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Autore Discussione: Tra i tanti putiniani italiani c’è un argomento che viene sempre citato fin ...  (Letto 11796 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Ottobre 16, 2022, 06:23:25 pm »


Devis Bergantin
 
la parola è come il fuoco
acceso dietro questo muro
presi la stessa via con le mani
sassose
sassaiola per gioco
e rivederla è come una marea
poi laggiù squadrare
un arcipelago di tronchi
stramazzati con le macerie
del cantiere
sarà un rizoma
ogni fantasma
(3 ottobre 2022)

--

Max Lasio

Tra i tanti putiniani italiani c’è un argomento che viene sempre citato fin dal primo giorno di guerra e che viene brandito come la certezza della vittoria finale del regime putiniano nella guerra criminale da lui scatenata, ovvero la capacità dei russi da un lato di sopportare le perdite, dall’altro di riorganizzarsi nel tempo e contrattaccare contando sulle “infinite” risorse di cui il paese dispone.

Questa sera proveremo a mostrare che tale idea è una enorme accozzaglia di stupidaggini frutto molto spesso di pura ignoranza.
Per comprendere per bene quanto tale idea sia fuori dalla realtà, bisogna tornare all’inizio di questo concetto.
E questo inizio è la Seconda guerra mondiale e la lotta dell’allora Urss contro l’invasione nazista, la cosiddetta “operazione Barbarossa”, qui https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Barbarossa
L’invasione nazista era cominciata in modo estremamente brutale e veloce, a tal punto che in poco tempo le truppe tedesche arrivarono alle soglie della capitale russa.
Ma a quel punto si fermarono e proprio la capacità dei russi di sopportare le perdite e di riorganizzarsi, prima bloccarono in una lunga guerra di posizione i nazisti, poi riuscirono a ricacciarli indietro fino alla definitiva sconfitta nel maggio del 1945.

Tutto molto bello e interessante, se non fosse che la storia è andata in modo un filino diverso.
Infatti, esaminando in modo più accurato gli eventi, possiamo trovare che la sconfitta nazista nell’invasione dell’Unione Sovietica è in realtà in gran parte merito di perlomeno altri tre motivi, che sono i seguenti:
1) Seguendo quanto trovato negli archivi tedeschi dallo storico tedesco Andreas Hillgruber, qui https://en.wikipedia.org/wiki/Andreas_Hillgruber , veniamo a sapere che sebbene nel 1940 Hitler pensasse di invadere l’Urss da solo, con l’avvicinarsi della data pianificata per l’invasione cambiò idea e chiese esplicitamente l’aiuto del Giappone per aprire così un secondo fronte ad ovest.
Questo avrebbe creato così due fronti ai poli opposti del territorio russo, impegnando l’esercito sovietico in parti tra loro lontanissime con l’intento così di schiacciare il paese come in una tenaglia.
La richiesta iniziale e ufficiale fu finalizzata in un accordo firmato nel luglio del ’41 con l’allora ministro degli esteri giapponese Matsuoka, qui https://it.wikipedia.org/wiki/Yōsuke_Matsuoka
Questo progetto, nella sua parte teorica oggettivamente delirante, che negli intenti nazisti doveva portare dopo la sconfitta sovietica alla spartizione del mondo tra Germania e Giappone con la finalità ultima di attaccare gli Usa, venne rigettato dal gabinetto di guerra giapponese durante una drammatica riunione che sfociò nella sostituzione di Matsuoka al ministero degli esteri e la decisione di concentrare le risorse militari giapponesi solo in fronti che realmente interessavano al paese del sol levante.

E l’Urss non era tra questi.
La richiesta tedesca di aprire un secondo fronte ad est però non venne mai meno, ma come sappiamo non fu soddisfatta.
2) Secondo fronte che invece venne aperto ad ovest della Germania, costringendo quindi l’esercito tedesco a distrarre truppe dal fronte est, proprio a causa delle azioni del Giappone con l’attacco di Pearl Harbor nel dicembre del ’41 e che provocò l’entrata in guerra contro il Giappone e la Germania degli Stati Uniti.
Stati Uniti, che sempre l’Hillgruber ci fa sapere, Hitler voleva inizialmente sfidare solo dopo aver sconfitto l’Urss e proprio per evitare la creazione di un secondo fronte, che nella esperienza della WWI aveva già dimostrato essere mortale per la Germania.
3) Infine l’Urss, proprio con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, divenne la destinazione di aiuti economici e militari dagli Usa, tramite la legge nota come “land and lease act”, qui https://en.wikipedia.org/wiki/Lend-Lease 
Attraverso questa legge americana, che per inciso è stata riattivata proprio quest’anno a favore dell’Ucraina, gli Stati Uniti hanno fornito all’Urss materiali per un valore di oltre 10 miliardi di dollari dell’epoca, pari in valuta odierna a circa 130 miliardi di dollari (addirittura 3-400 miliardi se consideriamo molto più correttamente il valore in percentuale del Pil).
In totale gli Usa fornirono all’Urss 400.000 veicoli tra jeep e camion, 12.000 veicoli armati tra cui almeno 7.000 carri armati, 11.000 aerei da combattimento e 1,7 milioni di tonnellate di cibo.
Ad aumentare l’importanza di queste forniture che definire colossali è riduttivo, c’era anche il fatto che molti degli impianti militari sovietici erano distrutti o in territorio occupato dal nemico e quindi la produzione militare interna era estremamente ridotta e incapace di rifornire l’esercito in modo adeguato da sola.
Quindi, ricapitolando, dopo aver tolto almeno 70 anni di propaganda comunista che ha indottrinato sia la Russia che l’Italia sulla grande guerra patriotica russa che ha sconfitto il mostro nazista da sola, quello che in realtà rimane sono tre grandi fattori che hanno indebolito mortalmente l’esercito tedesco e la sua invasione dell’Urss, ovvero la mancata apertura a favore della Germania di un secondo fronte ad est da parte del Giappone, l’apertura invece di un secondo fronte contro la Germania ad ovest e contro il nemico più temuto, ovvero gli Usa, che non a caso sfociò nella operazione Overlord nel giugno del 1944 (tra parentesi ci fu anche l’apertura di un terzo fronte, questa volta a sud con l’invasione dell’Italia nel 1943), e infine, la fornitura di armi e provviste da parte degli Usa in quantità enorme che letteralmente riarmò fortemente l’esercito russo altrimenti rimasto di fatto senza una adeguata attrezzatura militare.
Questo è il contesto della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale.
Ma questo contesto, oggi, non esiste più.
Non solo: se c’è un paese che può invece assomigliare all’Urss del 1941 è proprio l’Ucraina.
Ucraina che vede il suo territorio invaso dalla Russia, ma che ha anche la solidarietà di tutto il mondo.
Attenzione, non parlo di favore o aiuto, ma perlomeno di non belligeranza.
L’Ucraina quindi ha un fronte e solo uno e non ha nessuna paura che se ne apra un altro (a meno che la Bielorussia non decida di suicidarsi, ovviamente).
E ha dietro di lei gli Usa e le sanzioni alla Russia che l’occidente ha imposto.
Questo i putiniani proprio non riescono a capirlo, soprattutto quando sono di origine comunista o di estrema sinistra anticapitalista.
Comunque, come ripetiamo fin dal primo giorno del conflitto, gli Usa hanno una economia che è dalle 15 alle 20 volte più grande di quella Russa e non solo è sulla frontiera tecnologica, ma è lei che sta letteralmente creando questa frontiera.
Tutto ciò implica un semplice fatto: da un lato la capacità di resistenza dell’Ucraina è legata alla volontà degli Usa di aiutarla, ma proprio per questo, tale capacità di resistere e infliggere danni alla Russia grazie alla fornitura di armi, anche tecnologicamente più avanzate di quelle russe, diventa sostanzialmente infinta, perlomeno nei termini di vita della dirigenza attuale russa.

E, contraltare di quanto appena detto e rimembrando i tre punti visti sopra a favore dell’Urss nella WW2, la Russia attuale:
- non ha a suo favore l’apertura di un secondo fronte, che anzi rischia di averlo contro, con la fuga dei paesi del suo impero che già stiamo vedendo nel conflitto tra Armenia e Azerbajan.
- non ha i determinanti aiuti americani che invece vanno all’Ucraina
- ha invece le sanzioni occidentali che hanno mandato in recessione la sua economia e hanno prosciugato il paese di componenti ad alta tecnologia e materiali tecnologici per la costruzione di armi moderne, se non in pochi esemplari utili solo ad impressionare l’intellighenzia occidentale più antiamericana e meno tecnologicamente informata, di cui ad esempio l’Italia è piena.

Andiamo verso la conclusione.
Come abbiamo visto la favoletta della Russia capace di assorbire le perdite e vincere nel lungo periodo grazie alla sua capacità di resistere e alle sue risorse infinite è per l’appunto una favola.
Molto diffusa tra i tanti fascio-comunisti filoputiniani italiani, ma soprattutto pervasiva del sistema politico russo a partire dal suo vertice massimo ovvero Putin.
E proprio le mosse degli ultimi giorni di Putin ci indicano che non solo è convinto di questa storiella, ma anzi, sta cercando di attuarla in tutti i modi possibili.
Il rifiuto di trattative che non prevedano la resa incondizionata dell’Ucraina, il referendum farsa che ha annesso territori di Ucraina che nemmeno sono occupati dal suo esercito, la mobilitazione generale con il potenziale richiamo alle armi di praticamente tutti i maschi del paese e infine la continua minaccia nucleare verso l’occidente, ecco, tutto ciò indica la volontà di Putin di prolungare il più a lungo possibile il conflitto.
E la ragione è proprio quanto visto sopra: da un lato Putin ritiene proprio come nella guerra patriottica del 1941 di poter riarmare l’esercito e nel mentre indebolire l’avversario, dall’altro spera molto probabilmente di fiaccare e dividere l’europa e la sua opinione pubblica (da qui l’attentato terroristico organizzato alle condutture del Nordstream 1) dall’unità di intenti con gli Stati Uniti (il filmato messo in rete quasi subito da parte della propaganda russa di Biden che parla di quella conduttura, indica chiaramente la preparazione all’evento da parecchio tempo prima del suo effettivo accadimento), cercando così di arrivare ormai a tutti i costi a quello che personalmente credo essere l’appunto elettorale decisivo a cui aspira il regime russo, ovvero le elezioni presidenziali americane di novembre 2024, dove ci sono probabilità non nulle di una rielezione di Donald Trump, ovvero un presidente tutto sommato “amico” della Russia putiniana.

Cosa potrebbe andare storto in questo contesto?
Ovviamente il punto principale di tutto questo commento: la storiella della Russia forte nel lungo periodo è falsa.
Anzi, è vero il contrario: più passa il tempo più la Russia si indebolisce.
E la domanda finale allora diventa questa: non tanto se la Russia arriverà a gennaio 2025 nelle attuali condizioni, ma in quali condizioni arriverà la Russia a quell’appuntamento temporale?
Con alle spalle tre anni di guerra disastrosa, l’isolamento internazionale (assoluto se usa anche solo una bomba atomica) e sanzioni economiche come mai si sono viste prima, la Russia del 2025 potrebbe essere l’ennesimo esempio di paese che vince una battaglia (la rielezione del candidato amico), ma perde la guerra.

Su ogni fronte.
E con questo auguro una buona notte a tutti.

 Bibliografia:
1) “La distruzione dell’Europa. La Germania e l’epoca delle guerre mondiali”, di Andreas Hillgruber, Il Mulino, 1991.
Bellissimo libro che raccoglie i migliori saggi dello storico tedesco e che analizzano le due guerre mondiali dall’interno dei vari regimi che governavano la Germania a quei tempi.
2) “La battaglia di Bretton Woods”, di Benn Steil, Donzelli Editore, 2015.
Libro tutto sommato ben fatto che analizza la Seconda guerra mondiale dal punto di vista finanziario americano.
In questo caso ci interessa il capitolo V°, dal titolo “l’Atto più generoso”, nel quale viene trattato il “land and lease act” in ogni suo aspetto.

Massimo Fontana

da - https://www.facebook.com/  il 3 10 2022
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« Risposta #1 inserito:: Gennaio 05, 2023, 12:02:22 am »

Il ritorno del ceto medio. Un’indagine sull'Italia di oggi

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« Risposta #2 inserito:: Maggio 16, 2023, 04:59:29 pm »

Chi è Alberto Teso, il nuovo sindaco di San Donà di Piave: imprenditore e atleta di «Ironman»

- Newsletter Corriere del Veneto del 16 maggio 2023
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ATTENTI A QUEI DUE
Buongiorno, ecco una serie di notizie selezionate per te dal Corriere del Veneto. Marco Bonet, caporedattore, analizza i risultati delle elezioni comunali in Veneto. Buona lettura!

 Due volti, di due partiti diversi ma con molte più affinità di quel che si pensi, restituiscono l’analisi di questa tornata amministrativa. Sono quelli di Mario Conte a Treviso e di Giacomo Possamai a Vicenza, l’uno interprete della coalizione di centrodestra, l’altro di quella di centrosinistra, a loro modo «giovani» in quel Paese per vecchi che è l’Italia (il primo ha 43 anni e amministra la sua città da 5; il secondo ne ha 33 e fa politica dai tempi del liceo), entrambi con profili che vanno ben oltre i confini del proprio municipio (Conte è presidente di Anci Veneto, l’associazione dei Comuni; Possamai dal 2020 è capogruppo del Pd in Regione), entrambi capaci di entrare in connessione profonda con il proprio territorio, caratteristica che è invece mancata ai due rivali, moltissimo a Giorgio De Nardi, che si sapeva essere un outsider in quel di Treviso, in modo perfino stupefacente a Francesco Rucco, che era il sindaco uscente di Vicenza e nei primi mesi di campagna elettorale veniva dato dai sondaggi avviato verso una placida riconferma. Dovrà giocarsela al ballottaggio. Attenzione: una connessione profonda, quella di Conte e Possamai, da intendersi per lo più con i rispettivi popoli di riferimento, visto che fuori da quelle cerchie tutti gli altri sono rimasti a casa.
L’affluenza prosegue infatti il suo calo verticale dappertutto (Treviso, con un -6,8%, è il peggior capoluogo d’Italia) e questo, di elezione in elezione, oramai non fa più notizia. Alla «gente», per usare un termine che fu caro al Movimento 5 Stelle, della politica è sempre importato poco (certe tribune elettorali sui social network non devono trarre in inganno), ma che la partecipazione crolli perfino nei Comuni, là dove a ben vedere non di «politica» si tratta, ma di «amministrazione» e cioè della gestione di ciò che ci attende fuori dall’uscio di casa, dà la misura della voragine che si sta aprendo e che, a contrario di ciò che molti ingenuamente pensano, non ha proprio nulla di «punitivo» nei confronti dei politici, visto che i politici vanno avanti benissimo anche con l’affluenza al 10%.
Tornando al risultato delle Comunali e concentrandosi sui due capoluoghi, le sole realtà in cui alle dinamiche prettamente locali se ne affiancano altre di respiro più regionale, il risultato di Conte a Treviso è netto, inequivocabile e per molti versi atteso. Il sindaco uscente incarna alla perfezione la terza generazione leghista, dopo quella sopra le righe e dirompente dei Gentilini (ritiratosi dalla pugna alla veneranda età di 93 anni) e quella tattica e di governo dei Gobbo (ancora il migliore quando si tratta di tirare i fili, come dimostra la dinamica congressuale nella Marca). Il primo di questa nuova stirpe è stato Zaia ma Conte è perfettamente in scia: giacca e cravatta sì ma pronto a tuffarsi tra rugbisti e alpini, moderato al punto da sembrare fin troppo equilibrista ma con punte inaspettate di progressismo controcorrente dai migranti ai diritti civili, il risultato della sua lista civica (30%) testimonia una solidità che, come per Zaia, oltrepassa abbondantemente i recinti del centrodestra.

Una somiglianza col «Presidente» che potrebbe tradursi nel 2025 nella successione naturale a Palazzo Balbi, anche se la battaglia sarà agguerrita dentro al suo partito e ovviamente con Fratelli d’Italia, che a Treviso resta dietro (il contrario avrebbe avuto del clamoroso visto che la città è da sempre la capitale del Carroccio) ma nel resto del Veneto dilaga conquistando tanti piccoli municipi che, come ben sa proprio la Lega, costituiscono l’ossatura su cui poi costruire ambizioni più grandi (citiamo per tutte la vittoria di Nico Presti ad Arcade, Comune simbolo perché fu di Fabio Gazzabin, il braccio destro di Zaia: Presti era leghista, ora è passato con Meloni).
E a proposito di ossature: che dorsale sarebbe per il Pd quella che dalla Verona di Tommasi arriva alla Padova di Giordani passando per la Vicenza di Possamai, se quest’ultimo tra due settimane riuscisse a strapparla a Rucco... Al sindaco uscente sono mancati i voti dei partiti, che ora torneranno a rimboccarsi le maniche, ma il risultato di Possamai ha radici lontane ed è frutto di un lavoro meditato, avviato come consigliere all’epoca di Variati, proseguito con la candidatura alle Primarie (perse) cinque anni fa e poi con la candidatura alle Regionali nel 2020 (dove si va a preferenze e lui era risultato il più votato del Veneto dopo un campione come Roberto Marcato). Insomma, non «il giovane» messo lì in quanto tale, come spesso fanno i partiti ispirandosi agli album delle figurine, ma un politico per molti versi già fatto e finito, abile nell’intercettare consensi diversi, dal ceto produttivo al mondo cattolico alla sinistra meno radicale, e nell’orchestrarlo con qualche astuzia, come dimostra l’esclusione del M5s dalla coalizione o l’assenza di Elly Schlein dalla campagna elettorale. Il suo esordio al teatro comunale, con mille persone dentro e trecento fuori, era stato un segnale evidente, colto anche dal centrodestra. Che però si è mosso in ritardo e ora dovrà rincorrere.

 da Corriere del Veneto

Se volete scriverci la mail è: web@corriereveneto.it

 
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« Risposta #3 inserito:: Ottobre 31, 2023, 11:51:50 am »


OCCORRE DARE meno potere Partitico alle Regioni e più potere Organizzativo e di Servizio alle Province e ai Comuni di oltre 10.000 abitanti.

Tutto il resto sarebbe preda facile per malfattori.

ciaooo
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