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Autore Discussione: Armando MASSARENTI -  (Letto 6159 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Aprile 03, 2017, 04:34:52 pm »

Era «sopra un oceano dipinto» il titolo che Primo Levi aveva a un certo punto pensato di dare ai Sommeri e i salvati, ispirandosi a un verso della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Lo ha rivelato Domenico Scarpa il 19 giugno del 2011 segnando, con la proposta di una straordinaria lettera inedita, un nuovo inizio dell Domenica del Sole 24 Ore che, a grande richiesta, tornava al formato grande dopo una breve parentesi in tabloid. Ora dal mare passiamo alle Alpi. Con “Gli sci di Primo Levi”, Domenico Scarpa, nel numero di oggi, ci propone un altro autentico scoop, ancora più sorprendente. Una storia mai raccontata prima di oggi, in esclusiva per i lettori del Domenicale, a trent'anni dalla scomparsa dello scrittore: le avventurose vicende – con un finale del tutto imprevedibile – degli sci di Primo Levi. Il partigiano Levi, ventiquattro anni, «di razza ebraica», fu catturato dalla milizia fascista all'alba del 13 dicembre 1943: e venne esposto in manette, come un trofeo di caccia, sulla piazza di Brusson in Valle d'Aosta. Di lì cominciò il viaggio che lo avrebbe condotto nel campo di sterminio di Auschwitz. Ma quel giorno cominciava anche, per il suo paio di sci dagli attacchi modernissimi abbandonati nella locanda dove alloggiava con i suoi compagni, una storia tutta diversa: una peripezia che avrebbe portato quel paio di sci, lungo valli ricoperte di neve e lungo piste ghiacciate, a sconfinare in Svizzera. Fu, in una vicenda di altruismo involontario, la salvezza per uno di quei giovani compagni. E sarebbe stata più tardi, lungo la via del ritorno in Italia, un'avventura ancora nuova: un'avventura che alla Storia con la esse maiuscola fu letteralmente rubata da un personaggio illustre, di sesso femminile, che pure usava viaggiare clandestinamente su sci. Insomma, un numero della Domenica imperdibile quello di oggi.
   
Armando Massarenti - Responsabile il Sole24 Ore - Domenica
 
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« Risposta #16 inserito:: Aprile 09, 2017, 04:53:53 pm »

La storia raccontata oggi in copertina, che rivela la” grecità” della statua della libertà ha radici lontane. Il suo autore, Lucio Russo, ha iniziato la sua collaborazione con la Domenica il 13 ottobre 2013 con un articolo sorprendente, che prefigurava la possibilità concreta di ridare vita alla più gloriosa delle nostre istituzioni educative: il liceo classico. Autore di un testo (da poco riedito da Feltrinelli) che vent'anni fece molto discutere, e che oggi ha maggiori possibilità di essere capito, come Segmenti e bastoncini, e di un excursus storico come La rivoluzione dimenticata, anch'esso divenuto un classico, che mostrava quanto in epoca ellenica si fosse già sviluppata il corpus di conoscere di un'autentica civiltà delle macchine, Russo in quell'articolo mostrava, sulla scorta di un esperimento didattico che stava svolgendo al liceo Tasso di Roma, quanto potesse essere cruciale tradurre dal greco gli Elementi di Euclide. Non solo al fine di approfondire la conoscenza della lingua e degli annessi strumenti filologici, ma per andare al cuore del problema educativo per eccellenza: sviluppare una serie di competenze incentrate sulle capacità critiche e argomentative fondamentali per formare buoni cittadini. Elementi questi che pure ci sono stati lasciati in eredità dalla cultura classica. I contenuti della cultura classica - sostiene Russo - non coincidono con quelli oggi coltivati abitualmente dai classicisti e trasmessi sotto questo nome nelle nostre scuole. «Poiché è molto difficile dominare tutti gli aspetti della civiltà classica, gli studiosi che se ne occupano si specializzano in genere in alcuni settori: molti si interessano di storia o di filosofia, altri di arti figurative o di poesia, altri ancora di diritto e del pensiero politico. Ciò che li accomuna quasi tutti è la competenza linguistica (che costituisce la chiave d'accesso necessaria per leggere testi di qualsiasi natura) e l'estraneità alla scienza. Si può così spiegare come mai si sia diffusa l'idea, completamente assurda, che la cultura classica (che in realtà ha creato il metodo scientifico) fosse concentrata sugli aspetti linguistico-letterari e contrapposta a quella scientifica».
Il dibattito in corso sul liceo classico e sull'utilità attuale della conoscenza del recente dibattito si è perlopiù concentrato sullo studio delle lingue greca e latina, viste non come strumenti necessari per accedere a un mondo di preziosi contenuti (filosofici, artistici, politici, scientifici e di altra natura), ma come esercizio intellettuale fine a sé stesso. È invece direttamente a quei contenuti - e a idee come democrazia, dimostrazione, argomentazione - che si dedica Lucio Russo negli articoli che pubblichiamo a partire da questa settimana. La prima puntata è dedicata al modo in cui un simbolo della modernità - la statua della libertà - è stata pensata e progettata avendo in mente il colosso di Rodi.
Il senso di questa serie dovrebbe esservi chiaro: auspichiamo che la cultura classica, e il pensiero critico che essa può contribuire a formare, siano posti al centro della scuola e dell'Università future. Le quali, come potete leggere nella Terza pagina di questo stesso numero (il primo articolo di questa newsletter), solo così le università potranno formare il capitale umano necessario allo sviluppo economico del nostro tempo.
   
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« Risposta #17 inserito:: Aprile 17, 2017, 12:23:58 pm »

«Tempo di libri» a Milano dal 19 al 23 aprile, ma sempre per i lettori della Domenica. Tra i moltissimi che verranno presentati nella manifestazione milanese nel numero di oggi ne abbiamo scelti diversi, tra cui quello cui dedichiamo la copertina: Carlo Vecce illustra in un articolo scritto espressamente per la Domenica i risultati della sua ricerca sulla biblioteca di Leonardo da Vinci, da cui è nato il libro «La biblioteca perduta.

I libri di Leonardo Da Vinci» (Salerno). Dell'autodidatta di Vinci si è spesso detto che fu “omo sanza lettere”, ma i suoi numerosi traslochi attestano, attraverso gli elenchi che egli stesso redigeva, che egli possedeva e leggeva molti libri. Di che libri si tratta? Beh, ecco un piccolo esempio tratto dai suoi elenchi:

LETTERATURA: Dante, Commedia, Petrarca, Canzoniere e Trionfi, Boccaccio, Decameron, Masuccio Salernitano, Novellino, Poggio Bracciolini, Facezie, Luigi Pulci, Morgante, Andrea da Barberino, Guerrin Meschino,Cecco d'Ascoli, L'acerba,Sebastian Brandt, Nave dei folli; CLASSICI: Ovidio, Metamorfosi, Esopo, Favole, e poi opere di Livio,Giustino,Lucano, Seneca,Isidoro da Siviglia.

RELIGIONE:Bibbia,Salmi,Sant'Agostino,San Bernardino.

NATURA, COSMO, MERAVIGLIOSO:Plinio il Vecchio, Aristotele, Alberto Magno
Alberto di Sassonia, Giordano Nemorario, Tolomeo, Erbolario, Lapidario, Sogni di Daniele.

INGEGNERIA, ARCHITETTURA, ARTE Vitruvio, De architectura, Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura, Leon Battista Alberti, De re aedificatoria; De pictura; Ludi matematici.

MATEMATICA, GEOMETRIA: Libro d'abaco, Luca Pacioli, Summa de aritmetica,Euclide, Archimede. OTTICA, PROSPETTIVA: Alhazen, Ruggero Bacone, John Peckham, Biagio Pelacani,Vitellione.

ARTE DELLA GUERRA: Roberto Valturio, De re militari, Antonio Cornazzano, Dell'arte militare.

MEDICINA, ANATOMIA, CHIRURGIA: Guy de Chauliac, Johannes Ketham,Mondino de' Liuzzi, Galeno, Avicenna.
Spero che nessuno trovi noioso questo elenco: è la quintessenza di un “umanesimo scientifico” che consuona, manco a farlo apposta, con un progetto culturale tra i più importanti e lungimiranti del Novecento italiano: quello che portò sessanta anni fa alla fondazione, da parte di Paolo Boringhieri, della casa editrice che porta il suo nome, cui trentanni fa si aggiunse quello di Giulio Bollati. La sua storia, riccamente illustrata, la trovate in terza pagina. L'anticipiamo qui, insieme, come di consueto, ad altri assaggi della Dimenica: tra cui l'articolo di Fabrizio Benedetti preso dallo speciale su un altro festival importante, il Festival della scienza medica di Bologna. Anche qui, troviamo l'”umanesimo scientifico” in azione, su un tema che ci riguarda tutti da vicino: il rapporto medico-paziente.
   
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« Risposta #18 inserito:: Aprile 21, 2017, 11:48:22 pm »

SCIENZA E FILOSOFIA
60 anni di umanesimo scientifico

–di Armando Massarenti  14 aprile 2017

Celum stellatum.Una copertina della collana «Universale» (la prima edizione della monografia di Anthony Kenny su «Wittgenstein») disegnata da Enzo Mari, che nel 1967 vinse il premio Art Direction
Celum stellatum.Una copertina della collana «Universale» (la prima edizione della monografia di Anthony Kenny su «Wittgenstein») disegnata da Enzo Mari, che nel 1967 vinse il premio Art Direction
È il 25 aprile 1945. Ludovico Geymonat vuole che nel colophon dei suoi Studi per un nuovo razionalismo, usciti per un piccolo editore (Chiantore), ci sia scritta, ben chiara, proprio quella data. La Liberazione doveva essere anche una liberazione da una morsa culturale in cui è stretto un Paese che ha abbracciato l’idea che i protagonisti della rivoluzione conoscitiva del Novecento non siano Einstein o Gödel o Freud, ma i pensatori del neoidealismo italiano. Un’idea che, secondo Geymonat, avrebbe condannato l’Italia a un eterno sottosviluppo, di cui auspicava la fine insieme a quella del regime fascista. Il suo ambizioso programma filosofico prevedeva la ricollocazione della scienza al centro di una concezione unitaria della cultura, non divisa assurdamente in umanistica da un lato e scientifica dall’altro l’una contro l’altra armate. Pochi tra i protagonisti della scena intellettuale del secondo dopoguerra ebbero la lucidità di Geymonat, che era ben consapevole del carattere rivoluzionario delle sue idee. Tra questi vi era Paolo Boringhieri (1921-2006). Figlio di una famiglia svizzera, ingegnere appassionato di filosofia, convinto che la modernizzazione della società italiana passasse attraverso la diffusione delle conoscenze scientifiche, arrivò a conclusioni simili a quelle geymonatiane per vie assai diverse.

La storia della gloriosa casa editrice che porta il suo nome (cui si è aggiunto nel 1987 quello di Giulio Bollati) rappresenta anch’essa una reazione a quella temperie culturale ed è uno degli episodi più emblematici dell’atteggiamento adottato persino dal meglio della cultura italiana del tempo - salvo pochissime eccezioni - nei confronti della scienza. Il neoidealismo di Croce - proprio perché espressione di un grande intellettuale che pure si era battuto per la libertà - attecchì nel dopoguerra, con la sua impronta storicista e letterario-umanistica, anche tra gli intellettuali della sinistra e del Pci. La casa editrice Einaudi in realtà si era dotata di una divisione dedicata alle scienze, le Edizioni Scientifiche Einaudi, ma non con molta convinzione. Dal 1949 Boringhieri ne fu nominato responsabile, e lavorò in quella sorta di sede distaccata dell’editore di via Biancamano che era la «repubblica autonoma di via Brofferio». Nell’estate del 1956, annunciando la pubblicazione dell’autobiografia scientifica di Max Planck, Boringhieri la presentò nel Notiziario per le librerie con parole che dichiarano un preciso impegno programmatico: «Il nuovo umanesimo, l’umanesimo scientifico dell’epoca moderna, non può più permetterci di conoscere quello che dicono e pensano i filosofi, politici, artisti, ignorando quello che dicono e pensano gli scienziati».

Meno di un anno dopo, il 1° aprile del 1957 - e la data sembra quasi uno scherzo – Boringhieri, in seguito a una prima crisi finanziaria della Einaudi, ne rileva cinque collane che egli stesso aveva contribuito ad accrescere: la collana «azzurra», «Biblioteca di cultura scientifica», per i testi sulle scienze più dure; la collana «viola», «Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici»; la collana «marrone», «Biblioteca di cultura economica»; i manuali universitari; e infine una collana di testi pensati per l’industria. In tutto sono 146 titoli, un buon punto di partenza per un progetto editoriale che, da costola minore di un grande editore di cultura, vuole assumere una forte caratterizzazione autonoma, che in effetti avrebbe poi conquistato nei decenni successivi con imprese editoriali memorabili, di lungo periodo ed economicamente sostenibili. Basti pensare alle edizioni delle opere complete di Freud e di Jung: due imprese titaniche, finanziate in proprio, senza alcun apporto esterno, e di notevole successo commerciale. Altrettanto coraggiosa e lungimirante fu la Storia della tecnologia (1961-1984). Ma a Boringhieri si deve soprattutto, com’è noto, la pubblicazione sistematica delle opere di Einstein, vera e propria icona della scienza del Novecento, di cui si accaparrò i diritti, e di tutti i protagonisti della fisica, Bohr, Fermi, Heisenberg, Pauli, Dirac, Born, Schrödinger, Oppenheimer, Feynman; di classici della scienza come Galileo, Eulero o Buffon, nonché dei principali protagonisti della biologia (L’origine delle specie di Darwin, pubblicata nel 1959 per il centenario) , dell’etologia (Lorenz, Frisch, Eibl-Eibesfeldt, Mainardi) della logica e della matematica (Frege, Turing, Riemann, Wittgenstein, Kripke, i cinque volumi delle opere complete di Gödel) , dell’etnografia contemporanea (De Martino), della storia delle religioni e dei miti (Eliade, Kerényi, Jesi).

Nella plaquette preparata per festeggiare i sessant’anni della casa editrice se ne descrive bene lo spirito iniziale: «L’idea originaria di Paolo Boringhieri, sviluppata già a partire dal dopoguerra, è precisa: nel panorama editoriale italiano manca una casa editrice con una chiara progettualità, che prenda sul serio, in tutta la sua portata rivoluzionaria, il cambiamento culturale favorito dal tumultuoso avanzamento delle scienze nel Novecento». Anche le scelte riguardanti le scienze umane sono ben calibrate, scevre da irrazionalismi e da filosofie alla moda.

I primi volumi di Boringhieri, rilevati con l’acquisizione del 1957, arrivarono in libreria con il logo dello struzzo einaudiano ancora in copertina. E a rivedere oggi quelle copertine appaiono bellissime, e i loro temi per niente strani: forse perché da più di un ventennio, sull’onda dei successi internazionali della divulgazione di qualità, l’Einaudi pubblica molti libri di scienza, tra cui anche veri best-seller. Così si sono rimescolate le acque, e quell’idea di unità della cultura non si può dire che, magari con qualche ambiguità, non abbia fatto strada. Anche nella direzione opposta, se è vero che nel 1987, quando Bollati entrò e aggiunse il suo nome alla casa editrice, dichiarando di non voler tradire lo spirito di Boringhieri, ne volle allargare i temi di interesse. Nel 1991 in un’intervista commentò così queste sue scelte: «La nostra casa continua, vuole rafforzare e rinnovare il programma scientifico portato avanti da Paolo Boringhieri, ma vi ha aggiunto la letteratura e ha accentuato la militanza culturale nell’attualità. Il virus dell’antica Einaudi continua a proliferare». Sono gli anni in cui la casa editrice punta anche sulle scienze sociali e sulla ricerca storiografica, e in quest’ultimo contesto è d’obbligo ricordare un libro chiave come Una guerra civile di Claudio Pavone.

Se l’intento era conferire valore e bellezza a discipline che, negli schemi neoidealisti, sembravano aride o ancillari, bisogna dire che l’operazione è magnificamente riuscita; e continua oggi, dopo che nel 2009 la casa editrice è stata acquisita dal gruppo GeMS, che prosegue la tradizione di alta divulgazione scientifica (Lederman, Stewart, Al-Khalili) e che nel 2010 è riuscita a trasformare in best-seller Il libro rosso di Jung, un volumome dal costo di 190 euro. Una continuità che si racchiude nella saggezza e lungimiranza con cui Boringhieri scelse il suo magnifico logo. Il 9 febbraio 1958 scrive a Mazzino Montinari per chiedergli una buona riproduzione di una figura che proviene da un incunabolo di teoria musicale scritto da Franchino Gaffurio, maestro di cappella del Duomo di Milano, amico di Leonardo da Vinci. Nel suo Practica musicae, del 1496, la scala tonale coincide con l’ordine del cosmo, racchiuso nel celum stellatum. Musica, teologia, filosofia, cosmologia e matematica, si concentrano in un unico simbolo: quale migliore rappresentazione per l’«umanesimo scientifico» della casa editrice! La quale, peraltro, si è sempre avvalsa dei migliori designer – Enzo Mari in primis – per dare un’impronta di assoluta modernità alle proprie collane. Tra queste non va dimenticata l’«Enciclopedia di autori classici», curata da Giorgio Colli a partire dal 1958, straordinaria per la nonchalance con cui inseriva libri di scienza tra classici di letteratura e di filosofia. Si inizia con Nietzsche (Schopenhauer come educatore: e qui verrebbe da raccontare la storia di un altro editore nato da una costola dell’Einaudi, Adelphi) e il secondo volume è dedicato alla disputa tra Leibniz e Newton sulla nascita del calcolo infinitesimale; seguono Voltaire, Holderlin, Bayle, Goethe, il Pascal scienziato del Trattato sull’equilibrio dei liquidi. E ancora: Leopardi, Hume, Stendhal, Adam Smith, Spinoza, Eschilo, Darwin, Einstein, fino alle opere della tradizione orientale, per disegnare un’idea di classicità non comune, in cui le Opere di Ippocrate, Il chimico scettico di Robert Boyle e le Osservazioni su Diofanto di Fermat hanno pari dignità e pari diritto di presenza del Simposio di Platone, dell’Etica di Spinoza e delle Ultime lettere di Dostoevskij...

A volte basta leggere in fila i titoli di un catalogo per sentirsi partecipi di un mondo pieno di intelligenza e di bellezza.

Bollati Boringhieri festeggia i suoi «sessant’anni di cultura scientifica» a Tempo di libri, a Milano, al Planetario, venerdì 21 aprile, con una serata dal titolo «L’alfabeto dell’universo. Le opere che hanno cambiato il mondo. Monologo per parole e immagini di Gabriella Greison». Seguirà un dialogo dell’autrice con Vincenzo Barone e Giulio Giorello.
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« Risposta #19 inserito:: Maggio 02, 2017, 12:04:28 pm »

Domenica, 23 Aprile 2017   Visualizza nel browser | ilsole24ore.com
 
Secondo Montaigne quando gli uomini si uniscono le loro teste si rimpiccioliscono. Vero o falso? A istinto saremmo tentati di dargli ragione. Abbiamo provato a verificarlo nel numero di oggi della Domenica, parlando di due libri freschi di stampa, al centro del dibattito di queste ultime settimane negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Il primo è quello di Michael Lewis e si intitola «The Undoing Project. A Friendship That Changed Our Minds», recensito da Roberto Casati e Achille Varzi, e parla dello straordinario sodalizio tra Daniel Kahneman e Amos Tversky, che ha portato il primo a vincere il Premio Nobel per l'Economia nel 2002, sei anni dopo la prematura scomparsa del secondo. Ma vediamoli in azione. Tversky chiede a Kahneman: «A occhio, senza fare calcoli, in fretta! Che cosa fa: 8x7x6x5x4x3x2x1?». Risposta: circa 2000. Passa del tempo, parlano d'altro. Tversky a Kahneman: «Che cosa fa 1x2x3x4x5x6x7x8?» Risposta immediata: circa 500. Le due moltiplicazioni sono identiche. Ma nella prima si parte dall'alto, nella seconda dal basso. Operazioni uguali, ancore mentali diverse. Verifica con un gruppo di studenti. 5 secondi per fornire la riposta. Risultato medio: 512 nel primo caso, 2.250 nel secondo. In realtà la risposta corretta è 40.320: si sottovaluta il risultato in entrambi i casi perché si ha a che fare comunque con numeri piccoli. Eppure Tversky e Kahneman non concordano sul significato del risultato di questo esperimento, come ci racconta Lewis Tutto il libro mostra il gusto di lavorare in due, con ruoli che si alternano, in un continuo divertimento intellettuale. La collaborazione è fruttuosa. Le loro teste si ingrandiscono! Eppure Montaigne non aveva tutti i torti. Sloman e Fernbach, in un altro splendido libro appena uscito, recensito da Paolo Legrenzi in questo stesso numero nelle pagine Scienza e filosofia, ci raccontano di casi in cui sbagliamo perché facciamo affidamento sulle conoscenze altrui, senza rendercene ben conto. Oggi, in realtà, non pensiamo quasi mai da soli. E raramente in due. Negli esempi di Sloman e Fernbach (di nuovo una fruttuosa collaborazione!) non si lavora in coppie ma inseriti in collettività che, a certe condizioni, incoraggiano l'illusione della conoscenza, a credere di sapere quando in realtà non si sa. La Brexit ha già fatto brutti scherzi, e, visto il nuovo azzardo della May, abbiamo l'impressione che potrà riservarci nuove sorprese.
   
Armando Massarenti - Responsabile il Sole24 Ore - Domenica
 
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« Risposta #20 inserito:: Maggio 03, 2017, 10:38:38 am »

Si apre la scuola d'arte della Columbia University, il secondo edificio del nuovo campus su Broadway e la 125° Street a Harlem. Siamo nella periferia nord di Manhattan e il primo edificio, già in funzione, è il laboratorio di neuroscienza “Mind, Brain and Behavior”.» È lo stesso Renzo Piano, architetto e senatore a vita, ad annunciarlo oggi sulla copertina di Domenica, da dove ha lanciato negli ultimi anni tutti i suoi progetti più importanti: il «rammendo delle periferie» (in via di costante sviluppo in Italia, strettamente legato al suo impegno civile e politico di senatore a vita, ma anche in perfetta assonanza con i suoi impegni internazionali); gli interventi di edilizia scolastica; e il grande progetto antisismico rilanciato due settimane fa a Milano dal premier Gentiloni.
In un articolo pubblicato alcuni mesi fa Piano ribadiva e rilanciava sulla Domenica: «Quella delle periferie è una grande questione civile del futuro, intorno alla quale non bisogna mai far calare il livello di attenzione. Da noi in Italia come in tutto il resto del mondo. Non è un caso se per due grandi opere delle quali mi sto occupando in questo momento, il nuovo Tribunale di Parigi e il campus della Columbia University a New York, siano state scelte Clichy-Batignolles ed Harlem, cioè zone che si possono definire di periferia».
Sul numero di oggi il centro della Columbia University è presentato con dovizia di particolari da Fulvio
Irace, e la sua filosofia di fondo è ulteriormente esplicitata in un articolo dello stesso Piano. Eccone un assaggio: «Carol Becker (la coordinatrice della scuola, ndr) dice sempre che l'arte deve essere “visibile” alla città e che per lei una scuola d'arte è come una fabbrica ben strutturata.
Naturalmente pensa al precedente del Beaubourg, la prima fabbrica dell'arte che scaturiva dall'avventurosa e sfrontata gioventù. Anche allora non si potevano facilmente definire né il concetto d'arte né quello di cultura e, quindi, la cosa migliore ci sembrò quella di disegnare un contenitore libero per le sperimentazioni degli artisti, di qualunque genere fossero. Ma non è andata proprio così, l'utopia si è stemperata. Spero invece che questo edificio sia davvero una fabbrica. Ci sono tante funzioni, tante possibilità che hanno bisogno di uno spazio che sia come uno strumento, un crogiuolo dove tutto si deve poter mescolare al di là di ogni regola fissa. Beaubourg era un sogno quasi adolescenziale, questa invece in piccolo è una fabbrica vera».
   
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« Risposta #21 inserito:: Maggio 08, 2017, 10:35:24 am »

La grammatica, di cui un uomo rinascimentale come Pietro Bembo fu sommo esperto (a lui è dedicata la copertina di oggi), era una delle famose “arti liberali”, che costituivano il curriculum studiorum che già nel Medioevo permetteva l'accesso agli studi universitari. Le arti liberali, divise in “arti del trivio” (grammatica, retorica e dialettica) e “arti del quadrivio” (aritmetica, geometria, musica e astronomia), richiedevano un'attività prettamente intellettuale. Esse condensavano il sapere che ogni uomo libero avrebbe dovuto padroneggiare e si contrapponevano alle “arti meccaniche”, che invece presupponevano un'attività manuale e per questo venivano considerate degradanti. Formalmente gli umanisti adottarono questo sistema delle arti, ma progressivamente lo modificarono, sino a che esso non fu completamente cancellato quando la nuova scienza sperimentale pretese un posto centrale nei curricula scolastici. Anche le “arti meccaniche” vennero nobilitate nel secoli successivi caratterizzati da uno stretto rapporto tra I filosofi e le macchine (per dirla con il titolo di un famoso libro dello storico delle idee Paolo Rossi), senza mai dimenticare, anzi accentuandone i caratteri, lo spirito critico e l'apertura mentale che le arti liberali avevano impresso nella cultura europea fin dal Medioevo, fino al definitivo abbandono del principio di autorità senza il quale non avremmo visto nascere le nuove scienze fisiche e meccaniche, la rivoluzione industriale e perfino l'idea moderna di democrazia.
Tra i fattori che contribuirono a modificare il sistema delle arti liberali uno dei più importanti fu il rilievo che assunse la filologia, la disciplina che permetteva di ricostruire le forme e i contenuti dei libri antichi. Il senso di questo recupero, però, non fu meramente libresco: nella sapienza dei classici gli umanisti videro infatti la possibilità di un mondo nuovo. Nello studio dei poeti, dei filosofi, degli storici e degli scienziati greci e romani, gli umanisti trovarono un serbatoio di idee antiche, ma allo stesso tempo potenzialmente innovative. Si pensi all'idea che i singoli individui possono, almeno in parte, determinare il proprio destino; al recupero della grande scienza antica, che sarebbe stata decisiva per avviare la rivoluzione scientifica moderna; alla riflessione etico-politica che fu segnata sia dal pensiero di Aristotele sia da quello degli stoici. L'articolo di Lorenzo Tomasin pubblicato in questa pagina è un ulteriore tassello del mosaico che sulla Domenica andiamo componendo per suscitare una riflessione pubblica sull'eredità che oggi la nostra cultura, e in primis il sistema educativo e l'organizzazione dei saperi e della ricerca, possono raccogliere da una tradizione umanistica immune dalla falsa contrapposizione tra umanesimo e scienza. Gabriele Pedullà ce lo ha ricordato il 26 marzo mostrando, attraverso le tesi di Ronald G. Wiit, che l'umanesimo nacque in Italia con questi tratti perché, a differenza che nel resto dell'Europa, fin dal '200 l'insegnamento universitario era libero, laico e non monopolizzato dal mondo religioso.
E Lucio Russo ci sta proponendo, in una serie di articoli, una rilettura del mondo antico proprio alla luce del mondo moderno (mostrando, nell'articolo uscito il 9 aprile, il debito che la newyorkese statua della libertà ha nei confronti del colosso di Rodi e, sul numero scorso, quanto l'astronomia moderna si sia nutrita di intuizioni antiche). Che si condivida o meno il “continuismo” estremo di Russo, ciò che è importante sottolineare è la necessità di concentrarsi sui contenuti, e non soltanto sullo studio delle lingue antiche che li veicolano. Perché non imparare, oggi, in un liceo classico rinnovato - seguendo anche in questo caso una proposta di Russo - la geometria e gli strumenti della dimostrazione traducendo dal greco gli Elementi di Euclide? Anche il sistema di apprendimento del periodo umanistico-rinascimentale era legato all'idea che alcuni contenuti culturali sono imprescindibili, nel senso che nessun individuo che possa dirsi veramente libero li può ignorare. Oggi, in un periodo di deriva didattica astratta (in cui si sente spesso sostenere che per i futuri insegnanti è più importante apprendere metodi pedagogici generali invece che i contenuti specifici delle discipline che poi andranno a insegnare) questa lezione non va dimenticata. Con questo spirito bisogna vigilare su ciò che sta accadendo al nostro sistema scolastico. Nella Terza Pagina di questo numero, un filosofo e un matematico, Mario De Caro e Pietro Di Martino, riflettono sulle misure recenti a proposito delle nuove regole sul reclutamento degli insegnanti.
   
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« Risposta #22 inserito:: Maggio 22, 2017, 12:39:16 pm »

Così Giorgio Napolitano scrive sulla copertina della Domenica di oggi: «Con immutata commozione ho potuto leggere il bel ricordo che Andrea Casalegno ha dedicato, a poco meno di quarant'anni dalla morte, al padre Carlo, vice-direttore de La Stampa, ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse in un barbaro attentato sotto casa.

Con il suo assassinio si volle colpire un giornalista che contrastava il terrorismo a viso aperto, e scoraggiare chiunque volesse ispirarsi al suo impegno: i suoi colleghi dei giornali e delle radiotelevisioni, in primo luogo il suo quotidiano che - come ho ricordato recentemente - sotto la direzione di Arrigo Levi, fu “una vera e propria trincea di lotta contro il terrorismo e il brigatismo rosso”.».

Quello del presidente e emerito della Repubblica è un intervento a margine dell'ampia testimonianza che Andrea Casalegno propone ai nostri lettori ricordando la morte del padre, primo giornalista ucciso dalle Brigate Rosse, nel 1977.

«Il giovane che premette quattro volte il grilletto della Nagant, un revolver cecoslovacco, - scrive Andrea Casalegno - fu intervistato molti anni dopo, e disse al giornalista Carlo Grande che le Br avevano voluto colpire “un simbolo”. Sono parole prive di senso. Carlo Casalegno non era affatto un simbolo: era un avversario pericoloso, perché aveva compreso da tempo la strategia dei gruppi armati».

Con la consueta lucidità Andrea - autore 10 anni fa per Chiarelettere del volume «L'attentato», che domani viene ripresentato al Salone del libro di Torino - propone ai nostri lettori una chiave interpretativa assai convincente di quegli anni terribili della nostra Repubblica.

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« Risposta #23 inserito:: Giugno 05, 2017, 11:42:48 am »

«Abbreviate, abbreviate qualche cosa resterà». È questo il titolo della copertina della Domenica di oggi. L'autore è un collaboratore di lungo corso di questo supplemento, il classicista Carlo Carena, che si cimenta con due volumi, editi da Olschki, attraverso i quali possiamo ripercorrere la lunga storia delle abbreviazioni, da quando, nell'antichità, si contraevano le parole scritte per risparmiare spazio e materiali, per esempio sulle lapidi, per arrivare ai giorni nostri, in cui usiamo Twitter per altre ragioni, prima fra tutte l'ossessione della velocità. «Scriver veloce» è il titolo del primo dei due volumi, un modo efficace per abbreviare il tema del convegno di cui raccoglie gli atti: «Sistemi tachigrafici dall'antichità a Twitter». Il secondo invece è dedicato a Sozomeno da Pistoia, nome d'arte di un canonico della cattedrale di Pistoia, maestro di grammatica a Firenze. Carena me tratteggia la figura attraverso la sua biblioteca e la sua scrittura umanistica, elegante e corrente, In cui usa anche le abbreviature risalenti alla tradizione precedente. Attraverso la quale scoprirete quanto le abbreviazioni furono importanti per la ricostituzione delle biblioteche antiche e per la costruzione di quelle moderne. Fino ad arrivare ad esaminare la CMC, vale a dire la Comunicazione Mediata dal Computer.
   
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« Risposta #24 inserito:: Giugno 25, 2017, 05:17:56 pm »

Una brutta, ma tutto sommato banale, caduta può comportare une serie di reazioni psicologiche che via via la ingigantiscono: una leggera depressione, poi un'ossessione per i dettagli dell'incidente, e infine un senso generale di fragilità e di paura, che diventa anche politica se si pensa all'America di oggi.

Così procede il racconto dello scrittore inglese Patrick McGrath protagonista della Milanesiana, la rassegna progettata da Elisabetta Sgarbi in corso in questi giorni nel capoluogo milanese. Ma non è l'unico testo che vi proponiamo, In copertina trovate un altro racconto straordinario di Michael Cunningham che in sette tappe ci confessa le paure di una vita.

“Paura e coraggio” è il tema della Milanesiana e viene declinato in maniera ancora diversa nei versi straordinari di Charles Simic che pure proponiamo ai nostri lettori.
E allo psicologo Paolo Legrenzi abbiamo chiesto un breve efficacissimo manuale per immunizzarsi dalla paura. Almeno da quella non necessaria.
Un po' alla maniera stoica, per esempio di un Seneca, cui è dedicata Filosofia minima di questa settimana dopo che il filosofo latino è stato scelto per la versione di latino all'esame di maturità dei licei classici.
   
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« Risposta #25 inserito:: Luglio 02, 2017, 05:30:09 pm »

Renzo Piano oggi sulla Domenica ci parla del suo ultimo progetto, presentato nei giorni scorsi a Bologna per la Fondazione Seragnoli. Un progetto che implica una grande delicatezza e sensibilità umana e culturale: un ospedale per bambini che l'architetto e senatore a vita ha chiamato Casa sugli alberi. Piano ne scrive con un impegno e una partecipazione sentitissimi: «È un progetto difficile, molto difficile per un architetto. Perché normalmente ci si salva mettendosi nei panni di chi vivrà l'edificio che si progetta. Facile quando si fa una scuola perché siamo tutti andati a scuola, facile quando si fa una biblioteca perché ci siamo stati tutti. Difficile è entrare nella sofferenza (....)
Perché grande è la sofferenza, e sconvolgente l'essere quei genitori. Per questo, in questa casa tra gli alberi, ci sono 14 stanze per i pazienti ma anche 8 alloggi per i genitori. Alla scienza medica si aggiunge quella umana. Quella della bellezza. Della bellezza profonda, naturalmente, non quella di superficie, della bellezza che appartiene alla nostra cultura umanistica».
Allo psicologo Paolo Legrenzi abbiamo chiesto di partire dal progetto di Piano per aggiornarci sugli ultimi studi - per lo più svolti a Harvard - su questa sofferenza e questa bellezza, legate alla peculiare visione del tempo e della vita che appartiene ai bambini. Due articoli dunque oggi in copertina che con la loro umanità e precisione scientifica vogliono essere una risposta alle strumentalizzazioni fin troppo evidenti, purtroppo alla ribalta delle cronache, che riguardano la sofferenza dei bambini e delle loro famiglie.
Un ospedale per bambini è la sfida più difficile per un architetto: si tratta - per dirlo con le parole di un sonetto di Shakespeare - di cogliere l'attimo in cui si teme di perdere chi si ama. E dunque lo si ama di più. .
   
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« Risposta #26 inserito:: Luglio 11, 2017, 11:37:37 am »

Che «La corazzata Potëmkin» non fosse una “boiata pazzesca” lo sapeva certamente anche Paolo Villaggio.

A chiarire bene il senso di quella mitica battuta è Claudio Giunta in un articolo che trovate oggi in copertina (lo anticipano in questa newsletter) accanto a un lungo resoconto di Luciano Mecacci dei «Taccuini» di Vygotskij, il grande psicologo che visse proprio ai tempi di Ėjzenštejn.

I sovietici condannarono colui che è considerato il «Mozart della psicologia», scienza considerata ispirata ai valori «borghesi».

Ora i «Taccuini» rivelano altri motivi, assai più profondi, della persecuzione: in primis l'antisemitismo. Un pezzo di storia della cultura raccontata in presa diretta in prima mondiale per la Domenica.
   
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« Risposta #27 inserito:: Luglio 30, 2017, 05:56:41 pm »

Una rivista una volta commissionò ad Alberto Savinio un articolo chiedendogli «di guardare in faccia questo nostro tempo e di dire quanto è guasto».

Lui non cadde nel tranello, e invece di rispondere a tono - descrivendo i giorni tristi nei quali tutto ormai sarebbe decaduto, «i princìpi, le forme, il costume», confrontati con non si sa quale età dell'oro in cui i valori, i gusti, il mondo, la società erano ben saldi - se ne usci con un articolo intitolato «Amare l'amaro nostro tempo». “Amaro” il suo (siamo nel 1951) come ogni altro tempo; compreso, ovviamente, il nostro, soprattutto se guardiamo alla scena letteraria degli ultimi decenni e, nel complesso, a un'industria culturale e libraria inclini più che mai all'effimero. Sarebbe del tutto naturale, e fin troppo facile, rimpiangere i bei tempi andati in cui a dominare la scena erano Calvino, Gadda, Pasolini, Moravia, Parise o la Morante.

L'inchiesta condotta per la Domenica da Gianluigi Simonetti, di cui oggi potete leggere in copertina la puntata introduttiva e che ci accompagnerà per tutta l'estate, non ha nulla di nostalgico. Ciò che di bello e di buono ci può essere nel nostro tempo dipende proprio dal fatto di essere “nostro”. Siamo noi a dover agire in esso nel migliore dei modi. Qui e ora. Senza fare alcuna concessione al malcostume di certa pseudocritica e di certi letterati - in cui prevalgono il pettegolezzo, la rivalsa personale, le letture idiosincratiche, umorali, a scapito dei contenuti e dell'analisi dei testi e degli stili - la Domenica vuole offrire ai suoi lettori l'opportunità di orientarsi e di guardare alla sostanza delle cose, analizzando stili, contenuti, generi, tendenze. In una parola, cercando di “capire”: parola che, a ben vedere, nel vocabolario evoluto di Savinio è, indipendentemente dai giudizi critici che possono scaturire dall'analisi, la più vicina ad “amare”.
      
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« Risposta #28 inserito:: Agosto 08, 2017, 06:33:01 pm »

«Durante la nostra moderna epoca, cioè da metà circa del ‘900, ci si è messi a sorridere in foto». Ecco l'incipit della copertina del supplemento Domenica di oggi. L'autore è uno scrittore dalla scrittura esilarante, Ermanno Cavazzoni, ben conosciuto dai nostri lettori. Ma al di là del modo in cui l'articolo-racconto è scritto, tocca un punto cui non ci viene da pensare molto spontaneamente: che non sempre si è dato per scontato, come sembra essere ora, che nelle foto bisogna uscire con un bel sorriso. Cavazzoni ci racconta di come tutto ciò è cominciato - sono stati prima gli uomini o le donne? e chi è stato il primo a dire «cheese»? - ma soprattutto si chiede: perché un'epoca di così grandi sciagure come è stato il Novecento, e anche nei periodi più bui, è caratterizzata da uno stile fotografico che ci vuole tutti ridanciani e felici? È possibile cambiare registro? E per farlo a quali modelli possiamo far riferimento, magari prendendoli da epoche storiche più serie della nostra?
Ma se nelle foto si sorride così sistematicamente, forse più raro è trovare scatti che riprendano vere e proprie risate. Tra le più fragorose vi sono quelle di John Cage, il protagonista assoluto dell'avanguardia musicale americana del Novecento, di cui il 12 agosto ricorrono i 25 anni dalla morte. Nella Filsofia minima in cui ne ricordiamo la poetica, riportiamo ciò che egli amava citare dal Kant della «Critica del Giudizio»: «Due cose possono dare piacere estetico senza avere nessun “significato” alla loro base: una è la musica, l'altra il ridere. Puoi goderti una risata e ridere senza alcun motivo. E puoi goderti una musica senza conoscerne il senso».
   
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« Risposta #29 inserito:: Agosto 16, 2017, 09:00:14 am »

«Arcano e spirituale Arvo Pärt».

La copertina di oggi, scritta da Quirino Principe, è dedicata al musicista estone, ritratto come un personaggio agli antipodi di un labirinto: è un punto che diventa cerchio, arena, anfiteatro. L'aspetto moderno delle sue composizioni, che spesso hanno a che vedere con la dimensione del sacro, emerge dalla misteriosa drammaticità che riesce a rintracciare in ogni singolo suono. Enzo Restagno ha conversato con lui in un libro ricchissimo uscito per il Saggiatore.
Su musica e spiritualità - ma di una spiritualità molto più laica, più filosofica - si occupa anche la Filosofia minima di oggi, dedicata a John Coltrane, a 50 anni dalla morte. Un'occasione per comprendere appieno l'intensità del suo modo di comporre e improvvisare, dove ancora una volta sono i singoli suoni e le singole performance ad essere al centro dell'attenzione. Il suo modo di suonare, pedonale, lirico e intenso, è ancora oggi molto influente.
   
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