LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: MAURIZIO MOLINARI  (Letto 24032 volte)
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« Risposta #105 il: Luglio 03, 2014, 06:42:50 »

Editoriali
01/07/2014

La pace è più lontana
Una tragedia nata dalla mancanza di un confine netto



Maurizio Molinari
 
L’uccisione brutale dei tre ragazzi rapiti è una tragedia che allontana la pace ed evidenzia la necessità di un confine chiaro, riconosciuto, fra Israele e Palestina.

La pace è più lontana perché le conseguenze di quanto avvenuto vedranno il governo israeliano di Benjamin Netanyahu tentare di schiacciare Hamas e Hamas scivolare su posizioni sempre più estreme, rintanandosi nell’angolo del terrorismo.

Per chi, come me, aveva creduto, serbato grande speranza, nel governo di unità nazionale palestinese di Abu Mazen, con Fatah e Hamas assieme, è un giorno triste. Credevo che questa intesa a lungo perseguita da Abu Mazen, potesse costituire una svolta e avvicinare la soluzione dei due Stati ma ora questo orizzonte si allontana nel tempo. Anche se, in realtà, sappiamo ancora molto poco di quanto è avvenuto: mancano le informazioni su come sono stati uccisi i tre adolescenti, su chi li ha uccisi e dunque anche certezze sulla matrice politica ovvero se si è trattato di un crimine commesso da Hamas oppure da gruppi isolati di criminali che rispondono solo a se stessi. 

Israele ha già vissuto purtroppo, in passato, molte tragedie simili, nel centro di grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv, pagando un prezzo di vite molto alto all’assenza di pace. Ma questa tragedia possiede un elemento in più: i tre ragazzi, studenti di scuola religiosa, quando sono stati rapiti si trovavano in un’area che in realtà non appartiene a nessuno ed evidenzia le conseguenze negative dell’assenza di una pace duratura fra Israele e Palestina. 

Si tratta infatti dell’Area C della Cisgiordania che, in forza degli accordi siglati a Oslo, si trova in Cisgiordania e in territorio palestinese ma è controllata solo dagli israeliani. Questi tre ragazzi pensavano di trovarsi in Israele ma in realtà erano in Palestina. C’è qualcosa di ancor più drammatico in questa tragedia perché vivere in un luogo pensando che sia un altro è la conseguenza dell’assenza di un confine. Se la frontiera fra Israele e Palestina non c’è, e l’Area C è una zona grigia indefinita, è per l’assenza di un accordo di pace duraturo fra i due Stati, nel rispetto di pace e sicurezza per entrambi. L’assenza di frontiera fa venire meno la responsabilità: se fosse formale, inequivocabile, l’appartenenza alla Palestina anche il governo palestinese sarebbe più responsabile. 

 
Ci troviamo davanti a una spirale di conseguenze negative che accomuna ebrei ed arabi, portandoli sempre più a fondo come evidenziato da quanto sta avvenendo in queste ore con le forze israeliane che hanno sigillato la città palestinese di Hebron in Cisgiordania, peraltro da giorni sottoposta a coprifuoco. Anche per questo mi identifico completamente con la reazione che il presidente palestinese, Abu Mazen, ha avuto davanti al sequestro dei tre ragazzi israeliani, condannandolo come un «evento terribile» guardando anche alle «conseguenze che potrà avere» allontanando ancora una volta la speranza di pace per questa terra dove si confrontano le ragioni, entrambe legittime, di israeliani e palestinesi.

Da - http://lastampa.it/2014/07/01/cultura/opinioni/editoriali/una-tragedia-nata-dalla-mancanza-di-un-confine-netto-XC4VowNG1MqZjEwNwrKsAP/pagina.html
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« Risposta #106 il: Luglio 13, 2014, 10:27:00 »

Esteri
11/07/2014 - Israele sotto attacco
Nel super bunker di Ashkelon da dove parte la caccia ai razzi
Un team guidato dal sindaco guida la difesa dagli attacchi di Hamas

Maurizio Molinari
inviato ad ashkelon

Dietro la sede del Municipio, in un corridoio laterale c’è un’anonima porta grigiastra senza insegne da cui si accede al «Hamal». 

È questo l’acronimo di «Heder Milchamà» ovvero la «War Room» da dove il sindaco Itamar Shimoni coordina le difese civili di una città di 240 mila abitanti che in 72 ore è stata bersagliata da quasi 300 razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Ogni città d’Israele ha una «Hamal» perché la difesa civile del territorio è un pilastro strategico di quella militare, consentendo di suddividere le responsabilità, informare la cittadinanza e in ultima istanza ridurre i rischi. 

Da quando l’operazione «Protective Edge» è iniziata Ashkelon è - assieme a Sderot - la città più esposta agli attacchi di Hamas per ragioni geografiche: dista appena 8 km dal confine e 16 dal centro di Gaza. «Hamas spara i razzi contro di noi dal centro di Gaza - spiega Yosef Greenfield, capo della sicurezza civile cittadina - e ci arrivano in appena 15 secondi». È in questo ristretto arco di tempo che le batterie antimissili Iron Dome identificano i razzi e intercettano quelli più pericolosi - perché diretti verso zone densamente popolate - facendo scattare in contemporanea gli allarmi lì dove l’impatto può avvenire. 

È un sistema difensivo hi-tech che dalla «War Room» cittadina viene monitorato per essere pronti a intervenire in caso di danni a proprietà o persone. La sala blindata, due piani sottoterra, è circondata da altre stanze più piccole e corridoi dove dozzine di funzionari civili lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per tenere d’occhio ogni dettaglio. Ci sono monitor, piantine della regione da Gaza ad Ashkelon, telecamere accese in movimento nelle zone più critiche e una cucina dove, nei momenti di pausa, chi non è di turno consuma Nescafè a volontà. «La difesa militare spetta all’esercito, noi qui ci occupiamo della sicurezza civile» spiega Avi, un avvocato che come riservista tiene i rapporti fra sindaco ed esercito. Significa «pensare agli oltre 1500 bambini che vivono in case vecchie, senza stanze protette perché da 72 ore sono chiusi dentro e potrebbero restarvi per settimane».

Il sindaco Itamar Shimoni ha pensato di organizzare per loro concerti all’auditorium per «farli uscire da casa e tenerli al tempo stesso in un luogo protetto». Poi c’è il problema di malati, infermi e anziani impossibilitati a raggiungere i rifugi nei 15 secondi di tempo che vi sono dopo ogni sirena d’allarme. «Per loro abbiamo studiato un sistema basato su volontari li vanno a prendere per portarli all’aria aperta, lungo percorsi dove ci sono rifugi agibili facili da raggiungere» spiega Avi, secondo il quale però «il problema maggiore viene dai bambini piccoli». Ecco il motivo: «Sentono la sirena, intuiscono il pericolo incombente ma non riescono a capire di cosa si tratta». Da qui la necessità di dozzine di psicologi, spesso donne, che il Comune manda nelle case su richiesta dei genitori, per mettere in atto «comportamenti rassicuranti» basati sull’esperienza fatta dalle famiglie di Sderot, la città più colpita dai razzi sin dall’indomani del ritiro israeliano da Gaza nel 2005. 

«La collaborazione e i nervi saldi della popolazione sono fondamentali - spiega Greenfield, un ex generale con una figlia iscritta a Medicina all’ateneo di Torino - proprio come avveniva nella Gran Bretagna bersagliata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale». Da qui i corsi a raffica, nelle scuole e sui posti di lavoro, con gli istruttori che ripetono in continuazione cosa fare per difendersi dai razzi: chi si trova a casa deve andare nelle «stanze protette», create in ambienti senza finestre, o se possibile nei rifugi mentre chi ascolta la sirena mentre si trova all’aperto deve stendersi pancia a terra con la testa fra le mani.

A spiegare il motivo è Avi, indicando i resti di alcuni razzi Qassam posizionati al centro della «War Room»: «Sono tubi di metallo, al cui interno mettono centinaia di biglie di ferro che l’esplosione trasforma in proiettili e possono generare schegge di altri materiali, a cominciare dall’asfalto perché cadendo in terra creano per reazione frammenti volanti roventi, capaci di perforare un corpo umano, fino a ucciderlo». Per evitare biglie e schegge bisogna aspettare, spiegano gli istruttori della «War Room», «almeno 10 minuti dal momento della sirena» per dare tempo all’Iron Dome di intercettare il razzo, farlo esplodere e far cadere in terra ogni suo singolo componente. 

«È fondamentale restare al coperto per 10 minuti» ripetono all’unisono i consiglieri del sindaco, che annotano su una particolare lavagna luminosa tutti i «missili pericolosi» che hanno minacciato la città negli ultimi giorni con le relative «misure adottare in risposta». L’avvocato Avi è un riservista di 38 anni mentre Yosef Greenfield è un generale in pensione e di anni ne ha 60: appartengono a generazioni diverse ma attorno al sindaco Shimoni lavorano in tandem, accomunati dalla volontà di «far passare questo periodo senza danni». Nella comune speranza che «la crisi a Gaza finisca presto e i lanci di razzi si interrompano» perché «il problema maggiore potrebbe venire da tempi lunghi, capaci di causare conseguenze economiche negative per l’impossibilità di lavorare in molte aziende e negozi».

Da - http://www.lastampa.it/2014/07/11/esteri/nel-super-bunker-di-ashkelon-da-dove-parte-la-caccia-ai-razzi-D0EKqQzZTuGvfJh3bnwvXP/pagina.html?wtrk=cpc.social.Twitter&utm_source=Twitter&utm_medium=&utm_campaign=
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« Risposta #107 il: Agosto 21, 2014, 07:29:01 »

Iraq, l’islamismo da esportazione del Qatar.
Per il Califfo un tesoro di due miliardi
Il doppio gioco di alcuni alleati Usa nella regione che finanziano i terroristi dell’Isis
Fra i finanziatori le ricche famiglie dei Paesi del Golfo


21/08/2014
Maurizio Molinari
Corrispondente a Gerusalemme

Con un tesoro di oltre 2 miliardi di dollari lo Stato Islamico (Isis) di Abu Bakr al-Baghdadi è il gruppo terrorista più ricco del Pianeta e la pista dei soldi porta allo Stato sospettato di esserne il maggiore finanziatore: il Qatar. 

Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller punta l’indice sull’Emirato di Doha in un’intervista alla tv Zdf, spiegando che «i soldati del Califfo terrorista vengono pagati dal Qatar». È un passo che segue quello del vicecancelliere Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia, che pochi giorni fa aveva suggerito ai colleghi dell’Ue di «iniziare a discutere chi finanzia Isis».

Se la valutazione di 2 miliardi di dollari delle finanze del Califfo jihadista viene dal governo di Baghdad, la pista qatarina è stata descritta da David Cohen, vice-segretario Usa al Tesoro con la responsabilità dell’Intelligence e la lotta al terrorismo, che da Washington ha spiegato, già in marzo, come «donatori del Qatar raccolgono fondi per gruppi estremisti in Siria, a cominciare da Isis e al-Nusra» con il risultato di «aggravare la situazione esistente». Un successivo studio del «Washington Institute per il Vicino Oriente» ha calcolato in «centinaia di milioni di dollari i versamenti compiuti da facoltosi uomini d’affari in Qatar e Kuwait a favore di al-Nusra e Isis», che in precedenza era nota come «Al Qaeda in Iraq». 

Ciò che accomuna questi «donatori» è la volontà di finanziare gruppi fondamentalisti sunniti impegnati a combattere con ogni mezzo il nemico sciita ovvero qualsiasi alleato, reale o potenziale, di Teheran in Medio Oriente: dal regime di Bashar Assad in Siria agli Hezbollah in Libano fino agli sciiti in Iraq. Citando analisi americane, David Cohen ha aggiunto che «il Kuwait è l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi in Siria» mentre il Qatar ne costituisce il retroterra grazie ad «un habitat permissivo che consente ai terroristi di alimentarsi». Sono tali elementi che hanno portato l’ultimo «Country Reports on Terrorism» del Dipartimento di Stato - relativo al 2013 - a definire il Qatar «ad alto rischio di terrorismo finanziario» ed il Kuwait teatro di «finanziamenti a gruppi estremisti in Siria». Colpisce il fatto che entrambi i Paesi sono stretti alleati degli Stati Uniti ed in particolare il Qatar, che nella base di Al Udeid ospita l’avveniristico comando delle truppe Usa in Medio Oriente, ha ricevuto a metà luglio una commessa militare Usa da 11 miliardi di dollari che include elicotteri Apache, batterie di Patriot e sistemi di difesa Javelin.

Proprio in occasione di questo accordo, il Qatar si impegnò con Washington ad accogliere cinque leader taleban scarcerati da Guantanamo per ottenere la liberazione del soldato Bowe Bergdahl prigioniero in Afghanistan. 

«Il Qatar ha una doppia identità - spiega Ehud Yaari, il più apprezzato arabista d’Israele - da un lato ospita soldati Usa e accoglie uomini d’affari israeliani ma dall’altra finanzia i più feroci gruppi terroristi sunniti». In effetti l’Emirato guidato da Tamim bin Hamad Al Thani è stato messo all’indice da Arabia Saudita ed Egitto per il sostegno che diede ai Fratelli Musulmani di Mohammad Morsi e l’isolamento nella Lega Araba è cresciuto a seguito della scelta di Doha di schierarsi - unico Paese arabo - a favore di Hamas nel conflitto di Gaza con Israele. Fino al punto che fonti di Al Fatah hanno rivelato al giornale arabo Al-Hayat che «il Qatar sta sabotando il negoziato egiziano per una tregua permanente nella Striscia» e in particolare avrebbe «minacciato di espulsione il leader di Hamas Khaled Mashaal per impedirgli di accettare le più recenti proposte formulate dal Cairo».

A spiegare cosa c’è all’origine delle politiche del Qatar è Zvi Mazel, ex ambasciatore israeliano al Cairo, ricordando come «quando il presidente Gamal Abdel Nasser alla metà degli Anni Cinquanta espulse i leader dei Fratelli Musulmani questi si rifugiarono in Qatar» allora colonia britannica, forgiando un’intesa «con le tribù locali che ne ha fatto le interpreti di un fondamentalismo ostile a quello dell’Arabia Saudita». Se infatti la tribù saudita degli Ibn Saud «predica il fondamentalismo sunnita in un unico Paese, ovvero l’Arabia - spiega Mazel - la tribù Al Thani del Qatar predica il fondamentalismo d’esportazione, quello dei Fratelli Musulmani che distingueva anche Osama bin Laden, e punta a rovesciare i regimi arabi esistenti». 

Il contrasto fra Qatar e Arabia Saudita nasce dunque dall’interpretazione del Corano e si sviluppa in una rivalità per la leadership del mondo sunnita che si rispecchia in quanto sta avvenendo in Siria dove, secondo fonti d’intelligence europee, Doha e Riad «finanziano gruppi islamici rivali dentro l’opposizione ad Assad». L’ex premier iracheno Nuri al-Maliki negli ultimi due mesi ha più volte accusato «Qatar e sauditi» di sostenere Isis, lasciando intendere che ognuno ha i propri interlocutori, e che Riad agirebbe assieme a Emirati Arabi e Bahrein, accomunati proprio dall’ostilità al Qatar. Al-Baghdadi dunque si gioverebbe di più fonti di finanziamento con il filone-Qatar tuttavia più corposo anche per la convergenza di interessi con la Turchia di Recep Tayyep Erdogan. A metà mese l’agenzia russa Ria-Novosti ha rivelato che i fondi raccolti in Qatar avrebbero consentito a Isis di acquistare armamenti dell’ex Europa dell’Est grazie ad un network basato in Turchia. In particolare Isis avrebbe comprato blindati per trasporto truppe in Croazia, carri armati in Romania, mezzi per la fanteria in Ucraina e munizioni in Bulgaria riuscendo a sfruttare tali traffici anche per reclutare volontari in Kosovo e Bosnia.

Da - http://www.lastampa.it/2014/08/21/esteri/iraq-lislamismo-da-esportazione-del-qatar-per-il-califfo-un-tesoro-di-due-miliardi-UfDueKARAxYnPOuEhOTfoM/pagina.html
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« Risposta #108 il: Agosto 23, 2014, 05:53:27 »

La guerra impossibile alle tribù
22/08/2014

Maurizio Molinari

Quarantott’ore dopo aver annunciato la riconquista della diga di Mosul il Pentagono ha fatto sapere di aver realizzato 14 raid aerei per assicurarne il controllo agli alleati curdi.

L’evidente contraddizione descrive la difficoltà per gli Stati Uniti, la più grande potenza militare esistente, di battersi contro la tribù jihadista di Abu Bakr al-Baghdadi, evidenziando il più vasto problema strategico in arrivo dalle dune del Medio Oriente.

Dall’Anbar iracheno alla Striscia di Gaza, dal Mali alla Libia fino al Sinai sono le tribù le nuove interpreti del messaggio di guerra jihadista con cui Osama bin Laden sorprese New York e Washington l’11 settembre del 2001, obbligando l’America e l’Occidente ad iniziare una campagna militare in procinto di entrare nel 13° anno. Al Qaeda delle origini era un’organizzazione con un leader assoluto che godeva del sostegno di uno Stato - l’Afghanistan dei taleban del Mullah Omar - e dopo le sconfitte subite fra il 2001 e il 2007 si è trasformata in una galassia di organizzazioni locali - da Al Qaeda in Iraq ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico - accomunate dall’ideologia ma questa versione dell’eredità di Bin Laden lascia ora il campo ad una Jihad 3.0 che ha per protagoniste le tribù, i clan e in ultima istanza le aggregazioni famigliari ovvero le componenti basilari delle società arabo-musulmane. Basta guardare la mappa dei conflitti in atto dalla Rocca di Gibilterra agli Stretti di Hormuz per accorgersi chi sono i nuovi protagonisti. Nel Sahel le tribù del Nord Mali sono sopravvissute all’intervento francese dello scorso anno contro Al Qaeda nel Maghreb, arricchendosi con traffici illeciti fino al punto da obbligare Parigi a nuovi raid - due settimane fa - per sostenere il traballante governo di Bamako. In Libia la sovrapposizione fra milizie e clan tribali, soprattutto in Cirenaica, è talmente pericolosa da aver obbligato l’esercito egiziano ad assumere il controllo informale di una fascia di territorio oltre frontiera. Nel Sinai sono le tribù beduine a gestire i traffici di armi iraniane e siriane dal Sudan a Gaza, sostenendo i jihadisti di Beit Al Maqqdis, e dentro Gaza i gruppi salafiti competono con Hamas e Jihad Islamica per il sostegno di grandi clan famigliari allettati dalle ingenti quantità di denaro liquido. Ma è nell’Anbar iracheno che lo Stato Islamico (Isis) vede le tribù sunnite aggregarsi attorno al progetto più avanzato, guidato dal «Califfo Ibrahim» Abu Bakr al-Baghdadi, che negli ultimi tre anni ha esteso il proprio potere dalla Siria Orientale all’Iraq Occidentale seguendo il corso del Tigri e dell’Eufrate, ovvero i grandi fiumi che significano energia, vita ed in ultima istanza potere in quest’area del Pianeta. Il suo «Califfato» non ha un territorio di tipo tradizionale - con porti, città, pianure, campi agricoli o zone industriali - ma si articola nel controllo di punti-chiave lungo i corsi d’acqua oppure i pozzi di petrolio. Così come Gengis Khan, circa 800 anni fa, portò le tribù mongole a conquistare l’Asia fino ad affacciarsi al Medio Oriente occupando le vie delle carovane verso Occidente. Allora Khan e oggi Abu Bakr puntano al controllo dell’origine della ricchezza in steppe e deserti.

 Combattere contro le tribù è la nuova, e più difficile, sfida asimmetrica che la Jihad ci impone. Perché non hanno territori definiti, centri urbani riconoscibili e spesso neanche leader ideologici carismatici: ciò che le tiene assieme sono interessi concreti - denaro e controllo di fonti di energia - e il terrore imposto da chi le guida. Sotto questo aspetto la decapitazione del reporter James Foley, le stragi di yazidi, le chiese violate e le fosse comuni di soldati iracheni sciiti servono al «Califfo Ibrahim» soprattutto per imporsi sulle tribù irachene come il più feroce dei Saladini, al fine di ottenerne la fedeltà assoluta. Contro le tribù jihadiste gli armamenti degli eserciti tradizionali servono a poco: il Pentagono adopera gli F-18 per eliminare «tubi usati come mortai» sulla diga di Mosul, gli egiziani schierano brigate corazzate contro le tribù beduine nel Sinai, i francesi ricorrono ai Mirage contro i trafficanti del Sahel e gli israeliani hanno bersagliato Hamas e salafiti a Gaza con gli F-16 per quattro settimane ma i risultati ovunque, sul piano militare, sono assai scadenti.

La decomposizione degli Stati arabi moderni in Nord Africa e Medio Oriente trasforma le tribù jihadiste nel nemico più pericoloso dell’Occidente perché i nostri Stati li combattono con armi inadatte, sebbene assai potenti e altrettanto care. Gli unici esempi che la Storia moderna offre di campagne militari di successo contro le tribù arabe-musulmane in rivolta vengono da 2 altrettanti Imperi: Ottomano e Britannici, che in epoche diverse, riuscirono a domare ribellioni estese e brutali, impiegando ingenti forze militari per occupare i territori, disponendo così di strumenti - finanze e armi - per convincere le tribù a cooperare. In dimensioni assai più ridotte è stessa ricetta che il generale americano David Petraeus adoperò con successo nell’Anbar, fra il 2005 e il 2007, impiegando 20 mila marines e fiumi di dollari per convincere le tribù sunnite a voltare le spalle ad Abu Musab al Zarqawi, predecessore di Abu Bakr al-Baghdadi nella guida dei jihadisti iracheni. Ma oggi non vi sono, in America o in Europa, leader dotati di risorse economiche e volontà politiche tali da ripetere l’impresa di Petraeus, per non dire neanche dei precedenti ottomano o britannico. Da qui lo scenario di un orizzonte di medio periodo nel quale saranno le potenze regionali del Medio Oriente - Arabia Saudita, Iran, Israele, Egitto e Turchia - a confrontarsi con la sfida delle tribù, seguendo agende di interessi nazionali in forte contrasto. Destinate a moltiplicare numero ed entità dei conflitti sulle coste meridionali del Mar Mediterraneo. 

Da - http://lastampa.it/2014/08/22/cultura/opinioni/editoriali/la-guerra-impossibile-alle-trib-vdIt6b2p32Ij83FwvZNFgN/pagina.html
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« Risposta #109 il: Ottobre 22, 2014, 06:02:19 »

“L’esercito israeliano uccide quanto Isis”
L’accusa della deputata arabo-israeliana
Haneen Zoabi, del partito Balad, in un’intervista tv dice: “Lo Stato Islamico uccide una persona alla volta usando i coltelli mentre l’esercito israeliano uccide dozzine di palestinesi spingendo dei bottoni”.
I laburisti chiedono “provvedimenti severi”

22/10/2014
Maurizio Molinari
Corrispondente da GERUSALEMME

“L’esercito israeliano uccide tanto quanto Isis”. A firmare la provocazione contro Tzahal è Haneen Zoabi, deputata arabo-israeliana del partito Balad, che in un’intervista tv spiega: “Lo Stato Islamico uccide una persona alla volta usando i coltelli mentre l’esercito israeliano uccide dozzine di palestinesi spingendo dei bottoni”. Da qui la conclusione che “i soldati israeliani sono terroristi proprio come tagliatori di teste” anche perchè “entrambi appartengono ad eserciti che non conoscono linee rosse”. 

Per Zoabi ciò significa anche difendere quegli arabi-israeliani, beduini o della Galilea, che hanno scelto di entrare nei ranghi del Califfato jihadista: “Sono una piccola minoranza ma non gli è stata lasciata altra opzione che questa”. La reazione di Israel Katz, ministro dei Trasporti del Likud, è stata di definirla “una traditrice che deve essere espulsa” mentre il titolare degli Esteri, Avigdor Lieberman, afferma: “E’ l’ennesima conferma che Balad è un partito simile a Hamas” composto da terroristi. Un gruppo di deputati laburisti e del partito laico “Atid” hanno chiesto al ministero della Giustizia di affrettarsi a “intervenire ed adottare provvedimenti severi” per punire la deputata arabo-israeliana.

Da - http://www.lastampa.it/2014/10/22/esteri/lesercito-israeliano-uccide-quanto-isis-laccusa-della-deputata-araboisraeliana-H82hdLMGAClRrQlFRUeFoM/pagina.html
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« Risposta #110 il: Gennaio 12, 2015, 10:05:39 »

“Con questa decisione il processo di pace è morto”
L’analista Ha Levi: ma l’intesa è frutto di due debolezze
Yossi Klein Ha Levi del «Shalom Hartman Institute»

24/04/2014
Maurizio Molinari
dall’inviato a Ramallah

«Con questa decisione l’iniziativa di pace Usa è morta»: ad affermarlo è Yossi Klein Ha Levi, il politologo dell’«Hartman Institute» di Gerusalemme attento alle posizioni di Netanyahu.

Perché ritiene che il negoziato sia senza speranza? 
«Hamas persegue la distruzione di Israele attraverso la lotta armata dunque è incompatibile con il negoziato. Abu Mazen scegliendo Hamas rifiuta la trattativa promossa da Obama».

Come spiega questa scelta? 
«Sotto un certo punto di vista è anche comprensibile perché l’accordo fra Abu Mazen e Netanyahu non c’è. Ma è una brusca inversione di rotta dei palestinesi, che li allontana da un’America che li ha molto difesi durante il negoziato».

Abu Mazen tuttavia può affermare di essere riuscito a riunificare i palestinesi. Lo rafforzerà come leader? 
«Non lo credo, perché l’intesa fra Al Fatah e Hamas è frutto di reciproche debolezze non di una comune scelta strategica».

Quali sono tali debolezze? 
«Dopo il rovesciamento di Morsi in Egitto, Hamas ha perso il sostegno dei Fratelli Musulmani, il suo più importante alleato. È isolata. Abu Mazen aveva scommesso la leadership sul successo di un negoziato fallito, dunque anche lui è molto indebolito. È questa la genesi di un’intesa assai poco solida».

Eppure un governo di unità nazionale e l’impegno a far svolgere le elezioni sono risultati di rilievo... 
«A contare di più è l’assenza dell’intesa sulla sorte delle forze di Hamas. Non è chiaro se saranno sottomesse al comando di Abu Mazen. Senza definirlo, tutto il resto appare assai a rischio».

Le politiche di Netanyahu hanno spinto Abu Mazen verso Hamas? 

«I palestinesi accusano Israele di volersi appropriare della Spianata delle Moschee ma lo status di questo luogo santo resta quello definito fra Israele e Giordania. È un falso argomento». 

Da - http://www.lastampa.it/2014/04/24/esteri/con-questa-decisione-il-processo-di-pace-morto-AOoqDZjvDoypbDGMKp8ETN/pagina.html
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« Risposta #111 il: Marzo 09, 2015, 05:28:46 »

Boko Haram-Isis, il nuovo asse del terrore
I terroristi dell’Africa sub sahariana giurano fedeltà al Califfato, che sta per perdere la città di Tikrit

08/03/2015
Maurizio Molinari
Inviato ad Amman

«Giuriamo fedeltà, nella prosperità come nelle difficoltà». Così si conclude il comunicato ufficiale di adesione allo Stato Islamico da parte di Boko Haram, la più violenta organizzazione jihadista nell’Africa sub sahariana che nelle ultime 48 ore ha ucciso almeno 60 cristiani nel Nord della Nigeria. 

LA PENETRAZIONE IDEOLOGICA 
Boko Haram aveva già espresso sostegno per il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi ma ora l’adesione diventa formale, rendendo possibile un congiungimento con le cellule di Isis che operano nel Sahara, in Mali e in Libia. Per il Califfato si tratta di una notizia che conferma la capacità di penetrazione ideologica nel mondo musulmano in un momento in cui in Iraq è sotto il pesante attacco militare di governativi e milizie sciite. 

LA BATTAGLIA DI TIKRIT 
I comandi iracheni annunciano la “liberazione” della città di al-Baghdadi e per il Pentagono l’arretramento di Isis preannuncia la caduta anche di Tikrit, dove la battaglia infuria da una settimana. Tikrit è la città natale dei clan che durante l’era di Saddam sono stati al potere in Iraq. E, come roccaforte sunnita della resistenza baathista anti-americana, ha una storia di forte ostilità all’espansione iraniana e sciita nella regione. Due giorni fa le milizie sciite filo-iraniane avevano annunciato di aver conquistato anche al Dor, la località da cui proveniva Izzat ad Duri, ex braccio destro del defunto e deposto presidente Saddam Hussein. 

Da - http://www.lastampa.it/2015/03/08/esteri/boko-haramisis-il-nuovo-asse-del-terrore-4RHIBjGcPZT5Ixg7ITiyzN/pagina.html
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« Risposta #112 il: Marzo 09, 2015, 10:27:45 »

Tony, l'ultima vittima della scia di sangue che macchia la lotta per i diritti civili
Quando i cittadini di colore devono gridare come 50 anni fa che la loro vita conta, la commemorazione non è più ricordo, ma sconforto.
E tragedie come quella di Madison tradiscono qualcosa di più che il razzismo: l'accettazione della violenza

Di VITTORIO ZUCCONI
08 marzo 2015
   
"TENDIMI la mano, Signore, lasciami riposare, sono stanco, sono debole, sono logoro”: furono queste le ultime parole di Martin Luther King pochi minuti prima di essere assassinato a Memphis, recitando i versi del suo Gospel preferito, ma la mano che si tende è ancora quella che punta un revolver e uccide. Mezzo secolo dopo la domenica di sangue a Selma, e 47 anni dopo la morte del profeta dei diritti civili, quel canto suona sempre struggente e quella preghiera inascoltata. Muore un altro ragazzo di colore disarmato sotto i colpi della polizia nel Wisconsin, Tony Robinson, e il Presidente Obama, che era pronto a celebrare e a rivendicare il cammino fatto, deve dire che questi "non sono episodi isolati".

Non c'è riposo nella lunga strada rossosangue che solca la storia degli Stati Uniti fra bianchi e neri. Quando, nel marzo di questo 2015 come in quello del 1965, cortei di cittadini di colore devono gridare come ieri che "La vita dei neri conta" e "Non ci può essere pace senza giustizia", la commemorazione acquista un sapore crudele. Non è più un ricordo, certamente non è un'occasione per autocogratulazioni, ma diventa un momento di sconforto e di angoscia. Possibile, si chiedono sbigottite le migliaia che devono tornare sui ponti e nelle strade, che dai campi dei massacri della Guerra Civile, da Selma, da Memphis, lungo tutta la Via Crucis dalle piantagioni alla Casa Bianca ancora si debba essere uccisi per il colore della pelle?

L'ultima tragedia, quella di Madison, la città capitale del Wisconsin, non porta neppure i segni caratteristici, prevedibili, banali della animosità e del rancore sudista verso quei "fottuti negri" liberati a forza di armi dagli invasori yankee. Il Wisconsin è profondissimo Nord, gelida tundra di fronte al grande Lago Superiore, quanto di più lontano si possa trovare, negli Usa, dalle "Calde Notti", dagli sceriffi con i Ray-Ban a specchio, dai cappucci a punta e dalle croci ardenti del Ku Klux Klan. Per la guerra fratricida fra americani, il Wisconsin, la terra dei formaggi e dei mille laghi, diede 57 reggimenti all'esercito dell'Unione contro la Confederazione schiavista, sacrificò 13mila vite, molte nella battaglia decisiva di Gettysburg. È uno Stato storicamente progressista, spesso libertario, dove la questione razziale è sempre stata irrilevante, con una presenza di afroamericani appena al 6 per cento, la metà della media nazionale, al 13 per cento.

Eppure a Madison, dove la criminalità non sfiora neppure le statistiche delle grandi aree urbane, agenti di polizia chiamati a sedare un caso di violenza familiare vanno nel panico di fronte all'ennesimo giovane nero che si divincola, mena botte in testa e resiste all'arresto. Estraggono la pistola d'ordinanza, la 38 a naso tozzo, nel timore che lui possa impadronirsene, lo fanno secco. Come a Ferguson, sobborgo maledetto di St. Louis dove la polizia sarà smantellata per ordine dello Stato del Missouri. Come a Cleveland, borchia di quella "Cintura della Ruggine" cosparsa di fonderie e fabbriche fredde, colpendo un ragazzino di 12 anni. Come a Long Island, davanti a un obeso e asmatico contrabbandiere di sigarette sciolte. Come pochi giorni fa a Los Angeles, nella "Skid Row", nella terra di chi è scivolato nel nulla della società senza reti di protezione, per uccidere un barbone, un "clochard" come diciamo per sentirci meglio, colpevole soltanto di essere un vagabondo dimesso da un ospedale psichiatrico dopo dieci anni di internamento.

Una sequenza di sangue alla quale si devono aggiungere le migliaia di neri uccisi da altri neri, molto più numerosi di quelli caduti sotto il fuoco di polizie e sceriffi che si sentono, e che si muovono come se fossero al fronte, in una guerra civile, a volte armati e attrezzati, come si vide a Ferguson, come le truppe in Afghanistan o in Iraq. In un gigantesco crogiolo, per la parola usata da Arthur Miller, la fatica, e il rischio quotidiano, della "sottile linea blu", degli agenti di pubblica sicurezza somigliano a un pogrom domestico, appaiono, agli occhi di chi deve identificare negli obitori, figli, fratelli e mariti, come una nuova caccia alle streghe nere incappucciate nelle felpe al ritmo del rap.

Poco importa se le indagini e poi le inchieste, dai procuratori locali fino a quelli inviati da Obama e dal suo ministro della Giustizia Holder, afro anche lui, non trovino elementi di violazione formale della legge per incriminare gli agenti, come è avvenuto a Ferguson, o che raramente li rinviino a giudizio. Ogni ragazzo di colore abbattuto in un desolante replay di scene simili, lui a terra, l'esecutore sopra, è automaticamente una vittima innocente, anche se fresco di furti, rapine, spacci, gesti violenti. Da parte delle forze dell'ordine regna ormai una presunzione di colpevolezza senza prove verso quegli arrestati ribelli che è l'equivalente della presunzione di innocenza senza dubbi che muove i loro "fratelli e sorelle" di sangue.

In questo crogiolo che brucia senza fondere, si perde il senso profondo di quel messaggio che i dimostranti portarono sul ponte di Selma seguendo King, che lo stesso Malcolm X, alla fine della propria vita, cominciava ad accettare dopo la predicazione radicale della propria giovinezza. Si smarrisce la scoperta della efficacia rivoluzionaria della non violenza portata al punto di subire senza reagire, ormai travolta da notti di guerre dove si spara per non essere sparati, come fanno i poliziotti, dove ogni nero è un potenziale killer e ogni americano in blu è un potenziale boia.

Siamo andati anche oltre l'elementare, rudimentale razzismo della classica "Crisi in Bianco Nero", superata dalla pienezza dei diritti legali garantiti da Lyndon Johnson dopo Selma e incarnati nella multirazzialità dell'amministrazione federale, delle agenzie di governo, delle polizie locali. La giustizia ingiusta sui neri si manifesta perché i neri sono un bersaglio facile, ovvio, visibile, ancora debole dietro le maschere truci della cultura pop, ma tradisce qualche cosa di più del razzismo. Ed è l'accettazione della violenza come "nuova normalità".

© Riproduzione riservata 08 marzo 2015

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/08/news/tony_l_ultima_vittima_della_scia_di_sangue_che_macchia_la_lotta_per_i_diritti_civili-109028073/?ref=HRER3-1
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« Risposta #113 il: Maggio 16, 2015, 04:20:23 »

Yemen, pioggia di bombe saudite: i ribelli sciiti accettano la tregua
Da 3 giorni Riad attaccava le roccaforti. L’Onu denuncia: «Massacro di civili»

10/05/2015
Maurizio Molinari
Corrispondente da Gerusalemme

Incalzati da un diluvio di fuoco dal cielo, i ribelli houthi accettano l’offerta saudita di un cessate il fuoco di cinque giorni, a partire da martedì. In Yemen un diluvio di fuoco saudita si riversa da 72 ore sui ribelli houthi. «Accettiamo la tregua ma siamo pronti a riprendere gli scontri in caso di violazioni» afferma il colonnello Sharaf Luqman, portavoce dei ribelli di origine sciita che in febbraio hanno rovesciato il presidente Abdel Rabbo Mansour Hadi, che ha poi chiesto aiuto alla Lega Araba.

Il passo dei ribelli è arrivato dopo la terza notte consecutiva di pesanti bombardamenti dell’aviazione di Riad sulla regione confinante di Saada, roccaforte degli houthi. Almeno 100 attacchi aerei sono avvenuti solo nelle ultime 12 ore. Le milizie dell’ex presidente Ali Saleh, alleate dei ribelli, sono state le prime a far sapere di essere pronte ad accettare la proposta di tregua. 

L’Onu critica intanto Riad per i «troppi civili morti», facendo presente che le vittime sarebbero almeno 1400 dall’inizio delle operazioni lo scorso 26 marzo, ma i militari sauditi replicano: «Gli houthi si nascondono fra i civili, per questo ci sono vittime nella popolazione». I raid aerei hanno demolito anche la residenza dell’ex presidente Saleh. Riad offre la tregua a partire da martedì, alla vigilia dell’inizio del summit a Camp David fra il presidente Usa Barack Obama e i leader del “Consiglio di Cooperazione del Golfo” a cominciare da re Salman, nuovo sovrano del segno wahabita.

Da - http://www.lastampa.it/2015/05/10/esteri/pioggia-di-bombe-saudite-inferno-in-yemen-OGcviKma7tABmaUYwTeVKJ/pagina.html
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« Risposta #114 il: Agosto 28, 2016, 11:20:28 »

Il carattere simbolo della Nazione

28/08/2016
Maurizio Molinari

In questa estate di disastri, terrorismo e migrazioni l’Italia è stata messa alla prova, dimostrando di avere abitanti con una tempra non comune. 

Compostezza e vigore con cui la gente dell’Appennino laziale-umbro-abruzzese-marchigiano ha reagito al sisma-killer descrivono un amore per la propria terra che si esprime nella determinazione a non cedere alla violenza della Natura, rimboccandosi da subito le maniche per ricostruire. Senza farsi piegare da un’ecatombe di oltre 290 morti. E’ una prova di carattere che arriva a poche settimane di distanza dagli attentati jihadisti di Dacca e Nizza nei quali 15 connazionali sono stati uccisi - nove dei quali sgozzati - dai miliziani dello Stato Islamico. Anche in questo caso la reazione è arrivata nel segno della concretezza: un numero consistente di jihadisti è stato identificato dalle forze dell’ordine ed espulso dallo Stivale; il governo ha autorizzato per la prima volta l’invio di truppe speciali in Libia per contribuire alla sconfitta di Isis; lungo le coste è iniziata una vasta operazione di sicurezza per prevenire l’arrivo di terroristi in fuga da Sirte. E da un podio dei Giochi di Rio l’atleta Elisa De Francisca ha sventolato il drappo europeo parlando a nome di tutti quei connazionali convinti che «i terroristi non possono vincere, l’Europa esiste ed è più unita dopo gli attacchi terroristici».

Ma non è tutto perché questa è anche l’estate in cui l’Italia si è trovata a ospitare decine di migliaia di migranti impossibilitati ad andare altrove - a seguito della chiusura de facto delle frontiere da parte dei Paesi confinanti - e ciò sta avvenendo grazie alla generosità di una miriade di Comuni convinti che si tratti di un’opportunità e non di un pericolo.

La tempra dei sopravvissuti di Amatrice, il coraggio dei militari che ci proteggono dai jihadisti, i valori di cittadini come De Francisca e la lungimiranza di chi accoglie i migranti descrivono le qualità di una nazione che dimostra di saper affrontare un’emergenza articolata in molteplici sfide.

Da qui le responsabilità che incombono su governo e Parlamento in merito ad ognuno di questi fronti aperti. La ricostruzione dei paesi travolti dal sisma nell’Italia Centrale non può essere affidata solo alla generosità dei singoli ma deve essere accompagnata da investimenti sulle nuove tecnologie esistenti per arrivare a proteggere dai terremoti ogni singolo edificio del Paese, a prescindere dalla sua data di costruzione. La difesa dai jihadisti deve includere ricerca, cattura e processo nei confronti di chiunque abbia partecipato all’omicidio di connazionali: braccare mandanti e complici degli attacchi terroristici significa accrescere la nostra capacità di deterrenza. L’ospitalità per i migranti da parte di sindaci e strutture locali ha bisogno di contare sulla moltiplicazione delle risorse pubbliche per integrarli ed anche di maggiore rigore nel pretendere dai nuovi arrivati il più rigido rispetto delle leggi nazionali.

E’ come se l’Italia si trovasse in mezzo al guado: assediata da sfide aggressive, vecchie e nuove, dispone del carattere per farvi fronte. Ciò che le serve sono gli strumenti per riuscirvi.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/08/28/cultura/opinioni/editoriali/il-carattere-simbolo-della-nazione-FJlOFv7Hwu39ON3gY7F7ZP/pagina.html

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« Risposta #115 il: Novembre 28, 2016, 08:45:15 »


Cercando la nuova ricetta per le sfide del Mediterraneo
Pubblicato il 28/11/2016

Maurizio Molinari

Il convergere su Roma di alti rappresentanti di 55 Paesi per affrontare le sfide del Mediterraneo suggerisce la possibilità dell’Italia di trasformarsi in un laboratorio dei drammatici cambiamenti regionali in atto. Se Mosca e Washington, Baghdad e Teheran, Doha e Tunisi individuano nei «Dialoghi del Mediterraneo» che si aprono venerdì un’occasione di incontro ed interazione è perché nel mondo che accelera si percepisce la necessità di affrontare con pragmatismo e responsabilità un’agenda di eventi che sfida le previsioni degli analisti come l’immaginazione collettiva. 

L’orrenda ecatombe di civili in Siria e l’impellenza di debellare lo Stato Islamico del Califfo jihadista Abu Bakr al Baghdadi celano la necessità di scongiurare l’implosione di altri Stati arabo-musulmani così come l’incontenibile marea di migranti, che da Asia ed Africa si riversa sulle coste europee di Italia e Grecia, evidenzia l’urgenza di una innovativa ricetta di sviluppo che accomuni l’intera regione del Mediterraneo. Se la realpolitik diventa un’opzione per affrontare tale temibile orizzonte è perché l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, è una scossa che apre la possibilità ad un riassetto di equilibri e responsabilità coinvolgendo Russia, Unione Europea e partner mediterranei. Sebbene la nuova amministrazione Usa si insedierà solo il 20 gennaio, quanto uscirà dai «Dialoghi del Mediterraneo» può gettare le basi per una nuova stagione di realpolitik sul maggiore scenario di crisi ed opportunità del Pianeta.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/28/cultura/opinioni/editoriali/cercando-la-nuova-ricetta-per-le-sfide-del-mediterraneo-261tgSmINhAxleQZf7BwNP/pagina.html
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« Risposta #116 il: Dicembre 28, 2016, 11:40:19 »

Addio all’anno rivoluzionario   
Che cosa è successo nel 2016

Pubblicato il 25/12/2016
Maurizio Molinari

Con il 2016 si chiude un anno rivoluzionario che ha visto la Storia accelerare al punto da mettere a dura prova la nostra capacità di comprenderla ma rendendo più avvincente la possibilità di descriverla. I cambiamenti sono stati a tutto campo. 

Sul fronte della politica l’Unione Europea per la prima volta ha perso una nazione - la Gran Bretagna - per volontà dichiarata dei suoi elettori, gli Stati Uniti hanno eletto presidente Donald J. Trump ovvero un tycoon estraneo ad ogni partito politico e quasi il 70 per cento degli italiani ha colto l’occasione di un referendum per esprimere in maniera schiacciante scontento nei confronti del governo innescando un cambio di premier: si tratta di tre frutti del crescente scontento del ceto medio nelle democrazie avanzate dovuto a impoverimento, disagi e carenza di protezione sociale. Sul fronte della sicurezza gli attacchi dei jihadisti nelle città dell’Occidente - da Nizza a Bruxelles fino a Orlando - testimoniano la violenza spietata di un movimento terroristico che punta a colpire noi per conquistare il potere nel mondo arabo-musulmano. Spingendo alla fuga verso l’Europa una massa di migranti in cerca di pace e prosperità. 

Il dramma di Aleppo, l’ecatombe in Siria e le fosse comuni disseminate dall’Iraq alla Libia descrivono l’immensità del dolore che i jihadisti riversano sul mondo dell’Islam nel tentativo di sottomettere oltre un miliardo di anime ad un dispotismo oscurantista. 

Sul fronte dei costumi collettivi il trionfo dei PokemonGo, la folla che cammina sull’acqua grazie alle invenzioni di Christo e la passione per il turismo spaziale suggeriscono come l’innovazione sta per raggiungere l’immaginazione. E bisogna guardare all’orizzonte della scienza per comprendere quanto lontano possiamo arrivare: l’agricoltura verticale capace di produrre raccolti indipendentemente dalle stagioni, la protezione legale in America degli investimenti privati sui corpi celesti, i piani per l’esplorazione cosmica oltre il Sistema Solare, l’uso di grandi telescopi per studiare il comportamento degli abitanti delle megalopoli e la ricostruzione hi-tech degli organi umani fuori del corpo per poter sconfiggere le malattie ancora incurabili suggeriscono come la creatività dell’uomo sta raggiungendo frontiere che sfidano la fantasia. Negli ultimi 12 mesi abbiamo raccontato fatti, storie, retroscena ed emozioni di questo anno rivoluzionario grazie ad una conversazione costante con i nostri lettori - sulle piattaforme digitali, sulla carta come in incontri faccia a faccia, nei quartieri e sul territorio - perché quando la Storia accelera l’interazione fra chi scrive e chi legge aumenta, diventa più intensa e consente di raccontare meglio ciò che ci avviene intorno. Quando si tratta di tragedie naturali come i terremoti che hanno flagellato l’Italia Centrale e le alluvioni che hanno colpito il Nord-Ovest ma anche quando la sfida è raccontare le imprese degli eroi olimpici o dei protagonisti del grande intrattenimento. 

Sono queste ragioni a spiegare perché il 2016 è stato tanto intenso quanto istantaneo: ha cambiato le nostre vite in maniera tale da spingerci a guardare in avanti con indubbia curiosità a cosa ci riserverà il 2017.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/25/cultura/opinioni/editoriali/addio-allanno-rivoluzionario-jcLkXjvoNC6ege3jTDEhjP/pagina.html
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« Risposta #117 il: Gennaio 06, 2017, 03:01:49 »

2017, l’arrivo del tycoon

Pubblicato il 31/12/2016  -  Ultima modifica il 31/12/2016 alle ore 07:18

Maurizio Molinari

La maggiore incognita del nuovo anno è anche la più evidente novità con cui inizia: Donald J. Trump nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca. Il 20 gennaio, sui gradini di Capitol Hill a Washington, il 45° Presidente degli Stati Uniti giurerà sulla Costituzione e da quel momento l’imprevedibile magnate di New York diventerà l’uomo più potente del Pianeta. Le incognite si legano al fatto che si tratta di un leader anomalo, che non ha alle spalle un partito politico, un sistema di «think thank» o una parte dell’establishment di Washington. Esprime la forte volontà di cambiamento degli americani ma debutta da leader solitario.

L’identità di Trump è quella del tycoon della Grande Mela: un protagonista del business che programma, realizza e rinnova sulla base di singoli progetti a cui affida scommesse e fortune, battendosi a viso aperto per riuscire. Per comprendere come governano i tycoon bisogna tornare alla New York di inizio Novecento quando John Jacoob Astor, Cornelius Vanderbilt, Andrew Carnegie, John D. Rockefeller, Henry Ford e Joseph P. Kennedy guidarono la trasformazione della città appollaiata sulla Baia dell’Hudson in una metropoli applicando un metodo nitido: investimenti da capogiro, polso di ferro e scarsa predisposizione a prendere prigionieri fra gli avversari.

Se il presidente Theodore Roosevelt riuscì a modernizzare l’America fu perché furono i tycoon a suggerirgli, con il loro modo di operare, la formula che descrisse la prima proiezione del potere dell’America fuori dai propri confini: «Parlare dolcemente, tenendo nelle mani un grande bastone». A tratteggiare l’identità del tycoon sono le mosse con cui Trump sta mettendo assieme la propria amministrazione: i generali Michael Flynn, James Mattis e John Kelly per gli incarichi chiave nella sicurezza, il petroliere Rex Tillerson al Dipartimento di Stato ed i veterani di Goldman Sachs Steve Mnuchin e Gary Cohn alla guida dell’economia. Ovvero, su ogni fronte Trump si affida a uomini di polso espressione dei poteri che formano la spina dorsale della nazione: forze armate, energia e finanza. 

Se Barack H. Obama, quando si insediò nel 2009 alla Casa Bianca scelse di avere per governo un «team di rivali», ovvero politici in forte contrasto fra loro, ripetendo il modello di Abramo Lincoln, Trump dimostra di volere un team di leader forti, ognuno nel proprio settore, per riunire attorno ad un tavolo chi più assomiglia ai tycoon di New York ovvero con capacità, risorse ed esperienze per ricostruire l’America. Saranno i primi 12 mesi di governo a dirci se tale formula avrà successo nel sanare le ferite economiche della nazione, far accelerare la crescita Usa e trainare quella dell’intero Pianeta. 

Quanto avvenuto nell’ultima settimana suggerisce che Obama sta tentando in ogni modo di ostacolare l’insediamento di Trump: il provocatorio discorso di John Kerry contro Israele e l’espulsione di 35 diplomatici russi svelano l’intenzione di far deragliare sin dall’inizio il nuovo Presidente nei rapporti con due partner strategici come Gerusalemme e Mosca. Ponendo le premesse per lotte politiche al Congresso ed indagini giudiziarie capaci di immobilizzare l’amministrazione. Obama ha capito che ha a che fare con un tycoon e tenta di imbrigliarlo, per togliergli l’iniziativa. Sono le avvisaglie di una feroce sfida dentro la Beltway fra chi guiderà i democratici dopo la sconfitta di Hillary e i nuovi repubblicani di Trump. Quale che sarà l’esito del debutto del tycoon, avremo a che fare con le sue conseguenze.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/31/cultura/opinioni/editoriali/larrivo-del-tycoon-kMOCE3SHb4o1zDu6S4S72J/pagina.html
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« Risposta #118 il: Febbraio 07, 2017, 04:08:03 »

Diplomazia sul fronte del Sahara

Pubblicato il 05/02/2017 -- Ultima modifica il 05/02/2017 alle ore 07:19

Maurizio Molinari

L’accordo Roma-Tripoli per arginare l’arrivo dei migranti attraverso il Mediterraneo nasce da una inedita stagione di diplomazia del deserto e deve ora superare l’esame dei precari equilibri di forza in Libia, ma può trasformarsi nel tassello di una vasta intesa regionale fra Washington e Mosca.

La diplomazia del deserto è frutto dalla scelta strategica dell’Italia di fermare i migranti non nelle acque del Mediterraneo - dove è logisticamente difficile riuscirci - ma lungo i confini meridionali della Libia con Niger e Ciad ovvero lì dove le carovane di trafficanti provenienti dall’Africa Sub-Sahariana iniziano la corsa verso le coste della Tripolitania per il balzo con i barconi verso l’Europa. In questo angolo di Maghreb che corrisponde al Fezzan i confini sono imprecisi e gli interlocutori sono molteplici: dal governo di Tripoli, dove in marzo si è insediato il premier Fayez al-Sarraj, alle tribù Tebu e Tuareg, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. 

Inviati del nostro governo hanno così dialogato non solo con i rappresentanti di al-Sarraj ma anche con gli sheik delle singole tribù, facendosi portatori di due messaggi-chiave: il comune interesse è sconfiggere i terroristi jihadisti, che si alimentano con i traffici illeciti, e la possibilità di far convergere investimenti per lo sviluppo delle aree più remote del Fezzan. I contatti con i leader delle tribù del Sahara sono avvenuti nelle cornici più diverse scrivendo pagine di diplomazia che riflettono la trasformazione dei rapporti internazionali. I risultati di tale approccio si sono visti prima a Sirte, dove le tribù libiche hanno perso oltre 500 combattenti per sconfiggere i jihadisti dello Stato Islamico, e poi a Roma con la firma fra i premier, Gentiloni e al-Sarraj, del memorandum sulla sicurezza che prevede estesi interventi bilaterali in Libia contro i trafficanti, inclusi aiuti allo sviluppo per «le regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale». Ciò significa che l’Italia è artefice e garante di una piattaforma comune di interventi in Libia destinata a contrastare i trafficanti grazie ad una cooperazione fra Tripoli e tribù del deserto capace di consolidare la sovranità dell’esecutivo di al-Sarraj.

L’Unione Europea, al recente Consiglio di Malta, ha sostenuto tale approccio e ieri sera il presidente americano Donald Trump ha incoraggiato l’Italia a proseguire sulla strada intrapresa. Ma sarebbe un errore ignorare gli ostacoli esistenti. A cominciare dagli interessi conflittuali di altre fazioni e nazioni. Se la Turchia di Recep Tayyp Erdogan ha da poco riaperto l’ambasciata a Tripoli - affiancandosi all’Italia - e converge sulle mosse della nostra diplomazia del deserto altrettanto non si può dire per l’Egitto, alleato di ferro del generale Khalifa Haftar della Cirenaica rivale di al-Sarraj. Gli Emirati Arabi Uniti invece hanno un proprio candidato alla guida della Libia e non si fidano di altri. Ci sono poi i dubbi sulla Gran Bretagna, presente a Misurata con le truppe speciali. Per finire con Francia e Russia, entrambe sostenitrici di Haftar, che si trovano ora davanti ad un evidente bivio: avallare la definitiva spaccatura della Libia oppure favorire con Roma un vertice di riconciliazione fra il loro protetto e al-Sarraj.

E’ tale cornice che spiega l’attesa per le mosse dell’amministrazione Trump. Il capo del Pentagono, James Mattis, ha espresso di persona al ministro della Difesa Roberta Pinotti il sostegno per il ruolo italiano - a partire dall’uso della base di Sigonella per le operazioni aeree anti-Isis - e il Segretario di Stato, Rex Tillerson, manifesta ai suoi collaboratori un approccio simile, forse dovuto alla conoscenza personale del Maghreb maturata quando era alla guida di Exxon. Da qui l’ipotesi che il presidente Trump possa decidere di sfruttare i risultati della diplomazia italiana nel deserto, puntando a consolidarli identificando nel nostro Paese l’alleato di riferimento. Mirando magari ad includere la Libia nell’ambito di un possibile «accordo regionale con la Russia sulle aree di crisi nel mondo arabo» di cui si vocifera a Washington. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/05/cultura/opinioni/editoriali/diplomazia-sul-fronte-del-sahara-rpOBrZcVVZwqB8AaZcN1lI/pagina.html
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« Risposta #119 il: Marzo 01, 2017, 05:25:58 »

Quando uno scontrino a Manhattan descrive il libero mercato dei taxi

Pubblicato il 25/02/2017 - Ultima modifica il 25/02/2017 alle ore 07:37
Maurizio Molinari

Caro Direttore, non so a quale diritto si richiamino i tassisti romani. Per quanto so, le licenze per i taxi vengono rilasciate dai Comuni. Pertanto è compito loro disciplinare il settore. Sappiamo pure che si è sviluppato un mercato privato delle licenze che ne ha portato i costi a cifre astronomiche, da 100 a 150 mila euro. Capisco quindi la rabbia espressa dai tassisti romani che vedono svanire il loro investimento. Ne consegue che avrebbero una qualche giustificazione nel pretendere un indennizzo dai Comuni di appartenenza per non aver fatto nulla per impedire questo mercato. Chiamare in causa il governo, e quindi la collettività, non penso abbia una qualche giustificazione logica.
Luigi Nale 
 …
Caro Nale, la rivolta dei taxi in più città italiane contro i tempi del decreto governativo celano l’opposizione all’arrivo dei concorrenti di Uber - o di servizi analoghi - e mi ha fatto venire alla mente un episodio vissuto a New York. Stavo scendendo da un taxi a Midtown Manhattan e quando mi è stata consegnata la ricevuta assieme al costo della corsa c’era scritto anche l’ammontare totale incassato da quella vettura sin dall’inizio dell’anno. La cifra era poco oltre 269.000 dollari e poiché era inizio settembre realizzai che quel singolo taxi avrebbe realisticamente finito l’anno tagliando il traguardo dei 400 mila dollari. Si tratta di un valore considerevole, frutto di corse ininterrotte delle vetture, con una rotazione di autisti quasi ogni 12 ore, basata su un costo medio della corsa di 8-10 dollari dentro Manhattan. Se i taxi sono 13.605, i tassisti titolari dei «Medallion» con diritto di guidarli sono ben 51.398. Tale sistema è rigidamente regolato dalle leggi della città di New York e consente ad altri servizi - come Uber e Via - di fare concorrenza offrendo alla clientela prezzi vantaggiosi fino ad arrivare a 5 dollari per ogni tipo di corsa. Ovvero, la somma fra rigide norme comunali sull’assegnazione delle licenze e liberalizzazione della concorrenza ha trasformato New York nel modello di una città dove possedere un taxi è un ottimo affare e al tempo stesso salire su un taxi costa talmente poco da competere con bus e metro. 

Al confronto di tale realtà ciò che colpisce in Italia è l’estrema rigidità di tutti i protagonisti della vicenda - autorità locali, governo e tassisti - apparentemente incapaci di vedere nelle vetture passeggeri un possibile volano di crescita, occupazione e nuove forme di consumo. Le riforme hanno successo quando creano nuovi diritti senza sacrificare i pre-esistenti: il valore delle licenze può essere conservato - e aumentato - consentendo ai taxi di viaggiare senza limiti di orario, creando così nuovi posti di lavoro e favorendo la competizione con chiunque, col risultato di scendere i prezzi. Ovvero, più lavoro e competizione favoriscono l’aumento dei consumi, portando in ultima istanza a maggiori profitti dei taxi. È un volano che potrebbe creare prosperità in molte città italiane. Ma per essere attivato ha bisogno del coraggio di scommettere - da parte di tutti - sul superamento di rigide normative e abitudini culturali ereditate da una stagione nella quale il taxi era un lusso e non un bene di largo consumo. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/25/cultura/opinioni/lettere-al-direttore/quando-uno-scontrino-a-manhattan-descrive-il-libero-mercato-dei-taxi-R9AuHJ2Wh9PDSo4RwVUFiM/pagina.html
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