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Autore Topic: Bruno MANFELLOTTO.  (Letto 17448 volte)
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« Risposta #15 il: Settembre 06, 2011, 03:15:23 »

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Editoriale

Ma il compagno P non è il compagno G

di Bruno Manfellotto


L'inchiesta di Monza non tira in ballo un oscuro militante di provincia.

Bersani fa bene a difendere l'onorabilità del Pd, ma deve capire che si chiede molto di più al partito che sbandierò la sua "diversità"

(01 settembre 2011)

Tanto per cominciare, il compagno P. non è il compagno G. Nel senso che Filippo Penati non è l'oscuro militante Primo Greganti incaricato di qualche lavoretto sporco: lì eravamo alla periferia del vecchio Pci del centralismo democratico, qui siamo nel cuore del partito moderno, leggero e riformista. E certo non è la sola differenza con la devastante Tangentopoli degli anni Novanta; ma verrebbe da dire che vent'anni sono passati invano a giudicare da questioni di fondo mai affrontate né risolte: i costi della politica, il finanziamento dei partiti, la loro capacità di rigenerarsi, gli intrecci col mondo degli affari...

Penati, dunque, non è Greganti. E sì che nel partito l'ex presidente della Provincia di Milano già sindaco di Sesto San Giovanni pesava eccome, lui e la sua cospicua lobby interna. Non da ieri. E con una spiccata predilezione per ferro e cemento. Luigi Vimercati, per esempio, fratello del suo capo di gabinetto Giordano, fu sottosegretario nel governo Prodi, e non alla Cultura o all'Ambiente, ma alle Infrastrutture, e oggi è segretario della commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama. Il suo giovane pupillo Pierfrancesco Maran, a 31 anni è già assessore comunale a Milano. Ai trasporti. Non basta. Matteo Mauri, altro collaboratore strettissimo di Penati, è atterrato direttamente alla segreteria nazionale del Pd con la responsabilità della sezione Infrastrutture, Casa, Trasporti ed Expo. Evviva la chiarezza. Nella quale sezione, nel suo piccolo e per occuparsi di trasporto aereo, militava anche Franco Pronzato, gratificato con una tangente di 40 mila euro per aver favorito la nascita della linea aerea Elba-Pisa-Firenze.

Non basterà per parlare di un "sistema Penati", o per applicare al leader del Pd il teorema del "non poteva non sapere"; ma è evidente che i condizionamenti dell'uomo forte del Pd milanese, e le sue tentazioni infrastrutturali e autostradali, devono essere stati tali da determinare perfino i delicati equilibri della segreteria del partito dove sono stati cooptati sia lui sia il suo fedelissimo, e per di più non nel suo momento di fulgore ma dopo due sconfitte elettorali. Sesto caput mundi.

Più passano i giorni, poi, più i particolari dell'inchiesta giudiziaria suonano inquietanti. Ma è evidente come, per paradosso, la politica pesi ormai più della Procura di Monza. La vicenda mostra infatti la fatica che fa il Pd a produrre anticorpi e a restare in sintonia con il paese reale: è vero infatti che alla fine Penati ha abbandonato gli incarichi, e annunciato che non si nasconderà dietro la prescrizione, ma per arrivarci ci sono voluti sei mesi. A dimostrazione pure della miopia con la quale il partito guarda agli umori del Paese.
Chiarezza inoltre andrebbe fatta sul finanziamento dei partiti, e pulizia soprattutto in periferia visto che non c'è amministrazione locale che non brilli per conflitti d'interessi di assessori e consiglieri, per appalti alle imprese di riferimento o agli amici degli amici, e quando ciò non avvenga in cambio di mazzette ecco favori, assunzioni di comodo, contratti e consulenze così border line da rischiare di finire sotto la lente di qualche magistrato. Del resto, da quando non c'è più il Gran Partito centralista e organizzato, al posto dell'apparatniki spiccano i cacicchi.

Siamo meglio di Berlusconi e della destra, si difende Bersani. E ha ragione. Ma non si rende conto che a un partito come il suo si chiede molto di più che agli altri. Non solo perché i suoi sono elettori generalmente più rigorosi ed esigenti; ma perché è giusto pretendere di più da chi ha fatto della propria diversità vera o presunta un'arma di consenso e di propaganda: contro la Dc, contro Craxi, contro Berlusconi, infine nelle grandi battaglie - ingaggiate quasi controvoglia - di Napoli, di Milano e dei referendum.

Ancora di più pesano i comportamenti ineccepibili quando questi finiscano per supplire alla mancanza di idee forti e di proposte convincenti. Perché se lo schermo viene giù, può anche accadere che resti poco, molto meno di ciò che occorrerebbe in un momento di crisi e di confusione. Come quello che stiamo vivendo.

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« Risposta #16 il: Settembre 13, 2011, 10:56:11 »

Quell'anti italiano di Berlusconi

di Bruno Manfellotto

Criticati da Draghi, messi in guardia da Trichet, condannati dalla Merkel, irrisi perfino dalla Spagna.

Governo e ministri escono pessimamente dalla crisi d'agosto.

Mentre il premier abbandona il Paese e ne ignora i guai

(08 settembre 2011)

Ci vuole una bella faccia tosta a dare dell'anti italiano a chi racconti come davvero stanno le cose in questo paese e indaghi su economia, manovra e dintorni. Evidentemente Berlusconi confonde l'informazione con il disfattismo, parola che rimanda a tempi bui, ma a lui assai cara. Del resto, sentirsi dare del disfattista da chi annuncia ai suoi cari di apprestarsi a lasciare questo "paese di merda" (magari lo facesse davvero!) fa parte di quei tragici paradossi ai quali il cavaliere ci ha abituato nel suo triste ventennio. Perché ormai, come i fatti di questi giorni hanno dimostrato e come dovrebbe essere chiaro a tutti, il vero anti italiano è lui.

Una conferma? La settimana più drammatica della Grande Crisi si è aperta lunedì 5 settembre con quattro autorevolissimi allarmi lanciati all'indirizzo dell'Italia e del governo. Il primo porta la firma dell'agenzia di rating Moody's che proprio all'indomani della manovra finanziaria versione tre o quattro, appena annunciata e non ancora approvata, ha dichiarato di tenere sotto osservazione il debito italiano: insomma - ci hanno detto - non pensiamo che queste misure siano tali da ridurne lo stock. Ora, piacciano o no le agenzie di rating, esse sono oggi gli arbitri della partita ai quali guardano i mercati di tutto il mondo.

Il secondo grido d'allarme lo ha lanciato Mario Draghi che presto lascerà la Banca d'Italia per la Bce e che certo non si può scambiare per un acceso militante dell'opposizione: non è detto che la Banca centrale europea continui a comprare i titoli di Stato italiani all'infinito, ha messo in guardia. Subito dopo, terzo avvertimento da Jean Claude Trichet: ogni governo trovi le risorse necessarie a casa sua e adotti gli strumenti indispensabili.

Del resto pochi giorni prima era bastato che la Bce annunciasse l'acquisto di titoli di Stato italiani per spingere Berlusconi & C. ad annacquare la manovra, quasi che il pericolo fosse passato, e a cancellare tutti quei provvedimenti che poi sono stati precipitosamente recuperati, se pur in parte, solo in zona Cesarini. Nel frattempo, però, le Borse avevano divorato un altro pacco di miliardi di euro mentre il differenziale tra titoli italiani e tedeschi toccava nuovi record.

Moody's, Draghi, Trichet. E infine Angela Merkel che è arrivata a dire ciò che pensava da mesi e ancora non aveva detto: Italia e Grecia per me pari sono. Certo, il senso dell'affermazione è tutto politico, perché ognuno sa che così non è, e che le due economie e i due debiti non sono assolutamente paragonabili; verrebbe piuttosto da riflettere su quello che l'Italia ha fatto (o non ha fatto) per meritarsi un simile giudizio. Del resto la stessa domanda dovremmo farcela ripensando a quel che ha spinto perfino la Spagna a vedere nelle debolezze e nelle incertezze del governo italiano l'origine delle turbolenze sui mercati. Il bue dà del cornuto all'asino. Ce lo siamo meritato.

Claudio Lindner ricostruisce bene   limiti, contraddizioni e insufficienze della manovra. Leggendone l'una dopo l'altra le tante diverse versioni appare evidente come Berlusconi & C. abbiano colpevolmente tardato a varare misure utili ad arginare la crisi e non abbiano ancora aggredito il cuore del debito pubblico e le sue fonti. Così come non sapranno avviare subito le riforme necessarie a invertire il senso di marcia.

Arrivati a questo punto, cioè "sull'orlo del baratro" (frase di Emma Marcegaglia), bisognerebbe forse fare uno sforzo di fantasia, immaginare per esempio che Berlusconi sia a Palazzo Chigi solo da un paio di annetti, e dimenticare gli altri quindici costellati di conflitti d'interessi, leggi ad personam, bunga bunga, corruzione di giudici, favori, cricche, Tarantini e Lavitola, telefonate in Questura e telefonate ai latitanti, lavorìo ad personam per non pagare 300 milioni di tasse, e dunque giudicarlo solo per quello che ha fatto per arginare la crisi. Poco, tardi e male. E non lo diciamo noi, ma Moody's, Draghi, Trichet, Merkel, i governi e i mercati d'Europa. Capito ora perché il vero anti italiano è lui?

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« Risposta #17 il: Settembre 23, 2011, 05:10:15 »

Editoriale

Oltre la patonza

di Bruno Manfellotto

Lasciate da parte intercettazioni, lenoni ed escort qual è l'eredità di B.? Un fallimento politico, un deserto di riforme, una manovra economica debole. Per non parlare della credibilità dell'Italia all'estero

(22 settembre 2011)

Si fa una gran fatica a non parlare di patonza (sic!) visto che, gira e rigira, tale questione pare assorbire tutto il tempo che il premier non considera perso, e cioè di fatto la gran parte della sua vita pubblica e privata. E però lo sforzo va fatto. Se non altro per non cadere nella stessa trappola del Cav. che è quella di ridurre intercettazioni, filmati e fotografie a questioni personali e vizietti innocenti. E allora, pur consapevoli del paradosso di un uomo che volutamente scambia pubblico e privato e piega l'uno al servizio dell'altro, andiamo a scoprire l'altra faccia di B. Quella del tempo perso.

Quando si sarà chiusa questa lunga parentesi, Berlusconi lascerà dietro di sé un'eredità oscura e pesante. Innanzitutto, il caos politico. Nel senso che la maggioranza di centrodestra, nata fin dalla sua "discesa in campo" diciassette anni fa, si è via via sfarinata fino a diventare qualcosa di molto diverso da quello che fu. Prima se n'è andato Pier Ferdinando Casini, poi ha mollato con clamore Gianfranco Fini, e perfino la granitica fede leghista si è incrinata sulle conseguenze politiche del Cav, vedi Flavio Tosi e Roberto Maroni. Per non dire del lungo elenco di scontenti dichiarati: Roberto Formigoni e Claudio Scajola, Gianni Alemanno e Antonio Martino e addirittura l'ex fido avvocato Gaetano Pecorella; e di dubbiosi silenti: come Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Certo, Scilipoti responsabilmente tiene ancora...

Dietro di sé l'Amor loro lascerà pure il deserto delle riforme, dove ha pesato ancora di più la confusione costante tra vizi privati e pubbliche realtà. Pressato dalle sue esigenze processuali, Berlusconi ha sprecato tutte le occasioni che la sua larga maggioranza pure gli ha offerto. La riscrittura della Costituzione, per esempio, che sessant'anni dopo certo esigerebbe adattamenti, è stata immaginata solo perché fosse piegata alle proprie personali esigenze. E la riforma della giustizia - c'è bisogno di spiegare perché ci si debba arrivare? - pensata solo per dilazionare processi, cancellare reati, spuntare le unghie ai magistrati.

Il fallimento di B. passa anche per la sua efficienza di cartapesta e per le sue contraddizioni. Il politico che aveva conquistato il potere sull'onda di Tangentopoli e del fallimento dei partiti, è inseguito oggi da scandali sessuali, e va bene, ma pure da inchieste per mazzette e condanne per corruzione. L'imprenditore che aveva sognato di trasformare Palazzo Chigi in un'azienda privata e il Consiglio dei ministri in un board non ci lascia nulla che non sia stato ordinaria amministrazione.

Ha faticato perfino dinanzi a una crisi epocale come quella che stiamo vivendo, che pure aveva pervicacemente negato, costretto dai veti della Lega a fare e a disfare più volte la manovra economica d'emergenza. Ora l'uomo che avrebbe voluto farsi Reagan si ritrova inchiodato da un debito pubblico fuori controllo e dall'incapacità politica di tagliare la spesa. Se non ci fosse stato Giorgio Napolitano a ricordargli doveri e necessità forse non avrebbe fatto nemmeno quel poco che ha fatto. Insomma, sono venute meno le ragioni per le quali tanti italiani avevano scommesso su di lui.

Nel frattempo, il governo che avrebbe dovuto fare del merito e della concorrenza il suo fiore all'occhiello ha premiato gli amici degli amici, distribuito appalti e patonze in cambio di favori, umiliato apparati dello Stato come la Protezione civile, cooptato fedelissimi nei posti di potere con lo spirito di setta, di lobby, di cricca. E' questa palese incapacità ad agire a minare la scarsa credibilità internazionale sua e dell'Italia fino a cancellarla; a farci accusare di essere noi all'origine dei mali dell'euro. E a trascinarci in serie B.

Su una cosa in verità Berlusconi ha ragione: l'Italia non è la Grecia, e dispone tuttora di risorse straordinarie. Purché sia capace di impegnarsi in un progetto serio e rigoroso di risanamento e di rilancio dell'economia. Cioè a patto che Berlusconi e i suoi cari vadano a casa. Molto presto.

 
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« Risposta #18 il: Ottobre 07, 2011, 04:47:11 »

Editoriale

Cercasi Lega disperatamente

di Bruno Manfellotto

Anni fa, dopo un po' di strada insieme, Bossi mollò B. dandogli del mafioso e del Pinochet.

Oggi sopporta tutto, salva Romano e abbraccia il Cav.

Perché? Non ha paura di buttare via il suo movimento?

(29 settembre 2011)

Aperte virgolette: "Berlusconi è l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia?". Testuale. Chi sarà mai questo estremista della dietrologia? Un'incallita toga rossa della Procura di Palermo? Macché, qui parla un combattivo Umberto Bossi d'antan. Ben diverso da quello che mercoledì 28 settembre dell'anno di grazia 2011 dà mandato ai suoi deputati di votare contro la sfiducia al ministro dell'Agricoltura Saverio Romano. sì, quello inquisito per associazione mafiosa.
Ancora dagli archivi degli anni Novanta: "Con questa gente, niente accordi politici: Forza Italia è un partito in cui milita Dell'Utri, inquisito per mafia". E a proposito del Capo: "Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio". Non è ancora chiaro? Allora leggete qua: "Se quello va a Palazzo Chigi vince un uomo solo, il Tecnocrate, l'Autocrate. Io dico quel che penso, lui fa quel che incassa. Ma vi pare possibile che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini?". Implacabile. Efficace.

L'amarcord potrebbe continuare. Una volta consumata la rottura tra il '94 e il '95, sancita dal ribaltone che scalzò Berlusconi e portò Dini a Palazzo Chigi, Bossi riscopre la durezza degli esordi. E non solo dinanzi al popolo di Pontida. S'è accorto che l'abbraccio con il tycoon di Arcore lo indebolisce, limita gli argomenti di propaganda tipici della Lega, ne raffredda gli empiti populistici. Silvio invade gli schermi, tracima nelle piazze, deborda nel governo. Nel frattempo l'onda lunga di Mani pulite svela il volto nascosto dell'alleanza di centro destra. E Bossi decide di rompere, e di dire a B. tutto quello che le camicie verdi pensano di lui: "Mentre la Lega faceva cadere il regime, lui stava nel Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui è un tubo vuoto qualunquista. Ma non l'avete visto, oggi, tutto impomatato fra le nuvole azzurre?". E quindi giurava: "Non c'è marchingegno stregato che oggi ci possa far rientrare nel cerchio del berlusconismo".
Ma in politica, mai dire mai. E infatti nel 1999, dopo insulti sanguinosi e affondi micidiali, B. & B. ritrovano la via dell'amore politico. Da allora, nonostante mal di pancia e furori che esplodono a Pontida e si reprimono a Roma, l'Umberto stoicamene sopporta tutto quello che aborriva fino al giorno prima: i processi per mafia e per corruzione, le notti svelate dalle intercettazioni, le leggi ad personam, i conflitti d'interessi. Fino al salvataggio degli inquisiti Marco Milanese e Saverio Romano. Dov'è finita la Lega dura e pura? Com'è possibile disperdere al vento un capitale conquistato in anni e anni di lavoro politico? Cosa c'è dietro il nuovo patto di sangue Bossi-Berlusconi?

I minimalisti giurano che all'inizio fu il salvataggio della "Padania", il giornale della Lega travolto dai debiti, generosamente finanziato dal Cavaliere, a commuovere il senatùr fino all'abbraccio finale. I politologi ricordano invece la scommessa federalista, la più profonda ragion d'essere della Lega, sulla quale s'era impegnato il Cavaliere in persona. E chi guarda ai rapporti di forza sottolinea infine il nodo Tremonti (vedi il braccio di ferro su Bankitalia), forza e dannazione della Lega negli anni della Grande Crisi, che Bossi non può sacrificare, pena il proprio drastico ridimensionamento, ma nemmeno difendere fino in fondo.
Spiegazioni convincenti? Chissà. Nei lontani anni Novanta, quelli della rabbia e del rigore, Bossi diceva: "Se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega". Oggi, evidentemente, non è più così, e se cade Berlusconi non è detto che il Nord torni leghista. Intanto, però, a rotolare è il Paese, costretto senza un governo efficiente e con un premier privo di ogni credibilità internazionale. Un Bossi più giovane e in forze avrebbe già staccato la spina.

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« Risposta #19 il: Ottobre 13, 2011, 04:42:04 »

Per chi suona l'Agenzia

di Bruno Manfellotto

Lui dice che non molla, e ti pareva. Ma intanto gli industriali lo abbandonano, la Chiesa lo sconfessa, S&P's e Moody's lo bocciano. E Prodi taglia corto: meglio di lui chiunque altro. Vorrà pur dire qualcosa

(07 ottobre 2011)

Accade che gli imprenditori, versione italiana degli indignados, si siano decisi a licenziare Berlusconi e il suo governo. Compresi i fan di una volta, quelli che abbracciandolo a Parma dieci anni fa e poi applaudendolo a Vicenza cinque anni dopo ne sancirono la prima e la seconda resurrezione, due volte nella polvere eccetera eccetera. Proprio come hanno fatto Standard & Poor's e Moody's, capi di Stato di mezzo mondo e il cardinal Bagnasco ("C'è da purificare l'aria"), compagni di partito e di governo. Come Giulio Tremonti che non perde occasione per smarcarsi dal suo stesso premier. Stavolta, salvo correggersi in extremis, per augurarsi le elezioni, come in Spagna. Cartellino rosso, espulso, squalificato.

Ammorbata o no che sia, l'aria di questa fine stagione soffia su un governo imbelle. Almeno così lo giudicano le agenzie di rating e i mercati finanziari (la cosiddetta "speculazione") che chiedono una cosa prima di ogni altra: l'uscita di scena del Cavaliere. Che non mollerà, dicono lui e i suoi cari. Nella lunga agonia di un sistema, il paese - che pure ha mezzi e risorse per risollevare la testa - appare spappolato, confuso, sbandato. Romano Prodi, che a luglio aveva giudicato rischioso mandare a casa Berlusconi nel pieno di una crisi economica e finanziaria, confessa a "l'Espresso" che a questo punto qualsiasi governo, qualsiasi, sarebbe meglio di quello attuale, paralizzato e screditato.

E se gli industriali si ribellano al papà che li ha blanditi e coccolati accade pure che il più noto di essi, il manager per eccellenza, l'uomo che ha salvato la Fiat dal crac, licenzi addirittura il capo della sua organizzazione di riferimento. La Fabbrica Italiana Automobili Detroit, come parafrasava "l'Espresso" sulla copertina della settimana scorsa, molla la Confindustria (e piano piano l'Italia). Come se l'Arcidiocesi di Milano, che so?, abbandonasse la Conferenza episcopale. Clamoroso.

Il gesto si presta anche, come ogni altro pubblico evento in questo paese, a una lettura politichese. Non del tutto campata per aria visto che i rapporti tra Fiat e Confindustria, pur tesi, hanno retto fino al giorno in cui Emma Marcegaglia ha preferito Susanna Camusso e Raffaele Bonanni a Sergio Marchionne e la rottura si è consumata sul famigerato articolo 8, cioè sulla possibilità di concordare licenziamenti con le organizzazioni sindacali, proprio quando un protocollo Confindustria-sindacati ne vanificava poteri e contenuti. Come lo vogliamo definire, un incidente tecnico o un gesto politico?

Eppure in quell'atto estremo c'è qualcosa di più, e che corre parallelo all'inevitabile decisione della Fiat di ridurre la sua presenza industriale in Italia. Lungo tutto il secolo passato, Fiat & Confindustria hanno determinato il modello di sviluppo del Paese, ne sono stati l'immagine e lo strumento. Il potere politico forniva la rete infrastrutturale, frenava la concorrenza (Ferrovie dello Stato, Alitalia), regolava il mercato (valga per tutti il caso Alfa Romeo); intorno alla fabbrica cresceva l'indotto delle piccole imprese; viale dell'Astronomia, infine, curava i rapporti sindacali e conteneva la contrattazione nazionale, e del resto nella Confindustria la Fiat si specchiava, dando il suo determinante gradimento a presidente e direttore generale.
Ora che anche questo muro è caduto (dopo Tangentopoli, dopo la globalizzazione) e si è spezzato l'equilibrio che teneva insieme poteri forti e deboli, ci accorgiamo che dietro non c'è più nulla.

Basta visitare i capannoni del nord est o le piccole imprese dell'Emilia, fare i conti con i contratti territoriali, locali, aziendali per capire quanto siano lontani da lì la Confindustria e i suoi riti. Ma ancora più preoccupante è riflettere sull'assenza di una qualunque idea di futuro, e sull'anarchia che regna sovrana nel Paese. Sorprende anzi che questo vuoto che ci avvolge non venga occupato, come a Londra o ad Atene, dalla protesta popolare. Anche per questo bisogna fare presto.

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« Risposta #20 il: Ottobre 16, 2011, 10:11:30 »

Editoriale

Come s'esce da questo caos?

di Bruno Manfellotto

In zona Cesarini il governo ottiene la fiducia: 316 sì contro 301 no.

Ma il problema politico è evidente: la maggioranza si sfarina, la Seconda Repubblica si dissolve, l'agonia di un intero sistema è lunga e rovinosa.

Sarebbe ora di cominciare a pensare a ciò che possiamo fare per il dopo. Che prima o poi arriverà

(13 ottobre 2011)

Anche se di stretta misura e in zona Cesarini, Silvio Berlusconi e il suo governo hanno ottenuto alla Camera il voto di fiducia: ostacolo superato con 316 voti a favore. E' fallito dunque il tentativo dell'opposizione di far mancare il numero legale per la decisione del piccolo drappello di radicali - cinque deputati - di non abbandonare l'aula.

Se la strategia dell'opposizione avesse fatto centro, la mancanza del numero legale avrebbe costituito un chiarissimo messaggio politico al Cavaliere e comunque costretto il presidente della Camera a rinviare la seduta. Così non è andata, ma la fiducia conquistata oggi si limita a spostare nel tempo un problema politico evidente: la maggioranza si è ormai sfarinata, il governo è paralizzato. E ricomincerà la ricerca di un sistema per sbalzare di sella Berlusconi, magari ricominciando a premere sui dissidenti e congiurati della maggioranza guidati da Scajola e Pisanu. Ma non sarà così facile.

"Lo spirito è forte, ma la carne è debole", si lascia scappare Beppe Pisanu in un empito di sconsolata sincerità. E se lo dice lui, democristiano di lungo corso, poi berlusconiano critico, dubbioso e dissidente, uomo navigato che sa di antimafia e di servizi segreti, e che ne ha viste e sentite di cotte e di crude, non solo bisogna credergli ma anche rifletterci su. La Seconda Repubblica si dissolve, la maggioranza si sfarina e decine di parlamentari della maggioranza non vedono l'ora di disfarsi del Cavaliere, forse perché ne hanno finalmente compreso limiti e pericoli.

E però per mesi non decidono l'affondo finale, dubitano, frenano, chiedono garanzie sul loro personale futuro. Comincia così una paziente opera di convincimento, misero atto finale di un'agonia politica tanto lunga da sembrare eterna... Il Transatlantico di Montecitorio, vetrina della crisi, si trasforma in un grande suk dove le speranze degli uni cercano concretezza nelle paure degli altri: offerte, richieste, concessioni. In quest'ottica, il voto sull'assestamento di Bilancio 2010 che martedì 11 ottobre ha umiliato Berlusconi - e per la prima volta l'agguato viene dalla stessa maggioranza - e aperto la strada all'ultima spiaggia della fiducia al governo, è stato allo stesso tempo mossa d'assaggio e tentativo di alzare la posta, prova tecnica di affondamento e termometro della temperatura politica dentro la maggioranza.

Fortunatamente non è tutto così. A Milano, per esempio, un avvocato-sindaco sta facendo il suo nuovo mestiere seguendo stile, regole e passione indicando anche una strada possibile. Un'altra Italia c'è e ci crede ancora.
Certo, si fatica assai. Per ora regna il caos, le Borse bruciano miliardi e chi riesce a guadagnare un sacco di soldi lo fa scommettendo sul fatto che i titoli scivolino sempre più giù. Si punta sul peggio. Chi dovrebbe rassicurare non ha più parole, chi dovrebbe intervenire vacilla. Jean Claude Trichet, in procinto di lasciare Francoforte e la Bce, mette in guardia: è rimasto poco tempo per agire, la crisi s'aggrava; nel giorno più caldo, Giulio Tremonti dimentica di andare a votare alla Camera per sostenere un provvedimento che pure ricade sotto la sua personale responsabilità; Angela Merkel e Nicolas Sarkozy commissariano l'Europa rinnovando l'antico patto di ferro e Franco Frattini rompe un lungo silenzio balbettando la tardiva protesta del più debole.

E mentre i mercati confermano che le misure adottate non bastano a frenare la crisi economica e finanziaria, primari banchieri e operatori di Borsa si chiedono quanti punti di spread in meno varrebbe il semplice annuncio di una crisi di governo e l'uscita di scena di Silvio Berlusconi.
Nel giorno in cui s'arenava alla Camera il rendiconto generale dello Stato, mancavano solo due settimane al trasloco di Mario Draghi da Roma alla Bce di Francoforte, ma ancora non era stato possibile avviare la procedura di nomina del governatore della Banca d'Italia, che il legislatore volle complessa e rigorosa proprio per difendere l'autonomia dell'istituto dal potere politico. Peggio della paralisi e dell'inazione, è stato da parte del governo mettere l'uno contro l'altro candidati che non s'erano candidati facendo apparire la Banca d'Italia non la parte lesa, quale è stata in queste ore, ma una fortezza da conquistare. Suicida. La caduta di un intero sistema prova a trascinare con sé tutto ciò che incontra.

Anzi, si è riusciti a fare anche di peggio facendo balenare la candidatura di Lamberto Dini, una trovata che a qualcuno dev'essere apparsa furba assai nelle ore della conta di fedeli e congiurati del Cavaliere. Oddio, Dini, ancora? Diciott'anni dopo che Ciampi, pur di impedirne l'ascesa a Palazzo Koch, propose a Scalfaro la nomina a governatore di Antonio Fazio.

Paralisi. Crisi. Degrado. Potremmo adattare al caos italico le sincere parole del premio Nobel Christopher Sims sull'avvitarsi dell'economia: "Non ho assolutamente idea di come si possa venire fuori da questo macello". Amen.

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« Risposta #21 il: Ottobre 26, 2011, 04:52:59 »

Editoriale

E poi dice che uno parla di declino

di Bruno Manfellotto

Da una parte un ministro accusato di collusioni con la mafia, anzi peggio. Dall'altra una vicenda di sprechi e localismi.

Sono due storie che racconta "l'Espresso", dando la grigia fotografia di un Paese bloccato e ricattato

(21 ottobre 2011)

Questa settimana mi sarebbe piaciuto avere a disposizione non una ma due copertine. Addirittura avrei provato a combinarle insieme, cioè a impaginarle nello stesso spazio, per esaltare il filo che in fondo le lega. quindi E' stato difficile scegliere, e mettere l'una prima e l'altra dopo. Perché in un colpo solo "l'Espresso" è riuscito a fotografare due aspetti particolarmente inquietanti dell'Italietta 2011 e a mostrare - forse meglio di tante analisi e statistiche - il tasso di degrado civile, di irresponsabilità politica e di inquinamento istituzionale con i quali siamo costretti a coabitare in ogni momento della nostra vita quotidiana. Da nord a sud.

Da qualche tempo in qua, specie dopo che la crisi economica si è avvitata su se stessa e il governo sopravvive per il rotto della cuffia a un voto di fiducia dopo l'altro (siamo arrivati a quota 54), Berlusconi e i suoi cari conducono un'aspra battaglia polemica contro quelli che chiamano i "declinisti", cioè contro chi si permette di dire - giornalisti, politici, mercato - che le cose non vanno e che senza una svolta decisa non se n'esce. Chi avesse ancora qualche dubbio, legga dunque le due storie principali di questo numero. L'una dopo l'altra.
Lirio Abbate è riuscito a vedere prima degli altri le carte che la Procura di Palermo ha inviato alla Camera per avere l'autorizzazione ad usare le intercettazioni dell'onorevole Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione "aggravata dall'aver avvantaggiato Cosa Nostra".  Accuse pesantissime. Certo, fino a quando non ci sarà una sentenza definitiva, nessuno potrà trarre conclusioni, ma dagli atti e dalle intercettazioni emerge un quadro assai fosco, tanto che lo scorso marzo lo stesso presidente della Repubblica chiese a Berlusconi una pausa di riflessione quando questi gli propose la nomina di Romano a ministro delle Politiche agricole per ripagarlo della defezione dall'Udc e il passaggio tra i sostenitori del governo, arruolati personalmente dal Cavaliere, che mesi prima gli avevano permesso di resistere all'assalto di Fini.

Consiglio inascoltato, come si sa e, secondo una prassi senza precedenti, "nomina con riserva" del suddetto sospettato. In un solo episodio, ecco dunque sgarbi istituzionali, collusioni con la mafia, mercimonio del Parlamento. Non è degrado, questo?
Ma lasciamo stare Roma ladrona e il sud criminale e spostiamoci nel nord padano che si vorrebbe efficiente, produttivo, libero da condizionamenti politici. Bene, si legga allora il diario di Fabrizio Gatti dall'aeroporto fantasma di Brescia, e si dia un'occhiata alle tabelle che riassumono sprechi, costi e malfunzionamenti di uno scalo che conta 63 dipendenti ma nessun passeggero e che ha accumulato in pochi anni perdite per 40 milioni. E non è certo l'unico con queste prerogative, perché si sono costruite piste inutili e improduttive anche a Parma, Albenga, Cuneo, Forlì, Bolzano e giù giù fino a Tortolì, solo perché qui o là ha alzato la voce una lobby, un potentato, un boss. Anche questa è casta, anche questo è spreco di denaro pubblico. Anche questo è declino.

Silenzio o collusione con la criminalità organizzata. Resa al federalismo della lottizzazione e degli interessi territoriali, di categoria, personali. Due mali che hanno radici antiche, ma che sembrano aver conquistato se non legittimità almeno assuefazione generale. Sarebbe cosa buona e giusta se queste brutte abitudini fossero tra quelle che hanno fatto nascere nel cardinal Bagnasco l'esigenza di "purificare l'aria". Insomma, chissà se il fermento che si fa strada nel mondo cattolico abbia in animo di spazzare via tutte i cattivi costumi divenuti regola, compresi l'omertà e l'arroganza localistica che come zavorra bloccano e avviliscono il Paese. Perché se così non fosse e si stesse facendo solo politichetta, disperderemmo anche l'ultimo sussulto di impegno etico, di ricerca del bene comune e di solidarietà, di appello a un'emergenza da ricostruzione post bellica.


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« Risposta #22 il: Ottobre 30, 2011, 05:43:57 »


Editoriale

Berlusconi: l'ultimo pastrocchio

di Bruno Manfellotto

Il premier ha fatto il piazzista a Bruxelles ma ha ottenuto solo di prolungare l'agonia di un esecutivo già morto.

Perché le sue misure finanziarie non sono credibili e in Parlamento resta aggrappato a due-tre voti di scarto

(28 ottobre 2011)

Dell'ennesimo pastrocchio si ebbe notizia, sotto forma di flash dell'agenzia Ansa, alle 14,00 di martedì 25 ottobre, quando Silvano Moffa, deputato della ossequiente pattuglia dei Responsabili, annunciò una lettera di Silvio Berlusconi ai leader europei sulla contestatissima riforma delle pensioni. Questa non avrebbe aiutato più di tanto a risolvere i guai della crisi, ma certo sarebbe servita a prolungare di un po' l'agonia di un governo tecnicamente già morto, il cui certificato di non esistenza in vita era stato appena stilato dal vertice europeo di Bruxelles e vidimato dal sorrisetto sardonico in diretta tv di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.

Mai era stato raggiunto un livello così basso nella credibilità internazionale della povera Italietta. In passato, e non solo in vista della nascita dell'euro, il cosiddetto "vincolo esterno", insomma i richiami degli altri condòmini di Casa Europa a una più rigorosa politica economica e di bilancio, aveva funzionato da collante: alla fine, pur se controvoglia, tutti si piegavano sempre alle ragioni dei numeri e della convivenza. Stavolta no: resistenze, distinguo, obiezioni sia nella maggioranza sia nell'opposizione hanno sfilacciato gli ultimi brandelli di affidabilità. Forse anche per questo l'irrisione riservata al premier dai due azionisti di riferimento della Ue è andata molto al di là delle colpe e dei conti dell'Italia, che pure sono imperdonabili le prime e scassati i secondi. E proprio per questo l'umiliazione dovrebbe farci riflettere.

La virtuosa Germania, per esempio, ha nascosto i suoi guai dietro la crisi greca e le inadempienze italiane. Che però non cancellano del tutto un sistema del credito da cui tracimano titoli tossici, greci e non solo, e un sistema politico che ha ingabbiato Merkel dentro i condizionamenti del Parlamento tedesco, senza il cui via libera la Cancelliera nulla può. Meglio non sta la Francia di Sarkozy che non brilla per deficit e debito, trema all'idea di perdere una delle sue tre A (ah, la grandeur!), e che se fosse costretta a ricapitalizzare da sola le sue banche, anch'esse zeppe di titoli pubblici di Paesi a rischio, vedrebbe il rapporto debito-Pil schizzare a quota 130: più o meno come la maltrattata Italia di Silvio & Giulio.

Allora, perché ce l'hanno proprio con noi? Perché siamo l'anello più debole della catena e perché un governo capace di assumere decisioni non c'è più da mesi: vive appeso al filo di un paio di voti; annuncia riforme che non farà mai; abbandona il Mezzogiorno alla disoccupazione e alla criminalità; rischia di trasformare la nomina del governatore della Banca d'Italia in una squallida lottizzazione; sopporta che un suo rappresentante dentro la Bce, Lorenzo Bini Smaghi, nascondendosi dietro cavilli giuridici, decida se, come e quando lasciare un posto sul quale siede solo perché il suo governo ce l'ha messo; urla ai quattro venti (Umberto Bossi) che il nuovo presidente della Bce trama contro il premier e il governo che a quella carica lo hanno designato; non riesce a studiare misure finanziarie credibili per chi ci tratta come una repubblica delle banane. Per non dire di escort, corna e barzellette. Insomma, il contrario di ciò che dovrebbe fare per non apparire ciò che appare.

Quanto ancora dobbiamo andare avanti così? Nel loro spettacolo "Anestesia totale", Marco Travaglio e Isabella Ferrari rileggono un illuminante Montanelli che nel '94 saluta la caduta del primo governo Berlusconi: "Finalmente! Finalmente ci siamo liberati di questa ossessione... Finalmente potremo ricominciare a discutere della pubblica amministrazione e della pubblica finanza senza il timore che qualsiasi proposta venga propugnata o combattuta secondo gli interessi di Berlusconi... Finalmente potremo occuparci di problemi che non siano soltanto la Fininvest di Berlusconi... Finalmente la Corte di Cassazione potrà avallare o bocciare sentenze che non siano in odore di favoreggiamento o di danneggiamento di Berlusconi... Finalmente potremo rialzare la testa...". Finalmente. Aspettando di dirlo anche noi. Presto.

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« Risposta #23 il: Novembre 04, 2011, 02:48:59 »

Un Big Bang per evitarne un altro

di Bruno Manfellotto

Se non ci fosse stato Napolitano a spingere perché il governo si desse da fare, forse B. se ne sarebbe rimasto in Sardegna... Come dice Guido Rossi, peggio del debito c'è solo il debitore.

Bisognerebbe finalmente prenderne atto

(03 novembre 2011)

La mattina di martedì primo novembre, mentre Piazza Affari buttava al vento una ventina di miliardi, il divario tra titoli italiani e tedeschi si avvicinava al punto di rottura e insieme alla Grecia l'Europa intera ballava sul ciglio del default, un ineffabile Silvio Berlusconi si rilassava in una delle sue ville in Sardegna. Non essendo sul posto il fotografo Antonello Zappadu, non siamo in grado di documentare come il premier abbia speso il suo tempo, però possiamo dire che fino a sera le agenzie di stampa lo segnalavano lontano da Palazzo Chigi. E due giorni dopo si sarebbe aperto il G20 di Cannes...

In quelle stesse ore Renato Brunetta era in missione a Shanghai, Paolo Romani in India, Raffaele Fitto a Londra e Giulio Tremonti boh, forse con Bossi alla festa della zucca. Del resto, quando il superministro dell'Economia c'è, i suoi colleghi fanno a gara per contraddirlo; e se invece non c'è, gli scaricano addosso ogni responsabilità: e infatti ci sono voluti tre giorni perché il ministro dello Sviluppo ci rivelasse - udite udite - che il suo collega dell'Economia aveva visto la lettera d'impegni spedita alla Ue. Non l'ha scritta, però l'ha letta. Chissà se l'ha approvata. Evviva. Subito dopo sono ricominciate le manovre per farlo fuori, e magari trovare finalmente un posto per l'ingombro internazionale Lorenzo Bini Smaghi. C'è bisogno di altre conferme per dire che l'Italia è senza governo?

Finalmente, la sera del martedì nerissimo, solo l'estremo appello di un preoccupatissimo Giorgio Napolitano a varare subito le misure economiche che da mesi il governo annuncia e non fa, pena la sostituzione di questa maggioranza sbrindellata con un'altra, ha spinto Berlusconi a rientrare a Roma e a convocare un vertice d'emergenza. Eppure, come molti temevano, le Borse avevano aperto con il segno meno anche prima dell'annuncio choc di Papandreu di un referendum popolare sulle misure anticrisi. Non servono commenti.
Ormai c'è poco tempo. Per evitare il Big Bang evocato in copertina - che non è quello sognato da Matteo Renzi
, ma l'implosione dagli esiti imprevedibili di un Paese senza guida - ci sono poche cose da fare e subito. E poiché si è lasciato senza reagire che la speculazione ci aggredisse, ogni giorno che passa le misure necessarie si fanno più drastiche e pesanti. La verità è che abbiamo lasciato, senza fare nulla per impedirlo, che la crisi greca raggiungesse anche l'Italia mettendo a repentaglio la moneta e l'Europa stessa. Big Bang. Non ancora scongiurato. Anche perché per mesi il governo di B. ha fatto finta di non accorgersene.

Eppure perfino un uomo generalmente moderato e abituato a pesare le parole, come il presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, è arrivato al punto di lanciare pubblicamente un grido di dolore sulla salute delle banche, motore di ogni crescita economica, oggi impossibilitate a fornire credito sufficiente alle imprese, e che per sopravvivere domani potrebbero chiedere aiuto alla mano pubblica o subire scalate straniere. E studiosi di scuole diverse come Prodi, Amato, Quadrio Curzio e Savona scrivono che "il momento è drammatico ed esige provvedimenti immediati" e avvertono che "ogni ritardo può avere conseguenze irreversibili per l'intero Paese". Sull'orlo del Big Bang. Che solo il governo di B. finge di non vedere.

Non è più tempo di nascondersi dietro il facile paravento dei filo e degli anti berlusconiani, dei disfattisti e dei soddisfatti, dei pessimisti e degli ottimisti. Dovrebbero prevalere solo il realismo e la responsabilità utili a giudicare se questo governo sia capace di portare il Paese fuori delle secche in cui è precipitato e da cui nessuno finora lo ha tirato fuori. E se goda ancora di quella credibilità minima necessaria a farci accettare nel club europeo: come ha ricordato Guido Rossi sul "Corriere della Sera", peggio del debito c'è solo la cattiva fama del debitore. Appunto. Forse un Big Bang politico ci aiuterebbe a evitare l'altro Big Bang, quello economico e finanziario.

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« Risposta #24 il: Novembre 20, 2011, 04:59:03 »

Editoriale

Non chiamatelo Super Mario

di Bruno Manfellotto

Ora però mettiamo da parte eccessi e personalizzazioni.

E cerchiamo di capire che una stagione si è chiusa, che ci sono decisioni fondamentali da prendere e che ora c'è la possibilità di tornare a essere un paese normale

(17 novembre 2011)

Il primo nemico da cui Mario Monti dovrà guardarsi sarà proprio Super Mario. Vale a dire quell'insieme di enfasi, personalizzazioni esasperate e aspettative irrazionali evocate da un soprannome che ha accompagnato da subito il tentativo del senatore-professore e la nascita del suo governo tecnico-politico. Per paradosso, i sentimenti più estranei al carattere dell'uomo, ma che si sono inevitabilmente scatenati - con i freni inibitori saltati e tutti gli eccessi del caso - allo spegnersi della lunga stagione berlusconiana vissuta dall'Italia con il debito pubblico più alto, la crescita più lenta e il governo più ingessato d'Europa.

E invece occorrerebbero freddezza, realismo, comprensione piena di ciò che sta accadendo. Per trarne qualche doveroso insegnamento. Guai, per esempio, a non capire che è inutile abbaiare contro i "poteri forti", perché essi si manifestano quando la politica è debole e lontana, e che questa diventa tale solo per colpa di se stessa, non di forze oscure. Del resto, mai come in questo frangente la politica ha latitato: non s'è visto né un governo capace di imbrigliare la crisi, né un'opposizione coesa che si mostrasse pronta a sostituire una maggioranza sfilacciata. Perché meravigliarsi dunque se questa distanza rigorosamente bipartisan ha generato un vasto e diffuso rifiuto della politica? Tanto che se il Paese precipitasse nelle elezioni anticipate e i partiti vi si presentassero con le facce di sempre, il rifiuto sarebbe ancora più vasto e generalizzato, ci scommetterei.

Guai a non rendersi conto, poi, che la crisi economica - di una gravità mai manifestatasi prima, e con la povera Italia costretta sull'orlo del baratro - ha allargato i confini dell'angusto ring della politica facendo saltare regolamenti e rituali che non erano certo stati pensati per l'emergenza. Proprio l'eccezionalità, cioè la constatazione che governo e maggioranza non avevano i numeri e il consenso necessari per navigare nella tempesta, ha consentito a Giorgio Napolitano di tirare la corda più di quanto gli suggerisca il suo modo d'essere, di osare lo strappo della candidatura preventiva di Monti alla guida del governo con quella trovata della nomina a senatore a vita, e ben prima di avviare le canoniche consultazioni con partiti e forze politiche (trentaquattro delegazioni, sì, 34...).

E guai infine a non prendere atto che anche il più tecnico dei governi tecnici, in una situazione estrema come questa, deve trovare forza e sostegno nel Parlamento. A spingere in questa direzione è la convinzione ormai diffusa nel Paese della gravità della crisi e della necessità di adottare misure decise, anche impopolari. Forse è stato anche questo a far crescere il consenso che Monti si è conquistato in pochi giorni nell'opinione pubblica, a favore del quale ha giocato sì l'autorevolezza dell'uomo, ma soprattutto la sua totale estraneità a un certo modo di intendere la politica nel quale gli italiani non si riconoscono più. In questo senso l'esperimento fortemente voluto da Napolitano può davvero sconvolgere nel profondo un sistema ormai logorato, immobile, inquinato e indicare una strada di stili e comportamenti che pensavamo di aver smarrito per sempre.

Del resto, questa è l'ultima possibilità concreta che abbiamo per arrestare la crisi e rimettere in moto la macchina produttiva; e anche per superare il falso bipolarismo all'italiana che ha prodotto un antiberlusconismo di maniera i cui eccessi hanno impoverito la politica tradizionale, reso monca la Seconda Repubblica e sepolto ogni riforma sotto una valanga di veti contrapposti e di principio. I partiti politici, infine, apparentemente messi in secondo piano da un governo tecnico, hanno ora l'occasione di mostrare senso dello Stato anteponendo l'interesse generale a quello proprio e di bottega. Se così faranno, potranno poi ripresentarsi alle elezioni dopo un bagno di responsabilità, maturità, sobrietà, voglia di ricominciare. Magari convincendo gli italiani che stiamo finalmente diventando un paese normale. D'Europa.

 
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« Risposta #25 il: Novembre 25, 2011, 10:57:58 »

Ricomincio da Guarguaglini

di Bruno Manfellotto

Vent'anni fa Mario Chiesa il mariuolo; oggi la grande azienda pubblica madre di tutte le mazzette.

Ieri la seconda Repubblica, oggi la terza?

Di certo la possibilità di fare finalmente piazza pulita di un sistema corrotto

(24 novembre 2011)

E' il 17 febbraio del 1992 quando un giovane imprenditore, Luca Magni, consegna a Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, una valigetta con 7 milioni di lire, metà di una mazzetta concordata per ottenere in cambio l'appalto delle pulizie dell'istituto. Il dieci per cento. Stavolta, però, Magni non è solo: d'accordo con un tenace pm della Procura di Milano, Antonio Di Pietro, si è fatto accompagnare dai carabinieri, e nasconde addosso microfono e telecamera. Preso con le mani nella bustarella, Chiesa corre al bagno per far scomparire nello sciacquone il corpo del reato, i bigliettoni. "Tutto Chiesa e Wc", titolerà Marco Travaglio.

Richiesto di commentare la vicenda - il primo caso clamorosamente svelato di corruzione nel suo partito - il leader socialista Bettino Craxi definì il suo sodale "un mariuolo". Una piccola cosa. E invece stava per deflagrare l'inchiesta Mani Pulite che partendo da quei miseri 7 milioni arriverà fino alla maxitangente Enimont travolgendo tutti i vecchi partiti, a cominciare da Psi e Dc, lanciando sulla scena Berlusconi & Bossi e calando il sipario sulla Prima Repubblica.

Da allora sono passati quasi vent'anni, ma la corruzione diffusa ai confini della politica e degli affari che si voleva estirpare non è affatto scomparsa. Anzi, ha percorso l'intera Seconda Repubblica in un tracimare di cricche, dossier e appalti di favore agli amici degli amici opportunamente oliati: Protezione civile, G8, P4 e via smazzettando. Ora tocca alla Finmeccanica di Guarguaglini e signora inchiodati dalle rivelazioni del pentito di turno.

E' il ritorno di Tangentopoli? E aprirà la strada alla Terza Repubblica così come l'altra la spianò alla seconda?
A prima vista il meccanismo sembra quello di sempre. L'azienda presa d'assalto da corrotti e corruttori è pubblica, cioè controllata dallo Stato, e pubblici sono i soldi che essa spende per appalti e investimenti. I suoi manager sono dunque nominati dal potere politico che poi in cambio pretenderà favori, aiuti, attenzioni. Per sé, per la corrente, per i familiari. E soldi, tanti soldi. E' dunque necessario costituire un'ingente provvista di denaro in nero, obiettivo che generalmente si raggiunge creando società collegate con la casa madre abili nel gioco delle sovrafatturazioni. Così oggi in Finmeccanica, Enav e Digint; così come in Enac, a Bari e a Sesto San Giovanni ieri. Per non dire di Fininvest l'altro ieri.

Tutto come vent'anni fa, dunque? Più o meno, ma con qualche significativa differenza. Tanto per cominciare, qui non si sta parlando di un qualsiasi Credito fiorentino di Denis Verdini o di una scatola vuota a disposizione di una cricca. La Finmeccanica che ora appare come lo squallido snodo di ogni maneggio, è una grande azienda dal passato illustre, una delle massime in Italia, forse la sola con l'Eni il cui nome e la cui fama siano intimamente legati all'immagine stessa del Paese, leader nei settori chiave della difesa e dell'alta tecnologia. Insomma, ha sempre rappresentato all'estero il volto positivo dell'Italia che nonostante tutto funziona. Fino alla scoperta di mazzette e corruzione. Che, altro dettaglio che colpisce, hanno rivelato una preoccupante pochezza delle persone e dei comportamenti che si faticava a immaginare. Almeno i tangentisti potessero rivendicare una loro censurabile grandezza...

Stavolta, poi, la tempesta è scoppiata nelle ore in cui ha preso forma e sostanza un governo che ha fatto della rinascita etica ed economica del Paese - "rimontiamo" - la sua carta d'identità. Tanto più che l'azionista di riferimento della Finmeccanica finita nelle carte dei pm è il ministero dell'Economia retto in prima persona dallo stesso presidente del Consiglio. Che, se dio vuole, non ha da fare i conti con Mokbel o con Marco Milanese. Se per una volta si riuscisse a fare davvero piazza pulita sarebbe un altro bel segnale per i cittadini stanchi di arroganza e malcostume. E poi, in casi come questi non valgono né immunità parlamentare né articolo 18...

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« Risposta #26 il: Dicembre 02, 2011, 06:06:59 »

Pochi giorni, poche settimane

di Bruno Manfellotto

Non c'è molto tempo per approvare le misure economiche e mettere un po' di benzina nel motore dell'economia. Già si sentono arrivare campagna elettorale e semestre bianco. E quando succederà, tutto si fermerà e sarà di nuovo guerra

(01 dicembre 2011)

"Non può durare molto" titolava minaccioso "Il Giornale" di mercoledì 16 novembre, giorno in cui Mario Monti saliva al Quirinale per sciogliere la riserva. Sogno di una morte annunciata. Da allora è stato un continuo accusare il governo di inefficienza e incapacità, di lentezza e non decisione, e non è mancato nemmeno l'antipasto di macchina del fango sotto forma di appartenenze a massonerie di ministri e sottosegretari. E del resto, nel Pdl è già tutto un agitarsi per una campagna elettorale che si vorrebbe prossima e che fin d'ora si può immaginare centrata sul no all'euro e sul ritorno alla liretta, e su populismo, nazionalismo e anticomunismo riemergente.

Perfide Gallia e Germania.

Nel frattempo, però, è anche tutto un salamelecco al tecnogoverno e un trionfo di responsabilità ostentata: la situazione è grave, sosterremo ma vigileremo ("Con opposizione dura e maschia", copyright Angelino Alfano). Pdl partito di lotta e di governo. Secondo l'arte raffinata del chiagni e fotti nella quale B. eccelle e i suoi gli corrono appresso.

Ora, intendiamoci, il governo Monti è nato in fretta e a fatica, così come a fatica è stata stilata la lista dei ministri e poi ancora di più quella di sottosegretari e vice, soprattutto per resistere alle indicibili pressioni, ma guarda un po', di Berlusconi & C. E certo, bisogna dirlo, questo governo segna un passo indietro della politica tradizionale sospendendo per qualche tempo la democrazia della rappresentanza diretta, due questioni non solo nostre che preoccupano assai anche il filosofo Habermas. Ma nel fare queste valutazioni sul governo Monti non si può dimenticare quale caos lo abbia generato e quale abisso di incapacità, di paralisi e di sospensione di ogni minima decisione abbia caratterizzato i due anni di non governo che ci siamo lasciati alle spalle.

E poi conflitti, come dire?, di relazioni certo potrebbero esplodere se il socio forte di questo governo, oggi superministro dello Sviluppo, fino all'altro ieri sfogliava da ultimo banchiere di sistema dopo l'uscita di scena di Cesare Geronzi i più importanti dossier economico-industriali del Paese; e se tra sottosegretari e vice ministri abbondano capi di gabinetto, consiglieri e collaboratori del governo che fu. E però vedere questi ditini alzati dopo che per vent'anni si è bellamente ignorato che il capo di un partito poi capo del governo sia proprietario di quotidiani, periodici e della massima impresa televisiva privata e politicamente controlli - tuttora - la sua concorrente pubblica, che ex magistrati siano diventati ministri della Giustizia ed ex avvocati di casa Berlusconi firmatari di progetti di legge ad personam, fa lo stesso effetto che leggere di poteri forti e massonerie su giornali i cui azionisti di riferimento, dall'ex premier in giù, s'erano rapidamente messi in tasca la tessera della P2.

Vicende, comunque, che scivolano sulla maggior parte degli italiani come acqua sul vetro perché moltissimi pensano che solo questo governo possa (e sia costretto a) portare a termine ciò che i predecessori avevano rinunciato a fare prolungando così la loro agonia politica e aggravando la malattia finanziaria ed economica dell'Italia. Tanto è vero che finora nessuno, tantomeno un gabinetto di tecnici, aveva goduto di così alti indici di gradimento come quello di Mario Monti nato sull'onda di una definitiva disillusione nei partiti tradizionali.

Ora, però, non c'è più tempo. Ora ci sono solo pochi giorni per definire un pacchetto di misure da economia di guerra; e subito dopo solo poche settimane per avviare le pratiche più importanti, mettere un po' di benzina nel motore, distribuire meglio carico fiscale e sacrifici. Poi, probabilmente, la pressione dei partiti, la temperatura della campagna elettorale imminente e l'avvicinarsi del semestre bianco che porterà all'elezione del presidente della Repubblica, spazzerà via i sogni, le residue possibilità di fare e la sospensione delle ostilità. Speriamo che a quel punto l'Italia ce l'abbia fatta.

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« Risposta #27 il: Dicembre 10, 2011, 10:32:26 »

Editoriale

Il Passera finto e quello vero

di Bruno Manfellotto

Gira su Twitter un falso superministro che annuncia le cose giuste che il vero dovrebbe fare e invece non fa

(08 dicembre 2011)

Gira sul web un clone di Passera, nel senso di Corrado. Da qualche giorno infatti un anonimo navigante burlone e provocatorio invade Twitter con messaggi firmati dal superministro dello Sviluppo economico che però del ministro non sono. A mezzanotte di lunedì 5 dicembre, per esempio, è andato in rete il seguente messaggio: "Non escludo un'asta per le frequenze tv". Purtroppo non era vero. Peccato, ci sarebbe piaciuto assai il contrario. Del resto, presentando il giorno prima la manovra, a una precisa domanda Passera - quello vero - aveva risposto: "Non abbiamo ancora esaminato il problema delle frequenze tv". Amen.

Insomma, se ne parlerà presto o non se ne parlerà mai più? Beata ambiguità. Durata poco, però. Martedì 6, una nota d'agenzia ufficiosa ma che sembrava bene informata spiegava che di frequenze all'asta non era il caso di parlare. Eppure si tratta di una questione maledettamente importante, per forma e sostanza. E che quindi merita proprio per questo di essere brevemente riassunta.

Il passaggio al sistema televisivo digitale ha liberato un certo numero di frequenze. Metterle in vendita all'asta sarebbe stata la cosa più saggia, utile e finanziariamente conveniente; e invece, quand'è stato il momento, il governo Berlusconi ha deciso di distribuirle gratuitamente tra chi già occupa il mercato ma - dopo le pressioni dell'Unione Europea - attraverso una sorta di gara, di concorso di bellezza (chiamato, appunto, "beauty contest"). Solo che a questo si partecipa, come dire?, solo per titoli e specifiche tecniche. E c'è bisogno di dire che il bando è stato scritto su misura per Rai e Mediaset? E in modo tale da garantire proprio a Rai e Mediaset le frequenze migliori? Proprio così, tanto è vero che Sky, visti i requisiti richiesti che la davano per sconfitta in partenza, ha preferito rinunciare. Non senza aver annunciato ricorsi legali.

Ora però i tempi stringono, entro fine mese tutto potrebbe essere concluso proprio con un regalo mascherato da concorso per titoli. Il governo Monti, però, non è il governo Berlusconi e il premier che c'è oggi non è per fortuna quello che c'era tre settimane fa: all'ex Commissario europeo alla concorrenza non può non piacere la soluzione dell'asta a pagamento, e se fosse ancora a Bruxelles spingerebbe l'Italia su quella strada. Un'asta, per di più, che consentirebbe allo Stato di ricavare dalla vendita una bella somma, 4-5 miliardi, più o meno quanto incasserà con la stretta sulle pensioni e molto di più di quanto renderanno tasse sul lusso e patrimonialine mascherate.

Senza contare poi il profondo, innovativo significato che avrebbe una decisione del genere. L'avvio della liberalizzazione del mercato televisivo metterebbe finalmente in discussione lo storico duopolio Rai-Mediaset, sorretto finora - nel silenzio generale - dal patto politico-istituzionale-aziendale stipulato tra i due maggiori partiti e le due maggiori aziende televisive all'atto della discesa in campo di Berlusconi; avvierebbe alla fine la lunga stagione di lottizzazione esasperata e di mala gestione di cui la vicenda Minzolini è solo il triste epilogo. Senza contare che basterebbe un gesto altamente simbolico come questo per spazzare via d'un colpo i mille sospetti di inciuci, di accordi sotterranei, di concessioni all'ex premier che hanno accompagnato l'uscita di scena di Berlusconi e la nascita del governo Monti.

Sarebbe una scelta tutta tecnica, perché giustificata dai fatti e dalle esigenze di mercato, per niente condizionata - finalmente - da vincoli politici: non è questo che si chiede a un governo tecnico?
Qualche giorno fa, durante "Otto e mezzo" di Lilli Gruber, mi interrogavo sul perché il governo Monti non avesse ancora aperto questa benedetta asta di frequenze tv. "Chiedilo a Passera", sbottava Vittorio Feltri con un sorrisetto malizioso. Al netto di quell'arrière-pensée: caro ministro Passera, perché la manovra ha dimenticato per settimane la vendita delle frequenze? E ripensamenti?

 
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« Risposta #28 il: Dicembre 17, 2011, 11:25:00 »

Editoriale

Che fine hanno fatto i partiti

di Bruno Manfellotto

Dicono i sondaggi che se si andasse alle elezioni oggi la metà degli italiani rimarrebbe a casa o non saprebbe per chi votare.

Problema da affrontare subito. Perché quando sarà finito il lavoro dei professori...

(16 dicembre 2011)

Dicono i sondaggi, per quel che possono valere a così grande distanza dal voto, che il partito di Silvio Berlusconi continua a perdere consensi e quello di Pier luigi Bersani a guadagnarne. Cosicché, se si andasse oggi alle elezioni il Pdl non raggiungerebbe il 25 per cento e il Pd sarebbe vicino al 30. quanto poi ai quattro leader del Centro - Casini, Fini, Rutelli e Lombardo - tutti insieme non arriverebbero al 13. E però senza di loro non raggiungerebbe la maggioranza né il centrosinistra né il centrodestra, fermo il primo al 41,5 per cento dei consensi e al 35,2 il secondo.

Vabbè, d'accordo. Ma dal momento che ora c'è ben altro a cui pensare, perché star dietro a voti e a percentuali? Perché in fondo, pur se indirettamente, questi orientamenti potrebbero anche essere letti come un giudizio sul governo Monti e sulla sua manovra, e soprattutto come un voto di fiducia o di sfiducia sui partiti che quella soluzione tecnica hanno voluto e che per consentirla hanno fatto, per così dire, un passo indietro.

Lette così, le indagini dei sondaggisti offrono spunti interessanti. Perde peso il Pdl che ha dato tiepido appoggio a un governo subìto più che voluto. Scendono, se pur di poco, i partiti di centro ad eccezione dell'Udc di Pier Ferdinando Casini che più di ogni altro si è speso per una maggioranza molto ampia, per la soluzione Monti e nel difendere il suo pacchetto di misure. A differenza di quanto si possa pensare scorrendo l'elenco di provvedimenti dolorosi e impopolari - pensioni, tasse, Ici - non vengono premiate le forze politiche che più di altre osteggiano il governo, né da destra né da sinistra: giù Di Pietro, giù Vendola, giù la Lega. Al contrario, gli unici segni più li conquistano, appunto, Casini e Bersani che ha spinto il Pd nella maggioranza che sostiene Monti e che alla fine ne approverà la manovra finanziaria.

Tutto bene, dunque? Come spesso accade in politica e non solo, le cose non sono così semplici. C'è un altro dato illuminante nelle rilevazioni di questi giorni, forse il più importante: il numero degli indecisi è ancora molto alto: oltre il 17 per cento; per non dire di quanti annunciano la loro astensione dal voto i quali, uniti a chi voterebbe scheda bianca, sfiorano il 34 per cento. Contati i primi e i secondi, a conquistare la maggioranza del 51 per cento sarebbe dunque il partito degli sfiduciati, degli scettici, dei disincantati. Con un'espressione ormai consunta, il partito dell'antipolitica. Che cresce sempre di più.

Segnale allarmante. Si ha insomma l'impressione - leggendo i giornali, scorrendo i sondaggi e seguendo i talk show - che i partiti rivolgano ormai le loro attenzioni solo a chi già sia nella loro agenda politica tralasciando, dimenticando, comunque sottovalutando quella fetta sempre più numerosa di italiani, specialmente i più giovani, che non si vedono affatto rappresentati e anzi si sentono sempre più emarginati dalla politica.

Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma certo si è aggravato quando dinanzi all'esplodere della crisi "i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca" (Gustavo Zagrebelsky, "la Repubblica") e lasciato che fosse Monti a fare ciò che loro stessi riconoscevano di non poter fare. Quando poi si è trattato di correggere la manovra, di renderla più equa e di rivendicare stimoli alla crescita dopo tanta pioggia di tasse e paure di recessione, s'è sentita più la voce dei sindacati - e, d'altra parte, delle lobby e delle corporazioni - di quella dei partiti. Afoni. A meno che all'ordine del giorno non ci fosse la destituzione di Minzolini dal Tg1 e la scelta di un successore.

Durante il suo intervento alla Camera, martedì 13, rivolto ai suoi critici Monti ha osservato: "E' vero che non occorrevano dei professori per questa manovra, ma mi chiedo perché non l'avete fatta prima voi? Ci avete chiamato perché eravate paralizzati da blocchi incrociati, spero che torniate voi a guardare al futuro". E sì, a un certo punto i partiti torneranno sulla scena politica. Ma rischiano di trovare un deserto.

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« Risposta #29 il: Dicembre 21, 2011, 06:32:49 »

Editoriale

Che fine hanno fatto i partiti

di Bruno Manfellotto

Dicono i sondaggi che se si andasse alle elezioni oggi la metà degli italiani rimarrebbe a casa o non saprebbe per chi votare.

Problema da affrontare subito. Perché quando sarà finito il lavoro dei professori...

(16 dicembre 2011)

Dicono i sondaggi, per quel che possono valere a così grande distanza dal voto, che il partito di Silvio Berlusconi continua a perdere consensi e quello di Pier luigi Bersani a guadagnarne. Cosicché, se si andasse oggi alle elezioni il Pdl non raggiungerebbe il 25 per cento e il Pd sarebbe vicino al 30. quanto poi ai quattro leader del Centro - Casini, Fini, Rutelli e Lombardo - tutti insieme non arriverebbero al 13. E però senza di loro non raggiungerebbe la maggioranza né il centrosinistra né il centrodestra, fermo il primo al 41,5 per cento dei consensi e al 35,2 il secondo.

Vabbè, d'accordo. Ma dal momento che ora c'è ben altro a cui pensare, perché star dietro a voti e a percentuali? Perché in fondo, pur se indirettamente, questi orientamenti potrebbero anche essere letti come un giudizio sul governo Monti e sulla sua manovra, e soprattutto come un voto di fiducia o di sfiducia sui partiti che quella soluzione tecnica hanno voluto e che per consentirla hanno fatto, per così dire, un passo indietro.

Lette così, le indagini dei sondaggisti offrono spunti interessanti. Perde peso il Pdl che ha dato tiepido appoggio a un governo subìto più che voluto. Scendono, se pur di poco, i partiti di centro ad eccezione dell'Udc di Pier Ferdinando Casini che più di ogni altro si è speso per una maggioranza molto ampia, per la soluzione Monti e nel difendere il suo pacchetto di misure. A differenza di quanto si possa pensare scorrendo l'elenco di provvedimenti dolorosi e impopolari - pensioni, tasse, Ici - non vengono premiate le forze politiche che più di altre osteggiano il governo, né da destra né da sinistra: giù Di Pietro, giù Vendola, giù la Lega. Al contrario, gli unici segni più li conquistano, appunto, Casini e Bersani che ha spinto il Pd nella maggioranza che sostiene Monti e che alla fine ne approverà la manovra finanziaria.

Tutto bene, dunque? Come spesso accade in politica e non solo, le cose non sono così semplici. C'è un altro dato illuminante nelle rilevazioni di questi giorni, forse il più importante: il numero degli indecisi è ancora molto alto: oltre il 17 per cento; per non dire di quanti annunciano la loro astensione dal voto i quali, uniti a chi voterebbe scheda bianca, sfiorano il 34 per cento. Contati i primi e i secondi, a conquistare la maggioranza del 51 per cento sarebbe dunque il partito degli sfiduciati, degli scettici, dei disincantati. Con un'espressione ormai consunta, il partito dell'antipolitica. Che cresce sempre di più.

Segnale allarmante. Si ha insomma l'impressione - leggendo i giornali, scorrendo i sondaggi e seguendo i talk show - che i partiti rivolgano ormai le loro attenzioni solo a chi già sia nella loro agenda politica tralasciando, dimenticando, comunque sottovalutando quella fetta sempre più numerosa di italiani, specialmente i più giovani, che non si vedono affatto rappresentati e anzi si sentono sempre più emarginati dalla politica.

Non è un fenomeno del tutto nuovo, ma certo si è aggravato quando dinanzi all'esplodere della crisi "i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca" (Gustavo Zagrebelsky, "la Repubblica") e lasciato che fosse Monti a fare ciò che loro stessi riconoscevano di non poter fare. Quando poi si è trattato di correggere la manovra, di renderla più equa e di rivendicare stimoli alla crescita dopo tanta pioggia di tasse e paure di recessione, s'è sentita più la voce dei sindacati - e, d'altra parte, delle lobby e delle corporazioni - di quella dei partiti. Afoni. A meno che all'ordine del giorno non ci fosse la destituzione di Minzolini dal Tg1 e la scelta di un successore.

Durante il suo intervento alla Camera, martedì 13, rivolto ai suoi critici Monti ha osservato: "E' vero che non occorrevano dei professori per questa manovra, ma mi chiedo perché non l'avete fatta prima voi? Ci avete chiamato perché eravate paralizzati da blocchi incrociati, spero che torniate voi a guardare al futuro". E sì, a un certo punto i partiti torneranno sulla scena politica. Ma rischiano di trovare un deserto.

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