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Autore Discussione: Luca SOFRI. A che punto siamo - 26 Giugno 2020  (Letto 217 volte)
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« inserito:: Giugno 30, 2020, 12:09:07 pm »

Luca Sofri
A che punto siamo
26 Giugno 2020

Sul coronavirus, ovvero sulla questione di gran lunga più importante e universale di questi mesi, manca ormai da diverse settimane una lettura complessiva della situazione: a che punto siamo, cosa sta succedendo, che cosa dobbiamo pensare degli elementi che abbiamo, dei dati, di quello che percepiamo intorno o che ci viene raccontato.
Il vuoto di questa mancanza è quindi occupato da volatili e spesso contraddittorie considerazioni puntuali che vengano da questo o quell’esperto, opinioni in libertà di comunicatori o rappresentanti pubblici di vario genere, costruzioni personali che si fanno le singole persone e che oscillano tra l’immutata e ansiosa paura e l’idea che il peggio sia passato per sempre.

Ci sono delle comprensibili ragioni per questa difficoltà di descrivere uno scenario con soddisfacente sintesi o raggiungendo qualche conclusione generale. La prima è che vale ancora oggi, quattro mesi dopo, quella condizione eccezionale e spiazzante per cui non sappiamo le cose. Non è dato saperle. Ci sono incognite e variabili decisive sul futuro immediato e su quelli successivi, che impediscono a chiunque di capire dove saremo domani, o dopodomani. Non si sa, punto.

La seconda invece riguarda capire dove siamo oggi: questo è in teoria più facile. Ci sono i dati, c’è la realtà visibile e c’è quella raccontata dai mezzi di informazione credibili (o sapendo orientarsi tra quelli un po’ credibili). È innegabile che – in Italia – la “fase 2” si sia sviluppata finora più positivamente di quanto si prevedesse e temesse (sto parlando del problema prioritario, quello sanitario). Un’attenuazione delle limitazioni decisa per ragioni economiche e sociali era stata presentata insieme alla probabilità di peggioramenti del contagio e delle sue conseguenze, e questo non è successo. Da una situazione di quarantena piuttosto rigorosa siamo passati a una generale libertà – con cautele e accorgimenti – e i risultati non sono cambiati. Vuol dire che le cautele e gli accorgimenti – compresa una maggiore consapevolezza – sono un fattore determinante? Probabilmente sì. Sempre tenendo presente che il virus c’è ancora, contagia persone, ne uccide, e rende indispensabili quelle cautele e accorgimenti. Ma oggi è ripresa quasi ogni cosa, pur con numeri e frequenze disastrosamente minori. C’è insomma una misura di convivenza col virus, nel quotidiano (più sul lungo, naturalmente no, ci arrivo).

Ma se queste considerazioni sul presente sono appunto più facili e condivisibili, ci sono dei fattori che le complicano di molto. Una è che sono considerazioni che appaiono legate molto a luoghi e momenti: in tutto il mondo ci sono condizioni diversissime, in queste settimane, con crisi gravi in alcuni paesi, seminormalizzazioni in altri, contagio mai divenuto drammatico in altri ancora. Questo dice piuttosto palesemente che dove le condizioni sono migliori è appunto per sviluppi locali puntuali, non per una diminuita pericolosità del virus. E siccome abbiamo imparato che questi sviluppi dipendono da buone strategie e consapevolezze quanto da accidenti imprevisti e inciampi di queste strategie, nessuno può sentirsi sicuro: siamo un po’ più preparati a gestire possibili peggioramenti.

Un altro fattore che complica la lettura della situazione è una tara della comunicazione tipica dei tempi di guerra, come notammo già mesi fa: abbiamo già detto che non si possono fare sintesi e previsioni, ma analisi e fatti e dati li abbiamo. Non conducono a conclusioni certe, ma dicono delle cose. Però l’impressione è che in ogni comunicazione pubblica ci sia ormai – in ragione anche di guai passati e sventatezze ma anche gogne eccessive – un terrore di “far passare messaggi sbagliati” che generino pericoli per le persone, oppure ritorsioni per chi li esprime (metteteci che oggi nessuno ha garantito che le sue parole siano riportate come le intende). È la comunicazione da tempi di guerra, col freno tirato, guardinga, in cui la chiarezza è amputata e censurata in nome della sicurezza: scelta che non è da disprezzare sbrigativamente, la sicurezza è una priorità, c’è una ragione per la comunicazione da tempi di guerra. Ed è vero che sappiamo della nostra umana inclinazione a semplificare messaggi complessi, a volere risposte univoche, a domandare “e quindi?” (inclinazione che invece molti media cercano di soddisfare con quotidiane titolazioni e sintesi perentorie, che saranno smentite e contraddette il giorno dopo o poche pagine più in là). Però tutto questo porta a una difficoltà a discutere del punto in cui siamo, delle cose che sappiamo, delle ipotesi e degli scenari possibili. Possibili, non certi.

E intanto, se anche possiamo vivere nel quotidiano le nostre vite private senza sapere dove stiamo andando, senza fare progetti (amen per quel viaggio), tutto il nostro mondo e le nostre economie invece non possono stare senza progetti: e le scelte che sono state fatte guardando a questo – come le aperture della “fase 2” – sono state fatte prendendosi dei rischi e sperando di poterli gestire. Quindi resterà questa contraddizione: dovremo fare programmi prendendoci dei rischi, e diventando bravi a gestirli e a ricalibrare i programmi.

Volendo fare una sintesi sbrigativa del momento, siamo persone con dei cerini accesi dentro allo stesso fienile: fino a che nessuno fa cadere il cerino acceso la situazione tiene e possiamo – dobbiamo – pure metterci a fare altre cose col cerino in mano, un po’ alla volta. Però è difficile, bisogna stare attentissimi, e avere estintori a portata di mano. Altri ordini di idee in cui mettersi, più chiari e certi, non li abbiamo.

DA - https://www.wittgenstein.it/2020/06/26/a-che-punto-siamo/
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