creati con le sue stesse mani, dai Circoli della Brambilla che dovevano essere i cani da guardia del berlusconismo ma non vogliono più tornare a cuccia, alle tre mini-Dc che si contendono lo Scudo crociato (di Pizza, di Sandri e di Fiori), dai Pensionati che si sono fatti impalmare dopo un lungo corteggiamento, ai transfughi dell’Udc guidati da Giovanardi: per anni hanno agitato la fronda contro Casini, non si contenteranno al dunque di una semplice pacca sulle spalle. Il magnate di Arcore dovrà vedere e provvedere, senza penalizzare quanti gli sono stati avvinti come l’Edera di Nucara, come la Dca di Rotondi, come il Mpa di Lombardo, i liberali di De Luca, i «salmoni» Della Vedova e Taradash, alleati sempre fedeli nella buona e nella cattiva sorte. Ma non finisce qui, perché Silvio il Munifico passa gli alimenti alle famiglie politiche altrui, al matrimonio in pezzi tra Fini e Storace, tra An e la Mussolini (anche se potrebbero tornare insieme)... Non è solo questione d’onore, di parola data che un leader non si rimangia mai.

E’ che i sondaggi veri, quelli di cui il Cavaliere si fida ciecamente, gli danno margini di vantaggio comodi sì ma non troppo, diciamo un 54 per cento contro il 45-46 degli avversari, coi partitini di centrodestra che tutti insieme valgono oltre un milione di voti: quanto basta a fare la differenza tra vittoria e sconfitta. E come si può chiedere di mollare al proprio destino uno Sgarbi o a chi, come Berlusconi, nel 2006 si è visto sfuggire il trionfo per soli 24 mila voti? Hanno voglia, dunque, i Maroni e i La Russa, di piantar paletti: con il primo che denuncia a gran voce il rischio di «operazioni strane», invita a «evitare grandi ammucchiate», esorta a sbarrare le porte della Cdl dove solo i magnifici quattro (Berlusconi, Bossi, Fini e Casini) hanno il diritto di posare per la foto di famiglia. Con il secondo, La Russa, che a nome di Alleanza nazionale minaccia l’esame del sangue: «Ammetteremo solo gente che firma il programma, nessuna preclusione a priori ma saremo seri e rigorosi...». Propositi della vigilia, dettati dall’ansia di non concedere a Veltroni l’arma che il sindaco di Roma già brandisce: il Pd, solo ma coerente, mai più male accompagnato, contrapposto a uno schieramento vasto e confuso, dall’Udeur a Storace, da Casini alla Fiamma tricolore.

Semplificare, sfrondare, unire: a destra è un puzzle. Casini è in allarme, Fini ha già sollevato il problema, «caro Silvio non possiamo presentarci in mille partiti contro un Pd che corre da solo». In realtà il bersaglio è uno: Storace. An è pronta a sbarrargli la via, costi quel che costi. Berlusconi domani riunirà lo stato maggiore forzista, ascolterà la lista delle varie richieste compilata da Cicchitto, poi comincerà a ricevere i suoi «clientes».

Spingerà (ha già iniziato nelle settimane scorse) perché i partitini si coalizzino tra loro. Al Pri ha chiesto di mettersi insieme con Dini e i liberali, magari pure con De Gregorio e con Rotondi. Ma questi piccoli sanno fare bene i conti, la soglia del 2 per cento prevista dal «Porcellum» la vedono col binocolo.

La sensazione diffusa è che, eccezion fatta per Storace, verranno tutti inglobati da Forza Italia, presenteranno qualche loro personaggio simbolo all’ombra del Cavaliere. Lo stesso Mastella viene dato in quota berlusconiana alla Camera (al Senato no, nella Campania l’Udeur può fare la differenza per conquistare il premio di maggioranza). Il movimento azzurro come «refugium peccatorum», «ecoballa» se si adotta il gergo dell’emergenza rifiuti: costretto a digerire l’indigeribile e nello stesso tempo a reggere l’assalto interno della Brambilla che a buon diritto rivendica spazio per le energie fresche contro i «parrucconi». Tramonta l’ipotesi di una seconda lista berlusconiana: toglierebbe voti a Forza Italia, col risultato di consegnare al Pd la palma di primo partito. La «rivoluzione del predellino» sfuma all’orizzonte. Perfino il nome Popolo della libertà rischia di non trovare posto sul simbolo. «E’ 3 centimetri per 3», segnalano a via dell’Umiltà, «bisogna scrivere “Berlusconi presidente” e “Forza Italia”. Pdl dove lo ficchiamo?».

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« Risposta #3 il: Maggio 07, 2008, 09:47:20 »

7/5/2008 (7:4) - GOVERNO - LE CONSULTAZIONI

Berlusconi prova a concludere oggi: le donne sono l'ultimo nodo
 
Al Welfare torna Maurizio Sacconi, Prestigiacomo corre per l'ambiente, Carfagna verso le Pari opportunità

UGO MAGRI
ROMA


Berlusconi prova a stringere i tempi. Se il colpo gli riesce, presenterà la squadra di governo a Napolitano stasera, non appena sarà convocato per l’incarico. In questo caso il suo quarto governo presterà giuramento giovedì. Il Cavaliere farebbe bella figura, e si toglierebbe di torno uno sciame di aspiranti ministri. Ieri mattina aveva già sondato l’umore del Presidente con una visita al Colle, sulla quale parecchie leggende sono circolate, ricavandone due certezze. La prima: a frenare Berlusconi non sarà certo Napolitano, nel caso che il futuro premier voglia far presto. La seconda: sul numero dei ministri il Cavaliere non deve allargarsi troppo. Dodici con portafoglio ne stabilisce la legge, e dodici dovranno essere, senza «spacchettare» la poltrona del Welfare in due o tre ministeri-sgabello.

Con questi vincoli, Berlusconi ha trattato tutta la notte. A una cert’ora è andato a fare quattro passi tra le vetrine: «Mi fuma il cervello». Pare abbia sciolto la riserva sulla Giustizia: ci metterà Alfano, uno dei quarantenni rampanti di Forza Italia. Non è autorevole quanto il Capo dello Stato forse avrebbe gradito, e nemmeno ha l’esperienza che l’ex Castelli sollecita, ma sulla fedeltà non si discute. Scajola verrà impiegato (con suo sollievo) alle Attività produttive. Alleanza nazionale rinuncia al Welfare, lo prenderà il veneto Sacconi, che in fatto di rapporti col sindacato ha qualche esperienza. Per questo viene preferito alla Prestigiacomo, sulla quale aleggiano perplessità della componente «nordista» (troppo potere alla Sicilia, è l’accusa). La bionda Stefania se la batte al momento con la rossa Brambilla per l’Ambiente. La corvina Carfagna viene data invece per certa alle Pari Opportunità. Con la castana Gelmini all’Istruzione, fanno tre donne sicuramente al governo. Troppo poche per Berlusconi, che ne inserirebbe un altro paio. E qui s’innesta il braccio di ferro con An, iniziato a tarda sera.

In cambio del Welfare, il partito di Fini è pronto a prendersi due ministri senza portafoglio. La trentunenne Meloni parte favorita (si occuperà nel caso di politiche giovanili). L’altra poltrona il Cavaliere vorrebbe donarla alla Poli Bortone, ma An punta su Ronchi, portavoce del partito. «Dev’essere in Consiglio dei ministri», avverte Bocchino a nome di Fini. Il neo-dc Rotondi è convocato stamane dal Cavaliere, pare voglia dargli la Solidarietà sociale. Il transfuga dell’Udc, Giovanardi, verrà premiato con l’Attuazione del programma. C’è un motivo: lì serve uno col fucile puntato, e Giovanardi è stato carabiniere. Per fargli posto, Berlusconi ha chiesto a Calderoli di traslocare. Gli ha dato dieci minuti di tempo per inventarsi qualcosa, così è nata su due piedi l’idea del ministero taglia-leggi. Calderoli (che per Gheddafi ha rischiato il posto) non lo vive come declassamento. Bossi ringhia: «La Libia? Cos’è la Libia? Senza la Lega, Berlusconi stavolta non ce la faceva», provi a far fuori Calderoli se ne ha il coraggio.

Dodici ministri con portafogli, e otto senza, fanno venti in totale. Più Berlusconi, ventuno. Nove i vice-ministri: 5 per Forza Italia (grande guerra in corso), 3 per An (probabili Mantovano, Urso e Landolfi), uno alla Lega (Castelli). Sessanta è il tetto massimo per i membri del governo, quindi restano 30 sottosegretari. Qualche berlusconiano disperato propone di aumentarne il numero riducendo gli stipendi.

Si completa la geografia del potere parlamentare. Vice-presidenti del Senato diventano Nania e Rosy Mauro (maggioranza), Bonino e Chiti (opposizione). Le resistenze dei Radicali, che avrebbero preferito altre caselle, alla fine sono rientrate, così come le polemiche tra Di Pietro e il Pd. Alla Camera sono passati, come vice di Fini presidente, Buttiglione e Bindi da una parte, Leone e il formigoniano Lupi dall’altra. Quest’ultimo senza i voti della Lega.

da lastampa.it
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« Risposta #4 il: Maggio 25, 2008, 05:49:35 »

25/5/2008 (7:6) - RETROSCENA

Casini e Veltroni seguono Berlusconi sulla linea dura
 
Anche Alessandra Mussolini con i manifestanti di Chiaiano

Rifiuti, scontri con la polizia in Campania 

Caos rifiuti, a Napoli tornano proteste e roghi
 
Contrari solo Sinistra radicale e Storace

UGO MAGRI


ROMA
Si ricomincia dai tumulti, come sette anni fa a Genova per il G8. Certo a Chiaiano non si riuniscono i Grandi, la guerra è su una discarica. E tuttavia sembra destino ineluttabile del Cavaliere impattare da subito, appena riconquistatato Palazzo Chigi, con la protesta di piazza. Corsi e ricorsi.

Logico che il premier, a Porto Rotondo in cerca di relax, guardi con qualche apprensione ai fatti di Napoli. Segue ora per ora la piega degli eventi, informato dal portavoce Bonaiuti. Non cambia idea: Berlusconi resta convinto che l’inflessibile fermezza sia senza alternative. Ha telefonato a Maroni per dirgli di andare avanti (così filtra dal Viminale che mette le mani avanti, casomai dovesse finir male).

Gli scontri erano «prevedibili», comunque sia «la Campania non può morire sotto ai rifiuti, guai ad arretrare di un solo centimetro». Sottoscrive le dichiarazioni di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: «E’ venuto il momento che lo Stato faccia rispettare la legge e imponga tolleranza zero. Il finto solidarismo aiuta solo chi delinque».

Come Berlusconi, che qualcuno dell’entourage vorrebbe pronto a ripartire per Napoli a metà settimana, la pensa l’intero centrodestra, senza smagliature degne di nota. Semmai con qualche intransigenza in più nel timore che, dopo aver riscosso applausi promettendo il pugno di ferro, il governo batta in ritirata. «Ci rimetteremmo la faccia, non possiamo permettercelo», sussurra una voce autorevole del Pdl. Ecco dunque Gasparri invocare «linea dura contro chi aizza la piazza» e Cicchitto ammonire che «lo Stato non può arrendersi davanti alla violenza organizzata». E poi Mantovano e Capezzone. Piccola vendetta di La Russa con il collega Maroni, il quale rifiuta di impiegare l’esercito: «Non commento, perché non ho competenze in materia, le questioni di ordine pubblico spettano al ministro dell’Interno». Il quale fa sapere che le aggressioni alla polizia sono «ingiustificabili».

L’opposizione sta alla finestra, aspetta gli eventi. E’ una prudenza calcolata: praticamente un via libera al governo. Di certo Veltroni non mette i bastoni tra le ruote del Cavaliere quando da Milano constata, in tono quasi distaccato, che gli scontri «sono l’effetto di una politica del veto e di un atteggiamento ideologico presenti sia nel centrodestra che nel centrosinistra».

Dal segretario Pd nemmeno una parola di biasimo verso le forze dell’ordine, alle quali promette pieno sostegno Casini invocando «pugno duro se necessario». Di Pietro glissa, se la prende con Bassolino, ma il suo capogruppo Donadi garantisce «pieno sostegno dell’Idv all’azione di governo, anche perché gli impianti individuati sono gli stessi» indicati al tempo di Prodi. Realacci, ministro-ombra del Pd, sollecita a verificare se la cava di Chiaiano è adatta alla bisogna, però aggiunge che la violenza è inaccettabile, e comunque non si tratta di rifiuti pericolosi. Disco verde, insomma.

Chi è contro il manganello sta ai margini del Parlamento o addirittura fuori. A sinistra come a destra. E con gli stessi argomenti. «Le botte alla popolazione campana sono un pessimo segnale»: l’ha detto per caso l’ex ministro bertinottiano Ferrero? No, è un commento di Storace. E chi si è incontrata con i centri sociali, battendosi per far scarcerare i dimostranti? La Mussolini. Sgobio, del Pdci, invoca l’intervento dell’Unione europea, considerata forza d’opposizione al Cavaliere. La Palermi grida «vergogna!» all’indirizzo del governo. E Migliore denuncia «il silenzio sulle violenze della polizia», quasi a evocare i fantasmi della scuola Diaz.

da lastampa.it
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« Risposta #5 il: Giugno 24, 2008, 11:08:46 »

24/6/2008 (7:9) - RETROSCENA

Spunta un piano per la pace
 
Giorgio Napolitano è l'undicesimo Presidente della Repubblica, in carica dal 10 maggio 2006
 
La strategia del Colle: ora il regista Napolitano può chiedere al Cavaliere norme più morbide

UGO MAGRI
ROMA


Ancora ieri mattina, il Cavaliere galoppava a briglia sciolta contro i giudici milanesi. Poi però qualcosa (o qualcuno) è intervenuto a frenarlo. Col risultato che la resa dei conti, fin qui inevitabile, forse verrà rinviata. E probabilmente non ci sarà nemmeno la devastante conferenza stampa contro i magistrati «sovversivi» che il premier aveva già in programma di tenere domani, preparando con cura le carte: c’è parecchia discussione, nel clan berlusconiano, circa l’utilità di un attacco così frontale. Addirittura si sta ragionando sulla possibilità di stemperare gli emendamenti famosi, quelli che sospendono per un anno i processi minori.

Potrebbero essere riformulati in modo meno netto, restituendo uno spazio di manovra alla magistratura. Ma tutto questo è appeso a un filo parecchio esile. La tregua, mettono come condizione dalle parti di Berlusconi, dovrà essere bilanciata e controllata. Per ogni gesto distensivo che giungerà dal mondo giudiziario, la maggioranza è pronta a farne seguire uno di segno corrispondente. Sempre con la pistola pronta sul tavolo.

Al momento, la tensione cala. E il merito è tutto del Colle. I consiglieri del premier non esitano a riconoscere che il Capo dello Stato sta facendo gli straordinari per svelenire il clima, «e noi gliene siamo grati» confida un leader della maggioranza alla Camera. La rampogna di Napolitano a Mancino, vice-presidente Csm, per i suoi annunci di guerra al governo, ha avuto l’effetto di ingigantire il prestigio del Quirinale agli occhi di Berlusconi. Mai in tre lustri, da quando l’uomo di Arcore s’è gettato in politica, un Presidente gli aveva fatto scudo con tanta efficacia. Col risultato che, adesso, il Presidente della Repubblica ha un credito importante da esigere con Berlusconi. Se intende esercitare sul governo la sua «moral suasion», a Palazzo Chigi diventa arduo rispondergli no.

Il percorso che sul Colle qualcuno immagina comincia dunque da qui: dalla rinuncia del premier a gettare nuova benzina sul fuoco contro giudici e magistratura. Il conflitto con Nicoletta Gandus deve rientrare negli alvei istituzionali. Il Csm prenderà in esame le ragioni del premier, compresi i motivi della ricusazione, Berlusconi eviti please di rincarare le accuse al presidente del Tribunale. Secondo passaggio: il Consiglio dei ministri approvi pure, se crede, il cosiddetto lodo Schifani, quello che blocca le inchieste sui vertici dello Stato fintanto che sono in carica. La maggioranza per approvarlo in Parlamento c’è, la stessa Udc potrebbe dare un aiuto. A quel punto, è il piano che circola nei Palazzi, che motivo avrebbe Berlusconi di insistere sugli emendamenti blocca-processi? Tanto più, si fa notare, che lui ha già annunciato di non volerne trarre personalmente profitto...

La speranza sul Colle, insomma, è che qualcosa accada durante l’iter di conversione del decreto sicurezza alla Camera. E non si riproduca il muro contro muro previsto per oggi al Senato (dove si vota l’intero provvedimento).

Ghedini ridimensiona le attese, cancellare gli emendamenti della discordia è del tutto escluso. Però fonti bene informate assicurano: una modifica sostanziale di quelle norme, che consenta per esempio ai Tribunali di «riappropriarsi» della materia, stabilendo essi la gerarchia dei processi, è nell’ordine delle cose possibili. Purché, avvertono i berluscones, «non sia tutta una finta».

Il timore a Palazzo Chigi è che Napolitano pecchi di buona fede, insomma si faccia ingannare dalla corporazione dei giudici. I quali gli hanno promesso di non dare corso alla bozza di delibera del Csm contro il governo, ma la spada di Damocle è sempre lì che pende. «Nessuno si faccia illusioni», mette in guardia il duro Cicchitto, «se il Csm ci riprova, salta la tregua. E nessuno venga a dirci che la guerra ricomincia per colpa nostra».

da lastampa.it
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« Risposta #6 il: Giugno 24, 2008, 11:11:36 »

Contro la Costituzione


Stefano Passigli


Bene hanno fatto il capo dello Stato e il vice presidente del Csm a precisare che al momento non esiste alcun parere dell’organo di autogoverno della magistratura sulla costituzionalità delle norme blocca-processo. La forma ha una sua rilevanza, ma non può alterare la sostanza; e sul piano della sostanza non vi è dubbio che l’aggiunta al decreto sulla sicurezza di una norma blocca-processi presenta profili di incostituzionalità, solleva interrogativi sul ruolo dei presidenti delle Camere, e appare politicamente dirompente.

In primo luogo applicandosi solo ai procedimenti prima del 2002, il blocco contrasta con il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione discriminando tra ipotesi di reato identiche sulla base della mera data di avvio del relativo procedimento penale. Irragionevole appare in ogni caso il riferimento temporale adottato. Non solo meglio sarebbe stato sospendere quei processi ove la eventuale condanna sarebbe comunque coperta dal recente indulto, ma più logico sarebbe stato semmai accelerare anziché bloccare i processi più datati e quindi più a rischio di prescrizione, ritardando piuttosto i più recenti per i quali la prescrizione è più lontana. Né si dica che, essendo sospesa la prescrizione, la situazione dei processi bloccati non muterebbe. Alla loro ripresa, infatti, molti collegi giudicanti potrebbero dover essere ricostituiti per intervenuti trasferimenti o pensionamenti, con il conseguente ripartire da zero del processo e un altrettanto conseguente garanzia di impunità. La norma blocca-processi votata a maggioranza semplice dal Parlamento configurerebbe così, in buona sostanza, un’amnistia surrettizia, in spregio della norma che vuole le amnistie votate da una maggioranza qualificata.

In secondo luogo, nel processo penale le parti sono tre: il Pubblico Ministero a tutela dell’interesse generale, la Parte Civile a tutela del soggetto offeso, e la Difesa a tutela dell’imputato. Ebbene ritardare - o addirittura vanificare, come spero di aver or ora dimostrato - la celebrazione del processo è certo nell’interesse dell’accusato, ma non della parte lesa e della collettività. Nel proporre la norma blocca-processi Berlusconi e il suo governo mostrano - e pour cous - di privilegiare l’interesse dell’imputato piuttosto che quello generale e delle parti lese. Ma proprio il centrodestra, per bocca del senatore Pera con il pieno appoggio dell’onorevole Berlusconi, si batté per introdurre in Costituzione la norma sull’equo processo che ne impone una «ragionevole durata»: ebbene la norma blocca-processi allungandone la durata e di fatto favorendo in molti casi la prescrizione, priva gli imputati innocenti di una pronuncia assolutoria e le parti lese di una condanna, violando così palesemente l’articolo 111 della Costituzione. Da alcuni si è affermato (Antonio Alfano, Corriere della Sera del 22 giugno) che una norma blocca-processi fu già introdotta nel 1998 dal governo Prodi, ministro della Giustizia Flick, presidente Scalfaro. Niente di meno vero, e sorprende che a un ex Procuratore Generale onorario di Cassazione la passione politica faccia velo sull’intelligenza giuridica: tale disposizione prevedeva infatti che «al fine di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti... nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di udienza... si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l’accertamento dei fatti nonché dell’interesse della persona offesa». La concreta decisione sui criteri di priorità era insomma rimessa agli uffici che ne dovevano informare il Csm, restando così interamente nel discrezionale apprezzamento dei magistrati. Cosa ben diversa da un intervento legislativo che lede profondamente un ulteriore e fondamentale principio costituzionale: quello dell’autonomia della magistratura.Al di là della forma, avanzare dubbi sulla costituzionalità di una norma blocca-processi è dunque non solo legittimo, ma anche opportuno, specie alla luce delle modalità scelte dal governo per la proposta: non un disegno di legge costituzionale - al quale lo invitano, oltre ad alcuni esponenti della maggioranza, persino (con un intervento ai limiti dell’oltraggio a un potere dello Stato quale la Corte Costituzionale) il presidente emerito Cossiga che invita anche il presidente Napolitano a rinviare la legge di conversione qualora contenesse la norma - ma un emendamento suggerito a parlamentari amici che aggiunge a un decreto legge materia estranea al testo passato al vaglio autorizzativo della presidenza della Repubblica. Chi scrive è profondamente convinto che i presidenti di Camera e Senato dovrebbero dichiarare improponibili emendamenti estranei al corpo dei decreti, evitando così di vanificare il controllo dei requisiti di necessità e urgenza compiuto dalla presidenza della Repubblica. Ma chi scrive è altrettanto profondamente cosciente che - caduta la prassi che voleva le presidenze di Camera e Senato affidate a maggioranza e opposizione e votate consensualmente - a partire dalla rottura della prassi effettuata dal primo governo Berlusconi nel 1994 l’indipendenza delle due presidenze si è inevitabilmente affievolita. Occorre dunque aiutare la presidenza delle Camere a mantenere al massimo la propria autonomia: anche da questo punto di vista, la presentazione di un emendamento blocca-processi indebolisce e non rafforza le istituzioni, ed è opportuno che sia perciò ritirato. Infine, gli aspetti più strettamente politici. A lungo, in molti abbiamo lamentato che i rapporti tra maggioranza e opposizione non fossero in Italia quelli esistenti in un «paese normale». Alla necessità di un più corretto rapporto alcuni tra noi - io ad esempio - avevamo a malincuore sacrificato battaglie che come quella per una più adeguata disciplina del conflitto di interessi, ci apparivano necessarie. Ma esistono limiti invalicabili, e princìpi irrinunciabili. Così come nel 2006 ci battemmo con successo per respingere un progetto di riforma costituzionale altamente pericoloso, oggi siamo costretti a un nuovo e deciso «no» al tentativo di introdurre norme che sentiamo lesive di un fondamentale principio non solo della nostra Repubblica ma di qualsiasi democrazia: l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Troppi indizi ci dicono che si sta preparando un nuovo tentativo di sovvertire alcuni capisaldi del nostro ordinamento costituzionale: la forma parlamentare di governo, ribadita dai cittadini italiani nel referendum del 2006; il ruolo e le funzioni delle supreme magistrature di garanzia (presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale); e infine l’autonomia della magistratura. In nessun paese gli assetti istituzionali sono immodificabili. E le modifiche vanno ricercate e fatte nel dialogo tra maggioranza e opposizione. Ma proprio per dialogare occorre non smarrire la coscienza di cosa è negoziabile e cosa non lo è.

Pubblicato il: 24.06.08
Modificato il: 24.06.08 alle ore 8.24   
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« Risposta #7 il: Luglio 03, 2008, 06:43:28 »

3/7/2008 (7:3) - GIUSTIZIA - L'INCUBO FORZISTA

E il Pdl assolve già il Cavaliere
 
Le persone vicine al premier lo descrivono "pieno d'amarezza" per la questione intercettazioni
 
  I suoi: «Le dimissioni sono impossibili, qualunque cosa ci sia in quelle telefonate»


UGO MAGRI


ROMA
Qualunque cosa possa uscire da quelle intercettazioni, compresa la più grottesca e impudica, è certo che Berlusconi non andrà a nascondersi per l’imbarazzo. Anzi: quanto più l’intrusione nella sua privacy dovesse far ridere il mondo, tanto più il premier si sentirebbe martire della libertà, crocifisso perché incarna quella di tutti, che perlomeno al telefono devono potersi esprimere come latin lover. E tirerebbe avanti, garantiscono i suoi, con ancora maggiore energia.

Dimissioni, dunque, è parola impronunciabile nel giro del Cavaliere. Le voci di rivelazioni osé in arrivo, su cui si scambiano pareri perfino i leader d’opposizione, non avranno l’effetto di far cadere il governo. Al massimo, complicheranno l’intimità del premier, descritto da chi lo assiste come «pieno di amarezza». Eppure, se i boatos di Palazzo dovessero mai trovare conferma, una questione di alta politica si aprirebbe comunque. Riguarderebbe il metro con cui giudicare un capo del governo trascinato, per la prima volta da noi, in quello che nei popoli puritani si definirebbe «scandalo sessuale».

Scandalo pure per un’Italia che puritana non è? C’è chi nemmeno vuol prendere il caso in esame. Daniele Capezzone, già segretario radicale ora portavoce di Forza Italia, rifiuta di tradurre in politica «questioni che attengano alla vita privata di chicchessia». Laddove Emma Bonino, radicale tuttora, non è così certa che tra pubblico e privato possa ergersi un muro impenetrabile. Dipende, spiega, «se le attività private di un leader hanno o meno conseguenze di governance pubblica». Se si traducono «in business aziendale o in nomine di ministri». E mentre Capezzone si dichiara «terrorizzato» dall’idea che i magistrati possano entrare e uscire dalla vita di un personaggio anche pubblico, Bonino ricorda che «a maggiori onori corrispondono maggiori oneri».

Berlusconi, al tempo delle telefonate intercettate con Saccà, guidava l’opposizione, non il governo. «Cambia poco», scuote la testa un antipatizzante del Cavaliere come Bruno Tabacci: «Le azioni private hanno lo stesso un rilievo pubblico. E, comunque, non deve mai mancare un po’ di prudenza. Nella Prima repubblica i politici non erano immuni dai vizi, ma venivano perlomeno amministrati con molta misura...». Nel caso di Berlusconi, invece? «E’ l’esibizionismo che offende, le pubbliche battute nei comizi, le ragazze sulle ginocchia... Logico prevedere come sarebbe finita».

Obietta Vizzini, «laico» di Forza Italia: «Berlusconi non ha mai scritto nel suo programma che si sarebbe fatto frate francescano. Gli italiani lo giudicheranno per come saprà o non saprà risolvere i loro problemi quotidiani, altro che origliare le sue telefonate!». Gianfranco Rotondi, ministro democristianissimo per l’Attuazione del programma, arriva addirittura a ipotizzare per il premier un boom di popolarità: «Lui parla al telefono come l’italiano medio. La gente sincera e onesta scherza come lui, fa battute galanti e talvolta dice qualche porcheria. La cultura azionista di certi giornali non ha capito questo Paese. Cercano di accendere i riflettori su quelle che considerano le miserie di Berlusconi, e invece agli occhi degli elettori diventano le sue grandezze...».

Vuoi vedere che stasera a Matrix il Cavaliere farà appello proprio a questo «idem sentire»? Marco Follini, esponente Pd, non per nulla è cauto: «Penso che faremo bene a girare al largo da questo argomento. La virtù dell’opposizione non consiste, almeno io credo, nel denunciare i vizi degli intercettati, sbirciandoli dal buco della serratura».

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« Risposta #8 il: Novembre 18, 2008, 02:51:14 »

18/11/2008 (7:18) - RIUNIONE TESISSIMA COL SEGRETARIO

Villari non molla, scontro con Veltroni
 
Il Pd lo processa, il presidente della Vigilanza resiste: "Il partito è casa mia e non me ne vado"

UGO MAGRI


ROMA
Nella grande rissa sulla Vigilanza Rai, l’unica cosa di cui nessuno tra i protagonisti pare curarsi è proprio la Rai. A fine anno avrà bruciato 25 milioni (se va bene) secondo le stime del direttore generale Cappon, nel frattempo la tivù ci imbonisce con il teatrino della politica più che in ogni altro paese europeo (fonte: Osservatorio di Pavia). Eppure il «casus belli» rimane la presidenza della Commissione parlamentare, che in sé conta meno di un posto in Consiglio d’amministrazione, ma torna utilissima al Cavaliere per seminare discordia nel campo avverso. Difatti a Palazzo Chigi se la godono, seguono gli sviluppi della lite dentro il Pd con una conoscenza dei dettagli quantomeno sospetta. Esempio: già nel primo pomeriggio i berlusconiani sapevano per filo e per segno della terribile litigata all’ora di pranzo tra Veltroni e il presidente eletto della Commissione di vigilanza, Villari.

Un’ora e dieci di urla, recriminazioni, minacce. A mollare la poltrona dove è stato messo dal centrodestra, pur essendo lui del Pd, Villari non pensa minimamente. Tantomeno a lasciarsi processare. Anzi, veste i panni del pubblico ministero: «Davvero pensate che io sia una talpa? La quinta colonna di Berlusconi? Sono accuse infamanti da cui non mi avete difeso. Vergogna! Mi trattate come un venduto... Ma io ho degli obblighi istituzionali, la Vigilanza deve funzionare. Andrò avanti fino a quando non avrete trovato l’accordo su un altro nome». Oggi sarà ricevuto da Schifani, domani da Fini, pare voglia riunire la Commissione. Invano Walter, spalleggiato da Franceschini, ha tentato di metterlo spalle al muro. Inutili i richiami all’interesse superiore del partito, al danno politico che Villari sta provocando. Scuote la testa Zanda, presente alla lite: «Presiedere la commissione chiaramente non gli dispiace...».

Brutte sensazioni di un gioco con molte sponde interne all’opposizione. Pannella che annuncia un nuovo sciopero della fame e della sete in difesa di Villari, definendo le pressioni per farlo dimettere «tecnicamente eversive» e tali da meritare «cinque anni di carcere». Il giro dalemiano che soffia sul fuoco dello scontento nei confronti del segretario. Latorre, vicinissimo a «Baffino», sospettato dai veltroniani di intelligenza con il nemico. Voci come quella di Follini che additano nel legame con Di Pietro la causa di tutti i guai... Villari è meno solo di quanto appare. Cosicché davanti all’aut-aut (o ti dimetti da presidente o ti buttiamo fuori dal partito), lui è insorto: «Questa è casa mia, non me ne vado. Semmai sarò io a denunciare la subalternità politica all’Idv sulla Rai e sul resto».

Comunque alla cacciata, pare, non si arriverà. Il direttivo del Pd in Senato - stasera il processo - è orientato a sospenderlo, in attesa che il partito prenda provvedimenti. L’espulsione viene caldeggiata da Finocchiaro, da Zanda, perfino da un moderato come Marini, ma sarebbe un regalo alla propaganda di destra. La sospensione, invece, è sufficiente a marcare che Villari rappresenta solo se stesso, non certo il Pd. Che la ferita istituzionale rimane aperta. E dev’essere in qualche modo sanata. Già, ma come?

Veltroni si ostina a sperare in una mano da Di Pietro. Se ritirasse la candidatura di Orlando, potrebbe sbocciare una rosa di nomi Pd e Udc su cui tentare l’accordo col Cavaliere. Quagliariello, buon interprete degli umori di maggioranza, apre: «Non facciamo il tifo per Villari, semplicemente non accettiamo imposizioni dalla minoranza». Il segretario del Pd ne ha ragionato al telefono con Casini, il più leale nei suoi confronti. Diversamente da Walter, Pier è molto scettico sulle intenzioni dipietriste. Occhi puntati dunque sulla conferenza stampa che l’ex eroe di Mani pulite ha convocato per stamane. Raggiunto tra un comizio e l’altro in Abruzzo, fa il sornione: «Se ritiro Orlando? Aspettate, e saprete».
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« Risposta #9 il: Dicembre 06, 2008, 10:02:29 »

6/12/2008 (7:20) - LA QUESTIONE MORALE

D'Alema: unità nazionale per cambiare le regole
 
Il PD deve ritrovare l'entusiasmo
 
Veltroni: la questione morale esiste. Ma assolve Iervolino e Domenici


UGO MAGRI
ROMA


D’Alema prova a elevare il tono del dibattito che in questi giorni l’ha coinvolto. Basta presentarlo come un livido cospiratore: la veste che predilige è quella del leader proiettato sulle grandi questioni nazionali. Eccolo dunque invocare «un grande patto sulle regole che permetta di mettere mano a una riforma complessiva delle istituzioni, compresa quella elettorale». Ed eccolo sollecitare un intervento legislativo in tema di giustizia, dove denuncia «una crisi allarmante che rischia di minare la fiducia dei cittadini».

Quanta nostalgia si coglie, nelle parole di D’Alema, per la solidarietà nazionale. «Fu stagione di avanzamenti e conquiste», rammenta. Oggi andrebbe «ripresa ad esempio» recuperandone «lo spirito». Berlusconi ci ripensi, suggerisce D’Alema al suo antico interlocutore della Bicamerale, quella in fondo «fu un’occasione persa anche da lui per diventare uomo di Stato...».

Il premier non commenta. Né si sbilancia il suo portavoce, Bonaiuti: «D’Alema è personaggio di prestigio, se sono rose fioriranno. Purtroppo finora la sinistra è stata sorda alle ragioni del dialogo». E per sinistra, dalle parti del Cavaliere si intende principalmente Veltroni. E’ lui il segretario, lui che si è scelto come alleato Di Pietro, che attacca il governo su tutti i fronti.

Vista da Palazzo Chigi, neppure la «questione morale» che scuote il Pd è motivo di sollievo politico. Anzi. Quanto più Walter dà corda ai duri e puri del suo mondo, agli sdegni di Scalfaro, ai richiami etici di Zagrebelsky, tanto più Silvio lo vive come un pericolo e carica a testa bassa. In realtà Veltroni non è affatto preda di un raptus giustizialista, come da destra lo dipingono. Semmai prova a bilanciarsi tra due esigenze.

Da una parte, favorire il ricambio interno, la selezione di una nuova classe dirigente («Il Pd è nato per rinnovare la politica»). Dall’altra, salvare quanto può di un partito che il 6 e 7 giugno sarà atteso dalla doppia prova delle europee e delle amministrative (è la data che Maroni intende proporre al Consiglio dei ministri).

Risultato? Il più classico dei «ma anche». Veltroni giura che metterà al centro l’etica contro qualunque «improprio rapporto di commistione tra affari e politica». Così si pone alla testa del fronte moralizzatore che ieri ha visto in prima linea Tonini, la Finocchiaro, la Bindi. Al tempo stesso, con una saggia dose di realismo, Veltroni rifiuta di fare «d’ogni erba un fascio». Anzi, promette sostegno convinto ai due sindaci nell’occhio del ciclone per via delle inchieste giudiziarie che pendono sulle rispettive giunte di Napoli e di Firenze.

La Iervolino finalmente riceve dal segretario una «lunga e affettuosa telefonata», come poi lei fa sapere tutta contenta perché «non ci saranno processi né messe al bando, né incontri a Roma martedì prossimo». Martedì no, per l’esattezza, ma mercoledì sì. Il caso Napoli verrà discusso dal coordinamento nazionale del Pd col segretario regionale e con quello cittadino. Veltroni insiste per cambiare parecchie facce nella giunta del capoluogo campano e, se potesse, per giubilare il governatore Bassolino, il quale resiste tetragono: «Io porto avanti il mio impegno».

Si discuterà mercoledì pure di Firenze, altra vicenda con sottofondo di scandali. Qui la situazione è paradossale. Perché nemmeno l’assemblea cittadina del Pd è riuscita a ottenere un passo indietro dall’assessore Cioni, indagato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge il costruttore Ligresti e altri personaggi. Non solo Cioni rimane al suo posto in giunta, ma corre per le primarie a sindaco. Con la sottintesa minaccia che, se dovessero escluderlo dalla competizione, lui fonderebbe una lista civica. Allora sì che l’ultima roccaforte rossa potrebbe crollare.

Ciò che manca al Pd, denunciano in un appello 54 deputati di ogni corrente, è un «confronto libero e limpido». Solo così si può «ritrovare l’entusiasmo».

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« Risposta #10 il: Dicembre 28, 2008, 11:56:56 »

28/12/2008 (7:55) - RIFORME A GENNAIO

Berlusconi: "Se escono le mie telefonate lascio l'Italia"
 
«Forza Italia non è mai ricorsa al finanziamento illecito.»

Il Premier: subito Federalismo e Giustizia

Possiamo cambiare la Costituzione da soli

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ROMA


Se l’anno nuovo portasse con sé un Paese più unito, a Berlusconi non dispiacerebbe affatto. Sia chiaro: troppe illusioni il premier rifiuta di farsene. Confida a un gruppo di cronisti che lui è «rassegnato», ha perso la speranza, al dialogo non crede più, ormai la parola stessa è «usurata, meglio dire collaborazione, accordo sulle cose possibili». Tra l’altro nel 2009 ci saranno le elezioni amministrative ed europee, già a gennaio si voterà in Sardegna per il nuovo governatore, sarà una guerra permanente. Non è il momento della mano tesa all’opposizione. Eppure... Eppure da certe riflessioni del premier nel suo salotto a Palazzo Grazioli sembrerebbe di cogliere un’apertura di credito, lo si chiami pure spiraglio. O quantomeno, il desiderio di non esacerbare il clima, di non farsi additare come colui che dà fuoco alle polveri. E’ una novità da prendere con le pinze. Ma la frase più forte Berlusconi la pronuncia sull’Italia che si sente origliata.

Pronto alla fuga
«Io continuo a telefonare normalmente», assicura il presidente del Consiglio, «ma il giorno che venisse fuori una mia telefonata di un certo tipo, me ne andrei in un altro paese, scapperei via». Resta convinto che le intercettazioni vadano permesse solo sui delitti più gravi, niente da fare invece per i reati cosiddetti contro la pubblica amministrazione poiché «ci sarebbe il rischio di iper-rubricazione, il pm avrebbe mille scuse per metterci sotto controllo». La Lega era contraria a tagliar fuori reati come la corruzione, «ma io ho parlato con Bossi che ha chiamato Maroni, le sfumature stanno scomparendo». Anche la sinistra dovrebbe essere d’accordo, «specie adesso che questo sistema si è rivolto contro di lei...».

Questione morale
Berlusconi si guarda dall’infierire sugli avversari. Preferisce parlare di Forza Italia che «non è mai ricorsa al finanziamento illecito perché spende in modo oculato il finanziamento pubblico, e poi perché tutti sanno che casomai i soldi ce li metto io». Glissa sulle inchieste a carico della sinistra: «Non ho approfondito il tema, provo una certa allergia nei confronti di queste cose». Una parola di troppo in verità gli era sfuggita, tempo addietro, ma è acqua passata, «anzi ho manifestato l’auspicio che le accuse al Pd possano essere ridimensionate. Nei loro confronti do prova di fair-play».

Sul Pd
Il premier ricorda nostalgico quando provava «simpatia per la sinistra perché era garantista». Precisa di non averla mai votata: solo Pli, Dc e Psi «in quanto ero amico di Craxi». Ma con quella sinistra di una volta lui s’intenderebbe facilmente. Purtroppo oggi c’è di mezzo Di Pietro, «irrecuperabile, l’incarnazione del giustizialismo». Qualche ora prima aveva detto su Sky che «sono padre fortunatamente dei miei figli», non intendendo pronunciarsi su quello di Tonino. Il quale l’aveva presa come una «provocazione». Precisa Berlusconi davanti ai taccuini: «Non intendevo offendere nessuno, tantomeno sui figli». Comunque Di Pietro è il macigno da rimuovere se Veltroni vuole un rapporto con lui, tra i due «un divorzio è necessario».

Sulla Lega
Per far meglio intendere il suo pensiero, sviluppa il parallelo che segue: «Quando ho cominciato a trattare con Bossi, la Lega era indipendentista. Io ho saputo costituzionalizzarla, facendola diventare federalista. La stessa cosa dovrebbe capitare tra il Pd e l’Italia dei valori. Invece purtroppo succede il contrario, è il giustizialismo che sta permeando il Pd». Conclusione: «Devono scegliere quale identità darsi. Oggi è incerta per loro stessi. Cita «Rutelli, Marini, la Bindi». Segnali di fumo. Nessuna forzatura sulla Costituzione: si può cambiarla, ma con il consenso di tutti. Lo faremo da soli soltanto se costretti. In ogni caso, il federalismo fiscale precederà la riforma della giustizia.

Crisi e auto
Il Cavaliere conferma l’intenzione di promuovere la Brambilla a ministro del Turismo e Fazio alla Salute. Parla di economia, si rallegra che i consumi alimentari «vadano alla grande», riconosce una difficoltà del settore auto perché «in queste situazione la macchina è la prima spesa ad essere rinviata», si è regolato così perfino suo figlio Luigi, «al quale i mezzi non mancano». Il governo aspetta che l’Europa decida eventuali misure di sostegno, a quel punto si adeguerà.

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« Risposta #11 il: Gennaio 25, 2009, 04:57:12 »

25/1/2009 (6:52)


"Lo scandalo intercettazioni è enorme"
 
Berlusconi: «Il più grande mai visto, un signore ha messso sotto controllo 350mila persone».

E sulla giustizia il premier assicura: «C'è il sì di Bossi»

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ROMA


Berlusconi riflette, abbastanza combattuto, se gli conviene accettare la proposta di Veltroni (mettere una «soglia» del 4 per cento alle prossime elezioni europee, così da far fuori i nanetti). Fa capire che nulla è gratis, caro Walter, altrimenti nemici come prima. «Ho sempre detto soglia al 5 per cento, non so se è possibile fare l’intesa», assume un’aria dubbiosa il premier in Sardegna, dove chiede voti per il suo candidato alla presidenza della Regione, Cappellacci, contro il governatore uscente Soru gratificato con elogi tipo: «Ha fallito come imprenditore, fa speculazioni edilizie, taglia gli ulivi davanti alla sua villa, è solo un venditore...».

Se la risposta a Veltroni si fa desiderare, Berlusconi ne dà la colpa ovviamente agli avversari, «questi signori dicono una cosa e poi un’altra», come fidarsi? Sul segretario Pd, in particolare, Silvio non ha più il concetto positivo di una volta, perfino donna Veronica è delusa. Ma poi c’è sempre Gianni Letta a fare da citofono tra i due, si sbaglia di poco a immaginare l’Ambasciatore che decanta a entrambi le reciproche convenienze.
Insomma, il Cavaliere è tentato dal più suadente degli ambasciatori.

In attesa di sciogliere il dilemma, Berlusconi butta la palla avanti, lancia anzi una bomba di quelle che fanno tremare il Palazzo: «Sta per uscire uno scandalo che sarà il più grande della storia della Repubblica», annuncia dal palco di Olbia. Si tratta del cosiddetto «Archivio Genchi», raccolto negli anni dal consulente dell’ex pm calabrese De Magistris: «Un signore ha messo sotto controllo 350 mila persone, dobbiamo essere decisi a non consentire questo sistema di indagine, non deve continuare...». Lo scandalo sta nel mistero dei tabulati. Spiega il luogotenente berlusconiano Cicchitto: «Allo stato non sappiamo se il testo delle intercettazioni è stato distrutto oppure è nelle mani di chi può fare ricatti a 360 gradi».

Il premier risulta tra gli spiati (insieme con Prodi, Napolitano e lo stesso capo dei servizi segreti De Gennaro). Ciò spiega in parte il suo sdegno, che lo porta a denunciare «questa cosa incredibile», sebbene poi ammetta di sapere non più di «quanto già sapete voi», a parte «altre cose che nell’ambito della politica mi sono state riferite...». Ma Berlusconi ha pure una convenienza politica immediata. In queste ore il ministro Alfano sta tentando di mettere la maggioranza d’accordo sul nodo delle intercettazioni. Il caso Genchi è l’argomento che serve al premier per forzare la mano a chi, tra gli alleati, si attarda a discutere i particolari. Sintomatico che Berlusconi colga l’attimo per annunciare «il via libera di Bossi alla riforma della giustizia». E per negare ogni conflitto con Fini, cui «verrà garantito un ruolo nel futuro Pdl» (il congresso fondativo «si terrà alla Fiera di Roma»).

Anche sulla giustizia, il Cavaliere attende segnali di fumo da sinistra. Se il Pd fosse meno intransigente, allora lo «sbarramento salva-Veltroni» (come lo irridono a Palazzo Grazioli) avrebbe un’accoglienza migliore. Sul tavolo Berlusconi mette la riforma dei Regolamenti parlamentari (Gasparri ne parla apertamente). Oppure la «par condicio» televisiva, sua bestia nera di sempre. Per non dire della Rai: dove, torna a insistere il premier col pensiero a Santoro e ai comici che lo sfottono, «la situazione è veramente drammatica». Qualcosa il segretario Pd deve cedere, scelga lui il cappio.

Messa in questi termini, escluso che la trattativa vada lontano. I piccoli partiti, che sperano nelle Europee per attingere al finanziamento pubblico e tirare avanti, gridano alla lesa democrazia, accusano il Pd di tradimento. E gli avversari interni di Veltroni, come Parisi, già invocano un po’ di coerenza con le decisioni di fine ottobre. Quando si disse: non possono essere cambiate le regole del gioco a pochi mesi dalle Europee.

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« Risposta #12 il: Gennaio 29, 2009, 11:12:08 »

29/1/2009 (7:2) - VERSO IL VOTO - DIALOGO E SOSPETTI

Europee, patto tra Pdl e Pd
 
Soglia al 4 per cento. Rivolta dei piccoli partiti.

Ferrero: «E' un colpo di Stato»

UGO MAGRI
ROMA


Mercoledì prossimo Pdl e Pd scorderanno le inimicizie, e per la prima volta voteranno una riforma insieme, perché fa comodo a entrambi. Sarà un unico articolo, condannerà a morte i mini-partiti che non raggiungono la soglia del 4 per cento. Lo sbarramento esisteva già per il Parlamento nazionale, ora verrà esteso a quello europeo, dove oggi si può eleggere un deputato e attingere al finanziamento pubblico con meno di 300 mila voti. Nulla vieterà ai «nanetti» di coalizzarsi per superare l’asticella. Anzi, ipocritamente il «barrage» viene motivato proprio come stimolo a unirsi, specie sulla sinistra. Ma (altra trappola) per fare fronte comune i partitini dovranno depositare almeno 300 mila firme entro il 28 aprile prossimo, altrimenti niente simbolo sulla scheda. L’accordo per far fuori i piccoli a vantaggio dei partiti più grossi è stato raggiunto con rapidità fulminea: martedì i contatti del ministro Vito, ieri pomeriggio era già tutto finito.

Sono d’accordo anche Idv, Udc (con qualche riserva sul 4 per cento, Casini avrebbe preferito il 3) e Lega. Bossi ha profittato astutamente della trattativa per portare a casa, col capogruppo Cota, la data di approvazione definitiva del federalismo fiscale: 13 marzo alla Camera. Nel Pd sembra che D’Alema abbia forti perplessità, tutti d’accordo invece nel Pdl alle prese con lo Statuto interno (saranno tre i coordinatori). Furibonde reazioni dai mini-partiti, com’era lecito attendersi. «Delinquenti!», è l’invettiva di Storace contro i grandi partiti. «Dittatori», esplode Mastella. «Patto bestiale», lo etichetta il socialista Nencini. «Colpo di Stato», chiama alla mobilitazione il rifondazionista Ferrero. Oggi si riunisce alla sede del Ps, piazza San Lorenzo in Lucina, il Comitato per la democrazia di cui fanno parte più o meno tutti i micro-partiti. Tenterà di coordinare la protesta con azioni politiche «eclatanti», forme di lotta drammatiche. Intanto si moltiplicano gli appelli al presidente della Repubblica, tirarlo per la giacca è lo sport nazionale. Già ieri, sommovimenti nei consigli regionali di Lombardia e Piemonte, blocco dei lavori al consiglio provinciale milanese, sit-in romano a due passi da Montecitorio animato da Verdi, Sd e «vendoliani».

Ferrero è andato a urlare il suo sdegno sotto la sede del Pd, poiché perfino più di Silvio viene incolpato Walter: con lui se la prendono i compagni della sinistra radicale, la «pugnalata alla schiena» viene vissuta come un tentativo di salvarsi con l’aiuto del Cavaliere. «E’ una legge ad personam salva-Veltroni», ironizza Giordano. La Palermi: «Ormai è alla corte di Berlusconi». E Migliore: «Cosa è disposto a vendere il Pd in cambio di questo regalo?». Il pensiero corre subito a intercettazioni e giustizia, terreni ideali di «inciucio». Nel primo caso, effettivamente, Veltroni è più prudente che mai, forse per effetto del «caso Genchi» sospende il giudizio fino a quando le nuove proposte del ministro Alfano non verranno formalizzate (piccolo giallo sull’emendamento governativo che tarda, ma pare sia solo per la difficoltà di scrivere in giuridichese). Quanto alla giustizia, nulla fa pensare a una trattativa segreta. Anzi, nella durezza dello scontro, ieri il Pd ha incassato una sconfitta.

Perché la sua mozione è stata bocciata alla Camera, mentre sono passate quelle dei Radicali e dell’Udc con il sostegno del centrodestra. Segno che «il Pd è isolato», si compiace Alfano, il quale ha ricevuto i complimenti del premier per la brillante operazione politica. Se poi da cosa nascerà cosa come auspica Gianni Letta (grande sarto della trama «veltruscona»), si vedrà più avanti: magari in occasione della «spartizione Rai», come già la definisce Di Pietro. Per il momento, tanto a Veltroni quanto a Berlusconi fa più comodo mostrarsi in pieno antagonismo reciproco, come in fondo facevano (sostengono i post-comunisti) i celebri ladri di Pisa, che di giorno litigavano salvo agire insieme di notte. Dunque Veltroni attacca a fondo il Cavaliere sulla Sardegna, Bonaiuti risponde a nome del principale, e avanti così fino al 6 giugno, giorno delle elezioni europee.

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« Risposta #13 il: Febbraio 11, 2009, 02:17:19 »

11/2/2009 (6:59) - CASO ENGLARO-IL FRAGILE ARMISTIZIO

"La Carta va difesa", il Pd in piazza
 

UGO MAGRI
ROMA


E’ scattata la moratoria degli insulti, nessuno grida più «assassini» agli avversari politici. Anzi, al Senato si sta cercando una base d’intesa sul cosiddetto «testamento biologico». Le distanze non sono così abissali, addirittura 4 esponenti del Pd (tra cui un big come Rutelli) hanno varcato il confine per votare la mozione di maggioranza. Ma quanto a lungo durerà il coprifuoco, è previsione impossibile. La battaglia su Eluana lascia cumuli di macerie dentro le istituzioni, lo sgombero procede lento. Il palazzo più sbrecciato è il Quirinale. Proprio lì era interessante percepire il clima, ieri mattina, alla cerimonia per ricordare un altro dramma collettivo, le foibe e l’esilio degli italiani d’Istria. E’ giunto Gianni Letta, ambasciatore del Cavaliere, col rammarico dipinto sul volto: «Oggi è una giornata triste di dolore, forse il silenzio avrebbe reso più forte anche la celebrazione del ricordo...».

Il silenzio dopo gli urli dell’altra sera. Napolitano ha messo la sua autorevole firma: viviamo «un momento di dolore e di turbamento nazionale che può diventare occasione per una sensibile, consapevole riflessione comune». Parole che evocano concordia e serenità. Il premier tace, Sacconi nega conflitti col Quirinale (al massimo «possono esserci opinioni diverse»), Bossi giura che Silvio ha scelto di andare fino in fondo su Eluana «non per cercare lo scontro con Napolitano ma perché lui si identificava con la ragazza». Però Berlusconi resta un vulcano in piena attività. Follini che ben l’ha conosciuto, coglie un’insofferenza dei vincoli che potrebbe portarlo prestissimo a nuove eruzioni. A sconfessare gli attacchi dei suoi colonnelli contro Napolitano, il premier non pensa affatto. Tanto da esprimere in privato amicizia e comprensione per il suo capogruppo a Palazzo Madama Gasparri, pubblicamente rampognato da Fini per le uscite contro il Colle. E Berlusconi non è il solo: l’intera direzione di An ha riservato un applauso al «reprobo» Gasparri, quasi sconfessando il leader storico, presidente della Camera. Sono ferite difficili da rimarginare. Proprio Fini, intervistato dal Tg1, dipinge un quadro non troppo rassicurante. Tanto il presidente della Camera insiste sulla parola «rispetto» («della maggioranza verso l’opposizione, dell’opposizione verso il governo, e di tutti verso le istituzioni della Repubblica a cominciare dal Capo dello Stato») da fornire l’impressione di un mosaico ancora tutto per aria.

Specie per quanto riguarda il braccio di ferro dei decreti, dove né Berlusconi né tanto meno Napolitano hanno fatto passi indietro. L’altro motivo di allerta viene dal Pd. Sull’onda dell’emozione per Eluana, aveva sospeso la manifestazione con Oscar Luigi Scalfaro in piazza Santi Apostoli. Doveva essere la risposta agli assalti berlusconiani che, accusa la Finocchiaro, volevano «sfondare con un calcio la porta del Quirinale». Ieri l’annuncio: la manifestazione rinviata si farà domani. Regola il tiro Franceschini, numero due del Pd: «Sarà a difesa della Costituzione, violentemente attaccata da Berlusconi ben oltre il conflitto con il Capo dello Stato».

Il quale peraltro verrà a trovarsi in una collocazione scomoda, eroe di una parte politica contro l’altra. Allarga le braccia il centrista Rao: «Il Pd commette un errore, così finisce per scalfarizzare una figura davvero super partes, quale Napolitano». Non risulta che il Presidente abbia chiesto al Pd di tenerlo fuori dalla mischia. Napolitano osserva, pure in privato, un atteggiamento di rigido distacco dalle polemiche sul suo conto. Lo conforta la vagonata di lettere e email, decine di migliaia, piovute sul suo tavolo. I sondaggi di cui hanno preso visione sul Colle indicano una popolarità che cresce. La roccaforte quirinalizia pare ben salda, almeno nell’immagine della gente.

da lastampa.it
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« Risposta #14 il: Febbraio 12, 2009, 11:01:28 »

12/2/2009 (7:Figo - RETROSCENA

Fini-Berlusconi

Salva l'apparenza ma resta il gelo
 
Bossi: “La Costituzione non si cambia”

UGO MAGRI

ROMA

Chiudete bene la porta», s’è raccomandato Fini non appena il Cavaliere ha fatto ingresso da lui. Dovendosi chiarire, meglio allontanare i curiosi. Un quarto d’ora dopo l’uscio si è aperto. Sorrisi, cordialità un po’ affettata. «Allora ciao Gianfranco, ciao Silvio, meglio che ci siamo parlati, sì meglio...». I rispettivi entourage erano sulle spine, chissà se i due avevano fatto pace dopo gli scontri sul decreto per Eluana. Interpellando i protagonisti, l’impressione sul entrambi i fronti è risultata quella di una tregua non si sa quanto sincera. Conveniva a entrambi allentare la polemica per salvare le apparenze. Da questo punto di vista, è stato un faticoso successo per le rispettive diplomazie. Basti dire che, ancora ieri mattina, il Cavaliere recalcitrava all’idea. C’era questo convegno alla Camera per ricordare Tatarella, padre nobile di An, a dieci anni dalla sua scomparsa. La presenza del premier era annunciata, dar buca sarebbe stato uno sgarbo. Ma Berlusconi aveva letto i giornali (cosa che dice di non fare mai), e certe frasi attribuite a Fini l’avevano infastidito: «Al suo convegno io non ci vado». Grande pressione per convincerlo, da Letta a La Russa, a Bonaiuti. Infine s’è arreso sedendosi però in platea accanto alla vedova Tatarella mentre sul tavolo della presidenza c’era il suo scranno, vuoto.

Quando Fini l’ha invitato a parlare, senza troppo entusiasmo Berlusconi ha riletto la vecchia prefazione di un libro. Con aria di pena si è sorbito da D’Alema, oratore nel convegno a nome di Italiani-Europei, un ripasso dell’abicì costituzionale. Non che Massimo abbia affondato i colpi, però sembrava rivolgersi al premier quando ha scandito in tono professorale: «Il valore delle assemblee elettive e del loro funzionamento può apparire, a chi abbia solo la cultura e l’esperienza del comando, un insieme di inutili...». E via bacchettando: «...si riaffaccia costantemente il rischio di un conflitto tra le istituzioni dello Stato, proprio quando le difficoltà del Paese richiederebbero il massimo di armonia». Onorato Tatarella, ecco Berlusconi nello studio di Fini, dove molto l’ha colpito un dipinto di Sironi. Visto che nessun altro c’era, mettere le virgolette sarebbe arbitrario. Ma il senso è chiaro. Per Fini il Pdl dovrà nascere nell’ambito di un bipolarismo civile, educato, rispettoso delle regole. Dunque il governo sbaglia a commettere forzature, tipo prendere di punta Napolitano sulla decretazione d’urgenza. Le riforme vanno condivise, il Parlamento sia teatro delle grandi scelte. Sì, sì, è la risposta di Berlusconi, tutto giusto, ma io devo pur governare. Se i Regolamenti parlamentari restano così, non ho altra scelta che procedere per decreto. E se nemmeno questo mi viene permesso, in quanto Napolitano arriva a bloccarmi addirittura su Eluana, allora il governo che ci sta a fare?

Fin qui le due versioni combaciano. Se poi si dà retta alla campana berlusconiana, al termine del colloquio Fini avrebbe riconosciuto il problema, impegnandosi a sondare tanto il Colle che l’opposizione su qualche forma di «modus vivendi». Riformare i Regolamenti con una corsia preferenziale per i ddl del governo sarebbe l’optimum. La cartina al tornasole degli accadimenti è Bossi. Il Senatùr non spreca parole. Ieri ha dato un colpo al cerchio (Berlusconi) e uno alla botte (Napolitano). Al primo ha rammentato che il presidente della Repubblica «è una figura di garanzia, giusto che sia argine verso l’Esecutivo e sul potere di decretazione, che la carta non si cambia, il presidenzialismo si può fare solo se c’è equilibrio tra i poteri». Al Quirinale, però, Bossi rinfaccia lo «sbaglio» della lettera su Eluana perché «i ministri si sono detti: allora noi non contiamo nulla!». La via d’uscita sta nel mezzo.
Ma non è stata ancora trovata.

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