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Autore Discussione: POLITICA E POLITICANTI  (Letto 11345 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Maggio 17, 2007, 06:42:33 pm »

IL RETROSCENA.

Il premier teme il passaggio al Senato e l'ingorgo con la legge elettorale, la riforma Rai e il Ddl Gentiloni

Prodi pronto al confronto con la Cdl "Se parte il dialogo sarò io a trattare"

di CLAUDIO TITO
 

ROMA - "Se bisogna dialogare con l'opposizione, lo faccio io in prima persona". La Rai, il conflitto di interessi, la legge Gentiloni. E la riforma elettorale. Nelle prossime settimane il Parlamento e il governo rischiano un "ingorgo" di provvedimenti su cui si accenderà lo scontro tra maggioranza e opposizione. Una situazione che preoccupa Romano Prodi. E sulla quale il Professore vuole giocare le sue carte senza delegare la mediazione agli alleati. Nemmeno ai leader del futuro Partito Democratico. Sapendo anche che quei quattro temi difficilmente potranno essere affrontati separatamente: "Sono tutti legati da un filo invisibile".

"Ma - gli ha detto Clemente Mastella - stai attento agli accordi che fanno gli altri, soprattutto sulla legge elettorale. Perché se io esco, o ci sono le elezioni o al massimo le larghe intese. Ma tu comunque sei fottuto".
A Palazzo Chigi, allora, hanno iniziato a far partire i segnali di fumo. Niente di concreto ancora. Solo il tentativo di impostare il confronto. Con due priorità: la Rai (con la riforma della governance che sarà oggi all'esame del consiglio dei ministri) e la legge elettorale.

Non è un caso che ai leader dell'Unione abbia fatto sapere di voler mettere nella "pole position" dei calendari parlamentari il testo che modifica i criteri di nomina dei vertici di Viale Mazzini: "Deve essere la nostra urgenza". Un modo per far capire che sulla tv pubblica non accetterà più un accordo che passi sopra la sua testa come accaduto due anni fa. Ma anche per lanciare un segnale alla Cdl: la legge sul conflitto di interessi e la legge Gentiloni sul sistema radio-tv possono aspettare. "Il conflitto di interessi insomma - spiega un centrista esperto come Bruno Tabacci - è solo merce di scambio. Non me ne occupo per questo".

E che sia stato aperto un canale di dialogo su questo terreno, ne sono convinti soprattutto gli uomini della sinistra radicale che accusano l'Ulivo e l'esecutivo di voler "ammorbidire" eccessivamente la normativa sul conflitto di interessi. "Non c'è l'ineleggibilità, non c'è l'incompatibilità, non c'è quasi più niente in questo testo - si lamenta Orazio Licandro, il deputato che segue la materia per conto di Oliviero Diliberto - e da quello che sta succedendo è evidente che il governo vuole aprire la porta a Berlusconi eliminando persino il blind trust. Di fatto, stiamo tornando al testo Frattini".

Al di là dei sospetti di Prc, Pdci e Verdi, Prodi vuole prendere tempo. Teme un'accelerazione che porti rapidamente il ddl al Senato. Ha paura che equivalga a mettere a rischio la maggioranza. I suoi dubbi riguardano la tenuta della coalizione a Palazzo Madama, il rischio che non tutti i senatori a vita siano pronti a votare il provvedimento e poi l'Udeur di Mastella che già si è astenuta a Montecitorio. "Non si può usare Berlusconi come un amico quando c'è da spaventare noi - ammonisce appunto il ministro della Giustizia - e poi come nemico sul conflitto di interessi".

L'accelerazione per riformare la Rai corre poi parallela al tentativo di imbastire un'intesa anche sul nuovo Cda. L'Unione sta andando dritta verso la sostituzione di Angelo Petroni. Ma sia il premier che il ministro dell'Economia non escludono di nominare per intero un nuovo vertice. "In caso di stallo - ripetono - sarebbe inevitabile". Non è un caso che nelle ultime ore, Silvio Berlusconi abbia iniziato a prendere in considerazione questa possibilità. Indicando come possibili nuovi "presidenti di garanzia" Clemente Mimun e Carlo Rossella.

E forse non è nemmeno un caso che ieri Forza Italia abbia chiesto al ministro delle riforme, Vannino Chiti, un incontro sulla riforma elettorale. Ossia l'altro elemento del grande "ingorgo". Gli ambasciatori del Cavaliere hanno concesso una possibile via d'uscita alla maggioranza: il Provincellum. La delegazione forzista, infatti, ha dato la sua disponibilità a studiare un sistema che ricalchi il modello delle provinciali e eviti così il referendum. Esattamente l'obiettivo inseguito da una parte dalla Lega e dall'altra da Mastella. "Voglio la verifica per essere tranquillo - ripete il Guardasigilli - perché il Partito Democratico sta trescando troppo con Berlusconi per tagliare via i piccoli partiti. E allora deve essere Prodi a trovare una soluzione. Se non vuole la crisi di governo". Un messaggio che evidentemente negli ultimi giorni a Palazzo Chigi ha iniziato a fare breccia.


(17 maggio 2007) 
da repubblica.it
« Ultima modifica: Agosto 09, 2007, 05:03:55 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Maggio 20, 2007, 12:53:19 am »

Il signor B. si prepara al ritiro dalla politica... per malattia?

ciaooooooo

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19 maggio 2007
 Berlusconi, nuovo malore a L'Aquila. «Ora sto bene» . Confermati gli impegni a Olbia e Vicenza

Un malessere passeggero, dopo quello di Montecatini, sei mesi fa, a L'Aquila. Sempre durante un comizio, questa volta per la campagna delle amministrative del 27 e 28 maggio che lo porterà già in giornata a Vicenza e Olbia. Forse ci si è messa un'eccessiva fiducia nella vigoria del fisico. «Ho fatto troppe cose tutte insieme, ma ora sto benissimo». È stato lo stesso Silvio Berlusconi, rientrando nel cuore della notte a Roma, a svelare le reali condizioni dopo il malore di venerdì notte. L'ex premier ha ammesso qualche responsabilita circa le cause della sua defaillance: «Ho fatto troppe cose tutte insieme. Ho parlato per più di un'ora e alla fine avevo una gran sete. Per cui ho chiesto "datemi da bere altrimenti non resisto" e tutti si sono preoccupati. Da qui è nato il parapiglia».

Bonaiuti: «Niente realtà romanzesche, ora sta bene». Quanto alla conferma dell'impegnativo programma elettorale che lo dovrebbe portare già nelle prossime ore prima a Vicenza poi a Olbia, è arrivata sabato di buon mattino dal portavoce Paolo Bonaiuti. «Silvio Berlusconi sta bene, non è successo niente di serio» e non cambia l'agenda dei suoi appuntamenti elettorali. Bonaiuti alle 7,30 si è recato a Palazzo Grazioli per incontrare il leader di Forza Italia. «Ha già parlato con un sacco di persone, sta bene e quindi cerchiamo di non costruire la solita realtà romanzesca», ha aggiunto Bonaiuti. E poco dopo le 10 lo stesso Berlusconi ha confermato il pieno recupero.

«Vado a Vicenza». «Sto bene, sto bene», ha detto il tycoon e capo dell'opposizione lasciando la sua residenza romana. Ai giornalisti che gli hanno chiesto se si sente pronto ad affrontare i due impegni elettorali di oggi, Berlusconi ha risposto: «Sì, sì. Infatti sto andando a Vicenza». Dopo la vittoria delle amministrative in Sicilia, il leader di Forza Italia crede fermamente che il centro-sinistra perderà anche alla prossima tornata di fine mese. «Sono convinto - ha dichiarato Berlusconi in una lunga intervista concessa al Giornale di Vicenza - che se, dopo il nostro trionfo in Sicilia, anche nel resto dell'Italia la sinistra uscirà sconfitta, per questo governo sarà davvero giunta l'ora di farsi da parte. Non si può governare contro la maggioranza degli italiani».

La cronaca del malore. «Sorreggimi»: sono passate da poco le 23 di venerdì 18 maggio e Silvio Berlusconi, pallido, si appoggia al sindaco dell'Aquila, Biagio Tempesta, sul palco dal quale per oltre un'ora, al freddo e senza capotto o impermeabile, ha tenuto un comizio. Qualche istante di apprensione, quasi nessuno si accorge di quanto accade; Tempesta, terrorizzato, riesce a richiamare l'attenzione della sicurezza e subito l'ex premier, barcollante, viene fatto scendere dal palco. Dopo avere bevuto un pò d'acqua torna in albergo dove pochi minuti più tardi arriveranno i medici.

Un nuovo malore, quindi, a sei mesi da quel 26 novembre, quando a Montecatini (Pistoia), venne sorretto sul palco. Questa volta, però, nessuno siè accorto di nulla, anche per il sangue freddo di Tempesta al quale - dirà poi più tardi Berlusconi - «occorre fare una statua». Per il cardiochirugo aquilano Gerardo Di Carlo - che assieme al medico Di Luzio lo ha curato per due ore nella suite dell'Hotel Sole - si è trattato di un insieme di fattori: stress, stanchezza accumulata negli ultimi giorni, freddo della serata aquilana (c'erano circa 10 gradi) susseguente a un pomeriggio di sole a Rieti (da dove Berlusconi proveniva), una leggera ipoglicemia, perchè dal mattino il leader di Forza Italia non aveva né mangiato né bevuto.

In albergo, tra un un prelievo di sangue e elettrocardiogramma, l'ex premier non ha perso il buonumore ed ha raccontato anche alcune barzellette ai medici. A tarda notte, prima di partire per Roma, alle molte persone che lo attendevano nella hall Berlusconi ha confessato la propria stanchezza: «Ho avuto una giornata molto intensa. Non ho bevuto e non ho mangiato. Sono arrivato all'Aquila, non mi sono accorto che era tardi, non ho preso nulla e subito sono andato a fare il comizio. Non si possono fare queste cose insieme». E tra gli applausi è ripartito.

da ilsole24ore.com
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« Risposta #2 inserito:: Maggio 26, 2007, 10:26:24 pm »

Ferrara e Trombadori, omaggio alla Roma del Pci
Bruno Gravagnuolo


Stavolta guerre toponomastiche non ce ne dovrebbero essere. E per ora non si registrano reazioni o proteste della destra capitolina. Almeno si spera. Ma la decisione del Comune di Roma di intitolare due luoghi con targhe a due famiglie politiche chiave della storia recente di Roma, non è banale o impolitica. La prima targa verrà scoperta martedì 29 maggio nel giardino di Piazza Brin a Garbatella, nel cuore di quella che fu un dì «zona rossa» del Pci romano. In onore di Maurizio e Marcella Ferrara, scomparsi nel 2000 e 2002 e alla presenza del figlio Giuliano.

La seconda e la terza, lunedì 4 giugno, anniversario della Liberazione di Roma, lungo il viale del Museo Borghese, in ricordo del grande pittore «scuola romana» Francesco Trombadori, e del figlio Antonello, critico d’arte, partigiano, deputato, poeta e tante altre cose. Intanto Maurizio e Antonello, che i più giovani non conoscono. Due amici fraterni, due comunisti romani e figure decisive dell’egemonia togliattiana, tra gli ultimi anni del fascismo e il dopoguerra. Entrambi anime della resistenza romana, cospiratori e antifascisti. Si conobbero nel 1940 al Palazzaccio, quando Mario Ferrara grande avvocato liberale e padre di Maurizio, difendeva un altro cospiratore: Pietro Amendola. Fu allora che Antonello diviene «fratello» di Maurizio ed entrambi radicalizzano la loro opposizione al regime.

Intellettuali borghesi, sanguigni e passionali però, coinvolti in quel gruppo di antifascisti romani da cui venne fuori anche Pietro Ingrao. Con Bufalini, Barca, Alicata, Natoli e più a distanza Giame Pintor. E con alle spalle Bruno Sanguineti e Antonio Amendola.

Maurizio sarà giornalista cardine de l’Unità di Ingrao, poi corrispondente da Mosca al tempo di Krusciov, e infine direttore del giornale, tra metà anni 60 e i primi anni 70. Aveva sposato Marcella Di Francesco, anch’essa resistente, segretaria di Togliatti e poi segretaria di Redazione di Rinascita. Maurizio sarà anche presidente della regione Lazio, ma troverà anche il modo di essere poeta dialettale e raffinato pamphlettista nel 1956, contro Italo Calvino (il «little Bald» dissidente sull’Ungheria, da lui satireggiato). Un’impronta indelebile la sua su l’Unità. Di giornalismo, polemica, passione, visceralità, apertura, simpatia. Antonello invece, scomparso nel 1993, era più «eccentrico», più «mondano» ma non meno passionale e togliattiano. Fu un ponte straordinario tra il partito e gli intellettuali, non solo italiani. E tra il partito e gli artisti, i cineasti, gli sceneggiatori. Non è vero intanto che fosse un ideologo «ortodosso» in arte. Infatti rivendicava l’autonomia del fatto artistico, da crociano di sinistra e figlio di pittore raffinato qual era. E poi era audace, travolgente. Un vero tormento da gappista armato contro i tedeschi, che ebbe il coraggio di affrontare armi in pugno più volte nella «Roma città aperta» occupata, in cui iscrisse il suo nome con onore. Visconti e Fellini lo ebbero come collaboratore alle sceneggiature, e Togliatti lo teneva in gran conto, pur moderandolo a volte. E però, malgrado la passione, Maurizio e Antonello erano aperti, curiosi, coinvolgenti. Uno spettacolo sentirli parlare romanesco. E imparare da loro l’antisettarismo, lo sbriciolamento dei luoghi comuni estremisti.

Ma Ferrara e Trombadori sono anche due «dinasty». Con Giorgio Ferrara, il fratello repubblicano, Marcella, e Giorgio jr, Giuliano Ferrara, Duccio Trombadori, Fulvia moglie di Antonello. Due case storiche, ospitali, crocevia di amicizie, affetti, politica e cultura, arte. Ci andavamo anche noi e ci hanno aperto un mondo. Che non c’è più ma ci ha fatti. E che ha fatto l’Italia più civile.

Pubblicato il: 26.05.07
Modificato il: 26.05.07 alle ore 9.45   
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« Risposta #3 inserito:: Maggio 26, 2007, 10:27:05 pm »

Io, la casta e il Pd
Gianni Cuperlo


Faccio il deputato da poco meno di un anno. Godo i privilegi della carica, stipendio, viaggi, rimborsi. Non è che tutto si riduce a quello. Per dire, passo le giornate tra persone perbene e che vivono la politica con passione sincera. Ciò non toglie che nel mio piccolo appartenga anch'io a quella «casta» che dovrebbe rapidamente metter mano a se stessa. E non solo per il clima montante nel paese. Quello sdegno che proietta il saggio di Stella in cima alle classifiche e suggerisce a D'Alema paragoni storici allarmanti. Ma per una scelta di merito. O se preferite di principio. Non puoi chiedere agli altri di remare mentre stai a prendere il sole. Se va bene smettono di remare tutti, ma è più probabile che ti rovescino dalla barca.

E non senza ragione. Ora, la campagna sui costi della politica, su privilegi e vantaggi troppe volte ingiustificati, non è nuova. Diciamo che si presenta con frequenza periodica anche se l'intensità è variabile. Pure i ruoli tendono a riproporsi. Ci sono quelli che denunciano insipienza e corrutela del ceto politico. E poi gli analisti che di quell'insofferenza cercano la causa scatenante. Non sono tipi da sorprendersi se l'Italia, e il suo sistema politico e la sua classe dirigente, sono la roba che sono. Lo sanno da sempre. A loro preme spiegare perché proprio adesso la gente reagisce. Cos'è che fa traboccare il vaso e che espone la democrazia a rischi seri. La politica, da parte sua, gioca di rimessa. Attende che la burrasca si plachi. O si dissocia (la politica che protesta contro se stessa sfiora vette di surrealismo).

Quel che non si coglie, almeno a parer mio, è il groviglio di effetti e cause coi quali siamo chiamati a misurarci. Li riassumo così. Siamo un paese che declina la politica «a tema». Ora è il turno della nuova questione morale e del pericolo di un collasso democratico. Ieri era la volta del ricambio generazionale e di una società bloccata. Domani potrebbe tornare in auge il rinnovamento dei partiti e la voglia di partecipare. In parallelo, ma separata, avanza la riflessione sui nuovi modelli di governo (da Zapatero e Sarkozy passando per l'epilogo di Blair). Mentre sullo sfondo c'è sempre qualcuno a ricordare le incertezze della politica quando vi sia da maneggiare patate bollentissime (si tratti di pensioni, sicurezza o diritti di cittadinanza). La difficoltà è farsi carico dell'insieme. Cioè capire che ciascuno di questi nodi, preso a sé, non ha soluzione né sbocco. Perché c'è qualcosa (più che qualcuno) che li tiene saldamente ancorati l'uno all'altro. Insomma c'è una ragione, e un filo unificante, se in questo benedetto paese abbiamo la politica meno attraente e più privilegiata, il mercato più corporativo e meno liberale, le élite più vecchie e meno dinamiche, i partiti più spenti e arroccati, l'innovazione più incerta e contraddittoria. In una parola sola c'è una ragione, e un filo, se la nostra è una società illiberale, iniqua e pigra. Dove, dal vertice alla base, la retorica dei principi (merito, talento, giovani e donne…) lascia il passo a una prassi consolidata (di cordata, potere e consenso).

Con intelligenza, Alfredo Reichlin su questo giornale e Ezio Mauro su Repubblica, hanno avanzato una lettura del problema. Hanno scritto, con accenti diversi, che il Partito Democratico in questo panorama può essere (e c'è da sperare che sia) la risorsa provvidenziale, o estrema, per una politica e una sinistra che vogliano opporsi a una possibile nuova crisi di sistema. Hanno entrambi ragione da vendere. Se il più ambizioso disegno politico dell'ultimo decennio non dovesse fondarsi su questo - su una riforma civile e morale del paese, oltre che sul rinnovamento delle culture democratiche e riformatrici - molti non ne coglierebbero il senso e l'approdo. Ma allora? Dov'è, se c'è, il limite di questo passaggio? La difficoltà, nonostante i passi avanti compiuti, a far decollare il Partito Democratico con più slancio e certezza dei propri mezzi? La mia impressione è che questo limite coincida con quel filo unificante della crisi italiana a cui ho fatto cenno. E lo riassumerei in questo. Noi - intendo la sinistra e il centrosinistra - soffriamo da tempo, da parecchio tempo, di un deficit profondo di elaborazione politica e di guida.

È un deficit di idee, coraggio, coerenze. Ma non è solo un problema del «ceto politico». Anzi declinato così rischia di apparire un tormentone fasullo e ingeneroso verso i meriti, che sono tanti, di una classe dirigente impegnata a governare oggi il paese e tanta parte del suo territorio. No, quel problema allude a uno scenario più complesso.

Ne accenno con un esempio. Come tanti scorro volentieri gli inserti letterari dei giornali. Ci trovi novità, recensioni, classifiche. Di queste ultime in particolare sono curioso. C'è la narrativa italiana, quella straniera e poi la saggistica. Ora, in Italia - si sa - non siamo gran divoratori di libri. Ma l'elenco dei saggi più venduti è indicativo. Se uno guarda all'andamento di quella classifica negli ultimi anni misurerà il successo, rinnovato nel tempo, di autori amati e dal seguito diffuso. Li annoto un po' a caso. Terzani, Travaglio, Vespa, Pansa o Augias. E più di recente il pluricitato Stella. Tradotto, l'umanità intima di un grande giornalista, il radicalismo intransigente, la politica declinata in cronaca, un revisionismo storico puntuto. E poi il saggio d'inchiesta o lo j'accuse verso una politica maramalda.

Naturalmente estremizzo. Perché ci sono anche i volumi di Sofri, Magris e Canfora. Ma se ci fermiamo ai grandi numeri cosa colpisce? Colpisce, tra le altre cose, il fatto che in quella graduatoria da tempo è quasi assente una visione alta, forte, moderna, di una politica riformatrice. Manca una lettura di parte (la nostra parte) del mondo e dell'Italia. E un movimento intellettuale, e delle coscienze, che di fronte alle rivoluzioni del mondo, della società, e della vita privata degli individui (fosse solo per il capitolo della vita, della morte e dei diritti) si misura col tempo presente. Anzi, tenta di interpretare lo spirito del tempo. E lo rovescia nella politica. Nelle culture politiche.

Chiedo: come si fa a fondare il primo partito del nuovo secolo - una forza a vocazione maggioritaria che dovrebbe condurre a sintesi le migliori tradizioni culturali dell'Italia repubblicana - se alla fonte di questo progetto non si alimenta, per mille rivoli, un pensiero originale? Ho sentito dire che il dramma della sinistra italiana negli ultimi anni sarebbe stato non avere a disposizione un Tony Blair. Mi permetto di dissentire. E comincio a pensare che il vero problema, se vogliamo restare in tono, è stato piuttosto non avere Giddens o altri come lui e migliori di lui. Perché ciò che ha distinto la sinistra di governo a Londra come a Madrid è stato anche - non dico solo, ma anche - la scelta di prendere il toro per le corna. Di metter mano alla carta d'identità di quelle forze e ricollocarle nella società contemporanea. Pagando dei prezzi per questo, ma accettando la sfida. E spesso vincendola. Non è solo questione di programmi elettorali. I programmi li scrivono le coalizioni e li realizzano i governi. Il problema è quale «pensiero» i partiti mettono in campo e come quella visione ispira e condiziona i programmi. Li plasma. Il tema - questo provo a dire - è come la sinistra rinnova se stessa nelle gerarchie dei valori, nelle priorità, nei soggetti che vuole rappresentare, nelle politiche pubbliche che persegue.

Tutto questo, insieme, fa una visione e un progetto. Se questa dimensione latita, o appare carente, prevale chi ha il timbro di voce più tonante o chi pesta sul tasto sacrosanto della riduzione dei costi della politica. Ben venga quella riduzione, sia chiaro. Ma temo che non basterà a rigenerare un organismo fiaccato. Sarebbe come dire a un malato grave che deve mettersi a dieta. Magari lo aiuta, ma senza la terapia giusta quello mica guarisce. Ecco perché spero che il comitato nazionale del Pd, e le regole che lì verranno messe a punto, ci spingano tutti nella direzione giusta. Perché ne va delle sorti dell'impresa, certo. Ma ne va pure del destino della sinistra per ciò che essa è stata. Per ciò che oggi è divenuta in questo paese e per quel che potrebbe tornare a essere in forme, contenuti e contenitori diversi. Per quel che conta, nel mio caso è stata questa la molla che mi ha convinto a credere nella fondazione di un partito nuovo. Adesso vorrei che provassimo a farlo.

Pubblicato il: 26.05.07
Modificato il: 26.05.07 alle ore 9.43   
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« Risposta #4 inserito:: Maggio 26, 2007, 10:27:48 pm »

La politica dell’antipolitica
Antonio Padellaro


L’antipolitica è antica come la politica. Così come parlare male dei partiti è il nostro sport nazionale. Salvo che ad ogni elezione regolarmente le piazze si riempiono e ai seggi si registra la più alta affluenza. Niente però è immutabile, e vedremo se all’importante test amministrativo di domani le urne cominceranno ad essere disertate dai cittadini inferociti oppure no. Dei costi della politica i più anziani giornalisti parlamentari sentono parlare dai tempi di Sandro Pertini presidente della Camera che molto s’indignò per le spese ingiustificate del palazzo. Sono passati trent’anni, altri hanno protestato, altri hanno promesso ma non risulta che la massa di emolumenti e privilegi percepiti dagli eletti del popolo sia mai calata. Anzi.

Ciò non significa affatto sottovalutare i segnali di protesta che salgono dal Paese nei confronti della politica quando essa, oltre a essere costosa oltre ogni limite non risolve i problemi. O per inettitudine o perché paralizzata dai veti incrociati. Onestamente però, non riuscivamo lo stesso a capire le ragioni profonde della improvvisa e rumorosa esplosione di accuse contro la politica e i politici, al cui apogeo si è posto con il suo j’accuse il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo. Ma quando abbiamo letto la bella intervista rilasciata dal direttore del Corriere della Sera al direttore di Liberazione (ogni tanto gli opposti si toccano), qualcosa in più cominciamo ad afferrare.

Innanzitutto, davanti al direttore del più grande quotidiano italiano che dice «siamo vicini all’implosione del sistema politico», c’è seriamente da preoccuparsi. Poiché conosciamo Paolo Mieli come giornalista equilibrato e assai cauto nell’uso delle parole dobbiamo pensare che abbia i suoi buoni motivi per manifestare tanto pessimismo. Per la verità, a Piero Sansonetti egli ha spiegato che non ci sono analogie con la crisi politica del ’92-’93, originata dalla meritoria (questo lo diciamo noi) azione dei giudici di Mani Pulite. La differenza è che anche oggi siamo afflitti da una vasta e vorace tangentopoli; solo che nessuno l’ha ancora scoperchiata. Sostiene però Mieli che rispetto ad allora un punto di contatto c’è: il referendum. Quello che nel 1991 ridusse il numero delle preferenze nelle schede elettorali, colpendo il potere di alcuni partiti, e quello che dal ’93 cambiò completamente il sistema elettorale introducendo in Italia il maggioritario. E siccome, spiega il direttore del Corriere, so che bastano due punti per definire una retta, non posso non vedere questi due punti: lo sfaldamento della credibilità politica e l’appuntamento referendario che inesorabilmente si avvicina.

Però, restando nel campo della geometria euclidea mentre uno dei punti è ben visibile a occhio nudo (il referendum), sull’altro (il discredito della classe politica) ci sarebbe comunque da discutere. Soprattutto perché prendere la politica e liquidarla in blocco come categoria di brutti, sporchi e cattivi si chiama qualunquismo, tentazione da cui tutti quanti dovremmo guardarci. E allora, può venire il sospetto che da una parte ci sia un problema reale e anche grave nelle sue dimensioni (i 200 milioni di euro, per esempio, che si spendono ogni anno per mantenere il sistema dei partiti, contro i 73 della Francia) e sul quale la politica deve saper accettare tutte le critiche utili. E che da un’altra parte ci sia chi voglia cavalcare il problema ma per ragioni strumentali e di potere.

Prendiamo, appunto, il referendum sulla legge elettorale. In sé un’iniziativa lodevole per scuotere l’immobilismo di maggioranza e opposizione che tra veti e controveti rischia di lasciarci, chissà ancora per quanto, alla mercé del «Porcellum» di Calderoli e soci, il peggior sistema di voto che si ricordi. I primi due quesiti prevedono che il premio di maggioranza,anziché alla coalizione venga attribuito al partito che ha preso più voti. Con la conseguenza di semplificare il sistema politico, fino a una sorta di bipolarismo imperfetto. Il terzo referendum elimina invece la possibilità delle candidature multiple e il conseguente giochetto delle rinunce che attribuisce ai partiti un successivo potere di scelta sugli eletti. È chiaro che se manovrato dalle più potenti lobbies industriali, finanziarie ed editoriali quello che è un legittimo strumento di democrazia diretta può trasformarsi in un grimaldello per destrutturare l’attuale sistema politico. Infatti, una vittoria dei referendari l’anno prossimo (nel primo dei tre mesi utili alla raccolta delle firme raggiunta quota 153mila, ne servono ancora 347mila) aprirebbe una crisi immediata tra i partiti minori dell’Unione. Un minuto dopo mi dimetto, ha già annunciato Mastella.

Da quel momento potrebbe succedere di tutto: dalle elezioni anticipate, alla formazione di nuovi schieramenti con il taglio delle ali a sinistra come a destra. Fino alla discesa in campo di quegli stessi personaggi che oggi criticano giocatori e partita standosene comodamente seduti in tribuna d’onore.

Uno sconquasso, insomma, che potrebbe trovare impreparato e in una situazione di oggettiva debolezza il Partito Democratico appena costituito. Con una posta del genere potremmo presto assistere a nuove, vigorose campagne contro la brutta politica. All’aumento di pugnali e veleni; e di intercettazioni da destinare in busta chiusa ai giornali amici. Ad altri drammatici annunci sull’imminente implosione del sistema. È la politica dell’antipolitica, bellezza.

apadellaro@unita.it

Pubblicato il: 26.05.07
Modificato il: 26.05.07 alle ore 9.43   
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« Risposta #5 inserito:: Maggio 26, 2007, 10:29:46 pm »

«Premier e capo dell'opposizione devono sapere anche lavorare insieme»

Veltroni: «Il Paese è in crisi democratica»

Il sindaco di Roma: non ci sono rischi autoritari ma non funziona il meccanismo decisionale.

«Vorrei un sistema di voto alla francese» 

 

LA BAGNAIA (Siena) - «Il Paese è in una crisi democratica, non per un rischio autoritario, ma perchè è in crisi il meccanismo decisionale e il rapporto tra decisioni e partecipazione». Lo ha detto il sindaco di Roma Walter Veltroni durante il convegno sull'editoria «Crescere fra le righe» in corso a La Bagnaia. Per Veltroni da questa crisi si può uscire con un sistema che sia davvero bipolare, e non un «bipolarismo tribale come quello italiano».

SISTEMA ALLA FRANCESE - Veltroni, rispondendo alle domande di Enrico Mentana e dei giovani presenti alla convention, non nasconde di guardare con attenzione ad un sistema alla francese: «Ma mi accontenterei di un'indicazione sulla scheda». L'ex segretario dei Ds sembra convinto che molti problemi attuali «siano legati proprio al sistema elettorale e alla legge fatta nella passata legislatura, con i partiti che nascono e muoiono in pochissimo tempo proprio in funzione di questa legge» ed è sempre più convinto che serva una politica diversa, «lieve» dove il leader dell'opposizione possa telefonare al vincitore delle elezioni, come è successo in Francia per fargli i complimenti.

DIALOGO TRA I POLI - È quasi un manifesto di ciò che lui vorrebbe dalla politica dei prossimi anni: «Com'è possibile - si domanda Veltroni - che i leader dell'opposizione non possano telefonarsi e confrontarsi su alcune delle gravi crisi che attraversano il Paese?». Ricorda, e chiede conferma al senatore a vita Giulio Andreotti, seduto in prima fila, che ciò avveniva «quando governava la Dc e il Pci era all'opposizione» (e dallo stesso Andreotti riceverà poi un complimento indiretto: «E' un bravo politico che può fare il leader» ha detto di lui il senatore a vita parlando con i giornalisti).

PIU' INTERNET, MENO TV - Il sindaco di Roma, quindi, torna a criticare coloro che si «illudono» di fare politica in televisione, un mezzo che invece «mangia, logora, consuma e divora tutto». «Non è la Tv il luogo in cui si formano le opinioni degli italiani», osserva sostenendo che occorre tornare ad un «rapporto diretto dei leader con i cittadini», magari usando anche più Internet per sentire le loro opinioni. Veltroni non esclude del tutto che in Italia si possa arrivare anche ad una terza Repubblica, perchè «quando c'è un vuoto può sempre arrivare qualcuno a colmarlo con soluzioni tecnocratiche-populiste», un rischio che va evitato attraverso «una presenza culturale democratica».

26 maggio 2007
 
da corriere.it
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« Risposta #6 inserito:: Maggio 29, 2007, 09:56:06 pm »

POLITICA

L'INTERVISTA. Il leader della Quercia: non sottovalutiamo i segnali che arrivano dalla parte dinamica del Paese, il risultato non ci soddisfa

Fassino: "Il paese chiede una politica che decida"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 ROMA - Lui dice centrosinistra. Mai governo.

Eppure il "campanello d'allarme" che viene dal Nord suona anche per Romano Prodi e la sua squadra.

Segretario Fassino, nella maggioranza non si canta vittoria, ma ci si accontenta del pareggio. È contento anche lei?
"No. È vero che la spallata non c'è stata, ma il voto non ci può soddisfare. Per carità, la nostra coalizione segna parecchi punti a favore. Penso al risultato di Agrigento e di tanti comuni siciliani importanti come Alcamo, Niscemi ed Erice strappati alla destra. C'è il risultato positivo de L'Aquila da anni città moderata, e di molte città abruzzesi. Guardo all'esito davvero sorprendente di Parma dove si va a un ballottaggio del tutto aperto, a Taranto, alla conferma di Frosinone. Sfioriamo la vittoria al primo turno a Piacenza e a Cuneo ci confermiamo in una piazza non semplice. E sottolineo i successi di Ancona, Carrara e delle città toscane. Dati significativi: dicono che l'Unione è in grado di intercettare esigenze e domande dell'opinione pubblica".

Allora da dove nasce la sua insoddisfazione?
"Il voto manifesta, senza dubbio, una criticità nel Nord del paese. Sono positivi i risultati della Vincenzi a Genova e di La Spezia, ma quando si perde ad Alessandria, Asti, Verona, Monza e Crema non si può vederlo soltanto come un campanello d'allarme di natura locale".

Quello che diceva il Cavaliere alla vigilia, subito smentito da Prodi.
"Diciamo che la politicizzazione del voto voluta da Berlusconi ha fatto presa soprattutto al Nord".

Perché?
"Perché nel Nord è più forte la crisi di fiducia dei cittadini nei confronti della politica. Il Nord è la parte più dinamica del Paese, è abituata a competere sui mercati esteri, a paragonare la propria vita con quella delle società con cui si confronta quotidianamente. È anche la parte più sensibile alle esigenze di modernizzazione e proprio per questo misura con maggior senso critico una politica che appare lenta, distante e sorda. E che soprattutto non sa decidere. Quegli elettori hanno visto che in Francia in tre settimane si è votato due volte, chi ha vinto ha fatto il governo in 48 ore con soli 15 ministri, metà dei quali donne. E confronta tutto questo con una politica italiana che dai Dico al tesoretto si divide su tutto. Lei non ha idea di che impatto negativo abbiano avuto nelle città settentrionali le immagini dei cumuli di immondizia di Napoli. Paradossalmente, più che a Napoli stessa. Quella massa di spazzatura è, agli occhi dei cittadini del Nord, incomprensibile. Ed è, soprattutto, la dimostrazione di uno stato incapace ed imbelle".

È il caso di ricordare che la Campania è governata da voi, dal centrosinistra. Come il Paese.
"Il punto è questo: le aree in cui si è manifestato lo spostamento a destra sono quelle dove è più diffuso quel tessuto di piccole e medie imprese, di lavoro autonomo, di professioni nuove e vecchie che in questi anni non si sono sentite riconosciute e rappresentate dalla politica. E continuano a sentirsi così perché neanche l'Unione è riuscita a dare segnali che dimostrassero la sua capacità di raccogliere le domande di quei mondi e di dare risposte".

E i risultati sbandierati dal governo Prodi in questi dodici mesi?
"Ci sono. C'è una politica economica che nei suoi indirizzi fondamentali è giusta. Tanto è vero che il deficit scende, il debito pubblico si riduce e la crescita è sostenuta. Alcuni ceti questa politica giusta l'hanno condivisa. Ma pensano di averla pagata in prima persona senza che a un risanamento oneroso seguisse immediatamente una politica d'investimenti, di innovazione, di riforme capace di giustificare quegli sforzi. I terreni su cui matura la questione settentrionale sono sempre gli stessi: fiscalità, autogoverno locale e federalismo, modernità delle infrastrutture e qualità di una pubblica amministrazione che viene spesso percepita come opprimente e parassitaria. E il grande tema della sicurezza. Nodi su cui la politica, anche la nostra, non ha fin qui dimostrato di avere il coraggio e la determinazione necessari".

Lei vuole risposte per i settori della società che secondo la sinistra radicale hanno già avuto troppo.
"Io dico che il voto pone l'esigenza di ascoltare queste domande. Intendiamoci, c'è anche un altro aspetto da valutare, di segno diverso. Riguarda il lavoro dipendente, soprattutto operaio, che in questi anni ha vissuto sulla propria pelle la precarizzazione, anche dei redditi, e che vive con angoscia la discussione sulle pensioni. È un nodo leggibile nel voto della provincia di Genova dove il centrosinistra va al ballottaggio dopo tanti anni di successi al primo turno. Insomma, le amministrative sono un campanello d'allarme per l'Unione. Che va ascoltato e analizzato con grande lucidità".

Berlusconi vi propone la via più semplice: le dimissioni del governo.
"Questo voto non chiede al governo di andare a casa. Piuttosto gli elettori vogliono che chi guida il Paese si rimbocchi le maniche. Se l'esito delle amministrative fosse l'apertura di una crisi la gente si allontanerebbe ancora di più dalla politica".

Con questi risultati quindi il centrosinistra non smorza la denuncia di Montezemolo?
"No. Anzi. Credo che abbia pesato ciò che Montezemolo ha detto all'assemblea di Confindustria. Non a caso lo smottamento è avvenuto in quelle aree dove la presenza imprenditoriale è forte. A maggior ragione confermo il mio commento alle sue parole: guai a fare spallucce, a girare la testa dall'altra parte. Esprimevano lo stato d'animo di una parte del Paese che ieri ha scelto a destra, ma in altri momenti ha votato per noi".

Il Partito democratico è una risposta?
"Il voto è un'ulteriore sollecitazione a fare il Pd. A patto che sia all'altezza della domanda di cambiamento, di innovazione e di modernità".

E non serve subito un leader per dare un profilo al Partito democratico, come chiedono in molti?
"Se pensiamo di risolvere le questioni aperte dai risultati di ieri con un dibattito sulla guida del Pd, siamo fritti. Perché i cittadini di Varese vogliono sapere quando facciamo la Pedemontana e gli imprenditori del Nord Est quando gli riduciamo le tasse. Non rispondiamo al Nord in modo "romano" pensando che tutto si risolve nel politicismo di un confronto sulla leadership. Parliamo delle domande vere e dei problemi veri che la società settentrionale ci pone. E diamo delle risposte. In fretta, per favore".

(29 maggio 2007) 
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« Risposta #7 inserito:: Maggio 29, 2007, 09:56:45 pm »

Pd, Pezzotta: «Non entro, non c'è posto per i cattolici»


Nel Pd non c'è posto per i cattolici. Lo dice Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl e ora portavoce del Family day, in una intervista al Corriere della Sera. In Italia, osserva, «l'esigenza che ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste, eccome» e «mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta». Pezzotta guarda con preoccupazione alla fine del cattolicesimo democratico di marca sturziana e degasperiana. Teme, lo dice «senza volersi contrapporre a nessuno» che le tradizioni dei popolari finiscano nello stesso "baule" con Antonio Gramsci. E invita i suoi amici "teodem" alla «prudenza», avendo trovato «sorprendenti» gli interventi di Barbara Pollastrini e Giuliano Amato alla conferenza sulla famiglia a Firenze. Lui con quest'anima laica non ha intenzione di "convivere" e si siede «sulla riva del fiume». Non entrerà nel Pd, un partito che a Pezzotta sarebbe piaciuto più come contenitore di tradizioni culturali diverse, ma che invece vede ora troppo venato di «intransigenza» laicista.

Quasi all'unisono sullo stesso argomento interviene anche Giuseppe Fioroni, membro del comitatone che promuoverà la costituente del Pd oltre che cattolico vicino all'area "teodem" e al Forum Famiglie di Pezzotta. Fioroni in una intervista al La Stampa sostiene che «nel Partito democratico i cattolici dovranno sentirsi a casa loro e non essere trattati come ospiti indesiderati». Insomma, anche lui la mette al futuro. E non è l'unica, indiretta ma chiara critica. Sulla leadership del nuovo partito Fioroni usa una metafora enogastronomica: «È l'ora di scoprire la qualità dei vini novelli e non soltando quella dei vini stagionati». O invecchiati, per dir meglio.

Per Fioroni «occorre meno tattica e più strategia, meno formule, regolamenti, meccanismi elettorali che non appassionano nessuno». Quanto al leader «sono d'accordo con Franceschini, occorre un leader e presto», che sia «espressione di una classe dirigente plurale». Fioroni vorrebbe dunque un leader "novello", «primus inter pares». E sul come arrivare all'assemblea costituente -che lui stesso insieme agli altri 44 del comitato promotore dovrà organizzare a cominciare dalle regole - annuncia: «Dovranno essere presentate liste legate a un leader e a un programma». Insomma, vere primarie. L'assemblea costituente del Pd è fissata per il 14 ottobre ma entro il 30 giugno il comitatone dovrà definire le regole. La proposta di agenda dettata da Dario Franceschini, vorrebbe che il 14 ottobre- appunto -ci fosse un vero "election day", che riguardasse anche la leadership, insomma. E su questa linea si sono trovati anche la dalemiana Anna Finocchiaro e Walter Veltroni. Ma non altrettanto il prodiano Giulio Santagata, che a Veltroni manda una risposta di sette righe, domenica, in cui scrive: «Sono certo che Walter Veltroni concorda sul fatto che spetta all'Assemblea Costituente decidere le modalità migliori per assicurare al partito gli organi capaci di garantire ad esso il più efficace coordinamento operativo sino al primo congresso». Come dire, il leader c'è e non c'è nessuna fretta di cambiarlo.

Nel frattempo il Pd acquista anche dei punti. Mauro Zani ex cofirmatario insieme a Gavino Angius della terza mozione al congresso Ds, non lascia per il momento la Quercia. L'europarlamentare bolognese ha infatti scelto di entrare nell'ufficio di presidenza dei Ds dell'Emilia. Farà parte dunque di in un organismo politico, non esecutivo. Ma la sua disponibilità a seguire il percorso di nascita del Pd, viene salutata dal segretario regionale Roberto Montanari come un «ritorno a casa», una «disponibilità ad accettare, pur con accenni critici, un percorso comune».

A tre giorni dal varo del «comitatone», Montanari raccoglie poi l'invito del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, e proclama: «costruiamo subito i comitati per il Pd al livello comunale, provinciale, regionale». organismi che il segretario delinea con il 50% di volti «rosa».

Pubblicato il: 28.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 8.46   
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« Risposta #8 inserito:: Maggio 30, 2007, 11:00:33 pm »

30/5/2007 (7:22)

Di Pietro, siluro a Visco

Mozione al premier: il governo gli ritiri la delega sulla Guardia di Finanza


GUIDO RUOTOLO
ROMA

Otto di sera. Si è appena conclusa la riunione dei senatori di Italia dei Valori con Antonio Di Pietro. Il ministro annuncia che stamani sarà depositata una mozione con la quale (anche) Italia dei Valori chiede al presidente del Consiglio, Romano Prodi, di ritirare («temporaneamente») la delega al vice ministro all’Economia, Vincenzo Visco, e la legge al telefono: «Sia Visco che il comandante generale della Guardia di finanza, Roberto Speciale, sono, per il ruolo che ricoprono, di per sé credibili ma le loro versioni dei fatti sono diametralmente opposte. Su questa vicenda - spiega Di Pietro - sono in corso inchieste della magistratura per cui è inopportuno che il viceministro Visco continui a mantenere la delega sulla Finanza, anche per non dare spazio a sospetti di interferenza. E’ questa la ragione che ci porta a chiedere al presidente Prodi la sospensione temporanea delle sue deleghe, in attesa degli esiti delle indagini della magistratura».

Si complica ancora di più l’«affaire» Visco-Speciale. Proprio ieri mattina la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama aveva fissato per mercoledì prossimo il dibattito sulla mozione presentata dall’opposizione, che chiede al governo di ritirare la delega sulla Guardia di finanza al vice ministro Vincenzo Visco. Proprio perché nella stessa maggioranza, in questi giorni, erano arrivati segnali di insofferenza e di perplessità sull’operato di Visco, Cesare Salvi (Sinistra democratica) e Giovanni Russo Spena (Rifondazione) avevano chiesto che, prima del dibattito in aula, il governo si riunisse con la maggioranza. «La posizione assunta da Italia dei Valori - commenta il capogruppo di Rifondazione, Russo Spena - rende ancora più urgente la riunione della maggioranza, per evitare che la vicenda possa destabilizzare la stessa tenuta e struttura del governo». Il vice ministro Visco per il momento tace. Sta lavorando a una memoria «difensiva» per chiarire ogni dubbio sul suo operato. Agli atti delle inchieste della magistratura, c’è anche la lettera datata 24 luglio 2006, e inviata al comandante generale della Finanza, Roberto Speciale. Nella lettera, Visco ricorda il primo incontro del 26 giugno, nel quale il generale annunciò diversi cambiamenti ai vertici della Finanza: «Il 13 luglio ho parlato della questione con i generali Pappa e Favaro e da questi incontri emerse l’opportunità di coinvolgere nei movimenti anche Milano». Visco, dunque, riconosce che il fascicolo Milano viene aperto con i suoi colloqui con i due generali.

Lo stesso giorno, Visco incontrò anche Speciale: «(La) invitai a procedere nei trasferimenti - ricorda il viceministro - inserendo anche Milano e decidendo, previa consultazione con i generali Pappa e Favaro, una proposta di avvicendamento che vi trovasse tutti d’accordo». Da quel momento esplode la polemica. La notizia di avvicendamenti a Milano viene lanciata dall’Ansa, monta la polemica politica perché gli annunciati trasferimenti vengono presentati come punitivi nei confronti della squadra che ha indagato su Unipol. Visco ricorda il 24 luglio al generale Speciale: «Dal Comando Generale non ho ricevuto più alcuna proposta, salvo quella relativa ai soli spostamenti di Milano, inviatami il 14 luglio e che è rimasta di fatto sospesa». Ecco il punto. La lista degli «epurandi», sembra di capire dalle parole di Visco, arriva dal Comando.

Chi ha ragione? Visco o Speciale? Ieri, intanto, il Cocer della Finanza, l’organismo di rappresentanza militare, è sceso pesantemente in campo, per difendere il «suo» comandante, il generale Speciale. Il Cocer ricorda che i movimenti interni furono stabiliti nel marzo del 2006, e Milano non c’era. Fino al 13 luglio scorso: «Nella vita pubblica l'unica cosa di rilievo tra marzo e luglio dello scorso anno è stata la nascita di un nuovo Parlamento e di un nuovo governo. Gli avvicendamenti sono allora la conseguenza del nuovo scenario istituzionale e politico?».

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« Risposta #9 inserito:: Giugno 01, 2007, 12:19:59 am »

Prodi e l’ultimatum dopo la sconfitta elettorale

Un partito e la sua guida

di Sergio Romano

 
Dall’intervista di Prodi a la Repubblica emerge un quadro impietoso della situazione politica italiana. La maggioranza è divisa e litigiosa. Gli alleati sono inaffidabili. Il premier non ha il potere di imporre la propria linea. Il Paese rifiuta di comprendere le proprie reali esigenze e di accettare i sacrifici necessari al futuro della nazione. L’opposizione, quando era al potere, ha fatto solo disastri e non ha il diritto di proporsi come «alternativa di governo». Il presidente di Confindustria ha dato prova di scarso equilibrio. I sindacati non hanno compreso che il Paese deve cambiare. Si direbbe il messaggio d’addio di un uomo politico deluso, amareggiato, incompreso, ormai convinto che i suoi connazionali non meritino il suo impegno e la sua dedizione alla cosa pubblica.

Ma da questo quadro, così drammaticamente negativo, Prodi trae conclusioni opposte. Sostiene che «così non si può andare avanti», ma rifiuta di farsi da parte. Quando dichiara che è pronto ad andarsene, lo fa con toni e argomenti da cui emerge la convinzione che soltanto lui, Romano Prodi, sia l’uomo adatto a salvare l’Italia. Non so se questa combinazione di pessimismo e fiducia in se stesso possa servire a recuperare consenso. Forse sarebbe stato preferibile prendere atto del voto, ammettere gli errori fatti, spiegare pacatamente al Paese che i tempi esigono decisioni impopolari, chiamare gli alleati a un maggiore senso di responsabilità. Dopo tutto Prodi non ha torto quando sostiene che un voto amministrativo non può segnare la fine di un governo espresso da una maggioranza parlamentare, sia pure modesta. Se i suoi giorni sono contati è meglio che cada in Parlamento con un voto da cui possano trarsi conclusioni utili per il futuro.

Se il presidente del Consiglio, con la sua intervista, voleva dire che il governo ha il diritto di governare, non rimane che prenderne atto e aspettare il seguito. Ma l’intervista non concerne soltanto il governo e le condizioni del Paese. Nell’ultima parte Prodi affronta il problema del Partito democratico e dell’uomo che dovrà guidarlo. Non approva coloro che vogliono eleggere subito, insieme alla costituente, anche il leader. Prodi sa che la scelta cadrebbe in questo momento su un’altra persona e sostiene che «l’idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile». E’ meglio quindi nominare un coordinatore o un reggente, destinato a farsi da parte quando, in prossimità delle prossime elezioni, i Democratici saranno chiamati a scegliere una persona che sia contemporaneamente leader del partito e candidato premier.

E’ probabile che Prodi non voglia avere di fronte a sé, di qui ad allora, un interlocutore forte e spesso scomodo. Ma sembra dimenticare che un partito nuovo ha bisogno, sin dal primo giorno della sua esistenza, di una guida entusiasta ed energica. I prossimi mesi saranno quelli in cui occorrerà disegnare gli apparati, scegliere i segretari locali, conciliare ambizioni contrastanti, creare le condizioni per una vita unitaria. E’ difficile immaginare che questo compito possa essere svolto da un reggente privo di autorità e di futuro.

E, francamente, è ancora più difficile comprendere perché le esigenze del partito debbano essere sacrificate a quelle di un uomo politico imbronciato e deluso che finirebbe per scaricare sulla formazione appena nata, insieme ai suoi personali malumori, le difficoltà del governo. Prodi ha avuto grandi meriti nella nascita del Partito democratico. Ne avrà ancora di più se lascerà che cammini con le sue gambe.

31 maggio 2007
 
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« Risposta #10 inserito:: Giugno 01, 2007, 11:52:00 am »

Il prete politico aveva parlato dell´ex moglie del sindaco.

Dopo questa gaffe ha bloccato anche la "Costituente"

"Chiedo perdono a Cofferati"

Silvia Bignami


Il mea culpa di don Nicolini: riconosco di aver sbagliato  «Viviamo in una società che è più portata ad accusare che a chiedere scusa. Per me è il momento di chiedere umilmente scusa».

Fa pubblica ammenda, Don Giovanni Nicolini. Contrito, addolorato, il parroco della Dozza china il capo e domanda perdono all´amico Sergio Cofferati per quell´infelice riferimento alla ex-moglie e al fatto che «quando un uomo perde la donna della sua vita può incontrare difficoltà». Un accenno alla vita privata del primo cittadino - la cui nuova compagna aspetta un bambino - culminata in una lite al telefono e nel gelo tra i due. Una ferita non ancora sanata. Una pace non ancora fatta. «Sono ore difficili - dice Nicolini a occhi bassi - bisogna lasciarle passare. Certamente farò qualcosa per rimediare, ma la situazione è delicata, e va lasciata nell´ambito della riservatezza».

Parla a margine della Festa della Cgil, al Parco di Cà Bura, il parroco «politico» della Dozza, dove è intervenuto su un dibattito sull´immigrazione. Prima uscita pubblica, dopo lo scontro con il sindaco. «Io riconosco di avere sbagliato - esordisce - e mi assumo tutta la colpa di una ferita e di una offesa. Qui il fatto è che una persona è stata colpita al di là della mia volontà. Per questo è giusto che ora ci si fermi a riflettere, che ci sia una pausa». Pausa per tutto, compreso il battesimo della «Costituente per Bologna», l´iniziativa-movimento promossa dal parroco insieme alla rete solidale Bandiera Gialla della Cgil, che era fissata per sabato in parrocchia e che dopo la lite con il sindaco è saltata.
Per scelta di Don Nicolini, preoccupato che venisse interpretata come un ulteriore attacco al sindaco. Scelta definitiva? «Non lo so - dice Nicolini - ma per ora non si fa. Per me al primo posto c´è sempre il rapporto personale. Senza questo, non c´è nulla. Il resto passa in secondo piano».
Priorità assoluta, insomma, ricucire con il Cinese. Come, Don Nicolini non lo dice - «è riservato» - ma lascia intendere che tenterà, a voce o per iscritto, di ricomporre il rapporto, «con pazienza, perché quando si ha il sospetto di aver generato conflitto bisogna avere l´umiltà di cercare di recuperare». Posto che, conclude, «se non riusciamo a volerci bene, non si va da nessuna parte».

Resta dunque in stand-by il tavolo su «pace, solidarietà e lavoro» che avrebbe dovuto aprirsi sabato alla Dozza. Forse rinviato, forse cancellato. «In questo momento il clima non ci permette di continuare» ammette Fausto Viviani, della rete Bandiera Gialla della Cgil. Troppo grosso il rischio di essere «strumentalizzati» in funzione anti-Cofferati. Di passare per «l´ennesimo gruppo di dissidenti». «Noi non siamo come i 43 di Bonaga. Non ci poniamo sul piano politico. Il nostro era un semplice forum di discussione, un contributo alla città». Ma certe dichiarazioni di Don Nicolini, fanno capire quelli di Bandiera Gialla, hanno passato il segno: «Rifondazione parla di primarie, noi abbiamo parlato di sindaco donna. Siamo andati oltre». E allora indietro tutta. Anche se, aggiunge Cesare Melloni, segretario della Cgil bolognese «è un peccato, perché la Costituente non era un nuovo partito, ma una semplice riunione di cittadini. Una cena tra amici per parlare di lavoro». (31 maggio 2007)

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« Risposta #11 inserito:: Giugno 01, 2007, 11:53:17 am »

Intervista a Fabio Mussi pubblicata su La Stampa il 31 maggio 2007

Rimpasto subito, dimezzare i ministri

di Riccardo Barenghi


«E' una sconfitta elettorale brutta e seria, un colpo durissimo per tutta l'Unione e il governo.  Al Nord e non solo al Nord.  Bisogna reagire subito, reagire con un colpo di reni».   
<Mussi, ministro dell'Università e Ricerca, nonché leader della Sinistra democratica che ha appena abbandonato i Ds, non fa sconti.

E quale sarebbe il colpo di reni?

«Non possiamo stare fermi sulle gambe come il pugile che ha appena preso un cazzotto in faccia.  Dobbiamo muoverci.  E allora io chiedo un'immediata riunione di tutta l'Unione, insomma un vertice di maggioranza che lanci un forte messaggio al Paese».

Di messaggi ne parlano tutti i leader tutti i giorni, il suo quale sarebbe?

«Il mio è molto, molto concreto. propongo una ristrutturazione del governo, un vero e proprio rimpasto.  Ma con l'obiettivo di ridurre drasticamente il numero di ministri e sottosegretari.  Una pletora da vergognarsi mentre in Francia Sarkozy ha formato un esecutivo di 15 ministri, con dentro sette donne.  Questo è il modello che dobbiamo seguire.  Ma subito».

E lei sarebbe disposto a lasciare il suo ministero?

«Assolutamente sì, sono a disposizione.  Il lavoro che faccio mi piace, ma bisogna che ognuno di noi si metta in gioco se vogliamo reagire».

E questo sul piano dell'immagine, invece sulla sostanza politica cosa cambierebbe?

«Intanto si tratta di un'immagine piuttosto sostanziosa.  In ogni caso, mi pare che il governo abbia i motori fermi, trova grandi difficoltà a tenere aperto il dialogo con la società, a sollevare consensi e energie.  Penso allora che dovremmo cambiare radicalmente la linea di politica economica e sociale.  Contrastando la povertà, sostenendo il lavoro in tutte le sue forme (gli operai hanno salari da fame e i giovani sono tutti precari, ancor di più le donne), spingere sull'innovazione, cioè scuola, ricerca, tecnologia, e riformare la politica, dai suoi costi alla legge elettorale».

Lei parla di cambiamento radicale della politica economica, in altre parole il ministro Padoa-Schioppa deve lasciare?

«Io penso che lui abbia fatto un eccellente lavoro per risanare il bilancio del Paese, è la cosa migliore del nostro governo.  Ma non si può restare piantati a custodire il tesoretto, è un esercizio deprimente.  Il bilancio risanato non è un feticcio che sta lì e tutti lo guardiamo incantati.  Serve a fare altro, aiutare il lavoro, l'impresa, risarcire chi ha di meno, investire sulla formazione...  Dopo di che io non faccio questioni di uomini e di nomi, parlo di scelte politiche da compiere.  E che devono essere molto diverse da quelle compiute finora».

A proposito di scelte e di uomini, il premier Prodi nell'intervista di ieri a «Repubblica» accusa gli alleati di non lasciarlo governare e avverte: o decido io o me ne vado.

«Questa sua sfida agli alleati mi turba.  Il braccio di ferro non mi pare fertile, piuttosto cerchiamo di ritrovare una coesione ridefinendo il Programma, il Progetto che oggi non sono affatto chiari.  Io non so chi abbia impedito a Prodi di decidere, ma penso che per evitare mille voci che si sovrappongono dopo aver preso le decisioni, ne occorrono cento che parlino prima di prenderle, le decisioni.  Non esistono governi monocolore a voce unica, neanche negli Stati Uniti.  Governare significa comunque governare il pluralismo».

A proposito di pluralismo, lei e i suoi compagni ex diessini, abbandonata l'avventura del Partito democratico, avete già stampato 150 mila tessere della vostra Sinistra democratica.  Dica la verità: volete fare un altro partito?

«Premetto che i risultati elettorali ci danno ragione, il nascente Partito democratico proprio non attira.  Anzi perde.  Ma a me un altro Partito proprio non interessa, vogliamo misurare la nostra forza - e i primi segnali, anche elettorali, sono piuttosto incoraggianti - con l'obiettivo di unire la sinistra radicale.  Il vertice di domani (oggi, ndr) con Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto serve intanto a mettere giù un'agenda di questioni, soprattutto sociali, sulle quali muoversi uniti.  Ma il mio progetto è di arrivare a un'aggregazione di queste forze e di altre, penso anche ai socialisti di Boselli, che possa presentarsi insieme agli elettori già alle amministrative dell'anno prossimo».

 
31 Maggio 2007
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« Risposta #12 inserito:: Giugno 01, 2007, 11:55:54 am »

Le Considerazioni Finali di Bankitalia

Un programma per il governo

di Dario Di Vico


 
Nelle Considerazioni Finali che ieri Mario Draghi ha letto davanti a banchieri e imprenditori e a un ospite inatteso come il Governatore inglese Marvyn King, non compare mai la parola «tesoretto». E già questo è un titolo di merito, un contributo alla riqualificazione del lessico della vita pubblica italiana pericolosamente votato all'opacità. Siamo reduci da un voto popolare e invece di impiegare tempo e risorse a decrittare i messaggi che l'elettorato ha voluto mandare a chi lo governa, la maggioranza è in preda ai più vieti personalismi. Discetta sulle procedure per scegliere il leader o lo speaker del Partito democratico, ma in che direzione si debba guidare o cosa si voglia comunicare è tutto sommato un optional.

Draghi ha fatto l'opposto.

In una Roma fibrillante, che almanacca sulle evoluzioni del quadro politico e si interroga se una mozione di sfiducia presentata da un ministro (Di Pietro) nei confronti di un altro (Visco) possa mettere in mora il presidente del Consiglio che ha dato le deleghe ad entrambi, da Palazzo Koch è arrivato un severo richiamo al primato dei contenuti. Quello che il Governatore ha sciorinato è un vero programma, l'individuazione di alcune priorità di intervento valide per questo governo o per qualsiasi esecutivo dovesse presto o tardi succedergli. Meno tasse e meno spesa corrente, nuove regole per scuola e università (non più soldi), meccanismi di controllo e merito nelle amministrazioni pubbliche, riforma della previdenza e rilancio delle infrastrutture, riduzione del debito e robuste liberalizzazioni. È questa l'agenda Draghi, scelte sulle quali volenti o nolenti saremo giudicati dalla comunità internazionale e che, se ci fossero su piazza dei politici lungimiranti, potrebbero servire a costruire consenso stabile nel Paese.

Il giudizio implicito nelle parole del Governatore — che a scapito di equivoci su discese in campo presenti o future ha invitato ciascuno a restare «nel proprio ruolo» — è che queste priorità non fanno parte dell'agenda del governo Prodi e che ben poco di strutturale è presente nell'azione dell'esecutivo. È vero — e Draghi lo ha riconosciuto — che il centrosinistra ha avviato con successo il risanamento della finanza pubblica ma ciò è avvenuto soprattutto per effetto di un aumento della pressione fiscale, mentre l'ottica di medio periodo è completamente assente. Ha fatto impressione sentire denunciare dal banchiere centrale di un grande Paese industriale che un quindicenne meridionale vive oggi in condizione di «povertà di conoscenze» e stia così programmando per sé un futuro di indigenza economica. Non è la prima volta che il Governatore pone al centro della sua riflessione il ritardo di competitività della scuola italiana, ieri lo ha fatto con particolare convinzione. Così come è stato sicuramente efficace nel sostenere che un Paese che nel 2020 avrà 53 ultrasessantenni su 100 cittadini in età di lavoro (destinati a salire a 83 nel 2040) dovrà giocoforza spendere tantissimo in pensioni, sanità e assistenza. Potrà permetterselo solo se nel frattempo avrà abbattuto il peso del debito, altrimenti a pagare gli inevitabili tagli di prestazioni saranno proprio le fasce più deboli. Con tanti saluti a quella sinistra che in nome del risarcimento del proprio elettorato oggi si batte per non aggredire il debito e così finisce per consegnare un futuro a tinte fosche proprio agli outsider che dice di rappresentare. P.S. Draghi non ha eluso il nodo della proprietà di Bankitalia, definita «obsoleta» e quindi da superare. Il disegno di legge di riforma delle autorità che doveva essere una priorità del governo giace però da mesi in Parlamento.

01 giugno 2007
 
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« Risposta #13 inserito:: Giugno 01, 2007, 10:20:02 pm »

Diario di una lunga notte

Agazio Loiero


All’inizio, quando Prodi si siede con quella faccia «un po’ così» solitamente corrucciata e piovorna che ogni tanto, nel corso della serata, s’illumina di un sorriso largo e irreale, l’atmosfera non promette nulla di buono. Ad appesantirla ancora di più ci prova la bassissima voce del premier che non arriva a coloro che non sono seduti intorno allo stretto tavolo nel «cerchio primaio». Non sarebbe una brutta cosa munirsi la prossima volta di un impianto d’amplificazione. Non risolverà i problemi politici che sono sul tavolo del Partito democratico ma aiuterebbe il clima della serata. Il primo incontro del comitato delle regole, si consuma come inizia, nella sostanza senza liti ma senza feste, con puntigliose delimitazioni di campo e di posizioni, idee e strategie ampiamente anticipate negli ultimi giorni e affinate nelle ultime ore, con un tentativo responsabile di mediazione fatto da Piero Fassino che intende contribuire a costruire un partito nuovo, europeo, moderno nei contenuti e nel modo di agire e di interloquire con la gente. Entrano le polemiche e le tensioni per le vicende elettorali recenti che hanno ringalluzzito la Casa delle Libertà, ma le liti restano fuori dalla porta.

In tanti sembrano preoccupati, in verità, più delle conseguenze che di quanto avvenuto. Mi chiedo se si può avviare una avventura politica destinata a innovare anche modelli di comportamento e di idee di governanti e governati, arrivando all’incontro come prigionieri impauriti di un risultato elettorale di sicuro negativo per il centrosinistra.

Nessuno l’altra sera ha negato la pesantezza del risultato elettorale ma qualcuno ha saggiamente ricordato che la vittoria dell’anno scorso aveva un margine esiguo: solo 24000 voti. E, comunque, pur tra le tante contraddizioni, la sconfitta di oggi ha a che fare più con le liti che si sono consumate nella coalizione che con l’azione di governo.

Mi viene in mente - e quando ho preso la parola l’ho pure ricordato - che la leggendaria legislatura 1948-1953, in cui Alcide De Gasperi pose mano ad un ampio programma di riforme, ricostruendo, insieme ai suoi alleati, il paese distrutto dalla guerra, si concluse con una sconfitta per il leader trentino nettissima: meno sette per cento. Il prezzo non fu pagato all’epoca a causa della cosiddetta «legge truffa» ma per alcune scelte radicali, di quelle che incidono nel tessuto economico e sociale di un paese. Ma le riforme, ieri come oggi, bisogna avere il coraggio di farle. Se però le riforme sono ampie e scuotono le viscere di una società, bisogna mettere in conto che chi le fa ne può pagare un prezzo alto. Non è sempre cosi ma spesso capita perché esse rompono incrostazioni, equilibri, nell’immediato bruciano attese e il loro profilo si vede, come nella pittura divisionista, mano mano che ci si allontana dal «quadro». Chi governa lo sa.

Inizia, comunque, il cammino del Pd. Circolano insistentemente verbi riflessivi come attrezzarsi, correggersi, prepararsi. L’obiettivo di un grande partito riformista è vicino, ma la strada da fare, insomma, si presenta faticosa. Si parla di speaker e si parla di leader. Di angustie contingenti e di orizzonti immensi. È dunque importante la difesa che il premier fa dell’azione di governo che dovrebbe appartenere a tutti. Non arriva qui - fa intendere il premier - a mani vuote.

È puntiglioso Prodi? Può essere. Il fatto è che diventa un disastro se di questo anno fossimo costretti a ricordare solo le liti tra partiti e nei partiti. Peccato che nessuno abbia fatto cenno a un’ipotesi di riforma costituzionale che insieme alla legge elettorale dovrebbe necessariamente riguardare i poteri del premier che oggi, fatte le dovute proporzioni, impallidiscono di fronte a quelle di un sindaco e di un presidente di una regione. E, comunque, quelle liti che peso hanno avuto sul risultato elettorale? Si sente, eccome, Franceschini che s’incarica di non mandare a dire all’opinione pubblica che l’Unione sta mostrando la sua faccia negativa ed ha bisogno di uno smalto nuovo. Ci vuole, dice, un leader di partito che non sia il capo del governo. Veltroni vorrebbe eleggerlo alla costituente. Parla Amato e sulla scia Morando, portano ossigeno alle ragioni di Prodi, mentre Rutelli dice «stiamo attenti», non dimenticare né sottovalutare quel che domenica è avvenuto.

Sì, c’è un colloquio difficile tra il governo e parte del Paese. Spesso la difficoltà diventa incomunicabilità. E qualche incomprensione si registra all’interno dell’Unione. Per il Pd sono entrambi un campanello d’allarme. Di certo sono un problema da affrontare. Il partito nuovo trovi le risposte, parli e faccia parlare la gente. Il 14 ottobre, data fondativa, non è poi così lontano e la road map lentamente si delinea. Parlano le donne. Rosy Bindi è d’accordo con Fassino. La Capirossi porta al tavolo le aspirazioni delle donne. La Finocchiaro non parla, sembra acquattata come in attesa di un sortilegio che potrebbe tra non molto mostrarsi in forma luminosa. L’eterna logica dell’Italia duale spinge a puntare su di lei. In conclusione il Pd non deve immolarsi al premier, ma non si può neanche pensare di poter disarticolare Prodi dalla creatura che ha immaginato e difeso a oltranza. Sarebbe un gioco che sa d’antico e che il paese non capirebbe.

Credo che alla fine dalla prima riunione dei 45 è arrivato un messaggio positivo: il futuro partito sarà rigorosamente federale. Lo hanno detto in forma chiara Prodi e Fassino e con loro tutti quelli che hanno preso la parola. Non è un risultato da niente.

Pubblicato il: 01.06.07
Modificato il: 01.06.07 alle ore 8.37   
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« Risposta #14 inserito:: Giugno 01, 2007, 10:21:00 pm »

Draghi non è Montezemolo

Angelo De Mattia


Non è vero che dalle Considerazioni Finali emerga, come ha detto il presidente della Confindustria, «un paese da molti anni bloccato». L’analisi è molto più articolata di come potrebbe immaginare o desiderare il presunto partito degli Ottimati, o dei sostenitori (inconsapevoli) della distinzione, cara a Platone, tra il sapere e il fare. Certamente, non è un paese che sta correndo sulla strada della crescita; eppure, dopo l’uscita dal ristagno, la risalita è stata imboccata. È il ritmo che ora è insoddisfacente. La trattazione - che non si traduce in una visione da complesso di Atlante con la pretesa di fornire le ricette solutorie di tutti i problemi della società civile e politica - non è semplificabile.

Blocchi, ritardi, manchevolezze e inefficienze sono argomentatamente segnalati. Permeano l'istruzione, l'organizzazione della giustizia civile, la pubblica amministrazione, e ostacolano la trasformazione produttiva. Ma del contesto istituzionale Draghi non tace i progressi compiuti, soprattutto con le liberalizzazioni e la decisione di affrontare il punto eternamente dolente della produttività della pubblica amministrazione.

Si registra un miglioramento dei conti pubblici, notano le Considerazioni finali. Esso, però, è dovuto al forte aumento delle entrate. Fino a quando ciò sarà sostenibile? Il livello eccessivo del prelievo - si sottolinea - scoraggia l'investimento in capitale fisico e umano. Occorre ridurre la spesa corrente: così si comprime il disavanzo e si abbatte il debito senza gravare sul carico fiscale. Il riequilibrio richiede un intervento deciso anche sul sistema previdenziale - finora mai affrontato in maniera definitiva - da attuare secondo la vigente normativa.

Un passaggio, questo, sul quale non mancheranno le riflessioni e anche una sana dialettica, alimentare la quale è anche tradizionalmente uno degli scopi di un documento organico e complesso qual è la relazione del Governatore: che ricorda comunque che le forme di flessibilità introdotte per l'utilizzo del risparmio previdenziale accumulato vanno nella giusta direzione. La crescita del debito pubblico non ha aiutato lo sviluppo del paese e lo ha privato di una adeguata dotazione di infrastrutture. Ma - anche qui i toni sono chiaroscuri - nonostante non siamo stati finora capaci di ridurre il debito, abbiamo almeno smesso di accumularlo.

A questo punto ciò che occorre non è rimuovere un blocco che non c'è, ma dare prova di una maggiore determinazione nel porre mano alle debolezze strutturali. Ritorna la sottolineatura delle riforme di struttura che già Guido Carli, circa 40 anni fa, propugnava per tagliare «lacci e lacciuoli». E tuttavia il paese non è fermo. Non è il «tornare a crescere» o il «paolino» «il tempo si è fatto breve» che fotografano una situazione come quella che stiamo vivendo. Siamo invece all'agostiniano «inizio dell'inizio», che esige una fortissima volontà perché si produca la necessaria accelerazione dello sviluppo.

Ma nel quadro del Governatore non è solo il «pubblico» che corre il rischio, mentre si è messo in cammino, che «le mort saisit le vif»; c'è un'ampia analisi destinata al «privato», di cui si avvertiva non poco il bisogno dopo la sostanziale assenza rimarcata nella relazione confindustriale. I ritardi gravi dell'adeguamento del sistema produttivo italiano ai mutamenti del contesto tecnologico e competitivo, la crucialità della dimensione delle imprese, oggi inadeguata ad affrontare i costi dell'innovazione continua, una crisi della produttività e della competitività che non può dirsi ormai alle spalle, i rischi dell'immobilismo della proprietà familiare che caratterizza ampie aree del nostro capitalismo, i conflitti di interesse sempre incombenti nella «terra degli incroci azionari»: sono, questi, i nodi anch'essi strutturali del nostro sistema economico.

In mezzo c'è il sistema bancario che ha segnato evidenti progressi, che ha operato due straordinarie, lodate operazioni di aggregazione (oltre quelle delle banche popolari) e che ora deve dimostrare che le concentrazioni si traducono in maggiore valore per gli azionisti e maggiore efficienza a servizio dei clienti. Accrescere la propria reputazione, migliorare la fiducia del pubblico, rispondere efficacemente alle innovazioni normative anche di origine europea, monitorare attentamente l'evoluzione degli hedge fund, prevenire i conflitti di interesse: sono i punti attraverso i quali passa la sfida del mercato e della regolazione che le banche devono accogliere puntando alla crescita e a un più avanzato rapporto con famiglie e imprese. Dal canto suo, la politica monetaria è rimasta favorevole alla crescita.

Ma della stessa Banca d'Italia Draghi, dopo aver esposto le innovazioni istituzionali e organizzative progettate e/o attuate, dice che la sua autonomia, pur protetta dall'ordinamento, può essere fragile se non sorretta dall'autorevolezza dell'analisi, ma anche dall'azione conseguente. Ognuno deve fare la propria parte.

È, dunque, un paese in transizione quello che si ricava dalle Considerazioni Finali, che sta trasformando le banche, che ha iniziato a rimettere ordine nella finanza, che sta tornando a crescere, tra non pochi problemi. Non interessa, qui, un rimpallo di carenze e manchevolezze tra «pubblico» e «privato»: e non s'intende «giocare» l'esigenza di riforme di struttura per l'uno contro l'analoga esigenza per l'altro, essendo strettamente connesse le responsabilità, le attribuzioni e le prospettive di deciso rilancio di entrambi. Simul stant, simul cadent. Non è la logica accusatoria-rivendicativa di questa o di quella componente che può fare accelerare il percorso di crescita. Mai come ora vale l'apologo di Menenio Agrippa. La relazione di Draghi ha fatto chiarezza. Le risposte ora le deve dare la Politica, con la maiuscola, e l'economia.

Vi è un bisogno di coralità, di coesione, del «fare» per definitivamente decollare. Si deve, soprattutto, rispondere all'imperativo, che ognuno dovrebbe avvertire, di accrescere il tasso di occupazione, specie delle donne, come sottolineato nella relazione. Riformare e al tempo stesso introdurre fattori di equità e di giustizia retributiva è ineludibile.

Pubblicato il: 01.06.07
Modificato il: 01.06.07 alle ore 8.38   
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