LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Enrico MARRO -  (Letto 13718 volte)
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« Risposta #30 il: Agosto 12, 2014, 06:53:35 »

L’analisi

Articolo 18: via il tabù, ma nella realtà per i giovani già non vale
I difensori dell’articolo 18 ritengono che togliendolo verrebbe meno una tutela fondamentale.
I contrari osservano che esso non può essere un diritto


Di Enrico Marro

Articolo 18, ci risiamo. Si può anche pensare che dietro la richiesta del Nuovo centrodestra di eliminarlo per i «nuovi assunti» ci sia la necessità di Angelino Alfano di dare più visibilità al suo partito. Sbaglierebbe però il governo a non affrontare una seria discussione sul tema. Non solo perché Ncd fa parte della maggioranza. Ma soprattutto perché la Regolamentazione dei licenziamenti non è stata risolta al meglio dalla riforma Fornero del 2012, che pure ha avuto il merito di affrontare per prima il tabù. Ma è sfociata in un groviglio di norme di difficile interpretazione e ad alto rischio di contenzioso, fonte di incertezza sia per le imprese sia per i lavoratori.

La materia è controversa, lo sappiamo. I difensori dell’articolo 18 ritengono che togliendolo verrebbe meno una tutela fondamentale per i lavoratori contro eventuali soprusi del datore di lavoro, aprendo scenari di precarizzazione di massa, con effetti negativi sull’economia. E sostengono che le aziende non assumono perché possono licenziare, ma solo se la domanda tira. I contrari all’articolo 18, invece, osservano che esso non può essere un diritto fondamentale se protegge meno di 10 milioni di lavoratori e ne lascia fuori altri 7 milioni (quelli delle aziende fino a 15 dipendenti e quelli con contratto a termine). E sono convinti che l’eliminazione del diritto al reintegro nel posto di lavoro (tranne che nei licenziamenti discriminatori) spingerebbe le aziende ad assumere di più e migliorerebbe la produttività attraverso un effetto deterrenza su lavativi, assenteisti e imboscati. A quest’ultimo argomento i difensori dello Statuto oppongono la tesi che la produttività aumenta formando e fidelizzando i lavoratori. I contrari ribattono che le aziende comunque non si priverebbero dei lavoratori bravi sui quali hanno investito.

Sarebbe bene però che il dibattito circoscrivesse con esattezza l’oggetto del contendere. Oggi, oltre che per i lavoratori delle piccole imprese, l’articolo 18 non esiste più di fatto neppure per i giovani, i «nuovi assunti» di cui parla Alfano. I quali, dopo il decreto Poletti, possono essere assunti dalle aziende liberamente (cioè senza indicare la causale) con contratti a termine fino a tre anni ed eventualmente essere rinnovati. Già prima del decreto, solo il 16% dei rapporti di lavoro attivati avveniva con contratto a tempo indeterminato (di questi quelli coperti con l’articolo 18 sono solo quelli nelle aziende con più di 15 dipendenti).

Eliminare solo per «i nuovi assunti» l’articolo 18 può dunque significare solo che essi sarebbero licenziabili anche a regime, cioè pure quando conquistassero un contratto a tempo indeterminato in una media o grande azienda.

Non si farebbe in questo caso che approfondire il solco tra insiders e outsiders, garantiti (i vecchi lavoratori) e non garantiti (i nuovi). Anche nel lavoro, dopo che è già successo nella previdenza. Se invece si vuole togliere l’articolo 18 per tutti, è bene dirlo. Ci sono molti argomenti per farlo. Senza ipocrisie. E senza farsi scudo, ancora una volta, dei giovani.

12 agosto 2014 | 09:58
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/economia/14_agosto_12/via-tabu-ma-realta-giovani-gia-non-vale-18c90218-21e8-11e4-81f2-200d3848d166.shtml
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« Risposta #31 il: Agosto 12, 2014, 06:58:53 »

LE RICHIESTE

La lettera della Bce che cambiò l’Italia
Il 5 agosto 2011 il presidente dell’Eurotower Trichet e il governatore di Bankitalia Mario Draghi inviano una missiva al governo di Silvio Berlusconi.
Il bilancio tre anni dopo

di Enrico Marro

Una stangata dietro l’altra. Ma non bastava mai. Lo spread continuava a salire e le agenzie di rating ci declassavano, a segnalare che i mercati perdevano fiducia sulla capacità dell’Italia di onorare il suo debito pubblico. Il commissariamento da parte della troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Commissione europea) sembrava imminente. Un’estate da dimenticare, quella del 2011. Per l’Italia, ma anche per l’Europa che non poteva sopportare un eventuale default del nostro Paese: too big to fail, troppo grande per fallire. Si mossero in molti per evitarlo.

Ma ciò che risultò decisivo per la politica economica, e non solo, dell’Italia fu la lettera «strettamente confidenziale» al governo di Roma firmata il 5 agosto, esattamente tre anni fa, dall’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che nemmeno tre mesi dopo sarebbe succeduto allo stesso Trichet. La missiva si apriva con un «Caro Primo Ministro», allora Silvio Berlusconi. Il contenuto rimase segreto fino al 29 settembre quando, con uno scoop di Mario Sensini, il Corriere della Sera rese la lettera integralmente nota. Si capì allora che il decreto legge approvato dal consiglio dei ministri il 13 agosto, una manovra bis da 65 miliardi che si sommava a quella da 80 miliardi decisa appena un mese prima, era stata scritta sotto dettatura della Bce. Nella forma, una decreto appunto, come chiedevano esplicitamente Trichet e Draghi, e nei contenuti: l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013, anziché il 2014. Ma le misure contenute nelle due manovre dell’estate 2011 non esaurivano le richieste della banca centrale. Tanto è vero che anche la legge di Stabilità e il decreto legge 201, che il nuovo presidente del Consiglio Mario Monti ribattezzò «Salva Italia», non facevano che attuare altre parti di quel dettagliato elenco di richieste contenuto nella lettera. Elenco mai esaurito. E che ancora oggi divide. Da una parte i fautori della sua piena applicazione. Dall’altra chi si oppone con l’argomento che si tratta di una ricetta che produce solo recessione. Vediamo meglio. Le due cartelle firmate da Trichet e Draghi si suddividono in tre capitoli. Il primo sulle misure per «accrescere il potenziale di crescita», il secondo su quelle per «assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche» e il terzo su come migliorare l’amministrazione pubblica.

Nel primo capitolo si chiedono tre interventi urgenti: la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», in particolare nella «fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala»; la riforma dei contratti di lavoro per rendere i contratti aziendali «più rilevanti» rispetto a quelli nazionali; la riforma dei licenziamenti accompagnata da un sistema di assicurazione sulla disoccupazione e di ricollocamento al lavoro. Nessuna di queste richieste è stata esaudita. Disboscare la giungla delle oltre 7 mila società partecipate da Regioni, province e comuni che insieme perdono 2,2 miliardi all’anno si è rivelata un’impresa. Che da ultimo sta impegnando, ma solo a livello di proposte, il commissario per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli. Il sistema contrattuale è ancora centrato sui contratti nazionali. Il nodo dei licenziamenti non è stato sciolto. La riforma del mercato del lavoro Fornero ha modificato l’articolo 18 con una normativa complicata mentre un’indennità di disoccupazione universale e nuove politiche attive sono affidate a un ennesimo disegno di legge delega presentato dall’attuale ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, lontano dall’essere approvato in Parlamento.

Anche nel secondo capitolo si sollecitano tre misure: una manovra bis per anticipare il pareggio di bilancio al 2013, «principalmente attraverso tagli di spesa», in particolare sulle pensioni e sul pubblico impiego, «se necessario riducendo gli stipendi»; l’introduzione di una «clausola di riduzione automatica del deficit»; la messa «sotto stretto controllo» dell’indebitamento delle Regioni e degli enti locali anche con «una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio». Questo pacchetto di richieste è stato in parte rispettato. La riforma delle pensioni Fornero è andata forse oltre le richieste della stessa lettera (stretta sulle anzianità, sull’età pensionabile delle donne) al punto che oggi si discute di come ammorbidirla. Le retribuzioni pubbliche sono state bloccate e quelle alte tagliate. Di clausole di salvaguardia sono disseminate tutte le manovre di aggiustamento dei conti dal 2011 in poi. Il pareggio di bilancio è stato messo nella Costituzione. Eppure nonostante ciò lo stesso pareggio, di governo in governo, è slittato al 2016. Forse aver attuato soprattutto le misure di rigore trascurando quelle per la crescita ha accentuato la recessione.

Il terzo capitolo, sinteticamente, invoca una «revisione dell’amministrazione pubblica», superando tra l’altro le province. Quest’ultima cosa è diventata legge lo scorso aprile mentre la riforma della Pa sta muovendo ora i primi passi, con il decreto e la delega Madia. Un’ulteriore dimostrazione che si rispose alla lettera innanzitutto con i tagli (pensioni e pubblico impiego) mentre il resto finì in secondo piano.

5 agosto 2014 | 11:33
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da -http://www.corriere.it/economia/14_agosto_05/lettera-bce-che-cambio-l-italia-90b428ae-1c82-11e4-af0c-e165f39759ba.shtml
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« Risposta #32 il: Settembre 07, 2014, 05:40:33 »

L’analisi
Il realismo dei conti e il primo taglio lineare

Di ENRICO MARRO

La notizia che i contratti pubblici, già bloccati per legge dal 2010, rischiavano di restare fermi ancora qualche anno fu data dai giornali per la prima volta il 10 aprile scorso. Bastava leggere il Def, il Documento di economia e finanza appena approvato dal governo Renzi, per leggere, a pagina 34 della sezione II, che la spesa per i dipendenti pubblici (164 miliardi di euro nel 2013) aumenterà dello 0,3% ma solo «nel 2018 in ragione della nuova indennità di vacanza contrattuale relativa al triennio 2018-2020». Ma se si prevede di pagare tale indennità (che recupera il 50% dell’inflazione) è perché, fino a quella data, non si ha in programma di rinnovare i contratti di lavoro. Il ministero dell’Economia reagì stizzito a questa interpretazione con un comunicato dove assicurava che «le notizie apparse sulla stampa non hanno alcun fondamento» e spiegava che le previsioni del Def «sono elaborate sulla base della legislazione vigente» che al momento non autorizzava il rinnovo dei contratti bloccati dal 2010. L’ipotesi di una proroga del blocco è circolata sui giornali una seconda volta il mese scorso, ma è stata liquidata, insieme con altre, da Renzi in persona con un tweet: «I giornali di agosto sono pieni di progetti segreti del governo. Talmente segreti che non li conosce nemmeno il governo».

Poi, l’altro ieri, improvvisamente, il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Angelo Rughetti, ha ammesso: «Non si può dare tutto a tutti. Se il Def non cambia con la nota di aggiornamento, lo stop ai contratti resta». Appunto. E ieri il ministro Marianna Madia, che pure aveva fatto spallucce alle indiscrezioni giornalistiche di agosto, ha confermato: «In questo momento le risorse per sbloccare i contratti non ci sono». Lo Stato risparmierà così almeno 2,1 miliardi solo nel 2015.

Raccontare come si è svolta la vicenda è utile. Perché essa è paradigmatica di come alla fine anche il governo Renzi debba fare i conti con la dura realtà. È evidente che, nonostante l’ottimismo per tanti versi meritorio del presidente del Consiglio, la coperta è sempre più corta. E non è questione di essere gufi.

Ieri Renzi ha promesso che taglierà di 20 miliardi la spesa pubblica nel 2015. Se 2,1 miliardi verranno solo dal blocco dei contratti pubblici, dovrebbe ammettere che aveva ragione chi faceva osservare che non si possono fare tagli così importanti senza toccare le tre voci principali di spesa: pensioni, sanità e pubblico impiego appunto. Infatti, tanto per fare un esempio, dalla riduzione o «aggregazione» (come preferisce Renzi) delle municipalizzate si potrebbero al più risparmiare 500 milioni nel 2015, secondo stime dello stesso governo. Infine, che cos’è la proroga del blocco dei contratti pubblici se non un taglio lineare? Proprio quelli che il governo aveva promesso di non fare. Quanti altri ce ne saranno nella “nuova” Spending review?

© RIPRODUZIONE RISERVATA
4 settembre 2014 | 09:46

Da - http://www.corriere.it/economia/14_settembre_04/realismo-conti-primo-taglio-lineare-3f5c425e-33f5-11e4-a3ec-50d128513f28.shtml
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« Risposta #33 il: Ottobre 05, 2014, 07:34:30 »

Dopo il crollo di Borsa: ecco perché Draghi non riesce più a incantare i mercati (e cosa ci aspetta)
All'indomani del giovedì nero di Piazza Affari, il “tocco magico” del banchiere centrale sembra svanito.
Mentre sui mercati sta tornando un clima di avversione al rischio. Compreso il rischio Italia.
Ecco che cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi

di Enrico Marro

1. Draghi e le Borse / Perché il crollo di ieri
    Garanzia dello Stato sui titoli Abs
Il giovedì nero di Piazza Affari e degli altri indici nasce dalla delusione dei mercati. Di fronte ai brutti dati delle ultime settimane su crescita e inflazione europea, le Borse (viziate dalle recenti magie di Draghi) avevano fantasticato su una Bce più proattiva, in grado di stupirli ancora una volta con qualche coniglio spuntato dal cappello. Non ancora l'acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale, ma un segnale concreto di una Bce vagamente più all'americana che alla tedesca. Ma superMario stavolta è rimasto alla finestra. Prima di fare nuove mosse deve – giustamente - valutare gli effetti di quelle (e non sono poche, in termini Bce) compiute negli ultimi mesi. Questa volta non ha fatto magie. Ma negli ultimi mesi aveva stupito più volte i mercati. Vediamo come.

2. Draghi e le Borse / La zampata di settembre
Il mese scorso superMario era riuscito ancora una volta a sbalordire i mercati, tagliando a sorpresa i tassi di 10 punti base. E' stata l'ultima cartuccia sparata (almeno per ora) dall'Eurotower, preoccupata dai pessimi dati sulla crescita economica dell'eurozona e dallo spettro sempre più inquietante di una “sindrome giapponese” nel Vecchio continente. In un'Italia in recessione e deflazione, Piazza Affari aveva festeggiato l'ultima inaspettata zampata di Draghi con un rotondo +2,82%. Ma la vera magia era arrivata tre mesi prima.

3 Draghi e le Borse / Il bazooka di giugno
E' stato nel famoso consiglio direttivo del 5 giugno scorso che SuperMario è riuscito davvero a incantare le Borse. Draghi nell'occasione aveva sfoderato un arsenale fatto di tassi negativi sui depositi (per la prima volta nella storia della Bce) e di acquisto degli Abs, i titoli obbligazionari che “impacchettano” prestiti a private e imprese, oltre a mettere in campo le operazioni mirate di rifinanziamento alle banche (le Tltro). Piazza Affari aveva festeggiato per qualche giorno, ma l'effetto Draghi si è visto soprattutto sull'euro, che ha iniziato a precipitare contro il dollaro perdendo in tre mesi circa il 10%. E aiutando in questo modo l'export europeo. Una delle magie più efficaci del numero uno di Francoforte, seconda solo all’ormai mitico “whatever it takes”.

4. Draghi e le Borse / Il «whatever it takes» olimpico
Lo zenith dell'abilità manovriera di superMario risale però all'ormai storico 26 luglio 2012. Alla vigilia delle olimpiadi di Londra, con un mercato che da mesi scommetteva sulla disgregazione dell'euro (il cambio col dollaro era vicino a 1,20, molto più in basso di adesso) l'ex numero uno di Bankitalia ha sguainato per la prima volta la scimitarra: la Bce è pronta a salvare l'euro, disse, a qualsiasi costo («whatever it takes»). Per poi aggiungere, sorridendo con le giuste pause e la studiata teatralità, «e credetemi, sarà abbastanza». Da lì parte la grande corsa di Piazza Affari, che in due anni guadagna oltre l'80%. Risultato ottenuto, come ha più volte spiegato Draghi ai tedeschi, senza spendere un centesimo. Perché i mercati da quel giorno capiscono che c'è davvero la volontà politica di salvare l’euro, dal quale la Germania peraltro trae enormi vantaggi. Il Financial Times proclama Draghi uomo dell'anno.

5. Draghi e le Borse / E ora cosa succede?
E adesso cosa accadrà? Draghi riuscirà ancora a incantare i mercati, comprando tempo perché la traballante costruzione europea consolidi le fondamenta all'insegna di politiche economiche e fiscali uniche? Lo spazio a disposizione dell'Houdini italiano di Francoforte è sempre più stretto. La Germania e i suoi alleati europei hanno messo i piedi nella porta, bloccando lo sgancio della bomba nucleare di Draghi: l'acquisto diretto di titoli di Stato, che equivale alla temuta (dai tedeschi) mutualizzazione dei debiti. Niente bomba “fine di mondo”, almeno per ora. Del resto, come dare torto ai falchi nordici? I due anni dal “whatever it takes”, che comprava tempo per portare a compimento le riforme strutturali dei singoli Stati, sono stati sperperati nel nulla. Mentre gli attriti tra Berlino e Parigi sono sempre più palesi. La morale? I tormenti dell'euro sono tutt'altro che finiti. Anche per l'Italia.

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-10-02/draghi-e-borse-perche-crollo-ieri-211048.shtml?uuid=ABX4yUzB&nmll=2707#navigation
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« Risposta #34 il: Ottobre 16, 2014, 11:14:10 »

La manovra del governo
Ciò che i numeri non dicono

Di Enrico Marro

L asciamo in secondo piano il braccio di ferro con Bruxelles. Per certi versi ridicolo, ruotando sull’ipotesi di un aggiustamento dei conti pubblici italiani dello zero virgola, che costerebbe un paio di miliardi, su un bilancio che conta 835 miliardi di spese e 786 miliardi di entrate. Concentriamoci invece sulle due misure chiave della prima manovra del governo Renzi: 1) 5 miliardi di taglio dell’Irap, con un risparmio medio per le aziende di circa 700 euro all’anno su ogni dipendente; 2) 1,9 miliardi per azzerare i contributi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato.

Due misure che si sommano alla conferma degli 80 euro per dieci milioni di dipendenti, con positivi aggiustamenti a favore delle famiglie numerose e delle partite Iva a basso reddito. Complessivamente, la riduzione del cuneo fiscale è apprezzabile, a vantaggio delle imprese e delle retribuzioni nette. Inoltre, il contratto a tutele crescenti, previsto nel Jobs act, non solo costerà meno delle altre forme contrattuali, ma non avrà il vincolo del vecchio articolo 18 sui licenziamenti.

Questo insieme di misure va nella direzione giusta. Ma non basterà a rilanciare la crescita, se non saranno soddisfatte due condizioni: 1) il rilancio degli investimenti, a partire da un completo e miglior uso dei fondi strutturali europei (44 miliardi nel 2014-20); 2) la credibilità dell’Italia sulla capacità di onorare l’enorme debito pubblico e, gradualmente, di ridurlo. Su questi due punti la politica del governo non ha fatto un salto di qualità.

Il taglio della spesa scaricato per 7 miliardi su Regioni, Comuni e Province rischia di tramutarsi nell’ennesimo aumento delle imposte locali. Privatizzazioni e dismissioni immobiliari restano al palo. Quanto agli investimenti pubblici, sono previsti dallo stesso governo in calo. Il debito pubblico salirà anche nel 2015: al 133,4% del Prodotto interno lordo, dal 131,6% del 2014. Oppure dal 127,8% di quest’anno al 129,7% del prossimo, togliendo i 60,3 miliardi che finora l’Italia ha tirato fuori per finanziare i fondi europei salva Stati, di cui hanno beneficiato Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro.

16 ottobre 2014 | 07:16
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_ottobre_16/cio-che-numeri-non-dicono-40333fac-54f2-11e4-af0d-1d33fddfa710.shtml
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« Risposta #35 il: Ottobre 19, 2014, 04:46:57 »

Gli incentivi per le assunzioni? Finiranno in pochi mesi
Contratti a tempo indeterminato, incentivi per 300 mila lavoratori. Professionisti penalizzati dal regime forfettario. Ridotto il taglio Irap

Di Enrico Marro

ROMA Il testo del disegno di legge di Stabilità approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri arriverà in Parlamento la prossima settimana, spiegano fonti governative. Per ora bisogna accontentarsi della bozza, che non ha subito modifiche di rilievo, aggiungono. Aggiustamenti più importanti potrebbero invece arrivare alla Camera, dove comincerà l’iter del ddl. Sono infatti numerose le sorprese tra le righe dei 47 articoli della bozza e tanti i nodi da sciogliere. Alcuni noti da tempo, come l’allargamento della platea dei beneficiari del bonus di 80 euro alle famiglie numerose (nel testo non c’è ma molti parlamentari lo vogliono). Altri sorti dalla lettura della bozza. E non si tratta solo dei tagli a carico di Regioni ed enti locali.

Quante assunzioni?
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in conferenza stampa aveva annunciato la decontribuzione totale per tre anni sui nuovi assunti. Una misura molto importante, finalizzata a favorire l’occupazione giovanile che, come certifica l’Istat, dal 2008 ad oggi, è diminuita di oltre due milioni, da 7,2 a 5,1, nella fascia tra 25 e 34 anni. Lo sgravio contributivo c’è, ma l’articolo 12 fissa un tetto di 6.200 euro l’anno, che corrisponde a una retribuzione lorda annua di circa 19 mila euro, 1.200 euro netti al mese. Un livello che copre la grandissima parte delle retribuzioni d’ingresso. Ma il limite maggiore è costituito dallo stanziamento per lo sgravio. Lo stesso articolo 12 parla di «un miliardo per ciascuno degli anni 2015, 2016 e 2017». Sommando le risorse che verranno dalla soppressione degli sconti sulla stabilizzazione degli apprendisti e sull’assunzione di disoccupati da più di 24 mesi, si arriva a 1,9 miliardi l’anno, dice il governo. Con questa somma, però, le aziende potrebbero assumere poco più di 300 mila persone (1,9 miliardi diviso 6.200 euro fa 306.451) mentre, secondo i dati del ministero del Lavoro, in un anno vengono attivati circa un milione e mezzo di contratti a tempo indeterminato (nel 2013 sono stati 1.584.516).
Anche considerando i paletti fissati dal ddl (la decontribuzione vale sulle assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel solo 2015, con l’esclusione del settore agricolo, dei contratti di apprendistato e del lavoro domestico e di coloro che nei sei mesi precedenti hanno avuto già un contratto a tempo indeterminato) i fondi stanziati potrebbero andare esauriti già nella prima metà del 2015. Se quindi davvero Renzi vuole rendere strutturalmente il contratto a tempo indeterminato meno costoso, deve stanziare molti più soldi.

Sconto Irap a metà
Oggetto di discussione è anche l’alleggerimento dell’Irap. La deducibilità totale del costo del lavoro dalla base imponibile riguarda esclusivamente la forza lavoro a tempo indeterminato. Ed è controbilanciata dalla cancellazione del taglio del 10% dell’aliquota Irap decisa ad aprile. L’Irap torna quindi al 3,9% (dal 3,5%) sulla componente lavoro a tempo determinato e sulle altre due voci della base imponibile (profitti e interessi passivi). Significa che il taglio complessivo dell’Irap si riduce a 2,9 miliardi rispetto ai 5 annunciati da Renzi.

Stangata su Tfr e fondi
È forse il capitolo più criticato della manovra. Perfino Stefano Patriarca, (ex Cgil, ex Inps), esperto di previdenza che ha proposto il Tfr in busta paga già una decina di anni fa, boccia la decisione del governo di sottoporre a tassazione ordinaria il flusso di accantonamento del Tfr che il lavoratore, dal 2015 (e fino al 2018) potrà chiedere gli venga messo nello stipendio anziché andare al fondo pensione o restare in azienda ai fini della liquidazione (che gode di una tassazione agevolata). «Si rischia di compromettere tutta l’operazione - dice Patriarca -. Basti pensare che con una tassazione pari a quella del Tfr, con le somme messe in busta paga il reddito netto di un lavoratore che guadagna 15 mila euro all’anno aumenterebbe del 7,8% mentre con la tassazione ordinaria solo del 5,2%». Ed è pioggia di critiche anche sull’aumento del prelievo sui rendimenti dei fondi pensione dall’11,5 al 20% e del Tfr (dall’11,5 al 17%).

Partite Iva, chi ci perde
La manovra prevede una riforma del regime di minimi per favorire le partite Iva a basso reddito. Oggi sono ammesse al regime di tassazione forfettaria le partite Iva con fatturato fino a 30 mila euro. Con la riforma i fatturati ammissibili varieranno per tipo di attività, da un tetto di 15 mila euro per i professionisti fino ai 40 mila euro per i commercianti. Questi ultimi quindi sarebbero avvantaggiati mentre i professionisti, osserva lo stesso sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, si vedrebbero dimezzata la soglia di fatturato e triplicata l’aliquota di prelievo che, secondo la stessa bozza, passa per tutti dal 5 al 15% del reddito imponibile. Anche qui, dunque sono possibili correzioni in Parlamento.

Statali esasperati
La proroga a tutto il 2015 del blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non fa più notizia. Le retribuzioni sono ferme dal 2010. L’articolo 21 dispone anche il rinvio dell’indennità di vacanza contrattuale (non un gran danno, vista l’inflazione quasi a zero) e il blocco degli automatismi per il personale non contrattualizzato. Il tetto alle retribuzioni è stato tolto per militari e forze di polizia ma subiscono tagli l’indennità ausiliaria i fondi per il riordino delle carriere e le una tantum. E le spese per il funzionamento dei Cocer, gli organi di rappresentanza, sono dimezzate.

19 ottobre 2014 | 08:36
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_19/gli-incentivi-le-assunzioni-finiranno-pochi-mesi-768c1fba-5759-11e4-8fc9-9c971311664f.shtml
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« Risposta #36 il: Dicembre 20, 2014, 04:58:15 »

Conti pubblici
Tanti rinvii non fanno una legge

L’editoriale di sabato 20 dicembre 2014
Di Enrico Marro

Con qualche affanno che non aveva messo in conto, il governo sta conducendo in porto la legge di Stabilità. Al Senato è stato corretto il minimo indispensabile. Altre questioni sono state rinviate a successivi provvedimenti, perché alla Camera non ci sarà tempo per ulteriori modifiche. È stato bloccato, per il 2015, il livello massimo della Tasi, ma la cosiddetta local tax, annunciata da Matteo Renzi per semplificare la tassazione sulla casa, resta una promessa. Da mantenere senza inganni, please (cioè che prima ci dicono che è a parità di gettito e poi si scopre che si versa di più). Aspettiamo la riforma, quindi.

Sempre per rimanere sul Fisco, doverosa la correzione dell’Irap per consentire anche a un milione e mezzo di autonomi senza dipendenti di recuperare lo sconto perso con l’abolizione del taglio dell’aliquota dal 3,9% al 3,5% di cui hanno goduto quest’anno. Niente marcia indietro, invece, sull’aumento delle tasse sui fondi pensione, una misura oggettivamente in contrasto con l’obiettivo di favorire la previdenza integrativa.

La contraddizione resta, mentre è da verificare se lo sgravio sugli investimenti dei fondi sulle opere pubbliche riuscirà a tenere in Italia almeno parte dei contributi di lavoratori e imprese che oggi finiscono quasi interamente nei mercati esteri. Per il resto, l’impianto della manovra non è cambiato. Si punta a rilanciare la crescita con la riduzione delle imposte sulle imprese e sui lavoratori di circa 14 miliardi. Per confermare e rafforzare (Irap e decontribuzione sulle assunzioni) questo sgravio che dimezza il cuneo fiscale per un lavoratore dipendente con retribuzione media, il governo non ha esitato ad aumentare l’indebitamento di quasi 11 miliardi, poi ridotti a 6 per evitare la bocciatura a Bruxelles. Una scelta obbligata, il finanziamento in deficit, viste le difficoltà di tagliare la spesa pubblica, come dimostra da ultimo la vicenda delle Province. La spending review è rimasta al di sotto delle attese, stretta com’è tra l’incapacità, a tutti i livelli di governo, di combattere gli sprechi e l’attenzione che pure va prestata agli effetti recessivi dei tagli. Anche questa, dunque, è una riforma rinviata.

20 dicembre 2014 | 08:11
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_20/tanti-rinvii-non-fanno-legge-4615157e-8811-11e4-b064-a02e4007228e.shtml
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« Risposta #37 il: Gennaio 24, 2015, 10:11:15 »

Il presidente designato dell’INPS
«Non ha i requisiti»: gli ostacoli per Tito Boeri in Parlamento
Alla Camera la maggioranza chiede chiarimenti sull’esperto voluto da Renzi

Di Enrico Marro

ROMA - Si sta rivelando un percorso ad ostacoli quello che il professor Tito Boeri deve compiere per entrare all’Inps da presidente. Non quella passeggiata sul tappeto rosso che forse Matteo Renzi aveva immaginato quando, il 24 dicembre, senza che nessuno se l’aspettasse, scelse una star della Bocconi per la guida dell’istituto che gestisce le pensioni. In commissione Lavoro alla Camera, che deve dare un parere non vincolante entro il 3 febbraio, il relatore di maggioranza, Sergio Pizzolante (Area popolare), ha proposto un documento dove, pur esprimendo «un giudizio complessivamente positivo sul profilo accademico della nomina proposta», si osserva che da esso non risulta «una specifica capacità manageriale e una qualificata esperienza nell’esercizio di funzioni attinenti al settore operativo dell’ente», requisiti entrambi richiesti dal decreto legislativo 479 del 1994 che disciplina la nomina del presidente dell’Inps. Per questo Pizzolante, d’intesa con il presidente della commissione, Cesare Damiano (Pd), ha chiesto che il governo fornisca chiarimenti.

La richiesta di audizione
Nel frattempo, il vicepresidente della stessa commissione, Renata Polverini (Forza Italia), ha proposto un’audizione di Boeri proprio sui punti sollevati da Pizzolante. «Ho riscontrato che anche gli altri gruppi sono d’accordo sulla richiesta di audizione - annuncia Damiano - e quindi, dopo aver informato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e lo stesso Boeri, la fisseremo, probabilmente per la prossima settimana».
Che la nomina di Boeri sarebbe stata accolta con un moto di resistenza nel palazzone dell’Eur sede dell’Inps e nei palazzi della politica non era difficile prevederlo. Innanzitutto per le modalità con le quali avvenne. Così a sorpresa che lo stesso Poletti, non seppe nulla fino all’ultimo della decisione del presidente del Consiglio di cambiare in corsa il vertice dell’istituto di previdenza. Un fulmine a ciel sereno per Poletti che credeva archiviata la pratica con la nomina, appena due mesi prima, di un commissario straordinario del peso di Tiziano Treu, grande giuslavorista, più volte ministro ed ex parlamentare del Pd. Commissario che non solo Poletti ma un po’ tutti davano per scontato sarebbe poi diventato presidente dell’Inps con l’attesa riforma della governance. E invece Renzi, con una mossa delle sue, sparigliò, puntando sul 56enne economista milanese, estraneo a quel giro romano di potere sindacal-governativo che ha sempre gestito l’istituto. Poletti non solo ci rimase di stucco, ma ci fece una brutta figura. E adesso gli tocca pure sbrogliare la matassa.

L’allerta nei palazzi
La scelta di Boeri, tra l’altro, ha messo in forse anche il rinnovo del mandato del direttore generale, Mauro Nori, in prorogatio fino al 15 febbraio, che era dato per scontato sotto Treu, con il quale Nori ha un ottimo rapporto personale. Ora invece non si escludono anche qui sorprese. E tutta la tecnostruttura è in fibrillazione, temendo l’arrivo di un esterno. I palazzi della politica si interrogano invece su quale sia il reale mandato dell’economista della Bocconi che sul suo sito lavoce.info, dal quale si è autosospeso dopo la nomina, più volte ha proposto interventi sia per flessibilizzare la riforma Fornero, tema guarda caso rilanciato ieri da Poletti, sia per introdurre meccanismi di ricalcolo e prelievo sulle pensioni più elevate che non hanno alle spalle una adeguata storia contributiva. Ipotesi queste che allarmano trasversalmente lo schieramento politico e sindacale.
Treu, infine, che anche lui seppe solo a cose fatte, e non da Renzi, del ribaltone che lo riguardava, aspetta il perfezionarsi della nomina di Boeri. Che forse il premier avrebbe potuto preparare meglio.

23 gennaio 2015 | 08:02
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_gennaio_23/non-ha-requisiti-ostacoli-tito-boeri-parlamento-644dec6c-a2cb-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml
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« Risposta #38 il: Gennaio 24, 2015, 10:29:52 »

L'Europa prepara le banche all'Apocalisse: in Italia dovranno poter reggere un crollo di Borsa del 58%, con il Pil a -6% e la disoccupazione alle stelle
Negli stress test che l'Autorità bancaria europea effettuerà sugli istituti di credito (dopo la verifica degli attivi da parte della Bce) c'è anche uno scenario avverso che prevede una nuova crisi finanziaria mondiale. Con pesanti ripercussioni anche per il nostro Paese. Vediamo quali

Di Enrico Marro

1. Scenario apocalittico per gli stress test / Spread alle stelle, i BTp tornano al 6%

Alla base dello scenario peggiore ipotizzato dall'Eba c'è un incremento di 100 punti base dei T-Bond americani, con una graduale accelerazione sino a 250 punti base entro la fine di quest'anno. La conseguenza è una vampata di avversione del rischio, che porta a un'impennata dei rendimenti dei bond e a un deterioramento della qualità del credito. Nell'ipotesi di un incremento del rendimento dei T-Bond americani di 150 punti base, i tassi dei BTp salirebbero quest'anno al 5,9% (contro il 3,9% dello scenario base), al 5,6% nel 2015 (da 4,1%) e al 5,8% nel 2016 (da 4,3%). Lo spread con i Bund tornerebbe a circa 300 punti base. Livelli comunque inferiori a quelli toccati il 9 novembre 2011, il "mercoledì nero" dello spread a quota 575, quando i BoT a 12 mesi avevano toccato il 7%, i biennali il 7,5% e i decennali oltre il 7,48% (con l'inversione della curva dei rendimenti tra titoli a 2 e a 10 anni).


2. Scenario apocalittico per gli stress test / Il crollo di Piazza Affari

Nello scenario peggiore, quello appunto che porta a un'ondata generalizzata di panico e di "flight to quality", per Piazza Affari l'Eba prevede un crollo del 20,3% nel 2014, del 17,7% nel 2015 e del 20,4% nel 2016, non lontano dai cali medi ipotizzati nell'intera Eurozona (rispettivamente -18,3%, -15,9% e -18,1%). L'Italia farebbe peggio della media di Eurolandia anche per le conseguenze dello stallo generalizzato del processo di riforme, che metterebbe a repentaglio la sostenibilità delle finanze pubbliche.

3. Scenario apocalittico per gli stress test / L'Italia torna in pesante recessione
Lo scenario peggiore ipotizzato dagli stress test vede per l'Italia un triennio di Pil in calo con una deviazione del 6,1% rispetto allo scenario di base. Il Pil (che nella realtà è appena tornato positivo) tornerebbe a calare dello 0,9% quest'anno, dell'1,6% il prossimo e dello 0,7% nel 2016 anziché mettere a segno una crescita stimata rispettivamente nello 0,6%, nell'1,2% e nell'1,3%. Lo shock finanziario – spiega infatti la simulazione dell'Eba – avrebbe una pesante ricaduta anche sull'economia reale, con fuga di capitali dai Paesi emergenti e calo degli scambi commerciali con l'Europa.

4. Scenario apocalittico per gli stress test / Disoccupazione alle stelle, deflazione strisciante
La pesante recessione porterebbe a un nuovo aumento della disoccupazione italiana, che crescerebbe rapidamente fino a toccare il 14,4% nel 2016 (contro stime di un calo al 12%). Male anche l'occupazione nel resto dell'Eurozona, che nello scenario apocalittico arriverebbe al 13% nel 2016. Giù anche l'inflazione, con l'Italia che nel 2016 registrerebbe un costo della vita medio dello 0,6% (anziché l'1,8% stimato) e alcuni Paesi della Ue in pesante deflazione, in particolare Svezia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

5. Scenario apocalittico per gli stress test / Per il mattone caduta meno rovinosa
Naturalmente lo scenario peggiore ipotizzato dall'Autorità bancaria europea prevede anche un ulteriore crollo del mattone. Anche se secondo l'Eba l'Italia registrerebbe una maggiore tenuta rispetto alla media di Eurolandia, almeno sui prezzi degli immobili residenziali. Il calo sarebbe infatti del 3,3% nel 2014 e del 5,2% nel biennio successivo contro una discesa nella zona euro del 6,9% nel 2014 e dell'11% in entrambi gli anni successivi.

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DA - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-29/scenario-apocalittico-gli-stress-test-spread-stelle-btp-tornano-6percento-185848.shtml?uuid=ABcooeEB&nmll=2707
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« Risposta #39 il: Gennaio 24, 2015, 10:30:54 »

Le quattro regole d'oro per investire i propri risparmi senza ansie né rimorsi
Sia che ci si affidi a professionisti che si ricorra al fai-da-te, investire i propri risparmi comporta scelte molto importanti.
Dietro alle quali ci vogliono poche ma ferree regole. Vediamo quali sono secondo alcuni gestori i rischi da non sottovalutare

di Enrico Marro

1. Regole d'oro per investire / Individua il tuo profilo di rischio
Primo punto fondamentale, necessario prima di iniziare a investire, è quello legato alle tue caratteristiche. Quali sono i tuoi obiettivi di investimento? Qual è la tua propensione al rischio, quale il tuo livello di conoscenza degli strumenti, quale il tuo reddito presente e futuro? E soprattutto, quali sono le tue esigenze future? «Tutte queste informazioni consentono di capire il cliente e soprattutto di delineare un identikit di investitore/risparmiatore necessario a costruire un portafoglio in linea con le sue caratteristiche oggettive», spiega Gabriele Roghi, responsabile della consulenza agli investimenti di Invest Banca.
«Il rischio va considerato come fattore centrale della propria asset allocation – fa eco Antonio Bottillo, ad per l'Italia di Natixis Global AM - : è importante utilizzare parametri di misurazione del rischio come input primari per definire un obiettivo in termini di rischiosità anziché in termini di rendimento, in modo da conferire maggior stabilità al portafoglio».

2. Regole d'oro per investire / Scegli obiettivi e orizzonte temporale
Più è lungo l'orizzonte temporale, più elevato è il grado di rischio che si è in grado di sopportare. «Questo deriva dalla considerazione che asset class con maggiore rendimento atteso hanno anche una volatilità più elevata – spiega ancora Roghi - . Se sono disposto a "restare investito" per molto tempo, ho una buona probabilità di tornare a guadagnare anche se ho la sventura di iniziare a investire ai massimi di mercato (ad esempio lo S&P500 dal massimo del 2007 è tornato su nuovi massimi nel 2013)».
In ogni caso, come puntualizza Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav, «chi investe generalmente punta sul lungo periodo e deve evitare di andare in ansia ogni qualvolta ci sia un po' volatilità sul mercato».
Mai lasciarsi distogliere quindi da eventi di mercato di breve periodo, insomma. «E' necessario riuscire a costruire portafogli che consentano di rimanere protagonisti delle proprie decisioni d'investimento al fine di raggiungere obiettivi di lungo periodo», sottolinea dal canto suo Bottillo. Investire è infatti un processo continuativo che dura tutta la vita attraverso varie tappe: acquistare una casa, provvedere all'educazione dei propri figli, garantirsi adeguate risorse finanziarie per il proprio pensionamento. I risparmiatori dovrebbero partire nel loro orizzonte temporale proprio da questi obiettivi.

3. Regole d'oro per investire / Non diversificare è un errore grave
Massimizzare la diversificazione è indispensabile, non solo a livello geografico e settoriale, ma anche tra diverse asset class e tipologie di investimento, spiega l'ad per l'Italia di Natixis Global AM.
«La diversificazione geografica è quella forse a cui prestare maggiore attenzione al momento – continua Roghi - . È strategica per suddividere il rischio di mercato, di politica monetaria, fiscale, valutario e geopolitico che sembra essere tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni e che è probabilmente destinato a rivestire una crescente importanza per le politiche di investimento».

4. Regole d'oro per investire / Tieni sempre sotto controllo il rischio
«Non permettere mai che un investimento possa diventare una perdita: usa quindi delle tecniche di stop loss, di "taglio" delle perdite – spiega Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav - . Ed evita di fare medie al ribasso: il più delle volte sono controproducenti e portano alla rovina se non si è in grado di valutare bene l'investimento». Cogliere i primi sintomi di debolezza di un titolo o di un mercato è fondamentale, fa eco Roghi di Invest Banca, ma va associato a una serie di regole ferree di gestione della posizione che debbono essere superiori alle idee e alle propensioni del risparmiatore. «Anche se credo in un titolo in modo forte (perché i dati sono buoni, il business è sano ed il titolo deve salire) ma, al contrario, questo scende, allora deve esserci una procedura di uscita che sopravanzi questi sentimenti-idee. Lo stop loss è un modo semplice e oggettivo per fare un opportuno controllo del rischio».

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-15/regole-d-oro-investire-1-individua-tuo-profilo-rischio-180655.shtml?uuid=ABblRGBB&nmll=2707#navigation
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« Risposta #40 il: Febbraio 27, 2015, 04:34:35 »

Le nuove regole
Che il lavoro non sia più una parentesi

Di Enrico Marro

A un anno dal suo insediamento alla guida del governo, Matteo Renzi porta a casa la prima parte del Jobs act, la riforma del lavoro che annunciò l’8 gennaio 2014, ancor prima di diventare presidente del Consiglio.

Alla base del progetto ci sono sempre state due idee. Che da un lato bisognasse accogliere la richiesta delle aziende di rendere meno costose le assunzioni e più semplici i licenziamenti. Ma che allo stesso tempo si dovessero superare tutte quelle forme di lavoro precario che anziché essere l’eccezione sono diventate la regola, cioè il canale normale di accesso al lavoro proprio perché il contratto a tempo indeterminato costa troppo ed è eccessivamente rigido. Insomma, il modello di riferimento è la flexicurity di stampo scandinavo. Che però sta in piedi solo se accanto alla semplificazione dei licenziamenti c’è il potenziamento dei sussidi e delle politiche di ricollocamento per chi perde il lavoro. Per ora i licenziamenti sono stati facilitati, ma l’ampliamento degli ammortizzatori sociali è insufficiente e non interamente finanziato (come lo stesso governo ha dovuto ammettere) e l’Agenzia unica per il collocamento è di là da venire.

Ma, restando alle decisioni prese ieri, si tratta di valutare l’impatto che esse potranno avere rispetto a due obiettivi indicati dallo stesso governo: più posti di lavoro e più stabili. Si tratta di una «scommessa» come ha ammesso il ministro del Lavoro. Che presto tutti potremo verificare. Oggi, ogni 100 nuovi assunti, solo 15 lo sono a tempo indeterminato mentre i restanti 85 entrano con le più diverse forme di precarietà, col contratto a termine a fare la parte del leone. Nel 2015, invece, col nuovo contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs act, che permette di licenziare quasi sempre dietro indennizzo, e soprattutto gode degli sgravi fino a 8.060 euro (per tre anni), si dovrebbe assistere a un boom di questi nuovi rapporti di lavoro. Per le aziende, di regola, non ci sarà infatti un contratto più conveniente di quello a tutele crescenti.

Non solo. La riforma Renzi-Poletti, a differenza di quella Monti-Fornero che per prima intaccò il tabù dell’articolo 18 (diritto al reintegro), arriva alle soglie di una probabile ripresa dell’economia anziché nel pieno della crisi più grave del Dopoguerra. Insomma, è ragionevole pensare che pian piano gli occupati aumentino e che il contratto a tutele crescenti, già nel 2015, si affermi come il canale di assunzione preferito dalle imprese. Tra l’altro, con il non trascurabile effetto di un miglioramento della produttività. Tutto ciò dovrebbe incentivare il governo a proseguire sulla strada del Jobs act, probabilmente prorogando gli sgravi ora previsti solo per le assunzioni fatte nel 2015.

Ma la scommessa non riguarda solo l’innesco di un circolo virtuoso per l’economia. Riguarda anche il miglioramento delle condizioni delle persone. Renzi ha voluto questa riforma non solo per spingere le aziende a investire, ma anche, come ha spiegato lui stesso, per dare ai giovani una condizione di stabilità lavorativa (che non significa un posto per sempre), dalla quale dipende la stessa prospettiva di vita. Il punto allora è come verrà considerato dalla società il nuovo contratto, che nominalmente è «a tempo indeterminato a tutele crescenti». Si affermerà nei fatti come una forma sostanzialmente stabile e quindi utilizzabile, per esempio, per ottenere un mutuo oppure verrà sfruttato come una parentesi dalla durata incerta di cui approfittare per fare il pieno degli sgravi senza credere in una nuova prospettiva di qualità del lavoro? In quest’ultimo caso, sarebbe una grande occasione sprecata.

21 febbraio 2015 | 08:11
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DA - http://www.corriere.it/editoriali/15_febbraio_21/che-lavoro-non-sia-piu-parentesi-a93f1518-b990-11e4-ab78-eaaa5a462975.shtml
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« Risposta #41 il: Aprile 16, 2015, 11:53:03 »

Stato ed enti locali
Il federalismo fiscale, le vere tasse dietro i numeri
La riforma che doveva responsabilizzare le amministrazioni locali non ha assicurato la riduzione e nemmeno la stabilizzazione del prelievo subito dai cittadini

Di Enrico Marro

Negli ultimi cinque anni Regioni, Province e Comuni hanno subito un taglio dei trasferimenti dallo Stato centrale di circa 25 miliardi di euro. E hanno continuato a rifarsi aumentando le imposte locali. Per non tagliare i servizi, si giustificano. Un anno fa, in un’audizione presso la commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, ha raccontato bene il fallimento della riforma varata con la legge 42 del 2009. L’idea era quella di responsabilizzare le amministrazioni decentrate trasferendo loro funzioni e corrispondenti entrate proprie per farvi fronte. Il tutto però rispettando il principio dell’invarianza della pressione fiscale. Quindi, se aumentavano le addizionali Irpef locali doveva diminuire l’Irpef nazionale. Ma le cose sono andate diversamente.

«Non solo non si trovano tracce di compensazione fra fisco centrale e fisco locale — spiegava Squitieri — ma anzi, di pari passo con l’attuazione del federalismo fiscale, si è registrata una significativa accelerazione sia delle entrate di competenza degli enti territoriali sia di quelle dell’amministrazione centrale». E così la pressione fiscale che dal 38% del prodotto interno lordo nel 1990 è arrivata al 43,5% «appare imputabile per oltre l’80% alla dinamica delle entrate locali», che già nel 2012 pesavano per il 15,9% su tutte le entrate, cioè il triplo rispetto al 1990.

Insomma, il federalismo fiscale non ha assicurato la riduzione e nemmeno la stabilizzazione del prelievo subito dai cittadini. Basti pensare che nel 1998, quando l’addizionale Irpef regionale debuttò, l’aliquota era dello 0,5% e ora può arrivare al 3,33%, per un prelievo medio di circa 380 euro a testa, con punte di 550 euro nel Lazio. Alle quali si aggiungono le addizionali Irpef comunali (fino allo 0,8%) per un importo medio di altri 170 euro, con punte di 220. Per non parlare delle imposte sulla casa.

Ci avevano detto che la Tasi, la tassa che il governo Letta, sostenuto dal Pd e dall’allora Pdl, si inventò per dire che non si sarebbe più pagata l’Imu sulla prima casa, avrebbe ridotto il prelievo sugli immobili. Ma anche qui i fatti hanno smentito le promesse. Il carico fiscale sulla prima casa si è alleggerito di appena 500 milioni che però, paradossalmente, sono stati pagati in meno da proprietari di case con rendite catastali alte mentre quelli con abitazioni di minor pregio hanno mediamente pagato di più di prima, perché sono state tolte le detrazioni fisse. Sulle seconde case l’imposta è aumentata molto. E complessivamente la Tasi nel 2014 è costata ai cittadini 25,2 miliardi, il 15% in più dell’Imu 2013 (quando non si pagò sulla prima casa) il 7% in più del 2012 (quando l’imposta colpiva anche l’abitazione principale) e il 157% in più dell’Ici 2011 (che fruttò 9,8 miliardi). Adesso il governo Renzi promette che nel 2016 semplificherà tutto con un’unica tassa, la local tax. Speriamo bene.

Intanto si profila un nuovo scontro con le Regioni e i Comuni, che già faticano ad attuare i tagli previsti dall’ultima legge di Stabilità. Che, su 16,6 miliardi di riduzione complessiva della spesa pubblica per il 2015, ne caricava 8,1 sulle spalle di Regioni, Comuni e Province. Le prime hanno dovuto tagliare 2,3 miliardi nella sanità. E il ministro, Beatrice Lorenzin, la settimana scorsa in tv a 2Next alla domanda «il federalismo ha fatto bene o male alla sanità?», ha risposto: «Di sicuro chi stava male sta peggio. Questo federalismo va cambiato». Il governo vuole farlo con la riforma costituzionale, che tocca anche il Titolo V. Infine, pochi giorni fa, dopo la definizione del riparto dei tagli a carico dei Comuni, i sindaci dei piccoli municipi hanno lanciato l’allarme sul rischio che centinaia di enti locali vadano in default. Per dirla con Gino Bartali, questo federalismo «l’è tutto da rifare».

8 aprile 2015 | 12:25
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_aprile_08/federalismo-fiscale-vere-tasse-dietro-numeri-enti-locali-imposte-pressione-fiscale-741fe3c8-ddd8-11e4-9dd8-fa9f7811b549.shtml
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« Risposta #42 il: Maggio 10, 2015, 04:35:11 »

Conti e previdenza
Ingiustizie e fragilità di un Paese

Di Enrico Marro

I l blocco delle pensioni, deciso dal governo Monti nel 2011, in piena emergenza finanziaria, non c’è più. Con la pubblicazione di ieri sulla Gazzetta Ufficiale acquista efficacia la sentenza 70 della Corte costituzionale che ha bocciato la misura che sterilizzava per il 2012-13 l’adeguamento all’inflazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.217 euro netti). Significa, ha spiegato il presidente della Consulta, che la norma decisa dal governo Monti è cancellata. I circa 5 milioni e mezzo di pensionati colpiti hanno così il diritto di avere restituiti i soldi corrispondenti al mancato adeguamento, con gli interessi e la rivalutazione. Ma il governo, ha aggiunto Alessandro Criscuolo, può intervenire disciplinando per legge come si darà seguito alla sentenza.

È quello che l’esecutivo Renzi farà, per «minimizzare», come ha annunciato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, gli effetti della sentenza sul bilancio pubblico. Se il governo restituisse tutto a tutti, dovrebbe sborsare, secondo le ultime stime, 14 miliardi di euro per i rimborsi, che peseranno tutti sui conti del 2015, e prevedere una maggior spesa di 3,5 miliardi all’anno per le pensioni colpite (comprese le successive eventuali reversibilità).

Ma l’esecutivo non farà questo. Troverà, invece, un meccanismo per sborsare meno, probabilmente a danno dei pensionati con l’assegno più alto, confidando che, in caso di nuovo ricorso alla Corte, la norma non venga bocciata ancora. Gli effetti della sentenza, se onorati fino in fondo, riporterebbero i conti pubblici in zona emergenza. I l Documento di economia e finanza, licenziato dal governo prima della pronuncia della Consulta, contiene una previsione di deficit per il 2015 pari al 2,5% del Prodotto interno lordo. Basta dunque mezzo punto di Pil, cioè otto miliardi di euro, per sfondare il tetto del 3% e incorrere nella procedura europea d’infrazione. E questo sempre che, nei prossimi mesi, i tassi di interesse non aumentino, il dollaro non si rivaluti e il prezzo del petrolio non salga. Altrimenti, sarebbe sufficiente una manciata di miliardi per superare il 3%.

Le conseguenze della sentenza, quindi, ci ricordano che, nonostante si veda l’uscita dal tunnel della recessione, i conti pubblici dell’Italia restano fragili. È chiaro che i pensionati che prendono poco più di 1.200 euro al mese hanno subito un torto che va riparato, ma non dimentichiamoci che non siamo completamente fuori dall’emergenza che dettò questi tagli.

Questa vicenda è anche figlia di un meccanismo tortuoso da correggere, per evitare in futuro simili pasticci. Certo, la prima cosa che viene da dire è che i governi dovrebbero smetterla di far cassa con grossolani tagli sulle pensioni. Ma non c’è solo questo. La decisione del governo Monti risale al dicembre 2011 (decreto salva Italia). La prima questione di costituzionalità è stata promossa dal tribunale di Palermo il 6 novembre 2013. La sentenza della Corte è dunque arrivata un anno e mezzo dopo la prima istanza. E addirittura tre anni e mezzo dopo la legge. Sarebbe invece ragionevole disporre di una corsia d’urgenza per questo tipo di contenziosi.

La stessa Corte, poi, secondo indiscrezioni non smentite, si sarebbe divisa esattamente a metà sulla sentenza 70, sei giudici favorevoli alla incostituzionalità della norma e sei contrari, e la bocciatura sarebbe passata solo grazie al voto del presidente che vale doppio. Trasparenza vorrebbe che con una riforma si stabilisse la pubblicità dei verbali di discussione. Inoltre, ammesso che abbia senso che il governo possa riscrivere una norma di cui la Consulta ha deciso la cancellazione, non sarebbe il caso di sottoporre - solo per questa fattispecie - la norma riscritta al giudizio preventivo di costituzionalità della stessa Corte? Evitando così che il governo, qualsiasi governo, possa cadere nella tentazione di «provarci», di insistere, contando sul fatto che un’eventuale nuova sentenza arriverebbe dopo anni, magari inguaiando un governo diverso (un po’ quello che sta succedendo ora a Renzi che deve sanare la decisione di Monti)? Insomma, in un Paese che modernizza le sue istituzioni, si dovrà riflettere anche sulle procedure della stessa Corte.
emarro@corriere.it

8 maggio 2015 | 08:16
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_08/ingiustizie-fragilita-un-paese-11824eb4-f542-11e4-9c1c-931a52508e78.shtml
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« Risposta #43 il: Maggio 11, 2015, 10:09:33 »


IL COMMENTO
Pensioni, la restituzione avverrà su quelle medie e non sulle alte
Il rimborso verrà erogato a rate
Dopo la sentenza della Consulta sulla rivalutazione degli assegni

Di Enrico Marro

Quello che ha detto il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, cioè che il governo, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale, non restituirà a tutti gli interessati la rivalutazione delle pensioni, è abbastanza scontato. Giusto o meno che sia. Lo aveva già fatto capire il ministro dell’Economia, Gian Carlo Padoan, quando aveva spiegato che il governo darà seguito alla sentenza senza far saltare i conti pubblici. Restituire tutto a tutti, cioè una cifra che solo di arretrati vale in media, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, da 1.640 euro netti per chi ha una pensione tra 1.405 e 1.500 euro lordi a 5.171 euro per chi prende più di 3mila euro lordi, avrebbe un costo per le casse dello Stato di ben 16,6 miliardi. Decisamente troppi per un Paese che deve stare attento allo zero virgola per non finire nelle procedure europee di infrazione.

Le ipotesi
Del resto, anche la lunga sentenza della Consulta sembra offrire margini all’esecutivo, quando ricorda che precedenti interventi di blocco della rivalutazione delle pensioni non sono stati censurati dalla Corte se colpivano assegni di importo elevato, per esempio per le fasce superiori a 8 volte il minimo, circa 4 mila euro al mese. Probabilmente, quindi, la restituzione avverrà sulle pensioni medie e non su quelle alte e il rimborso verrà erogato a rate. Queste le ipotesi che circolano. E rispetto alle quali è bene che il governo Renzi faccia chiarezza quanto prima. Anche se non ha la responsabilità di quanto accaduto, perché il blocco per il 2012 e 2013 dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo fu deciso dal governo Monti, è l’esecutivo Renzi che ha la responsabilità di dare una risposta tempestiva e soddisfacente ai pensionati che, dopo essere stati colpiti nel potere d’acquisto, non è giusto che ora rimangano troppo a lungo nell’incertezza.

6 maggio 2015 | 17:03
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_maggio_06/pensioni-restituzione-avverra-quelle-medie-non-alte-rimborso-verra-erogato-rate-c73507b8-f3ff-11e4-8aa5-4ce77690d798.shtml
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« Risposta #44 il: Maggio 14, 2015, 12:27:58 »

Soldi e politica
Il decreto della sentenza pensioni Mini-rimborsi oltre i 2.000 euro
Il Tesoro: restituire subito 2,5 miliardi. Ma c’è l’ipotesi del rinvio a dopo il voto.
La restituzione potrebbe essere completa solo fino a tre volte il minimo

Di Enrico Marro Lorenzo Salvia

ROMA La bozza del decreto legge sulle pensioni è pronta. L’idea sulla quale il governo, in prima linea i tecnici del ministero dell’Economia, sta lavorando è quella di rimborsare tutto o quasi fino a 4/5 volte il minimo. Sopra questa soglia gli arretrati si ridurrebbero molto velocemente. Un’ipotesi potrebbe prevedere il rimborso pieno per quella parte di assegno fino a 1.500 euro lordi al mese (tre volte il minimo), per poi scendere all’80% del dovuto tra i 1.500 e 2 mila euro, al 60% tra i 2 mila e i 2.500 (cinque volte il minimo), per poi essere rapidamente azzerato per gli assegni più alti.

Sul piatto le risorse non sono tante: il Tesoro, come ha annunciato fin dall’inizio il ministro Pier Carlo Padoan, vorrebbe «minimizzare» la spesa. Al punto che le ultime indiscrezioni parlano di un esborso non superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2015. Un miliardo e 600 milioni arriverebbe dal cosiddetto tesoretto, le risorse aggiuntive stimate nel Def, mentre il resto, confidano i tecnici di via XX settembre, si potrebbe trovare tra le pieghe del bilancio e accelerando sulla spending review, la revisione della spesa pubblica.

Ma non è facile la strada che il governo si trova davanti dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni nel 2012-13 deciso dal governo Monti. Gli ultimi calcoli, depositati ieri in Senato dal vice ministro dell’Economia Enrico Morando, dicono che restituire tutto a tutti per il passato e l’anno in corso costerebbe, al netto della tasse, 11 miliardi di euro. Qualcosa in meno rispetto alle stime circolate nei giorni scorsi, ma comunque più di quattro volte la spesa ipotizzata dai tecnici. Ecco perché ieri, quando lo stesso Morando ha sottolineato che la Consulta ha censurato la durata di due anni del blocco della rivalutazione delle pensioni, è spuntata anche l’ipotesi di correggere il meccanismo per uno solo dei due anni coinvolti, dimezzando di fatto il costo dell’operazione. Le cose, però, potrebbero cambiare ancora.

Il consiglio dei ministri, come previsto, è convocato per lunedì prossimo. Al momento l’ordine del giorno non c’è. E forse non è un caso. Nel governo, e anche nel Pd, c’è chi preferirebbe rinviare la soluzione a dopo le elezioni regionali di fine maggio. Per questo non è ancora escluso che lunedì, sul tavolo del consiglio dei ministri, arrivi un testo che parli sì di pensioni. Ma che stabilisca solo i principi generali dell’operazione, senza fissare fin da ora soglie e percentuali, senza dire esattamente quanto sarà rimborsato e a chi. Insomma un decreto ponte per un percorso a tappe. I dettagli arriverebbero dopo, il governo potrebbe fissare un periodo di tempo entro il quale completare tutte le simulazioni del caso. Con la motivazione di fare le cose per bene, evitando nuovi rilievi della Corte costituzionale. E magari mettendo mano a una riforma complessiva della previdenza che riequilibri anche i sacrifici tra le generazioni, come ha ripetuto ieri in Parlamento il presidente dell’Inps Tito Boeri. Un’operazione sul medio-lungo periodo che intanto avrebbe il vantaggio di far slittare il nodo rimborsi a dopo le elezioni di fine mese, evitando di scontentare a pochi giorni dal voto qualche milione di pensionati che ancora sperano di avere indietro tutto il dovuto.

14 maggio 2015 | 08:34
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_maggio_14/decreto-sentenza-pensioni-mini-rimborsi-oltre-2000-euro-d0289412-fa02-11e4-8080-f59274262d65.shtml
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