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Autore Topic: FRANCESCA SCHIANCHI.  (Letto 4913 volte)
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« Risposta #45 il: Ottobre 05, 2017, 10:53:06 »

Vince la linea D’Alema. Crisi tra Mdp e maggioranza, tensione con Pisapia
L’ex sindaco: almeno li ho convinti a votare lo scostamento

Pubblicato il 04/10/2017 - Ultima modifica il 04/10/2017 alle ore 08:03

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«I gruppi di Mdp all’unanimità hanno scelto di non votare la relazione sul Def e di votare a favore dello scostamento di bilancio». È tardo pomeriggio quando il coordinatore del partito, Roberto Speranza, si affaccia da un’uscita laterale del Senato per dichiarare a giornalisti e telecamere quello che, fin dal mattino, si sussurra come retroscena nei Palazzi: l’uscita dell’ala più di sinistra dalla maggioranza, suggellata in serata dalle dimissioni del loro unico rappresentante al governo, il viceministro Filippo Bubbico. Un «messaggio politico forte», come si compiace Speranza, che allontana il drappello dei parlamentari scissionisti del Pd ed ex Sel dal governo di Gentiloni, ma anche dal progetto di una fusione con Campo progressista di Giuliano Pisapia. Sulla cautela dell’ex sindaco vince la linea barricadera di Massimo D’Alema, che da tempo predica la sfida al governo fino alle estreme conseguenze: «Ora abbiamo le mani libere», rivendica soddisfatto in tv da Bianca Berlinguer.


 
«In questi giorni mi sono impegnato affinché Mdp votasse a favore dello scostamento di bilancio per evitare non solo l’aumento dell’Iva ma più in generale un peggioramento delle condizioni di vita degli italiani», fa sapere non a caso in serata Pisapia, lasciando aperta la porta al governo per l’appuntamento più importante, quello di fine anno sulla manovra: «Prendo atto che il ministro Padoan ha dichiarato che è stato avviato un percorso» per inserire le richieste fatte proprio da lui lunedì, in un incontro a Palazzo Chigi, «confido che arrivino risposte in quella che sarà la discussione e il confronto sulla legge di bilancio». Parole che lasciano aperto un dialogo con il governo, senza bacchettare i compagni di strada di Mdp, come invece fanno i suoi uomini a Roma. «E’ un errore, la scelta di Mdp è un frutto malato della scissione: sono convinti di guadagnare più spazio politico andando all’opposizione», sbotta Bruno Tabacci, che alla Camera voterà la risoluzione. Così come faranno a Palazzo Madama sei senatori che si riconoscono in Campo progressista, a partire da Dario Stefano: «Perché dovremmo votare contro? Noi abbiamo interesse a rafforzare il centrosinistra, non a indebolirlo».
 

 
La decisione arriva dopo due riunioni degli scissionisti Pd, una dei 43 deputati della Camera, l’altra dei 16 senatori. Il via libera alla tattica di votare lo scostamento di bilancio (perché «noi ci sentiamo vincolati alla responsabilità verso l’Italia – spiega Pier Luigi Bersani – non rischieremo di far arrivare la troika») e non votare la risoluzione viene deliberata all’unanimità, come chiede Speranza. Una richiesta precisa, per dare una sensazione di unità, proprio mentre la distanza con Pisapia e i suoi è evidente: solo tre giorni fa, insieme su un palco, a precisa richiesta del giovane coordinatore di Mdp di svolgere insieme un’assemblea fondativa del nuovo partito, l’ex sindaco ha evitato di fissare una data. Decisivo allora il voto unanime di ieri, per restituire la sensazione di un gruppo compatto e allineato. «Il dato è che i nostri parlamentari si comporteranno in modo omogeneo e unitario», ripete non a caso il senatore bersaniano Miguel Gotor. Un gruppo capace di alzare la voce col governo: come da tempo chiede D’Alema, convinto della necessità di smarcarsi dalle politiche del Pd, «se siamo alternativi come dice Pisapia – sottolineava ieri – vuol dire che non abbiamo più il vincolo di votare tutto quello che il Pd propone». Non è passato inosservato, ieri, all’indomani della visita di Pisapia a Gentiloni, elogiato dall’ex sindaco per la sua discontinuità di metodo con Renzi, un articolo su Lettera 43 firmato da Peppino Caldarola, direttore della rivista dalemiana Italianieuropei, che definiva il premier rappresentante «di quella sinistra che teme più del fuoco la radicalità delle proposte».
 

 
A Palazzo Chigi hanno seguito la giornata con comprensibile interesse: è cominciata la campagna elettorale, si sono detti, è successo qualcosa di talmente significativo che forse non si tornerà più indietro. Ergo, il governo potrebbe ballare nei prossimi mesi. Soprattutto perché sanno bene che alla partita sui provvedimenti finanziari si intreccia quella, delicatissima, sulla legge elettorale. Dove il Pd non sembra intenzionato ad andare incontro agli ex compagni di partito, dipinti ora come irresponsabili impegnati «nei giochini della vecchia politica». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/04/economia/vince-la-linea-dalema-crisi-tra-mdp-e-maggioranza-tensione-con-pisapia-HVbBTBExzqZKusO1udJngM/pagina.html
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« Risposta #46 il: Ottobre 28, 2017, 11:33:58 »

Governo irritato: “Condizioni irricevibili è una pre-secessione”
Ma Renzi: “Bisogna tener conto del risultato”


Pubblicato il 24/10/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Il presidente Maroni discute nel merito. Zaia invece chiede tutte le competenze, i nove decimi delle tasse e il Veneto a statuto speciale: un’operazione pre-secessionista di chi non ha a cuore l’unità nazionale». A metà pomeriggio del day after, la risposta del governo alle pretese venete è durissima. Agli occhi del sottosegretario Gianclaudio Bressa, responsabile degli Affari regionali e delegato a trattare la questione per il premier Gentiloni, è chiara la differenza di approccio tra Lombardia e Veneto: l’una responsabile, attenta a muoversi entro il perimetro della Costituzione; l’altra “oltranzista”, lesta a far balenare ai cittadini un’autonomia assoluta impossibile da ottenere. Pronti a incontrare entrambe, è la posizione dell’esecutivo, ma solo a condizione di confrontarsi con richieste ricevibili, altrimenti «non ci sono margini di trattativa». Non a caso, a ieri sera un contatto telefonico c’era stato con il governatore lombardo Maroni, ma non con il collega veneto Zaia. 

È Maroni ad alzare la cornetta per un «cordiale» colloquio sia con Bressa - due parole amareggiate sul Milan di cui entrambi sono tifosi, prima di ricevere disponibilità a discutere - e poi con Gentiloni: «Mi ha confermato - racconta il presidente leghista - il via libera al confronto su tutte le materie previste dalla Costituzione, con anche il coinvolgimento del ministero dell’Economia». Un primo passo verso il percorso già intrapreso senza referendum dal presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che ieri ha sentito Gentiloni e oggi incontrerà Bressa: «Disposto anche a fare incontri collettivi con Lombardia e Veneto», ha dato la sua disponibilità al premier. Perché anche nel Pd si sono accorti che il tema è sentito: «Il risultato dei referendum non va minimizzato», ammette il segretario Renzi, che va oltre la procedura di cui si discute: «Bisogna ridurre la pressione fiscale», la sua proposta, arrivando a sperare in un «accordo» tra forze politiche nella prossima legislatura per riuscire a farlo.
 
“I partiti tradizionali sono in ritardo, non afferrano i motivi della protesta”
Il fatto è che le richieste di Luca Zaia vanno ben al di là di un aumento dei margini di autonomia. Prova a stopparle il ministro Maurizio Martina, ricordando che le materie fiscali non sono oggetto di trattativa, e si becca una rispostaccia: «Il nostro interlocutore è Gentiloni». Il premier, che ha evitato anche nelle settimane scorse di intervenire sul tema, convinto che il risultato fosse abbastanza irrilevante essendo il governo già da tempo pronto a intavolare una trattativa, ufficialmente non parla nemmeno oggi che il Veneto chiede condizioni da statuto speciale che necessiterebbero di un cambio di Costituzione, appannaggio eventualmente del Parlamento. Una «provocazione» la fa però l’uomo che ha incaricato di occuparsene: «La sentenza della Corte costituzionale che ha consentito il referendum già aveva bocciato l’ipotesi di trattenere in Veneto l’80 per cento delle risorse definendola “un’alterazione stabile e profonda della finanza pubblica”. E far diventare tutte e 23 le materie concorrenti di competenza regionale significherebbe stravolgere la Costituzione», smonta una a una le richieste venete il sottosegretario Bressa, «l’atteggiamento di Zaia è pericoloso: se tutti facessero come lui non ci sarebbe più la Repubblica italiana». Bellunese di nascita, Bressa conosce bene le spinte autonomiste venete, tanto che fu lui a scrivere quel terzo comma dell’art. 116 che oggi consente alle Regioni di trattare. «Zaia pensa di essere El Cid Campeador del Veneto, ma ci vuole serietà. Il Veneto ha un debito previdenziale di alcuni miliardi: per pagare le pensioni, è debitore rispetto alla finanza nazionale. Quando si passa dalla poesia alla prosa la gente comincia a dire “vediamo un attimo” ...».
 
A queste condizioni, la trattativa con Venezia e dintorni è in stallo. Ma oggi il premier sarà a Marghera, ad accoglierlo troverà il presidente Zaia e chissà se i due potranno avere un confronto. In realtà, a Palazzo Chigi sanno che il problema si porrà per il prossimo governo: stretti i tempi della legislatura, lunghi quelli di un negoziato che è una “prima volta”. Anche solo delineare i confini delle varie materie di competenza non sarà facile. Per chi vorrà provare a discuterne.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/24/italia/politica/governo-irritato-condizioni-irricevibili-una-presecessione-Uhrx92U5EsU9XQRbOVUxkI/pagina.html
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« Risposta #47 il: Novembre 04, 2017, 07:30:07 »

Matteo e Gentiloni firmano la tregua.
Il segretario: “Non metto veti a Mdp”
“Pronti alla coalizione, anche se non era il mio sogno segreto”. Il premier lo punge: non dissipiamo i nostri risultati

Pubblicato il 29/10/2017 - Ultima modifica il 29/10/2017 alle ore 07:06

FRANCESCA SCHIANCHI
INVIATA A PORTICI (NAPOLI)

«Parliamo con tutti, siamo pronti alla coalizione anche se non era il mio sogno segreto. Aver fatto una legge che obbliga alla coalizione, tiene insieme Salvini e Berlusconi, che avrei preferito tenere divisi, ma ormai è andata. Noi non mettiamo veti, nemmeno su Mdp che ci insulta tutti i giorni: cosa vogliono ancora da noi?». A sera, quando ormai la sala del grande deposito treni di Pietrarsa si è svuotata e il presidente del consiglio Paolo Gentiloni è già in viaggio verso l’aeroporto per un viaggio istituzionale in India, Matteo Renzi è soddisfatto. «È andata molto bene», commenta coi collaboratori più stretti: una giornata complicata iniziata con la lettura delle critiche dei giornali è girata come sperava, la tregua con il premier è stata siglata sotto gli occhi di giornalisti e telecamere, tra sorrisi e battute. Dopo i giorni della tempesta e degli scontri su Bankitalia, è il momento di ricucire: e Renzi tenta di farlo platealmente, dal palco della conferenza programmatica del Pd. 

«C’è stata in queste settimane qualche differenza di vedute», ammette Renzi introducendo il premier a una visita guidata sul treno Pd con cui sta girando l’Italia, «ma questa è casa tua». E il premier si concede all’abbraccio: chiedendo unità, ma anche con una puntura di spillo, chiedendo aiuto a chiudere il mandato in modo ordinato, pur sottolineando la leadership di Renzi. «Spalle larghe, poche chiacchiere, gioco di squadra e discussione aperta», invita tutti parlando dal palco, occhi negli occhi con Renzi in prima fila, «gli ultrà delle nostre divisioni sono la famiglia più numerosa d’Italia», e invece bisogna lavorarci perché «il primo punto del mio programma siamo noi», e «De Coubertin non è nel nostro Pantheon»: cioè «giochiamo per vincere». E in quel noi c’è la richiesta, che suona polemica al modo felpato di Gentiloni, di «prendere l’impegno solenne a una fine ordinata della legislatura» e a «non dissipare i risultati raggiunti in questi anni». E a fare una campagna elettorale «per l’Europa» non contro l’Europa.
 
Dalla prima fila Renzi applaude, poi lo accompagna all’uscita scherzando sul calcio, una battuta anche per Bankitalia, ma solo per ricordare insieme sorridendo quando Berlusconi al nome di Visco, sei anni fa, pensò al «comunista» Vincenzo anziché a Ignazio. Il saluto con il premier è solo l’ultima fotografia di una giornata passata a incontrare il suo sfidante alle primarie Michele Emiliano e a scherzare sul treno tra il ministro Marco Minniti e il collega Graziano Delrio («sono tra l’ala destra e l’ala sinistra del partito», dice in una diretta via Facebook). Delrio è tra i ministri che erano assenti al Consiglio dei ministri di venerdì che ha confermato Visco: un’influenza presa «nella galleria della Agrigento-Caltanissetta», si giustifica, ma ieri era presente. «Avevo parlato a lungo il giorno prima con Paolo - garantisce - sapeva che non sarei andato, tanto la scelta era già fatta. Io la penso come Matteo, ma è una decisione che ha preso Paolo e va bene così», tenta di tagliare corto sull’argomento: «Basta fare pettegolezzi sulle istituzioni».
 
Così, con l’abbraccio tra premier e segretario, si chiude il caso Visco. Con tutto il partito riunito, oppositori inclusi, dal ministro Orlando che ha parlato il primo giorno di lavori ma torna ad ascoltare, a Emiliano. Manca Franceschini. Sono tra i sospettati di poter ordire un agguato a Renzi, dopo le elezioni siciliane, se i risultati dovessero essere pessimi come si temono. «Mi spiace per la Sicilia, non per il Pd. Cosa volete che succeda? - sbotta coi suoi il segretario -. Vi immaginate se qualcuno avrà la forza di venire in direzione a contestare? E per cosa, poi? Non credo: sarebbe una mossa azzardata». Anche perché, aggiunge malizioso qualcuno dei suoi, a chiedere primarie avrebbero paura di una sua vittoria. «Andiamo avanti», ripete. La tregua è siglata. Quanto durerà, si scoprirà a breve.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/29/italia/politica/matteo-e-gentiloni-firmano-la-tregua-il-segretario-non-metto-veti-a-mdp-pKekLjAvTOgKtP6P4dgl4M/pagina.html
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« Risposta #48 il: Novembre 20, 2017, 05:28:37 »

Renzi ne parla con il sacerdote: “Vedrete, approveremo la legge”
Ma in soli venti giorni ci sono anche Ius soli e regolamenti

Pubblicato il 17/11/2017 - Ultima modifica il 17/11/2017 alle ore 11:18

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Della legge sul biotestamento ho parlato con il mio don, il mio prof di religione, che è uno molto rigoroso, attento a sottolineare l’appartenenza alla dottrina: anche lui dice che, coi livelli raggiunti dalla scienza, impedire il fine vita rischia di essere anticristiano». A chi nei giorni scorsi gli ha chiesto un’opinione sul biotestamento, anche a interlocutori cattolici, il segretario del Pd Matteo Renzi ha risposto così. Ora, le parole di papa Francesco, quel richiamo a evitare cure «non proporzionali», vanno in direzione di quello di cui anche lui è convinto: «Sono d’accordo col Santo padre», ripete. Dinanzi ai tanti che – a partire dai senatori a vita - intervengono per chiedere che venga finalmente discussa la legge ferma al Senato, si dice sicuro parlando con i collaboratori: «Vedrete: la approveremo». Passato alla Camera in aprile con una strana maggioranza formata dai voti di Pd, Si, Mdp e M5S, da allora il provvedimento è fermo, arrivato nell’Aula del Senato senza mandato al relatore. «Il biotestamento è uno dei nostri obiettivi prioritari», garantisce oggi il capogruppo dem di Palazzo Madama, Luigi Zanda. Il problema sono i tempi: la legge di bilancio verrà licenziata dal Senato il 28 o 29 novembre, a quel punto ci sarà una ventina di giorni o giù di lì, durante i quali la manovra sarà alla Camera, disponibili per lavorare ad altro. Ma, oltre al testamento biologico, aspettano di essere approvati anche lo Ius soli e la modifica dei regolamenti parlamentari, per stare alle preferenze del gruppo di maggioranza, il Pd. Poco tempo per tutti quei provvedimenti. A meno che, ma questo ancora non si sa, le Camere non vengano sciolte dal Presidente della Repubblica a fine gennaio, regalando qualche altra settimana di lavoro. 

«Dobbiamo provarci – insiste però Zanda – dobbiamo tentare di approvare il testo così com’è, perché chi propone modifiche non vuole che venga approvato». A chiederle sono in primis gli alleati di governo di Ap, che non vedono nella posizione del pontefice nulla che determini un cambio di linea: «Quel testo va corretto, così non lo votiamo», insiste Maurizio Lupi; «la legge va migliorata», aggiunge la ministra Beatrice Lorenzin. Una chiusura che, ragionano nel Pd, rende difficile il ricorso alla fiducia, strumento a cui si è qualche volta pensato, panacea di tutti i mali quando bisogna superare un ostruzionismo-monstre e i tempi sono ristretti. Ma, appunto, difficile da praticare se una forza di maggioranza è contraria e, per di più, il tema è così delicato e discusso. 
 
Difficoltà oggettive che però Renzi e chi gli è più vicino sono convinti si possano superare. «Alla Camera l’abbiamo approvata con numeri enormi – sottolinea Ettore Rosato, il capogruppo che lavorò per condurla in porto, ricordando i 326 voti a favore (37 i contrari e 4 gli astenuti) – dobbiamo tornare a quei numeri: le parole del Papa sono come coltello nel burro di una opinione pubblica che da tempo chiede quella legge». Basterà la pressione della società? Oltre alla corsa contro il tempo, a preoccupare i dem è anche la maggioranza inusuale. Perché sulla tenuta dei Cinque stelle, sul fatto che ripeteranno il voto a favore anche nel secondo ramo del Parlamento, al Senato non ci giurerebbero. «Siamo sicuri che non si rimangeranno la parola?», s’interroga Zanda, dopo che già sulle unioni civili il Pd si era illuso di potere contare sui loro voti e poi la trattativa è saltata. Un rischio che considerano ancora più alto a fine legislatura, quando l’imminenza della campagna elettorale potrebbe indurre l’opposizione a prendere le distanze dal Pd. Ma il punto vero per farcela è la volontà dei dem di calendarizzare in Aula e provarci. Una ventina di giorni sono pochi, ma non è impossibile: «Vedrete - sparge ottimismo Renzi - ce la faremo».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/17/italia/politica/renzi-ne-parla-con-il-sacerdote-vedrete-approveremo-la-legge-d9v3l0kLyS8rM3jrpPex9M/pagina.html
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« Risposta #49 il: Novembre 20, 2017, 05:50:12 »

Renzi cambia e apre alle alleanze a sinistra
Il segretario unisce il Pd: «Forse c’è stato l’uomo solo al comando, ma non è più così». Poi lancia la palla ai bersaniani: «Chi si tira indietro si assume una pesante responsabilità»

Pubblicato il 14/11/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Chi si tira indietro dall'invito all'unità del centrosinistra si assume una pesante responsabilità». Nella frase con cui ieri sera il segretario Matteo Renzi ha chiuso la direzione del Pd c’è il senso di tutto il suo discorso. Atteso come l’oracolo, preceduto da caldi inviti della minoranza ad aprire a un’alleanza con le altre forze di sinistra, si è risolto in un appello agli ex compagni di strada di Mdp, Possibile e alla Sinistra italiana di Fratoianni, senza però accennare nessun passo indietro sui contenuti, dal Jobs Act alla politica sui migranti: quanto basta per poter dire che «chi vorrà rompere lo dovrà fare in modo trasparente perché da noi non troverà alcuna sponda». 
 
Una nuova chiamata a una «coalizione più larga possibile», considerato che con gli scissionisti di D’Alema e Bersani già si governa «in 14 Regioni» e «con le persone da cui siamo stati divisi da discussioni e polemiche c’è più sintonia che con gli avversari storici», ma partendo dalla rivendicazione delle politiche di questi anni di governo («Chi si esercita in richieste di abiura non si rende conto di dove eravamo tre anni fa», dice): abbastanza per compattare il partito su un documento unitario (resta scettico solo Orlando: insieme ai 15 della sua corrente si astiene), ma non per convincere Bersani e compagni: «Le chiacchiere stanno a zero».
 
Per cercare di dare impulso e sostanza alle dichiarazioni di buona volontà, per tentare di passare agli «atti concreti» che ieri ha evocato anche il solitamente taciturno Enrico Letta («positivi gli appelli all’unità, ma auspico che il Pd faccia anche proposte concrete»), Renzi incarica Piero Fassino «di darmi una grande mano con il mondo della sinistra»: sarà l’ultimo segretario dei Ds, che con D’Alema e gli altri ha condiviso un bel pezzo di strada, ad avere il ruolo di pontiere. Lui ieri ha cominciato dai Radicali di Magi, Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, incontrati prima della direzione con il delegato alle trattative con le forze di centro, Lorenzo Guerini: «Credo sia cruciale che venga coinvolta l’area moderata così come i Verdi, Idv e i Radicali, con i quali c’è una discussione non scontata né chiusa». Una coalizione da lì a Campo progressista, e anche oltre, se si potesse, anche se, da Fratoianni a Civati, le premesse non sono incoraggianti. «Dentro Mdp si aprirà una discussione, vedrete. Ma nulla si muoverà prima della loro assemblea del 2 dicembre», prevedono ai vertici del Pd.
 
«Sulla rivendicazione del passato non faremo alcun passo indietro», garantisce il segretario dem - rinnegarlo «sarebbe assurdo, illogico e inspiegabile» - ma «il futuro è una pagina totalmente bianca da scrivere: o la scriviamo noi o la destra», avverte, convinto che «il M5S è ampiamente sovrastimato nei sondaggi». Un appello a tutti quelli che stanno fuori dal Pd a stare insieme se non per amore, almeno per fermare l’avanzata delle destre. Sgomberando il campo dal tema dei diritti («non è che facciamo lo Ius soli per fare l’accordo con Mdp, ma perché è un diritto: cercheremo di farlo senza creare difficoltà alla chiusura ordinata della legislatura»), e condendo la richiesta con una timida autocritica, consapevole di essere per gli scissionisti dem il vero ostacolo a un’alleanza: «Non c’è un uomo solo al comando: forse c’è stato in passato, forse, ma adesso c’è una pagina bianca da scrivere insieme», ripete. «Sono tre anni che mi dicono che ho fatto l’accordo con Berlusconi: i fatti dicono il contrario, non credo di essere esattamente la persona che gli sta più simpatica. Adesso dobbiamo agire in maniera unitaria e coesa» per essere «il primo gruppo parlamentare della prossima legislatura».
 
«Bravo segretario, mi hai convinto», interviene dalla minoranza Michele Emiliano. Soddisfatta anche la prodiana Sandra Zampa, come il ministro Dario Franceschini. Resta perplesso il leader della corrente più corposa di minoranza, Orlando: «Siamo in un vicolo cieco: abbiamo approvato una legge che prevede le coalizioni e al momento le coalizioni non le abbiamo», predica, chiedendo di smetterla con la riproposizione del passato («non mi interessa cosa pensa Speranza o Bersani, ma quelle 3-400 mila persone che non sono convinte che abbiamo fatto tutto bene») e chiedendo passi certi per costruire la coalizione. Per questo, pur non presentando ordini del giorno alternativi, lui e i suoi si astengono sul documento finale. Dove si legge di voler aprire un confronto su temi come lavoro, scuola e lotta alla precarietà, e si prende l’impegno a migliorare la legge di bilancio: 164 sì, nessun voto contrario. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/14/italia/politica/renzi-cambia-e-apre-alle-alleanze-a-sinistra-UAfEPJD1ZKtbwY0EWtBtQK/pagina.html
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« Risposta #50 il: Dicembre 21, 2017, 02:33:13 »

Renzi dopo l’audizione di Visco: “Contento abbiamo fugato ogni dubbio”
L’ex premier: «Nessun ministro ha mai fatto pressioni, ma solo legittimi interessamenti legati al proprio territorio»


Pubblicato il 19/12/2017 - Ultima modifica il 19/12/2017 alle ore 14:06

FRANCESCA SCHIANCHI

C’era grande attesa per l’audizione di oggi del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco alla commissione d’inchiesta sulle banche. In tarda mattinata, dopo le prime tre ore di intervento, il segretario Pd Matteo Renzi diffonde un comunicato per compiacersi di come il governatore abbia «fugato ogni dubbio sul comportamento dei ministri». Vista da Firenze, dove il leader dem segue la giornata, un altro ostacolo sembra superato, dopo gli interventi dei giorni scorsi che hanno riacceso la polemica su Banca Etruria e l’ex ministra Boschi: ecco a seguire il testo completo della nota di Renzi. 

«Ringrazio molto il Governatore Visco per le parole di apprezzamento che ha rivolto al mio Governo nella sua audizione di questa mattina. Confermo che abbiamo sempre avuto la massima collaborazione istituzionale, anche quando non eravamo d’accordo su tutto nel merito. Mi fa piacere che egli finalmente fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri. Nessuno di loro ha mai svolto pressioni, ma solo legittimi interessamenti legati al proprio territorio: attività istituzionalmente ineccepibile svolta anche da amministratori regionali di ogni colore politico. Ringrazio dunque il Governatore Visco che mette la parola fine a settimane di speculazione mediatica e di linciaggio verbale verso esponenti del mio governo». 

 «Confermo anche che il nostro interesse per Etruria era decisamente minore rispetto ad altri gravi problemi del sistema del credito e il tempo che abbiamo impiegato a informarci di questo lo conferma: decisamente più rilevante è stato il lavoro congiunto su altri dossier, a cominciare da quello di Atlante. Rivendico tuttavia il fatto di essermi interessato a tutti i singoli territori, nessuno escluso, oggetto di crisi bancarie. Le difficoltà del calzaturiero marchigiano o del settore orafo aretino o dell’export Veneto o del turismo pugliese stavano a cuore a me e al mio Governo come possono testimoniare le mie iniziative pubbliche e i numerosi incontri con Banca d’Italia, svoltisi sempre alla presenza di collaboratori e colleghi, quali Pier Carlo Padoan e Graziano Delrio».

«Nessuna “insistenza”, nessuna “pressione”, nessuna richiesta di “violazione del segreto” è stata mai formulata da parte nostra e del resto essendosi svolti gli incontri in presenza di testimoni il fatto è facilmente verificabile. Il nostro stile istituzionale è sempre stato ineccepibile come peraltro riconosciuto dallo stesso Governatore».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/19/italia/politica/renzi-dopo-laudizione-di-visco-contento-abbiamo-fugato-ogni-dubbi-gKXJ6cSxRxpo0y1o6kB4eM/pagina.html
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« Risposta #51 il: Dicembre 22, 2017, 04:22:17 »

Renzi: ho incontrato Visco è stato lui a parlarmi di Etruria
Il segretario spinge la Boschi alla battaglia campale: candidarsi contro Di Maio

Il leader Pd ricorda che i suoi incontri con Visco non sono stati a tu per tu «È tutto verificabile: non l’ho mai incontrato da solo La prima volta era con me Delrio, le altre volte Padoan»

Pubblicato il 19/12/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

A metà pomeriggio, Matteo Renzi digita un sms sul suo smartphone. Il destinatario è Pier Carlo Padoan, che ha appena dichiarato di non aver autorizzato nessuno a occuparsi di banche, poche parole che rimbalzano sulle agenzie e poi sui siti con una sola, univoca lettura: anche lui sta mollando Maria Elena Boschi. «Ma no, Matteo, sono stato uno dei pochi ministri a sostenerla pubblicamente», lo rassicura il titolare dell’Economia alludendo al tweet di pochi giorni fa, prima di diffondere un comunicato informale che cerca di ridimensionare la presa di distanza dalla sottosegretaria al centro della bufera.

Tentando di chiudere l’ennesimo caso di queste giornate complicate, per il segretario del Pd e la sua fedelissima, che si preannunciano ancora più cariche di tensioni oggi e domani, quando a sedersi davanti ai commissari a Palazzo San Macuto saranno il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex Ad di Unicredit Federico Ghizzoni.

«Ho incontrato Visco varie volte. Nel febbraio 2014, ricevuto l’incarico di formare il governo, gli domandai un incontro perché il presidente Napolitano riteneva fosse consuetudine durante le consultazioni sentire anche il governatore. Lo avevano fatto anche Monti e Letta». Ritirato a Firenze, Renzi ripercorre con alcuni amici gli albori del suo rapporto con il capo di Banca d’Italia, di cui solo poche settimane fa ha cercato invano di silurare la riconferma con una mozione di sfiducia in Parlamento. 

«Non credo la prima, ma la seconda volta che l’ho visto mi ha parlato, lui, di Banca Etruria», fa mente locale su discorsi e incontri: «Comunque sia, è tutto verificabile: non l’ho mai incontrato da solo. La prima volta era con me Delrio, le altre volte Padoan», ricorda il segretario dem. Ostentando tranquillità, cercando di trasmettere a un partito sull’orlo di una crisi di nervi nessuna preoccupazione per quello che il governatore potrebbe dire: che il loro rapporto si sia deteriorato a causa dell’istituto di credito aretino. «Nessuna mancata collaborazione, il governo e la Banca centrale hanno lavorato insieme senza nessun problema istituzionale», insiste con chi, in questo periodo, ha avanzato l’ipotesi.

Per quanto riguarda la Boschi, è convinto di sapere già quello che Visco potrà raccontare, un incontro con il vicedirettore generale dell’istituto Panetta che lei, giocando d’anticipo, ha già commentato ieri in un’intervista. Minimizzandone il significato e il peso, come ripete anche il segretario a chi gliene chiede conto. «Leggo agenzie che parlano di una Boschi che si aggira negli uffici di Bankitalia: da quanto ne so non ci è mai andata». Superato il primo cerchio di fuoco, oggi, domani ne arriva un altro, con la deposizione di Ghizzoni, a cui, secondo Ferruccio De Bortoli, la ex ministra delle Riforme si sarebbe rivolta chiedendo di valutare l’acquisizione di Banca Etruria da parte di Unicredit. Frase per la quale lei ha intentato una causa civile contro l’ex direttore del Corriere della sera. «Non c’è nulla da temere», ripete Renzi, «anche altri ministri si sono occupati di banche: Delrio, ma anche Poletti quando abbiamo fatto la riforma delle Bcc o Franceschini sulla Banca di Ferrara».

Il problema è quante scorie resteranno di questa vicenda, a pochi mesi dal voto. Non a caso il tentativo del segretario e dei suoi, ieri, è stato quello di spostare il fuoco, di intervenire sulle parole di Di Maio a proposito del referendum sull’euro. E intanto, a Largo del Nazareno si ragiona su come trattare la candidatura della Boschi. Non farà un passo indietro, sarà nelle liste. Un modo per garantirle l’elezione potrebbe essere nel listino del proporzionale, sfuggendo al confronto diretto con altri candidati. Eppure, l’idea che ronza in testa al segretario è quella di spingerla alla battaglia campale: candidarsi nel collegio uninominale di Di Maio. Che dovrebbe essere Pomigliano, per la regola del M5S di cercare l’elezione nel luogo di residenza. Una scelta da ponderare bene, però: quel collegio è considerato incerto, il rischio di schiantarsi è molto alto. 

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