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Autore Discussione: Tre milioni di precari, un popolo: il 12% della forza lavoro  (Letto 2775 volte)
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« inserito:: Novembre 14, 2007, 09:03:19 am »

Tre milioni di precari, un popolo: il 12% della forza lavoro

l. d.


La buona notizia è che il rapporto «Occupazione e forme di lavoro precario» è la prima analisi professionale che viene fatta dal ministero del Lavoro. La cattiva notizia, invece, è che risultano esserci contenute tutte le criticità del lavoro temporaneo in Italia. Dalle difficoltà nel passaggio dal lavoro temporaneo al lavoro permanente all'uso distorto di alcuni strumenti (come l'apprendistato) che dovrebbero garantire un migliore passaggio dall'ingresso nel lavoro alla permanenza; e ancora - ultimo ma non ultimo per importanza - la dimensione quantitativa che è di quasi tre milioni di precari: sono queste le caratteristiche del lavoro a termine in Italia.

La dimensione non è superiore a quella europea ma è in crescita e, tuttavia, qui c'è carenza di politiche mirate che facilitino la transizione dalle fasce più a rischio di permanenza nella precarietà. I dati "certi" e comparabili - e che «costituiscono un anticipo dei contenuti di un dossier sull'occupazione e le forme del lavoro precario che il Ministero del Lavoro ha messo a punto e che nei prossimi giorni sarà reso disponibile in versione integrale», viene detto nel corso di una conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dati sull'occupazione e il lavoro precario - tiene conto dell'indagine Istat sulle Forze di Lavoro (Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro - RCFL) e i dati degli archivi amministrativi dell'Inps così come strutturati nel Campione Longitudinale degli Attivi e dei Pensionati.

Per determinare l'area del lavoro a termine vengono considerati i lavoratori dipendenti con un contratto temporaneo (compresi gli interinali, gli stagionali, i contratti d'inserimento, a chiamata e così via) e i lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa - che sono 404mila - e i prestatori d'opera occasionale (93 mila).

Gli agricoli a termine - e che, date le caratteristiche del settore, sono inseriti in una categoria a parte - sono 246mila, mentre il popolo dei precari di tutti gli altri settori sono due milioni e 473mila. Complessivamente, il lavoro a termine è un fenomeno che riguarda l'11,8 per cento degli occupati.

Le caratteristiche del lavoro a termine sono scoraggianti: nove dipendenti a termine su 10 hanno accettato il lavoro perché non hanno trovato di meglio. Tra i motivi per cui si lavora a tempo determinato, i più segnalati sono il "lavoro stagionale", il "lavoro occasionale" e il "periodo di formazione o apprendistato": tipologie lavorative che arrivano a essere, in molti casi, veri e propri paraventi per il lavoro nero e lo sfruttamento, come quello dei "dipendenti mascherati". «Un caso esemplare è quello degli apprendisti "estivi", molto diffusi nel Nord-Est del Paese», osserva il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.

I contratti del lavoro a termine sono, in generale, diffusi di più fra le donne che fra gli uomini (nel 2006 le donne presentano in Italia un'incidenza maggiore rispetto agli uomini di dipendenti a termine), sono più diffusi nella classe d'età tra i 15 e i 24 anni (39,6 per cento) mentre nell'età critica dei "bamboccioni" (25-34 anni) passa a 16,6 per cento e dai 35 anni in sù si mantiene, comunque, tra il 5,9 per cento e l'8,8 per cento. E ancora, in base alla ripartizione territoriale, i contratti di lavoro a termine sono diffusi di più nel Centro (12,4 per cento) e più nel Mezzogiorno (12,7 per cento) che nell'Italia del nord, dove si aggirano intorno al 10 per cento).

Un ultimo dato riguarda il titolo di studio. Il lavoro precario riguarda soprattutto diplomati (11,5 per cento) e laureati (15,8 per cento). La concentrazione in particolari categorie sociali rende questo fenomeno particolarmente "spinoso".


Pubblicato il: 13.11.07
Modificato il: 13.11.07 alle ore 21.42   
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