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Autore Topic: ANDREA TORNIELLI.  (Letto 13692 volte)
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« il: Aprile 14, 2011, 05:07:18 »

14/4/2011

Troppi vescovi opportunisti nella nuova Cina

ANDREA TORNIELLI

Nei rapporti tra Santa Sede e governo cinese il barometro non segna bel tempo. Si sono conclusi ieri i lavori della commissione vaticana istituita da Benedetto XVI per studiare i problemi della Chiesa in Cina, divisa in due distinte comunità, quella ufficiale riconosciuta dal governo e quella clandestina. All’ordine del giorno dell’incontro, al quale hanno partecipato alcuni capi dicastero della curia e vari esperti, la situazione delle diocesi e le sfide per gli oltre sedici milioni di cattolici “nelle attuali condizioni sociali e culturali”.

È significativo che proprio nei giorni dell’incontro il governo di Pechino abbia arrestato tre preti della comunità clandestina nella provincia di Hebei. Ma a impensierire gli inquilini dei sacri palazzi è soprattutto l’annuncio della scelta di 11 nuovi vescovi da insediare alla guida di altrettante comunità ufficiali. Secondo le prime notizie, alcuni di loro non hanno l’approvazione di Roma. Ci si può dunque attendere nelle prossime settimane un nuovo scontro, dopo quello avvenuto lo scorso novembre, quando è stato ordinato contro l’esplicito divieto vaticano il nuovo vescovo di Chengde. Era dal 2006 che non accadeva qualcosa di simile, le precedenti dieci ordinazioni, infatti, erano frutto di un accordo ufficioso.

Le crisi dello scorso anno (l’ordinazione illecita di novembre, e l’assemblea dei rappresentanti cattolici a Pechino per eleggere i responsabili delle organizzazioni governative che controllano la Chiesa, a dicembre), hanno provocato il gelo e duri comunicati della Segreteria di Stato contro la pretesa cinese di interferire nella vita della Chiesa. Ora sta venendo alla luce anche uno scontro interno ai sacri palazzi sulla strategia da seguire con Pechino.

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha infatti affermato che la Chiesa in Cina è in uno “stato disastroso” a causa della durezza del regime, ma anche perché un “triumvirato” – e cioè il cardinale prefetto di Propaganda Fide, Ivan Dias, un suo minutante, e il padre Jeroom Heyndrickx, missionario di Scheut, loro consigliere – avrebbe spinto il Vaticano al compromesso con il regime cinese. Zen ha paragonato il loro atteggiamento a quello dell’Ostpolitik del cardinale Casaroli e ha lamentato che molti vescovi della Chiesa ufficiale cinese ubbidiscano “entusiasti” al governo e non al Papa. Il cardinale ha dunque attaccato direttamente un collega porporato. E ha detto che se il governo di Pechino vuole davvero un accordo deve dimostrarlo concretamente concedendo più libertà alla Chiesa e ai vescovi.

Altrettanto dura è stata la posizione dell’arcivescovo cinese Savio Hon Taifai, nuovo segretario del dicastero vaticano di Propaganda Fide, il quale, in un’intervista al quotidiano Avvenire, ha affermato che tra i vescovi della Cina “è cresciuto il numero degli opportunisti” e ha espresso riserve per le “nomine di compromesso” faticosamente ottenute negli ultimi anni dalla diplomazia pontificia. Hon ha anche detto – d’accordo con Zen – che la Chiesa clandestina ha ancora ragione di esistere. Va ricordato che Benedetto XVI aveva espresso, nella Lettera ai cattolici della Cina, l’auspicio che queste comunità, seguite da milioni di seguaci, potessero gradualmente abbandonare la condizione di clandestinità, che non va considerata normale per la vita della Chiesa.

La uscite di Zen e di Hon Taifai, seppure non rivestite del crisma dell’ufficialità, lasciano intendere che in Vaticano questa linea si vada rafforzando.

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« Ultima modifica: Aprile 22, 2011, 05:27:15 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Aprile 20, 2011, 04:48:06 »

20/4/2011

Il papa in tv, l'anima e lo stato vegetativo

ANDREA TORNIELLI

Le persone che vivono in stato vegetativo percepiscono l’amore di chi li circonda. E l’anima di coloro che si trovano in questa condizione non si stacca dal loro corpo. Lo dirà Benedetto XVI nell’intervista trasmessa da «A Sua immagine» su Raiuno il pomeriggio del 22 aprile, Venerdì santo, rispondendo alla domanda della madre di Francesco Grillo, un giovane di Busto Arsizio affetto da sclerosi multipla e da due anni in coma. La donna ha chiesto al Papa: «Dove si trova l’anima di mio figlio?».

Per la prima volta un Pontefice partecipa a un programma televisivo e affronta quesiti raccolti tra i fedeli. Nel giorno in cui la Chiesa rivive la passione di Gesù, Ratzinger parlerà della sofferenza, del dramma del dolore innocente, delle difficoltà dei cristiani perseguitati. L’intervista, programmata da tempo, è stata realizzata da Rosario Carello, il conduttore di «A Sua immagine» ed è stata registrata lo scorso venerdì in Vaticano, nella biblioteca del palazzo apostolico.

Inizialmente era stato annunciato che il Papa avrebbe risposto a tre soli quesiti sul suo nuovo libro dedicato a Gesù. Visto l’interesse suscitato dall’iniziativa e il numero considerevole richieste raccolte dalla redazione – ne sono arrivate oltre duemila – gli è stato proposto allungare i tempi e di allargare l’orizzonte. Lui ha accettato, mostrando ancora una volta di non volersi sottrarre alle domande più spinose e all’occhio della telecamere. L’intervista tv arriva pochi mesi dopo quella realizzata dal giornalista tedesco Peter Seewald e trasformata nel best seller Luce del mondo.

La domanda sull’anima di chi vive in stato vegetativo, registrata dalla madre di Francesco Grillo accanto al letto del figlio assistito all’ospedale della Fondazione Raimondi di Gorla Minore, è stata la più toccante. Maria ha chiesto a Benedetto XVI se l’anima di Francesco abbia già abbandonato il suo corpo o sia ancora accanto a lui, malgrado la sua condizione di incoscienza.

Il Papa teologo ha spiegato che l’anima non abbandona il corpo, anche se la persona è in stato di incoscienza. Ma ha insistito sul fatto che le persone in coma, anche quelle che vivono in questo stato da molti anni, possono percepire l’amore, l’affetto, l’attenzione di chi sta loro intorno. Un affetto con il quale Francesco è continuamente a contatto. A visitarlo, ogni giorno, arriva la sorella del giovane, spesso accompagnata dalle tre figlie di 4, 6 e 8 anni. «Sono davvero attaccatissime allo zio, gli parlano, lo accarezzano, gli chiedono di svegliarsi» .

Non meno commovente, sarà la prima domanda a cui Ratzinger risponderà, quella di una bambina giapponese di 7 anni, Elena, che ha il padre italiano. La piccola durante il recente terremoto era in Giappone, ha visto morire molti bambini, è ancora spaventata. E ha scritto al Papa chiedendo perché queste cose accadano. Anche questo un tema dibattuto, al centro di recenti polemiche per le dichiarazioni del vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei. Alle catastrofi naturali Benedetto XVI ha fatto cenno domenica durante la messa delle Palme, quando ha ricordato: i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità».

Tra le domande ci sarà quella di una mamma musulmana che vive in Costa d’Avorio, e quella di sette studenti cristiani di Baghdad. Il Papa affronterà anche il tema della «discesa agli inferi» di Gesù dopo la sua morte.

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« Risposta #2 il: Aprile 22, 2011, 05:28:16 »

22/4/2011

Il male interno che Ratzinger vuole combattere


ANDREA TORNIELLI

Le parole del Papa nelle due omelie delle celebrazioni del Giovedì santo mostrano come quanto accaduto l’anno scorso, il deflagrare dello scandalo della pedofilia, a cui si accennerà anche nelle meditazioni della Via Crucis di questa sera, sia ancora drammaticamente presente nel suo animo.

Il clima, in questi giorni è molto diverso dalla concitazione mediatica della scorsa primavera. La Santa Sede ha inasprito ancor di più le sue norme per prevenire gli abusi sui minori e intervenire tempestivamente contro chi si è macchiato di questi atti gravissimi e indegni. Uno studio appena pubblicato dalla diocesi di New York mostra che nell’ultimo anno, negli Stati Uniti, il numero dei casi si è ridotto in maniera drastica.

Eppure Benedetto XVI, in questo incompreso anche all’interno della Chiesa, persino da qualche collaboratore, ha sempre evitato di mettere avanti le statistiche e i distinguo - anche quelli più che giustificati di quanti ricordano che questo triste fenomeno abbia purtroppo interessato non soltanto le diverse comunità religiose ma anche e soprattutto le famiglie e le categorie professionali a contatto con i bambini.

Il Papa, da cardinale e stretto collaboratore di Giovanni Paolo II, dieci anni fa è stato protagonista nel riformare le normative ecclesiastiche dopo la prima ondata di scandali americani. Ma ha accuratamente evitato di presentare se stesso come l’inflessibile alfiere della «tolleranza zero» e soprattutto di presentare il suo pontificato in contrapposizione a quello precedente, come invece hanno fatto altri interpreti ratzingeriani, i quali, cercando capri espiatori nella curia wojtyliana, non hanno compreso che l’esaltazione della «nuova linea» in contrapposizione a quella vecchia avrebbe comunque finito per rappresentare un boomerang per l’istituzione.

Ratzinger sa bene di essere stato per quasi cinque lustri il collaboratore più stretto e stimato di Papa Wojtyla, che si accinge a beatificare e proprio ieri ha citato come esempio di santità, dimostrando ancora una volta quanta sia la sua venerazione per il predecessore. Sa che per decenni l’atteggiamento diffuso era quello di evitare scandali pubblici e che troppe volte le vittime degli abusi sono state allontanate, considerate nemiche. Per questo, nonostante gli scandali siano per lo più accaduti nel passato, e talvolta in un passato remoto, Benedetto XVI non si è tirato indietro. Non ha tuonato contro le campagne mediatiche, ha assunto su di sé la responsabilità. Ha voluto sempre incontrare, durante i suoi viaggi, alcune vittime dei preti pedofili. Ha richiamato la Chiesa tutta alla necessità della penitenza, della purificazione e della giustizia. È arrivato a dire, nel maggio 2010, che la persecuzione più forte contro la Chiesa non arriva da nemici esterni, ma dal peccato al suo interno.

Non ha taciuto di fronte alla gravità dei fatti, l’ha trasformata in occasione per ricordare come i cristiani debbano aver coscienza della presenza del male e del loro peccato, confessarlo ed essere continuamente sorretti da chi quel peccato è venuto a prenderlo su di sé, sul Calvario.

Undici anni fa, presentato ai giornalisti la richiesta di perdono voluta da Giovanni Paolo II per il Giubileo, l’allora cardinale Ratzinger disse: «Riconoscere il peccato è un atto di sincerità attraverso il quale possiamo far capire alla gente che il Signore è più forte dei nostri peccati. Mi viene in mente un aneddoto che si racconta a proposito del cardinale Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII. Gli è stato detto: “Napoleone intende distruggere la Chiesa”.

Risponde il cardinale: “Non riuscirà, neppure noi siamo riusciti a distruggerla”».
 
È questa consapevolezza che nonostante tutto, fa essere sereno Benedetto XVI.

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« Risposta #3 il: Aprile 23, 2011, 11:56:59 »

23/4/2011

Non si interrompe così un Pontefice

ANDREA TORNIELLI

La semplicità e la chiarezza con cui Benedetto XVI, nel corso dell’intervista registrata e trasmessa ieri pomeriggio, ha risposto alle domande raccolte tra gli spettatori di «A Sua immagine» dovrebbe far cadere uno dei ritornelli più utilizzati in questi anni: la contrapposizione tra Wojtyla papa «mediatico» e «comunicatore», e Ratzinger papa teologo che va letto più che ascoltato.

Si tratta infatti di un cliché che finisce per sminuire il valore del primo come del secondo, riducendo Giovanni Paolo II a un’icona televisiva e il suo successore a un topo di biblioteca.

Anche se la partecipazione di un Papa a un programma tv per farsi intervistare dagli spettatori non ha precedenti, gli incontri di Benedetto XVI che dialoga con i fedeli sono, invece, una costante. I dialoghi con i sacerdoti – a Roma, in Valle d’Aosta, nel bellunese e in Trentino – come pure l’incontro con i bambini della prima comunione in piazza San Pietro nell’ottobre 2005 sono da iscrivere tra le pagine più significative del pontificato.

Joseph Ratzinger è stato professore, era abituato a dialogare con gli allievi (che continua a incontrare ogni anno a Castelgandolfo affrontando con loro temi di attualità per la vita della Chiesa), e anche da Papa non si è mai sottratto a domande e interviste. Ne ha rilasciata una all’inizio di ogni viaggio, incontrando i giornalisti sull’aereo papale. Ne ha registrate diverse per la tv, sempre in occasione dei viaggi.

E dopo aver pubblicato tre libri-intervista da cardinale, il primo con Vittorio Messori, gli altri due con il giornalista tedesco Peter Seewald, ha accettato la proposta di quest’ultimo e lo scorso novembre ha dato alle stampe «Luce del mondo». Per una settimana, un’ora al giorno, Benedetto XVI s’è fatto intervistare senza conoscere prima le domande, parlando con franchezza dello scandalo pedofilia, delle crisi mediatiche del suo pontificato, delle sue fragilità.

La partecipazione televisiva di ieri mostra dunque ancora una volta come i Papi utilizzino le possibilità offerte dai media, e non disdegnino affatto il genere dell’intervista: rimangono nella storia quelle di Giovanni XXIII con Indro Montanelli e di Paolo VI con Alberto Cavallari.

Ratzinger è un bravo comunicatore, capace di presentare immagini evocative, come quando, ai giovani riuniti a Colonia, nell’agosto 2005, spiegò il sacramento dell’eucaristia paragonandolo alla fissione nucleare. O come ha fatto ieri, quando ha richiamato la fragilità del corpo degli ammalati in stato vegetativo con l’immagine di una chitarra che non può suonare perché ha le corde spezzate.

Resta però un dubbio sulla scelta degli autori della trasmissione in onda su RaiUno, che hanno deciso di spezzettare l’intervista papale, diluendola e intervallando ogni risposta con inserzioni, molti commenti in studio, collegamenti esterni.

La prima volta di un Papa in tv intervistato dai telespettatori, nel giorno e nell’ora in cui i cristiani fanno memoria della morte di Cristo, avrebbe forse meritato uno spazio a sé stante, senza soluzione di continuità.

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« Risposta #4 il: Maggio 03, 2011, 11:03:33 »

3/5/2011

Wojtyla ha ridato speranza ai cristiani

ANDREA TORNIELLI


«Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica», ha spiegato Benedetto XVI domenica mattina, quando, visibilmente lieto di poter elevare il predecessore sugli altari appena sei anni dopo la morte, ne ha rievocato la figura.

Ratzinger, nel tracciare in sintesi un bilancio del pontificato wojtyliano, lo ha presentato come fortemente radicato nel Concilio. Ha citato il testamento di Wojtyla, dove il Vaticano II viene definito un «grande dono» dal quale le nuove generazioni «ancora a lungo» potranno attingere «ricchezze». Un «grande patrimonio», una «grandissima causa» (son sempre parole tratte dal testamento) che Giovanni Paolo II era riconoscente a Dio di aver potuto servire.

La «grandissima causa», ha spiegato Benedetto XVI, è quella di aprire «a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile». Wojtyla, ha detto ancora il suo successore, «ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà».

Quando nell’ottobre 1978, a sorpresa, i cardinali elessero sul soglio di Pietro il giovane arcivescovo di Cracovia, la secolarizzazione appariva come un fenomeno inarrestabile, e le speranze erano ancora da molti riposte nel marxismo e nelle sorti progressive dell’umanità. La religione era considerata un fenomeno in via di estinzione. Giovanni Paolo II, ha spiegato Ratzinger nell’omelia della messa di beatificazione, ha «dato al cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia». E ha rivendicato alla fede cristiana «quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso».

Parole che prendono atto che marxismo e progressismo sono stati per intere generazioni termini reali di speranza, e affermano che la forza attrattiva esercitata dallo stesso marxismo nell’umanità sofferente era in un certo senso ricavata, in modo quasi parassitario, dal cristianesimo. Nella lettura di Ratzinger, una Chiesa che allora poteva sembrare quasi rassegnata a vivere una subalternità nei confronti delle correnti di pensiero moderne, ha trovato nel Papa venuto dall’Est un «gigante» che ha rivendicato al cristianesimo una spinta propulsiva in grado anche di abbracciare l’impeto di rivolta verso le ingiustizie e le violenze subite nella storia dai più deboli. In questa chiave, nobilitante rispetto a letture politiche di corto respiro, va interpretato, secondo il suo successore, il ruolo giocato da Wojtyla nei confronti del comunismo e poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, nella denuncia degli effetti di un capitalismo senza più antagonisti.

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« Risposta #5 il: Maggio 07, 2011, 06:26:58 »

7/5/2011
 
Ratzinger e il destino del Patriarca
 
 
ANDREA TORNIELLI
 
Questo pomeriggio Benedetto XVI arriva ad Aquileia, culla dell’evangelizzazione del Nord-Est, e a Venezia, dove rimarrà fino alla sera di domenica. Il viaggio papale coinciderà con la chiusura della visita pastorale alla diocesi del patriarca di Venezia, Angelo Scola.

È la terza volta in quarant’anni che un Papa visita la Serenissima. L’ultima fu nel 1985, con Wojtyla. Mentre in quella precedente, avvenuta il 16 settembre 1972, Paolo VI, in piazza San Marco, davanti alla folla, si tolse la stola papale per metterla sulle spalle del patriarca di Venezia Albino Luciani. Solo dopo la morte di Montini si seppe che proprio quella mattina, prima di partire per il Veneto, il Pontefice bresciano aveva pensato alla sua fine vergando una nota aggiuntiva al testamento. Nell’agosto 1978, il giorno dopo l’elezione, quell’inatteso dono della stola sarebbe stato ricordato da Papa Luciani nel primo discorso ai fedeli, ai quali avrebbe confidato che quel pubblico gesto del predecessore lo aveva fatto arrossire.

Saranno in molti, in questi due giorni, a scrutare i gesti di Benedetto XVI per cogliere segnali di attenzione e benevolenza, dato che Scola appare come uno dei nomi accreditati per assumere l’eredità del cardinale Dionigi Tettamanzi alla guida della diocesi di Milano. Papa Ratzinger ha voluto che la discussione sulla «provvista» per la diocesi ambrosiana – così si chiama tecnicamente la designazione di un nuovo vescovo – avvenga dopo la visita nel Nordest: la Congregazione dei vescovi si pronuncerà nelle prossime settimane, nulla è deciso, tutto è ancora possibile, anche se è ormai evidente che la candidatura del patriarca di Venezia per la sede episcopale più importante d’Europa, e tra le prime del mondo, non è soltanto una boutade mediatica.

Ratzinger del resto conosce Scola da quasi quarant’anni, da quando, cioè, il futuro Papa era arcivescovo di Monaco, e il patriarca un giovane teologo: entrambi inseriti nel gruppo internazionale dei collaboratori della rivista «Communio», nata su posizioni «centriste» in alternativa alla progressista «Concilium».

Non è un mistero che, nonostante la conoscenza e la stima di lunga data con il nuovo Papa, dopo l’elezione di Benedetto XVI Scola abbia visto sfumare possibili incarichi di ulteriore responsabilità: in particolare, all’inizio del 2007, la successione a Ruini come presidente della Cei. Allora fu il neo-Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, a convincere il Papa che sarebbe stato meglio nominare alla guida dell’episcopato italiano un prelato non cardinale e meno protagonista sulla scena pubblica di quanto lo fosse stato il presidente uscente. Il progetto era quello di portare in Segreteria di Stato la cabina di regia dei rapporti con la politica italiana, tradizionalmente affidati alla Conferenza episcopale. Bertone bloccò Scola, e dalla mediazione con Ruini si arrivò infine alla designazione dell’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, in quel momento non ancora cardinale.

Il patriarca di Venezia non divenne dunque presidente della Cei, né Vicario del Papa o Prefetto di qualche congregazione romana, come da qualcuno ventilato. L’essere rimasto nel capoluogo lagunare – peraltro l’unica diocesi ad aver dato tre Papi alla cristianità nell’ultimo secolo, il primo dei quali, Pio X, è già santo, il secondo, Giovanni XXIII, è beato mentre del terzo, Giovanni Paolo I, è in corso il processo di beatificazione – ha rafforzato Scola, che in questi anni da Venezia, oltre a realizzare un polo accademico di livello internazionale, il «Marcianum», ha continuato a collaborare con Ratzinger: è suo, ad esempio, il suggerimento di istituire un Pontificio consiglio dedicato alla nuova evangelizzazione, un’idea che Benedetto ha realizzato l’anno scorso. 
 
 
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« Risposta #6 il: Maggio 21, 2011, 04:22:03 »

21/5/2011

Un altro colpo di Ratzinger alla "sporcizia" nella Chiesa

ANDREA TORNIELLI

La decisione, clamorosa, di cancellare la presenza dei monaci nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti da cinque secoli, è un altro dei segni di come il «governo gentile» di Benedetto XVI sappia essere decisionista e drastico quando si tratta di eliminare quella «sporcizia» nella Chiesa la cui presenza proprio il cardinale Ratzinger denunciò durante la Via Crucis di sei anni fa. Il decreto della Congregazione per i religiosi che ha stabilito la soppressione dell’abbazia segue di due anni l'allontanamento dell’abate, chiacchierato per le una gestione non limpida della sua comunità e per sue amicizie.

Di fronte all’emergere di vecchi e nuovi scandali di ogni genere, il Papa non ha mostrato tentennamenti. Ha stabilito, ad esempio, norme ancora più severe di quelle che lui stesso, dieci anni fa, aveva suggerito a Giovanni Paolo II. Ha mostrato prima con il suo personale atteggiamento, e ora anche con le nuove linee guida sugli abusi destinate alle conferenze episcopali pubblicate lunedì scorso, come sia prioritaria l’attenzione per le vittime. Ha responsabilizzato i vescovi, che devono essere «padri e fratelli» dei loro sacerdoti. Ma soprattutto, in questi primi sei anni di pontificato ha agito, lontano dai riflettori, con determinazione.

A un mese di distanza dall’elezione, nel maggio 2005, Ratzinger ha revocato ogni facoltà sacerdotale a padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del Cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali su alcuni giovani seguaci. Il sacerdote aveva goduto per anni di importanti coperture e i reati che aveva commesso erano prescritti. Poco dopo è arrivata anche la famosa decisione su padre Macial Maciel, l’anziano fondatore dei Legionari di Cristo, riconosciuto colpevole di gravi abusi.

Nel settembre 2008 Benedetto XVI ha ridotto allo stato laicale don Lelio Cantini, il carismatico prete fiorentino guida di una vivace comunità dalla quale sono usciti vari sacerdoti, anch’egli colpevole di ripetuti abusi su minori. Nel luglio dell’anno dopo è toccato a un religioso tedesco, appartenente ai Missionari della Sacra Famiglia di Magonza, mentre nel febbraio 2010 Ratzinger con decreto inappellabile, ha tolto l’abito a don Marco Dessì, missionario in Nicaragua, prima della conclusione dei processi civili a suo carico per abuso sessuale di minori. Il mese successivo è stato dimesso dallo stato clericale don Andrea Agostini, prete della diocesi di Bologna che gestiva un asilo cattolico nel ferrarese, sempre per pedofilia. Nell’ottobre 2010 la stessa sentenza è toccata a don Nello Giraudo, della diocesi di Savona, mentre all’inizio di quest’anno è stato imposto di ritirarsi al potente e influente sacerdote cileno Fernando Karadima, nonostante i reati fossero prescritti. Ed è prevedibile che una decisione venga in tempi rapidi anche nei confronti di don Riccardo Seppia, il parroco genovese cocainomane e predatore di ragazzini.

Un anno fa, al culmine degli scandali provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, dall’Irlanda e dalla Germania, Benedetto XVI aveva pronunciato parole drammatiche, affermando che «la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori», ma «nasce dal peccato» interno, e ha collegato questi eventi al messaggio delle apparizioni mariane avvenute in Portogallo nel secolo scorso, affermando: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».

Nel libro intervista «Luce del mondo» il Papa ha spezzato anche una lancia in favore dei mezzi di informazione e del loro ruolo nella vicenda: «I media non avrebbero potuto dare quei resoconti se nella Chiesa stessa il male non ci fosse stato… Sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti». Una lezione di grande umiltà, che vista dall’esterno potrebbe essere compresa ancor meglio dentro la stessa Chiesa.

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« Risposta #7 il: Giugno 02, 2011, 05:02:45 »

2/6/2011

La Chiesa in cerca di un partito

ANDREA TORNIELLI


Nuova generazione di politici cattolici cercasi. È l’appello ripetuto ormai con insistenza dal Papa e dalla Conferenza episcopale italiana. L’episcopato e più in generale il mondo cattolico avvertono un crescente disagio nei confronti della politica nostrana, spesso ridotta a «drammatico vaniloquio», come l’ha definita la scorsa settimana il cardinale Bagnasco.

Nelle recenti elezioni amministrative, i «valori non negoziabili» (vita, famiglia, libertà di educazione), ricordati anche in questa occasione dal quotidiano cattolico Avvenire, non sono stati in realtà così centrali. È vero, come è stato sottolineato, che i grandi Comuni possono diventare un laboratorio modello per iniziative quali la sperimentazione della pillola abortiva, i registri per il testamento biologico o per le unioni di persone dello stesso sesso. Ma questo elemento non è stato determinante nelle scelte dei cattolici.
Lo dimostra il dato di Milano, dove lo stesso cardinale Tettamanzi ha ironizzato sui toni apocalittici di Lega e Pdl definendo una boutade la paura di «zingaropoli» a soli cinque giorni dal voto, e dove una parte significativa di quell’elettorato ha sostenuto Giuliano Pisapia.
Il quale, peraltro, aveva nella sua lista undici candidati direttamente riconducibili al mondo cattolico, contro i sei del sindaco uscente Letizia Moratti.

Sulla scelta di penalizzare il centrodestra, e in particolare il suo leader sceso in campo personalmente a Milano, ha certamente pesato il caso Ruby, che nei mesi scorsi è stato motivo di imbarazzo e di una crescente freddezza dei vertici della Cei nei confronti di Palazzo Chigi. La sconfitta della Lega insieme a quella di Berlusconi dimostrano però che ancor di più del «bunga bunga» sul voto ha influito un’azione di governo concentrata sulla soluzione dei problemi personali del premier, percepita come distante dalle esigenze concrete delle famiglie anche dall’elettorato cattolico. Proprio una settimana fa, nel discorso tenuto in occasione della preghiera per l’Italia, lo stesso papa Ratzinger in presenza di tutti i vescovi della Penisola ha sottolineato con forza il problema della disoccupazione e della precarietà del lavoro, «che nei giovani compromette la serenità di un progetto di vita familiare».

L’epoca del partito unico è tramontata, lo ha ribadito nei giorni scorsi anche il segretario della Cei Crociata, che ha però invitato i politici cristiani a tener viva quell’unità che scaturisce dalla fede comune e dalla condivisione dei principi e valori della dottrina sociale della Chiesa. I politici che più tengono a sottolineare il loro legame organico con il mondo cattolico oltre a non avere più un partito di riferimento, nell’attuale quadro bipolare hanno anche qualche difficoltà ad accasarsi con la loro precisa fisionomia. Nel centrosinistra, caratterizzato dal prevalere di una cultura radicale sui valori «non negoziabili», risultano spesso afoni e si vedono talvolta costretti a migrare altrove per preservare la loro identità. Il laboratorio politico del Terzo Polo appare ancora confuso e poco rilevante. Mentre nel centrodestra, approdo giudicato dai vertici della Santa Sede e della Cei più consono per la difesa di alcune istanze etiche, finiscono per fare da stampella agli stili di vita del premier con motivazioni teologiche contro il «moralismo», e convivono con l’estremismo di chi fa leva sulla «paura dello straniero» e del «diverso».

La Chiesa italiana negli ultimi anni è sembrata stringere col Cavaliere di Arcore una sorta di Patto Gentiloni, simile a quello che un secolo fa vide l’elettorato cattolico sostenere, e far vincere, i candidati liberali che si erano impegnati a difendere l’unità della famiglia e la scuola non statale. Il prevalere nel centrosinistra delle forze alternative e più radicali non lascia immaginare cambi di rotta dietro l’angolo in questa impostazione. E così, di fronte al berlusconismo ormai logorato, le gerarchie che negli ultimi anni hanno giocato un ruolo da protagoniste intervenendo direttamente nell’agone politico, ora sperano che una nuova generazione di cattolici si affacci nella vita pubblica trovandovi cittadinanza e possibilità di incidere nelle scelte, come accadde per gli statisti che si formarono nella Fuci di Giovanni Battista Montini durante gli Anni Trenta. Una classe dirigente che nell’immediato dopoguerra ha contribuito a far grande l’Italia. Ma da allora tante cose sono cambiate nella nostra società e anche nella Chiesa.

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« Risposta #8 il: Giugno 10, 2011, 10:32:25 »

10/6/2011

La morale naturale di un Papa fuori dagli schemi

ANDREA TORNIELLI

Le parole pronunciate ieri mattina da Benedetto XVI sulla necessità per l’uomo di adottare uno stile di vita che salvaguardi l’ambiente, sostenendo la ricerca di energie pulite, rispettose «della creazione e innocue per gli esseri umani», sono state accolte con grande favore da molti ambienti, anche a motivo dell’imminente scadenza referendaria sul nucleare.

Ratzinger si rivolgeva ai nuovi ambasciatori di Moldova, Guinea Equatoriale, Belize, Siria, Ghana e Nuova Zelanda, ma le sue parole non rappresentano certo una novità, dato che più volte il Papa ha affrontato l’argomento della salvaguardia del creato e dell’urgenza per l’uomo di non farsi dominare dalla tecnologia. Tema peraltro attualissimo dopo quanto è accaduto in Giappone.

Domenica scorsa, da Zagabria, di fronte ai fedeli croati, il Pontefice aveva parlato della famiglia, indicando l’importanza della «qualità delle relazioni con le persone, e i valori umani più profondi», e l’insegnamento cristiano su matrimonio e sessualità. Non aveva pronunciato condanne o anatemi, ma soltanto proposto, anzi, riproposto, il messaggio evangelico. Provocando reazioni e sollevando critiche piuttosto forti, anche a motivo dell’abitudine italiana di leggere le parole del Pontefice sempre e comunque legate alle nostre beghe politiche.

Ma al di là delle critiche di ieri al Papa che invitava i fedeli cattolici a non scegliere le convivenze come modello per la realizzazione della propria vita affettiva, e al di là degli osanna di oggi al Papa ecologista che parla di energia pulita, ciò che emerge ancora una volta è la complessità della figura di Benedetto XVI. Un Papa non richiudibile all’interno degli schemi o delle etichette di tradizionalista-progressista. Un Papa che tiene insieme con un unico filo rosso il discorso di domenica sulla famiglia e quello «ecologico» di ieri, nel segno del rispetto dell’ordine della creazione. Ratzinger considera il degrado dell’ambiente come una delle conseguenze implicite della scristianizzazione e della perdita di coscienza dell’aspetto cosmologico della fede, mostrando in questo una sensibilità molto vicina a quella delle Chiese ortodosse.

Quando parla di famiglia, come quando parla di ambiente, lo fa sulla base della morale naturale, in dialogo con tutti, cosciente che per la sopravvivenza dell’umanità è necessario coniugare «la tecnologia con una forte dimensione etica», e uno stile di vita sobrio «che rispetti l’alleanza tra uomo e natura».

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« Risposta #9 il: Luglio 30, 2011, 12:03:49 »

30/7/2011

Zapatero, per ultimo vedrà il Papa


ANDREA TORNIELLI

La decisione del premier Zapatero di uscire di scena anzitempo cade in un momento emblematico.
L’annuncio di anticipare il voto, prima previsto per il marzo del prossimo anno, giunge infatti a pochi giorni dall’arrivo a Madrid di Benedetto XVI, il Papa difensore della vita, che nella capitale spagnola incontrerà i ragazzi della Giornata mondiale della gioventù.
Zapatero in questi anni - in Italia più ancora che in Spagna - è diventato il simbolo di una sinistra in grado di proporre e in qualche caso di far approvare leggi come quella sui matrimoni gay o come quella sull’eutanasia in un Paese considerato «cattolicissimo».

Il braccio di ferro con l’episcopato spagnolo, che in più di un’occasione non ha mancato di convocare i fedeli in piazza per difendere la vita e la famiglia, ha contribuito a consolidare l’immagine di un primo ministro nemico della Chiesa cattolica. I rapporti con il Vaticano non sono stati certo facili, almeno all’inizio. E molti si aspettavano che nel luglio 2006, mettendo piede in Spagna per la prima volta da Papa, per di più in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie, Benedetto XVI spingesse l’acceleratore della denuncia contro le politiche del governo socialista. Zapatero, in quella occasione, disertò la messa papale di Valencia e l’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro Valls dichiarò che nemmeno Fidel Castro era arrivato a tanto quando Wojtyla andò a Cuba.

Ratzinger scelse, invece, la linea morbida: parlò della famiglia in positivo, senza invettive contro il governo socialista. Lo stesso si è ripetuto lo scorso novembre, quando Benedetto XVI è tornato per la seconda volta in Spagna, per una visita lampo a Santiago de Compostela e a Barcellona, dove ha consacrato la basilica dedicata alla Sagrada Familia. Sul volo da Roma, rispondendo ai giornalisti, il Papa aveva notato come in Spagna si stesse manifestando «una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo», auspicando invece l’incontro e non lo scontro tra fede e laicità. Anche durante questa seconda visita, però, i suoi discorsi sono stati prudenti, senza accenni polemici diretti contro il governo, al contrario di quanto avrebbero sperato i settori più oltranzisti.

Il Papa sa bene, infatti, che la secolarizzazione galoppante che caratterizza oggi la Spagna non è stata provocata da Zapatero e dalle sue leggi, che pure la Chiesa ha criticato e alle quali ha cercato di opporsi come poteva. Così come Ratzinger sa che l’uscita di scena di un primo ministro che ha riaperto le vecchie ferite della guerra civile e acutizzato lo scontro con le gerarchie non basterà a far riavvicinare alla fede gli spagnoli secolarizzati.

La terza visita papale ormai imminente avverrà dunque al crepuscolo politico di Zapatero, ormai alla vigilia delle dimissioni. E non è difficile prevedere che ancora una volta il Pontefice, incontrando centinaia di migliaia di giovani, sceglierà la via della proposta e non della polemica. Tanto più che ormai da qualche mese, da quando la preparazione per la Gmg è entrata nella sua fase operativa, i vescovi hanno riconosciuto che tutte le autorità, sia locali che nazionali, stanno lavorando bene perché l’evento riesca al meglio.

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« Risposta #10 il: Agosto 08, 2011, 11:26:50 »

8/8/2011

Per Libia e Siria il Papa chiede una pace senz'armi

ANDREA TORNIELLI

La forza delle armi non ha risolto la situazione» in Libia. Così Benedetto XVI alla fine dell’Angelus di ieri ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sulla guerra quasi dimenticata che si combatte per spodestare Gheddafi e che ci vede coinvolti.

Il Papa ha lanciato innanzitutto un appello per la Siria, esprimendo tutta la sua preoccupazione per «i drammatici e crescenti episodi di violenza che hanno provocato numerose vittime e gravi sofferenze». Ha auspicato che lo «sforzo per la riconciliazione prevalga sulla divisione e sul rancore», e si è rivolto ai governanti e alla popolazione siriana «perché si ristabilisca quanto prima la pacifica convivenza e si risponda adeguatamente alle legittime aspirazioni dei cittadini, nel rispetto della loro dignità e a beneficio della stabilità regionale».

Poi Ratzinger ha parlato della Libia, e dopo aver notato, con il realismo che caratterizza la diplomazia d’Oltretevere, come la forza delle armi non abbia «risolto la situazione», ha esortato «gli organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari» a rilanciare «con convinzione e risolutezza la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato e il dialogo costruttivo».

Le parole papali lasciano trasparire come la Santa Sede, a suo tempo sorpresa dalla repentina decisione dell’intervento armato contro il raiss di Tripoli, continui a ritenere urgente il cessate il fuoco. E soprattutto indichi la via del negoziato e delle riforme per risolvere la ben più complessa situazione in Siria, dove le antiche comunità cristiane che vi abitano auspicano una soluzione politica del conflitto, senza interventi armati dall’esterno. La guerra in Iraq, contro la quale si batté con tutte le sue forze l’ormai malato Giovanni Paolo II, ha lasciato strascichi che ricordano il Vietnam. Per questo è quanto mai necessario che la difesa delle popolazioni inermi sottoposte alle feroci repressioni dei regimi mediorientali non avvenga attraverso azioni che rischiano di avere conseguenze peggiori di quelle che si volevano evitare.

Con la Siria, in ogni caso, la reazione occidentale sembra al momento essere di segno totalmente opposto rispetto a quanto accaduto per la Libia, dato che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è riuscito a partorire una risoluzione di condanna del regime di Assad, ma si è fermato a una semplice «dichiarazione», nonostante il numero delle vittime abbia raggiunto, secondo alcune stime, quota duemila.

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« Risposta #11 il: Agosto 17, 2011, 04:35:10 »

17/8/2011

La scommessa teologica di Ratzinger

ANDREA TORNIELLI

Quella che è iniziata ieri a Madrid è la terza Giornata mondiale della Gioventù che si celebra sotto il pontificato di Benedetto XVI ma è la prima che avviene dopo la beatificazione di Papa Wojtyla. I giovani che da ogni parte del mondo, con i mezzi più disparati, hanno raggiunto la Spagna in questi giorni, sanno di poter contare su uno speciale protettore, il carismatico Papa polacco che inventò queste adunate, alle quali volle essere sempre presente, nonostante la vecchiaia e l’avanzare della malattia. Non arrivò a vedere l’ultima che aveva programmato e annunciato, quella di Colonia nel 2005, alla quale prese parte il suo successore, Joseph Ratzinger, che per questo motivo potè compiere la sua prima trasferta internazionale da Papa proprio nella sua terra natale.

A dispetto dei pronostici che lo dipingevano come piuttosto freddo nei confronti di questo tipo di manifestazioni – lette da qualcuno alla stregua di «prove di forza» per mostrare la vitalità della presenza cattolica nonostante la secolarizzazione – Benedetto XVI si è messo umilmente sulla scia del predecessore, mostrando di condividere fino in fondo quella scommessa che Wojtyla aveva fatto sui giovani fin dall’inizio del suo lungo pontificato. E da Papa teologo ha cercato di trasmettere con immagini vive ai ragazzi della GMG i misteri della fede cattolica, come quando a Colonia, sei anni fa, paragonò il cambiamento che avviene nella consacrazione eucaristica alla fissione nucleare. In un momento in cui, forse come mai prima, il mondo si accorge di aver bisogno di ideali, Ratzinger richiamerà ancora una volta i giovani a non soffocare le loro domande e le loro inquietudini, a non ricoprire sotto una spessa coltre di cinismo e di effimero la loro esigenza di un significato del vivere.

In un mondo in cui a contare sembrano essere soltanto il potere, la lussuria e il denaro, il Papa inviterà a impegnare la propria vita per qualcosa o qualcuno che la renda davvero felice e piena di senso. Indicherà non un’idea, un insieme di regole, un pacchetto di dogmi o l’estetismo di qualche bel rito, ma una persona, Gesù di Nazaret. E spiegherà ai giovani della GMG che vivere il cristianesimo non significa dover rinunciare a qualcosa ma, invece, sperimentare quel «centuplo quaggiù» che lo stesso Nazareno promise ai suoi insieme all’eternità. Rimarranno con ogni probabilità delusi, invece, quanti guardano alla Giornata della gioventù, che ha un orizzonte mondiale, nell’ottica della politica spagnola, e immaginano che Benedetto XVI possa lanciare qualche invettiva contro le leggi varate dal governo Zapatero, che pure ha collaborato alacremente per la realizzazione dell’evento. Il Papa non l’ha fatto nel 2006 a Valencia né l’anno scorso a Santiago de Compostela e a Barcellona. Avrebbe ancor meno ragioni per farlo ora che l’esecutivo socialista è dimissionario e mancano poco più di due mesi alle elezioni.

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« Risposta #12 il: Agosto 21, 2011, 11:53:32 »

21/8/2011

Ratzinger ha vinto la sfida

ANDREA TORNIELLI

La marea sterminata di luci e di magliette colorate dei ragazzi che partecipano alla veglia all’aeroporto «Quatro Vientos» si riflette negli occhi spalancati di Julises Alina, un diciannovenne messicano che vive vicino al confine con gli Usa e che per pagarsi il viaggio a Madrid, per un anno mezzo, si è messo a fare l’imbianchino nelle case del vicinato sfruttando ogni istante libero.

È soltanto una delle storie dei protagonisti della Giornata mondiale della Gioventù, oltre un milione e mezzo di giovani (due milioni secondo la Tv pubblica di Madrid) che ieri sera hanno pregato con il Papa, hanno trascorso la notte all’addiaccio per essere presenti alla messa conclusiva di questa mattina, la manifestazione più partecipata della storia spagnola e del pontificato di Joseph Ratzinger.

Il mondo va a rotoli, l’Europa barcolla, lo spettro del collasso dell’economia aleggia nel Vecchio Continente, il futuro è incerto soprattutto per le giovani generazioni, ma nell’ultima settimana Madrid è stata pacificamente invasa da un pezzo di umanità che non sembra segnata dalla paura e dal pessimismo. Le cronache hanno dato ampio spazio alla protesta, a tratti violenta, dei gruppi che contestano la visita papale ma che hanno finito per scaricare la loro rabbia sui ragazzi capitatigli a tiro. E in qualche caso si è avuta l’impressione che la notizia fossero i duemila indignados e non il milione di partecipanti alla GMG, quelli che hanno seguito la Via Crucis per le vie della capitale, quelli che hanno pregato con Benedetto XVI, quelli che hanno alternato canti e balli a momenti di raccoglimento e perfetto silenzio, quelli che non hanno mai dato alcun problema di ordine pubblico. Francisco Xavier Velasquez Lopez, responsabile della Guardia Nacional, giovedì scorso era nell’auto che precedeva la «papamobile» durante il primo grande appuntamento pubblico del Papa, la festa dell’accoglienza in piazza Cibeles. E ha confidato al direttore organizzativo della GMG seduto al suo fianco: «Non ho mai visto accogliere una persona con questo affetto. È molto più facile radunare la gente arrabbiata per una protesta. È più difficile convocare per una festa dove si ringrazia qualcuno…».

La riuscita di un evento come quello che si sta tenendo a Madrid non si misura dai numeri, ma è indubbio che anche questa volta Benedetto XVI ha vinto la sfida. Una sfida difficile. Sei anni fa, al momento in cui veniva eletto quale successore di Papa Wojtyla, cioè dell’inventore delle Giornate della Gioventù, in pochi credevano che l’anziano teologo tedesco avrebbe continuato nella scia del predecessore. Invece l’ha fatto, dando una sua impronta a questi raduni, capaci di coniugare, come si è visto venerdì sera con la Via Crucis, modernità e tradizione, il Web, le nuove tecnologie e i «pasos», le antiche sculture lignee in stile barocco che raffigurano la Passione.

I critici, non soltanto quelli laici, hanno sempre guardato a questi eventi come a manifestazioni esteriori, di massa. Prove di forza di un cattolicesimo capace ancora di riempire le piazze ma non più le chiese. Se invece ci si ferma a guardare senza pregiudizi questi ragazzi, si scopre che, nella massa, ciascuno di loro è venuto a Madrid a cercare qualcosa per sé. Si scopre il contributo positivo delle loro esperienze, del loro cammino di fede, del loro impegno. Un contributo che rappresenta una risorsa di vita buona, e che dovrebbe interessare tutti, non essere relegato nel «recinto» cattolico. I giovani della GMG non sono truppe cammellate contro la secolarizzazione, non partecipano a una crociata contro il mondo: nell’Europa della paura e dell’incertezza offrono una testimonianza di dedizione e di umanità.

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« Risposta #13 il: Agosto 30, 2011, 10:03:37 »

Politica

30/08/2011 - INCHIESTA

"Basta leader demiurghi" I cattolici oltre Berlusconi

Il discorso del presidente Napolitano all'apertura del 32esimo meeting di Rimini

L'ala moderata si prepara alla nuova fase con un manifesto.

Al primo punto legge elettorale: proporzionale con sbarramento

ANDREA TORNIELLI
MILANO

Il lento crepuscolo della leadership di Berlusconi rappresenta anche il tramonto del clerico-moderatismo, che in questi ultimi anni ha visto certi cattolici perdere molta della loro originalità in politica. Hanno finito per giustificare il bunga bunga...». Il filosofo Massimo Borghesi, autore del libro «Augusto Del Noce, la legittimazione critica del moderno» (Marietti 1820), al termine del Meeting sintetizza così il disagio di molti cattolici di area Pdl.

Anche se a tener banco nelle cronache riminesi sono stati Roberto Formigoni e la sua contrapposizione con un altro politico ciellino e berlusconiano doc, Maurizio Lupi, il Meeting che si è appena concluso ha segnato una svolta: «Il vero discorso politico – spiega Borghesi – è stato quello del Presidente Napolitano. E nella mostra sui 150 anni dell’unità d’Italia per la prima volta si sono superate vecchie posizioni intransigenti, riconoscendo l’apporto fondamentale di cattolici e socialisti. C’è la necessità di guardare oltre gli steccati, di riprendere il meglio della tradizione cattolico-popolare e soprattutto di mettere all’ordine del giorno l’incombente questione sociale...».

Un segnale di novità delle ultime settimane è rappresentato dal manifesto per una «buona politica» lanciato dai presidenti di sette diverse associazioni del mondo del lavoro di ispirazione cristiana con il quale si chiede di mettere il bene comune al di sopra di tutto, di valorizzare le energie migliori del Paese e favorire un ricambio della classe dirigente, attinta anche dal mondo delle associazioni. La Compagnia delle Opere, con il suo presidente Benhard Scholz, è tra i firmatari, insieme ai presidenti di Cisl, Confartigianato, Confcooperative, Coldiretti, Acli, e Movimento Cristiano Lavoratori. «Negli ultimi anni – spiega Carlo Costalli, presidente dell’Mcl – si è finito per considerare i “principi non negoziabili”, cioè la difesa della vita, della famiglia e della libertà di educazione, non come un punto di partenza per l’impegno politico dei cattolici, ma come un punto d’arrivo. Così – continua – si finisce per ridurre l’originalità dei cattolici in politica e si rischia di dare deleghe in bianco, facendosi rappresentare in cambio della difesa di certi valori. È come se, nel Pdl, si fosse riproposto ciò che accadde nel 1913 con il Patto Gentiloni, quando i cattolici, alla loro prima partecipazione alle urne, votarono i candidati moderati che avevano sottoscritto alcuni punti programmatici...».

Per Costalli, quest’epoca «è al tramonto». Serve «un impegno rinnovato, che non definisca la presenza dei cattolici in politica soltanto con i “principi non negoziabili”. Anche perché oggi, accanto a quelli, che per noi restano imprescindibili, ci sono le emergenze del lavoro, della povertà che cresce, di un Paese che ha bisogno di tornare a guardare al futuro». «Più che dire agli altri che cosa devono fare – spiega a La Stampa Raffaele Bonanni, presidente della Cisl – i cattolici devono fare, per testimoniare che è possibile fare. La sussidiarietà, il valorizzare le iniziative dal basso è l’unica occasione di governo per le nostre comunità sconquassate, perché le persone tornino protagoniste. Bisogna dare più senso alla nostra democrazia, la quale o è partecipata o non è».

I firmatari del manifesto, che rappresentano milioni di iscritti, hanno avanzato la proposta di una riforma elettorale per permettere ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Una nuova legge su base proporzionale, con uno sbarramento «idoneo a limitare l’ingresso in Parlamento solo ai partiti politici che abbiano ricevuto un consenso adeguato» e dei correttivi che garantiscano la governabilità. Bipolarismo sì, bipartitismo no, sembra essere la ricetta. I vertici della Chiesa italiana hanno seguito con attenzione, ma dall’esterno, il lavoro che ha portato al manifesto delle associazioni. La Cei non sponsorizza la rinascita di un partito cattolico e gli stessi firmatari precisano: «Non stiamo costruendo un partito ma siamo un’alleanza sociale decisa a fare la sua parte e a ristrutturare la politica, profondamentescollata dalla società civile».

Non c’è (ancora) un partito. Ma, soprattutto nel caso il Cavaliere non si ricandidasse e nonostante l’apprezzamento verso il cattolico Angelino Alfano, aleggia l’ipotesi di un nuovo «contenitore», in grado di attrarre personalità del Pdl (come Sacconi, Formigoni e Tremonti), dell’Udc e del Pd (come Fioroni). Il sociologo Giuseppe De Rita ha scritto che i tre mondi separati, quello delle associazioni, quello dei fedeli delle parrocchie e quello dei cattolici che già fanno politica, per convergere avrebbero bisogno di un grande «federatore». Peccato, aggiungeva, che non si vedono all’orizzonte leader come De Gasperi e Moro, o ecclesiastici come Montini. Il ciellino Giorgio Vittadini, il presidente della Fondazione Sussidiarietà, a conclusione del Meeting di Rimini ha affermato, con un riferimento neanche tanto velato al Cavaliere, che «oggi non è più il tempo per leader demiurghi». Ma il problema di un «federatore» per quest’area in ebollizione, rimane. Cercasi De Gasperi disperatamente...

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« Risposta #14 il: Settembre 05, 2011, 10:46:41 »

Economia
05/09/2011 - ANALISI

San Raffaele, l’incognita dei costi del salvataggio

Oggi il cda. Dubbi nel mondo cattolico sull’operazione

ANDREA TORNIELLI
MILANO

L’ emergere della voragine di un miliardo e mezzo di debiti del San Raffaele, l’ospedale fondato da don Luigi Verzè che la Santa Sede cerca di salvare dal fallimento, sta facendo crescere una diffusa inquietudine nella Chiesa italiana e anche nei palazzi d’Oltretevere. Don Verzè all’inizio dell’estate aveva preferito coinvolgere la Santa Sede invece di affidarsi alla cordata dell’imprenditore della sanità lombarda Giuseppe Rotelli. La gestione (fallimentare, economicamente parlando) del San Raffaele è ora in carico da diverse settimane alla squadra messa insieme dal cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Il cda, che si riunisce nuovamente oggi, è composto da personalità di primo piano dalle comprovate capacità, come il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi; il manager della sanità Giuseppe Profiti; l’ex Guardasigilli prodiano Giovanni Maria Flick; l’imprenditore genovese Vittorio Malacalza. I quali hanno affidato a Enrico Bondi l’incarico di fare chiarezza sui conti entro il 15 settembre.

Non è stato ancora comunicato a quanto ammonterà l’impegno della banca vaticana: si parla di una cifra che va dai 250 ai 400 milioni di euro, con l’obiettivo anche di coprire i debiti più urgenti con le case farmaceutiche. Somma davvero considerevole, se confermata, tanto più in questo momento di crisi economica mondiale che vede in difficoltà anche le finanze della Santa Sede. Dietro l’iniziativa del cardinale Bertone ci sarebbe il progetto di creare un grande polo sanitario d’eccellenza, che riunisca il San Raffaele all’ospedale Bambin Gesù di Roma e alla Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (gli ultimi due già gestiti dal Vaticano). Ma il polo comprenderebbe anche il Policlinico Gemelli, che appartiene dell’Università Cattolica, ateneo sul quale il Segretario di Stato ha lanciato un’Opa per controllarne quanto prima la «cassaforte», l’Istituto Toniolo, anche a costo di cambiarne gli statuti. E c’è chi ha detto che il grande network potrebbe includere gli ospedali genovesi Galliera e Gaslini, presieduti dall’arcivescovo di Genova.

In molti si chiedono se sia davvero un compito specifico della Santa Sede quello di creare, gestire e controllare poli sanitari d’eccellenza. Non ci troviamo di fronte a un investimento per far fruttare fondi da destinare ad altre finalità: la sanità è un settore solitamente in perdita. Non è evidente, al momento, una motivazione etica, quale sarebbe stata salvare un ospedale malandato in Africa, o costruire nuovi presidi sanitari nelle zone dimenticate del Terzo mondo dove si muore per la mancanza delle cure più elementari. Iniziative che peraltro lo Ior, Istituto per le opere di religione, già sostiene. Perché la Santa Sede si impegna in un’iniziativa così rischiosa e sembra pronta a impiegare centinaia di milioni di euro del patrimonio della Chiesa che ha finalità «di culto, evangelizzazione e carità»?

C’è un secondo problema che inquieta molti, e riguarda i contenuti dell’insegnamento e della sperimentazione al San Raffaele, che non è mai stato un ospedale «cattolico», cioè in linea con l’insegnamento della Chiesa in materia bioetica. Nel momento in cui sarà formalizzato il passaggio definitivo della gestione nelle mani vaticane, i nuovi amministratori saranno costretti a tenerne conto, mentre i docenti ospedale e dell’ateneo fondato da don Verzè hanno già fatto sapere di considerare «non negoziabile» la loro libertà di insegnamento e di ricerca. Anche su questo terreno, la strada appare tutta in salita. Bisognerà attendere le prossime settimane per conoscere le risposte che verranno date a queste domande come pure, se ci sarà, la reazione di alcuni importanti episcopati del mondo, che garantiscono le entrate più consistenti alla Santa Sede.

da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/418640/
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