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Autore Topic: Gianni RIOTTA -  (Letto 29379 volte)
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« Risposta #135 il: Settembre 17, 2014, 05:42:37 »

“Petrolio e stato sociale”, Edimburgo sogna un “futuro norvegese”
Ambiente, diritti civili, pacifismo e benessere per tutti i cittadini.
Il fronte del sì guarda alla Scandinavia per dimenticare la Thatcher

17/09/2014
Gianni Riotta
Edimburgo

Bastano due passi nella brughiera di Culloden Moor, sterpi, erba secca, acquitrini fradici sotto il cielo grigio e la nebbia, per capire quanto avesse ragione, quell’alba lontana del 16 aprile 1746, il generale Murray a consigliare prudenza al romantico Bonnie Prince Charlie, pretendente Giacobita al trono di Scozia. Il principe, nato a Roma, attaccò invece sul fiume Nairn, senza criterio, il Duca di Cumberland, che lo attese con l’artiglieria, sterminò i ruvidi volontari dei clan, fece a pezzi i feriti riversi sulle pozzanghere che adesso i turisti scavalcano in silenzio con gli stivaloni di gomma.

Il Duca si guadagnò il soprannome di Macellaio, gli 8000 inglesi ebbero 300 morti, i 7000 scozzesi 2000, il sogno di indipendenza stroncato, almeno fino a giovedì prossimo, 18 settembre 2014.

Basta guidare per le contorte strade scozzesi, 259 chilometri fino alle mura di Edimburgo, per sentire quanto i 307 anni di unione tra Scozia e Inghilterra, la vita stessa del Regno Unito e quel che rappresenta, cultura, civiltà, economia, tradizioni, siano a rischio, oppure già spezzati per sempre, qualunque sia l’esito del voto tra «Yes» e «No» all’indipendenza, che i sondaggi danno 50-50, mentre le scommesse pagano la vittoria del «No» 1/4 e quella del «Sì» 11/4. La bozza della nuova Costituzione è già scritta, il primo articolo recita solenne «In Scozia il popolo è sovrano», sottintendendo che nel Regno Unito no. Ma se cercate di capire, come troppi fanno, la posta in gioco in questo storico giovedì guardando alla Storia, le battaglie, la sconfitta di Culloden e la vittoria scozzese di Bannockburn con Robert the Bruce, le gesta di William Wallace, il Braveheart di Mel Gibson, se credete che il voto si svolga tra cornamusa, kilt, tartan e clan, prendete un abbaglio.

Il referendum scozzese parla del nostro futuro non del passato, un passato popolato da miti, fantasmi e invenzioni, la prima biografia «storica» di Wallace di Blind Harry data due secoli dopo la sua morte, e i colori dei tartan orgogliosi dei clan non sono ancestrali, ma disegnati a tavolino da una coppia di furbi sarti, i fratelli Sobieski Stuarts, che finsero di averli ritrovati in manoscritti antichi. Il referendum ha sulla scheda la domanda secca «Deve la Scozia essere paese indipendente?» ma cela altre verità. «Odiate ancora Lady Thatcher, la sua riforma del welfare state, la deindustrializzazione, l’economia di servizi e finanza?»; «Avete paura che la globalizzazione distrugga lo stato sociale scozzese, volete difendere il posto stabile, mutua, assicurazione sanitaria, scuola e spesa pubblica?», e infine «Volete ritirarvi dal mondo, non curarvi di Ucraina, Isis che ha ucciso un volontario scozzese, esercito, testate nucleari?». 

Fuori dal Parlamento di Edimburgo, un edificio sperimentale dell’architetto Eric Miralles, con tanto di lance simbolo icona della resistenza a Bannockburn, gli attivisti dello «Yes», tanti, e i pochi e guardinghi del «No», sanno bene cosa conta per gli elettori. Da Londra arriva il bus dei sindacati laburisti, rosso e lucente, invoca il «No», il Labour Party perderebbe con la Scozia 40 seggi a Westminster, i Conservatori del premier Cameron forse solo uno. Ma lo sgangherato camioncino del «Sì», di solito uso ai trasporti di un ferramenta, ribatte con lo slogan rudimentale «Mai più i conservatori al governo».

La grande illusione del Partito Nazionale Scozzese di Alex Salmond, premier a Edimburgo, è tutta qui. L’indipendenza si reggerà sul petrolio del Mare del Nord, la Scozia diverrà una Norvegia che produce whisky, la ex Gran Bretagna accetterà di dividere il debito pubblico e le ricchezze, poi l’Europa aprirà le porte, mentre, rabbiosa, Londra lascerà l’Unione. L’esercito del tartan avrà 4700 soldati, di cui appena 1700 in grado di combattere. Le testate nucleari britanniche lasceranno la base sul Clyde e la nuova costituzione metterà al bando ogni ordigno atomico. La Nato obietta? Nei comizi del «Sì» non ci sono dubbi: l’Europa, secondo Salmond, aprirà le porte a Edimburgo, nonostante il no minacciato dagli spagnoli che hanno paura per l’addio della Catalogna, e altrettanto farà la Nato. Cresciuto a East Fife, cuore scozzese, l’editorialista del «Financial Times» John Lloyd, dissente amareggiato «Una serie di azzardi senza sicurezze. Salmond spiega che tutto andrà bene, ma il mondo non avrà tenerezza per una Scozia piccola e debole».

David Greig, autore del popolare musical Charlie and the Chocolate Factory, noto in Italia per «Midsummer», tradotto da Masolino d’Amico, è la prova vivente che il passato remoto non c’entra, si vota sul futuro. Su Twitter Greig ha creato una commedia in 140 battute, @yesnoplay, in cui una moglie e un marito dibattono sul voto. Il gioco è brillante, ma ha sempre la meglio la tesi della bonomia separatista, Greig spiega che la nuova Scozia andrà d’accordo con tutti, «si leverà infine gli occhiali inglesi», animata da «una palla di energia». «Si tratta di riforme democratiche» secondo lo scrittore. E la Costituzione in scrittura echeggia i buoni sentimenti, gli scozzesi avranno «diritto a un ambiente salubre», alla «biodiversità» e il nuovo stato combatterà «i cambi climatici». Con orgoglio che brilla negli occhi i ragazzi dello «Yes» mi spiegano «Solo tre paesi hanno nella Carta Costituzionale l’impegno a battersi contro l’effetto serra» e li elencano serissimi «Ecuador, Repubblica Dominicana, Tunisia».

La Carta sembra per ora un tema di liceo colmo di speranze, avranno diritto alla cittadinanza i cittadini britannici residenti oggi in Scozia, i residenti di origine nord-irlandese, i residenti con passaporto Ue e chi ha passaporto estero, ma genitori, o forse antenati, scozzesi. Tornerà a casa la diaspora lontana? Ho provato a ripetere l’esperimento di Greig al pub storico di Abbotsford, battezzato dalla casa di campagna cara allo scrittore scozzese Walter Scott. Grazie al barman Robert Wilson i clienti hanno detto la loro, e il sondaggio tra birra e Scotch è netto «Chi vota Sì viene con il distintivo sulla giacca o la camicetta da mesi, chi vota No è incerto, sta zitto e aspetta». Il premier Cameron, il liberale Clegg, il laburista Miliband, l’ex premier Gordon Brown, scozzese laburista che si batte come un leone per il No, contano su chi - per non litigare al bar- resta in silenzio, ma nel segreto dell’urna ascolterà il consiglio della Regina Elisabetta II e rifletterà attento. Con i cittadini scozzesi votano anche i residenti. «I ragazzi italiani che vivono qui - spiega un giovane di Potenza - sono divisi, ma onestamente ne sanno poco». Alle urne anche i sedicenni, e saranno una sorpresa.

Perché l’astuzia populista di Salmond, la Carta delle Buone Intenzioni e la passione dei militanti come Greig non contano sulla realtà. La finanza, le banche, le aziende, le assicurazioni emigreranno a Sud, verso Londra e il clima pro business. La sterlina scozzese perderà peso. Se il divorzio con gli inglesi sarà acido Londra renderà difficile la strada dell’Europa. I supermercati aumenteranno i prezzi in un mercato più piccino come annunciano John Lewis, Asda, Marks and Spencer, i francobolli della Royal Mail costeranno di più. La finanziaria Black Rock prevede che i tassi di interesse della Scozia Nazione saranno peggiori di quelli del Regno Unito, fino a un punto e mezzo l’anno. Le minacce degli estremisti «Nazionalizzeremo la Bp e le altre aziende se si mettono di traverso», la simpatia di Salmond per Putin «con lui la Russia è rispettata» hanno già aperto una fuga di capitali che, se il «Sì» vince, diventerà rotta. Come a Culloden.

@riotta 

Da - http://lastampa.it/2014/09/17/esteri/petrolio-e-stato-sociale-edimburgo-sogna-un-futuro-norvegese-jS3M2VhGc0auEHFQ28yGuL/pagina.html
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« Risposta #136 il: Novembre 26, 2014, 05:37:51 »

L’America di nuovo in bianco e nero

26/11/2014
Gianni Riotta

Un proverbio americano scherza, «Perfino un panino al prosciutto, se arriva davanti al Grand Jury, finisce alla sbarra». I fatti confermano. 

Quando il District Attorney, il pubblico ministero, porta ai giurati popolari del Grand Jury un’accusa di reato, il rinvio a giudizio è certo. Ben Casselman, del sito FiveThirtyEight, calcola che tra il 2009 e il 2010, su 162.000 casi presentati alle Grand Jury federali solo undici sono stati respinti, lo 0,006%. 

L’irrisoria cifra spiega perché la decisione della Grand Jury (stavolta non federale ma dello Stato del Missouri) di non rinviare a giudizio Darren Wilson, poliziotto bianco di Ferguson, sobborgo di St. Louis, accusato di avere ucciso il giovane afro-americano Michael Brown, incendia il Missouri, fa occupare il ponte di Brooklyn e marciare da New York alla California, mentre – invano – il presidente Obama e la mamma della vittima invocano calma.

Le opposte narrative politiche e culturali non si riconciliano. Per una, non si tratta di razzismo, ma di statistica: il 96% dei reati, per esempio a New York, è commesso da neri e ispanici, naturale che la polizia stia allerta. Per gli attivisti dei disordini, come per milioni di pacifici cittadini Usa che seguono gli scontri sullo smartphone, la polizia bianca ha un doppio standard. Spara ai sospetti per il colore della pelle, il rione, il vestito. Il caso del ragazzo nero Trayvon Martin, ucciso da un vigilante bianco perché portava il cappuccio della felpa alzato («avessi un figlio, sarebbe come Trayvon» lamentò Obama), la grottesca vicenda del professore di studi afro-americani ad Harvard «Skip» Gates, arrestato mentre cercava di rientrare a casa, senza chiavi, da un poliziotto che lo scambia per un ladro, fino al bambino nero di 12 anni ucciso domenica a Cleveland da un agente, perché giocava con un revolver di plastica, fan parlare di «epidemia razzista». Ogni 28 ore la polizia Usa uccide un afroamericano, di solito maschio sotto i 30 anni.

A Ferguson, i testimoni oculari si dividono. Per quelli dell’accusa l’agente Wilson avrebbe sparato a bruciapelo all’inerme Brown. Per i testimoni della difesa Brown avrebbe aggredito Wilson, picchiandolo: solo allora l’agente avrebbe sparato. La difesa allega foto del poliziotto con lividi in ospedale, l’accusa cita un verbale in cui un superiore ordina a Wilson di recarsi al Pronto Soccorso. Dalla Centrale di Polizia confermano che si cercava il rapinatore di una tabaccheria, cappello rosso e calze gialle, che aveva sottratto anche una scatola di sigari sottili in compagnia di un complice. Brown indossava un cappello da baseball rosso, calze gialle, fumava un cigarillo ed era con un amico. Fatalità? Brutalità? La Grand Jury, come solo nello 0,006 dei casi, ha deciso Fatalità. I giurati erano sei uomini e tre donne bianche, due donne e un uomo afroamericani: per rinviare a giudizio Wilson servivano nove voti.

Ma la legge, ripetuta a memoria ai giurati, impone che il rinvio alla sbarra avvenga «solo se l’accusa è credibile al di là di ogni ragionevole dubbio». La Grand Jury di Ferguson, che riflette il tessuto della Contea di St. Louis, 24% neri, 68% bianchi, non ha visto reati «al di là del dubbio», né omicidio volontario, né preterintenzionale.

Ho fatto parte di una Grand Jury a Manhattan e ho raccontato a La Stampa la mia esperienza goo.gl/KVwbjb. C’erano giurati che, non appena il pubblico ministero lanciava l’accusa e i poliziotti testimoniavano, alzavano la mano per il rinvio a giudizio. Una giurata, nera e coltissima, contestava invece puntuale ogni caso. Una volta abbiamo respinto l’incriminazione, sollevando l’ira dei pm. In America non c’è obbligo di azione penale come in Italia, i prosecutors si sforzano dunque di andare davanti alla Grand Jury solo con casi formidabili, a prova di avvocati difensori e giurie popolari (l’avete visto nei film e telefilm). Perché a Ferguson l’equilibrio si spezza? Perché viviamo in diretta web. Dalla morte di Brown al no della Grand Jury, una valanga di tweet, 450 al secondo, 3,5 milioni solo ieri notte, acceca paese e giudizi. La mappa dei Big Data http://goo.gl/17P0PY trasforma in luce i tweet di notte e l’America si illumina irata. I pm non se la son sentita di non portare alla Grand Jury un caso tanto controverso, la Grand Jury di rinviare a giudizio Wilson. Alla vigilia del Thanksgiving, che domani raccoglie le famiglie intorno al tradizionale tacchino arrosto, la pistolettata di Ferguson rimbomba sul web e ricolora l’America, in bianco e nero.

www.riotta.it 

Da - http://www.lastampa.it/2014/11/26/cultura/opinioni/editoriali/lamerica-di-nuovo-in-bianco-e-nero-dZ9iTL7O9VKpULhVgcHJcO/pagina.html


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« Risposta #137 il: Gennaio 10, 2015, 11:27:30 »

Per vincere la guerra più lunga le forze armate non bastano
Contro Isis e Al Qaeda l’Occidente va in ordine sparso: serve un’azione comune

09/01/2015
Gianni Riotta

La strage di Parigi conferma come il dibattito, europeo e italiano, su terrorismo e guerre asimmetriche resti ancorato agli errori del 2001. A sinistra si obietta che solo «dialogo e diplomazia» batteranno l’insorgenza islamica, «perché la guerra non risolve nulla», a destra Le Pen e Salvini usano l’attentato a Charlie Hebdo nella campagna anti-emigrazione, malgrado una delle vittime sia un poliziotto musulmano. Dopo le débâcle in Iraq e Afghanistan, guerre durate oltre dieci anni e senza risultati positivi, gli Stati Uniti hanno invece avviato una dolorosa revisione strategica, per comprendere cosa l’Occidente stia sbagliando nel confrontare al Qaeda e Isis e come non ripetere gli errori. Al di là dell’ambito militare, questa discussione è del tutto ignorata da noi, grave omissione che ci avvia a nuovi scacchi.

Nessuna strategia  
Lo scorso novembre esce lo straordinario saggio del generale Daniel Bolger «Why we lost». Dopo aver combattuto a Baghdad e Kabul, Bolger, generale con dottorato di ricerca in Storia all’Università di Chicago, non ha dubbi: gli Stati Uniti hanno perso «the Long War», la guerra più lunga, perché le forze armate sono straordinarie nella tattica sul campo, ma la politica e gli stati maggiori non hanno una strategia quando la battaglia si conclude. I militari, scrive Bolger, non hanno fantasia, sviluppano piani per combattere Stato contro Stato, vanno in confusione davanti a Isis e al Qaeda, network di combattenti ideologici che cambiano natura, alieni. Al Qaeda non occupa terreno, parassita altri regimi, dai talebani al Corno d’Africa. Isis decide invece che lo status quo degli accordi europei Sykes-Picot 1916 è finito e fonda uno Stato terrorista tra Siria e Iraq.  

Il generale Graziani in Libia  
Lo studioso John Schindler osserva che normalizzare una così vasta area di territorio richiede impegno militare gravissimo, e che nella storia l’ultima operazione del genere ad avere successo fu condotta dal generale italiano Graziani in Libia alla fine degli Anni 20, contro i ribelli dello sceicco Omar Mukhtar, con armi chimiche illegali, centomila civili deportati, fucilazioni di massa. I tedeschi non ci riuscirono in Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale, malgrado dispiegassero 600.000 uomini. Oggi, conclude Schindler, brutalità alla Graziani non sono pensabili, servono dunque altre idee. Non aspettatevi però risposte semplici, slogan da talk show. Sul prezioso blog Small Wars Journal Joseph Collins, ex colonnello dell’esercito Usa e ex sottosegretario alla Difesa, chiarisce perché siamo in difficoltà, se non «sconfitti» come opina amaro il generale Bolger.

I sondaggi prima di tutto  
La politica, a Washington e in Europa, è polarizzata, i leader hanno a cuore i sondaggi del momento e le elezioni prossime, sono incapaci di strategie e visioni, mentre il nemico fondamentalista ha disciplina di lunga durata. George Kennan disegna il piano per «contenere l’Urss in un telegramma dall’ambasciata Usa a Mosca del febbraio 1946 e fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 gli americani si attengono tenaci alla sua proposta. Contro il fondamentalismo Reagan decise di ritirarsi dal Libano 1983, Bush padre creò la vittoriosa coalizione 1990 anti Saddam in Kuwait, Clinton si limita a qualche raid aereo dopo gli attacchi alle ambasciate Usa in Africa 1998, Bush figlio attacca l’Afghanistan, con la Nato nel 2001 e l’Iraq da solo nel 2003, Obama parla di pace al Cairo, usa i droni, giustizia Bin Laden, si ritira in fretta da Baghdad e Kabul, salvo rilanciare i raid su Kobane per fermare Isis in Kurdistan 2014. Amnesie che uno spietato rapporto dell’istituto Rand, preparato per lo Special Operations Command dell’Esercito Usa, condanna e gli europei dovrebbero mandare a memoria.  

La mescolanza dei ruoli  
La guerra asimmetrica mescola ruoli, Osama e al Baghdadi sono leader civili, militari, religiosi e di propaganda, in Occidente i generali non capiscono i politici e viceversa, i politici diffidano dell’intelligence, la propaganda stenta online e i commandos non sanno a chi riferire dal campo. Ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto bene: finché Isis occupa uno Stato terrorista non ci sarà pace in Europa. Ma battere il Califfato è arduo perché la guerra asimmetrica non sappiamo farla, non c’è consenso nell’opinione pubblica, difettiamo in cultura, preparazione, impegno.  

La Nato senza un accordo  
La Nato, che ha sconfitto l’Urss, non ha neppure un piano comune contro terrorismo e insorgenze islamiche, ogni Paese è lasciato a se stesso, manca accordo. Tre ufficiali Nato, Lee Jae Hun, Peter Pedersen e Chad Pillai denunciando con allarme in un rapporto come Usa ed Europa non abbiano alcun coordinamento civile, militare o di intelligence contro la guerra asimmetrica e i governi si ritrovino soli, costretti ad azioni sporadiche e dunque perdenti.

Una nuova alleanza  
Per vincere il terrorismo fondamentalista, ovunque, servono presto una nuova alleanza e una nuova strategia, chiudere con l’astio seguito al caso Snowden, condividere intelligence, adattare le forze armate alla sfida asimmetrica, fronteggiando nel contempo Cina, Russia, Corea del Nord e Iran. Non aspettatevi miracoli. Senza una riflessione profonda, idee serie e non polemiche vacue, avrà ragione il generale Bogler: americani ed europei sconfitti insieme.  

www.riotta.it.  

Da - http://www.lastampa.it/2015/01/09/esteri/per-vincere-la-guerra-pi-lunga-le-forze-armate-non-bastano-PyfIpF2Hi6UMfuVzQuho8I/pagina.html
« Ultima modifica: Gennaio 12, 2015, 10:21:55 da Admin » Loggato
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« Risposta #138 il: Gennaio 12, 2015, 10:17:58 »

Il giornalismo degli Usa ostaggio del bon ton

12/01/2015
Gianni Riotta

«In tutta Europa i giornali si sono stretti in solidarietà con Charlie Hebdo, nel pubblicare le vignette che avrebbero motivato la strage in redazione. Non così in America, terra della libertà di parola». 

La sconsolata ammissione dal blog Buzzmachine.com di Jeff Jarvis, docente all’Università Cuny. Le critiche di Jarvis sono riprese, con amara prosa giansenista, da Ross Douthat, il più profondo columnist del «New York Times» oggi. Mentre l’opinione pubblica dell’Europa continentale ha ben colto, con qualche eccezione, il senso della tragedia di Parigi – un attacco al nostro libero stile di vita -, tante prestigiose testate anglosassoni, Usa e Regno Unito, scivolano nella melassa perbenista del non voler offendere alcuna sensibilità, del bon ton politico, come se si trattasse di una blasfemia di troppo, di un sedere in eccesso, di volgarità antireligiosa e non di una mattanza che cancella i distinguo cicisbei.

Jarvis se la prende con il «New York Times», che ha deciso – fin qui nulla di male, anzi - di non ripubblicare per intero le vignette del Charlie, ma ha poi, e qui il risultato è goffo, sbianchettato ogni foto, mettendo i mutandoni della preoccupazione moralistica sulla vicenda, costringendo i lettori a scorribande sul web per capire cosa davvero stesse accadendo. Douthat ricorda lo scomparso polemista Christopher Hitchens: è la difesa dell’eccesso, di quel che non condividiamo (e Christopher di eccessi, dal pamphlet contro Madre Teresa alla difesa di Bush figlio, se ne intendeva…) il confine della libertà e richiama tra le righe il suo giornale a meno timidezza e più coraggio.

Stephen Pollard, direttore del giornale ebraico inglese Jewish Chronicle, sintetizza il tormento della vicenda in due tweet: «I miei principi di lavoro mi dicono di pubblicare i disegni…» «ma siamo seri, esporrei i colleghi di una testata ebraica ai killer islamisti…». La rete tv Cnn invece, con gli ordini di servizio interni ai cameramen, «Se riprendete le vignette nei cartelli dei dimostranti, sfocatele da lontano», non ha le contraddizioni di Pollard, manda solo in onda candeggina.

I terroristi di Parigi hanno, con la loro strage, messo i media di tutto il mondo davanti alla realtà, massacrando le ipocrisie a colpi di AK 47. Il direttore di Al Jazeera, rete tv araba, ricorda in una serie di email melliflue alla redazione di stigmatizzare «comunque» Charlie Hebdo, finché i suoi giornalisti occidentali non reagiscono, lo mandano a quel paese e ne pubblicano i dispacci imbarazzanti. In America la lunga coda di paglia del politicamente corretto, (ieri il «New York Times» non ha ospitato neppure la foto vecchia di 60 anni di una statua di Maometto demolita dal Tribunale di Manhattan, temendo chissà quali obiezioni), di atenei dove l’Occidente è considerato ex cathedra «razzista e terrorista», fa perdere di vista la sfida morale di Parigi. È bene che uomini diversi come Jarvis e Douthat, o siti bizzarri come Buzzfeed, si siano ricordati, da soli, del Primo Emendamento alla Costituzione e delle libertà che fonda.

Twitter @riotta 

Da - http://www.lastampa.it/2015/01/12/cultura/opinioni/editoriali/il-giornalismo-degli-usa-ostaggio-del-bon-ton-XwCcJDZ8YjutYEYMcRqO0O/pagina.html
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« Risposta #139 il: Maggio 01, 2015, 12:09:36 »

La zona grigia che l’Europa non vuol vedere

27/04/2015
Gianni Riotta

Migliaia di studenti tedeschi marciano a Berlino chiedendo solidarietà e giustizia per immigranti e rifugiati. Lo striscione del pacifico corteo annuncia «Oggi Lezione di Diritto Politico» e, figli dell’era globale e social, i ragazzi intonano in inglese «Canta forte e sostenuto, il rifugiato è benvenuto». A 70 anni dalla fine della guerra mondiale, grazie a loro, la Germania torna leader spirituale d’Europa, un giorno di Romanticismo.

Gli studenti di Berlino ripropongono la domanda del Santo Padre: «Che fare?», davanti alla biblica ondata di migrazione, due-tre milioni di esseri umani, che guerre, carestie, clima, sogno di vita migliore, spingono da Africa e Medio Oriente al largo nel Mediterraneo. Se accendete un talk show o un sito web, gli slogan, fast food del pensiero, sono serviti: Bombardare, Blocco navale, Tolleranza zero per gli illegali, Accogliere tutti, Schiudere le frontiere, Compassione contro profitti.

Nella realtà, invece, non esiste soluzione unica, diretta, solo piani complessi e difficili. Il «blocco navale militare», per esempio, sarebbe illegale, impossibile da attuare e innescherebbe ammutinamenti nella Marina davanti all’ordine di sparare contro la legge del mare. La dimensione tragica deve restare punto di partenza, nel 2014 3000 annegati, nel 2015 almeno 1500, in 16 mesi tre Titanic naufragati sulle nostre coste.

L’Europa insiste «il controllo delle frontiere è responsabilità nazionale» e bissa la squallida performance degli Anni Novanta con la guerra nei Balcani.

Ogni Paese fece i propri interessi, lasciando marcire le deportazioni, finché gli Usa non intervennero. Le carte, gli appelli, la retorica dell’Unione, grondano compassione, solidarietà, benevolenza. Gli intellettuali, a destra e sinistra, sono lesti a condannare gli americani per il muro nel deserto messicano e i milioni di clandestini, ma dimenticano la realtà. 41,3 milioni di emigranti vivono in America, record storico; un emigrante su cinque al mondo, il 20% del totale, sbarca negli Usa che hanno solo il 5% degli abitanti della Terra; gli emigranti sono 13% dei 316 milioni di cittadini Usa, con i figli arrivano a 80 milioni, 25% della popolazione. 

 

Gli Usa si dilaniano sul tema, la riforma dell’emigrazione è campo di battaglia nella corsa alla Casa Bianca 2016, l’Europa è inerte Ponzio Pilato. Spera, come davanti a Milosevic, al fondamentalismo islamico, a ogni emergenza, che anche la tragedia emigrazione venga infine assorbita da una pubblica opinione estenuata da anni di crisi economica. Contro quest’inerzia, politica e morale, protestano i ragazzi di Berlino, avanguardia della generazione Erasmus, pur consapevoli che la Germania accoglie più rifugiati di tutti nell’Unione.

Una strategia geopolitica è indispensabile contro la calamità geopolitica che mette in marcia quelli che un tempo Frantz Fanon chiamava «Dannati della Terra». Per disegnarla servono lo sforzo congiunto, la fantasia, di politici, urbanisti, economisti, diplomatici, Difesa, uomini di fede. Servono sì azioni militari, sul modello della campagna che ha ridimensionato i pirati del Corno d’Africa, raid contro il racket, contro le milizie che li proteggono, contro i banditi-guerriglieri-terroristi che li scortano nel deserto, contro i porti del traffico, anche con droni, per dare il senso che l’Ue fa serio. Ma in parallelo serve un Piano Marshall, dal respiro decennale, in cui coinvolgere altre potenze – per esempio la Abii, Banca di sviluppo asiatico promossa dalla Cina che può intervenire nel Medio Oriente - dando alternative alla rotta disperata dei gommoni. Gli Usa destinarono al Piano Marshall il 4% del loro Pil: noi quanta ricchezza siamo disposti a investire per la pace del Mediterraneo? Si mette in mare il ceto medio africano, depauperando la classe dirigente locale e rallentando la positiva crescita del continente che, non dimenticatelo, il Fondo monetario calcola nei Paesi del sub Sahara al 5% nel 2014 e 5,75% nel 2015.

Blitz e piani di crescita non fermeranno però le ondate e lì l’Europa deve stimare gli ingressi, razionalmente, senza alzare i già rabbiosi umori populisti. Illudersi che siano l’Onu o gli americani a risolvere per noi il dilemma è ipocrita. Quando rileggiamo, nel 2015 le memorie 1945 di padri e nonni, vediamo amaro il ricordo «di chi restava a guardare», davanti ai treni piombati verso i lager, ai rastrellamenti, ai comizi dei dittatori, alla raccolta delle vittime. Indignarsi è facile per noi nel tinello del XXI secolo, opporsi a mani nude alla violenza richiede coraggio fuori dal comune. I libri che diamo in lettura agli scolari deprecano gli ignavi di allora: e noi? L’Europa decida quel che vuole, per calcolo elettorale, convenienza del momento, paura di agire, egoismi. Ma tutti saremo giudicati con la stessa severità con cui Primo Levi inchiodava «la zona grigia» dei lager tra vittime e oppressori. Il prossimo Titanic che scomparirà nelle acque delle vacanze, mentre ci commuoviamo cambiando canale senza far poi nulla, ci renderà «zona grigia». Non aspettiamoci dunque pietà da chi ci giudicherà.

www.riotta.it 
Da - http://www.lastampa.it/2015/04/27/cultura/opinioni/editoriali/la-zona-grigia-che-leuropa-non-vuol-vedere-bWvUIvyrxIlIcYo1DwkP9M/pagina.html
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« Risposta #140 il: Luglio 12, 2015, 05:03:54 »

Il Vietnam alleato a sorpresa della sfida di Obama alla Cina
Il segretario del Partito comunista martedì a Washington: “Abbiamo avuto gli Usa nemici per 50 anni, i cinesi per duemila”
Giappone e Vietnam, durante un summit hanno rivendicato la libertà di navigazione e preso di mira i tentativi di Pechino di modificare gli assetti regionali nel mar Cinese meridionale. Le tensioni sono aumentate negli ultimi mesi con le rivendicazioni territoriali cinesi Nguyen Phu Trong ha aperto al mercato irritando la vecchia guardia ad Hanoi

05/07/2015
Gianni Riotta

Quando gli analisti americani che seguono la Cina hanno cominciato a vedere, nei documenti ufficiali o top secret, troppe volte citato il nome Alfred Thayer Maham l’allarme s’è diffuso a Washington.

Poco conosciuto dal grande pubblico, l’ammiraglio Maham (1840-1914) è per la strategia navale quel che Clausewitz è per la fanteria, e se i cinesi ne citano il saggio fondamentale «The Influence of Sea Power upon History» è perché, anche nel secolo digitale, il controllo degli oceani decide le sorti dei commerci, della geopolitica, della guerra.

Il Pacifico tra Usa e Cina 
La visita del segretario generale del partito comunista del Vietnam Nguyen Phu Trong a Washington, martedì, risponde alla logica dell’ammiraglio Maham cara ai cinesi: le rotte dell’Oceano Pacifico, dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Indiano e al Golfo Persico, sono teatro del grande duello strategico tra la Casa Bianca e il presidente cinese Xi Jinping. Un generale vietnamita ammette sorridendo «Gli americani sono stati nostri nemici per mezzo secolo, i cinesi per due millenni» e così il presidente Barack Obama, dopo aver ricevuto il presidente vietnamita Truong Tan Sang nel 2013 e aver incontrato in Birmania il premier Nguyen Tan Dung rompe il protocollo incontrando il capo di un partito, non un leader di governo, conscio che il segretario Trong è l’uomo più potente del Vietnam.

 Tra i temi in discussione, il patto su commerci e cooperazione economica Tpp, che Obama in extremis è riuscito a far passare al riluttante Congresso, e che vede la Cina isolata con la Corea del Nord, davanti a una cooperazione pacifica che la esclude.

La pressione cinese nel Mar Meridionale cinese avvicina a Washington vecchi rivali come il Vietnam, tradizionali alleati come Australia e Nuova Zelanda, alleati della Guerra Fredda come il Giappone. Da quelle acque transita, in potenza, il 40% del Pil mondiale. 

I nemici interni 
In America la senatrice democratica di sinistra Elizabeth Warren s’è battuta contro il Tpp, Hillary Clinton fa la riottosa corteggiando il voto dei sindacati verso la Casa Bianca 2016, il Nobel Paul Krugman fa il protezionista temendo per i posti di lavoro. Ma i consumatori vedranno arrivare merci a buon prezzo, gli agricoltori esporteranno beni finora sottoposti a dazi, i marchi americani accederanno all’export verso paesi in crescita rapida. Al Vietnam – calcola lo studioso Ian Bremmer – il patto Tpp assicura una crescita del 10% in dieci anni, alla Malaysia del 5-6%.

L’origine contadina 
Quando i soldati del generale Giap assediavano i marines nella vecchia cittadella imperiale di Hue, nel 1968, la battaglia che spezzò i nervi del presidente Johnson, il segretario Nguyen Phu Trong aveva 24 anni, ma anziché mandarlo a combattere nelle risaie il partito cui si era appena iscritto, lo spedì a lavorare come redattore alla rivista teorica dei comunisti, Tap chí Cong San «Rassegna Comunista». La sua scheda biografica, allora obbligatoria per tutti i quadri, recitava laconica: «Di origine povera e contadina». 

Dopo la scuola di partito e l’università, specializzato a Mosca, e una carriera brillante, Trong è adesso il comunista che apre con cautela al mercato, provando a non irritare la vecchia guardia anti-americana di Hanoi. Teme la guerra con i comunisti capitalisti di Pechino, cerca alleanza economico-militare con i capitalisti di Washington. Il mondo globale è ricco di contraddizioni, 40 anni fa a Saigon la bandiera a stelle e strisce fu ammainata per alzare la bandiera rossa con la stella gialla di Hanoi, nel 2015 i due vessilli garriscono insieme in manovre militari congiunte che hanno, come obiettivo non dichiarato, la prima flotta d’alto mare che Pechino si accinge a varare dai tempi dell’Impero, comprese due portaerei.

La Banca asiatica 
Sorpresa dalla reazione di paura che ha accolto l’offensiva sugli isolotti Senkaku-Diaoyu, contesi al Giappone, la costruzione di isole artificiali al largo del Mar Cinese Meridionale, su rotte battute da Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan, Vietnam per i commerci, la pesca e le risorse sottomarine da sfruttare, ma soprattutto da un bilancio militare che registra il +10,1% nel 2015, Pechino ha cambiato tattica, lanciando la Banca asiatica di sviluppo Aiib, finanziata con 50 miliardi di euro. Goffamente Obama ha invitato europei e Giappone a non aderire, solo per vedere la storica amica, la Gran Bretagna, firmare per prima l’accordo Aiib con Xi Jinping (anche l’Italia ha, meritoriamente, aderito).

 

Scottato, Obama ha fatto marcia indietro, in fondo Aiib può essere partner per i contratti commerciali Tpp, ma la Banca di sviluppo nasce anche dall’ammissione cinese di un errore, la maschera da Signori della Guerra non conquista consensi nel Pacifico.

Le isole contese
Chissà se Obama e Trong ragioneranno di Quemoy e Matsu, remote isolette cinesi che il generale nazionalista Chiang Kai-Shek rivendicava per Taiwan dopo la guerra civile cinese e che Mao Zedong prese a bombardare nel settembre del 1954, per fare il duro mentre a Ginevra si negoziava sull’Indocina e il Nord Vietnam era stato costretto a far concessioni. Il presidente Eisenhower arrivò a temere la guerra nucleare per quelle anonime rocce, si arrivò vicini all’apocalisse come a Cuba, e Mao concluse «Quemoy e Matsu sono il cappio che ho messo al collo all’America, posso stringerlo quando voglio».

Obama e i vietnamiti non vogliono cappi, perché Washington ed Hanoi non hanno ancora compreso se Xi Jinping, impegnato nella sua rischiosa campagna contro la corruzione che investe ormai anche le forze armate, seguirà la lezione di controllo degli oceani dettata dall’ammiraglio Maham o invece affiderà l’egemonia cinese ai finanziamenti della Banca di sviluppo. Un dilemma cruciale delle prossime stagioni.
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« Risposta #141 il: Maggio 10, 2016, 12:02:21 »

Mediterraneo, il nostro bivio tra affari e ideali

13/04/2016
Gianni Riotta

Da sempre la politica estera Usa è divisa tra due scuole, gli «Idealisti», legati al presidente Wilson, contro i «Realisti» che hanno il loro campione nell’ex segretario di Stato Kissinger. Gli Idealisti credono che l’America debba affermare ovunque i suoi valori, i Realisti, scettici, preferiscono difendere gli interessi nazionali. 

Dilemma antico, se è vero che Atene, presunta madre della democrazia, ai poveri isolani di Melo che rivendicano il valore della neutralità, riserba guerra e deportazione.

Torniamo ad affrontare quel bivio remoto, con le missioni del primo ministro Matteo Renzi a Teheran, dove ha incontrato il presidente riformista iraniano Hassan Rohani, e del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a Tripoli, primo leader ricevuto dal premier libico Fayez al-Sarraj, dopo il rocambolesco sbarco del governo nella capitale. L’Italia deve limitarsi a sponsorizzare economia ed interessi nel Mediterraneo, come proporrebbero i Realisti alla Kissinger, o spingere perché gli ayatollah pongano fine alle esecuzioni, smorzino la propaganda anti Israele, concedano libertà a donne e dissidenti secondo la scuola di Wilson? In Libia e Iran, dopo le colonie e il coraggio di Enrico Mattei, dobbiamo parlare di pace, diritti, lotta al terrorismo o solo di affari?

Durante la Guerra Fredda il nostro Paese aveva poca voce nel Mediterraneo e nessuna nel mondo, i governi si limitavano a piccoli cabotaggi, raccattando qualche contratto da regimi poco raccomandabili. Ora siamo nel G8, fondatori dell’Ue, membri autorevoli di Onu e Nato e l’impegno formidabile delle nostre forze armate nei contingenti multinazionali di pace, da poco anche in Iraq, sostenuto da una nuova generazione di diplomatici, dai cognomi meno altisonanti di un tempo ma assai preparati, ci ridà protagonismo.

Al seguito di Renzi in Iran c’erano i capi di importanti aziende, De Scalzi di Eni, Cao di Saipem, Castellano della Sace, Nagel per Mediobanca, Mazzoncini Fs e Benedetti della Danieli, le sanzioni sono cadute dopo il patto di Rohani con il presidente Obama sul nucleare, il Paese vuol rinnovare infrastrutture decrepite e ritrova accesso ad asset congelati nelle banche. L’Italia non cresce da una generazione e ha sete di lavoro, ma per ottenerlo non c’è motivo di abdicare ai valori della nostra Costituzione, che il tricolore difende, dal Libano all’Afghanistan con militari e civili. Perché la diatriba Realisti-Idealisti è superata nell’era dei social media e della e-diplomacy, dal costante lavorio tra vertice e base, accordi con i leader e consensi, o dissensi, in eco tra i cittadini. Considerate l’impegno che il governo Renzi ha messo, fino a richiamare l’ambasciatore italiano dal Cairo, sul caso del giovane studioso Regeni, torturato e ucciso in Egitto. L’Italia ha con il regime del generale al Sisi grandi prospettive di cooperazione, anche per lo sfruttamento di giganteschi giacimenti di idrocarburi, ma cercare giustizia, per arduo che possa rivelarsi infine, non solo non ci ha reso impopolari in Egitto ma anzi, malgrado le censure, ha fatto sì che tanti ragazzi ci guardino con ammirazione dal web.

Il mondo non è più, per noi italiani, mediocre bazar dove svendere merci, ma forum severo del nostro animo, di chi noi siamo davvero. I partner europei, dalla Germania alla Francia, detestano gli esami di coscienza e siglano, sereni, contratti con i peggiori regimi. Difficile far da soli le anime belle, ma anche pretendere di «fare i furbi, all’italiana» non pagherebbe. L’insediamento del governo di al Sarraj, spinto da Roma nel disinteresse cronico di Washington, è solo un piccolo, trepido, passo in un Paese lacerato da tribù ostili, miliziani Isis, interessi di potenze. Contiamo in Libia non già per il passato, ma per il presente, per quel che proviamo a fare. Non siamo stati convocati tra i Paesi che hanno trattato con l’Iran, malgrado il presidente G. W. Bush ci volesse, anche per il boicottaggio poco rispettoso di presunti alleati. Chiave decisiva è recuperare status, è agire insieme, sugli interessi e sui valori. Se invece l’opposizione depreca le intese di Teheran e Tripoli perché Renzi e Gentiloni sono di «sinistra», come una certa «sinistra» mina i contingenti di pace all’estero, considerati «di destra», se prevale l’ancestrale spirito fazioso, non firmeremo contratti né affermeremo ideali, restando la solita Italietta. Abbiamo due casi aperti, la disputa con l’India sui sottufficiali di Marina Latorre e Girone e l’inchiesta Regeni in Egitto. Saremo credibili se India ed Egitto sentiranno che, quando si tratta di cittadini italiani, siamo uniti. Nel 1983, il pilota americano Goodman fu abbattuto con il suo caccia sul Libano e tradotto prigioniero in Siria. Il reverendo afroamericano Jesse Jackson, rivale acerrimo del presidente Reagan, andò personalmente in missione dal dittatore Assad padre, ottenendo il rilascio dell’ostaggio. Reagan, felice, li accolse entrambi alla Casa Bianca. Interessi, ideali, difesa dei cittadini possono conciliarsi, a patto che l’Italia, finalmente, maturi.

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« Risposta #142 il: Settembre 06, 2016, 03:55:13 »

A caccia degli ultimi vantaggi aspettando il nuovo leader degli Stati Uniti

06/09/2016
GIANNI RIOTTA

I G20 non sono più quelli di una volta, eleganti parate in cui i leader controfirmavano accordi redatti da felpati diplomatici.
 
L’ultimo, a Hangzhou in Cina, è cominciato con il protocollo di Pechino, impeccabile dai tempi di Confucio, che non ha steso il tappeto rosso per Barack Obama, ha bloccato la Consigliera per la Sicurezza Nazionale Susan Rice, mentre un funzionario urlava: «È il nostro aeroporto, il nostro paese!», obbligando il presidente a scendere dal portellone merci. Ed è finito con il presidente filippino, Rodrigo Duterte, a definire Obama «figlio di p…», scontento per le pressioni sulla lotta al narcotraffico.
 
Obama ha minimizzato «banali equivoci all’arrivo… e Duterte è un tipo bizzarro», ma la flemma non maschera l’esito del G20. Le relazioni con la Russia, malgrado un’ora e mezzo di colloquio con il presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin, sono gelide e nessun accordo sulla Siria verrà raggiunto fino a gennaio e al nuovo presidente Usa, neppure un corridoio umanitario per i civili assediati ad Aleppo. «Manca la fiducia» ammette Obama, riconoscendo il fallimento del «reset» con Mosca, sognato quando spedì, ingenuamente, la segretario di Stato Hillary Clinton a ricucire con la Russia. Putin tiene duro a Damasco, il dittatore Assad bombarda i ribelli e non Isis (fonte Isw) e ordina la mobilitazione sul fronte ucraino, chiacchierando fitto fitto con l’uomo forte turco Erdogan durante la foto di rito, mentre Obama li guarda stupefatto. L’attività di cyberspionaggio russa sulle elezioni Usa prosegue indisturbata, terrorizzando intelligence e Casa Bianca.
 
Il presidente Xi Jinping s’è rivelato assai meno amichevole del predecessore Hu Jintao. Malgrado una diffida precisa di Obama, Xi ha spedito alla vigilia del G20, una squadra navale con quattro mezzi della Guardia Costiera e sei d’appoggio nello Scarbourogh Shoal, area contesa dalle Filippine, dove Pechino vuol creare l’ennesima isola artificiale. Insomma, il celebrato «pivot», la svolta verso l’Asia di Obama è fallita. «Sono il primo presidente del Pacifico» aveva annunciato, vanteria già cara al vecchio Richard Nixon, ma, come per tanti suoi sogni, la realtà l’ha sorpreso negativamente.
 
Come nota Mike Green del Center of Strategic and International Studies http://goo.gl/xyfWh3 Obama è partito nel 2009 dicendosi pronto ad accettare «gli interessi cinesi in Asia», spaventando Giappone, Australia e Vietnam, salvo poi - mentre Pechino incoraggiata armava una flotta d’alto mare per la prima volta dai tempi dell’Impero - mandare truppe in Australia. Con improvvisa marcia indietro, Obama, dopo il fallito raid in Siria 2013, provava a ricucire plaudendo al «Nuovo modello di relazioni tra le grandi potenze «di Xi Jinping, condominio sulle rotte commerciali che Washington presidia dal 1945, salvo vedersi costretto al pericoloso tackle navale nel Mar Cinese Meridionale con le squadre cinesi.
 
Era, purtroppo, troppo tardi perché le difficilissime relazioni Washington-Mosca-Pechino ripartissero dall’ultimo G20 di Obama e leggeremo presto nelle memorie che il Presidente si appresta a scrivere - contratto pronto, 45 milioni di euro - la sua versione dei fatti. Il lettore non concluda però che il summit di Hangzhou sia stato inutile. Le grandi potenze non hanno ritrovato intesa, ma almeno i leader hanno, tardivamente, concordato sull’ondata di scontento che dall’America di Trump alla Pomerania di Merkel squassa il mondo: va affrontata, prima che degeneri in guerra e violenze. Il segretario del Tesoro Jack Lew loda il consenso su investimenti internazionali per creare lavoro. I patti di libero scambio, Tpp nel Pacifico, Ttip nell’Atlantico, restano impopolari, ma si deve però metter fine alla stagione segaligna dell’austerità. Il ministro tedesco Schauble, cavaliere dell’austerity, è stato criticatissimo a Hangzhou, con il premier australiano Turnbull a invocare «un capitalismo civile» e Xi a decretare «la vecchia strada della politica solo fiscale e monetaria è morta», con tagli annunciati su acciaio e carbone.
 
Xi Jinping, Putin e gli europei dopo Brexit attendono il nuovo inquilino della Casa Bianca, la favorita Clinton o l’imprevedibile Trump. Fino ad allora tutti cercheranno gli ultimi vantaggi nei tanti vuoti lasciati dal carismatico Barack Obama.
 
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« Risposta #143 il: Ottobre 31, 2016, 06:53:34 »

 “Mandate la Clinton in galera”. Trump trova la spinta giusta e azzera il distacco nei sondaggi
È a meno 2 dalla rivale. L’effetto “mailgate” ancora deve farsi sentire

30/10/2016
Gianni Riotta
New York

Che week end di Halloween 2016! Donald Trump, candidato repubblicano, salta nei sondaggi al 45%, due soli punti dietro la democratica Hillary Clinton. E i numeri non calcolano ancora la reazione di un elettorato stanco, frustrato, malmostoso al caos scatenato da James Comey, repubblicano capo dell’Fbi nominato da Obama, con la irrituale lettera al Congresso su nuovi, possibili, accertamenti a proposito di e-mail della Clinton.

Trick or Treat, scherzetto o dolcetto, l’America si maschera anche in politica, due tribù l’una contro l’altra armate. In New Hampshire, dove Hillary è avanti di un punto, e in Iowa, Trump avanti di un punto, il magnate di New York accoglie il dolcetto Fbi incitando le folle a «sbattere in galera Hillary», l’accento rotondo di Queens, suo quartiere natale, rilanciato rauco dai microfoni. La colonna sonora è adesso i Rolling Stones, «You can’t always get what you want», i versi dei vecchi rockettari colgono l’humor nero trumpista. Siamo andati giù alla dimostrazione, a prenderci la vostra buona dose di insulti, cantando «Noi vogliamo urlare la nostra frustrazione, altrimenti facciamo esplodere pure le valvole da 50-amp!».

Trump rioccupa il terreno prediletto, il trash, il sospetto, al confine tra Vero, Falso, Verosimile, dove i militanti si caricano di energie anti Hillary, «bitch», la cagna delle t-shirt più vendute. Come osservano nel saggio appena pubblicato da Franco Angeli, «Misinformation, Guida all’età dell’informazione e della credulità» gli studiosi Quattrociocchi e Vicini, gli elettori colgono online solo i fatti che aderiscono alle loro opinioni, magma fazioso in cui Trump sguazza a suo agio. L’Fbi non ha rimesso Hillary sotto inchiesta – almeno per ora -, e Comey ha disubbidito alle indicazioni dirette del ministro della Giustizia Lynch, temendo probabilmente di essere accusato dal suo partito di parzialità filo democratici. Trump ha però buon gioco a infierire sugli errori, stupefacenti, della rivale: permettere alla fida consigliera Huma Abedin, moglie separata del disgraziato ex deputato Wiener, sorpreso a ripetizione con sms porno pare anche a minorenni, di condividere con l’assatanato coniuge il telefonino. E da questo scaricare, e stampare, mail dell’allora segretaria di Stato perché Hillary, ahinoi analfabeta digitale, non legge se non su carta e non distingue un server web privato da uno pubblico.

 

La volata della campagna più pazza a memoria d’uomo, e stavolta sembra non entrarci Putin con gli gnomi hacker pronti a rubacchiare mail democratiche e girarle a Wikileaks, rioffre a Trump l’occasione per vincere sul filo di lana, o almeno perder bene. Lo stato maggiore del partito repubblicano, umiliato nelle primarie in primavera, costretto al silenzio dalla populista Convenzione di Cleveland in estate, aveva trovato nella débâcle delle molestie sessuali di Trump in autunno occasione per rialzare la testa, con i due ex candidati, McCain 2008 e Romney 2012 a guidare lo sdegno contro «il barbaro» Trump. Ora è in gioco anche il Senato, dove il partito ha la maggioranza 54 a 46, ma teme il pareggio 50-50 (maggioranza andrebbe ai democratici, con il vicepresidente Kaine a rompere l’impasse). Dire no a Trump e perdere la Camera Alta rischia di facilitare a Hillary la nomina di giudici costituzionali progressisti.

Con Obama che si sgola a far comizi, Florida, North Carolina e Ohio stati in altalena tra i partiti, i leader repubblicani devono trangugiare l’amara realtà. Vinca o perda a novembre, Donald Trump è il loro Clown Killer, il mostro fantastico che i bambini temono divertiti questo Ognissanti. La sua presenza nella destra è e resterà forte, se davvero lanciasse un canale di talk show, ogni candidato dovrà genuflettersi, se partecipasse a future campagne sarà ostico ignorarne i seguaci scatenati.

A 192 ore dal voto il pasticciaccio Comey-Fbi conferma la debolezza di Hillary come candidata (nei sondaggi parecchi repubblicani la battono facilmente), corroborata solo dall’impopolarità di Trump. Se l’aria infelice che pesa sulla democratica e il richiamo della foresta del machismo di Trump strappassero all’astensionismo gli arrabbiati elettori maschi bianchi che lo adorano, per la Clinton sarà una lunga notte, l’8 di novembre. Per questo dal presidente, alla popolarissima First Lady Michelle, alla esausta Hillary, al bonario vicepresidente Biden il grido comune è «Votate!», per questo Trump rialza a palla il volume dei Rolling Stones «Facciamo esplodere tutte le valvole!».

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« Risposta #144 il: Novembre 08, 2016, 10:55:23 »

Hillary-Donald, i colpi bassi della battaglia più scorretta
Dai dubbi sul malore della democratica, ai commenti sessisti del tycoon.
L’America oggi è spaccata. E il Presidente è visto solo il capo della gang rivale

Pubblicato il 08/11/2016
Ultima modifica il 08/11/2016 alle ore 07:39

GIANNI RIOTTA - NEW YORK
«La politica americana è spesso stata un’arena occupata da menti folli di rabbia. Lo chiamo stile paranoico perché evoca bene il senso diffuso di rovente esagerazione, sospetto e fantasia cospiratoria»: così, in un classico articolo del 1964 sulla rivista «Harper’s», lo studioso Richard Hofstadter condensa, con fortunato slogan, «Lo stile paranoico nella politica americana».
 
Hofstadter elenca le occasioni in cui la repubblica si lascia sedurre dal rauco grido dei demagoghi, la caccia alle streghe anticomunista del senatore McCarthy Anni 50, il Populist Party 1895 «l’Europa complotta con l’oro contro gli Usa!», mentre, nel 1855, i giornali in Texas sono certi «I monarchi europei e il Papa di Roma organizzano in segreto la rovina americana». Alla vigilia della Prima guerra mondiale gli elettori temono che Massoni, Chiesa cattolica, Gesuiti, Mormoni, siano curvi a tramare contro Washington. Per anni il Ku Klux Klan razzista brucia le sue croci minacciose mentre gli incappucciati a cavallo linciano neri. Più tardi la John Birch Society, gruppo di ultradestra che prendeva il nome da un missionario ucciso dai cinesi nel 1945, organizza cellule clandestine contro l’invasione russa. Lee Oswald, assassino del presidente Kennedy, già voleva uccidere uno dei leader della Birch Society. L’asso dell’aviazione Lindbergh e Joseph Kennedy, fondatore della dinastia, diffidano degli ebrei e ammirano Hitler. Il presidente Nixon era così paranoico da far spiare illegalmente i democratici nell’elezione 1972 che vinse a valanga, 49 stati a 1!
 
L’idea che la storia americana sia pervertita da agenti foschi è antica, ma le elezioni presidenziali 2016 hanno aperto un capitolo nuovo, inquietante, della saga. Alla radio del prete antisemita e anti F. D. Roosevelt padre Coughlin (1881-1979), succedono adesso hackers dalla Russia, lobby che vogliono bloccare Sanders, Trump o Hillary. L’Fbi, con il suo capo Comey, prima passa per lacchè dei democratici poi dei repubblicani, in un delirio di impotenza complottista, inchiesta su Clinton sì o no? che sporca il dibattito democratico e semina una zizzania di odio che non avvizzisce mai.
 
La piaga nell’anima americana è profonda, aperta, infetta, e dubito che il prossimo presidente possa lenirla. Il grido della Convenzione di Cleveland «Arrestate Hillary!», gli insulti di Trump al padre di un eroe caduto in guerra solo perché musulmano, Trump che irride un cronista malato, insulta i messicani, la sua voce dai nastri «le donne devi acchiapparle dalla …» pesano sulle coscienze. Ma non dimenticate l’effetto maligno che, sull’altra metà degli elettori, hanno silenzi e bugie di Clinton sulle email abusivamente diffuse da un server privato, i suoi cambi di idea opportunisti - sul libero commercio, ad esempio - per trovare voti a sinistra, la volgarità dell’ex deputato democratico Weiner che fa il bulletto con le teenager al cellulare, mentre la moglie Huma, braccio destro di Hillary, scarica sullo stesso telefonino, tra immagini porno, le mail riservate della candidata. Donna Brazile, pomposa e arrogante ex capo della campagna di Al Gore 2000 (fu lei a mandarlo allo sbaraglio, persuadendolo a fare il populista e escludere Bill Clinton dai comizi) che, pagata come commentatrice dalla rete tv Cnn, manda di nascosto le domande che faranno alla Hillary, per poi mendicare in cambio del servizietto una prebenda, che vergogna è?
 
Francis Scott Fitzgerald scriveva che a stroncare il romantico Grande Gatsby «fu la polvere sporca che fluttuava sulla scia dei suoi sogni»: ecco, in questi mesi una «polvere sporca» ha inquinato i «sogni» dell’intero Paese. Che Hillary Clinton non sia solo la rapace paladina di Goldman Sachs, o la claudicante anziana stroncata dalla polmonite, ma oggi possa essere eletta prima donna presidente degli Stati Uniti è conquista storica che il tanfo da talk show e la schiuma da web finiscono per oscurare. Una donna presidente, la sola dal 1776, dovrebbe comunque unire il Paese in celebrazione, invece i repubblicani già affilano i coltelli per l’impeachment e la sinistra sanderista sbuffa scontenta.
 
Non confondete, come fanno i falchi spiumati del presidente G.W. Bush, la crassa volgarità del Trimalcione Trump con le profonde radici di rabbia che spaccano il partito repubblicano e che, anche se sconfitte, lo agiteranno per anni. Nel 1965, nel Sud dell’America, bianchi e neri non potevano ancora usare gli stessi bagni. Nel 2008 l’America ha eletto un presidente afroamericano con il mondo ammirato dal progresso straordinario. Ma la Storia procede in fila indiana, quando Obama arriva alla Casa Bianca milioni di neri restano staccati indietro, e con loro altrettanti bianchi terrorizzati che il Paese diventi multietnico, transgender, diverso dal villaggio bonario da Happy Days che guardavano da bambini in tv. Queste retrovie dimenticate si vendicano nel 2016. Trump non è un fascista, come crede una destra colta ma narcisista, è un demagogo che offre alla rabbia reale di chi ha ceduto il posto a un robot, vede la pensione sfumare, teme per la fede religiosa, bersagli fittizi su cui sfogare frustrazioni, Messicani, Donne, Europei, Minoranze, Banche, Fisco.
 
Nel XVII secolo i Padri Fondatori concepirono la figura del Presidente come un Re Democratico, con sigillo e inno, un patriarca che unisse il Paese al di là della politica chiassosa. Quel sogno è scomparso. Nel XXI secolo il Presidente è il capo della gang rivale, da sgarrettare non appena abbassa la guardia.
 
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« Risposta #145 il: Novembre 11, 2016, 06:12:04 »

Donne bianche e tute blu: le chiavi del successo di Trump
Lavoratori e le classi meno istruite hanno spinto Donald. Il repubblicano abile a parlare dei temi ignorando i sondaggi

Pubblicato il 10/11/2016
Gianni Riotta
New York

«L’elezione di Donald Trump è una tragedia per la repubblica americana, una tragedia per la Costituzione e un trionfo per le forze… del nazionalismo, autoritarismo, misoginia e razzismo… un evento nauseante per la storia degli Stati Uniti e la democrazia liberale… che provoca ribrezzo e ansia»: se l’editoriale di David Remnick, direttore del settimanale «The New Yorker», vi sembra eccessivo, confrontatelo con quello di un repubblicano di destra come Max Boot, del Council on Foreign Relations.

«Trump ha trasformato il partito nel Circolo degli Stupidi… è fiero della sua ignoranza e ha letto meno libri di quanti Teddy Roosevelt ne abbia scritto, promuovendo posizioni nazionalistiche, isolazioniste e protezioniste che preoccupano… ».

Se, da sinistra e destra, questo è il voto a Trump, come mai l’America l’ha eletto martedì a sorpresa, sconvolgendo i sondaggi che assegnavano la Casa Bianca a Hillary Clinton? Per capire come la crociata del «Circolo degli Stupidi» abbia conquistato l’ultima superpotenza al mondo dovete riguardare la strategia che, ormai dal 2008, il presidente Barack Obama ha assegnato al suo partito. 

I Big Data, le rilevazioni statistiche derivate dai social media, i trend, i sondaggi, le mail degli elettori, vengono combinate da algoritmi in «files», elenchi, di persone e posizioni, cui si assegnano dei voti, Molto vicino a votarci, oppure, Mai ci voterà. 

Hillary Clinton ha usato questa tecnica, decidendo giorno per giorno che dichiarazioni fare, dove parlare e dove no, quali temi sollevare. Il risultato, assente la carismatica personalità di Barack Obama, è stata una campagna noiosa, senz’anima che non ha riscaldato la base democratica, né mobilitato i neri, gli ispanici, i giovani del socialista Sanders e Clinton è mancata, negli stati cruciali, la spinta decisiva per vincere.

Trump ha fatto l’opposto. Senza chiedere un parere ai suoi consiglieri ha seguito l’istinto – anatema per gli esperti di dati come Nate Silver, che prediligono i numeri, diffidando dal «naso» di politici e giornalisti- e ha dimostrato di saper intuire da che parte gli americani vanno. È il paradosso del 2016. Un figlio del privilegio di Queens a New York, che ha studiato in scuole private, è cresciuto nel lusso ed è stato avviato al lavoro dal padre con un milione di dollari, ha casa e ufficio nel grattacielo più di lusso, magari un po’ kitsch, della Fifth Avenue, diventa il campione dell’America povera, rurale, che non vive in città, non viaggia, non ha avuto tre mogli ma vive con la ragazza sposata al liceo e guadagna in un anno quanto Trump brucia in un week end.

Trump ha vinto perché i bianchi senza titolo di studio lo hanno seguito con entusiasmo, spaventati dalla crisi economica, delusi dalla disattenzione di Obama, spaventati dal crimine, preda di una epidemia di stupefacenti che ha fatto strage, per esempio, in New Hampshire. Dopo essersi allungata per secoli, l’età media dei maschi bianchi americani ora si accorcia, la crisi ha indotto suicidi, abuso di psicofarmaci e alcolismo. C’era prima un gradino nella vita media tra bianchi e neri, adesso è tra ricchi e poveri, delusione e paura hanno seminato rabbia.

Nelle città, nelle aree della ricerca e della nuova economia i democratici hanno continuato a crescere, Clinton ha vinto il voto popolare infatti, ma nelle aree rurali, dalla Florida all’Alaska, Trump ha dominato. Con numeri che non lasciano dubbi: Lackawanna County, Pennsylvania, Obama ha vinto con +27 punti, Clinton ne ha persi 24; tra i neri Obama toccò il 93%, Hillary è scesa all’88; e tra gli ispanici, malgrado avesse definito i messicani «stupratori», Trump ha avuto il 29%, facendo meglio di Romney del 2012, che si fermò a quota 27%. 

Dove la campagna di Trump fa terra bruciata è tra i maschi bianchi senza laurea. Un bollettino di guerra per i democratici, New Hampshire +18, Colorado +21, Arizona +22, Wisconsin +24, Michigan + 31, Georgia + 64, North Carolina +40, Florida +34... 

Davanti a questa offensiva bianca, ogni resistenza che Hillary ha frapposto con la sua coalizione di laureati (in partenza 50% dell’elettorato), donne e minoranze, s’è sbriciolata. Malgrado le accuse di molestie sessuali e i modi molto maschilisti Trump ha umiliato le speranze della prima donna Presidente anche nell’elettorato femminile bianco, vincendo 52 a 48.

Si è così realizzata, 12 anni dopo, la previsione del professore Samuel Huntington: «Le forze che stanno scuotendo il centro della cultura americana e del suo credo potrebbero generare un movimento bianco per rilanciare l’identità etnica e razziale, temi che sembravano obsoleti. Si creerebbe così un’America, che potrebbe escludere, espellere o reprimere altri gruppi razziali, etnici e culturali. L’esperienza storica contemporanea – concludeva il conservatore Huntington - suggerisce che è molto probabile che quando un gruppo etnico-razziale, già dominante si sente minacciato dall’ascesa di altri gruppi reagisca, generando un paese intollerante, con alti livelli di scontro fra le comunità».

La profezia di Huntington sembra avverarsi quando i ragazzi scendono in strada per le prime manifestazioni, Oregon, California, Washington, poca roba, falò, ma che gli eccessi di Trump potrebbero indurre a peggiori propositi.

Eppure questa miscela e la capacità comunicativa di Trump, a poche ore dal voto, erano indietro. Cosa abbiamo mancato noi che seguiamo i sondaggi? Studiare Cambridge Analytica, società diretta da Matt Oczkowski che ha sì analizzato i Big Data, ma partendo non dai numeri ma dal significato dei messaggi, la semantica, una tecnica innovativa che ha permesso a Trump di essere se stesso, non più legato al canovaccio del testo scritto che l’aveva mandato indietro in settembre. Naturalmente, online, Cambridge Analytica è già considerata «una misteriosa compagnia» dai complottisti: perché questa è l’America divisa, odio, rancore, misteri, una miscela in cui Donald Trump nuota come un pesce, anzi un presidente.

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« Risposta #146 il: Novembre 12, 2016, 12:21:12 »

Tra i minatori del Kentucky: “Saremo anche ignoranti ma abbiamo fatto la storia”
Nella contea del carbone che ha spinto il magnate alla Casa Bianca dove il dibattito sul clima conta meno dei posti di lavoro persi
L’Università di Stato del Kentucky è un’università pubblica, con sede a Lexington. È stata fondata nel 1865

Pubblicato il 12/11/2016
Ultima modifica il 12/11/2016 alle ore 07:30
Gianni Riotta
Frankfort (Kentucky)

«Fare il minatore, nel Kentucky orientale, non è un lavoro, è un modo di vivere. È la tua esistenza, la tua cultura. Una fratellanza umana, che sfama e manda i figli al college, grazie a chi invece scende sottoterra senza poter studiare. La miniera è lavoro onesto, duro, manuale, ingrato, crudele, spoglio e pericolosissimo. I minatori hanno costruito l’America. Sono gente fiera, non ignoranti subumani. Sono fieri, l’avete capito?».

Rifletto su questa commossa difesa dei minatori del Kentucky, dai viali assolati della cittadina di Frankfort. Nel 1780 gli indiani uccisero sulla riva del fiume Kentucky un pioniere di nome Frank, e i compagni gli dedicarono il villaggio. Gli eredi del povero Frank hanno ora portato alla vittoria Donald Trump, umiliando la Clinton, i minatori odiano gli accordi di Parigi firmati da Obama, perché chiudono la loro storia pur di ridurre l’anidride carbonica. Quando Trump promette, «Straccio il patto contro i gas serra!» applaudono, battendo i piedi con gli scarponi Timberland gialli. Sono ormai rimasti in pochi in vallata, 6900, meno che nel 1898, gli ultimi licenziamenti di febbraio, 1500 senza lavoro. Gli altri a vivere arrangiandosi, poco nobile per chi «ha costruito l’America ed è fiero», «Negli anni Venti ogni anno la popolazione raddoppiava».

Gli ambulatori a Frankfort curano «black lungs», polmoni neri, le malattie professionali dei minatori, ma la disoccupazione è la malattia peggiore. Chi è «fiero» di avere «costruito il Paese» soffre poi di alcolismo, eroina, solitudine, depressione, divorzi, suicidi. La vita media degli operai non cresce, torna ai tempi del pioniere Frank.

Sul viale centrale di Frankfort, Broadway, si apre la libreria «Poor Richard», che da 40 anni è amministrata da Lizz Taylor, «visita la soffitta, ci sono migliaia di libri antichi», e quando salgo le scale cigolanti entro davvero nella Caverna di Ali Babà, con i volumi che Signori e Signore leggevano quando i minatori scavavano. Su una copia del Faust degli Harvard Classics, la collana che «ogni uomo colto deve leggere per 15 minuti al giorno», un nome scritto col pennino, «Margaret Swift» e la data «1911». «Il carbone permetteva agli aristocratici di studiare Goethe e ai poveri di non morire di fame come sui monti Appalachi era la regola. Io ho votato Hillary, ma capisco chi vota Trump. Sanders era troppo di sinistra, Hillary troppo moderata. In mezzo s’è infilato Trump» conclude saggia Lizz.

Attraversato un vicolo, vedete la vetrina brillante di Kentucky Knows. La porta la apre il proprietario, Tony Davis, orgoglioso di esporre su un manichino la divisa da marine, «Ho servito nel corpo per 4 anni, qui molte famiglie sono militari, alcune hanno combattuto con Washington». Tony compra centinaia di botti usate del bourbon, il whiskey locale che ha reso lo Stato, con il derby dei cavalli e il cocktail alla menta «Mint Julep», famoso. Poi le smonta, doga per doga, e ne ricava mobili d’arte fantastici, legno ricco, grasso, stagionato. Tony, e il suo amico John, invitato a bere un caffè al bourbon, sono cauti, «il popolo ha parlato, siamo ex militari, il presidente è Capo delle Forze Armate», poi si sciolgono, «non era una scelta felice ok? Ma Hillary ci veniva addosso, qui la gente ha paura. Sa cosa fanno per eliminare la povertà dalle vallate più misere? Danno sussidi alle famiglie, perché traslochino dove possono sperare in un lavoro. Vai a vedere i traslochi, si spezza il cuore, qui tengono in soffitta le medaglie del trisnonno alla Guerra Civile, le pallottole Miniè, che si trovano nei boschi», rozze munizioni che aprivano ferite curabili solo con amputazioni e sega da falegname.

«Siamo americani, dobbiamo unirci» dice Tony. Ieri era Veteran’s Day, il giorno dei veterani militari e nel patriottico Sud garriva ovunque Old Glory, la bandiera a stelle e strisce. Nel cimitero di Versailles, una dolce collina alla Spoon River, una bandierina su ogni lapide di ex soldato. E davanti al ristorante Cattleman, specialità costolette di porco fritte con le cipolle, passeggia John Howard, il cappello con le decorazioni e la scritta «Reduce di Corea e Vietnam» calcato in testa. Nel 1957 il presidente, ed ex generale, Eisenhower teneva, prudente, in Vietnam solo 693 militari americani, sceltissimi uomini di intelligence e controguerriglia. Howard era uno di loro, già reduce del gelo coreano, poi Francia, Italia, Germania: «La scelta politica era mediocre, il Paese è spaccato. Tu da dove vieni?» intima con tono da ufficiale. New York Sir. «Ah un maledetto yankee, un nordista eh, li detestiamo qui quelli come voi» e ride con occhi felici. Poi si fa serissimo «Nulla per noi ex militari è doloroso come l’America che si odia, tra fratelli. Dobbiamo andare avanti. Trump è presidente? Spero faccia del bene all’esercito».

Nelle grandi città, militanti di sinistra, che spesso non hanno neppure votato Clinton, marciano in strada, pochi ma con al seguito telecamere e web. Trump, abile, ne approfitta e denuncia gli intolleranti. Qui, nel Trumpland profondo, non trovate invece neppure una voce rauca. Ogni elettore democratico, Lizz, o la sua commessa Kathy, soavi capelli grigi, «lo so, a Hollywood mi darebbero la parte della bibliotecaria in un giallo!», difende i minatori che votano repubblicano. Fascisti! gridano a Broadway, New York. Brava gente che vuol vivere, spiegano a Broadway, Frankfort.

Rimugino le parole così forti, «Fieri, hanno costruito l’America i minatori», ascolto vicende come quella di Gary Hall, caposquadra per 33 anni sottoterra, ultimo lavoro a Pike County, disoccupato dal marzo 2015, «niente mutua e purtroppo noi ci ammaliamo spesso. Dopo una vita in miniera mi ci vedi a fare la guida turistica?».

Con i prati di bluegrass, i vigneti, i cavalli a guardare dagli steccati, Eastern Kentucky è meraviglioso, ma pochi turisti sono attratti dalle distillerie pregiate del Bourbon, «abbiamo inquinato, scappano» lamenta Lizz Taylor. Per questo qui il livore dei cortei non arriva. Le parole di nostalgia per i minatori che votano Trump, orfani del loro piccolo mondo antico, sono di Ivy Brashear, gay, femminista, blogger Huffington Post, militante di Hillary, «ma con la famiglia qui da 10 generazioni». «Io temo la presidenza Trump come donna, come queer, come progressista - spiega Ivy - Ma non odio né incolpo i minatori e chi lo ha votato qui, perché non siamo né diversi, né nemici, siamo la stessa cosa, gente del Kentucky. Lo so, la pensiamo in modo opposto, ma non siamo quella robaccia cui questa elezioni ci vogliono ridurre. Siamo cresciuti insieme nelle valli, famiglie numerose e unite, la luce fino a tardi in estate, i cani che si chiamano di collina in collina e Nonna che prepara cena per un esercito. Non abbiamo vicini di casa, abbiamo amici e dobbiamo trovare subito insieme un porticato con le dondolo e ragionare, uniti contro i Politici che non ci capiscono, divorando pomodori in insalata».

Lascio Frankfort con nello zainetto il caffè aromatizzato al bourbon regalo di Tony, un libro di poesie del ’32 della Lizz e la certezza che se Hillary avesse avuto Ivy Breashar come consulente, anziché i parrucconi dell’immagine laccata, ‘ste elezioni non le perdeva.

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« Risposta #147 il: Novembre 16, 2016, 11:26:46 »

Tra gli ex operai di Detroit che hanno tradito i Democratici
L’ex cuore industriale d’America si è affidato al tycoon repubblicano che prometteva di ridare lavoro e futuro alle tute blu ormai disoccupate
Nel 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. Molti quartieri sono rimasti deserti: in tre anni ha perso decine di migliaia di abitanti

Pubblicato il 14/11/2016
Ultima modifica il 14/11/2016 alle ore 07:07
Gianni Riotta - Detroit

I coloni francesi scacciarono gli indiani Irochesi da antiche valli, fiumi e laghi, avidi di pellicce e territorio, imponendo la pronuncia allo stato del Michigan, «sh» dolce. La metropoli di Detroit la battezzarono dal fiume Detroit, «le détroit du lac Érié» lo stretto sul lago Erie, e se l’inflessione parigina del XVII secolo fosse arrivata fino a noi, Eminem e gli altri rapper bianchi e neri, lamenterebbero rauchi il declino urbano di «Detruà». Troppo chic per gli emigranti polacchi, italiani, ungheresi, belgi, greci, ebrei, fino agli Yugos e Albos, rivali jugoslavi e albanesi arrivati per ultimi, in cerca di un posto di lavoro alle catena di montaggio dell’auto.

Eminem canta dunque di «Detroit contro tutti… Negli ultimi tempi sembra che sia io contro tutto il mondo… ma anche se cerco di scappare dalla povertà della strada voglio restare qui… portatemi via con gli amici, alla concessionaria Mercedes». Eminem lavava i piatti da Gilbert’s Lodge, vedeva nel viale 8 Mile Road il confine tra borghesia e «white trash», la spazzatura bianca, cui apparteneva, le famiglie travolte dalla crisi della grande industria. Questa è Macomb County, e qui Hillary ha perso le elezioni contro Donald Trump. Non cercate lontano, cercate qui, Michigan, pronunciato in americano dai tanti, come Eminem, che alla prima superiore, bocciati tre volte, lasciano la scuola per sempre.

A Macomb County, l’8 novembre 1960, il cattolico John Kennedy ebbe la migliore percentuale in tutta l’America contro il repubblicano Nixon, 63% a 37. Qui Obama vinse contro McCain e Romney e qui, la campagna di Hillary era certa di vincere, nessuno spot in tv, nessun comizio. Invece il 6 novembre, nello stupore dei suoi consiglieri che giudicavano il Michigan una causa persa, Donald Trump appare a sorpresa al Teatro Freedom Hall di Sterling Heights. A rivederlo da fuori adesso, vuoto, con il prato stento, qualche cartaccia in volo, un cestino colmo di spazzatura, sembra il monumento alla delusione democratica. Joey, uno dei guardiani, è anziano, vota democratico, «Stavo nel sindacato con mio padre, United Auto Worker. Facemmo lo sciopero per il “30 and out”, 30 anni alla catena di montaggio e in pensione, vincemmo e che bei soldi ragazzi, mutua, scuola, assunzione per i figli.
Venivano da tutto il mondo, noi neri dal Sud. Al comizio di Trump vendevamo chili, la birra era vietata, ma girava lo stesso. Ha gridato che non era finita, che le vinceva lui le elezioni. Non ci credevo, ma ha avuto ragione. In sala ho visto tanti miei vecchi compagni, e i loro figli disoccupati».

Quel che Joey osserva, esterrefatto, al comizio di Sterling Heights, allarmava già da tempo Debbie Dingell, deputata del XII distretto dove lavora la Ford-Mazda ma la GM ha chiuso una fabbrica e la città di Allen Park è in bancarotta. La Dingell si attacca al telefono, prova con Hillary, chiama anche Bill Clinton. Ha 28 anni meno del marito, John Dingell, che eletto nel XII distretto nel 1955 è recordman della Camera. Lui ricorda la Detroit che dai 426.000 abitanti del 1900 esplode a 2.200.000 in trenta anni. Lei è cresciuta nella Detroit che da 1.800.000 cittadini del 1950 crolla a 713.000 del 2010. Il Michigan ha perso tra il 2002 e il 2009 631.000 posti di lavoro, poco meno dell’intera Detroit. La Dingell prega la campagna di Washington di mandare Hillary, Bill, Obama, la Michelle, «Siamo alle corde, gli operai non ci votano dicevo. Non mi rispondevano. Alla fine han mandato Bill, siamo andati in giro a fare compere per incontrare gli elettori, troppo poco e troppo tardi!».

Tanti tra quei 631.000 licenziati corrono da Trump, che accusa Hillary di essere il passato, e promette il ritorno dei tempi del «30 and out», salario, mutua, pensione. 56 anni dopo il record di Kennedy, Trump espugna Macomb County, 54% a 42 contro la Clinton. 48.348 voti che gli consegnano l’intero Michigan, per sole 13.107 schede di scarto.

Non c’è stato nessun boom di Trump alle urne martedì scorso, Hillary è la seconda candidata più votata della storia, e solo 33.000 voti, in roulette fra Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, hanno dato la Casa Bianca all’ex re dei casino di Atlantic City. Hillary ha perso dove Eminem lavava i piatti perché ha cercato la «valanga», vincere ovunque, anziché consolidare con prudenza i 263 punti elettorali che a lungo ha avuto in tasca.

Ora tutti andiamo in pellegrinaggio dall’esperto professor Timothy Bledsoe, dell’Università Wayne State: «Ho il sospetto che il caso Macomb sia vero in tutto il Midwest. È la rivolta della classe operaia bianca, base della coalizione democratica da generazioni… al comizio di Sterling Heights Trump ha spiegato che la Gran Bretagna torna ricca con Brexit e l’America con lui, che le tute blu sono vittime della globalizzazione e lui rovescerà il sistema per loro».

 Eppure, nella rotta democratica, proprio in Michigan, a Detroit, il professor Bledsoe vede la base della riscossa democratica 2020: primi nel voto popolare, con 48 stati a 2 nel voto under 25, i democratici «devono guardare a contee come Oakland e Wayne, dove han vinto col 51% e il 66%. Macomb e le tute blu sono il passato, all’ultima carica pur vincente.

A Oakland e Wayne c’è il futuro dell’America, donne, laureati, tecnici, cultura cosmopolita».
Se Bledsoe ha ragione, la campagna elettorale 2020 comincia dunque a 12 Mile Road di Royal Oak, dove ammirate la massiccia torre e la basilica cattolica di Little Flower. Qui, negli Anni Trenta, dalla sua radio, il popolarissimo reverendo Coughlin avvelenava gli animi con una propaganda che anticipava i temi peggiori di Trump, «Non barattiamo la nostra libertà nazionale per accordi con gli stranieri che ci imbrogliano. Chiudiamoci al mondo e pensiamo alla ricchezza americana!». Padre Coughlin finì antisemita e filofascista, l’America di Roosevelt prevalse. Oggi sulla basilica del Little Flower sventolano i manifesti col sorriso di papa Francesco, a Royal Oak e alla vicina Ferndale vivono gay, single, tecnici esperti che lavorano alla fabbrica di carri armati M1, al sofisticato Tech Center della GM, disegnato dal maestro dell’architettura Eero Saarinen. La rabbia di padre Coughlin fu spenta dalle masse ottimiste del New Deal di Roosevelt e l’America si salvò da Depressione e dittature che travolsero l’Europa. Due Americhe, i delusi di Macomb e gli ottimisti digitali di Oakland, si affronteranno da qui al 2020. Ma primi diminuiscono ogni giorno, gli altri si moltiplicano, a patto naturalmente che i democratici trovino un candidato capace di unirli. E qui, vale la rima di Eminem, sono davvero per ora «soli contro tutti». 

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« Risposta #148 il: Dicembre 08, 2016, 06:38:18 »

Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma
Gli italiani hanno bocciato i grandi cambiamenti immaginati da Matteo Renzi ma potranno vivere senza lavoro, crescita e riforme?

Pubblicato il 07/12/2016
Ultima modifica il 07/12/2016 alle ore 18:03
Gianni Riotta

Gli italiani hanno abbandonato il loro quarto primo ministro nel giro di cinque anni, essendosi sbarazzati del magnate della televisione, Silvio Berlusconi nel 2011, del tecnocrate Mario Monti, dell’ex democristiano Enrico Letta e adesso dello sfacciato rottamatore in persona, Matteo Renzi.

In un referendum che doveva decidere il destino di una serie di riforme costituzionale - Renzi cercava di eliminare alcuni dei meccanismi più dubbiosi della politica italiana – gli elettori sono riusciti a infliggere una dura sconfitta mortale all’ex boy scout fiorentino. Renzi, che entrò in carica da infaticabile outsider, promettendo che avrebbe distrutto i vecchi modi di fare a Roma, si è lasciato annegare nella palude.

Solo due anni fa, alle elezioni europee, Renzi ha vinto con il 40% dei voti al suo Pd, quando era al governo da pochi mesi. La dimensione di questa vittoria, insieme all’energia di Renzi sembravano annunciare una nuova epoca di rinnovamento politico a un’Italia fossilizzata e gerontocratica. Il suo grido di battaglia allora era: “Rottamazione!”, eliminare la vecchia classe dirigente. All’epoca, quella classe dirigente sembrava paralizzata, la destra non riusciva a liberarsi di Berlusconi mentre il centro-sinistra non riusciva a trovare un erede all’ex primo ministro Romano Prodi. Renzi, invece, è entrato a Palazzo Chigi con la promessa di far passare una riforma al mese.

E ha fatto dei progressi, almeno all’inizio. Una volta al comando, Renzi ha adottato le prime riforme economiche: ha cercato di ravvivare il mercato del lavoro italiano, bloccato dal 2008, quando scoppiò la crisi economica. Ha dichiarato la guerra contro lo status quo, coinvolgendo una generazione più giovane in politica e costringendo i vecchi cavalli come l’ex primo ministro Massimo D’Alema e l’ex ministro della Cultura Walter Veltroni ad andare in pensione. Persino Berlusconi sembrava sbalordito dalla sua energia, la sua sagacia mediatica e la sua eloquenza, appoggiando per un periodo il suo governo con il cosiddetto «Patto del Nazareno», che prende il suo nome dall’antico vicolo romano dove il patto è stato siglato.

Ma in breve tempo Renzi ha iniziato a perdere il tocco magico. Invece di rimanere concentrato sulle urgenti riforme economiche - non c’è stata crescita nel Paese per una intera generazione, la disoccupazione è ancora alle stelle e il debito ha raggiunto il 133% del Pil, una cifra sconcertante – ha mandato la sua coalizione incerta fatta da Pd e da una variopinta combriccola di berlusconiani sulla strada pericolosa della la riforma costituzionale, un’impresa che forse era destinata a fallire sin dall’inizio.

Renzi aveva ragione: le strutture governative dell’Italia hanno un forte bisogno di essere riformate. Nel 1946, i padri fondatori della repubblica hanno approvato volutamente un sistema scomodo di pesi e contrappesi, per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano. Potenziali leggi si mandano avanti e indietro tra la Camera dei Deputati e il Senato; una proposta di legge deve essere votata almeno due volte dai deputati e dai senatori, a prescindere della sua importanza, finché il testo approvato è identico fino all’ultima virgola.

Grazie a una tattica astuta e una grande dose di fortuna, è riuscito a superare questo caos facendo passare le sue proposte per una riforma costituzionale; grazie anche a un’opposizione di centrodestra indebolita dall’assenza di Berlusconi impegnato a fare servizio civile, scontando una pena per truffa e sottoponendosi a un’operazione a cuore aperto. Il ministro delle riforme Maria Elena Boschi, razionale giovane avvocato, è stata fondamentale in questo impegno, persuadendo la vecchia classe parlamentare a passare le leggi; una leader emergente di cui l’Europa non ha ancora visto la fine.

Ma una volta passate le sue riforme dal Parlamento, l’astuzia tattica è stata seguita da una strategia fallimentare: Renzi non ha creato un fronte unito per la campagna del referendum. Salvo la Boschi, il suo astuto ministro degli esteri, Paolo Gentiloni e il suo sagace portavoce, Filippo Sensi, il premier è rimasto completamente solo nel tentativo di convincere gli italiani a votare per il Sì – e si è apparentemente illuso di essere capace di portare avanti il Paese da solo.

Nonostante ciò, Renzi aveva forse ancora la possibilità di sopravvivere a una sconfitta del referendum. Ma non appena le riforme sono state approvate, il primo ministro ha commesso il peccato capitale della superbia. Il giovane leader, che una volta era stato così magicamente in sintonia con i cittadini, ha fatalmente proclamato al sua decisione di dimettersi se le sue riforme costituzionali non fossero state approvate. Questo era Renzi per antonomasia, un giocatore d’azzardo che scommetteva la sua carriera politica come nessuno ha mai fatto nel continuo gioco delle sedie musicali (un gioco dove la musica suona e appena si spegne tutti i bambini devono sedersi, che non riesce è fuori) che rappresenta Roma. A lui però gli veniva spontaneo.

Da giovane, Renzi ha partecipato al celebre quiz televisivo La Ruota della Fortuna. Un filmato che gira ancora su YouTube mostra il “Campione” – cosi lo chiamava il famoso presentatore Mike Buongiorno – che dopo aver vinto vari giri consecutivi, si faceva fregare da una risposta data con troppa fretta. La sua impazienza lo aveva tradito. Questa settimana, la sua passione per l’azzardo e la sua presunzione gli si sono ritorti contro di nuovo.
Beppe Grillo, fondatore del Movimento populista Cinque Stelle che ha vinto le recenti elezioni comunali a Roma e Torino, è stato il primo a sentire l’odore del sangue. Presto, gli altri squali hanno iniziato a girare intorno. Con Renzi distratto dai suoi sforzi di riforme destinati all’insuccesso, il Pd si è immerso nelle stesse lotte interne che hanno afflitto la sinistra italiana per decadi. Gli ex primi ministri D’Alema e Monti hanno fatto una dura campagna per convincere gli elettori a rifiutare le riforme, violando la fedeltà al partito e al gabinetto, martellando Renzi per la sostanza delle riforme in questione. L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, si è aggiunto a loro, nonostante avesse votato la nuova legge ben tre volte in due anni di dibattito parlamentare. La Cgil, insieme a studiosi di legge guidati dall’autorevole giudice Gustavo Zagrebelsky, si sono uniti in una coalizione bizzarra, con il partito anti-euro e anti-immigrati della Lega Nord, i neo-fascisti, i Berlusconiani e i Grillini. L’ex presidente Giorgio Napolitano e Prodi hanno cercato di mantenere la calma, appoggiando il Sì, ma senza successo.

Il giorno del voto, La Stampa ha pubblicato una ricerca di Catchy, un gruppo di analisti di big data (di cui io faccio parte). La ricerca ha rivelato, con straordinaria chiarezza, che durante la campagna, il Paese non discuteva le riforme né dibatteva gli aspetti cruciali dell’eliminazione del Senato. Il voto di domenica sarebbe sempre stato, nello stile dei gladiatori romani, un’approvazione o disapprovazione brutale su Matteo Renzi, tanto amato in passato.

Va riconosciuto il fatto che il primo ministro ha lottato con forza, affrontando i suoi tanti nemici da solo. Ma alla fine si è arreso. La scorsa domenica, cercava di trattenere le lacrime mentre ammetteva la sua sconfitta, congratulandosi con i suoi avversari, chiamando la sua base a non mollare e a non disperare ed elogiando le passioni democratiche delle Patria. Poi si è dimesso. Resterà al potere solo nominalmente per passare le leggi di bilancio – per poi lasciare l’ufficio in teoria per sempre.

La decisione di Renzi di fare del referendum una questione personale – invitando i cittadini a usare il loro voto come un mezzo per dare il loro verdetto sul suo governo – è stata alla base della sconfitta. È stato un errore, è vero – ma questa spavalderia è una caratteristica innata della sua personalità. Il suo più grave e fatale errore che non si spiega così facilmente, è stato quello di distogliere lo sguardo dalle riforme economiche, in un momento quando gli elettori erano arrabbiati a causa della corruzione e affamati di lavoro, crescita e facilitazioni. Ha lasciato da parte il ruolo di rottamatore per recitare il ruolo di razionale leader della classe dirigente, cercando in vano di ottenere concessioni dai maestri dell’austerity della Commissione Europea con i visi freddi e inespressivi. Così facendo, ha sottovalutato il fervore populista che si espandeva dal Regno Unito fino agli Stati Uniti, alla Francia e adesso l’Italia.

È da mesi ormai che nei salotti romani si cerca di capire chi sarà il nuovo primo ministro, il quinto in cinque sfortunati anni. Sarà l’autorevole economista Pier Carlo Padoan che potrebbe stabilizzare i mercati? O l’ex procuratore nazionale anti-mafia Pietro Grasso? Oppure l’amato ministro della cultura, Dario Franceschini? Il compito di scegliere sta nelle mani di un discreto professore di diritto diventato presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un vedovo tranquillo, Mattarella, è entrato in politica solo dopo che la mafia ha ucciso suo fratello, un politico siciliano. Odia essere sotto i riflettori ma adesso dovrà farlo per forza.

Due anni fa, in un articolo che ho pubblicato su Foreign Policy, ho avvertito Renzi di rimanere concentrato perchè il tempo non era dalla sua parte e le sabbie mobili tipiche in Italia, erano ansiose di ingoiarlo. Non posso dire di essere contento di aver avuto ragione. Mentre i populisti, i fascisti, i comunisti e i grillini festeggiano la vittoria del No, il Paese deve affrontare le turbolenze che si avvicinano senza una mano sicura alla guida. Se il nuovo primo ministro riesce a passare a stento una legge elettorale per tenere lontano dal potere Grillo e il Movimento Cinque Stelle, servirà solo a infiammare ancora di più – questa volta giustamente – la loro rabbia latente e la loro indignazione verso il sistema.

Chiunque vinca, non saranno in programma riforme come quelle che Renzi ha tentato di passare. Lo status quo ha vinto. Il 60% degli italiani ha dimostrato che magari adorano prendersela con i politici mentre sono bloccati nel traffico ma non vogliono un vero cambiamento. Renzi potrebbe svanire presto, prendendo il suo posto nel Museo delle Cere di Leader Italiani Falliti – o potrebbe guardare al 40% che lo ha appoggiato nonostante tutto e considerare la possibilità di salire sul carro ancora una volta. Nel frattempo però, dimenticatevi della crescita, dell’occupazione, delle riforme delle banche, della proposta di legge fiscale, della riduzione del debito e di vedere un raggio di speranza in un Paese che ne ha disperatamente bisogno.

Questo è articolo pubblicato su Foreign Policy. La sua versione in italiano è stata tradotta da Merope Ippiotis. 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/07/italia/politica/le-dimissioni-di-renzi-la-caduta-di-roma-fKBpADYzqnYLMYai8V1PnM/pagina.html
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« Risposta #149 il: Dicembre 17, 2016, 02:02:02 »

Bolloré gioca sui ritardi dell’Italia per creare una piattaforma che faccia concorrenza a Hollywood
Usa e Europa puntano sull’online con palinsesti personalizzati

Pubblicato il 16/12/2016
Ultima modifica il 16/12/2016 alle ore 07:32
Gianni Riotta

La sfida in Borsa tra Mediaset di Silvio Berlusconi e Vivendi di Vincent Bolloré è vissuta in Italia, secondo la tradizione del nostro capitalismo, come scontro di personalità, l’astuto magnate francese con un tesoro di 2,4 miliardi di dollari pronti per investimenti, e il veterano italiano che, tra azioni e politica, difende da una generazione il suo l’impero. Sullo sfondo - Presepe in Borsa - le statuine familiari, Intesa, Unicredit, Telecom (di cui Bolloré controlla circa il 24%), Enel, Generali, Mediobanca e il governo. Con il premier Gentiloni e il ministro Calenda schierati a difesa delle risorse strategiche italiane, reti e contenuti, malgrado inalberino il brand dell’antico rivale politico, e perfino i magistrati, Nemesi di Berlusconi, chiamati a tutelarne le aziende nazionali.

Se appena lasciate però i nostri confini, la disputa acquisisce un altro interesse strategico, e così la vanno seguendo i mercati globali. Bolloré, racconta chi lo conosce bene, è fiero delle origini bretoni, «terra di pirati», vive di tattica non di strategia, lesto a mutare parere e a far fruttare dagli errori montagne di cash. Aveva scommesso su Premium Mediaset, quando vede che l’affare non c’è, si sfila, scommettendo sulle lungaggini della giustizia civile italiana. Con il premier Renzi dialoga su Telecom, tra due caratteri forti l’intesa non è cristallina sui nomi da mettere al comando. Caduto Renzi, Bolloré fiuta –da buon bretone- gli umori cangianti del vento, debolezza della politica, titolo Mediaset poco valutato, possibili, o futuri, dissapori tra gli eredi Berlusconi con il fondatore impegnato su troppi fronti alla vigilia degli 80 anni e Fedele Confalonieri instancabile, ma solitario. Scala dunque in Borsa, contando su un pozzo di danaro e attendendo che «Les Italiens» si logorino tra loro, «al minimo tratteremo su Premium forti di un terzo di Mediaset».

È possibile che, a breve, Mercato&Politica riescano a respingere l’offensiva bretone sul Biscione, e leggeremo commenti burbanzosi sull’«italianità», come in altre, non felici, vicende. Alla lunga però la questione rimanda ai cronici ritardi di casa nostra. Come nota sul Financial Times l’economista Mariana Mazzucato, la Germania ha investito negli ultimi 20 anni il 2,49% del Pil in ricerca e sviluppo, noi l’1,1. Il ritardo colpisce anche il settore dei media, delle reti di comunicazione, l’industria dei contenuti, con Rai, 2,4 miliardi di euro, Sky, 2,7, e Mediaset, 2,2, a dividersi il mercato ma in affanno sull’innovazione (eccezioni Ray Replay, canali tematici, tra le fiction Gomorra). È in corso un serrato dibattito se, davvero, il futuro dei media stia nel consolidare reti e contenuti, per creare poli capaci di contrastare lo strapotere di Netflix o Amazon, e se, davvero, l’Europa abbia la forza per creare un proprio dominio di rete e contenuti o, mentre Bruxelles emana «grida» manzoniane per azzoppare Google e Facebook, debba rassegnarsi, anche in questo campo, al declino.
Parecchi studiosi restano scettici sui benefici della convergenza Reti-Contenuti, ma il mercato ci crede con entusiasmo. La tecnologia della distribuzione è mutata, il pubblico under 35 non guarda più reti generaliste a orari fissi, come nonni e genitori, ma segue online quando può, via computer, tablet, smartphone, i propri show e programmi di notizie prediletti. Pochi giorni fa la 21st Century Fox del magnate australiano-americano Rupert Murdoch ha preso pieno controllo della pay tv inglese Sky, 11,7 miliardi di sterline (13,9 miliardi di euro) per una pay tv inglese, italiana e tedesca, accanto a giornali e radio, dopo la fusione proposta tra AT&T, ancora la rete più grande d’America, con Time Warner, che controlla Hbo, Cnn e Time Warner, progetto da 85,3 miliardi di euro. Intanto, in Francia, Altice, fondo multinazionale dell’imprenditore franco-israeliano Patrick Drahi, ha lanciato una campagna parallela per acquisire contenuti televisivi su 8 nuovi canali di intrattenimento per gli utenti della rete Sfr, accanto all’attuale palinsesto di notizie e sport.

La mossa di Drahi contrasta il piano di Bolloré: una Netflix europea, radicata nell’Europa latina, Francia, Italia, Spagna a fronteggiare gli anglosassoni. Vivendi, che cominciò sotto Napoleone III come compagnia di acquedotti nel 1853, è per Bolloré la risposta europea a Disney, Apple, Amazon, Google, Time Warner, AT&T e Murdoch. A chi gli ha chiesto in questi giorni «Ma non siete troppo piccoli?» ha risposto sicuro «Abbiamo tutto quel che ci serve per creare sinergie e non ci fermeremo, il cash è lì. Su Mediaset andiamo avanti, almeno fino al 30%: poi se ne parla con chi c’è».

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/16/economia/bollor-gioca-sui-ritardi-dellitalia-per-creare-una-piattaforma-che-faccia-concorrenza-a-hollywood-orNyjuyJr5RKuMFq6hIdcK/pagina.html
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