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Autore Discussione: Fabio Macaluso. Quando i principi universali si usano solo per fare lobbying  (Letto 72 volte)
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« inserito:: Settembre 14, 2018, 05:06:33 pm »

L’ANALISI
Quando i principi universali si usano solo per fare lobbying

Domani l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo voterà la proposta di direttiva sul diritto d’autore, che dovrebbe riformare il settore della distribuzione in Rete dei contenuti protetti dal copyright. Essa riguarda la diffusione di contenuti editoriali, film, serie tv o prodotti musicali, al centro dell’attività illegale della pirateria gestita da organizzazioni criminali internazionali. È stato stimato che il suo fatturato annuale ammonta solo in Italia a circa 6 miliardi di euro e calcolato che nel 2017 il 37 per cento degli adulti italiani ha fruito illegalmente di film e serie tv, con circa 631 milioni di atti di pirateria compiuti. Un flagello che ha effetti gravi sui processi di produzione culturale, con un danno ingente per tutta la filiera, che racchiude autori, editori e altri produttori di contenuti creativi. Di fronte a un fenomeno così evidente, l’adozione di una normativa che ponga un argine al fenomeno dovrebbe essere un atto dovuto. Ma non è così perché motori di ricerca come Google o piattaforme social come Facebook generano ricavi attraverso il consumo da parte dei loro utilizzatori di contenuti diffusi illegalmente, dispensando avvisi pubblicitari e acquisendo dati personali per profilare i comportamenti politici, sociali e di mercato dei propri utenti (così come gli Internet service provider – quali TIM o Vodafone – realizzano entrate vendendo l’accesso alle proprie reti internet).
Questi soggetti stanno svolgendo in queste ore un’imponente azione di lobbying in nome di principi universali, quale il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione. Così raccogliendo i favori degli attivisti e dei soggetti politici che si oppongono al supposto “bavaglio” della Rete, non comprendendo che l’industria americana della tecnologia sfrutta deliberatamente gli argomenti di principio per mettere all’angolo i produttori delle opere creative del nostro continente (come, in casa nostra, Rai o la casa discografica Sugar). Paradossalmente, in un momento di grande tensione tra i due versanti atlantici, i deputati europei, laddove respingessero o snaturassero la proposta di direttiva, fungerebbero da “utili idioti” (secondo l’accezione voluta da Lenin) favorendo le fortissime – se non monopolistiche – aziende americane.
Ma quali sono le norme della proposta di direttiva che i colossi statunitensi ritengono inaccettabili? La loro attenzione si rivolge anzitutto agli articoli 11 e 13 della bozza in discussione. La prima disposizione detta un regime di equo compenso a favore degli editori giornalistici per la pubblicazione dei loro prodotti su internet. Una norma che, osteggiata per motivi “simbolo” di natura ideologica, salvaguarda proprio l’accesso del pubblico all’insieme delle testate giornalistiche e garantisce il pluralismo delle fonti informative. La seconda ha maggiore importanza. Essa, nel testo approvato dalla Commissione giuridica del Parlamento europeo lo scorso giugno, prevede che i provider della Rete siano tenuti a concludere accordi di licenza con i titolari dei contenuti per disciplinarne l’utilizzo (soprattutto quando i primi permettono il caricamento di materiali audiovisivi da parte degli utenti). In assenza di tali patti, operatori come Google o Facebook dovrebbero dotarsi di efficienti meccanismi di filtraggio al fine di rimuovere i contenuti diffusi illegalmente. Una regola che sarebbe di ordinaria attuazione se si considera il grado di avanzamento tecnologico che permette l’uso di tali meccanismi nel rispetto dei ricordati principi universali (come provato all’esperienza britannica dove la Premier League e gli Internet service provider applicano un metodo per la chiusura automatica dei siti pirata che trasmettono abusivamente le partite di calcio). Essa è però in questi giorni al centro di una battaglia durissima tra i parlamentari europei: un paio di proposte di emendamenti tendono a limitarne l’efficacia, lasciando che la disciplina del settore sia esclusivamente assicurata tramite gli accordi di licenza tra produttori delle opere d’autore e i player della Rete, liberando questi ultimi da efficaci obblighi di rimozione dei contenuti diffusi illegalmente.
Questo dibattito, seguito attivamente sui social da migliaia di cittadini europei, ha in ogni caso il merito di far luce su un fenomeno di cui non si coglie il reale disvalore sociale. Come osservato da un magistrato attento come Giangiacomo Pilia, «sarebbe opportuno far comprendere che la pirateria lede interessi, libertà e diritti che sono vitali in ogni società tecnologicamente avanzata». E per questo non vi sarebbe miglior soluzione che l’adozione di un testo di direttiva che tuteli efficacemente il lavoro creativo, seppur ciò possa dispiacere agli strapotenti signori della Rete.
Avvocato esperto di diritto d’autore;
Ha scritto «E Mozart finì in una fossa comune-Vizi e virtù del copyright»

(Milano, Egea, 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Fabio Macaluso

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180911&startpage=1&displaypages=2
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