LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: VITO LOPS.  (Letto 2344 volte)
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« Risposta #15 il: Dicembre 17, 2016, 02:44:04 »

Via alla grande rotazione sui mercati.
Cosa cambia per bond, azioni, oro e valute

Di Vito Lops 15 dicembre 2016

La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base portando il costo del denaro all’ingrosso negli Usa nel nuovo range compreso tra 0,5% e 0,75%. Questa notizia era ampiamente attesa e non ha “sconvolto” più di tanto gli investitori. Ciò che non era atteso era il programma che la banca centrale ha per il 2017: alzare i tassi altre tre volte, anziché due come atteso dai mercati. Tecnicamente quindi si tratta di una sorpresa che, non a caso, si è subito riverberata sulle quotazioni finanziarie dei vari asset.

Il rendimento dei Treasury a 10 anni è balzato dal 2,5% al 2,6%. È salito anche quello del Bund tedesco (da 0,32% a 0,37%) ma meno rispetto al tasso del “cugino” americano. Di conseguenza lo spread Usa-Germania (in questo momento certamente più interessante rispetto allo spread Italia-Germania) si è impennato sul territorio inesplorato di 221 punti base.

Seguendo il rialzo dei tassi il dollaro si è rafforzato su scala globale. Il dollar index - che ne confronta l’andamento con le altre sei più importanti valute globali - è balzato ai massimi da 13 anni. Il cambio euro/dollaro è sceso ampiamente sotto quota 1,05, come non accadeva dal 2015. Il rafforzamento del dollaro, unitamente alla ritrovata propensione al rischio degli investitori (accelerata come spesso accade dall’esigenza di fare cassa e quindi performance a fine anno) sta indebolendo l’oro che anche oggi cede quasi il 2% (negli ultimi due mesi ha perso quasi il 20% neutralizzando buona parte del guadagno che aveva messo a segno da inizio anno).

L’indebolimento dell’euro sta dando nuova linfa alle Borse europee che sono reduci da settimane spumeggiante. In 10 giorni Piazza Affari ha guadagnato il 16%. Wall Street resta su valori prossimi ai record storici. La Borsa statunitense - essendo gli Usa un’area più sicura della più prospetticamente turbolenta Eurozona - si è rivelata con un +8% da inizio anno finora la valvola di sfogo dell’abbondante liquidità che deriva dalle politiche espansionistiche tenute negli ultimi anni dalle banche centrale e dalla rotazioni tecniche di asset finanziari.

    Lo scenario 15 dicembre 2016
I tre motivi per cui la «stretta» Fed non allarma i mercati

In questo momento gli investitori stanno vendendo le obbligazioni - perché i tassi stanno salendo e di conseguenza i prezzi, che si muovono in maniera inversa, “devono” scendere - e comprando azioni. Un fenomeno noto come la “grande rotazione”. Dai bond all’equity.

La domanda è, a questo punto, fino a quanto potrà durare questo trend che, come ogni tendenza, ha un inizio e una fine. Soprattutto considerato che Wall Street viaggia con un rapporto prezzo/utili (secondo i calcoli dell’economista e premio Nobel Robert Shiller) oltre 28 volte. Un multiplo da bolla.

Secondo molti esperti c’è una soglia tecnica. Quando i Treasury Usa saranno venduti a tal punto da far sì che il nuovo rendimento (a parità di cedola) si impenni dal 2,6% al 3%, sarà il segnale che potrà partire la “rotazione reverse”. Ovvero gli investitori che oggi stanno vendendo bond e comprando azioni, potranno iniziare a fare l’opposto: vendere azioni (che rischiano l’effetto bolla) e ricomprare obbligazioni Usa a tassi di partenza molto più interessanti. Quale sarebbe appunto il 3%.

Qualora l’investitore europeo volesse replicare questa strategia è bene che sappia che è probabile che se il Treasury arriva al 3% probabilmente contestualmente il dollaro si sarà ancor più avvicinato alla parità con l’euro. A quel punto il rischio cambio (ovvero un eventuale recupero dell’euro sul dollaro) potrebbe mettere in difficoltà quel 3% di partenza che sarebbe, nell’ipotesi, garantito dai titoli di Stato Usa.

Il mercato è, come sempre, paragonabile a una fisarmonica. Le classi di investimento si muovono sempre con una certa logica che ne riflette armonie (o trend) del momento. Tenendo fede al vecchio adagio “nessuno ti regala mai niente”.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-12-15/via-grande-rotazione-mercati-cosa-cambia-bond-azioni-oro-e-valute-123526.shtml?uuid=ADZ0RXEC
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« Risposta #16 il: Gennaio 14, 2017, 06:41:25 »

ATTESA PER LA DECISIONE
Ecco perché la decisione di Dbrs sul rating è così importante

    –di Vito Lops 13 gennaio 2017

Gli scaramantici possono aggiungere ai market mover del giorno - la pronuncia da parte dell’agenzia canadese Dbrs sul rating dell’Italia - il fatto che questa decisione sia arrivata di “venerdì 13”. Ma più della numerologia conta la sostanza dei fatti. Si tratta di una decisione non da poco perché da essa dipende quanto “costerà”, in termini di garanzie, alle banche chiedere in prestito liquidità alla Bce. Cerchiamo di capire perché.

    L’Analisi
Il voto Dbrs e le vere incognite sulle banche

Il primo punto da capire è che quando una banca commerciale europea chiede un prestito di liquidità alla banca delle banche, la Banca centrale europea, lo fa dando in pegno un collaterale. Una garanzia. Un po’ come quando una famiglia chiede un mutuo e dietro quel prestito la banca chiede in garanzia l’ipoteca sulla casa. I titoli di Stato italiani sono una delle garanzie che le banche possono dare alla Bce per chiedere la liquidità. Sono accettati dalla Bce e, in più, alle banche italiane può far comodo dato che in portafoglio ne detengono un controvalore superiore ai 400 miliardi di euro.

Ma quanto valgono i titoli di Stato italiani per la Bce? Quanta liquidità può prestare alle banche in cambio di un BoT o BTp? Il punto è questo. Perché dal valore attribuito dalla Bce dipende anche la trattenuta sul prestito, tecnicamente chiamata nelle stanze di Francoforte haircut. Il valore attribuito dalla Bce dipende a sua volta dal rating che il Paese che emette quel titolo governativo può esibire. Sebbene vi siano numerose agenzie di rating al mondo, la Bce prende in considerazione il giudizio di quattro agenzie: le americane S&Poor’s e Moody’s, la francese Fitch e la canadese Dbrs. Per la Bce non è importante che tutte e quattro le agenzie abbiano un giudizio “A” per applicare le condizioni di miglior favore, ovvero il minor taglio possibile sul prestito. È sufficiente una “A” tra le quattro agenzie.

Ecco perché il giudizio di Dbrs - il downgrade era prevedibile perché ad agosto l’agenzia aveva aperto una procedura di revisione del rating con outlook negativo - era molto atteso. Dbrs era rimasta l’unica agenzia (delle quattro monitorate dalla Bce) ad avere un giudizio mite sull’Italia: “A-low”. Bastava un notch, un solo gradino in giù, e anche Dbrs si sarebbe unita al giudizio delle altre tre sorelle del rating che da diverso tempo hanno fatto scendere l’Italia dal livello “A” in “Serie B”. E così è stato.

Questa bocciatura, quindi, aumenterà la trattenuta che la Bce chiederà sui titoli di Stato italiani dati in pegno dalle banche quando chiedono liquidità.

Se sei al piano “A” e dai un BoT come garanzia la Bce ne trattiene solo lo 0,5%. Ma se retrocedi in serie “B” la Bce ne trattiene il 6%. Così, se dai in garanzia un BTp nel primo caso la trattenuta è al 6%, mentre nel secondo più che raddoppia al 13%.

Ovviamente la decisione non riguarda teoricamente solo le banche italiane ma tutte quelle che hanno in portafoglio titoli governativi italiani e che intendono darli in garanzia per ottenere finanziamenti dalla Bce.

Secondo i calcoli di Rabobank- che risalgono allo scorso agosto - le banche italiane attualmente hanno prestiti presso la Bce per 142 miliardi di euro. Il downgrade da parte di Dbrs dovrebbe aumentare le garanzie necessarie per sostenere questo prestito di circa 10 miliardi.

    L’ANALISI 6 gennaio 2017
Primi esami per il BTp ma il vero test sarà «politico»
Gli esperti, comunque, sono divisi sull’impatto di un eventuale downgrade. Perché, come ci raccontiamo da tempo, le difficoltà che stanno affrontando le banche europee non sono legate a una mancanza di liquidità. Di questa ce n’è fin troppa. Ad esempio, come ricorda Bankitalia, il collaterale depositato in Bce dalle banche italiane eccede del 40% quanto necessario a ottenere i prestiti Bce.

Va poi detto che i titoli di Stato italiani sono solo una fetta di un’enorme lista di titoli eligible, quelli accettati in garanzia dalla Bce.

E allora dove sta il problema? Potrebbe essere più politico che tecnico. Un downgrade non fa piacere a nessuno. Lo scorso agosto, quando aveva appreso dell’apertura della procedura di revisione da parte di Dbrs, il Tesoro in una nota non aveva nascosto la sua irritazione: «La nostra opinione è che ci sia una violazione delle regole e stiamo valutando se ci sono le condizioni per contestare la decisione di rivedere il rating al di fuori del normale calendario di pre-annunciato».

Un downgrade non fa piacere a nessuno. Tanto meno all’Italia, che nonostante negli ultimi 10 anni di crisi sia stata “costretta” a generare record di avanzi primari (mentre la maggior parte degli altri Paesi reagiva alla crisi ampliando il deficit fiscale), resta ancora la terza economia dell’Eurozona.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-13/oggi-dbrs-decide-rating-paese-ecco-perche-e-cosi-importante-102529.shtml?uuid=AD2kYHXC
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« Risposta #17 il: Gennaio 29, 2017, 08:48:53 »

Titoli di stato
Perché lo «spread dell’inflazione» penalizza l’Italia e il debito pubblico

    –di Vito Lops 27 gennaio 2017

Se c’è una cosa buona che fa l’inflazione è quella di abbattere il costo reale di un debito. Se però i tassi sul debito aumentano più dell’inflazione siamo punto e a capo. Il costo reale (depurato per l’inflazione) di quel debito anziché diminuire aumenta. Ed è quello che rischia di accadere in Italia se l’andazzo degli ultimi mesi diventerà (più o meno) strutturale.

Il rendimento del BTp a 10 anni è passato dall’1,2% della scorsa primavera agli attuali 2,23%. Questo aumento non impatta ovviamente sulle casse dello Stato in merito allo stock di titoli a cedola fissa già emessi ma sui nuovi titoli. E lunedì il Tesoro emetterà nuovi titoli in asta a medio-lungo termine (5 e 10 anni) per quasi 10 miliardi e qui le cedole (e di conseguenza il costo nominale del debito) saranno certamente più alte rispetto alle precedenti emissioni.

Questo perché sul mercato secondario dei titoli di Stato i BTp in circolazione già scontano (non potendo farlo sulla vecchia cedola che è fissa, lo fanno sul prezzo che si è allontanato a quota 91 rispetto ai 100 a cui verrà rimborsato il titolo a scadenza) un tasso del 2,23%. Ed è su questi livelli che dovrebbe attestarsi quindi il costo della nuova cedola a 10 anni che il Tesoro andrà a vendere lunedì.

Ciò che conta, però, non è il costo nominale debito ma quello reale. E questo dipende, come visto, dall’inflazione. Tanto più è alta l’inflazione tanto sarà nella sostanza meno costoso per il Tesoro rimborsare gli interessi sul debito. Viceversa più l’inflazione è bassa più sarà caro in termini reali il monte interessi da rimborsare.

In questa fase, a livello globale, stiamo assistendo a un generale aumento dei tassi di interesse. Perché gli investitori si aspettano un rialzo futuro del costo del denaro da parte delle banche centrali (a partire dagli Usa che già hanno avviato questo percorso con due strette negli ultimi 13 mesi a cui potrebbe aggiungersi un’altra a giugno e poi a ruota, fra 1-2 anni, nell’Eurozona). Le banche aumenteranno i tassi solo però se allo stesso tempo l’inflazione attesa continuerà a dare segnali di normalizzazione.

C’è un grafico che misura l’andamento delle stime nel medio termine dell’inflazione. Lo consulta tutti i giorni il governatore della Bce Mario Draghi. È l’indice “5y5y Eurozone inflation”: stima ad oggi come sarà l’inflazione fra 5 anni e per i prossimi 5 anni. Dato che l’obiettivo della Bce è quello di mantenere la stabilità dei prezzi su un livello «inferiore ma vicino al 2%» nel medio termine, è questo il grafico da prendere in considerazione per provare a intercettare le prossime mosse monetarie dell’istituto di Francoforte.
LE ASPETTATIVE DI INFLAZIONE FRA 5 ANNI (E PER I PROSSIMI 5) NELL'EUROZONA
Dati in percentuale
2012OttAprOttAprOttAprOttAprOtt1,01,21,41,61,82,02,22,42,62,8

Come dimostra il grafico, il tasso di inflazione atteso è aumentato di 50 punti base in pochi mesi. Ad agosto la stima “5y5y” era pari all’1,3%. Oggi siamo vicino all’1,8%: 50 punti base appunto. Questo ci aiuta a capire come mai il rendimento del Bund tedesco è passato da 0 allo 0,48% nello stesso arco temporale. Gli investitori stanno semplicemente adeguando il rendimento delle obbligazioni rispetto alle mutate previsioni inflative.

Al di là delle stime e dei dati che mediano fra più Paesi, però, il costo reale del debito si paga di anno in anno in base a quella che è stata l’inflazione generata dal singolo Paese.

Questi dati ci dicono che oggi l’Italia ha una spinta inflativa meno forte rispetto all’area euro nel suo complesso. A dicembre, su base annua, il livello generale dei prezzi è cresciuto dello 0,5%. Molto meno rispetto all’1,6% della Spagna, all’1,7% della Germania e all’1,1% medio dell’area euro.
IL CONFRONTO TRA L’INFLAZIONE IN ITALIA, SPAGNA ED EUROZONA
Dati in percentuale
Italia Eurozona Spagna
20092010Lug2011Lug2012Lug2013Lug2014Lug2015Lug2016Lug-2-101234

Se questo “spread tra le inflazioni dei diversi Paesi” proseguirà vorrà dire che nei prossimi mesi all’Italia costerà di più in termini reali, nel raffronto con gli altri Paesi, rimborsare il debito. E ancor di più se consideriamo anche che i tassi nominali sul debito stanno aumentando molto più in Italia che altrove. Basti pensare che a marzo il BTp a 10 anni esprimeva un tasso di interesse dell’ 1,25% mentre il corrispettivo Bonos spagnolo era considerato più rischioso e “pagava” l’1,51%. Oggi la situazione si è capovolta. Quel BTp è andato al 2,23% (quindi 100 punti base in più) mentre il Bonos è più o meno rimasto lì (1,57%). In 10 mesi l’Italia ha perso nei confronti della Spagna quasi 100 punti base nominali sul titolo decennale. Senza considerare la minor inflazione che sta generando. Il che vuol dire che in Spagna per quest’anno quel costo dell’1,5% verrà abbattutto dall’inflazione dell’1,6% mentre quel 2,23% italiano sarà limato solo di 50 punti base (se l’inflazione resterà sui livelli attuali).

A onor della “macro-cronaca” va poi detto che probabilmente le aspettative di inflazione nel medio-periodo probabilmente peccano di eccessivo “entusiasmo”. Se infatti osserviamo l’andamento dell’ “inflazione core” (quella che non conteggia i beni energetici e le materie prime agricole) notiamo una straordinaria stabilità: l’area euro pare imballata intorno allo 0,9%.
L’ANDAMENTO DELL'INFLAZIONE CORE
Sono esclusi i beni energetici e i prodotti agricoli non lavorati. Dati in percentuale
Italia Eurozona Spagna
20112012Lug2013Lug2014Lug2015Lug2016Lug-0,50,00,51,01,52,02,53,0

Questo ci dice che l’inflazione generale sta avendo una fiammata negli ultimi mesi in virtù dell’aumento del costo delle materie prime. Nell’ultimo anno infatti il prezzo del petrolio è praticamente raddoppiato: da 28 a 56 dollari al barile. Ma dato che l’inflazione si calcola anno su anno, è ragionevole ipotizzare che, salvo un nuovo raddoppio del prezzo del petrolio, la spinta inflativa delle materie prime tenderà a ridursi nei prossimi mesi/anni.

E allora perché gli investitori stanno comunque puntano su un aumento dell’inflazione anche nel medio-periodo (5y5y all’1,8%)? Molto semplicemente perché si aspettano che nei prossimi anni i governi dei Paesi europei (anche qui trascinati dagli Usa come first mover) adottino politiche fiscali più espansive che aumentino il potere d’acquisto della fascia medio-bassa della popolazione, l’unica in grado di impattare sull’ “inflazione core”.

Ma si tratta di una scommessa. Peraltro con ostacoli non semplici da superare: si veda il principio del pareggio di bilancio novellato nell’articolo 81 della Costituzione o le ritrosie di Bruxelles a derogare sul vincolo del deficit/Pil al 3%. Con questi paletti come potranno i Paesi europei adottare politiche fiscali aggressive nei prossimi anni a tal punto da stimolare l’inflazione?

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http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-27/perche-spread-dell-inflazione-penalizza-l-italia-e-debito-pubblico-121951.shtml?uuid=AEYJeDJ
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« Risposta #18 il: Marzo 05, 2017, 11:20:10 »

Ecco lo spread che ci avvisa quando le azioni sono a rischio bolla

Di Vito Lops 03 marzo 2017

I mercati finanziari sono pieni di indicatori. Di dati ce ne sono fin troppi. Analisti e operatori ogni giorno si trovano di fronte a un overload di numeri e informazioni di fronte ai quali non sempre è facile capire quale direzione prenderà nelle ore successive il flusso di capitali.

Uno degli indicatori più utilizzati dai tecnici, ma che spesso resta nell’ombra ai più, è lo spread tra l’earning ratio yield (il rapporto tra l’utile per azione degli ultimi 12 mesi e il prezzo corrente di mercato) di una Borsa rispetto al rendimento dei titoli a 10 anni espresso dallo stesso Paese o area geografica.

È molto utile perché fotografa in tempo reale il costante duello tra azioni e titoli governativi. Se un Paese è affidabile, è giustificato che vi sia uno spread (un differenziale) tra azioni e bond, proprio perché le azioni sono tendenzialmente una classe di investimento più rischiosa rispetto ai titoli di Stato. E questo spread misura proprio il premio al rischio che un investitore “riceve” per il fatto di investire in un asset potenzialmente più pericoloso.

Quando questo spread si attenua, si riduce anche il premio al rischio e i titoli di Stato diventano di conseguenza più attraenti. Oppure, leggendo l’altro lato della medaglia, può voler dire che le azioni sono diventate un po’ carucce. In sostanza, il “gioco” di detenere azioni anziché bond inizia a valere meno della candela.

Bene, osservando oggi l’andamento di questo spread negli Usa si ricava un’indicazione interessante.
LA DIFFERENZA TRA GLI UTILI PER AZIONE A WALL STREET E IL RENDIMENTO DELLE OBBLIGAZIONI USA A 10 ANNI
Earning ratio yield dell'S&P 500 versus Treasury a 10 anni

Man mano che le azioni a Wall Street stanno macinando record (mercoledì l’indice Dow Jones ha superato per la prima volta la soglia dei 21mila punti e il più corposo S&P 500 ha sorpassato per la prima volta nella storia i 2.400 punti) sta calando l’earning ratio yield delle stesse azioni (che si ottiene dividendo l’utile per azione degli ultimi 12 mesi per il valore corrente di Borsa dell’azione). L’earing ratio yield (che è l’inverso del price/earning, un altro multiplo molto utilizzato) dell’S&P 500 è sceso al 4,39 per cento. Un dato decisamente basso rispetto agli ultimi anni. Basti pensare che nel 2012 era al 7%, nel 2009 a 9% e lo scorso anno oltre il 5 per cento.

    L’Analisi
Listini Usa, se l’euforia irrazionale riempie il vuoto

Allo stesso tempo sta aumentando il rendimento dei Treasury (i titoli di Stato Usa) per via dell’aumento dell’inflazione. Il tasso decennale è salito al 2,5%, 100 punti base in più rispetto allo scorso settembre. Di conseguenza lo spread tra le due classi di investimento si sta riducendo. Siamo a 192 punti (1,92%).

Il premio al rischio di investire a Wall Street è sceso: ovvero le azioni, a fronte di una maggiore volatilità sul prezzo, “promettono” oggi “appena” l’1,92% annuo in più rispetto ai titoli di Stato Usa. Lo scorso anno il premio al rischio era superiore al 3 per cento. Nel 2011 oltre il 6 per cento.

Per trovare un livello così basso bisogna tornare indietro nel tempo, esattamente al 2010. Quell’anno, in cui lo questo speciale “spread” scese anche sotto l’1%, Wall Street perse il 13% in due mesi, segnando il peggior andamento bimestrale di sempre.

Questo non vuol dire che Wall Street - che continua ad apprezzarsi in scia alle promesse, per ora non corroborate nei fatti da piani sostanziali, del nuovo presidente Donald Trump - è inevitabilmente destinata a una forte correzione. Ma in ogni caso può offrire a risparmiatori e investitori uno spunto di riflessione in più. Prima di operare in un mercato che inizia, lo dicono i numeri, a surriscaldarsi.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-03-03/ecco-nuovo-spread-che-ci-avvisa-quando-azioni-sono-rischio-bolla-122337.shtml?uuid=AECkIHh
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« Risposta #19 il: Marzo 28, 2017, 11:39:31 »

Quanto manca alle Borse per rivedere i record? Alla Germania il 2%, all’Italia il 150%, al Giappone 28 anni

    –di Vito Lops 17 marzo 2017

A giorni la Borsa tedesca potrebbe ritoccare il massimo storico raggiunto il 10 aprile 2015, a quota 12.390 punti. Grazie al +5% messo a segno da inizio anno il listino azionario principale in Germania, il Dax, è a soli 2 punti percentuali dal ritornare laddove il territorio che ne segue è inesplorato. Lo stesso vale per le Borse di Londra e New York che sono a meno di un punto percentuale dal top che però hanno già aggiornato in questo 2017, qualche seduta fa.

    La borsa di Milano 16 marzo 2017

Piazza Affari sfonda 20mila punti. Ai massimi da 14 mesi

Questi tre listini (Usa, Regno Unito e Germania) stanno vivendo il loro momento più alto. Ma non è così per tutte le Borse. Il Cac 40 di Parigi dovrebbe salire del 38% per riportarsi nella sua espressione più alta, quei 6.944 punti toccati il 4 settembre del 2000. Anche Piazza Affari dovrebbe fare un salto quantico nel tempo per respirare aria di record. Sono passati oltre 17 anni (era il 6 marzo del 2000) da quando il listino delle blue chip milanesi toccò 50.108 punti. Oggi naviga a quota 20.000: vuol dire che necessita di un balzo del 150% per mettersi in pace con la storia.

Ci sono poi casi ancor più eclatanti come quello della Borsa di Lisbona, a cui manca una performance del 226% per tornare in auge (o, se vogliamo, ha perso il 69% dai suoi momenti più felici) e quello della Borsa di Atene che dista il 905% dal picco che risale al 17 settembre del 1999.

A livello temporale c’è però chi batte la Grecia. L’indice Nikkei di Tokyo annovera la sua peak performance addirittura al 29 dicembre del 1989, 28 anni fa. Per riproporsi su quei livelli dovrebbe raddoppiare il proprio valore. Mentre alla Cina manca un +54% per riesplorare i massimi del 2015.
QUANTO MANCA ALLE BORSE PER RIVEDERE I MASSIMI STORICI

L’analisi dell’andamento delle Borse spesso aiuta a raccontare anche la storia economica e l’andamento dei singoli Paesi. Da questa speciale “classifica di distanza dei valori azionari dai picchi” possiamo ricavare che il Giappone sta pagando ancora la “giapponesizzazione” dell’economia, oppure che Stati Uniti e Germania sprizzano salute. Così come che Atene e Lisbona arrancano mentre l’Italia è ingessata, ancora lontana dal momento di massimo fulgore.

Non bisogna però commettere l’errore di associare algebricamente la Borsa di un Paese al cuore dell’economia di quel Paese. In un’economia sempre più globalizzata - dove le multinazionali dichiarano utili nei Paesi dove è più agevole ottenere risparmi fiscali - le carte si rimescolano un po’. E non sempre i listini sono rappresentativi dell’economia domestica. Ad esempio la maggior parte delle aziende quotate sul listino spagnolo hanno una forte connessione con l’economia brasiliana. Quindi se l’indice Ibex corre non è necessariamente detto che i cittadini spagnoli stiano, in quanto a standard di vita, correndo di pari passo.

    Scenari sui mercati 23 febbraio 2017

Perché (dopo Mosca) Milano è la Borsa peggiore da inizio anno

Un altro fattore che può distorcere il collegamento tra una Borsa e lo stato di salute generale delle imprese domestiche riguarda il sovrappeso che un settore può avere nella composizione di un indice. Ad esempio il Ftse Mib di Milano - che calcola l’andamento ponderato dei 40 titoli più importanti - è sbilanciato sui titoli finanziari che hanno un peso superiore al 30%. Quindi se le banche se la passano male, l’immagine dell’intero listino ne risulta oltremodo penalizzata.

Il fatto che un indice non sia necessariamente lo specchio di un Paese emerge chiaramente anche dal confronto del Ftse Mib con il Ftse-Italia All Stare. Al primo, come detto, manca un +150% per rivedere i massimi. Al secondo - che annovera anche imprese più piccole, di media capitalizzazione, ma più rappresentative del tessuto produttivo italiano, occorre “appena” un 17% per tornare al picco del 20 luglio 2015.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-03-17/quanto-manca-borse-rivedere-record-germania-2percento-all-italia-150percento-giappone-28-anni-183306.shtml?uuid=AEM7Wbo
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« Risposta #20 il: Giugno 17, 2017, 10:53:26 »

Il Bitcoin crolla del 24% in quattro giorni. Perché è sulle montagne russe

•   –di Vito Lops
•   15 giugno 2017

Da inizio anno il Bitcoin vale il 140% in più. Se però si osserva la quotazione della scorsa settimana - quando negli scambi intraday la criptovaluta più gettonata è arrivata a toccare quota 3.000 dollari - e la si confronta con quella di oggi (2.283) si scopre che in quattro sedute il Bitcoin ha perso il 23,9% del proprio valore.
Un’escursione al ribasso talmente violenta che a questo punto chi ha deciso recentemente di acquistare nelle varie piattaforme elettroniche che lo consentono la moneta digitale più famosa del web comincia a chiedersi se abbia commesso un grosso errore. Se, come avviene quando si è nel bel mezzo di una tipica bolla finanziaria, sia rimasto con il cerino acceso in mano.
È presto per dirlo, così come è al momento francamente complesso tacciare il Bitcoin e il fenomeno generale delle cripto valute come una moda passeggera o una bolla destinata certamente a implodere.
Di certo bisogna dire che non si tratta della prima volta che il Bitcoin subisce i contraccolpi della volatilità. A fine 2013 valeva già oltre 1.100 dollari. Meno di un anno dopo era scesa sotto i 400 dollari. Dopodiché, a partire dal 2015, è iniziato un forte trend rialzista sfociato con la clamorosa accelerazione partita lo scorso autunno che ha portato la valuta da 700 a 3.000 dollari.
L’ANDAMENTO PAZZO DEL BITCOIN
La volatilità sulla criptovaluta più utilizzata al mondo
GenMarMag5001.0001.5002.0002.5003.000
Le ultime sedute però sono state particolarmente nefaste per la quotazione che, come detto, si è depressa in poche ore di quasi un quarto del valore. Non aiuta in tal senso un report di Morgan Stanley secondo cui il Bitcoin, e più in generale le cripto valute, non potranno affermarsi in futuro né come delle valide monete né come delle interessanti forme di investimento finanziario. Secondo la banca d’affari il Bitcoin è una modalità scomoda per i pagamenti di beni e servizi che non potrà reggere il confronto con la praticità e la solidità oggi garantita dalle carte di debito e credito.
Il peccato capitale di cui soffrirebbe il Bitcoin è la sua volatilità. Talmente elevata che lo rende troppo difficile per affermarsi come mezzo di pagamento.
Una secca bocciatura al Bitcoin e alla sua ascesa, così come - per estensione - alla seconda criptovaluta del pianeta, Ethereum. Del resto lo avevamo già detto: il Bitcoin ha degli innegabili punti di forza - che in parte giustificano la folle corsa negli ultimi mesi - ma anche una potenziale estrema fragilità.
Tra i punti di forza c’è la sua stessa natura di moneta limitata. Secondo le regole per l' “estrazione” fissate dall'ideatore (noto con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto) il Bitcoin tende asintoticamente al limite di 21 milioni, limite che dovrebbe essere raggiunto a una trentina d'anni dalla nascita. Quindi stiamo parlando di una potenziale risorsa limitata. Che sia limitata è fuor di dubbio. Che diventi una risorsa dipende - e questo è il destino comune a tutte le valute, digitali o cartacee - da quanto verrà accettata come mezzo di scambio.
“Secondo Morgan Stanley il Bitcoin è una modalità scomoda per i pagamenti di beni e servizi che non potrà reggere il confronto con la praticità e la solidità oggi garantita dalle carte di debito e credito”
La scommessa è tutta qui: si rafforzerà come mezzo di pagamento? Quante piattaforme in futuro accetteranno Bitcoin nell’e-commerce? Per acquisire credibilità una criptovaluta ha bisogno di un andamento costante e poco volatile. Una qualità che nell’ultima settimana il Bitcoin ha dimostrato di non possedere ancora. Perché può bastare un report o una decisione politica di un Paese di non accettarlo per minarne le fondamenta e la crescita.
A conti fatti il Bitcoin non è quindi né promosso né bocciato al test dei mercati finanziari. Per ora è (solo) rimandata.
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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-06-15/il-bitcoin-crolla-24percento-quattro-giorni-perche-e-montagne-russe-181318.shtml?uuid=AEpNkLfB
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« Risposta #21 il: Luglio 02, 2017, 04:59:01 »

IL BILANCIO DEI PRIMI SEI MESI
Piazza Affari, mini-rally con le banche
Di Vito Lops 01 luglio 2017

Un semestre così in Borsa mancava da diverso tempo. Dobbiamo tornare indietro al 2009, quindi otto anni fa, per incrociare performance simili a quelle messe a segno dall’azionario in questo 2017. In sei mesi la capitalizzazione globale delle Borse è lievitata di 9mila miliardi e viaggia oggi sui massimi di tutti i tempi a quota 75.770 miliardi di dollari.

Dei 30 indici delle più grandi Borse al mondo, soltanto quattro (Cina, Canada, Israele e Russia) hanno registrato una performance negativa. Per tutti gli altri listini big il leit motiv è stata la crescita. È stato il semestre della tecnologia: l’indice Nasdaq ha aggiornato per ben 38 sedute il massimo storico, chiudendo i primi sei mesi con un rialzo del 14% (+27% in 12 mesi). Va però detto che nelle ultime settimane sull’hi-tech Usa è aumentata la volatilità, il che lascia presupporre una possibile correzione alle porte.

SONDAGGIO ASSIOM FOREX-RADIOCOR 30 giugno 2017
Borse, più incertezza tra gli operatori. Pesano politica e inflazione
Tencent Holdings, il più importante produttore mondiale di videogiochi, e WeChat, il più popolare social network locale, sono balzati del 40%. Alibaba, il più grande mercato elettronico asiatico, è salito del 60%. Questi titoli hanno aiutato l’indice Msci Asia ex Japan ad archiviare una performance di metà anno superiore al 20%.

Più contenute ma comunque solide le performance degli indici che inglobano la “old economy”. L’S&P 500 e il Dow Jones hanno incamerato un apprezzamento dell’8% superando la media delle Borse europee (+6,5%) che in ogni caso hanno dimostrato una ritrovata verve grazie all’aumento degli utili societari. Il Ftse Mib di Piazza Affari - nonostante da metà maggio abbia perso il 5,5% - chiude il primo semestre con un rialzo del 7%, soprattutto grazie al recupero del settore bancario (+17%). In linea generale hanno sofferto i titoli del settore energetico. L’ “oil and gas” europeo è arretrato dell’11%, quello italiano del 16%. Un dato che fa il paio con l’andamento del petrolio: a inizio anno un barile costava 54 dollari mentre ieri (qualità Wti) non superava i 45 (-16%). Del resto il calo del petrolio ha stupito molti analisti che invece a gennaio si erano sbilanciati a favore delle quotazioni del greggio. Così come le previsioni ipotizzavano un ulteriore rafforzamento del dollaro e un rialzo dei tassi dei titoli di Stato Usa. Delle tre, nemmeno una. Il petrolio, come visto, ha subito un calo a doppia cifra con un ribasso massimo rispetto ai picchi dell’anno del 23%. Il dollaro, anziché rafforzarsi in funzione delle politiche monetarie restrittive della Fed (che in questa prima metà dell’anno ha alzato due volte i tassi di interesse) si è indebolito. Il dollar index - che sintetizza l’andamento del biglietto verde rispetto alle sei principali divise del pianeta - è arretrato del 7,5%.


DOPO L'ANNUNCIO DEL RIASSETTO  30 giugno 2017
Scatta Unipol e scende UnipolSai, per analisti aumentano chance M&A
Ancor più marcato il cross con l’euro che è passato da 1,05 a 1,14, segnando un corposo +8,5%. Quanto ai titoli di Stato Usa, il rendimento dei Treasury a 10 anni è sceso dal 2,45 al 2,26%, circa 20 punti base in meno. E questa non è una bella notizia perché, a fronte di una Fed impostata sul rialzo dei tassi (ne ha promesso un altro entro l’anno e tre nel 2018), il fatto che i tassi sulla parte lunga del debito vadano in controtendenza indica in un certo qual modo che gli investitori sono scettici sulla capacità da parte dell’economia Usa di assorbire, in termini di futura crescita economica, l’avviato percorso di normalizzazione dei tassi.

Nell’Eurozona invece, rispetto a inizio anno, oggi i tassi sono più alti. Il Bund a 10 anni si attesta allo 0,47 % (0,18% a gennaio) e il corrispettivo BTp al 2,16% (1,74% a gennaio). Ma gran parte di questo rialzo è arrivato nell’ultima settimana quando i principali esponenti della Bce hanno rilasciato dichiarazioni “vaghe” a proposito dell’avvio del tapering, il processo di riduzione degli stimoli che prima o poi l’istituto di Francoforte sarà chiamato ad annunciare. Molti investitori temono che l’abbrivo sia a settembre e quindi nelle ultime sedute hanno iniziato ad alleggerire le posizioni in bond governativi dell’area euro. Va detto che anche in questo caso gli analisti non ci hanno preso. A inizio anno era quasi unanime il parere sulle obbligazioni: dopo 35 anni di rialzi il mercato nel 2017 sarebbe sceso. Questa prima metà a livello globale ci dice il contrario: la capitalizzazione mondiale di bond è cresciuta di 3mila miliardi di dollari, vicinissima a quota 48mila miliardi.

LA GIORNATA DEI MERCATI  30 giugno 2017
Borse, semestre si chiude con Milano a +7%. Londra maglia nera con +2,4%
In ogni caso per il semestre che verrà non bisogna sottovalutare il fatto che le banche centrali più importanti- che più delle promesse per ora non realizzate di Trump hanno guidato gli investitori fino ad ora - difatti si avviano ad alzare quasi coralmente i tassi o a drenare gli stimoli. Oltre alla Fed (che dal 2015 ha alzato il costo del denaro quattro volte) anche la Bank of England e la Banca del Canada hanno comunicato che potrebbero a breve alzare i tassi. Senza dimenticare la Bce che, se non sarà a settembre, in ogni caso fra qualche trimestre probabilmente avvierà la riduzione degli acquisti di bond. Potrebbe quindi anche essere che nei prossimi mesi gli investitori inizino a dare ragione alle previsioni - fino a questo punto completamente sbagliate - fatte dagli analisti a inizio anno.

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