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Autore Topic: MONICA RUBINO.  (Letto 9520 volte)
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« il: Ottobre 17, 2012, 04:17:07 »

BERSANI, IL VIDEOFORUM A REPUBBLICA TV

"Non chiedo a D'Alema di candidarsi"

Scuola e pensioni, "si deve cambiare"

Il segretario democratico ospite nei nostri studi. Il ricambio nella classe dirigente? "la ruota girerà, ma non serviva ce lo dicesse Renzi".

Costi della politica? "Uniche cose fatte per merito del Pd". "Intervenire su esodati". Alcuni passaggi della legge di stabilità inaccettabili".

"L'azione del governo ha dei limiti, ma va preservata la credibilità di Monti"

di MONICA RUBINO


ROMA - "Punto decisamente al governo del Paese". Pierluigi Bersani lo dice senza mezze misure alla fine del videoforum su Repubblica Tv. Quindi, nessun Monti bis. E ancora. Il confronto con Renzi alle primarie, il ricambio della classe dirigente, Beppe Grillo, la legge di stabilità. Sono migliaia le domande dei lettori di Repubblica indirizzate al segretario Pd. E tutte affrontano i temi caldi dell'attualità politica.
 
"Chiederà a Massimo D'Alema di candidarsi"?. Il leader democratico fissa i paletti: Perché "quelli da 'rottamare' li conosco tutti a uno a uno e parlo con loro da tempo. Non c'era bisogno di Renzi per fare questa riflessione. E' tutta gente che sa benissimo che si può essere protagonisti senza essere parlamentari". Nessuno però può dire chi sono i rami secchi, lo decide il collettivo: "La ruota girerà - chiarisce - ma è fondamentale il rispetto delle persone e delle regole. L'esigenza di rinnovamento c'è e la si fa con serietà, perchè io sono certo della generosità di chi ha fatto il Pd".

"Non chiedo né a D'Alema né a nessuno di ricandidarsi -  conclude sull'argomento- perché non nomino io i deputati. Il nostro partito si è dotato di una regola che nessun
altro ha: chi ha fatto più di 15 anni, ossia tre legislature piene, deve chiedere una 'deroga' per potersi ricandidare".

La risposta di D'Alema. "Sono del tutto d'accordo con Bersani, che giustamente ha ricordato una procedura dello statuto, che del resto mi è nota, per cui è l'organo collegiale che decide. Ha ragione Bersani, non spetta a lui decidere. D'altro canto non mi ero rivolto a lui, mi ero rivolto al partito". Così Massimo D'Alema, a Montecitorio, risponde ai giornalisti che gli chiedono un commento alle parole del segretario Pd. Dunque chiederà la deroga alla direzione? "Mancano ancora diversi mesi...".

Primarie centrosinistra. Bersani è pronto ad un confronto, anche televisivo, con Renzi e con gli altri candidati alle primarie.  Il patto tra Pd, Sel e Psi "è l'accensione della miccia, ma tante altre forze devono mettersi al nostro fianco" ha ribadito il leader democratico. Per questo "cerchiamo contatti con forze costituzionali ed europeiste, sia che abbiano sia che non abbiano sostenuto questo governo". "Se uno dice che se non vince Bersani o Renzi non voto il Pd, gli dico 'sta a casa alle primarie'. Prima c'è l'Italia, poi il partito e infine le persone".

Riforma elettorale. Il Pd, assieme all'Idv, ha votato contro in commissione affari costituzionali del Senato alla proposta Malan sulla riforma elettorale. Tuttavia Bersani rassicura: "Al 60-65 per cento l'accordo si può fare. La nostra soluzione è solo il doppio turno. Stiamo lottando per garantire la governabilità. No alle preferenze che potrebbero nel 2013 far ripartire tutto nel bailame. C'è poi la tutela di genere. Infine la norma che i gruppi parlamentari siano solo quelli di chi si è presentato alle elezioni, basta Scilipoti".
 
Corruzione. Sulla corruzione, emergenza che il ministro della Giustizia Paola Severino definisce "una seconda Tangentopoli", Bersani è chiaro: "Dobbiamo reintrodurre il falso in bilancio. Mi pare che in queste ore ci possa essere una disponibilità anche da parte del governo, altimenti faremo pressione noi".
 
Costi della politica.  Bersani rivendica con forza che gli unici provvedimenti per abbattere i costi della politica sono stati fatti per merito del Pd. "L'abolizione del vitalizio dei parlamentari e il dimezzamento del finanziamento ai partiti sono merito nostro. Non siamo riusciti a diminuire il numero dei parlamentari perchè la destra ha rovesciato il tavolo. Non basta, certo, serve anche una legge per i partiti, una riforma delle istituzioni nella seconda parte della Costituzione".

Il movimento di Grillo. Alla domanda di un lettore sulla possiblità di Grillo di vincere le prossime elezioni, il segretario Pd risponde secco: ''Avessimo aspettato Grillo ci sarebbe ancora Berlusconi''. Le motivazioni di base del Movimento 5 stelle riguardano i territori, la vita comune, la rappresentanza diretta. "Poi la cosa ha preso una piega genericamente antisistema - spiega -  né di destra né di sinistra, con uno solo al comando e una propaganda che dice 'usciamo dall'euro e non paghiamo i debiti', adatta solo a chi vuole  cavarsi il gusto di una protesta totale".

Legge di stabilità. Dai lettori di Repubblica molte domande anche sulle prospettive economiche del Paese, incluse la manovra di stabilità e la riforma delle pensioni. Il segretario Pd critica il ddl e ne invoca una correzione, perché "nella parte fiscale non ha i caratteri di equità ed efficacia, serve sollievo alle fasce più deboli e questo non avviene". In particolare, le norme sulla scuola contenute nel disegno di legge  "non sono accettabili" secondo Bersani, perché "aggravano, senza corrispettivo, il lavoro degli insegnanti e chiudono la strada ai precari". Il segretario non minaccia di negare la fiducia al governo sul provvedimento di stabilità, ma auspica che "tutto si possa modificare con la ragionevolezza. La scuola ha bisogno di una pausa - continua Bersani - perché non si può intervenire ogni due anni con l'accetta. Serve un quadro strategico con scelte ragionate che durino nel tempo".

Pensioni. Anche la riforma delle pensioni ha bisogno di un correttivo. "Non vogliamo sbaraccare i conti ma ci sono margini di perfezionamento - ha spiegato il segretario Pd nel corso del videoforum -  lo ha detto anche il ministro Fornero a proposito della questione esodati". "Ci vogliono dei correttivi -conclude - per introdurre elementi di flessibilità senza toccare le prospettive di risparmio".
 
Governo Monti. Se la carta d'intenti della coalizione di centrosinistra non contiene più alcun riferimento al governo Monti, questo non significa che l'esperienza dell'esecutivo tecnico sia da liquidare. "Noi intendiamo preservare la credibilità e il rigore che il governo Monti si è guadagnato agli occhi del mondo- spiega Bersani - di questa esperienza manderemo avanti il meglio. E' pur vero che l'azione di governo ha dei limiti, dovuti soprattutto alla situazione parlamentare. C'è qualcuno che tira il freno, come si vede nel caso del ddl corruzione, e questo corrode l'agenda Monti, la priva di qualità". "Io vedo delle lobby - continua il segretario Pd - che arrivano molto prossime alle commissioni parlamentari, senza nessuno che dice 'scio', allontanatevi di cinque metri. Notiamo anche difficoltà a percepire la relazione tra decisioni e vita reale dei cittadini". E sulla possiblità di un coinvolgimento dell'attuale premier in un futuro governo di centrosinistra, magari nel ruolo di ministro dell'Economia, Bersani risponde con cautela: "Monti non può tornare alla Bocconi o mettersi a risposo, ma non sarebbe simpatico tirarlo per la giacca. Bisogna parlarne anche con lui e io starei un pò largo. La mia intenzione è quella di coinvolgerlo, ma si ragionerà assieme".

(16 ottobre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/10/16/news/primarie_bersani-44626373/?ref=HREA-1
« Ultima modifica: Gennaio 01, 2015, 11:02:27 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Novembre 23, 2012, 05:05:34 »

Bindi: "Chiederò la deroga per ricandidarmi Renzi è figlio del ventennio del Cavaliere"

In vista delle primarie del centrosinistra, la presidente del Pd non è intenzionata a farsi da parte in Parlamento.

"Renzi è una risorsa, basta che lo sia per il Partito democratico e non contro".

Bersani? "E' più autentico e l'Italia ha bisogno di verità dopo vent'anni di menzogne e false promesse".

Lavoro e maggiore equità fiscale al centro del programma di governo

di MONICA RUBINO

ROMA - "Chiederò una deroga al Pd per potermi ricandidare, voglio continuare a mettere a disposizione del partito e del Paese la mia esperienza". Rosy Bindi, ospite del videoforum di Repubblica Tv condotto da Massimo Giannini, non intende abbandonare la sua battaglia e conferma che chiederà una deroga al limite dei tre mandati stabilito dallo statuto. La presidente del Pd, a un lettore che la accusava di essere 'un disco rotto' per la sua determinazione a ricandidarsi in Parlamento, si difende criticando il messaggio destrutturante del sindaco di Firenze: "Io un disco rotto? Semmai è Renzi che dimostra di non avere molti altri argomenti oltre la rottamazione su cui chiedere consensi. Mandare a casa una classe dirigente che ha combattuto per vent'anni contro Berlusconi, significa dare ragione al Cavaliere". Ed è anche per questo che la candidatura di Renzi "si sta consumando" e "non mi è sembrata nelle ultime settimane particolarmente brillante", aggiunge Bindi.

Il valore dell'esperienza. "Penso di non avere demeritato in passato - continua la pasionaria del Pd - e penso di avere un progetto in testa per questo Paese per il futuro,
che sarà una legislatura costituente in cui le giovani generazioni avranno bisogno dell'esperienza". Ovviamente sarà il partito a decidere.
"In questi anni non mi sono candidata autonomamente, mi hanno messo capolista - ricorda- ora non accetto liste di proscrizione in questo partito. Il Pd si deve  candidare a guidare l'Italia con i giovani ma anche con le esperienze".
 
Quello che conta, secondo Bindi, non è il "numero di legislature fatte", ma l'azione politica: "Si mandi a casa chi ha sbagliato, non chi ha portato l'Italia in Europa e ha lasciato i conti a posto. Penso che la classe dirigente del partito abbia le carte in regola per realizzare un vero cambiamento di questo Paese".

Renzi figlio del ventennio berlusconiano. Alla domanda di Giannini se condivide l'esempio a farsi da parte di Walter Veltroni e Massimo D'Alema, Bindi risponde: "Sono convinta che se loro persistono nella loro scelta, il parlamento dei prossimi cinque anni non sarà più ricco ma più povero perchè potrebbero risultare utili in una legislatura costituente", ha spiegato. Dal canto suo Renzi ha già chiarito che, se dovesse vincere, Bindi può risparmiarsi di chiedere una deroga. A quel punto che fara? "Mi pongo un problema al giorno, non ci ho pensato", ha risposto, "dipende anche da come si comporta". Il sindaco di Firenze "potrebbe essere una risorsa per il partito. Penso che alcune sue idee siano preziose e mi spiace che le presenti contro il Pd".

Detto questo, per Bindi la questione 'rottamazione' va oltre Renzi. "Il contagio renziano è arrivato anche nel Pd", ha sottolineato, "per questo auspico che dopo le primarie vi sia un grande confronto nel partito". "Renzi, allora, è un 'berluschino'?", le fa notare Giannini. "Di sicuro è un frutto di questa epoca", risponde Bindi, "è figlio del ventennio berlusconiano". Bersani, e lo si è visto anche nel confronto televisivo su Sky, è "più autentico e l'Italia ha bisogno di verità dopo vent'anni di menzogne e false promesse".

Bersani for president. Che la Bindi abbia sempre appoggiato apertamente la candidatura di Bersani rientra nel suo modo di essere: "Avrei destato sospetti se non mi fossi dichiarata - spiega Bindi, rispondendo alla domanda di un lettore, che mette in dubbio la correttezza di un tale atteggiamento da parte di chi detiente una carica importante nel partito - del resto sono tenuta ad essere super partes solo per ciò che riguarda il funzionamento dell'Assemblea Pd".  Altri dirigenti, come Veltroni, invece non hanno preso posizione: "Da Veltroni ci si poteva aspettare l'atteggiamento che ha tenuto, da me sarebbe parso strano".
 
Le regole delle primarie. Quanto alle regole per le primarie del centrosinistra, giudicate da qualcuno "troppo complesse", Bindi rassicura: "Le regole non possono che facilitare una partecipazione trasparente. La pre-iscrizione in realtà è un modo per rendere più veloci le votazioni. Siamo già a un milione di pre-iscritti. E in ogni caso, chi non avrà tempo di registrarsi in questi giorni potrà farlo anche direttamente domenica mattina. Forse ci sarà qualche minuto in più da aspettare, ma penso ne valga la pena". "Il nostro obiettivo è di arrivare a due milioni di voti - continua Bindi - non dimentichiamoci il quadro di astensionismo preoccupante emerso dalle ultime amministrative. Certo non pretendiamo di invertire la tendenza. Mi auguro che il vincitore sia Bersani, ma penso che ci vorrà il ballottaggio per confermare il risultato".
 
Lavoro e fisco al centro. Nell'ipotesi che il centrosinistra vada al governo, per Bindi bisognerà dare centralità ai problemi del lavoro e dell'equità fiscale. "Per uscire dalla crisi bisogna cambiare il paradigma del modello di sviluppo, se la macchina non si rimette in moto non sono più possibili politiche di rigore", sostiene Bindi. "Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro. Dubito però che Monti sia la persona giusta anche per cambiare il Paese".

(21 novembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/11/21/news/bindi_-47120976/?ref=HRER1-1
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« Risposta #2 il: Dicembre 17, 2012, 04:00:11 »

Andrea Olivero: "Non chiamateci centristi. Siamo estremistri riformisti"

Il presidente delle Acli al lavoro con altre forze moderate per consentire al Professore di fare il bis.

Ospite di un videoforum a Repubblica Tv,auspica una lista Monti affiancata all'Udc, con Bonanni e Montezemolo, ma senza Fini

di MONICA RUBINO


ROMA - Il processo di condensazione del centro moderato nel segno del premier uscente pare inarrestabile. E tra quelli che aspettano Mario Monti c'è anche Andrea Olivero, ospite di un videoforum a Repubblica Tv moderato da Concetto Vecchio. Il presidente delle Acli, assieme a Montezemolo e al ministro Riccardi, è tra i promotori dell'operazione che mette insieme un partito vero e proprio (l'Udc di Casini) con un movimento che aggrega i rappresentanti di una società civile finora rimasta fuori dalla rappresentanza politica. E in cui i cattolici hanno un ruolo di primo piano. Ma senza il Fli di Gianfranco Fini.
 
Il quadro politico si schiarisce ogni giorno di più, man mano che ci si avvicina all’election day di febbraio. Ed è proprio questo il tema al centro delle domande che i lettori di Repubblica.it hanno rivolto al capo delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. Olivero chiarisce subito l'obiettivo del suo impegno: "Non chiamateci semplicemente centristi - spiega - noi siamo estremisti riformisti, il nostro intento è spingere con forza il cambiamento del Paese". Per il professore di Lettere cuneese, è fondamentale creare una proposta credibile per l'elettorato cattolico: "C'è una parte amplissima di elettori che non si sente rappresentata - aggiunge - un sondaggio recente rivela che cattolici praticanti oggi sono più propensi all'astensione degli altri cittadini. E' un dato gravissimo ed è il segno di un vuoto che va colmato. Perciò non parliamo di generico centrismo, ma di una forza riformista al servizio del Paese".

La guida di questo "soggetto terzo" spetta all'attuale premier: "Il presidente non si tirerà fuori - assicura Olivero - è importante che non avvenga. Nessuno di noi forzerà rispetto alla sua decisione, sono giorni difficili per il presidente del Consiglio, ma il suo contributo è decisivo per segnare una svolta ed entrare nella Terza Repubblica". Il presidente delle Acli auspica "una lista Monti, una lista di società civile affiancata all'Udc", nuova e "senza parlamentari uscenti", con il leader della Cisl Raffaele Bonanni e il movimento liberale di Luca Cordero di Montezemolo. Ma senza Gianfranco Fini: "Fli appartiene a un'altra cultura politica rispetto alla nostra, è difficile una convergenza tra noi e loro".

Anche il ministro Andrea Riccardi è tra i "pivot" del movimento che ruota attorno al Professore. Del suo governo Olivero sottolinea i meriti ma anche i limiti. "L'attuale esecutivo ha dimostrato scarsa capacità rispetto alla valorizzazione del terzo settore e poca attenzione per la riforma del Welfare - spiega il leader Acli - Bisogna ripartire da qui". Sul piano fiscale, inoltre,  "si è fatto ancora troppo poco per spostare la tassazione dal lavoro alla rendita". Tra i meriti, quello principale di aver garantito la tenuta dei conti dello stato, "un fatto non  irrilevante sotto il profilo sociale - chiarisce Olivero - .  Se avessimo avuto un defalut come la Grecia a pagarne il prezzo sarebbero stare le classi più povere. Monti ha fatto un'operazione di serietà e lo ha spiegato agli italiani. Appena un anno e mezzo fa qualcuno ci raccontava che la crisi non esisteva".

Il 'qualcuno' chiamato in causa indirettamente, ovvero Silvio Berlusconi, può spaventare i cattolici? "Dobbiamo stare attenti - ammonisce Olivero - perché quando si sta male, il populismo può far breccia nel cuore della gente. Bisogna spiegare ai cittadini quali sono i sacrifici in gioco ma anche qual'è il paese che si vuole costruire. Il Cavaliere è un bravo imbonitore ma risulta poco credibile, perché non ha fatto le riforme promesse nonostante avesse una maggioranza enorme".

(17 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/12/17/news/videoforum_con_andrea_olivero-48926700/?ref=HREA-1
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« Risposta #3 il: Dicembre 18, 2012, 06:00:04 »

Olivero: "Monti ci sarà. Non chiamateci centristi. Siamo estremisti riformisti"

Il presidente delle Acli al lavoro con altre forze moderate per consentire al Professore di fare il bis.

Ospite di un videoforum a Repubblica Tv, auspica una lista Monti affiancata all'Udc, con Bonanni e Montezemolo, ma senza Fini.

Che risponde su Twitter: "Realtà diversa da come la immagina"

di MONICA RUBINO

ROMA - Il processo di condensazione del centro riformista nel segno del premier uscente pare inarrestabile. E tra quelli che aspettano Mario Monti c'è anche Andrea Olivero, ospite di un videoforum a Repubblica Tv moderato da Concetto Vecchio. Il presidente delle Acli, assieme a Montezemolo e al ministro Riccardi, è tra i promotori dell'operazione che mette insieme un partito vero e proprio (l'Udc di Casini) con un movimento che aggrega i rappresentanti di una società civile finora rimasta fuori dalla rappresentanza politica. E in cui i cattolici hanno un ruolo di primo piano. Ma senza il Fli di Gianfranco Fini. Che risponde a sorpresa su Twitter: "Il sig. Olivero, di cui ricambio la stima, capirà presto che la realtà sarà diversa da come egli la immagina".
 
Il quadro politico si schiarisce ogni giorno di più, man mano che ci si avvicina all’election day di febbraio. Ed è proprio questo il tema al centro delle domande che i lettori di Repubblica.it hanno rivolto al capo delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. Olivero chiarisce subito l'obiettivo del suo impegno: "Non chiamateci semplicemente centristi - spiega - noi siamo estremisti riformisti e solidaristi accaniti, il nostro intento è spingere con forza il cambiamento del Paese". Per il professore di Lettere cuneese, è fondamentale creare una proposta credibile per l'elettorato cattolico: "C'è una parte amplissima di elettori che non si sente rappresentata - aggiunge - un
sondaggio recente rivela che cattolici praticanti oggi sono più propensi all'astensione degli altri cittadini. E' un dato gravissimo ed è il segno di un vuoto che va colmato. Perciò non parliamo di generico centrismo, ma di una forza ostinatamente riformista al servizio del Paese".

La guida di questo "soggetto terzo" spetta all'attuale premier: "Il presidente non si tirerà fuori - assicura Olivero - è importante che non avvenga. Nessuno di noi forzerà rispetto alla sua decisione, sono giorni difficili per il presidente del Consiglio, ma il suo contributo è decisivo per segnare una svolta ed entrare nella Terza Repubblica". Il presidente delle Acli auspica "una lista Monti, una lista di società civile affiancata all'Udc", nuova e "senza parlamentari uscenti", con il leader della Cisl Raffaele Bonanni e il movimento liberale di Luca Cordero di Montezemolo. Ma senza Gianfranco Fini: "Fli appartiene a un'altra cultura politica rispetto alla nostra, è difficile una convergenza tra noi e loro". Sempre che, come sembrerebbe dal citato 'cinguettio' del leader di Fli, non ci siano sorprese dell'ultim'ora.

Anche il ministro per la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi è tra i "pivot" del movimento che ruota attorno al bis del Professore. Del suo governo Olivero sottolinea i meriti ma anche i limiti. "L'attuale esecutivo ha dimostrato scarsa capacità rispetto alla valorizzazione del terzo settore e poca attenzione per la riforma del Welfare - spiega il leader Acli - Bisogna ripartire da qui". Sul piano fiscale, inoltre,  "si è fatto ancora troppo poco per spostare la tassazione dal lavoro alla rendita". Tra i meriti, quello principale di aver garantito la tenuta dei conti dello stato, "un fatto non  irrilevante sotto il profilo sociale - chiarisce Olivero - .  Se avessimo avuto un defalut come la Grecia a pagarne il prezzo sarebbero stare le classi più povere. Monti ha fatto un'operazione di serietà e lo ha spiegato agli italiani. Appena un anno e mezzo fa qualcuno ci raccontava che la crisi non esisteva".

Il 'qualcuno' chiamato indirettamente in causa, ovvero Silvio Berlusconi, può spaventare i cattolici? "Dobbiamo stare attenti - ammonisce Olivero - perché quando si è in difficoltà, il populismo può far breccia nel cuore della gente. Bisogna spiegare ai cittadini quali sono i sacrifici in gioco ma anche qual è il paese che si vuole costruire. Il Cavaliere è un bravo imbonitore ma risulta poco credibile, perché non ha fatto le riforme promesse nonostante avesse una maggioranza enorme". Anche l'appoggio di Berlusconi a Monti è irrilevante: "E' una tattica sterile - taglia corto Olivero - Monti è una persona seria, non credo che sarà interessato a prendere voti a tutti i costi per impedire a qualuno di governare". La sfida elettorale, sarà dunque, tra Monti e Bersani, tra mondo cattolico e centrosinistra: "ll percorso non sarà un conflitto personale tra i due - auspica il presidente Acli - ma un confronto serio e serrato sulle idee e questo andrà a beneficio del Paese".

(17 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

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« Risposta #4 il: Febbraio 14, 2014, 06:29:28 »

La direzione Pd: "Grazie Enrico, ora Renzi a Palazzo Chigi".
Letta getta la spugna: "Mi dimetto"
Il presidente del Consiglio domani salirà al Quirinale. Il segretario democratico lo liquida con un breve documento approvato a larga maggioranza (136 sì): "Serve rilancio radicale, correrò il rischio".

di MONICA RUBINO
   
ROMA - Una formula di cortesia in perfetto politichese per dare il benservito a Enrico Letta e avviarsi verso la conquista di Palazzo Chigi. Matteo Renzi apre la direzione Pd, convocata oggi dopo giorni di tensione per decidere il destino del governo, leggendo un breve documento di "congedo", messo poi ai voti e approvato a larga maggioranza (136 favorevoli, 16 contrari, 2 astenuti). "La direzione - recita il testo di appena 25 righe - ringrazia Letta per il notevole lavoro svolto. Assume il documento 'Impegno Italia' (presentato ieri dal premier, ndr) come un contributo, ma ritiene necessario e urgente dover aprire una fase nuova con un governo nuovo". Leggi il testo integrale

Letta: "Mi dimetto". Scontate le conseguenze del voto. Enrico Letta, dopo dieci mesi sull'ottovolante delle larghe intese, sfiduciato dal suo stesso partito getta la spugna e annuncia le sue dimissioni in una nota altrettanto scarna: "A seguito delle decisioni assunte oggi alla direzione nazionale del Partito democratico - si legge- ho informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri".

Il tweet di Renzi. Alle 20.34, mentre Letta saluta, con una punta di amarezza, i suoi collaboratori a Palazzo Chigi con un brindisi per sottolineare il buon lavoro fatto prima di tornare a casa, Renzi commenta la giornata con un tweet:

Il discorso in direzione. Nel suo intervento all'assise democratica Renzi sottolinea l'inadeguatezza, dal suo punto di vista, dell'esecutivo Letta: "In questi ultimi due mesi è parso evidente a tutti, forze politiche, economiche, sociali, che l'attività del governo ha vissuto una fase di difficoltà". Ma chiude all'ipotesi di elezioni anticipate: "Non siamo a un derby di opinioni, ma siamo a un bivio - spiega - da un lato l'occasione chiara di chiudere la legislatura e andare al voto, dall'altro l'occasione di trasformarla in legislatura costituente". E ammette che "le elezioni hanno suggestione e fascino, specialmente per chi di sinistra vorrebbe avere una vittoria piena per cambiare il paese", ma "il passaggio elettorale non vede ancora una legge in grado di garantire la certezza di vittoria di uno o di un altro". Insomma, riassume il segretario, il voto anticipato "non risolverebbe i problemi sul tappeto".

L'altra strada, quella di un nuovo governo, "è una scelta azzardata - sostiene ancora il sindaco - ma può avere senso se hai il coraggio di dire alle realtà europee che l'obiettivo è il 2018 con riforme elettorali, costituzionali ed il tentativo di cambiare le regole a partire da una burocrazia opprimente".

Siamo al bivio. A chi gli chiede di pensarci bene prima di accettare l'idea della staffetta per evitare di bruciarsi, risponde: "Mettersi in gioco adesso ha un elemento di rischio personale. Ma chi fa politica ha il dovere di rischiare in alcuni momenti. Vale anche per me". Ma questo, aggiunge, "non è un rischio personale, è il rischio del Pd" che deve "prendersi la responsabilità di ciò che sta accadendo". Il partito, sottolinea, "potrebbe aspettare e non rischiare ma in 20 anni non si sono fatte le cose. O il Pd ha un protagonismo forte o il cambiamento è solo a parole". Un cambiamento che viene offerto al dibattito istituzionale che, ricorda Renzi richiamando il Capo dello Stato, "sta vivendo l'ennesima pagina triste nel momento in cui il presidente della Repubblica viene accusato in modo strumentale di essere venuto meno ai propri compiti. Vorrei rivolgessimo un pensiero a Giorgio Napolitano e al suo lavoro".

Uscire dalla palude. Il nuovo esecutivo, chiarisce il segretario, è da condividere "con l'attuale coalizione di governo". E sottolinea che "il Pd mai ha fatto mancare l'appoggio all'esecutivo. Ma se la situazione in cui ci troviamo richiede l'energia e la forza di un cambiamento non è un problema caratteriale: sono le regole della politica". E conclude con un appello: "Propongo un patto legislatura per dare risposte reali al Paese. E' la strada più difficile e meno battuta. Vi chiedo tutti insieme di uscire dalla palude".

Cuperlo: "Meglio non votare". Dalla minoranza del Pd arriva un sostanziale via libera alla linea del segretario. Ma con qualche precisazione. Gianni Cuperlo nel suo intervento fa una richiesta: "Assumendo la linea indicata dal segretario, e che il presidente del Consiglio ha il compito di valutare, chiedo che la direzione non venga chiamata a esprimersi con un voto. Anche per evitare un precedente che non appartiene alle democrazie parlamentari". L'ex presidente dem ricorda che lui stesso la settimana scorsa aveva chiesto un chiarimento sul rapporto tra Pd e governo. E aggiunge: "Dalla palude spero che si esca non con una lacerazione ulteriore ma con unità del partito".

Ma l'appello di Cuperlo, rincarato poco dopo anche da Stefano Fassina, cade nel vuoto e  Sandra Zampa, vicepresidente alla direzione del Pd, annuncia che il "voto è previsto al termine del nostro dibattito", pregando i colleghi di non lasciare la sala prima che si concluda la votazione. Tant'è che Cuperlo, più tardi, annuncia a margine della riunione che lui e i suoi voteranno a favore del documento del segretario.

Senatori e deputati con Renzi. Sia il capogruppo dei senatori Pd, Luigi Zanda, che quello dei deputati, Roberto Speranza, approvano la strada proposta dal segretario. Per Zanda "l'accelerazione imposta da Matteo è necessaria: serve un governo che abbia la possibilità di durare e governare per l'intera legislatura e che abbia un profilo politico che gli consenta di affrontare le nostre grandi emergenze". Anche Speranza si dice d'accordo a correre il rischio prospettato da Renzi, anche se occorre "un'ulteriore riflessione sul programma e sul merito". E aggiunge: "La grande famiglia del Pd mette sulle sue spalle senza infingimenti la grande sfida delle riforme e del cambiamento del Paese. Questo partito è l'unico che può veramente provare a cambiare l'Italia".

Civati dice no. Il terzo classificato alle primarie, Pippo Civati, è l'unico a manifestare apertamente la sua contrarietà alla linea del segretario: "Personalmente sono molto a disagio. Una cosa che non accetto è che si parli di scelta obbligata: è una scelta politica fino in fondo quella di sfiduciare Enrico Letta". E aggiunge: "Non capisco perchè sostituendo il premier con la stessa maggioranza le cose dovrebbero cambiare. E poi, come diceva il grande poeta, 'il modo ancor m'offende'. Potevamo farla in modo diverso. E' invece è successa una via di mezzo tra la prima Repubblica e shining". Quindi conclude: "Io mi dichiaro contrario a questa scelta".

Il voto. Poco prima del voto, tutti gli esponenti lettiani in direzione Pd abbandonano la sala per non partecipare alla votazione sul documento di sfiducia al governo Letta. A lasciare la sala, tra gli altri Paola De Micheli, Vito De Filippo, Anna Ascani e Lorenzo Basso. Alla fine, come detto, sono sedici i voti contrari, compreso quello di Civati che, in serata, scrive un amaro post sul suo blog dal titolo "Cordiali saluti".

L'assenza di Letta. Il premier intanto, a meno di un’ora dall’inizio della Direzione nazionale del Pd, aveva fatto sapere che non avrebbe partecipato alla riunione. "Si decida con serenità" aveva detto il capo dell’esecutivo, "preferisco aspettare a Palazzo Chigi le determinazioni che verranno prese".

Presagi di dimissioni. Ma proprio dall’interno del partito questa mossa è stata subito interpretata come la decisione di lasciare, nonostante la prova di forza di mercoledì. "Se Letta non c’è - ha commentato a Radio 2 Sergio Chiamparino - è probabilmente perché ha già deciso che si dimette". E Civati, intercettato mentre varcava la soglia del Nazareno, ha parlato apertamente di dimissioni che sarebbero potute arrivare "già nel pomeriggio". Intanto un tweet del Financial Times annunciava la cancellazione della visita di Letta nel Regno Unito. Dopo l'intervento di Renzi, Angelino Alfano e i ministri del Nuovo Centrodestra avevano raggiunto il premier a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione. E salutarlo definitivamente, pronti ad accogliere Matteo come nuovo premier. Ma con precisi paletti: "Non sia un governo di centrosinistra".

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/13/news/renzi_direzione_pd_letta_dimissioni-78486220/?ref=HREA-1
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« Risposta #5 il: Febbraio 26, 2014, 05:35:03 »

Il ritorno di Bersani in Aula: "Sono venuto per la fiducia e per salutare Enrico"

Dopo una lunga convalescenza, l'ex segretario del Pd riprende il suo posto alla Camera, salutato dagli applausi: "Da domani gli italiani valuteranno lo spread tra parole e fatti". Renzi lo ringrazia con un tweet. Letta lo abbraccia e poi non si siede nei banchi del Pd

di MONICA RUBINO
25 febbraio 2014
   
ROMA - Quasi un triangolo: lui, l'ex, l'altro. Lui, Pier Luigi Bersani, riappare alla Camera dopo la malattia. L'altro, Matteo Renzi, lo abbraccia (e poi twitta), mentre lui con lo sguardo cerca l'ex, Enrico Letta, ma invano. Tutt'intorno riecheggia il lungo applauso per celebrare il suo ritorno - quasi una standing ovation - dei deputati democratici, ma anche di quelli appartenenti ad altri gruppi parlamentari (tutti tranne i Cinque Stelle, che rimangono seduti negli scranni senza scomporsi).

Dopo il malore avuto a inizio gennaio e la lunga convalescenza, Bersani torna dunque a prendere posto nel suo seggio per votare la fiducia al governo Renzi. Il neopremier lascia i banchi del governo e lo saluta con affetto. Poi, come nel suo stile, lo ringrazia pubblicamente con un tweet:

    Grazie a @pbersani per essere in aula oggi. Un gesto non scontato, per me particolarmente importante. Grazie
    — Matteo Renzi (@matteorenzi) 25 Febbraio 2014

Durante la replica, il presidente del Consiglio ne loda lo stile: "Il fatto che Pier Luigi Bersani sia qui - dice rivolto ai deputati- avendo idee molto diverse, è un segno di uno stile e di un rispetto non semplicemente personale, ma di un rispetto politico. Siamo il Pd".

Ma Bersani non è andato alla Camera per lui: "Sono venuto ad abbracciare Enrico (Letta, ndr). Ma ancora non è arrivato?", chiede, regalando visibilmente commosso sorrisi e battute, ai colleghi parlamentari di maggioranza e opposizione, dal capogruppo di Fi Renato Brunetta al portavoce del Pd Lorenzo Guerini, che si accalcano per salutarlo e chiedergli come sta. Poi ammorbidisce e, uscendo da Montecitorio dopo la replica, precisa: "Io sono qui per fare il mio doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico Letta". E, con tono paterno, aggiunge: "Matteo pecca di umiltà ma ha bisogno d'aiuto e, quando saranno chiari alcuni obiettivi, io starò qui a fare il mio dovere per aiutarlo. Il Pd reggerà. Da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti'".

Enrico Letta però ancora non c'è. L'ex premier, infatti, giunge a Montecitorio solo intorno alle 16.30, senza partecipare al precedente dibattito sulla fiducia al governo. L'ultimo suo messaggio è stato lo scorso 22 febbraio, quando dopo la gelida cerimonia della Campanella a palazzo Chigi (foto) aveva scritto su Twitter: "Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostenuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni".

Finalmente Enrico fa la sua entrata in Aula, non degna di uno sguardo Renzi, stringe velocemente la mano a Graziano Delrio e va dritto incontro a Pier Luigi. I due si abbracciano a lungo e con calore, gli applausi continuano scroscianti. Un momento emozionante e al tempo stesso drammatico. Poi Letta si va a sedere, ma non nei banchi del Pd: prende posto al tavolo del comitato dei Nove, nella parte bassa dell'emiciclo e dà le spalle al premier (video). Più tardi voterà lealmente la fiducia e anche lui scriverà un tweet dedicato all'amico:

    Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pierluigi! http://t.co/AxBtjTeKoX
    — Enrico Letta (@EnricoLetta) 25 Febbraio 2014


Dagli altoparlanti risuona intanto la voce della presidente Laura Boldrini, che dà il bentornato ufficiale all'onorevole Bersani, seguito da un nuovo lungo applauso.


© Riproduzione riservata 25 febbraio 201

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/25/news/il_ritorno_di_bersani_in_aula_sono_venuto_per_salutare_enrico-79605877/?ref=HRER3-1
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« Risposta #6 il: Luglio 26, 2014, 10:58:48 »

Attacco all'agricoltura biologica: il caso dei finti fertilizzanti a base di "matrina"

Sequestrate 65 tonnellate di un pesticida tossico comprato all'estero e spacciato per concime "naturale".
E' la colossale frode ai danni dei produttori bio scoperta dalla Guardia di Finanza fra Sardegna e Puglia.
Che evidenzia una 'falla' nei controlli

di MONICA RUBINO

ROMA - "Naturale" non è sempre sinonimo di "sano" o di "sicuro". Anzi: dietro le parole "naturale" e "organico" possono nascondersi veri e propri veleni. Come nel caso della "matrina", sostanza sì di origine vegetale, ma altamente tossica per l'uomo, per l'ambiente e per gli animali, venduta come fertilizzante naturale agli agricoltori. Ed è bastata la semplice dicitura "organico" sull'etichetta a permettere a questa sostanza pericolosa di saltare una complessa rete di controlli. Una frode in piena regola che vede tra le sue vittime soprattutto l'agricoltura biologica, un settore strategico per l’agroalimentare italiano.

Ad accendere i riflettori sulla truffa l'operazione "Mela Stregata" condotta, a seguito di una segnalazione di FederBio, da Icqrf (Ispettorato centro della tutela della qualità e repressione frodi agro-alimentari) e Guardia di Finanza, che ha portato di recente al sequestro di 65 tonnellate di prodotti spacciati per "fertilizzanti", destinati principalmente all'agricoltura biologica con la definizione di "naturale", ma in realtà contenenti matrina, sostanza non commercializzabile in Europa perché neurotossica quanto i più pericolosi e dannosi fitofarmaci quali i carbammati, i fosforganici e i cloro derivati come il Ddt. Le 65 tonnellate sequestrate fra Puglia e Sardegna, se immesse sul mercato, avrebbero fruttato 3,5 milioni di euro ai disonesti commercianti.

I prodotti sequestrati (provenienti soprattutto dalla Cina e dall'India e stoccati dalla ditta Icas di Milano), sarebbero stati smerciati come corroboranti e fertilizzanti organici in molte regioni dell'Italia. "Non solo Puglia e Sardegna dove sono stati effettuati i sequestri - spiega Luciano Atzori, consigliere e segretario dell'Ordine nazionale dei biologi esperto in sicurezza degli alimenti e tutela della salute - non si tratta di un fatto isolato, quelle merci erano destinate a mezza Italia".

L'attività investigativa, cominciata già da alcuni mesi, aveva portato nel mese di giugno alla denuncia di un uomo sardo e al sequestro di oltre 10.000 chilogrammi di prodotti nocivi stoccati in un'azienda nella provincia di Cagliari. Recentemente le indagini si sono estese in Puglia dove, nel deposito di un importatore, sono stati sequestrati 30.500 litri e 25.000 chilogrammi di prodotti spacciati per "fertilizzanti", ma in realtà contenenti matrina.

Nota anche con i termini matrinium, matrines, vegard, la matrina è un alcaloide molto diffuso in Cina e India che si estrae dalle radici di una leguminosa, la Sophora Flavescens. "Costa poco e si ricava da una pianta molto comune - continua Atzori - ma è altamente tossica e infatti viene utilizzata in pochi Paesi orientali e anche lì classificata come pesticida, senza alcun potere concimante". Le proprietà fertilizzanti, dunque, sono del tutto inventate.

In questo caso ad essere frodati sono gli agricoltori stessi, rassicurati dalla parola "naturale", "ma il fatto che si ricavi da una radice non significa che sia innocua, basta pensare ai funghi: sono naturali, questo sì, ma questo non li rende meno pericolosi. Ricordiamoci che i più grandi veleni sono ricavati proprio dai vegetali", aggiunge Atzori. "Sempre più persone si avvicinano ai prodotti bio e/o naturali senza però conoscerli davvero", osserva il biologo. "Anche gli agricoltori spesso, in quanto non adeguatamente formati, cadono nella trappola di avidi e poco onesti commercianti, i quali gli propinano prodotti naturali (cioè non di sintesi) che frequentemente hanno effetti nocivi per l'ambiente, per l'uomo e per gli animali".

La matrina "è un composto fitofarmaco con specifici effetti fitoiatrici (ossia un'azione neurotossica), che inibisce l'attività della colinesterasi provocando la sindrome da avvelenamento con tremori, scordinamento dei movimenti, scarso equilibrio, disturbi intestinali e la morte per blocco della respirazione - mette in guardia Atzori - Oltre a questi sintomi acuti i composti neurotossici possono determinare fenomeni di bio-accumulo nei tessuti lipidici provocando nel tempo fenomeni di tossicità cronica".

Per ingannare gli agricoltori spesso i prodotti illegali a base di matrina vengono etichettati e immessi sul mercato, oltre che come fertilizzanti organici (con l'indicazione di "estratti di origine vegetale"), anche come preparazioni biodinamiche o come "corroboranti e/o potenziatori della resistenza delle piante", conclude Atzori, che possono essere introdotti sul mercato solo a tre condizioni: se il loro uso non provoca effetti nocivi sulla salute umana, di animali e sull'ambiente; se iscritti nella lista di corroboranti redatta e periodicamente aggiornata dal ministero delle Politiche Agricole; e infine se nell'etichetta sono riportate tutte le informazioni, dalla composizione allo stabilimento di produzione alla destinazione d'uso".

Ma come difendersi da frodi come questa? "Purtroppo il consumatore finale non può fare niente, bisognerebbe invece agire in maniera capillare sugli agricoltori, spesso poco informati e formati direttamente da chi vende loro i prodotti - spiega Atzori - e scardinare l'idea che 'naturale' sia automaticamente innocuo o salutare".

Proprio su quest'ultimo aspetto si sono mossi i consumatori statunitensi: la Consumer Reports americana ha infatti avviato una petizione online per eliminare il termine "organic" (cioè naturale) dalle etichette dei prodotti alimentari perché considerato fuorviante. Nonostante la 'matrina', rassicura Atzori, l'Italia è uno degli stati Ue con minor presenza di residui tossici nei prodotti orto-frutticoli. Nel 2014 sono state effettuate analisi su circa 79mila campioni da 647 diversi tipi di alimenti e oltre il 97% ha evidenziato il rispetto dei limiti di legge dei residui. Merito del diffondersi dell'agricoltura biologica, del rispetto da parte delle aziende agricole delle procedure imposte dalla normativa vigente e dell'intensa attività degli organi preposti al controllo.

FederBio, la principale associazione italiana che riunisce i produttori biologici e biodinamici, dal 2013 ha attivato un gruppo di lavoro specifico per i mezzi tecnici ammessi nel biologico e ha fra i propri soci Ibna Italia-Assometab (associazione di imprese che producono prodotti per la difesa, coadiuvanti, fertilizzanti e corroboranti utilizzabili in agricoltura biologica). E ha avuto un ruolo attivo nel dare avvio all’operazione "Mela Stregata", come spiega il presidente Paolo Carnemolla: "Le indagini coordinate dalla Procura di Cagliari hanno preso avvio dal coordinamento attuato con l’ufficio di Cagliari dell'Icqrf al quale FederBio ha fornito il carteggio avviato già a luglio 2013 con i ministeri delle Politiche agricole e della Salute su questi prodotti, al tempo venduti come preparati biodinamici, e tutto il materiale raccolto dalla propria organizzazione territoriale".

Già un anno fa infatti l'associazione aveva diramato un'allerta anche a tutti gli organismi di certificazione associati e alle organizzazioni dei produttori socie di Upbio, l’Unione nazionale dei produttori biologici e biodinamici, affinché si evitasse l’impiego di questi preparati e fosse impedita la certificazione dei prodotti eventualmente trattati. "L’allerta è stata poi reiterata anche a inizio 2014, nonostante le minacce di querela e i tentativi di contatto da parte della ditta Icas e la trasformazione delle etichette dei prodotti, diventati fertilizzanti - continua Carnemolla - Da segnalare tuttavia che l’impiego di questi prodotti ha riguardato massicciamente anche l'agricoltura cosiddetta 'integrata', nelle quali non c’è un sistema di certificazione come quello del biologico in grado di monitorare l’effettivo impiego di questi prodotti".

Senza l'azione congiunta dell'Icqrf Sardegna e della GdF oggi in Italia molti agricoltori avrebbero adoperato la matrina causando gravi danni alla salute di tanta gente e compromettendo la fiducia nel biologico: stando a una ricerca dell'Università di Newcastle, pubblicata sul British Journal of Nutrition, l'orto-frutta e i cereali coltivati biologici contengono circa il 17% in più di antiossidanti (e in alcuni prodotti il 69% in più di flavanoni) rispetto agli stessi prodotti da agricoltura tradizionale.

(22 luglio 2014) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2014/07/22/news/attacco_al_biologico_il_caso_dei_fertilizzanti_con_matrina-92084337/?ref=HREC1-11
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« Risposta #7 il: Settembre 07, 2014, 05:34:40 »

La spesa degli italiani in un anno: quanto, come e dove risparmiare
Altroconsumo passa al setaccio la grande distribuzione nel nostro Paese e anticipa i risultati dell'inchiesta a Repubblica.it.
Un'indagine a tappeto svolta in 68 città e 919 punti vendita, che ha preso in esame più di cento categorie di prodotti e ha rilevato più di un milione di prezzi.
Per scoprire quali sono i supermercati più convenienti


Di MONICA RUBINO

ROMA - Risparmiare sulla spesa è facile: basta cambiare supermercato. Perché se è vero che la minaccia di deflazione ha congelato i prezzi dei beni di consumo, livellandoli, è pur vero che le differenze tra una catena e l'altra della grande distribuzione ci sono, eccome. E, in alcuni casi, sono anche piuttosto evidenti. Meglio, allora, andare a fare la spesa dove costa meno. Ci viene in aiuto Altroconsumo che ha passato al setaccio la grande distribuzione italiana, individuando le catene più convenienti e le città meno costose. Un'indagine a tappeto, anticipata a Repubblica.it, svolta in 68 città e 919 supermercati, che ha preso in esame 108 categorie di prodotti e ha rilevato ben 1.031.562 prezzi.

Tre modelli di acquisto. Pasta, olio, biscotti, latte, acqua minerale, detersivi, prodotti per la cura personale e molti altri ancora. Nella sua indagine Altroconsumo ha riempito tre diversi tipi di carrello, corrispondenti a tre modelli di acquisto differenti. Il primo carrello considerato è quello con i prodotti di marca ed è anche il più importante. Rappresenta, infatti, la spesa più comunemente effettuata dalle famiglie italiane, secondo l'Istat, e costa in media 6.356 euro all'anno. Il secondo contiene i prodotti che portano il marchio dell'insegna (Coop, Carrefour, Esselunga e così via). Il terzo carrello, infine, rispecchia un modello di consumo teso al massimo risparmio ed è stato riempito con prodotti in assoluto più economici trovati sugli scaffali di tutti i punti vendita, compresi i discount. Questi ultimi sono profondamente cambiati nel corso degli anni e somigliano sempre di più ai supermercati. Sono lontani i tempi in cui si rivolgevano a un target piuttosto basso. Oggi puntano ad attirare le famiglie della classe media: hanno più articoli di marca, hanno introdotto il banco dei freschi, la panetteria. E, fa notare Altroconsumo, "spesso i loro prodotti raggiungono ottimi risultati nei nostri test di qualità".

La mappa della convenienza. L'indagine stila anche la classifica delle regioni e delle città più economiche. Per avere informazioni dettagliate sulla propria città, basta cliccare sul link www.altroconsumo.it/supermercati. Si aprirà una mappa che contiene sia la graduatoria delle catene presenti a livello regionale che la quantificazione del risparmio a seconda di ciò che si è soliti mettere nel carrello.

Se dunque ci ritroviamo nel primo modello di acquisto, il "carrello ricco" per così dire, secondo l'associazione dei consumatori possiamo arrivare a risparmiare fino al 19% passando ai prodotti con il marchio della catena e fino al 33% se compriamo gli articoli più economici di iper e supermercati. Addirittura potremmo abbattere i costi del 55% se decidiamo di rifornirci nei discount. Detto questo, se invece rimaniamo fedeli alla nostra spesa con prodotti dei marchi leader di mercato, per Altroconsumo le catene che si aggiudicano la palma della convenienza sono i supermercati U2 e gli ipermercati Auchan. All'ultimo posto i più cari: Crai, Dimeglio e Billa.

Il risparmio aumenta se abitiamo a Verona, la città più economica in assoluto, che toglie il primato della superconvenienza a Pistoia. Qui, il costo annuo del carrello con i prodotti di marca scende a 5.415 euro (mentre abbiamo visto che la media è 6.356 euro). Dopo la città dell'Arena tra le meno care troviamo Padova, Catania, Treviso e Siracusa. Al contrario Venezia-Mestre, Bologna, Aosta, Ferrara e Modena sono quelle in cui sbagliare supermercato può costarci un occhio: la spesa può superare i 7.000 euro all'anno. Milano e Roma si mantengono vicine alla media: 6.397 la prima e 6.532 euro la seconda.

Se invece compriamo per lo più prodotti con il marchio dell'insegna, le possibilità di risparmio sono più consistenti, perché le varie catene hanno margini di manovra maggiori sugli articoli con su impresso il proprio brand. Anche in questo caso in cima alla classifica ci sono ancora U2 e Auchan, e a seguire IperSidis, Ipercoop e Leclerc Conad a pari merito al quarto posto. Anche in questo caso fanalino di coda è Billa. Infine, se puntiamo al risparmio massimo e facciamo la spesa al discount, la catena più conveniente è Eurospin, ma vanno bene anche Penny Market, Prix Quality e Lidl. All'ultimo posto Sigma. Rispetto al "carrello ricco", il risparmio medio annuo se si acquista al discount è di 3.510 euro.

In ogni caso, dovunqua si vada, "oltre che con la testa la spesa va fatta con i piedi", come consigliano gli esperti di Altroconsumo: in qualunque supermercato, infatti, i prodotti meno costosi stanno sempre negli scaffali più bassi.

(01 settembre 2014) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/economia/2014/08/29/news/la_spesa_degli_italiani_in_un_anno_quanto_come_e_dove_risparmiare-94602907/?ref=HREC1-10
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« Risposta #8 il: Dicembre 22, 2014, 05:38:18 »

La Lega sbarca al Sud, Salvini presenta il simbolo
Il Carroccio varca il Garigliano e si presenta in Italia meridionale. Il segretario: "No ai riciclati in lista". Nell'emblema si rinuncia al colore verde

Di MONICA RUBINO
19 dicembre 2014

ROMA - Quello che colpisce del simbolo con cui la Lega Nord varca il fiume Garigliano e punta alla conquista del Sud è l'assenza del verde padano, colore storico del Carroccio: "Campo bianco con un ovale blu e la scritta in giallo e bianco 'Noi con Salvini'. E poi il nome della regione del Centro e del Meridione", spiega il segretario Matteo Salvini in un'affollata conferenza stampa alla Camera. La sala del Mappamondo, infatti, è gremita di parlamentari leghisti ma manca il fondatore, il 'Senatùr' Umberto Bossi. Che però benedice a distanza lo 'sbarco' e mette in guardia il giovane leader delle camicie non più solo verdi dalle "infiltrazioni da parte di signorotti delle tessere e pregiudicati".

Per questo "l'altro Matteo" sbarra la strada ai 'riciclati', esponenti di altri partiti pronti a salire sul nuovo Carroccio non più separatista ma nazional popolare. Si sono già fatti avanti personaggi come Silvano Moffa, ex Msi, poi An, poi con Fini e infine Pdl; l'ex finiana Souad Sbai e la berlusconiana Barbara Mannucci; l'Ncd Marco Pomarici, già presidente del consiglio comunale di Roma; Mario Landolfi, ex ministro delle Comunicazioni di Silvio Berlusconi. Per non parlare dell'estrema destra, nuovo interlocutore dei neo-leghisti a partire da Casa Pound. Perciò altolà a chi vuole utilizzare "questo soggetto come un tram su cui salire per salvare la poltrona. Diciamo no a riciclati - spiega Salvini- vogliamo energie fresche. Le esperienze politiche verranno valutate singolarmente, ma non ci sarà il rischio di infiltrazioni e di assalto alla diligenza. E comunque per noi l'onestà e la fedina penale pulita restano le condizioni per aderire", conclude.

Riferito allo scandalo di mafia capitale, sottolinea: "Ci chiedono in tanti di candidarci come sindaco a Roma però, nel rispetto delle autonomie, il sindaco di Roma dovrà essere di Roma - sottolinea l'europarlamentare -  Magari tra le tante persone che ci stanno contattando da Roma ci sarà anche il prossimo sindaco o la prossima sindaca, perché no?". In ogni caso "Roma e Lazio sono in ebollizione, è una cosa assolutamente positiva. Ci sono decine di migliaia di richieste entro la fine dell'anno e con gennaio si parte". E promette: "Inizierò a girare in diverse realtà, girando il Sud ho visto che ora c'è consapevolezza del federalismo, dal Salento alla Campania, da Roma alla Sicilia, c'è voglia di autonomia, non alla Crocetta, ma legata alla responsabilità. Adesso c'è maturità al Centro e al Sud che non c'era 15 anni fa".

Grande apertura e disponibilità, dunque, anche se appena sette mesi fa Salvini fu duramente contestato a Napoli, come dimostra questo video:

Nel suo intervento elogia i meridionali, ma un tempo, quando era ancora un semplice deputato della Lega (interamente) Nord e predicava la secessione riempiendo ampolle con l'acqua del Po, li bistrattava a Pontida con cori da osteria (guarda il video contro i napoletani). Ma lui si giustifica: "Non abbiamo mai attaccato i cittadini, ma il cattivo governo".

Poi tocca anche altri punti cruciali dell'attualità politica. Primo fra tutti il tema delle alleanze all'interno del centrodestra. "Non parte una guerra nel centrodestra - chiarisce Salvini - il mio competitor non è Berlusconi o Angelino Alfano, ma è Matteo Renzi. L'obiettivo è quello di arrivare al 51% per governare il paese. Questo progetto non sarà una riedizione di vecchie frittate del passato". Prove di una nuova coalizione di centrodestra dopo il tonfo di Forza Italia in Emilia Romagna, alla quale guarda con interesse anche Giovanni Toti, consigliere politico dell'ex cavaliere, che invita Salvini a costruire insieme un'alternativa:

Il piano salviniano esclude il ministro dell'Interno: "Non faremo accordi a tutti i costi, per Alfano in questo progetto non c'è spazio - aggiunge il segretario della Lega Nord - l'alternativa a Renzi non la costruisco con chi sta governando con Renzi o a metà, sostenendo alcune riforme. Non ci interessa vincere domani mattina ma costruire qualcosa di buono".

Poi non risparmia una staffilata al premier: "Renzi rispetta i vincoli di bilancio avendo massacrato il Paese. Si chiude il semestre italiano di presidenza europea e non se ne accorge nessuno, neanche gli uscieri. E una marionetta al servizio di Bruxelles". E sull'elezioni del nuovo Capo dello Stato aggiunge: "Mi auguro che il prossimo presidente della Repubblica non sia un servo di Bruxelles, un complice dell'euro, che è una moneta morta, e dell'Europa, che permetta l'esproprio della sovranità italiana".

Non si dimentica di citare anche il leader del M5s: "Se Beppe Grillo vuole parlare seriamente del dopo euro noi ci siamo. Ha smesso di insultarci e questa mi sembra una buona notizia. Ma il suo referendum contro l'euro - conclude - resta una sòla (usa persino un termine romanesco, sinonimo di 'truffa', ndr), una perdita di tempo".

© Riproduzione riservata 19 dicembre 2014

Da -http://www.repubblica.it/politica/2014/12/19/news/lega_salvini_presenta_il_suo_progetto_per_il_sud-103281472/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_19-12-2014
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« Risposta #9 il: Gennaio 01, 2015, 10:53:18 »

Renzi: "Ho fatto togliere norma su statali". Italicum: "Sì a preferenze, abbiamo fretta sulla legge"
"Addio paura. Nel 2015 l'Italia correrà". Bilanci, previsioni, battute, e una parola d'ordine per il 2015: "ritmo". Così il presidente del Consiglio risponde ai giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Sul Quirinale: "Nessuna preoccupazione per la successione". Di se stesso dice: "Meglio essere giudicato arrogante che disertore". Sulla corruzione: "Sconti al supermercato, non ai corrotti"

di MONICA RUBINO
29 dicembre 2014
   
ROMA - "Il 2014 è stata una rivoluzione copernicana, abbiamo cambiato il ritmo della politica: fisco, pubblica amministrazione, scuola. Adesso voglio cambiare l'umore degli italiani assuefatti alla sfiducia, alla paura. L'Italia è stata rimessa in moto, ora la sfida nel 2015 è farla correre".

Dal Jobs Act al Quirinale, dall'Italicum alla scuola il presidente del Consiglio Matteo Renzi traccia un bilancio dell'anno che sta per chiudersi, ma soprattutto delinea le prospettive del 2015, anno delle riforme, in occasione della tradizionale conferenza stampa di fine anno nella nuova aula dei Gruppi parlamentari di Montecitorio.

"Siamo il governo che ha fatto meno leggi, ma più riforme. Ma sono ancora più convinto oggi, rispetto a febbraio scorso, che l'Italia ce la farà. La parola del 2015 è 'ritmo', dare senso del cambiamento, per far sì che l'Italia torni a riprendere il suo ruolo nel mondo". E aggiunge: "Mi sento come Al Pacino in 'Ogni maledetta domenica', il coach che ha il compito di dire ai suoi che ce la possono fare. E io sono convinto che l'Italia ce la può fare".

Ma per prima cosa il presidente del Consiglio esprime la sua gratitudine ai soccorritori del traghetto Norman Atlantic e ai giornalisti per come stanno seguendo la vicenda. Conferma che le vittime sono cinque. Poi, dopo aver espresso le condoglianze alle famiglie, salta la relazione introduttiva e comincia a rispondere alle domande.

La successione al Quirinale. Le prime domande si concentrano sul nome del futuro presidente della Repubblica: "La legislatura dura fino al 2018 - taglia corto Renzi - ci sono i numeri per eleggere il presidente della Repubblica". E aggiunge, quasi spazientito: "Ora nessun ping pong sul Colle. Non possiamo metterci a giocare a 'Indovina chi'. Quando arriverà il momento saremo nelle condizioni di esprimere un nome attorno a cui si coaguli la maggioranza". E sulla possibilità che al Quirinale venga nominato un tecnico, afferma: "Il presidente della Repubblica deve avere i requisiti previsti dalla Costituzione: ha funzioni tipicamente politiche con la 'p' maiuscola, anche se nel corso della storia ci sono stati vari presidenti di provenienza" tecnica. Inolte chiarisce che la magistratura italiana non interferirà nella decisione e che "non ci saranno 220 franchi tiratori", come sostiene il senatore Pd Ugo Sposetti. Secondo il premier, infine, anche Silvio Berlusconi, votato da milioni di italiani, "è legittimato a stare al tavolo delle discussioni, senza diritto di veto. Lo considero un fatto logico e fisiologico". Infine precisa: "L'elezione del presidente della Repubblica non è "un test politico. Non è un voto di fiducia sulla maggioranza" sarebbe "inesatto" definirlo così.

Jobs Act e pubblico impiego. Il premier risponde poi a diverse domande sul Jobs Act e chiarisce che "in Consiglio dei ministri ho proposto io di togliere la norma" sui dipendenti pubblici "perché non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro. Il Jobs act non si occupa di disciplinare i rapporti del pubblico impiego. Le regole del lavoro pubblico le riprenderemo nel ddl Madia. La mia idea è che chi sbaglia nel Pubblico paghi. Per chi non lavora bene perché non è messo in condizione di farlo, la responsabilità va attribuita ai dirigenti. Ma per i cosiddetti fannulloni va messa la condizione di mandarli a casa. Ma questo argomento prenderà corpo a febbraio o marzo", conclude Renzi. Sul tema dei licenziamenti collettivi, "vedremo cosa ci diranno le commissioni parlamentari, ma poi a decidere sarà il governo". Quanto, infine, alla possibilità di un referendum sul Jobs Act, Renzi glissa: "Chi vivrà vedrà". Mentre conferma i referendum sulle riforme costituzionali: "Sulla Costituzione, sul Titolo V, sul Senato e sull'abolizione del Cnel faremo mancare i voti necessari per il quorum. Noi vogliamo che sulle riforme istituzionali siano gli italiani a pronunciarsi".

L'Europa e il semestre italiano. Parlando di Europa, Renzi poi afferma: "Il piano Junker è un primo passo ma non è certo sufficiente". Per il presidente del consiglio è necessario "un cambio di paradigma a livello europeo. Gli Usa hanno fatto registrare +5% nel terzo trimestre 2014, un numero straordinario". In questi sei mesi di guida italiana "abbiamo cambiato per il momento il vocabolario - aggiunge il premier - siamo stati una notte a discutere perché la parola flessibilità sembrava una parolaccia e la parola crescita sembrava inconcepibile".

Spending review e taglio delle municipalizzate. Sul tema dello sfoltimento delle partecipate, Renzi risponde che "non c'è alcun progetto Cottarelli, ma l'obiettivo è comune, da ottomila bisogna passare a mille. L'obiettivo c'è e sarà realizzato, si realizza in modo serio ma no a colpi di spot. Quando il ddl Madia sarà approvato dal Senato, a quel punto credo che nelle delega ci sia la possibilità per iniziare il percorso di sfoltimento e dimagrimento delle partecipate", conclude.

Caso Marò. Quella dei marò è "una vicenda molto seria per ciò che è accaduto in passato, su cui ognuno di noi si tiene il suo giudizio: oggi la questione è aperta con un paese come l'India, amica, alleata dell'Italia, che nelle ultime ore ha aperto un canale di confronto diretto anche con dichiarazioni che abbiamo apprezzato". E aggiunge: "E' utile, per chiudere la vicenda, mantenere il tono necessario dei canali legittimi giudiziari e diplomatici, senza inutili show o inutili iniziative politiche come alcune di quelle che ho visto, assolutamente incredibili, di ministri dei governi precedenti".

Gufi, decisionismo e arroganza. "Il 2015 è l'anno chiave, è decisivo, è il motivo di questo mio sano senso di urgenza", torna a ribadire il premier. "Sono molto soddisfatto di quello che abbiamo fatto, io voglio che neanche una giornata vada sprecata, non credo che l'Italia sia spacciata come pensano alcuni gufi e non solo". Ma chi sono i gufi, gli viene chiesto: "Il gufo è quello che parla male dell'Italia, non del mio governo. Ormai ho un rapporto d'amicizia con loro, portano fortuna". E aggiunge: "Nessun alibi, se non ce la facciamo è colpa mia. Meglio essere giudicati arroganti che disertori. Qua la sfida è cambiare l'Italia". Per poi concludere: "Stiamo facendo tutto quello che avevamo promesso, le leggi non hanno il Telepass, sono stati avviati tutti i procedimenti".

Italicum e partiti. Il premier definisce l'Italicum, la nuova legge elettorale, un "Mattarellum con preferenze". "Il candidato di ogni collegio è chiaramente riconoscibile, in più c'è lo spazio per mettere due preferenze, un uomo e una donna. Io lo trovo un meccanismo di una semplicità impressionante. Chi arriva primo vince e governa per cinque anni. E' una legge seria che permette di dare governabilità" al Paese, sulla quale "non c'è nessun dubbio di costituzionalità". Aggiunge, inoltre, che "la legge sul finanziamento pubblico ai partiti va benissimo, non la cambiamo". Quanto alla richiesta di Roberto Calderoli della Lega di eliminare i capilista bloccati dal progetto di riforma, Renzi risponde: "Calderoli è un grande esperto di leggi elettorali. L'ultima che ha fatto si chiama 'porcata', se a questo giro si riposa un po' ci sembra perfetto. Presenterà 15mila emendamenti? Ormai siamo esperti in canguri" - facendo riferimento alle procedure messe già in atto in Parlamento per superare gli ostruzionismi, con l'accorpamento di più emendamenti per far procedere speditamente le votazioni. "Entro il mese di gennaio l'Italicum sarà approvato", aggiunge. Ma per l'ennesima volta nega la possibilità di elezioni anticipate: "A me conviene sempre tentare di andare alle elezioni ma all'Italia no, non conviene. Per quel che mi riguarda non sono contrario ai tempi sull'entrata in vigore" dell'Italicum, "se qualcuno vuole mettere la clausola di salvaguardia nel 2016, siamo pronti a discuterne, ma prima facciamo la legge".

Riforma delle pensioni. Renzi esclude inoltre che il governo possa mettere mano alla riforme delle pensioni. "Mi sento di escluderlo", risponde a chi chiede se con la nomina di Tito Boeri al vertice dell'Inps il governo intenda intervenire sulla previdenza. "Non vuol dire che le idee di chi viene a darci una mano diventino programma di governo", osserva.

Fisco. "In un paese normale le tasse si pagano una volta all'anno. L'obiettivo è arrivare lì". La local tax "entrerà in vigore dal 2016". Quanto agli 80 euro "Li rifarei tutta la vita, li aumenterei se possibile".

Giustizia. Sui temi legati alla corruzione, Renzi taglia corto: "Chi ruba va messo in galera, altrimenti siamo tutti uguali. Bene il patteggiamento ma chi patteggia deve restituire il maltolto, tutto. Gli sconti si fanno al supermercato non ai corrotti". E aggiunge: "Rinnovo il mio appello per chi deve giudicare, lo faccia il più velocemente possibile, gli italiani hanno diritto a sapere se uno è colpevole o meno".

Quanto alla riforma della giustizia, Renzi sottolinea che "un anno fa si parlava di amnistia e indulto, ora non ne parla più nessuno. Il governo ha aumentato del 10% i posti nelle carceri eppure non ne parla nessuno. Abbiamo aumentato le pene alternative al carcere, lavorato molto bene sul tema della riduzione delle persone in attesa del primo grado, che sono diminuite del 20%, ma ancora non basta. Stiamo lavorando su questo ma talvolta la necessità di titoli veloci e comunicazione rapida fa dimenticare" temi prima al centro del dibattito.

La scuola al centro. "Negli ultimi vent'anni tutti i ministri dell'Istruzione hanno solo modificato le riforme precedenti. Noi abbiamo cancellato questa parola, abbiamo dato la parola ai cittadini. Sulla scuola voglio andare lento, abbiamo fatto partire un lavoro di confronto con docenti, alunni e famiglie. Ha ragione un ragazzo, Federico Bindi, di 17 anni, che ci ha detto: finché non renderete l'insegnamento come un lavoro da sognare, non riuscirete a cambiare nulla".

Elezioni in Grecia. Renzi risponde poi a una domanda sulle prossime elezioni in Grecia e le eventuali ricadute sull'Eurozona: "Ho la buona abitudine di non mettere il naso negli affari degli altri Paesi: in bocca al lupo a tutti i candidati. Quando arriveremo a lavorare con nuovo governo discuteremo con loro. Ma da presidente del Consiglio lavorerò con Samaras finché sarà premier, poi con lui o altri". Poi aggiunge, riferito alla crisi greca: "Mi sento di escludere totalmente un effetto contagio tra l'Italia e la Grecia. Sono paesi profondamente diversi. Il nostro modello è la Germania, e vogliamo fare meglio: è un obiettivo alla nostra portata".

© Riproduzione riservata 29 dicembre 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/12/29/news/matteo_renzi_conferenza_stampa_di_fine_anno_29_dicembre_2014-103933654/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_29-12-2014
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« Risposta #10 il: Gennaio 22, 2015, 05:50:38 »

L'Italicum avanza al Senato, passa l'emendamento che taglia tutte le altre modifiche
Ok al lodo Esposito, bocciate le proposte del senatore Pd dissidente Gotor.
Il premier da Davos: "Chi prova a interrompere le riforme non ce la fa".
M5s: "Berlusconi di nuovo al governo del Paese con Renzi".
Bersani: "Rischio dire parassita a minoranza". Riforme costituzionali alla Camera: tornano i senatori a vita

di MONICA RUBINO
21 gennaio 2015
   
ROMA - Il Senato blinda il patto del Nazareno e approva l'emendamento presentato dal senatore renziano Stefano Esposito, il cosiddetto "super-canguro" che spiana la strada all'Italicum, spazzando via in un colpo solo ben 35mila proposte di modifica sulle 47mila presentate in gran parte dalla Lega. In aula il segnale della tenuta della maggioranza era arrivato già un paio d'ore prima con la bocciatura di entrambi gli emendamenti del senatore Pd dissidente Miguel Gotor contro i capilista bloccati.

Soddisfatto dell'esito del voto il premier Matteo Renzi, che dal World Economic Forum di Davos ha commentato: "L'Italia va avanti, chi prova a interrompere tutte le volte il percorso delle riforme possiamo dire che, per il momento, non ce la fa". Questa mattina già aveva chiarito che sull'Italicum non avrebbe "mollato di un centimetro" (video). Renzi ha ribadito inoltre che tra Italicum e Quirinale "non c'è nessun collegamento". Come a dire che l'appoggio ormai indispensabile di Forza Italia al Pd sulla legge elettorale, sottolineato ieri anche dal senatore di Fi Paolo Romani e oggi dal Mattinale (la nota politica del gruppo Fi alla Camera), non avrebbe come contropartita un candidato al Colle gradito a Silvio Berlusconi.

5S: "Berlusconi al governo con Renzi". Un punto, quest'ultimo, che non convince il gruppo dei senatori del Movimento Cinque Stelle: "Il Paese sappia - si legge in una nota - che oggi nasce una nuova maggioranza, con Forza Italia che diventa indispensabile alla sopravvivenza del governo. Il Patto del Nazareno è ormai un partito politico, Silvio Berlusconi ne è il leader, di fatto riabilitato nonostante la condanna, e oggi governa nuovamente il Paese".

Concetto ribadito anche da Roberto Calderoli, senatore della Lega: "Si è certificata la nascita di una nuova maggioranza e il ritorno, a pieno titolo, al Governo del Paese di Silvio Berlusconi che - conclude il vicepresidente del Senato - usa Renzi come terminale delle volontà sue e di Verdini".

Il voto in aula. A Palazzo Madama la maggioranza di governo ha dunque retto contro la minoranza del Pd, protagonista ieri di un acceso scontro nell'assemblea dei senatori convocata da Renzi. Nell'ordine, l'aula ha bocciato dapprima gli emendamenti Gotor. Le modifiche del 'ribelle' dem prevedevano tra l'altro, un 30% di candidati nominati e un 70% di eletti con le preferenze. In 26 dei 29 firmatari del documento presentato dalla minoranza del Pd a Renzi hanno votato sì. Felice Casson e Rosaria Capacchione erano assenti, mentre Josefa Idem si è astenuta. Ma si è aggiunto Roberto Ruta che non era tra i firmatari del documento, come si evince dall'elenco pubblicato su Twitter dal senatore di Fi Lucio Malan:

Sono stati invece dieci i voti azzurri favorevoli, secondo le previsioni del presidente della Commissione Giustizia, il forzista Francesco Nitto Palma. Otto i sì di Gal. Anche la Lega ha votato a favore, mentre i Popolari per l'Italia si sono allineati alle posizioni della maggioranza.

Dopo nemmeno due ore l'aula ha approvato l'emendamento Esposito con 175 sì, 110 no, 2 astenuti. 22 i no del Pd (foto), altri 6 parlamentari dem non hanno partecipato al voto. 15 i no di Forza Italia su un totale di 60 senatori. Duro il commento di Renzi rivolto ai ribelli del suo partito: "Quella di una parte della minoranza Pd sull'Italicum è una posizione non condivisa neanche dai militanti delle feste dell'Unità, anche quelli che non hanno votato per me, perchè diranno: se uno ha vinto poi deve lavorare".

La modifica in questione del senatore ex-cuperliano ora renziano, già accanito sostenitore della Tav e che in un'intervista a Repubblica ha definito "parassiti" gli esponenti della minoranza Pd, sintetizza tutti i punti principali dell’intesa Renzi-Berlusconi sull'Italicum (i due si sono visti ieri per un vertice a palazzo Chigi sulla legge elettorale): premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei voti, soglia unica di sbarramento del 3 per cento, 100 capilista bloccati, clausola di entrata in vigore della nuova legge il 1° luglio 2016. Come detto, il via libera al "super-canguro", già ribattezzato "Espositum", fa decadere il 90% dei 47mila emendamenti presentati. E' pur vero, come ha sottolineato il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda che "ne rimangono ancora 12mila". Ma, secondo Renzi, in 72 ore si potrebbe arrivare all'approvazione della legge da parte del Senato. Con voto finale sul nuovo Italicum probabile martedì prossimo, il 27 gennaio. Un timing che chiuderebbe quindi la 'pratica' prima della seduta comune del Parlamento, il 29 alle 15, per eleggere il Capo dello Stato.

Bersani: "Renzi non ha voluto mediare". Contro l'epiteto rivolto da Esposito ai dissidenti del Pd è insorto l'ex segretario Pier Luigi Bersani che, alla riunione pomeridiana della minoranza dem, ha replicato: "Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. E' gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita". E ha paventato il rischio di una frattura insanabile: "Renzi sa benissimo che sulla legge elettorale c'era una possibile mediazione e non ha voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si deve partire dall'unità del Pd".
 
Camera, ritornano i senatori a vita. Intanto prosegue a Montecitorio l'esame del ddl costituzionale sul superamento del bicameralismo paritario e sul Titolo V, rallentato dall'ostruzionismo del Movimento 5 Stelle e della Lega. L'aula della Camera ha approvato l'emendamento del vicepresidente dei deputati Pd, Ettore Rosato, che ripristina i cinque senatori a vita. La figura dei senatori di nomina presidenziale era stata eliminata dal provvedimento in commissione Affari Costituzionali, dove su questo punto il governo era stato battuto lo scorso 10 dicembre. Deputati democratici, fra i quali Stefano Fassina e Rosy Bindi, sono intervenuti per annunciare il loro dissenso sull'emendamento e la loro intenzione di non partecipare al voto. Anche Gianni Cuperlo, dimessosi l'anno scorso da presidente del Pd per dissensi sulle preferenze nella legge elettorale, ha annunciato di non voler votare l'emendamento. Con l'approssimarsi del voto i banchi del governo si sono affollati.

© Riproduzione riservata 21 gennaio 2015

Da -http://www.repubblica.it/politica/2015/01/21/news/italicum_renzi_non_ci_fermiamo_davanti_alle_polemiche-105415684/?ref=HREA-1
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« Risposta #11 il: Febbraio 07, 2015, 10:08:35 »

La guerra delle eco-lampadine a Bruxelles: Italia e Germania alleate contro i Led
La denuncia di Legambiente: i due Paesi si sono schierati per frenare in Ue la messa al bando delle lampade alogene di bassa qualità

Di MONICA RUBINO
30 gennaio 2015

ROMA - Si dovrebbe discutere a giorni a Bruxelles (probabilmente il 5 febbraio) il sesto stadio del processo di progressivo miglioramento dell'efficienza del parco lampadine europee (cosiddetto 'Tier 6'), che prevede la messa al bando delle lampadine alogene di qualità peggiore, ossia quelle di categoria C e D (sulla base della classificazione indicata sull'etichetta energetica). Tali lampade hanno in gran parte sostituito i vecchi bulbi a incandescenza, ormai eliminati dal mercato, ma sono molto meno ecologiche ed efficienti di quelle a Led, che utilizzano diodi a emissione luminosa (tecnologia che, non dimentichiamolo, ha meritato nel 2014 il premio Nobel per la Fisica).

C'è, però, un problema politico che rischia di imporre un brusco stop allo svecchiamento del mercato dell'illuminazione: non c'è la maggioranza per approvare questo provvedimento utile per l'ambiente, perché Germania e Italia sono contrari. I due Paesi si sono alleati in difesa delle alogene e contro i Led. Come denuncia Legambiente, l'Italia con una mail del ministero dello Sviluppo Economico e dell’Enea ha dichiarato che ritardare la messa al bando delle alogene non è sufficiente: bisogna proprio rinunciare a metterle al bando. Anzi, di più: che l'Ue non si sogni di chiedere che da settembre 2105 tutti i lampadari siano compatibili con i Led.

Da tempo l'Unione Europea ha adottato standard di progressiva efficienza delle lampadine e degli altri corpi luminosi con cui illuminiamo le nostre case ed i nostri uffici. Attraverso gli standard della direttiva sulla progettazione compatibile (Ecodesign) si è arrivati, qualche anno fa, alla messa al bando dei bulbi fluorescenti e all'applicazione dell'etichetta energetica anche alle lampadine (obbligatoria sulle confezioni dal 1° settembre 2013).

Il posto delle lampadine fluorescenti "vecchio tipo" è stato preso dalle quelle alogene, che assomigliano molto a queste ultime e che, nelle loro versioni meno efficienti (quelle di categoria C e D per l'appunto) ad oggi sono le peggiori legalmente in vendita dal punto di vista dell'efficienza energetica. "Sono state immesse nel mercato – ci spiega Legambiente - quando ancora esistevano le lampadine ad incandescenza. Per questo motivo riportano diciture come 'ecolamp' oppure 'energy saver star'. Il che farebbe intendere al consumatore di stare comprando un prodotto super ecologico. Invece sta acquistando il peggiore sul mercato".

Tornando all’opposizione di Germania e Italia, c'è da dire che i Teutonici sono tra i principali produttori europei di alogene e quindi hanno tutto l'interesse a continuare a vendere anche le tipologie a bassa qualità e a frenare l'avanzata dei Led. Da noi, invece, secondo Mise ed Enea, non ci sarebbero ancora le alternative. Ma l’Italia non è il Paese dove, da qualche mese, la Cappella Sistina è passata a totale illuminazione a Led? E dove il principale venditore di lampadine, una famosa catena svedese, da due anni propone prevalentemente lampadine a Led (peraltro molto economiche)?

Un rapporto commissionato dai governi belga e svedese dimostra che la tecnologia a Led è stata molto più rapida del previsto nell'invadere il mercato con prodotti convenienti e funzionali rispetto a quanto la stessa Ue avesse previsto. Tra le righe, sostanzialmente, dice che in Europa avremmo dovuto introdurre molto prima la messa al bando delle alogene di scarsa qualità. Mentre l'Istituto Fraunhofer di Friburgo ha messo a punto una lampadina a Led economica, dove il silicio dei transistor è sostituito dal nitruro di gallio. Segno che anche in Germania i progressi della ricerca scientifica non sempre vanno di pari passo con le decisioni dei politici.

Che interesse allora abbiamo noi italiani a difendere le lampadine meno efficienti? "Evidentemente la posizione del governo italiano su questo tema è legata a una visione vecchia – risponde Davide Sabbadin, responsabile Efficienza Energetica di Legambiente – che non considera o non si è accorta del boom che nel frattempo hanno avuto le lampadine a Led sul mercato. Senz'altro è una posizione da rivedere".

Le alogene sono un vero problema perché, costando di meno, come già detto hanno preso il posto delle vecchie incandescenti, come mostra questo grafico.
La guerra delle eco-lampadine a Bruxelles: Italia e Germania alleate contro i Led

Come potete notare, la parte viola (incandescenti) è stata rimpiazzata quasi in toto dalla parte verde (alogene). Ma le lampadine a Led sono da 8 a 10 volte più efficienti e durano da 10 a 20 volte di più. Certo, mediamente costano di più (anche 10 euro in più), ma l'extra costo si recupera nel giro di un anno. E la messa al bando delle peggiori (non di tutte, si badi bene: chi vorrà comperarsi le lampadine alogene sarà padronissimo di farlo, purché di classe A o B), porterebbe vantaggi enormi sul fronte del risparmio energetico all'Europa, ovvero 37TWh di energia, pari a 13,1 MT di CO2 o se si preferisce, 8,6 miliardi di euro risparmiati in bolletta elettrica. Che non è poco.

© Riproduzione riservata 30 gennaio 2015

Da - http://www.repubblica.it/ambiente/2015/01/30/news/la_guerra_delle_eco-lampadine_a_bruxelles_italia_e_germania_alleate_contro_i_led-106126701/?ref=HRLV-17
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« Risposta #12 il: Febbraio 20, 2015, 04:34:03 »

Forza Italia, rivolta in Puglia.
Coordinatori provinciali si dimettono dopo il commissariamento del partito
Raffaele Fitto a Repubblica Tv: "Ci epurano perché avevamo ragione. Ma noi restiamo"

Di MONICA RUBINO
19 febbraio 2015

ROMA - E' caos completo in Forza Italia. Dopo la rimozione del coordinatore regionale di Forza Italia in Puglia, Francesco Amoruso, e l'imposizione da parte di Berlusconi del 'commissario' Luigi Vitale, (uomo di fiducia dell'ex cavaliere, già sottosegretario nei suoi governi precedenti), nella regione-fortino di Raffaele Fitto, il capo dell'opposizione interna a FI, scoppia la rivolta. E i coordinatori provinciali, fedeli all'eurodeputato salentino, si dimettono in massa. Una notizia anticipata proprio dallo stesso Fitto nel corso del videoforum a Repubblica Tv (video).

I coordinatori pugliesi, in una nota congiunta, hanno dunque le loro dimissioni in dissenso con una decisione calata dall'alto e appresa dalla stampa. "A seguito di quanto irritualmente appreso dagli organi di informazione circa il commissariamento di Forza Italia in Puglia - scrivono nel documento - e ritenendo tale provvedimento un nuovo grave errore, che allontana ulteriormente il Partito dalla sua base, rimettiamo il nostro mandato, rassegnando dunque le dimissioni dai rispettivi incarichi. Con ciò liberiamo il commissario incaricato dall'onere di valutare il nostro livello di allineamento 'al nuovo corso', sgombrando il campo da qualunque equivoco circa la nostra coerente battaglia, al fianco di Raffaele Fitto, per una reale ricostruzione del partito e del Paese. Un atto, il nostro, di doveroso rispetto degli elettori e dei militanti di Forza Italia, ancora una volta ignorati e traditi da decisioni calate dall'alto".

"Continuiamo tuttavia - si legge ancora nella nota - ad attenderci un cambio di rotta che si manifesti innanzitutto con l'azzeramento dei vertici nazionali e l'avvio di un libero confronto interno, allo stato di fatto impedito. In particolare la imminente scadenza elettorale che riguarda il rinnovo del consiglio regionale in Puglia, impone che ciò avvenga con immediatezza".

"Resta inteso, per quanto scontato, il nostro massimo impegno a sostegno di Forza Italia e della candidatura di Francesco Schittulli, essendo la difesa dei valori e delle idee del centrodestra, nonché le attese del popolo dei moderati pugliesi, il nostro obiettivo prioritario ed assoluto", concludono.

La nota è firmata da Antonio Distaso, vice coordinatore regionale vicario; Roberto Marti, vice coordinatore regionale; Riccardo Memeo vice coordinatore regionale; Luigi Perrone, coordinatore provinciale Bari; Luigi D'Ambrosio Lettieri, coordinatore area metropolitana Bari; Benedetto Fucci, coordinatore provinciale Bat; Lucio Tarquinio, coordinatore provinciale Foggia; Antonio Gabellone, coordinatore provinciale Lecce; Gianfranco Chiarelli, coordinatore provinciale Taranto.

Nel corso del videoforum a Repubblica Tv Fitto ha sottolineato come lo schiaffo dell'ex cavaliere sia stato in realtà l'ennesimo errore: "L'aver commissariato Fi in Puglia non è un atto di forza ma di debolezza. La Puglia è la regione che ha assicurato maggior consenso a Forza Italia negli ultimi anni, mi sembrava giusto intervenire contro". Ma sembra piuttosto che Berlusconi, pur di fare la guerra al suo ex pupillo, divenuto ora la sua spina nel fianco, abbia scelto di annientare il partito proprio nella regione dove ha ottenuto più voti alle ultime elezioni.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/02/19/news/forza_italia_rivolta_in_puglia_i_coordinatori_provinciali_si_dimettono_dopo_commissariamento_del_partito-107679663/?ref=HREA-1
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« Risposta #13 il: Marzo 05, 2015, 04:24:40 »

Etichette alimentari, la censura colpisce i prodotti italiani
Dopo l'entrata in vigore della nuova direttiva europea che abolisce l'obbligo di indicare la sede dello stabilimento di produzione, compaiono sul mercato i primi esempi di etichettature "mute".  Ecco i cinque motivi per cui vale la pena mantenere questa indicazione

Di MONICA RUBINO
01 marzo 2015

ROMA - Sapere esattamente dove e chi fa ciò che mangiamo. E' il senso della battaglia sul mantenimento nelle etichette alimentari dell'obbligo di indicare lo stabilimento di produzione. Obbligo prima sancito dalla legge italiana (lo prevedeva il D. Lgs 109/92). Ma che è stato abrogato dalle norme europee, ossia dall'entrata in vigore il 13 dicembre 2014 del Regolamento Ue 1169/2011 sulla nuova etichettatura dei cibi. La normativa europea, infatti, si limita a imporre l'obbligo di indicare solo il responsabile legale del marchio, che non serve a identificare esattamente la fabbrica nella quale è stato elaborato il prodotto. Per intenderci: una sede legale a uno stesso indirizzo e numero civico può rappresentare legalmente marchi e prodotti che vengono fatti in stabilimenti diversi e anche all'estero. L'indicazione della fabbrica, adesso, è facoltativa. Ma è facilmente intuibile che le grandi multinazionali europee della distribuzione, non più costrette a fornire questa indicazione e quindi non passibili di alcuna sanzione, tenderanno a eliminarla dai prodotti commercializzati con il loro marchio (detti anche 'private label'). Come del resto sta già accadendo.

Le prime censure. Si cominciano, infatti, a vedere i primi esempi negativi di etichette "censurate", diventate "mute", ovvero che non ci consentono più di capire dove e chi esattamente fabbrica il prodotto. A segnalarcele è il sito ioleggoletichetta.it, fondato da Raffaele Brogna proprio con l'intento di comparare le etichette e aiutare i consumatori a risparmiare sulla spesa. E che ha lanciato, in tempi non sospetti, una petizione sul mantenimento della sede dello stabilimento che finora ha raccolto più di 20mila di firme ed è stata sottoscritta da molti imprenditori e distributori italiani. Guardate, ad esempio, l’immagine di questa etichetta di uno stesso identico prodotto italiano "pre" e "post" Regolamento europeo.

"La stessa identica confezione di Plumcacke della Lidl a marchio Nastrecce, di cui Lidl è committente e responsabile – spiega Brogna - ante 13 dicembre 2014 riportava in base alle legge 109/92 l’indicazione dello stabilimento di produzione e infatti leggiamo: 'Prodotto in Italia da Vicenzi Biscotti Spa, Via F. Forte Garofaolo 1, 37057 S. Giovanni Lupatoto (VR) nello stabilimento di Nusco (AV), Contrada Fiorentine, Zona Industriale F1'. Sulla nuova confezione Post 13 dicembre 2014 con l'applicazione del nuovo Regolamento europeo 1169/2011 leggiamo invece solo: 'Prodotto in Italia, Lidl Italia Srl, Via Augusto Ruffo 36, I – 37040 Arcole (VR)'. C'è la sede legale di Lidl, ma manca lo stabilimento di produzione".

"Perché Lidl l'ha tolta? - si chiede il fondatore di ioleggoletichetta.it - Per rispettare la nuova legge? Ma il regolamento Ue, pur avendo tolto l’obbligo, ha reso facoltativa questa indicazione. E anche il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha chiesto alle aziende di continuare a scriverlo in segno di trasparenza. Forse l’azienda tedesca con sede italiana ad Arcole non vuole far sapere chi fa i suoi prodotti? Eppure ha la facoltà di decidere, anche se il produttore dovesse essere contrario, di scrivere l’indirizzo dell'azienda produttrice. Così ha fatto Conad, che si è assunta l’impegno di continuare a scrivere lo stabilimento anche se la legge non lo prevede più, come anche Coop, Selex, Unes, Coralis, Eurospin, Auchan, Simply. Lidl ancora no. E nemmeno Esselunga, Carrefour e tutte quelle aziende produttrici che non hanno ancora firmato la nostra petizione".

Diritto di replica: Lidl non risponde. Abbiamo provato a chiedere a Lidl perché ha tolto la preziosa indicazione dall'etichetta dei plumcake prima citati, scrivendo un'email con la domanda all'indirizzo dell'ufficio stampa indicato sul sito internet di "Lidl Italia". Nessuna risposta. Allora abbiamo chiamato un numero verde (l'unico, del resto, esistente sul sito), chiedendo di farci passare l'ufficio stampa. Ma una cortese signorina, dopo averci fatto il terzo grado, ci ha detto che "non esiste un numero dell'ufficio stampa". E poi ha chiuso bruscamente la conversazione. Un po' ce l'aspettavamo, visto che l'azienda tedesca persegue una politica di riservatezza degna dei servizi segreti.

Buone notizie da Esselunga e Carrefour. Abbiamo chiesto anche a Esselunga e Carrefour perché non hanno firmato l'appello di Brogna o se, aldilà della petizione, sono comunque intenzionate a mantenere facoltativamente l'indicazione dello stabilimento. Entrambe ci hanno fornito risposte incoraggianti. Esselunga ha sottolineato, infatti, di essere sensibile a questo tema, "tanto è vero che, su tutte le etichette dei prodotti a marchio privato, è indicato lo stabilimento di produzione". E ha annunciato che inserirà l’indicazione pure "sui nuovi prodotti che saranno lanciati sul mercato".

Anche da Carrefour fanno sapere che "tutti i prodotti a marchio Carrefour fatti in Italia riportano e continueranno a riportare in etichetta l'indicazione dello stabilimento di produzione. Indipendentemente da ciò che verrà definito per legge, Carrefour continuerà a fornire, in piena trasparenza per i propri consumatori, il nome del produttore e l'indirizzo del luogo ove la produzione avviene".

Il nodo dei 'copacker'. Perché allora l'Europa ha deciso di eliminare questa importante indicazione? Secondo Brogna il vero scopo è quello di "nascondere i copacker, ossia le aziende che realizzano e forniscono prodotti per le catene europee della grande distribuzione, in modo da poter creare nuove marche senza dire ai consumatori chi le produce. Insomma, l'ennesimo favore alle multinazionali del cibo".

I cinque motivi per cui mantenere lo stabilimento in etichetta. La sede dello stabilimento in etichetta non è un'informazione di poco conto, ma di fondamentale importanza, per almeno cinque motivi:
1. Permette di difendere il vero made in Italy e garantisce un maggior controllo sulla tracciabilità e la sicurezza dei prodotti. Ad esempio, se lo stabilimento trasloca all'estero, il cibo perde completamente la sua identità di "fatto in Italia". Ma il consumatore non ne sa nulla, a meno che qualcuno si prenda la briga di informarlo.

2. I marchi italiani nelle mani di gruppi stranieri e multinazionali del cibo sono parecchi, nell’alimentare come in altri settori (pensiamo a Perugina e Buitoni acquistate da Nestlè, Algida da Unilever, Parmalat, Galbani e Cademartori di proprietà della francese Lactalis e così via). "Il vero problema – spiega Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare, fondatore di Great Italian Food Trade - è costituito dai gruppi che con un marchio italiano in tasca, magari pure una sede legale in Italia riescono a mandare tutti a casa e delocalizzare la produzione all’estero, continuando a vendere i prodotti con marchi italiani storici nel nostro Paese e nel mondo".

3.L'indicazione dello stabilimento di produzione serve a facilitare e abbreviare i tempi di gestione delle crisi di sicurezza alimentare, poiché è più semplice risalire all’origine del problema quando si può facilmente identificare la fabbrica da cui il prodotto proviene (sì, è vero, in etichetta c'è l'indicazione del lotto di produzione, ma vuoi mettere quanto è più veloce identificare subito lo stabilimento?).

4. Garantisce al consumatore una scelta informata di acquisto, che ragionevolmente può tendere a favorire gli alimenti realizzati in un determinato luogo da uno specifico produttore. Non solo per "campanilismo", ma anche come riconoscimento del valore delle tradizioni e della cultura materiale dei singoli territori.

5. L'indicazione dello stabilimento, infine, consente di capire se due prodotti anche se di marca diversa vengono fatti dallo stesso produttore. Quindi il consumatore conoscendo il produttore può risparmiare facendo la scelta più conveniente in rapporto qualità-prezzo, scoprendo ad esempio che un prodotto del discount o del supermercato può essere a volte uguale a quello di marca.

Lo stato dell'arte. La battaglia di ioleggoletichetta.it è diventata con il tempo trasversale. Le petizioni (anche ilFattoalimentare.it ne ha lanciata una su Change.org assieme a Great Italian Food Trade), le interrogazioni a Bruxelles (come quella dell'eurodeputata di Forza Italia Elisabetta Gardini), le interpellanze urgenti dei parlamentari del M5s (con i deputati Paolo Parentela e Giuseppe L'Abbate in prima linea), hanno ottenuto come primo risultato l'attenzione del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che, sia pure tardivamente rispetto alla data di applicazione del regolamento Ue 1169/2011, ha saputo raccogliere questa istanza diffusa, dichiarando la propria volontà a notificare alla Commissione europea la norma nazionale. Ma l’onere della notifica ricade anche su un altro dicastero, quello dello Sviluppo Economico. La titolare, Federica Guidi, ha risposto convocando i rappresentati della filiera produttiva attorno a un tavolo. Al termine della riunione tenutasi l'11 febbraio, le parti hanno deciso di attivare immediatamente a Bruxelles tutte le "verifiche necessarie" per ripristinare l'obbligo. "I canali con Bruxelles sono stati aperti", ci assicurano dal Mise. Ma per gli attivisti non è abbastanza: "Da qualche parte ci deve essere qualcuno che frena - conclude Brogna - rimaniamo in attesa di vedere progressi e azioni concrete a livello legislativo in Italia e in Europa e anche nel futuro TTIP (l'accordo commerciale fra Usa ed Europa in fase di negoziazione, ndr)".

Soluzioni, un'ipotesi. Una scappatoia in realtà ci sarebbe. L'articolo 39 del Regolamento europeo sull'etichetta, infatti, prevede che gli Stati membri possano introdurre obblighi aggiuntivi ma solo per categorie specifiche di alimenti purché siano giustificati da uno dei seguenti motivi: protezione della salute pubblica e dei consumatori, prevenzione delle frodi, protezione dei marchi, delle indicazioni di provenienza, delle denominazioni di origine controllata e per la repressione della concorrenza sleale. Proprio questo articolo ci permetterebbe di reintrodurre nella legislazione italiana l'indicazione della sede di produzione in una forma tale da non poter essere censurata da Bruxelles.

© Riproduzione riservata 01 marzo 2015

Da - http://www.repubblica.it/economia/2015/03/01/news/etichette_alimentari_la_censura_colpisce_i_prodotti_italiani-108322082/?ref=HREC1-10
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« Risposta #14 il: Novembre 07, 2015, 09:50:07 »

Coldiretti lancia la 'guerra del latte': gli allevatori protestano per il crollo dei prezzi
Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina che interviene al presidio della Coldiretti davanti allo stabilimento di distribuzione dei prodotti della multinazionale francese Lactalis di Ospitaletto Lodigiano (Lodi).
Gli sono accanto il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo e il vice Ettore Prandini
Presidio con trattori e mucche alla Lactalis, vicino a Lodi. Il ministro Martina: "L'industria dia un segnale concreto". Nel 2015 chiuse mille stalle, il 60% in montagna


Di MONICA RUBINO
07 novembre 2015
   
LODI - Sono arrivati in migliaia da tutta Italia alle prime luci dell'alba, "armati" di mucche e trattori, per combattere la "guerra del latte". Gli allevatori della Coldiretti si sono dati appuntamento a Ospedaletto Lodigiano (Lodi), dove hanno preso d'assedio il centro di distribuzione dei prodotti della multinazionale del latte francese Lactalis, che dopo aver conquistato i grandi marchi nazionali Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli, è diventata il primo gruppo del settore.

Gli allevatori chiedono il rispetto della legge 51 del luglio 2015, che impone che il prezzo del latte alla stalla debba commisurarsi ai costi medi di produzione. "Vogliamo difendere il lavoro, gli animali, le stalle, i prati ed i pascoli custoditi da generazioni", hanno spiegato i manifestanti. "È da sei o sette anni che il prezzo precipita - ha raccontato un allevatore lombardo - ormai siamo al collasso, non ce la facciamo più. Per farci sopravvivere basterebbe che le industrie ci pagassero 5 o 6 centesimi in più al litro". Molti hanno gridato un antico proverbio bergamasco "A la (v)àca a 's móns ol làcc, mia 'l sànch!", "alla vacca si munge il latte, non il sangue", altri hanno mostrato cartelli con le scritte "Made in Italy ostaggio di una multinazionale straniera", "Avete preso i nostri marchi non vi daremo le nostre mucche".

Al presidio della Coldiretti ha preso parte anche il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha ribadito, sul palco allestito per la manifestazione, quanto già anticipato nel corso di un videoforum su Repubblica Tv. Martina ha chiesto, infatti, all'industria lattiero-casearia di assumersi le sue responsabilità e dare un segnale concreto sul prezzo del latte alla stalla. "Con la legge di stabilità abbiamo cancellato Irap e Imu sui terreni delle imprese agricole e aumentato la compensazione Iva fino al 10% proprio per i produttori di latte - ha spiegato il ministro - Oggi abbiamo firmato il decreto attuativo del Fondo latte che attiva 55 milioni di euro per intervenire a sostegno della liquidità, per la ristrutturazione del debito e per gli investimenti delle imprese. Con il decreto 51 di luglio - ha ricordato ancora Martina - abbiamo introdotto norme per contrastare le pratiche sleali, con contratti scritti e annuali, che tengano conto anche dei costi medi di produzione nella formazione del prezzo. Il governo la sua parte la sta facendo. Chiedo con forza - ha concluso - all'industria lattiera di aiutare subito l'intera filiera. Nelle prossime ore devono arrivare risposte concrete e utili".
Martina, Prezzi latte in caduta: "Occorre industria lattiera più responsabile"

"L'Italia rischia concretamente di perdere per sempre la propria produzione di latte perché oggi - ha segnalato l'organizzazione agricola - quasi la metà del latte consumato in Italia, viene dall'estero, anche se viene spacciato come made in Italy, e la situazione è precipitata nell'ultimo anno con il taglio pesante nei compensi riconosciuti alla stalla, dove mancano anche quei pochi centesimi al litro necessari per garantire l'alimentazione delle mucche ed evitare la chiusura".

Nel 2015 hanno chiuso circa mille stalle, oltre il 60% delle quali si trovava in montagna, con effetti irreversibili sull'occupazione, sull'economia, sull'ambiente e sulla qualità dei prodotti. "La conseguenza è che - ha sottolineato la Coldiretti - sono sopravvissute a fatica appena 35 mila stalle che rischiano però di scomparire nei prossimi mesi perché l'industria ha deciso unilateralmente di tagliare i compensi per il latte alla stalla di oltre il 20 per cento".

Sotto attacco la Lactalis e le altre multinazionali del settore: "Il prezzo del latte riconosciuto oggi agli allevatori è inferiore a quello di venti anni fa - ha denunciato il vicepresidente di Coldiretti Ettore Prandini nel corso del presidio - e vengono proposti accordi capestro che fanno riferimento all'indice medio nazionale della Germania.  Dalle frontiere italiane passano ogni giorno 3,5 milioni di litri di latte sterile, ma anche concentrati, cagliate, semilavorati e polveri per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare magicamente mozzarelle, formaggi, yogurt o latte italiani, all'insaputa dei consumatori. Nell'ultimo anno - ha affermato ancora Prandini - hanno addirittura superato il milione di quintali le cosiddette cagliate importate dall'estero, che ora rappresentano circa 10 milioni di quintali equivalenti di latte, pari al 10 per cento dell'intera produzione italiana. Si tratta di prelavorati industriali che vengono soprattutto dall'Est Europa che consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità".

Considerato che a fronte di una produzione nazionale di circa 110 milioni di quintali di latte sono circa 86 milioni di quintali le importazioni di latte equivalente dall'estero, c'è il rischio concreto che il latte straniero possa per la prima volta superare quello tricolore. "E per ogni milione di quintali di latte importato in più - ha concluso il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - scompaiono 17mila mucche e 1.200 occupati in agricoltura.
A rischio c'è un settore che rappresenta la voce più importante dell'agroalimentare italiano con un valore di 28 miliardi di euro con quasi 180 mila gli occupati nell'intera filiera".

© Riproduzione riservata
07 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/economia/2015/11/07/news/coldiretti_lancia_la_guerra_del_latte_protestano_allevatori_per_il_calo_dei_prezzi-126817824/?ref=HREC1-2
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