LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Il NOSTRO MODO di RAGIONARE - L'Ulivastro, l'Ulivo Selvatico.  (Letto 315 volte)
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« il: Marzo 17, 2018, 12:56:47 »

Carlo Petrini: “I partiti ormai sono superati la politica riparta dalle comunità”

“Nel Pd poca partecipazione. Il discorso M5S sulla povertà ha funzionato”

Pubblicato il 16/03/2018

Luca Ubaldeschi

La lezione del voto in Italia, dice Carlo Petrini, è chiara: «Assistiamo al superamento di schemi ormai vecchi, la politica deve esprimersi attraverso nuove forme». Il fondatore di Slow Food le identifica nelle comunità, organizzazioni più inclusive, capaci di garantire maggiore partecipazione. Il discorso parte dall’ambiente, ma si adatta perfettamente alla politica. Oggi i partiti, spiega Petrini, «sono sempre più caratterizzati dalle leadership, non a caso molte liste avevano il nome di un politico nel simbolo. Bisogna invece coinvolgere di più le persone. Il carisma va bene, ma se diventa prioritario, se rischia di trasformarsi in arroganza, allora tutto salta».  

Viene spontaneo pensare a una critica al Pd, di cui Petrini - figura di riferimento intellettuale per la sinistra - è stato fra i membri del Comitato promotore. Ma lui smentisce: «Non è mio compito e non voglio fare un’analisi interna ai partiti. È evidente che nel Pd sia mancata la partecipazione, ma io credo che sia tutta la politica a dover dare dignità a istanze che crescono nella società, ad argomenti finora tenuti in secondo piano anche dai giornali. Il primo è l’ambiente. Nella campagna elettorale quasi non se ne è parlato».

Per questo ha deciso di fondare le comunità «Laudato si’» che presenterà oggi in Vaticano? Perché chiamarle con il nome dell’enciclica di Papa Francesco del 2015?  

«È un documento politico di straordinaria valenza. Pone in relazione i disastri ambientali con la distruzione della vita per i più poveri, come prima gli ambientalisti non facevano. Pensavano ai panda, giusto, certo, ma non ai poveri. È l’affermazione dell’ecologia integrale, di quell’educazione a tutelare l’ambiente per difendere al tempo stesso le condizioni di vita dell’uomo. È l’obiettivo delle comunità “Laudato si’”».

Come funzioneranno?  
«L’idea è passare dalla democrazia animale a quella vegetale. Nella prima c’è un cervello che dà gli input agli organi, in quella vegetale ci sono una serie di apparati che contribuiscono alla salute della pianta in modo autonomo. Le nostre comunità saranno aconfessionali, trasversali, aperte a tutti. Addio gerarchie o dipendenza centralizzata. E lo stesso voglio fare con Slow Food».

In che modo?  
«Rendendo i nostri convivi più inclusivi. C’è un gruppo di persone che vuole impegnarsi sui temi di Slow Food? Bene, basta che sottoscrivano gli impegni alla base del movimento e si prefiggano un obiettivo. A quel punto sono già parte di Slow Food, senza dover dipendere da referenti regionali, per dire».
Ma che cosa garantisce che queste comunità possano funzionare bene e non finire ostaggio della confusione?  

«Come dice il saggista austriaco Fritjof Capra, le comunità sono pronte a grandi sfide perché hanno la sicurezza affettiva, a differenza delle organizzazioni classiche. E poi perché funzionano sul principio che all’impegno di ogni comunità corrispondono le buone abitudini che ogni componente singolarmente deve mettere in pratica. Così capitava anche per la sinistra quando ero giovane».

Ora non è più così? Il Pd ha perso milioni di voti anche perché si è allontanato da temi come l’ambiente?  
«No, questa è una colpa di tutti i partiti. Quanto al Pd, beh, vedere le divisioni certo non dà fiducia a un elettorato diventato peraltro molto più ballerino. Una volta non sarebbe stato possibile passare in quattro anni dal 40 al 18,7%».

Lei fa un discorso di strutture organizzative e di argomenti. Sono questi fattori che hanno premiato il M5S e la Lega?  
«Mi vengono in mente le tre domande di Woody Allen: “Chi siamo? Dove andiamo? Che cosa mangiamo stasera?”. Forse hanno dato più attenzione alla terza domanda. Certi discorsi dei Cinque Stelle sulla povertà hanno contato più delle polemiche sui rimborsi».

E la Lega? Sul Ceta, il trattato dedicato al commercio globale Slow Food era più in sintonia con Salvini che con il Pd, giusto?  
«Intendiamoci. Io sono convinto che il nostro governo abbia lavorato bene e che il Pd sui diritti civili sia più sensibile di tutte le altre forze».

Ma lei ha votato ancora Pd?  
«Certo, attraverso la Bonino, è di Bra come me».

Dicevamo della Lega e del commercio globale.  

«Noi eravamo e siamo contrari, convinti che così non si difendono i nostri artigiani, i nostri agricoltori. Contraria era anche la Lega, come il Movimento 5 Stelle, non il Pd. Il Piemonte è stata l’unica Regione a guida centrosinistra a esprimersi contro il Ceta. Non mi risulta che da Roma siano arrivati applausi all’assessore all’Agricoltura Ferrero».

Molti hanno parlato di punti di vicinanza tra M5S e Slow Food. L’hanno contattata?  

«Ho visto Grillo, è venuto da noi a Pollenzo, ma non per attività politica. Mi ha chiesto di scrivere dei miei temi sul suo blog, ora che lo ha staccato dal Movimento. Lo ha chiesto a me e ad altri figure in giro per il mondo. Gli ho dato disponibilità a patto di poter sostenere le mie tesi in libertà».

Che cosa serve per uscire dall’impasse post voto?  
«Meno risse, più dialogo».

Il Pd dovrebbe aprire ai 5 Stelle per il governo?  
«Il buon senso dice che ascolto e attenzione sono dovute, a patto di non essere insultati. La maggioranza della base lo chiede. Hanno avuto fiducia, bisogna vederli all’opera. In Spagna la sinistra ha dato via libera a Rajoy, no? E in Germania l’Spd non si è alleata alla Merkel?».

In Italia la sinistra da che cosa dovrebbe ripartire?  
«Serve un po’ più di radicalità. Guardi Sanders negli Stati Uniti, Corbyn in Gran Bretagna, ma anche Papa Francesco alle prese con una fronda interna mica da ridere. I giovani guardano a figure un po’ radicali. Ma tutto sommato il mio cuore di uomo di sinistra non è lacerato».

Perché?  
«Sono convinto che il Paese abbia ancora tante risorse positive. Sono trasversali, guardi a esempio il volontariato, il compito della politica è ascoltarle, aiutarle».

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/03/16/italia/cronache/carlo-petrini-i-partiti-ormai-sono-superati-la-politica-riparta-dalle-comunit-14TX82xCE7JigqeCjwb1kM/pagina.html
« Ultima modifica: Agosto 10, 2018, 05:41:56 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 19, 2018, 11:17:37 »

Il ritorno (già in atto) degli Imperi, che fagocitano gli Stati, ci obbliga a scegliere con intelligenza persino un amministratore di condominio.

Figuriamoci chi deve governarci con un occhio di interesse verso il suo Impero di riferimento.

La Democrazia dei popoli fuorviati non è Democrazia.

ciaooo
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« Risposta #2 il: Aprile 16, 2018, 11:54:09 »

ICittadini di CentroSinistra (da Fb).

Comprendiamo gli umori di chi, per ragioni diverse, non ha possibilità o desiderio di approfondire i temi socio-politici dell'area di CentroSinistra (non del solo PD o del solo Renzi), noi una traccia sulla soluzione possibile per un vicino futuro l'abbiamo proposta in Fb da mesi.

Lo abbiamo fatto come liberi Cittadini per informare sul nostro punto di vista, non per convincere che siamo su una strada senza uno sbocco sereno.

Oltretutto siamo in pochi e non siamo un partito.

ciaooo
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« Risposta #3 il: Agosto 04, 2018, 04:42:27 »

Ripensare la politica e il ruolo dei partiti
Civismo e partecipazione

Di Maria Medici

Seppure l’evocato trapasso dalla Seconda alla Terza Repubblica dovrebbe essere caratterizzato da un mutamento di fondo, che almeno tocchi, anche se di sfuggita, un cambiamento degli assetti istituzionali, cosa che non sta avvenendo in questi giorni, tuttavia, la situazione attuale e il quadro che si è andato delineando relativamente ai rapporti di forza fra le formazioni politiche obbligano ad una riflessione sul senso e il valore dei partiti tradizionali e sul loro rapporto con la società.

In un clima in cui la dislocazione e lo spostamento del gradimento degli elettori somiglia ad una serie di ondate che hanno riversato soprattutto malcontento e sfiducia dentro il bacino ossimorico della “politica dell’antipolitica”, appare necessario un ripensamento profondo su come oggi la politica (in tutti i suoi aspetti e sfaccettature) si possa porre in relazione con la società.

La ricetta – tutto sommato facile e scontata – del populismo imperante vede nella rivendicazione in nome del popolo di parole d’ordine quali giustizia, onestà, eguaglianza. Qualora si possegga un briciolo di accortezza e di senso della realtà, si potrà convenire che le “belle parole” hanno bisogno di una traduzione nella concretezza dei fatti e dentro un organismo complesso qual è la società contemporanea.

Tuttavia, l’esperienza storico-sociale insegna che le istanze che provengono dal “popolo” hanno bisogno di essere organizzate, rese coerenti col possibile ed il reale delle condizioni di partenza e di quelle prevedibili d’arrivo. Altrimenti, tutto si riduce ad una farsa in cui il “popolo” finisce per essere “cojonato” (come direbbe Trilussa).

Un tempo i partiti “storici” erano i collettori di queste istanze che venivano coinvolte dentro una piattaforma ideologico-programmatica. Oggi, a causa di una crisi profonda della forma partito ma anche per merito di una più diffusa sensibilità collettiva, una realtà significativa appare quella rappresentata dall’associazionismo.

È noto come le associazioni di volontariato spesso suppliscono alla carenza di servizi rivolti alla protezione e promozione dei soggetti più deboli. Altresì si può dire di quelle realtà associative che promuovono e sensibilizzano attorno a tematiche quali l’ecologia, il miglioramento della qualità di vita nei centri urbani, la riflessione sulla partecipazione civica dei cittadini e così via.

È tempo, forse, per quei partiti che a i proclami preferiscono i programmi, di ripensare il modo con il quale porsi in relazione con quella realtà così significativa rappresentata dall’associazionismo, in cui la partecipazione “dal basso” si compie veramente (a differenza della finta democrazia online).

A guadagnarci sarebbero tutti: i partiti troverebbero una strada per controbattere all’antipolitica diffusa ritornando nella società anche per questa strada, ossia cogliendo spunti, idee, richieste dal mondo reale; l’associazionismo, nelle sue molte variate sfumature, potrebbero contare su un appoggio politico che vuole dire il sostegno e la sensibilizzazione laddove si decide e si legifera.

 Letto: 10.711

http://litaliacheverra.it/civismo-e-partecipazione/ripensare-la-politica-e-il-ruolo-dei-partiti/
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« Risposta #4 il: Agosto 06, 2018, 09:15:50 »

Sotto segnaliamo il testo con cui comunichiamo a FB la nostra differenziazione sulla gestione della nostra pagina avuta da Fb in concessione gratuita.

Non abbiamo ancora una risposta sul cambio di titolo richiesto (è già successo nel passato di essere ignorati)

gg


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Il Nostro Modo di Ragionare sarà il nuovo titolo di questa pagina (quando FB lo cambierà) per il momento oscuro la pagina, apro un gruppo che si chiama
"Il Nostro Modo di Ragionare".

Diventerà il titolo di questa pagina appena possibile.

ggiannig

PS: rifiuto di seguitare nel nominare ciò che gli interessati politici non dicono più o dicono per ipocrisia.
L'idea di CentroSinistra resta nel solco dell'Ulivo ma non lo citerò sino a che non sia una realizzazione possibile.
Se continuassimo oggi sarebbe un insistere fanatico.
gg
« Ultima modifica: Agosto 06, 2018, 12:50:32 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #5 il: Agosto 08, 2018, 09:39:58 »

PERDERE LE ELEZIONI

Perdere le elezioni e continuare a pensare con la stessa logica che ce le ha fatte perdere, ha un solo significato: i nostri politici devono cambiare mestiere.

Il che è assurdo per una buona parte di loro, sarebbe uno spreco, sarebbe entrare nella stessa loro logica del “bisticcio” e dell’essere “contro”, che tanti danni ci ha procurato.

Quindi teniamoci i migliori tra loro, quelli che hanno capito e non hanno paura di ammetterlo, valutandoli da come, d’ora in poi, faranno politica di governo stando all'opposizione.

ggiannig
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« Risposta #6 il: Agosto 10, 2018, 05:41:11 »

Migranti, il divario tra percezione e realtà

Di Vittorio Pelligra
16 LUGLIO 2018

BY RICOSTRUIRESTATOEPARTITI

Provate a chiedervi se il numero degli omicidi in Italia, rispetto al 2000, è aumentato, diminuito o rimasto invariato. Ora, nel momento stesso in cui vi accingete a darvi una risposta, il vostro cervello ha già compiuto una serie di operazioni complesse, alcune consce e volontarie, ma la maggior parte, invece, inconsce e automatiche. Tra queste la più importante è quella di ripescare dalla memoria eventi connessi alla stima che ci viene chiesta di elaborare, ricordi, in questo caso di omicidi. Questi ricordi, elaborati poi in modo cosciente, costituiranno la base della nostra risposta.

Quanto siamo bravi a rispondere a simili domande? Quanto è calibrato il nostro giudizio? Pochissimo, a giudicare dai dati. L’84% degli italiani, per esempio, stando all’ultima rilevazione Ipsos Mori, pensa che il numero di omicidi sia cresciuto o certamente non diminuito. Il dato oggettivo rappresenta una diversa realtà; mostra infatti che gli omicidi nello stesso periodo si sono ridotti del 39 per cento. Vabbè, errare è umano del resto. In questo caso però parlare di “errore” sarebbe improprio. Se si trattasse di un errore, infatti, avremmo alcune persone portate a sovrastimare l’incidenza del fenomeno e altre a sottostimarlo e nei grandi numeri queste differenze tenderebbero a eliminarsi. Ciò di cui parliamo qui, invece, sono propriamente delle “distorsioni” (bias), e sono grandemente diffusi tra la popolazione di tutti Paesi studiati, proprio perché hanno a che fare con i nostri processi cognitivi. Riguardano principalmente temi “caldi” mediaticamente, come il suicidio, i rischi per la salute, le credenze religiose, la corruzione, l’immigrazione e altri, perché in questi casi l’esposizione mediatica rende più vivido il ricordo e quindi più veloce la sua disponibilità alla memoria che a sua volta ci porta, inconsciamente, a sovrastimarne il peso nella nostra personale ricostruzione del fenomeno. È importante sottolineare questa differenza tra “errori” e “distorsioni”, perché, a differenza dei primi, queste ultime tendono a essere sistematiche, vanno tutte nella stessa direzione; “sbagliamo”, cioè, tutti nello stesso modo. E se queste distorsioni sono sistematiche, vuol dire che sono prevedibili e quindi utilizzabili, sfruttabili, cavalcabili.

Un esempio istruttivo del disallineamento che si può produrre tra dati reali e percezioni distorte e dell’utilizzo politico che di quest’ultime può essere fatto, ci è stato dato nei giorni scorsi dalla polemica tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri e il ministro degli Interni, Matteo Salvini. Boeri afferma nella sua relazione annuale che alla luce dei dati sulla struttura del nostro mercato del lavoro e delle dinamiche demografiche, il sistema pensionistico italiano rischia di andare in crisi senza l’apporto di nuovi lavoratori immigrati. Salvini gli risponde accusandolo di vivere su Marte. I dati di Boeri sono oggettivi e corretti, ma secondo la percezione dei cittadini e non solo di quelli che votano Salvini, di immigrati ce ne sono già anche troppi: gli ultimi dati Eurispes ci dicono che la maggioranza degli italiani pensa che siano tra il 16 e il 25% della popolazione totale, mentre in realtà sono l’8 per cento.

Questo è il punto cruciale allora: dobbiamo rassegnarci al fatto che il mondo dell’oggettività si debba trasferire su Marte? E chi vorrebbe vivere su questa “Terra”, dove la politica economica, migratoria, fiscale, si basa su percezioni distorte della realtà? Il National bureau of economic research ha appena pubblicato uno studio condotto da tre economisti di Harvard (Alesina, Miano, Stantcheva, 2018, Immigration and Redistribution, Nber) che può aiutarci a dare una risposta a questa domanda. Lo studio non solo mostra, come già affermato, che esiste una diffusa tendenza a sovrastimare l’incidenza degli immigrati nella popolazione, ma anche errori di valutazione sistematicamente distorti rispetto alla distanza culturale e religiosa, alla fragilità economica, al livello di studio, al livello di disoccupazione, all’accesso ai servizi pubblici.

Un’immagine, insomma, gravemente alterata della realtà che riflette però le convinzioni di larga parte della popolazione e in particolare di coloro che si definiscono di centro-destra, non sono laureati e lavorano in settori a bassa qualificazione e ad alta intensità di immigrazione (servizi alla persona, edilizia, etc.). Ma la conclusione più interessante della ricerca, e per certi versi più sconfortante, è ancora un’altra e riguarda il fatto che anche quando ai cittadini vengono fornite informazioni precise e affidabili circa il numero di immigrati, le loro caratteristiche religiose ed etniche e i loro sforzi lavorativi, che dovrebbero ridimensionare i preconcetti e mitigare le distorsioni, queste non cambiano ma, al contrario, si dimostrano impermeabili alla realtà. Un dato non proprio coerente con la retorica della post-ideologia. Questa immagine, per quanto falsata, conta, e molto, perché da essa scaturisce il consenso per alcune politiche invece che altre, in questo caso, per esempio, le politiche redistributive che vengono avversate proprio da quei cittadini poveri che più ne trarrebbero beneficio.

La politica della percezione rischia quindi di sfavorire proprio la sua base elettorale, il cui consenso viene abilmente veicolato e utilizzato. Ecco perché, quindi, è quanto mai necessario attivare anticorpi di serietà e responsabilità che ci aiutino a non far aumentare ulteriormente il divario tra percezione e realtà, a non farlo cavalcare per fini di consenso, affinché non si utilizzi per politiche partigiane la fragilità naturale dell’opinione pubblica, ma si possano basare le scelte politiche sulla migliore evidenza disponibile. O saremo tutti, prima o poi, costretti a emigrare su Marte.

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Da - http://ricostruirestatoepartiti.altervista.org/migranti-il-divario-tra-percezione-e-realta-di-vittorio-pelligra/
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