LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: LUCIA ANNUNZIATA -  (Letto 45682 volte)
Arlecchino
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« Risposta #255 il: Dicembre 05, 2016, 04:56:55 »

No per ridare voce agli italiani

Pubblicato: 02/12/2016 21:58 CET Aggiornato: 02/12/2016 22:12 CET

COSTITUZIONE
Lucia Annunziata

Nel novembre 2011, in nome della stabilità del paese, viene buttato alle ortiche Silvio Berlusconi, a favore di Mario Monti, senza elezioni. Nell'aprile 2013 si va alle elezioni e Mario Monti non supera l'esame elettorale, senza che però l'incarico di premier vada a nessuno dei due quasi vincitori, né a Bersani né a Grillo. Entra invece Enrico Letta, che non è il campione uscito dalle urne, ma appare più adatto degli altri due ad assicurare la stabilità. La stabilità però è una Musa Inquieta e nel febbraio 2014 butta alle ortiche anche Letta. Entra Matteo Renzi, un politico che al voto parlamentare nazionale non si è mai sottoposto, che passa direttamente da sindaco di Firenze a presidente del Consiglio. In 5 anni 4 premier, di cui 3 mai votati. Cifra da Prima Repubblica.

Se era Stabilità che volevamo abbiamo in realtà prodotto il suo contrario.

Né meglio è andata negli stessi anni in paesi ben più strutturati del nostro. La stabilità invocata, richiesta, organizzata dalle classi dirigenti dell'Occidente come risposta alla crisi montante delle democrazie non ha avuto nessun successo. Lo tsunami di una gigantesca disaffezione e rivolta che attraversa l'Europa, la Brexit Inglese e la vittoria di Trump ne sono la prova inconfutabile. Eppure nessun paese, nessun leader, nessuna classe dirigente ne ha preso finora atto. Men che meno l'Italia.

Al referendum sulla riforma Costituzionale voterò No.

Per spiegare le ragioni di questo No evito di proposito di entrare nel merito delle questioni costituzionali, perché questo voto è innanzitutto un passaggio politico, e non solo italiano. E io sono contraria alle soluzioni che ci vengono proposte. Deboli perché inefficaci.

Alla crisi fra classi dirigenti e cittadini, che serpeggia da anni nelle nostre democrazie, la ricetta che i governi propongono è quella di tentare di limitare le aree dello scontento, di stringere un cordone intorno al dissenso, usando il peso delle relazioni di classe, il peso degli interessi economici, la forza delle strutture pubbliche e, infine, a volte, anche la limitazione del ricorso al voto o, quando è il caso, al referendum, come in Inghilterra e, prima, in Grecia. Nel nome di una bandiera: la stabilità innanzitutto.

Finora la esperienza ci ha detto che questa soluzione non funziona. Eppure, ora che tocca al nostro paese, l'Italia in maniera ostinata e per me sorprendente si è incamminata sulla stessa strada: al No è stato attribuito il solito valore distruttivo, al Sì la funzione positiva, della continuità e della forza istituzionale. In questo senso, come ormai anche chi sostiene il Sì ammette, il referendum è un passaggio squisitamente politico - a dispetto di tutte le discussioni sul contenuto della riforma costituzionale, su cui appunto è quasi inutile a questo punto entrare - il risultato delle urne sarà un giudizio a favore o contro il governo. Una "deviazione" dell'istituto referendario su cui non si può essere d'accordo. Ma che era quasi inevitabile, vista la nostra storia recente.

Nella battaglia contro il "populismo" l'Italia ha, come ricordavo all'inizio, una storia ormai di qualche anno. Dalla caduta di Berlusconi, la classe dirigente del nostro paese ha giocato con il fuoco delle crisi risolte sul filo della soluzioni non istituzionali. Il voto popolare, e la scelta dei premier, come dicevo, sono dal 2011 fuori dalle mani dei cittadini. Questa gestione delle istituzioni non solo ha però aumentato il risentimento popolare contro la politica, ha anche indebolito tutti i premier. Incluso il più forte, il più abile, e spregiudicato dei suoi predecessori, Matteo Renzi, che per arrivare a Palazzo Chigi ha accettato comunque il compromesso di arrivarci senza voto popolare.

All'inizio si è probabilmente illuso che quell'entrata fatta per vie brevi sarebbe stata dimenticata presto a fronte dei suoi successi; e invece, a riprova che le istituzioni contano, la mancanza di elezione popolare ha viceversa intaccato i suoi successi. Quel condizionamento iniziale ha pesato sulle condizioni generali del suo governo: Renzi si è trovato a lavorare con un Parlamento e un potere centrale non scelti insieme a lui, e di conseguenza ha fatto in una maniera esponenziale scelte sempre più irregolari. Ha fatto ricorso a maggioranze occasionali, costruite di volta in volta. Ha dovuto forzare e personalizzare quasi tutti gli appuntamenti più tradizionali, dalle molte fiducie alle scadenze elettorali, dal Jobs Act alle elezioni europee o amministrative, ogni appuntamento ribaltato in un referendum sulla sua persona e sulla forza del suo governo, fino all'ultimo referendum in cui con lui si gioca la testa anche l'Italia.

La debolezza del mancato passaggio elettorale si è riversata infine sulla riforma Costituzionale che giudicheremo. I dubbi di chi dice No oggi in Italia sono fondati nella dinamica delle cose: davvero un lavoro così rilevante come la riscrittura di parte rilevante della nostra Carta può essere fatta nelle condizioni che conosciamo, con maggioranze variabili, forzature, trattative di scambio, in un Parlamento in cui i partiti si sono sgretolati e il cambiamento di casacca è stato sfacciato? Di sicuro si può dire che far fare una riforma Costituzionale a un premier eletto avrebbe assicurato un percorso di scrittura della riforma più trasparente, più corretto, e sicuramente più solido. Evitando il sospetto che essa serva solo a rafforzare qui ed ora il futuro elettorale dello stesso premier.

In altre parole, viviamo da cinque anni in un profondo squilibrio istituzionale, ma invece di affrontarlo, si preferisce, oggi soprattutto per volontà del premier, andare avanti con successive forzature. Nella convinzione, o la speranza, che le prove di forza prima o poi possano piegare lo scontento dei cittadini, o il dissenso.

La formula di questi anni, appunto. Al fianco del Premier infatti è tornata a scendere la classe dirigente di sempre sollevando la paura di sempre - l'instabilità. Juncker e Schaeuble, due che amano Renzi come i bambini le vaccinazioni e che comunque lo difendono, i grandi giornali finanziari, Financial Times e Wall Street Journal, e se una voce sola, l'Economist, dissente si grida al complotto delle forze oscure europee. Quella stessa Europa che però ha aperto una nuova linea di credito all'Italia pur di aiutare il governo. Arrivano, poi, insieme ai mercati, i manager - con Marchionne il 95 per cento dei manager del nostro paese. Per finire con Romano Prodi, che per non mancare all'appello dell'Europa infine si schiera con un premier che pure critica. A proposito di Casta ed Elite, intorno a Matteo Renzi non manca nessuno. È uno schieramento imponente che probabilmente regalerà al Sì la vittoria. Ma aiuterà il paese a fare un passo avanti davvero, come si promette?

La vittoria del Sì darà sicuramente un premier più forte, ma non un paese più solido. Non solo perché la battaglia prima delle urne è stata lacerante, ma soprattutto perché una vittoria ottenuta sulla paura e sulle forzature, come si diceva, aggrava la distanza fra classi dirigenti ed elettori. La vittoria del Sì assicurerà dunque un Renzi più forte, ma non una maggiore stabilità. È questo il "meraviglioso" paradosso che spiega come mai la formula non abbia finora funzionato, in nessun paese dove è stata applicata.

C'è bisogno invece di fermare questa deriva, risettare le priorità e riportare l'Italia a una discussione seria, partecipata, e comunemente accettata, sul suo futuro.

C'è bisogno di un segnale che, accendendosi, indichi che un limite non può essere superato. Questo segnale è solo il No.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/voto-no-per-ridare-voce-agli-italiani_b_13378350.html?1480712356&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #256 il: Marzo 06, 2017, 04:13:21 »

La nemesi del complotto
Lucia ANNUNZIATA

Pubblicato: 04/03/2017 21:11 CET Aggiornato: 05/03/2017 19:17 CET MATTEO RENZI

Matteo Renzi è arrivato al punto in cui un politico non dovrebbe mai arrivare: il "Ci vogliono far fuori", il "disegno evidente", il "non ci faremo processare dai giornali". Parole pronunciate nel corso della intervista a Lilli Gruber. Al netto della mia parzialità dovuta all'apparentamento dell'Huffington Post con l'Espresso e con l'intero Gruppo Espresso chiamato in causa da Renzi nella persona del suo editore, se questa è la linea con cui l'ex premier va al "contrattacco" è piuttosto fragile.

C'è intanto qualcosa di triste nel vedere un politico così giovane arrivare così presto a un classico della vecchia politica. Meglio: un classico dell'invecchiamento in politica. Non c'è mai stato infatti segno migliore del concludersi di un ciclo personale e di partito della famosa spiegazione dell'altro da sé.

La caduta di Andreotti spiegata con la vicenda dell'Achille Lauro, il capolavoro di Bettino Craxi che della sua caduta fece una riscrittura della Storia, seguito con passo di danza pochi anni dopo da Silvio Berlusconi che trasformò in uno status quello del perseguitato politico. La tentazione di evocare le forze oscure che tramano contro le forze sane , è in verità una via d'uscita popolare in ogni stagione e dentro l'intero arco costituzionale - la paranoia dei due anni di D'Alema a Palazzo Chigi, il sospetto permanente del Professor Prodi nei confronti dei suoi alleati interni, la Guerra intorno ai 101, la rielezione di Napolitano e quella successive di Mattarella; fino ad arrivare alla denuncia delle oscure resistenze come forma suprema dell'analisi della quotidianità dentro il Movimento Cinque Stelle.

Il punto è che ogni volta che un politico o una forza politica arriva a denunciare questo passaggio, sta in realtà - la storia lo prova - affrontando una sconfitta. È quello che capita anche all'ex Premier. Ma nel suo caso l'adozione di questa linea di difesa è talmente lontana da tutto quello che ha fatto finora da essere essa stessa una indicazione.

Matteo Renzi si ritrova ad operare oggi in una situazione completamente diversa da quella cui è stato fin qui abituato. Un habitat nuovo della sconfitta, peggiorato anche rispetto a quello del dopo-referendum.

La strategia del ritorno di Renzi dopo il 4 dicembre è pavimentata di molte buone intuizioni rivelatesi storte. La soluzione muscolare della divisione interna al Pd si è ribaltata su sé stessa: usciti i dem, infatti, la frattura politica interna si è riaperta di nuovo, come il terremoto di questi mesi che continua a trasferirsi a faglie limitrofe. A riprova, in Umbria come nel Pd, della fragilità complessiva del territorio.

Il risentimento, la diffidenza reciproca nati in questi anni, stanno ora erompendo attraverso le denunce reciproche di brogli, di tesseramenti gonfiati, di accordi spiacevoli fra capibastone. Un clima che, privo della permanente frizione dei D'Alema, Speranza, e Bersani, si rivela oggi molto più violento di quando di poteva attribuire a un nemico interno.

A riprova di quanto difficile e arbitrario sia stato il percorso del Pd renziano, fra cambi di casacche interne, alleanze spurie fra posizioni fra loro inconciliabili, scandali di voti alle ultime due primarie. Complicazioni e rotture di una organizzazione che, sbandando come un toro ferito, negli ultimi anni, anche prima di Renzi, aveva già fregato Bersani, poi Letta, poi la Presidenza Prodi, e che ora arriva, ultimo nella fila, a fregare anche Renzi.

La volatilità e la non trasparenza della vicenda interna del Pd è la prova che l'ex segretario in realtà non controlla il suo partito. E anche se questa ingovernabilità è stata sepolta dalla scissione, rimane il suo tallone d'Achille È abbastanza evidente a tutti infatti che, in queste condizioni e qualunque ne sarà il risultato, le primarie nascono contestate, e Renzi rischia persino di perderle.

La vicenda giudiziaria che coinvolge il padre aggiunge un secondo effetto deflagrante. Al di là del risultato finale dell'inchiesta, rivela, come è stato bene scritto da altri in questi giorni, una idea di potere. È l'idea che Matteo Renzi ha tanto lavorato per affermare: un unico motore che sia capace di gestire tutto lo Stato. Una scelta che i renziani hanno sempre rivendicato come garanzia della loro possibilità di cambiamento. La reazione delle forze della "conservazione" contro questa loro ambizione al nuovo è il nemico oscuro che sostengono voglia ora farli fuori.

Ma la verità politica della vicenda giudiziaria, al netto di qualunque verdetto futuro, contiene fin da ora una lezione politica: questo potere così accentrato è stato però anche così disattento. Renzi è colto in questa vicenda nella più vecchia delle trame del mondo politico, il familismo. E si difende da queste vecchie trame con il più vecchio degli argomenti del mondo politico.

Primarie contese, perdita di credibilità personale, possibile sconfitta elettorale alle amministrative di giugno, una turbolenza che si estende al governo. È una combinazione di elementi che ci presenta un panorama inimmaginabile fino a pochi mesi fa: il possibile collasso del sistema legato al Pd.

Ma l'ex segretario non sa o non vuole cogliere questo sviluppo. Il coraggioso ragazzo di Firenze arrivato a Roma sfondando le porte, si rifugia oggi nella denuncia di "un chiaro disegno" contro di lui. C'è una nemesi e, come si diceva, una tristezza in questa trama.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/la-nemesi-del-complotto_b_15157870.html?1488658298&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #257 il: Ottobre 14, 2017, 12:37:31 »

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Collassa il sistema ma si salvano i suoi capi
Con una discutibile manovra istituzionale un pugno di leader è riuscito a mandare all'ammasso tutti, eccetto sé stessi

12/10/2017 23:14 CEST | Aggiornato 13/10/2017 08:27 CEST

Lucia Annunziata Direttore, Huffpost Italia

Legislatura anomala, votata sotto i colpi di una totale rivolta contro il sistema, tra vaffa lanciati come pietre e rottamazioni imbracciate come clava; continuata nel segno dell'evaporazione delle frontiere (fra idee e partiti) e dell'assottigliarsi delle regole; insomma la XVII legislatura della Repubblica italiana che ha avuto inizio venerdì 15 marzo 2013 è di fatto finita oggi, coerentemente con il suo inizio: con un'ennesima lacerazione.

La legge elettorale è stata approvata alla Camera con ricorso alla fiducia, superando il passaggio più difficile. Il voto è avvenuto alla vigilia del decennale del Pd, festeggiato senza (fra gli altri) Romano Prodi, che è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito democratico, e poi presidente dell'Assemblea costituente nazionale del partito.

Divina dissonanza, o meravigliosa coincidenza: in fondo la battaglia intorno e dentro il Pd è stata la storia che ha percorso tutta la legislatura, e il suo cambio di pelle è stato davvero il segnale di un cambiamento dei tempi.

L'approvazione di una legge elettorale in queste circostanze prepara una campagna elettorale avvelenata. Ci sono pochi dubbi infatti che, qualunque sia il giudizio che si vuol dare di questa mossa – e il mio è negativo – il ricorso alla fiducia per l'approvazione delle leggi elettorali è un evento eccezionale, avvenuto solo quattro volte nella storia repubblicana. Due di queste quattro sono avvenute in questa legislatura: un altro indicatore, se ce n'era bisogno, che questa è stata una legislatura fra le più instabili.

È in questa identità malata del Parlamento, nell'estrema crisi di questa istituzione, che va cercata oggi l'origine e la ragione del passo finale di queste ore.

Intanto, dal 2013, abbiamo contato tre premier non eletti: Letta, Renzi , Gentiloni – più Bersani che ha vinto il voto ma non ha avuto incarico.

Uno scollamento fra voto e rappresentanza potremmo dire di tripla potenza. Distanza poi riflessa dal collasso anche della stabilità parlamentare, a causa di un numero di cambi di casacca senza precedenti. Al Senato i cambi sono arrivati a 231, portati a termine da 136 senatori – cioè il 42,50% dell'Aula. Alla Camera i cambi di gruppo a oggi sono 297, e hanno coinvolto 203 deputati, cioè il 32,22%. I due rami hanno totalizzato 528 cambi di gruppo da inizio legislatura, con 339 parlamentari transfughi: il 35,68% del totale. Un continuo tremore di poltrone, anticipazione e segno a sua volta di un cambio di identità dei partiti stessi.

Le entrate e uscite dalle varie case politiche raccontano infatti molto bene il cambiamento di pelle dei partiti.

Alla Camera, i gruppi che registrano un saldo ingressi-uscite positivo sono il Misto (+20) con 85 parlamentari "conquistati" e 65 "persi" e Alternativa popolare (+27) con 38 nuovi ingressi e 11 uscite. Record negativo a Forza Italia (-46) con 52 perdite contro 6 ingressi. Non va meglio neppure per M5S e Pd, che perdono rispettivamente 21 e 33 deputati. Stessi trend al Senato, dove è FI a perdere più senatori (53) ed è il gruppo Misto a guadagnarne di più (46). E tuttavia questi stessi trend sono suscettibili a ulteriori cambiamenti: si segnala infatti in corso una nuova tendenza al ritorno verso Forza Italia, ora che il partito è tornato un player nazionale.

Non sorprende che per governare una tale confusa identità collettiva, la fiducia sia stata usata in maniera muscolare: 98 volte dai 3 governi.

Invocata per ben il 51% delle leggi dal governo Gentiloni: incluso il voto per il Rosatellum, vi ha fatto ricorso 22 volte. Il precedente esecutivo Renzi ha usato 66 voti di fiducia, cioè per il 26% delle leggi approvate. Letta ha usato la fiducia 10 volte, per il 27% delle leggi passate.

Tutti questi numeri portano a una conclusione ovvia: la fiducia sulla legge elettorale che chiude la porta su questa legislatura è una scelta che è quasi un'abitudine. Frutto degli sconquassi, e delle forzature, degli assalti e della delegittimazione del Parlamento. È una scelta che svela la fragilità che ha percorso l'intero assetto di questo ultimo quinquennio politico – una storia di questo periodo molto diversa dalle retoriche ufficiali.

Ma non solo di questo si tratta. La fretta di approvare la legge nasce da una fragilità ma ha uno scopo chiaro: aggirare questa incertezza per affermare un meccanismo di autodifesa degli assetti di sistema.

Il Rosatellum infatti conferma la solita dote che tutte le ultime leggi elettorali hanno conferito ai leader politici: quella di designare, attraverso i nominati, un nuovo Parlamento a propria immagine e somiglianza. In altre parole, grazie alla fiducia, in fretta e in sicurezza, si sono garantiti la sopravvivenza Renzi, Salvini, Berlusconi, Verdini, Alfano – mentre al macero andranno tutti gli altri.

In sintesi, alla sua fine, la legislatura XVII può dire di aver ottenuto il collasso del sistema – ma non dei capi di questo sistema stesso, che, con una discutibile manovra istituzionale sono riusciti a mandare all'ammasso tutti, eccetto sé stessi.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/collassa-il-sistema-ma-si-salvano-i-suoi-capi_a_23241747/?utm_hp_ref=it-homepage
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« Risposta #258 il: Novembre 07, 2017, 11:50:44 »

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In Sicilia muore il Nazareno

06/11/2017 19:43 CET | Aggiornato 3 ore fa
Lucia Annunziata Direttore, Huffpost Italia

Se la Sicilia è, davvero, il laboratorio di cui tanto si parla, il suo voto ci dice che la grande coalizione, il Nazareno, o come volete chiamarla, insomma l'accordone fra la destra e il Pd è stato ucciso prima ancora di nascere nelle urne della Trinacria.

La forma, i modi e i numeri della vittoria del centrodestra dell'Isola, letti insieme a quelli del disastro Pd provano infatti che Renzi potrebbe essere parte di una grande coalizione con Silvio solo come junior partner: una posizione definitivamente impossibile da accettare da parte del segretario del Pd, o da chiunque altro nei suoi panni.

Guardiamo ai numeri. Nel centrodestra ci sono stati tre canali di raccolta del voto. Vince col 16 per cento Silvio Berlusconi – prova di una imperitura fedeltà di una parte dell'elettorale italiano a questo leader, che viene messo da questo risultato in una posizione indiscussa a capo della sua area. Il numero che salda la vittoria del centrodestra viene dunque dalla lista Musumeci che prende il 7 per cento dei favori degli elettori. Buona parte di questo consenso viene dal serbatoio di Fratelli d'Italia - come è naturale che fosse visto che si tratta dopotutto della stessa farina. Non sono esaltanti i risultati di Meloni e Salvini, a cavallo della soglia del 5 per cento per entrare nel Consiglio Regionale, anche se il valore di questo risultato per Fratelli d'Italia è che si fonde con quello di Musumeci che viene dalla stessa area. Quel 5 per cento rimane però la prova che la seduzione sovranista, o antisistema che sia, agitata dai due partiti, non parla molto alla base del centrodestra, almeno al Sud. Né fa meraviglia questa freddezza. L'Isola che ha un Statuto speciale, ha 5 volte il numero di impiegati pubblici della Regione Lombardia, e trattiene il 100 per cento delle proprie tasse, non è esattamente il terreno più fertile per spinte radicali antistatali o antieuropee.

La lettura finale di questi dati è che il centrodestra che ha vinto in Sicilia si presenta oggi sulla scena politica in una versione in parte inedita. È un blocco abbastanza compatto, a dispetto di quel che si diceva prima del voto, quando inquietava la tenuta della coalizione; ma questa compattezza trovata assorbendo voti della Lega e di Fratelli d'Italia dà al blocco moderato che la compone una inclinazione molto conservatrice, una forte venatura identitaria.

Anche i 5 Stelle escono dal voto con una sorte di nuova pelle. Hanno perso, ma sono il primo partito perché il loro voto è quasi duplicato, e questo grazie alla grande attrazione che hanno esercitato sul voto della sinistra: il centrosinistra perde 10 punti ma, anche se la misura non è sicura, ne guadagna otto Cancelleri.

Il Pd si ritrova a questo punto in una situazione in cui con i suoi voti non è più centrale né numericamente né culturalmente nell'eventuale schema del Nazareno. La coalizione permette infatti una quasi autosufficienza al centrodestra e la sua caratura ideologica moderata, ma spostata a destra, non include i moderati del Pd. L'unico ruolo possibile al Partito democratico potrebbe esser quello del junior partner, appunto; una sorta di appoggio esterno/interno a un governo di centrodestra. Un suicidio per Renzi che nella sua vita politica ha saputo fare spesso patti, ma non è mai stato incline ad accettare condizioni di servitù.

Insomma, la Sicilia doveva ristabilire per il futuro dell'Italia uno schema binario: Governo di Grande coalizione nazarenica, con il movimento pentastellato tenuto finalmente fuori. La debacle del Pd, che di fatto diventa irrilevante con il suo serbatoio di voti, ci riconsegna al solito schema che ha dannato la politica di questi ultimi cinque anni: il tripartito di fatto.

Se dovessimo oggi guardare al futuro politico dell'Italia attraverso la lente siciliana, in Italia nel prossimo futuro si potrebbe materializzare un governo di centrodestra, solido a sufficienza da garantirsi la possibilità di governare – magari con apertura ad alcuni apporti "tecnici". All'opposizione ci sarebbe M5S che a quel punto però dovrebbe prendere marcatamente le distanze dalla sua componente interna di destra. E un Pd, esso stesso all'opposizione del centrodestra. Con la conseguenza che fra M5S e Pd si eserciterà una nuova competizione – sull'unico possibile terreno di opposizione: l'attacco al sistema. Scenario che del resto si è già materializzato in questi ultimi mesi, su molte proposte di legge e sociali incrociatesi fra Pd e pentastellati. Con una piccola, ma non insignificante, inversione di ruoli. Il Pd che finora era al governo, in questa ipotesi, è il terzo partito, diventando la ruota di scorta di una opposizione alla destra in cui M5S fa la parte del leone.

Tutto questo, ovviamente, come si diceva, a patto che la Sicilia sia un laboratorio nazionale. E probabilmente non è così. Troppe unicità nell'Isola e troppe eccezioni di capibastone, flussi elettorali, e leggi amministrative. Ma le suggestioni che rilasciano nell'aria alla loro aperture queste urne siciliane, non sanno, comunque, esattamente, di zagare. Per il Pd in particolare.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/in-sicilia-muore-il-nazareno_a_23268399/?ref=RHPPLF-BL-I0-C8-P1-S1.8-L
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« Risposta #259 il: Dicembre 09, 2017, 12:52:04 »

Le illusioni dei partitini svaniscono

Pubblicato il 08/12/2017

LUCIA ANNUNZIATA

Meno male. Diciamocelo: la fine di un po’ di liste minori, un po’ di addii al futuro politico, lo sciogliersi e il formarsi ancora prima di entrare in azione di micro-coalizioni intorno al Pd, provoca – almeno nel mio cuore di elettore – una celebrazione. Capisco che il fallimento delle ambizioni di un progetto politico, di lista o personale, è in una democrazia un fallimento, sempre. Ma sempre davvero? 

In questa spietata vigilia elettorale stiamo assistendo a un ciclo di eventi che, a memoria dei più giovani, non si vedeva da anni. Dopo aver navigato sotto le vele sicure di un ferreo bipolarismo, introdotto in Italia a furor di popolo nel 1994, il sistema politico – modificato di nuovo a furor di popolo nel tripolarismo a sorpresa uscito dalle urne del 2012, con la affermazione di un terzo partito, il M5S – si è infine spappolato tornando al buon vecchio schema del proporzionale. Il che significa, per chi non ricordasse il passato, che ogni uomo vale un partito e ogni partito può ambire ad essere determinante nella formazione di un governo. 
 
Il massimo della democrazia, appunto. Anni di Prima e Seconda Repubblica ci hanno insegnato che governi senza salde coalizioni e chiari progetti possono essere una giostra irrefrenabile, e che a volte persino nel sistema bipolare più solido, le grandi coalizioni senza programmi consolidati hanno i piedi d’argilla. Come non confessare dunque che la crescita esponenziale di micropartiti, microsigle e microambizioni individuali nelle passate settimane non è mai stata, ai miei occhi, una espressione di superiore democrazia, tantomeno di rassicurazione? 
 
Per cui, lo ripeto: meno male che è finita come sta finendo. La caduta di accordi, il ritiro dalla scena di leader politici come Pisapia ed Alfano, e ora l’incertezza di quel che resta va vista come una salutare presa d’atto, un bagno di realismo, che per la prima volta da parecchi mesi reintroduce la realtà al posto dei sogni. Quello che viene visto da molti come un «fallimento», di individui e di ipotesi politiche, è nei fatti una grande e molto necessaria pulizia. Che ci fa intravedere qualche barlume di verità. 
 
La crisi infatti riguarda un panorama di illusioni, un racconto di macchine che in realtà non avevano motore. Giuliano Pisapia è un uomo che è sempre stato un leader riluttante e un politico luterano – negli anni ricordiamo la certezza con cui nonostante il dispiacere abbia preso posizioni scomodissime, rispetto alla sua area di appartenenza, come quella garantista. A Milano aveva funzionato perché la istituzione eminentemente monocratica del sindaco lo ha messo in grado di esercitare il suo ruolo senza venire a compromessi con sé stesso e le sue idee – a cominciare da piccole grandi scelte come quella del non accesso al centro città. Non poteva assolutamente sopravvivere in una condizione in cui le alleanze sono fluide e il programma secondario rispetto alla necessità di trovare numeri elettorali. Ha fatto bene ad andare via dunque, e a lui va il ringraziamento degli elettori per il chiarimento che la sua scelta introduce. 
 
Uguale merito condivide Angelino Alfano, un uomo che è stato fino a pochi giorni fa la nemesi di Pisapia, una delle ragioni della impossibilità a mettersi in una coalizione con il Pd. Anche Angelino, esatto opposto di Pisapia nel percorso e nella opinione popolare, Angelino morbido, accomodante nelle scelte, pronto a farsi, come dicono al Sud, concavo e convesso, anche questo Angelino ha detto addio con una frase bellissima per un politico «mi cercherò un lavoro». Alle orecchie dell’elettore attuale, questa frase è un intero programma. Un altro grande chiarimento. 
 
Restano le sorti di quelli che rimangono – tutti con mal di pancia. I radicali ed europeisti, scontenti della politica del Pd sull’immigrazione; i membri del partito di Alfano, da Lorenzin a Lupi, essi stessi divisi su quale parte scegliere; e i moderati ancora in attività come Casini. Mentre a sinistra si battono colpi in tutte le direzioni: cosa farà il presidente Boldrini ci si chiede? E ci sarà un qualche pezzo di sinistra a sinistra che rimane intorno al Pd? E alla sinistra intorno a Liberi e Uguali, si aggregheranno alcuni di questi pezzi di moderati? Domande che, nel grande quadro del voto, sono quasi irrilevanti nella loro dimensione. Mi piacerebbe, anche, qui, ricordare che se anche il disastro che descriviamo va dal centro a sinistra, il panorama che si disegna dal centro alla destra non è meno fluido. Le inquietudini di Salvini, la rimonta dei favori dei camerati neri, la moderazione di Silvio a malapena tenuti insieme da una qualche certezza di poter vincere uniti.
 
La liquefazione dei partiti è in effetti un dato strutturale delle nostre democrazie: nei passati cinque anni si sono dissolti i parametri e le macchine di funzionamento di tutte le nazioni europee – la Germania e l’Inghilterra esempi massimi di quanto in alto è arrivato lo tsunami – e degli Usa. Rispondere a questo orizzonte di crisi con tentativi superficiali, operazioni politiche rabberciate senza programmi e idee, sarebbe come curare una ferita d’arma da fuoco con un cerotto. 
 
Per questo è giusto dire che i fallimenti anticipati di cui siamo testimoni sono un bene per tutti – politici ed elettori. Ripuliscono l’orizzonte e rimettono la verità al centro della scena. Dunque, è ora rimasto solo Matteo Renzi, come tutti scrivono in queste ore? La risposta è no. Questo processo di chiarimento è anche per lui un’operazione verità. E’ la prova di quanto diverso sia diventato il Pd ricostruito da lui in questi anni; così diverso da non poter più coalizzare una parte di moderati e di sinistra che prima si riconosceva nel Pd. 
 
Accettare questo dato di fatto non costituisce per Renzi né fallimento, né solitudine. Al contrario, è per lui una incredibile opportunità per far progredire il suo progetto – che, dopotutto, si chiama «un uomo solo al comando». 
 
 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/12/08/cultura/opinioni/editoriali/le-illusioni-dei-partitini-svaniscono-WlqWJAomNm7J43OYFRswnL/pagina.html
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« Risposta #260 il: Dicembre 29, 2017, 11:37:06 »

Tutti in corsa per i voti dei moderati

Pubblicato il 28/12/2017

LUCIA ANNUNZIATA

Il convitato di pietra della prossima campagna elettorale non è un’idea, ma uno stato d’animo: il malcontento. Chi più riuscirà a rappresentarlo, o a sanarlo, sarà il vincitore, si dice. Come mai allora ovunque si guardi, a destra come a sinistra, tutte le forze politiche lanciano messaggi mirati soprattutto ad ottenere i consensi dell’area moderata? 

In primissima fila ai blocchi di partenza, non a caso spicca la figura di Silvio Berlusconi, l’unico leader che ha attraversato (quasi) intatto il ventennio. E’ nella sua versione proporzionale, ma fa da perno all’unica coalizione che può raggiungere una maggioranza. Silvio e il partito che guida da sempre sono entrambi ridotti nelle forze: Silvio ha venti anni in più, ha varcato gli ottanta, e Forza Italia quasi venti punti in meno rispetto ai fasti del passato. Ma entrambi sono, in questa loro semplice resistenza all’usura, diventati la prova materiale (e psicologica) che non tutto cade, o si deteriora. Questo atto di sopravvivenza, in tempi che hanno consumato ideologie, idee, partiti e reputazioni, vale da solo un programma politico. Curiosamente, infatti, il Silvio che oggi torna a raccogliere consensi indossa abiti totalmente diversi da quelli del primo Silvio.

La discesa in campo nel 1994 fu un atto di sfida, la promessa/minaccia di un Prometeo che voleva riscrivere il panorama della politica italiana – e ci riuscì, rompendo il panorama tardo post-guerra-fredda che durava in Italia da troppo tempo. Il sistema dell’epoca non lo amò molto – come poi si è visto. Ma non è stato alla fine cancellato. E oggi torna come la nemesi di sé stesso: Silvio oggi è leader rassicurante (per la sua stessa durata). Promette tranquillità, continuità, non si è fatto attrarre da sovranismi, da guerre contro l’Europa, ma nemmeno dalla favola del populismo che accontenta tutti gli altri leader a destra. Il re dei moderati, insomma.

E qui incontriamo Matteo Salvini, erede ma solo per via formale, di quella Lega con cui Silvio ha costruito in passato le sue fortune. Passato il tempo in cui la sua attività politica sconfinava nel goliardismo, con provocazioni più atte ad attirare l’attenzione mediatica che a costruire un partito, Salvini guida una Lega che del passato ha perso persino il nome Nord con cui si identificava. La Lega è sempre forte lì dove è nata e governa, il Veneto e la Lombardia, ma a Salvini è sempre stata stretta questa regionalissima identità – le patrie locali un po’ lo fanno soffocare, si ha l’impressione. Da quando ha mosso i suoi primi passi, molti di questi passi hanno calcato suolo e suggestioni estere: la Russia di Putin, l’identitarismo dei francesi lepenisti, l’ironia separatista inglese di Farage, e l’America di Trump. Salvini ama i grandi temi, e ne ha trovato uno perfetto alla fine: il rifiuto dell’immigrazione come grande collettore di ogni suggestione identitaria, bianca, e indipendentista. 

 Ovviamente a Salvini è rimasto il gusto di scuotere, e dunque di spararle grosse – ma alla fin fine in questa vigilia elettorale le parole più gravi le ha già messe nell’armadio – di rompere con l’Europa non si parla molto, e di campagne contro i migranti non si sente tanto. Del resto Salvini ha davanti una partita ben più grande: quella di declinare il malcontento in chiave tale da attirare anche una parte dei moderati di destra

che sta oggi con Berlusconi. E questo sì che sarebbe un colpo: come va ripetendo da un po’, «se batto Silvio anche di un solo voto faccio il premier». 

Il Principe dello «scontento» è per ora, comunque, il più giovane dei politici che calcherà la scena elettorale. Luigi Di Maio è il candidato premier del movimento che ha per primo intercettato e aiutato a coagulare lo scontento in forza politica. Sono stati i pentastellati il maglio che ha spaccato la struttura (già esanime) della Seconda Repubblica. Il loro programma appare dunque, fin da questo inizio, quello destinato al maggior successo. Le cifre dei poll gli danno numeri da primo partito. Alla lettura dei quali sorge tuttavia una domanda: ma perché un movimento dedito ad aprire il sistema «come una scatoletta da tonno», presenta come proprio candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, giovane con abiti ed abitudini, nonché idee molto istituzionali, o magari meglio ancora dire moderate? 

Il punto di caduta per i pentastellati nella campagna elettorale è dunque, un po’ come per la Lega, il giusto equilibrio che saprà trovare fra scontento e moderazione: dopotutto, una cosa è aizzare con i «vaffa», altro è governare. 

L’area moderata, chiamata riformista e moderna, è dichiaratamente anche il bersaglio di Matteo Renzi in questa che sarà la sua prima campagna elettorale nazionale: come ricorderete l’ex premier è riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi prima che in Parlamento. L’idea con cui si è presentato in politica è quintessenzialmente moderata – rompere con il passato ideologico della sinistra tradizionale. A questa idea ha sacrificato molto. Ha subito la sconfitta del referendum, ha perso Palazzo Chigi ed ha rotto (o ha subito la rottura, come preferite) un partito forte e di lunga tradizione quale il Pd. 

Ora che c’è un nuovo Pd renziano, è l’ora per Matteo Renzi di mettere alla prova davvero la sua capacità di attrazione nonché la sua capacità di formare il destino della nazione. Sullo stesso banco di prova anche per lui: l’area moderata. Direttamente, prendendone i voti. O indirettamente, magari, come tutto lascia pensare dalle scelte del Pd, in una grande coalizione fra le forze di Berlusconi e quelle di Renzi. Che sarebbe poi la creazione di un grande fronte moderato al centro. 

Le forze radicali sono invece quasi tutte raccolte intorno a nuclei minori. Liberi e Uguali, movimento dei fuoriusciti dal Pd non pare goda al momento di grandi favori elettorali. In ogni caso, la nuova formazione ha scelto come guida un ex magistrato, una figura superistituzionale come l’ex presidente del Senato Grasso. Cos’è questa scelta se non una forma di rassicurazione contro gli strappi per chi vota a sinistra? 

Moderati ovunque, insomma. Sotto la coltre pesante di scontento, appare la richiesta di non portare il Paese a sbattere. 

Ma se questa è la domanda segreta delle urne, va a finire che vero vantaggio nella campagna elettorale lo godrà il governo Gentiloni che ha chiuso le Camere ma non si è dimesso, e che, secondo molti auspici, potrebbe essere pronto a continuare anche dopo il voto. Dopotutto, è il governo che finora, poll alla mano, pare abbia più rassicurato il Paese. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/28/cultura/opinioni/editoriali/tutti-in-corsa-per-i-voti-dei-moderati-7TUEIiuiHS4zFLa9NgtqJJ/pagina.html
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