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Autore Discussione: Tra fake news e fatti: la responsabilità dei media internazionali  (Letto 1052 volte)
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« inserito:: Febbraio 19, 2025, 11:27:37 am »

Stiamo calmi, aspettiamo che Trump si contraddica.
Nel frattempo:
L’EUROPA decida su DRAGHI!
La nostra Sinistra, quella tarata, faccia docce di decontaminazione e si metta al lavoro seriamente.
Il PD prenda il timone "di chi ci sta" alle condizioni PD e la smetta di farsi prendere in giro da, sapete CHI ne ha 5.

Si devono convincere i NON votanti a votare, occorre un governo ombra POLICONICO.
ggiannig
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« Risposta #1 inserito:: Febbraio 23, 2025, 12:19:15 pm »

Max Stefani
 
Non amo molto Giuliano Ferrara ma il suo commento é da leggere (esclusi leghisti e grillini).

"Il disonore che si vede a occhio nudo.
Abbandonare, tradire, consegnare il popolo ucraino a chi ha distrutto le sue case, ha deportato i suoi bambini, ha cercato di sradicare la sua allegria  e il suo coraggio, vuol dire disonorare sé stessi e il mondo.
Con il piegamento dei ginocchi di Trump di fronte a Putin, con l’Ucraina trattata come un disturbo, “forse un giorno sarà russa”, la mente degli occidentali meno accoccolati nell’ebetudine è andata alla parola desueta “onore”. Che ormai ha cattiva fama: il delitto d’onore, L’onore dei Prizzi, la scipita onorabilità, arretratezza, tradizionalismo e mafia, visto che l’aristocratico e il cavalleresco non si portano più. E sia. Ma il disonore lo si vede a occhio nudo. Pensando al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e ai suoi discorsi (in particolare ma non solo quello di Marsiglia contestato come “blasfemo” dalla portavoce di Putin), quando incastra la guerra d’invasione ucraina nella storia d’Europa come la riproduzione a parti invertite dei fasti osceni del Terzo Reich imperialista a caccia del suo spazio vitale, pensando a queste parole comparate con la pornografia realista della Casa Bianca di Donald Trump, ecco che il disonore dell’abbandono dell’alleato, del tradimento di un popolo intero, della commercializzazione cinica della pace, in cambio di un piatto di lenticchie terre rare, emerge nel suo significato più ultimativo e schietto.
Fuori di retorica un popolo è solo un insieme, vecchi e bambini, giovani donne e uomini, e i loro animali e i loro morti in guerra, è la loro fame, il loro freddo, il loro grano e il fango, la loro lingua e letteratura, i loro racconti e balli, campagne fiumi e città e riviere, da Mariupol a Odessa, un popolo invaso è la mestizia abbattuta sulla gioia come un allarme notturno, come una visione improvvisamente oscurata, come una chiamata alla morte, e un popolo è anche i suoi morti, i caduti, in nome dei quali i sopravvissuti parlano. Abbandonarlo, tradirlo, consegnarlo a chi ha distrutto le sue case e i suoi cortili, ha deportato i suoi bambini, ha cercato di sradicare la sua allegria, le sue sicurezze, il suo coraggio, il suo orgoglio vuol dire disonorare sé stessi e il mondo.
Il profeta dell’America First, si sta mettendo d’impegno e non contrastarlo convertendosi, cambiando orizzonte politico, impedendo lo scempio a ogni costo, pagando un prezzo qualunque esso sia per la difesa dell’Europa libera, vuol dire complicità, omertà, debolezza etica, che è il problema degli europei, come ha capito Macron, il presidente francese, come ha capito e bene, in modo semplice e convincente, Mattarella, il presidente italiano, come hanno capito gli inglesi e i tedeschi migliori.
L’onore politico non è la battaglia contro i mulini a vento, è pagarsi la propria difesa, è mettersi di traverso quando i bulli globali pretendono di decidere in tre, anche senza una vera prospettiva di successo, che la sconfitta dell’Ucraina sarà la prova generale della fine della democrazia liberale e della sovranità delle nazioni così come fu ricostruita, imperfettamente, a Yalta e poi nella Guerra fredda, così come fu sacrificata, alla perfezione, nella Conferenza di Monaco, e allora l’oggetto dell’esperimento, prima dell’invasione della Polonia, fu la Cecoslovacchia. L’onore politico è una decisione, un appello al cielo in nome delle opinioni pubbliche disarmate dal benessere, una Zeitenwende, il cambiamento di registro che riscatta gli errori e le fragilità del passato, del quieto vivere, e sbarra la strada all’imperialismo tripolare, Mosca Washington Pechino, che minaccia di ricostruire su basi postdemocratiche e illiberali, a colpi di negoziati sulla testa dei popoli e di decreti esecutivi, prikaz e executive orders, un ordine mondiale fondato sulla sopraffazione".
#politicaitaliana

da facebook 23 febbraio 2025
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« Risposta #2 inserito:: Marzo 07, 2025, 12:43:02 am »

5 Mar 2025
Trump al Congresso: siamo solo all’inizio
“L’America è tornata”: nel primo discorso-show al Congresso, Trump rivendica l’operato del primo mese di governo, attacca sui dazi e sfuma i toni su Zelensky.
Daily Focus Relazioni Transatlantiche

“Siamo solo all’inizio”: è una verità che suona come una minaccia quella pronunciata da Donald Trump nel suo primo discorso alle camere riunite del Congresso dall’insediamento alla Casa Bianca. Il presidente ha passato in rassegna tutti “successi” della sua squadra di governo che, ha detto “ha realizzato più cose in 43 giorni di quanto la maggior parte delle amministrazioni realizzi in quattro o otto anni”. Una lunga autocelebrazione – la stampa americana ha sottolineato che con i suoi cento minuti rappresenta il discorso più lungo nella storia presidenziale moderna –  in cui Trump ha annunciato che “l’America è tornata”: uno slogan utilizzato a suo tempo da Joe Biden e che oggi, pronunciato dal tycoon, assume un tono provocatorio e beffardo. Poi, passando in rassegna i drastici tagli ai dipendenti e alle agenzie federali, la cancellazione dei progetti sulla diversità, ha elogiato Elon Musk e il suo DOGE per aver “ripreso il potere da questa burocrazia irresponsabile”. Fatta eccezione per le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare, a cui ha dedicato ampia parte del suo intervento ma senza mai scendere in dettaglio, il tycoon non ha fatto riferimento alle prossime iniziative legislative né tracciato la rotta che l’esecutivo intende percorrere nei prossimi quattro anni. In quello che molti osservatori hanno definito più “un comizio” o “uno show” alla Trump, anziché un discorso programmatico, si è scagliato più volte contro il suo predecessore, attribuendogli la responsabilità di una serie di problemi, tra cui l’aumento del costo delle uova – in realtà determinato dall’influenza aviaria e allo smantellamento del sistema vaccinale in campo veterinario – la criminalità e la diffusione della droga, definendolo “il peggior presidente della storia americana”. Il presidente ha anche annunciato nuovi “dazi reciproci” su una vasta gamma di paesi che esportano negli USA, nell’ennesimo capitolo di quella che ormai sembra una guerra commerciale in piena regola.

Proteggere “l’anima” del paese?
Nel corso dell’intervento – interrotto a più riprese dalle proteste dei democratici – Trump ha rilanciato piani per espulsioni di massa di migranti, definiti una “liberazione dell’America” da criminali e stupratori. E sul fronte sociale ha rivendicato le iniziative di contrasto ai diritti transgender, e la messa al bando di programmi di diversità, equità e inclusione (cosiddetti programmi DEI). “Il buonsenso è diventato un tema comune, e non torneremo mai indietro” ha detto Trump, aggiungendo “il nostro paese non sarà più woke… il wokeismo è un problema. È un male. E ora è sparito”. Il tycoon ha quindi difeso la sua decisione di imporre tariffe del 25% su Canada e Messico e un’ulteriore imposta del 10% sulla Cina, definendoli un’arma per salvaguardare “l’anima degli americani” e volti a raddrizzare presunti torti subiti per mano di alleati e rivali. Parole che non sembrano rassicurare i mercati e le borse, crollate nei giorni scorsi mentre cresce il nervosismo, tra le aziende e i consumatori, circa gli effetti che le misure protezionistiche rischiano di avere sulle catene di approvvigionamento e i prezzi. “Ci saranno dei piccoli disordini, ma per noi va bene” ha detto, annunciando che il 2 aprile saranno imposti “dazi reciproci” su merci provenienti da un’ampia gamma di paesi: “Tasseremo chi ci tassa. Se ci tengono fuori dai loro mercati, terremo loro fuori dai nostri”.

Il mondo visto da Trump?
In un’aula divisa, tra i democratici che accompagnavano le sue parole con cori di ‘buuuuuh’ e cartelli di protesta e gli applausi fragorosi dei repubblicani, Trump ha ribadito le mire imperiali del suo ‘America First’: dal desiderio di “riprenderci il Canale di Panama” a quello di annettere  la Groenlandia “in un modo o nell’altro”. Sebbene i sondaggi suggeriscano che i groenlandesi abbiano poco interesse ad unirsi agli Stati Uniti, infatti, il presidente ha insistito sul fatto che il controllo sul territorio danese è fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. “Vi terremo al sicuro, vi renderemo ricchi e, insieme, porteremo la Groenlandia a vette che non avreste mai pensato possibili prima”. Era stato lo stesso tycoon ad alimentare le aspettative per il discorso, annunciando sui social che avrebbe detto “qualcosa di grosso”. Il pensiero di molti si era concentrato sull’Ucraina, dopo il disastroso incontro alla Casa Bianca di venerdì scorso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Sul tema, però, Trump ha mostrato toni più moderati di quelli dei giorni scorsi, dichiarando di aver ricevuto una lettera in cui il leader ucraino si dice “pronto per la pace” e a lavorare “sotto la leadership” di Trump. Non è mancata neanche una frecciatina agli alleati europei che “purtroppo – ha detto, senza fornire prove – hanno speso di gran lunga più soldi per acquistare petrolio e gas russi che per difendere l’Ucraina”.

Un’America amareggiata e rancorosa?
I democratici, da parte loro, hanno preso parte allo ‘show’ politico di Trump al Congresso brandendo cartelli con la scritta ‘falso’ e ‘bugia’ mentre molte deputate indossavano il rosa per protestare contro l’impatto delle politiche del presidente sulle donne. Pochi minuti dopo l’inizio del discorso, il deputato democratico Al Green ha interrotto il presidente, gridando che non aveva “alcun mandato per tagliare il Medicaid”, il programma di assicurazione sanitaria su cui fanno affidamento milioni di americani a basso reddito. Il rappresentante texano è stato espulso mentre diversi colleghi di partito lasciavano l’aula in cui il presidente parlava. Trump, a sua volta, li ha criticati in un discorso estremamente fazioso, che ha sottolineato le profonde fratture che dividono gli Stati Uniti. “Queste persone sedute qui non applaudiranno, non staranno in piedi e certamente non esulteranno per questi risultati astronomici”, ha detto Trump. Più che una ‘luminosa città sulla collina’, l’America incarnata ieri da Trump appariva come una potenza amareggiata e rancorosa. Il cui leader, un 78enne con precedenti penali, si è anche permesso di sbeffeggiare alcuni tra i paesi più poveri al mondo. Liberia, Mali, Mozambico e Uganda “beneficiano tutti, ingiustamente dei nostri aiuti” ha detto, riservando la stoccata più acuta al Lesotho. Un paese “di cui nessuno ha mai sentito parlare” e in cui gli americani “hanno sprecato” 8 milioni di dollari per promuovere i diritti Lgbt.

Il commento

Di Mario del Pero, ISPI e Sciences Po

“Un comizio elettorale più che un discorso presidenziale davanti alle Camere congiunte, come sempre con Donald Trump. In un contesto rumoroso e sovraccarico, che ha perso da tempo la sobrietà e la necessaria gravitas istituzionale e con il Presidente che insulta e irride gli avversari politici. Fatta la tara ai toni apocalittici e autocelebrativi, tre aspetti politici del discorso vanno sottolineati. Il primo è il pieno appoggio all’azione di Musk e del suo DOGE. Il secondo è la mano tesa a Zelensky, che sotto le pressioni statunitensi ed europee ha evidentemente capitolato ed è pronto a firmare l’accordo dai contenuti neocoloniali sulla gestione delle potenziali risorse minerarie ucraine. Il terzo è la riaffermazione della volontà di annettere la Groenlandia (“in un modo o nell’altro”) e di riacquisire il controllo del Canale di Panama, costruito – ha affermato (incorrettamente) il Presidente – “dagli americani e per gli americani, non per altri”.


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« Risposta #3 inserito:: Marzo 08, 2025, 10:44:09 am »

Gli USA non sono Trump.

Noi siamo alleati degli USA, non di Trump.

Molto presto se lo ricorderanno, negli Stati Uniti, facendo l'elenco dei loro problemi interni, i vecchi non risolti durante la prima presidenza ma soprattutto quelli nuovi creati dal duo satanico.
ggg
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« Risposta #4 inserito:: Marzo 13, 2025, 07:03:57 pm »

I dipendenti dell'USAID hanno ricevuto l'ordine di distruggere o bruciare decine di documenti riservati - Il Post

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https://www.ilpost.it/2025/03/12/distruzione-documenti-usaid/
 
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« Risposta #5 inserito:: Marzo 20, 2025, 06:12:50 pm »

Tra fake news e fatti: la responsabilità dei media internazionali
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Mark Livingston
Dal 2022, sono il caporedattore responsabile di tutti i contenuti giornalistici di SWI swissinfo.ch, con particolare attenzione alla democrazia diretta e alla cultura. In precedenza, ho ricoperto un ruolo dirigenziale nel settore delle notizie digitali e ho diretto una trasmissione in prima serata per la radio e la televisione svizzera. Come giornalista, ho una vasta esperienza nei campi della politica, della scienza e della cultura e ho conseguito un master in scienze ambientali presso l'ETH di Zurigo.
Il 2025 inizia con molti interrogativi e incertezze. Ciò ha molto a che fare con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È chiaro che lo spazio informativo internazionale continuerà a mutare, e media come Swissinfo.ch diventeranno sempre più importanti per fornire un punto di riferimento.
Se si sfoglia la stampa occidentale e si leggono le prospettive per quest’anno, un nome figura sempre in primo piano: Donald Trump. I suoi ammiratori e le sue ammiratrici ripongono grandi aspettative nell'ex e nuovo uomo forte di Washington, che è visto come un simbolo di forza e determinazione. Chi è scettico, invece, teme il peggio, come se si stesse per affrontare un'imminente tempesta.
Quale impatto avranno sui mercati globali le probabili vertenze commerciali? In che modo l'agenda di politica estera di Trump influenzerà la situazione geopolitica? Quali saranno le ricadute degli eventi negli Stati Uniti sul crescente numero di democrazie in difficoltà nel mondo?
Molto rimane a livello di speculazione, ma vale la pena analizzare le azioni passate di Trump, ad esempio nel campo dei media, per guardare al futuro.
Trump ha sempre parlato di “media fake news” per screditare i titoli più affermati. È riuscito a ribaltare completamente la narrativa sull'assalto al Campidoglio di Washington del 6 gennaio 2021 da parte dei suoi sostenitori e delle sue sostenitrici, nonostante le decine di migliaia di ore di video che testimoniano l'atto di violenza della folla e le numerose condanne definitive pronunciate nei confronti degli autori.
Alla domanda se Trump volesse gettare una nuova luce sull'assalto al Campidoglio e se si assumesse qualche responsabilità per gli eventi di quel giorno, la sua portavoce Karoline Leavitt ha puntato il dito contro i "perdenti politici" che avevano cercato di distruggere la sua carriera, sostenendo che "i media mainstream si rifiutano ancora di riportare la verità su ciò che è accaduto quel giorno".
La verità secondo Trump: dietro gli atti di violenza del 6 gennaio 2021 si nascondono agitatori antifascisti e una cospirazione del "deep state", dello Stato profondo, e i presunti vandali e aggressori sono in realtà prigionieri politici, patrioti e martiri.

Naturalmente, le informazioni false o unilaterali con l'intento di trarre in inganno esistevano già da molto tempo prima di Donald Trump, ma ciò che è nuovo è la loro portata e il fatto che tali distorsioni avvengono davanti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
In questo modo, Donald Trump sta rafforzando un processo che era già iniziato molto prima, come hanno evidenziato nel 2019 i politologi David Barker e Morgan Marietta nel loro libro One Nation, Two Realities. Sulla base di ampi studi empirici condotti negli Stati Uniti, sono giunti alla conclusione che i valori delle persone sono fondamentali per la percezione dei fatti e che le persone tendono a credere a ciò che è in linea con le loro convinzioni. Questo risultato è valido indipendentemente dall'orientamento politico. Hanno inoltre evidenziato che la distinzione tra opinione e fatto diventa sempre più sfocata quanto più polarizzati sono i valori e quanto più forte è la polarizzazione politica.
La migliore dimostrazione di quanto si possa giocare con tutto ciò è stata offerta da Trump durante la campagna per le presidenziali nel dibattito televisivo contro Kamala Harris: quando il moderatore di ABC News ha sottolineato che quanto affermato precedentemente da Trump secondo cui gli immigrati a Springfield (Ohio) mangerebbero cani e gatti era falso, Trump ha liquidato la correzione come poco credibile. Questo, nonostante ABC News avesse verificato le informazioni, tramite l'amministrazione comunale di Springfield.
È evidente che, poiché la verifica dei fatti di solito va oltre l'esperienza personale, la loro accettazione dipende in ultima analisi dalla fiducia delle persone nelle fonti di informazione che ne riferiscono.
È qui che entrano in gioco i media affermati. Tuttavia, le testate che tradizionalmente si occupano di trasmettere informazioni e operano secondo regole giornalistiche e criteri etici, non sono solo sotto forte pressione economica. Anche la fiducia nei loro confronti si sta erodendo in tutto il mondo. Secondo il Digital News Report del Reuters Institute, solo il 40% delle persone si fida delle informazioni fornite dai media professionali.
La costante denigrazione dei media tradizionali da parte di Donald Trump e di altri sedicenti combattenti contro l'establishment ha lasciato il segno. Inoltre, con i social media, sono emersi nuovi spazi di informazione in cui chiunque può esprimersi, lontano da qualsiasi convenzione giornalistica. Di conseguenza, gli attori politici hanno sfruttato l'incertezza nella popolazione e le possibilità dei media sociali per alimentare la sfiducia nei confronti dei media e diffondere le loro narrazioni, a volte distorte. L'annuncio recente di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e CEO di Meta, di rinunciare alla verifica esterna dei fatti (fact checking) negli Stati Uniti, suona come un'ammissione che, in definitiva, sui social media contano le opinioni e non i fatti.
Le autocrazie, in particolare, hanno sfruttato questa vulnerabilità nell'ambito dell'informazione, scrive la pubblicista Anne Applebaum nel suo ultimo libro Autocracy, Inc. “Come si può sapere, con così tante spiegazioni, cosa è realmente accaduto? E se non riuscissimo mai a scoprirlo? Se non capisci cosa sta succedendo intorno a te, non unirti a un grande movimento democratico”.
Una democrazia funzionante ha bisogno di media che funzionino. I media internazionali come Swissinfo.ch possono dare un contributo decisivo e impegnarsi a garantire che alla base delle decisioni personali, sociali o politiche in tutto il mondo vi siano informazioni avvalorate e non informazioni infondate.
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