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Autore Topic: DIARIO TRI/VENETO (2)  (Letto 28202 volte)
Admin
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« il: Settembre 02, 2007, 04:07:52 »

Domenica, 2 Settembre 2007
 
Si aspira al sacro non per diritto nè per dovere, ma come inevitabile bisogno esistenziale, quella necessità di sublimare e di spiegare le idee che transitando al di là dell'essere e al di là di ciò che la razionalità o la razionalizzazione da sempre dispiega e interpreta con o senza la complicità della scienza. Il sacro e la sacralità stanno dirimpetto alla spiritualità e allo spirituale e sono fortemente in antitesi con tutto il mondo dell'organizzazione e dell'interpretazione che sta all'interno delle religioni.
 
Le tentazioni

C'è inoltre il senso del sacro che si manifesta e si caratterizza per i simboli, i rituali, i dogmatismi che nella storia dell'umano sono stati veicolo della sua stessa origine. E oggi c'è tuttavia nel tessuto sociale e nei comportamenti un conflitto in atto tra il bisogno di sacralità e negazione e fallimento dell'immagine di riferimento, identificazione e testimonianza non solo della sacralità, ma della stessa spiritualità che è sia dogmatica che laica. Don Sante, la presunzione egocentrica di essere portatore esso stesso di un'idea di sacro intrisa di pulsioni, bisogni, diritti che nulla hanno a che fare con la spiritualità e le sue rappresentazioni, che se le sposi, se diventi sacerdote, mago, stregone, guru, è irrilevante il nome, ma di fatto se scegli di rappresentare la sacralità la devi conoscere, sostenere, amare, non declinarla nella sconfitta spesso pulsionale che nel corso della vita molti uomini, grandi o piccoli, rappresentanti della fede di tutti i tempi possono tradire, subire e modificarne le sue stesse iniziali passioni. È l'abito che non fa il monaco, mai massima fu più veritiera e mai come oggi è pesante la sconfitta per la fede, per le religioni, per le rappresentanze e si va dai pedofili americani a quelli nostrani, dagli innamoramenti urlati di forza e democraticità al delitto sociale planetario nei fondamentalismi. L'uomo si impossessa del sacro e lo violenta con un umanesimo consumistico che nulla ha a che fare con quei meccanismi interiori da un lato e ancestrali dall'altro e fa sì che l'individuo si emozioni di fronte all'incognita della vita, si intreccino gli universi emotivi dell'anima e del pensiero guardando il cielo e le stelle come la via della conoscenza, quella a cui si aspira da sempre, ma che non potendo essere intrappolata dalla ragione, dal razionale, dal certo e assoluto, diventa sacro, ossia l'inviolabilità della conoscenza dell'universalità della nostra stessa appartenenza.

Il problema non è certamente il don Sante padovano di turno, con storia diversa dal più algido ed enigmatico Milinko, è in realtà il bisogno di lacerarne inconsciamente il tabù del sacro, violarlo e mutuarlo nella barbarie delle pulsioni, agognata aspirazione del relazionismo dell'ultimo nostro decennio, ma in realtà il tentativo di toglierci l'angoscia dell'esistenza educendo e facendo sì che l'individuo sia incapace oggi di potersi esprimere nella diversità proprio insita nella capacità di vivere di spiritualità andando oltre alla forma stessa molto più rassicurante dei nostri bisogni. E così se da un lato le religioni inseguono l'uomo, con la paura di perdersi e di perdere potere contrattuale oltre che spirituale, da un altro lato l'umanità è alla ricerca spasmodica proprio di sacralità dentro l'umanesimo, ma è il rigore, la capacità di rinunciare alle pulsioni, l'ascetismo caro alle grandi figure come Gandhi, i profeti, i santi che rinunciano alla paura riduttiva della morte, spiritualità ed eroismo dove la fede in realtà è la capacità di non invadere con l'ossessione della risposta e del controllo la nostra vita, la fede è un'occasione di affermare alternative alla nevrosi e alla fatica della vita stessa. Alla base della catastrofe del sacro, lacerato e condannato per ora all'esilio, c'è il meccanismo dell'onnipotenza, il dominare gli altri, il possedere lo stupore e l'ammirazione, meccanismi psicologici il cui danno l'ha vissuto persino madre Teresa di Calcutta e che la spiritualità è quella grande capacità di andare oltre se stessi e diventare così motivo e possibilità di identificazione e modello di vita indispensabile per renderla più sostenibile. È il peccato originale mai superato e ben compreso l'ossessione di tutti coloro che, per non condannare il disastro e l'incapacità, trasformano un fallimento in un'apoteosi dove l'amore non c'entra nella paternità, nella moralità, ma è un semplice beffardo trucco per non dire a chi ha bisogno di credere che l'errore e la debolezza, se guardati con coraggio, sono la vera via verso il sacro, che non è il tabù del nuovo millennio, ma l'autentica rivoluzione del futuro.

Vera Slepoj
 
 da gazzettino.quinordest.it
« Ultima modifica: Ottobre 16, 2007, 12:04:40 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Settembre 03, 2007, 06:45:47 »

Don Contarini parla della sofferenza che la vicenda ha creato nei genitori del parroco

«Un incontro con il Vescovo per trovare il coraggio della verità»

Aldo Comello


Villani: nessuna speculazione con la Curia, la casa l’ho comprata altrove  La vicenda del parroco di Monterosso fa venire in mente il film «Lo spretato», regista il francese Leo Joannon. Tratta un problema che, nell’ispirazione di Franois Mauriac, ha stuzzicato la sensibilità del cattolicesimo francese, con la profondità del sentimento, con la dignità dei voti sacerdotali, con la quotidiana bagarre tra fede e problemi del secolo. Non un capolavoro quello di Joannon: enfatico e melodrammatico con qualche sdrucciolata nel ridicolo.

Ma ebbe comunque, ai suoi tempi, un impatto formidabile: il tema del prete che si innamora o che devia e getta la tonaca alle ortiche stimola curiosità e finisce per saltare a piè pari il mare di sofferenza che, di solito, caratterizza queste situazioni. Don Cesare Contarini, direttore della Difesa del Popolo, settimanale diocesano, sottolinea quell’aspetto doloroso che è rimasto fuori dall’occhio del ciclone mediatico. «La sofferenza del vescovo, profondamente addolorato, dei preti, dei laici, della comunità cristiana, dei genitori del sacerdote con i quali Mattiazzo si è incontrato. Un vulnere profondo è stato inferto all’immagine dei preti che si spendono in silenzio, offrendosi con dedizione e alla loro comunità». Di fronte all’effetto distruttivo di una notizia che si è gonfiata come una bubbone ed è esplosa in schegge del tutto marginali, in pettegolezzi, in commenti anche irridenti e irriverenti, secondo Contarini il rimedio sta nel trovare la misura del rispetto e il coraggio della verità. Sarà probabilmente risolutivo l’incontro tra Sguotti e il vescovo; finora il sacerdote si è negato, ma non potrà farlo a lungo. E l’esito dovrebbe essere di chiarezza. «Dal colloquio - dice Contarini - nasceranno le decisioni successive. In base alla presunta paternità e all’annunciato «fidanzamento», allo stile di rapporto tra un prete e il suo vescovo, al rispetto della comunità cristiana di Monterosso».

 E’ facile da prevedere il trasferimento di don Sguotti, magari per un periodo sabbatico, per rivedere tutta la situazione e recuperare tranquillità interiore. Punto cruciale: non si può non verificare se il bambino sia geneticamente figlio di don Sguotti e non magari figlio dell’anima, creatura su cui il sacerdote riversa sentimenti paterni. Su questo non devono esserci equivoci o doppie verità. Il celibato dei preti non è dogma, non è articolo di verità rivelata, nei vangeli non se ne parla. Il celibato ecclesiastico si affermò gradualmente, congruo alle esigenze spirituali e pastorali del sacerdozio, una sorta di patto di dedizione esclusiva al servizio. Esso fu fissato nel concilio di Elvira in Spagna all’inizio del quarto secolo, come condizione per essere ammessi alla consacrazione sacerdotale. Nel concilio romano del 386 papa Siricio promulgò una legge dello stesso segno per estendere l’obbligo del celibato a tutta la Chiesa.

 «Non è un dogma il celibato ecclesiastico - dice don Giancarlo Minozzi, presidente onorario della Fondazione Lanza e presidente del consiglio di amministrazione del gruppo editoriale della Difesa del Popolo - ma fa parte della normativa ecclesiastica, è legge della Chiesa, la consacrazione prevede il voto di castità che non può essere violato». E in effetti il procedimento disciplinare scatta anche senza la prova. Nella vicenda di Monterosso, poi, il fumus mediatico ha fatto assumere alla vicenda le dimensioni dello scandalo, ma nello stesso tempo ha messo in evidenza la dicotomia che minaccia di «mangiare» il prete: l’efficacia del suo apostolato, il suo carisma nella comunità di cui è guida, la dipendenza dalla gerarchia della Chiesa. Non è detto che il caso di don Sguotti sia sintomatico di un disagio più generalizzato che coinvolge parte dei pastori della Diocesi, e tuttavia una recente ricerca rende conto di una situazione di particolare delicatezza. La ricerca, con 319 questionari distribuiti tra 450 sacerdoti diocesani è stata realizzata dal docente di psicologia don Pierlugi Barzon, affiancato da Giorgio Ronsoni e Marcantonio Caltabiano, e pubblicata sulle pagine del settimanale diocesano. Dall’analisi risulta che le tipologie di moda (maggior frequenza) sono date dai 124 per cui tutto va bene e da altri 124 che risultano «bruciati» (il fenomeno si chiama burnout). Si trovano cioè in sofferenza di fronte a un impegno complesso per la spartizione tra esigenze della gente e direttive dell’autorità ecclesiastica, sviluppano una stanchezza cronica che si traduce in un collasso emotivo e nella graduale spersonalizzazione della propria attività. Secondo alcuni interpreti influisce anche, per certi caratteri, la solitudine affettiva connessa al celibato e l’implosione degli obiettivi. Sono in programma incontri formativi e un graduale ridisegno dei ruoli, provvidenze rivolte soprattutto ai sacerdoti più giovani. Don Sguotti è affetto dalla sindrome del buon samaritano deluso?

(03 settembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #2 il: Settembre 03, 2007, 06:47:47 »

Splendida la sfida al remo, pessimo dopo-gara.

E ad alcuni dei protagonisti saltano i nervi

Igor: «Cacciari, vieni qui».

Il sindaco: «Questa la paghi»

Lite furibonda sul palco.

Il filosofo sbotta: «Basta, stavolta vanno fermati tutti per un anno»

D’Este velenoso con i rivali: «Forse si sono stancati di vogare e allora ci rovinano»  «Ehi, Cacciari! Non scappare, vieni qui». Igor Vignotto ha cominciato così, pochi secondi dopo il traguardo, il suo pesante attacco a organizzazione, giuria e rivali in quello che sarà ricordato come il peggior dopo gara della storia moderna della Storica. «D’Este-Tezzat non dovevano neppure gareggiare perché sono in attesa di giudizio. Ma la Commissione non si è riunita perché ha paura di D’Este», sbraita Igor in faccia a Cacciari.

«D’Este-Tezzat non dovevano neppure gareggiare perché sono in attesa di giudizio. Ma la Commissione non si è riunita perché ha paura di D’Este», sbraita Igor in faccia a Cacciari. «Basta, avete finito di vogare! Vi avevo avvisato, ora avete superato ogni limite», ribatte coraggioso il sindaco prima che Igor scarichi la rabbia sulle bandiere per i vincitori, scaraventate in acqua, dopo aver aggredito pure Piero Rosa Salva.

I Vignotto sono furiosi, ma mentre Rudy, nero in volto, rimane a poppa del gondolino, a sfogarsi per due è Igor che a un certo punto, assediato da giornalisti e vigili urbani, rischia di far affondare il pontiletto che per qualche secondo sbanda paurosamente.

«E’ pazzesco, siamo arrivati ai peggiori livelli del calcio», aggiunge Cacciari con gli occhi fuori della testa mentre affiancato da un allibito Salvadori e dal vicesindaco Vianello che chiede lumi alla giuria. Alla fine arriva un giudice che spiega: «Abbiamo richiamato i Vignotto al paletto e D’Este-Tezzat a San Marcuola. L’arrivo ufficiale è quello che avete visto». Ma dalle scarne spiegazioni sembra di capire che la giuria è scontenta del comportamento di entrambe le coppie tanto che il sindaco sentenzia subito: «Vanno fermate tutte e due le coppie per un anno».

Igor riprende: «Io tanto non vogo più. E’ uno schifo! Nel calcio le commissioni ci mettono 2 giorni a decidere e qui impiegano settimane». Dietro di lui D’Este ribatte: «Non chiedete a noi perché la giuria ha tempi lunghi. Piuttosto se Igor ha deciso che nessuno gareggi più, gli faccio i complimenti perché è riuscito nell’intento di rovinarci tutti. Ma forse è stanco di vogare...».

«Andavano squalificati durante la gara e poi alla fine hanno tentato di agganciarmi col remo. La giuria ha visto tutto», aggiunge Tezzat.
Questo l’assurdo epilogo di quella che è stata una delle più belle regate di sempre, col lungo testa a testa dei gondolini arancio e rosso addirittura affiancati, da San Stae fin quasi all’arrivo, dagli strepitosi Bertoldini-Vianello.

«Abbiamo dimostrato d’essere al loro livello, ma non possiamo essere contenti per quello che è successo. Ormai - spiega Bertoldini - i Vignotto e D’Este-Tezzat vanno alla stessa velocità, c’è grande rivalità e agonismo e basta un niente per far scatenare le polemiche. Se la giuria ha perso il controllo delle regate? Forse un po’. Per evitare contestazioni si potrebbero cercare giudici assolutamente slegati dal mondo della voga».

(03 settembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #3 il: Settembre 13, 2007, 10:19:58 »

Giovedì, 13 Settembre 2007
 
Istanza legata a Camp Ederle 2 

Vicenza fuori dall'Unesco 

Rigoni Stern primo a firmare

 
Vicenza
Dopo mesi di intenso lavoro che ha mosso centinaia di persone da tutta la provincia di Vicenza per realizzare l'opera "The wandering cemetery", il cimitero itinerante, Alberto Peruffo, incontrerà i vicentini in corso Palladio e in piazza dei Signori per illustrare l'istanza "Vicenza fuori dall'Unesco", documenti scritto a più mani come estremo tentativo di informare i cittadini sui reali e immediati pericoli che corre la città con la messa in opera della base Dal Molin.

Gli autori dell'istanza sono convinti che sia un difetto di informazione e di conoscenza della propria storia che porti a credere che la costruzione di una nuova base militare all'interno del tessuto urbano sia un vantaggio e un fatto irreversibile. Con documenti storici alla mano, l'istanza dimostra con logicità disarmante l'impossibilità per Vicenza di conservare il Patrimonio Mondiale dell'Unesco.

L'istanza è rivolta a far riflettere tutti i vicentini, siano essi di destra o di sinistra, senza distinzione di clase, condizione e credo, che dovranno prendere atto dell'uscita di Vicenza dall'Unesco nel momento in cui sarà messa in opera la base Dal Molin, con i relativi e verificabili danni economici, sociali e culturali. Questo è ciò che dovrebbero capire i vicentini e tutti gli italiani, ovvero sia "nel convento altrui non si porta la propria regola", come ha siglato Mario Rigoni Stern, primo firmatario dell'istanza. La raccolta di firme procederà su più fronti, locali e nazionali, mentre otti alle 10.30 l'istanza verrà distribuita ai cittadini tra corso Palladio e piazza dei Signori.
 
 
da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #4 il: Settembre 15, 2007, 10:43:16 »

 
Schio
NOSTRO INVIATO

«Toh... una pecora pacifista». Nella vecchia portineria della Fabbrica Alta della Lanerossi a Schio, diventata ormai un monumento dell'archeologia industriale tessile, il vicepremier Francesco Rutelli si ferma per un attimo, colpito dai colori del vello che ricopre l'ovino dall'aria mite, che lo guarda mansueto con i suoi occhi formati da un paio di bottoni verdi. È una delle molte copie variopinte delle pecore, che un tempo resero ricca di opifici questa terra, realizzate da decine di artisti per l'anniversario dei due secoli e mezzo di vita del Lanificio Conte. È l'opera di Matteo Gaule che ha utilizzato mille batuffoli di lana, dai colori dell'arcobaleno, che ora sembrano quasi irridenti visto che il ministro dei Beni Culturali sta per affrontare a Vicenza le contestazioni dei No-Dal Molin.

Rutelli è venuto a Schio per prendere visione dei lavori di recupero del Teatro Civico e di ciò che rimane dell'architettura che nell'Ottocento disegnò una delle città famose in Italia per la produzione della lana. Ma dopo aver risposto alle richieste del sindaco Luigi Dalla Via, assicurando l'interessamento del Ministero per inserire tra i programmi il restauro del teatro, è inevitabile che risponda, in anticipo, ai motivi della contestazione.

A Vicenza le hanno preparato un'accoglienza piuttosto rumorosa, anche perchè è il primo rappresentante del governo che arriva dopo il via libera ufficiale alla nuova base americana.

«Io sono qui per valorizzare il teatro italiano e la cerimonia di consegna degli oscar al teatro Olimpico è un appuntamento importante, l'appuntamento più importante per tutto il teatro italiano».

Ma da dieci giorni si stanno preparando a darle il benvenuto con pentole, coperchi e fischietti.

«Penso che faccia parte della democrazia non condividere una scelta e protestare. Sono rispettoso di chi la pensa in modo diverso. Ma la scelta sul Dal Molin è stata ormai presa dal governo e dal parlamento».

Un anno fa lei però aveva lasciato intravvedere qualche possibilità di stop al progetto.

«Un anno fa venni nella stessa occasione e dissi che attendevamo il pronunciamento della città di Vicenza e del consiglio comunale. Così è avvenuto e noi abbiamo rispettato gli impegni internazionali assunti dall'Italia».

Ma la contestazione non si è placata.

«È in corso un lavoro molto serio affidato al commissario Paolo Costa. E mira a raggiungere tre obiettivi importanti».

Il primo?

«Mitigare l'impatto dell'opera con una localizzazione delle costruzioni che deve essere fatta in modo da incidere il meno possibile con la città e con la congestione del territorio».

Il secondo?

«Remunerare la città di Vicenza per questa decisione, con opere pubbliche attese e utili, come ad esempio la realizzazione della tangenziale».

Infine?

«C'è una questione di trasparenza. Bisogna spiegare che l'impatto della nuova base al Dal Molin è molto, molto, ma molto più ridotto di quanto si sia fatto credere alla cittadinanza. La maggioranza della popolazione ha diritto ad avere risposte in ordine a preoccupazioni e allarmi della città».

Molti nel centrosinistra sono delusi.

«I passaggi di questa vicenda sono sotto gli occhi di tutti. Ma se qualcuno è completamente contrario alla base, forse rimarrà tale».

G. P.
 
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« Risposta #5 il: Settembre 16, 2007, 07:28:04 »

Appartiene a Loris Trabujo, motoscafista di Cannaregio coinvolto nell’inchiesta sui presunti atti di illecita concorrenza con violenza e minacce al Tronchetto 

Guerra del racket, barca in fiamme a Venezia 

Un lancione adibito al trasporto di turisti è stato incendiato nella notte nel canale del Fasiol dietro l’isola della Giudecca
 
Venezia
NOSTRA REDAZIONE


«Correte, c'è una barca in fiamme». L'allarme è stato lanciato al "113" poco dopo le 2 dell'altra notte quando un cittadino si è accorto dell'incendio divampato nel canale del Fasiol, dietro la Giudecca, poco distante da Fusina.

Il fuoco stava distruggendo un lancione Granturismo che prima si è spezzato in due e quindi è finito a picco sul fondo, adagiandosi, poi, su una secca. Ed ora si teme che questo possa essere solo il primo episodio di una serie di dispetti e ritorsioni consumati nell'ambito delle attività dei motoscafisti e degli intromettitori abusivi del Tronchetto, l'isola artificiale che funge da terminal auto per la città.

Le cause dell'incendio, infatti, sono ancora al vaglio degli inquirenti, ma è stata esclusa subito l'idea dell'autocombustione e l'ipotesi dolosa è chiaramente quella più verosimile.

Gli agenti della questura di Venezia, intervenuti sul posto con i vigili del fuoco lagunari che hanno domato le fiamme nel giro di un'ora, hanno fatto appena in tempo a scorgere, facendosi luce con il faro della Volante, il nome dell'imbarcazione, "Ammiraglio II", lunga 15-20 metri ed adibita al trasporto di passeggeri, circa una quarantina per ogni viaggio.

Quindi del mezzo è rimasto soltanto lo scheletro senza nemmeno un numero identificativo di targa. Anche quest'ultima, infatti, è stata distrutta dalle fiamme.

Dagli accertamenti effettuati, gli inquirenti ritengono che la barca incendiata sarebbe riconducibile a Loris Trabujo, motoscafista di Cannaregio, coinvolto nell'inchiesta sul Tronchetto portata avanti dal sostituto procuratore della Repubblica Stefano Ancilotto, per presunti atti di illecita concorrenza con violenza e minaccia, e con l'aggravante di avere utilizzato metodi mafiosi.

La complessa indagine, che riguardava una ventina di persone (che ora sono in attesa che il giudice per le indagini preliminari si esprima sulle richieste di rinvio a giudizio formulate dal pubblico ministero), aveva messo in evidenza, in particolare, un'attività illecita, con tanto di intimidazioni sui dipendenti dei parcheggi dell'isola, ma anche dell'azienda di trasporti e dei consorzi di taxi con regolare licenza, per "intercettare" e accaparrarsi i turisti giunti in autobus e convincerli a salire sulle proprie barche per essere portati verso il centro storico e le altre isole della laguna.

Soltanto giovedì scorso Trabujo aveva rilasciato ai giornali alcune dichiarazioni in cui, senza mezzi termini, sosteneva che tutta la vicenda giudiziaria sarebbe stata solo un tentativo di favorire chi avrebbe voluto detenere il controllo del trasporto acqueo a Venezia. Ma c'è di più. Lo stesso Trabujo, infatti, tempo fa era rimasto vittima di un analogo episodio quando era stata data alle fiamme un'altra delle sue imbarcazioni.

Fino a ieri pomeriggio, però, le forze dell'ordine non avevano ancora ricevuto alcuna denuncia formale da parte del legittimo proprietario del natante bruciato e si ignora allo stato attuale dove fosse ormeggiato il lancione prima di essere incendiato.

Ieri mattina la Scientifica ha effettuato anche un ulteriore sopralluogo nel canale del Fasiol alla ricerca di altri indizi utili alle indagini ed in un primo momento sarebbero dovuti intervenire anche i sommozzatori di cui si è poi deciso di fare a meno visto che la barca si era in pratica arenata sulla secca. Finora, comunque, non è stato trovato alcun innesco. Il mezzo è stato posto sotto sequestro preventivo e cautelativo, per permettere alla magistratura di effettuare gli accertamenti necessari per capire cosa possa essere accaduto.

Roberta Benedetto
 
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« Risposta #6 il: Settembre 16, 2007, 07:30:52 »

IL RETROSCENA 

Ma i venti indagati sono tutti in libertà
 
 
VENEZIA - Per colpa dell'endemica carenza di personale, la misura cautelare nei confronti di venti indagati nell'ultima inchiesta sul Tronchetto è scaduta mercoledì, prima che si riuscisse a fissare l'udienza preliminare. Così gli "abusivi" accusati di "illecita concorrenza e minaccia" per molteplici episodi ripresi e filmati in mesi di paziente lavoro da parte dei carabinieri del Ros possono nuovamente tornare sull'isola. In effetti, da qualche giorno l'attività dei motoscafisti abusivi è ripresa in modo abbastanza vigoroso anche se non con le stesse barche, che invece rimangono sotto sequestro e che con molta probabilità saranno pignorate.

Chiusa in soli due mesi (tra marzo e maggio) dal sostituto procuratore della Dda veneziana Stefano Ancilotto, questa inchiesta rischia di fallire il suo scopo che era quello di ripulire l'isola dalle attività irregolari. Questa, comunque, è l'ultima di tante indagini compiute sul Tronchetto, un'isola che da più di trent'anni sembra godere dell'extraterritorialità. Nata con gli auspici di essere il nuovo centro direzionale veneziano nonché il terminal turistico per antonomasia, il Tronchetto sembra in realtà una grande opera incompiuta, che solo in questi ultimi mesi sta mutando aspetto con le nuove costruzioni. Oggi è tutta un fiorire di progetti e di cantieri sia pubblici che privati, ma per tanto tempo è rimasta un deserto di cemento, dove le forze dell'ordine non mettevano piede e il Comune rinunciava ad esercitare il suo potere.

È così che tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta il trasporto pubblico è finito nelle mani dei luogotenenti lagunari di Felice Maniero, il boss della mala del Brenta. Quell'attività però non rendeva abbastanza per l'organizzazione, così il territorio fu abbandonato ai nuovi arrivati, soggetti che presero il controllo del settore che nel frattempo era diventato molto più remunerativo, con l'arrivo quotidiano di centinaia di autobus dall'est europeo. Migliaia di persone che volevano arrivare a San Marco nel minor tempo possibile e che l'ingenuità di chi proviene da una dittatura trasformò in facili prede degli abusivi.

A più riprese furono portate avanti inchieste e processi, ma la situazione ha continuato a pendere a favore dell'abusivismo. La fine degli anni Novanta, nonostante un muro iniziale di omertà, una prima inchiesta portò una nuova luce sul sistema di gestione dei flussi turistici al tronchetto. Il processo, però, non ebbe l'esito che la Procura e i carabinieri del Ros speravano. L'atmosfera era però cambiata e l'occupazione dell'isola da parte di istituzioni pubbliche e private che l'hanno scelta per impiantarvi i propri uffici ha messo per la prima volta l'illegalità in minoranza.

Quando l'Actv (l'azienda di trasporto pubblico) vi impianterà il suo cantiere navale e il Comune finirà il centro d'interscambio merci non ci sarà più un metro libero per chi si pone fuori dalle regole.

Michele Fullin
 
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« Risposta #7 il: Settembre 25, 2007, 04:23:23 »

Costruito a tempo di record: solo 4 anni di lavori.

Oltre il 50 per cento dei capitali è privato.

Sarà il nuovo polo sanitario per l’Europa dell’Est.

L’inaugurazione con Galan, Cacciari, la Turco e il commissario Ue Frattini 

È a Mestre l'ospedale del futuro: bello e ipertecnologico
 
 
Inaugurazione in grande stile ieri a Mestre per quello che il governatore Giancarlo Galan ha definito «l'ospedale più bello d'Europa», la megastruttura disegnata dagli architetti Altieri e Ambasz. Il colpo d'occhio è eccezionale: una vela di vetro di 7mila metri quadri composta da 1100 "finestre" tutte diverse che aprendosi autoregolano il clima interno. Dentro l'enorme entrata una "serra" con 16 mila piante. E poi dieci piani di reparti all'avanguardia con 350 stanze per 680 pazienti, 21 sale operatorie, 71 ambulatori e 1100 posti auto nei tre piani sotterranei. Il ministro Turco, all'inaugurazione, ha detto che la sanità veneta è un modello virtuoso ed ha promesso 245 milioni per ammodernare gli altri ospedali.

Mestre
NOSTRA REDAZIONE

Quattro anni di lavoro, 238 milioni di spesa, un milione di metri di cavi elettrici e fibre ottiche posati, 650mila metri cubi di terra movimentata, 3 milioni di ore di lavoro con una media di 450 operai, di 11 nazionalità diverse, ogni giorno in cantiere (700 nei periodi di punta): tutto questo per regalare a Mestre «l'ospedale più bello d'Europa», come è stato etichettato dal presidente della Regione, Giancarlo Galan, ieri all'inaugurazione.

La struttura - Il Nuovo Ospedale di Mestre (il nome ancora non c'è), è alto 31 metri, ha una volumetria di 618.610 metri cubi, distribuiti su una superficie di 151.802 metri quadrati. Per rendere l'idea, è grande 5 volte il Palazzo Ducale di Venezia, ma tre piani sono sotto terra. È costituito da un corpo centrale (1100 posti nel garage sotterraneo), composto da due elementi: la piastra, costituita da due livelli fuori terra e uno interrato, e la torre delle degenze, che si eleva per sei piani al di sopra della piastra. I parcheggi, nella zona antistante l'ingresso, sono interrati divisi in tre piani (uno per il personale, con 537 posti, due per i visitatori 557 posti) collegati con ascensori e scale al corpo ospedaliero. L'obitorio si trova isolato verso via Paccagnella e collegato da un tunnel lungo 100 metri, mentre un altro edificio triangolare, grande 11.620 metri quadrati, ospita la Banca degli occhi, oltre al laboratorio per le cellule staminali corneali, un auditorium da 400 posti e un asilo aziendale per 30 bambini.

I reparti - Al pian terreno si trova la piastra chirurgica con le 21 sale operatorie, il pronto soccorso, la radiologia e la rianimazione. Al primo piano, di fronte al grande ingresso centrale, c'è la cosiddetta piazza-giardino, dove si trovano negozi, bar, ristorante e servizi, oltre a scale mobili, ascensori e scale che portano ai piani superiori. Al secondo piano, sul grande ballatoio, si affacciano i 71 ambulatori e sempre lì è collocato il day hospital. A partire dal terzo piano e fino al settimo sono collocati i reparti di degenza, con un totale di 350 stanze capaci di ospitare 680 pazienti. Già decisa la divisione dei reparti: al 3. piano il dipartimento cardiovascolare, al 4. Ostetricia, Ginecologia e Pediatria e metà dipartimento chirurgico, al 5. il Dipartimento medico, toraco-polmonare, chirurgico, al 6. Neuroscienze, Ortopedia, Ematologia e Nefrologia, al 7. Malattie infettive Psichiatria e dozzinanti.

Vela - La grande vela inclinata che chiude la facciata sul lato dell'ingresso, la "griffe" dell'ospedale come segno distintivo sotto il profilo architettonico, alta 31 metri, lunga 180 alla base e 160 alla sommità, è grande 7mila metri quadrati, sorretti da 22 puntoni. È costituita da 1100 tasselli di vetri, ognuno diverso dall'altro perchè ogni tassello ha una curvatura particolare. I pezzi di carpenteria metallica sono circa 10mila. Non è solo un elemento decorativo, ma serve a proteggere l'ospedale da intemperie e rumori: le aperture regolabili dei vetri, collegate a sensori, consentono di sfruttare al meglio la ventilazione naturale, mantenendo all'interno di questa specie di giardino d'inverno la temperatura ideale, riducendo l'uso degli impianti di climatizzazione.

Verde - Al verde, altro segno distintivo dell'ospedale sono dedicati in tutta l'area circostante 110 mila metri, con 16 mila piante e 575 alberi, oltre a due laghetti, che serviranno anche da riserva idrica in caso di incendi.

Gli impianti - Per consentire all'ospedale di funzionare sono stati stesi un milione di metri di cavi elettrici e fibre ottiche. Ogni giorno l'energia elettrica distribuita è pari a quella che alimenta un comune di 10mila abitanti, con un sistema controllato da una Centrale di emergenza attiva 24 ore su 24. Quattro cabine elettriche forniscono l'energia e in caso di black out altrettanti gruppi elettrogeni garantiscono autonomia per 24 ore. La centrale termica (tre caldaie) consuma 2400 metri cubi di gas l'ora che potrebbero riscaldare 3000 appartamenti di 100 metri quadri. La centrale idrica potrebbe alimentare 500 appartamenti con i doppi servizi.

da gazzettino.it
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« Risposta #8 il: Ottobre 10, 2007, 06:34:05 »

Ma in Veneto c'è chi produce buona cultura 

di Franco Miracco *
 

Caro direttore,

qualche giorno fa i dati dell'Osservatorio sul Nord Est pubblicati dal Gazzettino relativi ai consumi culturali hanno consentito che si potesse scrivere un titolo assai deprimente: "Cultura in declino, in flessione il numero delle persone che in Veneto e in Friuli frequentano mostre, cinema e concerti, teatro in coda".

Il sondaggio telefonico, avvenuto tra il 27 giugno e il 3 luglio 2007, ha raccolto in tre fasce le risposte. Di conseguenza ci troviamo di fronte alle seguenti categorie: inattivi, attivi, impegnati.

Tra Veneto e Friuli gli inattivi raggiungerebbero il 55\% degli intervistati, persone cioè che in nessun caso frequentano biblioteche, musei, mostre d'arte, cinema, concerti, teatri. Pare non fosse così in anni precedenti, di qui l'affermazione che "la cultura è in declino" nel Nord Est.Dati più confortanti provengono comunque dalla voce "frequentazione di biblioteche", che si attesta sul 23\%, nonché dalla constatazione che in Veneto i musei non statali sono quasi 500 e 916 le biblioteche aperte al pubblico. E sempre al Veneto viene riconosciuto il merito di investire, per modernizzare strutture e servizi offerti, nel settore bibliotecario.

Dunque, stando a ciò che potremmo chiamare "i fondamentali" del comparto cultura, non staremmo poi tanto male, soprattutto sapendo che nuove strutture sono prossime all'apertura e che altre seguiranno.

Lo Stato
Consente un rapido rientro nei parametri di Maastricht, la cessazione dei poco graditi rimbrotti internazionali e la liberazione di risorse per la riduzione degli ingenti oneri finanziari attualmente pagati, i quali possono essere ancorati sia a una simultanea detassazione o stanziati per effettuare quegli investimenti infrastrutturali la cui carenza grava sulla competitività delle nostre merci. Oggi, politicamente e anche economicamente, è meglio la prima destinazione che la seconda. Per far ciò lo Stato deve però cedere il suo patrimonio mobiliare e immobiliare, come è costretto a fare qualsiasi debitore a corto di reddito. La stima più attendibile è che il loro valore di realizzo possa essere di circa 450 miliardi di euro. Se non è disposto a farlo, le proposte sono solo chiacchiere, molto di più di quanto non sia l'invocazione a ridurre le spese. Esistono tecniche finanziarie di pronta liquidabilità del patrimonio pubblico con effetti positivi immediati sullo sviluppo. Il problema non è questo, ma quello che aggrappati a questo patrimonio vi sono interessi privati il cui onere è ancora maggiore dei costi della politica e le cui conseguenze sono nefaste per lo sviluppo e la giustizia sociale.

Paolo Savona



Ma in Veneto

Questo è avvenuto o avviene a Padova, Vicenza, Venezia, Verona, Rovigo, Cortina, Asiago, Feltre, Treviso, Caldogno, Bassano, Schio, eccetera. In effetti, dicendo eccetera alludiamo a realtà locali che stanno lavorando per dotarsi di teatri o di contenitori polivalenti. Così a Caorle, oppure a Villafranca di Verona, Pieve di Soligo, Valle di Cadore, Monselice. Appunto: eccetera.

Il Veneto dei contenitori di cultura e dei produttori culturali sta procedendo però in un modo che non mi sembra corrisponda alle percentuali in calo sui consumi culturali rilevate dall'Osservatorio.Mentre le storiche città capoluogo della nostra regione si stanno dotando, o lo faranno, di nuovi contenitori destinati a produrre cultura, spesso impegnando in questo considerevole sforzo gli esponenti migliori dell'architettura contemporanea, nelle città d'arte "minori" o in quelle di antica o di più recente industrializzazione sono in corso esperienze che, nel consentire "il salto tra la vecchia cultura e la nuova", si aprono su orizzonti culturali verso cui guardano o guarderanno fasce sempre più ampie di nuovi consumatori culturali. Consumatori di "cose" materiali e immateriali, che non rientrano affatto negli interessi e nei luoghi oggetto del sondaggio compiuto per l'Osservatorio sul Nord Est.

Ciò che s'intende dire è che esiste una "complessità" in questa regione, anche in campo culturale, frutto di un'energia "profondamente veneta", che nel 1983 Goffredo Parise intuì essere "una forza barbarica, forte, produttiva".

In sintesi, nel Veneto ho l'impressione che si preferisca percorrere le strade che portano a creare condizioni materiali migliori al fine di poter produrre cultura: cultura nuova per nuovi consumatori culturali, tutti soggetti che non rientrano, almeno per il momento, in sondaggi di sicuro validi, ma che non colgono per intero la "complessità" di realtà culturali assai articolate e dinamiche.

Cultura nuova o cultura altra, ma quale?Secondo uno studio recente pubblicato nel Quarto rapporto annuale di Federculture 2007, anche in Veneto appare assai interessante il dato che riguarda, nei siti minori, l'attrattività esercitata dalle cosiddette manifestazioni locali (tipiche e tradizionali o meno, di tipo enogastronomico, storico-rievocativo, religioso e così via).

E' vero, quasi ovunque in Veneto vengono organizzate manifestazioni, che a volte durano settimane, e che dispongono di bacini d'utenza molto vasti, entro cui è difficile "definire il numero di fruitori/visitatori/partecipanti".

Che significa? Significa che ci troviamo di fronte a migliaia e migliaia di persone definibili, di volta in volta, come operatori culturali, fruitori, partecipanti.

Da noi, se ci si pone all'ascolto di ciò che fanno decine e decine di Consorzi Proloco, scopriremmo che è assurdo mostrarsi culturalmente spocchiosi quando si è invitati a constatare l'interesse e la partecipazione di massa per itinerari, che portano a conoscere preziosissimi contesti naturalistici, accanto ai quali però si entra in rapporto con gli affreschi del Crosato o del Tiepolo o con i capolavori di Andrea da Murano, Lotto, Pietro Damini o con le Ville di Palladio, Scamozzi o con il senso autentico di ciò che significa il graticolato romano.

Insomma, tra le centinaia e centinaia di Associazioni culturali e di volontariato e le immancabili trattorie, sempre di più si estendono spazi riservati alla scoperta, alla tutela, al restauro, alla valorizzazione e quindi alla conoscenza di ciò che chiamiamo bene culturale. Sono inoltre moltissimi i Comuni o le Biblioteche che curano la pubblicazione di saggi, studi, ricerche, grazie ai quali vengono salvate e pertanto fatte conoscere memorie e testimonianze, senza le quali, perderemmo le affascinanti "microstorie" di una terra attraversata, come poche altre, dagli eventi della cosiddetta storia alta, della storia nota più o meno a tutti.

Da ultimo, una notizia. La Regione del Veneto si è fatta promotrice di un innovativo progetto di mappatura e ricerca condotto sull'intero territorio regionale sulla base del modello del distretto culturale evoluto da un gruppo di ricerca dell'Università Iuav di Venezia. Il distretto culturale evoluto si fonda sull'assunto che la cultura possa arrivare a costituire la piattaforma privilegiata di comunicazione tra tutti i soggetti economici e sociali presenti in un determinato territorio, allo scopo di far emergere le sue reali vocazioni.

A breve si darà conto degli esiti finali della ricerca, ma intanto si può dire che fino ad ora, nel corso del 2007, nelle sette province venete si sono avute 2371 attività e sono stati utilizzati ben 1951 contenitori. Le tipologie di contenitore individuato sono: archeologia industriale, beni archeologici, beni architettonici, biblioteche/archivi, centri di formazione non universitari, centri di ricerca, centri culturali, gallerie, industrie innovative, istituzioni di rappresentanza culturale, musei, spazi espositivi, teatri, teatri/cinema, televisioni e radio, università. Le attività individuate, e che testimoniano una "complessità" che caratterizza il rapporto decisivo tra cultura e sviluppo del territorio nella fase post-industriale sono le seguenti.

Pubblicità, architettura, arte e antichità, artigianato, design, moda, film e video, software d'intrattenimento, musica, arti performative, editoria, software produttivo, televisione e radio.

Per concludere, noi siamo portati a credere che fruitori e produttori di cultura vivano ormai in spazi e creino linguaggi che vanno molto al di là delle "categorie" fissate dal sondaggio in questione.

Ciò che stiamo facendo, o meglio, che stiamo tentando di fare è il cercare e sostenere le nuove identità culturali e creative del Veneto contemporaneo.

Franco Miracco

* Portavoce del presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan e consigliere della Biennale di Venezia



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« Risposta #9 il: Ottobre 16, 2007, 12:03:35 »

Abbiamo dato la parola ai cittadini e loro hanno risposto

Giaretta: "Lezione di politica"

La nostra sarà una forza veneta unitaria e federata

 
intervista a Paolo Giaretta


Senatore Paolo Giaretta, il Partito Democratico nasce con una grande spinta popolare: tutto come previsto?
"E' andata davvero molto meglio del previsto. Le primarie segnano una partecipazione straordinaria di cittadini, in un momento difficile per la sinistra e la maggioranza di governo, messa alla prova in parlamento ad ogni votazione: il PD sarà un grande elemento di stabilità. Le code di ieri ai seggi sono la risposta più nobile alla ventata di antipolitica e alle offese di Grillo, che aveva parlato di primarie delle salme: questo comico che spesso sconfina nell'insulto ora deve chiedere scusa a oltre 3 milioni di cittadini, che si sono messi in fila ore e ore per scegliere il futuro leader del PD. E tutto questo a pochi giorni di distanza dal referendum sul welfare, che ha visto la partecipazione di oltre 5 milioni di persone sul delicato accordo di luglio che regola le pensioni. Questa è vera democrazia, non gli insulti di piazza o via Internet a chi fa politica, senza dover mai rendere conto a nessuno".

C'è quindi una lezione da trarre dal boom di partecipazione popolare?
"Certo, bisogna avere più fiducia del potere di scelta dei cittadini. Ho passato l'intera domenica a girare tra i seggi e a rispondere alle e-mail di scrutatori che segnalavano persone in coda fin dalle 8 del mattino. C'è chi ha preteso che venisse prolungato l'orario di apertura dei seggi. E' stata una grande lezione per tutti, su cui meditare. Il PD si candida a diventare la colonna portante del processo di riorganizzazione bipolare a sinistra e abbiamo l'obbligo di avere più fiducia nella saggezza del popolo. Il nostro elettorato è purtroppo molto, ma molto esigente. Guai a dimenticarlo. Esce sconfitto non solo Grillo, ma anche la destra più becera".

A chi si riferisce?
"La manifestazione di sabato al Colosseo di Alleanza Nazionale con l'esibizione dei reperti del vecchio linguaggio fascista di Fini, è un segnale d'allarme: l'antipolitica non porta da nessuna parte, semina solo la deriva qualunquista. La svolta di An preoccupa, ma sta cambiando lo scenario del centrodestra: si aprirà una fase di competizione per la leadership. Noi abbiamo effettuato le primarie, con quasi 3 milioni di persone ai seggi: nessun partito in Europa e al mondo è mai nato con una consultazione popolare così vasta. Questa è democrazia, la destra cosa pensa di fare? Mi auguro che scelga un percorso simile al nostro, nell'interesse esclusivo del Paese: il rispetto del consenso popolare è alla base della dialettica istituzionale".

Senatore, lei rappresenta un caso unico in Italia: è stato eletto segretario regionale con il consenso di tutte e tre i candidati. E' felice di aver preso, in Veneto, molti ma molti più voti di Veltroni?
"Qui abbiamo capito che per non restare confinati eternamente all'opposizione, non aveva alcun senso dividersi per la conquista della segreteria regionale. Il Veneto è stato il regno della Balena bianca e da tempo i cattolici democratici hanno saputo ben integrarsi con la sinistra riformista. Il PD veneto non deluderà le attese".
Parliamo di programmi: Veltroni in Veneto ha presentato le proposte di modifica del fisco. Lei cosa chiederà al futuro leader?
"Mi sembra che la domanda sia mal posta: il PD Veneto non ha nulla da chiedere a Veltroni, vogliamo fare da soli, in piena autonomia. Il modello di partito federale è l'unico che possa garantire un futuro alla sinistra riformista. Si apre quindi una stagione nuova, il centralismo fa parte della storia dei Ds e un po' meno della Margherita, ma il PD sarà completamente diverso. Figlio dell'Ulivo, ma autonomo e federalista".

Che ne pensa del risultato di Rosy Bindi?
"Mi pare che a suo favore abbiano pesato tre fattori: lei è una donna e il 50% di presenza femminile nelle liste l'ha favorita. Poi ha intercettato gran parte del consenso del movimento dei girotondi. Terzo fattore. La storia, l'identità. Veltroni è erede della sinistra e il mondo cattolico ha preferito riconoscersi nella Bindi. Ma il Veneto sarà un modello di gestione unitaria a livello nazionale".
 
Albino Salmaso

da www.paologiaretta.it
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« Risposta #10 il: Ottobre 16, 2007, 12:05:29 »

LE PRIMARIE DEL PD

Illy: non ho votato, ma è un gran segnale

Paolo Mosanghini

«Dico bravo a Bruno. Moretton? Resterà mio vice, sapeva che avrebbe dovuto optare»

Maran (Ds): forte partecipazione Pertoldi (Dl): spinta verso il nuovo

Strizzolo (Dl): subito al lavoro Pegorer (Ds): preconcetti finiti


UDINE. Il presidente della Giunta regionale Riccardo Illy non ha votato per scegliere i segretari nazionale e regionale del Partito democratico. «Ero, sono e rimarrò indipendente», conferma. Ma per Illy «il dato sull’affluenza è molto positivo perchè questo vuol dire che tanti pronostici che erano stati fatti non erano fondati. Le persone che si erano impegnate in queste primarie e per quelle del presidente del Consiglio sono partecipi della politica nazionale e anche di quella regionale».
Nella scelta del segretario regionale la vittoria va all’ormai ex segretario dei Ds Bruno Zvech, da oggi segretario del Pd. Sconfitto invece l’uomo forte della Margherita, il pordenonese Gianfranco Moretton, vicepresidente della Giunta regionale. «In lista c’erano più candidati e ha vinto quello preferito - continua il presidente della Giunta Illy -. Moretton continuerà così a fare il vicepresidente, tra l’altro sapeva benissimo che il ruolo di segretario sarebbe stato incompatibile con quello di assessore regionale. È stato un bel confronto, tutti i candidati hanno fatto belle campagne elettorali; mi sono piaciuti i messaggi degli ultimi giorni, gli appelli, che hanno manifestato sì un aperto confronto ma anche la volontà di ricompattarsi dopo il voto - continua -. Così dal confronto esce un Pd forte, sostenuto da migliaia e migliaia di cittadini che hanno votato per le primarie, e un segretario altrettanto forte che sarà sostenuto anche dagli altri candidati in futuro. Adesso è necessario mettersi al lavoro subito per completare il programma in Regione e prepararsi alle elezioni regionali del 2008», conclude Illy.
Soddisfazione anche tra i parlamentari dell’Ulivo. «Prendiamo atto di questo risultato importante che evidenzia la straordinaria partecipazione soprattutto nei centri più importanti. E questa è una prima risposta alla cosiddetta antipolitica», sono le parole del parlamentare della Margherita Ivano Strizzolo. «Penso che su questa partecipazione e anche sui risultati si possa costruire sicuramente un forte Partito democratico in Italia e nella nostra regione. Se Zvech ha vinto sarà comunque il segretario di tutti; abbiamo davanti scadenze impegnative e dobbiamo lavorare al massimo per recuperare tutta la coesione possibile in vista degli appuntamenti delle elezioni regionali, del capoluogo friulano e probabilmente anche della Provincia di Udine - continua l’onorevole diellino -. I risultati dimostrano una vivacità e un radicamento importante di questo soggetto politico anche nella nostra regione», conclude Strizzolo.
«C’è stata una grande partecipazione al voto e vanno ringraziati le elettrici e gli elettori che hanno partecipato in modo così cospicuo, cosciente», dice il senatore diessino Carlo Pegorer. «L’epicentro di una possibile difficile prestazione di Bruno Zvech poteva essere il Friuli per la presenza dell’ex sindaco Enzo Barazza. Invece il risultato di Veltroni da un lato e quello di Zvech dall’altro dimostrano che è passata molta acqua sotto i ponti rispetto a una preclusione di un partito nei confronti dell’altro. È chiaro che adesso incomincia un’altra fase - è ancora il giudizio di Pegorer -. Adesso dovremo lavorare con spirito unitario, costruire il Pd affinchè assuma anche in questa regione il profilo di riferimento per chi crede nella politica».
Anche il deputato ds Alessandro Maran sottolinea il risultato straordinario dell’affluenza. «Mi colpisce - dice - che nonostante il brutto momento che sta passando la politica ci sia comunque una maggioranza che continua a pensare positivo e che quando ha l’occasione per partecipare e anche cambiare la politica lo fa volentieri; la vittoria di Zvech - sottolinea - è un risultato per me di soddisfazione e lo so che contribuirà in maniera positiva alla costruzione di questo nuovo progetto».
Evidenzia il risultato del voto, andato oltre le aspettative, e sottolinea che «con questo risultato Veltroni si conferma come candidato ideale per il Pd», è questo il giudizio dell’onorevole dei Dl Flavio Pertoldi. «Nessuno avrebbe pensato a una partecipazione di queste proporzioni, e ciò conferma che c’è una gran parte di cittadini che vuole partecipare alla vita politica, vuole stabilità di governo. Sull’esito regionale indubbiamente la competizione ha fatto bene in termini complessivi perchè ha mosso le energie migliori e ha chiamato al voto i cittadini che due anni fa parteciparono alle primarie - continua Pertoldi -. La scelta di Zvech conferma nella nostra regione la volontà degli elettori verso una spinta all’innovazione nella politica e nell’amministrazione, guardando positivamente alla primavera del 2008, adesso costruiamo il Pd», conclude.

(15 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #11 il: Ottobre 16, 2007, 11:46:57 »

Successo a doppio taglio a Roma e a Nordest 

di Ario Gervasutti
 
I sorrisi del centrosinistra dopo l'inattesa partecipazione alla nascita del Pd sono giustificati. Ma è nell'interesse di Prodi e Veltroni che la sbornia da successo si esaurisca presto, e che si faccia attenzione anche ai problemi che un risultato simile può portare al Premier e al neo segretario. Non è necessario essere maliziosi per leggere nell'affluenza così massiccia anche una forte volontà di cambiamento.

È stato certamente un voto di centrosinistra, ma è difficile credere che sia stato un voto a favore di questo Governo. Perciò la vittoria è un'arma a doppio taglio: con alle spalle tre milioni e mezzo di persone che gridano la propria voglia di cambiamento, Prodi è a questo punto "costretto" ad assumere una linea fortemente riformatrice, cambiando rotta a un Governo che per un anno e mezzo ha viaggiato con la zavorra dei diktat della sinistra.

Ora è lui a dover alzare la voce se non vuole disperdere il patrimonio di aspettative della larga maggioranza della coalizione che lo sostiene. Ma è oggettivamente un'operazione rischiosa: alzare la voce con la sinistra significa rischiare di spezzare il sottile legame che ha tenuto finora in piedi l'alleanza. E a quel punto, il compito di riformare il Paese toccherebbe al vincitore di elezioni inevitabili. Veltroni si troverebbe così costretto ad andare alla sfida con il centrodestra senza aver avuto il tempo di "costruire" il Partito e sull'onda di un'altra, cocente disillusione per gli elettori di centrosinistra. Il segretario del PD è quindi nella scomoda posizione di dover scegliere quale rischio correre: quello di venir meno alla promessa di spingere sulla svolta riformatrice, deludendo i 3 milioni e mezzo di sostenitori, o quello di battere i pugni sul tavolo della sinistra anche a costo di romperlo. Di sicuro, non può più tergiversare.

Prodi e Veltroni sono poi accomunati da un altro problema: il fatto che il sindaco di Roma abbia vinto largamente dappertutto, anche in regioni come il Veneto dove la componente della Margherita era più forte, dimostra che questo risultato ha una forte impronta diessina. Walter ha ottenuto molto più della somma dei voti di Rosy Bindi ed Enrico Letta. E anche questo successo è un'arma a doppio taglio: restando al Veneto, dove il PD è riuscito a presentare un candidato unitario credibile come Paolo Giaretta, ha votato più dell'80\% di coloro che avevano partecipato alle primarie di Prodi. Una media superiore a quella raggiunta in altre parti d'Italia: ma frutto di consensi indirizzati alla Bindi e a Letta, andati qui molto meglio che altrove. Eppure Veltroni è salito in Veneto per ben tre volte, ha puntato forte sull'area più sviluppata del Paese, ha giocato il "jolly" della sua campagna elettorale: ha raccolto però un risultato inferiore a quello ottenuto nel resto del Paese. Merito della forza dei due candidati della Margherita, o il sindaco di Roma non ha convinto del tutto? È urgente che il neo segretario dia una risposta a questa domanda. Soprattutto a se stesso.

A differenza del Veneto, in Friuli-Venezia Giulia il Partito Democratico è nato da una sfida tra apparati ben definiti: Ds da una parte, Margherita dall'altra.

Hanno prevalso i primi, e a Bruno Zvech tocca il compito che a livello nazionale Veltroni spera di evitare: andare subito alla sfida delle elezioni con un partito ancora da plasmare. E lo fa in una regione dove il presidente e papabile candidato alla riconferma, Riccardo Illy, è rimasto alla finestra nella costruzione del PD. Zvech si ritrova tra le mani un puzzle da completare in tempi stretti, perché le regionali si svolgono in primavera. E per costruire la squadra che sfiderà il centrodestra dovrà andare a confrontarsi non con un capo del Governo indebolito o in difficoltà, ma con un osso poco malleabile come Illy. A Roma, in Veneto o in Friuli-Venezia Giulia, il tempo delle feste è già finito.

Ario Gervasutti

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C'è un'Italia

Sono tanti, troppi, per pensare che l'Italia si sia rassegnata alla disperazione di una classe politica da liquidare in blocco. Troppi per non pensare che la sana indignazione è un sentimento ancora avvertito e che può trascinare verso novità importanti. C'è voglia d'impegno, i partiti dovrebbero intercettarla e trasformarla in una reazione positiva.

L'Italia come laboratorio politico, originale, perché questo è il momento giusto: i modelli sono in crisi, la gente si attende qualcosa. Il "grillismo" non va demonizzato e nemmeno sottovalutato. Non è il vecchio qualunquismo, non ha il respiro del populismo; forse è un altro aspetto trasversale della reazione di un Paese. Può pungere al punto da far sentire dolore e provocare la reazione allergica sana. Da una parte l'antipolitica, dall'altra questa inattesa vivacità democratica.

Certo, emerge sempre un'Italia divisa, nella quale i partiti organizzati (Ds e An lo sono, come per altri aspetti i sindacati) possono muovere una massa di manovra che fa la sua impressione e che spinge sull'impegno. Esprimono realtà ben strutturate, hanno alle spalle tradizione e storia, appaiono esasperatamente contrapposti in una fase di permanente insoddisfazione per come il principio di democrazia popolare è tradotto in realtà. Emerge lo scetticismo nei confronti della politica, quasi la constatazione che neppure quella che è stata definita la "rivoluzione di Mani pulite" sia riuscita a garantire il ricambio vero della classe dirigente. In questi quindici anni si sono alternati più governi di centrosinistra e di centrodestra, ma la gente ha avuto la sensazione che nulla sia cambiato. Un po' per la trasversalità di alcune urgenze sociali, molto per la confusione della politica italiana. Tanto, infine, perché quella classe politica - indipendentemente dal colore del governo - non ha rinunciato ai privilegi, compresi quelli più offensivi per la gente comune. Ha conservato le cattive abitudini e non mostrato le virtù richieste; ha ostentato i favoritismi talvolta vergognosamente in faccia alla gente. Ha continuato a sprecare le risorse pubbliche e a votare leggi a favore di pochi. Quando non si vedono sbocchi, le reazioni rischiano di essere radicali, possono portare al discredito dell'intera classe dirigente, senza distinzioni. Come se tutti fossero sporchi della stessa sporcizia.

Attraverso operazioni come quelle di questi giorni (la protesta, le primarie) passa la speranza di riscatto della politica. È difficile, comunque, non sottolineare le preoccupazioni di una politica che non riesce a intercettare i giovani. Probabilmente il movimento di Grillo coglie in questo momento meglio le istanze giovanili, usa gli stessi strumenti informatici, sa come far funzionare il canale degli Sms e utilizza le risorse del web. Non solo, quello dei giovani è un aspetto sul quale il centrosinistra deve interrogarsi ancora più del centrodestra: l'apertura ai sedicenni nelle "primarie" è stata un mezzo fallimento, è rimasta senza risposta; meglio accolta l'apertura agli immigrati. Di più: il "bamboccioni" riferito ai trentenni dal ministro Padoa Schioppa ha sì sollevato un problema reale (troppi giovani vivono a carico dei genitori), ma non ha tenuto conto della realtà del precariato. È il futuro quello che spaventa i giovani, molto più del presente nel quale in qualche modo si sentono protetti se non rassicurati dalla famiglia. Prodi e Berlusconi non fanno parte del loro orizzonte, popolato invece dall'incubo di una pensione che non ci sarà e di un lavoro forse più precario che flessibile.

Va bene l'Italia laboratorio della politica, ma devono seguire risposte precise e immediate sia a sinistra sia a destra. O quel mezzo milione di persone in piazza la prossima volta diventerà la metà e così pure quei tre milioni in coda per votare.

La nascita di un partito nuovo, anche col difetto d'origine del verticismo, rappresenta la sfida non soltanto all'antipolitica, ma anche qualcosa che accomuna la sinistra europea. Così come la trasformazione costante di An può rappresentare un riferimento per la destra europea. Non siamo l'Inghilterra di Blair o la Francia di Sarkozy, ma abbiamo tradizione e storia che ci mettono al riparo dai rigurgiti e dagli uomini della provvidenza. I residui delle culture di partiti che hanno scelto di scomparire in nome del nuovo possono costituire il terreno di crescita di una sfida. Si va verso la razionalizzazione del sistema politico italiano e contro la tendenza alla frammentazione. La spinta indica la strada del bipolarismo e forse del bipartitismo. Tutto questo impone scelte e risposte all'altezza della situazione. Veltroni, per esempio, deve scegliere subito strategia e programmi, non può continuare a dire di sì a tutti. Deve dimostrare che è un leader nazionale, non più soltanto il sindaco di Roma. Ha ragione Casini: deve subito dichiarare con chi intende allearsi. E deve spiegare come garantirà la stabilità al governo Prodi, a incominciare dal tema del welfare. Dall'altra parte, Fini deve spiegare come intende arrivare al partito unico del Centrodestra e cosa deve fare per la riforma di una legge regionale che ha trascinato il Parlamento sull'orlo dell'abisso.Le parti più avvertite e più disposte a rischiare di sinistra e destra devono far capire in che cosa consiste il cambiamento e come raccolgono l'impegno della gente. Mettere insieme mezzo milione di persone che gridano contro Prodi può non richiedere lo sforzo di un programma, uno passa e si aggrega perché qualcosa contro il governo lo trova sempre. Come si trova sempre uno che grida "vaffanculo". Raccogliere tre milioni di militanti più o meno motivati che per un euro possono scegliere un segretario può non richiedere un programma. Il problema è che le ricette del passato ora non reggono più.

Edoardo Pittalis


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Il Nordest

Dai dati, molto interessanti, dell'Osservatorio del Nordest sembra che i veneti siano diventati meno bravi in questa trasformazione soggettiva, in questa iniezione di senso alla fatica. Non è una bella notizia, perché lo stress ha molti correlati negativi, che vanno al di là della specifica attività stressante, e finiscono per colpire tutti i meccanismi di difesa fisiologici dell'organismo, rendendoci più vulnerabili a mali che potrebbero sembrare avere altra origine, come ad esempio varie forme di tumore. E veniamo ai dettagli della ricerca.Il primo punto fermo è una tendenza crescente a sentirsi più stressati "nel corso della vita quotidiana". Ma non è un peggioramento condiviso. Dal 2002 al 2007, aumenta, non di molto, ciascuno dei due estremi: sia la minoranza che non prova mai stress, sia quel terzo della popolazione che dice di subirlo "frequentemente". L'effetto combinato è una forbice crescente, di più di quattro punti percentuali dal 2002 al 2007, tra chi dichiara di non essere mai stressato e chi ne è frequentemente vittima.

I dati illustrano la natura di questa forbice. Nel Nordest lo stress non si origina dalla famiglia, cioè dall'indebolirsi di quei valori impalpabili che rendono riposante il clima domestico, il "privato" rispetto al "pubblico". E' fuori di casa che le cose non vanno. Felicità privata e felicità pubblica, recitava un bel libro del grande sociologo e filosofo Albert Hirschman. Ebbene, in Veneto, quel che non funziona è la "felicità pubblica". Lo stress è sulle strade, è nel traffico, denunciati come primo fattore di disagio. Inoltre, per alcune categorie professionali, non funziona molto bene neppure il mondo del lavoro.Il risultato più preoccupante è quel che dicono di se stessi i liberi professionisti. In teoria avremmo potuto supporre che si tratti della categoria più libera di scegliersi tempi e modi di lavoro. E invece abbiamo un "effetto Mark Twain". Il fatto che le scelte lavorative dipendano da noi ha un effetto malefico e non benefico, quando queste scelte sono sempre più ostacolate dal contesto (trasporti, burocrazia, etc.). La presunta libertà dei professionisti accentua, per contrasto, la percezione degli ostacoli esterni.Se lo stress venisse considerato come una torta da dividere - secondo l'illusione delle tabelle che, lette frettolosamente, ci inducono a credere che si tratti di una quantità totale pre-fissata, di cui ognuno deve prendersi una fetta - forse ne "daremmo" meno alle casalinghe, che dichiarano uno "stress familiare" più che doppio dei pensionati. Le casalinghe, ovviamente, lavorano sia in casa sia, spesso, fuori di casa.Al di là delle comparazioni dei dati, questa bella ricerca ci permette di giungere ad una conclusione più generale.Alcuni credono che l'origine dello stress sia nella testa delle persone, e che quindi ci voglia uno psicologo o, comunque, qualcuno che "ci dia ascolto o aiuto".

Nulla di tutto ciò. Non abbiamo bisogno di interventi a supporto delle persone. O, meglio, in alcuni casi possiamo anche averne bisogno. Ma, se vogliamo eliminare in modo massiccio lo stress percepito, dobbiamo partire non dalle persone, ma dalle cose. In primis, da sistemi più efficienti, in un nord-est che è diventato una rete interconnessa, che costringe a muoversi "per" e "durante il" lavoro.Recentemente si è giustamente richiamata la quantità di incidenti mortali sul lavoro. Ma le statistiche INAIL mostrano che quasi la metà di questi incidenti avvengono sulle strade, che siamo costretti ad usare per recarci al lavoro o per spostarci da un posto all'altro, sempre per motivi professionali. Il Nord-est, purtroppo, non fa eccezione.

Nel numero dell'Economist, che è in edicola questa settimana, si racconta come si sia cercato, negli Stati Uniti, di migliorare le prestazioni scolastiche dei bambini svantaggiati (per vari motivi), con un programma sperimentale di arricchimento cognitivo condotto da diecimila insegnanti. L'efficacia si è rivelata dubbia. In analogia con i dati qui commentati, il problema non era "dentro le scuole".

Era fuori. Era nelle famiglie dei ragazzi, e nelle condizioni di vita di quei tre milioni di insegnanti americani che lavorano nelle scuole pubbliche. Ancora una volta, a poco servono interventi mirati, di natura sociale o mentale. Dato che sarei uno psicologo, non voglio negare in assoluto questo piano di intervento.

Ma non è un compito delle agenzie pubbliche. Non si può infatti puntare, per i grandi numeri, su incentivi "interni" (mentali), sperando così di supplire all'assenza di quelli esterni (extra-mentali).Questa lezione vale anche per il Nordest. Speriamo che le tendenze, qui commentate, smettano di accentuarsi, per di più creando una forbice di disuguaglianze. Altrimenti, in un futuro che spero non vedere, lo stress percepito intaccherà forse anche l'ultimo rifugio: "a casa, in famiglia".Paolo Legrenzi

* docente psicologia

IUAV Venezia

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« Risposta #12 il: Ottobre 20, 2007, 06:36:12 »

GLI ESPERTI 

Ecco perché non è «normale» quella parcella da 4 milioni
 
 
È normale una parcella da quattro milioni di euro, come sostengono gli amministratori della Serenissima?

Se lo chiedono in molti dopo aver appreso del pagamento di una simile cifra da parte della società autostradale Brescia-Padova. Ovviamente gli interessati glissano, o magari si appellano alla ingiudicabilità di un compenso per una prestazione che può essere assimilata a quella di un artista: un quadro può essere valutato un euro o decine di milioni, a insindacabile giudizio di chi lo vende e di chi lo acquista. Giustificazione che regge fino a un certo punto: perché i soldi in ballo non appartengono a un privato cittadino, ma sono soldi pubblici amministrati da una società il cui capitale è per il 60\% pubblico. E in ogni caso il bilancio nel quale quei 4 milioni vengono iscritti è mantenuto in equilibrio (precario) grazie ai soldi dei cittadini che pagano il pedaggio viaggiando sulla Brescia-Padova. Quindi qualche ragione per domandarsi se la cifra è congrua o meno, c'è.

E la risposta non può che essere tecnica. La presidente del Cda di Serenissima, Manuela Dal Lago, ha spiegato che si è «affidata ai tecnici che mi hanno spiegato che per il tipo prestazione e la conclusione a cui deve portare ci sono anche parcelle più alte». Ma autorevoli amministrativisti sostengono il contrario. E mettono in evidenza alcune incongruenze in tutto l'iter della vicenda. A partire dalla mancata richiesta di un preventivo di spesa scritto; banche o enti di norma sono obbligati a richiederlo quando si tratta di importi di una certa consistenza. Invece l'incarico affidato dal consiglio di amministrazione nella seduta del 30 giugno 2006 non contiene alcun preventivo di spesa. Nel caso in questione poi, si è di fronte a un'attività stragiudiziale, ovvero che non comporta un dibattimento davanti a un tribunale; rientra quindi nelle prestazioni che secondo il tariffario forense sono definite di "consulenza" o di "assistenza".

Le prestazioni di "assistenza" comportano un mandato più ampio, come appare quello svolto dal legale incaricato dalla Brescia-Padova di seguire l'iter per la proroga della concessione autostradale in sede europea e al ministero delle Infrastrutture. Le tabelle del tariffario forense per questo tipo di intervento legale contengono parcelle minime e massime suddivise per ciascuna possibile operazione che un avvocato è chiamato a svolgere nell'esercizio della sua funzione. L'avvocato in questione, il veronese Guglielmo Ascione, secondo quanto riferito al Consiglio di amministrazione avrebbe giustificato l'entità della somma considerando una percentuale del piano finanziario da 3.200 milioni di euro. Ma l'applicazione automatica delle percentuali si applica nei casi di vendita o di passaggi di proprietà a valori determinati, con tassi che variano tra lo 0,5 e il 5\%. Però questo tariffario viene applicato solo fino a operazioni da 5 milioni di euro. In questicasi dunque non si possono superare i 250mila euro. In situazioni di particolare delicatezza, tale cifra può anche essere moltiplicata per due o tre volte con il consenso delle parti e in deroga al tariffario: ma in ogni caso si resta ben lontani dai 4 milioni in questione.

Nel caso della Serenissima però è stato preso a riferimento il valore del piano finanziario che è ben superiore ai 5 milioni di euro: è appunto di 3.200 milioni. E comunque si tratta di una cifra impossibile da determinare con esattezza, perché l'intera operazione dovrebbe tener conto anche di altri valori ( quelli immobiliari, per esempio),. Comunque sia, in situazioni analoghe, il peso della controversia viene definito come "indeterminato". E le parcelle per affari dal valore "indeterminato" sono deterimate a trattativa diretta in sede di preventivo. Che qui non c'è stato.

Allora cosa avviene in questi casi? Cosa fanno ad esempio i Comuni o altri enti pubblici quando hanno per le mani una vicenda così imponente? Si procede alla liquidazione della parcella attraverso il Consiglio dell'Ordine degli avvocati. Ovvero, ci si rivolge all'Ordine per chiedere ad esso di stabilire la congruità del conto presentato. A scanso di equivoci.

Ario Gervasutti
 
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« Risposta #13 il: Ottobre 22, 2007, 09:16:38 »

«Troppa politica nei tribunali» 

A Treviso i penalisti difendono l’indulto e stroncano il "pacchetto sicurezza"
 
Treviso
NOSTRO INVIATO

«I magistrati ritornino al loro posto»: è quasi un grido di rabbia quello degli avvocati penalisti che ieri hanno concluso il loro congresso straordinario nazionale a Treviso. Ad ascoltarli c'era il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ed è facile immaginare quanto lui sia d'accordo, soprattutto in questi tempi. Anche per questa sorta di solidarietà trasversale il Guardasigilli si è guadagnato ben cinque-applausi-cinque, dopo i fischi che il giorno prima in sua assenza erano stati riservati al complesso dell'azione di governo.

Nel mirino dei penalisti in particolare c'è il "pacchetto sicurezza" che dovrebbe essere varato martedì. Frutto, secondo i legali, di pressioni indebite di magistrati e opinione pubblica: «La magistratura ha travalicato i propri limiti - attacca il presidente dell'Unione camere penali, Oreste Dominioni - e teorizza la necessità di supplire ai vuoti della politica. Il problema di Mastella, come di numerosi altri ministri, è che al ministero della Giustizia è prigioniero dei magistrati che occupano l'intero ministero. Tanto che la politica della giustizia è fatta scarsamente dal ministro della Giustizia ma largamente dai magistrati che, posti fuori ruolo, svolgono questa funzione impropria di fare politica. Le conseguenze si vedono da tempo e sono tutte negative. Faccio fatica a comprendere come la magistratura accetti di essere presente nei luoghi della politica, fare politica, e fare scelte in luogo dei politici».

Ad esempio, cavalcando la percezione di insicurezza dei cittadini e invocando legislazioni d'emergenza: «La politica non può farsi guidare dalla piazza - avverte Dominioni - e la percezione di insicurezza non si contrasta per via giudiziaria, ma con il controllo del territorio». Sulla graticola quindi oggi non c'è Mastella, bensì Giuliano Amato; e Antonio Di Pietro (che Dominioni ricorda «quando ai tempi di Tangentopoli si affacciava dai balconi del palazzo di giustizia di Milano mostrando la camicia rossa sotto la toga»). Insomma, secondo i penalisti ci sarebbe un gioco di sponda tra magistrati e certa stampa da una parte, e dall'altra la "piazza" suggestionata da episodi che nulla hanno a che fare con le lacune dell'ordinamento giudiziario. Tant'è vero che il vicepresidente dei penalisti, Beniamino Migliucci, si spinge a dire che «l'indulto è l'unica cosa giusta che ha fatto Mastella. È vergognoso che si cavalchino le paure della gente, noi ci rifiutiamo di confondere la certezza della pena con una pena anticipata a prima del processo. Questa non è la certezza della pena, ma dell'ingiustizia».

Mastella ovviamente ringrazia e in cambio rassicura che la riforma degli ordinamenti delle libere professioni non comprenderà quella forense, che avrà una sua autonoma e specifica normativa. Ma sulle norme del "pacchetto sicurezza", che prevedono la custodia in carcere e l'immediato processo per alcuni reati gravi, non fa passi indietro. «Gli effetti benefici della legislazione "premiale" sono maggiori degli inevitabili danni; i cittadini però reclamano certezza della pena, quindi gli arrestati per reati gravi potranno essere tenuti in carcere fino al processo, a patto che questo avvenga in tempi stretti».

A. G.
 




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Treviso

NOSTRO INVIATO


L'uomo è solo, ma ci scherza su: «Tra poco avrò bisogno di voi...», dice il ministro Clemente Mastella agli avvocati penalisti riuniti in congresso a Treviso. «Ci faccia un fischio», risponde ridendo il presidente degli avvocati Oreste Dominioni. Non si può dire che il Guardasigilli sia di buon umore, anche se ha appena saputo che l'inchiesta di Catanzaro che lo vede indagato è stata tolta al Pm Luigi De Magistris e avocata dal Procuratore capo: ma, almeno a parole, è sereno. «Lo sono sempre stato in attesa di un giudizio. Bisogna che ognuno rispetti la legalità e i principi; nessuno oltrepassi la linea di demarcazione dei principi legali».

Oggi però è di un'altra "linea di demarcazione" che tutti parlano: quella che separa il Governo dal baratro. E Mastella vuol essere chiaro: «Ho solo fatto una mia diagnosi, come un medico: non credo sia responsabilità del medico se un organismo è malato, ho solo preso atto. Quando c'è una componente del Governo che di fatto scende in piazza contro il Governo, e anche contro il sindacato, è una cosa paradossale. A questo punto diventa difficile stabilire un modo con il quale si possano ricomporre situazioni che appaiono, ad ora, irricomponibili».

Insomma, la diagnosi del "dottor" Mastella è che la malattia di cui soffre il Governo sia incurabile. In questo caso, l'eutanasia può essere ammessa e l'accanimento terapeutico va evitato: «Se cade questo Governo è giusto che si vada ad elezioni - spiega il ministro -. Senza indulgere a prerogative che sono del Capo dello Stato, laddove fosse proposta l'idea del Governo tecnico si sappia che io sono contrario». Nessuna "ritorsione" da parte sua per i continui attacchi ai quali viene sottoposto «senza sentire solidarietà da parte degli alleati»; e lui non pensa a dimissioni: «Ricorderete cosa successe quando D'Alema ebbe un avviso di garanzia, Berlusconi fu rinviato a giudizio e quanto accaduto a Prodi, che è in una condizione analoga alla mia. Sono cambiati i tempi: si è stabilito che l'avviso di garanzia è certezza, appunto, di garanzia della persona indagata e non che sia condannata. Se poi quando avranno spiegato le tangenti che avrei preso, i traffici in sede europea, in sede sovrannazionale e mondiale, e gli abusi che avrei determinato, per quanto mi riguarda sarò io a prendere la valigia e andrò via».

Mastella è tranquillo, quindi. Ma lo è anche Prodi per quanto riguarda le sorti del suo Governo: e allora, come la mettiamo? «Ma mica dipende da lui. È lui l'oggetto della caccia. A dire il vero, anch'io sono oggetto di caccia, ma a me più tranquillamente potrebbero dire "fatti da parte"». E si dimetterebbe? Per rispondere cita una storiella raccontata da Antonio Gramsci: «Un castoro aveva nelle "parti basse" alcuni liquidi che servivano per fare medicinali, e per questo era inseguito dai cacciatori. Per evitare di essere ammazzato, il castoro le gettò in testa ai cacciatori. Se qualcuno mi ritiene un capro espiatorio, facciamo prima che io getti qualcosa indietro».

Di sicuro non getterà la spugna, almeno senza combattere fino in fondo. Non fosse altro che per l'amarezza con la quale sottolinea la sua "solitudine": «Sono rimasto l'unico a spiegare le ragioni che portarono all'indulto e sembra che l'abbia firmato solo io. Quanti marciatori pro-indulto, come il sindaco di Roma (Veltroni, ma non lo nomina,ndr), adesso fanno marcia indietro». Ma quando si intrecciano politica e giustizia, si sa che c'è poco da stare allegri. Nel caso dell'inchiesta di Catanzaro, per esempio... «Non so se dietro ci sia una manovra politica; però è strano che da ultimo entrato in questa vicenda, ora sono il primo con Prodi, mentre degli altri non si parla. Non vedo altri sottoposti a un giudizio che per noi è già arrivato, perché nessuno avrà le prime pagine dei giornali come me e Prodi. I fatti accerteranno che il ministro si è comportato con riguardo e tolleranza, ma rivendicando il primato della giustizia. Io non ho problemi, ma mi dispiace per il mio Paese. Leggo di cose assurde che mi toccherebbero, sull'Unione europea, sull'appartenenza a logge massoniche oscure. Mi sono sempre assunto le mie responsabilità di ministro, senza temere il dissenso e correndo anche il rischio di bere qualche calice amaro». Amaro come quello che si aspetta di bere al prossimo Consiglio d'Europa quando i suoi colleghi ministri della Ue commenteranno con la solita strafottente ironia il guazzabuglio politico-giudiziario: «Diranno "i soliti italiani". Questo mi dispiace non per me, ma per il mio Paese». E non lo consola certo il fatto che se la sua "diagnosi" sul Governo sia giusta: sarà uno degli ultimi "calici" che dovrà sorbirsi.

Ario Gervasutti

da gazzettino.quinordest.it
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« Risposta #14 il: Ottobre 22, 2007, 09:17:51 »

IL CITTADINO E L’AMBIENTE

Domani pomeriggio apre nella sede di Confindustria la tre giorni di confronti e approfondimenti sul rapporto tra i vicentini e le risorse naturali sulla base dell’indagine svolta dall’ist. Rezzara 

«Sì al nucleare, ma anche a tutte le comodità» 
Mons. Dal Ferro: «Emergono comportamenti contradditori: si chiedono politiche rigorose e non si è disposti a fare alcuna rinuncia»
 
I vicentini dicono sì al nucleare. È questa una delle sorprese emerse dalla recente indagine condotta dall'istituto di scienze sociali "Nicolò Rezzara" che, attraverso quasi 3mila questionari, ha voluto capire come sono percepiti e vissuti i problemi dell'ambiente dai cittadini berici. Lo ha fatto con una ricerca che ha interrogato 1198 ragazzi tra i 15 ed i 24 anni e 1668 over 55 e che verrà presentata ufficialmente durante la tre giorni di incontri promossa dal Rezzara ed ospitata, a partire da domani pomeriggio, nella sede di Confindustria di corso Palladio. Il tema? Il cittadino e l'ambiente. E questo è, appunto, anche l'argomento affrontato dall'istituto guidato da monsignor Giuseppe Dal Ferro attraverso la sua ricerca. Il quadro che ne esce è, a tratti, contraddittorio: i vicentini sono attenti all'ambiente, chiedono politiche coraggiose e non dicono più "no al nucleare" o "no agli inceneritori" ma, dall'altro lato, si mostrano poco propensi a rinunciare alle comodità quotidiane.


DEGRADO
DELL'AMBIENTE

Inquinamento dei mari, deforestazione e buco dell'ozono: sono questi i fenomeni più pericolosi secondo i vicentini. Ma a preoccupare è anche l'esaurimento delle fonti di energia tanto che il 64.5\% degli intervistati si dice favorevole, a precise condizioni e pur ritenendole pericolose, alla costruzione di centrali termo-nucleari in Italia. Con una distinzione tra giovani e adulti: i primi dicono sì all'energia atomica con una percentuale del 50.6\% mentre gli adulti arrivano al 75.6\%. Le energie alternative, invece, piacciono più alle donne che agli uomini e il 50.8\% del campione intervistato ritiene che sia necessario investire soprattutto nell'energia solare. Carbone e legna infondono poca fiducia come fonti energetiche, al contrario di centrali idroelettriche (31.3\%) e gas (24.8\%) che possono, secondo i vicentini, fornire il loro contributo. E gli intervistati dimostrano di avere le idee chiare anche su come poter rimediare agli sprechi di energia: incentivi economici e severi controlli, abitudini famigliari ed educazione scolastica. L'82\% di loro dichiara di evitare, sia per principio che per una questione di risparmio, gli sprechi di energia elettrica e l'81.9\% dice di ridurre nella vita di tutti i giorni gli sprechi di gas per il riscaldamento.


CONSUMO
DEL TERRITORIO

«Il numero alto di abitanti nel Veneto e l'industrializzazione decentrata hanno portato, negli ultimi decenni, a una consistente trasformazione del territorio in area urbanizzata», spiega Dal Ferro, «ciò ha finito per alterare il rapporto ottimale tra aree fabbricate e verde pubblico». Il risultato è che i vicentini adesso reclamano «più attenzione per il territorio e il verde», ma questo senza rinunciare «all'innovazione e allo sviluppo». Il 65.4\% del campione intervistato non vede di buon occhio la creazione di agglomerati industriali, a eccezione delle fabbriche a rischio salute: il 55.8\%, infatti, chiede di concentrarle in zone specifiche e con particolari forme di protezione. Il 69.5\% delle persone, poi, non considera positiva la tendenza di abbandonare campagna o montagna per la città. Insomma, il modello veneto la fa da padrone e i vicentini dicono no all'aumento dell'urbanizzazione e sì al decentramento dei servizi. L'utilizzo del territorio per scopi di pubblica utilità viene accettato di buon grado se a servizio di nuove autostrade (76.8\%), per la canalizzazione delle acque (72.5\%) e per la costruzione di rotatorie (65\%). I consensi cominciano a scendere quando si parla della presenza dei centri commerciali: il 61.8\% li ritiene eccessivi. Cartellino rosso anche per le piste ciclabili che sono considerate insufficienti dal 53.6\% della popolazione. Due le priorità apparse nette agli occhi degli intervistati: la qualità della vita (80.4\%) e la tutela dei beni storico-artistici (93.1\%). Ma anche il rispetto del paesaggio (95\%) e il giusto connubio tra verde e costruzioni (95\%).


PROGRESSO
E QUALITÀ DELLA VITA

L'inquinamento? È colpa delle fabbriche (95.8\%) e del trasporto privato (82.9\%). Ma alla domanda se si usa la propria macchina senza limiti il 27.8\% risponde di sì e sono soprattutto i giovani a non voler rinunciare alla quattro ruote: il 41.1\% confida di usare l'auto in ogni occasione contro il 17.1\% degli adulti. Tutti, però, chiedono depuratori dei fiumi per le fabbriche (95.8\%), incentivazione dell'uso dei mezzi pubblici (86.9\%) e controlli sul riscaldamento (72.7\%). Il 74.2\% delle persone dichiara di usare la bicicletta quando possibile e l'85.7\% di fare un uso controllato del riscaldamento domestico.

E i vicentini si mostrano virtuosi anche per quanto riguarda la raccolta differenziata: il 95.4\% assicura di praticarla e il 78\% dice di essere favorevole agli inceneritori. «Dalla ricerca - conferma Dal Ferro - sono risultati relativizzati alcuni assiomi assoluti del passato: "no al nucleare" e "no agli inceneritori", pur con gravi riserve. Un altro aspetto interessante è rappresentato dalla particolare preoccupazione emersa nei confronti di un mercato che con additivi di conservazione altera la genuinità dei prodotti». La ricerca del gusto e della genuinità nell'acquisto dei cibi è prioritaria per gran parte degli intervistati e se l'81.8\% esprime notevoli riserve proprio nei confronti dei conservanti, l'86.9\% che guarda con sospetto i prodotti transgenici.

Roberta Labruna

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Ecco tutto il programma
 
 
(ro.la.) Ecco il programma del XIV simposio, promosso dall'istituto Rezzara di Vicenza, sul tema "Il cittadino e l'ambiente".
Lunedì 22 ottobre: ore 15.30 "Uomo e ambiente, una relazione inscindibile" (prof. Gabriele Zanetto, università di Venezia); "Dequalificazione ambientale e salute" (prof. Guido Perin, università di Venezia).

Martedì 23 ottobre: ore 15.30 "I problemi dell'ambiente percepiti dai cittadini" (prof. Giuseppe Dal Ferro, Istituto Rezzara); "Le imprese e i problemi dell'ambiente" (Dott. Renato Cimenti, responsabile area ambiente Confindustria Vicenza).

Mercoledì 24 ottobre: ore 15.30 "Produzione, prevenzione e disinquinamento" (prof. Alessandro Peressotti, università di Udine); "Politiche per la tutela ambientale" (prof. Stefano Soriani, università di Venezia); ore 18.00 Conclusione dei lavori a cura del prof. Giuseppe Dal Ferro.
 

 
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