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Autore Topic: ANDREA TORNIELLI.  (Letto 10542 volte)
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« Risposta #45 il: Luglio 11, 2014, 11:53:04 »

7/07/2014
Francesco e le vittime della pedofilia: il significato di un gesto
Francesco incontra questa mattina sei persone che hanno subito abusi da parte di sacerdoti, in continuità con la linea di Benedetto XVI

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

Più ancora che per quello che il Papa e i suoi sei interlocutori si diranno o per le parole nell'omelia della messa, l'incontro che si svolge oggi a Santa Marta, lontano dai riflettori e dalle telecamere, è importante per il solo fatto di essere avvenuto. Francesco pregherà, parlerà e abbraccerà delle vittime che da ragazzi o da bambini hanno subito abusi da parte di sacerdoti o religiosi. Provengono da Germania, Gran Bretagna e Irlanda. È la prima volta che accade - almeno ufficialmente - da quando Bergoglio è stato eletto. Ed pure significativo che queste persone, le quali hanno avuto la vita indelebilmente segnata, vengano accolte nella casa del Papa e non incontrate a margine di un viaggio, lontano dal Vaticano.

Francesco ha detto e dimostrato più volte di voler continuare sulla linea tracciata dal suo predecessore. Il contributo di Joseph Ratzinger, prima come cardinale alla guida della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice, è stato determinante. Sono cambiate le norme giuridiche, si è instaurata una legislazione di emergenza, si sono semplificati i processi. Ma il cambiamento determinante Benedetto XVI l'ha compiuto con i gesti, a partire da quello compiuto nel 2008 a Washington, dove per la prima volta Papa Ratzinger incontrò alcune vittime della pedofilia clericale. Da allora gli incontri si sono moltiplicati, a quello negli Usa sono seguiti quelli in Australia, Malta, Regno Unito e Germania.

Questi gesti papali non vanno sottovalutati. La loro portata è infatti molto maggiore di quanto non sembri. Le leggi, le norme, sono importanti per combattere il fenomeno. Ma questo non si potrà mai combattere fino in fondo senza il cambiamento più importante, quello della mentalità. Fintanto che le vittime e i loro genitori, invece di essere oggetto di attenzione, vicinanza e sostegno, verranno viste come dei potenziali nemici del buon nome della Chiesa - com'è purtroppo accaduto per decenni, aggiungendo traumi e dolore ai traumi e al dolore irrimediabilmente subito dai bambini abusati - nulla potrà veramente cambiare.

Ricevendo oggi le vittime, dopo aver celebrato la messa con loro e per loro, Papa Francesco attesta ancora una volta l'attenzione verso chi ha subito gli abusi e la necessità di continuare nel cammino intrapreso per garantire la sicurezza dei minori che frequentano le parrocchie. L'attuale vescovo ausiliare di La Valletta a Malta, Charles Scicluna, che per un decennio ha collaborato con Ratzinger costituendo presso l'ex Sant'Uffizio una task force specializzata nel contrastare questi delitti, aveva detto nel 2011: «Se l’abuso l’ha commesso un sacerdote, la traccia nella vittima rimane ancora più grande, c’è una fiducia spirituale che viene distrutta, una fede che viene uccisa».

 
Per questo era ed è importante ascoltare i racconti delle vittime, mostrare loro vicinanza e comprensione, come accade oggi a Santa Marta da parte di un Papa che ha usato parole durissime sul fenomeno degli abusi: «Un sacerdote che fa questo tradisce il corpo del Signore perché il sacerdote deve portare questo bambino o questa bambina alla santità, e invece abusa di loro... È come fare una messa nera».

Ma insieme a questo gesto, Francesco ha voluto istituire anche una commissione per la tutela dei minori, affidata al cardinale O'Malley, che si deve occupare dei programmi e degli interventi per combattere il fenomeno all'interno della Chiesa. Vi fanno parte anche quattro donne, e una di queste, l'irlandese Marie Collins, è stata da ragazzina, vittima di un abuso perpetrato da un prete. La sua presenza a Santa Marta, insieme alle sei vittime dell'incontro di oggi, rappresenta il segno che la Chiesa continuerà a camminare sulla via imboccata da Benedetto XVI.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francisco-francis-35122/
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« Risposta #46 il: Agosto 18, 2014, 11:22:43 »

Papa e Cina, l’«incontro fra civiltà»
La visita del Papa in Oriente

18/08/2014
Andrea Tornielli

Francesco nel penultimo giorno del suo viaggio in Corea ha teso la mano alla Cina e a tutti i Paesi asiatici che ancora non hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede. Lo ha fatto spiegando che il cristiani non sono conquistatori.

Non sono intenzionati a togliere l’identità delle persone e dei popoli, non sono (o non dovrebbero essere) interessati alle strategie di marketing religioso né tantomeno preoccupati di imporre modelli culturali o di interferire nella legittima autonomia dei singoli Paesi. 

È singolare che la più significativa apertura verso le autorità di Pechino, ma anche verso quelle più vicine di Pyongyang o quelle di Laos, Myanmar e Vietnam, non sia avvenuta durante uno dei discorsi «diplomatici», in occasione di qualche saluto istituzionale. Il messaggio con la massima valenza geopolitica era contenuto in un testo dedicato all’evangelizzazione. Quelle parole del Papa erano infatti inserite in un discorso ai vescovi dell’Asia, tenuto a porte chiuse in un santuario che sorge nel castello di Haemi, il luogo divenuto la prigionia e patibolo per tremila martiri cristiani uccisi due secoli fa.

Memoria di martirio e di persecuzione, esperienze che si ripetono anche nel Terzo millennio, come non si è mai stancato di ricordare Francesco con i suoi frequenti accenni nelle omelie mattutine a Santa Marta. Eppure la prospettiva evangelica, nuovamente proposta in questi giorni dal Papa, risulta lontanissima dalle posizioni ideologiche che strumentalizzano parole cristiane. E ripropone la parola chiave dell’enciclica «Ecclesiam Suam» pubblicata cinquant’anni fa da Paolo VI: dialogo. Un termine considerato alla stregua di una parolaccia in tempi di «scontro di civiltà». Bergoglio ha invece spiegato che «il dialogo» - non soltanto quello «politico», ma anche quello semplicemente umano - come pure «l’apertura verso tutti», sono essenziali nella missione della Chiesa. Anzi, sono connaturali alla fede cristiana. Il punto di partenza «è la nostra identità propria», ha spiegato il Papa, perché «non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non ne siamo consapevoli». Ma non può esserci un dialogo autentico «se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro i quali parliamo». «Empatia» è la parola che corrisponde all’espressione tipica di Bergoglio, «Iglesia de la cercanía», cioè «Chiesa della prossimità». «Se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, dev’esserci apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture».

 Non è facile prevedere quale potranno essere gli sviluppi di questo approccio, già inaugurato nel maggio 2007 con la «Lettera ai cattolici cinesi», nella quale Benedetto XVI ricordava che «la Chiesa cattolica che è in Cina ha la missione non di cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato, bensì di annunziare» il Vangelo. E dunque «non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile».

A quel testo papale aveva direttamente contribuito l’allora sotto-segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, Pietro Parolin, che un anno fa Francesco ha voluto quale suo principale collaboratore come cardinale Segretario di Stato. In questi anni il rapporto tra la Santa Sede e Pechino è stato altalenante, ci sono state molte difficoltà, sono stati consacrati vescovi senza l’autorizzazione di Roma, ed è prematuro ipotizzare ciò che accadrà. Ma le prime reazioni che arrivano da Pechino appaiono di segno diverso rispetto a quelle del passato, di fronte alla mano tesa del Papa che ancora una volta non identifica il cristianesimo con l’Occidente e ripete che i cristiani non sono mossi da alcuno spirito di conquista.

Da - http://lastampa.it/2014/08/18/cultura/opinioni/editoriali/papa-e-cina-lincontro-fra-civilt-RmvNe1kYktgugkaf1AYNyH/pagina.html
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« Risposta #47 il: Marzo 17, 2015, 12:00:10 »

13/03/2015
Il Papa annuncia il «Giubileo della misericordia»
La sorpresa: un Anno Santo straordinario che inizierà l'8 dicembre 2015 e durerà fino al 20 novembre 2016, festa di Cristo Re. Verrà aperta la Porta Santa

Andrea Tornielli
Città del vaticano

«Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore», aveva detto nell'omelia a braccio nella chiesa parrocchiale di sant'Anna in Vaticano, quattro giorni dopo essere diventato Papa. «Io credo che questo sia il tempo della misericordia», ha detto nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal suo primo viaggio internazionale in Brasile, il 29 luglio 2013. «La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma è la stessa sostanza del Vangelo», ha scritto in una lettera inviata lunedì scorso all'Università cattolica argentina. Il tema della misericordia è stato centrale in questi primi due anni di pontificato e oggi, nel secondo anniversario della sua elezione, Francesco ha annunciato l'indizione di un Anno Santo della Misericordia. È stato il Papa stesso a comunicarlo, durante la liturgia penitenziale che ha presieduto nella basilica di San Pietro confessando alcuni fedeli. Questo Giubileo straordinario inizierà il prossimo 8 dicembre, nel cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II e durerà fino alla festa di Cristo Re, il 20 novembre 2016.

Ecco le parole con cui Francesco ha annunciato l'Anno Santo: «Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: “Siate misericordiosi come il Padre”. Questo Anno Santo inizierà nella prossima solennità dell’Immacolata concezione e si concluderà il 20 novembre del 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo e volto vivo della misericordia del Padre».

«Affido l’organizzazione di questo Giubileo - ha aggiunto il Papa - al Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare a ogni persona il Vangelo della misericordia. Sono convinto che tutta la Chiesa potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione a ogni uomo e ogni donna del nostro tempo».

Sul volo di ritorno da Rio de Janeiro, nel luglio 2013, Francesco rispondendo alla domanda di un giornalista aveva detto: «Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa – come una testimonianza di alcuni preti non buona, anche problemi di corruzione nella Chiesa – anche il problema del clericalismo, per fare un esempio, ha lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti...  È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti. Io penso, quando il Figliol prodigo è tornato a casa, il papà non gli ha detto: “Ma, tu, senti: accomodati. Cosa hai fatto con i soldi?”. No: ha fatto festa! Poi, forse, quando il figlio ha voluto parlare, ha parlato. Ma la Chiesa deve fare così. Quando c’è qualcuno… ma, non solo aspettarli: andare a cercarli! Questa è la misericordia. E io credo che questo sia un kairós: questo tempo è un kairós di misericordia. Ma questa prima intuizione l’ha avuta Giovanni Paolo II, quando ha incominciato con Faustina Kowalska, la Divina Misericordia… lui aveva intuito che era una necessità di questo tempo».

Il kairós, secondo la tradizione biblica, è la circostanza conveniente, il tempo opportuno per un'iniziativa di Dio da cogliere nel presente. Con l'annuncio di oggi Francesco vuole favorire la riscoperta del sacramento della penitenza e della riconciliazione, e ricordare che «Dio mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». La bolla di indizione sarà resa nota il mese prossimo, nella Domenica della Divina Misericordia (12 aprile) istituita da Giovanni Paolo II. Questo nuovo Anno Santo non rientra dunque in quelli «ordinari» celebrati ogni 25 anni (l'ultimo fu il grande Giubileo del 2000) ma s'innesta sulla scia di quelli «straordinari», che la Chiesa indice in momenti particolari. Tra questi va inserito quello indetto nel 1983 da Papa Wojtyla per celebrare i 1950 anni dalla redenzione operata da Gesù sulla croce nell'anno 33.

«La strada della Chiesa - aveva detto il Papa nell'importante omelia dello scorso 15 febbraio davanti ai nuovi (e vecchi) cardinali - è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano”».

Particolarmente significativa, per comprendere lo sguardo del Papa su questo tema, è l'omelia che ha pronunciato questo pomeriggio in San Pietro e che si è conclusa con l'annuncio del Giubileo. Francesco, commentando il brano evangelico della peccatrice che si prostra davanti a Gesù per cospargergli i piedi di unguento profumato, ha spiegato la differenza tra il suo atteggiamento e quello di Simone il fariseo. Nel primo caso, c'è «l'amore che va oltre la giustizia», mentre «Simone il fariseo, al contrario, non riesce a trovare la strada dell’amore. Rimane fermo alla soglia della formalità... Nei suoi pensieri invoca solo la giustizia e facendo così sbaglia. Il suo giudizio sulla donna lo allontana dalla verità».

«Il richiamo di Gesù spinge ognuno di noi a non fermarsi mai alla superficie delle cose - ha spiegato il Papa - soprattutto quando siamo dinanzi a una persona. Siamo chiamati a guardare oltre, a puntare sul cuore per vedere di quanta generosità ognuno è capace. Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono».

Dopo l'annuncio dell'Anno santo della Misericordia, papa Francesco si è recato a un confessionale della basilica di San Pietro e si è inginocchiato davanti a un penitenziere per confessarsi. Lo stesso gesto avava compiuto anche l'anno scorso nella medesima occasione, prima di confessare alcuni fedeli.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/39711/
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« Risposta #48 il: Gennaio 03, 2016, 06:19:03 »

Tra migranti e guerre un Papa in prima linea
Nei viaggi in America Latina, Usa e Africa ha illustrato il suo credo: sempre con gli ultimi

31/12/2015
Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Il 2015 di Francesco si può riassumere in quattro immagini emblematiche: la prima è quella del Papa che a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, partecipa all’incontro dei movimenti popolari, lo scorso luglio. La seconda è quella, storica, che ritrae il primo Pontefice invitato a parlare di fronte al Congresso degli Stati Uniti, in settembre. La terza e la quarta sono state scattate entrambe a fine novembre: domenica 29 Francesco inaugura il Giubileo della misericordia non a Roma, ma a Bangui, martoriata capitale della Repubblica Centrafricana che in tanti avevano cercato di non fargli visitare enfatizzando allarmi sicurezza. E il giorno dopo, in un piccolo stadio del quartiere «Km 5» di Bangui, il Papa saluta una folla composta da musulmani dopo aver fatto salire l’imam sulla papamobile: un segno importante, due settimane dopo gli attentati di Parigi. Sono quattro scatti che descrivono come il vescovo di Roma abbia saputo portare le periferie del mondo al centro dell’attenzione e sia riuscito a parlare al cuore della nazione più potente del mondo.

Dal punto di vista della vita della Chiesa il 2015 è segnato dall’annuncio a sorpresa e dall’apertura dell’Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia, con la novità delle Porte sante aperte in ogni diocesi e della decisione di dichiarare tali anche le porte delle celle nelle carceri. Poi in ottobre il secondo Sinodo dedicato alla famiglia, conclusione di un lungo lavoro che ha coinvolto le chiese locali.

Il magistero di Francesco ha visto anche aggiungersi una nuova enciclica sociale, la «Laudato si’», interamente dedicata alla custodia del creato. Nel testo, che ha avuto una grande eco, il Papa mostra le connessioni tra lo sfruttamento dell’ambiente, l’attuale modello di sviluppo e la povertà: bisogna eliminare le cause strutturali di un’economia che idolatra il denaro, solo così si potranno fare passi in avanti reali e duraturi per la salvaguardia del pianeta.

L’anno di Francesco si è aperto con un lungo e intenso viaggio nello Sri Lanka e nelle Filippine, conclusosi con la messa più partecipata della storia (quasi sette milioni di persone). A luglio il Papa ha visitato tre Paesi dell’America Latina, per incoraggiare significativi processi di sviluppo sociale che sono in atto: l’Ecuador, la Bolivia e il Paraguay. Bergoglio ha sfidato l’altitudine proibitiva dell’aeroporto di El Alto e della capitale boliviana La Paz e ha incontrato i movimenti popolari: cartoneros, «sem terra», sindacalisti, gruppi che lottano per la casa. Quella del Pontefice è una capacità di includere e di dar voce a chi non ne ha. In settembre, l’invito-richiesta a tutte le parrocchie di accogliere una famiglia di rifugiati che scappano dalla guerra.

Il viaggio a Cuba e negli Stati Uniti è avvenuto a meno di un anno dallo storico accordo tra l’Avana e Washington, che ha posto fine ad un altro residuo della Guerra fredda. Le tappe a Washington, New York e Filadelfia erano considerate un appuntamento tra i più difficili per il Papa latinoamericano: si temeva fustigasse i «padroni del mondo», invece ne ha conquistato il cuore perché ha saputo parlare dei loro valori più profondi. 

Ai membri del Congresso che lo applaudivano, dopo essersi presentato come il figlio di emigranti, ha chiesto l’abolizione della pena di morte e ha detto: «Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione con cui vorremmo essere trattati... Se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità».

Da - http://www.lastampa.it/2015/12/31/societa/speciali/era-il-2015/tra-migranti-e-guerre-un-papa-in-prima-linea-TRo9zRnNivZ1sZqA5DcfGI/pagina.html
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« Risposta #49 il: Luglio 30, 2016, 11:13:22 »

Il silenzio di Francesco per le vittime della Shoah
Ad Auschwitz il momento più commovente della visita del Papa in Polonia. L’incontro con i superstiti e i “Giusti tra le Nazioni” che salvarono gli ebrei.
E nel libro d’onore scrive: “Signore abbi pietà del tuo popolo. Signore perdona così tanta crudeltà”

29/07/2016
ANDREA TORNIELLI - INVIATO AD AUSCHWITZ-BIRKENAU
 
E’ la giornata del silenzio e della preghiera. Papa Francesco procede lentamente, da solo, attraversando il famoso arco con la scritta: “Il lavoro rende liberi”. Percorre un po’ di strada a bordo di una vettura elettrica, poi - seduto su una panchina tra gli alberi - prega muto nella piazza dell’Appello, luogo dell’impiccagione dei prigionieri, dove san Massimiliano Kolbe ha offerto la sua vita per un altro prigioniero, un gesto di amore nel luogo della barbarie e della disumanità. Mani giunte, a tratti anche con il capo chino e gli occhi chiusi, Francesco ha pregato da solo in silenzio per diversi minuti.
 
Bergoglio, terzo Pontefice a varcare le porte di Auschwitz e Birkenau, i campi di concentramento dove vennero sterminati più di un milione di ebrei, ha scelto di non pronunciare discorsi. Perché il silenzio è la più alta forma di rispetto per le vittime. Quello che aveva da dire sull’immane tragedia della Shoah, Francesco lo aveva detto allo Yad Vashem, a Gerusalemme, e nel dialogo con l’amico rabbino Abraham Skorka: “La Shoah è un genocidio come gli altri genocidi del XX secolo, ma ha una particolarità. Non intendo dire che è di primaria importanza mentre gli altri sono di secondaria importanza, ma c’è una particolarità, una costruzione idolatrica contro il popolo ebreo. La razza pura e l’essere superiore sono gli idoli sulla cui base si costituì il nazismo. Non è solo un problema geopolitico, ma esiste anche una questione religiosa e culturale. E ogni ebreo che veniva ucciso era uno schiaffo al Dio vivo in nome degli idoli”.
 
Papa Francesco in visita ad Auschwitz
Nel luogo del massacro, ogni parola sarebbe risultata riduttiva. Il Papa è stato accolto dalla premier Beata Maria Szydlo. Nel Blocco 11 incontra personalmente undici superstiti, l’ultimo dei quali gli consegna una candela con la quale Francesco accende una lampada come dono al campo. La lampada, con stemma in argento dorato, è costituita da una base in legno di noce tornito, che si ispira al reticolato del campo di concentramento, ormai eroso dal tempo, quale rappresentazione del potere che arriva a teorizzare la supremazia sull’uomo e sulla natura.
 
Tre dei superstiti hanno più di cento anni. Allo Yad Vashem, Francesco aveva baciato la mano dei sopravvissuti, ora qui ad Auschwitz, all’interno del Blocco 11, li abbraccia uno ad uno, dopo aver stretto la mano a ciascuno. C’è chi gli mostra delle foto e chiede una sua firma per ricordo. E c’è anche chi per salutarlo gli bacia la mano. 
 
La seconda tappa, sempre ad Auschwitz, è la visita e la preghiera nella cella dove morì Kolbe, conventuale francescano polacco. 
 
Nella cella della fame, illuminata da una piccola finestra sbarrata, Francesco si siede da solo, nella penombra. E prega in silenzio. Sui muri ci sono i graffiti, tra i quali una croce. Padre Kolbe, al medico che gli iniettava l’acido fenico per accelerare la morte, aveva detto: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a nulla, solo l’amore crea”. 
 
Il Pontefice argentino ha firmato il Libro d’Onore sistemato in un piccolo tavolo di un corridoio. “Signore - ha scritto il Papa - abbi pietà del tuo popolo. Signore perdona così tanta crudeltà”. 
 
Quindi Francesco si è spostato a Birkenau, il vero luogo simbolo della Shoah, entrando dall’ingresso principale e procedendo - a bordo di una vettura elettrica - parallelamente alla ferrovia, lungo quel binario che portava alla morte. Davanti al monumento alle vittime delle Nazioni lo attendono un migliaio di ospiti. . Il Papa passa in rassegna le lapidi commemorative delle vittime nelle varie lingue. E prega silenziosamente.
 
Francesco depone poi una candela accesa. E sotto di essa lascia alcuni fogli. L’unica voce che si alza è quella del rabbino capo della Polonia che canta in ebraico il salmo 130, il “de profundis”. Il testo viene riletto in polacco da un sacerdote.
 
All’altezza dell’ultima lapide lo attendono venticinque “Giusti tra le Nazioni”, non ebrei che nell’ora più buia, a rischio della vita propria e di quella dei loro cari, salvarono le vite dei perseguitati. Come accadde alla famiglia Ulma, che accolse nascondendo in una fabbrica otto ebrei, e venne sterminata dai nazisti. Tra i giusti c’è una suora, Janina Kierstan, madre generale delle Sorelle Francescane della famiglia, l’ordine che salvò circa cinquecento bambini ebrei.
 
Il sacrificio di padre Kolbe, quello degli Ulma, e il coraggio dei “Giusti tra le Nazioni” rappresentano un segno di speranza, una luce flebile ma allo stesso tempo potente, nel buio dell’umanità.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2016/07/29/vaticaninsider/ita/vaticano/il-silenzio-di-francesco-per-le-vittime-della-shoah-tlg5lUK4NoO25QYEDjEfEL/pagina.html
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« Risposta #50 il: Novembre 08, 2016, 11:09:07 »

“Dobbiamo essere duri con questa Europa che ci lascia soli”
Vatican Insider intervista il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, alla vigilia dei suoi 75 anni e dunque della presentazione della rinuncia al Papa.
Sull’emergenza immigrati dice: serve un piano Marshall; l’atteggiamento della Ue è «un sintomo molto brutto per il futuro del continente»


Il cardinale Angelo Scola

06/11/2016
ANDREA TORNIELLI
MILANO

Domani, lunedì 7 novembre, il cardinale Angelo Scola, dal 2011 arcivescovo di Milano, compie 75 anni e come tutti i vescovi è tenuto a presentare la rinuncia al Papa. Lo incontriamo a casa sua, in piazza Fontana, in una grigia mattinata autunnale.
 
Perché ha invitato il Papa a Milano e che cosa si aspetta dalla sua visita? 
«Il compito del Papa è confermare i fratelli nella fede. Ne abbiamo un gran bisogno anche come diocesi di Milano. Confermare nella fede significa aiutarci ad affrontare la realtà così com’è, verificare la nostra capacità di essere Chiesa in uscita verso le periferie, nella vita quotidiana di ogni uomo. Sto facendo la visita pastorale: è commovente nel popolo il continuo riferimento al Papa. Sono sicuro che da Francesco riceverà impulso anche l’azione nella società civile: i Dialoghi di vita buona; il Fondo per individuare nuovi posti di lavoro per chi l’ha perduto; l’immigrazione; la lotta contro l’emarginazione che a Milano è molto più diffusa di quanto non sembri. Chiederemo al Papa indicazioni pastorali basate anche sulla sua esperienza di Cardinale latino-americano».
 
Qualche anticipazione sul programma? 
«Ci sarà una grande messa con i fedeli di tutta la Lombardia, un incontro con i sacerdoti e i religiosi e le religiose, la visita a una periferia e ad un carcere».
 
La Chiesa italiana si è sintonizzata con Francesco dopo tre anni di pontificato? 
«Nel popolo, certamente. Basterebbe il dato dell’incremento delle confessioni per il Giubileo. In Duomo non ci sono state pause, neanche in estate. Certo, poi ci sono alcuni che si assumono la responsabilità di avanzare delle riserve sul Papa, anche se in Italia mi sembra che siano molto minoritari. Il Papa è un dono grande, soprattutto per noi europei che di cambiamento avevamo un gran bisogno. Dobbiamo evitare di ridurre la sua azione a slogan e non dobbiamo scimmiottarlo, anche noi vescovi: ognuno sia se stesso come il Papa ci chiede. Non è una cosa facile, richiede atteggiamento di conversione».
Lunedì 7 novembre lei compie 75 anni, l’età in cui in vescovi presentano la rinuncia. Quando lascerà? E come vive questo momento? 
«Lo vivo con serenità. Invecchiando, una cosa si fa sempre più evidente: si vive al cenno di un Altro. Del futuro non so ancora nulla, qualsiasi cosa il Papa decida, sono pronto. Sono tranquillo e ... non mi mancherà il lavoro».
 
Ci sarà lei ad accogliere Francesco il 25 marzo? 
«Penso proprio di sì, questo credo di poterlo dire».
 
Una difficoltà che ha vissuto di questi anni a Milano? 
«In una mega-diocesi come questa si fa fatica a vivere i rapporti faccia a faccia. Da questo punto di vista ammiro molto il modo di muoversi del Papa. Ho trovato grande consolazione nelle 46 assemblee decanali già svolte per la visita pastorale, perché lì il faccia a faccia si realizza». 
 
Che cosa dovrebbero fare le Chiese europee di fronte alla secolarizzazione? 
«Bisogna farla finita con la mistica depressiva sui “lontani” e sulle strategie dei cristiani per raggiungerli. Gesù è venuto a condividere il quotidiano, nessuno è “lontano” dall’esperienza umana del lavoro o degli affetti. Bisogna vivere la propria vita secondo i sentimenti e il pensiero di Gesù, e comunicarlo con semplicità, senza affidarsi a progetti astratti fatti a tavolino e senza pararsi dietro al “si è sempre fatto così”».
 
Come vede oggi la città di Milano il suo arcivescovo? 
«Vedo una decisa volontà di cambiamento. Ci sono fattori interessanti che provengono dalla società civile. Penso a Expo, al manifestarsi di nuove forme di lavoro o alla ripresa di un certo gusto a trovarsi insieme: guardiamo per esempio, al fenomeno della Darsena. Qualcosa di simile avveniva negli anni Sessanta: mi ricordo che alle sette di sera piazza Duomo si riempiva di gente che discuteva di qualsiasi cosa. C’è voglia di una nuova Milano. Resta però sempre il rischio di lasciar da parte la questione del “senso del vivere” che, per noi cristiani, è la questione della fede».
 
E la politica, a Milano e in Italia? 
«C’è da chiedersi che cosa sia la politica oggi. A partire da “casa nostra”. Sono personalmente convinto che il cattolicesimo politico sia finito. Questo si lega alla crisi dei partiti. I cattolici devono inventare altre modalità di partecipazione». 
 
Quali forme? 
«Il tema della dignità della persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri, le leggi connesse a questi diritti, delle libertà realizzate, della solidarietà, della sussidiarietà... Sono tanti lampioni accesi. Però è come se non fossero accesi ai bordi di una strada tracciata. Gli strumenti per renderli praticabili sono in mano al pulviscolo delle associazioni di volontariato che rappresentano la vera ricchezza della società civile milanese. Ma non si vedono ancora all’orizzonte forme di politica adeguate a questo cambiamento».
 
Che cosa pensa delle reazioni di rifiuto dei migranti che si sono verificate nelle ultime settimane? 
«Noi educhiamo e spieghiamo troppo poco, così diventiamo preda di strumentalizzazioni. Siamo di fronte a un processo storico, i dati Onu ci parlando di decine di milioni di esseri umani in movimento in tutto il pianeta. La storia non ci domanda il permesso di innescare i processi. Ci chiede però di intervenire per orientarli. È questione di responsabilità». 
 
Come risponde la Chiesa? 
«Con l’atteggiamento del Buon Samaritano, nell’immediato: arrivi e ti aiuto. Diverso è il compito della politica. Serve una sorta di piano Marshall almeno a livello europeo per affrontare il problema, sia nei paesi di partenza come nei nostri. A Milano sperimentiamo l’accoglienza diffusa: 4 o 5 persone per parrocchia o associazione. Questo rende tutto più praticabile. Parrocchie, associazioni e Caritas ne accolgono circa 3.000. Il nostro popolo di fronte al bisogno si mobilita. Ho fiducia in questi percorsi di integrazione, anche se chiederanno tempo. Le reazioni scomposte sono inevitabili, ma non vedo una deriva razzista nella nostra gente». 
 
Che cosa pensa dell’atteggiamento della Ue? 
«Noi italiani dobbiamo essere molto duri con questa Europa perché ci sta lasciando soli. È un sintomo molto brutto per il futuro del continente, non vorrei che fosse il sintomo di una malattia mortale. La crisi dell’Europa è clamorosa». 
 
Che cosa può dire dell’emarginazione nascosta che esiste a Milano? Si parla di 13 mila poveri... 
«Credo siano purtroppo molti di più. Nella prima grande periferia non c’è parrocchia senza un nucleo emarginato. Non ci sono le favelas, ma c’è comunque gente che non riesce a mettere insieme due pasti al giorno. Oppure ci sono situazioni come quella che ho visto alle Case Bianche, con anziani immobilizzati al nono piano perché l’ascensore non funziona. Questo ha fatto fiorire un volontariato generoso. Penso a situazioni di degrado in quartieri come San Siro o Turro. Tanta gente che si impegna. Il Banco alimentare, ad esempio: milioni di persone che usufruiscono del cibo recuperato. Il popolo di fronte al bisogno si mobilita, ma occorre anche essere educati, ad esempio, a non sprecare il cibo. Il sindaco Cacciari mi disse che il Comune senza l’aiuto della Chiesa non potrebbe garantire un welfare sufficientemente articolato. Ma il nesso carità-cultura ancora non si vede. È spesso generosità che fa fatica a diventare mentalità».
 
I recenti terremoti hanno fatto dire a qualcuno che si tratta di una punizione divina. Che cosa risponde? 
«Gesù ha già dato una risposta, parlando del crollo della torre di Siloe, che uccise 18 persone: “Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No...”. Non sostituiamoci a Dio nel ruolo del giudice. Queste terribili occasioni sono chiamate a generare comunione cristiana e amicizia civica. Sono una provocazione a porci le domande vere, alla conversione personale, comunitaria e sociale. Un motivo di maggiore abbandono al mistero divino. Tocca a noi chiederci se viviamo bene il nostro rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi, con il creato. Mi ha colpito la generosità dei milanesi: le parrocchie hanno raccolto un milione mezzo di euro, più mezzo milione la Caritas».
 
Ha visto le prime puntate di «The Young Pope»? Che cosa ne pensa? 
«Ho guardato qualche spezzone. È un film di fantasia. Ci sono luoghi comuni ben celati da una fantasia sbrigliata e da una straordinaria tecnica filmica».
 
Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/06/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/il-terremoto-non-sostituiamoci-a-dio-nel-ruolo-del-giudice-sth1IOoZ2vvA09rQsXwwnN/pagina.html
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« Risposta #51 il: Gennaio 08, 2017, 09:33:32 »

Papa Francesco: “Il dramma di Lampedusa mi ha fatto sentire il dovere di mettermi in viaggio”
Il Pontefice: vale la pena

Pubblicato il 08/01/2017
Ultima modifica il 08/01/2017 alle ore 08:52

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

non era in programma, però era importante andare. Poi non ho più smesso: è faticoso ma per quei sorrisi ne
Esce nelle librerie martedì 10 gennaio il libro «In viaggio» (Piemme edizioni, pagg. 348, 18 euro), il racconto dei viaggi internazionali di Papa Francesco scritto da Andrea Tornielli, giornalista della Stampa e coordinatore del sito web Vatican Insider. La prima sorprendente trasferta a Lampedusa, poi il Brasile, la Terra Santa, l’Asia, l’America Latina, Cuba e gli Stati Uniti, la Porta Santa aperta anticipatamente in Africa, Asia, ma anche la sorpresa dell’isola di Lesbo con la visita al campo profughi e i viaggi-lampo a Tirana, Sarajevo, Lund… Territori affascinanti e città emblematiche, luoghi complessi e popolazioni eterogenee, che hanno visto il Pontefice denunciare con decisione il narcotraffico, la vendita di armi, la corruzione, addirittura lo schiavismo in certi settori dell’economia, e definire tragedia umanitaria la questione delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo. Un Papa pellegrino di pace, ma anche un profeta scomodo, che invita le Chiese locali a essere vicine ai settori più emarginati della società. 

Il libro è un diario di viaggio, con retroscena, episodi inediti e il racconto in presa diretta degli incontri di Bergoglio avvenuti attorno al mondo dal 2013 ad oggi. E si apre con un capitolo che contiene un lungo colloquio con Francesco sui suoi viaggi. Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervista. 

Santità, lei ama viaggiare? 
«Sinceramente no. Non mi è mai piaciuto molto viaggiare. Quando ero vescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires, venivo a Roma soltanto se necessario e se potevo non venire, non venivo. Mi è sempre pesato stare lontano dalla mia diocesi, che per noi vescovi è la nostra “sposa”. E poi io sono piuttosto abitudinario, per me fare vacanza è avere qualche tempo in più per pregare e per leggere, ma per riposarmi non ho mai avuto bisogno di cambiare aria o di cambiare ambiente».

Si aspettava, all’inizio del pontificato, che avrebbe viaggiato così tanto? 
«No, no, davvero! Come ho detto, non mi piace molto viaggiare. E mai avrei immaginato di fare così tanti viaggi...».

Come ha cominciato? Che cosa le ha fatto cambiare idea? 
«Il primissimo viaggio è stato quello a Lampedusa. Un viaggio italiano. Non era programmato, non c’erano inviti ufficiali. Ho sentito che dovevo andare, mi avevano toccato e commosso le notizie sui migranti morti in mare, inabissati. Bambini, donne, giovani uomini... Una tragedia straziante. Ho visto le immagini del salvataggio dei superstiti, ho ricevuto testimonianze sulla generosità e l’accoglienza degli abitanti di Lampedusa. Per questo, grazie ai miei collaboratori, è stata organizzata una visita lampo. Era importante andare là. Poi c’è stato il viaggio a Rio de Janeiro, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si trattava di un appuntamento già in agenda, già stabilito. Sempre il Papa è andato alle GMG (...). Il viaggio non è mai stato in discussione, bisognava andare, e per me è stato il primo ritorno nel continente latinoamericano».

La GMG era un appuntamento a cui il Papa non poteva mancare. Ma gli altri? 
«Dopo Rio è arrivato un altro invito e poi un altro ancora. Ho risposto semplicemente di sì, lasciandomi in qualche modo “portare”. E ora sento che devo fare i viaggi, andare a visitare le Chiese, incoraggiare i semi di speranza che ci sono».

Quanto le pesano le trasferte internazionali, dal punto di vista fisico? 

«Sono pesanti, ma diciamo che per il momento me la cavo. Forse mi pesano dal punto di vista psicologico più ancora che dal punto di vista fisico. Avrei bisogno di più tempo per leggere per prepararmi. Un viaggio non impegna soltanto per i giorni durante i quali si sta fuori, nel Paese o nei Paesi visitati. C’è anche la preparazione, che solitamente avviene in periodi nei quali c’è anche tutto il lavoro ordinario da svolgere. Quando ritorno a casa, in Vaticano, di solito il primo giorno dopo il viaggio è abbastanza faticoso e ho bisogno di recuperare. Ma porto sempre con me volti, testimonianze, immagini, esperienze... Una ricchezza inimmaginabile, che mi fa sempre dire: ne è valsa la pena».

Ha cambiato qualcosa nell’agenda già consolidata dei viaggi papali? 
«Non molto. Ho cercato, ad esempio, di eliminare del tutto i pranzi di rappresentanza. È naturale che sia le autorità istituzionali del Paese visitato, sia i confratelli vescovi, desiderino festeggiare l’ospite che arriva. Non ho nulla contro lo stare a tavola in compagnia. Ricordiamoci che il Vangelo è pieno di racconti e di testimonianze che descrivono proprio circostanze come questa: il primo miracolo di Gesù avviene durante un banchetto di nozze (...). Ma se l’agenda del viaggio, come accade quasi sempre, è già pienissima di appuntamenti, preferisco mangiare in modo semplice e in poco tempo».

Quali sentimenti prova di fronte all’entusiasmo della gente che l’aspetta per ore per vederla passare sulle strade? 
«Il primo sentimento è quello di chi sa che ci sono gli “Osanna!” ma come leggiamo nel Vangelo, possono arrivare anche i “Crucifige!”. Un secondo sentimento lo traggo da un episodio che ho letto da qualche parte. Si tratta di una frase detta dall’allora cardinale Albino Luciani a proposito degli applausi che un gruppo di chierichetti accogliendolo gli aveva tributato. Disse più o meno così: “Ma voi potete immaginare che l’asinello su cui sedeva Gesù nel momento dell’ingresso trionfale a Gerusalemme potesse pensare che quegli applausi fossero per lui?”. Ecco il Papa deve aver coscienza del fatto che lui “porta” Gesù, testimonia Gesù e la sua vicinanza, prossimità e tenerezza a tutte le creature, in modo speciale quelle che soffrono. Per questo qualche volta a chi grida “viva il Papa” ho chiesto invece di gridare “Viva Gesù!”. Ci sono poi espressioni bellissime a proposito della paternità in uno dei dialoghi del beato Paolo VI con Jean Guitton. Papa Montini confidava al filosofo francese: “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i Papi nell’epoca contemporanea, abbiano deciso di viaggiare». 

Ricordi dei viaggi che le sono rimasti indelebili nella memoria? 
«L’entusiasmo dei giovani a Rio de Janeiro, che mi tiravano di tutto nella papamobile. E poi, sempre a Rio, quel bambino che riuscendo a intrufolarsi ha salito le scale di corsa e mi ha abbracciato. Ricordo la gente accorsa al santuario di Madhu, nel nord dello Sri Lanka dove ad accogliermi ho trovato, oltre ai cristiani, anche i musulmani e gli indù, un luogo dove i pellegrini arrivano come membri di un’unica famiglia. O l’accoglienza nelle Filippine. Ho ancora davanti agli occhi il gesto di quei papà che alzavano i loro bambini, perché li benedicessi, e mi sembrava che volessero dire: questo è il mio tesoro, il mio futuro, il mio amore, per lui vale la pena di lavorare e di fare sacrifici. E c’erano anche tanti bambini disabili, e i loro genitori non nascondevano il loro figlio, me lo porgevano perché lo benedicessi affermando con i loro gesti: questo è il mio bambino, è così, ma è mio figlio. Gesti nati dal cuore. Ancora ricordo le tante persone che mi hanno accolto a Tacloban, sempre nelle Filippine. Pioveva tanto quel giorno. Dovevo celebrare la messa per ricordare le migliaia di morti provocati dal Tifone Hayan, e il maltempo per poco non faceva saltare il viaggio. Ma non potevo non andare: mi avevano tanto colpito le notizie su quel tifone che aveva devastato quella zona nel novembre 2013. Pioveva e io indossavo un impermeabile giallo sopra le vesti per la messa che abbiamo celebrato lì, come si poteva, in un piccolo palco frustrato dal vento. Dopo la messa un cerimoniere mi ha confidato che era rimasto colpito e anche edificato perché i ministranti, nonostante la pioggia, mai avevano mai perso il sorriso. C’era il sorriso anche sul volto dei giovani, dei papà e delle mamme. Una gioia vera, nonostante i dolori e la sofferenza di chi ha perso la casa e qualcuno dei suoi cari».

Dopo un viaggio, che cosa accade: come ricorda le persone incontrate? 
«Le porto nel mio cuore, prego per loro, prego per le situazioni dolorose e difficili con le quali sono venuto in contatto. Prego perché si riducano le disuguaglianze che ho visto». 
   
Tanti viaggi nel mondo, quasi nessuno nei Paesi dell’Unione Europea. Perché? 
«L’unico Paese dell’Unione Europea che ho visitato è stata la Grecia, con il viaggio di appena cinque ore a Lesbos per incontrare e confortare i profughi, insieme con il miei fratelli Bartolomeo di Costantinopoli e Hyeronimos di Atene (...). Sono poi andato al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ma quella è stata piuttosto una visita a un’istituzione, non a un Paese. Ma ho comunque visitato altri Paesi che sono europei pur non facendo parte della Unione: l’Albania e la Bosnia Erzegovina. Ho preferito privilegiare quei Paesi nei quali posso dare un piccolo aiuto, incoraggiare chi nonostante le difficoltà e i conflitti lavora per la pace e per l’unità. Paesi che sono, o che sono stati, in gravi difficoltà. Questo non significa non avere attenzione per l’Europa che incoraggio come posso a riscoprire e a mettere in pratica le sue radici più autentiche, i suoi valori. Sono convinto che non saranno le burocrazie o gli strumenti dell’alta finanza a salvarci dalla crisi attuale e a risolvere il problema dell’immigrazione, che per i Paesi dell’Europa è la maggiore emergenza dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».

Tra le novità dei viaggi papali c’è, immagino, un protocollo diverso riguardante la sicurezza. È così? 
«Io sono grato ai gendarmi e alle guardie svizzere per essersi adattati al mio stile. Non riesco a muovermi nelle macchine blindate o nella papamobile con i vetri antiproiettile chiusi. Comprendo benissimo le esigenze di sicurezza e sono grato a quanti, con dedizione e molta, davvero molta fatica durante i viaggi mi sono vicini e vigilano. Però un vescovo è un pastore, un padre, non ci possono essere troppe barriere tra lui e la gente. Per questo motivo ho detto fin dall’inizio che avrei viaggiato soltanto se mi fosse stato sempre possibile il contatto con le persone. C’era apprensione durante il primo viaggio a Rio de Janeiro, ma ho percorso tante volte il lungomare di Copacabana con la papamobile aperta, salutando i giovani, fermandomi con loro, abbracciarli. Non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in quei giorni. Bisogna fidarsi e affidarsi. Sono consapevole dei rischi che si possono correre. Devo dire che, forse sarò incosciente, non ho timori per la mia persona. Ma sono invece sempre preoccupato per l’incolumità di chi viaggia con me e soprattutto della gente che incontro nei vari Paesi. Quello che mi impensierisce sono i rischi concreti, le minacce per chi viene e partecipa a una celebrazione o a un incontro. C’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte di qualche pazzo. Ma c’è sempre il Signore». 

© 2017 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 

© 2017 - EDIZIONI PIEMME Spa, Milano 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/08/italia/cronache/papa-francesco-il-dramma-di-lampedusa-mi-ha-fatto-sentire-il-dovere-di-mettermi-in-viaggio-24nCZYgbPwPOfZnWzqnkPM/pagina.html
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« Risposta #52 il: Gennaio 29, 2017, 08:41:47 »

Giochi di potere e preservativi, papa Francesco sfida i Cavalieri di Malta
Deve lasciare il Gran Maestro che aveva silurato il Cancelliere per il “condom-gate” in Myanmar
L’Ordine nato nell’XI secolo oggi può contare su un patrimonio di 1,7 miliardi di euro, centomila volontari e circa 2000 opere di assistenza a rifugiati e poveri distribuite in tutto il mondo

Pubblicato il 26/01/2017
Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Un Gran Maestro in carica a vita, molto british e appassionato di caccia alla volpe, che si dimette improvvisamente dopo un’udienza con il Papa. Un cardinale «patrono» americano che porta scompiglio all’interno di una delle istituzioni cavalleresche più antiche, contribuendo a defenestrare il numero due dell’Ordine, il Gran Cancelliere Albrecht Freiherr von Boeselager, membro di un’antica e nobile famiglia tedesca antinazista. Una vecchia storia di preservativi distribuiti da una ONG in Myanmar. Lettere, contro-lettere e pubblici comunicati senza un barlume di diplomazia. Quelle vissute dall’antico e potente Sovrano Militare Ordine di Malta sono state festività natalizie di fuoco. Ieri il clamoroso epilogo: le dimissioni di Sua Altezza il Gran Maestro Matthew Festing, rassegnate su richiesta di Francesco e accompagnate dalla decisione papale di nominare a breve un «delegato pontificio» che accompagni i Cavalieri in questa fase delicata della loro storia. Così da non creare contraccolpi a una realtà che conta 2000 opere di assistenza ai rifugiati e ai poveri, con 100 mila volontari e un patrimonio di un miliardo e 700 milioni di euro da impiegare a servizio di chi ha più bisogno.

I preservativi in Myanmanr 
Von Boeselager, figlio dell’omonimo barone che nel 1944 partecipò al complotto contro Adolf Hitler, viene eletto Gran Cancelliere e dunque numero tre nella gerarchia dell’Ordine dei Cavalieri di Malta nel 2014, contro il volere del Gran Maestro Festing che gli aveva opposto una lista alternativa. I rapporti tra i due diventano tesi. Boeselager è molto stimato, come attestano le decine di testimonianze interne all’Ordine raccolte dalla commissione vaticana d’inchiesta. Con l’arrivo quale cardinale patrono del porporato americano conservatore Raymond Leo Burke, Festing trova un alleato. L’occasione per la resa dei conti è una storia accaduta nel 2013, quando Boeselager, non ancora Cancelliere, si occupava delle iniziative assistenziali nel mondo. Una ONG che collabora con i Cavalieri di Malta aveva distribuito dei preservativi in Myanmar. E lui, secondo l’accusa, ne sarebbe stato a conoscenza.

Il coinvolgimento del Papa 
Entra in gioco direttamente il cardinale Burke, sempre più influente nell’Ordine, che il 10 novembre 2016 va in udienza dal Papa. E gli assicura essere Boeselager il responsabile del «condom-gate». Burke chiede anche una lettera pontificia per avallare la defenestrazione del Gran Cancelliere considerato ormai troppo «liberale». Francesco scrive una missiva invitando i Cavalieri a vigilare sul rispetto della morale cattolica, ma chiede esplicitamente di risolvere la contesa con un confronto interno, senza tagliare delle teste. La volontà del Papa, che non avalla affatto la rimozione di Boeselager, non viene però presa in considerazione. Il 15 dicembre il Gran Cancelliere viene allontanato. Francesco, che era stato chiamato in causa dal cardinale Burke, fa intervenire il Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale per ben due volte scrive al Gran Maestro spiegando quali fossero le reali indicazioni papali.

La commissione e il comunicato 
L’Ordine però resiste. Bergoglio decide allora di nominare una commissione d’inchiesta sulla rimozione appena avvenuta e ne affida la guida all’arcivescovo Silvano Tomasi. Il Gran Maestro Festing controbatte in modo durissimo, con un comunicato nel quale rivendica l’autonomia dei Cavalieri, non riconosce alcuna legittimità alla commissione e impone ai vertici dell’Ordine di non collaborare. Gli investigatori vaticani, grazie a molte testimonianze e documenti, scoprono che a Francesco non è stata raccontata la verità e che il rapporto sul caso dei condom non sarebbe stato riportato correttamente e integralmente. Boeselager, conclude la commissione, non ha responsabilità: appena venuto a sapere della distribuzione aveva interrotto la collaborazione con l’ONG. La sfida aperta del Gran Maestro alla Santa Sede, e le informazioni non complete sul caso dei preservativi sono la goccia che fa traboccare il vaso. Il 24 gennaio Festing incontra Francesco e viene invitato a dimettersi. Accetta, anche se il cardinale Burke nelle ore successive tenta di dissuaderlo, mettendosi dunque apertamente contro il Papa.

La sorpresa del «delegato» 
L’Ordine di Malta gode dell’autonomia di uno Stato sovrano e ha propria diplomazia. Secondo gli statuti il governo viene assunto ad interim dal Gran Commendatore, ma un comunicato vaticano ha annunciato ieri l’imminente nomina di un «delegato pontificio». Un rappresentante di fiducia del Papa, che accompagni questa fase delicata fino all’elezione del nuovo Gran Maestro, senza che siano messe a rischio le benemerite opere di carità.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/26/italia/cronache/giochi-di-potere-e-preservativi-papa-francesco-sfida-i-cavalieri-di-malta-3EChH85lqAfYkxgITOhQaN/pagina.html
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« Risposta #53 il: Marzo 22, 2017, 12:25:21 »


Bagnasco: “La legge sul fine vita è radicalmente individualista”
Aprendo il consiglio permanente Cei il cardinale critica l'impostazione delle norme discusse dal Parlamento. Appello contro l'utero in affitto («colonialismo capitalistico») e la cultura del gender
Pubblicato il 20/03/2017 - Ultima modifica il 21/03/2017 alle ore 07:48

Andrea Tornielli
Roma

La legge sul fine vita in discussione al Parlamento italiano «è radicalmente individualista», adatta «a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato». Lo ha affermato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, aprendo il pomeriggio di lunedì 20 marzo 2017 i lavori del consiglio permanente dei vescovi italiani. Nel suo intervento il porporato ha parlato dell'utero in affitto e della «cultura del gender», ma anche di disoccupazione giovanile e denatalità.

Fine vita da cambiare
«La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare - ha spiegato - è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone». Il cardinale ha detto che l'impostazione personalista «oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali». Bagnasco ha voluto chiarire: «È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

L'utero “in affitto” è colonialismo capitalistico
Poi Bagnasco è entrato nel dibattito in corso sulla «stepchild adoption», ricordando il «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino. Diversamente, si nega ai minori un diritto umano basilare, garantito dalle Carte internazionali e riconosciuto da sempre nella storia umana. Tale diritto non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri. Essere genitore è una cosa buona e naturale, ma non a qualunque condizione e a qualunque costo». Il cardinale ha definito una «violenza discriminatoria» quella esercitata verso le donne con la pratica della maternità surrogata, conosciuta come “utero in affitto”. «In questo caso - ha aggiunto il presidente della Cei - avviene una duplice ingiustizia: innanzitutto è violata la Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959), che recita: “Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre”. Inoltre, sono negati i diritti delle madri surrogate, che diventano madri nascoste, anzi inesistenti, dopo essersi sottoposte – spinte per lo più dalla povertà – ad una nuova forma di colonialismo capitalistico: si commissiona un bambino, potendosi servire anche di elenchi – si fa fatica perfino a dirlo – di “cataloghi” che indicano paesi, categorie di donne, opzioni e garanzie di riuscita del “prodotto” che – se non corrisponde – viene scartato». Il cardinale ha poi criticato i «percorsi estremamente lunghi e difficoltosi» per le adozioni in Italia, pur in presenza di «una moltitudine» di famiglie che le chiedono.

Gender, sessualità banalizzata
Il presidente dei vescovi italiani ha quindi osservato: «Non di rado accade, in alcuni Paesi europei, che, con motivazioni condivisibili, si trasmettano visioni e categorie che riguardano la cultura del gender, e si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bisogna dunque, ha continuato, che «gli adulti siano molto vigili». «Nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare – in modo diretto o indiretto – lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori che, in quanto tali, non possono difendersi».

Disoccupazione e giovani
Il cardinale osserva che in Italia «la prima e assoluta urgenza resta ancora il lavoro: sono ormai lunghi anni che il problema taglia la carne viva di persone – adulti e giovani – e di famiglie. La vita della gente urla questa sofferenza insopportabile: deve avere la sicurezza nei fatti che questo grido è ascoltato e preso in seria e diuturna considerazione. Sarebbe nefasto che nei luoghi della responsabilità la voce dei disoccupati e dei poveri arrivasse flebile e lontana. Semplificare le realtà difficili e complesse non è giusto: questo approccio genera populismo facile e superficiale, spesso urlato, a volte paludato, comunque ingannatore e inconcludente, e seriamente pericoloso!». Dopo aver ripetuto come la famiglia rimanga il principale ammortizzatore sociale, Bagnasco ha ricordato che «nel nostro splendido Meridione la disoccupazione giovanile è arrivata al 57%, mentre la media italiana è del 40%» e che «ogni anno emigrano dal nostro Paese circa trentamila giovani in cerca di fortuna!». Ha quindi citato il fenomeno poco conosciuto di coloro che non avendo né impegni di studio né un lavoro «si rinchiudono in casa creandosi un mondo virtuale» senza mai più uscire: in Italia «si stima che siano almeno 6.000». Eppure, il 92% dei giovani, afferma il cardinale, «dichiara il desiderio di farsi una propria famiglia e di avere due o più figli: è uno straordinario dato di fiducia, reso purtroppo vano dalla mancanza di lavoro stabile».

Sempre meno nascite
Il presidente dei vescovi ha quindi attirato l'attenzione sulla «continua decrescita demografica: nel 2015 le nascite erano 486.000, nel 2016 c’è stato il nuovo record negativo di 474.000 (- 2,4%), tenendo conto anche dei bambini nati da famiglie di immigrati, mentre l’età media risulta crescere in maniera sensibile». Esiste - si è chiesto - una incisiva politica che incoraggi e sostenga la natalità? «Sempre più siamo convinti che – oltre al lavoro – sia urgente incidere su una fiscalità più umana, e chiediamo di giungere al cosiddetto “fattore famiglia” che le Associazioni – a partire dal Forum delle Famiglie – propongono da anni». «La bellezza e la necessità della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita - ha sottolineato Bagnasco - non verranno mai meno, anche se un certo pensiero unico continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione».

L'Europa e noi
Bagnasco ha affermato a proposito di immigrazione, che l’Unione Europea «deve uscire dai propri ambienti chiusi, e arrivare idealmente fino alle nostre coste; deve farsi più responsabile e meno giudicante. A fronte della Brexit e di altri movimenti populisti, «noi crediamo che l’Unione sia un percorso necessario per il bene del Continente. Pertanto c’è ancora più bisogno d’Europa, ma ad una condizione: che l’Europa non diventi altro rispetto a se stessa, alle sue origini giudaico-cristiane, alla sua storia, alla sua identità continentale, alla sua pluralità di tradizioni e culture, ai suoi valori, alla sua missione. L’Unione non è fatta dai capi di Stato, ma dai popoli degli Stati membri, ed è ai popoli che bisogna pensare con stima e rispetto senza imporsi. Accelerare i processi non può significare l’omologazione di culture e tradizioni, e neppure la ricerca di compromessi al ribasso, né aggirare le dichiarazioni e le leggi comuni. E neppure limitare le sovranità nazionali». Il cardinale ha riferito pure che negli ultimi quattro anni, sono stati 2.727 i progetti di formazione e sviluppo sociale sostenuti con i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica, con uno stanziamento pari a 370 milioni e 400 mila euro.   

L'identikit del nuovo presidente della Cei
Nella parte iniziale della sua prolusione il cardinale ha fatto cenno alle ormai prossime elezioni del nuovo presidente dei vescovi italiani, dopo i suoi due mandati quinquennali. E ha elencato tre caratteristiche necessarie al suo successore. «Presiedere la nostra Conferenza è certamente un compito, ma è innanzitutto una grazia. Richiede l’umiltà che non si compiace, ma serve e rende capaci di ascoltare veramente i confratelli, nel segno della stima sincera e della reciproca fiducia, per tentare delle sintesi limpide e alte. Per questo chi presiede non ha bisogno di avere un proprio programma, ma – in spirito di cordiale obbedienza – accoglie prontamente le indicazioni del Papa, Primate d’Italia, e, insieme ai confratelli e al vissuto delle comunità, le declina al meglio per le nostre Chiese. All’umiltà e all’obbedienza si accompagna la discrezione. Essa non cerca la ribalta, anche se l’accetta quando s’impone per dovere, e non esibisce quanto il ruolo richiede in termini di conoscenze e di relazioni».

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« Risposta #54 il: Luglio 17, 2017, 05:10:09 »


Il cartello sulla porta del Papa: “Vietato lamentarsi”
È il regalo di uno psicologo incontrato all'udienza in piazza San Pietro. Francesco l'ha appeso all'ingresso del suo appartamento a Santa Marta
Pubblicato il 14/07/2017 - Ultima modifica il 14/07/2017 alle ore 10:35

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Papa Francesco trascorre le sue ferie rimanendo a casa senza perdere il buonumore, a dispetto di alcuni presunti retroscena giornalistici che lo dipingono come incupito e assediato dagli avversari interni: da qualche giorno sulla porta del suo appartamentino a Santa Marta è apparso un eloquente quanto ironico cartello, che recita: «Vietato lamentarsi». Vi si legge che «i trasgressori sono soggetti da una sindrome da vittimismo con conseguente abbassamento del tono dell'umore e della capacità di risolvere i problemi». Che «la sanzione è raddoppiata qualora la violazione sia commessa in presenza di bambini». E conclude così: «Per diventare il meglio di sé bisogna concentrarsi sulle proprie potenzialità e non sui propri limiti quindi: smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita».

A notarlo sono stati gli interlocutori più recenti del Pontefice invitati a Santa Marta, tra i quali un anziano sacerdote italiano, amico di lunga data, il quale - dopo aver chiesto l'autorizzazione - l'ha fotografato per divulgarlo. Era stato lo stesso Francesco a farglielo notare al termine dell'udienza avvenuta all'inizio della settimana ed entrambi avevano sorriso. 

Quel cartello è un'invenzione dello psicologo e psicoterapeuta dal nome biblico Salvo Noè, autore di libri e di corsi motivazionali. Nell'ultimo dei suoi volumi ha dedicato alcune pagine proprio a Bergoglio. Lo scorso 14 giugno, al termine dell'udienza in piazza San Pietro, Noè aveva potuto salutare per alcuni istanti Francesco: gli aveva donato il libro, un braccialetto e il cartello immediatamente apprezzato dal Papa che aveva replicato: «Lo metterò alla porta del mio ufficio dove ricevo le persone». Ora, l’«ufficio» del Papa dove avvengono solitamente le udienze è nel palazzo apostolico, la cui austerità e bellezza non si sarebbero certo sposate bene con quel divieto un po' goliardico. Così Francesco ha deciso di appenderlo fuori dalla porta del suo appartamento.

In molte occasioni l'autore dell'esortazione “Evangelii gaudium” (la gioia del Vangelo) ha invitato i cristiani ad abbandonare l'atteggiamento di continua lamentela: «A volte - aveva detto il Papa alcuni mesi dopo l'elezione - alcuni cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncino all'aceto che di gioiosi che hanno una vita bella!». 

Il sacerdote che ha scattato la foto dice di aver trovato Francesco disteso e sereno. Al lavoro nonostante le ferie su alcune nomine curiali - è attesa quella del nuovo segretario della Congregazione per la dottrina della fede - ma anche sui discorsi del prossimo viaggio in Colombia. Gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio, con le improvvise dimissioni del Revisore generale Libero Milone, il congedo del cardinale George Pell rinviato a giudizio in Australia per presunti abusi su minori e infine la mancata riconferma del cardinale Prefetto dell'ex Sant'Uffizio Gerhard Müller hanno dato adito a molte ipotesi. E hanno anche scatenato una ridda di ricostruzioni a dir poco fantasiose, come quella spacciata per essere «di buona fonte» e invece totalmente falsa, secondo la quale comunicando la mancata riconferma a Müller il Papa lo avrebbe sottoposto a un surreale interrogatorio sul celibato sacerdotale e donne prete. 

O come quella secondo cui Francesco da qualche settimana avrebbe scelto di consumare ancora i pasti nella sala da pranzo comune di Santa Marta ma di spalle, in un angolo più defilato. Peccato che quest'ultima scelta risalga a più di tre anni fa e dunque non ha alcun collegamento con le più recenti e controverse vicende. 

Questo articolo è pubblicato nell'edizione odierna del quotidiano La Stampa 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/14/vaticaninsider/ita/vaticano/il-cartello-sulla-porta-del-papa-vietato-lamentarsi-5LYcBMJuxiGmmKiv2hAwPN/pagina.html
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« Risposta #55 il: Settembre 01, 2017, 12:00:27 »

La confessione di Papa Francesco: “La psicanalisi mi ha aiutato”
In un libro gli incontri di anni fa del futuro Pontefice con un’analista ebrea

Pubblicato il 01/09/2017

LEONARDO MARTINELLI, ANDREA TORNIELLI

Padre Jorge Mario Bergoglio, all’età di 42 anni, per sei mesi ogni settimana ha incontrato una psicanalista. È lui stesso a rivelarlo in un libro di prossima pubblicazione in Francia, che contiene la trascrizione di dodici dialoghi con il sociologo Dominique Wolton (titolo: «Politique et société», edizioni L’Observatoire). 
 
Durante una delle interviste, il Papa ha parlato del ruolo avuto da alcune donne nella sua esistenza. «Quelle che ho conosciuto mi hanno aiutato molto quando ho avuto bisogno di consultarmi». Poi si passa alla psicanalista.
 
«Ho consultato una psicanalista ebrea - racconta Bergoglio al suo interlocutore -. Per sei mesi sono andato a casa sua una volta alla settimana per chiarire alcune cose. Lei è sempre rimasta al suo posto. Poi un giorno, quando stava per morire, mi chiamò. Non per ricevere i sacramenti, dato che era ebrea, ma per un dialogo spirituale. Era una persona buona. Per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni». L’esperienza raccontata da Francesco si colloca dunque tra il 1978 e 1979, gli anni della dittatura, quando aveva concluso la non facile esperienza di provinciale dei gesuiti d’Argentina e stava iniziando quella di rettore del Collegio Máximo, dove venivano formati gli studenti che desideravano entrare nella Compagnia. 
 
Chiesa e psicanalisi 
All’inizio la Chiesa ha denunciato il «pansessualismo», ma anche l’ambizione «totalitaria» della psicanalisi. Ad aprire un primo spiraglio fu Pio XII nel 1952, spiegando: «È inesatto sostenere che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte indispensabile di ogni psicoterapia degna di tal nome». Nel luglio 1961, con Giovanni XXIII, il Sant’Uffizio proibì ai preti di praticare la psicanalisi e ai seminaristi di sottoporvisi. Nell’enciclica «Sacerdotalis coelibatis» del 1967 Paolo VI ammetteva la possibilità del ricorso «all’assistenza e all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti» nei seminari e nel 1973, durante un’udienza, affermava: «Abbiamo stima di questa ormai celebre corrente di studi antropologici, sebbene noi non li troviamo sempre coerenti fra loro, né sempre convalidati da esperienze soddisfacenti e benefiche». Come dato curioso si può infine ricordare «Habemus Papam», il film di Nanni Moretti, che racconta di un Pontefice eletto che ricorre - seppur con poca convinzione - al consulto di una psicanalista.
 
«In gabbia, ma libero» 
Il Papa, nei dialoghi con Wolton parla anche della sua vita di oggi. «Mi sento libero. Certo, sono in una gabbia qui al Vaticano, ma non spiritualmente. Non mi fa paura niente». Si scaglia contro quei «preti rigidi, che hanno paura di comunicare. È una forma di fondamentalismo. Quando m’imbatto in una persona rigida, soprattutto giovane, mi dico che è malato. Sono persone che in realtà ricercano una loro sicurezza».
 
Inevitabile, poi, il riferimento all’immigrazione. «La nostra è una teologia di migranti, perché lo siamo tutti fin dall’appello di Abramo, con tutte le migrazioni del popolo d’Israele. E lo stesso Gesù è stato un rifugiato, un migrante. Esistenzialmente, attraverso la fede, siamo dei migranti. La dignità umana implica necessariamente di essere in cammino». Si rammarica del fatto che «l’Europa in questo momento ha paura. Chiude, chiude, chiude...». Il Papa rigetta anche la nozione di «guerra giusta», che pure ha un fondamento nella tradizione della Chiesa e nella legittima difesa dei popoli. Per Bergoglio, «la sola cosa giusta è la pace».
 
La vera laicità 
Francesco tocca anche il tema della laicità. «Lo Stato laico è una cosa sana – dice -. Gesù l’ha detto: bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ma «credo che in certi Paesi, come la Francia, la laicità abbia una colorazione ereditata dai Lumi davvero troppo forte, che costruisce un immaginario collettivo in cui le religioni sono viste come una sottocultura. Credo che la Francia dovrebbe «elevare un po’ il livello della sua laicità». Sul dialogo con l’Islam, si dice ottimista e accenna al suo rapporto con l’imam di Al-Azhar. Ma afferma anche che «i musulmani non accettano il principio della reciprocità».
 
Quanto al matrimonio gay, ritiene che «da sempre nell’umanità, non solo nella Chiesa cattolica, il matrimonio è fra un uomo e una donna». Ma quelle tra omosessuali accetta di chiamarle «unioni civili».
 
Le piace essere chiamato «Papa dei poveri»? «No, perché è un’ideologizzazione». «Io sono il Papa di tutti, dei ricchi e dei poveri. Dei poveri peccatori, a cominciare da me». A Francesco piace il contatto fisico con i fedeli. «La tenerezza - confida - è qualcosa che procura così tanta pace».
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/01/italia/cronache/la-confessione-di-francesco-la-psicanalisi-mi-ha-aiutato-EipxK0cfj2KIzNf0M9qS6J/pagina.html
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