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Autore Topic: ALDO CAZZULLO.  (Letto 58603 volte)
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« il: Ottobre 25, 2007, 03:34:46 »

Nel libro di Sergio Luzzatto ricostruite anche le diffidenti valutazioni del pontefice

«Padre Pio, un immenso inganno»

Giovanni XXIII annotava: «I suoi rapporti scorretti con le fedeli fanno un disastro di anime»

 
«Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giov. Rotondo. L’informatore aveva la faccia e il cuore distrutto». L’informato è Giovanni XXIII. P.P. è Padre Pio. E queste sono le parole che il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino a oggi e rivelati da Sergio Luzzatto. «Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi ad una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia ad una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente» annota il Pontefice. «L’accaduto—cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona— fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti».

«Disastro di anime». «Immenso inganno ». Una delle «tentazioni» con cui il Signore ci mette alla prova. Espressioni durissime. Che però non si riferiscono alla complessa questione delle stigmate, su cui si sono concentrate le prime reazioni al saggio di Luzzatto, «Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento», in uscita la prossima settimana da Einaudi. All’inizio dell’estate 1960, Papa Giovanni è appena stato informato da monsignor Pietro Parente, assessore del Sant’Uffizio, del contenuto delle bobine registrate a San Giovanni Rotondo. Da mesi Roncalli assume informazioni sulla cerchia delle donne intorno a Padre Pio, si è appuntato i nomi di «tre fedelissime: Cleonilde Morcaldi, Tina Bellone e Olga Ieci», più una misteriosa contessa che induce il Pontefice a chiedere se il suo sia «un vero titolo oppure un nomignolo». Nel sospetto—cui il Papa presta fede—che la devozione delle donne nei confronti del cappuccino non sia soltanto spirituale, Roncalli vede la conferma di un giudizio che aveva formulato con decenni di anticipo.

Al futuro Giovanni XXIII, Padre Pio non era mai piaciuto. All’inizio degli Anni ’20, quando per due volte aveva percorso la Puglia come responsabile delle missioni di Propaganda Fide, aveva preferito girare alla larga da San Giovanni Rotondo. Ma è soprattutto la fede ascetica, mistica, quasi medievale di cui il cappuccino è stato il simbolo, per la Chiesa modernista di inizio secolo come per la Chiesa conciliare a cavallo tra gli Anni ’50 e ’60, a essere estranea alla sensibilità di Angelo Roncalli. Che, sempre il 25 giugno, annota ancora: «Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili». E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, ad appunto quasi quarant’anni da quella compiuta nel 1921, il Papa conclude che «purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa».

Gli appunti di Roncalli rappresentano uno dei passaggi salienti dell’opera di Luzzatto. E, se letti con animo condizionato dal pregiudizio, possono indurre a giudicarla o come una demolizione definitiva della figura del santo, o come un’invettiva laicista contro un fenomeno devozionale duraturo e interclassista. Ma sarebbero due letture sbagliate. Il giudizio di Luzzatto su Padre Pio non è quello sommariamente liquidatorio, che si è potuto leggere ad esempio nel recente e fortunato pamphlet di Piergiorgio Odifreddi. Luzzatto prende Padre Pio molto sul serio. E, con un lavoro durato sei anni, indaga non solo sulla sua biografia, ma anche e soprattutto sulla sua mitopoiesi: sulla costruzione del mito del frate di Pietrelcina e sulla sua vicenda, profondamente intrecciata non solo con quella della Chiesa italiana, ma anche con la politica e pure con la finanza. Unmito che nasce sotto il fascismo (Luzzatto dedica pagine che faranno discutere al «patto non scritto» con Caradonna, il ras di Foggia; ed è un fatto che le prime due biografie di Padre Pio sono pubblicate dalla casa editrice ufficiale del partito, la stessa che stampa i discorsi del Duce). Ciò non toglie che l’esito di quella ricerca sarà inevitabilmente elogiata e criticata, com’è giusto che sia. Ma anche gli stroncatori non potranno non riconoscere che uno studioso estraneo al mondo cattolico ha affrontato la figura del santo con simpatia, nel senso etimologico, e non è rimasto insensibile al fascino di una figura sovrastata da poteri—terreni prima che soprannaturali—più grandi di lei, e (comunque la si voglia giudicare) capace di alleviare ancora oggi il dolore degli uomini e di destare un interesse straordinario.

Scrive Luzzatto che «l’importanza di Padre Pio nella storia religiosa del Novecento è attestata dal mutare delle sue fortune a ogni morte di Papa». Benedetto XV si dimostrò scettico, permettendo che il Sant’Uffizio procedesse da subito contro il cappuccino. Più diffidente ancora fu Pio XI: sotto il suo pontificato si giunse quasi al punto di azzerarne le facoltà sacerdotali. Pio XII invece consentì e incoraggiò il culto del frate. Giovanni XXIII autorizzò pesanti misure di contenimento della devozione. Ma Paolo VI, che da sostituto alla segreteria di Stato aveva reso possibile la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, da Pontefice fece in modo che il frate potesse svolgere il suo ministero «in piena libertà». Albino Luciani, che per poco più di un mese fu Giovanni Paolo I, da vescovo di Vittorio Veneto scoraggiò i pellegrinaggi nel Gargano. Mentre Wojtyla si mostrò sempre profondamente affascinato dalla figura del cappuccino, che sotto il suo pontificato fu elevato agli altari.

 Non è in discussione ovviamente la continuità morale e teologica tra i successori di Pietro.Però è impossibile negare che i Pontefici succedutisi nel corso del Novecento abbiano guardato a Padre Pio con occhi diversi, comprese le asprezze giovannee. E, come documenta Luzzatto, quando «La Settimana Incom illustrata» sparò in prima pagina il titolo «Padre Pio predisse il papato a Roncall »”, compreso il dettaglio di un telegrammadi ringraziamento che il nuovo Pontefice avrebbe inviato al cappuccino, Giovanni XXIII ordina al proprio segretario di precisare all’arcivescovo di Manfredonia che era "tutto inventato": «Io non ebbi mai alcun rapporto con lui, né mai lo vidi, o gli scrissi, né maimi passò per la mente di inviargli benedizioni; né alcuno mi richiese direttamente o indirettamente di ciò, né prima, né dopo il Conclave, né mai».

Aldo Cazzullo
25 ottobre 2007

da corriere.it
« Ultima modifica: Ottobre 31, 2007, 12:33:23 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Dicembre 29, 2007, 09:56:34 »

Amato: no a un governo istituzionale

Se cade Prodi si vada alle elezioni

«Veltroni? Non si limiti a parlare a nome del Pd ma lavori per costruirlo»


 Giuliano Amato — «non può mai dirsi soddisfatto, alle prese com’è con il pozzo senza fondo della criminalità, se possibile aumentato di dimensioni con la criminalità importata. Anche in ragione della novità e della diversità di alcuni fenomeni criminali, gli italiani si sentono più insicuri di prima; e io devo tenerne conto. Posso però dire che diversi fenomeni di criminalità e di attentati alla sicurezza li abbiamo ridotti; e ciò, lo dico senza false umiltà, è dovuto almeno in parte al lavoro che abbiamo fatto nel corso dell’anno. Penso al decreto contro la violenza negli stadi, subito dopo l’uccisione del povero Filippo Raciti: a seguito delle misure di regolarizzazione degli stadi imposte da quel decreto, e della severità che abbiamo assunto, c’è stato un calo impressionante— oltre il 30%—dei feriti e degli incidenti.

Abbiamo adottato ad agosto il decreto di modifica al codice della strada: i controlli sono quadruplicati, e gli incidenti e i morti sono diminuiti. Con i patti per la sicurezza è aumentato il controllo nelle città: è stato il "Corriere" a pubblicare, tre giorni fa, dati che dimostrano come la maggior parte dei reati siano in diminuzione; come minimo, abbiamo riassorbito gli indubbi effetti dell’indulto. Ma abbiamo avuto grandi risultati anche nei confronti della criminalità organizzata.

In Sicilia, la mafia ha subìto un colpo dopo l’altro. Dopo la strage di Duisburg, abbiamo preso a radere le teste della ‘ndrangheta. La pressione sulla camorra e il numero dei camorristi presi sono elevatissimi. Questo si deve a un mix tra la continuità del lavoro di questo governo con il lavoro del governo precedente, e la qualità delle forze dell’ordine». Amato tiene in particolare a questo punto. «A volte noto che nella polemica politica si comincia a enfatizzare la percezione dell’insicurezza, per bollare di inettitudine la gestione della sicurezza in atto. Dimenticando che, se noi abbiamo adottato misure che hanno contribuito a rafforzare la sicurezza, chi la gestisce sono le centinaia di migliaia di persone che fanno parte delle forze dell’ordine.

Quando si è all’opposizione, è bene si sia consapevoli che se si sfotte la politica economica si sfottono i ministri e il governo che la fanno; se si dice che non c’è sicurezza, che la gestione della sicurezza è tale che prevale la paura, non si sta criticando solo un governo, si stanno criticando quelle forze dell’ordine che dopodomani ci si troverà ad avere quando si assumeranno responsabilità di governo. La sicurezza non la fa un ministro, anche se un ministro può concorrervi. In passato, questa consapevolezza aveva indotto in genere le opposizioni a mantenere verso la sicurezza un atteggiamento che la isolava dalla polemica quotidiana.

Tra i tanti fenomeni sgradevoli, alienanti di questa legislatura c’è stata anche l’occasionale caduta della stessa sicurezza nel calderone della dilaniante polemica politica. Questa è una pessima cosa, e finisce tra l’altro per creare situazioni che non basta il volontarismo o l’astratta geometria dei desideri politici a sciogliere». Ecco quindi la conseguenza politica, secondo il ministro dell’Interno. «Si parla di fare governi istituzionali. Ma come si possono fare governi sostenuti in modo bipartisan dagli uni e dagli altri, se questi uni e altri passano il tempo a mordersi i polpacci? C’è in Italia il clima necessario per soluzioni del genere? Io ritengo che il clima non ci sia.

Ritengo che un’intesa sia possibile, ma in Parlamento, sul terreno delle regole del gioco, non sulle politiche che qualunque governo è tenuto a fare. Credo che la legislatura debba comunque continuare; ma oggi il perdurare della legislatura trova una ragione superiore in un compito di riforma istituzionale. Che è del Parlamento, non dell’esecutivo. Tutti coloro che sinora si sono riconosciuti nella maggioranza, se ritengono che il Parlamento debba fare questo lavoro, in nome di questo lavoro faranno bene a serrare i ranghi; e a serrarli anche attorno al governo, per quello che il governo deve fare». Neppure Amato può sottrarsi all’impressione di sfarinamento della maggioranza. «Un’impressione che può avere due fondamenti. Questo continuo dissentire all’interno della maggioranza, fenomeno che la scorsa legislatura ha conosciuto con il centrodestra e questa legislatura conosce con il centrosinistra.

Il centrodestra cominciò a perdere consensi quando diventarono visibili e trasparenti le liti interne; noi, che non amiamo arrivare secondi, abbiamo cominciato a renderle visibili e trasparenti fin dall’inizio. E questo è il male profondo del sistema politico italiano — un bipolarismo che costruisce cartelli elettorali più che maggioranze di governo —, al quale si dovrebbe provvedere con le nuove regole istituzionali ed elettorali. Il secondo fattore dell’impressione di "sfarinamento" è la nostra esigua maggioranza al Senato. Basta il mugugno di due senatori per scivolare verso l’orlo della non maggioranza. Ammetterà che, se i seggi di differenza fossero 30 o 40, il fatto che tre parlamentari di cui tutti conosciamo il nome dissentissero regolarmente non scalderebbe nessuno.

Questa storia è il frutto di una maggioranza particolarmente esigua. Certo, bisogna saperla gestire. Qui noi dobbiamo ricomporre i dissensi che non ci possiamo permettere. Se non ci riuscissimo, sarebbe la fine del governo. E, se si arriva proprio sull’orlo della primavera, supponendo che la Corte costituzionale dia il via libera al referendum, lo scivolo verso le elezioni anticipate diventerebbe a mio avviso assai, assai ripido».

La riforma elettorale che si profila non rappresenta secondo Amato un pericolo per il bipolarismo. «Noi italiani siamo a volte curiosi: adattiamo la realtà ai nostri desideri, con passione latina più che con lo scientifico rigore nordico che occorrerebbe. Cominciamo con l’aderire a un modello altrui — tedesco, spagnolo —, e appena scegliamo ne desumiamo polemicamente che ci riporta al nostro passato. Ma in Germania, come in Spagna, c’è un tendenziale bipolarismo; e nessuno di questi modelli ha mai prodotto il tipo di coalizioni di governo liberamente scelte in Parlamento che caratterizzarono i primi quarant’anni della nostra Repubblica. Parla di ritorno al passato chi si è innamorato del maggioritario con premio di maggioranza; ma chiude gli occhi sul fatto che i cittadini oggi non scelgono il governo, scelgono la coalizione che deve vincere e il governo che deve litigare. Noi ci siamo affidati al premio di maggioranza perché incapaci, in ragione della nostra guicciardiana propensione alla frammentazione, di dar vita a partiti a vocazione maggioritaria.

Se vogliamo adottare il modello tedesco, o spagnolo, o francese, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerci in un partito di centrosinistra e in un partito di centrodestra che arrivino ciascuno verso il 40%, con uno spazio minore per diversità sui due lati. Se noi italiani non riusciamo a produrre due partiti di queste dimensioni, è inutile che andiamo alla ricerca di artifizi nelle leggi elettorali per darci governi che non riescono a governare. Discutiamo di modelli elettorali dal ’92, perché dopo il ‘92 il sistema politico ha finito per produrre frammenti che al massimo arrivano al 25%. E’ chiaro che non c’è Spagna, Germania o Francia che tengano; il nostro è simile ai sistemi dei Paesi ex comunisti, in cui, venuto a mancare il collante più o meno artificiale del grande partito, c’è uno sfrangiamento generale».

Per questo Amato è stato grande sostenitore del Pd, «e ora guardo con piacere a quello che sta cercando di fare Berlusconi. Io non amo lo stile con cui sta organizzando il nuovo partito: via la cravatta; maglietta e predellino; "io sono uno di voi, eccomi qua in piazza a parlarvi". Questo mi pare un espediente più da mimo che da leader politico, quale Berlusconi ormai è. Al netto del mimo, però, lui ha capito, come abbiamo capito noi, che si deve puntare al 40%. Non è la legge elettorale che crea il bipolarismo; è la politica che lo crea, e la legge elettorale lo fa funzionare ».

Se dall’altra parte c’è Berlusconi, il Pd ha il problema della convivenza tra due leader, Prodi e Veltroni? «Quando ci sono due figure tiranti, c’è sempre il rischio che si pestino i piedi. Veltroni però ha la responsabilità non solo di parlare a nome del Pd, ma anche di costruirlo. Di portarlo a essere qualcosa di più e di diverso dalla giustapposizione di due nomenklature, di questo primo grezzo prodotto che va rapidamente superato. Prodi è il leader che deve far funzionare, ahilui, questa coalizione. Sono due compiti diversi. Io ero cresciuto in una stagione politica in cui il partito dominante, che non era il mio, ha sempre tenuto distinte le due figure. E questo non ha danneggiato la Dc, anzi l’ha aiutata a vivere a lungo».

Ma la caduta del consenso del governo e in genere il malumore dell’Italia di fine 2007 come si spiegano?

Amato individua due fatti specifici. «La capacità d’acquisto; giustamente, Prodi ora ha preso questo toro per le corna. E la percezione, diffusa tra gli italiani, del bisogno di una politica che li faccia correre di più. Se nonostante i successi la produttività resta così bassa, significa che la politica, troppo intenta ai litigi interni, non riesce a far correre gli italiani come loro stessi vorrebbero. Un mio amico ha chiesto un mutuo a una banca francese e a una italiana: la differenza era di un punto; e questo perché da noi una causa civile, come quella che occorrerebbe per riprendere una casa a chi non pagasse il mutuo, dura dieci anni. Queste sono differenze che umiliano gli italiani ».

Aldo Cazzullo
29 dicembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #2 il: Gennaio 09, 2008, 11:48:35 »

Il ritratto

Pecoraro Scanio, il «signor no» ora ha detto sì anche all'esercito

Retromarcia verde dopo gli alt a Ogm, Tav, discariche e alberi di Natale

 
«Muoveremo l'esercito!». Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio sorrideva felice con i collaboratori, l'altra sera, alla fine di Porta a Porta: «Allora, come sono andato? ». «Inguardabile» scrive sul suo blog Peppino Caldarola, ex direttore dell'Unità; «al confronto, Bobo Maroni pareva Churchill». Per un giorno, l'opposizione si ricompatta. L'Udc parla di «deprimente performance»; Forza Italia di «eroe della sceneggiata napoletana », «figura pietosa», «recita indecorosa ». Cicchitto lo sopravvaluta: «Pecoraro è un pericolo per l'Italia». Casini lo sfida «a un confronto pubblico, preferibilmente a Napoli». Lo criticano Di Pietro e Europa, il giornale della Margherita. Caldarola, implacabile: «Non riesce a prendere sul serio neppure le tragedie. E' ilare. Come quelli che si danno di gomito e ridono ai funerali». In effetti, Pecoraro fu fotografato sorridente in chiesa, nel maggio 2006, al funerale di tre caduti a Nassiriya. Una specie di maledizione. Mentre, la notte del 23 settembre scorso, a New York Prodi e D'Alema concordavano il blitz per liberare gli agenti segreti in mano ai talebani, nello stesso grattacielo lui veniva beccato dall'inviato del Corriere Maurizio Caprara «in uscita dal 27˚ piano dell'hotel Millenium, dove c'è una cinematografica piscina sospesa tra le luci della Grande Mela».

Anche in occasione dell'emergenza rifiuti, il ministro dell'Ambiente è stato sfortunato. Un capro espiatorio. «Iniziamo a smaltire questi due» titola Il Giornale sopra la foto di Bassolino in giacca e cravatta e di Pecoraro descamisado. Ma, se il governatore ha forse responsabilità più gravi, la sua caduta ha un'aura di grandezza, viene ricondotta al filone delle tragedie napoletane, è raccontata come un Rinascimento tradito; Pecoraro viene liquidato, certo ingiustamente, come un epigono minore di Mario Merola. Un poco è anche colpa sua. L'uomo che ora vuol muovere l'esercito, sino a poco fa capeggiava o difendeva le truppe avverse. «Insieme ci siamo battuti come leoni» si inteneriva Tommaso Sodano, battagliero parlamentare di Rifondazione. No agli inceneritori. No al decreto del governo per istituire quattro nuove discariche. No in particolare alla discarica di Serre («ma era vicina a un'oasi del Wwf! E poi ho trovato un'alternativa, a Macchia Soprana! » si difende Pecoraro). No alle cariche per liberare i blocchi stradali (era il maggio 2007: «Amato sbaglia, si torni al dialogo»). E poi: no al vertice Nato a Napoli. No al fumo nei parchi napoletani, se nel raggio visuale del fumatore compaiono bambini o donne incinte (non sarà eccessivo in una città avvelenata dall'immondizia? «Macché; il divieto coniuga ambiente e tutela della salute »). Ancora: no agli ogm. No all'intervento italiano in Afghanistan nel 2001. No ovviamente al ponte sullo Stretto e al tunnel della Valsusa. Ma no pure alla pesca del tonno rosso e all'albero di Natale («basta tagliare abeti; meglio quelli sintetici, oppure il presepe. Napoletano»). «Bello, moro e dice sempre no» titolò La Stampa. Eppure di sì ne ha detti molti. Sì alla nomina a «patrono del pesce azzurro» del neomelodico Gigi D'Alessio, e a subcomissario per i rifiuti di Claudio De Biasio, prontamente arrestato («veramente mi ero limitato a inserirlo in una rosa di nomi...»). In Parlamento si è battuto per la creazione del museo del mandolino, di una lotteria da abbinare al festival di Sorrento, di una cattedra di agraria a Cassino.

 E poi per il contratto degli operatori shiatsu, in difesa dei pit-bull, contro la sparizione dei gelati Algida nel Napoletano, «forse a opera della camorra». Suggerì di adottare in blocco le pecore sarde e di proclamare la pizza «patrimonio dell'umanità». «Sono ecologista fin dal liceo classico - spiegò - . Se si fa il bagno a via Caracciolo è merito nostro! E siamo stati noi, attraverso il ministro verde Gilberto Gil, a ottenere che il Brasile votasse in favore dei grandi cetacei!». Contestato è invece il noto episodio della visita da ministro dell'Agricoltura alla fattoria modello: «Che bella mucca!». Era un toro. Lui però nega: «Non è vero. E poi uno mica si china a controllare...». La grande fama venne con il coming- out, provocato da un memorabile corteo pre-Gay Pride sotto il ministero («Pecoraro vieni giù/ che sei frocio pure tu»). Lui la prese bene, e ammise la sua bisessualità. «Sono quelle cose che si dicevano a sedici anni, così, per fiutare un po' l'aria» scosse il capo Nichi Vendola. Poi Pecoraro precisò: «Sono un uomo mediterraneo che sente in sé la tradizione greco-romana». Infine, a Vanity Fair: «Da quando sono uscito allo scoperto, con le donne acchiappo di più». Marina Ripa di Meana assentì: «Aspetto epico da ragazzo di vita pasoliniano; riccetti neri, occhi malandrini, parola abrasiva; dopo mezz'ora, il più delle volte si è diventati amiconi di Pecoraro Scanio». Ha cantato a Sanremo, ballato a Furore, fatto un coro con Alessandra Mussolini da Costanzo. Si è anche esibito con Aida Yespica al Bagaglino; come quasi tutti i politici, però. Originale fu invece la torta per il compleanno di Tangentopoli, offerta davanti a Montecitorio con al posto della ciliegina un paio di manette; seguì festa al Gilda on the Beach, con Pecoraro che saliva su un cammello incitando: «Ad Hammamet!». Suo il primato di dichiarazioni all'Ansa: 2627, come da complesso calcolo aggiornato a tre anni fa. Nella classifica di Porta a Porta, invece, è secondo: con oltre cinquanta apparizioni, tallona Bertinotti. «E' che io funziono si è schermito lui - . Dicono che sia vanitoso; è vero, ma a modo mio. La mia vanità non è nell'apparire; è nel persuadere. Conquistare le anime e le intelligenze, vedere l'interlocutore battuto, l'ascoltatore sedotto: ecco la mia vanità». «Il fatto è - tagliò corto Vespa - che mentre altri fanno i difficili, ogni volta che invito Pecoraro, lui viene sempre». Nel «salotto» di Vespa Il governatore della Campania Bassolino e il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio a «Porta a Porta»

Aldo Cazzullo
09 gennaio 2008

da corriere.it
« Ultima modifica: Marzo 07, 2009, 11:56:13 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Gennaio 16, 2008, 02:03:00 »

Il «capo» della rivolta «Nel '56 mi opposi all'invasione dell'Ungheria, Pajetta mi fece nero»

Cini, il «vendicatore» di Galileo: criticai pure il Pci


ROMA — L'ombra di Galileo attendeva da quattro secoli il professor Marcello Cini che la vendicasse. Almeno, il professor Cini ne sembra convinto. «Sin dai tempi di Cartesio si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo...».

Il professor Cini non è solo l'artefice della lettera aperta dello scorso 14 novembre, che ha innescato l'incidente più serio con il Vaticano da tempo immemorabile. E' uno dei grandi vecchi (84 anni, quattro più del suo avversario Ratzinger) della cultura italiana. Fin da quando, oltre mezzo secolo fa, Edoardo Amaldi, Enrico Persico e Giorgio Salvini — vale a dire, la Fisica — lo chiamarono a insegnare proprio alla Sapienza. «Cattivo maestro » si definisce (riprendendo un'invettiva di Giorgio Bocca) nel titolo della propria autobiografia intellettuale, pubblicata nel 2001 da Bollati Boringhieri. Ma si capisce bene che scherza e, in fondo, si stima. «Non posso fare a meno di domandarmi se non mi sono troppo spesso identificato con Charlie Brown quando confessa: odio la gente, ma amo l'umanità!», ha scritto di sé. Di Ratzinger, invece: «Ci vuole un bel coraggio a nascondere sotto lo zerbino le crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione... ».

Nato a Firenze, formatosi al liceo D'Azeglio di Torino, iscritto al Pci fin dai primi anni del dopoguerra, nel '56 porta al congresso della federazione di Catania, dove insegna, una mozione di critica all'invasione dell'Ungheria: «Pajetta mi rispose facendomi nero, con il sarcasmo che gli era abituale».

Critico da sinistra del togliattismo, amico di Raniero Panzieri, fu l'unico tra i docenti di fisica — lo racconta il suo allievo Marco D'Eramo — a schierarsi con gli studenti ribelli del '68. Cofondatore del Manifesto. E poi: Medicina democratica, la polemica con Emilio Sereni reo di aver esaltato lo sbarco americano sulla luna («ma quale progresso, è stato il più fantastico spettacolo di circenses offerto alla plebe dai tempi di Nerone! »), i protoambientalisti, la battaglia contro il nucleare. Ma Cini ha lasciato il più ampio segno di sé con «L'ape e l'architetto», che fu il caso politico-culturale del 1976. Un titolo mutuato da Marx, un pamphlet a più mani per dire che la scienza non è mai neutrale, non è indifferente alla storia, alle idee, e soprattutto agli interessi. La reazione dei colleghi fu ora ammirata, ora beffarda; uno di loro replicò che i corpi cadevano nel vuoto allo stesso modo, sia che al potere fossero i democristiani, sia i comunisti. Lucio Colletti infierì: «C'è una certa differenza tra le verità scientifiche e la predica di un parroco o la relazione di un segretario generale». «Il mio vero rimpianto — si immalinconì lui — è che uno impara a vivere quando non gli serve più». Serviva invece a respingere Benedetto XVI, che gli ha regalato una seconda giovinezza: «Possiamo tollerare che il papa », minuscolo ovviamente, «possa dire ai nostri colleghi biologi che non devono prendere sul serio Darwin?».

Capelli bianchi, occhi azzurro pallido, una riproduzione di Guernica dietro la scrivania, Cini non è mai stato un intellettuale retrivo. Pronto già nel '94 a dichiarare la fine del paradigma delle certezze («Un paradiso perduto» uscì da Feltrinelli), è stato tra i primi a occuparsi di bioetica e a denunciare «il pericolo maggiore, una visione di onnipotenza». Critico della clonazione e della scienza ridotta a mercato, ha ammonito a non demonizzare gli ogm — «non fanno peggio delle sigarette e degli hamburger» — e ha invitato la sinistra a diffidare «degli scienziati che giocano a Dio», e anche un poco di se stessa.

Proprio sul Manifesto scrisse: «Io non capisco più cosa voglia dire l'aggettivo "comunista" che compare sulla sua testata».
Ha fatto autocritica sui figli — «dev'essere stato difficile per loro avere un padre ingombrante, egocentrico e non sempre presente» —, si è sporto sull'orlo di una confessione di fallimento: «Ho passato gran parte della mia vita concentrandomi sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica». Resiste invece Ratzinger, il quale «ha solo cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali, ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effigie della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella scientifica e metterla in riga». Sulla soglia, però, l'attendeva il professor Cini.


Aldo Cazzullo
16 gennaio 2008

da corriere.it
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« Risposta #4 il: Gennaio 16, 2008, 02:09:07 »

Il fronte del «no» L'ex preside di Sociologia: «È la soluzione meno peggiore»

I docenti «ribelli» esultano «Vittoria dell'autonomia»

Professori soddisfatti: dialogo, non dogmi


ROMA — «Giovedì senza di lui sarà una grande festa». Il Papa abbandona e chi lo aveva contestato brinda a Galileo. Uniti per un giorno scienziati e studenti fuori corso, artisti e pensatori vantano la vittoria del libero pensiero sul dogma, della laicità sul clericalismo e persino della tolleranza sull'integralismo.

A Fisica, motore della rivolta, c'è un'aria di pericolo scampato. E Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e mito in facoltà, riassume perché: «È il primo atto di buona volontà del Papa: non mi sembra il caso di far nascere tafferugli ». Non è una censura? «No, può parlare quando vuole in altre sedi.
Non era il caso di inaugurare l'anno accademico con un'autorità religiosa (perché come filosofo un credente è un po' fiacchetto)». «La paura — spiega l'ex preside di Sociologia delle comunicazioni Paolo De Nardis — era che dalla pena di morte passasse a parlare di aborto: per una vicenda nata male è la soluzione "meno peggio" ». «Ha vinto l'università laica del sapere autonomo» gioisce Francesco Brancaccio (collettivo di fisica). «Il Papa incarna uno dei poteri forti che portano all'arretramento culturale »rincara Fabio Ingrasso (Unione Universitari).

E parla di «vittoria strepitosa» Francesco Raparelli, leader degli studenti in rivolta. «Il Papa si ritira con le sue divisioni — festeggia il leader cobas Piero Bernocchi —. Pretendeva di dare direttive alla maggiore università statale. Come se un fisico cantasse a Natale alla Sistina per il Papa».

Ma è una festa amara per chi, come il filosofo Paolo Flores D'Arcais teme che «ora il Papa verrà fatto passare come una vittima.

In realtà censurati e oscurati dalle tv sono solo i laici e gli atei». Per la cantautrice Fiorella Mannoia «papa Ratzinger paga i suoi atteggiamenti oscurantisti diventati intollerabili. Non si può legiferare nulla che c'è il veto della Chiesa (come su Pacs e staminali)». Lo scrittore Erri De Luca approva: «Non si va dove non si è desiderati». E difende la protesta: «E' legittima perché l'invito a lui era fuori dall'ordinario». «La sconfitta della democrazia e della laicità era tutta in quell'incredibile invito » concorda D'Arcais.

Ugo Rubeo, americanista, continua a raccogliere firme per declinarlo: «L'Università è la sede del dialogo ma Ratzinger alla ragione preferisce i dogmi.

Padrone. Ma anche noi di non esserci.

Era ciò che volevamo fare ma avremmo preferito tenesse duro. Ora ci daranno tutti addosso ».

Tra le firme l'italianista Serena Sapegno, lo slavista Luigi Marinelli, la francesista Gabriella Violato, l'angloamericanista Alessandro Portelli, l'ispanista Francisco Lobera e Johan Fitzgerald, cattolica irlandese, docente di letteratura inglese che aveva bocciato «l'intervento del "papa-re"» come «scomodo e sbagliato: da accademico avrebbe dovuto farlo in un dibattito».

Per Enzo Campelli ordinario di Metodologia delle scienze sociali «sarebbe stato integralismo vietargli di venire all'Università, ma lo è stato anche definire "censura" le obiezioni contro la sua presenza».

L'intellettuale ex ordinario di Letteratura, Alberto Asor Rosa, rivendica di aver indicato «nella rinuncia lo strumento per calmare gli animi» e chiosa: «La saggezza del Papa è più grande di quella degli amministratori della Sapienza».

Virginia Piccolillo
16 gennaio 2008

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« Risposta #5 il: Aprile 10, 2008, 04:08:22 »

«Sono precaria, eppure mi hanno dipinta come l'amica dei potenti»

La Madia: chiederò consigli a De Mita

Bettini «tutore» della giovane candidata: Silvio? Come uomo va lasciato stare. E lei: «Rivendico la mia inesperienza»


ROMA — Goffredo Bettini in campagna elettorale con Marianna Madia è più del Maestro e Margherita, è Mefistofele con in braccio un orsacchiotto di peluche. Il consigliere rotto a ogni sottigliezza e capriccio anche esotico, e la “giovane innocente” (la definizione è di De Mita). Il capo di Veltroni ai tempi della Fgci romana, e l'ultima scoperta, che con la vocina sottile, le fossette e i boccoli biondi dimostra meno ancora dei suoi 27 anni. Il coordinatore del partito che tiene i contatti sotterranei con Gianni Letta e vive tra Roma e la Thailandia, e la capolista che si muove chiedendo un passaggio agli amici e talora non trova la strada: “Sono stata dappertutto, anche a Frosinone! Mi sono persa due volte sul raccordo anulare, ma mi sono divertita molto”. Bettini mangia dichiaratamente dieci chili di mozzarella di bufala alla settimana, lei pesa meno di un terzo di lui, si sveglia col sole tipo Alba chiara (“sì, vado a letto presto e mi alzo prestissimo”) e ha l'aria di essere cresciuta a fermenti lattici (“non è vero, mangio di tutto, pure la pajata!”). La Madia dice che “il peso fisico di Goffredo è proporzionale al peso politico e al carisma”, Bettini sostiene che “Marianna ha portato nella nostra campagna freschezza, sincerità, forse anche ingenuità. Vivaddio! Meglio la sua ingenuità della paludosa politica che ci circonda”.

È senz'altro così, ma i dirigenti e gli intellettuali riuniti al teatro del Vascello, nel quartiere romano di Monteverde, sembrano talora dubitare della sua tenuta anche fisica. “Quant'è carina! Quant'è fragilina!” si preoccupa Miriam Mafai. “D'accordo, è ancora piccola, io però alla sua età ne avevo già passate di tutti i colori. Del resto, erano arrivati i nazisti, gli americani…”. Poi la chiama con un gesto, la fa accoccolare sul gradino, le prende le mani: “Cara, vedrai che la politica è un mestiere noioso e duro. Te ne diranno di tutti i colori, vedo che hanno già cominciato. Tu vai avanti decisa, scegli un argomento, lavoraci su, non mollare”. La Madia fa sì con la testa: “Mi hanno massacrata perché ho detto che avrei portato la mia straordinaria inesperienza. Ma quella frase la rivendico. È vero: sono inesperta della politica di Palazzo. Ma la politica è dappertutto, la fanno anche le casalinghe. Sono precaria, ho dovuto lasciare l'appartamento a Prati, ora vivo a Fregene con la mamma, eppure mi hanno dipinta come l'amica dei potenti”.

Fidanzata del figlio del presidente della Repubblica. “Ci siamo messi insieme prima dell'elezione di suo padre, e ci siamo lasciati dopo. Altro che opportunista; è vero il contrario. Ma non ne parlerò più: non voglio coinvolgere la prima carica dello Stato”. La prediletta di Veltroni. “L'ho visto due volte in vita mia. Venne al funerale di mio padre. Tre anni e mezzo dopo, mi ha telefonato per propormi la candidatura. Mi rendo conto che raccontata così pare una scena da film, ma Walter mi ha spiegato che in questo tempo mi aveva seguita: il lavoro con Enrico Letta all'Arel, il mio programma sulla Rai…”. Quale programma? “Ecubo: economia, energia, ecologia. Ma va in onda talmente tardi che non lo guardo neppure io”. E cosa guarda? “Poca tv. Mi piace Ferrara. Seguo Ballarò, ma dopo il primo giro si capisce già come la pensano. Vespa e Mentana vanno in onda quando sto già dormendo”.

Le auto degli amici oggi non sono disponibili e non si trovano taxi. “Voglio portare un po' di precarietà nella politica, per farla assomigliare di più alla vita”. La gioventù non è una colpa, certo fa impressione sentirla raccontare che “sì, mi ricordo di Falcone e Borsellino, alle medie feci un tema su di loro. Conosco Moccia e Fabio Volo, però preferisco Natalia Ginzburg e Stendhal. Mi piacciono i Negramaro, ma più ancora De André e De Gregori. Forse non sono la più indicata a svecchiare la politica…”. De Mita? “Gli chiederò consigli. Era giusto prendere qualche donna giovane dalla società civile, al posto di anziani politici uomini. Un giorno forse ci saranno solo donne giovani della società civile, e si dovrà inserire qualche anziano uomo politico uomo. Io comunque voglio fare la ricercatrice, non invecchiare in Parlamento. Dobbiamo ruotare tutti, no?”. Berlusconi dice che la Madia è bella ma non capisce nulla di politica, a differenza della Carfagna. “Berlusconi come uomo bisogna lasciarlo stare. Come politico, ha contribuito alla mercificazione dei valori”. Ferrara sostiene che sull'aborto la Madia la pensa come lui. “È una forzatura. È vero però che sono contro l'aborto, per la piena applicazione della legge 194, e per uno Stato sociale che consenta a molte donne di scegliere liberamente di tenere il bambino”.

Quando deve rispondere alle domande dei coetanei, in un caffè-libreria di Testaccio, si tormenta le mani. “Mi piace Ségolène Royal, che ha conciliato la politica con la vita: ha sfidato Sarkozy e ha fatto quattro figli. Io un figlio oggi non potrei permettermelo”. Intervista a Radio Luiss. Jeans o tailleur? “Non posseggo un tailleur. Forse me lo comprerò con il primo stipendio da parlamentare”. Trucco leggero o pesante? “Non mi trucco mai; non sono capace”. Scarpe da ginnastica o tacchi a spillo? “Stivaletti”. Sposerebbe un calciatore? “Voglio sposare un uomo che amo e che mi ama”. Il suo sogno? “Rendermi utile al mio paese”. D'Alema o Tremonti? “Tremonti azzecca l'analisi, non i rimedi. L'intelligenza politica di D'Alema è già storia”. Il linguaggio politico lo imparerà. Per ora parla da ricercatrice: “Mondo interdipendente”, “società dei saperi”, “processi formativi”, “generazione Erasmus”. Invita i coetanei del Testaccio a scrivere sul suo blog, “e porterò i vostri interventi in Parlamento”. La applaudono convinti. “Ripartiamo dalla verità: dal dirla, e dal farla”. C'è la fila per darle un bacio sulle guance: “Grazie Marianna”. “Grazie a voi. È stato utile. È stato bello”.


Aldo Cazzullo
10 aprile 2008

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« Risposta #6 il: Aprile 29, 2008, 05:21:58 »

Gli errori del centrosinistra che ha inistito sulla pregiudiziale antifascista

Gianni, l'uomo della nuova destra che unisce imprenditori e proletari

Scettico sulla svolta di Fini, ha coltivato l'ala «sociale». E da ministro ha pescato anche a sinistra


Se è diventato amico di Carlin Petrini leader gastronomo della sinistra, senza smettere il ricordo dell'amico di gioventù ammazzato dagli estremisti di sinistra. Se oggi lo festeggiano i tassisti irriducibili, e Montesano ex eurodeputato Ds; se l'hanno votato le grandi famiglie già papaline quindi democristiane infine rutelliane, e le classi popolari rimaste in città, allora Gianni Alemanno non è più da molto tempo il «picchiatore», il «camerata», l'avanguardia della «marea nera» annunciata da qualche suo coetaneo del fronte avverso.

Ieri, in una giornata non meno storica del 13 aprile, il cerchio aperto nel '93 si è chiuso. Allora fu Fini a sfiorare la vittoria contro Rutelli. Adesso a batterlo è l'uomo che più ha faticato a seguire Fini nella marcia verso il centro, che per cinque anni è stato al governo quasi come capo di una corrente alternativa, che a lungo ha diviso con Storace la guida di una «destra sociale» sospettata di velleità neocorporative, ma che ora dimostra come la destra nuova sappia convincere la maggioranza dei romani, reduci da una lunga stagione non priva di successi ma associata al cliché eterno della mediazione, dei circoli, dei salotti interclassisti, delle relazioni privilegiate.

Così le grida dell'ultima ora contro «l'uomo nero» non hanno influenzato il voto più di quanto avrebbe fatto anni fa una campagna contro D'Alema «lanciatore di molotov»; come l'insistenza maliziosa sul matrimonio di Alemanno con la figlia di Pino Rauti non ha mosso l'umore dell'elettorato più di un attacco da destra a Pietro Ingrao, per citare un altro «grande vecchio» sconfitto dalla storia e dal crollo delle ideologie ma a cui è giustamente riconosciuto un onore delle armi ad altri negato, almeno sinora. Questo non significa che al ballottaggio esca sconfitto anche l'antifascismo, valore importante pure nella capitale; ma che proprio per questo non andava svilito e strumentalizzato in una maniera che si è rivelata non solo inelegante ma, forse, controproducente.

La vittoria di Alemanno (e di Fini, che l'aveva prevista così come alla vigilia del 13 aprile aveva anticipato che la Fiamma di Storace si sarebbe fermata al 2%) dimostra che, come al Nord la Lega tiene le chiavi dell'identità e della rappresentanza, così a Roma la destra ha il polso dell'anima profonda della città, dalle borgate ai quartieri piccoloborghesi, e sa coniugarla in sintonia con quelli che un tempo avrebbe definito polemicamente i «poteri forti» della capitale, dalle gerarchie vaticane ai costruttori; poteri in parte persuasi da tempo, in parte rapidi nel riallineamento.

Le ragioni e la natura di questo passaggio storico sono tutte nella biografia del nuovo sindaco. Un uomo capace di cambiare anche radicalmente, senza abiure spettacolari, senza conversioni pubbliche, senza rinnegare il proprio passato. Alemanno, pugliese d'origine (padre di Lecce, madre di Gallipoli), cresce in una Roma che coltiva una memoria del fascismo fatalmente diversa da quella del Nord operaio, che certo non rimpiange le leggi razziali e l'occupazione ma neppure dimentica il lascito del regime: una nuova urbanistica, grandi edifici dal Foro Italico all'università, grandi ospedali come il San Camillo e il Forlanini; un ceto medio impiegatizio con l'espansione della burocrazia statale, un proletariato di periferia con le borgate, un hinterland con le bonifiche; e, soprattutto, l'idea (sia pure espressa nelle forme rozze e antistoriche della retorica dell'Impero) di Roma capitale.

Un'eredità che andava molto oltre l'elettorato missino, come si vide appunto nel '93. La storia di Alemanno è l'adesione sofferta, anche se via via più convinta, al nuovo corso di Fini, avvenuta senza perdere neppure uno dei voti (quelli di Storace sono rientrati tutti al ballottaggio) di un blocco sociale storico, che si è andato evolvendo assieme alla destra. E allora i vecchi militanti e i giovani, i parastatali, i tifosi delle curve (compresa quella romanista), i cultori dei morti degli Anni Settanta celebrati da manifesti, fiori, scritte sui muri, i piccoloborghesi di piazza Bologna e piazza Tuscolo, i nuovi proletari delle borgate, in una parola le classi popolari che nell'apparente indifferenza della sinistra stanno pagando il prezzo dell'immigrazione, sia in termini di sicurezza che di concorrenza sul mercato del lavoro.

Ai sostenitori del '93, Alemanno ha saputo aggiungerne altri, infastiditi o semplicemente stanchi del Quindicennio, con lo stesso lavoro di apertura e tessitura che l'ha portato a diventare un ministro apprezzato anche dall'opposizione, e a costruire rapporti di stima con personaggi molto lontani dal recinto della vecchia destra, da Luca di Montezemolo ai viticoltori piemontesi, da Giuseppe De Rita agli agricoltori emiliani preoccupati dall'espansione degli ogm. Tutto questo non poteva essere ridotto a una croce celtica — per quanto non rinnegata e anzi mostrata sia pure con sofferenza alla tv, in ricordo dell'amico ucciso Paolo Di Nella —, né andava confuso con il folklore.

Rispolverare l'armamentario quello sì sempre uguale, ammiccare al fascista sul Campidoglio si è rivelato un errore strategico. La lezione di Roma è semmai quella contraria: dopo il lungo periodo in cui la capitale è stata governata prima da uomini del Pci, compreso quel Luigi Petroselli indicato da destra come il miglior sindaco dai tempi di Ernesto Nathan, poi da giunte in cui gli ex comunisti avevano un peso determinante, ora la maggioranza cambia di segno e premia un esponente del fronte opposto ma non per questo escluso dalla legittimazione e dall'alternanza. E chi oggi parlasse di «seconda marcia di Roma» non coltiverebbe l'indignazione, preparerebbe la prossima sconfitta.

Aldo Cazzullo
29 aprile 2008

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« Risposta #7 il: Maggio 01, 2008, 07:56:37 »

Il personaggio

E Fini indossò i gemelli tricolore

L'emozione e le lacrime: «Giusta la mia intuizione del '93. Questo il discorso della nuova destra»


Alla fine, sia pure per un attimo, piange anche lui, il gelido, il razionale, che dell’abituale freddezza si vantava sino a poco prima in Transatlantico, «sapete che sono del Capricorno, e poi sono qui dall’83, un po’ d’esperienza ce l’ho. Certo, stamattina provo anche una profonda emozione». commozione alle 11 e 31, quando gli applausi interrompono il vicepresidente anziano Castagnetti che legge per la trecentoseiesima volta il suo nome. È allora che Gianfranco Fini, chiuso nello studio di presidente della Camera, lasciato solo dal collaboratore più stretto Andrea Ronchi— che non l’ha mollato per tutta la mattina ma ora per rispetto è uscito —, si commuove. L’altro momento di massima soddisfazione viene mezz’ora dopo, quando alla fine del discorso sfilano gli esponenti dell’opposizione per congratularsi. Parisi, Volonté, Lusetti, Soro. Veltroni telefona. Casini gli ha già stretto la mano, a Fini fanno notare che per due volte è stato lui a far partire l’applauso. Ma chi lo colpisce di più è Fassino, l’ex segretario del Pci torinese, che gli sussurra: «Un gran discorso». Un discorso che, certo, rappresenta l’ultima tappa di un percorso cominciato nel ’93 che oggi, con l’elezione alla presidenza della Camera nel giorno dell’insediamento di Alemanno in Campidoglio, si chiude. Ma che nell’ottica di Fini non va letto, neppure nei passaggi sul 25 aprile e sul primo maggio, come un’aggiunta, una novità, un sigillo del cambiamento. Semmai, come la conseguenza logica di cose già dette a Fiuggi e a Gerusalemme. Come spiega nelle conversazioni private, Fini rivendica di aver fatto un discorso «di destra», nel senso moderno in cui intende questa parola. «Un discorso identitario forte.

Il discorso della costituzionalizzazione della destra italiana. La destra del federalismo unitario, della nazione, della patria, dell’identità culturale cristiana. La destra del merito e della responsabilità, che parla di diritti ma anche di doveri». Quanto accaduto in questi giorni, ragiona Fini, non è il frutto di una decisione presa nelle segrete stanze, «è la prova che era giusta l’intuizione del ’93, che avevamo ragione quando abbiamo cominciato il viaggio che ci ha portati qui. Solo che allora eravamo in pochi ». C’erano ancora il Msi e l’arco costituzionale. La destra era marginale. «Era un’altra Italia». Non si trattava solo di cambiare, ma anche di dimostrare che un uomo di destra poteva candidarsi credibilmente a governare la capitale. Ora, la destra che conquista la terza carica dello Stato «non ha più alcuna ragione di temere la storia e le ricorrenze in cui si riconosce la stragrande maggioranza degli italiani », esclusa una percentuale talmente piccola da non entrare in Parlamento. E può rivendicare la propria «vittoria culturale», la propria idea di libertà, minacciata non più dai totalitarismi ma dal «relativismo etico» denunciato dal Papa, dall’eclissi dei valori, dall’assenza della legalità. Il tricolore, Fini non si limita a citarlo e indicarlo con gli occhi — suscitando l’unico applauso cui non si unisce Bossi —; lo indossa, sotto forma di gemelli nuovi ai polsini. Cravatta poco istituzionale, però: rosa confetto. Alle 9 e mezza è già alla Camera, per la prima votazione. Incrocia Bossi: «Umberto, dove sono i fucili?». «Dimmi piuttosto tu dove sei stato, così abbronzato ». «A Lampedusa, a salutare i tuoi leghisti». Passa Stefania Prestigiacomo, lo abbraccia e lo bacia. Poi lui si chiude nella saletta accanto all’archivio, a fumare. Si fa portare un caffé. Si affacciano La Russa, Alemanno, Matteoli, Gasparri. Per seguire lo spoglio si sposta nello studio che Bertinotti ha già liberato. Rilegge e lima sino all’ultimo il discorso, come non gli è mai successo; del resto lo considera «il più importante della vita». È Castagnetti a portargli la notizia dell’elezione e ad accompagnarlo in aula, con Ronchi e il segretario generale della Camera Ugo Zampetti. Fini esita un attimo sulla soglia, il gesto di abbottonarsi e sbottonarsi la giacca grigia tradisce l’ansia, però al momento di salire sullo scranno è asciutto, diverso dal Casini che entrò sorridendo e facendo ciao alla famiglia in tribuna; in alto Fini ha la figlia grande, Giuliana, ma la conoscono in pochi. Bossi applaude alla sua maniera, battendo la mano buona, la destra, sul tavolo. Berlusconi agita nervosamente una gamba sotto il banco, quando si arriva al 25 aprile il ritmo accelera.

Alla fine, Fini ringrazia con un cenno del capo verso sinistra e altri tre verso gli ormai ex colonnelli, insolitamente composti. Ci si lascia andare solo al brindisi, nella saletta in fondo al Transatlantico. Matteoli piange con le lacrime. Festeggiano con le tartine al salmone il capo della segreteria Donato Lamorte, Italo Bocchino allievo prediletto di Tatarella — «Gianfranco, sei emozionato?», «E vorrei vedere» —, Gramazio, Moccia, Landolfi, Malgieri. Anche Tremaglia è commosso: «È l’emozione più grande dal ’72 a oggi, grazie per aver ricordato gli italiani all’estero». Con Tremonti entra Berlusconi, baci e abbracci, «Gianfranco te lo meritavi ». Bertinotti sorride: «Ti passo lo scettro della Camera, mi è spiaciuto non essere in Aula», «Sono io dispiaciuto che tu non sia più qui, grazie Fausto per come hai fatto il presidente». Si sale negli uffici al primo piano, dove arriva la segretaria storica, Rita Marino, si guardano i tg mentre arrivano le prime telefonate: Ciampi si congratula per l’elogio del tricolore, Bile presidente della Corte Costituzionale ringrazia per la citazione, Bonanni della Cisl per l’elogio del primo maggio. Fini è colpito in particolare dal numero di ambasciatori che chiamano per fare gli auguri e fissare appuntamenti. Nella galleria dei ritratti dei presidenti, che comincia con Minghetti e finisce con la Pivetti, è rimasto un solo posto, per Bertinotti. C’è tempo per trovare una soluzione. Fini esce per salire al Quirinale, dove l’attende Napolitano. All’ennesimo «in bocca al lupo» dei deputati si stanca di rispondere «crepi»: «Ragazzi, in giro vedo solo lupacchiotti. Lupi come quelli d’una volta non ce ne sono più»

Aldo Cazzullo
01 maggio 2008

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« Risposta #8 il: Settembre 25, 2008, 12:05:50 »

l'intervento dell'esercito contro la camorra

Ignazio e Bobo, eterni rivali

Il nuovo contrasto tra i due ministri Maroni e La Russa


ROMA - «Guerra civile». «Guerra tra bande». «Guerra civile sì!». «Guerra civile no!». «Si deve mandare l'esercito». «Si deve salvaguardare l'esercito». Finisce sempre che uno dei due — ieri, Maroni— telefona a Berlusconi. Berlusconi risolve dando ragione a entrambi, e nello stesso tempo rimproverandoli. Segue comunicato per chiarire la piena sintonia.

La lite riprenderà nei giorni successivi. Il contrasto tra La Russa e Maroni è naturale. Guidano i due dicasteri della forza: la Difesa e l'Interno, la polizia e i carabinieri. Non solo: La Russa viene dalla destra sanbabilina, Maroni dalla sinistra extraparlamentare. Uno è nazionalista, l'altro autonomista. Uno interista, l'altro milanista. Uno è avvocato, l'altro veniva presentato da Bossi come tale ma non ha mai dato l'esame. Maroni è varesotto, La Russa è cresciuto a Milano ma parla — orgogliosamente — come se avesse lasciato ieri Paternò (Catania). Il bossiano ha un nome, Bobo, da cagnone buono, e con il tempo tende ad assomigliargli. Il finiano si fa chiamare virilmente ‘Gnazio, ha chiamato il figlio Geronimo e, nella versione di colui che l'ha lanciato, Fiorello, ha un nonno Bombardiere, una zia Alabarda e una cugina Bianca («finalmente un nome da cristiani! »; «no, è un diminutivo per Arma Bianca»). Bobo suona il jazz e il blues, Gnazio oltre ovviamente alle musiche Anni Venti e alle marce militari predilige i cantanti confidenziali, che creano l'atmosfera giusta in discoteca o al pianobar di cui è accanito frequentatore. Se hanno un punto in comune infatti è che entrambi amano molto, riamati, le donne (si spera non le stesse).

In politica, si contendono l'esercito. Non si tratta solo di decidere se, dove, quando e come impiegarlo. Si tratta soprattutto di decidere — «io sono per mandare l'esercito!», «no, e comunque sono io che mando l'esercito!» — chi debba muovere le truppe. Lamenta La Russa che «mi arrivano richieste da tutte le parti, mancano solo gli amministratori di condomini...». Geloso dei suoi uomini, fiero del servizio militare da volontario al quarantottesimo corso allievi ufficiali, Gnazio ha realizzato il sogno della vita e appena può si mette in mimetica e felice come un bambino si fa fotografare su un carro armato. Bobo e la Lega sospettano che An voglia fare dell'esercito un'arma politica al proprio servizio. Un confronto apertosi già a maggio, nelle prime sedute del consiglio dei ministri, quando La Russa manifestò il suo disappunto per l'invio dei militari a presidio delle discariche: «Il ministro della Difesa ha rivendicato il suo ruolo», fece sapere. «La sicurezza e l'ordine pubblico dipendono e sono di competenza del Viminale» fu la risposta. Pompeo e Cesare erano due amiconi al confronto; e — racconta un parlamentare di Forza Italia che talora si ritrova a mediare — non è detto che, se Berlusconi come Tolomeo facesse trovare all'uno la testa dell'altro sul piatto, il superstite scoppierebbe in lacrime.

Loro, ovviamente, sostengono di andare d'accordo, e di essersi pure simpatici. Ed è possibile che a dividerli sia un gioco delle parti. La Russa, numero 2 di An fin dalla morte di Pinuccio Tatarella (che aveva con Maroni un ottimo rapporto), ha visto ora formalizzato il ruolo di reggente — memorabile la battuta con cui accolse la nomina: «Chiamatemi piuttosto autoreggente» —. Maroni è l'eterno delfino della Lega, in attesa che cresca la «trota» Renzo Bossi. L'urto è stato inevitabile anche nelle questioni di potere locale. L'approdo alla Lega di Giancarlo Giorgetti, cresciuto nel Fronte della Gioventù, e Andrea Mascetti, nipote dell'ultimo federale di Varese, molto amato nel Msi. Il referendum lombardo sull'autonomia del 2000. Le provinciali del 2004: «Abbiamo perso a Milano perché la Lega è andata da sola al primo turno, ma le vittorie di Bergamo e Vercelli dimostrano che possiamo farcela anche senza di loro!» disse Gnazio. Discussero anche su Scalfaro (che a Maroni non dispiaceva), su Formigoni, e pure sulle badanti: quella volta in consiglio dei ministri vinse La Russa, che pretese di esentarle dalle annunciate espulsioni di massa. Ma tutto è cominciato nel dicembre del '94, quando il Senatur tolse la fiducia al primo governo Berlusconi e Bobo, già allora al Viminale, tentò di resistere. «Bisogna vedere se Maroni ha i maroni» fu l'elegante calembour di La Russa. Il governo cadde.

Aldo Cazzullo
25 settembre 2008

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« Risposta #9 il: Settembre 28, 2008, 12:04:49 »

L'INTERVISTA


Veltroni: con Berlusconi democrazia svuotata Come la Russia di Putin

«Dove porterà la continua conversione del governo in potere?»



ROMA — Walter Veltroni, perché lei parla di «bullismo al governo »?
«Perché vedo un cambio di passo in questa legislatura, uno scarto rispetto ai governi della storia repubblicana. La società italiana e occidentale vive in uno stato di angoscia che non ho mai visto da quando sto al mondo. Mi viene in mente Dickens: "Era il migliore e il peggiore dei tempi, era il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione". Anche nel nostro tempo accadono meraviglie: la scienza, la comunicazione. Eppure in Italia vedo prevalere i segni del tempo peggiore. Sulla fiducia vincono paura, chiusura, arroccamento. E la paura è un moltiplicatore della crisi. Quando una società ha paura, è tentata dal barattare democrazia per decisione. È una sorta di maleficio: ogni volta che la crisi democratica si è saldata con la crisi sociale e con il prevalere di suggestioni populistiche e autoritarie, sono accadute le tragedie peggiori nella storia dell'umanità».

 
Siamo messi così male?
«Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi. Se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin. È il rischio di tutto l'Occidente. Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi, la divisione e l'autonomia dei poteri come un ostacolo da rimuovere ».

L'incapacità di decidere è stata fatale al centrosinistra.
«È vero. Sono il primo a dire che la democrazia è anche decisione. Ma la democrazia prevede che si governa pro tempore, non che si è al potere. Che si governa nell'interesse di tutti i cittadini, non di una fazione o di una persona. Loro invece si comportano come gente che ha preso il potere. Il capo del governo oscilla dal discorso alla Adenauer del primo giorno a una quotidianità in cui il capo dell'opposizione è definito ora "un fallito", ora "un funambolo", ora "inesistente". L'hanno fatto con Rutelli, con Prodi, adesso con me. Una cosa che non avviene in nessun Paese del mondo».

Dove vede i segni del «modello Putin»?
«Il governo tratta il Parlamento come fosse una perdita di tempo, una rottura di scatole, un impedimento. Ora, mi è evidente la lentezza dei lavori parlamentari; ma il rimedio è ridurre le Camere a una e i parlamentari alla metà, non impedire di discutere e migliorare leggi che sono discutibili e migliorabili. Il governo ha l'obiettivo di far male ai sindacati. Ora, io sono tra coloro che stimolano il sindacato ad assumere un atteggiamento riformista. Ma indebolire i sindacati è una scelta suicida, il cui risultato è la proliferazione delle rappresentanze autonome e corporative. Il governo addita negli immigrati un nemico; ma se espelli un uomo dalla società, si comporterà come un espulso, e avremo un Paese non più sicuro ma meno sicuro, in cui già ora accadono episodi gravissimi di intolleranza, di caccia allo straniero. L'assassinio di Abdul per un pacco di biscotti è un segno del tempo peggiore. C'è tutto: la povertà, l'esasperazione, il razzismo. E i genitori che dicono: "Pensavamo di essere italiani, abbiamo scoperto di essere neri"».


Il movente razzista è stato escluso dalla Procura.
«Ma è stato ammesso da La Russa. Del resto, non ho mai sentito di un ragazzo sprangato al grido di "sporco bianco". Ancora: il governo ha nel mirino le autorità indipendenti; ora toccherà a quella per l'energia e il gas; l'indipendenza dà fastidio. Il governo muove all'attacco della magistratura. Anche noi vogliamo la riforma, convocheremo gli Stati generali della giustizia per discuterla; ma ci preoccupano i diritti di sessanta milioni di cittadini, non i problemi di uno solo. E, per la scuola, l'idea di bocciare alle elementari e alle medie i ragazzi che hanno anche solo un'insufficienza significa favorire l'abbandono e l'elusione scolastica, specie tra i più poveri; qualcosa che farebbe accapponare la pelle a un uomo come don Milani».

Di «putinizzazione» parlò in piazza Navona Flores d'Arcais. Non teme di essere accostato all'opposizione più radicale?
«Questa preoccupazione l'hanno espressa in molti, anche molti moderati. E poi non c'è nulla di più radicale di quello che stanno facendo loro. Radicalità non nel cambiamento, ma nella sistematica conversione del governo in potere. La mia non è solo una denuncia, è anche un appello. Ripristiniamo le condizioni minime, fisiologiche del confronto. Guardiamo agli Stati Uniti, dove Bush chiama e i democratici rispondono. Bush non ha insultato Obama, l'ha consultato. Così funzionano le grandi democrazie. Ci vuole un po' più di moderazione; ma la moderazione è estranea a un governo che ha un'idea sostanzialmente autoritaria delle relazioni con chi è diverso. Mi chiedo dove diavolo arriveremo».

Si è offeso per le polemiche su Alitalia?
«Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l'accordo. Io ho un giudizio pessimo di come il governo ha gestito la vicenda, compresa la scelta di una cordata non si sa in base a quali principi. Avrei potuto lasciare che il governo andasse a sbattere e ne pagasse le conseguenze. Ho fatto una scelta diversa, recuperando una trattativa che era morta, con la cordata che dopo aver scaricato i debiti sui contribuenti intendeva scaricare sui lavoratori ulteriori margini di profitto. In un Paese civile, il capo del governo in questi casi dà atto al capo dell'opposizione. Costa tanto fare questo sforzo? Ma lui, che vive nel terrore della comunicazione, improvvisa uno spot a freddo contro di me, si inventa che avrei fatto saltare la trattativa che invece stavo riannodando».

Sull'Alitalia il Pd è stato a lungo in difficoltà. Del resto, il vostro ministro ombra è il figlio del capo della cordata.
«Lei non pensa che in Italia cominci a esserci un pensiero unico? Sono stanco dell'assenza di una coscienza critica che ignora la trave e si concentra sulla pagliuzza. Il premier è padrone di mezzo Paese, sua figlia entra nel consiglio di Mediobanca, e il conflitto di interessi è quello di Matteo Colaninno? Se in passato l'egemonia della sinistra ha asfissiato la destra, ora l'egemonia della destra asfissia il Paese. C'è un clima plumbeo, conformista, come se a chi governa fosse consentita qualsiasi cosa. La Gelmini arriva a Cernobbio in elicottero, come neppure Dick Cheney. Il premier non va all'Onu, non partecipa alla trattativa Alitalia, per andare al centro Messegué; senza che nessun tg lo dica. Leggo sull'Espresso che a San Giuliano c'è stata una selezione tra gli operai, per fargli incontrare solo quelli più bassi di lui. Non so come li abbiano trovati; so che queste cose accadono nei sistemi autoritari. Ma i riflettori vengono puntati su di noi. Se un dirigente locale del Pd fa una critica, finisce in prima pagina. Se il sindaco di Roma smentisce Berlusconi sulla legge elettorale per le Europee, finisce in un colonnino».

Lei teme anche per l'indipendenza dei giornali?
«Sì. È giusto che il governo cambi con un provvedimento amministrativo le regole di erogazione dei fondi pubblici ai quotidiani, riportandolo sotto il suo controllo? È giusto che, in questo clima asfissiante, chiudano il manifesto, il Secolo, Liberazione, Europa? Un clima in cui il sedicente portavoce del governo definisce Leoluca Orlando "esponente di un partito contrario ai valori della libertà e della democrazia". Come se spettasse al dottor Bonaiuti dare patenti di libertà e democrazia».

A proposito di Rai, qual è il vostro candidato alla presidenza?
«Il presidente è un tassello di un percorso. Che deve cominciare con l'elezione di Orlando alla Vigilanza. Noi accettammo Storace; perché loro non possono accettare un esponente del partito di Di Pietro, cui Berlusconi offrì il Viminale? Poi occorre riformare la governance della Rai. Se le regole non cambiano, e se c'è il consenso sul nome di Petruccioli, per noi va bene. Ma è la destra a essere divisa: tra chi vuole alla direzione generale Parisi e chi vuole Gorla, tra chi vuole dare al direttore generale più poteri e chi no. Io non mi opporrei a rafforzarlo, se questo significa ridimensionare il peso dei partiti in Rai. Purtroppo il pensiero unico prevale anche in televisione. Al riguardo, non può non essere visto con grande preoccupazione l'annuncio de La7 di voler licenziare 25 giornalisti; di tutto c'è bisogno in Italia tranne che di limitare ulteriormente la libertà d'informazione».

È sicuro di aver fatto bene a lasciare il comitato per il museo della Shoah?
«Sì. Al clima plumbeo concorre pure la rivalutazione del fascismo. Il museo della Shoah era un'idea della comunità ebraica e mia. Il nuovo sindaco ha fatto l'apologia di un regime che, ben prima delle leggi razziali, ha provocato la morte di tutti i capi dell'opposizione: il liberale Gobetti, il comunista Gramsci, il socialista Matteotti, il cattolico don Minzoni, gli azionisti Carlo e Nello Rosselli. Il giorno dopo, anziché correggersi ha aggravato le cose, condannando l'esito ma non la natura del fascismo. Con un sindaco che non si mette a urlare di fronte ai saluti romani, gli stessi saluti che hanno accompagnato gli uomini che andavano a morire a via Tasso o alle Ardeatine, per me è difficile discutere della Shoah».

Non la preoccupa anche lo stato del Pd? I prodiani la attaccano e Prodi tace. Il partito è diviso in ogni regione, in Sardegna la bega finisce in tribunale. Dopo D'Alema, pure Rutelli annuncia la sua corrente. «No, non sono preoccupato. Lo ero sino ad agosto. Ma da settembre, dalle feste e dalla summer school, dal contatto con il nostro popolo, credo siamo usciti tutti convinti che va benissimo il pluralismo culturale, non il correntismo esasperato. Abbiamo una base molto forte e molto sana. Nei sondaggi stiamo risalendo. Il clima sta cambiando. Lo vedremo quando tra quattro settimane manifesteremo contro la politica economica di un governo che occulta la povertà, non si occupa di prezzi e salari, fa sparire pure i soldi della social card. La destra pagherà la sua confusione culturale, il passaggio brusco e zuzzurellone da Reagan a Zhivkov, dalla deregulation allo statalismo. Il tempo migliore può ancora prevalere sul tempo peggiore».

28 settembre 2008

Aldo Cazzullo

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« Risposta #10 il: Ottobre 12, 2008, 05:06:48 »

«Io, il carceriere di McCain e cinque anni di interrogatori»

Parla il vietnamita cui fu affidato il «prigioniero eccellente»: «Non l'abbiamo mai torturato»


HANOI - «Era una guardia appena arrivata. Quando seppe che nella cella 13, ala Ovest, c'era un pilota abbattuto mentre bombardava Hanoi, e soprattutto figlio dell'ammiraglio che comandava la guerra per mare e per cielo contro il nostro Paese, la recluta sputò nel piatto di riso prima di portarglielo. Come comandante della guardia carceraria, l'ho rimproverato aspramente. Quel pilota era nostro prigioniero, affidato alla mia tutela. Doveva essere trattato con durezza, ma con rispetto».

Quel pilota era McCain, e il suo carceriere è un uomo di 75 anni, tre più di lui. Vive a duecento metri dall'Hoa Lo, che gli americani chiamavano con ironia Hanoi Hilton: la prigione. Casa al primo piano, scala buia, toilette sul ballatoio. Piedi nudi sul pavimento di legno, vecchie foto in divisa, una Tour Eiffel di plastica sul tv color, la sola cosa che abbia meno di quarant'anni. È la prima volta che racconta questa storia. «Mi chiamo Nguyen Tien Tran, sono nato il 18 maggio 1933, e ho servito per quarant'anni nell'esercito vietnamita. Il 26 ottobre 1967 presi in custodia il capitano della Marina americana John Sidney McCain, appena ripescato dal lago Truch Bach, un chilometro a nord da qui. Non era certo il primo; ma non ne avevo mai visto uno così malridotto. Braccia rotte, ginocchio destro a pezzi. Gli demmo da mangiare e da bere; vomitò tutto. Delirò per l'intera notte.

Il mattino dopo lo portammo all'ospedale 108, quello dei militari, dove fu operato e rimase un mese. Io non lo perdevo mai di vista, talora non tornavo a casa neppure la notte e dormivo nella stanza a fianco: temevo che un medico o un infermiere potesse fargli del male. E noi non volevamo che morisse; ci siamo accorti quasi subito che era figlio e nipote di due grandi ammiragli americani. Ero il responsabile del suo caso: dovevo sorvegliarlo da vicino e, appena possibile, interrogarlo. Compito che ho svolto per cinque anni e mezzo ». Fin dall'inizio, le due storie divergono. McCain scrive di essere rimasto abbandonato per quattro giorni, che i vietnamiti per curarlo volevano sapere «tipo d'aereo, obiettivi futuri, e altri particolari di ogni sorta». Portiamo a Nguyen Tien Tran l'autobiografia del suo prigioniero, Faith of My Fathers. Lui nota subito che «adesso si firma solo John, ma una volta insisteva: “Mi chiamo John Sidney McCain”».

Poi si prende mezza giornata per leggere i capitoli sulla cattività a Hanoi, e replicare. «Non è andata così. Noi non abbiamo mai torturato McCain. Al contrario: gli abbiamo salvato la vita, curandolo con medicine preziosissime che talora mancavano ai nostri feriti. L'aereo l'avevamo abbattuto, i suoi bersagli erano chiarissimi, il suo nome era scritto sulla piastrina di riconoscimento. Se non l'avessimo curato subito, sarebbe morto. Non è vero che tentò il suicidio; non aveva l'aria di voler morire, accettava il cibo, chiedeva le medicine; e poi era un tipo ambizioso, che si aspettava molto dalla vita. Non è vero che venne il generale Giap a visitarlo; Giap per noi era ed è un mito, il vincitore di Dien Bien Phu, se fosse venuto me ne ricorderei. Non è vero che McCain elencò la linea d'attacco della squadra dei Packers per non dare i nomi dei compagni: è un'informazione che non ci serviva e non gli abbiamo chiesto. Non è vero che per ingannarci parlava di missioni in Antartide e disegnava portaerei con piscine a bordo. McCain sapeva che non eravamo stupidi e non aveva voglia di scherzare: gli interrogatori erano molto seri, e pure lui lo era. Quel che ci interessava era persuaderlo che la guerra americana fosse sbagliata e criminale. E alla fine la confessione l'ha firmata. Si era reso conto delle condizioni, e le aveva accettate. Anche se negli interrogatori non ha mai ammesso di essere nel torto. Diceva che lui aveva fatto una guerra pulita, dal cielo. E ha ripetuto, sino all'ultimo, che la guerra per lui era giusta».

 
McCain ai tempi della prigionia
Le parole del carceriere non implicano che McCain abbia drammatizzato il racconto della prigionia. È probabile che sia Nguyen Tien Tran ad attenuarlo (pur se la sua versione coincide con quella del direttore dell'Hanoi Hilton, Tran Trong Duyet, 75 anni, che siamo andati a trovare nella sua casa di Hai Phong). Di certo, i vietnamiti volevano McCain vivo, per servirsi di lui; e lui non glielo consentì. Il 4 luglio 1968 al padre ammiraglio era stato affidato il comando della guerra, accanto al generale Westmoreland. Il figlio poteva essere una formidabile arma di propaganda, su cui esercitare una determinata pressione.

Tra il prigioniero e la sua guardia era cominciato una sorta di duello, che non è mai finito. «Riconosco che le condizioni erano dure, anche se non disumane. McCain è rimasto in isolamento molto a lungo. Ma non è colpa mia se lui tentava in ogni modo di comunicare, così: toc-toc», e qui Nguyen Tien Tran picchia con il dito sulle pareti sottili della sua casa. «Allora lo portammo in una cella che non confinava con le altre. All'inizio dovevamo assolutamente evitare i contatti tra i prigionieri, per impedire che si mettessero d'accordo, che elaborassero un comportamento comune. Uscito dall'ospedale, McCain fu portato alla Cinemateca, il carcere che gli americani chiamavano Plantation. Nella cella c'erano una branda, un bugliolo con coperchio, una coperta. La luce era accesa 24 ore su 24, ma non era un neon troppo fastidioso. Nessuna finestra, ovvio. Sempre una guardia fuori». McCain ha raccontato di aver ucciso quattrocento zanzare in un giorno. «In effetti in Vietnam abbiamo molte zanzare. La giornata cominciava alle 5 e mezza, con il gong che annunciava la colazione. Ai prigionieri veniva dato un pane e dello zucchero. Alle 11 c'era il pranzo, sempre preceduto dal gong: una zuppa di zucca con del grasso. Alle 5 di pomeriggio la cena, una ciotola di riso con carne. L'amministrazione del carcere calcolò che ogni pasto dei prigionieri ci costava un dong e sessanta, più del doppio del pasto di una guardia. Pensavamo che gli americani erano abituati a mangiare di più. I primi tempi, niente pacchi o lettere, niente giornali. Non potevano arrivare notizie dall'esterno, neppure l'elezione di Nixon o lo sbarco sulla Luna, se non quelle che davamo noi con gli altoparlanti: le nostre vittorie, l'elenco dei loro caduti. Distribuivamo i libri di Ho Chi Min tradotti in inglese, e testi di americani contrari alla guerra. Ogni prigioniero aveva diritto a tre sigarette al giorno; ma quando vedemmo che usavano le cartine per scambiarsi messaggi, non ne demmo più».

«Interrogavo McCain due volte la settimana, tutte le settimane. In una stanza apposta, abbastanza grande, con la porta blindata e i muri spessi per non far sentire i discorsi. Lui sempre senza manette. Parlavamo in inglese, lingua che ho studiato all'università. Una volta mi disse che ormai, viste le ferite, non avrebbe più potuto volare; la sua carriera militare era finita, ma c'era il tempo per iniziarne un'altra. La carriera politica. A lui il comunismo faceva orrore, io replicavo che in America non era il popolo a scegliere ma i partiti. Si capiva che Johnson non gli piaceva; però uno come lui non avrebbe mai criticato il suo presidente. Sapevo che aveva una moglie e una bambina piccola, ma non ne parlava mai. Ogni tanto affrontavamo la geografia degli Stati Uniti: McCain mi teneva lezioni, io gli dimostravo che un po' conoscevo il suo Paese, discutevamo della Florida, del Golden Gate. Di donne invece non si parlava; non è nel carattere vietnamita farlo, e lui solo una volta mi ha raccontato delle brasiliane, diceva che sono le più belle del mondo. La sua ossessione era il padre. Ne andava fiero, e aveva paura di non esserne all'altezza».

Chiediamo a Nguyen Tien Tran di accompagnarci a quel che resta dell'Hanoi Hilton, dove McCain arrivò dalla Plantation nel dicembre del ‘69. Le guardie, che ora custodiscono un museo, si inchinano al suo passaggio, una le chiede l'autografo. «La cella di McCain non c'è più, e neppure il mio ufficio, che era al piano di sopra. Ecco le fotografie dei suoi amici: Bob Craner, Everett Alvarez, il primo a essere abbattuto. Questo è James Kasler, veterano della guerra di Corea. Lui sì, un vero duro». Perché, McCain no? «Era meno ribelle, più mansueto di quanto racconta. Non è vero che ci insultava; stava attento a comportarsi bene. Non è vero che urlando ci impedì di filmare una messa di Natale in carcere; anzi, una volta venne a una funzione organizzata a Saint-Joseph, la chiesa francese». McCain racconta di un altro Natale, in cui una guardia tracciò una croce nel fango del cortile per dargli modo di pregare. «Questo è assolutamente impossibile. I miei uomini erano tutti atei e comunisti. E stavano combattendo, dal loro posto, una guerra da cui dipendeva la sopravvivenza della patria. Le religioni, per giunta quelle altrui, non ci interessavano. Su una cosa però ha ragione lui: questa tuta da aviatore, esposta nel museo come “la tuta di McCain”, non è la sua. Era ridotta a brandelli, e la gettammo via».

Le foto d'epoca mostrano prigionieri che coltivano piante, farciscono tacchini, giocano a volley e a basket. «A parte il fatto che avevamo la palla da volley ma non quella da basket, McCain non è tra questi. Non stava ancora bene, e poi non era il tipo. La pressione si allentò anche per lui: riceveva pacchi e lettere, ovviamente dopo che erano stati controllati da noi; aveva in cella spazzolino, dentifricio e il Vietnam Courier, poteva fare la doccia due volte alla settimana, uscire in cortile ogni pomeriggio per 45 minuti, ascoltare la radio con le nostre musiche patriottiche ma anche vecchie canzoni francesi e di Louis Armstrong. Notai che gli si erano sbiancati i capelli; non per i maltrattamenti, che non ci furono; è che in prigione si pensa troppo. E per lui la prigione era la strada per essere degno del padre e del nonno, e per cominciare la carriera politica. Certo era una forte personalità, e ha dimostrato una certa tenuta. McCain è un eroe americano, di un Paese che in Vietnam ha perso 58 mila uomini. Ma per noi, che ne abbiamo persi tre milioni, McCain è una persona scorretta, e anche un po' ingrata. Chi vorrei presidente tra lui e Obama? È un discorso che non mi riguarda e non mi interessa. Il passato non c'entra. Scelga l'America l'uomo che la porti fuori dall'Iraq e la tenga lontana dalle guerre. McCain la guerra la conosce, quindi credo non la ami». «Gli ultimi giorni di prigionia furono terribili, stavolta per noi. Tra la fine del '72 e l'inizio del '73 subimmo i bombardamenti più duri. Ricordo che portammo McCain a Duc Giang, alla periferia Nord di Hanoi, a vedere le distruzioni e i morti. Al momento di liberarli, radunammo i prigionieri in cortile. A tutti demmo un paio di scarpe e una divisa». Era il 14 marzo 1973. «A McCain dissi di ricordarsi che lui era stato preso mentre bombardava la nostra capitale, e ci doveva la vita: “Torna in Vietnam, ma stavolta in pace”». E lui cosa rispose? «Nulla. Andò via senza una parola, ma stringendo la mano a quanti di noi considerava ormai amici».

E a lei diede la mano? «No. A me no».

Aldo Cazzullo
12 ottobre 2008

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« Risposta #11 il: Ottobre 18, 2008, 11:38:22 »

Domenica su La7

Crozza: «Sono anch'io in politica: mi trasformo in Brunetta»

«E lancio il D'Alema-Tg» Il pezzo forte della prima puntata sarà «Vattene Air France» cantato con Mietta

 
 
MILANO – «Magari lo chiamerò/ Colaninno amoroso/ e Tutu Tratratrà/ e il suo nome sarà/ al posto di Spinettà/ Colaninno è già qui/ piace pure al Pd/ e suo figlio sarà/ chi controlla papà/ e l'italianità/ cinque anni e scadrà/ e io col naso in su/ la mia bandiera vedrò/ sempre là, sempre su/ finché non torna Air France/ chissà.../ in coppia con Lufthans!». Maurizio Crozza sta provando la prima puntata di Crozza Italia, che torna domani sera su La7. «Vattene Air France», sottotitolo «Colaninno amoroso», si annuncia il pezzo forte (in coppia con Crozza canta Mietta, come nell'originale). Ma è la crisi generale, dell'economia e della politica, al centro della scena. «Il mio amico Beppe Grillo me l'ha detto a giugno: "Mauri, porta via tutti i tuoi soldi dalle banche". Aveva ragione. Ma io chiedo: te le deve dire Beppe Grillo, un comico, queste cose?». Grillo ormai fa un altro mestiere. Crozza invece ha sempre distinto tra spettacolo e politica. «E' vero, io sono un guitto. Però è anche vero che faccio politica pure io. Non è colpa mia se Berlusconi mi ha citato nel discorso di insediamento».

VELTRONI E APICELLA - Così nel «promo» della trasmissione si vede il premier che a Montecitorio prende in giro Veltroni con il «pacatamente, serenamente» di Crozza. E si vede Crozza trasformarsi in Berlusconi: «Segno che un comico può diventare presidente del Consiglio. E viceversa». L'imitazione del Cavaliere però non ci sarà. «L'ha già fatto Sabina Guzzanti, per buona creanza non sta bene rifare il numero di un collega. E poi Berlusconi è come Paperino: un personaggio che vive di vita propria; la caricatura di se stesso. Inimitabile. Ora è andato da Bush a dirgli che è stato un grandissimo presidente. Bush l'ha guardato sbigottito: "Silvio, ma che diavolo dici?"». Crozza diventerà invece Apicella, e canterà una delle canzone napoletane del premier, riscritta da Rocco Tanica: «O' chiodo fisso». «Mi sento scisso/ ‘stu chiodo fisso/ un po' m'acqueta e un po' me fa pazzia'/ ho il chiodo fisso/ sono un vesuvio ‘e passiunalità/ sarò prolisso/ ma ho il chiodo fisso/ sto maritato… ma ho l'immunità!». Ci sarà ancora Veltroni e il «ma anche».

BRUNETTA E D'ALEMA - I veri protagonisti però saranno Brunetta e D'Alema. «Brunetta — sostiene Crozza — è il simbolo della politica dell'annuncio: «Ho detto. Ho fatto. Aiutatemi. Vi spiego. Lavoro 28 ore al giorno… Sì, lo so, le ore del giorno sono 24, ma se non dico 28 la gente non capisce». D'Alema sarà evocato come editore di Red Tv, messa in scena da Ambra e da Carla Signoris. «La precondizione per lavorare a Red Tv è: mai nominare Veltroni; ogni volta che si nomina D'Alema, simulare un orgasmo. Continue le dirette da Gallipoli, dove D'Alema sarà impegnato a veleggiare nella Togliatti Cup, a presentare la sua Aies — Associazioni italiani europei simpaticissimi — e ad aprire il convegno "Proprietà privata e cannolicchi di mare". Al termine, D'Alema è stato circondato da porporati e giornalisti, cui ha rivolto il consueto, simpatico saluto: "Vedete di levarvi dai coglioni"». Red Tv sarà commentata da Fassino, quello vero, ospite della prima puntata. Renzo Piano dialogherà invece con l'architetto Fuffas, caricatura di un celebre collega. Il falso Apicella insiste: «I' tengo ‘na mugliera/ che a volte se ne lagna/ se dico alla Carfagna che me fa' attizza'/ c'ho il chiodo fisso/ maronna mia, ma che v'o dic'a ‘ffa'/ c'ho il chiodo fisso/ ma per fortuna poi ce sta Saccà...». Mietta gorgheggia: «Vattene Air France/ che siamo ancora in tempo/ ora c'è Air One/ spensierata sta fallendo...».

NAZIONALIZZAZIONE E PRIVATIZZAZIONE - Dice Crozza che i meccanismi della crisi economica hanno superato la fantasia di qualsiasi cabarettista: «Prima dicevano che bisognava privatizzare. E abbiamo venduto i beni pubblici, cioè nostri, a privati che hanno usato i soldi delle banche, cioè i nostri. Ora dicono che bisogna nazionalizzare. E lo Stato compra le banche, sempre con i nostri soldi. Quindi stiamo ricomprando una cosa nostra che avevamo venduto a spese nostre... Per fortuna ci salva un personaggio affidabile: Gheddafi. E' bello pensare che la tua banca appartiene a un tizio che vive sotto una tenda, nel deserto. Nell'89 è crollato il Muro di Berlino ed è morto il comunismo, ora crolla Wall Street, la via del Muro, ed è il capitalismo che muore». Non a caso la puntata si apre con un gospel e una corona funebre su una cassaforte. «Grillo e io non siamo catastrofisti. Siamo di Genova, dove accadono prima le cose che accadranno altrove. In Liguria siamo i più vecchi d'Europa: ci sono più matrimoni tra i settantenni e le loro badanti che tra ragazzi di 28 anni e ragazze di 23. Altro che arrestare i clandestini, c'è da andare a Lampedusa a sbracciarsi: venite per pietà, altrimenti noi chi ci sposiamo?». Lo pseudo Apicella: «Tengo ‘na mugliera/ che scrive ai giornalini/ se dico alla Gelmini che me fa attizza'/ ma c'a mugliera, o maggistrato e ‘a tv/ m'accatto ‘o lodo Alfano e nun ce pienze cchiù!». Chiudono Crozza e Mietta: «Ancora ti chiamerò/ Colaninno amoroso/ e Tutu Tratratà/ la concorrenza sarà/ solo formalità/ il biglietto per Roma/ che triplicherà/ Malpensa poi chiuderà/ ed Epifani non sa/ che anche lui schiatterà/ sugli esuberi poi/ un'idea che l'avrei/ i soldi li troverò/ sempre là/ dove sai/ forza italiani dai/ e poooiii/ ce li mettete voooiii...».

Aldo Cazzullo
18 ottobre 2008

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« Risposta #12 il: Novembre 03, 2008, 10:50:11 »

Elezioni usa, conto alla rovescia

Barack e i fantasmi degli amici rinnegati

Viaggio a Chicago, nella città del candidato democratico alla Casa Bianca

DAL NOSTRO INVIATO


CHICAGO — «Barack Obama è un grand'uomo, e lei non avrà da me una sola parola contro di lui. Io gli ho voluto molto bene, e ancora gliene voglio. Io l'ho iniziato alla fede. Ho celebrato il suo matrimonio con Michelle. Ho battezzato le loro figlie. L'ho spinto a fare politica». Obama però l'ha rinnegata. «No. Lui non condivide tutto ciò che dico io, e io non condivido tutto ciò che dice lui. Ma è una grande anima: l'unico politico a osare ancora promettere che cambierà l'America, e cambierà il mondo. È tutto. Qualsiasi cosa dicessi, sarebbe usata contro Barack». Così parlò il reverendo Jeremiah Wright, dalla sua casa neogotica di 9167 Pleasant Road, nel South Side di Chicago, la parte meridionale della città.

Non esattamente un ghetto: un gigantesco suburbio da un milione di abitanti. Tutti neri. Questo tratto della 95esima strada è intitolato a lui, al reverendo Wright. Conduce alla nuova sede della Trinity United Church of Christ, la chiesa che per vent'anni è stata la sua. Ieri il rito è durato due ore e un quarto. Duemila neri, un unico bianco. Cori gospel alternati a orazioni politiche: «Ricordiamoci di Martin Luther King! Ricordiamoci di Malcolm X! Ricordiamoci di andare a votare!». Obama non è mai nominato, ma alle pareti c'è la sua foto mentre stringe le mani dei vicini e chiude gli occhi, rapito. E c'è la foto di Jeremiah Wright mentre predica con il dashiki, la veste africana simbolo del Black Power. La stessa che indossa nel famigerato video, il più cliccato su Internet, divenuto ora uno spot di McCain, in cui il reverendo invoca l'ira del cielo sui compatrioti: «Tutti dicono "Dio benedica l'America", ma io dico no no no, Dio maledica l'America» (nello spot la maledizione è coperta da un bip, che enfatizza anziché nascondere). Per Obama, un disastro. Perché il reverendo Wright è per lui persona di famiglia, e qualcosa di più. È il suo demiurgo. L'uomo che l'ha convertito, lui nipote di uno sciamano del Kenya, figlio di agnostici, cresciuto con un patrigno musulmano. L'uomo che gli è stato al fianco negli esordi politici (come racconta lo stesso Obama nel suo libro L'audacia della speranza).

Poi le loro strade si sono divise. Il reverendo ha celebrato l'11 settembre, ha rimproverato all'America Hiroshima, Nagasaki, i golpe militari dal Guatemala al Cile, il sostegno a Israele e al Sud Africa dell'apartheid presentati come fossero le facce della stessa medaglia. Ora la Trinity Church l'ha sostituito con un pastore più giovane, e Obama ne ha preso le distanze. Troppo tardi, forse, per esorcizzare il lato d'ombra di un personaggio sino a poco fa sconosciuto e che ora, secondo i sondaggi e gli auspici dei suoi fratelli neri, sta per diventare presidente degli Stati Uniti.

Dalla chiesa comincia la Michigan Avenue, destinata a diventare molti chilometri più a Nord The Magnificent Mile. Qui la «strada magnifica» corre tra case bruciate, pompe di benzina fuori uso, immondizia al vento, madri con bambini (rarissimi i padri). Poi, man mano che ci si avvicina al centro, le case si alzano di uno o due piani, il legno diventa pietra, ai balconi appaiono fiori e canarini. Qui abita la piccola borghesia nera, qui viveva Obama quando aveva trent'anni e lavorava come assistente sociale. Ancora più a Nord ci sono Hyde Park, l'università di Chicago dove a quarant'anni Obama insegnava diritto costituzionale, e la casa dove vive adesso. I piani sono quattro, compresa la mansarda. Un bowindo, due camini, una zucca di Halloween, la parabola della tv satellitare, un fregio a forma di conchiglia. E, soprattutto, un giardino. L'unico della zona. Niente di che: pini, altri alberi, un canestro per giocare a basket, scoiattoli, un Suv parcheggiato. Ma abbastanza da evocare un altro fantasma. Questo terreno era di Antoine «Tony» Rezko, uomo d'affari di origine siriana. Confidente, finanziatore dell'ascesa di Obama, e suo immobiliarista di fiducia: Barack scelse la casa e la comprò a prezzo scontato, Tony acquistò a prezzo pieno il giardino e ne cedette una parte all'amico. Un dettaglio. Se non fosse che Rezko — grande elemosiniere della macchina democratica guidata dal governatore Blagojevich e dal sindaco Daley, figlio e omonimo del Daley che fece votare i morti pur di favorire Kennedy — è in carcere per estorsione, frode, riciclaggio. Se poi si considera che dall'altra parte della strada, vicino alla sinagoga, abita un altro professore dell'università, William Ayers, oggi amico di Obama ma negli anni Settanta leader del gruppo terrorista dei Weather Underground, allora si comprende come il trasloco gli abbia creato qualche guaio.

Nulla che sembri comprometterne la corsa, né intaccare l'aura di cui è circonfusa una storia irripetibile, compresi gli incontri con il razzismo, cui lui ha sempre reagito. Restò in silenzio solo il primo giorno di scuola, quando un compagno gli chiese se suo padre era un cannibale. Al primo ragazzino che gli disse «negro» fece sanguinare il naso. Il tennista che gli chiese di non toccare la lavagna con i nomi degli atleti — «il gesso potrebbe sbiadirti la pelle» — fu minacciato di querela. Dalla vecchia che l'aveva preso per un ladro pretese invano le scuse. All'allenatore di basket che teorizzava «ci sono i neri e ci sono i negri» rispose che «ci sono i bianchi e ci sono i figli di puttana come te». Non si sa come abbia reagito la volta che, davanti a un ristorante del centro, aspettava il valletto dell'auto e si vide tirare le chiavi da una coppia di bianchi, convinti che il valletto fosse lui. Racconta Obama che quei ricordi gli vorticavano nella mente mentre ascoltava il primo sermone del reverendo Wright e un bambino gli porgeva un fazzoletto: «La gente iniziò a urlare, ad alzarsi in piedi, ad applaudire e a strepitare; un vento poderoso che trasportava la voce del reverendo su, in alto, verso la croce…». Un sermone intitolato «L'audacia della speranza».

Aldo Cazzullo
03 novembre 2008


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« Risposta #13 il: Novembre 03, 2008, 10:51:25 »

Elezioni Usa, conto alla rovescia

L'eroe frenato dai propri errori

Battute e svolte per resistere

McCain ha condotto una campagna piena di zigzag

DAL NOSTRO INVIATO


NEW YORK — «Di rado una strategia studiata a tavolino resiste al primo scontro col nemico». Per anni l'ex pilota di bombardieri John McCain ha applicato alla politica il motto appreso negli anni spesi tra i militari. E, in genere, ne ha tratto un profitto: il senatore dell'Arizona è diventato una leggenda per la sua capacità di cambiare in corsa scelte che si stavano rivelando perdenti, di capovolgere situazioni apparentemente compromesse.
Stavolta, però, il «metodo McCain» sembra fare cilecca: il candidato repubblicano ha riempito l'ultima fase della campagna elettorale di colpi di coda brillanti, di audaci cambiamenti di rotta. Ogni singola mossa — dalla scelta di Sarah Palin per la vicepresidenza alla campagna che ha presentato il popolarissimo Obama come una «celebrity» senza sostanza, dalle invettive contro lobby e clientele di Washington all'invenzione di «Joe the plumber», l'idraulico antitasse — gli ha fatto guadagnare consensi. Eppure, a un passo dal traguardo, la sensazione prevalente è quella di un McCain senza una strategia chiara che procede a zigzag, tra una trovata tattica e l'altra, nel tentativo di restare attaccato a un Obama in fuga nella conquista di consensi.

Convincente quando mette in luce le lacune del suo avversario, McCain non è riuscito a spiegare come salverà un'America angosciata da una crisi mai vista, mai immaginata prima (solo i 90enni hanno memoria del Grande crollo del 1929). Lui, abituato alle resurrezioni miracolose, non molla: meno di un anno e mezzo fa, senza soldi e coi sondaggi che lo avevano declassato a pura comparsa dietro i Romney e i Giuliani nella gara per la nomination repubblicana, McCain veniva invitato da molti a ritirarsi. Si sa come è andata a finire.

Questa estate si è ripetuto: dopo aver mangiato per mesi la polvere del popolarissimo Obama, è riuscito improvvisamente a raggiungerlo e superarlo. Con la disoccupazione alle stelle, il credito paralizzato e il Paese sull'orlo del «meltdown» finanziario, ora, però, McCain arranca di nuovo nei sondaggi. L'esito del voto di domani è considerato ancora incerto solo perché nessuno è in grado di dire con esattezza quanto peserà su Obama l'«handicap» della razza.

Ma la battaglia del candidato nero contro il «fattore R» non può far dimenticare che anche tutta la campagna di McCain è stata una corsa frenata dagli handicap: dal deciso sostegno dato dal senatore, due anni fa, a una guerra in Iraq in quel momento considerata persa quasi da tutti, allo spettacolo del governo liberista del suo compagno di partito George Bush che compra banche e assicurazioni. Strada facendo il maverick, l'anticonformista della politica americana, è sempre riuscito a tamponare le falle. Aiutato dall'efficace controffensiva antiterrorismo del generale Petraeus in Iraq, ha vinto la corsa alla nomination dei conservatori spazzando via tutti i suoi avversari. Ha sconfitto l'«handicap» dell'età avanzata (72 anni) offrendo migliaia di pagine della sua cartella clinica all'esame della stampa.

Con una campagna sempre all'attacco è riuscito a raccogliere per sé, in tutti i sondaggi, un risultato molto migliore di quello attribuito al fronte repubblicano: il partito al quale appartiene e che dal 1992 aveva dominato, incontrastato, la scena politica americana. Ma che due anni fa è improvvisamente entrato in crisi e che dopodomani subirà, con ogni probabilità, una sconfitta di dimensioni storiche.

Fino a un paio di mesi fa McCain era riuscito addirittura a smarcarsi dalla figura di George Bush, il presidente più impopolare della storia americana, sempre secondo gli onnipresenti indici di gradimento. Il primo imputato (non l'unico) per il crollo del sistema creditizio americano è l'eccesso di deregulation dell'era Reagan- Bush: una politica che McCain ha sempre condiviso e che, coerentemente, non ha ripudiato nemmeno adesso. Il candidato repubblicano ha continuato a proporre il modello liberale di una ripresa affidata solo alle forze del mercato, ma poi ha dovuto avallare i salvataggi decisi dal governo federale per evitare il tracollo dell'economia. Coerente, ma fuori tempo: mentre il Tesoro e la Federal Reserve pompavano nelle banche e nell'economia produttiva centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani, McCain continuava a centrare i comizi sulla sua battaglia senza quartiere alle elargizioni clientelari votate dal Congresso: complessivamente 18 miliardi di dollari (13 miliardi di euro) in un'epoca in cui l'unità di misura della spesa pubblica è diventata il trilione (mille miliardi di dollari).

La crisi, precipitata a settembre col fallimento della banca Lehman, ha improvvisamente immerso l'intera campagna elettorale nei colori del piombo: svanito l'«effetto Palin» e con la politica estera — il suo punto di forza — ormai lontana dall'attenzione degli elettori, McCain è stato costretto ad affrontare la battaglia finale con Obama sul terreno dell'economia: quello che gli è meno familiare e sul quale la destra Usa è, oggi, in grande difficoltà. Spinto da Steve Schmidt, il 38enne «Lothar» (un gigantesco ragazzone calvo dagli occhi di ghiaccio) al quale ha affidato le strategia della sua campagna elettorale, McCain ha tentato l'ultimo colpo di timone per raddrizzare una nave spinta alla deriva dai continui crolli di Wall Street: sospensione della campagna elettorale, richiesta di rinvio del primo dibattito televisivo con Obama e tutti a Washington a lavorare sulla legge di salvataggio dell'economia. Una mossa azzardata, ma che poteva rivelarsi efficace se McCain fosse riuscito a far brillare la sua capacità di leadership. Non è andata così: durante i vertici alla Casa Bianca McCain ha fatto solo domande banali. Ne è uscito meglio Obama che, pure, aveva accettato con riluttanza l'invito di Bush. Quanto al Congresso, la full immersion di McCain, a detta di molti parlamentari anche repubblicani, è servita solo ad alimentare la confusione: quando, 24 ore dopo, è ripartito da Washington per recarsi al dibattito che non era riuscito a far slittare, il senatore dell'Arizona si è lasciato dietro un Parlamento più diviso di prima.

È in quelle due settimane — dalla decisione del governo, domenica 14, di lasciar fallire Lehman, alla sospensione della campagna e alla missione di fine mese al Congresso — che la campagna di McCain scivola lungo una china che non riuscirà più a risalire. Non lo dicono solo i sondaggi, ma la stessa decisione dei suoi strateghi elettorali di abbandonare il Michigan — quello che era stato a lungo lo Stato-chiave della campagna repubblicana, l'unico tra quelli tradizionalmente democratici che McCain pensava di poter strappare al suo avversario — per andare a difendere la Florida: uno Stato considerato roccaforte sicura della destra e nel quale, invece, Obama aveva appena fatto il sorpasso nei sondaggi.

L'epilogo della campagna è un susseguirsi di attacchi abbastanza scomposti a Obama: «amico di terroristi», «socialista», «simpatizzante occulto dell'Islam». Efficaci? McCain spera di sì e adesso punta a strappare ai democratici la Pennsylvania per compensare la prevedibile conquista di alcuni Stati repubblicani da parte del suo avversario. Ma le invettive, che forse spingeranno qualche conservatore in più ad andare a votare, hanno alienato a McCain la simpatia di personaggi come Colin Powell e irritato i moderati che cercavano in lui un «centrista » affidabile. Di più: il polverone sollevato demonizzando Obama ha finito per offuscare anche le trovate migliori. «Joe the plumber» poteva essere il modo più efficace per riportare l'attenzione degli elettori sulla necessità di preservare i meccanismi di una crescita economica sana, per denunciare il rischio che più assistenza e più tributi indeboliscano lo spirito imprenditoriale che l'America continua ad avere. Invece, tra idraulici, discorsi ormai a ruota libera della Palin e muratori ispanici che paragonano il leader democratico a Hugo Chavez, negli ultimi giorni il palcoscenico di McCain è sembrato, a volte, quello di un cabaret.


Massimo Gaggi
03 novembre 2008


da corriere.it
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« Risposta #14 il: Novembre 05, 2008, 11:43:10 »

Non una parola contro John McCain

Washington, esplode la festa pro-Obama

Un frastuono di pentole e clacson tipo rivolta argentina o vittoria degli Azzurri.

E gli sconosciuti si abbracciano


DAL NOSTRO INVIATO

WASHINGTON - Per tutto il giorno Washington è rimasta zitta, sotto una pioggia leggera. In attesa. Kathleen Kennedy, la figlia di Bob, sorrideva ottimista già alla chiusura dei seggi, ma i maggiorenti del partito compreso suo zio Ted erano ancora incerti. E anche la serata elettorale è trascorsa tra silenzi e cautele. Poi, dopo aver ascoltato il discorso di Obama da Chicago, la Washington democratica (cioé quasi tutta la città, che ha votato compatta per il nuovo presidente) si è riversata davanti alla Casa Bianca. Una folla incredibile, multicolore, plurigenerazionale. Neri, biondi, indiani. Ragazzi giovanissimi al primo voto, e vecchi militanti. Cani, passeggini, tutti nelle strade della capitale mentre la pioggia finalmente cessava.

PENTOLE E ABBRACCI - Un frastuono di pentole e di clacson tipo rivolta argentina o vittoria degli Azzurri. Bandiere a stelle e strisce, cori Usa-Usa, anzi: Iu-Es-Ei. Sconosciuti che si abbracciano e danno il cinque a mani che si sporgono dai finestrini delle auto in corsa. Cori per Obama, ovviamente. Ma non una parola contro John McCain. Chi l'ha mandato a quel paese ad alta voce è stato subito zittito dagli altri. La nobiltà del discorso in cui ha riconosciuto lo storico passaggio dell'elezione di un afroamericano e ha detto «ora Obama è il mio presidente» non è sfuggita ai democratici. Il coro che si leva più alto è «no more Bush», basta Bush. Forse perché la folla pensa che W sia in casa. Forse perché ritiene che, se un giorno la storia rivaluterà il presidente che lascia due guerre in corso e la peggior crisi economica dal 1929, quel giorno appare molto, molto lontano.


Aldo Cazzullo
05 novembre 2008



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