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Autore Topic: ANDREA TORNIELLI.  (Letto 11945 volte)
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« Risposta #30 il: Marzo 11, 2013, 06:13:09 »

Editoriali
11/03/2013

Conclave, serve un uomo che dia speranza al mondo

Andrea Tornielli


Al termine del conclave che si inaugura domani in Vaticano, chiunque si affaccerà vestito di bianco dal balcone di San Pietro, dovrà essere in grado di ridare speranza a un’umanità che ne ha estremo bisogno. 

 

N on soltanto un manager incaricato di ristrutturare una Curia la cui immagine esce distrutta dalla discussione dei cardinali, o un poliziotto chiamato a rimettere in riga gli indisciplinati. Le società occidentali sono attraversate da una grave crisi economica e da una più profonda crisi di valori. Ci sono zone del mondo devastate da guerre e violenze che rimangono nell’ombra, nonostante la globalizzazione. Il Papa non è il grande mattatore della storia chiamato a farsi carico di tutto questo in virtù delle sue doti. A lui tocca solo - per ciò che gli compete - annunciare il Vangelo. Mostrare, anche attraverso il suo tratto umano, il volto della misericordia di un Dio che si rende vicino all’umanità piagata, per abbracciare prima che per giudicare. Si tratta di una necessità sentita nel collegio dei porporati, che anche e soprattutto di questo hanno discusso, coscienti della responsabilità della scelta che stanno per compiere. 

È vero, gli scandali e i problemi della Curia negli ultimi anni hanno lasciato il segno. Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, durante la scorsa settimana, ha dovuto ascoltare molti interventi critici sulla sua gestione. Anche se ci si può chiedere se i cardinali, tutti i cardinali, abbiano davvero fatto ciò che era in loro potere nel recente passato per cercare di raddrizzare la situazione. Ma la Curia, quand’anche si riuscisse a riformarla rendendola agile, funzionale, trasparente e più collegiale, sarebbe destinata a rimanere soltanto una struttura di potere nell’ottica di una Chiesa autoreferenziale e ripiegata su se stessa. Tutto nella Chiesa, Curia compresa, va ripensato e vissuto per un unico scopo, quello dell’annuncio evangelico. La Chiesa - è questo uno dei grandi insegnamenti di Benedetto XVI - non potrà mai essere paragonata a un’azienda. Per questo il Papa, oggi più che mai, deve essere anzitutto un vero uomo di Dio, non un amministratore o un esperto di marketing, seppure religioso. 

 

Il non facile conclave che si apre domani pomeriggio inizia nel segno di una maggiore incertezza rispetto a quello di otto anni fa. Ci sono alcuni candidati favoriti ma nessuno sembra al momento poter contare su una dinamica simile a quella che ha portato Ratzinger all’elezione nel 2005. Certo, l’adagio «chi entra Papa in conclave ne esce cardinale» va relativizzato, ed è stato già più volte smentito. Una di queste fu nel 1963, quando il «papabile» più autorevole e forte era l’arcivescovo ambrosiano Giovanni Battista Montini. Raggiunse il Soglio al quale era predestinato, ma le votazioni furono complicate e la tensione salì a tal punto che Montini stesso pensò di alzarsi annunciando di volersi ritirare. Venne trattenuto in extremis dal collega che gli sedeva accanto.

 

Far tornare alla memoria questo episodio e analizzare il clima d’incertezza riscontrabile a poche ore dall’inizio del conclave tra diversi porporati nei vari continenti serve a ricordare che la partita avrà davvero inizio soltanto alle 18 di domani, con la prima votazione. Quando avverrà una prima selezione tra i candidati. Nulla può essere escluso, neanche l’emergere di outsider.

 

Un grande arcivescovo d Genova, il cardinale Giuseppe Siri, celebrando una delle messe di suffragio per Paolo VI, nel 1978 ebbe a ricordare ai colleghi porporati: «Mi pare doveroso che io mi rivolga ai venerati confratelli del sacro collegio e ricordi loro come il compito al quale ci accingiamo non sarebbe decorosamente accolto dicendo: “Ci pensa lo Spirito Santo!”. Ed abbandonandoci senza lavoro e senza sofferenza al primo impulso, alla irragionevole suggestione». I 115 che da domani sera si chiuderanno nella Sistina, dovranno pregare, lavorare e soffrire per individuare in mezzo a loro l’uomo di Dio che in tanti attendono.

da - http://lastampa.it/2013/03/11/cultura/opinioni/editoriali/conclave-serve-un-uomo-che-dia-speranza-al-mondo-b47XdgLW82TQe8RAybRUuM/pagina.html
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« Risposta #31 il: Marzo 14, 2013, 10:36:30 »


13/03/2013

“Carrierismo e vanità, peccati nella Chiesa”

Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, commenta per Vatican Insider i lavori del Concistoro e le parole del Pontefice

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano


Nel recente concistoro, che si è tenuto nel mezzo delle polemiche per le fughe di documenti dalla Segreteria di Stato vaticana, Benedetto XVI ha voluto che i cardinali parlassero della nuova evangelizzazione. E il Papa ha richiamato i porporati allo spirito di servizio, richiamando tutti all’umiltà. L’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, che ha origini familiari torinesi, è una delle figure di spicco dell’episcopato latinoamericano. Nella sua diocesi, Buenos Aires, già da tempo la Chiesa va nelle strade, nelle piazze, nelle stazioni per evangelizzare e amministrare i sacramenti. Vatican Insider lo ha intervistato chiedendogli di commentare i lavori del concistoro e le parole del Pontefice.

Come vede la decisione del Papa di indire un anno della fede e di insistere sulla nuova evangelizzazione?

«Benedetto XVI insiste nell’indicare come prioritario il rinnovamento della fede, e presenta la fede come un regalo da trasmettere, un dono da offrire, da condividere un atto di gratuità. Non un possesso, ma una missione. Questa priorità indicata dal Papa ha una dimensione di memoria: con l’Anno della fede facciamo memoria del dono ricevuto. E questo poggia su tre pilastri: la memoria dell’essere stati scelti, la memoria della promessa che ci è stata fatta e dell’alleanza che Dio ha stretto con noi. Siamo chiamati a rinnovare l’alleanza, la nostra appartenenza al popolo fedele a Dio»

Che cosa vuol dire evangelizzare, in un contesto come quello dell'America Latina?

«Il contesto è quello emerso dalla quinta conferenza dei vescovi dell’America Latina, che si è tenuta ad Aparecida nel 2007. Ci ha convocato a una missione continentale, tutto il continente è in stato di missione. Si sono fatti e si fanno dei programmi, ma c’è soprattutto l’aspetto paradigmatico: tutta l’attività ordinaria della Chiesa si è impostata in vista della missione. Questo implica una tensione molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala. È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».

Qual è la sua esperienza a questo proposito in Argentina e in particolare a Buenos Aires?

«Cerchiamo il contatto con le famiglie che non frequentano la parrocchia. Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve, cerchiamo di essere una Chiesa che esce da se stessa e va verso gli uomini e le donne che non la frequentano, che non la conoscono, che se ne sono andate, che sono indifferenti. Organizziamo delle missioni nelle pubbliche piazze, quelle in cui si raduna molta gente: preghiamo, celebriamo la messa, proponiamo il battesimo che amministriamo dopo una breve preparazione. È lo stile delle parrocchie e della stessa diocesi. Oltre a questo cerchiamo anche di raggiungere le persone lontane attraverso i mezzi digitali, la rete web e dei brevi messaggi».

Nel discorso al concistoro e poi nell'omelia della messa di domenica 19 febbraio, il Papa ha insistito sul fatto che il cardinalato è un servizio come pure sul fatto che la Chiesa non si fa da sola. Come commenta le parole di Benedetto XVI?

«Mi ha colpito l’immagine evocata dal Papa, che ha parlato di Giacomo e Giovanni e delle tensioni interne ai primi seguaci di Gesù su chi dovesse essere il primo. Questo ci indica che certi atteggiamenti, certe discussioni, sono sempre avvenute nella Chiesa, fin dagli inizi. E questo non ci dovrebbe far scandalizzare. Il cardinalato è un servizio, non è un’onorificenza di cui vantarsi. La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa. È un’affermazione questa che si trova nelle pagine finali del libro “Méditation sur l’Église” di Henri De Lubac. La mondanità spirituale è un antropocentrismo religioso che ha degli aspetti gnostici. Il carrierismo, la ricerca di avanzamenti, rientra pienamente in questa mondanità spirituale. Lo dico spesso, per esemplificare la realtà della vanità: guardate il pavone, com’è bello se lo vedi da davanti. Ma se fai qualche passo, e lo vedi da dietro, cogli la realtà… Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande».

In che cosa consiste, allora, l’autentico servizio del cardinale?

«I cardinali non sono gli agenti di una ONG, ma sono servitori del Signore, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che è Colui che fa la vera differenza tra i carismi, e che allo stesso tempo nella Chiesa li conduce all’unità. Il cardinale deve entrare nella dinamica della differenza dei carismi e allo stesso tempo guardare all’unità. Avendo coscienza che l’autore, sia della differenza come dell’unità, è lo stesso Spirito Santo. Un cardinale che non entri in questa dinamica, non mi sembra sia cardinale secondo ciò che chiede Benedetto XVI».

Questo concistoro si è tenuto in un momento difficile, di tensione, a motivo della fuga di documenti dal Vaticano. Le parole del Papa come aiutano a guardare a questa realtà?

«Le parole di Benedetto XVI aiutano a vivere questa realtà dal punto di vista della conversione. Mi è piaciuto che l’ultimo concistoro si sia tenuto alle soglie della Quaresima. È un invito a guardare alla Chiesa santa e peccatrice, a guardare a certe mancanze e a certi peccati senza perdere di vista la santità di tanti uomini e di tante donne che operano oggi nella Chiesa. Non devo scandalizzarmi perché la Chiesa è mia madre: devo guardare ai peccati e alle mancanze come guarderei ai peccati e alle mancanze di mia mamma. E quando io mi ricordo di lei, mi ricordo innanzitutto di tante cose belle e buone che ha compiuto, non tanto delle mancanze o dei suoi difetti. Una madre si difende con il cuore pieno d’amore, prima che con la parole. Mi chiedo se nel cuore di molti che entrano in questa dinamica degli scandali ci sia l’amore per la Chiesa».

Può dire com’è vista, com’è percepita la curia romana dall’esterno?

«Da me è vista e vissuta come un organismo di servizio, un organismo che mi aiuta e mi serve. A volte giungono notizie non buone, spesso amplificate e talvolta anche manipolate con scandalismo. I giornalisti a volte corrono il rischio di ammalarsi di coprofilia e così fomentare la coprofagia: che è poi il peccato che segna tutti gli uomini e tutte le donne, cioè quello di guardare sempre alle cose cattive e non a quelle buone. La curia romana ha dei difetti, ma mi sembra che si sottolinei troppo il male e troppo poco la santità di tantissime persone consacrate e laiche che vi lavorano».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/america-latina-latin-america-america-latina-12945//pag/1/
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« Risposta #32 il: Giugno 19, 2013, 12:02:10 »


10/06/2013

Romero e la causa «sbloccata» da due Papi

Il vescovo ausiliare di San Salvador, Gregorio Rosa Chávez, rivela: «Già Benedetto XVI decise in questo senso»

ANDREA TORNIELLI

Città del Vaticano

 

Lo scorso 22 aprile, dopo essere stato ricevuto in udienza dal nuovo Papa nel duplice incarico di presidente del Pontificio consiglio per la famiglia e di postulatore della causa di beatificazione di Oscar Romero, monsignor Vincenzo Paglia aveva immediatamente annunciato che processo era stato «sbloccato» da Francesco. Il Papa latinoamericano accelerava dunque la causa di un pastore difensore degli ultimi, ucciso da un sicario mentre celebrava la messa.

 

 

In questi giorni sull'argomento è tornato il vescovo ausiliare di San Salvador Gregorio Rosa Chávez, che da sacerdote fu collaboratore di Romero, il quale in un'intervista alla rivista portoghese Fatima Missionaria rilanciata da questo blog  ha raccontato che già Benedetto XVI aveva «sbloccato» l'iter della beatificazione. «Dal postulatore della causa (cioè Paglia ndr) abbiamo avuto due informazioni. La prima, che non è stata resa pubblica, riguarda una conversazione avuta con Benedetto XVI durante la quale Ratzinger ha detto che si doveva sbloccare il processo di beatificazione di Romero. L'altra, che tutti conosciamo, è stata quando il postulatore ha annunciato... che il Papa (Francesco ndr) gli aveva chiesto di  sbloccare il processo».

 

 

Rosa Chavez nell'intervista ha svelato un particolare rivelatore della posizione di Francesco circa il vescovo assassinato nel marzo 1980 mentre celebrava la messa. «Un sacerdote salvadoregno, nel 2007, durante la riunione dei vescovi dell'America Latina (avvenuta ad Aparecida, ndr) chiese a Bergoglio che cosa pensasse di Romero ed egli rispose: "Per me è un santo e un martire, se io fossi Papa, lo avrei già canonizzato"».

 

 

Non bisogna dimenticare che proprio nel 2007, in occasione del viaggio a San Paolo e ad Aparecida, Benedetto XVI parlò di Romero rispondendo ai giornalisti sul volo che lo portava in Brasile. Di quella risposta di Ratzinger esistono due versioni: quella realmente pronunciata e rimasta incisa nei registratori di settanta reporter che viaggiavano sull'aereo papale, e quella riveduta e corretta, pubblicata sul bollettino della Santa Sede.

 

 

Il Papa disse di considerarlo «un grande testimone della fede, un uomo di grandi virtù cristiane che si è impegnato per la pace e contro la dittatura», ucciso «durante consacrazione», una morte «di testimonianza della fede». Aveva spiegato anche che il problema è stato l’accaparramento che «una parte politica» ha voluto fare della sua figura, prendendola «come una bandiera», un’operazione ingiusta. E aveva concluso: «Non dubito che la sua persona meriti la beatificazione». Ma queste parole da lui pronunciate erano state poi espunte dalla versione «ufficiale».

 

 

Benedetto XVI aveva anche fatto riferimento alle ultime informazioni da parte della Congregazione per le cause dei santi circa la causa. Ratzinger, già prima dell'elezione, conosceva bene la storia di Romero. Era stata infatti la Congregazione per la dottrina della fede, dopo il 2000, ad esaminare le omelie, il diario e gli scritti pubblici del vescovo salvadoregno per vagliarne la piena conformità alla dottrina cattolica. Non erano emersi errori dall'attento e scrupoloso esame. Ma in quegli anni un ruolo significativo lo aveva avuto il cardinale colombiano Alfonso Lòpez Trujillo, consultore dell’ex Sant’Uffizio, che non era dell'idea di far continuare la causa. Dal dicastero guidato da Ratzinger, e con il suo avallo, era stato dunque comunicato alla Congregazione per la cause dei santi che il processo dovesse essere per il momento congelato. I timori riguardavano la possibile strumentalizzazione politica che delle parole di Romero era stata fatta, e si inserivano nel quadro della nota diffidenza del pontificato wojtyliano verso qualsiasi cosa fosse associabile alla teologia della liberazione.

 

 

Anche dopo l'elezione di Benedetto XVI, avvenuta nel 2005, nessuna indicazione in senso diverso, cioè per sbloccare la causa, era arrivata alla «fabbrica dei santi», né dall'ex Sant'Uffizio, da dove era venuta l'indicazione di rallentare, né dal Pontefice regnante, che avrebbe ora potuto far ripartire il processo. Per questo avevano sorpreso non poco le parole pronunciate nell'intervista «aerea» di Ratzinger nell'estate 2007, in particolare quel suo ritenere che Romero meritasse la beatificazione. Parole immediatamente espunte dai testi ufficiali pubblicati nei media vaticani.

 

 

Ancora un anno fa, nel trentaduesimo anniversario dell'assassinio di Romero, alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Messico e Cuba, il processo appariva in un binario morto. Dalle parole del vescovo Gregorio Rosa Chávez apprendiamo ora che già Papa Ratzinger, in un recente colloquio con il postulatore, aveva dato indicazioni perché la causa fosse finalmente sbloccata, anche se monsignor Paglia non aveva fino ad ora reso pubblica questa notizia, riferendo invece quella del via libera e dell'incoraggiamento ricevuto dal nuovo Pontefice, Francesco.

 da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/romero-romero-romero-25531/
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« Risposta #33 il: Giugno 23, 2013, 11:05:14 »

Editoriali
23/06/2013

La rivoluzione dei piccoli strappi

Andrea Tornielli


Il trono papale color bianco e desolatamente vuoto al centro del corridoio dell’Aula Paolo VI descrive meglio di qualsiasi parola quanto accaduto in Vaticano. Fino a qualche settimana fa quell’immagine poteva essere presa a simbolo della rinuncia di Benedetto XVI e della sede vacante. 

Da ieri rappresenta il gesto di un Papa che disdice all’ultimo minuto la presenza a un concerto in suo onore perché ha «un’incombenza urgente» da trattare. Un Papa che ritiene il suo lavoro sui dossier e nei colloqui che sta svolgendo in vista del futuro assetto della Curia più importante di concedersi un’ora e mezza di relax ascoltando buona musica. 

Musica della quale è appassionato fin da piccolo, da quando l’ascoltava per radio con la madre e i fratelli, e per di più suonata in suo onore. È noto che Bergoglio non ha mai amato la mondanità e ha cercato di schivare, per quanto possibile, certe occasioni. Ma in questo caso aveva assicurato la sua presenza e la decisione di non percorrere i cinquanta metri che separano la Casa Santa Marta dall’Aula del concerto l’ha presa perché davvero impegnato alla scrivania. Di certo Francesco, fedele al suo nome e al suo stile, è alla vigilia di decisioni importanti, destinate nei prossimi mesi a cambiare il volto della Curia romana. Non si sente un sovrano ma un pastore: appena due giorni fa si è raccomandato che i vescovi non abbiano «la psicologia» del prìncipe.

Dopo l’annuncio della sua assenza, a un minuto dall’inizio del concerto, i musi lunghi fra dignitari, politici, sponsor e cardinali non si contavano. La presenza nell’Aula del segretario particolare del Pontefice e soprattutto del suo medico personale fugavano ogni dubbio su possibili quanto improvvisi problemi di salute, dopo una mattinata densa di udienze e di incontri pubblici.

La conferma degli impegni presi per oggi è un’ulteriore riprova che ci troviamo di fronte a un nuovo piccolo grande strappo al protocollo di un Papa chiamato «dalla fine del mondo». E che è rimasto se stesso, anche in Vaticano.

da - http://www.lastampa.it/2013/06/23/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-dei-piccoli-strappi-ig7oLZUplL8j5l0k2h8b3H/pagina.html
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« Risposta #34 il: Luglio 02, 2013, 04:48:30 »

Cronache
02/07/2013 - il caso

Il Papa buono santo entro l’anno “Guarì una religiosa in fin di vita”

La canonizzazione sarà contemporanea a quella di Karol Wojtyla

Andrea Tornielli

Città del Vaticano


Wojtyla «santo subito» ma insieme a Giovanni XXIII, il «Papa buono». Questa mattina in Vaticano si riuniscono i cardinali e vescovi membri dell’«ordinaria» della Congregazione dei santi, per esaminare vari dossier prima dell’inizio dell’estate. Tra questi il miracolo attribuito all’intercessione del beato Giovanni Paolo II, l’istantanea guarigione di una donna. L’ultimo decisivo passo prima del sigillo finale di Francesco, che porterà alla canonizzazione, in tempi record, del Pontefice polacco beatificato due anni fa. 

 

Ma a sorpresa, i cardinali e vescovi dovranno discutere anche di un altro dossier, aggiunto negli ultimi giorni: quello della canonizzazione di Giovanni XXIII, il Papa che ha convocato il Concilio Vaticano II, morto nel giugno di cinquant’anni fa e beatificato nel 2000. Una svolta non prevista, che attesta la volontà di celebrare insieme le due santificazioni, portando all’aureola e al culto universale sia il Pontefice bergamasco, sia Giovanni Paolo II.

 

La data più probabile per la cerimonia durante la quale Roncalli e Wojtyla potrebbero venire canonizzati è il prossimo dicembre, subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede, dato che l’iniziale ipotesi di ottobre sembra sempre meno realizzabile per mancanza di tempo e problemi organizzativi. Il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle cause dei santi, dopo la decisione presa questa mattina, incontrerà Francesco e nel giro di qualche giorno la notizia dei due Papi santi potrebbe essere definitivamente ufficializzata.

 

Era stato Wojtyla, nel settembre 2000, durante il Giubileo, a proclamare beato Giovanni XXIII, unendo nella stessa celebrazione anche la beatificazione di Pio IX, l’ultimo Papa re. In quella occasione, a portare Roncalli verso il primo gradino degli altari, era stato il miracolo della guarigione, avvenuta nel 1966, di suor Caterina Capitani. 

 

Com’è noto, secondo le norme canoniche, per la canonizzazione è necessario il riconoscimento di un secondo miracolo, avvenuto dopo la beatificazione. Negli ultimi tredici anni sono state varie le segnalazioni di grazie e di presunti miracoli attribuiti all’intercessione di Roncalli, ma fino a qualche tempo fa non si era saputo che uno di questi avesse passato il vaglio delle consulte mediche e dei teologi della «fabbrica dei santi» vaticana. È dunque possibile che si sia deciso di accorciare i tempi. Il Papa ha infatti la possibilità, se vuole, di derogare anche al riconoscimento del miracolo e procedere comunque a una canonizzazione dopo aver sentito il parere dei cardinali della Congregazione.

 

Erano le 19.49 del 3 giugno 1963 quando la folla presente in piazza San Pietro vedendo accendersi le luci della stanza da letto dell’appartamento papale apprendeva della morte di Giovanni XXIII. In meno di cinque anni l’anziano prelato bergamasco, eletto come Papa «di transizione», era entrano nel cuore del mondo, per la semplicità dei suoi gesti e delle sue parole. Le visite al carcere di Regina Coeli e ai piccoli ammalati del Bambin Gesù, le uscite in visita alle parrocchie, lo avevano reso popolarissimo. La storica decisione di convocare un Concilio ecumenico ha cambiato il volto della Chiesa, anche se Roncalli non ne avrebbe visto la conclusione, riuscendo a concludere soltanto la prima delle quattro sessioni conciliari.

 

Fu a Concilio ancora aperto che diversi vescovi proposero si proclamare Giovanni santo per acclamazione. Il suo successore, Paolo VI, preferì seguire le vie canoniche, facendo aprire un formare processo canonico e volendo affiancare a Roncalli anche il predecessore Pio XII.

da - http://lastampa.it/2013/07/02/italia/cronache/il-papa-buono-santo-entro-lanno-guar-una-religiosa-in-fin-di-vita-W01jdttRj01HPEKTeaQ7EN/pagina.html
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« Risposta #35 il: Luglio 06, 2013, 07:50:21 »


5/07/2013

L'umiltà di Francesco


L'aver fatto proprio il testo dell'enciclica del predecessore mostra la profonda sintonia tra Papa Bergoglio e Benedetto XVI

Andrea Tornielli
Città del vaticano


«Queste considerazioni sulla fede — in continuità con tutto quello che il Magistero della Chiesa ha pronunciato circa questa virtù teologale —, intendono aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi. Il Successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è infatti sempre chiamato a “confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo».

 

In questa manciata di righe, a cavallo tra le pagine 9 e 10 di «Lumen Fidei», la prima enciclica del nuovo Papa, sta la migliore risposta a quanti in questi primi mesi di pontificato si sono dedicati a fare la conta dei gesti di «rottura» o di «discontinuità». Dal colore delle scarpe al metallo della croce, dalla ferula alle mitrie meno preziose, dagli accenti più «sociali» e meno interventisti sui temi etici nelle omelie, e via discorrendo. L'enciclica che viene oggi pubblicata attesta innanzitutto l'affetto e la venerazione che Bergoglio ha verso il predecessore. È vero che anche Benedetto XVI, per la seconda parte della sua prima enciclica, aveva assunto e significativamente rielaborato materiali che erano stati preparati per il suo predecessore (il quale peraltro non aveva intenzione di pubblicarli così com'erano), ma questo paragone non è sovrapponibile al caso odierno. Francesco ha infatti assunto e fatto proprio, integrandolo soltanto con qualche aggiunta, un testo completo e preparato per il predecessore. Un'enciclica «a quattro mani», l'ha definita Bergoglio, spazzando via - come al solito - formalismi smentite di palazzo. Un'enciclica molto ratzingeriana - per linguaggio, struttura, citazioni - che porta la firma del primo Papa latinoamericano. Assumendo con umiltà tutto il lavoro preparato dal predecessore e dai suoi collaboratori, il Papa non rende solo evidente che il compito del successore di Pietro, «ieri, oggi e domani», è di «“confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo».

 

Ma dice anche la sua sintonia con lo sguardo profondo di Ratzinger sulla fede e dunque sulla Chiesa. Uno sguardo che troppo spesso è stato dimenticato o ridotto da certi sedicenti «ratzingeriani», intenti a trasformare stupore e bellezza per l'iniziativa gratuita di Dio in «law and order» ecclesiastico. È proprio nell'umiltà, nel non considerare la Chiesa come dipendente dal protagonismo del vescovo di Roma, nella coscienza del fatto che la fede è dare spazio alla presenza e all'iniziativa di un Altro, il tratto che unisce intimamente Benedetto XVI, il Papa emerito, e Francesco, il Papa.

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-bergoglio-ratzinger-enciclica-26229/
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« Risposta #36 il: Luglio 31, 2013, 05:04:19 »

31/07/2013

Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
     
LA TENEREZZA DI PAPA FRANCESCO

«Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO


Le parole pronunciate da Papa Francesco nella lunga intervista concessa ai giornalisti sul volo papale dopo il decollo da Rio de Janeiro, in particolare quelle sui gay, hanno avuto un'eco straordinaria. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo e dice, "non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in  società"».
 
 
Com'era peraltro comprensibile, le parole del Papa sono state interpretate da qualcuno come lo sdoganamento dell'orgoglio gay, mentre altri hanno subito cominciato a gettare acqua sul fuoco per ribadire che proprio nulla è cambiato e che nella sua risposta Francesco non ha fatto altro che ribadire la dottrina tradizionale citando il Catechismo. Ma se questa è la dottrina tradizionale della Chiesa, che sempre ha distinto tra peccato e peccatore - condannando il primo e aprendo le braccia al secondo - perché mai la sottolineatura del Papa risuona come una novità? Forse perché, in tante prese di posizione e dichiarazioni pubbliche ecclesiastiche, questo aspetto fondamentale della misericordia ha finito per passare in secondo piano?
 
 
Nel discorso al comitato di coordinamento del Celam, domenica scorsa, Francesco ha detto: «Esistono in America Latina e nei Caraibi pastorali "lontane", pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi... ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la "rivoluzione della tenerezza" che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli». Siamo sicuri che il problema riguardi soltanto l'Amerca Latina e il Caribe?
 
 
Nell'altro grande discorso programmatico, quello tenuto sabato ai vescovi brasiliani a partire dall'evento di Aparecida, Francesco ha parlato di una «Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla.
Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro».
 
 
È questa la dinamica in atto da duemila anni, la dinamica dell'incontro personale con Cristo. In fondo, che cosa accadeva nella Palestina dove tutto è cominciato? Che cosa leggiamo nei Vangeli? Quale era attrattiva di quell'uomo che unico nella storia dell'umanità ha detto di se stesso «Io sono la via, la verità e la vita»? Chi lo incontrava, come accadde all'adultera da lui salvata dalla lapidazione, incrociava uno sguardo di misericordia. Misericordia, prima che condanna, misericordia, prima che giudizio. Il che non significa e non ha mai significato chiamare bene il male, ma annunciare il primato dell'amore di un Dio che «mai si stanca di perdonare» se solo ci riconosciamo poveri peccatori e bisognosi della sua misericordia che continua ad abbracciarci.
 
 
Rispondendo a una domanda sui divorziati risposati: «La Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti». Ai vescovi del Brasile Francesco ha proposto l'icona dei discepoli di Emmaus per descrivere la situazione di tante persone che si sono allontanate dalla Chiesa. «Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande...».
 
 
Di fronte a questa situazione che cosa fare? «Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione... Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente». Nel rapporto con il mondo contemporaneo, con le nostre società secolarizzate e in crisi, con coloro che sembrano così distanti, il «fondamento del dialogo» - ha ricordato ancora il Papa - lo si trova nelle parole del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono a loro volta gioie e speranze, tristezze e angosce dei discepoli di Cristo».

Sta qui l'originalità del pontificato del vescovo di Roma venuto «dalla fine del mondo». Un prete «callejero», di strada, che avverte l'urgenza di raggiungere, nelle periferie geografiche ed esistenziali, le tante pecore che sono uscite dal recinto o non ci sono mai entrate, invece di pettinare e coccolare quelle che sono rimaste dentro. Il pastore di una Chiesa che sa «scaldare i cuori», facendo spazio alla «rivoluzione della tenerezza», al mistero di un Dio incarnato che «mai si stanca di perdonare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-26886//pag/1/
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« Risposta #37 il: Agosto 08, 2013, 04:51:55 »

CRONACHE
08/08/2013

Legge del Papa contro il riciclaggio

Pubblicato un Motu proprio che estende l’applicazione delle leggi vaticane in materia ai dicasteri della Curia romana e rafforza la funzione di vigilanza dell’AIF

ANDREA TORNIELLI
CITTA’ DEL VATICANO

Nuova mossa del Papa per adeguare le strutture d’Oltretevere agli standard internazionali. Francesco ha pubblicato oggi un Motu proprio 
«per la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa». L’iniziativa, che si pone sulla scia delle azioni già intraprese da Benedetto XVI, «rinnova l’impegno della Santa Sede» su queste materie.
 
In particolare, la nuova legge «estende l’applicazione delle leggi vaticane in materia ai dicasteri della Curia Romana e agli altri organismi ed enti dipendenti dalla Santa Sede, nonché alle organizzazioni senza scopo di lucro aventi personalità giuridica canonica e sede nello Stato della Città del Vaticano». Inoltre viene rafforzata «la funzione di vigilanza e di regolamentazione dell’Autorità di Informazione
Finanziaria», presieduta dal cardinale Attilio Nicora. Ancora, la nuova disposizione papale «istituisce la funzione di vigilanza prudenziale degli enti che svolgono professionalmente un’attività di natura finanziaria, rispondendo così ad una raccomandazione del Comitato Moneyval del Consiglio di Europa», attribuendola all’AIF. Infine, il Motu proprio di Francesco istituisce il «Comitato di Sicurezza Finanziaria», il cui statuto viene allegato al documento papale. Lo scopo è quello di «coordinare le autorità competenti della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano in materia di prevenzione e di contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa».
 
Il «Comitato di Sicurezza Finanziaria» è presieduto dall’assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Brian Wells. Vi partecipano il sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati; il segretario della Prefettura per gli Affari Economici; il vice-segretario Generale del Governatorato; il promotore di Giustizia presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano; il direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria (con funzioni di segretario del comitato); il direttore dei Servizi di Sicurezza e di Protezione Civile del Governatorato. Questo comitato, si legge nello statuto, «individua le misure occorrenti per la gestione ed il contenimento dei rischi» e «coordina l’adozione e il regolare aggiornamento di politiche e procedure per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa».

da - http://www.lastampa.it/2013/08/08/italia/cronache/nuovo-motu-proprio-di-papa-francesco-pi-controlli-sulle-finanze-del-vaticano-Vzt0tC388jRRhBrWRI0gjO/pagina.html
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« Risposta #38 il: Settembre 01, 2013, 11:32:04 »

31/07/2013

Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
     
LA TENEREZZA DI PAPA FRANCESCO

«Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO


Le parole pronunciate da Papa Francesco nella lunga intervista concessa ai giornalisti sul volo papale dopo il decollo da Rio de Janeiro, in particolare quelle sui gay, hanno avuto un'eco straordinaria. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo e dice, "non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in  società"».
 
 
Com'era peraltro comprensibile, le parole del Papa sono state interpretate da qualcuno come lo sdoganamento dell'orgoglio gay, mentre altri hanno subito cominciato a gettare acqua sul fuoco per ribadire che proprio nulla è cambiato e che nella sua risposta Francesco non ha fatto altro che ribadire la dottrina tradizionale citando il Catechismo. Ma se questa è la dottrina tradizionale della Chiesa, che sempre ha distinto tra peccato e peccatore - condannando il primo e aprendo le braccia al secondo - perché mai la sottolineatura del Papa risuona come una novità? Forse perché, in tante prese di posizione e dichiarazioni pubbliche ecclesiastiche, questo aspetto fondamentale della misericordia ha finito per passare in secondo piano?
 
 
Nel discorso al comitato di coordinamento del Celam, domenica scorsa, Francesco ha detto: «Esistono in America Latina e nei Caraibi pastorali "lontane", pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi... ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la "rivoluzione della tenerezza" che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli». Siamo sicuri che il problema riguardi soltanto l'Amerca Latina e il Caribe?
 
 
Nell'altro grande discorso programmatico, quello tenuto sabato ai vescovi brasiliani a partire dall'evento di Aparecida, Francesco ha parlato di una «Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla.
Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro».
 
 
È questa la dinamica in atto da duemila anni, la dinamica dell'incontro personale con Cristo. In fondo, che cosa accadeva nella Palestina dove tutto è cominciato? Che cosa leggiamo nei Vangeli? Quale era attrattiva di quell'uomo che unico nella storia dell'umanità ha detto di se stesso «Io sono la via, la verità e la vita»? Chi lo incontrava, come accadde all'adultera da lui salvata dalla lapidazione, incrociava uno sguardo di misericordia. Misericordia, prima che condanna, misericordia, prima che giudizio. Il che non significa e non ha mai significato chiamare bene il male, ma annunciare il primato dell'amore di un Dio che «mai si stanca di perdonare» se solo ci riconosciamo poveri peccatori e bisognosi della sua misericordia che continua ad abbracciarci.
 
 
Rispondendo a una domanda sui divorziati risposati: «La Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti». Ai vescovi del Brasile Francesco ha proposto l'icona dei discepoli di Emmaus per descrivere la situazione di tante persone che si sono allontanate dalla Chiesa. «Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande...».
 
 
Di fronte a questa situazione che cosa fare? «Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione... Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente». Nel rapporto con il mondo contemporaneo, con le nostre società secolarizzate e in crisi, con coloro che sembrano così distanti, il «fondamento del dialogo» - ha ricordato ancora il Papa - lo si trova nelle parole del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono a loro volta gioie e speranze, tristezze e angosce dei discepoli di Cristo».

Sta qui l'originalità del pontificato del vescovo di Roma venuto «dalla fine del mondo». Un prete «callejero», di strada, che avverte l'urgenza di raggiungere, nelle periferie geografiche ed esistenziali, le tante pecore che sono uscite dal recinto o non ci sono mai entrate, invece di pettinare e coccolare quelle che sono rimaste dentro. Il pastore di una Chiesa che sa «scaldare i cuori», facendo spazio alla «rivoluzione della tenerezza», al mistero di un Dio incarnato che «mai si stanca di perdonare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-26886//pag/1/
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« Risposta #39 il: Settembre 01, 2013, 11:38:23 »


31/08/2013
Il Segretario di Stato Parolin: «Una nuova sorpresa di Dio nella mia vita»

Papa Francesco ha ufficializzato la nomina del successore di Bertone: entrerà in carica il 15 ottobre. "In me fiducia immeritata". Confermati tutti i vertici della Segreteria di Stato



ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

 

La conferma è arrivata a mezzogiorno di oggi: Papa Francesco ha accettato le dimissioni del cardinale Tarcisio Bertone e ha designato il successore del cardinale Tarcisio Bertone: è l'arcivescovo Pietro Parolin, 58 anni, attuale nunzio apostolico in Venezuela. Parolin entrerà in carica il 15 ottobre, fino a quel momento Bertone prosegue «con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio». Quel giorno, informa la Santa Sede, Francesco «riceverà in udienza superiori ed officiali della Segreteria di Stato», per «ringraziare pubblicamente» Bertone per «il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro» il suo successore.

 

 

Papa Francesco ha anche ha confermato nei rispettivi incarichi il sostituto Giovanni Angelo Becciu, il segretario per i rapporti con gli Stati Dominique Mamberti, il Prefetto della Casa pontificia Georg Gänswein, l'assessore Peter Wells, e il sotto-segretario ai rapporti con gli Stati Antoine Camilleri.

 

 

Da Caracas, Parolin ha inviato attraverso la Sala Stampa vaticana un primo messaggio di gratitudine al Papa. «Nel momento in cui viene resa pubblica la nomina a Segretario di Stato, desidero esprimere profonda e affettuosa gratitudine al Santo Padre Francesco, per l’immeritata fiducia che sta dimostrando nei miei confronti, e manifestargli rinnovata volontà e totale disponibilità a collaborare con lui e sotto la sua guida per la maggior gloria di Dio, il bene della Santa Chiesa e il progresso e la pace dell’umanità, affinché essa trovi ragioni per vivere e sperare».

 

 

«Sento viva la grazia di questa chiamata, che, ancora una volta - aggiunge il nuovo Segretario di Stato - costituisce una sorpresa di Dio nella mia vita e, soprattutto, ne sento l’intera responsabilità, perché essa mi affida una missione impegnativa ed esigente, di fronte alla quale le mie forze sono deboli e povere le mie capacità. Per questo mi affido all’amore misericordioso del Signore, dal quale nulla e nessuno potrà mai separarci, e alle preghiere di tutti. Tutti ringrazio, fin d’ora, per la comprensione e per l’aiuto che, in qualsiasi forma, mi vorranno prestare nello svolgimento del nuovo incarico».

 

 

«Il mio pensiero - dichiara Parolin - va alle persone che sono state parte della mia vita in famiglia, nelle parrocchie in cui sono nato e in cui ho prestato servizio, nella cara Diocesi di Vicenza, a Roma, nei Paesi dove ho lavorato, Nigeria, Messico e, ultimo, Venezuela, che lascio con rimpianto. Penso pure al Papa emerito Benedetto XVI, che mi ha ordinato vescovo, alla Segreteria di Stato, che è già stata la mia casa per molti anni, all’Em.mo card. Tarcisio Bertone, agli altri superiori, ai colleghi e ai collaboratori e all’intera Curia romana, ai rappresentanti pontifici. A tutti sono largamente debitore. Mi pongo, con trepidazione, ma anche con fiducia e serenità, in questo nuovo servizio al Vangelo, alla Chiesa e al Papa Francesco, disposto – come lui ci ha chiesto fin dall’inizio – a camminare, edificare-costruire e confessare.

 

Che la Madonna, che a me piace invocare con i titoli di Monte Berico, Guadalupe e Coromoto, ci dia “il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria, il Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”. E, come si dice in Venezuela: “¡Que Dios les bendiga!”». 

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/curia-curia-curia-27492/
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« Risposta #40 il: Settembre 11, 2013, 05:42:20 »


11/09/2013
Il Papa dialoga con Scalfari sulla fede

Il fondatore del quotidiano «Repubblica» aveva pubblicato due lettere sull'enciclica «Lumen fidei». Bergoglio gli ha risposto

Andrea Tornielli
Città del Vaticano



«Pregiatissimo Dottor Scalfari...». Inizia così l'inedita ed eccezionale lettera che il Pontefice ha spedito al fondatore del quotidiano «Repubblica».

 

Quest'ultimo in due diverse occasioni, nelle scorse settimane si era rivolto direttamente a Francesco ponendogli domande sulla fede, su Gesù, sul perdono dei peccati di chi non crede, sulle differenze tra il cristianesimo e le altre religioni, a partire dall'enciclica «Lumen Fidei». Bergoglio ha deciso di rispondergli, con una lunga lettera personale, che il quotidiano pubblica oggi in prima pagina.
 


Il Papa ricorda come il dialogo «sincero e rigoroso» con chi non crede¨uno degli scopi dell'enciclica scritta da Ratzinger e poi fatta propria e integrata dal suo successore. Un dialogo «doveroso e prezioso», che, spiega il Papa, «non ¨un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne invece un'espressione intima e indispensabile».

 

Proprio nell'enciclica infatti si legge che «poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell'amore risulta chiaro che la fede non intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non arrogante; al contrario, la verità  lo fa umile, sapendo che, più  che possederla noi, essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti».


 
Francesco spiega a Scalfari che «senza la Chiesa  "mi creda” non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono che ¨la fede ha custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umanità». Ed è proprio a partire «da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme».


 
Il Papa ribadisce l'importanza della storicità dei Vangeli e della divinità di Gesù che si manifesta sul Calvario. Proprio sulla croce, spiega il Papa  «Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è ¨amore e che vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù  E' risorto: non per riportare il trionfo su chi l'ha rifiutato, ma per attestare che l'amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono».


 
«La fede cristiana crede questo: che Gesù è "il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti» e l'incarnazione «è il cardine della salvezza. Perchè l'incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell'amore e nella fedeltà all' "Abbà , testimonia l'incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo,  è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire».
 

Un passaggio della lettera è dedicato agli ebrei: «Quel che le posso dire, con l'apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà  di Dio all'alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità».
 


A proposito della domanda di Scalfari se il Dio dei cristiani perdoni chi non crede
e non cerca la fede, il Papa dice: «Premesso che è ed  la cosa fondamentale èla misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è  quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità  del nostro agire».


 
E a proposito del pensiero secondo il quale «non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità  assoluta, ma solo una serie di verità  relative e soggettive», Francesco risponde: «Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è cioò che è slegato, ciò che è è previo di ogni relazione. Ora, la verità  secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù. Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sè: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità  sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà  a noi sempre e solo come un cammino e una vita».


«In altri termini - continua il Papa - la verità  essendo in definitiva tutto uno con l'amore, richiede l'umiltà  e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione».


 
Infine Francesco, dopo aver definito le sue parole una «risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa», nella quale ha scorto l'invito a «fare un tratto di strada insieme», conclude assicurando Scalfari: «La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedelà , gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-scalfari-27761//pag/1/
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« Risposta #41 il: Dicembre 16, 2013, 06:41:27 »

Vatican Insider
15/12/2013

"Mai avere paura della tenerezza"
Intervista con papa Francesco su Natale, fame nel mondo, sofferenza dei bambini, riforma della Curia, donne cardinale, Ior e prossimo viaggio in Terra Santa



Andrea Tornielli  (vatican insider)

Il Natale per me è speranza e tenerezza...». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale da vescovo di Roma. Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una sala accanto al refettorio.
L'incontro durerà un'ora e mezza. Per due volte, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo. Nell'intervista il Papa parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell'«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica.

Che cosa significa per lei il Natale?

«È l'incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l'incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell'aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».

Che cosa dice il Natale all'uomo di oggi?

«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi».


Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?

«I Padri greci la chiamavano "synkatabasis", condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».


Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c'è anche tanta sofferenza e miseria.

«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell'ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l'allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l'allegria mondana c'è differenza».

È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre...

«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l'ha magari un po' arrugginita, ma ce l'ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C'è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».


In gennaio saranno cinquant'anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà?

«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant'anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è cominciata l'epoca dei viaggi papali. Anch'io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l'abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando».

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?

«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c'è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si "sveglia", non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l'età dei "perché". Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi "perché?". Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l'unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.

«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L'altro giorno all'udienza del mercoledì, dietro una transenna, c'era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l'ora... Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all'umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo  abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d'accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all'umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall'indifferenza».

Alcuni brani dell'«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?

«L'ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull'economia che «uccide»... «Nell'esortazione non c'è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L'unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C'era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s'ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l'unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».


Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?

«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest'ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l'eucaristia insieme, ma l'amicizia c'è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l'unità. Ci siamo benedetti l'un l'altro, un fratello benedice l'altro, un fratello si chiama Pietro e l'altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso...».

L'unità dei cristiani è una priorità per lei?

«Sì, per me l'ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l'ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l'unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L'unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c'era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: "Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico". Questo è l'ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d'identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».

Nell'esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?

«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l'audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L'anno scorso in Argentina avevo denunciato l'atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata».

E quanto ai divorziati risposati?

«L'esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell'esortazione».

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?

«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell'ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell'anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno».

Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?

«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell'ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell'udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: "La riforma della Curia lei l'ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta". Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali».

Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?

«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell'aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi... Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».

Posso chiederle se avremo donne cardinale?
«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non "clericalizzate". Chi pensa alle donne cardinale soffre un po' di clericalismo».

Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?

«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la "banca centrale" del Vaticano sarebbe l'Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso».

Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013  lo avrebbe celebrato in San Pietro?
«Assolutamente no».

Si aspettava di essere eletto?

«Non me l'aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c'è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l'ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l'abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».


© Riproduzione riservata

Da - http://www.lastampa.it/2013/12/15/esteri/vatican-insider/it/mai-avere-paura-della-tenerezza-1vmuRIcbjQlD5BzTsnVuvK/pagina.html
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« Risposta #42 il: Gennaio 16, 2014, 04:27:55 »

15/01/2014
Ior, cambia la commissione cardinalizia
Rinnovata la commissione che vigila sulla «banca vaticana»: entrano Schönborn, Collins, Abril y Castelló e Parolin. Escono Bertone, Calcagno, Toppo e Scherer

Andrea Tornielli
CITTà DEL VATICANO

In attesa che la commissione referente sullo Ior presieduta dal cardinale Raffaele Farina concluda il suo lavoro, Papa Francesco ha nel frattempo rinnovato per il prossimo quinquennio la commissione cardinalizia che vigila sulla «banca vaticana». Questi i nomi dei membri: Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna; Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto; Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso; Santos Abril y Castelló, arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore; Pietro Parolin, Segretario di Stato.

La commissione uscente era stata rinnovata con mandato quinquennale meno di un anno fa e, a quanto si legge sul sito dello Ior, sarebbe dovuta rimanere in carica fino al 2018. L'unico porporato di quella uscente a essere presente nella nuova è Tauran. Lasciano dunque i loro incarichi l'ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone, il brasiliano Odilo Pedro Scherer, l'indiano Telesphore P. Toppo ma anche il Presidente dell'Apsa Domenico Calcagno, new entry del 16 febbraio 2013, all'ultimo rinnovo voluto da Benedetto XVI. Un rinnovo, quello dell'ormai dimissionario Papa Ratzinger, che fu contestuale alla nomina di Ernst von Fryeberg alla guida dello Ior, dopo diversi mesi in assenza di presidente in seguito alla clamorosa cacciata di Ettore Gotti Tedeschi, avvenuta con modalità inedite nella storia della Santa Sede.

È da segnalare, oltre al rinnovamento quasi totale dei membri, l'ingresso di Parolin. Si vedrà ora quale di questi porporati sarà designato dai colleghi alla prima riunione della nuova commissione. Nello statuto dello Ior, all'articolo 5, si prevede infatti che il presidente venga eletto dagli altri membri. In passato a presiedere la commissione erano stati i Segretari di Stato - prima Angelo Sodano e poi Bertone - ma un candidato alla presidenza è anche il cardinale Santos Abril y Castelló.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/ior-francesco-francis-francisco-31273/
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« Risposta #43 il: Febbraio 28, 2014, 07:19:58 »

Vatican Insider
26/02/2014

Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni
Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il nostro vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni

Andrea Tornielli (vatican insider)

«Non c'è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l'ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C'è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l'abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l'11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l'elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d'ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall'intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l'abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell'ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero - aveva detto - non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l'elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni - com'è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato - lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l'avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c'è chi è andato oltre, ipotizzando persino l'invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio - scrive Ratzinger nella missiva - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l'obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l'annuncio - mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità - collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d'anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l'inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell'abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l'ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all'inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l'autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

Da - http://lastampa.it/2014/02/26/esteri/vatican-insider/it/ratzinger-la-mia-rinuncia-valida-assurdo-fare-speculazioni-mk8Mnt6rKqlfBtnWHdnNiM/pagina.html
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« Risposta #44 il: Marzo 03, 2014, 05:34:31 »

2/03/2014
Kasper: «Donne a capo dei pontifici consigli»

Nell'intervista ad «Avvenire» la proposta di portare ai vertici le presenze femminili. «In Curia ci sono troppi vescovi».
E contro il carrierismo curiale, la proposta di mandati a tempo


ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

«Il ruolo delle donne nella Chiesa va riconsiderato e integrato nella prospettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa»: le donne possono essere coinvolte in ruoli guida nei pontifici consigli e nella futura Congregazione per i laici, in una Curia dove ci sono troppi vescovi e dove per contrastare il fenomeno del carrierismo si potrebbero introdurre mandati a tempo determinato, chiamando sacerdoti che hanno già un'esperienza pastorale alle spalle. È quando ha detto il cardinale Walter Kasper in una lunga intervista con Stefania Falasca pubblicata oggi su «Avvenire».

«Finora ai sinodi le donne - ha detto Kasper - sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione».

«Penso che le donne - ha continuato il porporato tedesco al quale il Papa ha affidato la relazione di apertura dell'ultimo concistoro sulla famiglia - debbano essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa “in uscita” prefigurata dal Papa, le donne sono già avanti, sono alle frontiere».

Kasper nell'intervista con «Avvenire» ha ricordato con le parole di Francesco che «nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non è dominio, ma è sempre servizio al popolo di Dio e deriva dalla potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia. Intendere quindi l’esercizio dell’autorità legata al ministero ordinato in termini di potere è clericalismo. Questo si vede anche nella scarsa disponibilità di tanti presbiteri – sacerdoti e vescovi – a lasciare ai laici il controllo di ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato. Nell’Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio necessario che il prete stia in cima a tutto. Ciò infatti dà luogo a un immobilismo clericale, che a volte sembra aver paura di lasciar spazio alle donne, quindi anche di riconoscere lo spazio ad esse dovuto là dove si prendono decisioni importanti».

 Il cardinale affronta quindi il nodo importante della questione di una presenza più incisiva delle donne negli ambiti decisionali, legato al fatto che «alcuni ruoli nella Chiesa prevedono l’esercizio della potestà di giurisdizione che è connessa con il ministero ordinato». Ma non tutti i ruoli di governo o di amministrazione presenti nella Chiesa, ha ricordato, «implicano la potestà di giurisdizione. Questi dunque possono essere affidati a laici e quindi anche alle donne. Se ciò non avviene, non si può in nessun modo giustificare questa esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa».

La donne, ha spiegato Kasper, «possono rivestire incarichi di responsabilità in quegli organismi che, anche ai livelli più alti, non implicano necessariamente la potestà di giurisdizione connessa con il ministero ordinato: nei Pontifici consigli, ad esempio. Nei consigli per la famiglia, per i laici (ricordiamo che la metà dei laici sono donne) per la cultura, per le comunicazioni sociali, per la promozione della nuova evangelizzazione, solo per citarne alcuni. In essi non troviamo ad oggi alcuna presenza femminile in posizione di rilievo. Questo è assurdo. Nei consigli, ed in altri organismi vaticani, l’autorità potrebbe essere esercitata dalle donne anche ai livelli più alti, con responsabilità piena». La presenza femminile può essere preziosa anche «negli uffici dedicati all’amministrazione, agli affari economici, nei tribunali. Ambiti di competenze nei quali le rinomate capacità professionali delle donne spiccano, ma non sono state qui ancora adeguatamente considerate».

Per quanto riguarda le Congregazioni, il cardinale precisa: «Pur rimanendo ferma e distinta la firma dell’autorità, anche una donna può essere sempre presente nelle decisioni e può quindi benissimo assolvere il compito di sottosegretario. Sono perciò convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità». Tra le congregazioni, il cardinale cita «l’Educazione cattolica, ad esempio: basti pensare al talento educativo delle donne e ai ruoli che esse occupano in questo campo. Anche alle Cause dei santi sarebbe prezioso il discernimento spirituale femminile. Escludo ruoli di responsabilità delle donne per ovvi motivi nelle Congregazioni per i vescovi e il clero. Ma già alla Dottrina della fede, ad esempio, c’è un’assemblea di teologi che prepara tutte le sessioni e nella quale a tutt’oggi la presenza femminile è ancora assente. Eppure abbiamo tante teologhe che sono anche docenti nelle università pontificie. Un loro contributo sarebbe auspicabile. Questo è vero a maggior ragione nella Congregazione per la Vita consacrata: l’ottanta per cento delle persone consacrate appartengono all’universo femminile».

Il criterio con cui vagliare le candidature, «dovrebbe basarsi sulla competenza e sullo spirito di servizio. Ovviamente, anche le donne - dice Kasper - possono essere mosse dalla smania di far carriera sul modello maschile. Ci sono alcune che manifestano questo problema, ma molte altre no. Occorre dunque saper scegliere con discernimento le persone giuste, non scegliere persone che rispondono a dinamiche viziate». Il cardinale ha citato l'esempio positivo di Mary Ann Glendon, professoressa di Harvard, alla quale la Santa Sede «ha affidato un compito importante inviandola come rappresentante alle conferenze dell’Onu dove ha svolto un servizio eccellente, riconosciuto da tutti». «Penso che un certo numero di donne - aggiunge - così potrebbero contribuire a sanare il clericalismo e il carrierismo nella Curia, che è un vizio terribile».

 Contro il carrierismo curiale, Kasper afferma: «L’impiego con incarichi a tempo determinato potrebbe essere un rimedio. Si potrebbero impiegare persone con esperienza pastorale alle spalle, che hanno esperienza in diocesi, nelle parrocchie e affidare loro incarichi a tempo determinato. Ad esempio per un quinquennio. Un periodo al termine del quale alcuni potrebbero rimanere ma tutti gli altri tornerebbero in diocesi portando la propria esperienza nella Chiesa locale. Con questa prospettiva si potrebbe forse eliminare il problema delle persone che agiscono avendo come unico criterio il proprio avanzamento sulla scala».

Infine Kasper si domanda se sia indispensabile che «tutti i segretari dei dicasteri vaticani debbano essere vescovi». Nella Curia «c’è oggi un’alta concentrazione di vescovi - osserva - Tanti svolgono funzioni di burocrati, e questo non va bene. Il vescovo è un pastore. La consacrazione episcopale non è un’onorificenza, è un sacramento, riguarda la struttura sacramentale della Chiesa. Perché dunque è necessario un vescovo per svolgere funzioni burocratiche? Qui, a mio avviso, si rischia un abuso dei sacramenti».

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/curia-curia-curia-donne-women-mujeres-32413//pag/1/
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