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Autore Topic: LUCIA ANNUNZIATA -  (Letto 52124 volte)
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« Risposta #15 il: Marzo 17, 2008, 09:58:36 »

17/3/2008
 
Tutto già visto
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
C’ è un problema grandissimo», dice Silvio Berlusconi: «Quello dei brogli». Non l’aveva forse già detto? Ma sì, era solo due anni fa, e la storia ci ha perseguitato fino a quasi l’anno scorso. Già visto. E la raccomandazione ai candidati del Pdl di richiamare sempre l’ombra di Stalin?

Un classico del berlusconismo: già visto. Non che dall’altra parte non ci siano domande: il Ciarra, ad esempio, quanto conta? Davvero la sua presenza nel centro destra è una tale traumatica scoperta per il centro sinistra da indignarsi fino al cielo? E che crimine è stracciare un programma, come ha fatto Berlusconi? Non sarà mica, dopotutto, la Costituzione! Insomma, già visto, già visto.

Non è vero che, come molti sostengono, i grandi temi sono fuori dalla campagna elettorale. C’è lo scontro sulla natura della crisi globale, e sulla politica estera italiana, sulla ricetta per la ripresa economica, e sull’analisi del capitalismo. Alla fine, tuttavia, fatte alcune eccezioni, si ripresentano nella veste di sempre, guardati attraverso i soliti occhiali.

Facciamo l’esempio più paradossale che lo scontro in corso ci offre: entrambi i maggiori partiti, e in maniera marcata quello di Veltroni che ne è stato l’inventore e l’apripista, puntano oggi a liberare la campagna elettorale dal più antico vizio della politica italiana, la partigianeria. La promessa nuova fatta a noi elettori è stata quella di una politica che si focalizza sul fare e non sull’odio, sul «per» e non sul «contro». Propositi assolutamente condivisibili, e che hanno suscitato infatti molti entusiasmi in tutti. La verità del giorno per giorno ci svela però che quando la battaglia si accende, è per tornare sui soliti cliché.

Nel centro sinistra, per quanto Veltroni provi con sforzo immane a segnare la sua diversità, i cuori si sono davvero accesi sul Ciarrapico, cioè sull’antifascismo. E se fra i due schieramenti si deve parlare di identità non ci sono né ricette sulla precarietà né promesse di detassazione che contino: il filo della divisione corre piuttosto sul nome di Calearo, in un rigurgito marxista che vuole, a destra come nella estrema sinistra, che stiano «padroni con i padroni e operai con operai». In politica estera, dopo tante disquisizioni sugli «interessi nazionali», si ricasca alla fine nei soliti schemi: con gli Usa il centro destra, con gli arabi il centro sinistra. Al punto che il centro destra, pur di sottolineare il suo punto, arriva a proporre di ri-inviare soldati italiani in Iraq, mentre Washington ha solo il problema di come ritirarli. E il centro sinistra gli risponde con la solita, speranzosa, litania del «dialogo come migliore strada». Interessante invece che l’unico accordo fra i due grandi partiti, l’opposizione al boicottaggio delle olimpiadi in Cina, si sia formato senza nessuna sottolineatura.

Sulle donne nelle liste elettorali, si è detto fin troppo. Ma, giovani o vecchie che siano, possiamo smetterla, a questo punto di usarle come bandierine su un balcone? Abbiamo capito che fanno tendenza, ma che la Cgil, dopo l’ampiamente sfoggiata novità Marcegaglia, senta l’urgenza di annunciare l’intenzione (ripeto: «annunciare l’intenzione») di scegliere una donna come leader in futuro, è davvero un abuso della pazienza di tutti. Tutte sempre insieme (la presentazione delle candidate è sempre plurima), tutte sempre accanto al leader, con accuse incrociate fra Pd e Pdl su segretarie e veline (non cito quanto strasentite siano le battute), alla fine questo insistito modo di usarle come il volto del rinnovamento, sta cominciando a farle sembrare più come i polli di Renzo che come le facce di una rivoluzione alla finlandese.

Infine, la giustizia: la grande desaparecida della campagna elettorale è forse la più banalizzata. Se ne parla infatti solo (e quanto già visto!) per evocare lo scontro politica-giudici. Ma non lamentiamoci, potrebbe andare peggio: questa fuga della politica dalla giustizia si tramuta poi nella cosiddetta società civile, ai casi del padre di Gravina, della Knox di Perugia, o di Alberto con la bicicletta. Già visto anche questo: solo che una volta si chiamavano fotoromanzi. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. A quattro settimane dal voto, per spiegare la propria identità, il ripiegamento sulle opinioni di sempre rispunta ancora come la vera strategia elettorale. Né questa tentazione è un dettaglio. A dispetto, o forse proprio a causa, della continua evocazione del cambiamento, le vecchie culture, le vecchie ideologie, sfidate, criticate, strappate come manifesti dal muro, continuano a tornare in scena, e vi ci si riaccomoda dentro come un buon vecchio rifugio. Per ritrovare un po’ di quella sicurezza cui il cambiamento sottrae.
 
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« Risposta #16 il: Aprile 15, 2008, 10:54:12 »

15/4/2008
 
Contro il partito del no
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
La Lega ha vinto. Senza se e senza ma. Suo è ora il più forte mandato dentro il prossimo governo, perché suo è il successo più straordinario e sua è probabilmente l’indicazione più chiara che ci arriva dall’elettorato. Bisognerà ovviamente guardare bene fin nelle pieghe dei voti della Lega, ma fin da ora, guardando al quadro regionale dei consensi che ha raccolto e al parallelo sgonfiarsi di altre organizzazioni politiche, è possibile avanzare qualche risposta.

La più significativa delle vittorie regionali è forse quella in Emilia Romagna, dove il 7 per cento leghista ha creato un forte cuneo dentro l’insediamento storico del centrosinistra. La Lega ha avuto ottimi risultati inoltre in Piemonte, e risultati addirittura strabilianti nelle sue tradizionali roccaforti, il Veneto e la Lombardia. Tracciando un’ipotetica linea che unisca questi luoghi fra loro, ci troviamo di fronte a un disegno nuovo del profilo della Lega stessa: non più forza nordica soltanto, non più forza di valli e regioni pedemontane, ma una linea che sfonda i tradizionali limiti del Nord e già guarda al centro del Paese. Questi voti, insomma, non sono più solo su base regionale, ma offrono un’identità di «questioni». E qual è la maggiore delle questioni che uniscono questi differenti territori?

Ci sono le tasse, certo, ma Berlusconi sarebbe bastato se questo fosse stato il principale obiettivo del popolo leghista. Ci sono certo le intrecciate questioni sicurezza e immigrazione, ed è possibile che verso la Lega sia rifluito un certo disincanto dei votanti di An, che fondendosi dentro il Pdl ha rinunciato alla battaglia d’ordine di cui aveva fatto la sua bandiera.

I voti raccolti dall’organizzazione di Bossi sono tuttavia ben più di quelli che queste due questioni in sé gli avrebbero raccolto intorno. Spunta così una nuova ragione, che unisce tutte queste realtà: ed è la paralisi economica, l’impossibilità della micro e macroeconomia del Nord a operare in assenza di chiare capacità di prendere decisioni da parte del governo centrale. Possiamo anche dare un nome e un simbolo a questa paralisi del governo di Roma, che si è trasformata nella paralisi di un’economia che pure vuole, può e intende andar bene: le grandi opere.

Tutte le regioni che hanno dato il successo alla Lega sono infatti sulla carta legate fra loro dal bisogno vitale di una certa modernizzazione dello sviluppo: la grande rete viaria che dovrebbe facilitare i traffici con l’Europa, il rinnovamento dell’ormai impraticabile strada verso Venezia, la Tav a Torino, l’alta velocità nazionale, la Malpensa, i vari aeroporti locali, e persino la nuova base militare di Verona. Potremmo aggiungere il Ponte sullo Stretto, i rigassificatori, il miglioramento delle linee ferroviarie: questa sorta d’insaccamento in cui sono finite le comunicazioni del Paese è certo un danno per l’Italia tutta; ma la linea di guerra in cui i grandi progetti di modernizzazione del Paese si sono combattuti corrisponde quasi esattamente alla linea del successo leghista.

È insomma questo un voto che ci rimanda non a una spiegazione sociologica - la classe operaia debole, i commercianti, il popolo delle partite Iva - ; è un voto che coincide invece con la produttività impedita, non importa a che livello, non importa da chi e per chi. L’impressione è che per la Lega abbiano votato tutti coloro che accusano Roma di non capire, non sapere, di mettere troppi lacci, di aver sprecato tempo e denaro pubblico in un oscuro balletto di alleanze tanto fragili quanto remunerative per politici interessati solo a perpetuarsi. Un voto che raccoglie i malumori contro la «casta», e ben di più: è il voto che chiede attivamente di essere liberato dalla trappola della politica centrale.

È certo questa forse solo un’ipotesi: ma per smentirla bisognerebbe non aver mai prestato orecchi ai danni fatti, anche psicologicamente, all’Italia dalla politica del No: no alle strade come alla flessibilità, alla redistribuzione del tesoretto, al treno verso Parigi e agli inceneritori per la spazzatura. A proposito, non ci rendiamo conto che la débâcle della spazzatura è stata la somma dell’esasperazione della impotenza?

È stato il popolo dei No a condurre infatti il balletto degli scontri negli ultimi due anni. Non è così un caso che al successo della Lega corrisponde il collasso della sinistra radicale e di altre forze. Sfortunatamente questo popolo del No ha vissuto e prosperato dentro il governo Prodi. Non mi meraviglierò, dunque, domani di leggere che i voti operai e delle cooperative, e di molti cattolici si sono aggiunti a quelli delle piccole imprese e della partita Iva. È l’Italia che vuole crescere. E che non ha avuto la sensazione di avere più questa chance dal centrosinistra.

 
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« Risposta #17 il: Aprile 17, 2008, 12:28:08 »

17/4/2008 (7:24) - RETROSCENA, L'INTESA POSSIBILE

Berlusconi e Bassolino amici per forza
 
Caso spazzatura, collaborare conviene a tutti e due

LUCIA ANNUNZIATA


NAPOLI
I divani delle terrazze di Villa Lucia sono stati rinfrescati l’anno scorso dall’interior designer Paolo Colucci, e rifoderati di un bel rosso. «Non rosso comunista - dice Colucci -, un rosso pompeiano per rifarsi alla storia illuminista di Villa Lucia, luogo di amore e poesia di Ferdinando IV di Borbone». Dettagli fino ad ieri conosciuti solo dalla famiglia De Feo-Fede, e che da oggi entrano nella scenografia della Repubblica. Villa Lucia, una delle più belle dimore storiche di Napoli, ereditata dalla neo senatrice Pdl Diana De Feo in Fede, è stata scelta dal premier come abitazione per i tre giorni ogni settimana che - ha promesso - spenderà qui fino alla fine dell’emergenza spazzatura. Da questi divani dunque Silvio Berlusconi guarderà il Golfo, vedrà il mare dove «luccica l’astro d’argento»: se ne innamorerà, come prima di lui hanno fatto schiere di illustri viaggiatori? Ne adotterà bellezze e difetti, la spazzatura e magari anche il governatore Bassolino?

Idea azzardata, ma non meno curiosa di quel 72% di schede per il Pdl uscite dalle urne di Capri, pure buen retiro di un mondo molto “democratico” (da Gorky a Lenin al Presidente Napolitano). Da Villa Lucia l’Isola Azzurra è ben visibile, e la sua armonia è parte di Napoli almeno quanto la rivolta, il populismo, il sanfedismo. Che dopo le barricate arrivino gli accordi qui è il ciclo naturale degli eventi. Direbbe Totò: al tuono segue la pioggia, e al fuoco la pizza! Tradurremmo noi: dopo gli insulti, fra il Nuovo Premier e il Vecchio Governatore - che per altro già hanno collaborato in altri ruoli, ad esempio il vertice con Clinton - seguirà ora una pace di fatto, se non addirittura una alleanza per salvare Napoli? Aprite le orecchie: nel Golfo se ne parla molto. E non come un pettegolezzo.

Due giorni fa il primo scambio di cortesie è stato pubblico. Il Governatore: «Berlusconi a Napoli? Benvenuto e buon lavoro. Per quel che mi riguarda collaboreremo come è sempre accaduto fin dal ‘93». La risposta è toccata proprio alla padrona di Villa Lucia, la Senatrice De Feo, che certo è alle prime armi come politica ma non come amica del Cavaliere: «Ragionevoli» ha definito le parole di Bassolino. Ieri, raggiunta al telefono, la Senatrice confermava, sia pur con cautela, le aperture: «I due si conoscono e c’è un obbligo di collaborazione fra le istituzioni. Su qualche aspetto locale, d’altra parte, qualche collaborazione per il bene della città non sarebbe negativa» . A Napoli, insomma, il classico caffè è stato offerto. Ma se saliamo di un livello e andiamo a Roma, troviamo una traccia ben più precisa. È passata, insieme agli auguri, in una telefonata fra Gianni Letta e un collaboratore del Governatore. Con il collaboratore che diceva «naturalmente, siamo a disposizione, capisci bene che non è una cosa formale, anche a voi conviene che noi si stia qui per un periodo, per sbolognare queste rogne...» e Letta che diceva, «...ne sono convinto…», con affetto e calore. Poi naturalmente le cose saranno più vischiose, ma il clima è buono.

Non una pace firmata, dunque. Gli eletti campani del Pdlcontinuano a chiedere la rimozione immediata di Bassolino ed elezioni regionali a ottobre. Questa sarà la linea ufficiale. Per la carica del Governatore circola già una rosa di nomi: quello della Carfagna va forte, nel caso non si materializzasse per lei un ministero. Ma troppi elementi fanno di una collaborazione fra Silvio Berlusconi e Antonio Bassolino se non un obbligo, di sicuro una necessità. Per il Premier vale il fatto che il suo partito in Campania, dopo quasi due decenni di egemonia del centrosinistra, è poco consolidato, con personalità di spicco ma nuove alla politica. Ci sono le insidie del territorio, bisognerà mettere le mani nello scottante intrigo di interessi che ha prodotto la crisi della spazzatura. Berlusconi può certo ricominciare daccapo, e da solo: ma perché non ricorrere a chi ha già fatto esperienza, a chi conosce le trappole? In questo senso l’orientamento del Premier si conoscerà molto presto. Fra un mese scade l’incarico del Commissario Straordinario, De Gennaro. Lui vuole andare via, e del resto il Governo Prodi intendeva abolire in futuro questo incarico: Berlusconi potrebbe confermare De Gennaro, nominarne un altro o farne a meno del tutto. Ancora: due giorni fa a Napoli si è esaminato il piano di transizione fra la fine del commissariamento e la gestione ordinaria della spazzatura, presentato da Walter Canapini, assessore regionale all’ambiente. Bassolino è soddisfatto di questo piano: perché Berlusconi non dovrebbe profittare di un lavoro già fatto? Bassolino, per conto suo, ha interesse a non impegnarsi in una guerra con il premier, perché i risultati gli hanno riaperto un passaggio, ed ha bisogno del suo anno di tempo per imbroccarlo. Il Pd in Campania è cresciuto, dice il Governatore, i seggi campani sono gli stessi (10) al Senato e solo uno in meno alla Camera. Rispetto al crollo nazionale, ragiona il Governatore, si può dire che la spazzatura di Napoli non ne è certo la causa. Bassolino liquida dunque i processi nei suoi confronti così: «A Roma c’è stato un terremoto politico. Tante cose sono cambiate, ora si è liberi rispetto a un quadro che ci paralizzava», e rilancia: «Ora bisogna pensare alle alleanze. Ora c’è bisogno di creatività, di passione e di laboratorio politico. Non si costruisce un’alleanza a tavolino». Laboratorio politico, per chi conosce questa città, è una delle parole chiavi della tradizione. Significa che la stagione di caccia è di nuovo aperta, e che - si sa - importante è (Ferdinando il Re Borbone insegna) prendere la selvaggina. Non chi spara.

da lastampa.it
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« Risposta #18 il: Aprile 27, 2008, 11:23:20 »

27/4/2008
 
Perché tutti vogliono la Grande Meretrice
 
Città-inciucio o camera di compensazione: la corsa è sempre qui
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

Che un vento politico avviatosi quasi quindici anni fa al grido di «Roma Ladrona» si scateni alla fine proprio su Roma, non è affatto sorprendente.

A pensarci, anzi, non poteva che concludersi così. Quel sentimento contro Roma, iniziato come bandiera del separatismo leghista si è via via gonfiato, nel corso dell'ultimo decennio, di malcontenti e significati sempre più intensi. La Capitale è diventata il simbolo dei Palazzi, del Privilegio, dei Salotti, degli Accordi, e infine, tutta insieme, della Casta, il terreno dove fermenta, e si riproduce all'infinito, una classe dirigente, papalina o laica, estremista o moderata, tutta omologata alla fine da una cultura dell'immagine, della Tv, della distanza dal resto del Paese, e, dunque, dell'inefficienza. Avremmo avuto il risultato che c'è stato a queste ultime elezioni se al leghismo non si fosse coniugato questo sentimento Anti Casta? Avrebbero votato a destra pezzi della sinistra se le critiche alle élite politiche romane non si fossero fatte così aperte, dolorose ed esplicite ?

D'altra parte, il sentimento contro Roma «la Grande Meretrice» dell'Apocalisse di Giovanni, di San Bonaventura e di Lutero, non è la prima volta che spunta nella storia; e non sarà nemmeno l'ultima.

La contesa per Roma, anche in epoca moderna, ha sempre segnato l'inizio e la fine di fasi storiche - la Repubblica Romana del 1849, la breccia di Porta Pia, la fuga dalla capitale del Re Vittorio Emanuele III nel 1943, Roma città aperta, Roma delle Fosse Ardeatine, e quella degli scontri di piazza più violenti della storia repubblicana fra estremismi negli Anni Settanta. Tutto alla fine in Italia torna su Roma, prepotentemente.

Non ci vuole molto dunque a capire perché la sfida per la guida della Capitale, per cui si vota oggi, abbia catalizzato l'interesse e le passioni dell'intera nazione: lo scontro fra Rutelli e Alemanno ha infatti preso nei fatti il significato di una verifica del voto nazionale. Se anche Roma passa al centro-destra è la certificazione definitiva della forza del prossimo governo Berlusconi; se invece il centro-sinistra mantiene la capitale che ha guidato negli ultimi anni significa che non tutto è perduto, che proprio da Roma ricomincia subito la sua riscossa.

Ma è giusto vivere così intensamente questo scontro, o non è il solito riflesso mediatico; la solita proiezione, buffonesca e dissacrante, che Roma ama fare di sé stessa come nel brillante e autoreferenziale circuito intellettuale di Dagospia?

Purtroppo no. Sarebbe più rassicurante per tutti ridurre a un fatto nervoso la tensione di queste ultime ore fra Alemanno e Rutelli.

La verità è che questa corsa elettorale merita tutta l'attenzione che ha. Al di là dei luoghi comuni, e dei difetti, Roma rimane infatti il punto determinante nella gestione dello Stato. In maniera diversa da Milano, certo. Ma forse più rilevante. Se Milano decide infatti la composizione del potere, è a Roma che si definisce invece l'equilibrio del potere. Le forze che vi si muovono, pure così sfacciate e mondane per certi versi, sono la necessaria e inevitabile terra di cultura di ogni dialogo possibile; il luogo naturale in cui si scuciono e si ricuciono, ben prima della mediazione parlamentare, idee e rapporti di forza. La capitale è insomma tradizionalmente la camera di compensazione del governo nazionale.

Ha davvero un governo centrale bisogno di una funzione di questo tipo alle spalle, ci si potrebbe chiedere? Si potrebbe dire no, e farci anche una bella figura, appagando un po' di populismo anticasta (tanto a noi giornalisti non costa molto). Ma la verità è che tutte le idee e le mosse di governo hanno sempre bisogno di essere saggiate, provate, delineate prima di essere operative - e non tutti questi passaggi sono «inciucio». Da Roma operano le grandi Banche, e la Banca d'Italia, le direzioni delle industrie di Stato; operano Confindustria, i Sindacati, quasi tutta l'industria culturale italiana, sicuramente quella del cinema e della televisione, e sedi centrali o nazionali di molti giornali. Roma è il Papa, è la Vecchia Aristocrazia, nonché il paradiso dei Grandi Padri della Repubblica, e dei tecnici dell'alta burocrazia che mai cambia mentre tutto cambia. In questa città, che è anche il centro fisico della nazione, tutti questi poteri formidabili colloquiano con la Politica del governo. Filtrano opinioni e ipotesi, ricevono stimoli e segnali, aggiustano con il dito mignolo la direzione di una palla di neve, prima che arrivi a diventare una slavina. La ragione per cui posti «leggeri» come il ministero dei Beni culturali, o presidenze di istituti culturali, siano molto ambiti: la cultura è a Roma il liquido facilitatore di ogni rapporto.

Tutto questo è spesso definito, come si diceva, trasversalismo amorale, decadenza dei salotti. E' talmente forte questa idea che Bertinotti è caduto proprio sulle accuse di essere entrato in questo gioco. E certamente c'è sempre dietro l'angolo il pericolo che il dialogo divenga accordo, e l'accordo diventi criminale.

Ma non è necessariamente così. Roma sta al governo italiano come Washington sta al governo Usa, e come Parigi e Londra e Mosca stanno ai loro rispettivi governi. Nelle democrazie c'è sempre bisogno di una sorta di Bicamerale degli intenti, se non delle decisioni, e Roma è da anni la Bicamerale d'Italia a cielo aperto.

Che arrivi a guidarla dunque Rutelli o Alemanno farà una grande differenza non solo in termini di voti, ma anche e soprattutto nell'allineamento fra politica e poteri. Milano ha già fornito la prima tessera di questo equilibrio; Roma completerà, in un verso o in un altro, il puzzle.

da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Aprile 30, 2008, 11:33:11 »

30/4/2008
 
Casta a sinistra
 
 
LUCIA ANNUNZIATA


 
Per chi suona la campana della Casta?, ci siamo chiesti per quasi un anno intero, mentre il fenomeno ingrossava le rendite delle librerie e le piazze. Avevamo risposto un po’ in coro (ché il mondo intellettual-giornalistico-politico non è vittima, come dice Grillo, di servitù, ma di conformismo) che suonava per tutti. Certo l’attacco arrivava dritto contro il centro-sinistra, veniva riconosciuto, ma, si aggiungeva: «Solo perché è al governo». Il centro-destra del resto si sentiva ugualmente impaurito da quelle piazze insultanti.

In una intervista proprio a questo quotidiano Gianfranco Fini, allora presidente di An, appena tornato dalle vacanze, diceva «le critiche toccano anche noi», e che solo «la buona politica in futuro ci può far affrontare meglio queste sfide».

Ma il famoso sermone di John Donne, citato da Hemingway, quello secondo il quale nessun uomo è un’«isola», rispondeva alla domanda più precisamente: «... non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te». Per ciascuno di noi. Questa campana (di morte perché in inglese «to toll» si riferisce al tocco del lutto) non è cioè un avviso generico, ma una specifica attribuzione di responsabilità individuale. Un anno dopo la comparsa del fenomeno, e a voti consolidati, possiamo allora forse oggi attribuire questa responsabilità: la Casta che veniva attaccata dal malumore popolare non era l’intera classe politica, ma solo quella del centro-sinistra.

Questo ce lo dicono intanto i numeri. Un tale dislivello di fiducia fra centro-destra e centro-sinistra non può essere spiegato da conversione ideologica, ma solo, come ormai tutti paiono accettare, da una crisi di rappresentanza. Concetto centrale della filosofia politica dalla Rivoluzione Francese in poi, la rappresentanza politica è il rapporto fra individuo e istituzione, la possibilità del singolo di vedere affettivamente soddisfatta la volontà espressa nella sua delega. L’antipolitica, al di là degli insulti con cui ha condito i suoi attacchi, ha sollevato appunto questo problema: la frustrazione dei cittadini, il distacco fra elettori ed eletti. Con una aggiunta che solo il voto ci ha reso visibile: questa frustrazione ha colpito più il blocco di centro-sinistra che quello di centro-destra.

Il perché, a questo punto, non è poi difficile da capire, anche solo prendendo in considerazione le parti più banali di questo processo. L’antipolitica ha battuto nei mesi scorsi su una pubblicistica moralisteggiante, descrivendo le élite politiche con categorie ineffabili, e crudeli - salotti, radical-chic, distanza - descrivendo una società divisa in due, con da una parte un luogo dorato e quieto, di scambi di parti, di ruoli e di favori, dall’altra il luogo dei bisogni reali, concreti, banali e solidi, della gente «comune». La divisione, pur semplificante, è diventata una potente ed efficace arma di attacco, perché ha messo il dito su una delle principali malattie del mondo contemporaneo: il privilegio.

E cosa è il privilegio, oggi? Non la ricchezza – che si può acquisire; non la professionalità – che si può acquisire. E’ la capacità di avere accesso facile alle risorse: cioè avere molto, a sforzo minimo. Da dove nasce questo privilegio? Dalla capacità di lavorare nel sistema, usarne le pieghe, manipolarlo.

I nuovi «cattivi» sono infatti oggi i finanzieri, i manager delle stock option, i mandarini delle istituzioni, i gestori della proprietà pubblica, e, infine, i politici. Un intero mondo di chierici che dovrebbe essere il garante delle risorse pubbliche e ne diviene invece il facilitatore per un piccolo gruppo di «privilegiati» appunto. E’ un fenomeno che sulla carta dovrebbe accomunare destra e sinistra. Ma, come si diceva, porta sotto accusa invece solo il centro-sinistra. Perché?

Primo perché la sinistra promette nel suo programma l’uguaglianza; secondo perché la classe politica di sinistra è statalista: promette dunque uno Stato amico e padre. Quando il centro-sinistra trasforma la sua rappresentanza in un mestiere del privilegio, e vive alle spese dei cittadini, commette un tradimento doppio. Mentre il centro-destra, percepito come rappresentante di un mondo e di una ideologia della ricchezza, è caricato di meno attese. Agli occhi di chi sceglie a sinistra le pensioni parlamentari, le macchine blu, il balletto di incarichi nazionali che si avvicendano tra poche persone, sempre le stesse, le liste bloccate e decise dall’alto, il verticismo, agli occhi degli elettori del centro-sinistra diventano i simboli, per nulla irrilevanti, della disparità del loro rapporto con chi li rappresenta. Il privilegio contro cui si è scagliata in Italia l’anticasta, il rimprovero nato dentro la sinistra dalla sua stessa base contro le élite al suo interno – politici, giornalisti, manager – è lo specchio non di un collasso di gestione, ma del collasso di una comunità di intenti.

La Casta è stata dunque trovata. Per questo diciamo che per il centro-sinistra quella di oggi non è solo una sconfitta elettorale, ma il rischio che il suo mondo scompaia. Capire chi e come rappresentare sarà il lungo lavoro di ricostruzione della prossima opposizione. Ricordando che in altri Paesi un processo così disarticolante è già avvenuto: dopo Clinton e dopo Blair ad esempio, e dopo Jospin. E che i segni di recupero non sono esattamente dietro l’angolo.
 
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« Risposta #20 il: Maggio 05, 2008, 12:41:47 »

5/5/2008
 
Piazze inquiete
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
La tentazione è quasi inevitabile. Pare in effetti una perfetta sequela di eventi: nella stessa settimana in cui il centrodestra chiude il suo trionfo nazionale nelle urne con la conquista anche della Capitale, un gruppo di neofascisti riduce in fin di vita la notte del 1° Maggio il giovane Nicola Tomassoli.

Episodio gravissimo, e da condannare. Ma sarebbe uno sbaglio se il centrosinistra si facesse risucchiare dalla tentazione di usare l’episodio contro il governo.

La prima ragione di questo eventuale errore ha a che fare con il merito. Isolare l’episodio di Verona e attribuirlo al nuovo clima nel Paese significa perdere di vista una più ampia inquietudine che scuote le nostre piazze, da diverse posizioni e per diverse ragioni. Proprio oggi La Stampa riporta una notizia che di questi tempi è sia normale che eccezionale: due sere fa un gruppo di vigili urbani in piazza Vittorio Veneto, il salotto di Torino, è stato aggredito, accerchiato, insultato, e costretto infine a ritirarsi, sotto l’attacco di decine di giovani che lanciavano bottiglie, sputi e insulti. Una rivolta nata dal rifiuto di una multa; un generico ma chiaro disconoscimento di autorità. Ma chiunque conosce l’Italia sa bene che in tutto il Paese, da Roma, a Campo dè’ Fiori per esempio, a molte altre città, lo scontro con le autorità è una tensione che attraversa tutte le notti. Attori ne sono spesso giovani senza precise coloriture politiche, e non riconducibili a nessuna organizzazione.

Ci sono poi, ancora, le tensioni nel Sud: a Napoli, ad esempio, proprio due giorni fa sono ricominciate le azioni degli incendiari di spazzatura e le proteste degli abitanti dei paesi vicini alla nuova mega discarica. Non si tratta della stessa gente, né della stessa causa: coloro che incendiano i cassonetti sono dei «sabotatori» dell’intervento pubblico; i cittadini che protestano sono persone che difendono la loro sicurezza. Ma sono uniti nello scontro con le autorità.

Nessuno di questi episodi è dunque riconducibile a identiche radici. In comune c’è un solo filo: i protagonisti sono tutti italiani, a dispetto della cultura anti-straniero su cui ha battuto il Pdl nella sua vittoriosa campagna elettorale. L’inquietudine che percorre il nostro Paese al di sotto, o al di là, della pelle politica della nazione, è dunque un fenomeno autoctono, che proprio nella molteplicità delle sue forme appare un segno dei tempi molto più del ritorno di una specifica violenza «fascista».

Impossibile non vedere infatti in queste tensioni il nervosismo che ha venato tutta la vicenda pubblica di questi ultimi anni, il malumore che il Paese ha poi certamente sfogato anche nel voto al centrodestra. Ma ridurre questa cultura e insoddisfazione al frutto avvelenato del governo di centrodestra sarebbe sbagliato oggi da parte del centrosinistra, così come è stato sbagliato da parte del centrodestra attribuirlo negli anni scorsi al malcontento contro il governo Prodi. L’inquietudine italiana di oggi è una combinazione di sfiducia nelle istituzioni, rottura dell’affidamento ai partiti, un disfarsi che sotto il nome dell’anti-politica ha fatto emergere la rottura del patto di rappresentanza fra cittadini e Stato. È un fenomeno di lungo periodo, che per ora è andato a favore del centrodestra, ma domani gli si potrebbe rivoltare contro, per le stesse ragioni e con le stesse motivazioni.

Ridurre tutto ciò ad antifascismo sarebbe dunque un errore. Dire che con la destra al governo torna la violenza in piazza, è una posizione efficace, ma arretrata. Perché guarda al passato, perché riporta la lotta politica a una dimensione conosciuta e soddisfacente, ma non adeguata alle tensioni reali dei nostri tempi. Cavalcare l’antifascismo come strumento, in un momento in cui il centrosinistra non ha ancora deciso i suoi strumenti e i suoi percorsi, darebbe insomma all’opposizione un’identità soddisfacente, consolante, emotiva, ma semplificatoria.

Sarebbe invece una mossa molto più istituzionale ed efficace chiedere al nuovo governo una presa di posizione chiara sull’episodio di Verona e su tutti gli altri, esattamente come nel passato il centrodestra ha sempre chiesto al centrosinistra di prendere le distanze dalle sue frange estremiste.

Difende di più i cittadini, infatti, avere un governo che dica con chiarezza come analizza e come intende affrontare queste tensioni, piuttosto che avere una zuffa politica di condanne reciproche fra schieramenti.
 
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« Risposta #21 il: Maggio 12, 2008, 11:56:12 »

10/5/2008
 
Il percorso di un presidente

 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Nessun cerimoniale al mondo avrebbe potuto scegliere meglio i tempi. Il discorso con cui il presidente Napolitano ha ieri commemorato la morte di Moro, aprendo una nuova stagione di riflessione nazionale sulla nostra storia, era preparato da molto; ma la coincidenza delle sue parole con il giuramento del nuovo governo Berlusconi, in una sequenza perfetta come una scenografia, è stato il miglior viatico che il Quirinale poteva dare a questa legislatura: una sottolineatura del compito che il Colle si aspetta da tutti nei prossimi cinque anni, l’impegno a lasciarsi dietro le liti e le decisioni ideologiche, per tentare di rimettere insieme il Paese.

Il messaggio è stato accolto bene. Tutti hanno omaggiato il Presidente e in particolare il governo ha festeggiato la sua «apertura» intellettuale. Le ragioni dell’entusiasmo sono comprensibili: la rilettura in chiave non partigiana della nostra storia è estremamente necessaria alla compagine di centrodestra, perché solo questo passaggio culturale, l’abbandono dei moduli del ’900, può darle quel riconoscimento finale che ancora le manca per sentirsi - e essere sentita - classe dirigente dall’intero Paese. Nessun dialogo e nessuna collaborazione istituzionale potrebbero esistere senza gettare queste nuove fondamenta.

Tuttavia se il Presidente di una nazione a lungo divisa, un Presidente che ha lui stesso radici «partigiane», apre un nuovo capitolo nella lettura della storia, fa comunque un passo che va al di là delle contingenze politiche. Ed è proprio questo aspetto meno occasionale che attira davvero la nostra attenzione. Giorgio Napolitano è un intellettuale di origine comunista, cioè parte di quella razza particolarissima che ha dominato il ‘900, di chierici formatisi e cresciuti nel senso della missione del loro impegno. Non intellettuali in sé, ma per sé, si diceva nei circuiti dove è cresciuto Napolitano, citando Hegel. Hegel, Kant, studiati ben prima di Marx; filosofi espressione dell’humus profondo della fondazione culturale dell’Europa moderna, nella cui visione etica, logica e fine sono un unico intreccio. La cultura non come specchio, ma come azione; e l’azione come obbligo morale. Da quella stessa radice, a guardare oggi il secolo scorso con occhi meno appannati dalle passioni, è nato in verità non solo il comunismo ma anche il nazismo, in una divisione di percorso che in conclusione ha condiviso non i fini forse, ma l’utopia e i mezzi sì.

Immaginiamo forse troppo, perché a questa generazione appartengono i nostri padri e come tali li abbiamo sempre studiati con l’intensità con cui gli adolescenti fissano vezzi e vizi degli adulti. Immaginiamo dunque forse troppo, dicevo; eppure il percorso che il Presidente della Repubblica sta facendo ci pare acceso non dalla contingenza, e neppure dal desiderio di servire il Paese. Il «revisionismo» di Napolitano ci piace pensarlo come frutto di un complicato e macerante percorso privato da parte d’uno degli uomini di quella storia, che ha avuto la fortuna non solo di sopravvivere ai suoi tempi, ma di diventarne per obbligo un simbolo. Il Presidente avrebbe potuto infatti evitare, personalmente, qualunque ripensamento: in fondo il Napolitano politico avrebbe potuto vantare patenti di «distacco dalla Russia» ante-litteram, convinzioni atlantiste non solcate da dubbi, maturate in anni quando nessuno ancora osava portare, come lui ha fatto, il suo comunismo nelle università inglesi e americane. Napolitano non avrebbe come dovere neppure quello di scusarsi della pecca maggiore della sua generazione: la macchia nera dell’appoggio alla repressione della rivolta in Ungheria, degli insulti agli operai rivoltosi definiti dai comunisti italiani «sediziosi» e «provocatori». «L’intervento militare russo in Ungheria serve a salvare la pace nel mondo», scriveva nel ‘56 l’attuale Presidente della Repubblica. Ma a quel giudizio errato non si è poi mai sottratto, e ha continuato a farne una lunga penitenza al punto da fare come primo viaggio all’estero quello sulla tomba di Imre Nagy, leader della rivolta ungherese ucciso dai russi.

Se ieri il Presidente ha parlato in maniera così chiara, esprimendo una potenziale equazione fra comunismo e nazismo, e ruotando su sé stesse le lotte degli anni di piombo italiani, in modo da esporre a luce la pena le vittime, invece delle ambiguità dei terroristi, non ha espresso parole contingenti, e nemmeno facili da pronunciare. Napolitano sembra fare davanti ai nostri occhi il disvelamento pubblico di un viaggio dentro la sua vita e dentro un’epoca. Non pensiamo sia facile per nessuno, tanto meno per una persona quale è lui. La sua emozione si vede, e spesso appare persino imbarazzante per lui, nella sua visibilità sotto le fredde luci degli occhi elettronici che lo inquadrano permanentemente.

Insomma, noi pensiamo che Napolitano creda in quel che dice; che non agisca sulla base di opportunità politiche nazionali. Ma proprio per questo, noi che spesso lo abbiamo difeso, vorremmo comunicare questa nostra convinzione anche al nuovo governo di centrodestra. Diciamolo con franchezza: l’appartenenza di Napolitano all’esperienza comunista è quello che il centrodestra gli ha sempre rimproverato; è lo strumento con cui sfama, periodicamente, il populismo di destra quando ha bisogno di accusare la sinistra, le sue Caste, o ha anche solo bisogno di destabilizzare il gioco politico. Sono ancora fresche le tracce di insulti e provocazioni con cui spesso è stato assalito l’inquilino del Quirinale nei mesi scorsi. Oggi che i politici del centrodestra, dunque, lo applaudono speriamo che essi stessi lo facciano in maniera non contingente. Che il loro applauso sia un identico segnale di apertura intellettuale.
 
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« Risposta #22 il: Maggio 17, 2008, 11:26:25 »

17/5/2008
 
Quasi quasi difendo Travaglio
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Vorrei dire qualcosa a favore di Marco Travaglio. Inizierei dal dichiarare i miei personali sentimenti nei suoi confronti. Non per protagonismo ma perché i «sentimenti» - rancore, gelosia, oltraggio, paura - mi pare siano gran parte della discussione in corso. Parlo per esperienza.

Mi sono trovata infatti nelle fauci affilate di Travaglio, all'epoca della chiusura di Raiot in Rai. Fauci capaci di lacerare carne e ossa. D’altra parte, mi difesi con denti che credo non fossero meno taglienti. Vari anni dopo, la questione è sopita - e magari mi illudo oggi che Travaglio abbia scoperto in quello scontro una persona più retta di quel che lui pensasse; di certo io oggi penso che quello è stato un passaggio necessario, nonché istruttivo, per chiunque faccia un mestiere pubblico.

Travaglio ha infatti la capacità di fare da magnete di tutte le opinioni, i malumori, i sospetti che oscuramente ruotano intorno a una persona, o a una situazione. E di dargli voce.

Questa voce è il ruolo fondamentale della critica; che il critico abbia nel merito torto o ragione, è irrilevante.

Il merito: è esattamente questo l'aspetto con cui la nostra democrazia non riesce a fare pace. La possibilità di criticare è un dovere/diritto che si esercita in campo democratico «a prescindere». Al di là del fatto che le critiche siano giuste o sbagliate, fondate o meno, rispettose o irrispettose. La critica si esercita come fattore di inter-azione, è parte della trama stessa del tessuto che tiene insieme una società. Soprattutto è il principale canale comunicatore che mantiene in dialettica ricchi e poveri, eletti ed elettori, buoni e cattivi. La critica è, insomma, un meccanismo necessario proprio in quanto violazione dell'ordine costituito: solo così obbliga la società a una verifica continua e a una messa a punto del suo funzionamento. Senza andare troppo lontano, basta vedere come l'efficacia del giornalismo, anche quello più istituzionale, è nella sua capacità di vedere i punti deboli, più che rafforzare i punti già solidi.

C'è invece in Italia, e il caso Travaglio lo prova, da molti anni l'opinione che la critica va fatta solo come «stimolo», solo se doverosamente incanalata dentro un cosiddetto rispetto della persona o delle istituzioni. Ma questa idea è storicamente errata: senza il costante bombardamento cui la nostra cultura si autosottopone, non saremmo chi siamo. E' la nostra differenza di Occidentali, dopo tutto. Qualcuno ricorda alla fondazione del pensiero moderno l'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam? O le tele allucinate di Hieronymus Bosch? La disinvestitura del potere, e lo svelamento della Pochezza che convive con la Grandezza sono dopo tutto i gesti che minano le piramidi sociali medioevali e inaugurano l'inizio dell'era moderna e della libertà individuale. Che ha dato a tutti noi il diritto di essere moralisti, fanatici, irragionevoli, cioè critici.

Ora, io penso che Travaglio, come tutti, sia fallibile ed abbia debolezze. Ma difendo l'idea che la sua irrispettosità dia forma a molte cose che il sistema non riflette o non include: che sia l'opinione dei deboli, o solo il sospetto, l'invidia, la rabbia, la reazione, è irrilevante. Rilevante è che questi elementi vengano alla luce. Come altro potremo spiegarci l'antipolitica? O pensiamo oggi che sia un fenomeno già concluso?

L'alternativa alla quale il sistema vuole arrivare, quale potrebbe invece essere? Un ordinato e rispettoso bussare alla porta assicurandosi prima di essere tutti ben accetti? Immaginare un mondo senza rabbie, sbavature e attacchi? E non sarebbe questo null’altro che la meccanizzazione di ogni diversità, un orwelliano paradiso riempito di aspidistre?

Certo, i politici, le istituzioni, tutti noi, abbiamo il diritto di non essere accusati ingiustamente, e di non essere vilipesi. Come del resto chiede appunto per sé anche Travaglio. Ma questo diritto si afferma nella spiegazione, nello scontro, nella capacità, insomma, di rispondere alla guerra; non nel dettare regole preventive, quali voler conoscere prima la sceneggiatura, o le domande di una intervista, o rivedere un articolo.

Cos'è alla fine la leadership se non saper sopravvivere alle critiche? Il dunque delle democrazie più compiute delle nostre è proprio questo: cosa ci insegnano infatti le sanguinose primarie in Usa, o la vita di leader come Blair o Thatcher? Solo da noi la leadership pare voler essere misurata unicamente dal suono di cimbali e trombette. Solo in Italia la leadership identifica il rispetto con l’unanimità di lodi, e la forza delle istituzioni con il silenzio che le circonda.

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« Risposta #23 il: Maggio 24, 2008, 10:26:16 »

24/5/2008
 
Il candidato mostri i suoi malanni
 
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Urge dibattito. Da anni il concetto di privacy nel nostro Paese è tirato da ogni parte e risponde a numerose sollecitazioni come la coperta famosa. Troppo corta per tutto: per coprire gusti culinari dei clienti, piccoli ritocchi al viso delle belle per sempre, le più recenti passioni delle celebrità di turno, la pace delle vacanze dei milionari, ma soprattutto ogni dato personale, dalla carta di credito agli indirizzi, alle tasse.

Da una decina di anni, cioè tanti da quando si è scoperto in Italia che la privacy è fatto politico e non solo letterario (ricordate i tempi in cui privacy si traduceva in «privato»?), la gestione pubblica della persona (o del suo trattamento) è divenuta ragione di aspre contese. Chiedo venia al Garante della Privacy, severissimo strumento di difesa di tutti noi, per la rozzezza con cui mi addentro in questo sofisticato campo giuridico, ma nessuno sa meglio di lui quanto l’uso e l’abuso della difesa dei propri diritti sia stato piegato in questi ultimi anni a discussioni che con la privacy hanno ben poco a che fare. Basta ricordare i due più recenti e clamorosi casi: le intercettazioni, e la pubblicazione su Internet delle dichiarazioni di reddito degli italiani.

Entrambi casi squisitamente politici - il primo costola della questione giustizia, il secondo costola dello scontro sulle tasse - e tuttavia affrontati come si trattasse di violazioni di diritti individuali.

Insomma, con una di quelle trasposizioni culturali cui si ricorre spesso nel nostro Paese per aggirare le difficoltà, i diritti della persona sono spesso stati chiamati in causa per evitare di parlare dei fallimenti della politica. Con richiami comparativi a sistemi più avanzati dei nostri: sostenendo cioè che la privacy è il metro di misura delle democrazie compiute, cioè quelle di tipo anglosassone.

E sarà pur vero: ma come spiegarsi allora il bel gesto con cui l’aspirante presidente degli Stati Uniti, il candidato ultrasettantenne John McCain, ha convocato ieri i giornalisti e ha consegnato loro 1173 pagine di sue analisi mediche che vanno dal 2000 al 2008? Sappiamo ora così dell’anziano senatore molto più di quanto sapremmo di nostro padre. Sappiamo che nel 2000 ha avuto un rilevante intervento al viso per asportare un melanoma, e che il rischio di un ripresentarsi del cancro non è finito. Sappiamo che i cinque anni e mezzo di prigionia e torture in Vietnam gli hanno lasciato segni di fratture ossee; ma anche che ha il colesterolo alto (per controllare il quale ha cambiato recentemente medicina), che riesce a correre per dieci minuti, che quando si alza di colpo soffre di vertigini, e che all’inizio dell’anno si è tolto il cerume dalle orecchie.

È molto di più di quello che sarebbe necessario sapere dei propri politici, per non dire di quanto ne vorremmo sapere. Un esagerato eccesso di mancanza di privacy, ci verrebbe da dire di fronte al quasi inutile sfoggio di dettagli. O una serena pratica di trasparenza? Tanto più serena in quanto non obbligata né dalle regole né dalla pratica istituzionale.

Sì, è vero. McCain deve rispondere ai timori che la sua vecchiaia suscita nell’elettore. L’ambizione di entrare alla Casa Bianca vale bene un’esposizione pubblica fino al colon (da dove, dimenticavo, gli è stato asportato un polipo); ma, si potrebbe ribattere, uguali ambizioni in altri Paesi (e non solo il nostro, in verità) non sono affrontate con identico spirito.

Uno dei più affascinanti temi negli studi dei politologi è quello del «corpo del Re», cioè la essenza mortale o statale, privata o pubblica, del potere; il rapporto con questo «corpo» da parte dei sudditi è stato sempre la misura nei secoli della distanza fra istituzioni e cittadino. Oggi, come scrive Federico Boni in «Il corpo mediale del leader. Rituali del potere e sacralità del corpo nell’epoca della comunicazione globale» (Meltemi Editore), la società dei media ha cambiato profondamente questo rapporto. La distanza si è accorciata, o forse del tutto annullata, grazie alla visibilità quasi totale in cui tutti si vive.

Molti leaders lottano con furore per mantenere il loro «mistero», come difesa e come strumento di governo. McCain invece, come molti leader intelligenti, ha scelto la strada opposta, concedendosi alla trasparenza totale. Ben sapendo che è impresa impossibile nascondersi ai raggi X del mondo. È un sacrificio totale della privacy, certo. Ma è questa rinuncia forse la messa moderna che vale la pena celebrare per la Casa Bianca.


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« Risposta #24 il: Giugno 06, 2008, 10:42:59 »

6/6/2008
 
I due presidenti
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

In attesa del governo del Presidente - idea temuta ed esaltata in pari misura da nemici e amici di Silvio Berlusconi - la cronaca politica sembra portarci in un imprevisto luogo: il Governo dei Presidenti. Passo dopo passo l’accordo fra il Quirinale e Palazzo Chigi sta infatti emergendo non solo come cortesia istituzionale, ma come un progetto.

Un vero progetto, mirato a costruire una solida cintura di sicurezza intorno a istituzioni in transizione, un governo non completamente ancora sulle sue gambe e un’opposizione molto debole. Ad esempio, la tenaglia in cui i due presidenti hanno stretto la Lega nelle ultime ore è così visibile da non poter essere vista come pura coincidenza. Due giorni fa Napolitano ha fatto un’affermazione coraggiosa al punto da essere un filo sovraesposta: ci si ricordi, ha detto, della corresponsabilità di ciascuno nella crisi della spazzatura, con l’affondo: «Gran parte dei rifiuti tossici qui sepolti sono arrivati dal Nord». Frase leggermente sovraesposta, si diceva, nel senso che, come si è visto anche dalle reazioni, ha messo da parte il conciliante tono che si assume per la Presidenza della Repubblica a favore di un robusto intervento di merito. Un appello alla verità, mirato a rompere stereotipi e a non permettere la divisione del Paese in cittadini di serie A e serie B.

Il giorno prima, l’altro presidente, quello del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, aveva rotto l’unanimismo di queste prime settimane di lavoro governativo, dicendosi contrario al reato di clandestinità, cioè la misura che finora ha meglio espresso il clima culturale della nuova maggioranza. L’unica nota difforme era stata la scelta fatta dal ministro dell’Interno Maroni e dagli altri esponenti della Lega il 1° giugno di non prendere parte - vero e proprio sgarbo istituzionale - al tradizionale ricevimento della Festa della Repubblica: proprio il ricevimento dove l’accordo fra Berlusconi e Napolitano è apparso così perfetto da suggerire per la prima volta l’idea che nei giardini del Quirinale c’erano non uno, ma due Presidenti.

Entrambe le prese di posizione di Berlusconi e Napolitano convergono sullo stesso punto: inviare un messaggio alle punte oltranziste della Lega. È un accordo di visioni, che va oltre ogni ipotesi di casualità; e che le reazioni della Lega (sorpresa, delusione e disaccordo) mostrano sia stato ben capito.

Naturalmente, questa dei due Presidenti è un’immagine da definire con cautela: la figura del Presidente della Repubblica è, nella nostra Costituzione, iscritta nell’empireo del distacco. Ogni volta infatti che questo distacco è venuto meno per tradursi in passione - Cossiga e Scalfaro vengono inevitabilmente in mente - il sistema si è diviso, con ferite ancora non rimarginate. È giusto, dunque, non azzardarsi ad attribuire al Colle comportamenti interventisti.

Ma viviamo in un momento complicato, in cui la vittoria schiacciante di Berlusconi, dopo anni di equilibri numerici, sembra aver spappolato il centro-sinistra. E l’assenza di un’opposizione forte rischia di rendere sbilanciato lo stesso governo. Segni leggeri di questa dinamica si sono del resto già avvertiti: da una parte la nuova maggioranza sembra preda d’una sorta di ebbrezza, che si esprime in un fiume di annunci, iniziative e dichiarazioni reboanti; dall’altra l’opposizione pare essersi auto-ingabbiata nella formalizzazione di un governo ombra che è finora servito solo - a poco - da controcanto al governo vero.

Tra una maggioranza eccessivamente euforica e un’opposizione troppo labile, il rischio è che il dialogo, così necessario per mettere a punto tutte le riforme che si vogliono fare, non trovi una sua solida base. In questo potenziale vuoto d’iniziativa politica, si sta formando, per obbligo ancora prima che per scelta, la partnership dei Presidenti.

Le priorità dei due leader sono diverse: Berlusconi deve includere nella sua azione le voci che potrebbero sentirsi minacciate dall’eccesso di forza o dall’emarginazione delle idee. È il caso, importantissimo, dei cattolici e della Chiesa, un’area fortemente presente nei voti al Pdl (il 56 per cento dei cattolici hanno abbandonato il Pd alle ultime elezioni), ma che ha scarsa rappresentanza in Parlamento e scarsa rappresentazione (per ora) nella cultura di questa maggioranza. Il Papa infatti ha lodato il nuovo clima, ma la Chiesa ha espresso comunque tutta la sua indignazione per gli interventi muscolari contro zingari, stranieri e crisi della spazzatura. Per questo Berlusconi, che oggi va per una prima rilevante visita in Vaticano, prima di presentarsi di fronte a Benedetto XVI ha dovuto creare l’opposizione a sè stesso, autocancellando il crimine d’immigrazione illegale.

Il presidente Napolitano d’altra parte, in assenza di un’opposizione efficace, si trova di fronte a un problema identico: assumere sulle sue spalle il dovere di non far sbandare verso l’estremizzazione né la vittoria del centrodestra né l’impotenza del centrosinistra. In altre parole, entrambi i presidenti hanno necessità di delimitare e fermare un terreno d’incontro, un «centro» delle idee la cui esistenza garantisca e renda possibile lo scambio di idee.

Entrambi i presidenti insomma sono oggi investiti di una sorta di doppio incarico, in ruoli che potrebbero forzare le loro stesse funzioni. Il presidente del Consiglio è infatti di solito «equilibrato» dall’opposizione; e il Presidente della Repubblica è solo il notaio di questa dinamica. Ma nelle eccezionali circostanze in cui viviamo entrambe queste figure stanno divenendo anche costruttori oltre che garanti di un nuovo equilibrio. Che Dio gliela mandi buona, si dice in questi casi.

 
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« Risposta #25 il: Luglio 10, 2008, 10:02:15 »

8/7/2008
 
Opposizione, chi vince e chi perde
 
 
   
LUCIA ANNUNZIATA
 
Pochi o molti che siano, simpatici o meno gli intervenuti, stasera alle 18 a Piazza Navona a Roma la manifestazione organizzata da Di Pietro, e benedetta da Grillo, fa partire una nuova competizione dentro il centro sinistra. Non certo sulla scelta dei leader ma sulla natura e sull’identità dell’opposizione.

Ancora una volta, come sempre è successo negli ultimi quindici anni, è la giustizia il passaggio obbligato. E il ripresentarsi della stessa questione ha portato già molti a commentare, fuori ma anche dentro il centro sinistra, che questo è il punto debole, il pozzo nero da cui l’opposizione non sa venir fuori. Schema di lettura che per altro è esso stesso non nuovo e della cui staticità conviene discutere.

Al momento è però forse più rilevante chiedersi se questa interpretazione sia giusta: se davvero la manifestazione di oggi a Piazza Navona sia sempre la solita cosa, il solito antiberlusconismo, il solito conflitto fra estremisti e leader del partito (oggi Veltroni, ma poteva essere chiunque altro). O se invece non sia in atto una dinamica diversa.

La diversità è intanto nelle mosse del premier. Anche lui, infatti, come i suoi avversari, ripete le parole e i gesti di sempre; eppure gli stessi atti hanno oggi un significato indubbiamente nuovo. Il Berlusconi che arrivò la prima volta al governo, più di un decennio fa, era molto diverso dall’attuale: il giovane e irruente affabulatore di allora era un uomo vigorosamente diverso dentro il panorama politico. I suoi interessi di fondo erano, allora come oggi, e per sua ammissione, «la difesa dei suoi interessi e di se stesso», ma nel Paese con lui arrivava comunque una ventata nuova. Così come nuove apparivano le sue parole contro i giudici: era fresca allora la memoria di Mani Pulite, il processo Andreotti in corso, per cui il discorso sulla giustizia risuonava di umori ampi perché coglieva i dubbi di molti.

Negli anni, invece, di pari passo alle misure ad personam con cui i nuovi governi Berlusconi intervenivano, lo scontro con i giudici diventò sempre meno corale, fino al solipsismo di una sfida individuale: un uomo contro un sistema. Il Berlusconi di oggi, che appena ritorna sullo scranno di premier riapre il suo contenzioso con i giudici (e le loro ombre, ai suoi occhi, cioè i giornalisti), introduce un ennesimo sviluppo di questa saga: lo scontro tra il premier e i giudici non è nemmeno più quello di un uomo contro un sistema, bensì un limitatissimo e focalizzato intervento su un paio di temi e un paio di processi. I nuovi interventi che Berlusconi chiede non hanno più nulla di epico, nulla che riecheggi una condizione storica: non sono conditi più né dalla retorica dei diritti individuali, né dall’interesse generale, e nemmeno da un forbito discorso sulla giustizia nelle democrazie. Non si evoca neppure la riforma della giustizia: lo scudo per il premier e le misure anti-intercettazioni appaiono, e sono, solo una piccola pulizia di un paio di angoli della casa che non erano ancora messi a posto.

La prova di tutto questo non è tanto nelle parole della sinistra, che è a sua volta spaccata, ferita dallo scontro con i giudici, confusa dalla sua stessa debolezza. L’estremo isolamento con cui Berlusconi porta avanti queste sue ultime accuse è rispecchiato dal silenzio di molti o dai mugugni di altri dentro il suo stesso schieramento. Parliamo dei malumori della Lega, dello sfilarsi di importanti ministri e importanti cariche dello Stato da ogni solidarietà con Silvio e, infine, dell’alacre progredire dei lavori con cui una buona parte del governo segnala il suo distacco dalla centralità delle questioni poste dal premier.

Non che non si capisca questo atteggiamento: ministri come Bossi o Tremonti, per esempio, hanno priorità molto diverse da quelle della giustizia, e l’impegno con cui il premier si butta invece su questo tema non può essere visto da loro che come una distrazione o una complicazione dei percorsi stabiliti. Bossi si rende infatti non a caso disponibile a discutere anche con il centro sinistra del Federalismo fiscale; così come ci sono pochi dubbi che la rottura del dialogo con l’opposizione penalizzi un progetto di riforme economiche. Quel che scrivo non va d’accordo con recenti sondaggi che danno il premier di nuovo in salita e i giudici in discesa nei favori popolari. Ma la valutazione reale del giudizio degli italiani andrebbe incrociata con un sondaggio sulle loro attuali priorità: quanto popolare o fondamentale appare loro lo scontro sulla giustizia?

Tornando alle scelte del centro sinistra: se le ragioni di Berlusconi contro i magistrati appaiono più pallide che in passato rispetto alla forza degli interessi generali, anche nella sua stessa parte politica, non conviene all’opposizione dividersi su questi temi. Il dialogo sulle riforme o sull’economia si può perseguire, senza necessariamente fare della giustizia le forche caudine di ogni accordo. La natura del tutto personale del terreno scelto dal premier è troppo evidente per farsene anche solo tentare. Si dica un netto no: sulla giustizia non si tratta. Non succederà nulla, vedrete, al resto del dialogo nazionale. Le cattive proposte si esauriscono da sole.
 
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« Risposta #26 il: Luglio 20, 2008, 09:39:24 »

18/7/2008
 
Obama a rischio Diana
 
 
 
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Sull’Altra Sponda, in Europa, si preparano schiere di politici e politologi; da questa parte, in America, si preparano invece i conduttori televisivi. Il primo viaggio all’estero del candidato democratico Barack Obama, è ancora di là da venire ed è già ottimamente piazzato nei media americani per diventare un avvenimento secondo solo ai viaggi di Diana. E, purtroppo, non è una battuta. La politica Usa con queste elezioni presidenziali tende a un nuovo primato.

La nazione che ha inventato la politica spettacolo sembra voler ora rompere anche questo argine e trasportare il candidato nella zona celebrities. La macchina del consenso appare sull'orlo di una nuova accelerazione mediatica: passando dalla rappresentazione al reality, dalle 24h a E-entertainment. Un giro con seri impatti da un punto di vista istituzionale, ma rischioso anche per lo stesso candidato democratico. Ma andiamo con ordine.

Due giorni fa è stato il Washington Post a «rivelare» che tutti e tre i principali conduttori dei tre maggiori network americani seguiranno Barack Obama in Europa, la prossima settimana. Un avvenimento nell'avvenimento. Questo vuol dire che Brian Williams, Charlie Gibson and Katie Couric lasceranno le loro sedi americane e apriranno ogni sera i loro Tg dalle varie tappe del candidato. Non è finita: da quel che scrive il Post, con tanto di conferme di fonti politiche, c'è già un accordo in base al quale il candidato concederà interviste a turno ai tre conduttori, ogni sera da una diversa capitale. Naturalmente, il movimento dei grandi Network è solo la punta dell’iceberg delle dimensioni del resto del circuito mediatico che seguirà questo tragitto: «L'Europa attende a braccia aperte Obama», già si scrive. Per misurare le proporzioni del fenomeno basta aggiungere un solo dato di «contesto»: nei passati quattro mesi il candidato repubblicano John McCain ha fatto tre viaggi all'estero e non è stato accompagnato da nemmeno uno dei network, che hanno lasciato la copertura ai corrispondenti. I Repubblicani, giustamente, stanno attaccando questo divario di attenzioni, denunciando la solita inclinazione liberal dei media Usa, per altro già dimostratasi fallace nel passato, sia con Gore che con Kerry.

Come definire questo processo: prefigurazione di una nuova era, o caduta nel ridicolo? C'è di che far riflettere anche il più appassionato ammiratore di Obama (incluso chi scrive). Ma la domanda qui ha forse meno a che fare con i media, e molto più con le strategie politiche e i suoi rischi. La fascinazione per Obama, il nero, il nuovo, il diverso, il desiderato ponte fra primo e terzi mondi, il potenziale ricucitore fra Camelot leggendario e presente deprimente, rimane l'arma più potente del candidato. Per ragioni che vanno anche al di là delle «speranze» che - come si dice in gergo propagandistico - egli suscita. Barack e Michelle sono molto popolari soprattutto perché sono perfettamente ascrivibili alla attuale cultura dominante delle nuove generazioni del paese: quella, come si diceva, delle «celebrità». Sorta di meticciato fra culture del blog, del glamour, della diversità razziale, della identità globale, del gossip e del successo, che rende oggi popolarissimo in Usa (e nel mondo) il neo impegno hollywoodiano fra Africa, adozioni, società civile e denaro e successo. Per spiegarci: le nuove generazioni americane sanno dei Kennedy perché oggi li vedono attraverso le lenti di questo mondo, e amano gli Obama perché perfettamente in linea con esso.

Non c'è in sé nulla di male, in questa cultura pre-post hollywoodiana. La più grande industria culturale degli Usa, come sempre, traduce il paese stesso. Dietro Obama si allinea il peso di un'America che vuole riportare lo sguardo fuori dai propri confini, e che vuole di nuovo dire: guardateci, siamo qui e amarci vale ancora la pena. Ma questo processo - se spinto alle estreme conseguenze - rischia di essere controproducente. Per ora Obama è, e rimane, un piccolo politico di Chicago, senza grandi esperienze né di governo né di affari internazionali. Fornirne un’immagine sulla linea dei Kennedy come i Brangiolini e degli Obama come Diana, è il miglior modo per bruciarlo.

da lastampa.it
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« Risposta #27 il: Agosto 06, 2008, 10:59:58 »

6/8/2008
 
Aggrappati a una spina
 
 
 
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Mi rendo conto che il rischio è mischiare sacro e profano, ma è proprio questo il rischio da correre.

La morte che per ben due volte questa estate ha fatto strage di scalatori, anche italiani, sulle montagne più alte della Terra è accaduta in un altro mondo, eppure tra le bianche vette e il bianco lettino in cui giace Eluana Englaro c’è un sottile ma non lontano tracciato comune: in entrambi i casi ci troviamo di fronte alla scelta fra la vita e la morte. Il fatto che questo legame fra le tragedie non si veda è esattamente uno dei problemi che abbiamo nell’affrontare il caso Eluana, chiusi come siamo nelle nostre case, tranquilli e comodi cittadini, abituati a confondere e spesso a sostituire la parola con la realtà.

La morte in alta quota è stata trattata sotto quasi tutti gli aspetti: della sicurezza, dell’incoscienza, della commercializzazione della montagna. Ma nella discussione è rimasto sullo sfondo il vero nodo: la ragione per cui si corre il rischio di scalate di tal genere. La ragione per cui si sceglie di mettere a repentaglio la propria vita. Perché di questo si tratta: quel tipo di avventura è una consapevole esposizione alla morte. Dalla comunità degli alpinisti - stando a quel che si legge sui siti dedicati alla montagna - arrivano, invece parole che si misurano senza veli con questa scelta.

Ad esempio, sul sito Planetmountain.com, in un intervento dal titolo «Alpinismo degli 8000 e le storie da comprendere», Manuel Lugli - medico e lui stesso alpinista, che da molti anni con «Nodo Infinito» organizza e accompagna i viaggi degli alpinisti sulle montagne più alte - scrive: «In questo stesso sito, qualche anno fa, parlando per l’ennesima volta di morte sulle montagne himalayane, avevo rivolto una sorta di invito alla “sospensione del giudizio” sui fatti, sulle possibili ragioni che stanno alla base delle tragedie d’alta quota. Sostenendo che è molto difficile giudicare comportamenti e decisioni attuati nello spazio-tempo distorto dall’ipossia, valutare fatti e misfatti di uomini e donne che sono mossi da una passione così grande da portarli a compiere fatiche sovrumane, a correre rischi altissimi, ad abbandonare per mesi una cosiddetta “civiltà” per confrontarsi con la wilderness assoluta di una montagna. Giudicare è molto difficile anche per chi quei luoghi li conosce e li frequenta, figurarsi per chi scrive seduto a casa. Proponevo una sospensione, non un non-giudizio. Un momento di riflessione in più, che consentisse di considerare tutte le variabili e i risvolti delle storie, di ciascuna storia. Perché ogni storia è a sé stante, anche se sono tutte legate dal filo rosso della passione».

Nella presentazione dell’intervento la redazione riprende il tema: «È un’avventura tra luci e ombre quella degli alpinisti, una “magnifica ossessione” a volte, che richiede per essere accettata (se non capita e amata come da noi appassionati) sensibilità e conoscenza, unite alla lucidità che si ottiene lasciando decantare le emozioni che ci afferrano nell’immediatezza di un lutto in montagna».

Astratte dall’affanno della cronaca e del trauma, queste parole si avvicinano al cuore delle vicende: una scalata gloriosa quanto pericolosa è parte delle molte consapevoli volte in cui gli esseri umani scelgono di abbracciare per uno scopo l’esposizione alla morte. Questo scopo può apparire futile solo a chi non alza la testa: dietro le imprese come quelle dell’alta quota c’è in realtà la passione per saggiare e rompere i limiti umani. Una spinta che oggi è spesso rispecchiata nello sport, ma che è la principale molla che ha spinto avanti la specie umana, il suo gesto di noncuranza per quello che le veniva stabilito dalla generazione precedente, il suo alzare la testa a dispetto del Sole, il suo ripetere il gesto di Icaro.

Icaro: mito dell’umiliazione dell’arroganza umana, ma anche racconto disvelatore del conservatorismo arrogante degli Dei. In questa forbice fra obbedienza e rottura giace la dinamica dell’evoluzione, esistente - come dimostrano i miti greci - da ben prima che si arrivasse a chiamare tutto questo fede e ragione, scienza e dominio, ordine e libertà, destra e sinistra.

La fine di questi scalatori ci ricorda che vita e morte sono sempre una scelta, sia che si inclini per la quiete sfuggendo le sfide, sia che si abbraccino le sfide. E che in questa dinamica c’è l’essenzialità dell’evoluzione della specie.

C’entra tutto questo con Eluana? Conosco l’argomento che si può opporre a questo ragionare: gli alpinisti scelgono, Eluana no. In realtà non è così: la mancata volontà della ragazza allarga, non elimina, lo spettro di chi decide, obbligando gli altri, tutti noi, a farlo per lei. Per questa strada arriva nel cuore della società lo stesso dilemma che un pugno di uomini affronta salendo sulle alte vette: rottura o conservazione, continuità o salto nel vuoto? Per quanto azzardato appaia, questo è il filo comune tra la morte eroica sulle nevi e la morte in ospedale. Non ci aiuta certo a dare risposte immediate. Ma collocare il caso di Eluana fra le ragioni più ampie delle dinamiche umane che affrontiamo tutti i giorni, toglierlo dal suo status di anormalità per collocarlo nel senso dei gesti che l’umanità compie ogni giorno, ci permette almeno di poterne discutere, uscendo dalla trappola fede-\scienza , politica-\etica e, buon ultimo, Pdl-Pd.
 

da lastampa.it
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« Risposta #28 il: Agosto 12, 2008, 09:02:28 »

12/8/2008
 
L'America smarrita
 
 
 
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Nella prima vera crisi, che esplode oggi e che dopo le elezioni di novembre sarà probabilmente ancora aperta, i due candidati alla Casa Bianca hanno avuto la possibilità di mostrare la loro statura come leader del mondo.

Estando alle prime reazioni, si sono rivelati inadeguati al momento. La prova generale del conflitto in Georgia ha trovato il primo, McCain, pronto all’impegno al fianco della Repubblica ex sovietica - sbattendo però così contro il muro di cautela che il suo amico e presidente George Bush ha innalzato intorno alla questione; il secondo, Obama, si è limitato, dopo quasi tre giorni, a dire di essere preoccupato e di volere un mediatore terzo alla crisi (caspita!) - rivelando così un grande buco nella sua speranzosa dottrina di un mondo post 9/11.

È ancora troppo presto perché gli elettori colgano queste debolezze, essendo l’America assorbita, come del resto fino a poche ore fa il suo Presidente, nei giochi Olimpici. Ma nei circuiti politici e mediatici, e in quello altrettanto fervente dei blog, la povera performance dei candidati non è sfuggita. Soprattutto perché nella esitazione di queste ore si rispecchia una sorta di resa dei conti con le scelte degli ultimi anni in politica estera, fatte sia da democratici che repubblicani. Sulla Georgia, e sull’Ucraina (l’altra nazione minacciata dall’intervento russo) pesano infatti le ombre di Bill Clinton e George Bush, ma anche le teorie del multilateralismo e dell’unilateralismo, della Realpolitik di anni addietro di Kissinger, e quella più vicina dei Neocon. A riprova di questo intreccio, le dichiarazioni dei due candidati allineano ciascuno su un diverso asse.

McCain ha preso una posizione interventista, dichiarandosi decisamente al fianco della Georgia. Per l’anziano militare è una uscita non sorprendente visto il suo attivo coinvolgimento già in passato con la Georgia - ma le sue parole contrastano con la moderazione dell’attuale Bush, posizionandolo piuttosto con i Neocon. È Obama invece oggi al fianco di Bush, con la sua richiesta di mediazione internazionale. Il riallineamento è di non poco conto, perché segnala non solo la generale difficoltà dei candidati, ma degli stessi Stati Uniti nei confronti della Russia.

Chi è la Russia per gli Usa, un amico o un nemico? E’ la questione che negli ultimi anni ha attraversato la comunità dell’intelligence e degli esperti. E che finora era stata risolta in superficie con un certo fideistico ottimismo della storia. In un recente saggio, l’arcirealista Henry Kissinger ha scritto che l’era di Putin «non è guidata da sogni di restaurazione della propria gloria», ma «dalla ricerca di un solido partner, con l’America come soggetto preferenziale». Gli aveva fatto eco, sul versante sinistro, Stephen Cohen, celebre studioso di Russia e professore a Princeton, che ha sempre indicato la strada delle relazioni fra le due ex potenze come necessariamente di alleanza.

Tuttavia, una corrente di pessimismo e intransigenza ha sempre continuato a vivere sotto le dichiarazioni più ufficiali: la posizione, ben conosciuta, dei Neocon, riconfermata ieri da editoriali di Robert Kagan e Bill Kristol. Il primo che è anche advisor di John McCain ha ripreso il tema del suo libro «The Return of History and The End of Dreams», secondo il quale la principale ambizione dei russi «è ristabilire la Russia come il potere dominante in Eurasia». E Kristol ha fustigato l’impotenza Usa paragonandola alla impotenza dell’Occidente nei confronti del patto Hitler-Stalin. Ma, sia pur meno virulenta, anche nel campo di Obama questa opinione al fondo è sempre stata condivisa: Michael McFaul, di Stanford e advisor del candidato democratico, ha sempre sostenuto che la Russia è uno stato premoderno, dominato «dalla mentalità di Guerra Fredda di Putin», per il quale, «ogni cosa che può danneggiare gli Usa va bene per noi».

La guerra in Georgia, e la eventuale difesa dell’alleato, era dunque nelle carte: perché allora nel momento in cui la crisi precipita nessuno in Usa, a cominciare dal Presidente per finire ai due candidati, sembra avere una ricetta per affrontarla? La risposta è probabilmente nella crudezza con cui la Russia ha, abilmente, evocato il fantasma del Kosovo. Se quella guerra fu fatta per la difesa dei diritti umani di una minoranza, e finì con la separazione dello Stato Kosovaro dalla ex Jugoslavia, gli Stati uniti si trovano oggi di fronte a un deficit di «legalità». Un deficit che entrambi i partiti politici condividono: se è stato infatti Clinton a inventare la guerra umanitaria, è stato Bush a concedere l’indipendenza al Kosovo. Infine, c’è il non piccolo problema delle responsabilità degli Stati Uniti nel conflitto in Georgia. Gli Usa hanno in Georgia, secondo il Dipartimento di Stato, 130 addestratori dell’esercito locale: possibile dunque che nessuno abbia informato Washington che il carissimo alleato georgiano si stesse muovendo? E ancora, molti ricordano una sequenza significativa: il primo luglio mille marines Usa hanno partecipato a manovre congiunte con le forze georgiane in una operazione battezzata «Operation Immediate response 2008», conclusasi solo 10 giorni prima della invasione russa. Una coincidenza?
 
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« Risposta #29 il: Agosto 14, 2008, 07:52:18 »

14/8/2008
 
Il nemico ritrovato
 
 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Il quinto punto e il sesto. Sotto scrutinio della diplomazia americana ci sono proprio queste due richieste, aggiuntive, volute dal presidente russo Medvedev e dal primo ministro Putin, all’accordo raggiunto con il francese Sarkozy.

Accordo lodato in pubblico ieri dal presidente Bush in persona: «Gli Stati Uniti appoggiano con convinzione gli sforzi del presidente francese, nel suo ruolo di presidente della Unione Europea, nel tentare un accordo che ponga fine a questo conflitto». Ma valutato, appunto, con occhi diversi nelle stanze degli specialisti. La vaghezza del linguaggio di queste aggiunte russe lascia aperti vari e rilevanti problemi.

Il quinto punto non chiarisce dove si devono posizionare le truppe russe e quelle georgiane, né quale deve essere il ruolo dell’esercito di Mosca, di cui si chiede il ritiro, ma cui si assegna anche una funzione di peacekeeper per «mettere in atto ulteriori misure di sicurezza»; il sesto punto lascia nel vago il futuro della discussione su Abkhazia e Ossezia del Sud. Allo stato attuale, dunque, la valutazione realistica della amministrazione Usa, secondo il New York Times, è che nell’accordo raggiunto le richieste russe accettate «permettono ai russi di fare quasi tutto quello che vogliono. Ma quando Sarkozy ha presentato a Saakashvili l’accordo, il georgiano non aveva nessun potere di trattativa. L’idea è che gli è stato presentato come un “questo è tutto quello che si può ottenere”».

Sarà arroganza, sarà opportunismo, ma la soluzione europea sembra dagli Usa più che una via verso la soluzione, una sorta di tregua che permette di prendere tempo. La cautela e la lentezza continuano ad essere il segno di quella che appare, appunto, una tattica di temporeggiamento per permettere a Washington di trovare una propria misura nella crisi. Intanto c’è un piccolo movimento di truppe in corso, sia pur mascherato: ieri Bush ha annunciato di aver inviato in Georgia una missione umanitaria, che consiste in un aereo con medicinali, un Us C-17, già arrivato, e un secondo in arrivo domani. Insieme agli aerei è partito un contingente di forze di fanteria e marina, «che poi svilupperà l'azione umanitaria». Contemporaneamente si sviluppa l’attività diplomatica: Condoleezza Rice è partita verso la Francia da cui raggiungerà la Georgia, riconoscendo nel suo stesso itinerario la funzione avuta dall’Ue.

Questi due passi sono definiti «il maggiore coinvolgimento degli Usa finora nella crisi georgiana». Ma, viste più da vicino, anche queste mosse appaiono una sorta di teatro delle ombre. Così come c’è un divario fra valutazione pubblica e privata dell’accordo europeo, la stessa distanza fra parole e fatti si ritrova nella funzione di queste misure. La missione è stata sostenuta, sempre ieri, da Bush con gli aggettivi «vigorous and ongoing» accompagnati da un fermo avvertimento alla Russia di «mantenere il suo impegno a permettere ogni aiuto umanitario possibile». «Ci aspettiamo che la Russia assicuri che tutte le linee di comunicazione e di trasporto, inclusi i porti, gli aeroporti, le strade e lo spazio aereo, rimangano aperti per permettere l’arrivo delle missioni umanitarie». Bush si è anche schierato con il «governo democratico della Georgia» e ha insistito sul «rispetto della integrità territoriale del Paese».

Ma se pensate che tutte queste parole siano un «vigoroso» avvertimento, aspettate a sentire i commenti del Pentagono. All’entusiasmo con cui Mikhail Saakashvili ha interpretato le dichiarazioni, sostenendo che gli Usa intendono occupare e mettere sotto controllo i porti e le vie di comunicazione, un portavoce del Pentagono ha spiegato ufficialmente: «Non vogliamo né abbiamo bisogno di prendere il controllo delle vie aeree e marittine per portare a termine la nostra missione».

In che direzione, dunque, vogliono andare gli Stati Uniti, che messaggio si può leggere in questo loro gioco fra apparenze e realtà? Se si dovesse scommettere sulla base di come opera questa grande potenza, diremmo che si muove verso una discreta ma chiara delineazione di un fronte di Guerra Fredda attiva in Georgia. Il primo segno reale e visibile di un ritorno alla geografia politica di quel grande scontro, come da anni ormai anticipato e spesso invocato da molti esperti.
 
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