LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Angelo PANEBIANCO.  (Letto 51417 volte)
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« il: Luglio 19, 2007, 10:57:38 »

L’Europa e il riconoscimento di Hamas

Le illusioni del realismo

di Angelo Panebianco


Hamas, per bocca del suo leader Haniyeh (La Repubblica di ieri), ha ringraziato il ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema per le sue parole («Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese »). La presa di posizione del ministro italiano è il seguito di una iniziativa (la lettera a Tony Blair) assunta da dieci ministri europei, francese e italiano inclusi, e tende alla legittimazione di Hamas di fronte alla comunità internazionale. Come, con sentimenti opposti, ha colto anche l'ambasciatore israeliano Gideon Meir (nell'intervista al Corriere di ieri), Hamas ha così segnato un punto nel braccio di ferro con il presidente Abu Mazen, la cui posta è il diritto di rappresentanza dei palestinesi. Una parte d'Europa, dopo il colpo di stato a Gaza, sembra voler riconoscere il fatto compiuto e accettare gli integralisti di Hamas come interlocutori al posto del moderato Abu Mazen.

L'ambasciatore Meir ha ragione quando ricorda a D'Alema che anche Hitler vinse, come Hamas, democratiche elezioni e che quello dunque non può essere un argomento buono per legittimare dei fanatici estremisti, ma difficilmente questa constatazione può far cambiare idea alla parte di Europa più interessata a normalizzare i rapporti con i movimenti integralisti del Medio Oriente che alla sicurezza di Israele. C'è un'Europa che, scambiando per realismo le proprie illusioni, pensa di poter trattare con chiunque, anche con il diavolo, trovandovi comunque un tornaconto. Essendo secolarizzata essa non registra il fatto che movimenti politico-religiosi come Hamas o Hezbollah non hanno nulla in comune con i vecchi «movimenti di liberazione nazionale ».
La dimensione religiosa (e il fanatismo che essa alimenta) di questi gruppi sfugge alla sua comprensione. E favorisce l'illusione di poter negoziare con essi con reciproca soddisfazione. Lasciamo da parte il caso della Francia che in questo momento sta lanciando messaggi contraddittori (la firma del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner nella lettera dei dieci, in effetti, è in contraddizione con le posizioni del «Quartetto» di cui la Francia fa parte). E' possibile che Sarkozy non abbia ancora messo definitivamente a punto la sua posizione sul Medio Oriente, come sembrerebbe indicare la presa di distanze di Kouchner dalle parole di D’Alema. Prendiamo invece il caso dell'Italia il cui governo, grazie soprattutto all’attività del ministro degli Esteri, ha indubbiamente una posizione coerente.

C'è continuità fra le diverse iniziative del governo Prodi sulla scena mediorientale. Fin dai tempi della guerra del Libano (luglio 2006) quando D'Alema si dimostrò assai meno indulgente nei confronti di Israele che dei suoi nemici integralisti. Allora D'Alema legittimò Hezbollah con parole simili a quelle ora usate per Hamas: è una forza popolare, disse, radicata nella società libanese. Giudizio descrittivamente ineccepibile da cui veniva tratta l'eccepibile conclusione che il «dialogo» con Hezbollah fosse necessario. Il tutto sullo sfondo (è l'aspetto più importante) delle ottime relazioni che l'Italia ha instaurato con l'Iran e con la Siria, g l i stati-sponsor di Hezbollah e di Hamas. La coerenza è certa ma è lecito dubitare che l'arrendevolezza nei confronti degli estremisti e dei loro sponsor serva alla stabilità del Medio Oriente e, quindi, agli interessi dell' Italia e dell'Europa. Per fortuna, molte partite sono ancora aperte. C'è spazio per la resipiscenza. Per riconoscere, ad esempio, che buttare a mare i moderati (come oggi Abu Mazen) e legittimare gli estremisti è sempre stata, fra tutte le politiche concepibili, la peggiore.

19 luglio 2007
 
da corriere.it
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« Risposta #1 il: Ottobre 28, 2007, 05:26:41 »

Editoriali

I democratici e la vocazione maggioritaria

Pd, alla ricerca dell’identità

di Angelo Panebianco


Nella prima grande assemblea del Partito democratico che ieri, a Milano, lo ha incoronato segretario, Walter Veltroni, in coerenza con ciò che aveva già sostenuto durante la campagna per le primarie, ha disegnato l'identità della nuova formazione. Il filo conduttore di un intervento che, per sua natura, non poteva che spaziare su tanti temi, è rappresentato dalla volontà, ribadita dal neosegretario, di fare del Pd un partito a vocazione maggioritaria, ossia un partito che, al pari di quanto fanno tanti in altri Paesi europei, possa legittimamente aspirare a vincere le elezioni e, se possibile, a governare da solo. Tutto l'intervento di Veltroni andava in quella direzione: ad esempio, nel passaggio in cui ha sostenuto che in caso di voto anticipato (che egli non auspica prima che si faccia la riforma elettorale e magari anche una riforma costituzionale) il Partito democratico si presenterebbe agli elettori da solo, o in alleanza con poche forze riformiste ad esso affini, sicuro che la coerenza e la nettezza della sua proposta politica lo renderebbero comunque competitivo nei confronti dell'alleanza di centrodestra.

Bisogna partire da qui, dall'idea del partito a vocazione maggioritaria, per tentare di comprendere come Veltroni si muoverà in una fase molto delicata in cui dovrà da un lato costruire e consolidare il nuovo partito e, dall' altro, fronteggiare la crisi della maggioranza parlamentare che sostiene il governo Prodi. Un fine così ambizioso necessita di mezzi adeguati. I mezzi riguardano sia il modo d'essere del nuovo partito, il suo profilo organizzativo, sia il contesto istituzionale in cui dovrà muoversi. Su tutt’e due i versanti Veltroni, se vorrà rimanere fedele al suo progetto, dovrà fronteggiare grandi difficoltà e schivare molte trappole. Dal punto di vista organizzativo un partito a vocazione maggioritaria non può che basarsi su una forte leadership monocratica. Avere adottato, come il Partito democratico ha fatto, un sistema di elezioni «aperto» anche ai non iscritti (le cosiddette primarie) per la scelta dei candidati alle cariche di partito è stato un passo assai importante in quella direzione. Ma la novità deve essere puntellata con altre innovazioni organizzative adeguate.

La discussione innescata dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara sulla questione del tesseramento riguarda precisamente questo aspetto. Un partito che vive di primarie non può riproporre contemporaneamente le soluzioni organizzative (tessere, congressi, eccetera) dei vecchi partiti di massa. Deve darsi modalità diverse di organizzazione della partecipazione. Su questo tema, probabilmente, inizieranno fra poco molti conflitti sotterranei dentro la Costituente del Partito democratico. Una buona parte della vecchia classe dirigente, nata dalla fusione di Ds e Margherita, si sentirebbe minacciata e perderebbe peso a favore di Veltroni, il leader plebiscitato dalle primarie, se lo statuto che dovrà essere varato andasse in quella direzione. Dalle soluzioni organizzative che verranno adottate nei prossimi mesi capiremo se e quanto il neosegretario sarà condizionato nella sua azione dalle vecchie strutture partitiche, ereditate dal passato. Quanto maggiore sarà il condizionamento, tanto minore sarà lo spazio di manovra di cui Veltroni disporrà per dare carne e sangue al suo progetto. C'è poi il contesto esterno, la questione della riforma elettorale. Veltroni si è lasciato aperte molte strade (resistendo alle spinte di chi nel suo partito lo invitava, implicitamente, a una scelta netta e immediata).

In un passaggio efficace del suo discorso, snocciolando anche cifre sui voti ottenuti e i seggi conquistati, ha ricordato che nei grandi Paesi europei i partiti oggi governanti non governerebbero affatto se, in quei Paesi, i sistemi elettorali, anche quelli di tipo proporzionale, non contenessero comunque forti correzioni in senso maggioritario.Èun sistema elettorale del genere (un sistema, potremmo dire, che favorisca le aggregazioni anziché limitarsi a fotografare la distribuzione dei consensi esistente) che Veltroni, coerentemente con il suo progetto, auspica anche per l'Italia. Perché è così importante che Veltroni segua con determinazione e tenacia il suo sogno del partito a vocazione maggioritaria? Perché quel tentativo potrebbe favorire in Italia una grande svolta. Il contraccolpo non mancherebbe infatti anche a destra. Potrebbe infine nascere un sistema politico con due grandi Soli, due grandi partiti fra loro in competizione, circondati, ciascuno, da qualche piccolo pianeta. La condizione necessaria per passare dalla democrazia della paralisi e dell’impotenza alla democrazia governante.

28 ottobre 2007

da corriere.it
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« Risposta #2 il: Novembre 25, 2007, 11:50:49 »

LA CRISI DEL MAGGIORITARIO

Una sconfitta italiana


di Angelo Panebianco


Alla fine degli anni Settanta, Prima Repubblica, Giuliano Amato propose per l'Italia un sistema maggioritario a doppio turno. In una riunione da lui convocata per ascoltare le reazioni di studiosi delle più varie estrazioni politiche, le critiche risultarono, se ricordo gli umori in sala, più numerose dei consensi. Ci fu persino qualcuno che, contrario al maggioritario, si spinse a dire che la democrazia, per essere davvero tale, necessita della proporzionale (nella tanto rimpianta Prima Repubblica queste sciocchezze erano la norma).

Oggi, dopo un quindicennio di peregrinazioni in agitate acque maggioritarie (o quasi), è ormai da tutti deciso che è bene fare dietrofront, tornare alla proporzionale, essendo quello l'unico sistema elettorale adatto all'Italia. Bene, forse è davvero così. Ma vorrei far notare che dovremmo allora riflettere su quale democrazia sia mai la nostra e sulle ragioni di un così clamoroso fallimento.

Nella Prima Repubblica c'era il Partito comunista. Allora, si diceva, solo la proporzionale, diluendo le tensioni fra maggioranza e opposizione, può sostenere la fragile democrazia italiana. All'inizio degli anni Novanta, crollato il Muro, si pensò che l'Italia potesse entrare nel novero delle democrazie normali ove l'alternanza al governo non costituisce un dramma per nessuno. E il sistema maggioritario venne scelto per accelerare la trasformazione e stabilizzarla. Tenuto anche conto del fatto che, fra tutte le grandi democrazie occidentali, solo la Germania e la Spagna utilizzano sistemi elettorali proporzionali (sia pure corretti). Si discuterà all'infinito se il fallimento del tentativo sia dipeso dal fatto, come ha sempre sostenuto Giovanni Sartori, che sbagliammo sistema maggioritario (a un turno unico anziché a doppio turno) oppure dal fatto che non adeguammo al maggioritario la Costituzione o, ancora, dal fatto che, varato il maggioritario, ci impegnammo allo spasimo per proporzionalizzarlo (con la quota proporzionale, con regolamenti parlamentari e sistema di finanziamenti che incoraggiavano la frammentazione, eccetera).

Ma la causa di fondo, forse, è un'altra: che l'alternanza (la quale pure abbiamo conosciuto in questo quindicennio di quasi-maggioritario) è rimasta un dramma, un trauma, per la parte del Paese che perde le elezioni. Per questo, forse, non possiamo permetterci il maggioritario. Si demonizzavano fra loro, nella prima fase della guerra fredda, Dc e Pci (ed era comprensibile). In seguito, però, venne ferocemente demonizzato Craxi. Oggi c'è Berlusconi, domani, probabilmente, un altro, e dopodomani un altro ancora. E la frammentazione degli schieramenti (causa «ufficiale » del fallimento del maggioritario), forse, è stata un modo involontario per continuare a diluire le tensioni.

C'è sempre qualcosa di «emergenziale», un grumo oscuro, nella vita della democrazia italiana. Per questo, forse, la proporzionale ci si confà. Purché si smetta di mentire. La proporzionale, con Cose Bianche, Cose Rosse e il resto, servirà forse alla nostra difficile democrazia per sopravvivere (altro che Germania) ma, di sicuro, non per vivere bene.

24 novembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #3 il: Dicembre 02, 2007, 12:25:55 »

IL BIPOLARISMO ITALIANO

Gli avversari del dialogo

di Angelo Panebianco


L'aspetto più importante dell'incontro fra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi sta forse nella sua valenza simbolica. Con il colloquio, e le successive dichiarazioni distensive, dei due leader più forti, si è voluto porre termine, simbolicamente, al bipolarismo feroce che caratterizza la storia italiana dal 1994, alla reciproca delegittimazione, allo scontro fra nemici. Al di là degli aspetti tecnici (quale legge elettorale? quali riforme costituzionali?) questo è il vero significato dell'incontro. Se infatti si vuole inaugurare una diversa fase politica, nella quale le coalizioni di governo possano formarsi fra simili, dotati di reali affinità programmatiche, e non fra diversi e lontani con il solo scopo di «battere il nemico », i leader rivali devono incontrarsi con rispetto e concordare nuove regole del gioco, tali da conseguire due obiettivi: assicurare che in futuro la competizione non possa degenerare in guerra e garantire a chi vince la possibilità di governare in ragione della sua interna coerenza programmatica.

Naturalmente, quest'ansia di normalità democratica dovrà essere messa alla prova: si tratterà di vedere se i tifosi, i sostenitori delle due parti, saranno d'accordo, accetteranno una riconversione, che implica un cambiamento di menta-lità, così profonda. Non è detto che ciò accada. Soprattutto perché in un quadro politico frammentato, sono tanti quelli che hanno troppo da perdere in una conversione alla normalità, e che soffieranno sul fuoco per bloccare il processo. Per quanto riguarda la sostanza (riusciranno i nostri eroi a fare, per lo meno, una decente legge elettorale?) è lecito essere scettici. Veltroni e Berlusconi condividono un interesse (a un sistema elettorale che favorisca i due grandi partiti) ma ciò li mette in rotta di collisione con altri potenziali partner. Ad esempio, se davvero giungessero a un accordo su una legge elettorale di tipo spagnolo (che sovrarappresenta i grandi) si troverebbero di fronte alle barricate erette da tutti gli altri. O accetteranno, alla fine, un compromesso al ribasso che non li favorirà oppure dovranno fronteggiare formidabili opposizioni.

Tra i due è messo meglio Veltroni. Se andrà ma-le, se il Parlamento non sarà in grado di fare una legge elettorale a lui gradita, egli potrà ripiegare sul referendum. Berlusconi, invece, è in guai più seri. Ha rotto con Gianfranco Fini, l'unico fra i suoi ex partner che avrebbe potuto spalleggiarlo nella ricerca di una legge elettorale che favorisse le grandi formazioni. E, col referendum incombente, rischia persino una rottura con Umberto Bossi, il solo alleato che non lo abbia ancora abbandonato. La nascita del Partito democratico (nel centrosinistra) e lo sparigliamento delle carte voluto da Berlusconi (nel centrodestra) hanno indubbiamente fatto entrare aria fresca e dato a molti la sensazione che, nel nuovo clima, si potesse uscire dai rifugi e togliersi gli elmetti, che i tempi plumbei della democrazia blindata fossero alla fine. È una bella sensazione anche se la storia passata del Paese non autorizza a scommettere molto sulla possibilità di un lieto fine.

02 dicembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #4 il: Gennaio 28, 2008, 11:03:41 »

IL PROFESSORE E IL PD

La parabola del prodismo

di Angelo Panebianco


Nonostante nella giornata di ieri Romano Prodi si sia mostrato assai accondiscendente nei confronti di Walter Veltroni è illusorio credere che ora, dopo la caduta, il «prodismo» sia destinato a una immediata scomparsa, ad andarsene subito, in silenzio. E' stato troppo importante per la sinistra italiana: verosimilmente, la sua uscita di scena sarà lenta, accompagnata da potenti colpi di coda.

Che cosa è stato il prodismo? E, prima ancora, è legittimo parlare di prodismo? E' legittimo perché, come altri «ismi» importanti della nostra storia (dal degasperismo al berlinguerismo, dal craxismo al berlusconismo), quel termine designa non solo l'avventura personale di un leader e di un gruppo di uomini a lui fedeli ma anche una cultura politica: Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico.

Politicamente, il prodismo è stato il frutto di una anomalia altrettanto radicale di quella che ha caratterizzato la storia del centrodestra, l'una e l'altra figlie del caos e della destrutturazione partitica seguiti al crollo della Prima Repubblica. All'anomalia dell'imprenditore che fonda un partito, «inventa » il centrodestra e ne diventa capo inamovibile ha fatto da pendant, a sinistra, l'anomalia di un uomo privo di una propria base partitica di potere che, nonostante ciò, per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, viene scelto dalla sinistra come candidato premier.

Quell'anomalia si spiega con il fatto che gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico- culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post». Nel '96, Prodi era perfetto per il ruolo. Veniva dalla sinistra democristiana, da un mondo che aveva sempre dialogato col Pci e ne aveva condiviso i nemici (l'alleanza contro Craxi fu la progenitrice della successiva alleanza contro Berlusconi). In più, la sua fama di tecnocrate, la dote di relazioni con il business e con la finanza di cui disponeva e la sua concretezza padana promettevano di dare alla sinistra quel valore aggiunto di «modernità» di cui essa aveva allora disperatamente bisogno.

C'è una differenza fondamentale fra il Prodi che affronta le elezioni del 1996 e poi governa per due anni e il Prodi dal 2006 ad oggi. E' quella che corre fra un fenomeno politico nella fase iniziale, ascendente, e lo stesso fenomeno colto nel momento discendente della sua parabola.

Nel 1996 Prodi suscitò grandi attese nel «popolo di sinistra». Suscitò, per esempio, l'entusiasmo di tanti intellettuali (molti dei quali, già fiancheggiatori del Pci, si trovarono a proprio agio con un uomo della sinistra cattolica, per giunta professore, ossia uno di loro). Inoltre, più e meglio degli ex comunisti, egli sembrava in grado, usando le corde del cattolicesimo sociale, di «far ragionare» anche la sinistra estrema. Promise l'Europa, il mercato, l'equità sociale, la normalità democratica.

Mise in piedi una coalizione che non era solo «contro» (Berlusconi) ma che aveva anche qualche idea sul che fare per l'Italia. I suoi due anni di governo furono dominati dall'esigenza del rigore (Ciampi, al Tesoro, fu il suo alter ego) e dalla ricerca, coronata da successo, dell'ingresso nell'euro. Poi l'uomo «senza partito» venne messo da parte, tradito dalla sinistra estrema ma anche dal fatto che gli «ex» pensarono (sbagliando) di poterne ormai fare a meno. Richiamato in servizio nel 2006 (per le stesse ragioni per cui era stato incoronato dieci anni prima) si è trovato ad operare in tutt'altre condizioni. Era ormai diverso lui ed erano diversi i tempi. Nel 2006 la coalizione messa in piedi è stata, a differenza del '96, solo un'accozzaglia eterogenea creata per battere Berlusconi. La nuova legge elettorale ha avuto le sue colpe ma è falso che tutte le colpe siano della legge elettorale. Arrivato fortunosamente al governo, Prodi si è trovato privo di una «missione» e, per giunta, a capo dell'esecutivo più spostato a sinistra dell'intera storia repubblicana.
Era rimasta solo, del tempo che fu, l'aspirazione al rigore (con Padoa-Schioppa al posto di Ciampi), bilanciata, però, dalla forza del «partito della spesa» e dal fatto che ora Prodi, molto più che nel '96, si proponeva come il garante del rapporto fra moderati e sinistra estrema. Dietrologie a parte, è vero che l'incoronazione di Walter Veltroni a leader del Partito democratico ha dato al prodismo la botta definitiva.

A differenza di D'Alema (l'ultimo dei togliattiani), Veltroni è davvero un «post», uno che si è lasciato alle spalle il passato. La sua affermazione come leader ha reso superflui Prodi e il prodismo. Per un paradosso storico i prodiani furono i primi a volere il Partito democratico ma la sua nascita ha segnato l'inizio della loro fine politica. E' tutto qui il nodo della ormai famosa «vocazione maggioritaria». Nella visione che era stata dei prodiani il Partito democratico doveva essere il baricentro di una più larga Unione nella quale far convivere la sinistra estrema e quella moderata. Nella visione di un «post» senza complessi come Veltroni il Partito democratico deve diventare adulto camminando sulle proprie gambe. Non è che quella dei prodiani sia una visione «maggioritaria» e bipolare e quella di Veltroni no. Sono due modi diversi di declinare l'idea maggioritaria. Solo che in quella di Veltroni non c'è più posto per i mediatori fra sinistra moderata e sinistra estrema.
Al di là delle apparenze odierne la partita non è finita e Prodi non è uno che si fa mettere da parte. Chi scommette sul fatto che le tensioni interne al Partito democratico diventeranno fortissime scommette sul sicuro.


26 gennaio 2008

da corriere.it
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« Risposta #5 il: Febbraio 06, 2008, 03:01:06 »

IN CAMPAGNA ELETTORALE

Il dialogo e le invettive

di Angelo Panebianco


Ci avviamo verso una campagna elettorale diversa da quelle che abbiamo fin qui conosciuto? I partiti si scontreranno duramente su proposte politiche alternative ma senza imporci un clima plumbeo da guerra civile, da contrapposte mobilitazioni contro il «nemico alle porte»? L'intenzione c'è. Almeno da parte dei due principali leader, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Assumendo la leadership del Partito democratico, Veltroni ha reiteratamente asserito di voler costruire un partito per anziché un partito contro, un partito che si qualifichi per le soluzioni che propone piuttosto che per l'antiberlusconismo. A sua volta, Berlusconi lascia intendere che in caso di vittoria vuole inaugurare una fase di fair play verso l'opposizione e che farà di tutto per coinvolgerla nelle deliberazioni del governo. I due massimi leader sembrano avere preso atto del fatto che la contrapposizione selvaggia che ha caratterizzato la nostra storia recente ha portato il sistema politico alla paralisi e ha lasciato esausto il Paese.

La stessa richiesta fatta nei giorni scorsi da Veltroni di dare vita a una Grande Coalizione per le riforme istituzionali era sì finalizzata a ottenere il rinvio delle elezioni ma era anche, di per sé, una novità. Solo poco tempo fa sarebbe stato impensabile per un leader della sinistra proporre un'alleanza di governo con Berlusconi (allearsi con l'Uomo Nero?).

Il clima delle campagne elettorali condiziona le vicende del dopo-elezioni. Una campagna dura ma senza demonizzazioni renderebbe più facile instaurare condizioni di cooperazione su temi importanti fra la futura maggioranza e la futura opposizione. Ma è realistico credere alla possibilità di una campagna elettorale siffatta? Vi si oppone la nostra tradizione. Vi si oppone il fatto che la demonizzazione dell'avversario è in questo Paese per tanti un mestiere, un'attività politico-economica da cui dipendono remunerazioni, status, carriere. Vi si oppone il fatto che, da noi, molti, e non solo politici di professione, sembrano identificare interamente la politica e l'agire politico con l'invettiva (è sempre stato così ma da Mani Pulite in poi questo fenomeno si è grandemente accentuato): se lo spazio per l'invettiva si riducesse tutti costoro penserebbero di essere stati defraudati del loro «ruolo politico». Vi si oppone il fatto che negli stessi partiti di Veltroni e Berlusconi abitano tantissimi che diventerebbero afoni se la delegittimazione dell'avversario perdesse il peso determinante fin qui avuto.

Probabilmente, sarebbe necessario un forte ricambio del personale parlamentare, forze fresche disposte ad adottare uno stile più pacato e propositivo. E occorrerebbe la capacità dei leader di resistere alle pressioni di molti gruppi esterni: quei gruppi che vogliono una politica debole e delegittimata e sanno che un clima da guerra civile ne è la migliore garanzia.


06 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #6 il: Febbraio 17, 2008, 03:54:38 »

LA SCELTA CENTRISTA

Il partito dei cattolici

di Angelo Panebianco


La rottura fra Berlusconi e Casini è ormai certa. Occorre riconoscere a entrambi un grande coraggio. Berlusconi, scegliendo la separazione da Casini, mette a rischio una vittoria elettorale che era fin qui data per certa. Casini, rifiutando di entrare nel Popolo della Libertà alle condizioni di Berlusconi, sceglie una strada rischiosissima, quella della lotta per la sopravvivenza. Hanno certamente anche pesato ruggini personali. Ma forse la separazione definitiva delle loro strade era comunque inevitabile (se non fosse accaduto adesso sarebbe accaduto in seguito). Al fondo, infatti, c'era un dissenso strategico, non componibile.

Di tutti gli alleati di Berlusconi Casini era l'unico a non condividere l'idea che la politica italiana dovesse stabilmente imperniarsi su una competizione bipolare nella quale (come sempre accade nelle competizioni bipolari) il «centro» non è stabilmente occupato da alcun partito ma è, invece, il luogo in cui convergono, contendendosi gli elettori di centro, lo schieramento di destra e lo schieramento di sinistra. Fedele alla tradizione politica (quella democristiana) da cui proviene, Casini ha puntato tutto sul mantenimento di un partito di centro. Anche la sua preferenza per un sistema elettorale «alla tedesca» è sempre stata funzionale a quel disegno. L'incomponibilità dei disegni strategici ha reso «armata» e altamente conflittuale la coesistenza fra Casini e Berlusconi nel precedente governo di quest'ultimo. E l'avrebbe resa armata e conflittuale anche in una nuova esperienza di governo.

Da qui il rifiuto di Berlusconi di rivedere un film già visto. Si noti che questa divergenza strategica non è legata a dissensi di tipo programmatico. Nei resoconti giornalistici sulle trattative fra Berlusconi e Casini non si trovano tracce di dissensi programmatici (sulla politica economica, sulla politica estera, sui temi etici o su altro). Qual è allora il punto? Perché non solo Casini ma anche altri ritengono indispensabile la sopravvivenza di un partito di centro, di un partito capace di occupare in permanenza il centro? È all'interno del mondo cattolico che va cercata la risposta. Il partito di centro, infatti, nella tradizione italiana, è un partito di cattolici.

È l'espressione dell'organizzazione politica dei cattolici. Ma i cattolici, oggi, sono ampiamente presenti, e visibilissimi, in tutti e due gli schieramenti. Sono accasati nel Partito democratico come lo sono in Forza Italia e in An. Senza contare il fatto che se in queste elezioni ci sarà, come tutto lascia intendere, la lista per la moratoria sull'aborto promossa da Giuliano Ferrara, diversi elettori cattolici saranno fortemente tentati di votarla. E dunque perché un partito cattolico di centro? La risposta è chiara: la storia pesa. Una parte, non sappiamo quanto grande, del mondo cattolico, una parte dello stesso clero (alto e basso), si ricorda della Dc e pensa che senza un partito ispirato allo scudo crociato le esigenze dei cattolici non sarebbero sufficientemente tutelate in politica. Queste elezioni saranno, oltre a molte altre cose, anche un test sull'atteggiamento dei cattolici. Possono affidare le loro aspirazioni e le loro speranze al gioco bipolare della competizione fra sinistra e destra o devono di nuovo investire su un partito dei cattolici?

17 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #7 il: Marzo 17, 2008, 02:56:37 »

IL NODO DELLA POLITICA ESTERA

Finanziare le missioni


di Angelo Panebianco



Gli osservatori che lamentavano con rassegnazione l'assenza dei temi di politica estera dalla campagna elettorale sono stati serviti. Con l'intervento dell'ex ministro della Difesa Antonio Martino, critico del nostro impegno in Libano, le successive precisazioni di Berlusconi, e le conseguenti polemiche, un aspetto cruciale della politica estera italiana, quello relativo alle missioni militari all'estero, ha fatto irruzione nell'agenda elettorale. Se si continuerà a discutere di politica estera e della difesa, naturalmente, c'è da scommettere che ciò avverrà nel modo approssimativo e propagandistico che è tipico delle campagne elettorali.
Proviamo allora a richiamare alcuni fatti. Nel passaggio dal governo Berlusconi al governo Prodi ci furono alcuni (pochi, anche se importanti) cambiamenti di sostanza anche se le maggiori discontinuità furono di tipo retorico- ideologico. I cambiamenti riguardarono la presenza italiana in Iraq e l'atteggiamento verso il conflitto israelo-palestinese. Sull'Iraq pesava il fatto che l'intero centrosinistra aveva dato un giudizio negativo sia dell'intervento americano sia della nostra successiva partecipazione. Ne seguì il ritiro della missione militare. L'altro punto di vera discontinuità riguardò Israele. Bisogna ricordare che il governo Berlusconi aveva innovato rispetto alla tradizione italiana: aveva schierato nettamente l'Italia al fianco di Israele. Con il governo Prodi, e soprattutto con l'azione del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, l'Italia tornò all' antico, alla politica, di andreottiana memoria, di prevalente sostegno alla causa palestinese. In vari momenti, quella politica ha assunto, nelle parole del ministro, si trattasse dell'azione israeliana di contrasto a Hezbollah o delle ritorsioni contro Hamas, una forte connotazione anti israeliana.
Casi Iraq e Israele a parte, la principale differenza fra il governo Berlusconi e quello di Prodi stava nel fatto che il primo rimase unito sulle principali questioni internazionali e della sicurezza, mentre il secondo dovette fare i conti con forti divisioni interne. Ricordiamo che il governo Prodi, per aver voluto mantenere gli impegni assunti (Afghanistan, base di Vicenza) dovette sfidare fortissime turbolenze parlamentari e inciampò anche, nel 2007, in una crisi di governo.
Che cosa aspettarsi nel caso di un nuovo cambio della guardia? Ci sarebbe almeno un mutamento di sostanza e riguarderebbe Israele. Un nuovo governo Berlusconi archivierebbe il neo andreottismo. In fondo, anche la polemica sulla missione in Libano sembra avere avuto come bersaglio proprio quella politica. Ci si dovrebbero aspettare poi cambiamenti sul piano retorico-ideologico. A differenza del governo Prodi, un eventuale futuro governo Berlusconi non dovrebbe fare i conti con una componente interna antiamericana. Ciò lo renderebbe più libero di ribadire in ogni momento la propria solidarietà con gli Stati Uniti nelle varie crisi (sull'Iran, ad esempio).
Su tutto il resto è difficile fare previsioni. Di sicuro, né in Libano né in Afghanistan (le due missioni di cui si discute), chiunque vinca le elezioni, ci saranno cambiamenti non preventivamente concordati in sede Onu (Libano) o in sede Nato (Afghanistan). Forse, come afferma Berlusconi, verranno modificate le regole d'ingaggio dei nostri militari in Afghanistan ma difficilmente ciò potrà avvenire senza un coordinamento con Francia e Germania e senza che il governo coinvolga nella scelta anche l'opposizione (sinistra estrema esclusa). Molte cose non dipendono da noi e su molti aspetti della politica estera una certa continuità c'è sempre stata e ci sarà in futuro. C'è un punto però su cui la campagna elettorale dovrebbe fare chiarezza. Non si può discutere di impegni militari all'estero senza parlare di risorse. Il problema è stato sollevato dal ministro della Difesa Arturo Parisi ( Il Resto del Carlino, 15 marzo), il quale ha ricordato che, all'epoca del governo Berlusconi, l'allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti colpì duramente il bilancio della Difesa portandolo dai 19,8 miliardi del 2004 ai 17,8 del 2006 con danni per l'operatività delle Forze Armate. Il ministro osserva anche che la successiva opera di recupero ha solo in parte rimediato ai danni in precedenza prodotti.
Ecco un bel tema per la campagna elettorale. Le missioni militari sono un aspetto centrale della nostra presenza internazionale. Non sarebbe male quindi se, anziché prendere posizioni affrettate su questioni (come il nostro ruolo in Libano o in Afghanistan) che non dipendono solo da noi ma dalla nostra concertazione con altri Paesi, ci concentrassimo su ciò che sicuramente dipende solo da noi: quanti soldi il prossimo governo sarà pronto a impegnare per la sicurezza nazionale?


17 marzo 2008

da corriere.it
« Ultima modifica: Marzo 30, 2008, 04:03:31 da Admin » Loggato
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« Risposta #8 il: Marzo 25, 2008, 03:57:14 »

CORDATE

Pasticci con le ali

di Angelo Panebianco


Fino a qualche giorno fa niente sembrava in grado di animare la campagna elettorale. Si parlava soprattutto delle somiglianze fra i programmi dei due principali contendenti. Poi è esplosa la questione Alitalia. A tre settimane dal voto, è diventato il tema su cui le forze politiche (a cominciare da Berlusconi, con la sua proposta di una cordata italiana da contrapporre ad Air France) sembrano puntare per mettere in difficoltà gli avversari. Niente di peggio poteva accadere poiché, come ha osservato Sergio Romano (Corriere, 23 marzo), una questione così grave richiederebbe di essere trattata con una serietà che è difficile ottenere da forze politiche impegnate a sgambettarsi in una campagna elettorale.

Si intrecciano tre questioni. La prima riguarda i giochi interni al sistema dei partiti. Si sono delineate alleanze trasversali in cui ciascuno crede di avere la propria convenienza. Se Berlusconi, a nome del «partito del Nord», cerca di mettere in difficoltà Veltroni, i piccoli, a loro volta, hanno trovato un varco per picchiare duro sui grandi. Così, la Sinistra Arcobaleno apre a Berlusconi su Alitalia contro il Partito democratico (suo diretto concorrente a sinistra), mentre Casini, concorrente al centro del Popolo della Libertà, polemizza con Berlusconi e si schiera col Partito democratico.

La seconda questione (la più esplosiva, almeno in prospettiva) riguarda la spaccatura Nord/Sud, Milano contro Roma. E’ il problema del declassamento di Malpensa e delle sue vere o presunte conseguenze per lo sviluppo del Nord. E’ difficile non notare che le divisioni politiche su Malpensa rispecchiano abbastanza fedelmente la geografia elettorale italiana.

Infine, c’è la questione sindacale. I sindacati, corresponsabili del disastro Alitalia, cercano anch’essi di sfruttare le divisioni politiche e rinviare il momento in cui pagare il conto degli errori accumulati. Sarebbe interessante capire se davvero essi credono che i giochi del passato possano essere riprodotti all’infinito, se credono che, senza la vendita a un compratore credibile, il fallimento dell’azienda possa essere evitato.

Naturalmente, i sindacati possono ancora contare su sponde politiche di un certo peso (come segnala la dissociazione del ministro Bianchi dalla posizione ufficiale del governo Prodi). E’ un pasticcio colossale nel quale, per giunta, è difficile stabilire chi guadagnerà elettoralmente e chi perderà. Prendiamo il caso dell'elettorato del Nord. Ci sono certamente cittadini sensibili alla difesa di Malpensa da parte della Lega e di Forza Italia così come ce ne sono molti affezionati all'idea della «compagnia di bandiera». Ma ce ne sono anche altri che si domandano se non sia peggio lasciare le cose come stanno, col rischio di continuare a far pesare sui contribuenti (magari anche in violazione delle regole europee) i costi di un’azienda in dissesto che si sarebbe dovuto far fallire oppure vendere già molti anni or sono.

Pessimo argomento da campagna elettorale, il caso Alitalia è una buona dimostrazione di cosa succede quando i dibattiti accademici su «statalismo e liberismo» lasciano il campo alla politica vera e alla lotta sempre prosaica (anche se ammantata di sacri principi) fra gli interessi organizzati, aziendali, territoriali o sindacali che siano.

25 marzo 2008

da corriere.it
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« Risposta #9 il: Marzo 30, 2008, 04:04:01 »

POLITICA E MERCATO

I fallimenti dello Stato

di Angelo Panebianco


In tempi di recessione il mito del «despota benevolo», dello Stato che si fa carico del bene comune contro gli egoismi del mercato, riprende inevitabilmente forza. Il mercato viene messo allora sotto accusa a causa dei suoi «fallimenti » (oggi si tratta degli effetti di contagio della crisi finanziaria americana innescata dalla vicenda dei mutui subprime). In quei frangenti, un numero crescente di persone si rivolge allo Stato per ottenere protezione dalle conseguenze negative del malfunzionamento dei mercati. Nessuno, o quasi, sembra disposto a porsi la domanda: chi ci proteggerà dal protettore? Altrimenti detto, invocare più Stato contro i fallimenti del mercato è una prassi normale, comprensibile, nelle fasi recessive, ma questo non autorizza a dimenticare che i «fallimenti dello Stato » sono spesso più gravi, e possono avere conseguenze più catastrofiche, dei fallimenti del mercato. Noi italiani dovremmo saperlo meglio di chiunque altro. Si pensi alla società e all'economia meridionali: lì c'è sempre stato un massimo di intervento statale, di intermediazione pubblica, un massimo di Stato «protettore».

A qualcuno sembra che ciò abbia mai giovato alle condizioni della Campania, della Calabria o della Sicilia? A dispetto dei suoi tanti critici, la cosiddetta «globalizzazione », la brusca accelerazione dell'interdipendenza economico-finanziaria internazionale iniziata nei primi anni Novanta del secolo scorso, ha prodotto soprattutto effetti positivi: ha regalato una lunghissima fase di prosperità all'Occidente e, fuori di esso, ha strappato alla povertà milioni e milioni di persone. Inoltre, si è accompagnata a una diffusione delle libertà politiche nel mondo che non ha precedenti. Oggi, per la prima volta nella storia, democrazie e semi democrazie sopravanzano numericamente le autocrazie fra i regimi politici del mondo. Non è che la diffusione del mercato produca meccanicamente la diffusione delle libertà politiche. I rapporti fra mercato e democrazia sono complessi e in parte ancora oscuri: talvolta, lo sviluppo dell'economia di mercato aiuta l'affermazione della democrazia, altre volte è la democrazia che, consolidandosi, favorisce l'economia di mercato e, altre volte ancora (è il caso della Cina), l'economia di mercato coesiste a lungo con l'autocrazia politica. Però, è innegabile l'esistenza di una tendenza generale che vede associate la diffusione delle libertà economiche (di mercato) e quella della libertà politica.

Oggi si assiste a un’inversione di tendenza. Si chiedono, in America come in Europa, barriere contro la concorrenza, limiti alla circolazione dei capitali, eccetera. Ovunque si punta a un maggior ruolo nell'economia del comando politico. Ma, attenzione, il «ritorno dello Stato » non è di oggi. Possiamo dire che la sua rentrée sia iniziata dopo i fatti dell'11 settembre 2001. Ossia, con il ritorno della guerra dopo la decennale parentesi seguita alla fine della Guerra fredda. Gli anni Novanta sono stati infatti il vero decennio della globalizzazione, una sorta di Belle époque nella quale crollarono le spese militari, la diffusione della democrazia nel mondo assunse ritmi tumultuosi, l'economia di mercato portò benessere anche dove non se n'era mai visto, la politica sembrò per un momento ritrarsi dalla scena.

Dopo l'11 settembre, la politica (e dunque lo Stato), si riprese molti dei privilegi che aveva perduto nel precedente decennio. Come è inevitabile quando la sicurezza torna a essere un tema dominante. E ciò rallentò, come molti analisti osservarono, la corsa (che era stata sfrenata per tutti gli anni Novanta) della globalizzazione. Le spinte recessive di oggi sembrano portare a compimento il processo: la politica pare riacquistare pienamente un primato in precedenza indebolito. A riprova del fatto che non esistono nelle vicende umane processi «irreversibili» la spinta propulsiva propria della globalizzazione dei mercati, per effetto della rivincita della politica, probabilmente si affievolirà. Tutto questo è forse inevitabile ma a differenza di coloro che si limitano ad applaudire il ritorno della politica e auspicano che essa riesca a imbrigliare i mercati, io penso che ci saranno anche grossi prezzi da pagare: sotto forma di minor diffusione sia del benessere sia delle libertà.

Del comando politico non possiamo fare a meno soprattutto perché è a esso che affidiamo la nostra sicurezza. Rallegrarsene però non ha senso. Il comando politico è un «male necessario». In quanto tale va sempre preso con le molle, va maneggiato con prudenza. In fondo, come non ricordare che la democratizzazione della Russia venne bloccata da una guerra (Cecenia) e che l'autoritarismo di Putin è stato alimentato dal forte controllo statale sull'economia?

30 marzo 2008

da corriere.it
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« Risposta #10 il: Aprile 10, 2008, 04:11:53 »

EUROPA, SARKOZY E SPESE MILITARI

Il grande tabù delle elezioni

di Angelo Panebianco


Le questioni di politica internazionale hanno una curiosa caratteristica: in campagna elettorale valgono meno di zero, non portano voti, se ne parla il meno possibile. Però, a elezioni concluse, sono quelle questioni a provocare alcune delle più gravi turbolenze, talvolta anche sismi capaci di fare oscillare violentemente i palazzi della politica. Il governo Berlusconi si trovò immerso nella temperie internazionale seguita agli attacchi dell'11 settembre 2001 e, dopo, fronteggiò formidabili opposizioni di piazza per il suo appoggio agli americani nella guerra in Iraq. Il governo Prodi, a sua volta, con la sua risicata maggioranza, si è trovato continuamente sulla graticola a causa dell'impegno in Afghanistan. Nulla fa ritenere che le cose possano andare diversamente per il prossimo governo. Tra i tanti omissis di questa campagna elettorale c'è anche una mancanza di riferimenti ai cambiamenti dello scenario europeo. La novità è data dal ruolo del presidente francese Sarkozy. Superando almeno in parte il vecchio asse franco-tedesco, Sarkozy si sta muovendo a tutto campo con l'intento di rilanciare il primato francese in Europa. La mossa più spettacolare è stata l'intesa con il premier britannico Gordon Brown. Ne è scaturita la promessa di Sarkozy di ricucire lo strappo di De Gaulle del 1966 (quando il generale fece uscire la Francia dall'organizzazione militare della Nato) abbinandola però a un deciso impegno per la difesa europea, un tema da sempre cavallo di battaglia dei britannici. La difesa europea promette quindi di diventare, in tempi difficili per l'Unione, uno dei nuovi motori dell'integrazione. Se così sarà, i Paesi che non saranno pronti a investire risorse su questo (costoso) fronte saranno tagliati fuori dal club degli stati europei influenti. Parlare di difesa europea significa parlare di spese militari. Veltroni e Berlusconi non vi accennano. Anche nei programmi dei due partiti mancano impegni espliciti e quantificabili. Il problema è serio anche perché pesa (in stridente contrasto con i nostri impegni nelle missioni di pace) una tradizione di disattenzione ai problemi della sicurezza: se, ad esempio, sono necessari tagli di bilancio, il settore della difesa è sempre il primo a essere colpito. La «nuova Europa» è un ambiente difficile e competitivo. Conta ormai assai poco essere stato un «socio fondatore». Ora si pesa solo per la forza che si ha e per il contributo che si è disposti a dare. Se la difesa europea, come pare, diventerà una questione davvero importante nei prossimi anni, l'influenza politica tornerà a essere misurata in Europa, almeno in parte, sulla base del più classico dei criteri: la forza e la qualità dell'organizzazione militare (dimmi quante divisioni hai e ti dirò quanto conti). I leader tacciono su un tema inadatto alla propaganda ma chi vincerà se lo ritroverà sulla scrivania.

07 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #11 il: Aprile 17, 2008, 12:20:44 »

LA PROVA DEL FEDERALISMO FISCALE

La vera forza della Lega


di Angelo Panebianco


Il successo elettorale della Lega Nord sembra avere sconcertato e stupito tanti osservatori. Sconcerto e stupore sembrano dipendere dalla circostanza che, eccezion fatta per una manciata di attenti analisti del fenomeno, la Lega, nonostante la sua storia ormai ventennale e il suo radicamento territoriale, resta ancora per tanti un oggetto misterioso, un enigma, giudicato più per le periodiche intemperanze verbali dei suoi leader che per la sua natura. Il riflesso pavloviano di molti è ancora quello (come accadeva agli albori della vicenda leghista) di liquidare il fenomeno sotto l'etichetta di «movimento di protesta».

In parte, ciò dipende dalla difficoltà di comprendere che cosa davvero sia un partito regionale o territoriale. Un partito regionale è un partito che sfugge alle classiche etichette destra/sinistra: imponendosi come portavoce di una certa area territoriale, che aspira a rappresentare in modo monopolistico, è un partito interclassista e comunitario. E' un partito-comunità. Per un gruppo politico siffatto, avere un ruolo nel governo nazionale è importante ma solo se ciò rende più efficace la sua azione a favore della comunità territoriale rappresentata. La sua vera forza sta nel controllo delle amministrazioni locali e in una presenza capillare sul territorio. Come ha osservato Andrea Romano (La Stampa), non si capisce la Lega Nord se non si tiene conto della capacità che Umberto Bossi ha avuto nel corso degli anni di fare crescere una classe dirigente locale, di giovani amministratori, spesso abili, e capaci di tenersi in sintonia con le domande dei loro amministrati.

Per questo, certi paragoni reggono poco. Non funziona accostare la Lega, partito territoriale insediato in alcune delle zone più ricche del Paese e che gode del consenso di ceti produttivi, ai movimenti classici di tipo ideologico, vuoi di estrema destra (come il lepenismo in Francia) vuoi di estrema sinistra (come la sinistra massimalista in Italia). Al di là di certe somiglianze superficiali con i movimenti estremisti (e senza negare che le spinte anti-politiche possano oggi avere avuto un qualche ruolo nel successo elettorale della Lega), un partito regionale come la Lega Nord vive e prospera in virtù di un rapporto «contrattuale», di scambio, su temi concretissimi, che toccano direttamente le loro vite e i loro interessi, con i propri rappresentati. A dare forza alla sua azione, a spiegare il suo radicamento e i suoi successi, sono due circostanze. In primo luogo, il fatto che un partito regionale non deve preoccuparsi, a differenza dei grandi partiti nazionali, delle «compatibilità» (se non quando non preoccuparsene danneggerebbe i territori rappresentati) e degli interessi nazionali. Ciò lo rende meno impacciato dei partiti nazionali che devono mediare fra tanti interessi, territorialmente diffusi, e fra loro contrastanti. In secondo luogo, il fatto che il comunitarismo territoriale che lo ispira gli permette di muoversi «come se» le popolazioni rappresentate fossero internamente omogenee. Per l'interclassismo comunitario, «se ci guadagna» il territorio, ci guadagnano tutti i suoi abitanti.

In questa prospettiva, per inciso, l'erosione dell'area dell'incompatibilità di interessi, e della conflittualità, fra datori di lavoro e salariati, dovuta ai cambiamenti intervenuti nella struttura economica e sociale, può contribuire a spiegare il tracollo della sinistra classista e certi significativi spostamenti di voto operaio verso la Lega.

Per capire meglio le specificità della Lega si pensi alle differenze fra il suo ruolo nel precedente governo Berlusconi e quello svolto dalla sinistra massimalista nel governo Prodi. La sinistra massimalista tenne il governo Prodi in scacco su tutti i temi possibili, dalla politica estera al welfare, fu fonte di continua instabilità. La Lega Nord, nel passato esecutivo di Berlusconi, invece, sostenne sistematicamente le politiche governative nel loro complesso, tenendo ferma la barra sui pochi ma cruciali temi che le interessavano: l'immigrazione, la devolution. Né si può ignorare, a conferma del carattere assai pragmatico dell'azione leghista, che il governo Berlusconi fu debitore nei confronti della Lega di un ministro del Lavoro (Roberto Maroni) cui si dovette, fra l'altro, uno dei provvedimenti più significativi di quel governo: la legge Biagi.

Poiché la natura della Lega non è cambiata, nulla lascia pensare che le cose andranno ora diversamente. La Lega si impegnerà nel governo sostenendolo lealmente ma chiedendo in cambio provvedimenti precisi sulle cose che stanno a cuore ai suoi rappresentati: sicurezza, immigrazione, federalismo fiscale.

Sulla sicurezza e sulle politiche dell'immigrazione, probabilmente, non incontrerà difficoltà dal momento che esiste, su questi temi, omogeneità di vedute nel centrodestra. Assai più delicato e complesso potrebbe risultare invece il tema del federalismo fiscale: agitato propagandisticamente per anni, questa volta il federalismo fiscale entrerà davvero nell'agenda politica, diventerà oggetto di vere decisioni. Qui potrebbero insorgere problemi, anche seri, fra il partito regionale (che punta a trattenere al Nord il massimo possibile delle risorse prodotte) e il partito nazionale, il Pdl, che deve mediare fra interessi diversi e che non può ignorare le domande, di tutt'altro tenore, del Mezzogiorno. La sintesi, difficile comunque, sarà resa verosimilmente ancora più ardua dalla fase recessiva che ci aspetta. E' lecito ipotizzare che proprio sul federalismo fiscale, nei prossimi anni, il centrodestra possa giocarsi il suo futuro, garantendosi sine die, o prima o poi perdendo, il sostegno del partito regionale.

17 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #12 il: Aprile 26, 2008, 02:26:21 »

IL CASO ICHINO

Lo spirito giusto

di Angelo Panebianco


All'indomani della vittoria del centrodestra era lecito chiedersi se le profferte di collaborazione con l'opposizione avanzate da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale sarebbero state subito accantonate. Non è stato così. La richiesta, clamorosa e senza precedenti nella storia della Repubblica, che Berlusconi ha fatto al giuslavorista Pietro Ichino, neoeletto nelle liste del Partito democratico, di entrare a far parte del nuovo governo, conferma che il vincitore delle elezioni punta effettivamente a una cooperazione ampia e a relazioni diverse da quelle del passato con l'opposizione parlamentare.

E' stata evocata la Francia di Sarkozy. Ma ci sono, fra Italia e Francia, troppe differenze di contesto, di uomini, di stili politici, perché il parallelo sia davvero convincente. Nel caso italiano vale assai di più il diffuso riconoscimento che i nostri problemi sono troppo gravi e complessi per poter essere avviati a soluzione perpetuando il clima da guerra civile e da muro contro muro che ha caratterizzato le precedenti esperienze di governo dal 1994 in poi.
Ichino ha declinato l'invito ma lo ha fatto con parole che non chiudono le porte alla possibilità di convergenze fra maggioranza e opposizione su quelle tematiche del lavoro di cui egli è uno dei massimi specialisti.

A differenza di Oscar Giannino che, su Libero, ha criticato la scelta di Ichino, penso che quest'ultimo non potesse fare altrimenti. Sia perché il passaggio di un neoeletto dall'opposizione al governo sarebbe stata giudicata severamente da molti della sua parte politica, sia, e soprattutto, perché Ichino si è dato un compito assai difficile: contribuire alla affermazione, dentro il massimo partito della sinistra italiana, di una visione moderna e realistica dei problemi del lavoro, una visione che a tutt'oggi conta fieri avversari nel sindacato ed è anche destinata, verosimilmente, a incontrare resistenze nello stesso Partito democratico. Come è testimoniato dalle polemiche che, da sinistra, hanno sempre accompagnato gli editoriali che sui temi del lavoro Ichino ha pubblicato per anni sul Corriere ma anche da certe reazioni stizzite che hanno seguito l'annuncio della sua candidatura al Parlamento.

Si è aperta una partita complessa e interessante. Molto, nei rapporti futuri fra governo e opposizione, dipenderà dalle ulteriori mosse di Berlusconi. Ma molto dipenderà dalle risposte dell'opposizione. Per esempio, se Veltroni darà vita a un governo-ombra, oltre alla qualità e alla preparazione delle persone scelte, conterà lo spirito con cui esso opererà. Se il suo compito non sarà solo quello di contrastare l'azione del governo (per far questo non c'è alcun bisogno di governi- ombra) ma anche di favorire convergenze fra maggioranza e opposizione su decisioni importanti, ecco che si tratterà di un'innovazione utile per il Paese. Andrebbe per esempio in quella direzione una rinuncia da parte della maggioranza ad esprimere la presidenza della commissione Lavoro di Palazzo Madama affidandola proprio a Ichino. Certi poveri di spirito (nonché violentatori della lingua italiana) chiamerebbero tutto ciò «inciucio». Si tratterebbe, invece, del superamento di una patologia che ci ha afflitto per anni, dell'avvento di una democrazia parlamentare civile e matura.


26 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #13 il: Maggio 01, 2008, 09:51:23 »

L’APERTURA DEL PARLAMENTO

Il dialogo come metodo

di Angelo Panebianco


Il discorso con il quale il neo-presidente della Camera Gianfranco Fini ha salutato i deputati sembra uno di quei discorsi destinati a lasciare il segno. Con la sua elezione e con le sue parole, Fini è uscito del tutto dal cono d’ombra in cui — ma prima della vittoria di Gianni Alemanno a Roma— si era trovato relegato a causa delle modalità con cui era avvenuta l’aggregazione fra Forza Italia e An e del successo elettorale della Lega. Col suo discorso Fini ha inteso imporre una forte, personale impronta sulla legislatura che si apre ma anche, implicitamente, definire, dal suo punto di vista, l’identità del nuovo centrodestra. Almeno quattro passaggi del suo discorso sono apparsi finalizzati a questo scopo. In primo luogo, l’omaggio, irrituale, a Papa Benedetto XVI, che ha immediatamente seguito il più consueto omaggio al presidente della Repubblica. E' in nome del principio della laicità delle istituzioni, dice Fini, che il Parlamento deve riconoscere il ruolo della religione cristiana come cemento dell’identità culturale italiana. Con questo richiamo Fini ha inteso anche ricordare che il centrodestra, in Italia come al Comune di Roma, non mancherà mai di difendere l’identità cristiana del Paese. Questo aspetto è ulteriormente rafforzato da un altro passaggio, quello in cui, dopo avere reso omaggio alla Liberazione e alla riconquistata libertà, Fini ha sostenuto che oggi la minaccia non viene più dai totalitarismi ma dal relativismo culturale e morale. E' un altro punto su cui Fini ha voluto ribadire la sua consonanza con la lezione del Pontefice. Implicitamente, egli ha così anche affermato un aspetto centrale, dal suo punto di vista, dell’identità politica del centrodestra.

Ma ci sono almeno altri due passaggi, politicamente assai salienti. Il primo è quello in cui ha ringraziato due ex presidenti della Repubblica, Cossiga e Ciampi (ma, significativamente, non Scalfaro) per il contributo che diedero all’abbattimento degli steccati lasciati dalla storia e alla ricostituzione di una memoria condivisa. Tante cose sono accadute dai tempi di Fiuggi e Fini aveva già dato una fortissima accelerazione al superamento delle divisioni passate, soprattutto nella veste di ministro degli Esteri del precedente governo Berlusconi (il viaggio in Israele fu, a questo fine, decisivo). Ma ora, dopo la sua elezione e il suo discorso, un’epoca della storia della Repubblica si è davvero chiusa. Ci aspettano di sicuro altre divisioni ma non più quelle del passato. Da ultimo, Fini (come già Schifani in Senato) ha ribadito la necessità di un accordo fra maggioranza e opposizione sulle riforme. Più che un richiamo rituale è stata un’implicita presa di posizione contro tendenze di segno contrario che potrebbero facilmente manifestarsi. Alcune delle condizioni che giocavano a favore di un dialogo costruttivo fra maggioranza e opposizione si sono infatti indebolite. C’è una maggioranza che ha vinto tanto e potrebbe essere tentata (sbagliando) di «fare da sola» anche in materie in cui l’accordo con l’opposizione è indispensabile. E c’è un leader del Pd, Walter Veltroni, indebolito dalle sconfitte e, quindi, più condizionato, con meno margini per trattare con la maggioranza. Il richiamo di Fini è servito anche a ricordare alle due parti che senza collaborazione non si potrà fare il bene del Paese.

01 maggio 2008

da corriere.it
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« Risposta #14 il: Maggio 20, 2008, 05:50:11 »

Editoriali

I RIFIUTI E LA LINEA IERVOLINO

La battaglia decisiva


di Angelo Panebianco


Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti (ma forse così non è) che in Campania, nella drammatica vicenda dei rifiuti, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi non sarà in gioco solo la credibilità del neonato governo Berlusconi. L'immagine internazionale del Paese è stata orribilmente sfigurata a causa di quella vicenda. Senza un immediato e radicale cambio di rotta, senza un vero avvio di soluzione del problema, rischiamo di non potere mai più ridare (parole di sapore antico ma, credo, calzanti) l'onore perduto all'Italia. Di fronte al mondo come di fronte a noi stessi.

Occorre una grande concordia di intenti, una ferrea volontà di coordinamento degli sforzi fra tutte le istituzioni che contano, da quelle politiche (a tutti i livelli), a quelle ammini-strative, a quelle giudiziarie. Possibilmente, con l'impegno e il sostegno dell'intera società, della Chiesa, dei mezzi di comunicazione, eccetera. Anche perché si è ormai capito che la possibilità o meno di affrontare con successo la questione dei rifiuti dipenderà in larga misura dagli esiti del braccio di ferro fra lo Stato democratico e la camorra (che non intende rinunciare all'ultra-redditizio business dei rifiuti) per il controllo del territorio campano: una sfida che lo Stato democratico potrebbe benissimo perdere.

C'è dunque, finalmente, quella concordia di intenti? Solo in parte, a quanto sembra. Se il presidente della Regione campana Antonio Bassolino si dichiara pronto a cooperare lealmente con il governo, altri sembrano, incredibilmente, ignari della gravità della situazione. È impressionante, ad esempio, il resoconto ( La Stampa, 19 maggio) dello stillicidio di intralci posti, negli ultimi mesi, da alcune procure campane all'attività del commissario Gianni De Gennaro, al suo disperato tentativo di tamponare l'emergenza. Ed è ugualmente impressionante il contenuto dell'intervista rilasciata ieri al Corriere non da un passante ma dal sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. Invece di appellarsi ai suoi cittadini perché collaborino con le pubbliche autorità, invece di lasciare da parte le polemiche e invitare tutte le istituzioni all'azione concorde, la Iervolino (rendendo così poco credibile la sua stessa dichiarazione di voler cooperare col governo) non rinuncia a sottolineare il suo ruolo di «antagonista » di Berlusconi e della maggioranza. Con varie battute sarcastiche, come quella sulla proposta di tenere segreti i siti delle discariche: «Che facciamo? Vestiamo gli operai da Cappuccetto Rosso e camuffiamo le scavatrici da carri di Babbo Natale?». Si vede che al sindaco di Napoli mette allegria stare seduta sulla tolda del Titanic.
La storia insegna che nelle grandi tragedie un ruolo importante, in negativo, lo svolge sovente l'inadeguatezza politica di chi occupa rilevanti posizioni pubbliche.

A Napoli e dintorni è in corso da mesi una sorta di guerriglia «a bassa intensità », scontri fra dimostranti e polizia, roghi di cassonetti, eccetera. Forse la camorra, come anche nella vicenda dell'assalto al campo Rom, sta mandando un messaggio al governo e, in realtà, all'intera società italiana, un messaggio del tipo «questo è territorio nostro, non provatevi a mettervi di mezzo». Sarà difficile per chicchessia mettersi di mezzo se le istituzioni non remeranno tutte con lo stesso ritmo e nella stessa direzione.


20 maggio 2008


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