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Autore Topic: 88 TESI per la definizione della piattaforma programmatica de L'ULIVO (12/1995)  (Letto 3608 volte)
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« il: Gennaio 13, 2011, 04:25:41 »

LA DIREZIONE

Pd, Bersani chiede la conta I veltroniani: "Voteremo contro"

Il segretario: "I prossimi mesi decideranno per i prossimi anni e sono alla ricerca del massimo di unità visto il passaggio delicato.

Ma serve anche chiarezza e meno liti". "Dobbiamo metterci alla guida della riscossa italiana o il Paese si disgrega". 

"Primarie? Da riformare". Modem critica alleanze e Fiat


ROMA  - Pier Luigi Bersani vuole la conta. E alla direzione del Pd che lo ascolta chiede di votare sulla sua relazione. "I prossimi mesi decideranno per i prossimi anni - sottolinea il segretario nazionale - sono alla ricerca del massimo di unità visto il passaggio delicato". Ma, aggiunge, "serve anche chiarezza e chiederò che la direzione si assuma le sue responsabilità attraverso un voto". Poi un nuovo appello all'unità del partito: "Sento la necessità di fare un forte richiamo a uno stile di discussione composto e solidale. Non possiamo accettare che una deriva di stile di questo genere ci indebolisca in un anno di combattimento". Parole che non convincono l'area veltroniana: "Movimento democratico, voterà contro la relazione di Bersani" annuncia Paolo Gentiloni. Una spaccatura che l'ex popolare Franco Marini minimizza: "Non c'è nessun dramma. E' democrazia se un partito ha una maggioranza e un'opposizione. E' la cosa più normale del mondo".

Secondo Bersani, che cita Aldo Moro e la sua strategia "della terza fase" per uscire dall'emergenza, il Pd deve mettersi "alla guida della riscossa italiana o il Paese si disgrega".  Perché quello attuale, continua Bersani, non è un passaggio "ordinario": "La situazione è molto seria per certi versi pericolosa. C'è una perdita di orizzonte".

Alleanze.
Ed è in ques'ottica che si inserisce il discorso sulle alleanze. Il perimetro delineato dal segretario prevede che si discuta il progetto "sia con le forze di sinistra e di centrosinistra interessate a una reale, stringente e non ambigua prospettiva di governo, sia con le forze di opposizione di centro e che si dichiarino di centro". Restano fuori "le forze impegnate nella ristrutturazione del centrodestra". "Ma attenzione, sottolinea il segretario nazionale, noi non siamo quelli che bussano alle porte per vedere chi ci fa entrare: la proposta è per il paese, noi diciamo quello che secondo il Pd serve al paese. Alla fine si tireranno le somme".
E anche Massimo D'Alema sposta in avanti l'orizzonte temporale: "Sulle alleanze non c'è nulla decidere. Non ci sono le elezioni".

Attacco a Berlusconi.
Il segretario vede un bivio davanti a Berlusconi. Da una parte "navigare a vista con limiti e condizionamenti", dall'altra "tentare lo strappo forzando la mano, magari affidando il compito alla Lega". Dunque, insiste l'ex ministro del governo Prodi "se vogliamo rimontare un decennio berlusconiano dobbiamo lavorare immaginando un'agenda riformista per i prossimi dieci anni".
Un'agenda che comprende anche una riforma della legge elettorale che preveda il doppio turno con quota proporzionale. Oggi, continua Bersani "è necessario che la politica indichi una nuova strada a queste risorse e queste energie. Il Pd deve mettersi alla testa della riscossa del Paese altrimenti si rischia che l'Italia si disgreghi. La capacità di riforme può venire solo da noi, la destra non è stata capace di fare le riforme".

Primarie.
"Nessuno le vuole abolire ma per salvarle bisogna riformarle. Serve una riflessione su come funzionano". Bersani entra così nelle polemiche sulla consultazione popolare per la scelta dei candidati. Rilanciando la neccessità di nuove regole.

Federalismo.
"Noi abbiamo la nostra proposta sul federalismo. Abbiamo le nostre discriminanti e non accetteremo un federalismo sgangherato e delle nebbie" dice Bersani spiegando anche che "non ci impressionano i giochi tattici come quelli della Lega".

Conferenza nazionale.
Sarà un appuntamento che si dovrà tenere entro la fine di quest'anno. L'obiettivo è "una discussione che parta dalla testa. Bisogna cioè parlare della democrazia che abbiamo in mente e dell'evoluzione democratica in Italia". Bersani, poi, torna ad attaccare il populismo del Pdl: "Potevamo anche chiamarci Popolo democratico, ma abbiamo scelto Partito democratico e siamo gli unici ad averlo fatto. Questo avrà qualche legame con il fatto che vogliamo lottare con il populismo? Avrà qualche legame con il fatto che Berlusconi vuole chiamare Italia il suo partito? In attesa che Berlusconi lo chiami 'mamma'...".

Fiat.
Bersani, inoltre, chiede "nuove regole sulla rappresentanza", conferma che il Pd rispetterà l'esito del referendum su Mirafiori e critica il governo che ha lasciato soli i lavoratori. ''Ieri Berlusconi avrebbe dovuto farsi spiegare dalla Merkel come ha gestito la crisi dell'auto e della Opel. Obama ha fatto lo stesso e anche Sarkozy. Solo Berlusconi e' stato con le mani conserte''. Perplesso il sindaco di Torino Piero Chiamparino: "Mi aspettavo parole più nette e certe a sostegno del sì. Devo andare via, ma mi sarei astenuto".
Mentre D'Alema circoscrive il disagio interno: "Lo provano in pochi. Un partito non può invadere il campo del confronto sindacale ma Bersani ha fatto bene a sottolineare che manca un'azione della politica".

Franceschini e le alleanze. 
La scelta del Pd di cercare un dialogo con Fini e Casini "è stata giusta, è servita ad indebolire Berlusconi e bisogna continuare senza farsi condizionare dalle interviste" dice Dario Franceschini a nome di Areadem. Che, per bocca di Gianclaudio Bressa, polemizza con Modem: "Come si può continuare a gestire importanti incarichi in un partito di cui non si condivide la linea?".

Veltroniani contro.
Gentiloni critica l'impostazione della relazione di Bersani, a partire dalla questione Fiat: "Dobbiamo stare dalla parte di Marchionne? Non è questo il punto. Ma il Pd dovrebbe essere a sostegno del 'si' all'accordo di Mirafiori in maniera esplicita".
Per quanto riguarda poi il tema delle alleanze, i Modem pensano che "sia sbagliato continuare a inseguire il miraggio di un cartello elettorale che va da Vendola a Di Pietro fino al terzo polo". Per questo Gentiloni invita il partito ad "evitare di rinchiudersi all'angolo". "E' giusto guardare avanti però dobbiamo farlo sapendo che l'accordo con il terzo polo non c'è e in ogni caso non ci garantisce sulla possibilità di iscrivere in questa ricerca dell'accordo la limpida forza riformista che noi rappresentiamo". Infine Gentiloni affronta il tema del voto finale: "Io avrei esclusa l'esigenza di un voto finale Bersani tuttavia lo chiede e noi anticipiamo a questo punto la nostra decisione di votare contro".

I rottamatori. 
Al lombardo Pippo Civati, le parole di Bersani non piacciono: "Quella in campo è una strategia pericolosa che ci allontana dagli elettori non è stato fatto nessun lavoro sulla coalizione che c'è già, mentre quello su una coalizione più ampia non è concreto".

(13 gennaio 2011) © Riproduzione riservata

http://www.repubblica.it/politica/2011/01/13/news/direzione_pd-11168513/
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« Risposta #1 il: Febbraio 10, 2011, 06:15:45 »

Il presidente Napolitano durante le celebrazioni al Quirinale

Foibe: «Bene coltivare la memoria, ma non restiamo ostaggi del passato»

Per il governo presenti Letta e La Russa. Non c'è Berlusconi


ROMA - «Il mio primo discorso del 10 febbraio, nel 2007, volle porre fine a ogni residua "congiura del silenzio", a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a vicende così tragiche. È importante che quella nostra scelta, per legge dello Stato e per iniziativa istituzionale, sia stata via via compresa al di là dei nostri confini, che certe reazioni polemiche nei confronti anche di mie parole si siano dissolte». È iniziata così al Quirinale, con queste parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la celebrazione ufficiale della Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe. Alla presenza del presidente della Repubblica il discorso introduttivo è stato fatto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che prima del saluto iniziale, ha consegnato delle medaglie ai familiari degli infoibati.

OSTAGGI DEL PASSATO - «L'essenziale è non restare ostaggi nè in Italia, né in Slovenia, né in Croazia, egli eventi laceranti del passato. L'essenziale è, secondo le parole dello stesso presidente Turk, non far nascere ancora 'conflitti dai ricordì» dice il presidente della Repubblica. Il capo dello Stato sottolinea che «in ciascun paese si ha il dovere di coltivare le proprie memorie, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo». Ma, continua, «possiamo finalmente guardare avanti, costruire e far progredire una prospettiva di seconda collaborazione sulle diverse sponde dell'Adriatico». Napolitano ricorda che «l'Adriatico, dopo aver sofferto a lungo lacerazioni e conflitti, viene oggi trasformato dalla prospettiva euroaltantica. Le nuove generazioni, slovene, croate, italiane - continua - si riconoscono in una comune appartenenza europea che arricchisce le rispettive identità nazionali». Secondo il presidente della Repubblica, «la presenza di minoranze nazionali nei nostri tre paesi rievoca vincoli storici e culturali che si snodano attraverso secoli di civiltà e costituisce una ricchezza comune di cui far tesoro. Il quadro di fondo è dunque- osserva Napolitano- una nuova comunità di valori fra i tre paesi. Siamo ormai, o stiamo per diventare, tutti cittadini europei. Possiamo perciò guardare al passato come sono riusciti a fare tanti altri Stati dell'Unione e dell'Alleanza Atlantica dopo essersi combattuti aspramente e con devastazioni profonde e reciproche. Il sacrificio delle generazioni che ci precedono non è stato versato invano se oggi possiamo insieme costruire un avvenire migliore per i nostri popoli e per l'Europa».

BERLUSCONI - Alla cerimonia non è presente il premier, Silvio Berlusconi. Per il governo oltre a Letta c'è il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Fra i presenti anche i vicepresidenti di Senato, Rosy Mauro, e della Camera, Antonio Leone, oltre al giudice della Corte costituzionale, Paolo Maria Napolitano, e al capo della Polizia, Antonio Manganelli. A rappresentare i familiari delle vittime il presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth. (fonte: Ansa)

Redazione online
10 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica/11_febbraio_10
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« Risposta #2 il: Febbraio 29, 2012, 10:13:21 »

RICEVIAMO da Arlecchino e PUBBLICHIAMO:


Tra comunisti-zombi "Conservatori di Sinistra" che non hanno capacità di capire l'evoluzione delle situazioni e dei popoli e la Conservazione Vaticana e di Destra soltanto la Federazione dell'Ulivo ci può salvare dai movimenti ANTAGONISTI e TERRORISTI che stanno allenandosi nella palestra dei No-Tav.

ciaoooooooooo

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« Risposta #3 il: Agosto 27, 2012, 05:15:15 »

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Il fantasma di Togliatti divide il Pd. Parisi: “Il partito ‘aperto a tutti’ è finito”

Sull'Unità, lo storico Michele Prospero ricorda il "Migliore" con più luci che ombre e rivendica il suo ruolo di "padre" degli attuali democratici. Ed è subito polemica. L'esponente prodiano replica dando per morto il progetto politico che ha unito Ds e Margherita.

E la disputa storica innesca il dibattito, attualissimo, sulla natura dei partiti oggi. Non solo a sinistra

di Mario Portanova
 26 agosto 2012


Il fantasma di Palmiro Togliatti torna a dividere il Pd e a movimentare il dibattito politico agostano nell’era della crisi e dello spread. Lo ha evocato sull’Unità lo storico Michele Prospero, in occasione del 48esimo anniversario della morte del “Migliore”, tracciandone un ritratto più di luci che di ombre e concludendo che il partito “sbaglierebbe a rinunciare a questo confronto storico-critico, magari in ossequio a coloro che vorrebbero eliminare il contributo dei comunisti italiani, non solo dal patrimonio culturale dei Democratici di oggi, ma dall’intera storia nazionale”. L’articolo dello storico ha innescato una reazione a catena che arriva a scuotere l’oggi, fino a far dire a un esponente di primo piano del partito, il prodiano ex Margherita Arturo Parisi, che “il tempo del Pd come partito aperto a tutti è finito”. E naturalmente ha spalancato un’autostrada per le immancabili dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto, il capogruppo Pdl alla Camera che pure, svezzato decenni orsono nella sinistra socialista, non ha mai manifestato alcun disagio ad accompagnarsi con i nostalgici di Benito Mussolini (e in alcuni casi di Adolf Hitler). “Casini condivide?”, domanda provocatoriamente Cicchitto.

Il punto, ovviamente, è la vicinanza di Togliatti all’Unione sovietica di Stalin. Vicinanza che Prospero non nasconde: “Non che rinunciasse a sfruttare il mito ancora caldo della presa del Palazzo d’Inverno e a rivendicare le gesta della marcia liberatrice dell’esercito rosso”, scrive sull’Unità del 22 agosto. “Ma egli utilizzava il mito di un mondo radicalmente altro come una forma di emozionale coinvolgimento della massa, senza rimanerne prigioniero nel momento della invenzione politica distaccata”. E infatti, secondo lo storico, “l’opzione democratica e pluralista nel leader del Pci (per quanto concerne poi i quadri e i militanti è un’altra faccenda) fu precoce e priva di reticenze”.

Materia ormai da storici, appunto, a parte il dettaglio che un alto dirigente del Pci dell’epoca siede oggi alla presidenza della Repubblica. Giorgio Napolitano entrò nel Comitato centrale nel 1956 proprio grazie all’appoggio di Togliatti. Echi di quegli anni lontanissimi tornano periodicamente quando viene rinfacciato a Napolitano l’appoggio all’invasione sovietica in Ungheria, di cui negli anni successivi il presidente – che poi diventò leader della corrente migliorista, la “destra” del Pci vicina al Psi di Bettino Craxi – ha fatto ampia ammenda.

Nel bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieni dei rapporti tra Togliatti e Stalin, Parisi vede quello mezzo vuoto. E sull’Unità del 25 agosto ricorda che già in passato aveva chiesto al segretario Bersani di “riconoscere l’infondatezza di una celebrazione che riconoscesse a Togliatti lo status di progenitore del Pd”. Senza ottenere risposta, che oggi vede nell’articolo di Prospero. Dal quale conclude: “La celebrazione di quest’anno ci dice che il tempo del Pd come partito ‘aperto a tutti’ è finito”. Quindi “è bene che la democrazia torni a riconoscersi come somma di partiti dei quali sia possibile riconoscere l’organizzazione, la struttura di comando e l’identità a partire dalla propria storia e dalla eredità del passato”.

Così l’apparentemente innocuo 48esimo anniversario della morte di Togliatti fa suonare il de profundis per l’idea fondativa del Pd, per il sistema maggioritario e per le aggregazioni politiche più o meno forzate sorte dalle macerie della Prima repubblica. E apre il dibattito sulla questione, questa attualissima, della natura dei partiti italiani di oggi: figli, salvo poche eccezioni delle ideologie del Novecento, ma catapultati in un mondo totalmente nuovo. Non vale solo per il Pd, basti pensare alla massiccia retorica anticomunista periodicamente riesumata da Berlusconi e dal Pdl, peraltro erede diretto del pentapartito pre-Mani pulite con l’aggiunta dell’Msi a suo tempo sdoganato. La questione è posta nell’ultima puntata (per ora) del dibattito sull’Unità, a firma di Gianni Cuperlo, deputato del Pd e già portavoce di Massimo D’Alema. Che oggi replica a Parisi affermando che “i partiti non si inventano”. Perché “starebbe a dire che si possono immaginare, e modellare come il pongo, aggregazioni anche robuste di donne e uomini, sentimenti e tradizioni, principi, culture, in virtù di uno spirito illuminato. Ma illuminato da chi?”.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/fantasma-di-togliatti-divide-pd-parisi-partito-e-finito/334459/
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« Risposta #4 il: Gennaio 15, 2013, 12:36:47 »

Tesi per la definizione della piattaforma programmatica de L'Ulivo

6 dicembre 1995
 

INDICE

Lo Stato nuovo
Tesi n° 1 Uno Stato che funziona: forma di governo ed elezioni
Tesi n° 2 Garanzie per l'opposizione
Tesi n° 3 Autogoverno locale e federalismo cooperativo
Tesi n° 4 Una Camera delle Regioni
Tesi n° 5 Le elezioni ad armi pari
Tesi n° 6 Candidature trasparenti
Tesi n° 7 Meno leggi, fatte meglio
Tesi n° 8 Un Parlamento che decide e che controlla
Tesi n° 9 Un Governo che governa
Tesi n° 10 I referendum: pochi, ma buoni
Tesi n° 11 L'indipendenza della magistratura
Tesi n° 12 La giustizia costituzionale
Tesi n° 13 Una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini
Tesi n° 14 Una pubblica amministrazione leggera e decentrata

La certezza nella giustizia
Tesi n° 15 Far lavorare meglio i magistrati
Tesi n° 16 Migliorare i funzionari per migliorare la giustizia
Tesi n° 17 Snellire l'organizzazione giudiziaria
Tesi n° 18 Accelerare la giustizia civile
Tesi n° 19 La giustizia amministrativa
Tesi n° 20 Dei delitti e delle pene
Tesi n° 21 Giusta punizione, ma punizione giusta
Tesi n° 22 Poter uscire di casa tranquillamente
Tesi n° 23 La lotta alla criminalità organizzata

L'Italia e gli altri
Tesi n° 24 Una Europa più unita: la revisione del Trattato di Maastricht
Tesi n° 25 Una Europa più grande: l'integrazione dei nuovi Stati
Tesi n° 26 La riforma dell'ONU
Tesi n° 27 L'Italia e gli altri organismi internazionali
Tesi n° 28 L'Italia e i luoghi di crisi: come aiutare la pace
Tesi n° 29 L'Italia e i paesi deboli: come aiutare lo sviluppo
Tesi n° 30 L'Italia e gli altri: come rilanciare la politica economica all'estero
Tesi n° 31 Un nuovo modello di difesa

Le buone regole dell'economia nazionale
Tesi n° 32 Finanza sana per uno Stato sano
Tesi n° 33 Bilancio agile e corretto
Tesi n° 34 Come deve essere il fisco
Tesi n° 35 Tasse semplici e razionali
Tesi n° 36 Come combattere l'evasione fiscale
Tesi n° 37 Federalismo fiscale
Tesi n° 38 L'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e gli assegni familiari
Tesi n° 39 Tassazione delle attività finanziarie
Tesi n° 40 Come tassare il reddito d'impresa
Tesi n° 41 Come tassare gli immobili
Tesi n° 42 Chi inquina paga
Tesi n° 43 Una Repubblica fondata davvero sul lavoro
Tesi n° 44 Il Mezzogiorno
Tesi n° 45 Una politica industriale al passo con l'Europa: il mercato unico e l'innovazione tecnico-scientifica delle imprese
Tesi n° 46 Far nascere il mercato, il colpo d'ala che serve al Paese
Tesi n° 47 Aprire il mercato dei capitali
Tesi n° 48 Liberare il mercato: le privatizzazioni
Tesi n° 49 Liberare il mercato: una nuova politica per i servizi pubblici e la tuteladella concorrenza
Tesi n° 50 La creazione e la crescita di imprese innovative
Tesi n° 51 L'informazione
Tesi n° 52 Il futuro delle telecomunicazioni
Tesi n° 53 Modernizzare l'agricoltura
Tesi n° 54 Una distribuzione commerciale in linea con l'Europa
Tesi n° 55 Migliorare la qualità del sistema turistico italiano
Tesi n° 56 L'artigianato: una tradizione a cui dare modernità
Tesi n° 57 La questione delle abitazioni

La nuova alleanza con la natura
Tesi n° 58 Conservare la biodiversità
Tesi n° 59 Portare l'acqua da bere in tutte le case
Tesi n° 60 Il riassetto idrogeologico del territorio
Tesi n° 61 L'aria che respiriamo
Tesi n° 62 Trasporti moderni, puntuali e senza danni
Tesi n° 63 Rifiuti: uscire dall'emergenza e dall'illegalità
Tesi n° 64 Politica dell'energia
Tesi n° 65 Ricostruire la città costruita: una politica per le città

Un'Italia che sa, un'Italia che vale
Tesi n° 66 La Scuola è la base di ogni ricchezza
Tesi n° 67 Formazione professionale, educazione continua e partecipazione
Tesi n° 68 Far crescere l'Università per far crescere il Paese
Tesi n° 69 Nuove strategie per la ricerca scientifico-tecnologica
Tesi n° 70 Riorganizzare le professioni, evitare le corporazioni

Il nuovo patto sociale
Tesi n° 71 Il futuro dei giovani, il futuro del Paese
Tesi n° 72 I giovani al servizio della comunità
Tesi n° 73 Una società di donne e di uomini
Tesi n° 74 I diritti degli anziani
Tesi n° 75 La famiglia come ricchezza civile
Tesi n° 76 Garantire i diritti dei minori
Tesi n° 77 Governare l'immigrazione
Tesi n° 78 I servizi sociali
Tesi n° 79 Le imprese senza profitto: un progetto di economia civile
Tesi n° 80 I tre pilastri della previdenza sociale

Una cultura non marginale
Tesi n° 81 La cultura come risorsa
Tesi n° 82 I beni culturali
Tesi n° 83 Tutelare lo sport agonistico, rilanciare lo sport di base

La promozione della salute
Tesi n° 84 Vivere di più, vivere meglio
Tesi n° 85 Sanità e federalismo: un nuovo modello di servizio per la salute
Tesi n° 86 La cittadinanza sanitaria
Tesi n° 87 Ricerca biomedica e sanitaria
Tesi n° 88 Bioetica e sanità


da - http://www.perlulivo.it/radici/vittorieelettorali/programma/tesi/index.html
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« Risposta #5 il: Marzo 21, 2013, 04:53:48 »

4 novembre 2005

L’Ulivo verso il Partito Democratico

Autore: Governareper
 

L’Ulivo è il nome che dal febbraio del 1995 abbiamo dato ad una prospettiva nuova per la politica italiana. È il nome che abbiamo dato ad una «cosa» che non eravamo in condizione di definire compiutamente ma potevamo solo evocare, e che oggi cominciamo a chiamare «Partito dei democratici». Non si tratta di una idea di cui singoli individui possano rivendicare la primogenitura. Si tratta di una corrente carsica che ha attraversato per almeno un quindicennio la storia del nostro Paese prima di sfociare nel fiume in piena di molti di noi, milioni di persone civilmente in fila davanti ai seggi delle primarie, il 16 ottobre 2005.
 
L’Ulivo, il Partito dei democratici, non era e non è solo un nuovo soggetto politico. È il soggetto politico di cui abbiamo bisogno per rimarginare ed archiviare le ferite prodotte nel campo riformatore dalle ideologie del novecento, per dare al centrosinistra un solido baricentro segnato da una cultura di governo, per dare all’Italia un governo forte e una democrazia sana.
 
L’Ulivo è nato ed è di nuovo in campo per dare compimento alla transizione politica italiana. Per dare all’Italia una prospettiva duratura di crescita, per consentire all’Italia di restare un partner autorevole dell’Unione Europea e per consentirle di contribuire, per quella via, alla costruzione di un mondo più equo e pacifico sul piano internazionale.
 
L’Ulivo è nato per rendere possibile e cogliere positivamente la sfida di una democrazia resa più efficiente e meno opaca dal rigenerante meccanismo dell’alternanza. L’Ulivo è nato per affermare finalmente nel nostro paese un confronto politico civile tra due proposte alternative, disposte ad alternarsi civilmente alla guida del governo. L’Ulivo è nato per superare, insieme alle logore divisioni ideologiche del passato, la democrazia del negoziato permanente. Quella visione della rappresentanza che concepisce i partiti come proiezione di segmenti ristretti della società e poi li induce a lottare per la ricerca della propria porzione di visibilità e potere, anche a discapito di un efficace esercizio della funzione di governo.
 
Per la sua natura, il Partito dei democratici si potrà quindi pienamente affermare solo nel quadro di un assetto di regole elettorali e costituzionali improntate al principio maggioritario, simili a quelle di altre grandi democrazie parlamentari europee. E del resto solo un forte partito riformatore può dare stabilità, sostanza ed equilibrio alla democrazia competitiva in Italia, sottraendola alla deriva personalista e populista che altrimenti rischia di prendere il sopravvento. Per queste ragioni, chi oggi, dopo il segnale forte e chiaro dato dal popolo delle primarie, vuole davvero contribuire al progetto dell’Ulivo, chi vuole sul serio riprendere il cammino iniziato nel febbraio di dieci anni fa, deve al tempo stesso compiere passi conseguenti verso la costruzione del Partito dei democratici ed impegnarsi a ricostituire regole istituzionali adeguate ad una matura democrazia governante.
 
Le elezioni primarie che si sono svolte il 16 ottobre 2005 sono da questo punto di vista una pietra miliare, resa inestirpabile dal peso dei quattro milioni e trecentomila cittadini italiani che vi hanno partecipato. Le primarie hanno dato vita alla più grande associazione politica oggi esistente in un qualsiasi paese europeo e hanno dimostrato che esiste, tra gli elettori di centrosinistra, una tensione verso l’unità e una domanda di partecipazione di dimensioni e intensità tali che neppure i più fiduciosi tra noi potevano immaginare. Le primarie hanno anche affermato il principio secondo cui gli elettori, quando votano per il Parlamento, intendono scegliere congiuntamente una maggioranza e il suo leader. Hanno affermato inoltre, nei fatti, il principio secondo cui se quel leader viene per qualche ragione messo in discussione nel corso della legislatura, non vi sono alternative sensate ad uno scioglimento anticipato delle camere.
 
Regole adeguate ad una democrazia matura
 
Il centrosinistra è stato e sarà sempre fermo nell’opporsi ad ogni tentativo di stravolgere la Costituzione a colpi di maggioranza. I valori in essa sanciti rimangono il fondamento della convivenza civile nel paese e della salute delle istituzioni repubblicane. Quei valori sono parte imprescindibile della nostra storia. Sono le radici della nostra democrazia e non possono essere messi in discussione con leggerezza da risicate maggioranze di governo. Neppure le necessarie modifiche della Seconda parte, quella che disciplina la formazione e i poteri delle istituzioni, dovrebbero essere varate senza un largo consenso.
 
Che la costituzione del 1948 vada ammodernata non ci sono dubbi. Sia nella XIII che nella XIV legislatura il centrosinistra ha riconosciuto e sostenuto la necessità di modificarne alcuni aspetti, anche in considerazione dei cambiamenti che sono già intervenuti nelle dinamiche materiali del sistema politico.
 
Tutti i leader di partito hanno imparato che per vincere le elezioni devono costruire coalizioni pre-elettorali ampie e identificare un candidato comune alla guida del governo. Questo ormai chiedono gli elettori, che vogliono sapere chi viene candidato a guidare il governo, e questo chiede la componente maggioritaria del sistema elettorale, che premia (anche se in misura risicata) le alleanze larghe. Ma le coalizioni fino ad oggi sono state messe in crisi nel corso della legislatura dalla tendenza dei singoli partiti che le compongono a differenziarsi l’uno dall’altro. Nonostante l’imperfetto meccanismo elettorale adottato nel 1993, anche da questo punto di vista, da allora ad oggi, si è andato comunque svolgendo un processo di apprendimento. Nel 1994 il polo vincente era solo la somma di due distinte coalizioni elettorali e, per questo, ne risultò un Governo di breve durata. Nel 1996 l’Ulivo aveva stabilito solo un patto di desistenza con Ri-fondazione, per sua natura debole e che comunque consentì un Governo dell’Ulivo di due anni e mezzo, mentre la Lega non era parte della Casa della Libertà. Nel 2001 il centrosinistra era ancora diviso mentre oggi si appresta ad affrontare le elezioni politiche dopo avere sancito la sua unità intorno ad una solida leadership comune¸ mentre il centrodestra ha governato per 5 anni con la stessa maggioranza e lo stesso Premier. Questo processo di apprendimento rischia oggi di essere interrotto a causa del disin-volto opportunismo della Casa delle liberta.
 
Il centrodestra ha approvato a maggioranza una riforma confusa e contraddittoria della Costituzione, pur di dare alla Lega un bandiera ideologica da sventolare in campagna elettorale e pur di trovare un accordo al suo interno. Ha poi varato una vergognosa riforma del sistema elettorale tesa soltanto a limitare i danni di una sconfitta annunciata. Pur di trovare un qualche accordo al suo interno, non ha esitato ad umiliare il Parlamento e rinunciare all’idea di una Costituzione patrimonio comune di tutto il popolo italiano. Pur di difendere qualche seggio parlamentare e mettere in difficoltà il centrosinistra non ha esitato a prendersi gioco dei 29 milioni di persone che votarono contro il sistema proporzionale nel 1993. Non ha esitato a cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni, non ha esitato a modificare la regola che le ha consentito, nel 2001, di ottenere un numero di seggi sufficienti a tenere in vita per tutta la legislatura il governo Berlusconi, non ha esitato a mettere a repentaglio quei minimi elementi di stabilità che negli ultimi quindici anni il sistema politico italiano ha faticosamente conquistato. I parlamentari della cosiddetta Casa delle Libertà non hanno esitato nemmeno a varare una legge elettorale in palese contraddizione, per quanto riguarda la risibile entità del premio di maggioranza, con la riforma costituzionale da loro stessi approvata. Per di più enormi collegi plurinominali, con lunghissime liste bloccate, allontanano eletti ed elettori, a differenza di quanto accade nelle altre grandi democrazie europee, dove si usa il collegio uninominale o, in alternativa, collegi plurinominali con liste corte di 3 o 4 nomi che permettono di responsabilizzare i rappresentanti nei confronti di chi li elegge.
 
Il popolo delle primarie ha già dato un segnale forte e chiaro contro la loro sconsiderata furbizia e il loro disprezzo per le istituzioni, contro la scelta di tornare indietro, per ragioni di bottega, verso l’era della palude centrista e del proporzionale. L’Ulivo e il centrosinistra devono rispondere sia sul piano politico (dando vita ad una nuova forza politica, a vocazione maggioritaria) sia su quello istituzionale alle furbizie sconsiderate del centrodestra e al monito degli elettori.
 
L’Ulivo è nato del resto in continuità con il movimento per le riforme elettorali ed istituzionali che condusse all’adozione dei nuovi sistemi di voto per i comuni e le province e che portò, dopo l’imponente pronunciamento del popolo italiano attraverso il referendum del 18 aprile del 1993, alla revisione dei sistemi elettorali per la Camera e il Senato. Quelle innovazioni hanno ha promosso la dinamica bipolare e hanno nei fatti già modificato il processo di formazione delle maggioranze e di legittimazione dei governi. Si tratta ora di dare compimento alla transizione con adattamenti della costituzione che stabilizzino la dinamica bipolare, mantengano in capo ai cittadini la scelta su chi li deve governare, favoriscano la continuità di governo nel corso della legislatura, disincentivino le tendenze autodistruttive prodotte ciclicamente dalla competizione tra gli stessi partiti di maggioranza, snelliscano il processo legislativo e mettano fine al nostro eccentrico «bicameralismo perfetto». Per dare compimento alla transizione è necessario un adattamento della Costituzione che sancisca l’investitura congiunta della maggioranza e del suo leader, e che sancisca una chiara imputazione di responsabilità per la guida del governo nelle mani del Primo Ministro.
 
Si intende che è necessario al tempo stesso introdurre o rafforzare alcuni elementi di equilibrio del sistema a tutela della sua democraticità e dell’unità della Repubblica, i quali consistono in una valorizzazione del ruolo di moderazione del Capo dello Stato, del ruolo di controllo del Parlamento ed al suo interno in particolare dell’Opposizione, del ruolo di garanzia, al di fuori delle parti, della Corte costituzionale e delle Autorità indipendenti. Un ulteriore decisivo elemento di equilibrio e rasserenamento del clima politico deve inoltre venire da una forte ed effettiva garanzia di pluralismo dei mezzi di informazione, oltre che di equidistanza dai soggetti politici da parte del servizio radiotelevisivo pubblico.
 
Nonostante le rozze forzature che la Casa delle Libertà ha voluto imporre al Parlamento e al Paese nel corso della XIV legislatura, l’Ulivo non può abbandonare, insomma, l’obiettivo di dare finalmente all’Ita­lia un governo forte e una efficace democrazia dell’alter­nan­za. L’Ulivo ha il dovere di mantenere ferma e coerente la sua strategia di ammodernamento delle istituzioni repubblicane proprio per difenderle dalle spregiudicate furbizie di cui la Casa delle Liberta ha dato prova anche in questo campo delicatissimo.
 
Nella prossima legislatura il centrosinistra e l’Ulivo dovranno fare tesoro anche dei loro errori. Un adattamento della Costituzione è utile per adeguare l’impianto voluto dai padri costituenti alla nuova realtà del sistema politico italiano e alle esigenze di un governo efficace. Ma se vogliamo che serva davvero a sancire la fine della transizione non può essere un adattamento approvato a maggioranza. Le proposte dell’Ulivo andranno discusse ed approvate «insieme», come sanciva la tesi numero 1 dell’Ulivo nel 1996, ed dovranno includere una riflessione sulle clausole, in particolare l’articolo 138, che impediscano a maggioranze temporanee o improvvisate di modificare le regole della democrazia.
 
In ogni caso, il primo passo di una qualsiasi ulteriore discussione sulle regole della democrazia non può che essere costituito da un immediato ripristino delle leggi elettorali del 1993. Non che quelle siano le migliori leggi elettorali possibili. Ma, se la XV legislatura dovesse inopinatamente terminare prima che sia approvata una qualsiasi organica e meditata revisione dell’assetto istituzionale, è con quelle leggi elettorali che i cittadini dovranno tornare ad esprimersi, e non con le leggi partorite dalla sconsiderata furbizia dei leader e dei parlamentari del centrodestra. Se poi in corso di legislatura vi sarà spazio per perfezionamenti condivisi nel segno di una democrazia governante e di un rapporto ravvicinato tra eletti ed elettori, tanto meglio. Ma anzitutto va sanata la ferita di fine legislatura.
 
Un nuovo inizio
 
Il 16 ottobre non abbiamo assisto solo ad una protesta, determinata e civile, contro lo sfregio alle regole del gioco da parte del centrodestra. Abbiamo assistito ad un evento di dimensioni  straordinarie. Alla rivelazione di un sentimento che nessuno avrebbe immaginato potesse essere tanto intenso, composto e diffuso. Abbiamo assistito ad una grande prova di civismo, che al tempo stesso segnala l’ampiezza del consenso di cui oggi gode il leader dell’Ulivo, Romano Prodi, e l’esistenza di una forte domanda di partecipazione ed unità tra i sostenitori del centrosinistra. Quattro milioni e trecentomila persone hanno detto esplicitamente che si riconoscono nell’Unione, hanno sottoscritto la sua carta dei principi, hanno contribuito al suo finanziamento, hanno scelto un leader, gli hanno dato mandato a candidarsi, per loro conto, alla carica di primo ministro e a guidare il governo in caso di vittoria alle elezioni del prossimo aprile.
 
Innanzitutto, questo «patto», come chiarisce fin dalle prime righe lo Statuto delle primarie, non riguarda soltanto gli elettori e il leader. Si tratta di un patto a tre, che coinvolge gli elettori, il leader e i dirigenti degli attuali partiti del centrosinistra. Sottoscrivendo lo Statuto, i rappresentanti delle forze politiche aderenti all’Unione, hanno detto di voler «promuovere la massima partecipazione da parte dei propri militanti ed elettori alla scelta del candidato comune alla carica di Presidente del Consiglio» ma anche di volere, al tempo stesso, «far prevalere le ragioni della loro unità intorno ad una solida e autorevole leadership, portatrice di un programma il più possibile condiviso, capace di guidare la coalizione durante la campagna elettorale e, in caso di vittoria, di guidare il Governo per l’intera legislatura».
 
In secondo luogo, con questo patto si costituisce di fatto la più grande associazione politica oggi esistente in un qualsiasi paese europeo. Quattro milioni e trecentomila cittadini italiani, in una sola giornata, in tutti i comuni del paese, si sono recati di loro iniziativa ai seggi, individualmente, non in gruppi, con i propri mezzi, non trasportati da mezzi collettivi: hanno firmato pubblicamente l’adesione a un progetto comune, dichiarando esplicitamente di riconoscersi nell’Unione, sottoscrivendo pubblicamente davanti ad una commissione che ha verificato la loro identità e la titolarità del loro diritto di voto, hanno versato il loro contributo per un obiettivo condiviso, hanno espresso il loro consenso a che il loro nome e cognome venisse registrato e potesse essere conosciuto da chiunque ne  facesse richiesta. Hanno fatto molto di più di quanto fa normalmente l’elettore e più di quanto fa normalmente chi si iscrive a un partito politico.
 
Si tratta di una novità che nessuno può sottovalutare. Da trent’anni a questa parte in tutta Europa si assiste ad un allentamento dei legami tra i partiti ed i loro sostenitori. Diminuisce il numero delle persone che si identificano con i partiti, cala la partecipazione elettorale, sono sempre meno gli iscritti ai partiti e ancor più vanno diminuendo, tra gli iscritti, quelli che effettivamente partecipano alle attività di base. Le informazioni messe a nostra disposizione dalla ricerca empirica mostrano che i cittadini attivi nelle organizzazioni dei partiti del centrosinistra sono a mala pena quattrocentomila: undici volte di meno dei partecipanti alle primarie. Si tratta di un fenomeno che ha anche aspetti positivi. Il voto non è più espressione di una appartenenza o della somma di appartenenze ma sempre più di una opinione e di una scelta. Gli elettori sono più liberi dalle ideologie che avevano dominato la scena politica fino agli anni settanta. Ma i partiti rischiano di diventare scatole vuote. La loro classe dirigente rischia di essere del tutto autoreferenziale, anche a causa del fatto che nel frattempo le strutture centrali dei partiti sono diventate più ricche, dipendono molto meno che in passato dal sostegno dei militanti, molto di più dai finanziamenti pubblici e dal sostegno dei media. Quasi ovunque, le strutture territoriali di partito (sezioni, circoli, organi provinciali) si sono assottigliate fino a rimanere poco più che un’insegna, mentre sono cresciuti gli staff e il rilievo dei dirigenti, anche quando si tratta di dirigenti legittimati da poche decine di migliaia di tessere, e da un numero molto inferiore di tesserati. I dirigenti di partito continuano del resto a controllare la selezione delle candidature per gli organi rappresentativi (consigli e parlamenti), la formazione dei governi, l’esercizio dei relativi poteri e l’allocazione delle risorse che a cascata il governo, ai vari livelli, consente di controllare: una situazione ulteriormente aggravata dalla nuova sciagurata legge elettorale appena approvata alla Camera che mette nelle sole mani dei dirigenti di partito la compilazione degli «elenchi dei parlamentari». I partiti sono insomma ancora oggi strumenti centrali della democrazia, ma la loro democrazia interna va indebolendosi. Chi li guida continua ad avere responsabilità determinanti, ma soffre di deficit evidenti di legittimazione e di controllo.
 
D’altro canto, sarebbe del tutto sbagliato pensare che l’associazione politica nata il 16 ottobre sia nata contro i partiti. Le righe dello statuto che abbiamo citato dicono esattamente il contrario. L’associazione e i partiti sono parte di un disegno comune. Le primarie sono state fatte anche grazie al radicamento organizzativo dei partiti come oggi li conosciamo. Sono stati proprio i dirigenti degli attuali partiti, infine, a riconoscere «sovranità» al popolo delle primarie. L’inversione di rotta impressa alla linea politica della Margherita è la migliore testimonianza di tale riconoscimento. Non sfugge a nessuno con quanta determinazione sia stata affermata, nei mesi scorsi, la necessità di tenere distinte le forze politiche del centrosinistra, e a nessuno sfugge con quanta fermezza siano stati presi solenni impegni per escludere la presentazione di liste unitarie dell’Ulivo alle elezioni politiche del 2006. I dirigenti della Margherita e dei Ds, dichiarando ora di volere andare ben oltre la presentazione di una lista unitaria, danno la migliore dimostrazione che il popolo delle primarie è già portatore di una sovranità che va oltre la pur importante scelta del leader. Si tratterà semmai di non frustrare nuovamente le attese, con false partenze, esagerate richieste tattiche, successivi rinvii e retromarcia finali.
 
Verso il Partito dei democratici. Le prossime tappe
 
Pur avendo ben chiara la meta, occorre essere consapevoli delle oggettive difficoltà del percorso. Non ci si può nascondere che fino ad ora il dibattito intorno alle condizioni e alle forme del Partito dei democratici ha avuto un carattere astratto e occasionale. E non ci si può nascondere che invece non sarà facile superare le resistenze e gli ostacoli che inevitabilmente si frappongono al perseguimento di un obiettivo così ambizioso: il più ambizioso tentativo di innovazione politica della storia repubblicana. Si tratta di una impresa per la quale non è improprio ricorrere alla metafora e ad alcune specifiche lezioni che possiamo trarre dalla costruzione dell’Unione Europea. Come in quel caso dobbiamo trovare il modo per far convivere, almeno in una fase transitoria, identità differenti in una casa comune, dobbiamo stabilire regole decisionali che rassicurino chi è ancora geloso delle sue differenze senza inibire la possibilità di darsi strutture e strategie unitarie, dobbiamo trovare i meccanismi virtuosi che, a cascata, rendano più facile e in un certo senso, nel medio termine inevitabile lo svolgersi del processo di integrazione.
 
Nessuno può avere la presunzione di dettare condizioni su quali siano i prossimi passi da compiere per andare nella direzione auspicata. È però venuto il momento di cominciare a riflettere, in concreto, su quali debbano essere le prossime tappe del percorso. Per rendere la discussione il più possibile concreta, ci limitiamo ad indicare alcuni problemi cruciali da affrontare. Proviamo anche ad identificare, a titolo esemplificativo, alcune possibili soluzioni. In questa fase siamo tuttavia più interessati a proporre una agenda per la discussione che ad avanzare proposte puntuali.
 
Assumiamo innanzitutto che il Partito dei democratici dovrà essere un partito a struttura federale, oltre che essere un partito federativo. Deve trattarsi di un partito che garantisce la massima espressione delle differenze, sia sul piano territoriale sia sul piano culturale, ma che sia al tempo stesso in grado di proporre ai cittadini una sintesi coerente quando opera dentro le istituzioni.
 
Liste comuni da subito in tutte le elezioni per organi assembleari. A noi pare che la prima condizione per favorire la progressiva integrazione «sovra-partitica» consista nell’escludere, da subito, una competizione elettorale diretta tra le diverse componenti dell’Ulivo. Se la lista unitaria dell’Ulivo per le prossime elezioni politiche vuole davvero essere il primo passo verso il Partito dei democratici non ci sono ragioni per cui la si debba presentare solo in una delle due Camere. Non ci sono ragioni pratiche per farlo. Il sistema elettorale, prevedendo che i seggi al Senato si distribuiscano su base regionale, offre invece un marginale ma significativo vantaggio alle liste più grandi. Due liste separate rischiano di vedere sistematicamente sprecati i di voti che eccedono il raggiungimento di uno o più quozienti pieni (i cosiddetti resti). D’altro canto, varie prove elettorali, dalle Europee alle Regionali, hanno dimostrato che Margherita e Ds, quando si presentano separati, non raccolgono, nell’insieme del territorio nazionale, più voti di quanti ne raccolgano presentandosi sotto il simbolo comune dell’Ulivo. Se dovesse essere approvata la legge elettorale all’esame del Parlamento, la divisione in più liste non sarebbe neppure giustificabile con l’argomento secondo cui più candidati portano più voti, data l’impossibilità di esprimere il voto di preferenza.
 
Selezione attraverso elezioni primarie di tutti i candidati comuni alle cariche monocratiche di governo. Il codice genetico dell’Ulivo ci pare imponga che, tendenzialmente, la selezione dei candidati comuni alle cariche monocratiche di governo passi, a tutti i livelli (primo ministro, presidenti di regione e provincia, sindaci), attraverso elezioni primarie identiche, per modalità di svolgimento, a quelle tenute il 16 ottobre 2005. È il modo migliore per affermare l’autonomia e la specificità delle diverse componenti territoriali, per promuovere un rimescolamento delle vecchie identità, per non disperdere il grande patrimonio di partecipazione e di unità che abbiamo tutti visto in moto il 16 ottobre. Senza dimenticare che quel patrimonio di partecipazione e di unità non può essere rivendicato come una dote dell’Ulivo, o meglio dell’Ulivo soltanto, in quanto si tratta di un patrimonio dell’Unione di centrosinistra nel suo insieme.
 
Gruppi parlamentari unitari. La sede nella quale l’unità dell’Ulivo deve essere messa immediatamente alla prova è il Parlamento, così come, più in generale, in tutti gli organi rappresentativi a carattere assembleare (consigli comunali, provinciali, regionali). Non avrebbe alcun senso presentare liste unitarie per poi dividersi all’indomani delle elezioni. La formazione di gruppi unitari (uno alla Camera e uno al Senato) consentirebbe anche di sperimentare e mettere a punto regole decisionali adeguate alla realtà (per ora) confederativa dell’Ulivo. I regolamenti parlamentari possono fornire varie alternative dal punto di vista organizzativo. Ma è necessario definire sin da subito alcuni elementi di fondo. Sia il gruppo unitario della Camera sia quello del Senato dovrebbe avere naturalmente un capogruppo unico. Laddove si intende che verosimilmente ciascuna delle due attuali partiti esprimerebbe uno dei due capigruppo. L’esistenza di un capogruppo unico, non espresso a rotazione, può essere bilanciato da un ampio comitato direttivo, rappresentativo delle varie componenti, laddove queste ultime potrebbero non essere (ed è anzi auspicabile che non siano) espressione delle attuali «correnti» di partito, poiché rotte le vecchie appartenenze potrebbero nascere nuove affinità elettive. Il gruppo sarebbe quindi sia una somma di componenti, non necessariamente riferite agli attuali partiti, sia una somma di singoli parlamentari. Occorrerebbe comunque prevedere la possibilità di «adesioni dirette» per parlamentari che non intendono avere una specifica appartenenza, a cominciare verosimilmente dal Premier. Delle componenti occorrerà tener conto, ma in una misura contenuta, anche per costituire in proporzione ad esse gli organi rappresentativi, oltre che per la gestione delle risorse. La gran parte di queste ultime dovrebbe essere tuttavia destinata a servizi collettivi del gruppo. Tutte le decisioni più rilevanti sull’attività legislativa dovrebbero essere prese, secondo un canone sperimentato al livello comunitario, a doppia maggioranza (una maggioranza dei componenti che consista anche in una maggioranza delle componenti), sia all’interno del Comitato direttivo sia all’interno dell’Assemblea del gruppo. Almeno in una fase transitoria, è facile immaginare che le diverse componenti culturali che lo formeranno (le quali potrebbero non coincidere con gli attuali partiti) dovranno avere la possibilità di essere distintamente rappresentate, tanto all’interno degli organi del partito quanto all’interno delle istituzioni rappresentative (gruppi parlamentari e consiliari).
 
Incompatibilità tra cariche di governo e cariche parlamentari. Se la legge elettorale all’esame del parlamento dovesse essere approvata ed entrare in vigore, la possibile maggioranza parlamentare dell’Unione sarà comunque molto risicata in termini quantitativi. Disporre di un gruppo unitario nell’una e nell’altra Camera tra le forze quantitativamente più rilevanti e politicamente più omogenee è quindi una necessità prima ancora che una scelta. Alla Camera la maggioranza sarà di 340 seggi più quelli conquistati tra i 12 riservati alla circoscrizione estero. Una trentina, quindi, sopra la soglia di 316. Ancora più delicata la situazione al Senato dove non dovrebbe essere superiore alle 10 unità. Questa circostanza renderà necessaria una innovazione comunque utile a favorire un più efficace esercizio delle funzioni parlamentari e di governo. Sarà infatti necessario ricorrere a nomine di vice-ministri e sottosegretari non parlamentari e anche richiedere le dimissioni da deputato e da senatore di coloro che accetteranno tali cariche, altrimenti le sconfitte nei voti parlamentari saranno fisiologiche. Le dimissioni sarebbero facilmente gestibili in quanto non provocherebbero più il ricorso a elezioni suppletive, ma solo il subentro dei primi dei non eletti. L’Ulivo dovrebbe a nostro avviso «approfittare di questo vincolo» per identificare una quota di sottosegretari e vice-ministri tra personalità dotate di elevata reputazione tecnica che non siano necessariamente espressione di uno degli attuali partiti ma che si riconoscano nel progetto del Partito dei democratici.
 
Falsi problemi e nodi da sciogliere
 
Nei paragrafi precedenti, lo ripetiamo, abbiamo voluto solo mettere in evidenza alcuni aspetti con cui, fin dai prossimi mesi, non potrà non confrontarsi chiunque voglia prendere sul serio l’avvio del percorso che porta alla costruzione del Partito dei democratici. Il dibattito che speriamo segua a questo documento ci consentirà di essere più puntuali, di mettere a fuoco altre priorità e altri problemi che oggi forse sottovalutiamo. I punti che abbiamo toccato non hanno del resto, ovviamente, la pretesa d’essere esaustivi. Ci sono ad esempio alcuni piccoli ma importanti segnali che potrebbero essere dati da subito dagli attuali partiti dell’Ulivo, come quella di rilasciare ai propri iscritti tessere a doppia faccia, che segnalino come l’adesione ai DS o a DL sia già oggi, al tempo stesso, una adesione al Partito dei democratici che verrà. Così come si potrebbe pensare ad organi di stampa ed altre iniziative culturali comuni. Alcune convinzioni possiamo proporle però con assoluta determinazione. In primo luogo, qualsiasi pur embrionale forma organizzativa del Partito dei democratici, come potrebbe essere ad esempio la convocazione di assemblee promotrici al livello locale, o la scelta di portavoci cittadini o provinciali, deve sin dall’inizio passare attraverso il riconoscimento della piena cittadinanza, all’interno del nuovo partito, del popolo delle primarie. Chiunque abbia aderito alla Primaria 2005 ha titolo, al pari degli iscritti ai partiti che gli daranno vita, a essere parte attiva nella processo della sua costruzione e nella sua vita interna. In secondo luogo, tutti gli organi, pur embrionali, del nuovo soggetto, dovranno essere pienamente espressione di questa nuova membership. Non potranno essere quindi la sommatoria, nella forma di una diarchia, delle strutture di partito esistenti.
 
La «cosa» evocata dall’Ulivo, quella che oggi chiamiamo Partito dei democratici, la meta finale del cammino iniziato nuovamente dopo il 16 ottobre, è necessaria e ambiziosa. Si tratta di una cosa radicalmente diversa dai tentativi di includere alcune minoranze all’interno dal partito della sinistra un tempo legato alla tradizione comunista e oggi legato alla tradizione socialdemocratica. L’unico soggetto unitario possibile è un soggetto completamente nuovo. Solo la scomposizione delle due maggiori organizzazioni politiche oggi presenti nel centrosinistra potrà portare alla ricomposizione di un autentico soggetto politico unitario all’altezza delle aspettative dei nostri elettori e del Paese.
 
Il nodo centrale da sciogliere non consiste, in ogni caso, nel far entrare la Margherita nel Partito dei socialisti europei (Pse), né tanto meno nel far entrare i Ds nel Partito democratico europeo (Edp). Basterà ricordare che in vari casi le diverse componenti interne di alcuni importanti partiti nazionali, in Italia e altrove, hanno continuato ad appartenere per parecchio tempo a gruppi e partiti europei distinti. Su questo piano, la costituzione in Italia del Partito dei democratici, rappresenterebbe un fatto talmente nuovo e importante da mettere in discussione quelle stesse etichette già oggi fragili e indistinte.
 
Il vero nodo da sciogliere riguarda il superamento, reciproco e simultaneo, della logica delle appartenenze, che è guidata sempre più spesso, esclusivamente, dagli interessi consolidati delle rispettive dirigenze di partito, dalla loro convenienza a ottenere ciascuna la propria porzione di risorse e potere. Fin quando questa sindrome non verrà interrotta, con decisioni conseguenti in merito alla selezione delle candidature, alla scelta dei componenti del governo, all’organizzazione dei gruppi parlamentari, alla ripartizione dei rimborsi elettorali, ai rapporti consolidati con specifici gruppi di interesse e strutture economico-sociali, ogni proclama unitario è destinato a essere confutato dai fatti.
 
I leader del centrosinistra che vogliano prendere sul serio l’opportunità e la sfida di fare dell’Ulivo il Partito dei democratici devono gettare il cuore oltre l’ostacolo delle convenienze di breve termine delle loro burocrazie, in nome di un progetto del quale nessuno, se non gli elettori in fila davanti ai gazebo delle primarie, può vantare la primogenitura.
 
La difesa delle storie e delle identità di ciascuno è iscritta nei cromosomi dell’Ulivo. Ma questa difesa deve oggi fondersi armonicamente col bisogno di una nuova e più alta identità comune: la stessa che fisicamente è venuta dalle compostissime file di elettori che il 16 ottobre si sono trovati tutti insieme, senza chiedersi l’un l’altro da dove ciascuno venisse ma felici di sapere che tutti insieme andavano nella stessa direzione

DA - http://www.arturoparisi.it/interventi/lulivo-verso-il-partito-democratico-2/
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« Risposta #6 il: Agosto 08, 2013, 09:21:35 »

OGGI PIù CHE MAI OCCORRONO UN NUOVO ULIVO E NUOVE INTESE

Il cammino anomalo e castrante tentato nell'emergenza con il Pdl (partito dei "senza scrupoli") si è confermato un fallimento.

Le "nuove intese" che Letta dovrebbe tentare di REALIZZZARE dovranno essere nella cornice dell'ULIVO rinnovato e adattato alla realtà attuale.

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« Risposta #7 il: Giugno 06, 2014, 07:19:20 »

27 Aprile 2013
La grande sfida dei figli dell’Ulivo
Argomento: Giovani e futuro


Autore: Roberto Bertoni

Ora che il dramma si è consumato e molti dei sogni e delle speranze che abbiamo coltivato per mesi, direi per anni, purtroppo non esistono più, abbiamo una sola possibilità per rafforzare e rendere nuovamente credibile il progetto del Partito Democratico: rifondarlo su basi nuove, cedere spazio e affidarlo, finalmente, a coloro che hanno iniziato a far politica dopo il crollo del Muro di Berlino. Occorre, insomma, quel ricambio generazionale (sul modello delle scelte compiute da Letta nella composizione del governo) che molti auspicano da tempo ma che finora si è visto troppo poco, benché vada dato atto a Bersani di aver avviato un notevole processo di svecchiamento della classe dirigente, suggellato dall’esito delle Primarie per i parlamentari e dalla presenza, ormai quasi in tutta Italia, di gruppi dirigenti locali che corrispondono perfettamente all’identikit appena tracciato.

A tal proposito, avverto il dovere di spendere due parole su Bersani. È vero che negli ultimi giorni ha smarrito un po’ della sua proverbiale lucidità ed è altrettanto vero che non ha gestito al meglio né la fase post-elettorale né, tanto meno, il delicatissimo passaggio dell’elezione del Capo dello Stato; tuttavia, non sarebbe affatto corretto asserire che i suoi quattro anni alla guida del PD siano stati, nel complesso, negativi né mi sembra coerente il comportamento di coloro che, pur dovendo a Bersani molto più di quanto gli dobbiamo noi, non hanno trovato di meglio che gettargli la croce addosso e attribuirgli assai più colpe di quante non ne abbia realmente, dimenticandosi le loro.

Da queste parti, infatti, siamo sempre stati convinti che il ricambio della classe dirigente sia fisiologico e sacrosanto ma non debba avvenire né attraverso un processo di “rottamazione” della dirigenza storica né attraverso la guerra per bande cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, in un momento decisivo per la vita del Paese: un momento in cui sarebbe servita la massima unità e coesione all’interno del gruppo e, invece, siamo stati costretti a fare i conti con la falsità e la mancanza di senso dello Stato e delle istituzioni di centouno deputati che al mattino avevano applaudito con entusiasmo il nome di Romano Prodi e nel pomeriggio son venuti meno alla parola data.

Eppure, nonostante la tragicità dell’evento e le sue inevitabili ripercussioni e conseguenze, un aspetto positivo in questa vicenda c’è: oramai, difatti, è chiaro a tutti, compresi i “rottamatori” della prima ora, che il rinnovamento della classe dirigente di un partito non lo si produce assecondando la rabbia popolare (spesso, ahinoi, comprensibile e giustificata) o la moda grillina del “tutti a casa”. Al contrario, affinché il ricambio sia fruttuoso e duraturo, è necessario tornare a costruire un solido percorso politico, basato sullo studio, sulla conoscenza, sull’indispensabile gavetta e sull’acquisizione, giorno dopo giorno, delle competenze necessarie per ricoprire un incarico tanto gravoso ed importante quale quello del parlamentare o dell’amministratore locale.

Approfondendo la questione, però, salta agli occhi che il dramma del Partito Democratico è ancora più complesso e articolato, in quanto una nuova classe dirigente, valida e all’altezza delle sfide che ci attendono, ci sarebbe pure, solo che per troppo tempo è stata sacrificata e messa in naftalina, salvo alcuni rari casi come quello di Debora Serracchiani, capace di vincere, contro tutto e tutti, in una Regione storicamente di destra e nei giorni più bui della storia del PD.

Lungi da me l’idea di indicare altri nomi, ma il concetto credo sia chiaro: per rinascere dalle proprie ceneri, il Partito Democratico deve avere il coraggio di essere se stesso, non sganciandosi o ignorando la memoria del passato ma affidando le chiavi del futuro a quei giovani dirigenti che hanno iniziato ad amare la politica grazie alla straordinaria intuizione prodiana dell’Ulivo: l’unica in grado di battere due volte Berlusconi; l’unica in grado di restituire fiducia e speranza al Paese; l’unica, infine, in grado di far avvicinare milioni di giovani al centrosinistra, rendendo ancor più grave e inaccettabile il gesto di quei centouno soggetti che, prima o poi, ci auguriamo ne rispondano davanti ai propri elettori.

Per spiccare il volo, insomma, il Partito Democratico deve recuperare la sua ispirazione autentica: quella dell’ulivismo, capace di fondere la cultura laica e socialista con quella cattolico-democratica, di unire anziché dividere, di condurre l’Italia nell’Euro e di fornire alle nuove generazioni una visione ampia e innovativa del concetto di sinistra.

Personalmente, per esempio, ricordo che molti ragazzi della mia generazione decisero di venire a fondare il PD il 14 ottobre 2007 dopo aver ascoltato una splendida frase di Veltroni: “Il PD è l’Ulivo che si fa partito”, un sogno che si trasforma in una comunità solidale, l’idea di un uomo che diventa il progetto di una collettività, la prospettiva di un rinnovamento che si trasforma in realtà, senza per questo rinnegare la propria storia, le proprie tradizioni e le origini di ciascuno di noi.

Ora che la sfida del Professore compie diciott’anni, pertanto, i giovani dirigenti che oggi siedono per lo più sui banchi del Parlamento commetterebbero un imperdonabile errore se non cercassero di mettere le ali ai sogni e alle ambizioni di quand’erano ragazzi, sommando alla freschezza e all’entusiasmo di allora l’esperienza e la saldezza di ideali maturata nel corso di quasi due decenni e decidendo di camminare insieme, di tendersi la mano, di scegliere i nomi dopo aver ampiamente discusso sulle idee e sulle proposte e di aprirsi a quel vasto universo sociale che oggi si sente privo di rappresentanza.

Una generazione che molti considerano perduta potrebbe così non solo dimostrare tutto il proprio valore ma, più che mai, riscattare il centrosinistra dall’infamante accusa di essere complice della destra berlusconiana.

Fra poche settimane, si aprirà il Congresso: un’occasione storica che i figli dell’Ulivo hanno il dovere di cogliere. Se, anziché dividersi in mille correnti e sottocorrenti, avessero il buonsenso di procedere uniti, l’intera Nazione comprenderebbe che, accanto alle macerie generate dal berlusconismo, è sbocciato il fiore di un’altra idea di società e di Paese: la nostra Italia, quella in cui i figli degli immigrati che nascono qui sono automaticamente italiani, in cui i diritti civili sono una priorità e non l’ultimo punto in fondo all’agenda, in cui la scuola, l’università, la cultura e la ricerca sono ritenuti i principali motori della crescita e dello sviluppo, in cui il lavoro costruisce la vita ma, in particolare, in cui la Costituzione si applica alla lettera e non si interpreta, a cominciare dall’indispensabile difesa dei beni comuni.

Sempre Veltroni a Firenze, al Congresso di scioglimento dei DS, affermò: “Un giorno potremmo non avere il rimpianto di ciò che abbiamo fatto ma il rimpianto di ciò che non abbiamo fatto, pur avendone avuto la possibilità”. Per questo, un’intera generazione ha il dovere di provarci. Per questo, noi che verremo dopo di loro abbiamo il dovere di sostenerli e di imparare, senza mai perdere di vista quell’ulivo che campeggia orgogliosamente nel nostro simbolo.

Da - http://www.nuovitaliani.it/adon.pl?act=doc&doc=5733
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« Risposta #8 il: Settembre 01, 2015, 04:47:04 »

Parisi: “Il senso dell’Ulivo? La memoria a volte fa brutti scherzi”
Dal giornale   
Berlusconiani e antiberlusconiani?
Parisi: “Ad affossarci furono le divisioni interne non il consenso degli elettori”
«I dissensi partitici interni si dimostrarono più forti dei consensi politici esterni». È amara la riflessione che fa Arturo Parisi sull’esperienza dell’Ulivo. Eppure, sembra anche un monito, al Pd attuale. E nella discussione su cosa siano stati gli ultimi vent’anni per la politica italiana ci entra a modo suo. Con una grande precisione.

Parisi, cosa salverebbe di quell’esperienza?
«L’ispirazione e lo spirito. Precisiamo innanzitutto che nel periodo che sembra si sia deciso di consegnare tutto intero a Berlusconi trasformandolo in un ventennio tutto suo, quelli che sono stati anni di lotte e di passione, è riconducibile in senso proprio all’Ulivo solo un tratto apparentemente breve. Diciamo i trenta mesi del primo Governo Prodi, su un totale di 237. Non è quindi alla sua misura oggettiva che bisogna guardare quando si dice Ulivo. Solo riascoltando “La Canzone Popolare”, il canto di Fossati che accompagnò allora i nostri passi, anche chi ha vissuto quegli anni riesce a ritrovare una qualche eco della vita, della partecipazione e delle speranze che stavano dietro quel progetto. Dentro la nuova regola maggioritaria che ci chiedeva di chiamare a raccolta direttamente nella società la maggioranza degli italiani, l’Ulivo nacque dall’incontro di una generazione – quella dei nati tra il ‘45 al ‘75 – attorno ad una concreta proposta di governo, al di là delle provenienze di partito, e delle stesse scorciatoie che avevano attraversato i cuori e sconvolto non poche menti durante i caldi anni ‘70. Solo questo può dare ancora un senso dopo vent’anni alla presenza di quelle foglioline di ulivo nel simbolo del Pd».

Cosa non ha funzionato?
«Se lo spazio e il tempo ce lo consentisse dovremmo fermarci fino a sera. Diciamo che la sopravvivenza delle nostre antiche divisioni ebbe la meglio sulla insufficienza della nostra vittoria. I dissensi partitici interni si dimostrarono più forti dei consensi politici esterni».

Ma non pesarono anche gli eccessi nell’antiberlusconismo?
«No. Non negli anni dell’Ulivo. La memoria fa spesso brutti scherzi. Riconduce al prima cose che vengono dopo, trasformando spesso gli effetti in cause. L’antiberlusconismo segnò semmai la legislatura aperta dalle elezioni del 2001, la lunga, infinita legislatura della Presidenza Berlusconi. Prima dell’antiberlusconismo venne il berlusconismo.

L’eccesso fu il berlusconismo?
«Fu il modo in cui il Cavaliere, messa da parte ogni finta pretesa di rivoluzione liberale, esercitò in quegli anni il potere, nei contenuti e ancor più nelle forme, fino alla sostituzione con un colpo di mano del Mattarellum col Porcellum. Fu quello a mettere alla prova la pazienza e a rivelare la frustrazione e il senso di impotenza dei nostri, e allo stesso tempo ad alimentare nella nostra base quella gara all’estremismo che ancora ci segna. Ma allo stesso tempo – va riconosciuto – venne allora ad evidenza la sopravvivenza di una cultura politica estranea e ostile alla regola che nel sistema maggioritario chiama l’opposizione ad accettare “per tutto un giro” le decisioni adottate legalmente dalla maggioranza. Quella nuova idea di democrazia governante fondata sulla regola maggioritaria che noi per primi avevamo affidato al programma dell’Ulivo. Furono semmai quelli gli anni “contro”. A segnare la stagione dell’Ulivo era stata invece una nitida ispirazione riformista guidata dalla preoccupazione positiva del “per”».

Renzi ha detto che l’Italia si è fermata per vent’anni grazie a questa contrapposizione tra pro e antiBerlusconi.
«L’ho ascoltato, l’ho letto, e l’ho riletto. E debbo dire che non mi ha convinto. Capisco che parlando ai ciellini, che di certo in questi anni hanno rappresentato una colonna portante dello schieramento berlusconiano, era forte la tentazione di alleggerire le loro gravi responsabilità. E il modo più semplice era dire che anche noi avevamo le nostre e che, nella nuova stagione politica il riconoscimento dei reciproci e comuni errori è la migliore condizione per l’apertura di un nuovo confronto. Ma in quello che potremmo chiamare il discorso “sul ventennio”, non foss’altro per il numero incredibile di ricorrenze che denunciano i limiti di “questi vent’anni”, ci sono troppe cose che chiedono un approfondimento. Perchè i casi sono due. O questo è stato il ventennio berlusconiano, e allora è a lui che va indirizzata la responsabilità di questa pausa. Oppure va riconosciuto che essi sono stati attraversati da un confronto tra visioni e linee contrapposte e allora il discorso deve farsi più analitico».

La pensa come D’Alema, rispetto al passato?
«Che fa? Mi provoca? Pur muovendo da scelte diverse può capitare e apparire che si dicano cose simili. Io voglio dire che non si può ragionare sul futuro senza confrontarsi su una lettura del passato, di quello precedente agli anni ‘90 al quale vedo che Renzi ha rinviato al limite della nostalgia, e a quello di “questi vent’anni”. Non lo dico per dire che dobbiamo difendere comunque il nostro, ma per riconoscere che la storia non inizia oggi e per riconoscere in esso le nostre responsabilità. Le nostre. Ma anche i nostri meriti. I nostri».

Da - http://www.unita.tv/interviste/parisi-il-senso-dellulivo-la-memoria-a-volte-fa-brutti-scherzi/
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