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Autore Topic: MAURIZIO MOLINARI  (Letto 24031 volte)
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« Risposta #15 il: Aprile 21, 2009, 11:19:50 »

21/4/2009 - GLI AGENTI PROTESTANO PER LA PUBBLICAZIONE DEI MEMO SULLE TECNICHE DI TORTURA
 
Cia in rivolta, arriva Obama
 
Il Presidente a Langley: proteggerò i vostri nomi, nessuna inchiesta
 
 
CORRISPONDENTE DA NEWYORK
 
Maurizio MOLINARI


La pubblicazione dei memo della Cia causa scompiglio fra gli 007 e Barack Obama arriva nel quartier generale di Langley per scongiurare una mezza rivolta nella «war room» che coordina le operazioni contro Al Qaeda, assicurando gli agenti: «Proteggerò le vostre identità e attività». La scelta di rendere note le tecniche di interrogatorio dei detenuti di Al Qaeda era stata a lungo dibattuta nell’amministrazione sin dall’indomani dell’insediamento del nuovo presidente e quando la Casa Bianca ha dato luce verde sono stati numerosi gli agenti che hanno fatto conoscere il proprio disappunto al nuovo capo della Cia, Leon Panetta. Poiché gli 007 per definizione non rilasciano dichiarazioni per conoscere i contenuti delle loro rimostranze bisogna leggere il ben informato blog di Jim Geraghty sul sito conservatore National Review Online, dove le riassume in due punti. Primo: la possibilità che un qualsiasi procuratore distrettuale inizi un’indagine contro gli agenti che applicarono le tecniche di interrogatorio equiparate alla tortura dall’amministrazione Obama. Secondo: l’eventualità che il Congresso possa varare una legge per istituire una «Commissione verità», sul modello di quella che operò in Sud Africa dopo l’apartheid, destinata a far trapelare le identità degli agenti in questione.

Le assicurazioni finora date da Obama a Panetta sulla decisione di «non perseguire i responsabili perché quando eseguirono queste tecniche erano nella legalità» non hanno rassicurato gli agenti che si sentono ora in condizione di rischio fino al punto da far sapere proprio a Panetta di auspicare un impegno di Obama a garantirgli il perdono qualora la giustizia iniziasse a perseguirli per «atti di tortura». Il fatto che la commissione Intelligence del Senato abbia iniziato un’inchiesta a porte chiuse sull’operato della Cia negli anni di George W. Bush ha rafforzato tali preoccupazioni.

A dar voce alla rabbia che cova nei corridoi di Langley è Michael Hayden, il generale che ha guidato la Cia negli ultimi anni dell’amministrazione Bush, secondo il quale «le rivelazioni fatte sono solo le prime, ve ne saranno altro, vi saranno commissioni di inchiesta e vi saranno indagini» con il risultato di «mettere in difficoltà un’Agenzia che si trova a condurre una guerra, in prima linea, per difendere la sicurezza dei cittadini americani». Il generale Hayden ha guidato in prima personale tali operazioni «di guerra» fino a pochi mesi fa e affida ai teleschermi di Fox un’aperta condanna per le scelte di Obama: «Credo che far conoscere ai nostri nemici quali sono i nostri limiti e rinunciare alle tecniche di interrogatorio rende assai più difficile agli agenti della Cia difendere la nazione, in molteplici circostanze». Prima di Hayden era stato l’ex vicepresidente Dick Cheney, due settimane fa, a sfruttare un’intervista alla Cnn per difendere la «legalità» dell’interrogatorio con il «waterboarding» - l’annegamento simulato - accusando Obama di «aver reso meno sicura l’America» rinunciando ad applicarlo. E ora Hayden ribadisce la tesi di Cheney sostenendo fra l’altro che «queste tecniche hanno davvero funzionato rendendo l’America più sicura e scongiurando nuovi attacchi terroristici».

E’ per rispondere a tali obiezioni e proteste, come per disinnescare lo scontento fra gli agenti della sezione «operazioni clandestine», che Obama sceglie di arrivare a Langley, in Virginia, incontra una cinquantina di agenti speciali a porte chiuse e poi parla ai dipendenti per rassicurarli. «Mi rendo conto che gli ultimi giorni sono stati difficili» dice, assicurando che «proteggerò la vostra identità e le vostre attività con la stessa determinazione con cui voi proteggete l’America». E poi ribadisce i motivi della declassificazione dei memo: «C’è chi può pensare che rispettare la Costituzione significa combattere contro Al Qaeda con una mano legata dietro la schiena, oppure essere ingenui, ma ciò che rende speciale l’America è la forza dei nostri valori e l’importanza di difenderli anche quando è più difficile farlo, è per questo che prevarremo contro i terroristi».
 
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« Risposta #16 il: Maggio 04, 2009, 05:10:09 »

4/5/2009
 
Ritrovare la fiducia della gente
 

MAURIZIO MOLINARI
 

La morte della tredicenne Behooshahr a Herat pone l’Italia di fronte alla sfida di applicare la dottrina Barack Obama in Afghanistan: dimostrare di saper proteggere i civili al punto tale da conquistarne i cuori come le menti per poter così accelerare la sconfitta dei taleban.

Behooshahr è l’adolescente afghana uccisa da una pattuglia dei nostri soldati che hanno fatto fuoco sulla Toyota bianca dove si trovava dopo aver invano tentato di fermarla mentre procedeva ad alta velocità. E’ una dinamica simile a quella che il 4 marzo 2005 portò una pattuglia di marines a fare fuoco a Baghdad sulla Toyota Corolla che trasportava l’ex ostaggio Giuliana Sgrena, uccidendo sul colpo l’agente del Sismi Nicola Calipari che l’aveva appena liberata.

Adesso come allora i militari da cui sono partiti i colpi-killer affermano di aver correttamente applicato le regole di ingaggio previste per una zona di guerra, facendo fuoco nel timore che la vettura fosse un’auto-kamikaze destinata a mettere a segno un sanguinoso attentato. Nella Baghdad infestata da Al Qaeda di quattro anni fa come nella Herat minacciata oggi dai taleban i militari hanno il dovere di proteggersi per evitare di subire attacchi sanguinosi come quello di Nassiryah - dove l’Italia nel 2003 contò 19 vittime - ma l’attuale situazione strategica in Afghanistan suggerisce all’Italia di andare oltre la semplice ricostruzione della dinamica dell’incidente, la difesa dei propri soldati, la riaffermazione delle tecniche di ingaggio, la presentazione delle scuse a Kabul e il versamento di risarcimenti economici alla famiglia della giovane vittima.

La differenza fra l’Afghanistan 2009 e l’Iraq 2005 sta nella dottrina militare applicata per vincere i duelli con i terroristi. La svolta avvenne nel 2006 quando il generale americano David Petraeus, designato da Bush alla guida delle truppe in Iraq, impostò la contro-guerriglia attorno alla priorità di proteggere i civili, di garantirgli migliori servizi e più in generale di accrescerne il tenore di vita. Questo approccio ha consentito di ottenere una consistente riduzione delle violenze in Iraq e Barack Obama, divenuto presidente, l’ha rilanciata sul fronte afghano affidando proprio a Petraeus, divenuto capo delle truppe in tutto il Medio Oriente, il compito di conquistare "i cuori e le menti" degli afghani al fine di fare terra bruciata attorno ai taleban alleati di Al Qaeda. Durante il recente vertice Nato di Strasburgo-Kehl, Obama ha elevato tale approccio a livello di strategia di lungo termine, facendo capire che la Nato riuscirà a piegare i taleban e consolidare la giovane democrazia afghana solo riuscendo a dare più sicurezza, fisica e economica, ai civili.

L’uccisione di Behnooshahr obbliga dunque l’Italia a trasformare in fatti concreti la dottrina Obama. La sfida per i nostri comandi a Herat è di rispondere alla tragedia avvenuta adottando rimedi che aumentino la protezione dei civili senza per questo abbassare la guardia nei confronti della perdurante minaccia jihadista. Dovranno essere rimedi talmente visibili e consistenti da essere percepiti da chiunque vive nella provincia di Herat. Più in fretta ciò avverrà, più fiducia le nostre truppe guadagneranno fra gli afghani, più sarà difficile per i talebani trovare rifornimenti e sostegni.

da lastampa.it
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« Risposta #17 il: Giugno 12, 2009, 06:44:42 »

12/6/2009 - AMERICANI INCREDULI
 
Ora Obama vuole capire Berlusconi
 
Maurizio Molinari
 
 
Incontro alla Casa Bianca per capire le posizioni dell'Italia
 
 
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
 
Le dichiarazioni di Muhammar Gheddafi sul parallelo fra gli Stati Uniti e Osama bin Laden irrompono nella preparazione della visita di Silvio Berlusconi a Washington, spingono gli sherpa della Casa Bianca a modificare l’agenda dei colloqui di lunedì e rafforzano la richiesta di Barack Obama di avere mezz’ora di colloquio a tu per tu con il presidente del Consiglio, al fine di poterlo conoscere meglio.

La traduzione letterale delle frasi pronunciate da Gheddafi a Palazzo Giustiniani è arrivata dopo meno di 45 minuti sui tavoli del Dipartimento di Stato e del Consiglio per la sicurezza nazionale che stanno preparando l’incontro di lunedì. La scelta dell’amministrazione è stata di far dire ai portavoce che «il governo americano non commenta le frasi del leader libico», ma nelle comunicazioni intercorse fra Via Veneto e Foggy Bottom i termini adoperati sono stati «pazzesco» e «incredibile» che descrivono la sorpresa tanto per lo show del leader libico quanto per il fatto che l’Italia si è trasformata nel suo palcoscenico europeo «grazie ad una visita che poteva essere più breve».

Washington da tempo ha ripreso i rapporti con Tripoli - a seguito della decisione di Gheddafi di smantellare il programma nucleare e pagare i risarcimenti per l’attentato di Lockerbie - ma li gestisce con grande cautela e dunque non comprende perché l’alleato italiano abbia dato modo ad un ospite notoriamente imprevedibile di dominare la scena nazionale «per molti giorni».

Nelle numerose comunicazioni intercorse fra Washington e Roma dopo l’exploit di Gheddafi, il governo italiano ha fatto presente la presa di distanza del capo della Farnesina, Franco Frattini, dal paragone Usa-Bin Laden tentando di ridimensionare l’avvenuto. Ma tutto ciò non ha impedito agli sherpa della Casa Bianca di aggiungere il caso-Libia nell’agenda dei colloqui il programma lunedì nello Studio Ovale, fra le 16 e le 17 ora di Washington.

La proposta americana è di suddividere i 60 minuti di vertice in due sessioni separate: i primi 30 nei quali Obama e Berlusconi saranno da soli, assieme agli interpreti, e i secondi 30 con la formula «1+7» ovvero allargati alla delegazione di consiglieri, che nel caso degli americani includeranno il Segretario di stato Hillary Clinton, il capo di gabinetto Rahm Emanuel, il consigliere per la sicurezza James Jones e quattro alti funzionari del Dipartimento di Stato. Tale organizzazione dei colloqui, che secondo fonti a Washington non avrebbe ancora avuto l’assenso italiano, punterebbe a raggiungere un duplice scopo. Da un lato offrire a Obama la possibilità di parlare con franchezza a Berlusconi sui temi che più hanno fatto ombra alle relazioni negli ultimi mesi: dal tentativo italiano di avere un solitario ruolo di mediazione nei rapporti di Washington con Mosca e Teheran fino alle frasi del premier contro la multiculturalità e sul fatto di essere il leader politicamente più esperto del G8. Dall’altro consentire a Hillary, Emanuel e Jones di esplorare l’agenda del G8 dell’Aquila, verificando poi la disponibilità italiana ad accogliere alcuni detenuti di Guantanamo, garantire più impegno in Afghanistan ed esplorare comuni posizioni su energia e clima, dalla realizzazione dei nuovi oleodotti alla riattivazione delle centrali nucleari in Italia fino alla conferenza Onu di Copenhagen in dicembre sul dopo-Protocollo di Kyoto.

Forse proprio in ragione della delicatezza dell’incontro privato con Obama, Berlusconi ha deciso di anticipare l’arrivo a Washington al pomeriggio di domenica evitando di fissare impegni per lunedì mattina - tranne brevi soste alla National Gallery e al cimitero di Arlington - per potersi preparare al faccia a faccia pomeridiano con un leader che viene da Chicago dove l’attività politica viene sovente assimilata ai match di pugilato.

Atteso da una visita delicata, Berlusconi può contare a Washington su un’amicizia che pesa: quella con la presidente della Camera Nancy Pelosi che vedrà a cena dopo essere uscito dalla West Wing.
 
da lastampa.it
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« Risposta #18 il: Giugno 14, 2009, 11:20:01 »

Il premier ha lasciato Portofino con una battuta

Berlusconi: «Vado da Obama, bello e abbronzato»

Il presidente del Consiglio parte per Washington dove lunedì incontra il presidente degli Usa

   
PORTOFINO (Genova) - Berlusconi ha lasciato Portofino, non rinunciando a una battuta, in vista del suo prossimo viaggio negli Usa: «Vado da Obama bello e abbronzato». Così il presidente del Consiglio si è congedato dai giornalisti lasciando la residenza ligure per recarsi all’aeroporto di Genova, dove partirà per Washington. Lunedì il premier, alle 15 locali, incontrerà il presidente degli Usa, Barack Obama alla Casa Bianca.

G8 E AFGHANISTAN IN AGENDA - Nel viaggio a Washington è prevista un'ora di colloquio tra Silvio Berlusconi e il presidente degli Stati Uniti nello studio ovale della Casa Bianca per fare il punto sulla preparazione del G8 e per consultarsi su diversi temi internazionali, dal Medio Oriente all'Afghanistan, fino ai rapporti est-ovest, con la Federazione russa e la questione dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea. Una riunione che, secondo fonti diplomatiche di Palazzo Chigi, non sarà velata da «irritazioni» dell'amministrazione americana dopo i giudizi espressi sugli Stati Uniti da Muhammar Gheddafi durante la sua visita a Roma.

Tra i temi quello di un maggior impegno del nostro paese a Kabul.

Quindi, saranno toccate le questioni di interesse bilaterali, come i rapporti commerciali e l'ingresso della Fiat in Chrysler.

Un capitolo a parte sarà dedicato al G8, al prossimo vertice «delle regole» per l'economia globale, ma anche delle tematiche ambientali, vertice che si svolgerà nel cuore dell'Abruzzo colpito dal terremoto.


14 giugno 2009
da corriere.it
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« Risposta #19 il: Giugno 29, 2009, 06:14:35 »

29/6/2009
 
Risposta comune a Khamenei
 
MAURIZIO MOLINARI
 

Il sequestro di otto dipendenti iraniani dell’ambasciata britannica, le accuse di interferenza rivolte da Mahmud Ahmadinejad a Barack Obama, l’appello dell’ayatollah Ahmed Khatami a «giustiziare i rivoltosi» e la repressione asimmetrica dei manifestanti da parte dei miliziani islamici suggeriscono che è iniziato il secondo atto del «golpe di Ali Khamenei», come l’iranista Mehdi Khalaji del Washington Institute ha definito l’esito ufficiale del voto presidenziale iraniano.

Se il primo atto ha visto Khamenei, Leader Supremo della rivoluzione, assegnare a Ahmadinejad la vittoria presidenziale prima di ultimare il conteggio delle schede, respingere la richiesta dello sfidante Mir Hossein Mousavi di rivotare e mobilitare le forze del ministero dell’intelligence e dei basiji per impedire ai manifestanti di insediarsi in una o più piazze della capitale come riuscì agli studenti cinesi a Tienanmen, il risultato è una stabilità assai precaria. Da qui la necessità di un secondo atto con il quale Khamenei punta a chiudere la crisi liquidando ogni opposizione. La parte militare avviene nelle strade di Teheran dove i cecchini dei pasdaran sparano dai tetti e i basiji in tuta nera aggrediscono i manifestanti picchiandoli con i manganelli.

Non c’è uno scontro unico, palese, non ci sono blindati o tank ma una galassia di episodi di microrepressione che, accompagnati da arresti notturni e detenzioni segrete, dimostrano come sia possibile adoperare le tecniche della guerriglia asimmetrica contro la popolazione civile, al fine di terrorizzarla. Per Bruce Reidel, consigliere di Obama sull’intelligence, questa miscela di intimidazione e violenza può portare a uno «scenario fumoso» dove le proteste finiscono ma il regime resta vulnerabile alle liti intestine.

È per questo che venerdì il Leader Supremo ha affidato a Ahmed Khatami, fra i capi islamici più oltranzisti, il discorso in cui chiede la pena di morte per i responsabili dei disordini: la minaccia punta ad accomunare i manifestanti pro Mousavi con gli esponenti del clero conservatore khomeinista che li sostegnono. E per questo Hashemi Rafsanjani, ex presidente e khomeinista della prima ora, si è affrettato a chiedere di «superare le divisioni fra noi»: sente arrivare il pericolo di un’epurazione interna della quale potrebbe essere la prima vittima per l’appoggio che ha finora dato a Mousavi. Tanto la repressione della piazza composta dai giovani riformisti, quanto l’azzeramento dalla nomeklatura inaffidabile hanno bisogno di un forte collante ideologico, e Khamenei lo ha facilmente trovato additando all’odio collettivo l’esistenza di presunti complotti stranieri. Per questo Ahmadinejad ha denunciato le «interferenze» dell’America di Obama, della Gran Bretagna e del «regime sionista» e, neanche 24 ore dopo, i miliziani islamici le hanno avvalorate arrestando otto dipendenti civili dell’ambasciata britannica accusandoli di essere spie.

Il secondo atto di Khamenei sarà completo quando i servizi di intelligence, che rispondono alle direttive del figlio Mojtaba, renderanno pubblici i nomi di coloro che hanno partecipato ai presunti «complotti», dando il via all’eliminazione degli avversari. Il fine è di trasformare la sconfitta dell’onda verde di Teheran nell’occasione per blindare la Repubblica Islamica, anche al prezzo di trasformarla in un regime autoritario. «Ma è un grave errore pensare di poter tornare indietro - osserva Suzanne Maloney, coautrice del rapporto della Brookings Institution sul dopo-proteste - perché nulla sarà più come prima dopo quanto è avvenuto».

Nasce qui la necessità per gli Stati Uniti e l’Europa di ridisegnare l’approccio all’Iran frutto del «golpe di Khamenei». L’imminente summit del G8 all’Aquila offre l’occasione di assumere una posizione comune con la Russia, che alla riunione ministeriale di Trieste ha già fatto capire di voler essere prudente. Ciò che è in ballo è la scelta che il Gruppo di contatto sull’Iran (composto da Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) dovrà fare circa il riprendere o no il negoziato con l’Iran sul congelamento del programma nucleare. Quanto detto ieri al talk show della Nbc Meet the Press da David Axelrod, consigliere di Obama, su «Khamenei responsabile della politica estera», lascia intendere che Washington pensi di ricominciare la trattativa, mentre la dura condanna della repressione da parte di Nicolas Sarkozy suggerisce che Parigi sia di differente opinione.

Quale che sia l’esito del confronto in atto tra le maggiori potenze, ciò che conta è riuscire a dare in fretta una forte risposta comune alla svolta di Khamenei. Anche perché lo scenario di un Leader Supremo onnipotente dotato di armi nucleari sta mandando in ebollizione il Medio Oriente: la stampa saudita gli rovescia contro accuse infuocate, mentre l’aviazione di Gerusalemme avrebbe confezionato una nuova versione del raid aereo, per il quale basterebbero appena otto jet.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Luglio 05, 2009, 11:02:08 da Admin » Loggato
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« Risposta #20 il: Luglio 05, 2009, 11:02:49 »

5/7/2009 (8:25) - IL TOUR DI OBAMA

"Per la mia terra è l'ora del riscatto"
 
Attesa per il discorso del presidente Usa ad Accra

MAURIZIO MOLINARI


Atterrando domani a Mosca, Barack H. Obama inizia il suo secondo viaggio europeo, che terminerà con una tappa in Ghana per sottolineare l’importanza che attribuisce all’Africa nell'affrontare i «problemi globali della comunità internazionale». Alla vigilia della partenza, è il vice consigliere per la sicurezza nazionale, Dennis McDonough, a spiegare «la novità africana» di questo itinerario: «Finora Obama ha fatto due importanti discorsi, sulla non proliferazione delle armi di distruzione di massa a Praga e sull’apertura all’Islam al Cairo. Ora vuole completarli con ciò che dirà a Mosca sui legami con la Russia e al Parlamento di Accra sul ruolo dell’Africa» dice McDonough. Michelle Gavin, assistente del presidente per l’Africa aggiunge: «La tappa in Ghana si lega alla volontà di sottolineare che l’Africa è parte integrante della visione di politica estera di questa Amministrazione», perché «le voci africane sono essenziali nella discussione di temi-chiave per il Pianeta, come quelli in agenda nel summit del G8 all’Aquila». Se la scelta è caduta sul Ghana, il motivo è duplice: è lungo le sue coste che i mercanti di schiavi britannici raggruppavano gli uomini catturati prima di imbarcarli alla volta delle piantagioni del Nord America e sono le sue istituzione democratiche a essere fra le più stabili del Continente, come hanno dimostrato le recenti elezioni presidenziali, terminate con una differenza di appena 40 mila voti a favore del leader dell’opposizione John Atta Mills senza per questo scatenare proteste violente.

Non a caso i due posti dove Obama farà tappa saranno il castello di Cape Coast sul Golfo di Guinea, dove gli schiavi venivano detenuti in condizioni disumane, e il Parlamento di Accra, da dove il presidente parlerà al Continente dove nacque suo padre. L’ipotesi di scegliere il Kenya, terra d’origine degli Obama, è stata scartata perché, come ha spiegato lo stesso premier di Nairobi, Raila Odinga, «avrebbe mandato il messaggio sbagliato, lasciando intendere che il legame con l’Africa è famigliare e non strategico». Per Gavin, «ciò che distingue il Ghana è la stabilità delle istituzioni democratiche: da diversi anni ormai i passaggi di potere avvengono pacificamente e i governi che si susseguono perseguono tutti un’agenda tesa a rafforzare i commerci con il resto del mondo e la tenuta dello Stato di diritto». L’accento sarà dunque, come sottolinea McDonough, sugli «aspetti positivi dell’Africa», lasciandosi alle spalle un approccio condizionato esclusivamente dalla gestione delle crisi. «Il Ghana è un partner importante in Africa Occidentale per combattere la mortalità infantile e il narcotraffico, come per la difesa del clima e lo sviluppo di nuove forme di energia» fanno sapere dalla Casa Bianca, lasciando intendere che Obama tornerà presto nel Continente con tappe in più Stati, incluso il Sud Africa, dove nel 2010 andrà ad assistere alla partita iniziale dei Mondiali di calcio. «Ma venire adesso ha un significato particolare, abbiamo voluto inserire l’Africa fra i viaggi fatti all’inizio della presidenza» aggiunge McDonough. Ironia della sorte vuole che, per raggiungere la capitale dall’aeroporto, la limousine del presidente debba percorrere l’autostrada intestata al predecessore George W. Bush, dopo il suo viaggio ufficiale nel febbraio 2008.

Obama si è già occupato di Africa, anche se a piccoli passi: affidando al generale Scott Gration l’incarico di inviato sulla crisi umanitaria nel Darfur sudanese e ricevendo nello Studio Ovale il premier dello Zimbabwe Morgan Tvangarai per tentare di studiare un piano congiunto contro la crisi economica che affligge il Paese. «La realtà è che finora Obama ha avuto un profilo basso sull’Africa - conclude Whitney Schneidman, ex consigliere di Barack sull’Africa durante la campagna presidenziale - e il momento del nuovo inizio sarà al Parlamento di Accra».

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« Risposta #21 il: Luglio 29, 2009, 05:06:20 »

29/7/2009

Mao-Tze Dong a Park Avenue
   
MAURIZIO MOLINARI


Alta più di tre metri, pesante 5,5 tonnellate e immersa ogni giorno in un fiume di taxi gialli, la statua di metallo con le fattezze della giacchetta di Mao posizionata nel bel mezzo di Park Avenue sta a testimoniare quanto la patria del capitalismo guardi alla Cina.

Che si tratti di manodopera finanziaria, cittadini comuni o governanti di Washington, l’approccio non cambia: per i brokers di Wall Street i capitali cinesi sono «il partner più ambito», come scrive il magazine Forbes.

Per i pendolari della Grande Mela le lavanderie gestite da immigrati cinesi consentono a prezzi stracciati di avere sempre camicia e pantaloni ben stirati; per l’amministrazione Obama Pechino è indispensabile allo sviluppo di nuove fonti di energia come alla lotta contro la proliferazione.

Metà banca detentrice di un terzo del debito americano e metà potenza militare dell’Estremo Oriente, la Repubblica Popolare guidata da Hu Jintao è l’interlocutore obbligato con il quale il ministro del Tesoro Tim Geithner deve fare i conti pianificando il rilancio dell’economia e il Segretario di Stato Hillary Clinton deve concordare le mosse su Corea del Nord e Iran per scongiurare l’incubo di mini-guerre atomiche. Ma forse ciò che più spiega l’attenzione che l’America di Barack Obama ha riservato alle 48 ore di colloqui bilaterali strategico-economici è quanto dice Jeffrey Sachs, direttore dell’«Earth Institute» della Columbia University, intervenendo all’Asia Society di Manhattan, con la sede a Park Avenue proprio davanti alla giacchetta di Mao: «Il ruolo di Pechino nel grande gioco dei cambiamenti climatici».

Sommando ritmi di produttività record e il fatto che l’80 per cento della propria elettricità dipende dal carbone, la Cina è la nazione che più inquina al mondo e dunque è indispensabile all’accordo sulla difesa del clima che la Casa Bianca punta a raggiungere alla conferenza dell’Onu in programma a Copenaghen a dicembre. Il G8 dell’Aquila ha dimostrato che l’intesa sulla riduzione entro il 2050 dell’80 per cento delle emissioni nocive - rispetto ai livelli del 1990 - trova i maggiori ostacoli in India e Cina. Il recente viaggio di Hillary Clinton a New Delhi ha confermato che l’India non ha alcuna propensione al compromesso e dunque a Barack Obama non resta che la carta cinese per scompaginare l’opposizione delle economie emergenti dell’Asia e riuscire lì dove Bill Clinton e Al Gore fallirono a Kyoto nel 1997: coinvolgere le nuove potenze industriali nella riduzione dei gas serra nell’atmosfera.

È per questo che Obama, lunedì nel discorso al Reagan Building e ieri pomeriggio nello Studio Ovale, ha consegnato nelle mani dei ministri cinesi ospiti la promessa di una «partnership per le innovazioni tecnologiche nel nuovo secolo» che in concreto significa impegnarsi a sviluppare assieme le nuove forme di energia capaci di emanciparci dalla dipendenza del greggio di Paesi instabili come l’Iran, l’Arabia Saudita e il Venezuela. È per questo che il «memorandum sul clima» siglato dal titolare dell’Energia Steve Chu e dall’inviato cinese Dai Bingguo è il primo mattone della «trasformazione del mondo» di cui parla Obama. Ora sarà proprio Chu, convinto difensore del clima da quando andava a studiare appollaiato sugli alberi della California, a partire alla volta di Pechino puntando a gettare le fondamenta di una cooperazione scientifica avveniristica fra atenei, imprese private e capitali pubblici tesa a generare invenzioni capaci di cambiare la vita di tutti noi.

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« Risposta #22 il: Settembre 09, 2009, 11:36:12 »

9/9/2009

Obama, partita in tre mosse sulla sanità
   
MAURIZIO MOLINARI


A neanche otto mesi dall’insediamento alla Casa Bianca questa sera Barack Obama affronta una prova già decisiva per la sua presidenza: dovrà illustrare una proposta di riforma della Sanità talmente convincente da risollevare le sorti dell’amministrazione. Le difficoltà di Obama nascono dall’interno del suo partito, i democratici, e sono evidenziate dai numeri: 52 deputati moderati si oppongono all’inserimento di un piano assicurativo pubblico nella riforma mentre 60 deputati liberal lo ritengono indispensabile. È un corto circuito che avviene nelle viscere della coalizione elettorale vincitrice nel 2006 del Congresso e nel 2008 della Casa Bianca perché i moderati sono quelli che hanno espugnato i distretti repubblicani in Stati conservatori come Indiana, North Carolina e Missouri mentre i liberal sono guidati da Nancy Pelosi, presidente della Camera già in prima fila nelle dure battaglie contro l’amministrazione di George W. Bush.

La spaccatura, visibile nell’aula della Camera quanto al Senato, minaccia Obama anche su altri fronti dell’agenda d’autunno perché i liberal sono dubbiosi sull’invio di nuovi rinforzi militari in Afghanistan mentre i moderati sono preoccupati da tasse e debiti, e vogliono riscrivere la legge sui tagli alle emissioni di gas nocivi per alleggerire i costi fiscali sulle imprese private. Sono questi disaccordi interni che fanno oscillare pericolosamente la popolarità del Presidente attorno alla quota del 50 per cento consentendo ai repubblicani un inatteso ritorno di popolarità - nei sondaggi sono appena 2,7 punti dietro ai democratici - e al commentatore conservatore Charles Krahutammer di concludere che «l’America sta scoprendo che Obama è un mortale come gli altri» e non il salvatore della nazione vincitore della sfida del 2008.

Per evitare che le divisioni fra i democratici imprigionino la presidenza, Obama si prepara questa notte a giocare una partita in tre mosse. Primo: un discorso scritto a mano, su fogli di carta gialla, per conversare con i cittadini, indipendentemente dalle loro idee politiche, sulla necessità di sanare il vulnus dei 47 milioni di residenti senza copertura sanitaria. Secondo: l’illustrazione dei dettagli di un compromesso bipartisan sul piano pubblico basato anche sui suggerimenti delle senatrici repubblicane del Maine, Olympia Snowe, e Susan Collins. Terzo: la scelta strategica di prendere personalmente le redini della riforma, la cui formulazione finora è stata lasciata nelle mani di leader democratici rivelatisi troppo litigiosi.

Spostare la regìa della riforma da Capitol Hill allo Studio Ovale è una decisione nelle corde di un leader divenuto Presidente grazie al rapporto diretto con gli americani, abituato ad affrontare a viso aperto le difficoltà più ardue e consapevole del fatto di continuare a essere un outsider per l’establishment di Washington. Così facendo Obama punta a galvanizzare l’esercito dei 13 milioni di fans che continuano a ricevere le sue e-mail ed a mettere nell’angolo chiunque nel partito democratico - moderato o liberal che sia - ostacolerà i programmi della presidenza. È una scommessa ad alto rischio, alla quale gli americani assisteranno in diretta tv, che il Presidente affronta alla sua maniera: con la calma del ragazzo che studiava sulle spiagge delle Hawaii e la grinta del veterano delle lotte politiche di Chicago.

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« Risposta #23 il: Novembre 01, 2009, 10:35:23 »

1/11/2009 - SPECIALE OBAMA UN ANNO DOPO

L'altra America: la città dove Bush è ancora presidente
   
Columbia, nella patria del deputato che urlò "bugiardo" a Obama. Bandiere sudiste in piazza, foto del predecessore nei ristoranti


MAURIZIO MOLINARI

Columbia è una città dove al mattino si fa colazione nelle steakhouse, gli uomini indossano abiti militari, le donne bianche e bionde portano a spasso cani pastore, gli afroamericani guidano i taxi verdi comunali e il cuore sudista batte sulla piazza di fronte alla State House, l’unico luogo pubblico degli Stati Uniti dove sventola la bandiera della Confederazione.

Questa è la terra di Joe Wilson, il deputato repubblicano di 62 anni divenuto paladino dell’America anti-Obama gridando «Liar!» (bugiardo) mentre il presidente pronunciava in settembre il discorso al Congresso sulla riforma sanitaria. Columbia è il maggior centro del secondo distretto elettorale della South Carolina che, arrivando fino all’Atlantico, include una miriade di installazioni militari con relativi sobborghi, in gran parte popolati di bianchi, anglosassoni e protestanti.

Al numero 1700 del Sunset Boulevard c’è una villa in mattoni rossi grande e possente al punto da assomigliare a un fortino della guerra civile. È qui che Joe ha il suo ufficio di deputato. All’entrata poltrone di pelle e un tavolo sul quale campeggia una Bibbia, sotto il dipinto a olio di una distesa di granai del Sud. La segretaria è una sorridente afroamericana con l’incarico di allontanare «giornalisti e forestieri» e appuntare su file tutte le «testimonianze di solidarietà» arrivate dopo l’insulto a Obama: centinaia di assegni di offerte - i giornali locali parlano di quasi 2 milioni di dollari - catalogando cifre, nomi e indirizzi in vista della campagna per la rielezione, nel novembre 2010.

Sono almeno una dozzina gli «staffer» di Joe, guidano Suv e fanno la spola con l’altra sede, al 632 del Boulevard, dove fra un supermercato e un barbecue c’è il quartier generale della campagna. Consiglieri e dipendenti di Wilson, tutti con indosso spillette e adesivi «Vote for Joe», si rilassano ai tavolini del Sunset Restaurant, al civico 1213, dove Obama è un perfetto sconosciuto. Le pareti sono coperte di foto di George W. Bush e Dick Cheney, adornate con scritte «God Bless America» e coccarde patriottiche. C’è un grande quadro con le foto dei Presidenti, ma l’ultimo è Bush. Le pubblicità sui tavoli evocano l’epopea del Sud: vecchi fucili, prodotti agricoli, memorabilia militari.

Anche il cibo è rigorosamente confederato, a cominciare dal molto richiesto «Dixicrat», un piccolo salsicciotto appoggiato su un fetta di pane chiazzata di mostarda. Si inghiotte in un sol boccone, come facevano le giubbe grigie che difendevano la schiavitù. «Questo è ciò che mangiamo da molte generazioni - dice Roy, cinquantenne operaio di una ditta di costruzioni - e da altrettanto tempo ci piacciono quelli come Joe Wilson, che parlano chiaro». L’ex presidente Jimmy Carter accusa Wilson di esprimere «i sentimenti razzisti che covano in America contro Obama», ma fra i tavolini ingialliti del Sunset Restaurant nessuno si sente razzista. I quattro colleghi di Roy hanno tutti fra i 30 e 40 anni, sono bianchi e parlano all’unisono di fronte a piatti di salsiccia e bacon: «Se Obama non ci piace è perché aumenta le tasse, non sa guidare le forze armate ed è incerto come Presidente». Il più duro è anche il più giovane, Tim, che sogna di portare la fidanzata a Venezia: «Wilson ha fatto bene a dargli del bugiardo, Obama vuole una sanità socialista e vuole legalizzare milioni di clandestini facendoci pagare il conto, e non ha neanche il coraggio di dircelo». Una delle cameriere è una giovane asiatica, Ana, che sorride e non se la prende troppo: «La pensano tutti così, ma le mance sono buone».

La casa dei Wilson è a meno di due chilometri, nel giardino sventola la bandiera confederata e nei pressi si trova la chiesa presbiteriana dove il deputato è stato accolto da un caloroso applauso la domenica seguente al grido nell’aula di Capitol Hill. Chi abita da queste parti si identifica nel movimento dei «Tea Parties», la rivolta fiscale lanciata dai gruppi ultraconservatori in più città d’America: «Obama vuole farci pagare per la sanità di altri - dice Tracy, quarantenne avvocato immobiliare - ma qui non siamo cresciuti in questa maniera, se vuole il mio sostegno alla riforma deve spiegarmi perché gioverà a me, non ad altri». Quando si tratta di manifestare l’ostilità per il «presidente socialista» ci si ritrova attorno al pennone dove sventola il drappo confederato, davanti ad una statua di George Washington che mostra i segni del «lancio di pietre da parte della popolazione civile in segno di protesta contro l’occupazione del febbraio 1865» come recita l’incisione che ricorda i confederati sconfitti.

La piazza è presidiata dai «Sons of Confederate Veterans» (Scv), discendenti dei reduci del Sud ribelle di Jefferson Davis, indossando divise d’epoca con tanto di cappelli, sciabole e drappi crociati. Spesso innalzano scritte ostili al «Naacp», la maggiore organizzazione degli afroamericani, accusata di aver «pianificato la distruzione della nazione, da Lincoln a Obama». Per Mark Potok, presidente del «Southern Povery Law Center» dell’Alabama, gli Scv «non sono un gruppo razzista ma contano nelle loro file 200 suprematisti bianchi». Il deputato Wilson, sul proprio sito Internet, confessa di essere un sostenitore degli Scv, ma saperne di più è impossibile perché i nostalgici del Sud vivono come una setta di carbonari. «Si dice che si riuniscono su un prato dentro la base di Fort Jackson», azzarda un tassista afroamericano di nome Hercules, che confessa di «avere sempre un po’ paura di questa gente perché Obama sta a Washington e loro invece sono tra noi».

Ironia della sorte vuole che il prossimo novembre la rielezione di Wilson potrebbe dipendere proprio dagli afroamericani, che compongono circa un quarto dell’elettorato. I democratici candidano Rob Miller, un ex marine fautore del porto d’armi e con alle spalle due turni combattenti in Iraq, puntando a creare una coalizione di bianchi e neri «per l’onore della Carolina», infangato dall’impertinenza di Wilson. Ma Danielle Vinson, politologa della Furman University, suggerisce ai democratici di non farsi illusioni: «Il grido di Wilson ne ha rafforzato la popolarità fra i suoi elettori e se il voto del 2010 sarà un referendum su Obama, avrà la vittoria facile». Gli elettori in questione sono quelli che entrano nelle librerie «Paradise Shops» per acquistare i volumi di Glenn Beck, il conduttore ultraconservatore di Fox tv che accusa Obama di «razzismo contro i bianchi», e passano il tempo a raccontarsi gli aneddoti della «Disney Drive», come hanno rinominato la passeggiata della base di Bagram - in Afghanistan - dove fra i 20 mila militari in servizio molti provengono da queste parti. Fra le battute più gettonate c’è quella che ripete anche un addetto alla sicurezza dell’aeroporto quando fa sedere i passeggeri «sospetti» per eseguire i controlli di routine: «Si metta seduto sulla sedia degli interrogatori, tanto ormai il waterboarding non lo facciamo più».

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« Risposta #24 il: Novembre 14, 2009, 11:01:51 »

14/11/2009 - Il discorso della Suntory Hall, preceduto da musiche di Mozart

Obama parla all'Asia: "Una Cina forte serve al mondo intero"
   
Barack si definisce "il primo presidente americano che viene dal Pacifico".

Al Giappone parla di "una partnership fra uguali nel mutuo rispetto" e chiede di "non aver paura della crescita di Pechino".

Rilancio delle alleanze regionali su economia, commercio, sicurezza e lotta alla proliferazione


Maurizio MOLINARI

INVIATO A TOKYO

Barack Obama parla all’Asia dall’auditorium della Suntory Hall affollata da oltre 1500 persone giunte da ogni angolo del Giappone. Preceduto da musiche di Mozart, salutato da applausi e con alle spalle una parete con le bandiere dei due Paesi, Obama si presenta come «il primo presidente americano che viene dal Pacifico» ricordando l’origine nelle Hawaii, l’adolescenza in Indonesia, la nascita della sorella - avuta dalla madre con il secondo marito - a Giakarta e l’impegno profuso dalla madre per oltre una decade nel volontariato nei Paesi del Sud Est asiatico. La stessa madre che, per prima, lo portò a visitare il Giappone che adesso lui ha scelto come prima tappa del viaggio asiatico per rinnovare l’impegno del presidente Dwight Eisenhower che 50 anni fa riassunse l’alleanza con Tokyo con l’espressione «una partnership fra uguali nel mutuo rispetto». Obama parla per circa 50 minuti di fronte ad un pubblico con uomini in abito scuro e donne in vestito da sera, espone una visione di rapporti con il Pacifico e l’Asia che si fonda sulle alleanza con Giappone, Sud Corea, Thailandia, Filippine e Australia ma guarda soprattutto ad una nuova stagione di partnership con Pechino. «Non bisogna aver paura del successo degli altri - dice Obama - gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina, la crescita di una Cina prosperosa può essere fonte di forza per l’intera comunità delle nazioni». Barack vede in Pechino un partner globale, su ogni fronte: dalla crescita economica alla lotta alla proliferazione, dalla stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan alla lotta al rispetto dei diritti umani. Con un segno di attenzone per Pechino, non fa alcun riferimento al Tibet. L’America persegue anche il rilancio delle alleanza regionali - l’Apec su economia e commercio, l’Asean sulla sicurezza - per moltiplicare i rapporti, sbloccare i negoziati di Doha, puntare ad un’area di libero commercio nel Pacifico, aprire i mercati e creare posti di lavoro capaci di sostenere una crescita globale ancora debole. L’ultima parte del discorso è quella che riscalda più il pubblico della nazione che subì gli attacchi atomici a Hiroshima e Nagasaki. Obama parla della lotta alla proliferazione nucleare, dell’impegno a perseguire un mondo senza atomiche, degli accordi sul disarmo con la Russia e della necessità di bloccare la corsa all’atomo di Corea del Nord e Iran. «Da decenni il Giappone ha l’energia nucleare senza perseguire l’atomica, siete un esempio per il mondo intero» sono le parole del presidente, che conclude rilanciando l’impegno alla diplomazia diretta tanto con la Corea del Nord per facilitare il disarmo che con la giunta birmana per spingerla a rispettare i diritti umani, «rimettendo il libertà Aung San Suu Kyi». Lasciata Tokio, Obama è partito alla volta di Singapore per partecipare al summit dell’Apec.

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« Risposta #25 il: Novembre 15, 2009, 10:31:32 »

15/11/2009

L'uomo del Pacifico
   
MAURIZIO MOLINARI


Con l’invito a «non aver paura della crescita della Cina» Barack Hussein Obama ha posizionato un nuovo tassello nel mosaico della visione del mondo di cui è portatore. Con 8 viaggi in un totale di 20 nazioni Obama è il presidente americano che si è recato all’estero più spesso nei primi 11 mesi di governo, e sono i discorsi che ha fatto durante questa maratona a descrivere cosa ha in mente. Da Praga ha disegnato l’orizzonte di un mondo senza atomiche, indicando nella proliferazione delle armi di distruzione di massa il maggiore pericolo per la sicurezza collettiva. Da Ankara e dal Cairo ha teso la mano all’Islam suggerendo un «nuovo inizio» nei rapporti con l’Occidente. Da Accra ha chiesto all’Africa di assumersi le proprie responsabilità nell’affrontare le sfide del XXI secolo, dalla difesa del clima allo sviluppo ai diritti umani fino alle energie rinnovabili.

Da Mosca e da Tokyo ha parlato di Russia e Cina adoperando espressioni simili ovvero definendole «partner globali» le cui «forza e prosperità» sono nell’«interesse degli Stati Uniti d’America».

Ciò che accomuna questi discorsi è la convinzione che la comunità internazionale sia una sola e condivida quattro comuni, grandi interessi: far ripartire e sostenere la crescita economica, scongiurare conflitti o attentati atomici, salvare il clima e sviluppare nuove fonti di energia per emanciparsi dalla dipendenza dai carburanti fossili.

L’intento del presidente, frutto delle riflessioni maturate nello Studio Ovale con il guru politico David Axelrod e poi messe per iscritto dal 27enne speechwriter stakanovista Ben Rhodes, è di accompagnare grandi e piccole potenze a convergere su questa piattaforma comune. Ma per riuscirci deve riuscire a sanare le ferite ereditate dal XX secolo: nasce così l’apertura all’Islam, la mano tesa nei confronti degli avversari degli Stati Uniti e la scommessa di disinnescare la genesi dei maggiori conflitti affermando - come ha fatto a Tokyo - che «non dobbiamo avere paura del successo degli altri» perché i nuovi equilibri globali fanno sì che «se una potenza cresce ciò non avviene a scapito di altri».

Ovvero, il mondo ha maggiori risorse e c’è spazio per la prosperità di tutti. Andando a spulciare nei testi dei sei maggiori discorsi che finora Obama ha pronunciato in Europa, Africa e Asia ci si accorge che sono accomunati dal ricorrere dei concetti di «reciproco rispetto» e «interessi comuni» ovvero dalla convinzione che il nuovo ordine internazionale per nascere deve riuscire ad abbattere i pregiudizi nei confronti degli avversari, facendo prevalere la necessità di lavorare assieme. E’ su questo terreno che Barack Obama tenta di affermare un’idea della leadership americana che si declina nella volontà di «creare alleanze per trovare assieme le soluzioni migliori ai problemi comuni», come disse in aprile a Strasburgo incontrando studenti tedeschi e francesi.

Si tratta di una scommessa che espone il presidente a numerosi rischi perché il tallone d’Achille di questo approccio sta nel fatto che per avere successo deve trovare il consenso delle nazioni a cui si rivolge. A cominciare dalla Cina di Hu Jintao, la potenza che cresce più velocemente. Per questo Obama domani a Shanghai si immergerà in un incontro a tutto campo con gli studenti cinesi per tentare di fargli condividere il mondo che ha in mente.

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« Risposta #26 il: Dicembre 20, 2009, 10:22:24 »

20/12/2009
 
Il primo confronto Nord-Sud
 
MAURIZIO MOLINARI
 
Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.

La timida convergenza raggiunta riguarda l’adozione di misure nazionali, verificabili dalla comunità internazionale, al fine di evitare un aumento della temperatura globale di 2 gradi Celsius entro il 2050, rispetto ai livelli pre-industriali. Se è vero che si tratta di un compromesso minimo sul piano scientifico, non deve sfuggire il fatto che consente di superare sul piano politico il vulnus che aveva affossato il Protocollo di Kyoto nel 1997 in quanto impegna anche Cina, India e Brasile che allora non figuravano in alcuna maniera. È per questo che Carl Pope, direttore del Sierra Club, parla di «primo importante passo» di una nuova stagione di accordi ancora tutti da scrivere.
La difficoltà di redigere il testo finale si spiega proprio con il fatto che si è trattato del primo vero negoziato fra i leader delle maggiori economie del Nord e del Sud del Pianeta.

Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.

Il dialogo fra Paesi industrializzati ed economie emergenti a cui abbiamo assistito nei G20 di Washington, Londra e Pittsburgh si è così trasformato a Copenhagen in battaglia vera, dura, a tratti verbalmente infuocata, con Stati Uniti e Cina nelle vesti dei leader dei rispettivi schieramenti, come evidenziato dai due incontri fra il presidente Barack Obama e il premier Wen Jabao grazie ai quali si è arrivati al compromesso che ha scongiurato il totale fallimento. In questa cornice, è interessante osservare il metodo negoziale scelto da Obama nell’affrontare il braccio di ferro finale con i Bric (Brasile, Russia, India e Cina): la premessa è stata assicurarsi la forte convergenza con Unione Europea, Canada, Giappone e Australia sulle cifre dei tagli alle emissioni, poi ha affidato al Segretario di Stato Hillary Clinton il compito di assicurare ai Paesi poveri 100 miliardi di aiuti per acquistare le tecnologie necessarie a difendere il clima, e infine ha affrontato l’ultimo miglio della trattativa parlando di persona con i leader di Cina, India e Brasile premunendosi di includere anche il Sud Africa e dopo aver disinnescato la mina russa in un bilaterale con Dmitry Medvedev nel quale si è parlato soprattutto di disarmo strategico. È stata una maratona su più fronti che ha dimostrato come solo il presidente degli Stati Uniti può essere l’interlocutore dei Bric sui nuovi equilibri planetari: gli altri leader dell’Occidente riescono ad essere, nel migliore dei casi, dei buoni consiglieri della Casa Bianca sulle mosse da compiere.

La turbolenza con cui a Copenhagen è iniziata la stagione del negoziato diretto Usa-Bric lascia intendere la complessità delle trattative e i rischi strategici che ci attendono nel mondo multilaterale del XXI secolo, dove i partner di Washington non sono più le ex nazioni nemiche divenute alleate ma gli ex Paesi poveri diventati ricchi, e dove l’oggetto del contendere non è anzitutto la condivisione della sicurezza militare bensì la suddivisione del benessere economico.
 
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« Risposta #27 il: Gennaio 04, 2010, 09:57:35 »

4/1/2010

Venti di guerra nel Golfo
   
MAURIZIO MOLINARI


Venti di guerra nel Golfo di Aden: il traballante Stato dello Yemen, appollaiato fra Africa e Asia, è teatro di due conflitti sovrapposti che sommano i principali attori della lunga guerra al terrorismo che ha segnato la prima decade del secolo.

Il primo conflitto è quello che oppone il governo di Sana’a ad «Al Qaeda nella Penisola Arabica», le cellule jihadiste che hanno le roccaforti nelle province di Shabwa, Marif e Jouf da dove hanno pianificato e rivendicato la fallita strage di Natale sui cieli di Detroit con un’aperta dichiarazione di guerra all’America di Barack Obama.

L’evacuazione decisa dai governi di Washington e Londra delle rispettive ambasciate nello Yemen «nel timore di attentati» coincide con una escalation di mosse da parte dei due alleati atlantici: in primis, la scelta di addestrare, armare e finanziare una «forza di controterrorismo» yemenita da schierare in tempi stretti.

Poi l’annuncio di una conferenza internazionale il 28 gennaio a Londra fra tutte le nazioni «preoccupate per l’affermarsi dell’estremismo in Yemen», la tappa a Sana’a del generale David Petraeus comandante delle truppe Usa in Medio Oriente e lo spostamento verso il Golfo di Aden di un numero imprecisato di unità della Quinta Flotta di base nel Bahrein. Obama e il premier britannico Gordon Brown stanno chiedendo al presidente Ali Abdallah Saleh di lanciare un’ampia offensiva, aerea e terrestre, nelle tre province remote e montagnose, garantendogli una forte copertura politica internazionale e anche il massiccio sostegno di intelligence, droni e forze speciali per ripetere su vasta scala quanto avvenuto il 17 e 24 dicembre scorsi, allorché una trentina di militanti jihadisti sono stati eliminati grazie a due blitz yemeniti guidati a distanza dalla «war room» di Petraeus a Tampa. Se Saleh accetterà la richiesta angloamericana porterà alle estreme conseguenze la scelta filo-occidentale compiuta dopo l’11 settembre 2001, se invece ammetterà di non avere la forza necessaria per esercitare la sovranità nelle aree del territorio nazionale infestate da Al Qaeda potrebbero essere le forze speciali alleate a entrare direttamente in azione. Lo schema in questo caso potrebbe essere quello visto all’opera a metà settembre in Somalia, quando sei elicotteri e una trentina di soldati scelti americani piombarono dal nulla e in pieno giorno su un convoglio di jihadisti nel distretto di Barawe, a 250 km da Mogadiscio, eliminando Saleh Ali Saleh Nabhan, il colonnello dei miliziani sunniti shebaab che firmò gli attacchi terroristici agli hotel di Mombasa nel 2002. Petraeus considera Somalia e Yemen un unico teatro tattico perché il nemico è lo stesso: le cellule di Al Qaeda fuggite dall’Afghanistan, insediatesi in aree che sfuggono al controllo dei governi, finanziate con i proventi della pirateria e dei rapimenti, e posizionate in una zona strategica che fa del Golfo di Aden l’anello di congiunzione fra le operazioni dei jihadisti egiziani, sauditi e del Sahel.

Ma non è tutto. A rendere ancor più esplosiva la miscela yemenita - e a complicare tanto i piani militari di Petraeus che la scelta politica di Saleh - c’è il fatto che è simultaneamente in atto un secondo conflitto. Si svolge nelle province settentrionali e ha per protagonisti i ribelli Houti, ovvero le tribù sciite separatiste finanziate da Teheran e addestrate dai pasdaran nell’intento di trasformarle in una ripetizione locale degli Hezbollah libanesi. Lo scorso 20 ottobre Alì Khamenei, Leader Supremo della Repubblica Islamica, lodò in una lettera autografa i comandanti pasdaran per l’operazione «Yemen Khosh Hal» (Gioia dello Yemen) ovvero «l’addestramento degli sciiti, la fornitura delle armi che gli servono, l’impegno diretto in combattimento e il sostegno dell’intelligence». Alcune navi della Quarta Flotta iraniana, fra cui la «Salaban» e la «Khareq», sono entrate nel Golfo di Aden per sostenere i ribelli Houthi e il timore dell’esportazione della rivoluzione iraniana nella Penisola Arabica ha spinto l’aviazione saudita a entrare in azione, bombardando a più riprese le milizie sciite dentro il territorio yemenita con l’avallo di Sana’a. Per Yahya Salih, capo dell’antiterrorismo dello Yemen, Teheran sta conducendo attraverso gli Houthi una «guerra per procura» che punta a indebolire sauditi e yemeniti, due dei più solidi alleati di Washington.

Da qui la realtà di una Repubblica dello Yemen con i propri scarsi e male armati contingenti stretti fra due fuochi, i jihadisti sunniti di Al Qaeda e i fondamentalisti sciiti filo-Teheran, che hanno il comune interesse di rovesciare il presidente Saleh per perseguire gli opposti disegni egemonici regionali. E’ questo scenario che spiega la necessità da parte di Obama e Brown di prendere in esame il possibile ricorso a ogni opzione prevista dall’arsenale dell’antiterrorismo. Incluso l’uso della forza.

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« Risposta #28 il: Gennaio 14, 2010, 02:21:15 »

14/1/2010 (11:25)  - TERREMOTO AD HAITI - LA TESTIMONIANZA DEL NOSTRO INVIATO

"Così sono arrivato a Port-au-Prince"

Haiti, le abitazioni si briciolano come fossero di sabbia


   
MAURIZIO MOLINARI, INVIATO A PORT-AU-PRINCE

PORT-AU-PRINCE
Maurizio Molinari è stato il primo giornalista italiano ad arrivare a Port-au-Prince. Le comunicazioni erano così difficili che il suo pezzo pubblicato oggi sulla Stampa è arrivato tramite messaggini telefonici. Questo il racconto dettagliato di come il nostro inviato ha raggiunto la capitale haitiana.

Un piccolo charter di 21 posti noleggiato a Santo Domingo assieme alla troupe della tv Abc, al "Miami Herald" e ad alcuni giornalisti francesi. Ecco come sono arrivato a Port au Prince dal cielo, visto che il percorso via terra - circa 300 km - dalla Repubblica Domenicana e' ostacolato da strade inagibili sul lato di Haiti e via mare il porto della capitale e' stato seriamente danneggiato dal sisma di martedi'. La trattativa per il noleggio del charter e' stata una sorta di bazar in versione caraibica. Arrivato all'aeroporto internazionale di Santo Domingo con il primo volo partito da New York al mattino di mercoledi' mi sono ritrovato assieme alla troupe della Abc davanti ad una cabina telefonica per parlare con Air Caribe che, dall'altro e piu' piccolo aeroporto di San Domingo, gestisce i charter che volano sull'isola Hispaniola che in genere si occupano di turisti.

Dall'altro capo del filo si sono alternate voci di donna differenti, cambiando nome a piu' riprese, prima negando di poter volare verso Haiti, poi prendendo tempo e infine assicurando di poter trovare un aereo a patto che fosse possibile riempire tutti e 21 i posti, al costo di 10 mila pesos l'uno, ovvero circa 270 dollari. Poiche' i giornalisti dell'Abc erano quattro, in cinque non ci avrebbero mai preso. E' cosi' partita un'affannosa ricerca di altri colleghi appena arrivati dagli Stati Uniti. Prima Jose' Iglesias, dell''Herald Miami", poi un gruppo di francesi e infine due cameramen freelance ci hanno consentito di raggiungere il quorum. "Tomate un taxi, lo mas temprano posible" ci ha detto la signora Diaz di Air Caribe facendoci capire che avrebbe dato via i posti ai primi arrivati. La traversata di Santo Domingo e' avvenuta con un van, ad altissima velocita'.

Tanto noi che l'autista sapevamo che giungendo tardi avremmo rischiato che a salire sul charter avrebbero potuto essere degli altri, magari capitati li' per caso. Una volta al terminal le procedure doganali sono state sbrigate in pochi minuti e siamo stati catapultati dentro il piccolo bimotore "Mas', che e' decollato subito. L'unico imprevisto e' stato che Air Caribe ha chiesto a tutti noi di pagare in contanti e l'unico bancomat del piccolo scalo e' andato in tilt a causa della raffica di richieste di 10000 pesos, che a Santo Domingo e' una cifra considerevole. Ce la siamo cavata cambiando sul posto dollari, per trovare la cifra che manca. Il volo e' durato circa un'ora, sopra il massiccio montagnoso che segna la continuita' geografica fra i due Stati che convivono sulla stessa isola.

L'Abc ha iniziato a riprendere tutto cio' che si vedeva a terra appena il giovane pilota dominicano ci ha detto che eravamo sopra Haiti. Siamo passati prima su alcuni villaggi di montagna, con piccole case isolate a precipizio sui monti, poi sopra le pendici che portano alla grande valle verde che porta alla capitale affacciata sul Mar dei Caraibi. E' stato allora che le devastazioni del terremoto ci sono apparse via via sempre piu' chiare. Il bimotore ha fatto due passaggi a bassa quota sulla citta' prima di atterrare e i quartieri dall'alto mostravano i drammatici segni del sisma magnitudo 7. Case crollate, palazzi sventrati, voragini nelle strade e poche persone in giro, questi tutte a piedi. Non abbiamo visto una macchina, solo qualche motorino.

L'atterraggio e' avvenuto poco prima del tramonto su una pista dove c'erano i primi aerei con gli aiuti umanitari: un boeing islandese, due velivoli da trasporto della Guardia Costiera degli Stati Uniti e due charter di American Eagle e Miami Air. Scesi dalla scaletta del bimotore abbiamo ricevuto le valigie dalle mani dei piloti che ci hanno letteralmente detto "now you are on you own", ora cavatevela da soli. Il percorso sulla pista fino all'entrata del terminal e' avvenuto di fronte agli occhi incuriositi di decine di poliziotti locali, poco piu' avanti c'erano riunite le famiglie dei diplomatici Usa che stavano evacuando e, in un angolo, l'intera squadra della Cnn, guidata da Sanjay Gupta, arrivata un'ora prima con un proprio charter e accampata dentro l'aeroporto "in attesa di cosa fare".

Assieme all'inviato del "Miami Herald" abbiamo tentato di uscire dal terminal ma ci siamo trovati di fronte ad una folla di centinaia, forse migliaia, di haitiani che tentavano di entrare sperando di salire su un qualsiasi volo e fuggire. La tensione fra i pochi militari presenti e la folla ci ha suggerito di rimanere nel terminal per tre ore, passate assieme ai militari americani della Guardia Costiera che ci hanno fatto assistere al loro primo briefing su "cosa portare dove". Nella confusione generale un diplomatico americano mi ha contato fra i connazionali da evacuare, rimproverandomi di non essere in fila come gli altri. Poi accortosi dell'errore si e' limitato a dire che era contento di avere "un posto in piu' del previsto".

Per i colleghi della Abc lo shock e' stato veder Gupta gia' sul posto visto che la loro stella, Dianne Sawyer, e' ancora a Santo Domingo e tentera' di arrivare questa mattina. Solo a notte inoltrata ci siamo potuti muovere dall'aeroporto a bordo di jeep blindate affittate dalla Abc che ci hanno portato nella base dei caschi blu, dove il personale dell'Onu ci ha fatto cenare con biscotti provenienti dalle razioni militari "Halal" del contingente dello Sri Lanka e acqua minerale purificata. "Sei il primo giornalista italiano che arriva qui" mi ha detto Matteo Manin, giovane volontario di Padova che e' qui da due anni. Al momento di andare a dormire su giacigli improvvisati i giovani funzionari dell'Onu ci hanno consigliato di "dormire dentro edifici prefabbricati e non in mattoni" nel timore di nuove scosse. Che sono arrivate, forti e puntuali, quando erano le 3.10 del mattino.

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« Risposta #29 il: Gennaio 19, 2010, 08:35:18 »

19/1/2010

Obama il cambiamento è una fede
   
MAURIZIO MOLINARI


Barack Obama inizia il secondo anno di presidenza dal pulpito della chiesa battista di Vermont Avenue, a Washington, con un discorso in cui quasi si scusa con la nazione: «Non tutte le promesse di cambiamento fatte lo scorso anno sono state mantenute». A spingere l’ex candidato idealista fautore del «Change» a questa ammissione assai pragmatica è quanto sta avvenendo attorno a lui: la disoccupazione è cresciuta fino al 10 per cento, i soldati che combattono in Afghanistan sono saliti a 100 mila e la battaglia per le grandi riforme al Congresso si è arenata di fronte ad uno scontro duro fra democratici e repubblicani che ha azzerato i progetti di legislazione bipartisan. Senza contare che la riforma della Sanità destinata a curare 31 milioni di poveri, cavallo di battaglia del presidente, aspetta oggi con il fiato in gola l’esito del voto nello Stato del Massachusetts dove i repubblicani possono strappare ai democratici un seggio decisivo del Senato.

Per i conservatori, come scrive James Ceaser sul magazine «Weekly Standard», questa è la fotografia di un Paese dove Obama «registra la più sensibile caduta nei sondaggi nella storia recente» a causa dei numerosi e vistosi errori compiuti, ma ciò che più preoccupa la Casa Bianca è quanto sta avvenendo nelle roccaforti del pensiero democratico, da dove arrivano siluri ancor più insidiosi.

Prima fra tutte la «Brookings Institution» di Strobe Talbott che pubblica un saggio di Simon Serfaty intitolato «I limiti dell’audacia» nel quale si rimprovera a Obama di aver «dimostrato inconsistenza strategica fino al punto dell’avventatezza tattica».

Obama ha preferito il desiderabile al fattibile e il giocoliere all’architetto, si legge nell’atto d’accusa verso un’agenda globale di politica estera e di sicurezza ispirata a concetti vaghi come gli «interessi comuni» e «l’impegno per la pace» che garantiscono al presidente record di apprezzamento positivo all’estero e negativo in patria. Sul fronte economico l’affondo più aspro arriva dalla corazzata liberal del «New York Times» di Bill Keller, il cui economista e premio Nobel Paul Krugman chiama in causa l’«eccesso di timidezza» di misure fiscali «non abbastanza grandi» per consentire la ripresa dell’occupazione. Come dire: Obama non ha il coraggio di essere keynesiano fino in fondo. A leggere assieme i rimproveri della Brookings e di Krugman è E. J. Dionne, editorialista del «Washington Post» e fra i sostenitori più decisi di Obama, secondo il quale se è in difficoltà è perché «non sta seguendo l’esempio di Ronald Reagan», il presidente-simbolo dei conservatori che, quando al termine del primo anno alla Casa Bianca registrò un analogo brusco calo nei sondaggi, reagì lanciando un’offensiva ideologica a tutto campo contro gli avversari liberal. Assediato dai repubblicani che lo accusano di «uno statalismo destinato ad affondare il bilancio e indebitare le future generazioni» e rimproverato dai democratici di non essere stato abbastanza liberal nelle scelte compiute su economia, sicurezza, aborto e sorte di Guantanamo, Obama sta saggiando quelli che Dan Balz sul «Washington Post» definisce «i limiti del pragmatismo» in America, ovvero la difficoltà di tentare di governare dallo Studio Ovale uscendo dalla contrapposizione ideologica originata dai disaccordi sul 1968. All’idealismo del candidato eletto con una valanga di voti perché fautore del «cambiamento» sono infatti seguiti 12 mesi di amministrazione durante i quali Obama ha provato a governare in maniera pragmatica: offrendo il dialogo agli avversari e cercando soluzioni condivise ai problemi comuni. Ma il tallone d’Achille di questo approccio sta, come osserva Margaret Warner della tv Pbs, nell’«assenza di risultati». Se nel primo anno di presidenza l’America dà fiducia a chi ha eletto, subito dopo non ha più pazienza, chiede risultati visibili che Obama in questo momento non è in grado di consegnare. A cominciare da quello più importante: la ripresa dell’occupazione. Essendo stato eletto sull’onda della crisi finanziaria del settembre 2008 che spinse il ceto medio bianco impoverito lontano dai repubblicani, Obama vede il suo destino politico legato alla capacità di risollevare le entrate e i consumi di questo cruciale segmento dell’elettorato. Nel discorso di Vermont Avenue è stato lo stesso Obama ad ammetterlo, tradendo tensione emotiva: «La disoccupazione è ancora troppo alta». Ma subito dopo ha difeso il suo approccio: «Se resto calmo di fronte a tali difficoltà senza precedenti è perché ho fede nel cambiamento come l’aveva Martin Luther King». Obama dunque non cambia strada né ricetta, resta convinto di poter riuscire a «unire l’America divisa» proponendo non soluzioni politiche di parte ma quelle da lui ritenute le migliori a disposizione. E’ una scommessa in contraddizione con la recente storia politica americana e, osserva lo storico Michael Barone, che conferma l’anomalia del personaggio-Obama. Che può spingersi a rischiare tanto perché sul fronte opposto ancora non si intravede un leader conservatore in grado di insidiare il suo - seppur indebolito - primato di popolarità.

da lastampa.it
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