LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: MONICA RUBINO.  (Letto 7676 volte)
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« Risposta #15 il: Marzo 05, 2016, 04:54:51 »

Fiducia nei ministri a febbraio: Padoan stacca tutti, sorpresa Martina, Galletti ultimo
Rispetto alla rilevazione di gennaio, gli ultimi dati confermano il ministro dell'Economia in vetta alla classifica.
Il titolare delle Politiche Agricole sale al terzo posto, mentre il responsabile dell'Ambiente precipita in fondo alla graduatoria


Di MONICA RUBINO
04 marzo 2016

ROMA - Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è ancora primo. Ma la vera sorpresa dell'ultimo sondaggio svolto dalla Ipr Marketing sulla fiducia degli italiani ai ministri del governo Renzi nel mese di febbraio è il grande recupero di Maurizio Martina. Il responsabile delle Politiche Agricole era al 24% a novembre e ha aumentato la propria fiducia di ben 6 punti, arrivando al 30% e piazzandosi al terzo posto a pari merito con Giuliano Poletti (Lavoro), che invece nel corso degli ultimi 4 mesi ha perso 6 punti.

Rispetto alla rilevazione di gennaio, Padoan non solo si riconferma in prima posizione ma allunga il passo, raggiunge il 39% e stacca di ben 6 punti il secondo in graduatoria, Graziano Del Rio, responsabile di Infrastrutture e Trasporti.

In aumento anche il ministro dell'Interno Angelino Alfano che "da quando si è schierato in prima linea contro la stepchild adoption - sostengono i sondaggisti della Ipr Marketing - ha incrementato il livello di fiducia di 4 punti e oggi arriva al 28%, posizionandosi al 5°posto".
 
Nella parte bassa della classifica, invece, Gianluca Galletti (Ambiente) con il 12% di fiducia sprofonda in ultima posizione al posto di Marianna Madia (Pubblica amministrazione), che questa volta è penultima. Mentre Maria Elena Boschi (Riforme) conferma un trend in calo, passando dal 22% di novembre al 15% di febbraio. "Probabilmente le critiche sul caso di Banca Etruria hanno lasciato il segno", sostiene ancora la Ipr Marketing.

Le interviste sono state realizzate il primo marzo 2016 su un campione di mille cittadini maggiorenni residenti in Italia e disaggregati per sesso, età e area di residenza.

In generale, la fiducia media dell'intera squadra di governo perde un punto nell'ultimo mese e si stabilizza al 22%. Sono solo 4 su 15 i ministri che superano l'asticella immaginaria del 30%, mentre altri 3 fanno registrare un livello di fiducia tra il 25 ed il 29%. Infine sono 4 i ministri in "zona rossa", ossia sotto il 15%: oltre ai già citati Madia e Galletti, ci sono anche Stefania Giannini (Istruzione) e Federica Guidi (Sviluppo Economico).

© Riproduzione riservata
04 marzo 2016
Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/03/04/news/fiducia_nei_ministri_a_febbraio_padoan_stacca_tutti_sorpresa_martina_galletti_ultimo-134714328/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_04-03-2016
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« Risposta #16 il: Marzo 12, 2016, 09:47:24 »

D'Alema: "Gruppo dirigente Pd arrogante e fazioso. Con Verdini e Alfano non si vince"
L'attacco dell'ex premier: "Giachetti non è autorevole. A Napoli si perde".
Carbone: "È sleale, pugnala il suo partito". Orfini: "Ne discuteremo in direzione il 21 marzo"

Di MONICA RUBINO
11 marzo 2016
   
ROMA - Massimo D'Alema attacca i vertici del partito e critica duramente "lo snaturamento" del centrosinistra: "Il partito della Nazione? Già esiste, è evidente, lo dicono i numeri - afferma l'ex premier a margine di un convegno di Sinistra Italiana a Roma - la maggioranza di governo si fonda da un lato sull'apporto determinante della componente ciellina del berlusconismo (Alfano, Lupi), dall'altro su Verdini, Cicchitto. Io penso che la rottura a sinistra sia molto pericolosa, perché non credo che Verdini e Alfano ci porteranno tanti voti quanti rischiamo di perderne dall'altra parte. Bisogna ricostruire il centrosinistra con un lento lavoro culturale e non con la creazione di partitini a sinistra, ma il gruppo dirigente attuale non sembra interessato a questo obiettivo. All'interno del partito non c'è più alcuna discussione politica".

Pd, D'Alema: "Gruppo dirigente arrogante e fazioso. Giachetti? Non è autorevole"
Nel video D'Alema ribadisce dunque quanto già sostenuto in un'intervista al Corriere della Sera e, sul tema amministrative, biasima i vertici dem sulla gestione delle primarie a Roma e Napoli e sulle polemiche che sono seguite ai presunti illeciti nel capoluogo partenopeo: "I comportamenti del gruppo dirigente di questi giorni sono improntati a uno spirito fazioso. A Roma c'è bisogno di una personalità più forte e autorevole di Giachetti, a Napoli non abbiamo molte possibilità di vincere".

Alle sferzanti dichiarazioni di D'Alema risponde il renziano Ernesto Carbone: "È sleale, pugnala il suo partito - afferma il componente della segreteria dem -  il suo disegno è fin troppo chiaro: far perdere le amministrative al Pd".

Il presidente Matteo Orfini assicura: "Sui temi politici che D'Alema pone discuteremo in direzione il 21 di marzo". Mentre Matteo Mauri, vicecapogruppo Pd alla Camera e coordinatore di "Sinistra è cambiamento" (minoranza dem dialogante), aggiunge: "Pensare che i problemi siano nati con la segreteria di Renzi è una cosa infantile e autoassolutoria che non fa onore all'intelligenza di chi la sostiene".

Intanto oggi a San Martino in Campo (Perugia) ha preso il via la tre giorni promossa da Sinistra Riformista Pd. Nel pomeriggio sono previsti gli interventi di Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani, domani toccherà a D'Alema.

© Riproduzione riservata
11 marzo 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/03/11/news/d_alema_gruppo_dirigente_pd_arrogante_e_fazioso_con_verdini_e_alfano_non_si_vince_-135240899/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_11-03-2016
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« Risposta #17 il: Marzo 16, 2016, 04:35:40 »

Pd, Bersani: "Renzi governa con i miei voti di centrosinistra".
Replica: "Non ci faremo uccidere da polemiche"
L'ex segretario a Perugia: "Sembra che il premier voglia far fuori pezzi di partito".
Cuperlo: "Questa volta il pallone se l'è tenuto lui". Speranza: "Senza di noi il partito non c'è più". Orfini: "Noi di destra? In Europa siamo quelli più a sinistra".
E Guerini-Serracchiani rispondono per la maggioranza. Alfano soddisfatto: "Litigi sono merito nostro"

Di MONICA RUBINO
   
PERUGIA - È arrabbiato Pier Luigi Bersani. Non gli è piaciuto l'attacco di Matteo Renzi rivolto alla minoranza Pd ("Chi mi critica ha distrutto l'Ulivo", ha detto ieri il premier-segretario parlando alla scuola di formazione dem). Mentre Roberto Speranza, ufficialmente incoronato a Perugia come leader dell'opposizione interna, nelle conclusioni della kermesse di Sinistra riformista ribadisce il suo no a qualunque ipotesi di scissione: "Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Non c'è più Pd se non c'è più questo pezzo di partito".

Pd, Speranza: "Assenza segreteria dem a convention è errore gravissimo"
Più tardi, ospite su RaiTre alla trasmissione In mezz'ora, Speranza chiarisce che a Perugia si sono poste le basi per costruire l'alternativa alla segreteria renziana: "Sono spaventato da una prospettiva neocentrista, le parole di Massimo D'Alema sono espressione di un disagio del nostro popolo". Per la maggioranza rispondono, con una nota congiunta, i due vicesegretari Guerini e Serracchiani: "Una nuova generazione sta provando a cambiare l'Italia e l'Europa. Non inseguiremo le polemiche di chi vorrebbe riportarci al tempo delle divisioni interne che hanno ucciso a morte i governi passati del centrosinistra. Quella parte della minoranza che polemizza sa dove trovarci, a lavorare in Parlamento, nelle città, in Europa, tra la gente per cambiare questo Paese, come stiamo facendo, insieme", affermano in una nota. Mentre il leader Ncd, Angelino Alfano, 'festeggia'. In una lettera agli iscritti scrive: "Grazie alle scelte da noi ispirate, Renzi ha litigato con la sua sinistra e ha sconfitto ed emarginato più comunisti lui in due anni che Berlusconi in venti. E ora tutte le contraddizioni a sinistra stanno emergendo con tutta la chiarezza. Anche nella vicenda della stepchild adoption, siamo riusciti a dimostrare che il buonsenso può vincere".

Ma torniamo a Perugia, dove è andata in scena la terza e ultima giornata del raduno della minoranza dem. Al suo arrivo all'ultima giornata del seminario di San Martino in Campo, l'ex segretario replica a tono al segretario: "Sì, lo ammetto, mi sono arrabbiato molto, se mi toccano l'Ulivo... Se al corso di formazione politica vai a dire che la sinistra ha distrutto l'Ulivo, che abbiamo aiutato Berlusconi... Ricordo che il centrosinistra ha battuto tre volte Silvio Berlusconi e che, pochi o tanti voti che io abbia preso, Renzi sta comodamente governando con i voti che ho preso io. Non io Bersani, io centrosinistra".


Pd, Bersani: ''L'Ulivo? L'abbiamo fatto noi. Renzi è seduto sulle nostre spalle''
"Io, assieme ad altri -aggiunge l'ex premier - sto cercando di tenere dentro il Pd della gente che non è molto convinta di starci. A volte si ha l'impressione, invece, che il segretario voglia cacciarla fuori. Il segretario deve fare la sintesi, non deve insultare un pezzo di partito".

Pd, Bersani si sfoga: "Sembra che Renzi voglia cacciare pezzi di partito"
Anche Gianni Cuperlo perde il suo consueto aplomb e sbotta, rivolto a Renzi: "Se posso dirlo qui: basta anche con questa denuncia di quelli che perdono e scappano via col pallone. A dirla tutta chi alza il dito e lo denuncia adesso è quello che ha vinto, si è tenuto il pallone per sé e ha espulso gli avversari". E poi: "Ha bloccato l'opera della Rottamazione sulla soglia del Palazzo. Ma non ha migliorato, anzi ha peggiorato l'arte di selezionare l'élite. E ha tolto l'agibilità al suo partito, lasciando che a primeggiare sia l'opportunismo, anzi il trasformismo. Io l'avevo letto sui libri di storia. Ma ora l'ho vissuto dal vivo, concept live".

A replicare, dalla cattedra della scuola di formazione dem che si tiene a Roma, è il presidente del partito Matteo Orfini: "Nel momento in cui usciamo dai confini nazionali siamo considerati il governo e il partito più a sinistra d'Europa, poi torniamo in Italia e si apre una discussione sul fatto che siamo diventati di destra.  È un dibattito lunare che non capisce nessuno".

Un tentativo di mediazione arriva invece da Walter Veltroni, attraverso una lettera sull'Unità. "Non sciupate il Pd. Lo vorrei dire a tutti i protagonisti del dibattito in corso in questi giorni. I toni si sono fatti aspri e si affaccia il rischio di scissioni, separazioni dolorose, possibili contraccolpi per il centrosinistra alle elezioni comunali. Senza il Pd, per come lo abbiamo immaginato e costruito, l'Italia è esposta al rischio che stanno correndo le democrazie occidentali", avverte. "Se si sciupa il Pd dopo vedo solo il baratro del dilagare di forme inimmaginabili di populismo".

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13 marzo 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/03/13/news/pd_bersani_renzi_governa_con_i_miei_voti_di_centrosinistra_-135365260/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_14-03-2016
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« Risposta #18 il: Aprile 02, 2016, 12:40:31 »

Guidi, Boschi: "Rifirmerei subito quell'emendamento".
Opposizioni chiamano alla sfiducia
Il premier Renzi: "Norma giusta, telefonata inopportuna".
Appello dei 5S a minoranza Pd: "Votate con noi". Il no di Speranza. Saviano: "Ministro Per le Riforme chiarisca in Parlamento"

Di MONICA RUBINO
01 aprile 2016
   
ROMA - Una mozione di sfiducia a tutto il governo. È quella che presenterà il M5S in Senato dopo le dimissioni del ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, in seguito all’intercettazione sul caso "Tempa Rossa". Nella telefonata l'ex ministro rivela di aver fatto inserire nella Legge di Stabilità 2015 un emendamento a favore del compagno, l'imprenditore Gianluca Gemelli, che ha interessi nella realizzazione dell'impianto di estrazione sul giacimento petrolifero di Tempa Rossa in Basilicata.

Difende l'emendamento la ministra Maria Elena Boschi, attaccata dalle opposizioni per il suo ruolo nella vicenda: "Il ministro per i rapporti con il Parlamento, cioè io, da regolamento deve autorizzare tutti gli emendamenti del governo. Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti occupati nel Mezzogiorno e lo rifirmerei domattina", ha detto a Bologna.

Identica la posizione di Matteo Renzi, per il quale "Tempa Rossa è un provvedimento giusto, che porta posti di lavoro". Sbagliata, invece, è la telefonata dell'ex titolare del Mise: "Di fronte agli italiani noi siamo un governo diverso dal passato - ha detto Renzi dagli Usa -.  Il ministro Guidi non ha commesso nessun tipo di reato, nessun illecito. Ha fatto una telefonata che ha giudicato inopportuna. E effettivamente lo era. Con grande serietà si è dimessa. A dimostrazione che qualcosa in Italia è cambiato. Con noi le cose cambiano, la musica è cambiata, chi sbaglia va a casa".
Caso Guidi, Renzi: "Provvedimento giusto, telefonata sbagliata. E chi sbaglia con noi va a casa"

La sfiducia del M5s e l'appello alla minoranza Pd. L'annuncio della sfiducia al governo è arrivato dal vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, in un post sul blog di Beppe Grillo: "In discussione è tutto l'esecutivo perchè è inadeguato" e "ha messo al comando persone al soldo delle lobbies. Chi ci vorrà venire dietro venga". Poi ha aggiunto, rivolto alla minoranza Pd: "Volete mandare a casa il governo Renzi o tenervi la poltrona?". Da qui l'invito a tutti "a votare la mozione".

Boschi sotto attacco. E Beppe Grillo, sempre sul suo blog, rilancia la campagna già sperimentata per il caso-banche #boschidimettettiti chiamando in causa Boschi che viene citata nelle intercettazioni tra Guidi e il compagno Gianluca Gemelli: "Le dimissioni del ministro Guidi sono un'ammissione di colpa, dimostrano il coinvolgimento del ministro Boschi e del Bomba che fanno l'interesse esclusivo dei loro parenti, amici, delle lobby e mai dei cittadini. Devono seguire l'esempio della Guidi e dimettersi subito: la misura è colma".

Parole che hanno suscitato la reazione del Pd che querela il leader M5s: "Il Pd agirà in sede penale e civile contro Beppe Grillo per le sue dichiarazioni contro il Partito democratico. Grillo è un pregiudicato e conosce bene cosa significa essere condannati, ma evidentemente non se lo ricorda. Le sue dichiarazioni contro il Partito democratico hanno decisamente passato il segno. Adesso basta: abbiamo il dovere di tutelare i militanti del nostro partito. Ci vediamo in tribunale, caro pregiudicato grillo. E vedremo se aggiungerai un'altra condanna al tuo curriculum vitae", ha dichiarato Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd.

La sinistra dem, comunque, vuole che si faccia chiarezza: "La direzione del partito di lunedì deve fare luce sulla zona grigia intorno alla vicenda del ministro Guidi", ha chiesto il senatore Federico Fornaro. Più tardi ai pentastellati ha risposto Roberto Speranza: "Dai 5 Stelle propaganda a buon mercato. Il problema degli anticorpi deboli della politica è molto serio. Non banalizziamo. Sono emersi fatti inquietanti, non si può mettere la testa sotto la sabbia".

La Lega e Forza Italia. Oltre ai 5S, anche le altre forze di opposizione si sono mobilitate sull'ipotesi sfiducia, benché l'obiettivo di arrivare a una mozione comune appaia piuttosto lontano. Alla proposta, lanciata al M5s dal leader del Carroccio Matteo Salvini di scrivere assieme il testo, i Cinque Stelle hanno risposto con un secco no tramite un post su Facebook di Roberto Fico:
Una battuta, quella del presidente della Vigilanza Rai, che ha fatto arrabbiare i capigruppo della Lega Nord Gianmarco Centinaio e Massimiliano Fedriga, i quali hanno replicato: "I 5 Stelle? Sono solo dei chiacchieroni. È evidente che l'unica cosa che gli interessa è proteggere questo governo. Ma la gente lo capirà che Grillo, Di Maio e compagni sono amici di Renzi".

Forza Italia sembrerebbe più collaborativa: "Firmeremo assieme a tutte le altre opposizioni mozioni di sfiducia nei confronti dell'esecutivo", ha detto il capo dei deputati azzurri Renato Brunetta.

Sinistra italiana. Con una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, invece, il capogruppo di Sinistra Italiana Arturo Scotto ha chiesto a Renzi di rendere conto in Parlamento: "Ci dica qual è la strategia energetica italiana e spieghi al Paese se il suo è un governo autonomo dalle lobby".

Dal Pd si è levata la voce polemica di Enrico Rossi, governatore della Toscana e candidato alla segreteria nazionale del Pd: "Nominando Guidi, Renzi non ha innovato. Fin dall'inizio c'era un oggettivo conflitto di interessi che poi è esploso".

La posizione di Boschi. Resta da chiarire anche la posizione del ministro delle Riforme: "La firma dell'emendamento da parte del ministro Boschi è un atto dovuto", l'ha difesa Renzi. Mentre Lo scrittore Roberto Saviano in un post su Facebook le ha consigliato di spiegare in Parlamento:

Gemelli lascia incarico in Confindustria. Intanto, Gemelli, indagato dalla procura di Potenza, si è dichiarato "estraneo a ogni illecito". L'imprenditore siracusano comunque ha lasciato il suo incarico di commissario di Confindustria a Siracusa.

Presto nuovo capo del Mise. La sostituzione di Guidi al ministero dello Sviluppo Economico avverrà in tempi rapidi, per il momento Renzi prenderà l'interim.

© Riproduzione riservata
01 aprile 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/04/01/news/caso_guidi_reazioni_m5s_sfiducia_governo-136680360/?ref=HREA-1
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« Risposta #19 il: Giugno 17, 2016, 08:09:35 »

Comunali, da Airaudo a Fassina la 'sinistra sinistra' non sfonda
A Torino, Milano, e Roma le liste rosse anti-Pd non raggiungono i risultati sperati. Con l'eccezione di Bologna.
Incerta la strategia sui ballottaggi. A Roma l'ex viceministro delle Finanze: "Né Raggi né Giachetti, voteremo scheda bianca"

Di MONICA RUBINO

ROMA - Da Giorgio Airaudo a Torino a Stefano Fassina a Roma. Da Basilio Rizzo a Milano a Federico Martelloni a Bologna. La "sinistra sinistra" alternativa al Pd non buca lo schermo e non raggiunge i risultati sperati. Tutti si aspettavano qualcosa in più. Nessuno, a parte Martelloni, è riuscito a superare il 5%, una soglia "simbolica" che avrebbe reso il senso di una buona partenza. Non vale nemmeno più la militanza nei sindacati, come nel caso di Airaudo, ex segretario Fiom nella città della Fiat: “Sono anni ormai - afferma il candidato torinese di Sinistra italiana - che i voti dei sindacati non si ribaltano sui partiti. Personalmente sono un po' deluso, mi aspettavo qualcosa in più dei 14mila voti presi (pari al 3, 70%, ndr). Certo è un inizio, ma è un po' zoppicante. A Torino c'è stata una forte astensione e una buona parte degli astenuti sono voti persi dal Pd che noi non siamo riusciti a intercettare. Ci siamo battuti da soli a mani nude - conclude - ma lo spazio a sinistra c'è, la domanda è forte ma bisogna costruire una proposta credibile e unitaria sul piano nazionale". Alla domanda se SI al ballottaggio sosterrà o meno il sindaco Pd uscente Piero Fassino, Airaudo non risponde: "Non posso dirlo adesso. Nel pomeriggio terremo una conferenza stampa in cui spiegheremo a tutti la nostra strategia".

Sulla stessa linea anche Fassina, candidato sindaco a Roma, che si è fermato al 4,4%: "Una richiesta di discontinuità c'è ma non siamo riusciti a dirottare verso la nostra proposta il dissenso a Renzi, che invece si è spostato sul M5s". Rimane assolutamente convinto del progetto di Sinistra italiana e sull'ipotesi di appoggiare o meno il candidato del Pd Roberto Giachetti l'orientamento sembra quello di non sostenere né Raggi né Giachetti: "La mia indicazione è di votare scheda bianca, mi sembra la scelta più coerente", afferma l'ex viceministro dell'Economia. Anche se ultima parola spetterà all'assemblea del partito, prevista per domani pomeriggio.

LO SPECIALE ELEZIONI COMUNALI 2016

Per Basilio Rizzo, che con la sua lista Milano in Comune ha raggiunto il 3,56% dei consensi, "la sinistra c'è". Il presidente del Consiglio comunale del capoluogo lombardo, rappresentante di Prc e civatiani, si dichiara soddisfatto del quarto posto: "Una parte significativa dell'elettorato milanese non si è riconosciuta nelle candidature gemelle dei manager". Quanto al ballottaggio, Rizzo aggiunge che il candidato del Pd Giuseppe Sala "il nostro voto dovrà meritarselo. Al ballottaggio si devono proporre programmi che possano rispondere alle aspettative di una larga fetta della popolazione. Noi staremo ad ascoltare le proposte: non siamo a priori contro il governare".

A Bologna Coalizione civica, la lista a sinistra del Pd appoggiata da una parte di Sel dopo la rottura dei vendoliani con la giunta di Virginio Merola, non farà "accordi o accordicchi" con i dem in vista del ballottaggio fra il sindaco uscente e la leghista Lucia Borgonzoni. A dirlo è il candidato sindaco Federico Martelloni, più che soddisfatto del 7% raggiunto. Il professore di diritto del lavoro all'Alma Mater non si sbilancia sul secondo turno: "Ne discuteremo, il nostro non è un elettorato sul mercato politico, i nostri 12.000 voti non sono un pacchetto che spostiamo". Se è indubbio che "una distanza siderale ci separa dal populismo di destra della Lega Nord - continua il giuslavorista- non abbiamo nulla a che fare con il Pd di Renzi e di Merola, con il partito della nazione". Non si lavorerà dunque ad un accordo e "non daremo indicazioni di voto", continua Martelloni. Ma "discuteremo di cosa fare - aggiunge - come i nostri fratelli di Barcellona (il riferimento è a Podemos, ndr), perchè non ci sono uomini solo al comando". Toccherà al consiglio direttivo, alle assemblee e alle realtà consolidatesi nei quartieri durante la campagna elettorale prendere la decisione finale.

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07 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni-comunali-edizione2016/2016/06/07/news/da_airaudo_a_fassina_la_sinistra_sinistra_non_sfonda-141480156/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_07-06-2016
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« Risposta #20 il: Luglio 05, 2016, 12:07:19 »

Pd, la direzione.
Renzi: "Un no al referendum? Non io il problema, ma cosa accadrebbe al Paese"
"Volete che lasci? Fate un congresso e vincetelo. Cambiare modello organizzativo? Fate proposte. Separare segretario e premier, basta modifica statutaria. Ma non usate per questo il dato delle amministrative" dichiara il leader dem aprendo i lavori toccando anche i temi del terrorismo, della Brexit e della crescita. Bersani lo sfida: "O si cambia o si va a sbattere"

Di PAOLO GALLORI e MONICA RUBINO
04 luglio 2016

ROMA - "Pronto ad ascoltare le vostre, vi offro alcune mie considerazioni. Questa è una comunità che discute. E litiga. Litigano tutti nei partiti, ma altri nel chiuso delle stanze. Loro fingono di essere una falange e appaiono come tali. Noi valorizziamo solo ciò che ci divide".

Così Matteo Renzi apre il suo intervento in una direzione Pd densa di temi cruciali al Life Hotel di via Palermo a Roma (il Nazareno non avrebbe potuto ospitare tutti i partecipanti previsti). È il giorno del confronto fra la linea di Matteo Renzi e quella della minoranza del partito su alcune questioni divisive: risultati delle amministrative, Italicum, riforme, doppio ruolo del premier-segretario. Il presidente del Consiglio e segretario dem anticipa gli otto punti del suo discorso: situazione internazionale e terrorismo, la Brexit, il referendum costituzionale, la situazione economica, le amministrative, come cambiare il partito, il calendario e, infine, "il mio ruolo".

Politica internazionale e terrorismo. "Non c'è tregua, piangiamo le vittime di Dacca. Che non sono solo numeri. La realtà ci parla di storie, persone. Sono volti e non è possibile non accogliere su di noi le lacrime delle loro famiglie. Dobbiamo avere la forza di non abituarci all'orrore. E deve esserci il desiderio di mantenere in vita i valori che difendiamo". "Al G7 di Taormina porteremo l'idea che quanto accade va combattuto militarmente, ma c'è una questione culturale: giovani che scelgono il terrorismo mentre il Daesh è in difficoltà. Abbiamo una grande emergenza educativa. Non solo in Bangladesh. I nostri valori vanno spiegati alle nuove generazioni". "E' il punto chiave del lavoro che ci attende nei prossimi mesi. L'Italia avrà davanti tre opportunità per portarlo avanti: il G7 di Taormina, nel 2017 saremo nel Consiglio di sicurezza Onu e sedendo nella stanza dei bottoni porteremo l'attenzione su questo approccio e al rapporto Europa-Africa. E nel marzo 2017, grazie a una serie di accordi, l'Ue verrà a Roma per il rilancio dei Trattati". Ricordando Elie Wiesel, Renzi rimarca: "Politica non è demagogia ma avere una visione".

La Brexit. Renzi ricorda il "sacrificio" di Jo Cox e la campagna d'odio in Gran Bretagna. "L'Ue può scrivere una pagina nuova, perché così com'è non va. Chiedevamo e abbiamo ottenuto una flessibilità rispetto al Fiscal Compact a cui l'Ue si era legata. Ma da sola la flessibilità non basta, bisogna indicare un progetto chiaro. La visione europeista che noi difendiamo non è contro l'interesse nazionale, sono disposto a litigare con tutti in Europa. Non si tratta di riaprire pagine del passato (legge Fornero e banche). Il punto è che l'Italia deve fornire un'agenda di sviluppo europeo che non può essere ignorata. Non siamo più quelli da giudicare, come Spagna e Portogallo. Sarebbe un errore che la Ue rispondesse a Londra sanzionando quei Paesi, ma è fondamentale che l'Italia faccia sentire la sua voce sulla crescita e contro l'austerity". E si riparla di valori e comunicazione. I valori che l'Italia ha "comunicato" con l'operazione di "recupero del relitto con i cadaveri dei migranti, donne e bambini, morti perché chiusi a chiave dagli scafisti". Sulle banche "molti dei sondaggi contro il partito nascono da lì. Trovo le polemiche, figlie di una narrazione M5s, ingiustificate. Noi non abbiamo salvato i banchieri, ma i correntisti. E se la misura delle Popolari fosse stata presa dal governo di centrosinistra del 1998 che non ne ebbe la forza, la questione oggi non si riproporrebbe. Noi abbiamo fatto ciò che serviva perché le istituzioni facessero il loro dovere. Salvare i correntisti significa fare l'interesse dei cittadini e delle piccole e medie imprese".

Referendum. "Perchè l'Italia sia forte e credibile serve stabilità istituzionale. Che non è immobilismo, ma riforme con l'anima. E conosco le vostre critiche sulla personalizzazione del referendum". Qui Renzi mostra in video la celebre e pressante esortazione dell'ex presidente Napolitano alle forze politiche sull'urgenza delle riforme istituzionali, invitate a non "autoassolversi" da responsabilità sui tanti "nulla di fatto" sulla legge elettorale e sul "bicameralismo paritario". "Io ero a Palazzo Vecchio, voi applaudivate a quel discorso - riprende Renzi -. C'è lo spazio per passare dai veti ai voti. Di dare al Paese un sistema più semplice ed efficace, cercando pazientemente dentro e fuori il partito la massima convergenza". "Io non credo alla personalizzazione, è un refrain. C'è qualcuno tra di voi che pensa che nel caso in cui il referendum si concludesse con un 'no' il presidente del Consiglio non ne prenderebbe atto? Se c'è gli faccio i complimenti, ma il problema è cosa accade al Paese e alla classe politica, non a me. Se il referendum passa la classe politica dà un segnale, la più bella pagina di autoriforma in Occidente. Se vincerà il "sì", la classe politica "sarà più in grado di guidare e cambiare il Paese. Si chiude la stagione delle riforme e si apre la stagione del futuro". Renzi respinge l'accusa di personalizzazione e chiude accusando piuttosto chi del referendum "ha fatto una sorta di derby personale. E la data del referendum non è nelle nostre disponibilità. Chi ha paura di confrontarsi con i cittadini faccia altro".

Situazione economica. La prima forma di lotta alla povertà è la crescita. E' riportare il segno più davanti agli indicatori economici, è creare posti di lavoro. Di questi 401mila a tempo indeterminato. Pochi? Certo, ma non c'è mai stata una crescita dell'occupazione di milioni in due anni. Piaccia o non piaccia, il Jobs Act ha messo alle corde il precariato. E noi ce ne vergogniamo". "Investimenti, con Graziano Delrio parliamo tutti i giorni. Nel 2014 siamo ritornati a 30 miliardi di investimenti annui, non basta ma è questa la direzione: Jobs Act, investimenti e riduzione delle tasse". Lotta alla povertà, "io considero di sinistra il Jobs Act non l'assistenzialismo o gli aiuti a pioggia. Il problema non è dare una mano a chi non ce la fa, proviamo a farlo tutti. E' il principio che non può funzionare. Non posso avere uno stipendio solo in qualità di cittadino". "Ma questa è anche la legislazione dei diritti civili, la legge sulle unioni civili. Altre proposte sull'autismo, sul caporalato, sulla cittadinanza, per un cantiere sociale di estrema importanza anche per la cooperazione internazionale". In conclusione, la Repubblica democratica "è fondata sul lavoro, non sullo stipendio al cittadino. C'è chi in Parlamento sogna la decrescita felice". "Andare in giro tra chi sta male? Io sono stato a Termini Imerese, quando la fabbrica era chiusa, nella Terra dei fuochi, a Lampedusa da Giusi Nicolini e dal dottor Piero Bartolo, sul Bisagno e nei luoghi dove la crisi faceva così male da non avere più neanche un nome, a Taranto. Vogliamo riconoscerlo?"

Le amministrative. "Un dato difficile da giudicare in modo organico, difficile da capire. Che varia da chilometri e chilometri, 20 punti percentuali tra Bologna e Rimini. In alcune realtà il nostro partito sorprende in positivo, in altre no. A Milano, non sarebbe stata possibile la vittoria di Beppe Sala senza la straordinaria mobilitazione del Pd di quella città. In Lombardia abbiamo tutte le città nelle nostre mani, non in Piemonte. Varese e Novara, settanta chilometri. Mi apro alla discussione. Tocco magico finito? Non c'era nemmeno nel 2014, quando dopo la vittoria alle europee abbiamo perso al ballottaggio città fondamentali: Livorno, Potenza, Padova, Perugia. Succede così, si vince e si perde. Abbiamo perso Fano, Matera, Venezia. Sulla base di candidati scelti nelle primarie, con il segretario che dà una mano a tutti. Ma le alleanze si scelgono a livello locale, lo ricordo. Le alleanze le scelgono i territori. Ecco perché ci vuole fantasia per leggere il dato nazionale". "C'è chi dice che c'è un problema di linea politica. Non mi sembra che il Pd pugliese", spesso non allineato, come sulle trivelle, "abbia ottenuto risultati migliori. La sinistra radicale ha fatto meglio? Credi di no. Ma quello che voglio dire è che il dato è difficile da leggere. Voglio guardare a ciò che si è sbagliato per migliorare. Il problema è intercettare la rappresentanza democratica in un mondo che cambia. Che non è un problema italiano. Il problema, per molti di voi, è il partito. Per cui, non si utilizzino le amministrative. Non è il dato delle amministrative, ma come funziona il nostro partito. Questo è l'argomento".

Come cambiare il partito. "Il Pd non è un partito personale. Appartiene a una comunità di donne e uomini e io ho dimostrato che è scalabile". Dopo una panoramica sui modelli organizzativi a destra, a sinistra e del M5s ("Ciò che è virale è vero. Lo scrisse Casaleggio, io lo criticai ma era una grande verità"), Renzi ringrazia "chi lavora alle feste dell'Unità, ma alla nostra gente dobbiamo un modello che non ricalchi gli errori del passato. Finché ci sarò io le correnti non governeranno questo partito. Parlo anche ai renziani del primo e dell'ultimo minuto, a chi sale e a chi scende dal carro. Non c'è garanzia per nessuno in questo partito, a cominciare da me. Girate, fate iniziative, visitate le aziende, fateli i tavolini. State in mezzo alla gente o io e voi non abbiamo futuro". "Guardate le vostre bacheche facebook: quanti di voi hanno valorizzato le nostre cose? Se volete che lasci, non avete che da chiedere un congresso e possibilmente vincerlo, in bocca al lupo. Se volete la separazione tra le cariche di premier e segretario non avete che da proporre una modifica statutaria. In ogni caso sosterrò il vincitore. Se volete che si cambi il modello organizzativo fate proposte. Ma prima decidiamo dove vogliamo andare. La strategia 'conte Ugolino' non porta da nessuna parte. Se c'è una strategia alternativa, ben venga".

"Il mio ruolo". "C'è un film su Cantona. Un suo grande fan gli chiede: qual è il tuo momento più bello, in cui hai regalato il massimo della felicità? E lui: non è stato un gol. Come no? Il fan gli ricorda i suoi più grandi gol. Cantona: no, è stato un passaggio. E se il tuo compagno avesse sbagliato? Devi fidarti dei tuoi compagni. Il referendum - riprende Renzi - è un passaggio, per l'Italia. Ma anche in questo partito, non è importante il gol ma il passaggio. Da questa parte del tavolo c'è gente che sta lavorando per quel passaggio".

L'attacco di Bersani. Già questa mattina Pier Luigi Bersani ha scaldato i motori in vista della resa dei conti pomeridiana. Alla presentazione del libro di Federico Fornaro Fuga dalle urne, l'ex segretario ha attaccato Matteo Renzi sulla questione del doppio ruolo premier-segretario e sulla legge elettorale.  "La separazione fra gli incarichi non è un dibattito lunare - ha replicato alle parole dette ieri da Renzi nell'intervista a Skytg24 -  Non è la soluzione a tutti i problemi, è la premessa. E lui era anche d'accordo quando si candidò contro di me". L'ex segretario dem ha espresso critiche anche sulla legge elettorale: “Se non si cambia rotta, il rischio è che il Pd vada a sbattere". Il leader della minoranza Pd ha invitato inoltre a tenere in giusta considerazione il ritorno della destra: "Chi sottovaluta le potenzialità della destra in questo momento, non vede la mucca nel corridoio". E ha risposto anche all'allarme di Confindustria che, in caso di vittoria del No al referendum costituzionale, ha previso un nuovo salto dell'Italia nella recessione: "No ai ricatti sulle riforme - ha concluso Bersani- la gente non vive di solo pane".
 
© Riproduzione riservata
04 luglio 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/07/04/news/bersani_su_referendum_e_italicum_confindustria-143400357/?ref=HRER1-1
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« Risposta #21 il: Novembre 11, 2016, 06:07:40 »

Effetto Trump sul referendum, i sondaggisti: "Renzi perde se non incarna il cambiamento"
"Il rischio è che venga identificato con l'establishment, come la Clinton", sostiene Alessandra Ghisleri.
Mentre per Antonio Noto e Nicola Piepoli il No è già in vantaggio

Di MONICA RUBINO
10 novembre 2016

ROMA - Il voto Usa avrà ricadute sulla campagna referendaria italiana? I sondaggi a stelle e strisce hanno davvero male interpretato il sentimento popolare degli americani? Per i sondaggisti di casa nostra, scientificamente parlando, non c’è stato alcun errore statistico negli Stati Uniti. “Non si può parlare di un flop – chiarisce Antonio Noto, direttore dell’istituto Ipr Marketing – i sondaggi americani hanno interpretato il voto popolare che ha dato ragione a Hillary Clinton e hanno sbagliato di pochissimo nel prevedere un vantaggio della candidata democratica, rimanendo entro il margine dell’errore statistico che consente uno sbaglio fino al 3,3%. Negli Usa la differenza l’hanno fatta i grandi elettori”. E in Italia? “In base ai nostri calcoli per il momento il No al referendum è leggermente in vantaggio – afferma il sondaggista -  Ma può succedere qualunque cosa all’ultimo momento. E bisogna tener presente che il 5% dei votanti italiani cambia opinione in cabina elettorale”. Insomma, nessuna paura di sbagliare: “Noi studiamo la probabilità, non abbiamo la sfera di cristallo: l’errore è considerare i sondaggi un’anticipazione della realtà. Quanto alla paura di sbagliare...beh, quella è uno stimolo positivo, è il sale del nostro lavoro”, conclude Noto.

Trump presidente: i sondaggisti falliscono, ma due studentesse avevano indovinato i risultati
Per Alessandra Ghisleri di Euromedia Research l’effetto Trump nel nostro Paese è ancora tutto da valutare: “È troppo presto per capirlo. Bisogna chiedersi invece se l’identificazione di Clinton nell’establishment non abbia piuttosto costituito per l’elettorato un fattore di allontanamento. La candidata democratica non rappresentava il vero cambiamento, ma i poteri dello Stato. Questo non è piaciuto all’America rurale, quella del Nord, il cosiddetto “vento dei laghi”, che l’ha respinta. E mi sono chiesta se a correre lo stesso rischio non sia anche il premier Matteo Renzi. Il messaggio di Trump non era politicamente corretto ma è arrivato alla gente”.

Nicola Piepoli, direttore dell’omonimo istituto di ricerche, è invece convinto che la vittoria di Trump in Usa avrà in Italia ricadute per il No: “Noi italiani ed europei dimentichiamo a volte dove viviamo: l’impero a cui apparteniamo è quello americano. E il nuovo imperatore – perché Trump non ha di se stesso il concetto di un capo democratico come Barack Obama - tutto vuole fuorché cambiamenti della nostra Costituzione. Trump non è aggregante, ma divisivo. Gli italiani non sono affatto spaventati dalla sua vittoria, ma piuttosto meravigliati: da un nostro sondaggio risulta che per il 75% hanno accolto la sua affermazione con stupore”.


© Riproduzione riservata
10 novembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/11/10/news/referendum_effett_trump_sondaggisti-151738822/?ref=HREC1-7
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« Risposta #22 il: Gennaio 12, 2017, 12:30:07 »

Dai Radicali alla Lega, vent'anni di "giravolte" politiche in Europa
Il M5S non è stato l'unico partito a tentare il salto di gruppo all'europarlamento. Quasi vent'anni fa la Lista Bonino si alleò con i lepenisti e la Lega Nord con i liberaldemocratici. Mentre Ds e Margherita erano uniti in Italia e divisi in Ue. Ecco un breve excursus storico

Di MONICA RUBINO
10 gennaio 2017
   
ROMA - Il piano fallito di Beppe Grillo di stabilire un'intesa "tecnica" a Bruxelles con i liberaldemocratici dell’Alde richiama alla mente altre "strane alleanze" tentate in passato da vari partiti italiani all’europarlamento. Dai Radicali alla Lega, dalla Margherita a Forza Italia, lo scopo degli apparentamenti è stato sempre lo stesso: cercare di pesare politicamente di più ed evitare di finire nella zona grigia del gruppo misto, quello dei "non iscritti", che non percepiscono i 40 mila euro a deputato all’anno che il Parlamento Ue garantisce a ciascun gruppo.
 
Facciamo allora un salto indietro nella storia e cerchiamo di ricostruire le prove di intesa più contorte in salsa europea.

I Radicali con Le Pen. L’accordo tecnico fra i Radicali italiani e i lepenisti del 1999 (anno in cui ottennero alle europee un buon successo di voti con la Lista Emma Bonino), fu talmente sorprendente da provocare l’addio al partito di Bruno Zevi, all'epoca presidente onorario. In una lettera aperta indirizzata fra gli altri a Marco Pannella e Bonino, Zevi scrisse: "Apprendo che avete raggiunto il deprecato obiettivo di costituire un gruppo tecnico con i nazisti antisemiti di Le Pen. Non aggiungo altro. Dopo vent'anni sono costretto a lasciare il Partito radicale. Vi ringrazio di tutto, mi auguro che i vostri alleati scompaiano dalla terra e vi auguro uno splendido futuro". Alle successive elezioni del 2004 la lista Bonino confluì nell'Eldr, il gruppo dei Democratici, liberali e riformatori che poi si sarebbe chiamato Alde.

La Lega Nord con i liberali dell’Eldr. Alle europee del ’94 la Lega Nord guadagnò 7 seggi e riuscì in un’impresa tattica molto simile a quella tentata da Grillo. Si alleò infatti con i liberaldemocratici dell’Eldr, come già detto il futuro Alde. Nelle legislature successive i leghisti confluirono dapprima nel gruppo misto (2004) poi nella formazione degli euroscettici di Nigel Farage (2009). Attualmente sono di nuovo nel misto.

Ds e Margherita: uniti in Italia, divisi in Ue. L’esperienza politica di centrosinistra dell’Ulivo italiano, sebbene abbia avuto anche nel Paese una storia lunga e spesso contorta fatta di aggregazioni a titoli diversi, ha vissuto sullo scenario europeo tre fasi ancora più critiche e di profonda divisione. Il Pds (antenato dei Ds e poi del Pd) e gli ex democristiani del Ppi, che si erano presentati uniti nell’Ulivo alle politiche del ’96 a sostegno di Romano Prodi, viceversa si divisero alle europee del ’99. Il Pds, che nel 1998 era diventato Ds, si unì al Pse (Partito socialista europeo), mentre il Ppi confluì nel Ppe (Partito popolare europeo) assieme a Forza Italia, Cdu e Udeur. Alle europee del 2004, i Ds rimasero nel Pse mentre la Margherita di Francesco Rutelli, nato come lista Democrazia è Libertà nel 2001, si aggregò inizialmente ai liberaldemocratici dell’Eldr. Ma nel corso di quella legislatura Rutelli decise di fondare una nuova formazione, alleandosi con l’Unione per la democrazia francese, partito riformista di centro guidato da François Bayrou. In questo modo la Margherita e Bayrou diedero vita al Partito democratico europeo che, assieme ai liberaldemocratici, formò infine l’attuale gruppo Alde. Alle ultime europee del 2014 Matteo Renzi, forte del 40% ottenuto dal Pd, concluse la diatriba interna al centrosinistra e sancì l’entrata definitiva del Partito democratico all’interno del gruppo S&D (Socialisti e democratici europei).
 
Forza Italia. Inizialmente "apolide" in Europa, sin dalle europee del ’99 il partito di Silvio Berlusconi si inquadrò nel Ppe, anche se sulle prime non venne accolto a braccia aperte. L'alleato in Italia Alleanza Nazionale confluì invece nella formazione nazionalista di destra Uen.
 
© Riproduzione riservata 10 gennaio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/01/10/news/m5s_radicali_lega_i_salti_di_alleanze_in_europa-155739072/?ref=nrct-2
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« Risposta #23 il: Gennaio 29, 2017, 08:33:13 »

La crociata del Veneto contro il burqa: "Vietatelo per legge in tutta Italia"
La maggioranza leghista ha proposto un progetto di legge nazionale per estendere anche al velo integrale il divieto di uso nei luoghi pubblici, come già avviene per caschi e passamontagna.
Da Giorgia Meloni (Fdi) ad Alessia Morani (Pd) ecco chi la sosterrebbe in Parlamento e chi no

Di MONICA RUBINO
26 gennaio 2017

ROMA - "Divieto di burqa e niqab anche in Italia come in Francia e Belgio". La proposta arriva dal Veneto, dove il consigliere regionale leghista Alberto Villanova ha illustrato un progetto di legge nazionale per impedire l’uso in tutta Italia del velo integrale che nasconde il volto, diffuso in alcuni Paesi musulmani di tradizione saudita (Arabia saudita, Penisola arabica, Afghanistan). Una proposta che in Parlamento incontra già il favore di Lega e destre. Il Pd è critico, mentre il M5S rimane scettico.

Nel condurre la sua crociata contro il burqa, la maggioranza veneta rivolge a deputati e senatori una richiesta precisa. Ovvero integrare le norme penali (tra cui la legge 152/1975) che vietano il "travisamento del volto senza giustificato motivo" nei luoghi pubblici, aggiungendo ai già vietati caschi e passamontagna anche gli indumenti sotto accusa. La proposta di Villanova prevede anche la reclusione da 4 a 12 mesi con la multa da 10 mila a 30 mila euro per chi, con violenze e minacce, costringa le donne di religione islamica all’occultamento del volto.

Indossare un velo integrale in Italia non è un reato, a parte qualche sporadica e isolata ordinanza municipale che ne dispone la proibizione punibile con sanzioni amministrative. Vedi il caso della multa di 500 euro inflitta a Novara a una donna entrata all’ufficio postale con il burqa o il divieto valido in Lombardia di entrare a volto coperto nelle strutture regionali, ospedali compresi.

Sulla interpretazione della clausola "senza giustificato motivo" (indicata appunto nella legge del 1975) si era già espresso il Consiglio di Stato, che nel 2008 ritenne la matrice religiosa o culturale un giustificato motivo per poter circolare indossando un niqab, un burqa, o un altro tipo di velo islamico che ricopra il viso.

Tuttavia in Parlamento c’è già chi accoglierebbe la proposta veneta con entusiasmo. È il caso di Barbara Saltamartini, deputata del Carroccio: "Sono assolutamente d'accordo perché il velo integrale è simbolo di oppressione e sottomissione, che limita la libertà della donna. Il burqa e il niqab sono la negazione dei valori fondanti della società occidentale. Sino a quando le comunità islamiche non sottoscriveranno le intese con lo Stato italiano e non riconosceranno la parità uomo-donna come uno dei principi cardine della nostra società, nessun dialogo sarà mai possibile".
 Di rincalzo Daniela Santanché, deputata di Forza Italia: "È la strada giusta: giace in Parlamento (correva l’anno 2007) la mia prima proposta di legge per vietare il burqa su tutto il territorio nazionale. Ho provato una volta a indossarlo ed è una prigione portatile. Sarebbe una legge di liberta perché la maggioranza delle donne lo mette per costrizione e non per convinzione".

Anche Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia, si dichiara pronta a sostenere la proposta in Parlamento, come ha già fatto il suo partito in Regione Veneto su iniziativa del consigliere regionale Sergio Berlato: "È una questione di sicurezza perché non si può consentire a uomini o donne di girare con il volto coperto e di non essere riconoscibili - spiega Meloni -  non si tratta di una limitazione della libertà di culto: l’Italia è uno Stato laico e la legge e la sicurezza dei cittadini vengono prima delle abitudini di chi viene a vivere nella nostra nazione".

Di tutt’altro avviso la deputata del Pd Alessia Morani, componente della commissione Giustizia: "Siamo all'ennesimo provvedimento di pura propaganda della Lega che rimbalza dalla Lombardia al Veneto. Esiste già una legge nazionale e non è necessario altro. Evidentemente la campagna elettorale permanente di Matteo Salvini non si ferma neppure di fronte alla evidente inutilità delle azioni dei suoi rappresentanti istituzionali. L'importante per il Carroccio è mostrare la faccia feroce, poi se non serve a niente non importa".
 
Critici anche i 5stelle del Veneto che condizionano il loro sì alla proposta all’approvazione di un emendamento che elimina la discriminante religiosa: "Il codice penale punisce già queste fattispecie, non servono appendici anti-islamiche", specifica la consigliera pentastellata Patrizia Bartelle. Il suo collega Jacopo Berti si mostra scettico:
"Finora lo 0% delle proposte regionali si sono tradotte in leggi dello Stato, stiamo discutendo un tema per altro importante nel posto sbagliato".
 
Martedì prossimo il voto finale dell’assemblea regionale. E poi la palla potrebbe passare al Parlamento.
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26 gennaio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/01/26/news/veneto_divieto_burqa_legge_nazionale-156901593/?ref=fbpr
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« Risposta #24 il: Febbraio 01, 2017, 08:33:16 »

Stefano Fassina: "Con la scissione dal Pd, D'Alema diventa interlocutore possibile"
Intervista all'ex dem, che ha lasciato il partito in rotta con Renzi.
Le posizioni della Sinistra

Di MONICA RUBINO
01 febbraio 2017

ROMA - La scissione evocata da Massimo D'Alema dopo l'assemblea dei Frentani spariglia le carte anche nella sinistra alternativa, di Sel e Sinistra Italiana. L'ex Pd Stefano Fassina tende la mano all'ex premier e ammette: "D'Alema adesso è un interlocutore possibile". Una linea condivisa anche dal capogruppo alla Camera di Sinistra italiana Arturo Scotto, esponente dell'ala di minoranza favorevole al dialogo con il Pd. E che a sorpresa invece ha invocato un cambio di rotta verso una prospettiva collegiale in vista del congresso di Si a Rimini, dove è candidato segretario contro Nicola Fratoianni.
 
Fassina, adesso Scotto sembra darle ragione?
"Da tempo insisto sulla necessità di fare un congresso fondativo su temi concreti, con una gestione unitaria e senza lacerazioni. In verità non ritengo che il problema della sinistra italiana sia il renzismo: tutta la famiglia progressista deve risolvere una frattura più profonda, ossia la sua subalternità all'impianto neoliberista nell'ultimo quarto di secolo".
 
Sarebbe disposto ad aprire a un partito unico con D'Alema?
"L'iniziativa di D'Alema è importante così come i comitati per il No al referendum che lui ha proposto. Il fatto che riveda in modo critico la stagione di cui lui stesso è stato protagonista, lo rende un interlocutore. Ma è bene chiarire: dopo il congresso Sinistra italiana sarà un partito autonomo, popolare, aperto e inclusivo. Non certo l'associazione 'amici di D'Alema'".
 
Va bene perdere purché si resti puri?
"No, pur mantenendo autonomia di visione, vogliamo stabilire relazioni con chi si muove nella nostra lunghezza d'onda. A cominciare dal popolo del No, che oggi non ha una casa politica e dal quale sono emerse figure interessanti come Tomaso Montanari e Anna Falcone. Il nostro è un percorso che guarda oltre i palazzi del potere e vuole catalizzare le decine di liste di alternativa nate nelle città, da Torino a Cosenza".
 
A destra intanto le sembra che ci sia aria di riorganizzazione sull'ipotesi del voto anticipato?
"Si, decisamente. I partiti di destra vedono Trump, la Brexit e provano a cavalcare la sofferenza economica e sociale. E la gente si rivolge a loro perché non trova una sinistra che rimette in discussione l'euro e la libertà di circolazione di capitali, merci e servizi. Nel documento congressuale propongo il superamento cooperativo della moneta unica".
 
Questo lo sostiene anche Matteo Salvini.
"Sì, però lui ne fa una questione di sovranismo, mentre per me è un intervento indispensabile per attuare l'articolo 1 della Costituzione, quello che fonda la Repubblica sul lavoro".

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01 febbraio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/02/01/news/stefano_fassina_con_la_scissione_dal_pd_d_alema_diventa_interlocutore_possibile_-157338914/
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« Risposta #25 il: Febbraio 26, 2017, 12:15:22 »

Pd, Emiliano resta e corre per la segreteria. Speranza: "Ora nuovo soggetto". Bersani: "Basta tessera Pd". Renzi negli Usa
Il governatore pugliese ci ripensa: non lascia il partito, partecipa alla direzione e conferma: "Corro contro Renzi perchè questa è casa mia. Chi non lotta ha già perso".
Minoranza dem: "Lui rimane, noi no". Bersani: "Non è più la ditta, il Pd si è spostato". Da Cuperlo l'ultima mediazione: "Primarie a luglio".
L'ex segretario? Vola in California: "Addii addolorano ma andiamo avanti". L'ex presidente Napolitano: "Avanti a tutto la stabilità del governo"

Di SIMONA CASALINI e MONICA RUBINO

21 febbraio 2017

ROMA - Il governatore della Puglia Michele Emiliano, a lungo indeciso se lasciare il partito come minoranza Pd o presentarsi al Nazareno, scioglie la riserva: resta, va in direzione e si candida nella corsa alla segreteria contro Matteo Renzi. L'ex segretario, invece, non partecipa all'assise. Ma prima di salire sul volo che lo porta negli Usa, attacca nella sua e-news la minoranza e cerca di compattare i suoi sostenitori, ribadendo concetti già espressi in assemblea: "Mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso - scrive - io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti. Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell'innovazione".

A metà pomeriggio parla anche l'ex presidente Napolitano: "Il punto fermo da salvaguardare è la continuità e la stabilità del governo" sottolinea "l'instabilità è stata una delle debolezze di fondo dell'Italia in Europa". Cosa dice delle vicende del Pd? gli chiedono i giornalisti in Senato ma si smarca: "Non entro nel merito della vita interna dei partiti". Un'altra giornata di fuoco tra i dem, nella Roma politica assediata dalle violente proteste dei tassisti e degli ambulanti.

Crisi Pd, Bersani: "Non rinnovo la tessera, non partecipo al congresso"
 Pierluigi Bersani in serata, a DiMartedì, ha il tono grave: "Non me la sento di rinnovare la tessera del Pd, non mi sento di partecipare a questo congresso, ma non vado certo via dal centrosinistra. Non è più la ditta, non è il Pd. Si è spostato. Noi non abbiamo fatto nessuno strappo, abbiamo chiesto questa discussione nei tempi normali". Aggiunge: "Sostengo il governo, lo sosterrò sempre ma chiederò di correggere qualche cosa, come sul lavoro e la scuola". E insiste: "Dal primo giorno ho capito che con Renzi non mi sarei preso. Io con pochi voti ho vinto. Se questi qui con il 40% fanno vincere la destra li vado a cercare".

Quasi in contemporanea, su RaiTre, ospite di Cartabianca, il nuovo programma di Bianca Berlinguer, Massimo D'Alema staffilava Roberto Giachetti. Alla giornalista che gli chiedeva conto del perchè il deputato Pd lo avesse definito "il conducator della scissione", D'Alema lo ha irriso: "Guardi, la questione Giachetti l'ha già risolta Virginia Raggi. Se poi risolvesse anche i problemi di Roma, sarebbe un vantaggio notevole". Nei fatti però, anche D'Alema certifica la spaccatura "anche se spero che la nostra sia una separazione non eterna. Leader naturali Roberto Speranza e Enrico Rossi. Enrico è miglior amministratore di cui dispone il centrosinistra in Italia. Penso però che il leader sarà scelto con le primarie".
 
Direzione Pd, Emiliano: "Mi candido alla segreteria contro posizione dominante di Renzi"
LA GIORNATA
Direzione chiusa dopo poco più di due ore. Orfini: "Gli addii non sono inevitabili"  "E' improprio rivolgersi a Matteo Renzi per risolvere controversie inerenti questo congresso. A occhio e croce Renzi si ricandiderà. Ma adesso non è segretario, inutile rivolgersi a lui". Il presidente del Pd Matteo Orfini, in qualità di reggente, apre così nel primo pomeriggio la direzione del partito. "Quello emerso nella nostra assemblea e nelle ore successive, non rende inevitabili gli addii, ci sono ancora margini per ricostruire le condizioni dell'unità, ho chiesto a Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza di partecipare al congresso". Poi annuncia i 18 nomi di chi farà parte della commissione che definisce le regole congressuali. Scelti, ha sottolineato Orfini, "con criteri di pluralismo e rappresentanza che fotografano lo stato attuale del Partito democratico": Silvia Fregolent, Martina Nardi, Mauro Del Barba, Ernesto Carbone, Alberto Losacco, Caterina Bini, Tommaso Ginoble, Emilio Di Marzio, Teresa Piccione, Roberto Morassut, Roberto Montanari, Claudio Mancini, Micaela Campana, Michele Bordo, Andrea De Maria, Paolo Acunzo, Antonio Rubino e anche il vicesegretario Lorenzo Guerini. Tutti nomi approvati al termine della direzione, con un solo voto contrario e otto astenuti. Ma la commissione dovrà essere integrata da un rappresentante di Emiliano.

Emiliano scioglie la riserva e rimane nel Pd: "Lo annuncio in direzione"
Michele Emiliano: "Mi candido alla segreteria" "Mi candido alla segreteria del Pd perchè questa è casa mia, è casa nostra. E nessuno può cacciarmi", così il governatore della Puglia, ormai scissionista pentito, che prende il microfono al Nazareno. E ancora: "Enrico Rossi e Roberto Speranza sono persone per bene di grande spessore umano e politico che sono state offese senza ragione da toni arroganti, dal cocciuto rifiuto ad ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione". Emiliano rivendica: "Enrico, Roberto ed io abbiamo impedito al segretario di far precipitare il Paese verso elezioni anticipate". E ancora attacchi Renzi: "Matteo ci ha irriso non partecipando a questa direzione" poi si accalora: "La voglia di andar via è stata tanta ma mi candido nonostante il tentativo di Renzi di vincere il congresso ad ogni costo e con ogni mezzo, ha fretta perchè non vuole rinunciare alla posizione dominante". "Mi candido", conclude perchè "chi lotta può perdere ma chi non lotta ha già perso".  "E' una buona notizia. Abbiamo il dovere di portare la democrazia interna verso l'esterno perchè non vedo buoni presagi fuori di qui", così Emanuele Fiano. Non è arrivata, invece, la candidatura del ministro della Giustizia, Andrea Orlando al quale Michele Emiliano concede di essere "una delle migliori menti del Pd" e "una sua candidatura alle primarie del partito sarebbe importante". "L'unico suo limite" staffila il governatore "è che è stato la stampella di Renzi".

Roberto Speranza: "Noi al lavoro per nuovo soggetto centrosinistra" "Dalla direzione Pd non è arrivata nessuna novità, noi andiamo avanti sulla strada della costruzione di un nuovo soggetto politico del centrosinistra italiano che miri a correggere quelle politiche che hanno allontanato dal nostro campo molti lavoratori, giovani e insegnanti. Occorre iniziare un nuovo cammino". Così, da buon incassatore, Roberto Speranza, interpellato dall'Ansa dopo la giravolta di Emiliano. "Prendiamo atto della scelta di Michele Emiliano, quella di candidarsi nel PdR", il Partito di Renzi" aggiunge l'esponente della minoranza Pd che, con Enrico Rossi e Michele Emiliano, aveva animato la kermesse degli scissionisti a Testaccio. "Ognuno ha il suo carattere, il suo modo di comportarsi. Con Emiliano ci saremmo dovuti risentire oggi, invece non l'ho sentito, il che evidentemente era un segnale di quello che poi è successo. Per me non sarebbe un comportamento normale" il giudizio di Enrico Rossi, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo.


La proposta di Cuperlo: "Primarie a luglio" "Forse siamo già oltre la linea delle decisioni ma chiedo a tutti: si possono alzare le mani e dire che è finita una parte della nostra storia comune?" ha detto il deputato del Partito Democratico, Gianni Cuperlo, tra i primi a intervenire alla direzione nazionale tentando un'ultima mediazione. "Io continuo a ritenere che una frattura è un danno storico - ha aggiunto Cuperlo -. Chiedo di aprire un ultimo spiraglio". Poi la sua proposta: "Proviamo a stupire noi stessi: avviamo il congresso poi affrontiamo assieme le amministrative e chiudiamo questo percorso con le primarie entro la prima parte del mese di luglio. E luglio non è una violenza sulle regole. Chiedo alla direzione di valutare questa proposta". Primarie a luglio? Francesco Boccia aderisce: "Mi pare ragionevole", dice l'esponente del pd vicino a Michele Emiliano.

Nel Nazareno assediato da ambulanti e tassisti anche il sit in pro Renzi 'Scortati' da giornalisti e fotografi, i componenti della direzione del Partito democratico entrano nella sede del partito dall'ingresso secondario accanto alla chiesa di Sant'Andrea delle Fratte. Il portone principale è infatti presidiato da altri ambulanti e tassisti che urlano, circondati da decine di agenti in assetto antisommossa. Nel caos, davanti la sede del Pd, alcuni sostenitori di Matteo Renzi esibiscono, in segno di protesta, dei fogli con su scritto "Il popolo del Sì è con Matteo Renzi", "prima il rispetto...prima il paese".
Il Renzi-pensiero nella sua enews Renzi riprende alcuni passaggi già illustrati in assemblea: "Facciamola semplice, senza troppi giri di parole. Dal primo giorno della vittoria alle primarie del 2013 alcuni amici e compagni di strada hanno espresso dubbi, riserve, critiche sulla gestione del partito e soprattutto alla gestione del Governo. Penso che sia legittimo e doveroso in un partito democratico, di nome e di fatto, che chi ha idee diverse possa presentarle in un confronto interno, civile e pacato. Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del paese. È tempo di rimettersi in cammino. Tutti insieme, spero, ma in cammino. Non immobili. Il destino del pd e del paese è più importante del destino dei singoli leader".

Un appello e una sfida, allo stesso tempo, mantenendo i toni che non hanno convinto la minoranza: "Il nostro dibattito deve essere autentico. Il Pd ha la sua forza nella partecipazione, sia nei circoli che alle primarie. Personalmente ho giurato a me stesso che non sarò mai il leader di qualche caminetto, messo lì da un accordo tra correnti: si vince prendendo i voti, non mettendo i veti".
Poi spiega: "Primissime ore del mattino, arrivo in aeroporto e butto un occhio sui canali delle news: tutti ripetono ossessivamente le sfumature e i dettagli delle posizioni interne al pd. Da qualche giorno l'apertura di tutti i media italiani è la scissione, o fuoriuscita, per dirla con le parole di paolo mieli, del partito democratico. Ne sono molto dispiaciuto, anche perchè i motivi di questa divisione sono difficili da comprendere anche a noi, addetti ai lavori: figuriamoci ai cittadini normali".

Renzi sottolinea le contraddizioni che a suo avviso ci sono nella posizione degli 'scissionisti': "Per settimane intere gli amici della minoranza mi hanno chiesto di anticipare il congresso, con petizioni online e raccolte firme, arrivando persino al punto di minacciare 'le carte bollate'. Quando finalmente abbiamo accolto questa proposta, ci è stata fatta una richiesta inaccettabile: si sarebbe evitata la scissione se solo io avessi rinunciato a candidarmi. Penso che la minoranza abbia il diritto di sconfiggermi, non di eliminarmi. E se è vero che la parola scissione è una delle più brutte del vocabolario politico, ancora più brutta è la parola ricatto".

"Vinca il migliore e poi chi vince ha il diritto di essere aiutato anche dagli altri: si chiama democrazia interna - prosegue il segretario uscente del Pd - l'alternativa è il modello partito-azienda. E sia detto con il massimo rispetto: a me non convince. Certo, è più facile essere guidati da un capo che decide da solo. Ieri un signore di Genova e uno di Milano - senza alcuna carica istituzionale - sono arrivati a Roma insieme e hanno spiegato ai rappresentanti di quella città che cosa fare e che cosa non fare nel governo del Campidoglio. Dall'altra parte accade che da vent'anni in una villa in Brianza si prendono le decisioni che riguardano la destra in Italia, senza la fatica di fare congressi o discussioni vere".

"Abbiamo indetto il congresso, secondo le regole dello Statuto. Si terrà nei tempi previsti dallo Statuto. Chi ha idee si candidi. E vinca il migliore. Se qualcuno vuole lasciare la nostra comunità, questa scelta ci addolora, ma la nostra parola d'ordine rimane quella: venite, non andatevene"

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21 febbraio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/02/21/news/renzi_pd_minoranza_direzione-158828595/?ref=HRER3-1
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« Risposta #26 il: Marzo 13, 2017, 12:37:47 »

Lingotto, Renzi apre la kermesse del Pd: "Rivendichiamo il futuro contro la paura"
L'ex premier lancia a Torino la sua ricandidatura a segretario: "Noi eredi della tradizione migliore, non reduci". Tra le proposte le primarie per scegliere il presidente Ue e una scuola di partito per formare 200 dirigenti. Al via anche “Bob", la nuova piattaforma web del partito

Di MONICA RUBINO
10 marzo 2017

ROMA - Sotto il segno del trolley, Matteo Renzi prova a ripartire dal Lingotto, un luogo altamente simbolico, dove dieci anni Walter Veltroni battezzò l'allora nascente Partito democratico. Ed è proprio questa eredità che viene rivendicata dall'ex premier nei sessanta minuti del discorso di apertura della tre giorni torinese (foto), che ha registrato un boom di partecipazioni. Una relazione programmatica che non contiene nemmeno una parola sull'inchiesta Consip, il "convitato di pietra" della convention. "Siamo eredi della migliore tradizione non reduci -  esordisce Renzi con forza - basta con la sinistra che vive di paura e nostalgia". E afferma: "Ripartiamo dai luoghi che hanno segnato la nostra storia. Il futuro non va più di moda ma è la nostra sfida, la paura è l'arma elettorale degli altri".

Primarie Pd, Renzi riparte dal Lingotto: ''Siamo eredi, non reduci''
L'attacco agli scissionisti.  Renzi affronta subito il nodo delle divisioni interne al partito. "La politica deve essere capace di indicare una direzione, non dividersi tra correnti". E afferma: "La sfida non è il quotidiano nauseante ping pong di queste settimane che ha stancato anche gli addetti ai lavori. O il Pd dà una visione per i prossimi dieci anni al Paese o non serve più". Propone poi unità e dialogo: "Né leggero né pesante: torniamo ad essere un partito pensante, che sappia dialogare e ascoltare". E più avanti non risparmia critiche agli scissionisti: "Liberiamoci dall'atteggiamento di chi va ai talk show per battaglie rancorose verso qualcuno o qualcosa". Per l'ex segretario il nemico comune da battere è l'antipolitica, rappresentata "sia dal populista nei talk show" ma anche "dal tecnocrate abituato a fare come gli pare, perchè tanto il ministro passa e lui resta".

Europa e primarie transnazionali. Al centro della mozione renziana c'è l'Europa, considerata "il vero luogo della battaglia politica". Per spiegare la sua idea di Europa, Renzi accusa indirettamente l'ex premier Mario Monti, quando ricorda: "Ci sono stati premier tecnici animati da sentimento antipatriottico e antitaliano. Dicevano: ce lo chiede l'Europa". In proposito riabilita anche il patriottismo in chiave progressista, citando Orwell. Più avanti attacca il M5S: "I 5 Stelle sono passati nel giro di 48 ore dal movimento più anti europeo in assoluto, quello di Farage, a quello più europeista, quello di Verhofstadt: semplicemente è che avevano da piazzarsi, dimostrando l'idea di un'Europa à la carte che noi non abbiamo. Noi siamo per l'Europa dei valori, degli ideali, non delle poltrone". E lancia la proposta dell’elezione diretta del presidente della commissione: "Democrazia non burocrazia Primarie transnazionali ed europee".

Un Pd più "collegiale". In un passaggio successivo, Renzi rilancia il significato della parola "compagno": "Perchè siamo qui? Per ridare senso alla parola "compagno", che deriva dal latino "Cum panis", colui che divide l'essenziale, la cosa più importante che ha. Dobbiamo ritrovare il gusto di condividere di discutere". E riconosce "la necessità di maggiore collegialità", incarnata nella sua proposta incarnata dal ministro Maurizio Martina, che correrà in ticket con lui, in rappresentanza della sinistra del partito.

Renzi al Lingotto: '' Siamo qui per riscoprire la parola compagno ''
Il premier-segretario. Renzi inoltre insiste sul tema politico dell'identificazione tra la figura del premier e quella del segretario del partito di maggioranza, di cui rivendica anche una sorta di certificazione europea: "La sovrapposizione del ruolo tra segretario e premier prevista dal nostro statuto non è una ambizione personale. In tutta Europa i leader dei governi sono anche i leader dei loro partiti".

La scuola di formazione e "Bob", Il candidato segretario illustra l'idea di una scuola di formazione per giovani: "Il nostro sogno è una scuola nazionale di politica che duri nove mesi e che formi 200 dirigenti". E annuncia la nuova piattaforma web del partito, che si chiamerà "Bob", come Bob Kennedy.

No al reddito di cittadinanza. Per Renzi il Pd deve farsi carico della dimensione umana: "Uno degli errori che abbiamo fatto è stato non coinvolgere le persone dal basso. Abbiamo l'ambizione di tornare a dettare l'agenda per un'Italia che metta al centro la persona". Ammette che alcune delle sue riforme non hanno funzionato, in primo luogo quella della scuola: "Pensavamo che investire tante risorse sull'istruzione fosse importante, le modalità con cui lo abbiamo fatto sono discutibili".  E rilancia la necessità di "un gigantesco investimento in tecnologia e green economy". Criticando ancora i Cinquestelle, conclude: "Va respinto il concetto di reddito di cittadinanza. Perché così si afferma il concetto che la rendita è meglio del lavoro. Noi vogliamo un Paese fondato sul lavoro non sui sussidi e sull'assistenzialismo".
Renzi al Lingotto, contro il reddito di cittadinanza: "È cultura dell'assistenzialismo"

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10 marzo 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/03/10/news/renzi_lingotto_primarie_pd-160240693/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2
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« Risposta #27 il: Marzo 26, 2017, 11:49:34 »

Vitalizi, la carica dei 629. Pure il Senato verso la riforma
A settembre scatta la pensione per i parlamentari al primo mandato. Ecco i gruppi più numerosi: in testa democratici e Cinquestelle

Di MONICA RUBINO
26 marzo 2017

ROMA. Il "D-Day" è il 15 settembre 2017. Quel giorno i parlamentari al primo incarico della XVII legislatura avranno raggiunto il traguardo dei 4 anni, 6 mesi e 1 giorno. Ossia il periodo minimo di servizio necessario per maturare il diritto alla pensione, secondo la riforma dei vitalizi approvata dal governo Monti nel 2012, che si basa sul sistema di calcolo contributivo. Deputati e senatori al primo mandato riceveranno dunque a 65 anni 950 euro di pensione. Mentre, se verranno rieletti per un'altra legislatura, l'assegno sarà di 1500 euro a 60 anni.

È passato solo poco più di un mese e mezzo da quell'sms al programma di Giovanni Floris in cui l'ex segretario del Pd Matteo Renzi si augurava di andare "al voto prima che scattino i vitalizi", scatenando la rivolta fra i parlamentari dem, renziani compresi. Ma poi l'ipotesi di elezioni anticipate è stata archiviata e quindi la meta del 15 settembre è ormai sicura. Una buona notizia per il folto plotone dei neoeletti, che altrimenti avrebbero perso tutti i contributi versati. Quello uscito dalle elezioni del febbraio 2013, infatti, è un Parlamento di novizi. Facciamo i conti: alla Camera su 630 deputati complessivi, ben 438 sono al primo mandato. A Palazzo Madama su 320 senatori 191 sono neoeletti. Sommando le due camere, otteniamo la cifra di 629 novellini su 950 parlamentari, i due terzi del totale.

Il partito che ha più parlamentari al primo incarico è, ovviamente, quello di maggioranza: il Pd ha 198 deputati novelli su 284 e 66 senatori su 99, per un totale di 264 parlamentari. Per tutti i grillini (91 alla Camera e 35 al Senato) è la prima volta. Viceversa nei partiti di centrodestra ci sono più "veterani": in Forza Italia i neodeputati sono solo 12 su 50, i senatori "primini" 14 su 43. Gli alfaniani di Ap alla prima esperienza sono 11 su 26 alla Camera, 13 su 27 al Senato. Mentre i verdiniani neoeletti sono circa la metà: 7 su 16 a Montecitorio e 8 su 16 a Palazzo Madama. Tutti al primo mandato, invece, i 17 deputati rimasti in Sinistra italiana. Piuttosto "nuovi" i gruppi Misti, che hanno accolto diversi fuoriusciti cinquestelle.

Intanto, mercoledì scorso, l'Ufficio di presidenza della Camera ha rinnovato il contributo di solidarietà sui vitalizi degli ex deputati maturati prima del 2012, aumentando i tagli agli assegni più pesanti. Qualcuno tra i renziani non nasconde che si poteva fare di più: "Comunicativamente parlando si rischia di prestare il fianco al M5S", dice ad esempio Anna Ascani, già critica nei confronti del citato sms di Renzi. I Cinquestelle sostengono infatti l'abolizione definitiva dell'assegno a vita. La palla passa ora al Senato, dove quasi sicuramente sarà approvata una delibera identica a quella di Montecitorio. L'ufficio di presidenza del Senato, però, è un organo monco: mancano infatti tre segretari d'aula che verranno nominati mercoledì. E poi si deciderà quando convocare una riunione ad hoc sul tema vitalizi.

Contro la sforbiciata agli assegni protestano invece gli ex onorevoli, pronti a fare ricorso.

© Riproduzione riservata 26 marzo 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/03/26/news/vitalizi_la_carica_dei_629_pure_il_senato_verso_la_riforma-161418714/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P1-S1.4-T1
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« Risposta #28 il: Aprile 03, 2017, 04:38:53 »

Pd, il voto dei circoli: affluenza supera il 59%. Renzi è primo con il 68%: "Impressionante, viva la democrazia"
Nelle votazioni per la corsa alla segreteria del Nazareno, l'ex premier è in testa.
A Palermo raggiunge l'82%.  A Roma conquista 13 municipi su 15. Emiliano vince in Puglia.
La mozione Orlando contesta i dati

Di MONICA RUBINO
03 aprile 2017

Pd, il voto dei circoli: affluenza supera il 59%. Renzi è primo con il 68%: "Impressionante, viva la democrazia “ROMA - Chiuse le urne nei circoli, si continua a fare la conta dei voti degli iscritti al Pd in attesa dei numeri definitivi del congresso, che si otterranno a partire dal pomeriggio. Il dato finale parla di 266.726 votanti, pari al 59,29% dei 449.852 iscritti. Un'affluenza superiore al precedente congresso del Pd, nel 2013, in cui aveva partecipato il 55,34% degli iscritti. "La partecipazione degli aventi diritto è stata maggiore - commenta il presidente dem Matteo Orfini - anche se in percentuale questa volta avevamo meno iscritti. Il dato è stato piuttosto omogeneo in tutta Italia, non ci sono state contestazioni particolari. Direi che il bilancio è positivo".

Secondo i dati raccolti dal comitato Renzi relativi a 4mila circoli, la mozione dell'ex segretario ha ottenuto il 68,22% (141.245 voti), quella di Andrea Orlando il 25,42% (52.630 voti) mentre Michele Emiliano ha raccolto il 6,36% (13.168 voti), per una somma totale di voti validi pari a 207.043.

"68 per cento, numeri impressionanti, viva la democrazia e grazie a tutti. Adesso al lavoro, tutti insieme!", scrive su Instagram Matteo Renzi.
Mentre il ministro dello Sport Luca Lotti commenta su Twitter:
 Luca Lotti ✔ @LottiLuca
Bene il congresso, meglio ancora i dati ISTAT: il #JobsAct funziona, le polemiche NO. #Avanti
10:39 - 3 Apr 2017

Le polemiche sulle cifre. Ma i dati inizialmente sono stati contestati dal comitato Orlando che ha mostrato numeri un po' diversi: "L'affluenza ai congressi presumibilmente si aggirerà intorno a 200.000 votanti. Orlando al momento ha un consenso intorno al 29,6%, Renzi intorno al 62,4% ed Emiliano all'8%". "Normale dialettica congressuale", taglia corto Orfini. Mentre in mattinata il ministro della Giustizia a Radio Cusano Campus si è detto soddisfatto del suo risultato e ha aggiunto: "La partita è aperta. Già nelle scorse primarie c'è stato uno scarto enorme tra il voto degli iscritti e quello degli elettori". 

Interviene anche il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato: "Quando Renzi si scontrò con Cuperlo sostenuto anche da Bersani e D'Alema - dice - alle primarie che videro la partecipazione anche di Civati e Pittella, la percentuale di iscritti che votarono fu del 55,5%. Oggi siamo già al 58,1%. In periodi in cui cresce l'antipolitica e la disaffezione dei cittadini, il Pd è l'unico partito in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone".

Anche il comitato di Emiliano ha offerto una stima differente dei dati relativi alla prima fase del congresso, quella dei circoli. Da un confronto sui dati provincia per provincia, su 180343 voti validi, Michele Emiliano ha ottenuto oltre l'8%, spiegano dal comitato, aggiungendo che si tratta di un dato ufficioso. Com'era prevedibile il governatore ha vinto in Puglia, dove ha ottenuto il 42,8% contro il 40,3 di Renzi e il 16,8%.

I dati nelle città e nelle regioni. Quanto ai dati nelle città e nelle regioni, secondo il segretario provinciale Carmelo Miceli a Palermo Renzi vince con l'82,1% pari a 4.487 preferenze, Orlando 552 preferenze, pari al 10,09 per cento, ed Emiliano 427 preferenze, pari al 7,81%. In Sicilia l'ex segretario raggiunge il 72,35%, il Guardasigilli il 22,28% e Michele Emiliano il 5,29%. A Roma l'ex segretario espugna per la prima volta i circoli della capitale, vincendo il 13 municipi su 15. Il dato totale definitivo, reso noto nella tarda serata di ieri, vede Renzi al 62,33% (4.868 voti), Orlando al 33,85% (2.644 voti) ed Emiliano al 3,80% (297 voti). Su 11.004 aventi diritto hanno votato 7.809 Iscritti, il 70,96%. Per quanto riguarda i dati nei singoli municipi, Orlando batte Renzi in V  (Tor Pignattara e Tor Sapienza) e XI municipio (Garbatella), dove raggiunge il suo massimo con il 49,86%. L'ex premier si spinge fino all'86,67% in VI (Tor Bella Monaca). "Il dato di partecipazione nelle periferie è molto buono - commenta il presidente del Pd Matteo Orfini - segno che due anni di commissariamento del partito nella capitale cominciano a dare buoni frutti".

A Bologna i voti validi sono calati da 7800 del 2013 a 5800 del 2017. Secondo le stime di Andrea De Maria, componente della commissione nazionale per il congresso, a Bologna città Renzi raggiunge il 49,88 per cento, Orlando il 47,54% Emiliano al 2,58%. Considerando anche i comuni della provincia, invece, Renzi è primo al 59,26, Orlando secondo al 38,95% ed Emiliano terzo all'1,7%. Nel circolo bolognese Andrea Costa, dove è iscritto anche il sindaco Merola, il Guardasigilli si piazza al primo posto con 121 voti contro i 55 di Renzi e i 4 di Emiliano.
Renzi al primo posto anche in Veneto con il 61,8%, secondo Orlando con il 31,5% e terzo Emiliano con il 6,7%.

© Riproduzione riservata 03 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/03/news/pd_renzi_voti_polemiche_circoli-162075854/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T1
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« Risposta #29 il: Aprile 07, 2017, 12:58:35 »

Maggioranza nel caos, Gotor (Mdp): "È una slavina prodotta dall'arroganza di Renzi"

Dopo l'elezione del centrista Torrisi alla presidenza della commissione Affari Costituzionali del Senato, la replica del senatore demoprogressista: "Non siamo noi i traditori, il Pd si guardi in casa"

Di MONICA RUBINO
06 aprile 2017

ROMA - "Il Pd dice che siamo un'inedita ammucchiata? Si vede proprio che hanno nostalgia di Verdini". Miguel Gotor, senatore Mpd, respinge con sarcasmo al mittente le accuse di tradimento rivolte al suo partito dai democratici, dopo l'elezione di Salvatore Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera. E afferma perentorio: "I miei due colleghi in commissione hanno votato entrambi per il candidato Pd Giorgio Pagliari, non hanno tradito la maggioranza".
 
Allora il Pd i traditori ce li ha in casa, come ha detto anche Pier Luigi Bersani?
"La matematica non è un'opinione. A Pagliari, persona che conosco e stimo, sono mancati cinque voti. Dunque il Pd, prima di alzare inutili polveroni che sono un prodotto della frustrazione, guardi a casa sua e consideri anche il fatto che è sotto congresso e con una vivace dialettica fra le correnti. Trovo sbagliato che i democratici scarichino sull'esterno delle questioni e dei problemi che, fino a prova contraria, potrebbero trovarsi proprio al loro interno".
 
Quindi il problema è politico?
"Indubbiamente c'è stato un crollo della maggioranza. Questa è una slavina prodotta dall'arroganza di Renzi e dalla dialettica interna al Pd. Non gli è mancato un solo voto, come la volta in cui fallirono l'elezione del loro candidato in commissione Trasporti. Quindi invece di fare la caccia al traditore, facciamo la caccia alla buona politica. Qui c'è una lezione da trarre".
 
E sarebbe?
"Su materie di carattere istituzionale, come la legge elettorale che stabilisce le regole del gioco per tutte le forze del Parlamento, non è possibile proseguire a spallate, con colpi di mano. Serve un bagno di umiltà e un po' più di realismo: il tempo della presunta onnipotenza è finito la sera del 4 dicembre".
 
Che ne pensa dell'incontro dei vertici del Pd con Paolo Gentiloni?
"La visita al premier di Matteo Orfini e Lorenzo Guerini rivela un vizio di origine e di grammatica democratica. La legge elettorale non è pertinenza di un governo ma del Parlamento. E non si può imporre con la fiducia come avvenuto con l'Italicum. Evidentemente il frontale politico e costituzionale fatto con l'Italicum non ha insegnato nulla".
 
Ritiene che sulla legge elettorale il Pd stia prendendo tempo?
"Senza dubbio i democratici stanno facendo melina in attesa della conclusione del congresso e alla Camera stanno impedendo di fissare un testo base realistico".
 
Il Pd vi accusa di aver fatto asse con il fronte dei "proporzionalisti puri". Qual è vostra posizione sulla legge elettorale?
"Stiamo ai principi di fondo, quelli già presenti nella proposta presentata da alcuni di noi nel luglio 2016, quando eravamo ancora nel Pd. Anzitutto bisogna rispondere all'esigenza del Capo dello Stato di armonizzare due monconi contrastanti di leggi elettorali consegnati dalla Consulta in due momenti diversi".
 
 Ce li spieghi meglio.
"Per prima cosa diciamo no ai capilista bloccati: vanno aboliti per recuperare un rapporto fra cittadini e istituzioni sul versante della rappresentanza. Poi vogliamo collegi medio-piccoli per avere candidati riconoscibili. Ora abbiamo collegi molto grandi alla Camera e abnormi al Senato, per di più con le preferenze. Senza finanziamento pubblico significa mettere i nuovi parlamentari in mano ai finanziatori privati che li sostengono, accentuando una deriva plutocratica della democrazia italiana, o peggio nelle grinfie della criminalità organizzata. Infine è necessario mantenere un incentivo alla governabilità per evitare l'eccesso di frammentazione di un quadro esclusivamente proporzionale".
 
Che cosa intende per "incentivo alla governabilità"?
"Un premio a chi vince, ma contenuto, non potenzialmente sproporzionato come nell'Italicum".
 
Nel complesso siete su una linea comune anche ad altre forze di opposizione.
"Siamo vicini a una linea di saggezza e di responsabilità nazionale. Ricordo che noi non votammo la fiducia sull'Italicum e Roberto Speranza si dimise da capogruppo del Pd alla Camera. Già allora stavamo dalla parte giusta come ha dimostrato la Consulta. Altri invece, che continuano a stare col ditino alzato, erano dalla parte sbagliata. Questo ci dà credibilità".
 
A proposito di programmi per il futuro. Ieri avete firmato il contratto di affitto della nuova sede nazionale di Mdp?
"Sì, è in via Zanardelli, tra il Museo Napoleonico e Castel Sant'Angelo, a due passi dal Senato. Almeno i luoghi direi che suggeriscono che abbiamo qualche ambizione".
 
© Riproduzione riservata 06 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/06/news/caso_torrisi_gotor_mdp_e_una_slavina_frutto_dell_arroganza_di_renzi_-162313362/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2
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