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Autore Topic: DIARIO TRI/VENETO (2)  (Letto 31955 volte)
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« Risposta #30 il: Dicembre 06, 2007, 10:52:54 »

Gli Industriali invitano la Guardia di Finanza «Collaboriamo»
 
 
Vicenza
Basta giocare a guardie e ladri. L'invito è di Rodolfo Mariotto, presidente del raggruppamento Vicenza Nordest dell'associazione Industriali. È stato lui l'artefice dell'incontro di ieri tra i vertici della Guardia di Finanza di Vicenza e gli industriali. Primo incontro in assoluto «per tentare di abbattere il muro di incomunicabilità tra chi controlla e chi è controllato». E lavorare al meglio.

Ha spiegato il presidente dell'associazione Massimo Calearo: «Da sempre Confindustria ripete che le tasse vanno pagate bene, e da tutti. Per noi la Guardia di Finanza è davvero una risorsa. La concorrenza si fa ogni giorno più spietata. E la concorrenza si vince con l'arma della legalità. Pensiamo alla lotta alla contraffazione e all'evasione fiscale: chi può esserci d'aiuto se non la Finanza? Si va sempre in cerca di mille consulenti, ma sono loro, le Fiamme Gialle, a darti i suggerimenti più preziosi».

Per il tenente colonnello Antonio Morelli, comandante della Guardia di Finanza di Vicenza, si è trattato del secondo incontro con le categorie economiche, dopo quello con gli Artigiani.

«Non siamo il fronte contrapposto - ha spiegato -. Noi dobbiamo garantire il rispetto delle regole, che va a vantaggio degli imprenditori. Ottimizzare il lavoro significa anche assicurare giustizia. Sono stato felice di accettare l'invito dell'associazione Industriali. Seguiranno sicuramente altri momenti di confronto».

«Un modo di collaborare in piena trasparenza - ha aggiunto Calearo- perchè siamo tutti nella stessa barca. Lo scambio è importante anche per fare capire come funziona la nostra economia. È accaduto con il vescovo Cesare Nosiglia. Quando ci siamo conosciuti gli ho spiegato come Vicenza fosse diversa dalle realtà da cui proveniva, Genova o Roma. E poi con il giovane colonnello Morelli ha già instaurato un rapporto cordiale. Reciproche relazioni di correttezza, come si vede fare in altri posti d'Europa».

Donatella Vetuli
 
da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #31 il: Dicembre 07, 2007, 11:13:59 »

POLITICA

Ferrero, Mussi, Pecoraro Scanio e Bianchi scrivono una lettera al premier per sollecitare un ripensamento sulla base militare Usa Dal Molin

I ministri della Cosa Rossa a Prodi: "Sulla base di Vicenza ci devi ripensare"

Il documento arriva alla vigilia degli Stati generali di "La Sinistra-L'Arcobaleno" dove l'Assemblea permanente di Vicenza manifesterà tutta la sua rabbia

 
ROMA - "Ti scriviamo per sollecitare un ripensamento sulla base militare statunitense di Vicenza". I ministri della Cosa Rossa Paolo Ferrero, Fabio Mussi, Alessandro Bianchi e Alfonso Pecoraro Scanio scrivono al premier Romano Prodi e lo invitano a ripensare il progetto di Vicenza. Non tanto per una questione politica ma per rispetto della popolazione locale che tutto sommato non è così contenta di avere in città una base militare con dimensioni doppie rispetto a quello attuale. Aprono, quindi, un nuovo fronte di tensione all'interno della maggioranza. Come se, tra legge elettorale, partita economica, pacchetto sicurezza e assi privilegati, non fosse già abbastanza strattonata e usurata. E lo aprono alla vigilia degli Stati generali della Cosa Rossa che si riuniscono domani per tenere a battesimo "La sinistra-L'arcobaleno".

"Come sai- si legge nella missiva- non abbiamo mai condiviso la decisione di dare il via libera all'ampliamento della base. La questione non rappresenta però solo un elemento di conflitto tra forze politiche". Il punto riguarda i rapporti tra il governo e la popolazione di Vicenza: "Riteniamo - scrivono - non sia possibile continuare come se nulla fosse, in una situazione in cui la sacrosanta richiesta dei cittadini vicentini di avere un referendum popolare sull'opportunità o meno di ampliare la base, è stata disattesa da chi aveva il potere di organizzare la consultazione".

Il Comitato "No Dal Molin" e tutto l'affaire della base militare a Vicenza ha già provocato guai pesanti a questa maggioranza. La crisi di governo del febbraio scorso era esplosa sulle linee generali di politica estera e in mezzo c'era anche la base Dal Molin. A Vicenza, sempre in quei giorni, avevano marciato più di centomila persone. Il popolo pacifista contro il "suo" stesso governo. Allora si poteva ancora dire così. Oggi, mesi dopo, sono talmente tante le tensioni tra la sinistra radicale e il governo che è più quello che divide di quello che unisce.

"Ti chiediamo quindi - è il punto posto nella lettera dai ministri - un ripensamento anche alla luce dell'ordine del giorno che impegna il governo ad organizzare entro i primi sei mesi del 2008 una Conferenza nazionale sulle Servitù militari".

"In questa situazione, in cui crescono le tensioni internazionali e i venti di guerra - osservano infine - aprire una interlocuzione vera con le popolazioni che si oppongono all'allargamento della base statunitense è un punto decisivo per un governo progressista e democratico. Per questo ti chiediamo di prendere ogni iniziativa utile per ricercare una soluzione rispettosa della dignità, della qualità della vita e dei diritti dei cittadini vicentini".

La questione della base militare Usa a Vicenza è esplosa nell'estate 2006, pochi mesi dopo l'insediamento del governo Prodi. Il Professore infatti e il ministro della Difesa Arturo Parisi hanno autorizzato il raddoppio della base Usa e la costruzione di una struttura nuova in località Dal Molin. Hanno concluso, a dir la verità, un percorso avviato dal governo Berlusconi nell'ambito di una più vasta cooperazione Nato. L'area dove si alzerà il nuovo insediamento militare è a 1.500 metri del centro storico di Vicenza, gioiello di architettura palladiana. A giugno l'ambasciatore Usa Ronald Spogli annunciò l'imminente fase attuativa. In estate un gruppo di parlamentari pacifiste, tra cui Elettra Deiana e Lalla Trupia, erano state a Washington per capire meglio a che punto fosse la situazione. Scoprirono allora che in realtà c'erano margini di trattativa perchè il Congresso Usa non aveva ancora deliberato in via definitiva.

Si arriva così alla lettera dei ministri de "La Sinistra-L'Arcobaleno". Ripensarci, scrivono a Prodi, è in fondo anche un modo "democratico" di affrontare le questioni. Ma la missiva ha anche un uso, diciamo così, interno. Su Vicenza si sono organizzate due ali di protesta. Una più "garbata", i comitati Dal Molin, e una più movimentista, l'Assemblea permanente, persone, centri sociali ma anche militanti della Lega e anche Luca Casarini. Quelli dell'Assemblea hanno più volte accusato in questi mesi ministri e parlamentari della Cosa Rossa di non fare quello che hanno promesso e di non rispettare le volontà della base che li ha eletti. E hanno annunciato di manifestare tutta la loro rabbia proprio durante l'assemblea degli Stati generali. Non basterà certo una lettera a convincerli del contrario.

(7 dicembre 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #32 il: Dicembre 08, 2007, 05:15:24 »

Siamo veneti o trogloditi?

Si può espellere dalla cerchia della città chi non può dimostrare di avere un reddito? Il provvedimento di alcuni sindaci veneti ha precedenti storici documentati 


Il sindaco di Treviso Giancarlo GentiliniSi può espellere dalla cerchia della città chi non può dimostrare di avere un reddito? Il recente provvedimento di alcuni sindaci veneti è molto discusso, ma in realtà ha precedenti storici e giuridici ben documentati. Presso l'uomo di Cro-Magnon il troglodita che non era in grado di procacciare al branco almeno un coniglio alla settimana veniva cacciato a sassate dalla caverna. E fino al neolitico non era infrequente che gli individui in stato di indigenza venissero chiusi in una cesta e buttati in un dirupo, recuperando poi la cesta. Sono episodi documentati da pitture rupestri, rinvenute, per una curiosa coincidenza, tutte nel Triveneto. La ventilata espulsione dei nullatenenti fa di questa zona d'Italia un vero laboratorio sociale. Altri sindaci locali, sull'esempio dei volonterosi colleghi, hanno allo studio ulteriori provvedimenti d'avanguardia.

Espulsione doppia Proposta da un paio di sindaci leghisti dell'altopiano del Bruson, l'espulsione doppia prevede che ogni straniero espulso venga poi rintracciato nei campi, con l'ausilio di mute di cani, ricondotto nella piazza del paese e nuovamente espulso. Una sola espulsione pareva un provvedimento troppo blando.

Gemellaggi Fallito il tentativo di molti sindaci veneti di gemellarsi con colleghi dell'Alabama. "Noi abbiamo chiuso con il razzismo", dichiara il vicegovernatore della Contea di Hanging, Bill White. "Non attirava più i turisti, meglio allevare struzzi o organizzare gare di motocross". Incassati solo rifiuti anche da altre municipalità contemporanee, alcuni primi cittadini veneti stanno pensando a una forma inedita di gemellaggio storico: con Sparta e con alcune municipalità azteche.

Salario delocalizzato Secondo uno studio della Camera di Commercio dell'altopiano del Brusin, i salari vanno commisurati al tenore di vita della zona d'origine del lavoratore. Un indiano va pagato in rupie, un indonesiano

in conchiglie, un africano in noci di cocco. Le culture legate al baratto vanno incoraggiate. Un operaio di Capo Verde impiegato in una fabbrica di articoli sportivi del Vicentino ha ricevuto come tredicesima 20 guanti da sci sinistri.

Esame di cultura veneta Può rimanere in Veneto solo quell'immigrato che dimostri una perfetta conoscenza della lingua e delle tradizioni venete, rispondendo a un prontuario di duemila domande di questo tenore: "Quanti cuciai de zucaro vano ne la torta del Brusin come che la fano ne l'altopiano del Bruson, e quanti cuciai de zucaro vano ne la torta del Bruson come che la fano ne l'altopiano del Brusin".
Chi non risponde correttamente è prima internato in campi di rieducazione degli altopiani del Brusin e del Bruson, poi, una volta ottenuta dopo anni di stenti
la cittadinanza veneta, acquista il diritto di rinverdire un'antica tradizione: imbarcarsi su un piroscafo e emigrare.

Revisione storica La vulgata sulla emigrazione, che vide partire per il mondo molti milioni di veneti, viene radicalmente confutata da alcuni storici revisionisti, tra i quali i professori Zandomeneghin e Zandomenegon. L'idea che i veneti emigrassero per povertà è il frutto, secondo Zandomeneghin, della propaganda marxista. Si trattava, in realtà, di facoltosi esponenti del mondo agricolo che viaggiavano per motivi di studio, sull'esempio della più avanzata borghesia europea. A chi gli fa notare che si trattava di analfabeti, il professore replica: "Apunto! Per quelo che voleveno studiar!". Quanto alla fame, si tratta dell'ennesimo luogo comune della retorica di sinistra: "Xe vero che magnaveno solo mais. Ma non avete idea di quante panochie, ah! Anca 20-30 panochie al zorno, ah!". Diversa la tesi del professor Zandomenegon, secondo il quale l'emigrazione veneta fu una gigantesca esercitazione della Protezione Civile: l'evacuazione di un'intera regione. Grazie alla disciplina dei veneti, l'esercitazione riuscì così bene che molti non fecero mai ritorno.

(07 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #33 il: Dicembre 09, 2007, 05:03:23 »

IL VICESINDACO SORRENTINO 

«Corteo e sicurezza. Quella dei ministri è solo una boutade»
 
 
«Per quanto ci riguarda le cose non cambiano. Tutto è stato definito, dal punto di vista della sicurezza». All'indomani della lettera con cui i ministri della sinistra Paolo Ferrero, Fabio Mussi, Alfonso Pecoraro Scanio e Alessandro Bianchi hanno chiesto al premier Prodi di fare marcia indietro su Camp Ederle 2, il vicesindaco e assessore alla sicurezza Valerio Sorrentino dichiara di non temere ripercussioni sul fronte dell'ordine pubblico da parte del popolo dei No base in vista dei due appuntamenti caldi della prossima settimana: l'inaugurazione del teatro comunale e la mobilitazione europea contro il progetto Dal Molin. Una lettera che butta benzina sul fuoco delle ragioni del no? «Non credo. Penso che l'iniziativa dei ministri sia più che altro una "boutade". Se Prodi dovesse far bloccare i lavori ne prenderemo atto, ma non credo lo farà e dubito fortemente, anche se mi piacerebbe, che i quattro che hanno mandato la lettera facciano cadere il governo. Non credo sia una lettera a far cambiare le cose».
Sorrentino si dice convinto che «l'uscita di questi signori dipenda dal fatto che si temono contestazioni a Roma per la convention della Sinistra radicale». E chiarisce: «È un modo per tenerli buoni», riferendosi alla protesta che il Presidio Permanente ha annunciato di voler mettere in scena oggi nella Capitale a suon di pentole, tamburi e fischietti in occasione della convention che sancisce il varo della Sinistra arcobaleno. Protesta che vuole spingere verso una moratoria sui lavori al Dal Molin.Sulla possibilità che lo zampino dei quattro ministri possa incidere sulle proporzioni della mobilitazione tanto da rimettere in discussione le misure di sicurezza già programmate per gli eventi clou di lunedì e sabato, il vicesindaco si esprime con un pizzico di fatalismo: «L'ordine pubblico è gestito dal questore, il Comune può fare ben poco. In realtà, se dipendesse dal Comune ci sarebbero altri provvedimenti. Confidiamo quindi nel lavoro del questore. Mi auguro solo che i cittadini di Vicenza abbiamo meno disagi possibili, che si abbia rispetto di loro che non ne possono più e ne hanno le scatole piene. Per quanto riguarda l'inaugurazione del teatro staremo a vedere, saranno prese tutte le precauzioni possibili. Per la manifestazione di sabato, non penso che l'intervento dei ministri provochi, per reazione, un aumento dei manifestanti».

Laura Pilastro
 


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L'Aeronautica spegne la torre di controllo 
Dal 15 dicembre funzionerà a orari di ufficio. Esplode l’ira di Bonotto (Aeroclub) contro Hüllweck, Forza Italia, Calearo e Costa
 
Dal 15 dicembre la torre di controllo dello scalo vicentino rispetterà gli orari di ufficio. E cioè dalle 8 alle 16 dal lunedì al giovedì, dalle 8 alle 12 il venerdì, chiuso sabato, domenica e festivi. Tradotto, significa basta voli privati, la maggior parte dei quali adesso partono dopo le 16 e nel weekend (attualmente l'attività di volo si svolge tutti i giorni dalle 7 alle 20). Una vera e propria mazzata - arrivata l'altro ieri, con una stringata comunicazione di Alessandro Di Muni, comandante dell'aeronautica militare di stanza al Dal Molin - che ha fatto andare su tutte le furie Antonio Bonotto, referente di Apindustria Vicenza per l'aeroporto Dal Molin, oltre che Presidente dell'Aeroclub Vicenza. Lui, che fino a ieri non era mai intervenuto sulla questione, ne ha per tutti. «Ci faremo sentire, a costo di fare delle azioni di disturbo e di invadere la pista», ha chiosato, aggiustando la mira. Sul sindaco: «Sono meravigliato dell'assoluta mancanza di lungimiranza del sindaco Hllweck e mi vergogno dei miei colleghi di partito a livello provinciale e regionale (Bonotto era candidato sindaco di Schio per Forza Italia, ndr)»; su Calearo: «Dopo le sue dichiarazioni, spero che Renzo Rosso (patron della Diesel che spesso usa l'aeroclub, ndr) si ritiri da Confindustria, io lo farei immediatamente»; su Paolo Costa: «Chi è stato quell'intelligente a dire di spostare gli americani nel lato ovest? C'è tutto lo spazio a est e la tangenziale risolveva il problema dell'entrata di via Sant'Antonino, mentre a Ovest abbattiamo 900 piante, senza considerare che perdiamo l'aeroporto».
Sì perché la decisione dell'Aeronautica è fatalmente destinata ad accelerare la fine dell'aeroporto civile di Vicenza. Da parte dei militari italiani non è arrivata nessuna spiegazione, anche se il motivo ufficiale potrebbe essere il debito di 50mila euro che avanzano da Aeroporti Vicentini per le ore in più fatte alla torre di controllo. Ma dietro alla mossa c'è il sospetto di una volontà politica, visto che la società di via Sant'Antonino, dopo la riunione del Cda di lunedì scorso, si era impegnata a risolvere la questione debiti in attesa di risposte dallo Stato. E se il primo scoglio, l'appuntamento del 14 dicembre con il giudice per la procedura fallimentare presentata da un creditore, sta per essere superato, adesso si è aggiunto lo stop dell'Aeronautica militare che, a quanto sembra, aveva richiesto un saldo entro il 30 novembre. «La mia impressione è che vogliono a tutti i costi chiudere l'aeroporto», conclude Bonotto, «un problema politico e di governo che fanno pagare ai vicentini, soprattutto agli imprenditori di una delle zone più produttive d'Italia, i quali fanno business in tutto il mondo»

Pietro Rossi
 
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PRESIDIO PERMANENTE 
Cinque pullman a Roma: «Le parole non bastano. Ora i fatti»
 
 
(e.s.) Cinque pullman di vicentini del fronte del "no" (più uno di "No Mose") arrivano oggi nella capitale per reclamare la sospensione dei lavori al Dal Molin. «Non chiediamo la luna, ma il rispetto delle promesse fatte». A Cinzia Bottene e compagni la lettera dei ministri non basta e quindi l'assordante rumore delle pentole del Presidio oggi sarà in trasferta alla fiera di Roma, per disturbare la convention della sinistra "radicale". Partiti all'una di notte, dovrebbero raggiungere il luogo della protesta attorno alle 8. Nell'occasione i manifestanti consegneranno una lettera aperta a tutti i presenti. «Vogliamo che alla parole seguano atti concreti», fanno sapere da Rettorgole. «Il Dal Molin non è una questione di equilibri, è una questione di principi: chi vuol portare con orgoglio la spilla della pace al petto non può avere sulle proprie spalle la responsabilità di aver permesso la realizzazione del più importante centro militare statunitense in Europa. La moratoria sui lavori deve essere applicata subito, prima della grande manifestazione europea del 15 dicembre. La lettera non è sufficiente: tante tracce d'inchiostro contro il Dal Molin sono state lasciate sui giornali, ma non un'istanza concreta è stata portata in Parlamento». Cosa vuole di preciso il movimento di Ponte Marchese lo spiega Olol Jackson: «La vicenda della base deve essere una discriminante per questa maggioranza quando ci sarà la verifica di gennaio. Bisogna che i responsabili dei quattro partiti di governo domani si prendano questa responsabilità. La lettera? Va bene perché vuol dire che la questione non è finita, ma così non si bloccano le basi». Nessuna novità invece per quanto riguarda la contestazione di lunedì a Vicenza, in occasione dell'inaugurazione del nuovo teatro. «Il Coordinamento vorrebbe sapere cosa intendiamo fare? Ci chiamino, visto che in precedenza avevano detto che non avrebbero manifestato. Noi alle 19 saremo davanti alle mura», dice Francesco Pavin.


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ALBERA (COORDINAMENTO) 
«Speriamo che la lettera trascini altri nella lotta. Serve un confronto con Rettorgole»
 
 
(e.s.) «Bene la lettera al premier, ma sei mesi per convocare una conferenza sulle servitù militari mi sembrano troppi: ci vorrebbero tempi più rapidi». Giancarlo Albera, portavoce del Coordinamento dei comitati, rimane prudente: non era catastrofico dopo l'ultima trasferta del movimento a Roma, e non è particolarmente euforico adesso che quattro ministri hanno scritto a Prodi per convincerlo a ripensarci. «La lettera ha interrotto il silenzio», dice Albera. «Sono contento che si sia tornati a parlare di Dal Molin: l'immobilismo è dannoso per la causa. Agli stati generali della sinistra, a Roma, la nostra presenza non serve: sono tutti senza dubbio contrari alla nuova base americana. Il fatto è che quei centosettanta parlamentari che si sono schierati con noi dovrebbero diventare di più. Speriamo che la lettera dei quattro ministri trascini altri nella nostra lotta».
Per quanto riguarda il rapporto tra Coordinamento e Presidio Permanente, Albera spera di potersi confrontare oggi con i rappresentanti del movimento di Rettorgole. Domani sera c'è la tanto attesa inaugurazione del nuovo teatro comunale e tra le due anime del "no" non è stato ancora condiviso un programma per la contestazione dell'amministrazione. «Io vorrei fare una protesta silenziosa, di un silenzio assordante, magari utilizzando manifesti che fanno il verso a quelli che il sindaco ha usato per tappezzare la città: per noi la bambina della pubblicità, oltre al teatro, chiede una città di pace».
 

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«La Sinistra c'è Non so perché il Presidio continui a contestare»
 
 
(e.s.) «Sono soddisfatta: con lo stop dettato a Prodi dai quattro ministri abbiamo fatto un altro passo avanti verso l'obiettivo finale di impedire il Dal Molin». La parlamentare vicentina Lalla Trupia ha più motivi per rallegrarsi della lettera di Mussi, Bianchi, Ferrero e Pecoraro Scanio: «È la dimostrazione che la politica della sinistra può essere amica dei movimenti e delle ragioni di una comunità locale: Vicenza non è una città particolarmente grande, eppure la costruzione della nuova base è sul tavolo delle verifica nazionale che abbiamo chiesto al premier». La politica sarà anche amica dei movimenti, ma in questo momento una parte del fronte del 'no' non sembra altrettanto amichevole: oggi a Roma quelli del Presidio Permanente saranno presenti alla convention della sinistra per reclamare rumorosamente il rispetto della promessa di moratoria da parte dei parlamentari.«Facciano ciò che credono», dice la Trupia. «Non so cosa abbiano da contestare a questo punto. Che obiettivo hanno? Essere visibili o fare un passo in avanti verso la vittoria finale? La pensano diversamente da me, ma ciò non toglie che abbiano fatto anche molte iniziative positive in questi mesi. La lettera dei ministri è anche la dimostrazione che la tenacia e l'unione pagano: è un premio per i movimenti e per noi parlamentari. Dopo la manifestazione di febbraio c'era il rischio che Vicenza fosse ridotta a una questione locale. Penso che adesso la raccolta firme per la moratoria andrà avanti alla grande. Il movimento contro il Dal Molin ha molte anime, ma bisogna stare insieme. La contrapposizione non paga».


da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #34 il: Dicembre 12, 2007, 06:36:04 »

IL BRACCIO DI FERRO SULLA DENOMINAZIONE

Respinta la mediazione della giunta per salvare il marchio storico in Italia

«Il ricorso al Tar sarà rigettato». E Bruxelles «confermerà la decisione»

Tocai, il ministro boccia il doppio nome

Stefano Polzot



De Castro: «Faremmo solo confusione, vado avanti con il Friulano»

«Registro che i consorzi, Confagricoltura e Coldiretti sono convinti di questa linea» PORDENONE. Non ci sono margini per una doppia denominazione del Tocai, per mantenerne il nome nel mercato italiano, mentre all’estero verrebbe conosciuto solo con il termine Friulano. A bocciare la proposta di mediazione lanciata dal presidente della Regione, Riccardo Illy, in occasione della seduta di giunta che si è tenuta venerdì scorso a Clauzetto, colui che avrebbe dovuto farla propria, ovvero il ministro delle Politiche agricole, Paolo De Castro.

L’esponente del Governo Prodi è a Madrid, dove sta partecipando alla Trilaterale con Spagna e Portogallo su alcuni problemi comuni, tra i quali la riforma del vino.

Ministro De Castro, il nome Tocai, di produzione italiana, è destinato a scomparire?
«Registro che gli otto Consorzi di tutela del Friuli Venezia Giulia, titolati della questione, perché hanno la responsabilità della denominazione, sono assolutamente convinti della giustezza della linea che stiamo seguendo al ministero, in assoluta continuità con gli accordi presi nella precedente legislatura che sono legati al rispetto delle norme europee».

Lei cita i Consorzi, ma le grandi cooperative la pensano diversamente e hanno a tal proposito scritto una lettera aperta al presidente del Consiglio, Romano Prodi. Perché la loro è una tesi non condivisibile?
«La posizione delle cooperative è quantomeno suggestiva. In particolare si assume il parere della cooperativa di Cormons come se fosse quello di tutti i produttori, invece non è così. A favore del nome Friulano si sono espressi, tra gli altri, la Coldiretti e la Confagricoltura nel corso di incontri che abbiamo avuto al ministero, alla presenza dell’assessore regionale, Enzo Marsilio. Non a caso, da quanto so, gli otto Consorzi di tutela mi scriveranno per confermare la giustezza del percorso che abbiamo adottato».

Ma per quale motivo il Friuli dovrebbe rinunciare al nome Tocai?
«Per le stesse norme europee che ci consentono di tutelare e difendere i nostri vini Doc, ma anche il prosciutto di Parma e le altre produzioni d’eccellenza del comparto agroalimentare. Questa volta è l’Ungheria a rivendicare tale diritto sul Tocai».

Il presidente Illy sostiene che mantenere il nome Tocai friulano in Italia e Friulano all’estero sia consentito dagli accordi Trips...
«Sono sempre pronto a qualsiasi approfondumento, ma basato su argomenti giuridici validi. In questo caso non ce ne sono e non faremmo un buon servizio se introducessimo una doppia denominazione destinata a far confusione. Idea bizzarra, peraltro, quella di una duplice etichettatura, una che vale per il mercato italiano e l’altra solo per l’estero».

Lei ritiene che il Tar del Lazio, il 17 dicembre, darà torto alle Cooperative nel ricorso contro il suo decreto?
«Lasciamo alla magistratura decidere, ma ho elementi giuridici per ritenere che il ricorso verrà rigettato. La decisione finale sulla vertenza la prenderà la Corte di Giustizia, ma dagli approfondimenti che ho avuto in sede nazionale ed europea ritengo che la linea, lo ripeto concordata con le associazioni agricole e i Consorzi, verrà confermata. Queste iniziative delle cooperative, gli attacchi sui giornali, le prese di posizione politiche anche recenti non favoriscono quel clima sereno, necessario per guardare al futuro».

Conferma che sono a disposizione i 12 milioni di euro di finanziamenti per la promozione del Friulano?
«L’accordo, frutto di un’intesa precedente alla mia gestione, l’ho ereditato e lo confermo, perché è la strada concertata con i Consorzi. Può piacere o meno, ma questo è quello che abbiamo deciso».

(11 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #35 il: Dicembre 13, 2007, 07:12:07 »

IL BARICENTRO DI VENEZIA

«Cacciari troppo mestrino? E’ il suo fallimento politico»

Manuela Pivato


Venezia di qua e Mestre di là. Soprattutto Mestre di là, carica di onori, attenzioni e futuro, almeno a sentire il sindaco Cacciari che da giorni va sostenendo come la terraferma sia l’oggi, il domani e il dopodomani. «Mestre è la città del futuro, perchè a Mestre c’è tutto. L’ospedale, l’aeroporto, il porto. A Mestre ci sono i ragazzi, c’è l’invenzione e c’è anche la produzione culturale giovanile» spiega Cacciari lanciatissimo al di là del ponte.

Per Venezia sembra quasi una resa, a cominciare dalla vicenda Rai sulla quale il sindaco, incurante dell’ennesimo trasloco di posti di lavoro dal centro storico, non usa mezze misure. «In laguna la Rai non ha la possibilità di produrre nulla - continua - è solo una struttura intorno agli affreschi del Tiepolo».

A Mestre, invece. A Mestre Cacciari intravede scenari molto più interessanti, per non dire «istintivi», come se in tutti questi anni i giornalisti della Rai avessero lavorato a Palazzo Labia come in un contenitore affrescato sotto vuoto.

Logico che le affermazioni del sindaco non siano piaciute al di qua del ponte della Libertà. Per il sindaco «Venezia resta il punto di eccellenza internazionale» che vuol dire tutto e niente perchè senza abitanti e senza uffici l’eccellenza è solo ideologica.

Dice infatti il vicepresidente della Municipalità di Venezia Fabrizio Reberschegg: «Purtroppo è vero per Venezia che il futuro dello sviluppo è a Mestre e purtroppo è vero per Mestre che lo sviluppo si sposta sempre più verso Padova e Verona. Però è anche vero che per il centro storico sembra una resa. Un sindaco che parla così, al suo terzo mandato, significa che sta prendendo atto del fallimento oggettivo di questa città e anche del suo fallimento personale. Basti pensare alla residenzialità. Se ne parla dagli anni Settanta e nessuno è riuscito a invertire la tendenza di un millimetro».

L’esodo, gli uffici che ne se vanno, gli abitanti che se ne sono già andati. Per il deputato di FI Cesare Campa «una città deve restare città e se il sindaco non difende i suoi pezzi più importanti, come ad esempio la Rai, allora la situazione è grave».

«Oggi è la Rai, domani sarà un’altra cosa. Altri palazzi che si svuotano, altri lavoratori che se ne vanno - continua Campa - è davvero singolare che il sindaco di Venezia non si renda conto della pesantissima crisi della sua città o tenti di risolverla portando tutto a Mestre».

Perchè il punto è proprio la trasposizione da una città all’altra, come fa notare il capogruppo di Rc Sebastiano Bonzio. «Quelle di Cacciari mi sembrano dichiarazioni oneste, coerenti con la sua amministrazione anche se non mi sembra che si stiano compiendo scelte per il futuro di Mestre. Però è vero che stanno svuotando il centro storico. Venezia senza un corpo di residenti è nulla, l’architettura non basta».
E mentre il sindaco sta organizzando gli auguri alla stampa solo in sede mestrina - «mica l’ho deciso io, me l’hanno proposto e ho detto di sì», chiosava ieri - i filo-veneziani rinsaldano la protesta.

Come, tra gli altri, il capogruppo della Lega, Alberto Mazzonetto, che spiega come la vede: «Dopo tre mandati e un’alluvione, Cacciari si è accorto che esiste anche Mestre. Bravo. Ora che il centro storico è stato devastato dai turisti, dai colombi, dai delinquenti, dagli accattoni e dall’assoluta mancanza di iniziative politiche, ci preoccupa che il sindaco possa portare la sua politica del degrado anche in terraferma».

(13 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #36 il: Dicembre 14, 2007, 04:29:35 »

14 dicembre 2007

Scelgo di essere a Vicenza con la mia gente

di Lalla Trupia*


Mi colpiscono particolarmente due aspetti delle esternazioni americane del Ministro degli Esteri -a nome del Governo italiano- sulla “irreversibilità” della decisione di costruire a Vicenza una nuova base militare statunitense:

-la scelta di ribadire decisioni che hanno diretta attinenza con l’esercizio della sovranità e dell’autonomia nazionale a casa dei diretti  interessati, a  Washington, e sotto la vigile presenza di Bush e Condoleeza Rice. Se ne ricava inevitabilmente una sgradevole impressione;
-la scelta di prendere la parola sempre “fuori casa” in una materia così delicata come la politica estera, evitando accuratamente di coinvolgere le sedi istituzionali proprie, quali il Governo e il Parlamento e tenendosi lontani sistematicamente da un confronto con  le cittadine e i cittadini che ancora sono tenacemente contrari a questa scelta insensata.

Prima Prodi a Bucarest, ieri D’Alema a Washington sono riusciti a rappresentare anche simbolicamente la lontananza, che ormai è diventata troppo spesso pratica di governo, non solo dalle comunità locali, ma dai rappresentanti istituzionali della loro stessa maggioranza. L’appello rivolto ancora in giugno a Romano Prodi da ben 170 parlamentari della maggioranza è stato accolto da un gelido silenzio. Si avanzava una proposta di buon senso: la moratoria dell’inizio dei lavori al Dal Molin fino allo svolgimento della seconda Conferenza sulle servitù militari prevista nel programma dell’Unione. Nessun cenno di interlocuzione da parte del Governo. Come se non esistessimo. 

Stessa algida indifferenza fino ad oggi nei riguardi della lettera con cui i quattro ministri della Sinistra-L’Arcobaleno chiedono un ripensamento  sulla base militare americana e assumono la richiesta di Moratoria, ponendo di fatto la base di Vicenza tra le questioni prioritarie della verifica di gennaio.

Ancora silenzio.

E mi ha sinceramente ferita la notizia che a farsi garante di una scelta che spetta al Governo e sulla quale non si è mai sentito il bisogno di interpellare né le comunità locali né il Parlamento e a liquidare la lettera dei quattro ministri come puro atto consentito dalle libertà costituzionali, sia, sempre da Washington, la più alta carica dello Stato, il Presidente Napolitano.

Nonostante il Suo autorevole richiamo, continuo testardamente a pensare che fare di Vicenza una cittadella militare in cui insediare la più grande base americana d’Europa sia una scelta scellerata per il futuro della mia città e per il futuro di pace che tutti a parole diciamo di volere. Ma non mi perdo d’animo e non mi arrendo. Come tutti quei cittadini che in questi tre giorni manifesteranno a Vicenza e che stanno già raccogliendo in tutto il paese centinaia di migliaia di firme a favore della moratoria.

E’ giunto il momento che una questione tutt’altro che locale, ma di grandissimo interesse nazionale, approdi nella sede propria: il Parlamento. A questo fine, i capigruppo de La Sinistra-L’Arcobaleno e tutti i deputati veneti impegnati in questa battaglia, oggi hanno depositato una mozione formale presso la Camera dei Deputati.

Per quel che mi riguarda, dovendo scegliere dove stare domani e sabato, scelgo di stare con la mia gente e con chi da più di un anno sacrifica famiglia, lavoro, tempo di vita perché ha a cuore il futuro dei suoi figli, della sua bella città, della pace.
Venerdì perciò non sarò a Roma a votare per tre volte la fiducia al Governo, ma a casa mia con tanti giovani e tante donne a dire: NO DAL MOLIN, MORATORIA SUBITO….

*Parlamentare Sd

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« Risposta #37 il: Dicembre 15, 2007, 06:02:32 »

No Dal Molin, Vicenza dà un volto agli invisibili


In testa, Dario Fo e maschere bianche. Vicenza si prepara al corteo che sabato concluderà la tre giorni di mobilitazione europea iniziata giovedì 13 dicembre. Attese ventimila persone, per riprendersi il palcoscenico della protesta dopo che «su Vicenza è calato il silenzio». Il comitato No Dal Molin accusano il Governo: «Ci considerano soltanto come una presenza collaterale». Per questo i volti dei manifestanti saranno dipinti di bianco, per «evidenziare l’invisibilità di Vicenza, svenduta e trattata come una merce dallo stesso Presidente della Repubblica».

La polemica è storia recente. Mercoledì, in visita a Washington, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva dichiarato che riguardo all’ampliamento dell’aeroporto Dal Molin, da parte del governo italiano non c’era «nessun ripensamento». Apriti cielo. «Invece di volare negli Stati Uniti per fare la first lady di Bush – avevano prontamente risposto quelli del presidio – Napolitano farebbe bene a fare il Presidente della Repubblica italiana, recandosi a Vicenza e parlando con quei cittadini di cui dovrebbe essere il massimo rappresentante».

In corteo, sabato, nessuna bandiera: i No Dal Molin non hanno «padreterni» e sono arrabbiati praticamente con tutti, anche con i partiti della sinistra che dicono di sostenere la loro causa ma ancora non hanno fatto arrivare in Parlamento la moratoria sull’inizio dei lavori di ampliamento della base americana. Il corteo, comunque, è aperto a tutti. Ad aprirlo ci sarà un palco itinerante, «un camion di otto metri – spiegano – dal quale interverranno i rappresentanti del movimento vicentino, ma anche le delegazioni in arrivo da tutta Europa e gli attivisti statunitensi che si battono contro la guerra».

Ci sarà anche Lalla Trupia, la deputata vicentina di Sinistra Democratica che ha annunciato: sabato non sarò in Aula a votare la fiducia al governo. Vado a Vicenza e sto con i cittadini. E critica, riferendosi a D’Alema e Napolitano, «la scelta di prendere la parola sempre “fuori casa” in una materia così delicata come la politica estera, evitando accuratamente di coinvolgere le sedi istituzionali proprie, il governo e il parlamento, e tenendosi lontani sistematicamente da un confronto con le cittadine e i cittadini che ancora sono tenacemente contrari a questa scelta insensata».

Dalla parte dei vicentini anche la vicepresidente della commissione Difesa alla Camera, Elettra Deiana: «Con la questione del Dal Molin – ha dichiarato la parlamentare del Prc – il Governo ha toccato il suo punto più basso per quanto riguarda il rispetto del programma e il rapporto democratico con gli elettori. La vicenda dell'ampliamento della base militare di Vicenza non può assolutamente considerarsi chiusa, nonostante il giudizio le del Presidente della Repubblica e le congratulazioni che la Segretaria di Stato americana Condoleeza Rice ha rivolto al Ministro degli Esteri D'Alema, il quale avrebbe fatto meglio a prendere le distanze».

Partirà per il Veneto anche il capogruppo di Rifondazione al Senato, Giovanni Russo Spena. E assicura che «tra i punti della verifica di gennaio – quella che vedrà confrontare sinistra e governo – uno di quelli più importanti sarà proprio la moratoria sul raddoppio della base, almeno sino a quando non si sarà svolta la conferenza sulle servitù militari che figurava nel programma dell'Unione».

Pubblicato il: 15.12.07
Modificato il: 15.12.07 alle ore 10.39   
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« Risposta #38 il: Dicembre 16, 2007, 04:49:35 »

Vicenza
(D.V.) «Un grande successo ...
 
 
(D.V.) «Un grande successo per Vicenza». Gli occhi a stella, un piumino crema da brava ragazza, i capelli tirati su dalla pinza con strass. E lo zainetto in spalla. Ecco Cinzia Bottene, leader del movimento contro il Dal Molin, volutamente sottotono, senza eccessi, senza troppa visibilità, ai lati del corteo, a smussare facili entusiasmi o a resistere allo scoramento di una battaglia infinita. Calibra le parole, da buon politico: «Sessantamila, settantamila partecipanti. E quasi tutti di Vicenza - dice spalancando gli occhi -. Possiamo ancora vincere. Intanto la bonifica dell'aeroporto è stata bloccata grazie a noi. E poi abbiamo una fantasia illimitata. Troveremo altre forme di lotta. C'è già un pool di avvocati che lavora per individuare i punti deboli del progetto sotto il profilo ambientale. Sì: presto ci muoveremo anche in campo giudiziario. Insomma, non lasciamo nulla di intentato».

Eppure il progetto cammina. Gli americani annunciano che durante l'estate partirà il cantiere vero e proprio e il presidente della Repubblica ripete a Bush che la base si farà. «Napolitano -aggiunge la Bottene - dovrebbe occuparsi di difendere la Costituzione e i cittadini. A Roma abbiamo chiesto ai parlamentari di riappropriarsi degli ideali di democrazia. Ma vogliamo atti concreti. Basta chiacchiere». La Erin Brockovich vicentina vuole solo guardare avanti, e aggiunge: «Non ho visto i politici al corteo. Forse perchè sono stata sempre in testa. Mi hanno chiesto se anch'io presto farò politica. Macchè. A me piace stare in mezzo alla gente. Combattere. Quando la battaglia sarà vinta spero di tornare alla vita di sempre».


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Dalla stazione con pentole e fischietti erano in oltre 30 mila per dire no alla base Usa. Nessun incidente, solo qualche tensione 
I No Dal Molin senza i leader della Sinistra 
Pochissimi i politici presenti: Achille Variati (Pd), Lalla Trupia (Sd) e Francesco Caruso (noglobal)
 
VicenzaAncora pentole e coperchi, e fischi, e urla, e bandiere arcobaleno, e bambini imbacuccati nei colori del pacisfismo, come i cani dallo sguardo smarrito, e no al Dal Molin in un ossessivo rap sotto un cielo nero. Nessuno scontro, qualche momento di tensione, ma poi il corteo ha sfilato come previsto: tre ore di marcia dalla stazione ferroviaria, oltre 30 mila persone secondo i dati della Questura, 70 mila per il Comitato organizzatore.
Pochissimi politici (Achille Variati del Pd, Lalla Trupia di Sinistra democratica, il no global Francesco Caruso), due nomi eccellenti, il premio Nobel Dario Fo e la senatrice Franca Rame, tra i partiti al Governo solo Rifondazione, Cgil assente, pochi striscioni dell'associazionismo, molte famiglie, molti giovani anche dei centri sociali. Ma una copia striminzita della grande manifestazione del 17 febbraio scorso, quando il movimento sembrava vicino a rivoluzionare gli accordi con gli Usa e la sinistra si era presentata in grande spolvero.

Cinzia Bottene, leader del movimento del No Dal Molin, aveva annunciato che sarebbe stata una manifestazione internazionale, avendo avuto conferma della partecipazione di un gruppo della Repubblica Ceca e dei veterani americani contro la guerra. Molti vicentini, questo sì, come ha sottolineato anche la questura, una grande fetta del serpentone colorato e chiassoso che è scivolato da viale Milano sino a contra' San Bortolo, da Ponte Novo a piazzale Giusti, per sciogliersi in viale Roma. Ad aprirlo le donne, come sempre, in segno di pace, ma stavolta con il viso coperto da una maschera bianca per denunciare di essere cittadine invisibili. Dietro i gruppi di No Tav, No Mose, No all'ampliamento dell'aeroporto senese di Ampugnano, No agli F35 a Novara, Genova G8, Emergency, Vicenza out of Unesco, gli Amici di Beppe Grillo, gli studenti, i Berretti Bianchi (movimento che punta a riconoscere i corpi civili di pace), le bandiere rosse del Partito Comunista. Poche divise in vista, in testa al corteo solo sette agenti. Secondo le cifre fornite dalla questura erano in seicento tra poliziotti e carabinieri, in punti strategici della città, ma lontani dai manifestanti per evitare tensioni. Qualche problema c'è stato quando un gruppo ha tentato di avvicinarsi alla Gendarmeria europea, fallendo nell'intento grazie all'intervento delle forze dell'ordine. A piazzale Giusti, subito dopo, qualcuno ha cercato di sfondare la vetrina della Deutsche Bank, ma senza successo. Scritte sui muri del nuovo teatro, compresa l'oscura frase «Anche se è nuovo è contro il Dal Molin».

Maggiori problemi in serata, alla stazione ferroviaria, quando 250 manifestanti in partenza per Milano pretendevano di salire in treno senza biglietto. Per avere ragione hanno spintano i controllori. Intervento della Polfer, circolazione bloccata sino alle 20, poi chi partiva si è visto costretto a pagare aiutato dalla generosità di un parlamentare di Rifondazione. Pure nella tarda mattina si erano create tensioni alla stazione ferroviaria di Milano e di Verona per gli stessi motivi, con la polizia in assetto di guerra per controllare che chi si recava a Vicenza avesse regolare biglietto. «Ma abbiamo avuto senso di responsabilità- ha commentato Cinzia Bottene - il centro della città è rimasto libero, chi voleva fare shopping non ha avuto difficoltà». Subito la replica di Roberto Cattaneo del Comitato del sì al Dal Molin: «Il centro storico è rimasto deserto, con i negozi chiusi. La gente si è riversata nei centri commerciali. Sono stati questi i segnali del poco interesse alla manifestazione».

Donatella Vetuli
 

 
da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #39 il: Dicembre 24, 2007, 11:11:34 »

Rubriche » Piccola Italia

In Veneto le meraviglie del presidente e di una commissione che riesce a scegliere se stessa

Gli appalti del sistema Galan vince chi chiede di più


NON BISOGNEREBBE mai smettere di leggere le cronache dei quotidiani del Veneto.

Mai. Ogni giorno Il Mattino di Padova e La Nuova Venezia elencano le meraviglie e l'efficienza del "sistema Galan", il cognome di Giancarlo, prodigio della nidiata di amministratori berlusconiani, uomo spiritoso e gaudente, mano ferma e conosciuta di potente podestà regionale.

In Veneto, più che in altre parti di Italia, le gare di appalto spesso le vince chi in busta rialza di più il prezzo. I veneti, che sono tignosi e vogliono le cose fatte per bene, più del prezzo chiedono qualità. Il marchio qualità è impresso in diverse gare per la gestione, la cura e le pulizie degli ospedali. Frutta e ortaggi, carne e pesce, ma anche pulitura, lucidatura, eccetera eccetera. Vogliamo il meglio, costi quel che costi. Al meglio non c'è mai fine e quindi dagli ospedali, il passo è breve, si è passati ad altri tronconi della spesa pubblica.

Intervistato da Renzo Mazzaro su La Nuova Venezia, il presidente dei Sistemi territoriali spa Gianmichele Gambato, ha spiegato il perché e il per come dell'affidamento dei lavori per l'ammodernamento della ferrovia locale Mestre-Adria all'associazione di imprese che ha proposto solo lo 0,50% di ribasso dei costi. "Io faccio una considerazione - ha detto Gambato - uno bandisce una gara da 21 milioni di euro. Arrivano solo tre offerte: la prima offre lo 0,50% (di ribasso ndr), una seconda il 2% e la terza l'11%. Non può nascere il sospetto che la tipologia di questo lavoro fosse particolarmente complessa al punto che l'11 per cento poteva essere un ribasso eccessivo?".

E infatti, il sospetto è nato. E infatti non ha vinto chi chiedeva meno soldi, ma ha vinto chi ne chiedeva di più. Perché farà prima e meglio degli altri.

E chi chiedeva di più? Ah, ecco qua: un'associazione di tre imprese, Carron SpA, Gemmo spa, e Coveco SpA. Delle tre una è molto nota in Veneto: la Gemmo Spa. Lavora molto e bene, lavora ovunque ci sia da lavorare. La famiglia Gemmo conduce con successo l'impresa impiantistica, padri e figli al timone di una azienda solida e bene affermata. Figli e figlie. Irene Gemmo, almeno fino al 26 ottobre dell'anno scorso, è stata vicepresidente della Gemmo spa. E Irene Gemmo chi è? Imprenditrice di qualità e conoscente di Galan.

Più che conoscente amica, anche collaboratrice. Al punto che il 1 marzo 2006 Irene viene indicata dal consiglio regionale membro del consiglio di amministrazione di Veneto Sviluppo SpA, la finanziaria regionale impegnata a sostenere l'economia veneta. Il 30 giugno dell'anno scorso Irene Gemmo è nominata dal consiglio di amministrazione presidente di Veneto Sviluppo. E la finanziaria ha gambe muscolose e una borsa capiente: al suo interno c'è anche il 99,997% di Sistemi Territoriali SpA. Perfetto.

Ora riandiamo all'inizio della piccola storia. L'appalto da 21 milioni per l'ammodernamento della ferrovia è stato bandito da una società (la Sistemi Territoriali appunto) detenuta pressocché totalmente dalla Veneto Sviluppo, di cui è presidente la signora Gemmo. La gara l'ha vinta un'associazione di imprese in cui è presente l'azienda di famiglia della signora Gemmo.

Errori, favori, conflitti di interessi? "Poteva venire proposto ricorso al Tar e fino ad oggi nessuno l'ha fatto", ha giustamente precisato Gambato, il presidente della società che ha bandito l'appalto.
Tutto perfetto e tutto pulito. E, soprattutto, tutto a norma di legge.

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« Risposta #40 il: Dicembre 24, 2007, 11:15:37 »

Rubriche » Piccola Italia 

Ottime aziende, tutte molto amiche

Veneto, ecco il "sistema Galan"

Nel Veneto ogni cosa ha un capo e una coda.


A tenere unito il capo alla coda è lui, Giancarlo Galan. L'uomo è alto e grosso, ha il fisico del conducator e il pensiero leggero. Da dodici anni guida la sua regione. Pugno di ferro, potere ben piantato, occhi e orecchie dappertutto.

La sua professoressa lo immaginava un bravo idraulico. Ma i genitori sognavano per lui un futuro in giacca e cravatta. L'insegnante decise di essere accomodante: "Provate, se proprio volete mandarlo all'università, con una facoltà semplice". Il giovanotto invece scelse Giurisprudenza. E completò la laurea con un master alla Bocconi. Gli studi non hanno scalfito il carattere iracondo, né le sue idee, brevi ma intense. Il chiodo fisso: "Mi piacciono le belle donne. Peccato avere poco tempo da consumare con loro". Sì, al governatore piacciono le donne e adesso i suoi occhi sono tutti per la compagna Sandra Persegato. Per lei ha acquistato e ristrutturato a Cinto Euganeo villa Rodella, millecinquecento metri quadrati coperti, un parco e una cappella privata. L'Espresso ultimamente ha fatto stimare il valore del restauro ad alcuni invitati esperti del settore alla grandiosa festa di inaugurazione della casa reale. Con i soldi dichiarati del suo incarico pubblico (140mila euro lordi l'anno) forse avrebbe potuto sognarla. Acquistarla (e poi ristrutturarla) è sicuro di no.

Galan ama le donne e la bella vita, ama il mare e la pesca. Sempre a pesca si dice che sia. Epperò una cosa bisogna aggiungerla e subito: la sua regione è un immenso cantiere. Il passante di Mestre, il Mose per difendere Venezia, la Pedemontana per alleviare il traffico. E grandi fiere, e altri svincoli, passi e sottopassi. Ruspe ovunque. La sanità, per esempio, è stata rivoltata come un calzino. Si spende sempre molto e gli affari sono per pochi. Il Mattino di Padova con una serie di inchieste ha documentato come le gare di appalto si siano chiuse, e con reciproca soddisfazione, in alcuni casi con importi superiori fino al 36 per cento dell'importo a base d'asta. I Veneti sono fatti cosi così: tengono agli "schei", però un occhio lo danno al prodotto. Si premia l'affidabilità dell'impresa, la qualità del servizio. Si premiava: il 15 novembre l'assessore alla sanità ha capovolto il rapporto: la qualità è importante, ma il costo del servizio lo è ancor di più. E comunque qui si costruiscono ospedali nuovi, quelli di Santorso e Mestre sono un bell'esempio di finanza pubblica che si sostiene sullo sforzo dei privati.

I privati, soprattutto gli industriali, fanno la loro parte. La Gemmo Impianti è una grande azienda nazionale e, tra parentesi, ha accompagnato Galan durante la sua prima campagna elettorale. Non per niente nella famiglia di imprenditori spicca il nome di Irene, che il governatore ha voluto a Veneto Sviluppo, la finanziaria regionale. La Gemmo spa ha vinto le gare, da sola o in consorzio con altre imprese, per la fornitura di energia ai complessi sanitari di Dolo-Mirano, Bassano, Arzignano, Verona. Ancora Gemmo, quando si è trattato di costruire il nuovo ospedale a Santorso con un progetto di finanza mista: un poco dal pubblico e un poco dai privati. In questo caso Gemmo si è consorziata con lo studio Altieri e con la Serenissima ristorazione. Studio Altieri è uno studio di progettazione di antica e solida fama. Il titolare, Vittorio, morto tre anni fa, era compagno di Lia Sartori, eurodeputata di Forza Italia e donna di ferro, forza trainante e indiscussa del sistema Galan. E' vero, saranno amici ma sono bravi. Infatti Gemmo e Altieri hanno anche partecipato, sempre con la formula del project financing alla costruzione dell'ospedale di Mestre. Novanta milioni di euro dallo Stato, 130 dai privati. Che però in cambio hanno avuto la concessione esclusiva dei servizi per 24 anni.

Concessione del valore superiore al miliardo di euro. E Gemmo più Altieri più Mantovani Costruzioni hanno progettato la finanza mista e il tracciato tecnico della Pedemontana, 64 chilometri di strada da costruire per legare la A13 Valdastico alla A27 Mestre-Belluno. Avranno loro il lavoro? La Mantovani, del resto, è impegnata nel Mose di Venezia (4,3 miliardi di euro il costo dell'opera), partecipa anche allo sforzo, insieme alla Gemmo, di realizzare nei tempi dovuti il Passante di Mestre. E la Gemmo è stata pure la capofila del consorzio per la costruzione della terza corsia dinamica della Tangenziale di Mestre. Riferisce poi l'Espresso che la Mantovani si è "aggiudicata due lotti del nuovo Piano Acquedotti (progetto Altieri) della rete di distribuzione del degasificatore, e del piano integrato Fusina".

Imprese pigliatutto? "Tutti leggiamo, tutti vediamo. Però c'è silenzio. Un silenzio assordante", annota Giorgio Carollo, ex amico ed ex potente del sistema Galan. Oggi in proprio, con una carica di europarlamentare e un movimento (Veneto nel Ppe) da mantenere. "Costruire un teorema riferendo la presenza di singole aziende in diversi consorzi ma dimenticando di rilevare la loro rispettiva quota negli stessi, il peso reale che esse hanno, è un'opera mistificatrice - ammonisce invece Lia Sartori, parlamentare di Forza Italia - Il Veneto si è rimboccato le maniche, attua politiche di sviluppo e investe ovunque. Offre lavoro certo alle aziende venete ma non discrimina le altre, tutte le altre. Padova, Verona, Venezia, ovunque c'è una presenza larga e diversificata, non c'è opera che per almeno la metà del suo valore non sia frutto del lavoro di gente non vicina a noi. Non esiste un club di eletti, e i veneti sono un popolo che ha fatto i soldi lavorando".

Non tutto ruota intorno a Galan? Di certo il politologo Ilvo Diamanti gli riconosce la forza, dopo il potere incontrastato della Dc, "di essere l'unico vero leader espresso dal Veneto". Antipolitico e antistatale, ma con una rete vasta di legami esclusivi, amici e soprattutto amiche collocate lungo il tragitto dei suoi dodici anni di regno, Giancarlo Galan ha forgiato e sedotto una intera classe imprenditoriale che ora mantiene sotto chiave. Lunedì sera, davanti agli industriali, è stato sferzante: "Voglio che i vostri dirigenti non siano dei politicanti". "Voglio". Ha detto così. Galan è la sintesi e insieme la rappresentanza più illustre di quello che Diamanti ha chiamato "il forzaleghismo". Il pugno, la politica fisica, la voce tonante, il giudizio definitivo. "Il modello del berlusconismo attuale è lui, non Formigoni. La piazza di Roma è figlia di quella di Vicenza. E gli atteggiamenti politici nazionali sono mutuati da quelli veneti: antagonisti, protestatari, ribellisti".

Spegne le candeline il regno di Galan. Disse: "Il mio futuro? Vorrei aprire un villaggio turistico a Zanzibar, sempre che prima non mi suicidi con una cassa di Amarone". Scherzava, naturalmente. C'è la Pedemontana da costruire.

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(18 dicembre 2006)

da repubblica.it
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« Risposta #41 il: Dicembre 24, 2007, 11:17:14 »

Rubriche » Piccola Italia 

Il sogno del Chavez di Salerno "Le mie ceneri al centro della città"
 
Vincenzo De Luca


Niente più sepolture di massa. Da quando Silvio Berlusconi, politico ricco e di destra, ha scelto la sua dimora eterna nel vasto e lussureggiante parco di Arcore, la valutazione dei luoghi dove segnare la morte, a imperitura testimonianza di sé, è pregna di ricerche anche da parte di politici più poveri in canna e per giunta di sinistra.

Il modello ha fatto scuola, e dunque... E dunque il sindaco di Salerno e deputato diessino Vincenzo De Luca ha stabilito, in una commossa anticipazione alla città, che vorrebbe localizzare le sue ceneri al centro della principale piazza della città, in corso di edificazione. Piazza della Libertà, elle maiuscola.

Salerno è un caso interessante, un caso di scuola. Lì l'antipolitica è già al potere. E' detenuta da un ex comunista che negli anni ha mutato linguaggio e passioni. Funzionario del Pci, segretario di Federazione, poi sindaco e deputato, poltrone che oggi assomma naturalmente. Amava le bandiere rosse, e adesso di rosso, ai comizi in cui chiama a raccolta il popolo, ci sono solo i vessilli della città. Ha mutato linguaggio, virando nell'ultimo decennio verso toni più grevi e diretti. Gli oppositori sono configurati come "iettatori"; i napoletani, concittadini dell'odiato nemico Bassolino, governatore della Campania, sono spesso "cafoni" e gli immigrati senza permesso di soggiorno "sfaccendati" da restituire con un calcio alla patria di provenienza.

Salerno è l'esempio più luminoso di come l'esercizio di una politica "anti": efficiente, pratica, ruvida ma concreta abbia necessità di fare un modico uso dei riti della democrazia. "Io sono Salerno", dice il novello Chavez della Campania. Autore della politica del "fare" nemico delle "chiacchiere", odia l'inutile tempo speso in Parlamento ("chiacchierificio") e ogni usanza delle moderne democrazie. C'è da costituire l'Ufficio comunale per le relazioni col pubblico e lui dice: "Un barocchismo burocratico inutile e costoso. E' sufficiente che io giri per i quartieri, ascolti i problemi della gente per dar loro risposte. Si fa prima, si fa meglio e si risparmia".

De Luca ha studiato filosofia, conosce Marx, ha pianto per Togliatti e venerato Berlinguer. Eppure ha capito che la politica è un'altra. Fare e non discutere. Decidere e mai riflettere. Governa con mano ferma e potere assoluto. Non ha opposizione e un po' la cosa lo intristisce: "Dobbiamo imparare ad essere opposizione a noi stessi".

Sogna la grandeur: "Noi non abbiamo il Colosseo. E allora dobbiamo pensare a realizzare qualcosa che sia il nostro Colosseo".

Ecco Piazza della Libertà: grande, con un colonnato maestoso, imponente, insuperabile. E al centro della piazza le ceneri dell'uomo: "Mi piace immaginare l'urna con le mie ceneri posta al centro di questa piazza sul mare".

Al centro del centro della storia.

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(23 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #42 il: Gennaio 22, 2008, 04:29:17 »

CINEMA - Domani al Trieste Festival sarà presentato il volume dedicato al critico

Così sfumò il film su Goldoni progettato da Kezich e Strehler


 TRIESTE Domani nell’ambito del Trieste Film Festival sarà presentato il volume «Tullio Kezich, il mestiere della scrittura» (Kaplan, Torino) - da cui è tratto il testo che pubblichiamo - frutto del progetto di ricerca «Lo schermo triestino» dell’Università di Trieste, coordinato da Luciano De Giusti e attuato in collaborazione con festival di Alpe Adria Cinema. Saranno presenti i curatori e Tullio Kezich.

Questa «noterella» è un ricordo, che dedico ai futuri biografi di Giorgio Strehler secondo la formula goldoniana «per servire alla storia della sua vita e del suo teatro». L'argomento è il fallito tentativo di realizzare per la Rai una miniserie cinetelevisiva dai «Mémoires».

Inviato da «L'Europeo» per un'intervista, ero arrivato a Portofino nel cuore del fatidico '68, lunedì 22 luglio, il giorno dopo le clamorose dimissioni di G. dal Piccolo Teatro di Milano. Avevo trovato il nostro grintosamente sereno, fermissimo nella dolorosa decisione che lo estraniava dal suo teatro dopo oltre vent'anni.Nei confronti suoi e di Paolo Grassi le contestazioni allora di moda erano venute assumendo un ingiustificabile carattere oltraggioso. Finché G. in un soprassalto d'orgogliosa impazienza aveva deciso di liberarsi da ogni impegno pubblico per dimostrare di poter fare la sua strada anche senza lo scudo istituzionale. Già pensava al gruppo cooperativistico che poi si sarebbe chiamato «Teatro e Azione» e prevedeva la messinscena, in chiave di produzione indipendente, della «Cantata di un Mostro lusitano» di Peter Weiss.

Non avrei mai immaginato, salutando G. alla fine dell'intervista, che sarei tornato per portare avanti il progetto dei «Mémoires» goldoniani.
Nelle visite a Portofino parlavamo di tutto: spettacolo, politica, donne, pettegolezzi, storie di vita, triestinità. Ho l'impressione tonificante e assillante al tempo stesso che ogni discorso si riconducesse a Goldoni, ogni evento della giornata o accensione della memoria, ogni fantasticheria e ogni scherzo cercassero un omologo nelle pagine del libro che era nostro compito trasformare in un lunghissimo film a puntate. Per G. il lavoro drammaturgico è una specie di assorbimento esistenziale tale da non concedere spazi per occuparsi di altro: quand'è concentrato su un problema di rappresentazione, il regista vi aderisce con tutto se stesso, senza riserve né difese. Sicché, mi apparve subito chiaro il segreto di quella G. che compariva a indicare il protagonista "io", cioè Carlo Goldoni, fin dalle prime cartelle programmatiche buttate giù nel comune rito propiziatorio all'impresa. G. stava per Goldoni, ma anche per Giorgio: e il mio G. si era talmente appropriato della vita, delle esperienze e della psiche di quell'altro G., vissuto due secoli prima, da fondere e addirittura confondere i due discorsi. Era ovvio, ascoltando la lettura del manoscritto continuamente interrotta da esuberanti postille, identificare mutatis mutandis il capocomico Girolamo Medebach in Paolo Grassi, il Truffaldino Sacchi nell'Arlecchino di Marcello Moretti, la primattrice Teodora con le sue crisi e le sue smanie nella radiosa Valentina Cortese a quel tempo compagna di G.

In un incontro con l'onnisciente goldonista Ludovico Zorzi, accompagnato dalla moglie Elvira Garbero esperta anche lei di antichità teatrali, insieme a G. presero a intrattenersi producendo vecchie edizioni e fotocopie di manoscritti della Marciana. I due studiosi si trovarono subito consenzienti con l'interpretazione che G. dava della vita e del carattere di G.: il rovesciamento totale della figura di «papà Goldoni» bonario e benedicente, immerso nelle calli e dei campielli, a beneficio di una figura di intellettuale già appartenente alla modernità, sensibile ai segnali del mondo popolare, aperto alle istanze della società, istintivamente proiettato prudentemente dalla parte giusta; e soprattutto aperto, pur ancorato ai suoi dialetti nativi, in una dimensione europea.

G. aveva preso a macerarsi ad alta voce con il problema goldoniano, che spesso non gli permetteva pure di chiudere occhio: mi venne così a svegliare nel mezzo della notte. Era pronto a recitarmi là, sui due piedi, la scena del Pantalone friulano Cesare d'Arbes che si presenta a Pisa dall'avvocatino G. nell'agosto del 1747 per chiedergli un copione destinato a diventare «Sior Tonin Bellagrazia». E così, nel bel mezzo della coloritissima perorazione pantalonesca, G. aprì una vasta chiosa meditativa che partendo dal teatro di marionette di Wilhelm Meister e passando attraverso la sua infanzia triestina all'ombra del nonno Olimpio Lovrich impresario lirico, con lampeggianti reminiscenze di una remota apparizione come Fazio in «La cena delle beffe» e delle successive prove al teatro universitario, approdava al tentativo di definire il motore, l'armonia e l'aspetto diabolicamente ineluttabile della comune vocazione dei due G. Come trovo meschina, a distanza di tanti anni, l'idea che in quel momento anziché prendere appunti, godere del privilegio e assorbire una lezione incomparabile, io non aspettavo altro che la fine della tirata, insomma di vedere Pantalone uscire dalla comune e abbandonarmi al sonno.

Ci furono anche momenti di spensieratezza, ma spesso G. era esacerbato per le notizie dal mondo di fuori, per le difficoltà che incontrava il gruppo «Teatro e Azione», per i rigurgiti della Contestazione più becera e i primi segnali di un minaccioso Riflusso, per le ambiguità e i ritardi della Rai; o, più largamente, per lo spettacolo di un'Italia sconvolta e periclitante come non mai. La sera guardavamo a volte la televisione, che allora offriva solo due canali. Ci fu una sera in cui il padrone di casa perse per cinque minuti la parola, vale a dire la sua straordinaria reattività. Fu il 12 dicembre '69, quando sullo schermo arrivarono all'improvviso, incredibili e terrificanti, le immagini della strage con morti e feriti alla Banca dell'Agricoltura a Milano. Solo più tardi, dopo una cena silenziosa, G. si abbandonò a una serie di considerazioni desolate sull'impossibilità di prevedere, evitare o anche soltanto analizzare le imboscate della storia nell'ambito della nostra fantomatica e fragile realtà di uomini di spettacolo. Sentiva l'ingenuità di una formula come «Teatro e Azione»: «Ma quale azione? Che cosa possiamo fare noi gente di teatro?»; e insieme la mortificazione di non poter opporre, in momenti simili, quel gesto utile, risanatore e chiarificatore di cui sentiva l'estrema urgenza. E anche qui, imprevedibilmente, G. chiamò in causa l'altro G., parlando del suo probabile sgomento nell'accorgersi che la rivoluzione, di cui era stato sul palcoscenico modestissimo e cauto profeta, stava scivolando verso il bagno di sangue del Terrore. La bomba di Piazza Fontana era una conferma della dolorosa impotenza del teatro, o più ampiamente dell'arte, di fronte alla violenza e alla follia. A questo punto, concludeva G., l'artista può solo sforzarsi di continuare a fare bene il proprio lavoro.

Dopo qualche tempo mi stupì constatare che tra tanto leggere, annotare, progettare e discutere G. stava scrivendo e i copioni dei cinque capitoli poco a poco venivano avanti. Questi testi pare non esistano più: né il trattamento generale, che rappresentò il primo sforzo di G. per condensare la sterminata materia, né le sceneggiature che si succedettero a intervalli pressoché regolari nei primi sei mesi del '70. Alla Rai amavano tanto poco i «Mémoires» che nell'archivio non li hanno conservati: sono stati smarriti, rubati o buttati via. E G. stesso non è riuscito a recuperarli e in tempi recenti, in vista di un'auspicata versione teatrale, ha dovuto ricostruirli alla meglio.

I discorsi divennero nel tempo un po' accademici, le visite a Portofino finirono anche perché G. dovevo raggiungerlo di qua e di là dove aveva ripreso a fare il teatro. Del resto non aveva mai veramente smesso, neanche dopo le dimissioni dal "Piccolo": il teatro stava riprendendo possesso della vita di Strehler e la televisione, impigliata nei suoi indugi, perse il momento giusto in cui riuscire ad acchiapparlo.
I «Mémoires», il capolavoro che non fu, per me è esistito; e non dispero nel miracolo di vederlo finalmente vivere sulla scena dove G. da tempo si è ripromesso di trasferirlo.

(21 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #43 il: Febbraio 29, 2008, 08:36:17 »

VICENTINO IMPUTATO 

Spariti in Brasile beni da sequestrare
 
 
Vicenza

(gla) Sono "sparite" in Brasile le quote azionarie delle società che fanno capo alla Servizi Costieri, poste sotto sequestro la scorsa settimana dal Tribunale di Venezia per garantire il pagamento dei risarcimenti milionari dovuti allo smaltimento illecito di rifiuti e all'inquinamento di numerose aree.

La sconcertante scoperta è stata fatta dagli uomini del Nucleo regionale della Guardia di Finanza, delegati dal presidente Sergio Trentanovi di occuparsi dell'esecuzione materiale del provvedimento di sequestro. Da mesi, mentre il processo era in corso nell'aula del Palazzo di giustizia di Mestre, gli amministratori della Servizi costieri stavano operando per trasferire all'estero tutte le attività del gruppo.

L'operazione è stata conclusa qualche mese prima della sentenza, con la quale lo scorso 8 febbraio, l'amministratore della società, il vicentino Carlo Valle è stato condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione. I finanzieri hanno scoperto che, attualmente, è una donna brasiliara la proprietaria formale di tutto l'impero economico facente capo alla Servizi Costieri: non è stato dunque possibile eseguire il sequestro nei confronti delle quote societarie del gruppo.

Una vera e propria beffa per enti pubblici e privati cittadini che chiedono di essere risarciti per i danni subiti dall'illecito trattamento dei rifiuti, per i quali il sequestro dei beni costituiva la garanzia di poter ottenere quanto gli spetta: oltre alle azioni, il sequestro riguardava anche crediti per sei milioni di euro che il gruppo ha iscritti a bilancio. Ovviamente le parti offese di Servizi Costieri potranno avviare azioni giudiziarie in Brasile, ma è chiaro che per loro sarà tutto più difficile. Il trasferimento all'estero delle società, tra l'altro, non potrà neppure avere alcun seguito di natura penale: tutto è stato eseguito in maniera lecita. Quando è stata realizzata l'operazione, infatti, le azioni non erano ancora sottoposte ad alcun vincolo.
 

da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #44 il: Marzo 08, 2008, 04:53:13 »

Sarà ammortizzato in due anni e mezzi

Grado: geotermia per gli edifici pubblici

Un progetto pilota con un pozzo profondo mille metri. Sfruttato il calore, l'acqua è rimessa in falda


GRADO - Mentre il prezzo del petrolio sale, a Grado c’è un pozzo che scende. Deve arrivare a mille metri di profondità per poter sfruttare l’energia geotermica necessaria a riscaldare alcuni edifici pubblici. È questo l’obiettivo del progetto pilota avviato dalla Regione Friuli-Venezia Giulia per incentivare lo sfruttamento di questa risorsa da parte di amministrazioni pubbliche e soprattutto di privati. A fronte di una spesa iniziale di 1,5-2 milioni di euro, il rientro dei costi è garantito entro due anni e mezzo.

CONDIZIONI IDEALI - Il pozzo per la ricerca di energia geotermica è stato aperto sulla Spiaggia Azzurra di Grado, nella zona più occidentale dell’Isola del sole. Qui ci sono le condizioni ideali del terreno per poter sfruttare la geotermia profonda con perforazioni fino a mille metri di profondità, alla ricerca di acqua con una temperatura sufficientemente alta. Il progetto, che gode di un finanziamento europeo di 1,2 milioni di euro e di un investimento regionale di 400 mila, procede nella giusta direzione, ma non senza sorprese: la temperatura per il momento risulta lievemente inferiore al previsto, ma la grande portata d’acqua che si è scoperta compensa l’inconveniente. «Una temperatura di 55 gradi è ideale per poter garantire il riscaldamento tramite i termosifoni», spiega Roberto Della Torre, della direzione centrale Ambiente. «Ciò che ci serve dell’acqua è il suo calore: ottenuto quello, la risorsa idrica viene reimmessa nella falda. Con questo progetto saremo in grado di riscaldare senza problemi due scuole e un centro per anziani, ma se ci sarà la possibilità di fornire altri edifici sarebbe un’ulteriore vittoria».

APRIPISTA - Non si esclude, poi, nemmeno la prospettiva di eventuali utilizzi termali. «Un progetto di questo tipo, che vuole fare da apripista, non poteva che essere sperimentato da un ente pubblico quale la Regione, considerata soprattutto la spesa iniziale», aggiunge Tiziano Tirelli, direttore del Servizio geologico regionale, che cura il progetto insieme all’Università di Trieste. «Quello che ci preme soprattutto», sottolinea, «è di diffondere le conoscenze e i risultati che stiamo ottenendo, perché la strada delle risorse rinnovabili deve essere percorsa senza indugi. Ed è certamente già un risultato che diversi soggetti privati abbiano inoltrato la domanda per poter investire in questo ambito».

REGIONE - Il Friuli-Venezia Giulia, che da tempo si è dotato di un Piano energetico regionale, oltre che sulla geotermia profonda sta investendo anche su quella superficiale, già diffusa nella bassa pianura friulana. In questo caso la perforazione è minore, 300-500 metri, al fine di raggiungere una temperatura di 40 °C. Una terza via è poi quella delle pompe di calore, una tecnologia già consolidata all’estero e molto promettente. Un loro pregio è che possono essere utilizzate indistintamente su tutto il territorio, non richiedendo particolari caratteristiche del terreno. Inoltre non producono anidride carbonica né necessitano di particolare manutenzione. Un esempio di questo utilizzo è il riscaldamento del museo della Forestale a Basovizza, sul Carso triestino. Per le future ricerche geotermiche la Regione potrà disporre di un ulteriore finanziamento europeo di 8 milioni di euro.

Giorgia Gay
06 marzo 2008

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