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Autore Discussione: Rinaldo Gianola - L’ultrà di Confindustria  (Letto 2955 volte)
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« inserito:: Novembre 15, 2007, 11:00:42 pm »

L’ultrà di Confindustria

Rinaldo Gianola


«Vorrei il Sole-24 Ore in inglese» auspica Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria, e sembra di sentir parlare un lord davanti a una tazza di tè. Oh yes: il giornale degli industriali in versione britannica e anche in Borsa, anzi allo Stock Exchange, ma quei comunisti della Cgil e il ministro Damiano, invece, all’inferno! Anzi peggio.

Sarà stato forse colpa del jet lag, dopo il recente viaggio a New York per comprarsi un’altra bella azienda, ma Bombassei ieri è uscito dai confini della sana polemica sindacale e politica tracimando nel territorio della volgarità e dell’accusa gratuita tipica dei leader leghisti o fascisti, roba da Calderoli o Storace.

Parlando dell’ipotesi di confronto col governo sull’aggiornamento del modello contrattuale, il padrone della Brembo, uno dei papabili a succedere a Montezemolo, ha dichiarato:«Il ministro del Lavoro è un ex Cgil, e una Cgil in più al tavolo mi sembra troppo, ne basta già una». Damiano, fin troppo buono, l’ha etichettata come «battuta infelice», Epifani, più duro, ha parlato di «parole irricevibili, al limite della volgarità». Le parole di Bombassei, pur nel colorito quadro delle dichiarazioni quotidiane di politici e industriali, non possono essere archiviate come un incidente, anche perchè si moltiplicano gli incidenti dei vertici della Confindustria che non si sanno tenere a freno. Prima c’è stato Montezemolo che accusava i sindacati di “rappresentare e difendere solo i fannulloni” (con successiva telefonata di scuse ai leader sindacali), poi il capo degli industriali meccanici, il vicentino Calearo, che parla di Epifani e sindacati come dei perditempo mentre lui sì che deve lavorare. Adesso tocca a Bombassei.

Quando un imprenditore del calibro di Bombassei, che conoscevamo per le sue capacità e la sua educata franchezza, arriva a sospettare dell’onestà, dell’autonomia di un ministro della Repubblica solo perchè in passato è stato un sindacalista della Cgil allora c’è qualche cosa che non torna. L’industriale della Brembo, evidentemente, fa ancora fatica a considerare il valore, la storia, la capacità di rappresentanza della Cgil che, mentre i colleghi di Bombassei facevano la claque a governi di evasori e falsificatori di bilanci, cercava di tener insieme il Paese, difendere le sue istituzioni democratiche, garantire i diritti di lavoratori e pensionati.

Ma, a questo punto, c’è da chiedersi cosa sta succedendo in Confindustria. La realtà è che le intemperanze verbali degli industriali sono il risultato di una tensione altissima e di scontri violenti all’interno dell’organizzazione degli imprenditori. Lo testimonia anche lo scambio polemico e pubblico tra lo stesso Bombassei, che invita sindacati e Federmeccanica «a chiudersi a chiave» fino a quando non avranno frimato il contratto dei metalmeccanici, e il leader degli industriali meccanici Calearo che invece vorrebbe «chiudere a chiave Epifani e Bombassei» per cambiare il modello contrattuale.

In questa polemica traspare l’evidente divisione tra imprenditori del settore meccanico: c’è chi come la Fiat, la Brembo e molte altre imprese, che vanno benone e hanno già dato o promesso anticipi ai loro dipendenti, vogliono firmare velocemente e chi, invece, sognava di cambiare i giochi, anche politicamente, usando la carta della riforma dei contratti. Questa rissa è tutta interna a Federmeccanica come testimonia anche l’invito di Montezemolo al direttore generale Santarelli a cambiar lavoro. Gli altri industriali, tessili e chimici ad esempio, rimangono lontani da questa ”dialettica” e puntano a rapporti sereni con le confederazioni. E c’è di più. Quando Epifani propone a Confindustria di affrontare l’ammodernamento del sistema contrattuale davanti al governo non lo fa per provocare le imprese o perchè ha perso la trebisonda.

Nelle ultime settimane, dopo il referendum sul protocollo Welfare, ci sono stati contatti ai più alti livelli tra sindacati e viale dell’Astronomia per ridiscutere il modello del luglio 1993. Il segretario della Cgil lo ha fatto con l’obiettivo non di cancellare tutto, ma di aggiornare quel sistema per proporre una formula nuova di politica dei redditi che, partendo dai contratti, diventasse l’occasione per redistribuire puntualmente quote di produttività e garantire un forte aumento delle retribuzioni. Epifani ha condotto il gioco, ne ha parlato con Montezemolo e con il governo. E tutto sembrava filare liscio, anche in Confindustria. Poi, però, sono fioccate le accuse e gli insulti. E allora la Cgil inizia a domandarsi: chi comanda in Confindustria? Perchè Montezemolo non vuole trattare del modello contrattuale col governo presente? Se l’accordo del ‘93 venne sancito da sindacati e da tutte le organizzazioni di imprese, artigiani e commercianti, proprio davanti all’esecutivo, perchè adesso non si dovrebbe coinvolgere Prodi che, tra l’altro, nella riforma dei contratti dovrebbe dire qualche parola decisiva sul fronte fiscale? Le spiegazioni possono essere diverse: forse gli industriali non si fidano di Damiano (sarebbe gravissimo), magari temono l’influenza della sinistra radicale oppure sperano che Prodi cada presto.

Sullo sfondo, ma sempre più in evidenza, c’è la corsa alla successione di Montezemolo, il cui esito si deciderà nei prossimi mesi. Dichiarazioni, polemiche, schieramenti vanno valutati tenendo presente l’appuntamento della prossima primavera. Bombassei ci punta, Calearo vorrebbe almeno una vicepresidenza. Poi c’è Emma Marcegaglia, che potrebbe essere la prima donna a guidare gli industriali. Si vedrà. Ieri sera, ai vertici della Cgil, c’era chi rimpiangeva qualche industriale del passato: «Gente come Callieri o Romiti erano duri e senza fronzoli, ma avevano la cultura delle relazioni sindacali e rispettavano chi parlava a nome di milioni di lavoratori».


Pubblicato il: 15.11.07
Modificato il: 15.11.07 alle ore 9.20   
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