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Autore Topic: Antonino SCOPELLITI. L’omicidio del magistrato e le parole di Giovanni FALCONE  (Letto 87 volte)
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« il: Agosto 10, 2018, 05:50:03 »

Antonino Scopelliti. L’omicidio del magistrato calabrese e le parole di Giovanni Falcone

Da Francesco Trotta - 4 agosto 2018

Il 17 agosto il 1991 sulle pagine del quotidiano La Stampa, Giovanni Falcone illustrò il significato dell’omicidio di Antonino Scopelliti, il primo magistrato ucciso dalla ‘Ndrangheta a cinquantuno anni, qualche settimana prima, il 9 agosto 1991.

Scrive Falcone: “L’ultimo delitto eccellente l’uccisione di Antonino Scopelliti è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato e probabilmente lo è essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere”.

Chi era Scopelliti? entrato in magistratura a ventiquattro anni, aveva lavorato dapprima presso la Procura di Roma e poi in quella di Milano. Aveva sostenuto anche, tra le altre cose, la pubblica accusa nel “caso Moro”, poi per i fatti della Strage di Piazza Fontana e della Strage del Rapido 904. Soprattutto, all’inizio degli anni Novanta, avrebbe avuto l’onere e l’onore di svolgere la funzione di pubblico ministero nel maxiprocesso di Palermo, giunto al terzo grado di giudizio e da discutere pertanto in Cassazione.

Scopelliti, soprannominato il “giudice solo”, è stato descritto come un magistrato inavvicinabile e incorruttibile (tanto da aver rifiutato, così riportano le cronache, una tangente da 5 miliardi di Lire). Soprattutto fu persona dalla grande levatura morale. “Il pubblico ministero deve fare anzitutto il proprio dovere. La popolarità è un privilegio di cui il giudice non deve tenere conto”, diceva Scopelliti in una delle rarissime interviste televisive concesse.

Il suo omicidio si inserisce nella lunga stagione della guerra della mafia allo Stato, almeno a una parte di esso: a quelle istituzioni che avevano portato avanti arresti e processi, infliggendo pesanti condanne ai mafiosi.

Nel 1988 era stato assassinato il giudice Antonino Saetta, insieme al figlio, per aver accolto la tesi del pool antimafia durante il maxiprocesso. Dopo l’omicidio di Scopelliti, una tragica morte sarebbe toccata proprio a Giovanni Falcone e poi a Paolo Borsellino.

Sono le parole di Falcone a descrivere il significato dell’assassinio del giudice calabrese: “Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato direttamente colpito il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione.

Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione.

Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata. Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa.

L’eliminazione di Scopelliti è avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia siciliana e ciò non può essere senza significato. Anche se, infatti, l’uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l’uccisione avrebbe influenzato pesantemente il clima dello svolgimento del maxiprocesso in quella sede.

E se tale ovvia previsione non ha fatto desistere dal delitto, ciò significa che il gesto, anche se non direttamente ordinato da “Cosa Nostra”, alla stessa non era sgradito. Non si dimentichi, si ribadisce, che Antonino Scopelliti era un magistrato la cui uccisione avrebbe sicuramente determinato l’addensarsi di pesanti sospetti su “Cosa Nostra”, come in effetti è avvenuto.

Si aggiunga che l’omicidio di Scopelliti è avvenuto in terra di Calabria, in una zona cioè dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante “salto di qualità” che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi e che, già da adesso, suona come un grave segnale di pericolo per tutti coloro che in quelle terre sono impegnati in questa, finora impari, battaglia. Se così è e purtroppo ben pochi dubbi possono sussistere al riguardo le conseguenze sono veramente gravi.

È difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra siciliana e ‘ndrangheta calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità; e alla luce dell’esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi.

Non sembri un caso che il maxiprocesso qualunque ne sia la valutazione che ognuno ritenga di darne in termini di efficacia nella lotta alla mafia sia stato scandito in tutte le sue fasi, a cominciare dalle investigazioni preliminari, da assassinii di magistrati e di investigatori con conseguente pesante e inevitabile condizionamento psichico per tutti coloro che per ragioni di ufficio se ne sono dovuti occupare.

Adesso il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani è approdato all’ultima istanza del giudizio, la Cassazione, ed era stato affidato a chi, Antonino Scopelliti, già più volte, con serenità e coraggio, aveva espresso il punto di vista della pubblica accusa, in ultimo opponendosi alla scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati; scarcerazione poi concessa dalla suprema corte con conseguente intervento governativo per bloccare le erronee scarcerazioni.

Non ci vuol molto a capire, allora, che, a parte le eventuali particolari causali dell’omicidio di Scopelliti, lo stesso sarebbe stato inevitabilmente recepito dagli addetti ai lavori come una intimidazione nei confronti della suprema corte e che se è stato tuttavia consumato, le organizzazioni mafiose non temono le eventuali reazioni dello Stato. Ognuno è in grado di comprendere, dunque, qual è il grado di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni mafiose. L’opinione pubblica, nel periodo del terrorismo, ha cominciato a rendersi conto della sua pericolosità con l’inizio degli attentati contro persone che, sconosciute ai più, rivestivano in realtà grande importanza nei meccanismi produttivi del Paese […]. Probabilmente stiamo attraversando adesso, nel campo della criminalità organizzata, una fase analoga”.

Le intuizioni di Giovanni Falcone sarebbero state confermate anche da alcuni pentiti. Gaspare Mutolo nel settembre del 1992 riferì che: “l’omicidio del dottor Antonio Scopelliti sarebbe stato commesso su mandato di Cosa Nostra e collegato con la partecipazione del magistrato, in qualità di pubblico ministero, al giudizio di Cassazione concernente il maxiprocesso” per condizionare un esito favorevole alla mafia.

Mutolo non parlava a caso e aggiungeva: “Ebbi poi specifica conferma, verso il novembre 1991, periodo in cui mi trovavo nel carcere di Spoleto, insieme a Gambino Giacomo Giuseppe “u tignusu”, capo del mio mandamento. […] Nel contesto del discorso con Gambino – racconta ai magistrati – io chiesi da chi fosse stato eseguito materialmente il delitto, posto che era avvenuto in Calabria e mi sembrava impossibile, dati i rapporti tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta, che avessero operato i killer di Cosa nostra […] Gambino mi spiegò che l’omicidio era stato eseguito da killer calabresi, ma su richiesta di Cosa nostra e per fare un favore a quest’ultima”.

Affermazioni confermate anche da altri pentiti eccellenti in seno alla mafia siciliana – come Leonardo Messina, Antonino Calderone e Tommaso Buscetta – e anche da due ‘ndranghetisti: Giacomo Ubaldo Luaro e Filippo Barreca, che hanno collegato l’omicidio del giudice alla “pacificazione” avvenuta all’interno della ‘Ndrangheta, permeata dalla seconda guerra di mafia che aveva interessato la cosca De Stafano e che aveva poi coinvolto altre famiglie ‘ndranghetiste. La guerra di mafia calabrese, iniziata nel 1985, sarebbe terminata nel 1991 proprio a seguito dell’omicidio Scopelliti, dopo aver lasciato dietro di sé circa settecento morti. E a far da pacere fra le famiglie calabresi sarebbe intervenuto proprio Salvatore Riina.

Barreca affermò: “L’intervento dei siciliani, oltre gli interessi iniziali di cui ho parlato, fu ulteriormente motivato, strada facendo, dalla sopravvenuta loro esigenza di eliminare il giudice Scopelliti per motivi connessi al maxiprocesso di Palermo. Tutte le attività criminose di qual si voglia natura, devono passare al vaglio della cupola che ne autorizza l’esecuzione o la vieta”. E l’omicidio del giudice fu avallato, secondo Barreca, di concerto con Cosa Nostra. Laura, uomo della cosca Imerti, precisò: “Il delitto Scopelliti ci ha indotto a venire a patti con la cosca De Stefano-Tegano-Libri, perché ha determinato un intervento di tutti”. Non intendendo, ovviamente, solo la ‘Ndrangheta.

Si svela una trama complessa ed articolata, in cui la morte di Antonino Scopelliti rimane tutt’ora da chiarire.

Ricorda il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Vittorio Sgroi, che “nell’approssimarsi della data della celebrazione in Cassazione del cosiddetto maxiprocesso, l’avvocato generale Dr. Lombardi, che all’epoca – come sovrintendente del servizio penale – predisponeva il calendario delle udienze dei singoli sostituti, mi riferì che il collega Scopelliti si era proposto per la sostituzione quale sostituto d’udienza».

Era il giugno del 1991.

Una circostanza che il pubblico ministero Bruno Giordano, titolare della prima inchiesta sull’omicidio di Scopelliti, ha sottolineato: “Con siffatto comportamento, il Dr. Scopelliti rivelava un interesse di natura quasi extraprocessuale e una particolare motivazione verso la trattazione di quel processo, a dispetto della vistosa traccia di sangue che esso aveva seminato lungo il suo iter. Pertanto, delle due l’una: o il Dr Scopelliti era stato perché interferisse in senso favorevole agli imputati, o viceversa, le ragioni che lo spingevano erano di natura esattamente opposta”. Concludendo, è bene evidenziarlo, che vi erano segnali inequivocabili della dura presa di posizione di Scopelliti contro il fenomeno mafioso.

Indagare ancora. C’è un altro pentito di mafia, Gaetano Costa, proveniente da Messina, che recentemente ha dichiarato: “I legami fra Cosa Nostra e ’Ndrangheta erano strettissimi. Si arrivò anche a progettare e a dare forma (parliamo del periodo successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una super-struttura che comprendeva le due organizzazioni: la Cosa Nuova, questa serviva anche a inserire in modo più organico nel tessuto del crimine organizzato siciliano e calabrese persone insospettabili, collegamenti con entità politiche, istituzionali e massoniche”.

E l’omicidio di Scopelliti sarebbe ascrivibile a questa sinergia tra mafie italiane. “La manifestazione più cruenta di questa alleanza è l’omicidio di Scopelliti”, conclude il pentito. Parole che confermerebbero ancora una volta l’intuizione di Giovanni Falcone. Dopo le bombe e le stragi degli anni 1992 e 1993, però, l’organicità tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta solo apparentemente sembra interrompersi.

O quanto meno si interrompono i rapporti con la fazione dei corleonesi. Le mafie, invece, iniziano un lungo periodo di inabissamento per giungere al cuore economico e politico della Repubblica italiana.

Cosa rimane. Per l’omicidio di Antonino Scopelliti sono stati celebrati due processi. Il primo contro Salvatore Riina e sette capi mafia della “Commissione” di Cosa Nostra e il secondo contro Bernardo Provenzano e altri sei mafiosi, tra cui Filippo Graviano e Benedetto Santapaola.

Nonostante le condanne in primo grado, in appello seguì l’assoluzione.

Nel 2012, nell’ambito del processo “Meta”, Antonino Fiume, uomo dei De Stefano, ha dichiarato che ad uccidere Scopelliti, sarebbero stati due sicari, scelti tra i più bravi in circolazione, appartenenti alle due famiglie ‘ndranghetiste all’epoca della guerra di mafia contrapposte.

Ad oggi esecutori e mandanti, pertanto, rimangono ignoti.

Giovanni Falcone, al termine dell’articolo del 1991, scriveva “Si spera che l’ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l’opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l’effettivo impegno antimafia del governo”.

Da - http://www.cosavostra.it/storie/antonino-scopelliti-l-omicidio-del-magistrato-calabrese-e-le-parole-di-giovanni-falcone/
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