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Autore Topic: PAOLO RODARI.  (Letto 1570 volte)
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« il: Maggio 07, 2013, 11:16:23 »

Andreotti, l'amico dei Pontefici

Da Pio XII a Benedetto XVI, il rapporto con il Vaticano e i Papi decisivo nella storia privata e politica del Divo.

"Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui", disse il cardinale Tonini.

Wojtyla lo benedisse durante la beatificazione di Padre Pio mentre era in corso il processo Pecorelli

di PAOLO RODARI


Giulio Andreotti e il Vaticano. Più che una lunga amicizia, un feeling strutturale. "Per anni ha vissuto come fosse un segretario di Stato Vaticano permanente", disse di lui Francesco Cossiga, volendo significare che tutto si può dire di Andreotti ma non che si muovesse senza cercare sempre e costantemente il confronto con il Vaticano, la Chiesa, i suoi governanti. Non solo, negli anni della grande Ostpolitik verso i regimi del blocco comunista, Andreotti faceva sul fronte laico ciò che i cardinali Casaroli e Silvestrini facevano sul fronte ecclesiale.

"Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui", disse in occasione dei suoi novant'anni il cardinale Ersilio Tonini, che raccontò delle tante amicizie che Andreotti poteva vantare oltre il Tevere. "Il suo più grande amico in Vaticano fu il cardinale Fiorenzo Angelini. Nacque a campo Marzio, nel cuore della vecchia Roma. Forse per questo Andreotti lo sentiva particolarmente amico".

Già, la vecchia Roma. È qui che Andreotti tesse i primi rapporti coi monsignori d'oltre il Tevere. Impara a conoscerli, a stimarli, a capire che per lui, per il suo modo d'essere, la loro amicizia era importante. Conobbe il futuro Pio XII, allora monsignor Pacelli, in casa della sorella di quest'ultimo, Elisabetta sposata Rossignani. Disse Andreotti: "Abitavamo vicini in via dei Prefetti. Pacelli vi portava del cioccolato per le nipoti. E me lo offriva pure a me sul loro terrazzo. Per la verità, l'allora monsignor Eugenio mi diceva poco. Nella zona di via dei Prefetti ero molto più interessato ai giocatori della Roma che mangiavano da sora Emma".

L'amicizia con Pacelli continuò per anni. Per lui Pacelli, al di là delle accuse di non aver fatto abbastanza per gli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale, "era un sant'uomo". Disse: "Metteva un po' soggezione. Era ieratico. Trasmetteva austerità ma anche regalità. Era insieme sacerdote e sovrano. Non credo che amasse molto i preamboli nelle conversazioni. E poi voleva sempre risposte molto precise. Era un Papa innovatore, seppure attaccato alla tradizione. Per lui la tradizione era una forza a cui aggrapparsi. Insieme non amava le devianze. Una devianza che combatté con forza fu quella dei comunisti cattolici di Franco Rodano. Un giorno la polizia fascista arrestò Rodano perché anti-fascista. Poco tempo dopo Pio XII dovette fare un discorso rivolto agli operai. Gli scrissi: "Per favore, non parli di Rodano. È in prigione e la considererebbe una pugnalata alle spalle". E, infatti, Pio XII, non ne parlò. Qualche giorno dopo andai col consiglio superiore della Fuci dal Papa. Mi guardò con occhi severi e mi chiese: "Andava bene il discorso?"".

Ricordi appesi al filo della memoria. Parole che dicono quanto stretto fosse, per Andreotti, il legame con il Vaticano. Ma più che con il Vaticano, coi Papi. Disse di lui ancora Tonini: "Assieme a Giorgio La Pira, Aldo Moro, Luigi Gedda e altri fu tra i primi a rispondere all'appello di Pio XII rivolto ai politici: "Fatevi valere". E quella classe di nuovi dirigenti politici si fece davvero valere nell'immediato dopo guerra".

Prima di Pacelli, Andreotti conobbe Pio XI. A dodici anni si trovò in un'udienza nell'aula concistoriale. Raccontò: "Quando lo vidi rimasi di stucco. Gridava e si mise pure a piangere. Ero atterrito tanto che svenni e finii dietro una tenda bianca. Piangeva perché tutti lo accusavano di aver sbagliato a fare il concordato con Mussolini tanto che, nonostante l'accordo, i circoli cattolici erano ancora perseguitati".

Dopo Pacelli invece, Giovanni XXIII. I due s'incontrarono un giorno a Venezia. "Mi trattenne a colazione e mi disse: "Riposati un po'. Ti faccio fare la pennichella nel letto di Pio X". E così fu", raccontò ancora lo stesso Andreotti.

Montini, futuro Paolo VI, fu invece assistente alla Fuci, l'associazione dei giovani cattolici della quale Andreotti fu presidente. Con Montini, dunque, egli aveva una certa familiarità. Disse: "Ricordo un discorso al Campidoglio in cui disse che fu una provvidenza per la Chiesa la caduta dello Stato Pontificio: piovvero critiche inverosimili".

Poi Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Il primo Andreotti non fece a tempo a conoscerlo. Wojtyla invece lo conobbe bene. Disse: "Quando compii ottant'anni mi chiamò. Pensai fosse lo scherzo di qualcuno e invece era lui. Mi disse: "Non dica ottanta ma dica che è entrato nel nono decennio di vita"".

Poi Joseph Ratzinger. Quando era cardinale andò al Senato, in quel momento presieduto da Marcello Pera. Andreotti ricordava sempre quel giorno: "Alla fine tutti dissero: "Abbiamo ascoltato il cardinale Pera e il presidente Ratzinger". Fece, infatti, un discorso di alta politica". Dopo l'elezione i due s'incontrarono e Ratzinger gli disse: "Lei non invecchia mai".

E con Bergoglio. Un'amicizia "filtrata" da don Giacomo Tantardini. Andreotti per anni ha diretto 30Giorni, il mensile che Tantardini ispirava e sul quale Bergoglio è stato più volte intervistato. Ma il legame fu anche precedente l'esperienza di 30Giorni, riconducibile agli anni in cui Pio Laghi, amico di Casaroli e Silvestrini (e dunque indirettamente di Andreotti) era nunzio in Argentina.

Certo, non sempre i rapporti col Vaticano furono idilliaci. Nel 1978 fu Andreotti a firmare la legge sull'aborto. Disse in merito Tonini:"Non lo critico per questo. Credo non avesse altra scelta. E così molti hanno pensato in Vaticano. Abdicare come probabilmente avrebbe voluto fare, avrebbe voluto dire consegnare il paese non si sa a chi. Ne eravamo tutti consapevoli. E la cosa andava evitata. Fu un grande dolore consumato in anni difficilissimi. Ma quella firma non intaccò la stima vaticana nei suoi confronti". E ancora: "Insomma, ha sempre saputo come muoversi oltre il Tevere. Diciamo che sapeva come tenere i rapporti senza compromettere nessuno. In tanti anni non ha mai compromesso nessuno della Santa Sede. Cosa non da poco e non da tutti. Non è stato con la Santa Sede un "furbetto", uno che faceva i propri interessi alle spalle altrui. Tutt'altro. Consigliava e si lasciava consigliare".

(06 maggio 2013) © Riproduzione riservata

DA - http://www.repubblica.it/politica/2013/05/06/news/andreotti_chiesa_rodari-58176455/?ref=HRER3-1
« Ultima modifica: Settembre 13, 2013, 04:46:43 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Settembre 13, 2013, 04:47:26 »

L'EVENTO

Sei mesi con papa Francesco

Una Chiesa aperta al mondo

Sei mesi con papa Francesco Una Chiesa aperta al mondo

Dalla sua elezione, 13 marzo, niente è stato più come prima. I media  si contendono le sue immagini, ogni volta che appare in tv gli ascolti si impennano. Parole semplici, il contatto continuo con i fedeli, e la gente ha di nuovo fiducia nel vicario di Cristo come dice un'indagine  Demopolis che pubblichiamo in esclusiva

di PAOLO RODARI

CITTÀ DEL VATICANO  -  Vola "Lumen Fidei", la prima enciclica di papa Francesco che, con le sue duecentocinquantamila copie vendute in lingua italiana (più di 1 milione nelle dodici lingue nelle quali è stata finora tradotta) in poco più di due mesi, dipinge sul volto di don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, un sorriso che non si vedeva da tempo. Ma sono tutti coloro che nella Santa Sede hanno a che fare con la vendita di prodotti riguardanti Jorge Mario Bergoglio a sorridere: il Papa giunto da "un Paese ai confini del mondo" tira  -  è il caso di dirlo  -  come Dio comanda.

Nulla è più come prima. Sei mesi di pontificato, e già nulla è come prima entro la cinta muraria eretta da Leone IV per difendere il colle vaticano dai saccheggi dei saraceni. "Da una chiesa assediata, con mille problemi siamo passati a una Chiesa che si è aperta", ha confermato in una delle sue prime uscite Pietro Parolin, nuovo segretario di Stato. Ammettendo che gran parte del merito della rivoluzione in atto dopo la stagione dei veleni e degli scandali è di un marchio capace di guadagnare consenso come raramente si è visto in passato: Francesco. Il segreto? Secondo don Costa è tutto nella domanda. Più elitario e ricercato il pubblico di Joseph Ratzinger, il teologo prestato al papato, "diverso, più popolare, quello di Bergoglio".

Il Vaticano fa audience. Se ne sono accorte anche le televisioni. Fino a sei mesi fa i principali notiziari italiani faticavano ad accettare servizi riguardanti la Chiesa, il Papa e il Vaticano. Gli ascolti, non è un mistero per nessuno, calavano ogni volta inesorabilmente. Oggi bastano due battute del Pontefice delle Pampas per guadagnare audience. E sbaragliare la concorrenza. Ne sa qualcosa Tv2000, la televisione dei vescovi italiani. Nella notte fra sabato 27 e domenica 28 luglio l'emittente ha mandato in onda la veglia sul Lungomare di Copacabana in occasione della Giornata mondiale dei giovani convocata da Francesco. Tv2000 ha ottenuto il 7,12 per cento di share con picco, in chiusura, al 9.61 per cento. È in corrispondenza di questa diretta di due ore e 30 minuti (in onda dalle 00.30 alle 3.00) che Tv2000 è risultata la tv più seguita d'Italia collocandosi al primo posto assoluto nella classifica delle emittenti generaliste, davanti a Rai1, Rai2, Canale5, Italia1 e Rete4.

Le telefonate del Papa. Ascolti che continuano, inarrestabili, in occasione di ogni diretta papale. E, infatti, pure la piattaforma di Murdoch se ne è accorta. Con che cosa due domeniche fa Sky Tg 24 ha scelto di inaugurare l'arrivo dell'Alta Definizione? Con la diretta dell'Angelus recitato da Francesco in piazza San Pietro.
Don Dario Viganò, prete esperto di cinema e direttore del Centro televisivo vaticano (Ctv), incontra regolarmente il Papa. Spiega che è Bergoglio, il primo, a essere sorpreso del clamore mediatico che i suoi gesti suscitano. Soprattutto il clamore delle sue telefonate. Dice Viganò: "È il suo stile da sempre, il suo modo per tenere rapporti con i preti della sua diocesi , con le famiglie che conosceva e con le realtà con cui entrava in comunicazione. Alcune persone le chiama per telefono, ad altre manda un piccolo biglietto. Tanto che sorridendo il Papa mi ha detto: 'Se sapessero i giornalisti tutte quelle che ho fatto!'".

Richieste da tutto il mondo. E ancora: "Francesco ha un riflesso anche sul Ctv: ha risvegliato l'attenzione non solo per i network nazionali ma anche per tutti i broadcast internazionali circa le notizie legate all'attività del pontefice. Aumentano le richieste di accordo con il Ctv e, oltre all'America del Nord e all'Europa, Asia e Africa, come prevedibile aumentano anche le richieste dall'America latina per avere produzioni in diretta. Per l'America latina dobbiamo attivare un altro satellite e questo diventa un impegno enorme per noi. Tradizionalmente veniva offerto l'Angelus e l'udienza generale: ora moltissime altre richieste di dirette giungono quotidianamente".

Quei gesti semplici che piacciono. Che Francesco sia una calamita lo dicono tanti dati. Soprattutto quelli in possesso della Prefettura della Casa Pontificia. Dal 27 marzo al 26 giugno, sono 825mila i fedeli che hanno chiesto i biglietti per l'udienza generale del mercoledì. Se si tiene conto che solitamente solo un terzo dei presenti entra in piazza col biglietto, significa che alle 14 udienze hanno partecipato in media oltre 100mila persone. Numeri che, dati alla mano, faceva soltanto Karol Wojtyla nei tempi d'oro. Francesco ci mette nel suo. In piazza rimane diverse ore, saluta spesso i fedeli a uno a uno. Lascia che i ragazzi facciano insieme a lui degli autoscatti sull'iPhone. Fa salire giovani handicappati sulla papamobile. Scambia la papalina coi fedeli. Abbraccia vecchi amici. Accetta lettere private. Indossa la sciarpa rossoblu del San Lorenzo, la squadra del cuore. Per lui, il tempo speso fra la gente, non è perso.

Preti a disposizione nei Musei. L'effetto Francesco non è poca cosa ai Musei Vaticani dove, dopo un anno di magra, le entrate sono schizzate in alto con un trend di visitatori che negli ultimi sei mesi è aumentato del sette per cento. Freotte di turisti entrano nei musei per visitare il patrimonio vaticano, certo, ma anche per altro. In scia a un Papa più accessibile, un pastore che non disdegna l'odore del gregge, cercano anch'essi un contatto col divino. Se ne sono accorti i dirigenti dei musei che hanno allestito quello che scherzosamente chiamano "servizio pretaggio". Due preti, uno in cima alla scala del Bramante, l'altro all'entrata della Sistina, sono a disposizione per chiunque abbia bisogno di un colloquio. Innumerevoli le persone che si fermano. E parlano raccontando di sé e chiedendo consigli.

Il sondaggio. Oggi la Chiesa comunica fiducia. Lo dice bene un'indagine realizzata in esclusiva per Repubblica dall'Istituto Demopolis e relativa proprio ai primi sei mesi di pontificato di Francesco: l'88 per cento degli italiani si fida di papa Francesco. È il dato di fiducia più alto registrato negli ultimi 20 anni. L'apprezzamento dell'opinione pubblica cresce al 90 per cento tra le donne, al 96 per cento tra i cattolici e raggiunge il 67 per cento nel segmento composto da non cattolici e non credenti: dato, quest'ultimo, estremamente significativo, molto superiore perfino a quello degli anni più intensi del pontificato di Giovanni Paolo II, cresciuto ulteriormente dopo le ultime scelte di Bergoglio e la sua visita a Lampedusa. A colpire maggiormente gli italiani sono la spontaneità e il linguaggio del Papa, evidenziati dall'80 per cento degli intervistati; ma anche la grande vicinanza alla gente, avvertita da oltre 7 intervistati su 10. Incide significativamente, per il 75 per cento, anche l'attenzione mostrata in questi primi mesi verso i più deboli. La conferma viene anche da alcune parole del Pontefice che hanno colpito gli italiani: "Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!". Le scelte ed i gesti dei primi sei mesi di pontificato stanno già incidendo sul rapporto tra opinione pubblica e Chiesa Cattolica: dopo un periodo di profonda crisi, torna a crescere la fiducia nella Chiesa che si attesta oggi al 63 per cento. Quasi venti punti sopra il dato rilevato dal Barometro politico Demopolis nel gennaio scorso. Crescono anche le aspettative per il futuro: se il 23 per cento appare comunque scettico, oltre sei italiani su dieci appaiono convinti che Francesco contribuirà ad un profondo rinnovamento della Chiesa.

12 settembre 2013

© Riproduzione riservata

da - http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/09/12/news/i_primi_sei_mesi_di_papa_francesco-66398991/
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« Risposta #2 il: Ottobre 24, 2015, 12:17:05 »

Tutti i nemici del Papa
Non solo i cardinali della lettera che scuote il Sinodo, definita da padre Lombardi un “atto di disturbo”, ma anche gruppi economici e di potere che vogliono sovvertire la rivoluzione di Francesco

Di PAOLO RODARI
14 ottobre 2015

CITTÀ DEL VATICANO - Lo chiamano "Papa argentino " per screditarlo. Per rimarcare la distanza, culturale e ideologica, fra loro e lui. Sono cardinali di curia e vescovi, certo, che tuttavia hanno dietro di loro anche gruppi di potere e di pressione precisi, consorterie fin dal 13 marzo del 2013 in-sofferenti verso il magistero sociale del Pontefice.

Ieri padre Federico Lombardi ha sminuito la portata deflagrante della lettera dei cardinali inviata a Francesco e pubblicata da L’Espresso. "Chi a distanza di giorni ha pubblicato la lettera ha compiuto un atto di disturbo non inteso dai "firmatari", almeno da alcuni dei più autorevoli", ha detto il portavoce vaticano. Che ha chiesto anche di "non lasciarsi condizionare", in quanto l'azione di disturbo è mossa da seconde linee. Eppure, l'effetto è il medesimo dei tempi di Vatileaks, quando le carte passavano da dentro il Vaticano e arrivavano fino ai media. La vera pistola fumante del Sinodo, ha scritto non a caso il sito d'informazione Il Sismografo vicino alla Santa Sede, "è l'esistenza di una cordata di eminenti vaticanisti che hanno abbandonato il nobile mestiere dell'informazione per passare, con corpo e anima, a quello del velinaro (per di più maldestro)". Certo, per molti Oltretevere una differenza almeno apparente esiste fra l'ultimo periodo del pontificato di Ratzinger e oggi. Mentre allora c'erano cordate interne alla Santa Sede che si combattevano per ragioni di potere, oggi le posizioni eterogenee sembrano essere principalmente ideali, culturali. Ma, si chiedono nello stesso tempo ancora in Vaticano, può essere tanta insofferenza causata soltanto da posizioni divergenti sulla dottrina?

L'INFOGRAFICA
Per Nello Scavo, giornalista di Avvenire e autore di "I nemici di Francesco" (Piemme) appena uscito, gli avversari del Papa sono anche coloro che lo screditano cercando di metterlo a tacere. "C'è una battaglia ideologica -  dice -, questo è vero, condotta anche in buona coscienza. Tuttavia, in questi anni, dentro la curia c'è anche chi ha provato a rifilare a Francesco qualche polpetta avvelenata. Oltre al Sinodo e al recente caso del teologo omosessuale Charamsa, c'è stata la vicenda di un progetto che prevedeva la costituzione da parte dello Ior di una Sicav -  fondo di investimento a capitale variabile -  in Lussemburgo. Il Papa se ne accorse all'ultimo momento e bloccò il progetto. Certo, non era niente di illegale, eppure l'immagine del Papa ne sarebbe stata compromessa. A significare che dentro c'è anche chi manovra per indebolire il carisma e la forza di Francesco".

Una tesi, quella di Scavo, che combacia, in parte, con quanto affermato da uno dei teologi sudamericani più vicini a Bergoglio, Leonardo Boff. Pur aperto sull’omosessualità -  la visione dei vescovi che essa debba essere vissuta castamente "è riduttiva ", ha affermato ad Oggi -  il paladino della teologia della liberazione ritiene che dentro il Vaticano vi sia chi ordisce trappole contro il Papa. Boff pensa in particolare che dietro il coming out di Charamsa vi sia "una trappola montata dagli ambienti di destra nella Chiesa che si oppongono al Papa. Perché non lo ha fatto in modo semplice ma provocatorio, per creare un problema al Sinodo e a Francesco. Ostentare in quel modo la sua scelta, il suo compagno... Non si deve giocare per mettere il Papa alle strette".

Francesco dà l'impressione di sapere bene chi sono gli amici e chi i nemici. E che se c'è chi lo ama e lo segue, vi è anche chi farebbe volentieri a meno di lui. Nello stesso tempo, tuttavia, non vuole cedere alle teorie cospirative, all'idea che il Vaticano sia un covo di serpi. Eppure, spiega Massimo Faggioli, storico del cristianesimo alla University of St. Thomas a Minneapolis, "è questo il momento più visibile e temerario nella lotta condotta da parte dell'establishment ecclesiastico contro di lui". E ancora: "Fin dal marzo 2013 si era percepito il montare della resistenza al pontificato, e si sapeva che il Sinodo dei vescovi era il punto chiave. Il fatto che la lettera sia stata consegnata al Papa il 5 ottobre, primo giorno del Sinodo, è prova che si tratta di un'iniziativa coordinata ben prima dell'inizio dell'assemblea a Roma (ed è a questa iniziativa che Francesco rispose col discorso sulla "ermeneutica cospirativa" del 6 ottobre in aula sinodale). È anche chiaro che mentre Francesco era in visita in America, alcuni vescovi americani, tra un abbraccio e l'altro al Papa, stavano preparando contro Bergoglio un attacco che non si sarebbero mai sognati di fare contro i sinodi per finta di Papa Wojtyla e Papa Ratzinger". In sostanza si riferisce al caso del saluto ricevuto presso l'ambasciata di Washington da parte di Kim Davis, l'impiegata comunale del Kentucky che ha rifiutato la licenza matrimoniale a diverse coppie gay, e che per questo è stata arrestata. La Davis, e parte del mondo conservatore statunitense, ha fatto passare questo saluto come un appoggio papale alle sue battaglie anti gay.

Chi ha consegnato, e con ogni probabilità ideato, la lettera al Papa critica sui lavori del Sinodo è il cardinale australiano George Pell. Zar dell'economia vaticana, ha posizioni dure sulle aperture papali. Ritiene che concedere l'eucaristia ai divorziati risposati sia un male. Una posizione simile a quella di altri firmatari della lettera, fra cui il cardinale Robert Sarah per il quale pensare di dare l'eucaristia ai divorziati è opera del Maligno. La costituency di Pell è quella della finanza americana. Ritenuto vicino ai potenti Cavalieri di Colombo, quando deve tenere una conferenza va sempre al Pontifical North American College sul Gianicolo, il luogo in cui i circuiti curiali finanziari americani danno sfoggio di sé nella capitale. Così anche altri due cardinali firmatari della lettera: Daniel N. Di Nardo, arcivescovo di Galveston- Houston e vicepresidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, e Timothy Dolan, arcivescovo di New York e capo dei vescovi Usa. Gran parte dell'opposizione mossa a Francesco viene dal mondo conservatore nord americano. È ancora Scavo, nel suo volume, a ricordare che a sostenere le battaglie dei "neocon" anti-Bergoglio ci sono uomini come Dick Cheney e capitali come quelli messi a disposizione dalla Halliburton. Scrive Scavo: "Bastano questi due nomi per farsi un'idea precisa degli ambienti "antipapisti" a stelle e strisce da cui partono alcuni degli attacchi a Bergoglio su vari fronti: economia, teologia, visione geopolitica ". Cheney è l'uomo ombra dell'American Enterprise Institute, di cui è stato vicepresidente e nel quale mantiene incarichi direttivi sua moglie Lynne, già consigliere d'amministrazione di Lockheed Martin, il principale produttore mondiale di sistemi di difesa: dai velivoli caccia ai missili a testata nucleare, dai radar ai blindati per il trasporto delle truppe.

© Riproduzione riservata
14 ottobre 2015

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2015/10/14/news/tutti_i_nemici_del_papa-125027307/?ref=HRER3-1
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« Risposta #3 il: Giugno 03, 2016, 12:07:35 »

Galantino: “No ai centri sulle navi dobbiamo salvare i migranti e poi offrirgli un futuro”
La Cei contro il Viminale per gli "hotspot galleggianti"

Di PAOLO RODARI
01 giugno 2016

CITTÀ DEL VATICANO. Monsignor Nunzio Galantino, secondo l'Oim, sono state oltre mille le vittime dei naufragi nel Mediterraneo la scorsa settimana. Tre mesi dopo il viaggio di Papa Francesco a Lesbo le notizie sembrano essere sempre le stesse. Cosa dicono a tutti noi queste morti continue?
"La partenza di migranti in fuga da situazioni drammatiche avviene sempre più in situazione di insicurezza, attraverso trafficanti senza scrupoli, al punto tale da rendere difficile ogni soccorso soprattutto in acque libiche non presidiate dalle operazioni di salvataggio delle navi europee. Quelle morti sono uno schiaffo alla democrazia europea, incapace di salvaguardare e proteggere persone in fuga da situazioni create anche dalla politica estera e da scelte economiche europee. Purtroppo, non si è avuto il coraggio di creare "canali umanitari" - previsti dal diritto internazionale - verso i Paesi disponibili all'accoglienza, per favorire partenze in sicurezza ed evitare violenze, sfruttamento e morti".

Il Viminale ha annunciato un hotspot in mare per identificare i migranti. La notizia ha riacceso lo scontro politico. Cosa dire?
"L'hotspot è una riedizione in brutta copia dei luoghi di trattenimento di persone. Le Organizzazioni internazionali a tutela dei diritti umani, come anche la Fondazione Migrantes e la Caritas Italiana, hanno già ricordato che i migranti salvati in mare hanno il diritto, sulla base di una storia personale e non di una lista di cosiddetti "paesi sicuri", di presentare domanda d'asilo e al ricorso se una domanda non venisse accolta. Sulle navi questo percorso di protezione internazionale non è possibile. Come non è pensabile l'utilizzo di navi destinate al soccorso per far stazionare nel Mediterraneo migliaia di persone in attesa di una non precisata destinazione. A meno che le si voglia riportare nei porti della Libia e dell'Egitto, condannandole a nuove forme di sfruttamento ".

A Ventimiglia l'ultimo sgombero è stato scongiurato dal vescovo locale che ha dato il benestare a che una parrocchia accogliesse i migranti. Lo stesso vescovo ha chiesto che tutte le parrocchie facciano la medesima cosa. La Lega, tuttavia, l'ha attaccato duramente. La Chiesa da che parte sta?
"Naturalmente dalla parte del vescovo, come delle diocesi, delle parrocchie, degli istituti religiosi che - aderendo all'appello del Papa del 6 settembre scorso - hanno messo a disposizione oltre 2mila strutture per ospitare più di 23mila richiedenti asilo e rifugiati, quasi 5mila dei quali solo grazie ai contributi dei fedeli. In collaborazione con i comuni italiani, cerchiamo inoltre di favorire sul territorio un'accoglienza diffusa, attraverso un accompagnamento personalizzato dei 120mila giovani che sono arrivati tra noi. Le iniziative avviate da Caritas e Migrantes vogliono diventare percorsi di inclusione e integrazione sociale, fino a valutare - ed è la proposta Cei di 1000 microrealizzazioni - anche un rientro assistito in patria. Un conto è riempirsi la bocca di aiutare le persone a casa loro e un conto è realizzare - grazie anche a una rete di centinaia di associazioni e ong cattoliche riunite nella Focsiv da 40 anni - concreti progetti di cooperazione internazionali nei Paesi d'origine dei migranti".

Tempo fa Francesco chiese ai conventi e alle parrocchie di aprire le porte ai migranti. Questa accoglienza è effettivamente avvenuta?
"L'accoglienza non solo era precedente all'appello, ma si è rafforzata, unitamente a un lavoro di informazione sulle storie di quanti sbarcano in Europa, sulle cause della loro fuga. Anche nelle nostre comunità ecclesiali sentiamo il bisogno di continuare a sensibilizzare i consigli pastorali, il mondo associativo, le famiglie per evitare che anch'essi siano incapaci di leggere correttamente un fenomeno globale di persone che - come ha detto l'altro giorno Papa Francesco - "non sono un pericolo, ma sono in pericolo"".

Chi e come, secondo lei, dovrebbe agire quantomeno per arginare il problema?
"L'accoglienza dei richiedenti asilo dev'essere strutturata in tutti i 28 Paesi europei. Non si possono, infatti, salvare le persone e poi non offrirgli una possibilità di futuro. Una seconda azione concreta rimane quella di organizzare "corridoi umanitari". In questo modo si eviterebbe anche la crescita di una tratta di esseri umani oggi gestita da mafie e da terrorismo. Una terza azione concreta riguarda la possibilità di offrire un permesso di protezione umanitaria a tutti i migranti ospitati in strutture da oltre un anno e che oggi costituiscono un popolo che si allarga sempre più. In questo modo si ripartirebbe dalla legalità per costruire successivamente percorsi di giustizia e di solidarietà".

© Riproduzione riservata
01 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2016/06/01/news/galantino_no_ai_centri_sulle_navi_dobbiamo_salvare_i_migranti_e_poi_offrirgli_un_futuro_-141046866/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_01-06-2016
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« Risposta #4 il: Dicembre 22, 2016, 04:47:50 »

Papa Francesco alla curia vaticana: "Da tradizionalisti resistenze malevole alla riforma"
Nell'incontro per gli auguri natalizi il pontefice elenca le novità introdotte e mette in guardia dall'opposizione di "menti distorte" che sono "ispirate dal demonio".
E avverte: "Cambiamento non è un lifting, Chiesa tema le macchie, non le rughe"

Di PAOLO RODARI
22 dicembre 2016

CITTA' DEL VATICANO - Il cammino della riforma della Curia romana che papa Francesco sta portando avanti incontra "anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive, spesso in veste di agnelli". È la dura denuncia pronunciata questa mattina dallo Francesco nel discorso a cardinale e vescovi della Curia Romana riuniti nella Sala Clementina per lo scambio degli auguri natalizi. Un tipo di resistenza, ha osservato, che "si nasconde dietro le parole giustificatrici e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare tutto sul personale senza distinguere tra l'atto, l'attore e l'azione". Dice Francesco anche che ci sono "resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del 'gattopardismo' spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima". e aggiunge: "Non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie".

Nel giorno in cui chiama in diretta Uno Mattina per complimentarsi per i 30 anni della trasmissione Rai e per rivolgere i propri auguri natalizi, Francesco usa il consueto appuntamento pre natalizio con la curia per entrare nel cuore di uno dei significati più profondi del suo pontificato: la riforma di una Chiesa che in alcuni suoi esponenti vuole "che tutto resti come prima". Ci sono, dice senza citare i quattro porporati che gli hanno avanzato per lettera i propri dubbi sul testo sinodale Amoris Laetitia dedicato anche alle ferite della famiglia, delle "resistenze aperte che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo sincero". Poi le "resistenze nascoste" e le "resistenze malevole che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso in veste di agnelli). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare tutto sul personale senza distinguere tra l’atto, l’attore e l’azione".

Francesco indica anche alcuni criteri attraverso i quali metter in campo la riforma: anzitutto l’importanza della conversione individuale senza la quale saranno inutili tutti i cambiamenti nelle strutture. "La vera anima della riforma – dice - sono gli uomini che ne fanno parte e la rendono possibile. Infatti, la conversione personale supporta e rafforza quella comunitaria".

Quindi la pastoralità: "Essendo la Curia una comunità di servizio fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione". Francesco ricorda Paolo VI che ammonì: "Non sia pertanto la Curia romana una burocrazia, come a torto qualcuno la giudica, pretenziosa ed apatica, solo canonistica e ritualistica, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi, come altri la accusano; ma sia una vera comunità di fede e di carità, di preghiera e di azione; di fratelli e di figli del Papa, che tutto fanno, ciascuno con rispetto all’altrui competenza e con senso di collaborazione, per servirlo nel suo servizio ai fratelli ed ai figli della Chiesa universale e della terra intera".

Poi la missionarietà: "È il fine principale di ogni servizio ecclesiastico ossia quello di portare il lieto annuncio a tutti i confini della terra", come ci ricorda il magistero conciliare, perché "ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo".

Quindi la razionalità: "Sulla base del principio che tutti i Dicasteri sono giuridicamente pari tra loro, risultava necessaria una razionalizzazione degli organismi della Curia Romana24, per evidenziare che ogni Dicastero ha competenze proprie. Tali competenze devono essere rispettate ma anche distribuite con razionalità, con efficacia ed efficienza. Nessun Dicastero, dunque, può attribuirsi la competenza di un altro Dicastero, secondo quanto fissato dal diritto, e d’altra parte tutti i Dicasteri fanno riferimento diretto al Papa".

E ancora la funzionalità: "L’eventuale accorpamento di due o più Dicasteri competenti su materie affini o in stretta relazione in un unico Dicastero serve per un verso a dare al medesimo Dicastero una rilevanza maggiore (anche esterna); per altro verso la contiguità e l’interazione di singole realtà all’interno di un unico Dicastero aiuta ad avere una maggiore funzionalità (ne sono esempio i due attuali nuovi Dicasteri di recente istituzione)".

La modernità: "Ossia la capacità di leggere e di ascoltare i segni dei tempi". In questo senso, "provvediamo sollecitamente a che i Dicasteri della Curia Romana siano conformati alle situazioni del nostro tempo e si adattino alle necessità della Chiesa universale". Ciò era richiesto dal Concilio Vaticano II: "I dicasteri della Curia romana siano organizzati in modo conforme alle necessità dei tempi, dei paesi e dei riti, specialmente per quanto riguarda il loro numero, il loro nome, le loro competenze, i loro metodi di lavoro ed il coordinamento delle loro attività".

La sobrietà: "In questa prospettiva sono necessari una semplificazione e uno snellimento della Curia: accorpamento o fusione di Dicasteri secondo materie di competenza e semplificazione interna di singoli Dicasteri; eventuali soppressioni di Uffici che non risultano più rispondenti alle necessità contingenti. Inserimento nei Dicasteri o riduzione delle commissioni, accademie, comitati ecc., tutto in vista della indispensabile sobrietà necessaria per una corretta e autentica testimonianza".

La sussidiarietà: "Riordinamento di competenze specifiche dei diversi Dicasteri, spostandole, se necessario, da un Dicastero ad un altro, per raggiungere l’autonomia, il coordinamento e la sussidiarietà nelle competenze e l’interconnessione nel servizio". La sinodalità: "Il lavoro della Curia dev’essere sinodale: abituali le riunioni dei Capi Dicastero, presiedute dal Romano Pontefice29; regolari udienze “di tabella” dei Capi Dicastero; consuete riunioni interdicasteriali. La riduzione del numero dei Dicasteri permetterà incontri più frequenti e sistematici dei singoli Prefetti con il Papa ed efficaci riunioni dei Capi dei Dicasteri, visto che non possono essere tali quelle di un gruppo troppo numeroso".

La cattolicità: "Tra i collaboratori, oltre ai sacerdoti e consacrati/e, la Curia deve rispecchiare la cattolicità della Chiesa con l’assunzione di personale proveniente da tutto il mondo, di diaconi permanenti e fedeli laici e laiche, la cui scelta dev’essere attentamente effettuata sulla base della loro ineccepibile vita spirituale e morale e della loro competenza professionale. È opportuno prevedere l’accesso a un numero maggiore di fedeli laici specialmente in quei Dicasteri dove possono essere più competenti dei chierici o dei consacrati".

La professionalità: «"È indispensabile che ogni dicastero adotti una politica di formazione permanente del personale, per evitare l’arrugginirsi e il cadere nella routine del funzionalismo". La gradualità: "La gradualità è il frutto dell’indispensabile discernimento che implica processo storico, scansione di tempi e di tappe, verifica, correzioni, sperimentazione".

© Riproduzione riservata
22 dicembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2016/12/22/news/papa_francesco_alla_curia_vaticana_da_tradizionalisti_resistenze_malevole_alla_riforma_-154645227/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_22-12-2016
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« Risposta #5 il: Novembre 07, 2017, 12:01:12 »

Papa Luciani, le sue ultime ore di vita: un libro svela le cause della morte improvvisa
Albino Luciani, fu papa per 34 giorni

Pubblicata la prima ricostruzione storica di ciò che avvenne il 28 settembre 1978.

A firmarla è Stefania Falasca.
Raccoglie deposizioni inedite della suora che assisteva il pontefice

Di PAOLO RODARI
04 novembre 2017

CITTÀ DEL VATICANO - È la prima e unica ricostruzione storica delle ultime ore di vita Giovanni Paolo I, il Papa scomparso improvvisamente nella tarda serata del 28 settembre 1978 dopo appena 34 giorni dall'elezione e le cui virtù eroiche saranno a breve riconosciute dalla Santa Sede. Un lavoro poderoso che smonta - pur senza averne intento diretto - le tesi complottistiche che in questi anni hanno proliferato, senza basarsi su riscontri oggettivi, su Albino Luciani. Un filone fanta-giallistico che ha avuto il suo apice di vendite con 'In God's Name' di David Yallop. Il lavoro è di Stefania Falasca, editorialista di Avvenire e vicepostulatrice della causa di canonizzazione del predecessore di Wojtyla, che per la prima volta offre al pubblico gli atti della stessa causa, con le descrizioni di coloro che per primi hanno visto il corpo senza vita del Papa. S'intitola 'Papa Luciani. Cronaca di una morte' (Piemme): "Vengono chiariti quei punti rimasti nel limbo, amplificati e travisati nella ricostruzione noir e anche da parte di chi ha smentito l'ipotesi del complotto", scrive il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin.

Fra gli atti ci sono le deposizioni anch'esse inedite di suor Margherita Marin, l'unica ancora in vita delle quattro religiose che assistevano Luciani. Di quel gruppo era la più giovane, aveva 37 anni. Da allora ha mantenuto un totale riserbo. Oggi il suo racconto è un punto di riferimento imprescindibile per fare chiarezza. Il mattino del 29 settembre il corpo esanime fu rinvenuto dal segretario John Magee. La scoperta del decesso è da ascrivere a suor Vincenza Taffarel, accompagnata dalla consorella Marin.

La religiosa racconta particolari che dicono come dalla sera al momento della morte il Papa sia rimasto solo nella sua stanza: "Era nel suo letto, la luce per leggere sopra la spalliera accesa. Stava con i suoi due cuscini dietro la schiena che lo tenevano un po' sollevato, le gambe distese, le braccia sopra le lenzuola, in pigiama, e tra le mani, appoggiate sul petto, stringeva alcuni fogli dattiloscritti, la testa era girata un po' verso destra con un leggero sorriso, gli occhiali messi sul naso, gli occhi semichiusi... sembrava proprio che dormisse". Luciani aveva dei fogli dattiloscritti inerenti una sua omelia e non, come la Radio Vaticana erroneamente disse, una copia de 'L'imitazione di Cristo'. A constatare il decesso fu il medico Renato Buzzonetti: "Si è trattato di morte improvvisa" e questa "per definizione, è sempre naturale", scrisse nel referto. In particolare secondo il medico Luciani è morto per una "cardiopatia ischemica", di cui "l'infarto miocardico è la più grave espressione".

© Riproduzione riservata 04 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2017/11/04/news/papa_luciani_le_sue_ultime_ore_di_vita_un_libro_svela_le_cause_della_morte_improvvisa-180200772/?ref=fbpr
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« Risposta #6 il: Novembre 30, 2017, 10:14:48 »

Myanmar, il Papa con i buddisti: "San Francesco e Buddha sono le nostre guide, basta pregiudizi"

Prima di visitare un tempio Bergoglio ha detto messa davanti a 150 mila persone della piccola comunità cattolica del Paese.

Nuovo appello per le minoranze: "Religioni unite per il rispetto della dignità umana"


Dal nostro inviato PAOLO RODARI
29 novembre 2017

RANGOON - "So che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili. La tentazione è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana" che "è profondamente viziata. Pensiamo che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù".

Dopo l'incontro con San Suu Kyi e il discorso alle autorità, nel quale ha invocato il rispetto di ogni gruppo etnico" ma senza citare esplicitamente i rohingya, il Papa è tornato ancora indirettamente sul tema più sentito non solo in Myanmar, ma anche nella comunità internazionale fuori dal Paese e cioè la sofferenza di migliaia di persone appartenenti alle minoranze.

Lo ha fatto questa mattina, durante l'omelia nella messa celebrata nel Kyaikkasan Ground di Rangoon. Francesco ha parlato in italiano, con traduzione simultanea in birmano. Ha celebrato con un pastorale artigianale di legno donatogli dai Kachin, ospiti dei campi profughi della città di Winemaw, nello stato Kachin, nella parte settentrionale del Paese.

Ad ascoltarlo c'erano 150mila persone, riunite in una grande area che ospita gli eventi sportivi nel centro dell'ex capitale birmana. Al suo arrivo dall'arcivescovado, dove risiede in questi giorni, Francesco ha compiuto un giro in papamobile tra i fedeli.

Papa Bergoglio, reduce dalla visita nella capitale, la città fantasma di Nay Pyi Daw, ha ricordato il fatto che Cristo non ha insegnato "con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la vita sulla croce".

Myanmar, il Papa con i buddisti: "San Francesco e Buddha sono le nostre guide, basta pregiudizi"
La Chiesa in Myanmar è una realtà piccola, poche centinaia di migliaia di persone. È, insomma, anch'essa minoranza. Eppure viva. E Francesco rimarca la sua instancabile attività: "Vi sono - dice - chiari segni che anche con mezzi limitati molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo".

Presente e attiva è la Karuna, la Caritas del Myanmar, che lavora nell'assistenza ai profughi interni e a quelli emigrati in Bangladesh. Fra loro anche i Rohingya. Bergoglio ha definito l'amore di Cristo come un "gps spirituale".

• LA VISITA AL TEMPIO BUDDISTA
Francesco si è poi recato al Kaba Aye Center di Rangoon, uno dei templi buddisti più venerati dell'Asia sud-orientale. È entrato con le sole calze nere ai piedi, insieme al presidente del Comitato Statale "Sangha" Bhaddanta Kumarabhivamsa. Hanno tracciato la strada per superare odio, terrorismo ed estremismo nel nome della religione.

Il Myanmar è scosso dalle violenze perpetrate contro le minoranze etniche e religiose e l'argomento resta indirettamente presente in questo incontro. Buddisti e cristiani possono trovare questa strada comune nei propri padri o figure spirituali di riferimento, Buddha per i primi, san Francesco per i secondi. Due figure le cui parole esprimono "sentimenti simili".
 
Papa Bergoglio ha citato significativamente per primo Buddha, che nel Dhammapada (XVII, 223) dice: "Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l'avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità". Parole simili, ha detto, a quelle del santo di Assisi: "Signore, fammi strumento della tua pace. Dov'è odio che io porti l'amore, dov'è offesa che io porti il perdono, [...] dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov'è tristezza che io porti la gioia".
 
Bhaddanta Kumarabhivamsa gli ha fatto eco affermando che "è deplorevole vedere terrorismo ed estremismo messi in atto in nome di credi religiosi. Poiché tutte le dottrine religiose insegnano solo il bene dell'umanità, non possiamo accettare che terrorismo ed estremismo possano nascere da una certa fede religiosa".
 
Il Papa ha chiesto che questa sapienza comune possa "continuare a ispirare ogni sforzo per promuovere la pazienza e la comprensione, e per guarire le ferite dei conflitti che nel corso degli anni hanno diviso genti di diverse culture, etnie e convinzioni religiose. Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato.

Piuttosto, è l'intera società, tutti coloro che sono presenti all'interno della comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell'ingiustizia. Tuttavia è responsabilità particolare dei leader civili e religiosi assicurare che ogni voce venga ascoltata, cosicché le sfide e i bisogni di questo momento possano essere chiaramente compresi e messi a confronto in uno spirito di imparzialità e di reciproca solidarietà".
 
Il Kaba Aye Centre venne eretto durante il governo del primo ministro birmano U Nu, nel 1952, per ospitare il sesto Consiglio buddista svoltosi dal '54 al '56. La Pagoda è alta 36 metri, con una circonferenza alla base di 34, ed è caratterizzata da un'imponente cupola d'oro realizzata a strati e sorretta sei grandi pilastri, simbolo dei sei Consigli.

La sala riunioni fu costruita in una grotta poiché il primo Consiglio buddista si tenne all'interno di una grotta in India poco dopo il passaggio del Buddha in Nirvana finale circa 2500 anni fa.
 
L'incontro, ha detto ancora il Papa, "è un'importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto tra buddisti e cattolici". "È anche - ha spiegato - un'opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna. Non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi. Perché, quando noi parliamo con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano, noi offriamo una parola di speranza. Aiutiamo i buddisti, i cattolici e tutte le persone a lottare per una maggiore armonia nelle loro comunità".
 
Francesco ha ricordato le ingiustizie e le diseguaglianze sempre presenti ma che "nel nostro tempo" sembrano essere "particolarmente gravi". Permangono "le ferite dei conflitti, della povertà e dell'oppressione" che "creano nuove divisioni". Ma di fronte a queste sfide "non dobbiamo mai rassegnarci. Sulla base delle nostre rispettive tradizioni spirituali, sappiamo infatti che esiste una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull'amore".

© Riproduzione riservata 29 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2017/11/29/news/myanmar_papa_francesco_tra_la_gente_molti_feriti_dalla_violenza_ma_la_vendetta_non_e_la_via_giusta_-182482989/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P5-S1.4-T1
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« Risposta #7 il: Dicembre 03, 2017, 01:39:37 »

Papa Francesco: "Ho pianto per i rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma mi sono arrabbiato

Intervista con il pontefice sul volo di ritorno dalla visita in Asia.
"San Suu Kyi? Bisogna valutare sapendo che il Myanmar è in piena transizione".
"Dal Bangladesh un grande esempio di accoglienza; un paese piccolo ha ricevuto 700 mila profughi. E ci sono paesi che chiudono le porte!".
"Viaggio in Cina? Mi piacerebbe, ma non è in programma".
E sul nucleare: "Vedo irrazionalità, c'è il rischio che l'umanità finisca"

Dal nostro inviato PAOLO RODARI
02 dicembre 2017

Dice che "con le armi nucleari non è lecito spingersi oltre. Siamo al limite. Il rischio è che l'umanità finisca". Sul volo di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh il Papa risponde ad alcune domande dei giornalisti chiedendo che siano incentrate solo sulla sua permanenza nei due Paesi asiatici. Unica eccezione, una domanda sul tema degli armamenti nucleari. Sui Rohingya racconta come è arrivato a pronunciare il loro nome. "Volevano cacciarli dal palco" alla fine dell'incontro interreligioso di Dhaka "e anche che non parlassero con me", dice. "Non l'ho permesso. Ho pianto per loro cercando di non farlo vedere e, dopo averli ascoltati, ho sentito crescere cose dentro di me e ho pronunciato il loro nome". E spiega che nell'incontro col generale Ming Aung Hlaing di lunedì non ha "negoziato la verità".
 
Durante la Guerra fredda Giovanni Paolo II disse che la deterrenza nucleare era moralmente accettabile. Lei ha detto di recente che anche il possesso di armi nucleari è da condannare. Perché questo cambiamento? Hanno influito le tensioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un?
 "Cosa è cambiato? L'irrazionalità. Penso all'enciclica 'Laudato Si' sulla custodia del creato. Dal tempo in cui Giovanni Paolo II nel 1982 ha detto queste cose sono passati tanti anni. Oggi siamo al limite, è la mia opinione convinta, della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con un arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o almeno di gran parte di essa. È cambiato questo: la crescita dell'armamento nucleare, le armi sono capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Da Papa mi faccio questa domanda: è lecito mantenere gli arsenali nucleari così come stanno o per salvare il creato e l'umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, settant'anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando dell'energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all'incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo dico che siamo al limite della liceità".
 
La crisi del Rohingya ha catturato l'attenzione del viaggio. L'altro ieri lei ha pronunciato il loro nome. Voleva parlarne anche in Myanmar?
 "Non è la prima volta che ne ho parlato. Già in piazza di San Pietro lo feci. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Così a volte fanno certe denunce nei media: dette con aggressività chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva. Allora ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente a nessuno, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di dire la mia".
 
Bangladesh, Francesco: "La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya"
Cosa ha sentito quando ha chiesto perdono?
 "Non era programmato. Sapevo che avrei incontrato i Rohingya, non sapevo dove e come. Dopo contatti col governo e con la Caritas, il governo ha permesso ai Rohingya di viaggiare: quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un Paese piccolo, povero, che ha ricevuto 700mila persone... Penso ai Paesi che chiudono le porte! Dobbiamo essere grati per l'esempio. Il momento del dialogo interreligioso ha preparato il cuore di tutti noi. Eravamo religiosamente aperti, io mi sentivo così. È arrivato il momento del saluto. Qualcuno ha detto loro che non potevano dirmi nulla. Volevano alla fine anche cacciarli via dal palco. Io mi sono arrabbiato e ho chiesto rispetto. Così sono rimasti lì. Dopo averli ascoltati uno a uno ho cominciato a sentire crescere cose dentro di me: 'Non posso farli andare senza dire una parola'. E ho chiesto il microfono. Non ricordo cosa ho detto, so che a un certo punto ho chiesto perdono, perdono due volte. Io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure".
 
Il primo giorno in Myanmar ha incontrato a sorpresa il generale Ming Aung Hlaing. Che incontro è stato?
 "Ci sono incontri nei quali vado a trovare la gente e incontri nei quali ricevo gente. Il generale ha chiesto di parlare e l'ho ricevuto. Mai chiudo la porta. È stata una bella conversazione. Non dico il contenuto perché è stata privata. Non ho negoziato la verità. Ma ho fatto in modo che capisse perché una strada come quella dei brutti tempi passati oggi non è perseguibile. È stato un incontro civile".
 
Perché il generale ha chiesto di vederla prima del previsto? Si è sentito che voleva manipolarla?
 "È arrivata la richiesta perché doveva poi partire per la Cina. Se posso spostare un appuntamento lo faccio. A me interessava il dialogo chiesto da loro. Il dialogo è più importante del sospetto che volessero dire: noi qui comandiamo. Io ho usato con lui le parole per arrivare al messaggio e quando ho visto che il messaggio veniva accettato ho osato dire tutto quello che volevo dire. Intelligenti pauca".
 
Le ha incontrato Aung San Suu Kyi e poi in Bangladesh il primo ministro. Cosa porta via da tutti questi incontri?
 "Non sarà facile andare avanti in uno sviluppo costruttivo, non sarà facile per chi volesse tornare indietro. L'Onu ha detto che i Rohingya sono oggi la minoranza etnico-religiosa più perseguitata del mondo, è un punto che pesa per chi vuole tornare indietro. La speranza io non la perdo".
 
Aung San Suu Kyi è stata criticata per il silenzio sui Roihngya. Cosa pensa?
 "Nel Myanmar è difficile valutare una critica senza prima chiedersi: è possibile fare questo? Sarà possibile farlo? Il Paese è in transizione e le possibilità sono da valutare in quest'ottica".
 
Perché non è andato nel campo profughi dei Rohingya?
 "Mi sarebbe piaciuto ma non è stato possibile. Si sono studiate le cose e non è stato possibile per vari fattori, anche il tempo, la distanza".
 
Bangladesh: papa Francesco si inchina davanti ai profughi rohingya

Gruppi jihadisti volevano farsi tutori dei Rohingya?
 "Ci sono gruppi di terroristi che cercano di approfittare dei Rohingya che è gente di pace. C'è sempre un gruppo fondamentalista, e anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento a motivo di questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ma con le vittime di questa gente che è il popolo Rohingya che soffre per le discriminazione ed è difeso dall'altra parte dai terroristi. Il governo del Bangladesh fa una campagna molto forte di tolleranza zero al terrorismo anche per evitare altri punti".
 
C'è opposizione fra evangelizzare e dialogo interreligioso? Qual è la priorità, evangelizzare o dialogare per la pace?
 "Prima distinzione. Evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza, lo ha detto Benedetto XVI. Evangelizzare è testimoniare come vivere il Vangelo e in questa testimonianza ci sono conversioni. Ma noi non siamo entusiasti di fare subito le conversioni. Se vengono, si parla, per cercare che sia la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano. Nel pranzo coi giovani a Cracovia uno mi ha chiesto: cosa devo dire a un compagno di università amico bravo ma che è anche ateo? Cosa devo dirgli per cambiarlo, per convertirlo? La risposta è stata questa: l'ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo e se lui ti domanda perché gli puoi spiegare perché lo fai e lascia che lo Spirito Santo lo attiri. Questa è la forza: la mitezza dello Spirito Santo. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche. Noi siamo testimoni del Vangelo. Il proselitismo non è Vangelo".
 
È in preparazione un viaggio in Cina?
 "Il viaggio in Cina non è in preparazione. Ma mi piacerebbe tanto visitarla. Non è una cosa nascosta. Le trattive con la Cina sono ad alti livelli, culturali, in questi giorni c'è una mostra dei musei in Cina e una dei musei cinesi in Vaticano. Ci sono i rapporti culturali e scientifici. Poi c'è il dialogo politico. Si deve andare avanti passo-passo con delicatezza, lentamente. Le porte del cuore sono aperte. E credo che farà bene a tutti un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo".
 
I preti che ha ordinato avevano paura di diventare sacerdoti in un Paese musulmano?
 "Ho l'abitudine cinque minuti prima dell'ordinazione di parlare con loro in privato. Sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti della missione, normali. "Giocate a calcio?", ho chiesto loro. Si, mi hanno detto, e questo è importante. La paura non l'ho percepita".
 
Sappiamo che vuole andare in India. Quando esattamente? Perché in questo viaggio non ha potuto?
 "Il primo piano era di andare in India e Bangladesh. Ma poi le trattative per andare in India si sono ritardate, il tempo premeva e ho scelto questi due Paesi. È stato provvidenziale perché per visitare l'India ci vuole un solo viaggio. Devi andare al Sud, al Centro, all'Est, al Nord... per le diverse culture dell'India. Spero di farlo nel 2018 se vivo, ma l'idea era India e Bangladesh".

© Riproduzione riservata 02 dicembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/vaticano/2017/12/02/news/papa_francesco_intervista_al_ritorno_dal_viaggio_in_asia-182847591/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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« Risposta #8 il: Dicembre 22, 2017, 04:07:10 »

Papa alla Curia: "Complotti, piccole cerchie, traditori e approfittatori sono un cancro che s'infiltra anche negli ambienti ecclesiastici"

Nei tradizionali auguri natalizi ai membri del governo della Chiesa, Francesco torna ancora una volta sui pericoli e i mali che caratterizzano il lavoro dei suoi più stretti collaboratori e invita a superarli

Di PAOLO RODARI
21 dicembre 2017

Papa alla Curia: "Complotti, piccole cerchie, traditori e approfittatori sono un cancro che s'infiltra anche negli ambienti ecclesiastici"
CITTÀ DEL VATICANO - “Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti”, disse Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode. Sono parole riprese questa mattina da Papa Francesco che, nei tradizionali auguri natalizi rivolti ai membri della Curia romana, ricorda come sia difficile riformare un’istituzione variegata e complessa come è la Santa Sede. Solo la comunione filiale fra i componenti del governo della Chiesa, dice, può aiutare a “superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano”.
 
Francesco conosce gli uomini che lavorano al suo fianco. I loro limiti e debolezze. E dopo il famoso discorso alla Curia nel quale (era il 2014) elencò le malattie da cui guarire, ancora una volta decide di tornare sui “pericoli” presenti dentro l’apparato di governo della Chiesa di Roma. Fra questi il pericolo “dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del ‘Papa non informato’, della ‘vecchia guardia’…, invece di recitare il ‘mea culpa’. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande parte di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità”.
 
Per Francesco “è opportuno” che i dicasteri romani operino “in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi”.
 
Il discorso alla Curia è per larga parte incentrato sulla necessità di un organismo di governo che non sia “chiuso in sé stesso”. Se così fosse esso “tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione”. Mentre esiste un “primato diaconale” e cioè
di servizio al quale chi lavora in Curia deve ispirarsi. E lo deve fare non solo nel servizio ad intra ma anche in quello ad extra, nel suo rapporto con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, nel dialogo ecumenico, con l’Ebraismo, l’Islam e le altre religioni.

© Riproduzione riservata 21 dicembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/cronaca/2017/12/21/news/papa_alla_curia_complotti_piccole_cerchie_traditori_e_approfittatori_sono_un_cancro_che_s_infiltra_anche_negli_ambienti_-184772255/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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