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Autore Topic: FRANCESCA SCHIANCHI.  (Letto 5724 volte)
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« Risposta #30 il: Maggio 01, 2017, 05:28:46 »

La seconda volta di Renzi: “Dobbiamo ricominciare dal basso”
Nelle prime parole del rieletto segretario c’è lealtà dichiarata al governo di Gentiloni, ma c’è quel richiamo a «non sappiamo il giorno in cui voteremo» che non passa inosservato
Pubblicato il 01/05/2017 - Ultima modifica il 01/05/2017 alle ore 09:15

FRANCESCA SCHIANCHI

Nella «pagina bianca da riempire» che è questa seconda segreteria Renzi, restano le critiche all’Europa da cambiare, non c’è spazio per alleanze con «presunti partiti che non rappresentano nemmeno se stessi» - allusione velenosa a Mdp degli scissionisti D’Alema e Bersani - e l’avversario dichiarato restano i Cinque stelle, mai citati per nome ma evocati in più punti. C’è lealtà dichiarata al governo di Paolo Gentiloni, ma c’è quel richiamo a «non sappiamo il giorno in cui voteremo» che non passa inosservato. 

“Non è la rivincita, è un nuovo inizio”
 
Circondato dai suoi a fargli da quinta e rappresentazione plastica del tanto sbandierato passaggio dall’io al noi, il segretario rieletto Matteo Renzi incassa l’affluenza sopra le aspettative («oggi abbiamo fatto qualcosa di straordinario»), la vittoria ancora più ampia delle attese e giura da qui, dalla prima notte da segretario bis, sulle note del Ligabue di «Ho fatto in tempo ad avere un futuro», di non volersi prendere la rivincita sulla sconfitta del referendum del 4 dicembre. 
 
Boschi: “Vittoria sopra le aspettative ma non è una rivincita”
 
«Forse non siamo stati in grado fino in fondo di portare la gente dalla nostra parte partendo dal basso, dobbiamo ricoinvolgere dal basso, casa per casa», promette, parlando di «umiltà e responsabilità», di partito di cui essere orgogliosi in cui «il rapporto col popolo segna la diversità rispetto a tutti gli altri», che «non è un partito personale quando due milioni di persone vanno a votare». Una comunità «che mi ha sostenuto quando barcollavo» che può fare da argine ai populismi: «L’alternativa non è nel salotto, nei tweet, ma nel popolo».
 
Un partito che ha vinto nella sua interezza, con i gazebo di ieri, ma ha vinto «soprattutto – non resiste alla tentazione di difendere il suo governo – quello che non è vergognato delle cose fatte in questi anni». E ora dovrà combattere per cambiare un’Europa diversa, perché «non ne possiamo più di una Ue che non incrocia i desideri più belli di chi vuole l’ideale europeo». 
 
Martina: “Il popolo del Pd è al di là dei nostri dubbi”
 
Ma la domanda che tutti si fanno è se sarà un partito destinato a sostenere il governo di Paolo Gentiloni ancora a lungo, o se sarà pronto a dargli il benservito come fece con Enrico Letta. «Grazie a tutte le amiche e gli amici che lavorano al governo del Paese a iniziare da Gentiloni», che lo ha chiamato dal Kuwait per congratularsi, «lavoreremo al vostro fianco con molta convinzione». Anche se la chiosa sembra una messa in guardia: «Ci attendiamo molto da voi».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/01/italia/politica/la-seconda-volta-di-renzi-dobbiamo-ricominciare-dal-basso-5IMPfMLpdBMvk90tsX7f3M/pagina.html
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« Risposta #31 il: Maggio 02, 2017, 11:56:55 »

Incontro con Obama e Michelle. E Renzi prepara la riscossa
Prima a Milano con Barack, poi in Toscana con le mogli
Pubblicato il 30/04/2017 - Ultima modifica il 30/04/2017 alle ore 07:56

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Un appuntamento è già fissato, lunedì 8 maggio a Milano. A un altro, con le rispettive mogli, si sta lavorando: dovrebbe essere una decina di giorni dopo, in Toscana. Matteo Renzi ci si è dedicato nelle settimane scorse, tra un impegno e l’altro di campagna per le primarie. Nella speranza che saranno i primi incontri internazionali da segretario rieletto del Pd: quelli con l’ex presidente americano Barack Obama, al suo primo tour in Europa dopo l’abbandono della Casa Bianca. 

Quello dell’8 maggio «è un incontro non ufficiale, ho piacere che Obama venga in Italia e vado volentieri a Milano a salutarlo», ha spiegato Renzi ad alcuni amici. In questi mesi, racconta chi gli è vicino, un canale con il predecessore di Trump è rimasto aperto dopo che, da premier, era stato l’ultimo ospite straniero alla Casa Bianca. Era ottobre: Renzi si presentò accompagnato dalla moglie Agnese e una parata di talenti italiani (dalla campionessa paraolimpica di scherma Bebe Vio alla sindaca di Lampedusa Giusy Nicolini, fresco premio per la pace Unesco, a Roberto Benigni); Obama lo accolse con un largo sorriso e parole di sostegno per l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre. 
 
Da allora, Renzi ha perso il referendum e la guida del governo; Obama ha finito il mandato ed è tornato alla vita di «comune» cittadino. Ora però è con un viaggio in Europa che torna alla vita pubblica, in chiave anti-Trump, spiegano analisti americani: prima tappa, Milano, la terza edizione di Seeds & Chips, il Global food innovation summit, dove, accompagnato dal suo cuoco personale alla Casa bianca, Sam Kass, il 9 maggio alle 14 terrà un intervento sugli effetti del cambiamento climatico sulla sicurezza alimentare.
 
Atterrerà nel capoluogo lombardo il giorno prima, lunedì 8, tra imponenti misure di sicurezza, e alloggerà in un lussuoso hotel a cinque stelle del centro città: lì ha già ottenuto un appuntamento Renzi, «prendiamo un caffè insieme», minimizza coi collaboratori, felice di reincontrare un leader politico di cui, ha detto pochi giorni fa, se fosse quindicenne terrebbe il poster in camera. Nei giorni meneghini è previsto anche che il sindaco, Beppe Sala, gli consegni il sigillo della città: per motivi di sicurezza, ancora da chiarire se la cerimonia si potrà tenere a Palazzo Marino o altrove.
 
Ma non è il solo incontro con l’ex commander in chief che l’aspirante segretario rieletto del Pd ha messo in agenda. Dopo l’impegno milanese, infatti, Obama resterà in Europa: il 25 maggio è in programma un incontro con la cancelliera Angela Merkel a Berlino, mentre il 26, in concomitanza con l’apertura del G7 a Taormina, lui si recherà nella Scozia anti-Brexit. È prima di questi appuntamenti, in una data ancora da designare con certezza – potrebbe essere venerdì 19 o martedì 23 – che si sta lavorando a un nuovo incontro tra i due. Questa volta esteso alle mogli, perché Michelle dovrebbe raggiungere il marito dagli Stati Uniti. 
 
Destinazione, la Toscana di Renzi, che lo stesso ex presidente e consorte hanno visitato in passato, «ci siamo stati con Michelle: bei tempi, non avevamo figli», ha avuto modo di scherzare lui una volta. Probabilmente, l’incontro sarà a Firenze, la città di cui l’ex presidente del Consiglio è stato sindaco, ma non è escluso che si terrà invece in un borgo fuori città. Un incontro a quattro, forse un’onorificenza da consegnare al leader democratico, premio Nobel per la pace, che «ha cambiato la storia di questo pianeta», come ripete Renzi. 
Oggi, l’ex segretario ricandidato cercherà di vincere le primarie. Già proiettato ai primi appuntamenti da leader riconfermato.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/30/italia/politica/incontro-con-obama-e-michelle-e-renzi-prepara-la-riscossa-oMHd1jD4YT26EsRR36ebzN/pagina.html
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« Risposta #32 il: Maggio 03, 2017, 10:22:48 »

Salvati: “La maggioranza liberale di sinistra ha rigenerato il partito democratico”
Il politologo: Renzi esce rafforzato da questa svolta, ora deve rispondere mettendo a posto la situazione nei territori

Pubblicato il 01/05/2017 - Ultima modifica il 01/05/2017 alle ore 13:21

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Dopo la sconfitta del referendum e i risultati del governo, percepiti come non eccellenti, il fatto che una parte così ampia del popolo di sinistra riconfermi Renzi a questi livelli è un dato importante. A cui lui deve rispondere». Politologo ed economista, Michele Salvati è stato, più di dieci anni fa, il primo teorico del Pd.

Un dato importante anche per il Pd: da noi i partiti tradizionali hanno ancora una vitalità? 
«In Europa i partiti tradizionali sono in crisi quasi ovunque, con l’eccezione della Germania, la cui politica s’impernia sui grandi assi di Spd e Cdu. In qualche modo però il Pd sia a livello di struttura dei circoli che attraverso le primarie, si può definire un partito tradizionale con una base democratica ampia».
 
È un’eccezione? 
«Sì, tanto che i politologi Fasano e Natale hanno intitolato il loro libro in uscita “L’ultimo partito”. Un partito che però ha permesso a un quasi outsider di arrivare alla guida. In questo è la differenza col Ps francese».
 
Cioè? 
«Nel Ps era tale la resistenza a nuovi innesti liberal-democratici che Macron – un personaggio simile a Renzi, portatore di una filosofia liberale – si è convinto che non ce l’avrebbe mai fatta a vincere primarie aperte. Non avrebbe mai potuto scalare il partito dall’interno: Renzi l’ha fatto». 
 
Ma qual è lo stato di salute delle primarie? Non è che poi, come in Francia, chi vince le primarie perde le elezioni? 
«Lo stato di salute delle primarie dipende dai contesti. In origine, qui da noi, sono state un espediente per santificare Romano Prodi, che si rivolgeva a due popoli diversi e aveva bisogno di un’investitura generale. Adesso però quella vecchia spaccatura tra Dc e Pci è sparita, la fusione è avvenuta, e restano le fratture tipiche di ogni partito di una sinistra di governo europeo: tra un orientamento più radicale, uno più socialdemocratico filo sindacale, e uno liberal democratico».
 
E le primarie sono ancora utili? 
«Non devono essere un feticcio, ma restano un grande strumento per tastare il polso dell’elettorato potenziale. Me la faccia dire così: vanno usate con opportunismo, quando servono. E secondo me hanno un senso solo quando coinvolgono molte più persone rispetto al popolo del partito: quasi quasi io metterei una clausola, che il risultato si rispetta solo se ai gazebo si presenta un numero di persone pari a 4 o 5 volte quelle che hanno votato tra gli iscritti».
 
Che Pd è uscito dai gazebo? 
«Dal 2013 per la prima volta, e con la larga riconferma di ieri, la maggioranza del partito è liberale di sinistra, quella che era solo una infima minoranza quando militavo io nell’Ulivo: al congresso di Pesaro prendemmo il 4 per cento... Questo è, per ora, un successo di Renzi. Che ha avuto una investitura notevole a cui deve rispondere». 
 
Come? Cosa deve fare subito? 
«Renzi ha avuto un grande successo nel partito: ora lo metta a posto. Il Pd in molte realtà del Paese non esiste o è frutto di notabilati locali. Ripensi alla struttura del partito».
 
Proverà a votare in autunno o Gentiloni può stare sereno? 
«Non lo so, ma credo che Gentiloni abbia con lui un contatto continuo e una tale affinità politica da poter stare abbastanza tranquillo».
 
Cosa prevede verrà deciso sulla legge elettorale? 
«Temo che l’ipotesi più probabile sia che si vada a votare con le due leggi uscite dalla Consulta. Anche se spero di sbagliarmi: spero non si vada in direzione ancora più proporzionale».
 
La ferita della scissione di Bersani e D’Alema è già sanata? 
«Non credo, ma vedremo gli effetti a lunga scadenza alle prossime elezioni. Tra la sinistra rimasta nel Pd e i fuoriusciti c’è una sorta di continuum, poi perché siano usciti non l’ho ancora capito. Pisapia, di cui ho grande stima, vorrebbe riunire tutto quel nucleo, vedremo se riuscirà e come reagirà Renzi».
 
Orlando e Emiliano lo accusano di voler fare un governo dopo le elezioni con Berlusconi… 
«La battaglia politica sarà condotta sempre di più nella divisione tra due blocchi: Europa sì-Europa no, come già sta succedendo in Francia. In questo clima, è possibile che, se Berlusconi non si allea coi sovranisti, si troverà da questa parte del campo e diventi inevitabile fare un governo con lui». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/01/italia/cronache/la-maggioranza-liberale-di-sinistra-ha-rigenerato-il-partito-democratico-VQlZDHKshzqO9hsSfIzjtM/pagina.html
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« Risposta #33 il: Maggio 03, 2017, 10:36:28 »

Le Ong dividono il governo: Orlando le difende, Minniti chiede chiarezza

Il Guardasigilli contro il procuratore di Catania: atti, non parole

Pubblicato il 28/04/2017 - Ultima modifica il 28/04/2017 alle ore 08:32

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Sulla vicenda delle Ong, nel governo si parlano lingue diverse. A qualche giorno dall’esplosione della polemica su quale sia il ruolo delle organizzazioni non governative nel salvataggio dei migranti in mare, dopo che ancora ieri il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ad «Agorà», ha affermato che «alcune Ong potrebbero essere finanziate da trafficanti» (salvo poi chiarire che si tratta di «ipotesi di lavoro, non prove») impostazioni diverse si sono chiaramente avvertite ieri, quando sono intervenuti il ministro della giustizia, Andrea Orlando, e quello dell’Interno, Marco Minniti. Ma anche l’ex segretario ricandidato del Pd, Matteo Renzi. 

«Spero che la procura di Catania parli attraverso le indagini, gli atti, perché credo sia il modo migliore. Se il pm ha elementi in questo senso faremo una valutazione», richiama il Guardasigilli Orlando a evitare di esprimersi con valutazioni personali. «In generale, non è giusto ricostruire la storia delle Ong come la storia di collusi con i trafficanti, è una menzogna», bacchetta, dopo che già mercoledì sera, nel corso del confronto tra candidati alle primarie Pd, aveva attaccato il grillino Di Maio per le sue parole sui «taxi del Mediterraneo»: «Dovrebbe vergognarsi». Perché, oltre che ministro del governo Gentiloni, Orlando è candidato alle primarie, e non dimentica di voler rappresentare l’ala sinistra del partito. Quella che sta con le Ong, che le difende, e sull’inchiesta si mostra più che prudente.

E se sulla frase di attacco a Di Maio c’è sintonia col resto del governo («evitare giudizi affrettati», ha raccomandato anche Minniti) e con Renzi («la visione degli operatori delle Ong che sono tutti al servizio degli scafisti, come detto da qualche aspirante statista, non va bene»), è sull’impostazione generale che si individua una linea di frattura. 
 
«Che qualcuno non si stia comportando bene direi che è possibile. Arrivo a dire, è probabile», dichiara l’ex premier a «Porta a porta»: «Che ci siano state alcune vicende discutibili, per me è innegabile. Se qualche Ong va a qualche miglio dalla costa, credo si debba intervenire», considera, «dopodiché vanno combattuti gli scafisti, non i volontari». Altro che la cautela di Orlando. Una linea che, nel governo, incarna bene il ministro Minniti: «Le questioni sollevate non possono essere sottovalutate», ha spiegato ieri in un question time alla Camera, per questo il governo «segue lo sviluppo» di numerose indagini – da quella della procura di Catania a quella della Commissione difesa – e «ha aperto un canale di scambio informativo con la Commissione europea e l’agenzia Frontex». 
Certo, anche il responsabile del Viminale invita a «non generalizzare», ma anche a non sottovalutare, e garantisce che «gli esiti finali» di tutte le inchieste in corso «verranno valutati con grande attenzione». D’altra parte, quando il presidente della Commissione difesa del Senato, Nicola Latorre, propose un’indagine conoscitiva sul tema, i segnali che gli arrivarono dall’esecutivo furono di incoraggiamento.
 
Due linee a confronto, insomma. Quella «dura» di Minniti sulla questione migranti in generale, secondo qualcuno stava rischiando di trovarsi isolata: più vicina a un approccio solidale è considerata la ministra Pinotti, legata al mondo scout, così come il cattolico Delrio, o anche la Farnesina, dove il viceministro Mario Giro è molto legato alla comunità di Sant’Egidio ed è stato il primo a rifiutare di considerare il salvataggio in mare da parte delle Ong come «pull factor», fattore di attrazione per le partenze. «Ma il Parlamento e l’opinione pubblica sono con Minniti», assicura un sostenitore del governo. E, soprattutto, è con lui il quasi certo nuovo segretario del Pd.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/28/italia/cronache/le-ong-dividono-il-governo-orlando-le-difende-minniti-chiede-chiarezza-Nsq3ZSoTvRK0KkD7zFgDUL/pagina.html
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« Risposta #34 il: Maggio 09, 2017, 05:43:26 »

Licenza di sparare se aggrediti di notte e in casa propria
Pd e centristi trovano il compromesso, ma la reazione dovrà essere proporzionata. Oggi l’accordo alla Camera. Per le opposizioni, però, la legge è ancora troppo timida
Negli ultimi anni una maggiore tutela di chi spara per difendersi è diventato un cavallo di battaglia della Lega Nord. Parlamentari ed esponenti del Carroccio sono sempre stati al fianco di chi è stato incriminato per aver ucciso un ladro che gli stava entrando in casa
Pubblicato il 04/05/2017 - Ultima modifica il 04/05/2017 alle ore 08:44

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Raggiunto l’accordo di maggioranza martedì sera, oggi le modifiche sulla legittima difesa saranno approvate alla Camera. Dopo due anni di discussione, periodicamente riaccesa da fatti di cronaca, oggi arriverà il voto finale di un provvedimento che, comunque la si pensi, è destinato a far discutere. Un primo ok che però non spedisce la legge in Gazzetta Ufficiale: manca ancora l’approvazione del Senato.
 
Nodo chiave della legge, su cui Pd e centristi di Alfano si sono confrontati e scontrati a lungo, salvo poi trovare la quadra grazie alla mediazione del ministro Anna Finocchiaro, è l’articolo 52 del codice penale. A sigillare il compromesso è un emendamento messo a punto dalla Commissione per stabilire che si considera legittima difesa la reazione a un’aggressione «in tempo di notte» o avvenuta dopo che una persona si è introdotta a casa propria «con violenza alle persone o alle cose» o «con minaccia o con inganno». Il tutto, però, è specificato, «fermo restando quanto previsto dal primo comma»: cioè che sussistano i criteri di necessità, attualità e proporzione tra offesa e difesa.
 
Una formula che permette così ad Ap di cantare vittoria, giurando, come fa Maurizio Lupi, che «ora la reazione a chi entra in casa mia di notte, con violenza, per attentare alla mia sicurezza e alla mia proprietà è tutelata come legittima difesa», e al responsabile giustizia del Pd, David Ermini, relatore della legge, di sottolineare che viene lasciato «al giudice un margine per decidere e valutare quella condotta», senza fughe in avanti da Far West o, come le chiama, «follie leghiste».
 
Soddisfatta la maggioranza, per qualche ora sembra che persino una parte dell’opposizione possa convergere sulla legge. Mentre il M5S resta defilato rispetto al dibattito di giornata e oggi voterà contro («una norma tecnicamente aberrante che dice tutto e niente, forse con profili di incostituzionalità», la boccia Vittorio Ferraresi), in mattinata ci sono contatti tra i capigruppo di Pd e Forza Italia, Rosato e Brunetta, con i berlusconiani tentati di votare a favore. Proprio per dare un segnale di apertura, nella sua introduzione in aula il relatore Ermini parla del lavoro della commissione e di criteri presi in considerazione da emendamenti di vari colleghi, citando volutamente anche la forzista Maria Stella Gelmini. A quel punto però si tiene una riunione tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Con il Carroccio che riesce a imporre la sua linea: all’uscita, la proposta che arriva ai democratici è irricevibile, ovvero adottare l’emendamento firmato dal leghista Nicola Molteni. 
 
E così, Pd e centristi vanno avanti, mentre Forza Italia si sfila per amor di alleati e oggi voterà contro. «Il Pd e le altre forze di maggioranza non hanno saputo o voluto scrivere una legge che rispondesse davvero alle esigenze dei cittadini onesti, una legge in grado di tutelare le persone perbene quando sono aggredite», interviene Silvio Berlusconi con una nota, «noi non siamo certo per la difesa “fai da te”, ma di fronte al pericolo dev’essere garantito il diritto alla difesa», mentre «il testo non dà risposta, lascia alla discrezionalità del giudice margini eccessivi». Critiche che in maggioranza leggono come tattica: «Questo testo è equilibrato, e ricalca le stesse proposte delle opposizioni - valuta il ministro degli Affari regionali Enrico Costa, Ncd, che molto ha lavorato alla legge - Mi dispiace che per calcolo politico ne prendano le distanze». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/04/italia/cronache/licenza-di-sparare-se-aggrediti-di-notte-e-in-casa-propria-5QI3xk0F1KJEqo6Yt2MvOO/pagina.html
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« Risposta #35 il: Giugno 03, 2017, 11:33:32 »


La festa del grande gelo. Nei giardini del Quirinale vacilla il patto sul voto

Alla celebrazione del 2 giugno tiene banco la legge elettorale.

Il leader Pd: se si sfila il M5s salta tutto.
Gentiloni defilato

Pubblicato il 02/06/2017 - Ultima modifica il 02/06/2017 alle ore 06:44

Francesca Schianchi
Roma

Con i Cinque stelle siamo partiti bene, ma non sono così convinto che tengano». È tardo pomeriggio, l’orchestra suona la musica del “Padrino” in sottofondo al chiacchiericcio degli ospiti. Vicino ai gazebo bianchi sulla sinistra del giardino, Matteo Renzi in gessato grigio stringe mani, scatta selfie, scherza con i sindaci del terremoto. Arrivato al tradizionale ricevimento del Quirinale per la festa della Repubblica per la prima volta non più come premier, ma solo come segretario Pd, con qualche interlocutore racconta sinceramente come la vede, in questa giornata che sembra rimettere tutto in discussione. Sembrava fatta fino a poche ore prima: una miracolosa intesa sulla legge elettorale capace di mettere d’accordo Pd, Forza Italia e M5s sul sistema tedesco, mettendo all’angolo Alfano e la sua Alternativa Popolare. Poi, ieri, le prime crepe, i primi mugugni dall’interno dei Cinque stelle che suonano come un campanello d’allarme. La paura che tutto salti che attraversa il Palazzo e anche qui, in questo gran ballo dei potenti, rimbalza da un capannello all’altro. «Se si sfilano i Cinque stelle, salta l’accordo», confida il leader Pd.

Dall’altra parte del giardino, loro, i pentastellati, chiacchierano in un tavolo rotondo. Per la prima volta è venuto Luigi Di Maio, accompagnato dalla fidanzata Silvia Virgulti, ma c’è anche Roberto Fico, che proprio ieri ha ammonito «l’accordo non è scontato» scatenando timori e nervosismi. «C’è ancora il lavoro di commissione, abbiamo presentato i nostri emendamenti, ma non c’è da parte nostra un ultimatum», cerca di rassicurare Di Maio. «Noi reggiamo, anche perché per il sistema tedesco hanno votato il 95 per cento dei nostri, bisogna vedere se regge la maggioranza…». Lì dove le tensioni sono platealmente deflagrate. «Renzi è stato una delusione umana e politica: dovrà spiegare lui agli italiani perché non facciamo la legge di stabilità. E noi che abbiamo fatto la scissione per fargli fare il governo…», è furibonda la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, mentre dalla grande terrazza che si affaccia sul cupolone di San Pietro si staglia la figura di Angelino Alfano. Cammina verso i giardini, si guarda un attimo intorno. Individua laggiù la sagoma di Renzi, lo osserva da lontano, si guarda bene dall’incontrarlo. «Tra noi c’è sempre stato un rapporto leale, quasi affettuoso, non capisco questo attacco personale… O forse sì: mercoledì, il giorno in cui mi ha definito “il ministro di tutto”, avevo fatto un post su Facebook in cui lo attaccavo. È passato praticamente inosservato, ma tra i pochi che l’hanno letto c’era lui», racconta. Il deputato Pizzolante ha rivelato come già a febbraio l’ex premier chiese ai centristi di far cadere il governo Gentiloni: «Io sono un avvocato: quello che ha detto Pizzolante in tribunale si configura come fatto notorio. Non ha svelato chissà quale segreto: basta leggere i giornali di quei giorni», conferma tutto.

Il premier Gentiloni presente con la moglie Emanuela resta defilato, lontano dai giornalisti. A Renzi riserva però un abbraccio caloroso che sembra voler certificare una perdurante armonia, poi si appartano per un breve colloquio. Si forma una fila lunghissima per omaggiare il padrone di casa, il presidente Mattarella. Tra i tavoli, in cui si spizzica finger food, l’argomento resta la tenuta dell’accordo. «Io spero proprio che regga», sorride il riservatissimo Gianni Letta. Ma tra alcuni eminenti giuristi ci si interroga già anche sulla costituzionalità della legge che nascerà, se i collegi non rischieranno di essere una roulette russa a rischio bocciatura della Consulta. 

«Vedrete che i Cinque stelle faranno saltare l’accordo: ho studiato la loro tecnica, è sempre la stessa – si preoccupa il sottosegretario renziano Gennaro Migliore – Prima dicono di sì, poi appena vedono qualche incrinatura nel fronte degli altri si sfilano». Accompagnata dal fratello Emanuele - «il boschino», come lo saluta Renzi – arriva la sottosegretaria Maria Elena Boschi. «I cinque stelle rischiano di non reggere questa legge ma non dal punto di vista del merito – perché a loro va benissimo – ma del metodo. L’idea di fare un accordo con noi e Forza Italia per alcuni di loro è ancora difficile da accettare. Tanto più ora che pare che ci siano magistrati che si stanno avvicinando a loro, e forse non vedono di buon occhio un accordo con Berlusconi… Molto dipenderà anche da come voi giornalisti descriverete questo accordo», è insolitamente loquace, «ma io per ora resto ottimista». Anche perché, considera Renzi, se saltasse la legge e si votasse col Consultellum, per i grillini sarebbe peggio: «Questa legge serve al M5s, se salta loro vanno in difficoltà perché si vota con la soglia all’8 per cento e le preferenze. Per noi non è un problema, noi le preferenze le gestiamo, ma loro?». E forse anche Di Maio ci riflette, visto che a uno dei tanti che vanno a presentarsi e salutarlo, si lascia sfuggire un sicuro «la prossima legislatura è a settembre». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/02/italia/politica/la-festa-del-grande-gelo-nei-giardini-del-quirinale-vacilla-il-patto-sul-voto-8Ty5kehFPYGOaKcz8bGc9H/pagina.html

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« Risposta #36 il: Giugno 27, 2017, 11:22:02 »

Renzi: destinati a perdere se l’unico nostro schema è allearci con la sinistra
“Ragionavamo in chiave anti-Grillo, ma Berlusconi c’è ancora”. Sconfitta storica anche a La Spezia
Pubblicato il 26/06/2017 - Ultima modifica il 26/06/2017 alle ore 09:41

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

A poche ore dalla chiusura dei seggi, i vertici del Pd si sono confidati con onestà: se si perde Genova ma si riescono a vincere Taranto, Padova, L’Aquila più una città in Toscana e una in Lombardia, è “solo” una sconfitta. Meno di così, è una débâcle: proprio quella che si concretizza a notte, con sconfitte da L’Aquila a La Spezia a Lodi, nonostante le sorprese positive di Padova e Lecce. Un magro bottino che oggi commenterà il vicesegretario, Maurizio Martina. Resterà in silenzio Matteo Renzi, che ieri ha atteso i risultati in famiglia a Pontassieve esprimendosi via Facebook, dialogando con gli utenti del social network ma, in una giornata così delicata per il partito, per parlare solo di sport, la Ferrari e lo «scandalo arbitrale» di cui è stata vittima l’Italia del basket femminile. Forse nemmeno oggi scenderà a Roma, a fronteggiare chi, come l’avversario interno Andrea Orlando, già nella notte dava il via a una resa dei conti: «Il Pd isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Già due settimane fa, dopo il primo turno, ai piani alti di Largo del Nazareno avevano ragionato sui risultati. Quelli già acquisiti, e quelli che sarebbero arrivati ieri, prevedendo un’ampia vittoria del centrodestra. Convinti con disappunto che, se il M5S è uscito male da questa tornata, i voti che loro perdono non vanno verso sinistra, ma verso destra. E lì, in quell’area, dove hanno rinsaldato l’alleanza tradizionale Forza Italia-Lega hanno vinto: a partire dalla città più attesa di questo voto, Genova, persa dopo anni di dominio incontrastato. Dove pure il centrosinistra si presentava unito, una coalizione sbilanciata a sinistra, sostenuta anche dagli scissionisti di Mdp perché, spiegano dal Pd ligure, «dopo la sconfitta della Paita di due anni fa si pensava che con un renziano non si potesse vincere». Ecco, è proprio a partire dai dati del capoluogo ligure che il segretario dem ieri sera discuteva con i suoi: «Berlusconi c’è ancora. Siamo andati al voto con uno schema anti-Grillo, ora bisogna trovarne uno più efficace contro il centrodestra: dobbiamo rafforzare il profilo riformista». Frase che i suoi interlocutori hanno interpretato in un solo modo: se per fronteggiare Grillo bisognava inseguire Pisapia, contro la destra serve un Renzi più prima maniera. Alla faccia della richiesta orlandiana di «ricostruire un centrosinistra». 
 
Giornata difficile per la sinistra, Genova sulla scia di Roma e Torino
Perché è ovvio che dal risultato di stanotte si trarranno anche conclusioni sul piano nazionale. Prima tra le osservazioni del segretario del Pd, quindi, è che l’ex Cavaliere è tornato, è di nuovo temibile, e queste comunali potrebbero convincerlo definitivamente a tornare a braccetto con Salvini. Non solo: dal Pd sono convinti che un Berlusconi di nuovo in auge potrebbe avere conseguenze anche sull’immediato, una grande forza attrattiva, nel Palazzo, sull’area di Alfano. E poi, seconda osservazione, il rapporto con la sinistra fuori dal Pd, a partire da Pisapia. Se Genova dopo anni di vittorie di centrosinistra è persa, se mettendo insieme il largo e plurale centrosinistra di cui parla Pisapia il risultato è stato quello di consegnare la città alla strategia di Toti e Salvini, allora forse non è quello lo schema vincente per il centrosinistra. Cioè non è utile rincorrere i pezzi di centrosinistra fuori dal partito – operazione che richiederebbe, secondo Prodi, di superare robusti «veti personali» - ma occorre accentuare piuttosto il profilo più riformista, o se si vuole “di destra” del Pd. Mentre Renzi ragionava così, mentre squadernava l’ipotesi di escludere del tutto una coalizione con Bersani, D’Alema e compagni, qualcuno dei suoi ha colto in lui un sospiro di sollievo: in fondo, non tutte le sconfitte vengono per nuocere. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/26/italia/politica/renzi-destinati-a-perdere-se-lunico-nostro-schema-allearci-con-la-sinistra-N2IcsDJt5L4Ijq3Wp3OuUI/pagina.html
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« Risposta #37 il: Giugno 27, 2017, 11:28:37 »

“È stato un voto anti-sistema”. Così Renzi legge i risultati

Per il segretario del Pd gli elettori hanno penalizzato chi governa. “Altro che cambio di linea: non inseguo la sinistra, torno me stesso”

Pubblicato il 27/06/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Nella notte di domenica, non appena i dati si stabilizzano, il segretario del Pd, Matteo Renzi, affida a Facebook le sue prime impressioni. «Risultati a macchia di leopardo», li definisce, guardando il bicchiere mezzo pieno: «Nel numero totale di sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd», anche se è costretto ad ammettere che «poteva andare meglio». Se lo aspettava, immaginava che il risultato non sarebbe stato positivo. Sperava in qualcosa di meglio in Lombardia, teneva le dita incrociate per L’Aquila, ma sapeva che questo secondo turno non avrebbe sorriso al centrosinistra. E naturalmente era consapevole che sarebbe stato lui nel mirino, in quanto capo del partito, segretario appena rieletto, le sue scelte, la sua latitanza in campagna elettorale. Che gli sarebbero arrivate richieste di cambiamento, come fa l’avversario interno al Pd Andrea Orlando («serve umiltà, ascolto, disponibilità a cambiare idea o a far cambiare idea agli altri: non è solo una questione di carattere, ma di linea politica») e come predicano fuoriusciti come Roberto Speranza («l’unica strada per ripartire è archiviare definitivamente le politiche errate del renzismo»). Lungo la giornata, trascorsa a Firenze prima di decidere di rientrare a Roma nel tardo pomeriggio, alla sede nazionale di Largo del Nazareno, ha riguardato i dati, i risultati da Nord a Sud del Paese. E si è convinto che c’è un filo conduttore nelle scelte degli elettori alle urne: secondo lui, in una lettura un po’ autoassolutoria, non è necessariamente il voto contrario al Pd. 

«Se a Lecce vinciamo inaspettatamente noi, e a Genova il centrodestra dopo decenni, io interpreto questo risultato come antisistema», ha spiegato ai suoi, «sì, quello che è successo è che, quasi ovunque, i cittadini hanno votato contro chi governava, hanno scelto il cambiamento». A spese dei dem è successo all’Aquila come a Piacenza, a Monza come a Lodi come nella storica roccaforte rossa di Sesto San Giovanni, ma anche in un altro fortino di sinistra come Carrara, a favore del M5S. Ai danni del centrodestra è successo a Lecce ma anche a Padova. Una dinamica facilitata, secondo il suo ragionamento, dalla bassa affluenza (46 per cento di media nazionale), che, in una torrida domenica di fine giugno, ha portato alle urne solo i più convinti e i più arrabbiati.
 
Ecco perché il tweet di quel grafico a torta, di buon mattino, che rivendica numeri quantomeno opinabili, visto che vanta 67 sindaci del centrosinistra contro 59 del centrodestra (su 22 capoluoghi al voto domenica, ben 16 sono andati a Berlusconi e alleati) e che infatti gli procura ironie del web e smentite di compagni di partito (sempre Orlando: «è stata una sconfitta»). Ecco perché, nonostante lui stesso fosse preparato al peggio, ammette che «il risultato complessivo non è granché» ma insiste sul fatto che si tratta di un voto locale («le elezioni amministrative sono un’altra cosa rispetto alle politiche»), che nello scegliere un sindaco «i candidati contano più del dibattito nazionale» e insomma rifiuta l’idea – su cui invece analisti e politici sono perlopiù concordi – che il voto di domenica sia stato «un campanello d’allarme: non si capisce per cosa e perché visto che in un comune perdi, in quello accanto vinci». 
 
La linea viene trasmessa ai colonnelli, uno dei suoi fedelissimi come Matteo Ricci si presenta alle tv a sostenere l’ardita teoria che «l’unico sconfitto è Grillo e il Movimento cinque stelle, il centrosinistra vince nella maggioranza dei comuni nonostante l’avanzata della destra»; il presidente del partito Matteo Orfini, ex leader dei Giovani turchi e oggi uno degli uomini a lui più vicini, sbeffeggia la richiesta dell’altro ex leader della medesima corrente Orlando di convocare «un tavolo delle forze di centrosinistra» pubblicando su Twitter un grafico dell’affollato, litigioso tavolo dell’Unione con hashtag «Anche no». 
 
Se lo schema è cambiato, se l’avversario da battere non è più tanto Grillo quanto il centrodestra, è il ragionamento di Renzi, allora bisogna cambiare strategia: «Anziché rincorrere Pisapia devo tornare a fare Renzi», ha detto ai suoi. E allora, la prima prova ieri, quando ha lanciato dalla sua pagina Facebook il dibattito quotidiano che si tiene alla sede del Pd. Argomento della discussione, il bonus per i 18enni e la politica «un euro in sicurezza e uno in cultura». Anche questa misura finì nel mirino della sinistra del partito, essendo concessa in modo indiscriminato a neomaggiorenni incapienti come a milionari. «Il presidente Macron l’ha integralmente ripreso nel suo programma per la Francia», rivendica invece il leader Pd. Come a dire: altro che cambio di linea, è su quella strada che vuole continuare a battere. Avrà modo di farlo capire, nei prossimi appuntamenti del partito: l’Assemblea nazionale dei circoli Pd, a Milano nel fine settimana, e la Direzione il 10 luglio.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/27/italia/politica/stato-un-voto-antisistema-cos-renzi-legge-i-risultati-8vOk4YHplMKqqPmfpSnEIK/pagina.html
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« Risposta #38 il: Luglio 11, 2017, 10:20:29 »

Marianna Madia: “Pisapia alleato naturale, Renzi non ha mai chiuso Discutiamo di programmi”

Il ministro della Pubblica amministrazione: “Ci aiutino, fuori dalla logica Matteo sì-Matteo no”

Pubblicato il 04/07/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Marianna Madia è il ministro della Pubblica amministrazione dal febbraio 2014, prima nel governo Renzi e ora in quello guidato da Gentiloni. Oggi sarà a Reggio Calabria, «in tour per curare l’attuazione della mia riforma», spiega difendendo i provvedimenti di questi anni da chi, fuori dal Pd, li critica. E lancia un appello a Pisapia: «E’ il nostro alleato naturale, discutiamo insieme di temi e non di veti su Renzi».

Partiamo dal Pd: come definisce il risultato delle amministrative? 
«Avremmo preferito fosse migliore, anche se vanno riconosciute vittorie importanti come Padova. Ma è innegabile che avremmo sperato qualcosa in più».
 
Che impressione le ha fatto la piazza di Pisapia, Bersani e D’Alema? 
«Pisapia e tutto ciò che gli ruota attorno sono gli unici potenziali alleati naturali del Pd: da loro mi aspetto che arrivi un innalzamento del dibattito, che portino la discussione su ciò che fa bene al Paese e ciò che bisognerà fare nella prossima legislatura, e non che la trascinino al ribasso su Renzi sì-Renzi no».
 
Lo hanno già detto: discontinuità con le politiche di Renzi. 
«Nel suo discorso, Pisapia non è stato così chiaro».
 
Le critiche più aspre sono per il Jobs Act: per lei è di sinistra? 
«E’ un provvedimento fortemente di sinistra che dà diritti a chi non ne aveva, a una generazione che era ormai abituata ai contratti a progetto».
 
Bersani sferza voi dirigenti del Pd: qual è la vostra idea del mondo, chiede. 
«Vorrei capire cosa ne pensa lui dell’assunzione dei precari della Pa, dello sblocco dei contratti pubblici che ci accingiamo a fare, dell’approvazione del Foia che aumenta la trasparenza…».
 
Renzi ha già bocciato le coalizioni coi grandi tavoloni modello Unione: dialogo impossibile? 
«Renzi non ha mai detto che Pisapia non può essere un alleato: affermarlo è una forzatura del dibattito. Semplicemente, dice di parlare delle cose da fare».
 
Beh, però un’alleanza con D’Alema la esclude, no? 
«Non parliamo delle persone ma della natura dei provvedimenti».
 
C’è il rischio di larghe intese con Berlusconi? Orlando ha già detto che in quel caso chiederebbe un referendum tra gli iscritti… 
«L’alleanza con Berlusconi non è all’ordine del giorno perché Forza Italia è alternativa a noi e non è un alleato naturale. Mentre noi superiamo le leggi sulla Pa di Brunetta, stiamo a discutere di presunte larghe intese con loro: un dibattito da marziani».
 
Molto dipenderà dalla legge elettorale: lei quale vorrebbe? 
«Io sono entrata in Parlamento nel 2008 con Veltroni, sono figlia del maggioritario. Ma so bene quanto è difficile approvare una legge elettorale».
 
Ministro, come si lavora in un governo sempre esposto a fibrillazioni? 
«Si lavora in assoluta continuità col governo Renzi e, in realtà, rispetto alla durata media dei governi in Italia, non ci sono tutte queste fibrillazioni…».
 
Oggi però ce n’è una nuova: Emiliano che definisce «invotabile» il decreto sulle banche… 
«Quel decreto è strumento fondamentale per tutelare risparmiatori, imprese e lavoratori».
 
Sulla questione migranti lei è d’accordo con la minaccia di chiudere i porti italiani alle navi di Ong straniere? 
«Cito il ministro Delrio: ha detto che non è immaginabile né ipotizzato. L’Italia ha fatto tanto non tradendo la sua identità: mi faccia dire che sono fiera di come si sta comportando la Pubblica amministrazione, dai medici ai sindaci. Ma la Ue su questi temi non può essere lenta ma reattiva. E per noi è doveroso chiederlo».
 
Francia e Spagna sono contrarie ad accogliere navi nei loro porti. 
«L’accordo di Parigi mi sembra rappresenti un passo nella giusta direzione. Ora Bruxelles faccia la sua parte fino in fondo».
 
Lei per ottobre ha promesso il rinnovo dei contratti della Pa: è sicura che in quei giorni non staremo per votare per le politiche? 
«Quello che ho fatto resta comunque come patrimonio di chi verrà. A cominciare dalla riforma della Pa, di cui in questo periodo sto curando l’applicazione, girando l’Italia con una campagna chiamata #terzotempo per verificare come viene attuata, dal digitale alle semplificazioni alle nuove norme sulla trasparenza. Ma non mi pare ci sia l’ipotesi del voto. Chi sostiene in modo convinto il governo è il segretario del Pd: non so se problemi possono venire da altre forze politiche».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/04/italia/politica/marianna-madia-pisapia-alleato-naturale-renzi-non-ha-mai-chiuso-discutiamo-di-programmi-x1R6p0siSI40CU9R8hmMML/pagina.html
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« Risposta #39 il: Luglio 30, 2017, 05:36:39 »

La telefonata con l’Eliseo per ricucire. In agosto summit anche con la Merkel
La nave La Marina militare è pronta a schierare il ’’Bersagliere’’

Pubblicato il 28/07/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

L’appuntamento per un faccia a faccia europeo è per il 28 agosto. In Francia, per discutere di crisi libica, si incontreranno il presidente Emmanuel Macron, il nostro premier Paolo Gentiloni, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy. Forse l’invito verrà esteso anche ai rappresentanti di Ciad e Niger, i due Paesi africani in cui, ha spiegato ieri Macron, potrebbero in futuro sorgere centri di orientamento e pre-verifica delle richieste d’asilo. Lo hanno concordato ieri pomeriggio Gentiloni e Macron, nel corso di una telefonata chiarificatrice dopo le tensioni della giornata, in parte stemperate quando l’Eliseo ha smentito la notizia di voler creare quest’estate hotspot in Libia per esaminare le candidature dei rifugiati.

Ma può darsi che un incontro Italia-Francia si tenga anche prima: l’Eliseo ha chiarito che «la Francia non vuole emarginare l’Italia», e il presidente Macron, al telefono con Gentiloni, ha espresso la volontà di venire a Roma nelle prossime settimane, anche se da Palazzo Chigi una risposta ancora non è arrivata. Di certo, la Libia è stata al centro della giornata di ieri: un summit tra premier, ministri interessati (Alfano per gli Esteri, Minniti per l’Interno e Pinotti per la Difesa), e vertici di sicurezza e servizi ha affrontato la richiesta avanzata dal capo di governo al-Sarraj di navi italiane nelle acque del Paese africano per lottare contro i trafficanti di uomini. Sul tavolo, la necessità di discutere quale tipo di missione proporre a deputati e senatori (oggi un provvedimento arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri, da portare la settimana prossima in Parlamento), quali regole di ingaggio stabilire con la controparte libica, quale consistenza dare alla missione.
 
A Palazzo Chigi si sono confrontate due linee: una più favorevole a un intervento light, di dimensioni contenute, e una, prevalente, più propensa a una missione di dimensioni consistenti. Alla fine, si tratterà di una missione di appoggio e supporto alla Marina e alla Guardia costiera libica che utilizzerà mezzi dell’operazione Mare sicuro, composta da circa 700 militari: si parla di quattro o cinque navi e altrettanti aerei, forse droni e un sottomarino, e centinaia di militari, comandati da un ammiraglio a bordo di una fregata Fremm. È previsto che forniremo anche una piattaforma per riparare i mezzi libici. Chiarezza dovrà esserci sul trattamento dei nostri soldati («evitiamo un nuovo caso marò», raccomanda una fonte di governo) e su quello riservato ai migranti riportati sulle coste libiche.
 
Intanto, esponenti di maggioranza in Parlamento stanno già lavorando per cercare un consenso più ampio possibile al provvedimento. Da Forza Italia, Silvio Berlusconi dice che «l’accordo con le autorità libiche è l’unica soluzione»: se la proposta del governo sarà efficace, loro voteranno a favore. Mentre la sinistra di Mdp definisce «non scontato» il suo via libera. Martedì l’approdo in Parlamento.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/28/esteri/la-telefonata-con-leliseo-per-ricucire-in-agosto-summit-anche-con-la-merkel-oSlTJI77LGKOB3ayhXp4aP/pagina.html
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« Risposta #40 il: Agosto 03, 2017, 05:22:28 »

L’affondo di Renzi su Fincantieri: “Governo debole di fronte a Macron”
Il segretario del Pd: “Il presidente francese fa solo l’interesse del suo Paese. Esecutivo fragile perché ha un orizzonte breve”.
E rilancia sulla rete Telecom

Pubblicato il 31/07/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
INVIATA A MARINA DI PIETRASANTA

«Da me una parola contro Macron non l’avrete mai. Il presidente francese fa il suo interesse nazionale: il problema piuttosto è un governo italiano debole». 

Se non vogliono essere un attacco al premier Paolo Gentiloni - «facciamogli un applauso» - le prime parole del segretario del Pd Matteo Renzi sulle tante occasioni di scontro tra Italia e Francia degli ultimi giorni assomigliano però a una critica all’irresolutezza italiana.
 
Da qualche giorno il leader del Pd pensava a come intervenire. Dopo il vertice parigino sulla Libia da cui Roma è stata esclusa e la marcia indietro del capo del governo libico al-Sarraj sulle nostre navi nelle acque di Tripoli, poi parzialmente rientrata, venerdì mattina Renzi avrebbe dovuto rilasciare un’intervista in radio. L’ha annullata all’ultimo minuto, per evitare di lasciarsi andare a commenti infuriati su Parigi e ancor di più a polemiche con Palazzo Chigi. Si è preso ancora un paio di giorni per pensarci, e ieri, nella pineta della Versiliana, sotto un sole ancora torrido nonostante l’ora, alla presentazione del suo libro “Avanti” moderata dal direttore della Stampa, Maurizio Molinari, ha cercato di dirla così: il problema non è l’attivismo di Macron, ma la fragilità di un governo che, non per colpa di chi lo guida, ha un orizzonte molto breve davanti a sé. 
 
«Abbiamo sempre detto che, dopo il referendum, l’Italia avrebbe attraversato un periodo di debolezza, soprattutto a livello internazionale. Quello che sta facendo Macron era prevedibile, non ho niente contro di lui», risponde a precisa domanda sulle tensioni sulla rotta Parigi-Roma: «Il punto è che l’Italia deve andare a testa alta, noi ci siamo presi la flessibilità a sportellate» ma «questo governo ha davanti cinque o sei mesi», e in Europa «contano i rapporti di forza». Non è colpa insomma di Gentiloni, ci tiene a chiarire («avrà sempre la mia amicizia e il mio sostegno») ma di un governo strutturalmente debole, se le tensioni si moltiplicano e Parigi sembra talvolta farci lo sgambetto. 
 
Come reagirebbe lui è facilmente immaginabile, per chi ricorda il Consiglio europeo di Bratislava di un anno fa in cui attaccò clamorosamente le conclusioni del vertice e anche gli alleati Francia e Germania, ma davanti alla platea accaldata di Marina di Pietrasanta, tra cui la moglie Agnese e la figlia Ester, renziani della prima ora come Simona Bonafè, il sottosegretario franceschiniano Giacomelli, l’ex lettiano Sanna, evita consigli a Gentiloni, «sa benissimo cosa fare». «Macron fa una battaglia su Fincantieri? 
 
Bene, le regole europee lo consentono: consentiranno anche a noi di fare battaglie su altre partite», posto che nella prossima legislatura «abbiamo bisogno di un governo che abbia un progetto forte e autorevole nel rapporto con l’Europa». E se non è pensabile una ritorsione verso la Francia nazionalizzando Telecom («nessuno immagina di farlo») si può fare invece, propone il leader dem, «un ragionamento attorno a Cassa depositi e prestiti sulla rete, perché la rete è un asset fondamentale per il futuro del Paese».
 
Mescola futuro e passato nel suo discorso il segretario dem. Critiche a chi «va via col broncio, quando dopo che hai servito il Paese devi solo dire grazie» (riferimento chiaro al suo predecessore a Palazzo Chigi, Enrico Letta), punzecchiature agli scissionisti del Pd che hanno fondato un altro partito («se ne sono andati per paura delle primarie, auguri!»), bordate contro il M5S («un movimento eterodiretto che confonde il Cile col Venezuela»), dichiarazioni di fiducia per un Pd «diga contro i populismi». E c’è anche del personale, quando si tocca il tema degli sms fra lui e suo papà Tiziano intercettati e finiti ieri sulle pagine del Fatto quotidiano.
 
«Non so cosa accadrà quando e se mio padre, che è stato pedinato come un camorrista, sarà archiviato per la seconda volta. Dimostreranno che le intercettazioni erano regolari: non hanno rilevanza penale, chi le pubblica spiegherà perché le pubblica». Ma sul caso Consip dice di più: «Questa storia non può oscurare la vera storia: la Procura sospetta siano stati manomessi documenti e prove dell’allora presidente del consiglio: questo è tecnicamente un atto eversivo». Se qualcuno lo ha commesso, insiste, dovrà pagare: trovarlo per la magistratura non sarà difficile, si augura, «hanno lasciato più tracce di Pollicino». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/31/italia/politica/laffondo-di-renzi-su-fincantieri-governo-debole-di-fronte-a-macron-SLZn8bpLVH8iHsPiuVrobP/pagina.html
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« Risposta #41 il: Agosto 03, 2017, 05:51:51 »

Adesso il governo punta sulla missione in Libia per dimezzare gli sbarchi
Oggi passaggio in Parlamento. Le navi italiane potrebbero vigilare sui volontari
La Guardia costiera libica ha in dotazione quattro motovedette italiane, che entro la fine dell’estate saliranno a dieci

Pubblicato il 01/08/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Deluso dall’esito della trattativa con le Ong, il governo oggi conta sul passo avanti decisivo di un’altra iniziativa: la missione in Libia. Annunciata solo mercoledì scorso, rinnegata dal capo del governo libico al-Sarraj e poi riconfermata nella forma non di «un’invincibile armata», come dice il premier Paolo Gentiloni, ma di «una missione di supporto all’azione delle autorità libiche di controllo del proprio confine marittimo», stamane sarà illustrata dai ministri Alfano e Pinotti, Esteri e Difesa, alle commissioni competenti di Camera e Senato perché la votino. Domani, poi, il passaggio in Aula a Montecitorio, che dovrebbe autorizzare con una maggioranza più ampia di quella di governo le nostre navi nelle acque libiche. 

 
LEGGI ANCHE - Migranti, le Ong boicottano il piano del Viminale (G. Longo) 
 
Operazione vissuta con grandi speranze nelle stanze di Palazzo Chigi, Farnesina, Viminale e Difesa: potrebbe persino, rivelano, dimezzare i flussi verso l’Italia. E intrecciarsi in qualche modo al fallimentare tentativo di dialogo con le Ong: interpretando in modo estensivo l’accordo con Tripoli, facendo leva sulla clausola secondo cui la Libia può chiedere ogni aiuto in caso di emergenza, potrebbero essere proprio le navi italiane - al momento relegate a fare da scorta a quelle libiche - a vigilare perché le Ong restino in acque internazionali e non entrino in quelle di Tripoli.
 
LEGGI ANCHE - La sfida del fuoco amico (S. Stefanini) 
 
Dati alla mano, nei ministeri che si stanno occupando del dossier hanno notato una flessione negli arrivi. A inizio luglio erano circa il 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2016; una settimana fa, l’aumento si era ridotto al 5,7 per cento, sceso all’1,1 ieri. Una variazione che può essere legata a molti fattori, ma che dal governo non esitano ad attribuire in buona parte a interventi più incisivi della Guardia costiera libica, che agisce con quattro motovedette consegnate dall’Italia e che entro fine estate ne avrà altre sei: oltre a un’azione deterrente sulle partenze, sono tredicimila le persone che hanno riportato sulle proprie coste dopo averle intercettate in mare. Il mese di luglio fa registrare un dato sbalorditivo: 10.781 arrivi contro i 23.552 dell’anno scorso, la metà. Se questo è il risultato dell’azione dei soli libici, ragionano nel governo, l’affiancamento italiano potrebbe portare a stabilizzare la tendenza.
 
L’ultimo passaggio necessario prima della partenza della missione - entro pochi giorni - è il via libera delle Camere. A cui nel governo guardano con tranquillità: sanno che dentro Mdp, che sostiene l’esecutivo, c’è qualche maldipancia («ombre sulla missione: il governo ci rifletta», invita Arturo Scotto), e infatti oggi i parlamentari si riuniranno per discuterne, ma ai voti della maggioranza si aggiungerà con buone probabilità Forza Italia. La Lega vincola il suo sì a un mandato chiaro per «una politica di rinforzo ai respingimenti», come dice Giancarlo Giorgetti, mentre dal M5S Luigi Di Maio anticipa che «valuteremo tutte le proposte: se saranno l’ennesima presa in giro per gli italiani voteremo no». 
 
L’obiettivo è quello dichiarato da Gentiloni al Tg5, «rendere più governabili e, se possibile, ridurre come è necessario i flussi organizzati dai trafficanti di esseri umani». Anche se chi se ne sta occupando ha già in mente i problemi successivi. A cominciare dalle garanzie necessarie sul trattamento delle persone riportate in Libia, su cui è importante coinvolgere l’Onu con l’Unhcr. E poi si sa bene che, chiusa una rotta, i trafficanti ne trovano un’altra: per questo, oltre che col governo di Tripoli, sarebbe utile, si dicono nel governo, stringere un accordo anche con il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Nei giorni scorsi è intervenuto tramite portavoce con parole non concilianti, interpretando la nostra iniziativa come volta a fare «abortire» quella francese di pochi giorni prima. Contatti con lui ci sono, ma sottotraccia: non si è mai voluto dargli lo standing di interlocutore al pari del premier riconosciuto dall’Onu al-Sarraj. Ma l’invito di Macron a Parigi della settimana scorsa potrebbe aver cambiato la prospettiva.

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DA - http://www.lastampa.it/2017/08/01/esteri/adesso-il-governo-punta-sulla-missione-in-libia-per-dimezzare-gli-sbarchi-ZOc8QtIX6otpRhsea3DD5H/pagina.html
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« Risposta #42 il: Agosto 08, 2017, 06:10:36 »


“Devi parlare con noi”. “Allora lascio”. E Gentiloni chiede aiuto a Mattarella
Lo sfogo di Delrio a Palazzo Chigi: Marco ha sbagliato metodo. Imbarazzo del premier.
L’intervento risolutore del Quirinale

Pubblicato il 08/08/2017

Francesca Schianchi
Roma

Quando ormai è sera, conclusa la giornata più burrascosa di questi otto mesi alla guida del Viminale, il ministro Marco Minniti si sente finalmente rassicurato. Palazzo Chigi ha diffuso un comunicato per ricordare che l’unica linea del governo su Libia, contrasto ai trafficanti e immigrazione è la sua. Ma, soprattutto, il Quirinale ha redatto una nota informale per garantirgli tutto il suo appoggio e apprezzamento per il lavoro che sta facendo, tentativo estremo e riuscito di scongiurare le sue dimissioni e sedare la rivolta che si stava sviluppando tra i ministri contro di lui. Mettendo fine a un pomeriggio ad altissima tensione, che lascia per qualche ora seriamente in difficoltà il governo: «O mi tutelate o lascio. Se la linea politica non è più condivisa, il mio compito è finito», minaccia Minniti a un certo punto.

LEGGI ANCHE - Codice delle Ong, Minniti minaccia le dimissioni. Scudo del Colle per salvare il governo (A. Carugati) 

Alle quattro e mezza del pomeriggio, al termine della riunione del governo, è chiacchierando con i colleghi che il responsabile delle Infrastrutture, Graziano Delrio, sfoga tutta l’irritazione covata in questi giorni sulla vicenda del trattamento delle Ong: «Le scelte strategiche non si fanno fuori dal Consiglio dei ministri, è un problema di metodo, mi sarei aspettato di discutere oggi della questione del codice di condotta». Nel corso della riunione dell’esecutivo si parla di scuola, di stato d’emergenza per la crisi idrica in Lazio e Umbria, di equo compenso nelle prestazioni legali: non una parola invece sul protocollo destinato alle associazioni non governative fonte di tensioni tra lui e Minniti. Anzi, il titolare dell’Interno a Palazzo Chigi non si presenta proprio e avverte il premier Paolo Gentiloni, pare addirittura con una lettera: tutti lo aspettano per avere finalmente chiarimenti sulle sue parole dure dei giorni scorsi (le associazioni che non firmano si mettono «fuori dal sistema di soccorso»), ma dopo la lettura dei giornali che danno conto delle critiche contro la sua linea, decide di disertare. 

Una scelta che non piace ai colleghi, a partire da Delrio ma non solo. Nei capannelli a margine della riunione, sono in tanti a mostrarsi scocciati dall’atteggiamento del ministro e delusi dalla mancata discussione sull’argomento, infastiditi non solo dal merito della questione, ma anche dall’atteggiamento “solitario” dal collega: da Andrea Orlando a Maurizio Martina, da Angelino Alfano a Valeria Fedeli e Marianna Madia. Una fronda trasversale che va dalla maggioranza alla minoranza del Pd, passando per Ap, e che decide di rivolgersi al premier. 

Così, al capo del governo impegnato in una perenne mediazione tra le diverse sensibilità dell’esecutivo, si presenta un problema cresciuto in pochi giorni a dismisura. Domenica aveva dovuto richiamare all’ordine il viceministro Mario Giro, per un’intervista critica sulla missione in Libia e, in particolare, sul trattamento dei migranti riportati sulle coste di Tripoli («non possiamo condannarli all’inferno»), incassando frasi di sostegno pubbliche anche da esponenti del Pd. Ieri erano filtrate nuove tensioni con Delrio, che già un mese fa, dinanzi alle minacce di Minniti, aveva assicurato «nessun porto chiuso, lo dico da responsabile della Guardia costiera e delle operazioni di soccorso ai migranti». Parole critiche vengono anche dal ministro della Giustizia Orlando, «dobbiamo disciplinare il settore senza correre il rischio di una criminalizzazione indiscriminata». L’allarme si fa rosso, Gentiloni sente il presidente Mattarella e si decide la exit strategy: garantire a Minniti un sostegno pubblico totale per il suo operato, come lui ha richiesto. Camminando su un fragile crinale che consenta però anche di non sconfessare la linea più “morbida” di Delrio, Giro e chi la pensa come loro.

 

Scongiurato il peggio, evitate dimissioni che avrebbero creato non pochi problemi all’esecutivo, proprio nel momento in cui gli sbarchi invertono la tendenza e nell’opinione pubblica sta passando l’idea che il problema cominci ad essere governato, Minniti può dirsi soddisfatto. Il ragionamento che ha fatto a Gentiloni è chiaro: sono io, in sintesi, quello che da anni, fin dai tempi di Renzi a Palazzo Chigi, tratta costantemente con i libici. Prima da responsabile dei servizi segreti, poi, da dicembre, direttamente da ministro, è lui che ha fatto la spola tra Roma e Tripoli, parlando con il premier Sarraj come coi capitribù, guadagnando il rango di interlocutore con vari attori del complicatissimo panorama libico. Per quanto possa sembrare anomala, la situazione è questa: a chi lo critica, a chi lo definisce troppo decisionista e accentratore, vorrebbe ribattere: e voi dov’eravate? È quello che avrebbe detto loro se fosse andato alla riunione del governo. Ma prima, voleva avere la rassicurazione pubblica che Gentiloni e Mattarella fossero con lui.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/08/italia/politica/devi-parlare-con-noi-allora-lascio-e-gentiloni-chiede-aiuto-a-mattarella-yfRk6rcsSP6G2okomQpWpJ/pagina.html
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« Risposta #43 il: Agosto 08, 2017, 06:15:33 »

L’INCHIESTA DI TRAPANI

Migranti e Libia, l’agente infiltrato sulla nave della Ong: «Così ho scoperto i contatti tra Iuventa e i trafficanti libici»
Il poliziotto dello Sco per 40 giorni a bordo dell’imbarcazione di “Save the children”

  Di Fiorenza Sarzanini

Era un addetto alla sicurezza, imbarcato sulla Vos Hestia, la nave di “Save the children” per conto di una società privata. Nessuno immaginava che in realtà fosse un agente sotto copertura, poliziotto dello Sco, il servizio centrale operativo impegnato da quasi un anno nell’indagine sull’attività delle Ong per il salvataggio dei migranti al largo della Libia. È rimasto a bordo per quaranta giorni, «l’esperienza più impegnativa, ma anche più emozionante della mia carriera». E adesso rivendica con soddisfazione di essere riuscito a «documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti». Ma anche «di aver restituito al suo papà, nigeriano che da tempo vive in Italia, una bimba di 15 mesi imbarcata su un gommone con la mamma che invece non è riuscita a terminare il viaggio».

La missione
La scelta di agire in missione segreta viene presa nel maggio scorso. Il pool investigativo guidato dal vicequestore Maria Pia Marinelli, che lavora da oltre sette mesi per verificare la fondatezza delle denunce presentate da alcuni volontari di “Save the children” per conto della procura di Trapani, ha raccolto numerosi indizi sui possibili legami tra volontari e organizzazioni criminali. Nel mirino c’è Jugend Rettet, definita dalle altre organizzazioni «temeraria» proprio perché entra in acque libiche e carica migranti che poi trasferisce su altre navi. Ma servono prove concrete, bisogna documentare gli incontri con gli scafisti, i possibili accordi. Il direttore dello Sco Alessandro Giuliano sa bene che l’unica strada è quella della “copertura”, proprio come accade nelle indagini sui trafficanti di droga o di armi. Consulta il prefetto Vittorio Rizzi, direttore dell’Anticrimine. Ottiene subito il via libera.

Tra gli agenti impegnati nelle verifiche, c’è Luca B., 45 anni che ha le caratteristiche giuste. È esperto di sub, tanto da avere il brevetto Divemaster oltre a una serie di abilitazioni per il soccorso medico in mare, la patente nautica. Ma è soprattutto un agente esperto. Quando gli propongono l’incarico non ha dubbi: «Felice di accettare». Il 19 maggio si imbarca. Viene alloggiato in una cabina con altre tre persone, sa che deve «stare continuamente all’erta per non essere scoperto».
I soccorsi
La nave partecipa a numerose incursioni di fronte alle acque libiche. Effettua tre operazioni di soccorso, lui aiuta gli operatori, salva i migranti, collabora quando c’è necessità di trasferire le persone da una imbarcazione all’altra. Tiene i contatti con Roma inviando messaggi via whatsapp. Li aggiorna su quanto accade a bordo, sulla posizione delle navi delle altre Ong. «Devo stare attento, perché si insospettiscono se faccio foto o filmati», comunica ai suoi capi. «Non abbiamo mai perso la sua posizione - conferma Marinelli - perché avevamo comunque il supporto della Guardia Costiera che ci teneva informati degli spostamenti e di eventuali emergenze». Riesce a scendere dalla nave tre volte. Incontra i colleghi in luoghi segreti, consegna aggiornamenti e informazioni utili all’inchiesta. Ma ancora non basta, bisogna continuare per dimostrare che quanto raccontato nelle denunce sia vero. Il 18 giugno arriva la svolta. Sono gli ultimi due soccorsi, quelli decisivi «All’alba la Vos Hestia e la Iuventa si incrociano in alto mare. Pochi minuti dopo si avvicina un barchino dei trafficanti. Rimane a pochi metri da Iuventa, gli uomini parlano con i volontari. Arriva un’altro barchino che scorta un gommone carico di migranti». L’infiltrato scatta foto, gira video, documenta minuto dopo minuto l’incontro che segna la svolta per l’indagine. Tre ore dopo c’è un altro contatto e anche questa volta riesce a filmare ogni passaggio. «Ho tutto, comprese le immagini dei barchini restituiti ai trafficanti e riportati in Libia», comunica ai suoi capi.

La bambina salvata
La missione è compiuta, ma bisogna attendere ancora qualche giorno. Portare a termine l’incarico così come previsto dal contratto proprio per non destare sospetti. A fine giugno l’agente torna a casa. Racconta quanto ha visto, «anche quell’emozione di aver salvato tante vite». Ma il ricordo più bello lo dedica a Rejoyce, la bimba di 15 mesi che il 5 giugno hanno salvato mentre era su un gommone con altri 125 migranti. «La mamma era caduta in acqua, l’abbiamo issata a bordo, le ho fatto il massaggio cardiaco, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare». In tasca la donna ha alcuni bigliettini con un numero di telefono italiano. L’infiltrato li comunica ai colleghi della mobile di Trapani quando, tre giorni dopo, arrivano in porto. L’utenza appartiene a un nigeriano che da tempo vive in Italia e lavora come bracciante a Salerno. L’uomo viene subito trasferito in Sicilia. Conferma che quella donna morta è sua moglie. Racconta che la stava aspettando insieme con la figlioletta. Si decide di effettuare l’esame del Dna a entrambi per avere la certezza che non menta. Il risultato è arrivato ieri e non lascia dubbi: è sua figlia. Per l’infiltrato «la missione è davvero compiuta». Ma lui è pronto a ripartire. Ai suoi capi l’ha detto con chiarezza: «Per me è stata un’esperienza bellissima. Impegnativa ma esaltante, perché ti porta a contatto con queste persone che soffrono, ti fa capire che a volte per salvarli hai soltanto pochi secondi».

3 agosto 2017 | 23:01
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DA - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_agosto_04/agente-infiltrato-nave-ong-cosi-ho-scoperto-contatti-iuventa-trafficanti-libici-e765329e-7880-11e7-8ef0-c9b41f95269b.shtml
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« Risposta #44 il: Agosto 08, 2017, 06:29:03 »

Sulla missione italiana in Libia primo strappo nel governo
Gentiloni riprende Giro dopo l’intervento sulle condizioni dei migranti.
Ma il fronte del dissenso si allarga nell'area cattolica della maggioranza

Pubblicato il 07/08/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA
«Caro Mario, potevi evitare di porre il problema dalle colonne di un giornale…». Nella prima torrida domenica d’agosto, una telefonata tra il premier Paolo Gentiloni e il viceministro agli Esteri Mario Giro cerca di porre rimedio al più presto alla prima crepa nel fronte compatto del governo sulla missione navale in Libia. Ad aprirla, ieri dalle pagine de La Stampa e del Secolo XIX, proprio Giro: «Riportare i migranti in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno», è il suo grido d’allarme verso un problema che l’esecutivo si è posto – il trattamento delle persone che, intercettate dalla Guardia costiera libica in mare col nostro aiuto, vengono riportate sulle coste di Tripoli – ma che ha risolto chiedendo un massiccio coinvolgimento dell’Unhcr e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Cattolico già impegnato nella Comunità di sant’Egidio, grande esperto di Africa, il viceministro però chiede pubblicamente di fare attenzione, viste le condizioni dei campi libici: la sua intervista ha fatto sobbalzare il responsabile dell’Interno Marco Minniti, l’esponente di governo più impegnato nello spinoso dossier libico e, secondo varie fonti, fatto alzare il telefono direttamente al premier Gentiloni per discuterne e «mediare» con la linea «dura» di Minniti. Perché il timore è che Giro possa essere il primo a parlare, ma portavoce in realtà di una sensibilità più diffusa di quel che sembra, nel governo e in Parlamento, tra i cattolici e nell’ala sinistra della maggioranza.

Se alla Farnesina assicurano che il ministro Alfano considera la posizione del suo vice in linea col governo, solo con un’attenzione più specifica al piano umanitario considerata la sua provenienza cattolica e di impegno sociale, è al Viminale che l’uscita viene letta come fuori linea rispetto al lavoro che si sta facendo. Nessun altro, nell’esecutivo, ha espresso per ora così chiaramente gli stessi timori. Ma frizioni e distinguo sottotraccia si sono già delineati. La posizione del ministro Delrio sull’uso dei porti italiani è molto diversa da quella di Minniti: il capo dell’Interno li chiuderebbe alle Ong che non hanno firmato il codice di condotta, il titolare dei Trasporti è contrario. Lo disse pubblicamente in un’intervista un mese fa e non ha cambiato idea. E da tempo si racconta dell’esistenza di una sensibilità più «morbida» e solidale nel governo rispetto a quella «legge e ordine» di Minniti, che coincide con alcune personalità di formazione cattolica, da Delrio alla sottosegretaria Maria Elena Boschi, che potrebbero condividere molto delle preoccupazioni espresse da Giro. O ancora come il viceministro dell’Agricoltura, Mario Olivero, ex presidente delle Acli, che ieri non a caso ha ritwittato l’intervista del collega. Mostrando di mantenere qualche inquietudine su una missione che, dalla Libia, continua a ricevere critiche e minacce più o meno velate: ieri è stata la volta della Commissione esteri del Parlamento di Tobruk, nell’Est del Paese, di definire la missione una «aggressione flagrante contro la sovranità libica», di mettere in guardia Roma e Tripoli sulle possibili conseguenze e di chiedere a Onu, Ue e Unione africana di intervenire.
 
«Io ho scritto un messaggino a Giro: incredibile che per sentire una voce critica debba affidarmi a un cattolico piuttosto che a uno che viene dalla mia storia», rivela Arturo Scotto di Mdp. Ma anche dal Pd arriva qualche gesto di appoggio alla linea del viceministro: «Con Giro che oggi ci ricorda che tenere i profughi in Libia è come tenerli in un inferno. Occorrono garanzie», scrive in un tweet la deputata prodiana Sandra Zampa, della minoranza dem, mentre la collega Ileana Piazzoni condivide l’intervista postata su Facebook dal viceministro. «Ci sono due esigenze, quella di far rispettare le regole e quella dell’accoglienza, e le stiamo tenendo insieme», assicurano da Palazzo Chigi. Ma un retweet qua, una critica bisbigliata là, piccoli segnali potrebbero essere spia di un malumore più esteso del previsto. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/07/esteri/sulla-missione-italiana-in-libia-primo-strappo-nel-governo-tHDau2PZDDwhLp2V48BneO/pagina.html
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