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Autore Topic: ARRIGO LEVI  (Letto 1797 volte)
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« Risposta #45 il: Marzo 21, 2010, 11:02:46 »

21/3/2010

Ma è solo un passo, ora le riforme

   
ARRIGO LEVI

Non so quanta parte del messaggio indirizzato dal Papa «ai cattolici d’Irlanda» con la sua lunga e tormentata lettera pastorale giungerà al grande pubblico, in Irlanda o nel mondo.
Il tema è quello degli «atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati».

Ma in troppi altri Paesi sono esplosi analoghi scandali. Il Papa si duole che si sia voluto nasconderli, che vi sia stata «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali». E anche se è vero che «il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa», Papa Benedetto non vuol certo minimizzare la gravità particolare di atti criminali compiuti da sacerdoti irlandesi: «Vi chiedo di ricordarvi - dice il Pontefice, citando il suo amato Isaia - della roccia da cui siete stati tagliati».

A questo Papa non manca certo il coraggio. Lo sappiamo dal giorno in cui, nel 2005, Giovanni Paolo II, vecchio e malato, affidò a lui la redazione del testo per la Via Crucis del Venerdì Santo, e il mondo intero ascoltò, non senza stupore, il passaggio che diceva: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanto imperdonabile il tradimento dei discepoli».

Il testo contiene quella ammissione di colpa della Chiesa, anche ai più alti livelli, che gli era stata chiesta, e questo risponderà alle attese di molti, anche se non soddisferà il suo antico amico e aspro critico, Hans Küng, che aveva chiesto un «mea culpa personale»: non in relazione ai fatti d’Irlanda ma a simili eventi scandalosi emersi in molti Paesi, e che hanno sfiorato anche il suo sacerdozio in Germania. Viene condannata «la tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». È netto e chiaro l’invito ai colpevoli di sottoporsi «alle esigenze della giustizia».

Più aperta a discussione, anche all’interno della stessa Chiesa, appare l’analisi delle cause dell’emergere dello «sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi». Il Papa indica, come cause principali, «la rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese», l’abbandono delle pratiche religiose, «l’indebolimento della fede, la perdita di rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti». Dice Papa Benedetto ai «fratelli vescovi» colpevoli di aver mancato nel condannare i crimini di abusi dei ragazzi: «La gente d’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità», e che siate «sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti». Basterà, questo «programma», per portare a una «rinascita della Chiesa in Irlanda»? Il Papa si dice «fiducioso» che così sarà. Le sue parole solenni, e quelle che avrà modo di pronunciare nella Visita Apostolica in alcune diocesi irlandesi che ha contemporaneamente annunciato, avranno l’effetto auspicato di far superare, alla Chiesa non soltanto irlandese, la crisi che sta vivendo?

«Oportet ut scandala eveniant», è un antico detto. La denuncia dello scandalo era opportuna, anzi indispensabile. Ma non si può negare l’impressione che la lettera apostolica, ancorché meritevole, sia più che la conclusione solo un passaggio della fase critica che questo Pontificato sta vivendo. Di questa fase il Papa non è certo personalmente responsabile. Ma è a lui che la Chiesa chiederà di essere guidata in un difficile processo di autocritica, e forse di riforma, a cui questo testo ha dato soltanto l’avvio. Ed anzi è facilmente prevedibile che non mancherà chi deplorerà l’assenza di qualsiasi accenno alle ipotesi di riforma che pure si sono già levate all’interno della Chiesa stessa: a partire da quella rinuncia al celibato obbligatorio dei sacerdoti, che il Papa ha già difeso, ma che è soltanto una norma ecclesiastica dell’XI secolo. Papa Ratzinger non è che uno dei protagonisti di quel processo di «aggiornamento» della Chiesa a cui il Concilio Vaticano II ha dato inizio. In questa lettera pastorale egli dice, del «programma di rinnovamento» proposto dal Concilio giovanneo, che esso fu «a volte frainteso», e che «era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti». Lo era, e lo è ancora. Forse il Papa teologo potrebbe approfondire, con la sua grande fede e intelligenza, e con minor riluttanza di quanta ne abbia finora dimostrato, la ricerca del «modo migliore per portarlo avanti». Guardando, appunto, in avanti, e non volgendo lo sguardo, con una certa nostalgia, a un passato che non c’è più, e che non può ritornare.

Il problema - sia chiaro - non è soltanto della Chiesa cattolica, ma di tutte le correnti di pensiero, laico o religioso, di questa epoca di mutamenti profondi e incessanti. Per la Chiesa è tempo di riflettere sulle implicazioni e potenzialità di quel «relativismo cristiano» su cui grandi credenti come il Cardinale Martini hanno richiamato l’attenzione, e che è la fonte da cui la Chiesa nel nostro tempo ha tratto tanta vitalità. E ovviamente anche non pochi problemi

da lastampa.it
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