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Autore Discussione: ALDO CAZZULLO.  (Letto 62070 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Novembre 09, 2008, 04:46:57 pm »

Usa 08 - la societa' «No a una Revolución nera»

La trincea di Little Havana

La paura degli esuli cubani. Ma i loro nipoti stanno con Obama

DAL NOSTRO INVIATO


MIAMI — «Obama, Osama/juntos en la cama…». La battuta che gira tra i tavoli, sul nuovo presidente che divide il talamo con il nemico, poteva nascere solo dalle fervide menti dei cubani di Miami. Gente immaginifica, che ha chiamato il suo ristorante simbolo Versailles come la reggia del Re Sole, il piatto-bandiera moros y christianos che non sono neri e bianchi ma fagioli e riso, e ora esercita la sua fantasia su una nuova era che la lascia scettica. Little Havana, la Cuba in esilio a Miami, è all'opposizione. In tutta l'America, e anche nel resto della Florida, gli ispanici hanno votato in gran parte Obama. Tranne qui, dove McCain supera il 67%, e il presidente eletto divide il quartiere, le generazioni, anche le famiglie.

Nella sede del più acceso movimento anticastrista, l'Alpha 66 — un tempo luogo di cospirazioni, oggi semplice posto di ritrovo, vicino alla fiamma eterna che ricorda «los martires» della Baia dei Porci —, i vecchi esuli commentano indignati quello che considerano il voltafaccia della famiglia Pujol. Il nonno, José Luis, popolare voce della radio cubano-americana, si è battuto come un leone fino all'ultimo: «Se vince Obama avremo anche noi i pionieros nelle scuole», vale a dire i balilla di Fidel. Ma la nipote, Alexandra Palomo-Pujol, 24 anni, si è schierata con Barack, ha aperto per lui un comitato elettorale e ha trascinato con sé pure la madre, Rosa, per la disperazione degli anziani. Il nonno, capelli candidi, sguardo ombroso, non si dà pace. Sostiene che si è avverato l'incubo degli Anni Settanta: «Ora l'America conoscerà davvero il Black Power, il potere nero. Sento parlare di rivoluzione. Una parola che mi fa paura. Cominciano tutti con nobili intenzioni e finiscono per arricchirsi e impoverire il popolo». La nipote, bionda tinta, sorriso smagliante, dice che «dobbiamo pensare al futuro in America, non al passato a Cuba. La nostra dev'essere vita, non esilio. Obama ha una storia da emigrante, come noi. È davvero una rivoluzione».

José Luis Pujol e i cubani repubblicani vorrebbero un embargo ancora più duro, fino alla caduta del regime. Alexandra Pujol e i cubani democratici chiedono di poter visitare la madrepatria più spesso che una volta ogni tre anni, di poter mandare più dollari ai parenti sull'isola. Il nonno è rimasto con i coetanei sull'Ottava strada anzi Calle Ocho, il cuore della piccola Avana, con i tavolini da backgammon sotto le palme, i murales con George Washington e José Marti abbracciati e la paella criolla di Versailles. La nipote si è trasferita a Coconut Grove, dove nel '68 c'erano gli hippy e ora ci sono gli yuca, young urban cuban american, giovani rampanti che girano in cabriolet e bevono margaridas da mezzo litro. Lo scrive il Miami Herald: anche tra i cubani, sotto i 29 anni Obama vince; sopra i 65 anni non arriva al 20%. I capi della comunità, ovviamente, rendono omaggio al nuovo potere.

I tre riconfermatissimi deputati repubblicani, Ileana Ros-Lehtinen e i potenti fratelli Mario e Lincoln Diaz-Balart, hanno espresso guardinga stima per Obama. Proprio come il sindaco Manuel «Manny» Diaz e il presidente della contea Carlos Alvarez: tutti sostenitori di McCain. Altri cubani guardano a Obama con sincera speranza. Insospettabili come José Basulto, anticastrista storico, reduce della Baia dei Porci, collaboratore della Cia. Emergenti come Joe Garcia, ex portavoce della Fondazione cubano-americana, candidato sconfitto alla Camera. Si è lasciato fotografare con Barack pure Don Francisco, il presentatore sovrappeso citato nel Guinness dei primati perché conduce da quasi cinquant'anni la stessa trasmissione, Sabato Gigante, dove ha fatto spassose interviste in anglo-spagnolo a Bush.

Ai cubani tutto sommato quel presidente che parlottava la loro lingua — Vamos a ganar! Vamos todos contra el comunismo! — non dispiaceva. George W qui vinse entrambe le volte, anche grazie al fratello governatore Jeb e alla moglie messicana Columba Garnica Gallo Bush, la cui biografia La Cenerentola della Casa Bianca ha come sottotitolo E' troppo tardi papà: così rispose Jeb al padre che gli suggeriva di cambiare fidanzata; il nipotino fu poi chiamato, a sorpresa, George. Ora i democratici hanno sfatato la maledizione della Florida, che costò la Casa Bianca a Gore e Kerry e la vita a 4.200 soldati Usa e centinaia di migliaia di iracheni. Anche questo è motivo di insoddisfazione, spiega Vilfredo Del Toro, nome da guerrigliero o da attore, che nel suo negozio di immagini sacre sulla Calle Ocho ha sì una foto del Che, ma non spavaldo con il basco: «bucherellato», come lo definisce lui, e disteso sul tavolo dell'obitorio. «Obama è un'estremista e non mi piace. Però noi siamo stanchi di vedere i nostri figli cadere dall'altra parte del mondo, mentre a novanta miglia da qui Castro morirà indisturbato nel suo letto, speriamo presto. Una vergogna per tutti noi».

Non è proprio così. I cubani non hanno bisogno di arruolarsi. Controllano il business più redditizio, quello dei funerali: non si ha idea, dice Del Toro che con i suoi santini lavora nell'indotto, di quanti pensionati del New Jersey e del Minnesota vengano a morire qui. Questo suscita qualche invidia tra gli altri latini. E poi i salvadoregni scampati agli squadroni della morte, e gli haitiani usciti vivi dall'illuminato governo di Papa Doc Duvalier, faticano a comprendere perché un cubano appena tocca terra abbia diritto al permesso di soggiorno, mentre loro se lo debbano sudare in anni di lavoro nero. Pure per questo hanno votato in massa per Obama. Che qui ha vinto anche grazie a un'altra comunità influente. Gli ebrei della Florida sono 800 mila. Portatori di grande autorità morale. A Miami vive uno dei gruppi più numerosi di sopravvissuti alla Shoah, qui ricordata da un monumento con decine di donne e bambini raffigurati negli spasimi dell'agonia.

Il museo ebraico ricorda altri patimenti: le conversioni imposte dagli spagnoli, i cartelli che ancora negli Anni ‘30 vietavano l'ingresso agli alberghi déco di Ocean Drive a miliardari newyorkesi che avrebbero potuto comprarli e licenziare tutti. Oggi la comunità ha come punto di riferimento il console di Israele, vecchia conoscenza dell'opinione pubblica italiana: Ofer Bavly, che a Roma fu il combattivo braccio destro dell'ambasciatore Ehud Gol. Spiega Bavly che per gli ebrei della Florida la sicurezza di Israele è un punto non negoziabile, ma Obama ha dato ampie garanzie al riguardo. Anche per questo l'ha appoggiato — spostando più di un voto latino — pure Don Francisco; che si chiama in realtà Mario Kreutzberger, figlio di Erik Kreutzberger fuggito dalla Germania dopo la Notte dei Cristalli.

Aldo Cazzullo
09 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #16 inserito:: Novembre 10, 2008, 11:48:08 am »

L'ex capitale dell'automobile colpita dalla crisi

Fabbriche chiuse e casinò, gli obamiani tristi di Detroit

La vittoria democratica non ha acceso grandi speranze
 

DAL NOSTRO INVIATO


DETROIT - La faccia imbronciata, gli occhi assenti, il gesto meccanico, il ritmo e pure l'orario sono gli stessi di quando lavoravano in fabbrica. Ora però gli operai neri li trovi alle 7 del mattino al Greek Casinò, uno dei cinque di Detroit; in mano, un canestro da pop-corn pieno di monetine, che infilano nelle 2.400 slot-machine con la stessa mogia compulsività con cui ancora il mese scorso si piegavano sulla catena di montaggio. Per vedere la faccia triste dell'America non è necessario scendere al confine con il Messico; si può salire qui al Nord, nel Michigan. Un tempo tra gli Stati più ricchi, ora precipitato al 32˚ posto come reddito pro capite, ma balzato in testa per criminalità e disoccupazione. Qui, dove Barack Obama affronta la prima crisi della sua presidenza.

Ci sono ancora, gli operai della capitale dell'automobile, dai volti accesi, ottimisti e quasi tutti bianchi. Sono sul murale che Diego Rivera affrescò su commissione della famiglia Ford nel 1932, quando Detroit era la più grande città-fabbrica del mondo. Stamattina sono quasi tutti neri gli operai che arrivano al lavoro in auto, nello storico stabilimento di Pontiac della Gm. La fabbrica è chiusa, ma loro non hanno un altro posto dove trovarsi. Quando ci sono tutti, partono per il centrocittà, verso uno dei nuovi casinò aperti dal sindaco nero Kwame Kilpatrick prima di finire in galera, il mese scorso: ha licenziato il vicecapo della polizia che minacciava di rivelare la sua storia con la segretaria. «Non ho nessuna storia!» assicurò il sindaco. Poi trovarono gli sms. Così la gestione politica della crisi grava sulla governatrice del Michigan, Jennifer Granholm, la signora bionda apparsa alle spalle di Obama nella prima conferenza stampa dopo la vittoria.

Sarà Detroit il banco di prova. Se fallisse anche una sola delle tre grandi compagnie dell'auto, la recessione che già si intravede precipiterebbe. Il problema è che tutte e tre sono sull'orlo del fallimento. Gli ultimi dati sono di venerdì scorso. La General Motors perde un miliardo di dollari al mese e il portavoce Tony Sapienza annuncia altri 3.600 licenziamenti. La Ford ha denaro per tirare avanti fino all'aprile 2009, a patto di tagliare un altro 10% del personale, già diminuito del 40% in tre anni. I dati della Chrysler - amministrata dall'italoamericano Bob Nardelli erede dell'italocanadese Tom LaSorda e del mitico Lee Iacocca - non si conoscono: il fondo Cerberus che la controlla non è tenuto a comunicarli; ma si sa che è messa ancora peggio. Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera, ha ripreso per conto di Obama le trattative sospese da Bush. I manager dell'auto chiedono altri 25 miliardi di dollari, oltre ai 25 già stanziati dal piano Paulson. Inoltre Rick Wagoner della Gm chiede 10 miliardi per accollarsi la Chrysler. Obama è pronto a dare molto, a un patto: che non siano soldi gettati nella fornace delle perdite, ma servano a «fare altre cose, in modo diverso».

La nuova amministrazione democratica vagheggia un «big bang» dell'auto: meno Suv, più piccole cilindrate; meno consumi e inquinamento, più ricerca e nuove tecnologie. Il panorama di oggi è desolante. «Jefferson, Daimler-Chrysler» è ancora scritto alle porte dell'unico stabilimento ancora aperto in città. La Chrysler non è più della Daimler ma il nome del nuovo padrone, appunto Cerberus, non è apparso tranquillizzante. Il parcheggio degli operai è mezzo vuoto; quello delle auto invendute è pieno. Hamtramck, la fabbrica delle Cadillac e delle Buick, è un bastione assediato da ciminiere spente e capannoni dai vetri rotti. All'interno la situazione non è migliore, spiega G.F., ingegnere italiano che chiede di restare anonimo per non ingrossare le fila dei licenziandi: «Io mi sono formato in Fiat, dove l'automazione è molto più avanti. Qui ho lavorato tre settimane alla catena di montaggio, e pensavo di diventare matto: le auto si fanno ancora a forza di braccia, ma la fatica mentale è ancora peggiore. Pure le relazioni sindacali sono antiche. La scena per cui vieni convocato e licenziato si vede solo nei film, o in altre aziende. In Gm liberarsi di un dipendente costa almeno 65 mila dollari, e le trattative non finiscono mai».

Il rapporto tra Detroit e Chicago veniva paragonato a quello tra Torino e Milano: qui la fabbrica, là il terziario; Detroit guardava alla sua vicina come a una città affarista e remota, Chicago la ignorava. L'accostamento non regge più. Detroit, a differenza di Torino, non ha investito in tecnologia e non si è diversificata. L'unico business alternativo sono gli ospedali, che impiegano 10 mila infermieri. Da Hamtramck parte l'Eight Mile, il Miglio 8 del film di Eminem, che è di queste parti. Un'officina riparazione freni mezza chiusa, e un topless bar. Un ufficio per assicurazioni auto (il 75% delle polizze dura un mese, poi scade e si gira senza), e un sexy-shop. Un negozio di pneumatici usati, e una sala massaggi. Fermate di bus deserte: non a caso Michael Moore - che è di Flint, qui vicino - scrive che «se dovete prendere un bus a Detroit portatevi Guerra e pace, lo finirete prima che arrivi». L'unica fabbrica che fuma e stride come l'officina di Vulcano è la Warren Truck, gruppo Chrysler, dove si fanno anche i carri armati.

La vittoria di Obama è scivolata via senza accendere grandi speranze. Qui la campagna elettorale quasi non s'è vista: le primarie sono state invalidate; McCain ha tentato qualche comizio, vista l'accoglienza ha chiuso gli uffici e congedato i volontari. Il motivo d'agitazione è un altro: martedì 18 torna dopo tempo la figlia più illustre di Detroit, Madonna; il concerto è già esaurito. Altro fattore di orgoglio è l'università del Michigan, dove hanno insegnato Fermi e Sabin e ora più modestamente si allena Michael Phelps.

La crisi morde anche le grandi tradizioni sportive di Detroit: i Pistols non vincono l'Nba dal 2004, i Tigers erano i favoriti nel baseball ma non sono arrivati ai playoff, nel football i Lyons hanno perso otto partite su otto. «I Lyons sono della famiglia Ford, e da sempre indicano la salute della città - ci spiega Ron Dzwonkowski, editorialista del quotidiano locale, che si chiama Detroit Free Press ma si paga -. Purtroppo si tratta di fondere, o almeno far collaborare, tre aziende diverse, tre mentalità incompatibili. La Ford è una famiglia, in ogni senso. È Detroit. La Gm è una public company. La Chrysler è di privati che hanno sbagliato investimento. Ora la prospettiva, se Obama mette i soldi e tutto va bene, è una fusione che segnerebbe la fine del marchio Chrysler e la perdita di 35 mila posti, più 70 mila nell'indotto. In una città dove la disoccupazione ufficialmente è al 9%, ma in realtà nei quartieri degradati è al 40, sarebbe drammatico». Da qui la voce, con ogni probabilità una leggenda metropolitana, che gira a Detroit: un reparto di polizia militare sarebbe stato richiamato dall'Iraq per timore di sommosse, come quelle devastanti del '67. Ma c'è un piano B, forse più efficace. Dall'altra parte del lago, in Canada, sta per aprire un nuovo casinò.

Aldo Cazzullo
10 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #17 inserito:: Novembre 14, 2008, 05:53:24 pm »

Il personaggio L'ex leader udeur: arrivato in Parlamento regalò un pastorello da presepio alle deputate

Mastella: l'ho cresciuto io. Abile ma sfaticato

E De Mita: ha stile e capacità, lo proposi come sindaco di Napoli


ROMA — Il senatore Riccardo Villari è grande esperto di epatite C. Di conseguenza, è stato eletto presidente della Commissione vigilanza Rai. Un tecnico. Attenzione però a sottovalutarlo. «Riccardo è uno intelligente, svelto. Capisce la politica. Sa come muoversi».

Parola di Clemente Mastella, che lo ebbe al suo fianco, anzi, di più: «L'ho cresciuto io. Lo presi dal Cdu, portandolo via a Buttiglione. Lo feci segretario regionale in Campania», il core-business del partito. «Poi lo feci eleggere consigliere regionale. Quindi lo portai in Parlamento, nel 2001. Lui esordì alla grande, regalando a tutte le deputate una statuetta di pastorello da presepe napoletano. Purtroppo finì come sempre in questi casi: crescono con me, poi quando arrivano in alto mi abbandonano. Così passò con Rutelli. Ma non ce l'ho con Villari, anzi, mi è carissimo. Perché è stato tra i pochi democratici cristiani a restarmi vicino, nei giorni della disgrazia. Mi chiamò. Venne anche a casa mia. Ancora adesso mi telefona spesso, mi chiede consigli».

Nessun difetto?
«Bé, è un po' sfaticato — spiega Mastella —. Viene da una famiglia importante, di medici facoltosi. E' un altoborghese napoletano, e di conseguenza ha una concezione altoborghese della politica».

Cioè?
«La domenica, mentre io giravo le parrocchie e le sagre del Sannio, lui andava a Capri». Non a caso, due delle quattro proposte di legge che Villari ha presentato come senatore riguardano «misure a sostegno delle isole minori» e «istituzione dell'Osservatorio dei porti turistici e della nautica». Cinquantadue anni, epatologo, sposato e separato, casa a Posillipo, gran tifoso del Napoli, Villari viene allo scoperto in politica dopo Tangentopoli. Mastella lo ricorda già nella Democrazia cristiana. Ma è nella Margherita che si imbatte nel suo secondo mentore: Ciriaco De Mita. «Ci siamo conosciuti scontrandoci. Lui si candidò contro di me alla segreteria regionale».

Chi vinse?
«Vinsi io — racconta De Mita —. Del resto, io ho perso una sola volta, contro Veltroni. Comunque, questo Villari mi rimase impresso. Si era mosso con grande stile e una certa capacità. Ha tutti i pregi dei napoletani: moderazione, garbo, accortezza. Così, quando sembrava ci fosse da scegliere il successore della Iervolino a sindaco di Napoli, indicai lui. L'accordo era fatto, ma Bassolino organizzò una raccolta di firme per chiedere la riconferma di Rosetta. Che proseguì a fare il sindaco. Anche se in realtà non l'ha mai fatto».

E Villari, che farà?
«Secondo me non deve dimettersi. Io lo apprezzo molto, anche perché, a differenza di altri, ha mantenuto con me un rapporto affettuoso anche dopo la mia cacciata dal Pd. Dovrebbe restare alla guida della Vigilanza, in attesa che si mettano d'accordo. Dimettersi per alimentare lo scontro non avrebbe senso. E poi sarebbe un buon presidente». Al termine dello slalom tra Dc, Cdu, Udeur, Margherita, Villari è approdato nel Partito democratico, e pure qui si muove molto. L'hanno visto sia alla riunione campana di Red, la corrente di D'Alema, sia all'incontro degli ex popolari ad Assisi: per cui è classificato nella casella dei marinian-dalemiani. Da direttore del Riformista l'ha interpellato spesso un altro che lo conosce bene, Antonio Polito, che è stato con lui parlamentare della Margherita.

«Villari è tra quelli che considerano sbagliato l'arroccamento dell'opposizione sul nome di Orlando — dice Polito —. Per questo la maggioranza l'ha scelto. Però lui non è un nuovo Sergio De Gregorio, che fece l'accordo nottetempo con Berlusconi. Non è un "traditore" e forse alla fine si dimetterà; però nel frattempo fa bene a consultarsi con i presidenti delle Camere e pure con Napolitano, se sarà ricevuto. Del resto un partito è un organo complesso, non esiste solo il segretario...».

Quali sono invece i consigli di Mastella alla sua creatura?
«Prendere tempo, innanzitutto». Donadi dell'Italia dei Valori dice che ora Villari consulterà pure il Papa. «Intanto si gode il suo giorno di gloria. Poi temo sarà costretto a dimettersi. Si tratta però di muoversi in modo da poter rientrare». E come? «Se Villari rinuncia, almeno provvisoriamente, Veltroni può dire a Di Pietro: "Visto? Ho fatto dimettere uno dei miei, adesso cambiamo cavallo, tu devi rinunciare a Orlando. Ma siccome Di Pietro è testone e forse non rinuncerà, a quel punto dopo il voto regionale in Abruzzo Villari potrebbe tornare in sella. Sarebbe l'ennesima vittoria postuma della Democrazia cristiana e, se permettete, dei mastelliani».

Aldo Cazzullo
14 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #18 inserito:: Novembre 23, 2008, 11:28:26 am »

Il libro

Da giovedì in libreria «Il guastafeste» dove il leader dell'Italia dei valori ricostruisce la sua esperienza di magistrato e poi di politico

Di Pietro: Berlusconi è come Hitler

Gardini? Forse avrei potuto salvarlo

L'ex pm nella sua autobiografia: da nazista volere i giudici in manicomio


Berlusconi accostato a Hitler. Veltroni «ingenuo». Il Pd giunto «alla resa dei conti tra lupi». E parole mai sentite su Tangentopoli. Come quelle che Antonio Di Pietro affida al suo intervistatore Gianni Barbacetto, nell'autobiografia Il guastafeste che Ponte alle Grazie pubblicherà giovedì, e che il Corriere ha letto in bozze: «Provo un grande rammarico per la vicenda di Raul Gardini, perché forse avrei potuto salvarlo... ma quello che ho fatto l'ho fatto per mantenere la parola data. È anche per questo che Gardini oggi non c'è più».
«Avrei potuto salvarlo»

Racconta Di Pietro: «Riesco a trovare le prove della responsabilità di Gardini nei pagamenti» delle tangenti Enimont, e «ottengo da Ghitti una misura cautelare. Il suo avvocato comincia con me una trattativa: Gardini vuole consegnarsi alla giustizia, ma senza andare in carcere». L'appuntamento è a Palazzo di Giustizia, alle 8 e 30 del 23 luglio 1993. «Do la mia parola all'avvocato: non andremo ad arrestarlo. Mi sarei riservato di decidere in base all'esito della deposizione. Se avesse parlato lui, sarebbe stata la caduta degli dei. Avrebbe raccontato dei soldi dati a tutti i partiti, compresa la valigia a Botteghe Oscure per il Pci». Il giorno prima, l'avvocato ribadisce le condizioni: «Gardini non dev'essere messo in manette. Lo porteremo in procura, però ci deve arrivare libero, con i suoi piedi». Di Pietro però non si fida. «Rispetto il patto, ma mi assicuro che non scappi. Il giorno prima faccio mettere sotto controllo la sua abitazione di Milano, l'abitazione di Ravenna, l'abitazione di Roma. A notte fonda, i carabinieri mi avvertono che Gardini sta arrivando nella sua casa di Milano, in piazza Belgioioso. "È in arrivo, dottore, lo prendiamo?". In quel momento, avrei potuto salvare Gardini. Se avessi detto: "Prendetelo"! Gardini sarebbe vivo. Ma avevo dato la mia parola. Così ho risposto: "Comandante, fermi tutti. No, non arrestatelo. Tenete discretamente sotto controllo la casa"».
«Alle 8 del mattino dopo, Gardini telefona all'avvocato. So per certo che stava per venire da me. Poco dopo è successo l'irreparabile. Mi precipito a Palazzo Belgioioso, e vedo subito che tra i giornalisti accorsi e qualche carabiniere poco accorto sta già montando un giallo: "L'hanno ucciso!" sussurra qualcuno, e a riprova fa rilevare che la pistola è appoggiata sul comodino mentre Gardini è riverso nel letto. Io chiamo seduta stante il maggiordomo, e lui mi spiega che la pistola l'ha spostata lui, dopo aver trovato Gardini che l'aveva usata per uccidersi, nel tentativo di soccorrere il morente».
Mani pulite
«In procura ero snobbato, molto snobbato. Ero considerato un poliziotto, ero ricordato come il poliziotto che i miei colleghi avevano conosciuto. Fino a qualche mese prima avevo lavorato come commissario al IV distretto di polizia, e quasi quotidianamente avevo portato ai pm milanesi di turno gli arrestati del giorno e della notte precedente...». «È stata importante anche la mia esperienza di perito elettronico », e soprattutto un cambio di strategia: «Prima, nel reato di corruzione, si puntava a indagare sul corrotto, sul politico. Io mettevo con le spalle al muro i corruttori, gli imprenditori. Gli imprenditori non erano i più deboli, ma i più opportunisti: quelli che avevano più convenienza a parlare». Tra i paradisi fiscali, Di Pietro indica «anche la Città del Vaticano, con la sua banca Ior. Spiace dirlo, ma è la verità». Oggi «Tangentopoli c'è ancora, ed è più agguerrita di prima».
Gli ex comunisti
«L'ha detto Craxi, lo dice Berlusconi. Ma i primi a sostenere che Mani Pulite è stata un'operazione politica per eliminare alcuni partiti sono stati, incredibile a dirsi, quelli dell'allora Pds, non appena si accorsero che indagavamo anche sui loro cassieri, Pollini e Stefanini. È successo quando siamo andati a fare una perquisizione alle Botteghe Oscure. Dovevamo capire che fine aveva fatto un miliardo di lire: Cusani racconta che Gardini l'ha portato a Botteghe Oscure. Piaccia o non piaccia, quel miliardo lì è entrato, anche se non siamo mai riusciti a sapere a chi è arrivato. I segretari politici d'allora, Occhetto e D'Alema, io li ho chiamati, ho chiesto che fossero anche sentiti in aula, ma il presidente del tribunale ha deciso che non c'erano elementi nemmeno per sentirli come testimoni».
Versace e Ferrè
«Libero ha dedicato due pagine a Santo Versace, titolo: "Così ho sconfitto Di Pietro". Ma che sconfitto! L'indagine, su Versace come su tanti personaggi della moda, riguardava le tangenti alla finanza. Ricordo ancora quando Ferrè è venuto da me a spiegarmi, con la camicia fuori dai pantaloni: mi ha fatto impressione, lui che era un grande stilista. Ebbene: le tangenti sono state pagate, i finanzieri sono stati condannati. Versace è stato condannato in primo grado e in appello e alla fine, in Cassazione, ha convinto l'ultimo giudice di essere stato costretto a pagare».
I miei errori
Di Pietro nega di aver mai ricevuto una Mercedes: «Dopo averla tenuta in prova per qualche giorno, mi resi conto che consumava troppo. Perciò non la comprai ». Ammette di aver ricevuto un prestito da cento milioni, ma precisa di non averli restituiti «con banconote avvolte in carta di giornale. Li ho restituiti con assegni». Riconosce che fu «un errore». «Oggi andrei in banca piuttosto che da un amico a chiedere un prestito». «Ho conosciuto l'ambiente craxiano milanese, ma appena ho capito di che pasta fosse fatto, l'ho perseguito penalmente senza guardare in faccia nessuno, anche se avevo avuto rapporti di frequentazione con alcuni di quell'ambiente».
Berlusconi
«Il mio partito viene sempre più visto come la vera, unica opposizione al modello fascistoide di governo berlusconiano, fatto di furbizie, favoritismi, leggi ad hoc, manganelli e accenni di xenofobia». «I magistrati? Rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: l'ha affermato lui stesso! Non credo che bisognerà aspettare molto. La "soluzione finale" è vicina per i giudici». «I soldati nelle città? Neanche sotto il regime fascista si era tentato di infinocchiare l'opinione pubblica in tal modo. Neanche Mussolini, con le sue otto milioni di baionette, aveva osato tanto! ».
Le avances del Cavaliere
È il 1994. Berlusconi telefona dal Quirinale, dov'era salito per accettare l'incarico di formare il nuovo governo. «Mi dà un indirizzo: via Cicerone numero 40. Lì trovo scritto sul portone: Studio Cesare Previti ». L'offerta è di fare il ministro dell'Interno; «intanto La Russa aveva fatto la stessa operazione con Davigo: a lui viene proposto di fare il ministro della Giustizia». Borrelli li convince a rifiutare. Ma un anno dopo Berlusconi invita Di Pietro a casa. «Succede nel febbraio-marzo 1995. È la prima e ultima volta che entro nella villa di Arcore. Berlusconi mi propone di entrare nella squadra: vieni in Forza Italia, non siamo nemici, abbiamo le stesse idee liberali. Io ho risposto che non era il momento per me di fare scelte. Berlusconi adombra allora l'ipotesi di incarichi di prestigio nell'amministrazione dello Stato, al vertice della polizia o dei servizi di sicurezza. Tutti e due stiamo stati molto attenti a non scoprirci. Ci siamo annusati, e abbiamo capito che non era cosa».
Altre avances
«Franco Frattini mi chiamò quando era ministro della Funzione Pubblica nel governo Dini. Mi disse che voleva fare un partito con me, perché lui con Berlusconi non c'entrava nulla. Anche Buttiglione mi chiamò e mi invitò a casa sua: cercò in tutti i modi di convincermi a fare con lui un partito contro Berlusconi. Giovanardi mi scrisse una lettera in cui osannava me e Mani Pulite, e ora non perde occasione per attaccarmi. Non le dico poi le volte che sono stato circuito da Casini...».
Giuliano Ferrara
«Nel collegio del Mugello lo stracciai. Lui, che tanto se la tirava!».
Prodi
«Nel 2006 mi aveva offerto di fare il ministro delle Telecomunicazioni. Però non ero considerato molto affidabile per la pax politica bipartisan di controllo dell'informazione pubblica. Sia a destra, sia a sinistra c'è qualcuno che mi guarda con fastidio. Come ora dimostra il caso Orlando». «Poi Prodi mi chiese di andare ai Lavori pubblici, e mi disse che era stata un'idea di una sua nipote». L'indulto? «Romano l'ha subìto più che voluto». «Prodi è stato impallinato dalla sua stessa coalizione. Anche, a volte — per onestà intellettuale devo ammetterlo — dall'agrodolce dell'Italia dei Valori».
Il Pd
«Sono tornati i vecchi lupi d'apparato. In tutto il Paese, ormai, stiamo assistendo a un redde rationem da Ok Corral che non rende giustizia all'impegno di Veltroni. Il Pd mi sembra un'identità in cerca di autore. Con quale Pd avrei dovuto fare il gruppo unico?».
Veltroni
«Inizialmente ha abboccato all'amo berlusconiano. In modo genuino, ma anche un po' ingenuamente, si è dichiarato disponibile a dialogare con Berlusconi». «Su di noi ha detto bugie, ci ha rivolto un attacco tutto basato su falsità. La prima falsità è che avremmo violato il patto. La seconda, quella che Veltroni va ripetendo dappertutto, è che l'Idv sarebbe a favore del reato di immigrazione clandestina. Mi ha fatto arrabbiare, anche se ho dovuto reprimere la voglia di dirgliene quattro, per il bene dell'alleanza». «Ora mi pare che abbia capito il madornale errore». E con Berlusconi «ha cominciato a comportarsi proprio come me».
Bossi
«Potremmo dire che il mio partito sta al Pd come la Lega sta al Pdl. La Lega non è solo il dito medio di Bossi o la bandiera strappata, ma si regge sul lavoro di tanti amministratori locali. Noi siamo una Lega non del territorio, ma dei valori. Non è un caso che nei nostri manifesti, in Lombardia, abbiamo messo il disegno della gallina cui la politica romana ruba le uova: è lo stesso, identico simbolo usato a suo tempo dalla Lega».
In seminario
«Quando andavo a scuola non potevo giocare con i figli di quelli che non venivano in chiesa, con il figlio del muratore, perché era comunista. La mia era una famiglia cattolica, anzi direi ecclesiastica, piena di parenti preti e suore in giro per tutto il mondo, dalla Bolivia al Paraguay. Io stesso sono stato anni in seminario».


Aldo Cazzullo
23 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #19 inserito:: Dicembre 08, 2008, 10:03:48 am »

Lo storico «girotondino»

«Questo partito può finire come il Psi»

Ginsborg: nelle amministrazioni pd clientelismo e nepotismo, Cioni un uomo di destra


DAL NOSTRO INVIATO

FIRENZE — Paul Ginsborg è appena tornato nella sua casa d'Oltrarno, dopo quattro mesi a Berkeley. Ha davanti il titolo dell'Espresso — Compagni Spa — che ha fatto infuriare il sindaco di Firenze, e i quotidiani con la foto di Domenici in catene. Cultore di storia repubblicana, «ideologo» della fase nascente dei girotondi e protagonista dell'episodio-simbolo, la disputa con D'Alema al Palasport davanti a migliaia di fiorentini: «Vinsi io, 3 gol a 1. Anche se D'Alema forse non la pensa così». Professor Ginsborg, Cordova dice al «Corriere» che gli scandali di oggi chiudono, sul versante sinistro, il cerchio di Tangentopoli. È così? «Non c'è dubbio che la cronaca di questi giorni vada inquadrata in un contesto storico che comincia nell'89. Allora i postcomunisti non riuscirono ad elaborare un progetto forte che spezzasse l'intreccio tra l'azione politica e il clientelismo. Uno storico male italiano: il rapporto verticale tra patrono e cliente. Gli antichi romani l'avevano codificato. Andreotti lo teorizzò nel '57, quando disse che la domenica mattina, anziché riposare, lui e gli altri democristiani si prendevano cura delle famiglie disagiate».

 
D'Alema e Veltroni
La sinistra aveva un atteggiamento diverso? «Non ho mai mitizzato il Pci. E non amo parlare di questione morale. Ma a sinistra questo male veniva studiato: penso al lavoro di Mario Caciagli su Catania, di Percy Allum su Napoli, di Amalia Signorelli sul Salernitano; Chi può e chi aspetta era il felice titolo del suo libro. E a sinistra c'era l'orgoglio della diversità, della fibra morale, della connessione tra etica e politica». C'era. E adesso? «Oggi il rapporto tra patrono e cliente non viene più studiato. In compenso, è fiorito. Il patrono non è più il proprietario terriero che dispone delle cose proprie; è il politico che dispone delle cose pubbliche. Anche molti politici di sinistra». Berlusconi dice che la questione morale riguarda il Pd. «Berlusconi è un grande patrono. Lo dimostra anche con il linguaggio del corpo: ha sempre le mani sulle spalle di qualcuno. Ma il clientelismo e il nepotismo si ritrovano anche nelle amministrazioni del Pd. E non vedo tensione su questo tema al suo interno. Neppure il Pd affronta il grave problema della forma e del ruolo dei partiti. Molti meno iscritti, molto meno consenso. Il partito di massa cede il posto allo staff del leader. Il primo è stato Tony Blair».

Si disse qualcosa di simile del governo D'Alema nel 2000, con Velardi e Latorre. «L'impressione era quella. D'Alema aveva quell'atteggiamento. Ma non solo D'Alema. Se il centrosinistra non cambia direzione, può fare la fine dei socialisti craxiani negli anni '90». Addirittura? «Se il Pd non si apre alla democrazia partecipata, se non si rivolge ai cittadini e si limita a fare da mediatore, a tenere i contatti con i poteri forti economici, diventa indistinguibile dagli altri partiti. Il clientelismo di Cioni nei suoi meccanismi non è diverso da quello della destra». Che succede a Firenze? «Le racconto un episodio. Quando Domenici fu eletto, fondammo un comitato per lo sviluppo sostenibile dell'Oltrarno. Andammo dal sindaco, portammo proposte per migliorare il traffico e la vita. Lui sembrò disponibile. Distinse tra le cose da fare subito, quelle di medio e quelle di lungo termine. Decise la chiusura temporanea di due strade, un'ora al giorno, per fare andare i bambini a scuola. Buon inizio. Ma tutto finì lì. Fu commissionato a Carlo Trigilia un piano strategico per la città; ma nel 2005 l'intero comitato scientifico si dimise, e oggi l'inquinamento a Firenze è sopra il livello di guardia. Se non hai una visione complessiva della città, finisci per occuparti solo di edilizia, project-financing, poteri forti. Domenici si è comportato come gli altri politici di sinistra con cui abbiamo discusso, da D'Alema a Chiti: ascoltano; spesso ci danno ragione; e poi fanno come se nulla fosse stato. Un muro di gomma».

Domenici si è incatenato sotto «Repubblica». «Mi dispiace, ma non lo vedo come vittima. Preferisco prenderla con leggerezza. Non a caso si è incatenato a Roma; se l'avesse fatto a Firenze avrebbe violato il regolamento del suo assessore Cioni. Vietato disturbare la pubblica quiete, vietato esporre targhe e bacheche senza autorizzazione... C'è però una cosa che mi ha colpito molto del caso Domenici. Il cartello che inalberava». «Sì alla difesa della dignità e dell'onorabilità». «Ecco, la parola chiave è onore. Sento un'eco della vecchia Italia, della profonda cultura mediterranea. L'Italia ha grandi meriti che il mondo anglosassone non ha; ma nei Paesi anglosassoni non ci si appella all'onore maschile. Ci si difende laicamente in tribunale. La stessa eco la sento nel tragico suicidio di Nugnes: un'altra storia che ci riporta agli anni di Tangentopoli. Perché reagire così? Perché non dimostrare la propria innocenza, oppure patteggiare la pena? Siamo tutti esseri umani, non dei, e possiamo tutti sbagliare». Lo scontro tra procure? «Brutto. I giudici non dovrebbero comportarsi così. Molte cose nella magistratura come casta vanno criticate. Ma la sua autonomia è preziosa e va salvaguardata. E gestita in modo responsabile». Bassolino deve andarsene? «Qualsiasi politico indagato, compreso Berlusconi, dovrebbe andarsene. Figurarsi quelli rinviati a giudizio».

Dove sono però i girotondi? E che fine hanno fatto i «ceti medi riflessivi» da lei teorizzati? «I ceti medi riflessivi non sono il Pensatore di Rodin. Si muovono. Ma faticano quando vengono sistematicamente irrisi, come fanno anche molti giornali. In tanti sono caduti nel cinismo, e non si impegnano più. Sarà difficile rianimarli, ma non impossibile». Può riuscirci Di Pietro? «Ho sempre pensato che Di Pietro doveva restare in magistratura. Ora ho cambiato idea. Non appartengo al gruppo di Travaglio, Flores, Di Pietro, ma condivido le loro battaglie. Voi giornalisti lo considerate noiosissimo, ma all'estero il conflitto di interesse resta il primo argomento quando si parla d'Italia». Quindi Veltroni non deve rompere l'alleanza? «Veltroni ha già commesso un grave errore a rompere con la sinistra radicale. Ha ottenuto un vantaggio immediato. Ma poi la sua apertura a Berlusconi non ha portato a nulla. Ora è in arrivo una crisi economica globale di grande drammaticità. O il Pd trova una progettualità forte e ricostruisce un'alleanza alternativa; o entra in un governo d'emergenza nazionale, e allora diventa indistinguibile dalla destra».

Aldo Cazzullo
08 dicembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #20 inserito:: Dicembre 13, 2008, 12:42:05 am »

IL LEADER DEI DEMOCRATICI A PARIGI PER IL SUMMIT DEI PREMI NOBEL

Veltroni: crisi senza precedenti

E Berlusconi non è all'altezza

«C'è una campagna anti Pd. D'Alema? Nessuno pensi di sottrarsi a un insuccesso»
 
 
DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI — Veltroni è a Parigi per il summit dei premi Nobel per la pace, di cui è copresidente. Si premia Bono degli U2. Ma la circostanza non gli vale il buon umore. «C'è una singolare e terribile distanza tra quello di cui discute la politica italiana e quello di cui discutono le famiglie. Il presidente del Consiglio annuncia di voler cambiare la Costituzione alla presentazione di un libro, riceve le gemelle dell'Isola dei Famosi, fa corse per consensi elettorali. Intanto il governo è fermo da mesi. Dopo gli annunci-spot, nessun segno di vita di fronte alla più grave crisi che la nostra generazione abbia mai conosciuto, che cambierà il nostro modo di vivere. Vorrei essere chiaro: non credo che questo governo sia in grado di affrontarla».

Che cosa intende? «Berlusconi non è all'altezza di questa crisi. Di fronte alla drammaticità di ricadute sociali senza precedenti dalla Grande Depressione di cui abbiamo letto sui libri, Berlusconi si occupa di tutt'altro. Di stravolgere la giustizia. Di cambiare i direttori dei giornali e magari pure i vignettisti. Non mi si venga a parlare di analisi catastrofiste: i prossimi mesi saranno i più duri della nostra storia, basterebbe informarsi su quanti operai dell'auto faranno dicembre in cassa integrazione. Berlusconi dice che l'Italia sentirà meno la crisi. E perché mai? Con un debito pubblico più alto, metà Paese in balia delle mafie, il credito strozzato, le infrastrutture in ritardo, l'Italia risentirà della crisi più degli altri».

Berlusconi le ricorderebbe che le profezie infauste si autoavverano. «Spero non si avveri la profezia del ministro Sacconi, finita su tutti i giornali europei, e cioè il rischio di una bancarotta o di una situazione di tipo argentino. Parole irresponsabili. Ma non dobbiamo aver paura della realtà. L'Italia è in recessione. Nel terzo trimestre il pil perde lo 0,9%, mentre la Germania cresce della 0,8. La produzione industriale crolla del 6,9, e la Confindustria prevede un peggioramento a meno 11. La caduta dei consumi e la stretta creditizia tolgono ossigeno alle piccole e medie imprese; e senza di loro siamo al buio, l'Italia si ferma. Centinaia di migliaia di precari resteranno senza alcuna garanzia di futuro, impiegati e operai cinquantenni perderanno il lavoro senza avere altre opportunità, aumenteranno le sofferenze degli insegnanti a 1300 euro al mese e dei pensionati a 500. Tutti gli altri Paesi corrono ai ripari: il Giappone investe 290 miliardi di euro, gli Usa 239, la Francia 202, la Spagna 41, la Germania 23. L'Italia appena sei miliardi, peraltro coperti da nuove entrate come ha dimostrato Tito Boeri. Di fatto, nessun investimento».

Tremonti ha già ricordato che abbiamo il terzo debito pubblico al mondo. «Avrei voluto sentire le stesse cose quando si regalavano tre miliardi alla Cai, si aboliva l'Ici anche per i ceti agiati, si gettavano i soldi negli incentivi agli straordinari con le fabbriche ferme. Certo, la spesa pubblica va messa sotto controllo. Questo è il tempo del coraggio, e della cultura istituzionale. E la mia è una cultura istituzionale anglosassone, per cui maggioranza e opposizione si combattono anche aspramente, ma lavorano insieme per affrontare una crisi tanto grave. Invece il governo si muove nella logica dello scontro: provoca la Cgil, radicalizza le posizioni; gli interlocutori dell'opposizione sono "imbecilli", "stupidi", "coglioni", "stalinisti", e potrei continuare». Sareste ancora disposti a lavorare con il governo sull'economia, e sulla riforma della giustizia? «L'Italia dovrebbe trovare, come gli altri Paesi europei, il livello più alto di unità. Invece Berlusconi vive in una campagna elettorale permanente. Sulla crisi noi abbiamo proposto di collaborare nel rispetto dei ruoli di maggioranza e opposizione, e Berlusconi ha risposto con tre parole che alle orecchie degli italiani suonano molto spiacevoli: "Me ne frego". Non esiste al mondo un altro capo di governo che avrebbe detto così. Sulla giustizia avevamo proposto un tavolo con avvocati e magistrati per arrivare in 60 giorni a una riforma condivisa e non punitiva verso nessuno. E invece lui annuncia di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, in contrasto con gli appelli ripetuti del capo dello Stato e dei presidenti delle Camere. Le possibilità sono due: o è un totale irresponsabile; o cerca ogni giorno un argomento che possa scacciare dai giornali una crisi che non riesce a fronteggiare. Stiamo per entrare nell'ottavo anno di governo di Berlusconi dal '94 a oggi, e gli altri sette li ha passati come capo dell'opposizione: il politico italiano che ha occupato per più tempo posizioni di potere. L'Italia è cambiata in qualcosa in questi otto anni?».

È sicuro che la risposta giusta sia lo sciopero generale? «È la risposta fisiologica, che però io spero possa essere in futuro affrontata unitariamente dai sindacati. Non si può pretendere che i cittadini, che vedono triplicare la cassa integrazione e diminuire il loro potere d'acquisto senza che il governo intervenga su stipendi e pensioni, restino in casa a piangere. La gente non accetta di perdere lavoro e salario senza reagire». Più che il governo, per ora è il Pd ad apparire in grave difficoltà, anche per le inchieste giudiziarie di Napoli, Firenze, Catanzaro. Esiste una questione morale? «Assolutamente sì. E non lo dico ora, l'ho detto al Lingotto: è necessaria una rifondazione etica della politica. Ma non riguarda certo il Pd in misura prevalente rispetto agli altri partiti. Il 10% dei parlamentari del Pdl ha problemi con la giustizia. Berlusconi stesso ha una posizione giudiziaria complessa, allentata da incredibili leggi ad personam, e in campagna elettorale ha definito "eroe" un condannato per mafia. Non ha titoli per farci la morale».

Le inchieste sulle amministrazioni pd non le fa Berlusconi, le fanno i magistrati. «Il Pd ha migliaia e migliaia di amministratori perbene, che meritano di essere rispettati. Ma ancora non esiste una leva di amministratori del Pd, che è nato da un solo anno. E io vedo con chiarezza la necessità di innovare radicalmente rispetto a quelle vecchie logiche di persone e componenti che, specie nel Sud, preesistevano al Pd. Soprattutto nel Mezzogiorno, occorre rafforzare con grande severità e rigore il principio del fondamento etico della responsabilità politica. Per fare questo non mi importa se dovremo pagare qualche prezzo elettorale». Non vede segni di cedimento del partito? «La verità è che è in corso una campagna contro il Pd. Il Pd è un bersaglio molto facile, perché non ha il potere di minacciare la carriera di nessuno. È più difficile dire una parola contro Berlusconi che mille contro di noi. C'è un grande partito che affida alle primarie la scelta di dirigenti e candidati, e i giornali dedicano paginate a criticare e vivisezionare; ci sono partiti proprietari e partiti a conduzione familiare che decidono tutto in modo autoritario, e non c'è un solo esponente della cultura liberale che scriva una sola riga sulla totale assenza di vita democratica. Se io avessi detto del governo che è composto di imbecilli, mi avrebbero dedicato articoli di fuoco. L'ha detto Berlusconi di noi, e nessuno ha avuto obiezioni. Siamo passati dal cerchiobottismo al doppiopesismo».

Quindi sono i giornali e le tv a guidare la campagna? «Se i giornali di destra criticano la sinistra, e i giornali di sinistra criticano la sinistra, c'è qualcosa che non va...». Per questo Domenici si è incatenato davanti a «Repubblica»? «No, non c'è assolutamente una polemica del Pd con il gruppo Espresso, che svolge la sua nitida funzione critica. Quello di Domenici è stato lo sfogo, emotivamente comprensibile, di una persona perbene che non accetta di essere raccontato in altro modo. C'è, sui giornali e in tv, un conformismo moderno. Esiste un grande timore di apparire critici verso Berlusconi; anche perché Berlusconi non le manda a dire, ordina il licenziamento di giornalisti Rai, ora se la prende con Corriere e Stampa che non sono certo giornali eversivi, si permette cose che mai Obama, Sarkozy, Brown si sognerebbero. E mai che si levi una voce indignata. I tg sono squilibrati a favore del governo, e il primo caso di cui si occupa la commissione di Vigilanza Rai è Fabio Fazio. La maggioranza ha fatto con noi un unico accordo, uno solo, e non lo rispetta: contro Gianni Letta, contro la correttezza istituzionale». Non c'è però un deficit di leadership da parte sua? Non solo Villari, neppure Bassolino si dimette. «Ai dirigenti napoletani ho chiesto una forte discontinuità, una grande innovazione. Non c'è dubbio che un ciclo, che ha avuto momenti belli e importanti legati al nome di Bassolino, si sia chiuso; ed è stato Bassolino a dirlo, con grande onestà. L'anno prossimo ci sono le Provinciali. Poi si andrà alle Regionali e sceglieremo il candidato attraverso le primarie; cui spero parteciperanno anche esponenti della società civile».

I sondaggi in calo non la preoccupano? «Dal voto di aprile è venuto, viste le condizioni, un risultato molto importante: un grande partito del riformismo che l'Italia non aveva mai avuto. Ma subito sono cominciate le divisioni, i personalismi. Siamo riusciti a risalire. Abbiamo fatto una manifestazione di enorme successo al Circo Massimo, nonostante i tanti dirigenti che dicevano che era meglio non farla, i molti che prevedevano che sarebbe andata male. Abbiamo vinto in Trentino. Siamo risaliti nei sondaggi al 32%. Dal caso Villari in poi, e tralascio quanto accaduto a latere, siamo ricaduti in quel vizio autodistruttivo che da vent'anni logora il centrosinistra. Una malattia da cui bisogna guarire tutti insieme».

I dalemiani si sono battuti per indebolire la sua segreteria. «Il Pd nasce da un lungo travaglio, ed è la nostra unica possibilità. Altre non ce ne sono. Dopo un solo anno, come si è visto al Circo Massimo, abbiamo un'identità, un popolo, che merita maggior rispetto da parte del gruppo dirigente. Abbiamo un fortissimo potenziale di innovazione. E questo la destra lo sa, altrimenti non darebbe tutto questo spazio a Di Pietro. L'altro giorno, una pagina intera su Libero... È lo stesso gioco che Berlusconi faceva con Bertinotti: dargli spazio, polarizzare, individuarlo come alternativa, ovviamente non spendibile per il governo. In realtà, l'unica alternativa siamo noi. Siamo una comunità di destini. Per questo chi pensa di sottrarsi a un nostro insuccesso sbaglia. Se vinceremo vinceremo insieme, se falliremo falliremo insieme». Quale sarà il ruolo di D'Alema nel Pd? «Il ruolo che gli deriva dal suo prestigio. Darà un contributo importante a preparare la Conferenza programmatica. Non credo ambisca a ruoli di gestione. E voi giornalisti dovreste uscire da queste logiche. Siete fermi agli schemi di vent'anni fa, non vedete che una nuova generazione è già all'opera».

Aldo Cazzullo
12 dicembre 2008

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« Risposta #21 inserito:: Dicembre 13, 2008, 04:56:41 pm »

Maltempo Il personaggio

Bertolaso, l'uomo in tuta che accusa (e piace)


«L'unico vero pericolo? Gli imbecilli che hanno ormeggiato male i loro barconi»
E’ l’unico politico in tuta. Dalla Cambogia di Pol Pot agli argini del Tevere, mai una cravatta, sempre in tenuta da emergenza. Con giubbino e stivaloni, anche per lo tsunami svoltosi a seimila miglia di distanza: pure allora Guido Bertolaso apparve in tv, a dire non solo che non si trovava più Emilio Fede, incautamente in vacanza agli antipodi, ma si accettavano donazioni via sms. Ieri Bertolaso è tornato su tutti gli schermi, stavolta per un'emergenza sottocasa, con lo stile di sempre, preoccupato ma baldanzoso: «L'Aniene cresce però non è un problema», «stiamo monitorando le acque, solo qualche rigurgito al ponte Mammolo»; l'unico vero pericolo sono gli «imbecilli» che hanno attraccato male le loro barche. Un Masaniello d'ordine, a volte amatissimo dalle folle, talora detestato: così i terremotati di San Giuliano lo abbracciano piangendo, ma in Irpinia gli prendono a calci la macchina. Interventista. Un dannunziano tecnologico.

Figlio di un ufficiale dell'Aeronautica, «il primo a collaudare l'F104. Ero ragazzino, mia madre mi portò all'aeroporto, e papà ci passò sopra con quell'uccello di ferro che urlava». Un politico — oltre che capo della Protezione civile è sottosegretario del governo Berlusconi —, però sui generis: si è fatto un nome con i disastri, ma nessuno ha mai osato definirlo, come fece Gasparri con il precedessore Franco Barberi, «sottosegretario alla Sfiga». «Sono assolutamente bipartisan — racconta al telefonino dalla riva del Tevere in piena —. Non è questione di destra e sinistra; il mio compito è servire il Paese, e in particolare i suoi cittadini che soffrono e sono in pericolo. Da ragazzo sognavo di fare il medico dei negletti, degli ultimi. Il mio mito era Albert Schweitzer, il Nobel che aprì il suo ospedale in Gabon. Dopo la laurea, e il master in malattie tropicali a Liverpool, nel '77, a 27 anni, parto per l'Africa. Dove c'è un'epidemia di colera arrivo io: Mali, Senegal, Burkina Faso, Niger, Somalia. Poi, dopo l'invasione vietnamita e la caduta di Pol Pot, mi mandano in Cambogia, ad amministrare il nuovo ospedale nella giungla. Arrivo e scopro che l'ospedale non c'è. Lo costruisco. L'Unicef mi offre il posto di direttore in Somalia. Ma arriva la chiamata dalla Farnesina: responsabile dell'assistenza sanitaria ai Paesi in via di sviluppo».

È l'82, e alla Farnesina c'è Andreotti. «Uomo straordinario, di grandissima sensibilità, anche se tra i personaggi che lo circondavano qualcuno gli ha creato gravi problemi. Forse non se n'era accorto, forse gli servivano per fare politica. Comunque, un maestro». Poi gli Affari sociali con Rosa Russo Iervolino e Fernanda Contri. «Nel '96 mi chiama Cosentino, assessore Ds della giunta Rutelli, per affidarmi lo Spallanzani, costruito e mai aperto. Lo avverto: guardi che io sono amico di Andreotti. Mi risponde che non importa». Rutelli — «uno degli uomini più importanti che ha attraversato la mia esistenza» — gli affida la logistica del Giubileo 2000. «L'anno dopo Berlusconi mi chiama alla Protezione Civile. Lo avverto che ho aiutato Rutelli nella campagna elettorale contro di lui. Mi risponde che non importa. Berlusconi è così: molto simpatico, alla mano, e anche molto semplice».

Fiorello ha detto di Bertolaso che ha 106 controfigure. Guida l'auto del Papa facendosi largo tra la folla giubilare di Tor Vergata (e nel 2005 si occuperà dei funerali). Accompagna il generale Angioni ad affrontare i gommoni albanesi in Adriatico. Avvisa il governo che Genova «non è la città adatta a ospitare il G8» (in effetti). Spegne gli incendi sul Gargano. Scioglie la neve sulla Salerno-Reggio Calabria. Apre un ospedale in Thailandia per i superstiti dello tsunami appunto con le donazioni via sms. Raccoglie fondi anche per gli orfani di Beslan. Ricostruisce la cattedrale di Noto. Organizza i Mondiali di ciclismo di Varese 2008 infeudati alla Lega. Monitora il Vesuvio, con risultati inquietanti: «Ci si deve augurare che dorma per altri due secoli…». Predispone il piano anti-Sars. Litiga con Pecoraro Scanio, viene indotto alle dimissioni, poi torna con Berlusconi e mette una pezza all'emergenza rifiuti, facendo il commissario ma senza stipendio.

Fervente cattolico e quindi in stretti rapporti con le gerarchie ecclesiastiche — dai progressisti di Achille Silvestrini ai conservatori di Fiorenzo «Sua Sanità» Angelini — e con Bruno Vespa, di cui nei giorni del dramma di Napoli è spesso ospite in collegamento dal Palazzo Reale, ori stucchi e marmi con Bertolaso in tuta. Più la misteriosa borsa, sempre la stessa, da cui mai si separa. Intimo di Gianni Letta, non si è preso con Pisanu e ha litigato pure con Fini, per poi fare pace. «Quando mi chiamò nel 2001, dissi a Berlusconi che avrei scelto io i miei collaboratori, senza guardare alla fede politica. Mi rispose: "Ha carta bianca, ma se sbaglia paga lei". Finora non è successo, ma potrebbe accadere stanotte, o domattina». Speriamo di no. «Quando tutto sarà finito, tornerò in Africa. Resto il medico dei dannati della Terra. Prestato alla Protezione civile. Destra o sinistra, non importa».

Aldo Cazzullo
13 dicembre 2008

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« Risposta #22 inserito:: Dicembre 27, 2008, 09:59:51 am »

L'INTERVISTA

«Tutte le mie intercettazioni? Le ho scaricate da Internet»

Lusetti, indagato a Napoli: nessuno me le ha ancora mandate «Sì, quando dico "il capo" è Rutelli. Ho solo la casa in cui abito»
 
 
ROMA — «È una settimana che mi sveglio all'alba, vado in edicola e apro i giornali con il batticuore: chissà cosa avranno oggi...». Chi segue la politica conosce Renzo Lusetti come il tipico cattolico di sinistra emiliano: spontaneo, estroverso, dall'aspetto un po' arruffato, oltretutto parlatore a raffica e per questo tecnicamente quasi inintercettabile; il contrario dell'immagine del tessitore di affari dietro le quinte, che è parsa uscire dai frammenti anticipati dal Corriere. «Le intercettazioni integrali non me le hanno ancora mandate. Ne ho scaricata una parte su Internet. Vedo che sono piene di puntini, in "in." che sta per incomprensibile; in effetti io parlo molto velocemente e a volte non mi capisco neppure io, chissà che fatica poveri estensori... Su un punto però voglio essere chiaro: chiederò ai miei colleghi parlamentari di votare l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni. E chiederò che siano rese pubbliche. Ma tutte, per intero. Diceva Voltaire: prendete la frase di un galantuomo, estrapolatela dal contesto, e ne farete un delinquente». La frase volterrianamente estrapolata è quella che il 3 maggio 2007 Lusetti dice ad Alfredo Romeo, l'imprenditore ora in carcere: «Sto lavorando per te». Sono i giorni in cui Romeo tenta di rovesciare al Consiglio di Stato il verdetto del Tar, che ha accolto il ricorso di un'azienda concorrente per la gestione del patrimonio stradale del Comune di Roma. Lusetti non si pronuncia sull'indagine: «Ho troppo rispetto per i giudici. Mi difenderò in tribunale, non in tv. Sono certo di dimostrare la mia innocenza». Romeo fa riferimento al consigliere di Stato Paolo Troiano. «Una persona che conosco, con cui ho parlato tre o quattro volte, però mai delle controversie di Romeo — dice Lusetti —. Oltretutto, leggo dalle interviste di Troiano che lui neppure era investito della questione, in quanto fuori ruolo da tempo. Probabilmente non conosce neppure Romeo». Nella prima reazione a caldo, prima di chiudersi nel silenzio, Lusetti si era difeso con un battuta: «Io dico di sì a tutti, poi non faccio mai niente». «Non è così — chiarisce ora —. Però è vero che, quando una persona diventa assillante, come nel caso di Romeo, mi capita di darle assicurazioni per chiudere la telefonata. Accanto a errori di trascrizione, che non sono infrequenti e hanno riguardato ieri Polito, oggi Morassut, ritrovo nelle intercettazioni espressioni per me abituali. "Abbi fiducia". "Sto lavorando per te", appunto. Magari in un tono scherzoso che le intercettazioni ovviamente non registrano. Lei ha idea di quante telefonate riceve ogni giorno un politico? Ed è tutta gente che chiede qualcosa. Magari un lavoro, come la signora che mi ha chiamato adesso e ha perso il marito un mese fa di leucemia...». A un certo punto affiora «il grande capo», con cui parlare «di tutto». Rutelli? «Sì, certo che il "grande capo" è Rutelli. Ma è anche questa una delle espressioni cui ricorro per tagliare corto. Vedevo spesso Rutelli; per discutere di Margherita e di governo, mica di affari. No, con lui in questi giorni non ho parlato. È andato dal giudice, e credo abbia fatto bene. Come non c'entro niente io, non c'entra niente Rutelli».

Ma so che in questa vicenda devo sbrigarmela da solo. È bene fare pulizia nel partito, però non è che può bastare un'indagine; non dico una condanna, ma almeno un rinvio a giudizio, no?». E Berlusconi? «Lui è da sempre garantista, come lo sono io. Però sbaglia a voler riscrivere le norme sull'onda delle inchieste. Non è giusto, e lo dico da vittima, vietare le intercettazioni per i reati contro la Pubblica amministrazione. Semmai è giusto prevedere un risarcimento. Le assoluzioni dovrebbero avere sui giornali lo stesso rilievo delle incriminazioni. Invece vedo che, pur se alla Camera non è ancora arrivato nulla, in tv il processo è già cominciato, a Porta a Porta hanno sceneggiato le frasi che mi riguardano con degli attori...». Con Berlusconi, Lusetti ha avuto una certa consuetudine. Figlio di operai — «il mio patrimonio si limita alla casa in cui abito» —, successore di Follini alla testa dei giovani democristiani, nel '99 stava per arrivare al vertice del Ppi, accanto all'amico e coetaneo Franceschini. «Marini ci aveva promesso il suo appoggio. Invece, tre giorni prima del congresso, fece convergere i suoi voti su Castagnetti; alla faccia del ricambio generazionale. Mi sentii tradito, mi allontanai dal Ppi. Castagnetti mi offrì un posto da sottosegretario nel secondo governo D'Alema; rifiutai. Allora mi chiamò Berlusconi: "Bravo Lusetti, hai fatto bene, benissimo; vediamoci". Ci vedemmo più volte. Fu molto cordiale. Mi chiese di diventare responsabile enti locali per Forza Italia. Ma io avevo avuto lo stesso ruolo nel Ppi, e la mia dignità mi impedì di accettare. Poi entrai nella Margherita». Lusetti non vede legami con Tangentopoli, e non è d'accordo con i magistrati che denunciano un ribaltamento di ruoli: non sono più i politici a dettare legge, ma gli imprenditori. «Non funziona così. Gli imprenditori fanno il loro mestiere. Fanno lobbing, legittimamente, attraverso Confindustria. Qualcuno cerca contatti per lavorare. Questo Romeo aveva un rete dappertutto; del resto era un leader nel suo settore. Ma dell'inchiesta parlerò ai magistrati. Certo, rispetto a vent'anni fa, la politica oggi è molto più debole». Napoli? «Un ciclo che si va esaurendo. Però dietro Bassolino e Iervolino non vedo grandi alternative, neanche a destra. Il mancato ricambio è colpa anche dei giovani che tardano a emergere». Firenze? «Conosco bene Domenici. Lui era il responsabile enti locali per i Ds. Insieme avevamo un margine di infallibilità del 95%: siamo riusciti a cucire coalizioni dal Ppi a Rifondazione quasi ovunque. Leonardo si è stancato di vedersi tirato in ballo dai giornali ogni mattina, e ha reagito in modo un po' eccessivo. Anch'io so già che pure domattina mi sveglierò all'alba con il batticuore...».

Aldo Cazzullo
24 dicembre 2008(ultima modifica: 25 dicembre 2008)

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« Risposta #23 inserito:: Gennaio 17, 2009, 03:10:36 pm »

Il professore tra i «fondatori» di Forza Italia: «la Lega? riserve sul federalismo»

Melograni: «Silvio diffida degli intellettuali e ha ragione»

La malattia dei Democratici sta danneggiando anche il centrodestra


Professor Melograni, lei fu elemento di punta della pattuglia di intellettuali che Berlusconi portò in Parlamento nel '96.
«Temo però che non sia rimasto molto soddisfatto di noi. Di me, di Colletti, di Vertone... Certo, Pera fu eletto presidente del Senato. La fine è nota... ».

E' venuta l'ora del Pdl. Ma la debolezza del Pd lo contagia, dicono Urbani e Fisichella.
«Hanno ragione: il ruolo dell'opposizione in una democrazia è fondamentale; se manca, danneggia anche la maggioranza. Ma innanzitutto bisogna chiedersi perché l'opposizione è così debole».

Già: perché?
«Anche per colpa degli intellettuali. In particolare dei miei colleghi storici. Che non hanno mai raccontato la vera storia della sinistra. Veltroni paga anche il deficit di consapevolezza, da cui verrebbe una forte spinta verso lo spirito riformista, il solo sopravvissuto alle catastrofi del ‘900 e più modestamente al crollo elettorale dei rifondaroli ».

C'è ancora un mito politico da sfatare?
«Certo. A cominciare dalla svolta di Salerno, che non fu una decisione autonoma di Togliatti ma un imperativo di Stalin. La politica del Pci fu sempre rivolta a non tornare al governo; tant'è che i risultati del 18 aprile, con la Dc in maggioranza assoluta, apparvero a Togliatti i migliori possibili. Tutta la storia del Partito Comunista va riletta alla luce della guerra fredda e dell'esigenza dell'Urss di evitare un conflitto vero. Tant'è che, quando a Roma emergono personaggi che minacciano la tregua, a Mosca si decide di eliminarli, affidando l'incarico ai bulgari. Da qui l'attentato a Giovanni Paolo II e quello a Berlinguer del '73. Fatti che dovrebbero essere insegnati nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi chiedo invece quanti, anche in Parlamento, li conoscano».

Quali sono le conseguenze sull'assetto politico attuale?
«L'Italia non è addestrata alla democrazia. Dopo vent'anni di fascismo e cinquant'anni di blocco, abbiamo ancora poca pratica con l'alternanza. Anche perché la sinistra fatica a rappresentare un'alternativa. Frequento ancora la Camera – ma solo per i "fringe- benefits": vado a fare le inalazioni e tagliarmi i capelli —, e i parlamentari di centrodestra sono concordi: l'opposizione manca, non c'è, è inesistente; e questo non ci aiuta. La stessa cosa mi dicono i parlamentari di centrosinistra».

Nel Pdl è in corso un'elaborazione culturale? Ci sono intellettuali che stima?
«Qualcuno c'è. Ad esempio sono amico e stimo molto Gaetano Quagliariello. Ma una vera strategia di carattere culturale no, quella non la vedo. Del resto Berlusconi diffida degli intellettuali, forse non a torto. Il suo partito e in genere il Paese hanno bisogno di politici. Non che se ne vedano di grande qualità, però».

Fini alza in prezzo dell'unificazione. Teme per il suo futuro politico?
«Le motivazioni di Fini vanno chieste a lui. Di sicuro ha grandi e legittime ambizioni. Il futuro gli riserva senz'altro una chance».

Un giorno potrà essere lui il leader del Pdl?
«Non lo so, ma ho l'impressione che nel suo orizzonte ci sia ancora un ruolo istituzionale. Come presidente della Camera riceve elogi da più parti. Non sarebbe sbagliato pensare a un presidente della Repubblica che sia espressione della destra».

L'evoluzione di An è compiuta?
«Ne discussi proprio con Fini, un giorno che ci ritrovammo a consegnare le firme per un referendum. Certo An ha saputo cambiare se stessa, ha compiuto passi da gigante. Però mi pare che il processo vada ancora completato. Non si deve mai aver timore di guardarsi dietro le spalle: la rilettura storica non finisce mai. Credo ad esempio che sarebbe opportuno parlare non di fascismo ma di mussolinismo. Il che aiuterebbe a capire meglio anche il consenso, che Mussolini ha avuto davvero».

Il Quirinale è considerato l'obiettivo anche di Berlusconi. Come lo vede?
«Berlusconi ha il merito storico di aver indicato la via d'uscita italiana alla guerra fredda. E il Berlusconi del 2009 dimostra ancora una vitalità politica enorme. Per quanto la malattia del Pd lo indebolisca, il centrodestra è senz'altro in miglior salute».

Tremonti?
«Uomo di grande valore. Non so se vorrà e saprà passare dal governo dell'economia alla leadership politica».

La forza crescente della Lega deve preoccupare il Pdl?
«Ho molte riserve sul federalismo. Potrebbe anche essere una soluzione. Ma rischia di moltiplicare le burocrazie, che già ora sono un problema gravissimo per l'Italia».

Il Pdl ha le fondamenta per sopravvivere a Berlusconi, come il gollismo sopravvive a De Gaulle? Quagliariello ne è convinto, Urbani no.
«Chi si sarebbe atteso che un immigrato di origine ungherese sarebbe diventato presidente della Francia? La politica ci riserva sempre enormi sorprese ».

Aldo Cazzullo

17 gennaio 2009
da corriere.it
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« Risposta #24 inserito:: Gennaio 23, 2009, 01:05:28 pm »

Raffi vuole il terzo mandato, insulti su Internet

«Stalinista». «Piduista»: rissa massone

Il Grande Oriente litiga prima delle elezioni. Il capo contestato: mai tifato per Veltroni
 
 
Gustavo Raffi da Ravenna è furibondo: «Calunnie! E un Gran Maestro come me alle calunnie non risponde! Questo solo posso dire: sono rigurgiti del passato. Relitti piduisti. Nostalgici che non mi hanno perdonato la battaglia contro Licio Gelli e la posizione durissima che ho assunto contro la loggia P2...». Tutto si può dire del Grande Oriente d'Italia, tranne che sia un monolito dove qualsiasi voce critica è sopita. Anzi, su Internet il Gran Maestro Gustavo Raffi viene definito in questi giorni «golpista», «pataccaro», «azzeccagarbugli», «uso a metodi staliniani», «attaccato in modo passionale alla poltrona». E ancora: «O Papa Raffi si toglie dai piedi o me ne vado io», «quest'uomo non ci rappresenta più», «necessita una ghigliottina iniziatica», «se lo rieleggono io entro in sonno» e pure un definitivo: «Aridatece Er Puzzone Di Bernardo», che sarebbe un altro ex Gran Maestro successore di Armando Corona— il grande vecchio della massoneria italiana ora in volontario esilio nella sua Cagliari — e poi rapidamente sfiduciato dopo un'altra delle ricorrenti battaglie interne. Quella in corso è particolarmente cruenta. Perché amplificata dalla rete. Da siti come www.grandeoriente-libero. com, dove si lanciano accuse riprese ieri sulla prima pagina di Italia Oggi, in un articolo firmato dal direttore Franco Bechis. A marzo si sceglie il nuovo capo del Grande Oriente. Secondo i suoi avversari, Raffi — che ha già fatto due mandati — sarebbe stato ineleggibile; se non fosse per una capziosa omissione.

La norma per cui «il Gran Maestro dura in carica cinque anni ed è rieleggibile per un solo mandato di pari durata » è divenuta «il Gran Maestro è rieleggibile per un mandato di pari durata»; sparito il «solo», ecco spuntare il terzo mandato per Raffi. Che dal suo studio legale di Rimini risponde indignato: «E che cosa cambia? Quel "solo" non modifica nulla. Io sono stato eletto la prima volta nel '99 con un sistema, e sono stato rieletto nel 2004 con un sistema radicalmente diverso, più democratico. Prima, se nessun candidato raggiungeva la maggioranza assoluta, la decisione veniva presa dalla Gran Loggia. Io ho cambiato tutto: un maestro, un voto. C'è un precedente: anche Armando Corona ebbe prima un mandato di tre anni, e alla scadenza si cambiarono le norme e venne rieletto per un altro quinquennio. Per me l'ultimo mandato sarà il prossimo. Non avrei voluto neanche ricandidarmi, ma sono stato costretto a farlo». Costretto? «Di fronte al ritorno di un passato vergognoso, è essenziale per la massoneria e per il Paese che al vertice del Grande Oriente ci sia un sincero democratico...». Le accuse contro Raffi però non si fermano qui. Si parla di privilegi, carte di credito oro, cuoca personale, arredi lussuosi, e soprattutto stipendio raddoppiato. «Altre falsità — replica lui, con la voce sempre più dolente —. Quando mi hanno eletto, l'indennità era di 185 milioni l'anno. Indennità, non stipendio: non dà diritto a prestazioni pensionistiche, praticament e è un contratto co.co.co... Fatto sta che la Gran Loggia, non la giunta, stabilì di adeguarla a 250 milioni l'anno. E lì è rimasta. Nessun raddoppio, anzi potere d'acquisto nettamente ridimensionato. E poi, che umiliazione, per uno come me, dover parlare di vil metallo... Uno che ha portato il Grande Oriente ai massimi storici, a ventimila iscritti, a riallacciare i rapporti con Francia, Svizzera, Belgio, a scegliere la massima trasparenza. Per questo i miei nemici aprono, rigorosamente all'estero per non essere identificati, siti misteriosi da cui mi riempiono di fango». La accusano anche di aver fatto organizzare le trasferte a Rimini, la sua città, per la riunione annuale della Gran Loggia, dalla Tamarindo, «tour operator della famiglia Raffi... ». «Non è il tour operator della famiglia». Di chi è? «Di un membro della mia famiglia». Quale membro? «Un fratello massone». Fratello massone? «Va be', è anche mio fratello». Tutti al congresso con la sua agenzia? «Ma non era obbligatorio! Era un'opportunità. Mica era vietato venirci con mezzi propri!». I suoi critici dicono che le camere in convenzione costavano 15-20 euro in più dei prezzi normali. «Altre menzogne. Il confronto è stato fatto con periodi in cui a Rimini non c'erano convegni né fiere. E si sa che, se gli alberghi sono vuoti, gli albergatori abbattono i prezzi...». Ma il punto che più addolora il Gran Maestro è quello politico. «Il cuore della massoneria batte a sinistra » è la frase che gli viene attribuita, oltretutto prima delle elezioni da cui la sinistra è uscita disastrosamente sconfitta. «Frase mai pronunciata. Così come non mi sono mai sognato di indicare come iscritto al Grande Oriente il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini: appena la falsa notizia ha cominciato a girare, ho prontamente smentito! La massoneria non ha tessere, non conosce Berlusconi o Veltroni: noi rispettiamo tutte le idee. Io ho fatto politica, quando nell'89 fui eletto Grande Oratore ero segretario della federazione del Pri di Ravenna, ma mi dimisi subito. Certo che in politica bassezze simili non ne avevo mai viste... ». Può essere, però scusi che c'entra Gelli? «Pago il coraggio con cui mi sono opposto al ritorno del passato, con cui ho dato la mia definizione della P2...». Sarebbe? «La P2 sta al Grande Oriente come le Brigate Rosse stanno al partito comunista. Capisce? Ora è tutto chiaro?».

Aldo Cazzullo
22 gennaio 2009

da corriere.it
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« Risposta #25 inserito:: Febbraio 02, 2009, 11:23:13 am »

Sicurezza, parla l'ex ministro

Pisanu: «Immigrati, Berlusconi non subisca gli slogan leghisti»

«Non si tratta con battute da osteria un fenomeno che orienterà i nostri processi sociali per un secolo»


ROMA - «Guardiamo tutto nell’ottica della sicurezza, e con gli occhiali appannati dalla paura. Dalle elezioni politiche in poi, è prevalso un approccio molto emotivo e poco razionale all’immigrazione. Il clima di questi giorni — la tentazione di farsi giustizia da sé, l’odio, il timore—è legato anche alla disinvoltura e alla strumentalità di cui si è data prova. L’immigrazione è un fenomeno che orienterà i processi economici e sociali dell’Europa per un secolo; non lo si può affrontare con l’orecchio teso alle voci delle osterie della Bassa padana. Il sonno della ragione genera mostri. Comportamenti aberranti da una parte. Dall’altra, misure rivolte a tranquillizzare l’opinione pubblica e a giustificare slogan elettorali».

Giuseppe Pisanu, presidente dell’Antimafia, ex ministro dell’Interno, quarant’anni di politica alle spalle, premette di voler evitare polemiche personali, tanto meno con il successore. «Purtroppo si è formata una subcultura impressionante, che rende difficile il lavoro anche a chi, come Maroni, vuole affrontare i problemi in modo razionale. Si sono create condizioni in cui ci si ritrova come l’apprendista stregone che non riesce a dominare i fantasmi da lui stesso evocati. Quando ero al Viminale spuntò un piano, preparato da un illuminato ministro tra l’altro non della Lega, in cui si parlava di cannonate al peperoncino da sparare contro gli scafisti e missili a testata elastica per fermare le eliche delle barche. Dissi che, se me l’avessero portato, quel piano sarebbe volato dalla finestra insieme con il portatore...». Pisanu non nega la gravità delle premesse. «Esiste un clima emotivo, che eccita gli istinti più bassi, ed esistono fatti inaccettabili, le violenze, gli stupri, che lo alimentano.

La "tolleranza zero" è uno slogan fortunato, che però non vuol dire nulla. Già la tolleranza 0,1 verso l’illegalità sarebbe troppo; ma più d’una volta ho avuto la sensazione che la tolleranza zero servisse a giustificare l’intolleranza. L’intolleranza verso l’estraneo, verso chi la pensa diversamente, appartiene ad altre culture o ha altre convinzioni religiose ». L’impulso a farsi giustizia da soli, sostiene Pisanu, nasce solo in parte dal lassismo, dalle scarcerazioni facili, dal meccanismo delle garanzie che appare troppo indulgente. «La vera battaglia è la prevenzione. Concentrarsi sulla repressione di reati già commessi significa aver già perso. Andrebbe affermato il principio che l’immigrazione clandestina è solo l’aspetto patologico di un fenomeno positivo: se vogliamo mantenere il nostro tasso d’attività, e quindi la nostra ricchezza, con l’attuale trend di nascite dobbiamo accogliere 2-300 mila immigrati l’anno.

Numeri che, tranne forse in questo anno di crisi, coincidono con il fabbisogno di manodopera indicato dagli industriali del Nord. Il paradosso è che l’estremismo antislamico e la speculazione politica vengono alimentati soprattutto dove dell’immigrazione c’è più bisogno». La recessione è destinata a rendere il quadro ancora più inquietante: «Penso alla vicenda penosa dei lavoratori italiani contestati in Inghilterra. Se persino loro sono guardati come concorrenti, cosa può accadere agli extracomunitari?». Ma l’allarme sociale, ragiona Pisanu, non è legato solo al disagio economico. «Stiamo arrivando alla seconda generazione di immigrati. Nella banlieue parigina la rivolta nasce dall’emarginazione sociale e dall’isolamento culturale, più che dalla povertà. Gli attentatori di Madrid problemi economici non ne avevano, così come i terroristi di Londra, esponenti della piccola e media borghesia dell’immigrazione pachistana.

Segnali di rivolta sono sempre più evidenti anche in Italia. Le bandiere cinesi sventolate in via Paolo Sarpi; la ribellione dei giovani nigeriani nel Casertano; le grandi manifestazioni sfociate nelle preghiere in piazza Duomo a Milano, al Colosseo, davanti a San Petronio ». Preghiere da vietare? «Sì. Perché rivelano un progetto pericolosissimo: dare contenuto religioso a una protesta politica. È il meccanismo con cui si sono affermati Hamas e Hezbollah. Va disinnescato. Ma non soltanto con i divieti. La verità è che una politica dell’immigrazione non esiste. Il tema è importante quanto la recessione, ma il Parlamento non vi ha mai dedicato una seduta; si è limitato a piccoli provvedimenti qua e là, sempre sulla spinta di fatti che avevano scosso l’opinione pubblica e sempre sul versante della repressione. In questo clima di intolleranza un atteggiamento razionale, intelligente, umano — penso ad esempio al cardinale Tettamanzi—viene additato come eversivo. E qui la responsabilità politica della Lega non può essere nascosta». Un esempio di irrazionalità appare a Pisanu l’emergenza di Lampedusa. «Gli sbarchi rappresentano appena il 15% dell’immigrazione clandestina.

La forma più povera e debole, su cui si concentra un’attenzione esasperata. Da ministro andai a visitare il centro di Lampedusa: 800 persone vivevano in condizioni indegne, in un posto che ne teneva a stento un quarto. Feci costruire un nuovo centro, e diedi ordine di trasferire in tempi rapidi i nuovi arrivati». Ora si è scelta la via opposta: tutti resteranno sull’isola, in attesa di essere rimpatriati. «Ma per rimpatriare un clandestino occorre prima identificarlo; e tutti o quasi hanno gettato via i documenti. Poi bisogna verificare che non abbia lo status del rifugiato. Infine serve l’accordo con il Paese di provenienza. A Lampedusa molti arrivano dalla Tunisia; e noi con la Tunisia facemmo buoni accordi. Ma non possiamo pensare che accolga in blocco centinaia di clandestini». Per quanti c’è posto a Lampedusa? «Dicono 800. Secondo me, di meno. Oggi sono 1.200. La situazione è esplosiva; può succedere di tutto. Si dovrebbe alleggerire la pressione sull’isola. Invece si accumula tensione, accumulando immigrazione in un solo posto». Che impressione le fa vedere l’esercito nelle vie delle città? «È solo mostrare la bandiera. L’ostentazione apparente, ma non efficace, della forza dello Stato. Ognuno deve fare il proprio lavoro.

Noi abbiamo ottimi militari, che sanno e vogliono fare i militari. Possono essere utili per presidiare obiettivi fissi, zone sensibili. Ma le funzioni di ordine pubblico non le sanno e non le vogliono fare. In tutto il mondo la tendenza è opposta: nella gestione della sicurezza e della pace sociale la professionalità è sempre più elevata». Pisanu è stato il ministro dell’Interno di Berlusconi per tre anni. In cuor suo, il presidente del Consiglio come la pensa? «Se lo conosco, e credo di conoscerlo, Berlusconi la pensa come me. Un po’ per la sua carica di umanità, un po’ per la sua apertura naturale ai problemi del lavoro. Ricordo quando sostenni in sede europea che la miglior arma contro l’immigrazione clandestina sono gli immigrati regolari, e occorrono accordi con i Paesi poveri per scambiare posti di lavoro da noi con maggiori controlli da loro. Berlusconi mi incoraggiò su questa linea. Lui è un uomo senza pregiudizi. Purtroppo subisce il peso condizionante della Lega».

Aldo Cazzullo
02 febbraio 2009

da corriere.it
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« Risposta #26 inserito:: Febbraio 07, 2009, 03:50:25 pm »

«In questa vicenda le prevaricazioni sono state molte. Come quelle dei giudici»

«E' un omicidio, quel decreto è un dovere»

Il cardinale Camillo Ruini: «Lo Stato ha il diritto di proteggere la vita di ogni suo cittadino»


ROMA — Cardinal Ruini, quali sono i suoi sentimenti in queste ore decisive per la sorte di Eluana Englaro?
«Sofferenza. Non ho mai conosciuto Eluana, ma prego per lei ogni giorno. Preoccupazione. Speranza. E impegno a fare tutto il possibile. Innanzitutto, per far sapere quali sono le sue reali condizioni: chi è informato bene, di solito non ha più dubbi. È stato importante che la suora che l'ha assistita sia andata in tv a raccontare la sua esperienza con Eluana. Non ha senso attribuire all'Eluana di oggi, dopo quel tragico incidente, le aspirazioni e i desideri di prima. Eluana è stata sfortunata. Ha perduto molto. Ora ha bisogno di poco, è protesa verso quel poco, con poco può vivere senza soffrire. Non colpiamola una seconda volta. Non togliamole anche questo poco».

Lasciarla morire equivale a un omicidio?
«Lasciarla morire, o più esattamente — per chiamare le cose con il loro nome — farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l'uccisione di un essere umano. Un omicidio. Purtroppo inferto in maniera terribile, senza che nessuno possa essere certo che Eluana non soffrirà».

È giusto che il governo sia intervenuto con un decreto? E il capo dello Stato avrebbe dovuto firmarlo?
«Non ho ancora avuto modo di conoscere il testo del decreto del governo e della lettera del capo dello Stato, ma conosco le obiezioni secondo le quali questo decreto sarebbe una prevaricazione nei rapporti tra i poteri dello Stato. Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte. A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana. Ad ogni modo, ritengo che lo Stato abbia il diritto, e aggiungerei il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino».

Una legge sul testamento biologico ora è necessaria? E come andrebbe impostata?
«Preferisco parlare di legge sulla fine della vita. La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto, non è un appartamento o una somma di denaro. La legge dovrebbe evitare sia l'eutanasia sia l'accanimento terapeutico. Ma è ovvio che la nutrizione e l'idratazione non possono essere lasciate alla decisione dei singoli, perché toglierle significa provocare la morte. Se eutanasia significa morte "dolce", "buona", la fine di Eluana sarebbe peggio dell'eutanasia: Eluana morirebbe di fame e di sete. La sua sarebbe una morte pessima».

Il padre, Beppino Englaro, ha avuto parole dure su quella che considera un'ingerenza della Chiesa. Ha torto?
«Il rispetto è dovuto a tutti, ma il rispetto massimo è dovuto al signor Englaro, che vive questa terribile esperienza di persona. Nessuno di noi può sindacare su come reagiscono i genitori toccati così profondamente dal dolore. Ho conosciuto genitori che si ribellavano di fronte a quella che ritenevano un'ingiustizia divina, e altri che la accettavano. Ricorderò sempre il giorno in cui fui testimone di un incidente stradale a Regnano, sulle colline di Reggio Emilia. Stavo guidando. Davanti a me, un giovane cadde dalla moto. Non andava forte, ma c'era ghiaia sulla strada e perse il controllo, la moto gli cadde addosso. Mi fermai, gli diedi l'estrema unzione, ma era già morto. Gli abitanti del paese mi dissero: la madre è malata di cuore, vada lei a darle la notizia. Mi feci carico del duro compito. Quella donna, una contadina, rimase a lungo in silenzio. Poi mi guardò e disse: "La Madonna ha sofferto di più"...». (Il cardinale si interrompe, commosso).

Parlavamo dell'ingerenza.
«Non ingerenza, ma adempimento della missione della Chiesa. Come ha detto con una formula molto efficace Giovanni Paolo II, nell'enciclica Redemptor hominis, "sulla via che conduce da Cristo all'uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno". Ogni essere umano è degno di rispetto e amore; tanto più gli innocenti, gli inconsapevoli, i colpiti dal destino».

L'ha colpita il gesto delle suore che erano pronte ad accogliere Eluana e occuparsi di lei negli anni a venire?
«Mi ha toccato profondamente, ma non mi ha sorpreso. Ho avuto molte esperienze in merito. Penso alle suore delle case di carità di Reggio Emilia, che ora sono anche qui a Roma. Donne che accolgono persone in condizioni gravissime e le accudiscono con dedizione totale e con gioia. E molti sono i volontari che le affiancano».

Quali casi ha conosciuto di persona?
«Ad esempio, famiglie che hanno figli cerebrolesi dalla nascita, incoscienti eppure non indifferenti, perché in modo istintivo percepiscono le correnti di affetto. Ci sono genitori che rifiutano figli così, ma ci sono altri che li accettano. La vita di quei ragazzi, che talora ho visto diventare adulti, non è meno preziosa. Non posso accettare l'idea che la loro vita valga meno della mia o di qualsiasi altra».

Quali sensibilità ha colto sulla vicenda nell'opinione pubblica, credente o non credente? I sondaggi indicano che in molti sostengono le ragioni di Beppino Englaro.
«Io non ho fatto sondaggi, ma ho discusso in varie occasioni con la gente comune. All'inizio l'interesse era minore, e in tanti consideravano giusto che fosse il padre a decidere. Ma non appena vengono informati sulle reali condizioni di Eluana, in pochissimi restano favorevoli a lasciarla morire. Uno dei miei interlocutori si è proprio arrabbiato: "Ma perché i giornali non scrivono queste cose?"».

E lei come ha trovato i giornali?
«In buona parte schierati. Mentre le tv lo sono state meno, hanno dato spazio anche alle nostre ragioni, come già accadde per il referendum sulla procreazione assistita».

Diceva delle sue discussioni con la gente comune.
«Il fattore che la orienta non è tanto quello religioso. Non ci sono i credenti di qua e i non credenti di là. L'impressione è che ci siano piuttosto gli informati e i non informati. L'esperienza mi ha insegnato inoltre che i malati, per quanto gravi, sperano sempre di continuare a vivere».

In un'intervista a Giacomo Galeazzi della «Stampa», l'arcivescovo Casale, schierandosi con papà Englaro, dice: «Anche Giovanni Paolo II ha richiesto di non insistere con interventi terapeutici inutili».
«Penso di aver conosciuto bene Giovanni Paolo II, e ho vissuto quei giorni in stretto contatto con il suo segretario Don Stanislao Dziwisz, mio carissimo amico. So bene dunque il senso delle ultime parole del Papa, "lasciatemi andare". Quando non c'è più niente da fare, il credente sa che, con la morte, per lui la vita non finisce, ma in un certo senso comincia. Sia credenti sia non credenti possono dire "lasciatemi andare" in modo eticamente legittimo, ma per un credente queste parole indicano anche una speranza, significano "lasciatemi tornare alla casa del Padre". Chi ha un'esperienza anche piccola del modo in cui Giovanni Paolo II viveva il suo rapporto con Dio non ha dubbi al riguardo».

Lei era capo dei vescovi quando si visse il dramma di Piergiorgio Welby. Diverso da quello di Eluana perché il malato era cosciente e aveva chiesto di morire. Ripensandoci oggi, non era possibile un atteggiamento diverso da parte della Chiesa? Ad esempio concedere i funerali?
«È vero, quel caso era molto diverso. Non solo Welby era cosciente; era molto più dipendente dalla tecnologia per continuare a vivere. Nel mezzo della prova, lui scelse di porre fine alla sua vita. Una scelta che Eluana non ha mai fatto. Quanto alla mia decisione, la Chiesa non può consentire — tanto più quando un caso ha rilevanza pubblica — che si rivendichi nello stesso tempo l'appartenenza al cattolicesimo e l'autonomia nel decidere sulla propria vita. Non si può dire: "Io sono cattolico, e decido io"».

Può un cattolico, tanto più un vescovo, negare la Shoah? È una semplice opinione personale in contrasto con quanto sostiene la Chiesa, o è un dato incompatibile con la presenza della Chiesa stessa?
«A questa domanda ha già risposto la Santa Sede, con la nota della Segreteria di Stato pubblicata sull'Osservatore Romano secondo la quale, per essere ammesso alle funzioni episcopali, Williamson deve "prendere in modo inequivocabile e pubblico le distanze dalla sua posizione sulla Shoah". Se non lo fa, non può fare il vescovo».

Come giudica l'invito del cancelliere Angela Merkel al Papa a fare chiarezza sul negazionismo dei lefebvriani?
«Quanto meno superfluo. Basta ricordare o rileggere quanto disse Benedetto XVI ad Auschwitz, domenica 28 maggio 2006, con parole che toccarono profondamente tutti i presenti, me compreso».

La vicenda Englaro le pare collegata alla denuncia del vuoto di valori e del relativismo etico, temi-chiave del pontificato di Ratzinger?
«Uno dei caratteri del magistero di Benedetto XVI e della teologia di Joseph Ratzinger è la denuncia del relativismo etico o, per usare la formula da lui coniata, della dittatura del relativismo. In Italia, e ancor più in altri Paesi dell'Occidente, esiste un'emergenza educativa, che rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro e ha le sue radici nella mentalità diffusa, secondo la quale non esistono più punti di riferimento che precedano e possano illuminare le nostre scelte. Quando non siamo più d'accordo su cos'è l'uomo, quando l'uomo viene ricondotto totalmente ed esclusivamente alla natura, salta ogni differenza qualitativa, viene meno lo specifico umano, cadono o cambiano radicalmente i parametri educativi. Si aprono così le porte al nichilismo, che nasce, come ha spiegato bene il suo primo sostenitore, Federico Nietzsche, con la "morte di Dio". La Chiesa italiana è pronta a un grande sforzo sull'educazione, collaborando con altri soggetti per il futuro del Paese, e pubblicherà in merito un "rapporto-proposta". Stiamo lavorando inoltre ad un grande evento internazionale per il dicembre prossimo a Roma, dove arriveranno alcuni tra i più importanti studiosi del mondo a confrontarsi sul tema di Dio e del suo significato per la nostra vita, anche in rapporto con la scienza».

Aldo Cazzullo
07 febbraio 2009

da corriere.it
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« Risposta #27 inserito:: Febbraio 09, 2009, 11:46:59 am »

Per oltre un decennio è STATO braccio destro di Camillo Ruini alla CEI

Monsignor Betori: «Per i cristiani le persone sono sopra la legge»

L'arcivescovo di Firenze: «nella storia di Eluana l'amore più alto e concreto è quello delle suore»


FIRENZE — Giuseppe Betori, per oltre un decennio braccio destro di Camillo Ruini alla guida della Conferenza episcopale italiana, da quattro mesi è arcivescovo di Firenze. Questa è la prima intervista dal suo insediamento. Nello studio che guarda Santa Maria del Fiore ha il ritratto di Elia Dalla Costa, «arcivescovo dal '31 al '61, l'uomo che chiuse le porte e le finestre dell'arcivescovado a Hitler. Si sostenevano a vicenda, lui e Giorgio La Pira: avevano lo stesso confessore, don Bensi. Era la Firenze di Giulio Facibeni, cappellano della Grande Guerra, fondatore dell'Opera che si occupa degli orfani. Di tutti e tre è in corso la causa di beatificazione. Per me, Dalla Costa è la fede, La Pira la speranza, Facibeni la carità».

Quali sono i suoi sentimenti, in queste ore in cui la vicenda di Eluana Englaro si avvicina all'epilogo?
«La vicenda di Eluana Englaro sta giungendo alla tragica conclusione che molti hanno voluto. Ancora una volta la voce della Chiesa, così spesso accusata di volersi imporre a tutti i costi, si è rivelata caratterizzata da quella fragilità che è propria di chi non può fare appello che alla coscienza. E se la coscienza per crescere ha bisogno di un processo necessariamente lento, è ancora più difficile che maturi, come in questo caso, sotto l'influsso delle grida e dei proclami ideologici, soprattutto quando anche le istituzioni invece di mettersi in ascolto dei diritti naturali si erigono a produttori di pseudo nuovi diritti. Se questa è la porta aperta per un'autodeterminazione che vuole giungere a legalizzare l'eutanasia, la nostra società si avvia verso una tragica involuzione quanto a rispetto dell'intangibilità della persona e della sacralità della vita. Sono riferimenti che nel passato hanno permesso all'umanità traguardi decisivi: l'abolizione della schiavitù, la condanna delle diseguaglianze razziali, il rispetto per i disabili. Abbandonare questa strada non sappiamo dove può condurci. Anzi, lo sappiamo, ma ci è più comodo illuderci che tutto ciò sia innocuo, forse anche vantaggioso per l'umanità.
Alla Chiesa resta solo la preghiera, per tutti, sperando fino all'ultimo nella conversione dei cuori e nella fiducia che anche da questo tragico evento possa nascere una coscienza più avvertita dei pericoli che incombono su di noi, divenuti così potenti nelle tecnologie e così fragili di fronte alla sofferenza».

Considera giusto il ricorso a un decreto? E come valuta il no di Napolitano?
«C'è un realismo cristiano, per il quale il valore di una persona è superiore anche agli interessi di tenuta di un sistema politico e alle esigenze delle stesse forme giuridiche. Da questo punto di vista, quest'ultimo passaggio è in linea con le molteplici forzature che si sono registrate sul piano giuridico prescindendo dal bene della persona. Se il diritto non è a servizio delle persone diventa un problema. Noi cattolici amiamo talmente la realtà che non accettiamo di chiamare morta una persona che ancora vive. E mi lasci dire che siamo noi i veri uomini della ragione, coloro che non cadono nella contraddizione di dichiarare una persona priva di ogni dimensione umana per poi sedarla per evitarle un dolore che non dovrebbe sentire. Tutto questo ci potrà procurare anche qualche ingiuria, ad esempio di meschino integralismo...».

Queste sono le parole di D'Alema.
«Se la fedeltà alla verità ci costa qualche insulto, questo per noi è nulla purché una vita umana venga salvata».
C'è una sentenza della magistratura, rispetto a cui la Chiesa è accusata di ingerenza.
«La sentenza consente, non impone nulla. Secondo illustri costituzionalisti, non solo secondo me, la sentenza va ben oltre le possibilità che la Costituzione e l'attuale legislazione prevedono. La Chiesa ha la massima comprensione per le persone e per questo agisce nel suo modo tipico: pregando; a Firenze abbiamo organizzato una veglia di preghiera, c'erano 500 persone. Ma la Chiesa ha anche il dovere di dire la verità, non il falso. Qui è in gioco la verità sull'uomo e sulla vita umana. La vita ci è data; non è disponibile; non possiamo pensare di determinare la vita stessa. È segno della crisi del nostro tempo mascherare da diritti ciò che è solo desiderio».

Lei disse che la legge sul testamento biologico non era necessaria.
«Ero convinto che la legislazione vigente tutelasse la vita e non ci fosse bisogno di nuove norme. All'evidenza non è così. Si faccia allora una legge chiaramente a favore della vita, consentendo alle persone di esprimersi con modalità certe circa il proprio passaggio finale. Ma il caso di Eluana viene accostato al testamento biologico in modo strumentale. In realtà non ci sono indicazioni univoche sulla sua volontà. La sentenza ne ha preso in considerazione alcune e non altre. E ne ha dedotto la validità in base allo stile di vita. Una forzatura».
Che cos'altro avrebbe potuto fare il padre? Lasciarla alle suore che si erano offerte di seguirla?
«Mi sembra che in tutta questa vicenda se c'è qualcuno che se ne esce con intatto prestigio e accresciuta credibilità sono proprio le suore, che da anni servono questa donna come una figlia e tale la considerano. Non hanno scritto libri né si son messe a frequentare le televisioni per dire le loro ragioni, traducendo un fatto umano in un volano di azione politica; ma nessuno può negare che, se la ragione sta dalla parte dell'amore, il loro amore è stato il più alto e il più concreto fra tutti. Non chiedevano altro che di poter continuare nei gesti dell'amore. Se una donna in questi giorni viene privata della sua vita in forza di un'ipotetica ricostruzione di una sua presunta volontà, altre donne, queste suore, vengono anche loro offese, private di una relazione che non smetterà però di riempire la loro vita. Come pure il ricordo di questa donna resterà nel cuore di quanti amano la vita come un dono da custodire e non come un possesso di cui disporre».
Veniamo a Firenze, che pare in difficoltà. Inchieste giudiziarie, un sindaco che si incatena, primarie a sinistra affollate e contestate.
«Firenze non è fuori dall'Italia. Anche questa città subisce l'impoverimento della politica che segna il momento del Paese. Un impoverimento ideale, che Firenze condisce con un suo carattere tipico, l'antagonismo. Quelli che potrebbero essere strumenti di partecipazione, in un clima di impoverimento ideale diventano l'occasione per far emergere tutte le contrapposizioni possibili. Va detto che, in una città cui non bastavano Guelfi e Ghibellini e si è inventata pure i Bianchi e i Neri, cinque candidature possono rappresentare un segno di moderazione...».
Quando il Pd tenne le primarie nazionali nel 2007, lei espresse dispiacere per la partecipazione di preti e suore. La pensa ancora così?
«Sì. La Chiesa non partecipa alla vita interna dei partiti. La Chiesa non è di parte; è di tutti. Dio non è di qualcuno: Dio è con noi, Dio è contro di noi... sono slogan che hanno avuto esiti nefasti, per quanto regga il paragone con le piccole vicende politiche della nostra Repubblica attuale. Lo strumento con cui la Chiesa sta con tutti è la parrocchia. Al mio clero rivolgo un ringraziamento perché, per quanto diminuito nel numero e cresciuto nell'età, mantiene le posizioni tra la gente. La Chiesa italiana non è una Chiesa d'"élite". È una Chiesa di popolo».
Alla Chiesa italiana si rimprovera di schierarsi piuttosto dall'altra parte, con il centrodestra.
«Sfido chiunque a trovare una dichiarazione della Cei in tal senso. La Chiesa fa scelte di cultura e di valori; le conseguenze politiche sono secondarie. Non abbiamo mai scelto una parte; noi ci siamo sempre espressi sui problemi, in particolare su quelli antropologici. La grande intuizione del cardinale Ruini è stata proprio superare l'appiattimento del mondo cattolico sulla politica. Da troppo tempo la cultura cattolica, direi dagli anni di Rosmini, era subalterna e talvolta autoemarginata rispetto ai grandi processi culturali del Paese».
Eppure lei ha denunciato una «cultura egemone» ostile alla Chiesa.
«Distinguerei tra una cultura pubblica, che ha l'egemonia sulle strutture di comunicazione ed è ostile alla presenza in campo della Chiesa, e una cultura diffusa. Il referendum sulla legge 40 ha mostrato come questa cultura diffusa, appannaggio non solo dei credenti, possa affermarsi sulla cultura di élite, convinta di orientare le grandi scelte con certe articolesse della domenica».
Come giudica la vicenda dei lefebvriani? Un vescovo può negare la Shoah?
«Si tratta della remissione di una scomunica, che era stata comminata non a uno solo ma a quattro vescovi consacrati fuori dalle norme canoniche. Oggetto della remissione è una condizione giuridica, non il pensiero lefebvriano. Un gesto di misericordia da parte del Papa; ed è paradossale che venga criticato da chi in genere trova la Chiesa poco misericordiosa. Un gesto che non segna la conclusione ma l'inizio di un cammino, ancora tutto da compiere. Perché il pieno riconoscimento del cattolicesimo implica accettare tutta la fede, incluso quel pezzo della tradizione che è il Concilio vaticano II».
Ma il negazionista Williamson è vescovo oppure no?
«I quattro vescovi sono stati ordinati validamente seppure illecitamente, e la Chiesa non può annullare gli effetti di un sacramento, che è opera di Dio. Ma la Santa Sede ha chiarito che tutti e quattro i vescovi non possono esercitare il loro ministero, che resta inibito fino a quando non sarà compiuto per intero il loro cammino di riconciliazione con la Chiesa, accettando il magistero del Concilio vaticano II e dei recenti pontefici. Per il vescovo Williamson si aggiunge la richiesta di rigettare esplicitamente le posizioni negazioniste sulla Shoah. Il fatto che Williamson abbia negato l'Olocausto è gravissimo, inqualificabile, vergognoso. Dal punto di vista della verità storica, è inaccettabile e inammissibile che non dico un vescovo, ma un cristiano neghi cose realmente accadute. Ciò tradisce un giudizio sugli ebrei segnato dal sentimento antisemita, che la Chiesa mai ha condiviso, e dal sentimento antigiudaico, che la Chiesa ha superato con la dichiarazione del Vaticano II Nostra Aetate. Non è possibile essere cattolici e antigiudaici».
Come reagirebbe di fronte a una preghiera islamica davanti a Santa Maria del Fiore?
«Non mi piacerebbe, e la considererei una provocazione. Ogni religione ha diritto a spazi per l'esercizio del culto; ma questo non implica il diritto a invadere spazi non propri, né la pretesa di costituire presenze al di fuori di una maturazione culturale. Prima di innalzare le proprie chiese i cristiani hanno atteso secoli, perché si formasse l'amalgama culturale con la società in cui vivevano».
Nessuna fretta per costruire nuove moschee?
«Occorre tutto il tempo necessario perché l'Islam entri in profondità nell'habitat culturale italiano. Vediamo come e in che modo questa comunità si colloca nella società. E troviamo subito insieme forme perché possa praticare il proprio culto».


Aldo Cazzullo
09 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #28 inserito:: Febbraio 17, 2009, 05:51:58 pm »

Politica           

L’ultima sfida: far trapelare la volontà di duellare con il Cavaliere

Il custode della «sardità» sconfitto da Silvio-Ercole

Il motto dell’ex governatore: la simpatia non serve


Soru era molto più del presidente della Regione Sardegna e forse non era solo «il nostro piccolo Berlusconi», come lo definì l’altro grande sardo Cossiga. Non si sentiva un nuovo Illy, per citare l’altro imprenditore divenuto governatore di una Regione mai espugnata prima dalla sinistra e infine sconfitto da un carneade berlusconiano. Piuttosto, un giggirriva al contrario: non il lombardo che trova una nuova vita in Sardegna, ma il sardo che sbancata Milano torna a casa vincitore.

Nel suo intimo, mutato il moltissimo che c’è da mutare, Soru si sentiva una sorta di Sciascia di Sardegna: non Sciascia lo scrittore, quello vero, ma il guardiano dell’anima isolana, il custode della specificità insulare, l’idea che di Sciascia si erano fatti in continente i lettori che lo veneravano e coloro che, come il Michele Serra dei Falsi («La mia tata si chiamava Peppinedda. Tutti dovrebbero chiamarsi Peppinedda...»), lo prendevano rispettosamente in giro. Anche per questo, essere battuti dal figlio del commercialista di Berlusconi è una sconfitta all’apparenza umiliante; in realtà, testimonia la forza e la singolarità di Soru. Il Cavaliere, come Ercole, ha strozzato in culla il serpente che un giorno avrebbe potuto stritolarlo. Ha fatto testare il suo peso nazionale dai sondaggisti. Ne ha seguito l’ingresso nell’editoria con l’acquisto dell’Unità, che ne ha raccontato la campagna con mediterraneo calore.

Ha letto le interviste in cui Soru evocava le due vittorie di Prodi. E ha dimostrato che chi invoca «non tutto è in vendita!» sbaglia, almeno qui in Italia, isole comprese. Quando è venuto in Sardegna l’inviato del Monde, Soru ha rilasciato un’intervista di silenzi, lunghi anche trenta secondi; quando il malcapitato pensava che la risposta fosse finita e tentava un’altra domanda, lui chiedeva un po’ stizzito: «Per cortesia, non mi interrompa ». Quando si era candidato per la prima volta, nell’autunno 2003, Soru aveva portato il cronista del Corriere a vedere Sa Illetta, l’isoletta, la sede di Tiscali inaugurata appunto da Cossiga, poi la laguna dei fenicotteri (Soru dice «fenicoteri»), quindi la spiaggia del Poetto, dove si fermò a parlare con i mendicanti che lo conoscevano tutti e gli davano del tu (ricevendo il lei).

Spiegò di aver deciso di scendere in politica dopo aver visto l’insegna di un negozio che si chiamava SARDEGNERIA. «Pensai: mai più. Mai più faranno mercato della nostra terra. Mai più villaggi turistici finti, che non sono costruiti da sardi, non impiegano sardi, non usano prodotti sardi, non distribuiscono utili ai sardi. La Sardegna è il campo giochi di partite altrui; di suo non ha neppure uno scivolo. Basta con le lottizzazioni sulla costa, con le moto d’acqua a tutto gas, con l’assedio degli yacht di ferragosto. Non possiamo diventare un’immensa Ibiza, perché anche Ibiza sta cambiando. Portiamo cavi e fibre ottiche, ma ritroviamo la nostra anima profonda, perché è quella che interessa al mondo globale ». Soru era così complicato e così sardo che non solo detestava la Costa Smeralda, nelle due versioni di Tom Barrack e del Billionaire, della ricchezza internazionale e delle paillettes de noantri (e si seccò molto quando al bar dell’aeroporto di Cagliari vide nel menu il panino Porto Cervo).

Non lo convinceva neppure l’idea della Sardegna cara a continentali che l’hanno molto amata, ad esempio Montanelli, affascinato da quello che gli pareva il Far West italiano, con i banditi, le cavalcate, gli spazi sconfinati, le sparatorie e tutto. L’idea dell’isola di Mesina e delle greggi gli pareva inutilmente romantica, ai limiti dell’oleografia: «Io la Sardegna la sento nel buio, nel silenzio. Due risorse quasi esaurite nel resto d’Europa, che sono la vera ricchezza naturale da sottrarre agli speculatori». Anche per la profondità del suo radicamento, oltre che per i cinque anni di potere, la sconfitta di Soru che si profila nella notte appare un’impressionante dimostrazione di forza del suo rivale: non l’oscuro Cappellacci, ma Berlusconi. Certo, Soru lamenta che il vescovo di Cagliari, Giuseppe Mani, abbia benedetto il Cavaliere in arcivescovado: «Ricordatevi che questo presidente vuole bene ai sardi» («non è vero, non vuole bene ai sardi ma al potere!» fu la sua replica).

D’accordo, l’Unione sarda di Sergio Zuncheddu, editore e costruttore, non l’ha mai intervistato, «neppure una volta in cinque anni, e la sua tv Videolina a stento ha fatto sentire la mia voce». Di sicuro la tassa sul lusso gli ha alienato simpatie influenti, così come la vecchia nomenklatura di sinistra da Cabras in giù ha remato contro. Ma è evidente che la sua hybris è stata la sfida con Berlusconi, che della Sardegna conosce soprattutto le proprietà di famiglia ma si è rivelato in sintonia con i sardi d’oggi almeno quanto lui. E’ stato proprio Soru ad accettare il duello. Conscio delle divisioni del centrosinistra e della sua debolezza endemica nell’isola, il governatore ha tentato di risvegliare l’orgoglio sardo contro l’invasore brianzolo, e magari ha cominciato a fare un pensierino anche alla partita nazionale. Intervistato per Vanity Fair da uno scrittore conterraneo, Pino Corrias, che gli chiedeva della successione a Veltroni, ha risposto: «Non credo. Però vedremo ».

E poi, quasi come motto finale: «Per governare non si deve necessariamente essere simpatici». Un rischio che Soru non ha mai corso, sostengono i suoi nemici («quali sono? Se ha il pomeriggio libero le faccio l’elenco »). «Pescecane travestito da spigola» l’ha definito con metafora ittica Giovanni Valentini, ex direttore dell’Espresso ed ex dirigente Tiscali. In realtà, Soru non è antipatico. E’ asciutto, essenziale, rapido. A 46 anni (ora ne ha 51) era già nonno. Scuola dai padri Scolopi («la mia famiglia era molto cattolica, e non di sinistra»). Un passaggio in autostop da un signore milanese fiero di avere gli eredi alla Bocconi; l’iscrizione alla Bocconi. Il padre aveva un minimarket; lui aprì un supermarket. Poi la finanza. La tecnologia. «A Milano ho passato 17 anni, sono nati due dei miei quattro figli, mi sono trovato benissimo. E’ tutto diverso dal Sud, là nessuno ti chiede nulla del tuo passato, basta quel che sei e quanto hai da dare. Però, quando ci torno, mi pare di non esserci mai stato».

La scoperta di Internet e dell’Est: Praga. L’amicizia con Grauso. Il boom in Borsa, quando Tiscali capitalizzava più delle grandi aziende italiane, e il rapido declino della new economy, che Berlusconi gli ha rinfacciato come fosse uno smacco personale («ho verificato l’ingiustizia del Lodo Alfano: lui mi insultava, mi calunniava, e io non potevo neppure querelarlo»). Ai sardi ha parlato di nuove tecnologie ma anche di formaggi («l’80 per cento del pecorino romano è fatto con il nostro latte!») e di leppe, il coltello tradizionale, di cui lamentava aver trovato alla festa dell’Assunta a Bonaria una versione made in China. Amava raccontare di quando da bambino andò a vedere la prima e ultima partita del Cagliari in Coppa Campioni: eliminato dall’Atletico Madrid, neanche dal Real. «Avevamo un grande allenatore, Scopigno, autore di una delle migliori battute di ogni tempo: "Tutto mi sarei atteso nella vita, tranne vedere Niccolai via satellite"». E’ successo davvero, una volta. Ma era molto tempo fa.

Aldo Cazzullo
17 febbraio 2009
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« Risposta #29 inserito:: Febbraio 22, 2009, 03:35:44 pm »

Parterre e strategie

E la nomenklatura si salvò «Rischio nuovismo scongiurato»

Il ruggito del popolo delle primarie non si sente.

Fassino: «Valium? Ha vinto la ragione»
 

ROMA — «Riserveremo a Franceschini e alla nomenklatura un trattamento tipo maggiordomo di Giuliano Soria» sibila all'ingresso un bellicoso delegato di Torino.
Resterà l'unico acuto, oltre a qualche strillo — «Tutti a casa!» — molto fotografato ma subito spento da un'urlataccia più forte della Finocchiaro donna d'ordine.
Per il resto, la «nomenklatura» se l'è cavata. E il nuovo leader, anziché essere multato come il malcapitato mauriziano per ogni cappuccino mal riuscito (almeno secondo l'accusa), viene festeggiato con la prodiana Canzone popolare, riesumata dopo il fallimento del Mi fido di te di Jovanotti-Veltroni. Alla Fiera di Roma era attesa la mitica base in rivolta. L'irruzione della società civile nelle polverose stanze delle oligarchie. Il ruggito del popolo delle primarie, attraverso i loro rappresentanti qui convocati. Invece tutti silenziosi, miti, placidi. «Secondo me li hanno sedati» ipotizza Lucia Annunziata. In realtà il lavorio dei vecchi leader ha convinto quasi tutti che Franceschini è una necessità, per ora.

LA VERA PARTITA DOPO LE EUROPEE - Dopo le Europee si giocherà la partita, tra lui (o un altro candidato della maggioranza popolari-veltroniani-fassiniani) e Bersani, sostenuto da D'Alema e forse da Enrico Letta, se non andrà con Follini e magari Rutelli a fondare con l'Udc il nuovo partito di centro, nome provvisorio Kadima italiana. Base cloroformizzata, vertice arzillo. Fassino, di ottimo umore: «Ma quale Valium? Ha vinto la ragione». Bersani, lontano da taccuini e telecamere, si lascia andare: «Abbiamo dimostrato che ci siamo ancora. Che siamo un partito. Che noi sappiamo come fare. Le primarie adesso sarebbero state come il festival di Sanremo. O come Miss Italia. Senza piattaforme, senza un congresso, nei gazebo si sarebbe votato come a un concorso di bellezza. Faremo pure i gazebo; ma a suo tempo. Volevate deciderlo voi giornalisti il leader? Già vi vedevo: e i sondaggi, e Internet, e Facebook; quello che vuole la faccia nuova, quello che vuole il trentenne, quello che provoca "il vostro capo ideale è Fini"... Oggi a tutto questo abbiamo detto basta». All'inizio è previsto un certamen tipo Orazi e Curiazi o lotteria dei rigori: cinque oratori per Franceschini, cinque per le primarie subito. Quando parlano i sostenitori della linea ufficiale, a ogni angolo di ogni settore c'è un peone entusiasta che chiama l'applauso. I ribelli, tutti a braccia conserte. Arturo Parisi è andato dal parrucchiere, ma invano: parlerà a una sala semivuota. Gad Lerner confabula a bassa voce, ma non è cospirazione, sta raccontando agli amici che la sua barbera del Monferrato ha preso i tre bicchieri del Gambero Rosso. Poi sale sul podio a chiedere le primarie. D'Alema sorride: «Bravo, intervento ottimo, Lerner ha perfettamente ragione. I nodi da sciogliere al più presto sono quelli che dice lui: Medio Oriente, laicità... Ci sarebbe solo un dettaglio: le elezioni. Non possiamo montare i gazebo mentre ci sono da decidere le candidature e fare la campagna elettorale». Riccardo Barenghi ex direttore del manifesto lo incalza, D'Alema risponde con un buffetto: «Barenghi io non mi occupo di organizzazione. A voi non ve ne frega niente», altro buffetto, «ma noi qui abbiamo problemi seri di cui occuparci».

LA MAPPA DELLE CORRENTI - La disposizione in sala riproduce la mappa delle correnti, capi e sottocapi si siedono vicini a comporre pacchetti di mischia: a sinistra D'Alema con Bersani, Latorre e Livia Turco; più distante Minniti ormai emancipato; al centro Fassino tra Marina Sereni e Damiano; a destra Realacci, Enzo Bianco, Gentiloni e altri della Margherita; i veltroniani in giro a ricevere solidarietà; un po' defilato Letta; Rutelli ancora più distante, decima fila, in direzione dell'uscita. «Tutti a casaaa!» ci riprovano gli urlatori, D'Alema si volta a guardare, sul viso una smorfia involontaria come fissasse una mosca su un cuscino di broccato bianco. L'ex ministro Bianchi, che è qui in quota Castro, sciarpa rossa e capelli bianchi lunghi, vaga su e giù da solo, anima in pena. Si vota. Non in segreto: per alzata di tessera. Le «scrutatrici di settore», come le chiama la Finocchiaro, sono nel pallone: «Compagno siediti te ti ho già contato, amico scusa ti spiace alzare di nuovo la mano?»; Morando, che vorrebbe le primarie adesso, si lamenta: «Ma come si fa a votare così, non si capisce niente, è una presa in giro»; gli dicono di lasciar perdere, ormai è tutto deciso. Barenghi, fuori dal raggio dei buffetti di D'Alema, provoca: sempre bulgari, eh? «Magari. Questa non è la Bulgaria, questo è un suq arabo. A Roma si dice 'na caciara. Io voto segretario il primo che fa piazza pulita: noi chiusi in una saletta riservata, con ogni confort; voi fuori, via, a guardarci sulla tv a circuito chiuso. Al massimo lasciamo aperto l'audio». D'Alema finge di arrabbiarsi, in realtà pare rilassato: Veltroni non c'è più, tutti gli altri sì.

«DECIDO IO» -Il discorso di Franceschini lancia la parola-chiave «decido io», affronta i temi irrisolti della collocazione europea e del testamento biologico, suscita gli applausi più alti quando evoca con efficacia la Resistenza: la lunga notte del '43, la strage fascista nella sua Ferrara, la corrispondenza in romagnolo tra Boldrini e Zaccagnini, il comunista e il cattolico che considera il suo maestro. Marini, a pipa spenta: «La faccetta sorridente di Dario trae in inganno. Lui sembra buono. In realtà è un duro. Determinato». Fassino, ormai euforico: «Franceschini c'ha due palle così!». Davanti a Bersani si forma una processione di diessini: «Noi avremmo votato per te...». «Tranquilli: a ottobre». Poi, al cronista: «In questi giorni i quotidiani hanno trattato Franceschini in modo vergognoso. E Franceschiello di qui, e dilettante di là. Il signor nessuno, la mammoletta. Io voglio un partito che reagisca a queste vergogne. Dario ha una figlia piccola, la mia ha quindici anni: dobbiamo nasconderle i giornali?». Di Bersani hanno detto che somiglia a Ferrini, il venditore di pedalò di Quelli della Notte. «Perché no? Ferrini è simpatico, e del resto io dico sempre che Berlusconi è come i pedalò: esce solo con il bel tempo». Dicono pure che con Bersani finisce il Pd e comincia un partito socialdemocratico. «Dalle mie parti socialdemocratico è quasi un insulto. Io semmai sono stato liberale...». Chi ha dubbi li esprime a voce bassa. Lerner: «Le primarie sarebbero state un ottimo lancio per le Europee, con il Pd in prima pagina per due mesi. Ma qui ho visto gente spaventata». Vincenzo Cerami, quota Benigni, si avventura nei labirinti della politica: «Allora, oggi hanno votato Franceschini, ma la prossima volta votano Bersani? È così? Ho capito bene? O no?». L'ex ministro Bianchi parlotta da solo. Franceschini raccomanda: «Mai più interviste, gli scontri risolviamoli tra di noi, non sui giornali». Bersani: «Sia chiaro che non ho dato un'intervista». Marini: «C'era un rischio nuovismo». Un rischio che pure ieri è stato evitato.

Aldo Cazzullo
22 febbraio 2009

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