LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: FRANCESCA SCHIANCHI.  (Letto 4914 volte)
Arlecchino
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« Risposta #15 il: Ottobre 21, 2016, 12:34:32 »

Renzi all’attacco di Hollande: “Troppo duro con Mosca”. E rivela: l’Ue spaventa Obama
“A lungo termine l’Unione preoccupa più della crisi siriana”.

Sul referendum il premier chiede aiuto agli eurodeputati

21/10/2016
Francesca Schianchi
Inviata a Bruxelles

L’Unione europea deve rilanciarsi e cambiare. Così com’è, non preoccupa solo noi, ma anche di là dall’Oceano. Il presidente del consiglio Matteo Renzi arriva a Bruxelles dalla galvanizzante due giorni alla Casa Bianca, dopo solo un breve passaggio a Roma per incontrare il ministro dell’Economia Padoan: ad aspettarlo, sotto il cielo plumbeo della capitale belga, un Consiglio europeo che deve affrontare la crisi dei migranti e il delicato tema del rapporto con la Russia. Argomento sul quale riserva critiche al presidente francese François Hollande: l’unico, racconta in una riunione con gli eurodeputati Pd, a sposare una linea molto dura contro Mosca sulla Siria, tanto da lasciare perplessa persino la Casa Bianca.

LEGGI ANCHE - Il Consiglio europeo apre alle sanzioni alla Russia. Renzi ai suoi: l’Europa preoccupa il mondo 

È in quella mezz’ora in compagnia del suo gruppo, al primo piano di un hotel del quartiere europeo, che, prima dell’appuntamento coi capi di Stato e di governo fa il punto della situazione. Partendo dall’Europa per arrivare all’Italia, al referendum del 4 dicembre come chiave di volta per ottenere consacrazione in patria e quindi peso contrattuale a Bruxelles. Ma il discorso del presidente del Consiglio parte dall’America, lì dove è appena stato e da cui è tornato entusiasta. Dove, con Obama, ha affrontato anche la questione Europa: tra i dossier che dovrà lasciare al suo successore (o, come si augura, alla sua successora), il presidente americano spera che la Siria possa essere una preoccupazione temporanea, che possa cioè trovare presto una soluzione, ha raccontato Renzi secondo varie fonti, mentre, in prospettiva, un’Unione europea che non dovesse riuscire a rilanciarsi viene vista come un grosso problema di lungo periodo. Bisogna cambiare, ha ripetuto il premier, ripercorrendo le tappe di quest’estate: la scossa della Brexit che sperava portasse a un cambio di marcia, l’appuntamento di Ventotene con Merkel e Hollande e l’illusione che fosse un nuovo inizio, la delusione dell’inconcludente vertice di Bratislava.

E le loro posizioni che inevitabilmente tendono a divaricarsi: parole nette di critica le riserva appunto al presidente francese Hollande, per la sua linea molto dura nei confronti della Russia sulla questione siriana, una posizione che rischia di creare problemi all’Unione, riferiscono le parole di Renzi i presenti, su un tema di cui i capi di Stato e governo hanno parlato in serata nel corso della cena. Per questo, per cambiare un’Unione claudicante, per poter contrattare con più forza, il premier si è ricollegato nel suo discorso alla politica italiana. Datemi la consacrazione con la vittoria del referendum, il senso del suo appello, e potremo rilanciare la Ue su tre punti: l’economia, trovando un’alternativa all’austerità; l’Europa sociale; la cultura, l’istruzione, la ricerca. E per farlo, l’appello agli eurodeputati a darsi da fare, loro che, eletti con migliaia di preferenze, hanno relazioni e contatti sul territorio. In particolare serve una mano da quelli del Sud, da Roma in giù: al Nord andiamo bene, ha svelato Renzi, addirittura parlando di 25 punti di vantaggio del «sì» sul «no» in Lombardia. Ma è il Mezzogiorno il punto debole, su cui lavorare: il rapporto nel recupero degli indecisi, secondo i suoi calcoli, è di tre a uno per il «sì», ragiona confortato da sondaggi positivi che danno questa settimana il governo e il Pd in aumento, con gli altri partiti in calo.

Bisogna lavorare e bisogna farlo subito, con un occhio rivolto all’appuntamento di marzo dell’anniversario del Trattato di Roma a cui, se vincesse il referendum, potrebbe arrivare, calcola, più forte di Hollande e Merkel alla vigilia delle elezioni. E con un occhio di riguardo per l’appuntamento del G7 di Taormina, di cui domani svelerà il logo. Oggi seconda giornata di vertice europeo dedicata al commercio: poi, appunto, volerà in Sicilia, per iniziative sul referendum a Palermo, Trapani e Messina. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/10/21/esteri/renzi-allattacco-di-hollande-troppo-duro-con-mosca-e-rivela-lue-spaventa-obama-DoWytVS4VRzyO1zhr2WX3M/pagina.html

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« Risposta #16 il: Novembre 08, 2016, 11:21:34 »

Francesca Schianchi
Inviata a Firenze

Quando, venerdì sera, tutti i fotografi lo hanno ripreso in prima fila all’inizio della Leopolda, Matteo Renzi sedeva accanto alla moglie Agnese. Abito nero, un filo di trucco, ha elargito ai cronisti solo sorrisi. Come d’abitudine, mai una parola di troppo, una dichiarazione fuori posto, un lamento che sarebbe stato meglio evitare. Dalle parti di Renzi lo hanno notato: Agnese funziona. Funziona la sua aria da giovane donna normale, da insegnante per anni precaria mamma di tre bambini. Funziona la sua immagine: una come tante, una sorella, una figlia. Un’immagine pulita e «comune» che, hanno valutato nella war room del premier-segretario, può rivelarsi preziosa in campagna elettorale: non a caso – dalla Casa Bianca alla visita agli sfollati del terremoto - ha cominciato a comparire più spesso accanto a lui. 

Perché l’obiettivo, ora che restano meno di trenta giorni, è recuperare un po’ di normalità e solidità alla narrazione del governo. «Basta con l’illusione del magico mondo di Matteo», riassume la strategia chi di questo ha parlato direttamente con lui, «bisogna riposizionare la comunicazione: dire sinceramente che non è tutto perfetto, ma questa è la via, la strada da percorrere». Con una squadra che sappia trasmettere l’entusiasmo delle origini, quando essere renziani era un azzardo e le Leopolde non erano ripetitive kermesse con le guardie del corpo a circondare il tavolo di lavoro coordinato dal ministro dell’Economia, ma appuntamenti corsari e un po’ guasconi.

E così, l’obiettivo è di tornare a coinvolgere la vecchia guardia che in molti casi nel tempo è stata messa un po’ in disparte, come si è capito già ieri, aggirandosi per la grande navata della vecchia ex Stazione. Sul palco a condurre i lavori erano Matteo Richetti e Simona Bonafè, renziani di antico conio che negli ultimi tempi erano stati inesorabilmente esclusi dal cerchio magico: il premier-segretario-primattore dell’appuntamento fiorentino, in maniche di camicia, sale sul palco e dedica un abbraccio a uno, un bacio all’altra. Entrambi ricominceranno più spesso a comparire in tv. Al deputato modenese, addirittura, all’altro Matteo che un anno fa di questi tempi si lamentava della rottamazione mancata, ha fatto aprire la serata a più alto tasso simbolico, quella di venerdì, e ha voluto che la chiudesse il ministro Graziano Delrio, pure lui uno che si fece convincere dalla prima ora renziana, poi caduto un po’ in disgrazia.

Tra i coordinatori dei tavoli tematici, due vecchi collaboratori con cui alterno è stato il rapporto, come il suo ex assessore fiorentino Giuliano Da Empoli e l’attuale sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che ha dovuto unire due tavoli per accontentare tutti quelli che volevano parlare con lui (e oggi interverrà dal palco). E di là, nel retropalco, trova posto anche Luigi De Siervo, ex manager Rai con cui Renzi è stato grande amico, prima di un lungo periodo di freddo (tanto che alla Leopolda dell’anno scorso si aggirava come un ospite qualsiasi, dopo anni di aiuto nell’organizzazione): è stato Renzi in persona a chiamarlo, qualche giorno fa. Con la richiesta di tornare a esserci. 

 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/06/italia/politica/ora-matteo-riscopre-la-vecchia-guardia-e-si-affida-ad-agnese-Aon4THzW5nO6Z5GeiMPVVJ/pagina.html
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« Risposta #17 il: Novembre 08, 2016, 10:53:26 »

Renzi: “La minoranza spera nella spallata. Così ricorda Bertinotti”
Il premier: che devo fare, fustigare chi ha urlato”fuori”?

Pubblicato il 08/11/2016
Francesca Schianchi
Inviata a Frosinone

La minoranza è alla ricerca di argomenti per litigare, non rendendosi conto che il rischio è di trasformarsi agli occhi della nostra gente come Bertinotti e D’Alema nel ’98». Il primo comizio della settimana è appena terminato. Cinquecento militanti e fan si sono pigiati in un cinema di periferia al grido di «Basta un sì» per ascoltare, toccare, fotografare il segretario-premier. Ha fatto appena in tempo a iniziare il suo discorso, volando alto tra Stati Uniti, Mosul e Bruxelles, che arriva il primo urlo: «Manda a casa D’Alema». Manco dieci minuti, e di nuovo una voce: «Cacciali tutti». Qui, Renzi, maniche di camicia e cravatta bordeaux, alza lo sguardo verso il signore che ha strillato: «Buoni, buoni, noi non cacciamo nessuno». Parole significative, nel giorno in cui il segretario del Pd è sotto attacco per quel coro «Fuori-fuori» che si è alzato domenica dalla Leopolda.

A Firenze ha dato il via al coro un contestatore isolato, seguito da pochissimi, sono certi dall’entourage di Renzi, portando come prova un tweet di Claudio Velardi con un video che riproduce il momento «incriminato». E lui, Renzi, dal palco ha reagito come fa spesso Obama: «Don’t boo: vote», nella versione italiana «Non urlate e fate i comitati per il sì». Nessuno scandalo, insomma, considera il segretario-premier, nessuna volontà di cacciare nessuno, solo un errore di valutazione nel racconto della giornata: «Ho attaccato duro sul tema degli scontri e a questo è stato riservato meno spazio rispetto a uno che ha urlato…». Il punto vero, secondo lui, però, è un altro: che la base del partito, la «nostra gente» - sia la Leopolda o l’affollato cinema di Frosinone - è arrabbiata con i vari Bersani, D’Alema, Speranza. Non li capisce, non li segue, li critica, ragiona con i suoi. Come dimostrerebbero i sondaggi riservati in mano al Pd, secondo cui il numero degli elettori grillini che voteranno sì al referendum è più alto di quello dei democratici che voteranno no, cioè delle truppe della minoranza.

Dalle agenzie, il segretario del Pd legge le accuse che gli vengono rivolte - l’arroganza, la sudditanza. Il fantasma della scissione torna ad aleggiare su un partito inquieto, ma lui parlando con alcuni suoi collaboratori, in auto mentre fila verso un altro comizio, declina ogni responsabilità: «Per tenerli dentro abbiamo fatto tutto il possibile: abbiamo cambiato la riforma costituzionale, abbiamo accettato di cambiare la legge elettorale, ora per non votare lo stesso la buttano sull’arroganza di Renzi… Che dobbiamo fare, fustigare uno che alla Leopolda ha urlato “Fuori”?». 

Il problema vero, ragiona lui prima di infilarsi in un cinema di Latina per motivare altri elettori al voto del 4 dicembre, è che la minoranza del Pd sta infliggendo una «ferita profonda al centrosinistra»: li paragona a Bertinotti e D’Alema, alludendo alla responsabilità di aver messo fine al sogno del primo governo dell’Ulivo. «E’ paradossale, nel momento in cui nel mondo siamo un punto di riferimento della sinistra, e lo è ancora di più dopo l’accordo sulla legge elettorale». Non ci crede alla buona fede, non ci crede che il punto vero sia cambiare la riforma o l’Italicum: «I leader del fronte del no usano l’appuntamento del 4 dicembre per tentare la spallata al governo». È gente che «non sopporta l’idea che qualcuno riesca dove loro hanno fallito». E qualcuno di loro, si dice certo, lo fa per ragioni personali: «D’Alema venne da me e mi chiese il posto della Mogherini», racconta nel libro di Vespa anticipato ieri. «Io non avrei avuto niente in contrario, ma ho dovuto constatare che nel Pse non lo voleva nessuno». 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/08/italia/politica/renzi-la-minoranza-spera-nella-spallata-cos-ricorda-bertinotti-CfJAXKhY7iSDvYd7gaRGCO/pagina.html
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« Risposta #18 il: Novembre 16, 2016, 11:24:56 »

Cuperlo: “Renzi ha iniziato il rodeo ma ora lavoriamo per ridurre le distanze”
“I miei dubbi sono più utili delle certezze di D’Alema”

Pubblicato il 14/11/2016
Ultima modifica il 14/11/2016 alle ore 07:46
Francesca Schianchi
Roma

In «un estremo tentativo di ridurre le distanze», poco più di una settimana fa Gianni Cuperlo ha firmato il documento che impegna il Pd a cambiare la legge elettorale. Unico della minoranza a farlo e quindi a votare sì al referendum, oggi chiede uno sforzo di unità prima di tutti al segretario-premier Matteo Renzi: sbaglia, ammonisce, a credere «che l’autorevolezza del leader passi dalla divisione del suo Paese e del suo campo».

In questi giorni ha ricevuto più insulti o incoraggiamenti? 
«Ho sofferto quella firma al documento. Sapevo che persone che stimo l’avrebbero criticata o avversata. Ho ricevuto parecchi sostegni, ma ti spiace l’incomprensione con chi ha condiviso le tue battaglie e senti vicino. Ho pensato al giorno dopo e al dovere di un estremo tentativo per ridurre le distanze almeno sulla legge elettorale e l’elezione dei senatori».

D’Alema dice, riferito a lei, che «bisognerebbe stabilire limiti all’ingenuità» ... 
«Ah, si riferiva a me? Ingenuamente ho pensato fosse un’autocritica. Comunque continuo a pensare che i dubbi aiutano più delle certezze». 

I rapporti nel Pd sono tesi, «un rodeo», ha detto lei: cosa si deve fare per recuperare unità? 
«Il punto è che quel rodeo lo ha iniziato il premier. L’unità del Pd e della sinistra non è un totem o un atto di fede: conta su cosa e come la costruisci. Ma serve la volontà di raggiungerla quell’unità. Io non ho mai pensato che cambiare l’Italicum o eleggere direttamente i senatori fosse una concessione alle minoranze ma la via per istituzioni un po’ più solide. E anche il modo per ridare ossigeno a un centrosinistra più largo di noi. Perché questo dovrebbe esser chiaro a tutti: il Pd da solo non vince, ma senza il Pd a non vincere è la sinistra».

 

Quindi chi sbaglia è Renzi? 
«L’errore più grande è nell’idea che l’autorevolezza del leader passi dalla divisione del suo Paese e del suo campo. Passare dalla rottamazione spinta alla divisione del mondo tra innovatori e conservatori, amici e nemici, prima che una caricatura è un abbaglio». 

Bersani che chiede in una lettera a Repubblica una «riflessione collettiva» tenta il dialogo o certifica la distanza? 
«Ho apprezzato il tono. Come Bersani penso che il problema sia un’onda potente che da destra si abbatte sulle nostre democrazie. Dobbiamo vederla e attrezzare una nuova sinistra a reagire. La premessa per farlo è anche nel cogliere la quota di verità nelle ragioni dell’altro».

Si può stare in un partito senza fidarsi del segretario? 
«In un partito non si sta perché ci si fida ma perché si è convinti che quella forza sia necessaria per affrontare i problemi».

C’è il rischio di una scissione? 
«Tempo fa ho detto che il Pd per me non era un destino ma una scelta da rinnovare e far crescere. Se alzo lo sguardo sul mondo temo il fallimento di questo progetto perché ricadrebbe su tutto il centrosinistra. Mi batto per evitarlo, ma è una sfida che non si vince in pochi. E la premessa è un Pd ancorato a sinistra».

Il referendum è legato alle sorti del governo o no? 
«E’ stata una miopia del governo caricarsi una funzione che doveva essere del Parlamento. Con altri lo abbiamo gridato con proposte nel merito. Renzi ha detto che in caso di sconfitta lascerà Palazzo Chigi: direi che farlo è nelle sue corde».

Se vince il sì, come dice D’Alema, nasce il partito di Renzi? 
«Mi sono sempre battuto contro l’idea di un partito piegato al volere di un capo. E il tema del troppo potere in una figura sola rimane. Al congresso sarà in campo un’alternativa a Renzi e a quella sua impostazione che mi ha portato a non votare jobs act, buona scuola e fiducia sull’Italicum. La coerenza non si chiede, si pratica».

Come giudica l’iniziativa della lettera spedita agli italiani all’estero? 
«Se è vero che si tratta di una iniziativa del Pd e che altri in passato hanno fatto lo stesso, non vedo il problema. Se si fossero violate delle regole sarebbe giusto renderne conto». 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/14/italia/politica/renzi-ha-iniziato-il-rodeo-ma-ora-lavoriamo-per-ridurre-le-distanze-FnPoOOxn4bgX8na4Rf6L1O/pagina.html
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« Risposta #19 il: Dicembre 24, 2016, 08:43:29 »

Lotti indagato nel caso Consip, pioggerellina o inizio della tempesta?
Renzi e il “Giglio magico” in allarme
La minoranza Pd tace, ma è pronta ad andare all’attacco.
La telefonata di Alfano al collega: “Benvenuto nel club”

Pubblicato il 24/12/2016
Ultima modifica il 24/12/2016 alle ore 07:51
FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Nessun problema, nessuna preoccupazione. Convinto che si stia parlando di qualcosa di inconsistente, Luca Lotti ieri si mostrava solo un po’ infastidito dal danno d’immagine. «Caro Luca, a me “Il Fatto” ha dedicato decine di prime pagine… Benvenuto anche tu!», gli fa una telefonata di solidarietà il collega ministro degli Esteri Alfano, e lui ci scherza sopra durante il Consiglio dei ministri. Mostrare serenità, è la parola d’ordine per il diretto interessato, che si presenta sorridente e spavaldo. Blindarlo, avvolgerlo in una coltre di silenzio solidale è quella del Pd renziano. Nella speranza che, se anche la notizia troverà conferma, l’inchiesta si concluda in una bolla di sapone. 
 
È mattino quando partono i primi scambi di sms tra deputati ed esponenti vari del renzismo: «Ma è vero quello che scrive Il Fatto?». «Indagato Lotti», titola il quotidiano diretto da Travaglio, a caratteri cubitali in prima pagina. Una indiscrezione che, per il peso specifico del neoministro, non può che allarmare il quartier generale fiorentino. E’ solo una pioggerellina, o l’inizio di una tempesta?

Matteo Renzi è a Pontassieve a trascorrere qualche giorno in famiglia. Per lui, il 34enne ministro dello Sport è il braccio destro e sinistro, conosciuto quando era un giovane consigliere comunale di Montelupo Fiorentino e invitato a seguirlo alla Provincia di Firenze (Renzi era il presidente), e poi, sempre più uomo di fiducia, nella sua scalata al potere: da capo segreteria e poi capo di gabinetto a Palazzo Vecchio lo ha accompagnato fino a Palazzo Chigi, fidatissimo sottosegretario per i mille giorni del suo esecutivo. 
 
Il leader tace, evita qualunque commento, posta qualche riga su Facebook ma è per congratularsi con «la qualità delle forze dell’ordine italiane» per aver fermato il tunisino accusato della strage di Berlino. Non una parola sulla novità che coinvolge il suo fedelissimo: la strategia concordata è che sia lui stesso a intervenire. Anche Lotti è a casa, per assistere alla recita del primogenito Gherardo. Ma decide di tornare a Roma. Fa sapere di non aver ricevuto alcuna notifica, ma se l’indagine a suo carico è vera, vorrebbe essere sentito subito dai magistrati: «Noi non scappiamo dalle indagini». Dà l’incarico a rappresentarlo al principe degli avvocati Franco Coppi, a cui ribadisce lo stesso concetto: «Appena mi chiamano a comparire sono pronto». 
 
Disponibilità verso i magistrati, tranquillità sulla propria posizione, diventa il mantra della giornata. «Conosco da anni Lotti, so che è una persona onesta e seria, ho fiducia che le cose si chiariranno con rapidità», assicura il capogruppo alla Camera Ettore Rosato. Pochi altri nel Pd intervengono, complice anche il clima prenatalizio e la chiusura delle Camere. Tra i renziani, la speranza è che l’indagine finisca in nulla. Il senatore Stefano Esposito attacca «l’ennesima fuga di notizie», e tra le righe anche il «noto e vulcanico» pm Woodcock, «non so se è un pm che cerca pubblicità, sicuramente non nasconde la sua voglia di fare il proprio lavoro». Altri lo dicono a taccuini chiusi. 
 
Anche la minoranza tace, anche se sotto sotto sembra godersi il momento di difficoltà per l’uomo più vicino all’odiato segretario. «Prima di esprimersi bisogna capire se è veramente indagato, e qual è l’entità della vicenda», prende tempo un bersaniano. Il che, però, non esclude che, se la notizia fosse confermata, da loro potrebbero arrivare più avanti attacchi come quello riservato da Speranza nei giorni scorsi al ministro Poletti per tutt’altra vicenda - partendo dalla gaffe sui giovani «fuori dai piedi» all’estero e arrivando ai voucher. «Un passo alla volta», predicano cautela i bersaniani. Lotti e Renzi sono avvertiti. E anche il premier Gentiloni. 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/24/italia/politica/lotti-indagato-nel-caso-consip-pioggerellina-o-inizio-della-tempesta-renzi-e-il-giglio-magico-in-allarme-dcybAufRb1ZmD1TKlag3xK/pagina.html
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« Risposta #20 il: Gennaio 14, 2017, 06:20:58 »

Renzi riparte dalle origini. E chiama a raccolta i sindaci Pd
Appuntamento a Rimini il 27 e 28 gennaio

Pubblicato il 13/01/2017
Ultima modifica il 13/01/2017 alle ore 14:19

Francesca Schianchi
Roma   
   
Matteo Renzi riparte dalle origini. Dal territorio, dai sindaci, dalle buone pratiche che vengono dai comuni. Il segretario del Pd, che tanto ha insistito sulla sua esperienza amministrativa da ex primo cittadino di Firenze come punto di forza all’inizio dell’avventura nazionale, vuole incontrare sindaci, consiglieri comunali, presidenti di Regione del Pd. Impegnato a riorganizzare il partito, a rivedere la squadra di segreteria e a rimotivare una comunità messa a dura prova dalle spaccature della campagna elettorale e dalla sconfitta del referendum, ha messo in agenda per il 27 e 28 gennaio prossimi, a Rimini, un’Assemblea nazionale degli amministratori Pd.

L’aveva annunciata ai segretari regionali e provinciali incontrati alla sede del Nazareno prima delle vacanze: ora sono partiti gli inviti, in cui si spiega che l’appuntamento è pensato per «valorizzare le nostre tante esperienze di buon governo, riprendere il ragionamento sui punti programmatici essenziali e riuscire a dare una nuova visione generale al Paese partendo dalle realtà locali».

«Vogliamo far diventare il buon governo Pd a livello locale un pezzo della nostra proposta nazionale», spiega Matteo Ricci, che nella segreteria nazionale è responsabile Enti locali ed è pure sindaco di Pesaro. «Parleremo di cultura, accoglienza dei migranti, investimenti, urbanistica…». Invitati tutti gli amministratori d’area: dal sindaco di Milano Sala a quello di Bergamo Gori, dal fiorentino Nardella ai giovani Falcomatà di Reggio Calabria e Palazzi di Mantova, che potrebbero anche entrare a breve in segreteria nazionale accanto a Renzi. Ma saranno i benvenuti anche ministri e parlamentari.

Una due giorni per rimettere al centro il territorio. In una location non casuale: Rimini è stata scelta perché, alle ultime amministrative, mentre Roma e Torino franavano sotto l’assalto dei Cinque stelle, nella città romagnola il dem Andrea Gnassi vinceva al primo turno con il 57 per cento. Una performance da prendere a esempio, in un anno in cui, come si ricorda nell’invito, «alle prossime elezioni amministrative si vedranno coinvolti più di mille comuni».

La manifestazione sarà chiusa dal discorso di Renzi. «Sto facendo il segretario a tempo pieno», ripete a chi gli chiede di queste sue giornate tra Roma e Pontassieve. Sabato 21 ha annunciato una mobilitazione dei circoli Pd, e un appuntamento programmatico il 4 febbraio prossimo.
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DA - http://www.lastampa.it/2017/01/13/italia/politica/renzi-riparte-dalle-origini-e-chiama-a-raccolta-i-sindaci-pd-xYqTFugmYXyIvhlmvtag4N/pagina.html
   
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« Risposta #21 il: Febbraio 13, 2017, 12:42:14 »


Casini tiene a battesimo i Centristi per l’Europa per riunire i moderati italiani
” Non l’ennesimo partitino ma un movimento politico europeo per bloccare i populismi”

Pubblicato il 11/02/2017
Ultima modifica il 11/02/2017 alle ore 14:56

Francesca Schianchi
Roma

«Quello che nasce oggi non può essere l’ennesimo partitino ma un movimento politico europeo che, per bloccare l’avanzata del populismo, deve fare appello all’unità dei moderati». Maglione e pantaloni neri, sul palco del romano Teatro Quirino dove si presenta modestamente come un semplice iscritto ma viene ringraziato e ascoltato da tutti come il leader, Pier Ferdinando Casini chiude l’assemblea del nuovo movimento «Centristi per l’Europa» svelando il senso dell’operazione: essere il «lievito», ripete più volte, di una riunificazione dei moderati italiani. Che poi, in prospettiva, guardi più verso il centrodestra o verso il centrosinistra, quello è ancora da verificare.

La platea è piena, c’è il ministro dell’Ambiente Galletti, ci sono i senatori Di Biagio e Marino, i deputati Adornato e D’Alia, che sarà anche la guida del movimento, ma anche qualche giovane amministratore locale. Apre l’Inno alla gioia, quello europeo, insieme a quello italiano, sul grande video che fa da sfondo al palco campeggia il simbolo per metà con la bandiera blu a stelle dorate della Ue e per metà tricolore, una scelta che vuole essere «un atto di sfida» contro il pensiero dominante antieuropeo, deciso solo poche settimane fa: sugli striscioni di chi è arrivato da Benevento come da Bronte, il logo è ancora nella prima versione, Centristi per l’Italia. 

Una sfida ai populismi che indicano nell’Europa la fonte di tutti i mali, ma anche a una Ue che deve cambiare, come chiede con forza dal palco il sindaco di Rosarno. «L’Europa è a un bivio: o va avanti, o se sta ferma va indietro, e non ce ne sarà più per nessuno, nemmeno per Francia o Germania», predica Casini, mentre da «semplice iscritto» dà consigli e traccia la strada. «Non dovete pensare di prendere voti su una rappresentazione retorica dell’Europa», sul ricordo nobile «di De Gasperi, Schumann, Adenauer», non si può vivere sulla «mitologia», sottolinea, ma serve «qualcosa di concreto». Questo dovrà fare il nuovo movimento, «chiedere una spinta verso una nuova Europa». E, contemporaneamente, cercare di riunire i moderati italiani, mettendo da parte le incomprensioni del passato: «Le divisioni che ci sono state non contano niente: ora conta il progetto per il Paese». 

In vista di elezioni che ancora nessuno sa quando saranno, il messaggio lanciato da questo palco è diretto al centrodestra come al centrosinistra. Per Berlusconi messo in guardia «che se va a fare le liste con Salvini, consegna a Salvini la leadership del fu centrodestra», come per Renzi che «se rifiuta l’alleanza coi moderati che l’hanno fatto vincere, beh, allora Dio gliela mandi buona». Il lavoro inizia adesso, dice lui e ripetono tutti i protagonisti della giornata. L’importante, spiegano, è far sentire che ci siamo. Marcare un terreno. Chiudendo con l’insolita formula, di questi tempi: «Viva l’Italia e viva l’Europa».
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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/11/italia/politica/casini-tiene-a-battesimo-i-centristi-per-leuropa-per-riunire-i-moderati-italiani-RHEeSPtscGt9WMAKWmcgDI/pagina.html
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« Risposta #22 il: Febbraio 13, 2017, 01:00:42 »

Bersani: “Un verdiniano alla Commissione sulle banche? Siamo al dadaismo puro”
Anche Sel e M5S contro l’ipotesi della presidenza a Enrico Zanetti
Pubblicato il 07/02/2017 - Ultima modifica il 07/02/2017 alle ore 21:56

Francesca Schianchi
Roma

«Siamo al dadaismo puro». Ride l’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani, a chiedergli della richiesta che Denis Verdini ha avanzato ai democratici: la presidenza della Commissione d’inchiesta sulle banche. Non per se stesso, ma per l’ex viceministro dell’Economia del governo Renzi, Enrico Zanetti. Ma il fatto che Verdini, coinvolto in un processo per il crac del Credito cooperativo fiorentino, possa interessarsi a una Commissione che dovrà occuparsi – se mai riuscirà a nascere – di indagare su guai e difficoltà del sistema creditizio, fa sorridere amaro molti in Parlamento. Nella minoranza Pd e non solo.

In tarda mattinata, nella sala lettura di Montecitorio, Zanetti studia una serie di emendamenti dietro al portatile acceso. «Io presidente? Non ne parlo finché non vedo costituire la Commissione – sbotta – sono stato il primo un anno fa a dire che è fondamentale crearla, lo dissi anche a Renzi: per noi che siamo sulla scena politica nazionale dal 2013, è importante dimostrare che, se problemi nelle banche ci sono stati, è perché raccogliamo il cerino di scelte fatte da altri. Ma quando lo dicevo, al Ministero dell’economia non erano entusiasti… Ora, capisco che forze politiche che non hanno fatto della responsabilità il proprio marchio di fabbrica potrebbero usarla come palcoscenico della campagna elettorale, ma davvero è necessario istituirla». La sua disponibilità a presiederla, raccontano compagni di gruppo parlamentare, c’è. Ma non gli piace essere derubricato a «verdiniano», come fa il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta quando mette in chiaro che «Monte dei Paschi vuol dire Pci-Pds-Ds-Pd e quindi, semmai si varerà, natura democratica vorrebbe che la presidenza andasse a un esponente dell’opposizione». «Zanetti è segretario di Scelta civica e non fa parte della maggioranza», interviene subito il collega Rabino a tenere viva la candidatura.

Il fatto però che l’ex viceministro condivida il gruppo parlamentare con Verdini e i suoi è quello su cui si concentrano tutti. «Se fossi in Zanetti non sarei molto soddisfatto di avere la sponsorizzazione di Verdini», sospira il senatore della minoranza Pd Federico Fornaro, «e penso che se Verdini della Commissione sulle banche non se ne occupasse sarebbero più contenti anche i suoi avvocati…». Dal M5S sono i senatori Alberto Airola e Laura Bottici a schierarsi contro l’ipotesi Zanetti, «ideale testa di ponte per garantire al governo Gentiloni i voti sempre più necessari di Ala: la commissione d’inchiesta sulle banche è troppo importante per essere merce di scambio di un Governo traballante. Affidarla ad un uomo di Denis Verdini sarebbe vergognoso. Vigileremo perché non accada». 

Da Sinistra italiana è Nicola Fratoianni a intervenire sul filo dell’ironia: «Cari amici del Pd, vabbé che Verdini di banche e bancarotte se ne intende, però è davvero troppo affidargli la presidenza della Commissione d’inchiesta parlamentare». Interpretando le stesse perplessità di molti nel Pd, che ne discutono in qualche capannello del Transatlantico tra occhi al cielo e risatine imbarazzate. O lo dicono chiaramente, come fa il bersaniano Miguel Gotor: «A sentire i verdiniani che rivendicano la presidenza della Commissione, non so più se ridere o piangere». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/07/italia/politica/bersani-un-verdiniano-alla-commissione-sulle-banche-siamo-al-dadaismo-puro-LoAxcsJaBC7bPy4uAAuvHP/pagina.html
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« Risposta #23 il: Febbraio 14, 2017, 05:57:20 »

Orlando: “Attento Matteo andando avanti così rischi l’incidente frontale”
“Le primarie finiranno per essere una sagra dell’antipolitica. Nessun accordo con la minoranza, ho detto quello che penso”
Il ministro di Giustizia Orlando ha parlato in modo critico, mentre il collega Dario Franceschini, l’altra gamba della maggioranza, fila via senza aprir bocca


Pubblicato il 14/02/2017
Ultima modifica il 14/02/2017 alle ore 07:07

Francesca Schianchi
Roma

«Se vedi uno che sta facendo una curva parabolica che lo porta a un frontale, glielo dici di stare attento, no?». La Direzione è appena finita, ha appena votato per convocare al più presto il congresso. Contraria la minoranza, ma anche, con un intervento che diventa subito quello di giornata, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. «Cosa c’è di strano, se uno sbaglia glielo dico», ripete al termine dei lavori, mentre si incammina lentamente verso piazza di Spagna. La prima crepa nella maggioranza che, in questi anni, ha sostenuto il segretario Renzi: anziché correre verso una conta interna, predica il ministro, bisognerebbe «organizzare una conferenza programmatica, aprendo un confronto sui contenuti e mettendo al bando la parola scissione». Evitare una precipitazione al congresso perché, così, «le primarie finiranno per essere una sagra dell’antipolitica: il tutto consumato dentro la campagna elettorale per le amministrative». Parole chiare, che aprono una breccia preoccupante per i renziani. Mentre il collega Dario Franceschini, l’altra gamba della maggioranza, fila via senza aprir bocca, lui, l’uomo del giorno, l’antagonista inatteso del segretario, si allontana chiacchierando. «Andrea, hai fatto un ottimo intervento, mi hai convinto», lo raggiunge il governatore pugliese Michele Emiliano; «Ho vinto il premio della critica», scherza Orlando. 

LEGGI ANCHE - Patto con Franceschini, Renzi vince Congresso subito e voto dopo l’estate 

Ministro, una netta presa di distanza dalla linea di Renzi… 
«Non sono convinto che andare subito al congresso sia un bene per il Pd. Io sono molto attento agli aggettivi, ma in questo caso non si può sfumare la posizione. Se uno non è d’accordo a fare un percorso deve dirlo: non sono d’accordo perché così non si risolvono i nostri problemi identitari e di proposta politica».

Ha suscitato l’entusiasmo della minoranza… 
«Non mi sono messo d’accordo con la minoranza, ma ho detto quello che penso».
Cioè una conferenza programmatica prima di tutto... 
«Io ho dato i miei consigli, spero che le mie funeste previsioni non si avverino, ma conosco il partito».

Però la Direzione si è espressa in maggioranza per il congresso: lei come ha votato? 
«Non ho partecipato al voto».

A questo punto però il percorso congressuale è partito, no? 

«No, il percorso congressuale lo apre l’Assemblea nazionale. Vediamo cosa si deciderà in quella sede. Sono dispiaciuto che non sia passata la mia linea: io la riproporrò lì e spero di avere maggior fortuna».

Quindi è ancora possibile che l’Assemblea sposi la sua linea? 
«L’Assemblea in teoria potrebbe decidere per una conferenza programmatica prima del congresso».

Pensa che tirando dritto la minoranza possa uscire dal Pd? 

«Mi auguro di no, perché non credo si possa uscire da un partito per ragioni di calendario. Ma qui ci vuole la politica, che deve vigilare per evitare qualunque scivolata».

 E lei potrebbe candidarsi alla segreteria del Pd? 
«È un problema che mi porrò solo quando arriveremo a discutere della proposta da fare al Paese».

 Renzi era avvisato della sua posizione? 
«Avevo fatto un’intervista ma si vede che non è bastata».

Eppure il suo intervento ha fatto molto scalpore… 
«Non ho detto niente di particolarmente eversivo, ho solo espresso i miei dubbi sul percorso. Se le mie parole fanno così clamore, significa che la discussione ha preso una brutta piega, perché o ci si insulta o bisogna darsi ragione al cento per cento…».

Renzi le ha anche risposto nella replica. 
«Io ho semplicemente detto che non ho paura del popolo, ma delle regole».

Cioè quelle dello Statuto? Lo ha definito inadeguato… 
«Sì, non portano a combattere la destra e i populismi come diciamo di voler fare. E’ un problema che un segretario dovrebbe porsi».

Il voto in Direzione è un avviso di sfratto al governo Gentiloni? 
«Non credo. Bisogna evitare di scaricare le tensioni sulla tenuta del governo. Mi hanno assicurato che non sarà così, spero abbiano ragione, ma non ne sono del tutto convinto».

Ma con la conferenza programmatica si arriva a fine legislatura? 
«Non necessariamente: la conferenza si può fare in un mese. Dobbiamo fare una discussione seria sull’esperienza del governo Renzi».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/14/italia/politica/orlando-attento-matteo-andando-avanti-cos-rischi-lincidente-frontale-Vbywqlsso0UFcOdGUinxdK/pagina.html
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« Risposta #24 il: Febbraio 26, 2017, 11:57:28 »

Bindi: “Matteo fai un gesto, puoi ancora fermare la rottura”
L’ex presidente dem: “Non guardare con soddisfazione chi se ne va, devi dire con chiarezza che la legislatura avrà scadenza naturale”

Pubblicato il 21/02/2017

Francesca Schianchi
Roma

«Le ragioni per cui qualcuno pensa alla scissione sono esattamente quelle per cui dobbiamo stare insieme». Sembra un paradosso, eppure Rosy Bindi parte da qui per spiegare perché bisogna scongiurare la separazione annunciata. Tra i fondatori del Pd, concorrente alle primarie del 2007 che incoronarono Veltroni, decide di rompere il riserbo in cui si è chiusa da qualche tempo - anche per difendermi da polemiche ingiuste che mi hanno colpito» - per esprimere la sua preoccupazione: «Se vogliamo che il progetto politico del Pd vada avanti, il partito va tenuto unito». Altrimenti, il rischio è che «qualcuno tenga il nome, ma non più il progetto». Quel qualcuno è Matteo Renzi a cui, ricorda, fu permesso di correre alle primarie in deroga allo Statuto: «Non chiuda le porte di un partito che a lui le ha spalancate, forzando anche l’architrave».

Presidente Bindi, la scissione è consumata o ci sono ancora margini di ricucitura? 
«Si sono creati tutti i presupposti perché avvenga, con la responsabilità di tutti anche se in misura diversa. Ma non è detto che non ci sia ancora lo spazio per evitare di consumarla».

Come? 
«Alcuni presupposti sono di schiuma, di superficie, e su quelli tutti possono fare uno sforzo. Poi ce ne sono altri, più profondi, che forse esistono da sempre, e sono legati all’identità incompiuta del partito, alla sua visione e alla sua missione storica: quando un partito si divide su questioni fondamentali come lavoro, scuola, legge elettorale, Costituzione, serve una fase di confronto vero».

Ma detti così si direbbero presupposti insuperabili... 
«Non è così: contengono in sé le ragioni per cui dobbiamo stare insieme. Sono il motivo per cui abbiamo deciso di fondare il Pd e prima ancora l’Ulivo. Abbiamo capito che le questioni inedite che sfidano questa epoca sono così grandi che nessuna cultura da sola ha una risposta esaustiva. Bisogna fare la fatica di trovare un punto d’incontro».

Di chi è la responsabilità maggiore? 
«Chi vince il congresso ha la responsabilità di guidare e chi non lo riconosce sbaglia. Ma è il segretario a doversi portare dietro tutti, vivendo le ragioni degli altri non come un fastidio ma come una ricchezza. Per questo mi appello prima di tutto a Renzi».

Cosa vuole dirgli? 
«Che ha bisogno di coloro che invece guarda andarsene quasi con soddisfazione. E per fare un passo avanti deve dire con chiarezza che la legislatura arriverà a scadenza naturale. Non si tiri a campare perché ci sono tante cose da fare e correggere: la legge elettorale, il Jobs Act… E poi una legge di bilancio libera dalla paura delle elezioni: prima viene il Paese che soffre».

Lui ha detto che sostiene Gentiloni, poi deciderà il capo dello Stato quando sciogliere le Camere… 
«Cosa può fare il presidente della Repubblica se il Pd toglie l’appoggio al governo?».

E sul congresso cosa dovrebbe fare? 
«Se si vota l’anno prossimo, cosa cambia se il congresso dura un po’ di più? Vedo da tutti i sondaggi che la sua leadership non è intaccata nonostante il referendum, che problema ha a prevedere una conferenza programmatica? In realtà vuole un congresso breve per votare nel 2017. È lui a dover fare il primo passo».

Ma lui può ricandidarsi o sarebbe meglio di no? Ha cittadinanza nel Pd? 
«Renzi fa parte del Pd. Non hanno cittadinanza il PdR (partito di Renzi, ndr.) o il partito della nazione».

Ma non sembra intenzionato a dare queste garanzie: anche lei è tentata di uscire? 
«Io non posso prendere il considerazione la subordinata quando lavoro per la principale. Per questo mi rivolgo a lui ma anche a chi se ne vuole andare».

A loro cosa dice? 
«Non pensino che le ragioni della sinistra - che io condivido pensandola plurale e non monoculturale come Bandiera Rossa - possano dare un contributo al Paese se si rifugiano in un partito identitario».

Al congresso del Pd potrebbe candidarsi Orlando: tra lui e Renzi lei con chi starebbe? 
«Anche questo scenario dà per scontata la scissione, per cui non mi esprimo. Non sono preoccupata solo o tanto per il partito, ma per il Paese: se si spezza questo progetto, viene a mancare l’architrave del sistema politico italiano. E se vogliamo che il progetto del Pd vada avanti, il partito va tenuto unito».

Altrimenti muore il Pd? 
«Temo di sì: qualcuno terrebbe il nome ma non più il progetto».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/21/italia/politica/bindi-matteo-fai-un-gesto-puoi-ancora-fermare-la-rottura-hX8rCS3ysFhoMFGZBEQDEL/pagina.html
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« Risposta #25 il: Marzo 01, 2017, 05:37:19 »

Nasce “Articolo 1 - Democratici e progressisti”: “Non ci facciamo mettere sulla ridotta”
Speranza e Rossi senza più Emiliano lanciano il nuovo movimento.
Senza Bandiera rossa e “per un rinnovato centrosinistra”


Pubblicato il 25/02/2017 - Ultima modifica il 25/02/2017 alle ore 17:32

Francesca Schianchi
Roma

«Oggi non nasce un partito, una cosa stretta: inizia un percorso che deve unire, aggiungere esperienze». La decisione è presa, l’incertezza finita, non c’è il pathos della decisione (andarsene o non andarsene: «E’ finito il tempo dei rimpianti», ammonisce l’ex Sel Arturo Scotto): a una settimana di distanza dall’appuntamento degli «scissionisti» Pd al Teatro Vittoria di Testaccio, anche uno dei protagonisti non c’è, a partecipare alla nascita della nuova formazione di sinistra, il governatore pugliese Michele Emiliano, che alla fine ha scelto di restare con i dem e sfidare Renzi al congresso. 

Speranza: “E’ un nuovo inizio per battere populismo’’

Ma ci sono loro, Roberto Speranza ed Enrico Rossi, l’ex capogruppo e il presidente della Regione Toscana, gli altri due attori della scissione: una settimana dopo, di nuovo a Testaccio, ma nella popolare Città dell’Altra economia, tengono a battesimo il nuovo partito, pardon movimento, che partito non è parola in linea con lo spirito dei tempi. «Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti», hanno deciso di chiamarsi, e lo comunicano a chi si accalca nella piccola sala conferenze. 

 
Speranza: “Ricucire frattura con il nostro popolo’’

Proiettata sullo sfondo una frase, «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro», il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione, «nostro simbolo, nostra identità», garantisce Speranza, di un movimento «aperto che sia la costituente di un rinnovato centrosinistra», non un nostalgico gruppo di combattenti e reduci. Non risuona più Bandiera rossa, come una settimana fa, la colonna sonora dovevano essere i più «laici» Coldplay (ma a dire il vero non si sentono): «Non ci facciamo mettere sulla ridotta: il nostro blocco sociale sarà ampio», è certo Rossi. «C’è bisogno di una nuova radicalità della proposta politica che deve tenersi con una solida cultura di governo», aggiunge Speranza.
 
“Ciao, io me ne vado”: cent’anni di scissioni nella sinistra italiana

Ci sono Stumpo e Zoggia, i bersaniani alla guida dell’organizzazione, il dalemiano Danilo Leva, il senatore Miguel Gotor. Ci sono alcuni ex Sel che hanno seguito Scotto e faranno i gruppi parlamentari con gli ex Pd. C’è anche Fassina, che resta in Sinistra italiana ma viene a vedere perché «dovremo collaborare». Non c’è Bersani, a Piacenza per il fine settimana, e non c’è D’Alema, impegnato in un tour in Umbria, ma entrambi partecipano e benedicono da lontano, lasciando agli altri il palcoscenico. 

I gruppi parlamentari di Mdp, o forse Dp – che però ai più vecchi evoca Democrazia proletaria –nasceranno tra lunedì sera e martedì, quando anche gli ultimi indecisi avranno detto la propria risposta definitiva. «Mettiamoci in cammino», predica Scotto. Sorride il presidente Rossi: «Ve ne faremo vedere delle belle». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/25/italia/politica/nasce-il-nuovo-partito-del-centrosinistra-democratici-e-progressisti-lOf6pMsB7BGqAOTGK8CwmK/pagina.html
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« Risposta #26 il: Marzo 16, 2017, 05:32:42 »

Renzi riparte dal Lingotto: “Basta paura, è l’arma elettorale degli altri”
Il favorito alla segreteria del Pd conferma il sostegno a Gentiloni: «Dobbiamo ripartire e rilanciare sugli ideali e i contenuti e restituire una speranza al Paese»

Pubblicato il 10/03/2017 - Ultima modifica il 10/03/2017 alle ore 22:39

FRANCESCA SCHIANCHI
TORINO

“Io ci sono con la forza e l’energia che conoscete, ci sono anche con le mie ferite. Ma ci sono perché ci siete voi”. Esplode la sala in un lungo applauso, sale sul palco il vicesegretario designato Maurizio Martina che non smette di ripetergli “bravo, bravo”: sorride e saluta Matteo Renzi, alla fine del suo discorso di un’ora, ufficialmente ricandidato alla guida del Partito democratico. 

Lo fa dal Lingotto, luogo simbolo per i dem, perché da lì dieci anni fa Walter Veltroni si candidò primo segretario della neonata formazione: e viene spesso citata quell’occasione, ma per dire che “siamo il partito degli eredi, non dei reduci”. Un partito che non abbia “l’atteggiamento di chi sa solo fare polemica e distruggere l’avversario”, che sappia dare “un progetto politico per i prossimi dieci anni” unendolo alla “speranza” e non alla paura, perché “se la paura diventa il collante dell’altra parte dello schieramento noi siamo finiti”, è la “loro arma elettorale”. E sì, anche un partito più collegiale - riconosce una critica che gli è spesso stata fatta, di eccessivo accentramento - a partire dal ticket col ministro di “sinistra” Martina. 
 
Il giudizio su Matteo del popolo del Lingotto: “La sconfitta ha fatto bene”
Un partito “non liquido, non pesante, ma pensante”, capace di tenere aperti i circoli ma anche di muoversi nella rete: per questo lancia una nuova piattaforma che si chiamerà Bob, da Kennedy. Ma anche quelle che lui stesso ribattezza le “Frattocchie 2.0”, una scuola di politica per 200 giovani a partire dall’anno prossimo. Un partito che non ha paura di sdoganare parole considerate tradizionalmente di destra come “identità e patria”, e capace di affezionarsi di nuovo all’Europa. Se “premier tecnici animati da sentimento antipatriottico e anti italiano” - fa un attacco durissimo a Monti, senza nominarlo - “andavano in Europa con la giustificazione, come a scuola”, dando vita a una fase “che ha forse migliorato i conti pubblici, ma disintegrato l’idea di Europa”, ora è tempo di cambiare la Ue, per volerle ancora bene: la sua prima proposta è l’impegno per ottenere l’elezione diretta del presidente della Commissione, e predestinare il candidato socialista attraverso primarie transnazionali. 
 
Saluta gli ex sindaci Chiamparino e Fassino seduti in prima fila e chiama un applauso per la prima cittadina in carica Appendino, ringrazia l’organizzatore Tommaso Nannicini. E chiede un battimani anche per gli sfidanti, Emiliano e Orlando, con cui evita polemiche. “Gli iscritti al Pd sono 420mila, ci sono stati alcuni problemi”, ammette i casi di polemica nel tesseramento, “ma c’è un popolo indomito, appassionato, che non lascia il futuro dei propri figli a chi sa solo lamentarsi”. La platea si scalda, pronta a partire. La sfida del congresso è lanciata.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/10/italia/politica/renzi-riparte-dal-lingotto-basta-paura-larma-elettorale-degli-altri-ZHrrmIC7pkgk7ncbiYHxxL/pagina.html
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« Risposta #27 il: Marzo 22, 2017, 12:39:52 »


Bersani: “È ora che Gentiloni si emancipi da Renzi e dica la verità agli italiani”
«Sulle nomine c’è lo zampino di Matteo, non del premier». Ma alle amministrative «pronti ad alleanze con il Pd»
Ex segretario del Pd prima di Renzi, è oggi tra i leader della scissione di Movimento democratico e progressista

Pubblicato il 22/03/2017 - Ultima modifica il 22/03/2017 alle ore 09:36

Francesca Schianchi
Roma

«Non abbiamo ancora battezzato il bambino e ha già più pane che denti». Nel mezzo di un tour per l’Italia, Pierluigi Bersani sintetizza con una battuta delle sue l’accoglienza riservata a Mdp. «Ovunque ci sono più persone che sedie», sorride soddisfatto, nel piccolo ufficio che accoglie il nuovo gruppo parlamentare, da cui lancia un messaggio al premier Gentiloni: «Dica la verità agli italiani sull’economia». 

I sondaggi sono avari, danno Mdp tra il 3 e il 4 per cento… 
«Siamo già ben oltre, glielo dico io. Del resto, in questa fase già mi stupisco che ci sondino: solo oggi, anniversario dell’approvazione dell’articolo 1, presenteremo il simbolo. È il momento di mettere l’orecchio a terra per sollecitare gente che non andava più a votare, che votava Pd ma non se la sente più, gente che vota M5S».

Non rischiate di favorire il M5S togliendo voti al Pd? 
«Sarebbe vero se avessimo un sistema in cui chi arriva primo prende tutto, ma non è così. E se il M5S cresce bisogna cercare le ragioni: qualcuno può pensare che Consip e il voto su Minzolini non siano benzina per Grillo?».

L’ha stupita il voto su Minzolini? 
«L’ho trovata una vicenda incomprensibile: non credo compatibile con la legge Severino che il Senato si faccia quarto grado di giudizio. E atteggiamenti diversi caso per caso possono solo portare confusione».

Alludeva al sistema elettorale: qual è la vostra proposta? 
«Servono piccoli collegi per riavvicinare i cittadini ai loro rappresentanti. Il resto si discute: è possibile un proporzionale con qualche correzione che consenta di formare un governo, meglio con premio alla coalizione che alla lista».

Obiettivo vostro e di Pisapia è presentarvi insieme? 
«Partendo da iniziative diverse stiamo cercando la stessa cosa: un centrosinistra largo e plurale. Ma nessuno dei due vuole fare un partitino. Come presentarsi si vedrà, non c’è ancora la legge elettorale. Il tema delle alleanze viene dopo».

Dice la Serracchiani che non rientrerete da una lista Pisapia… 

«Ma sì, facciamo un listone tutto di Serracchiani… (ride). Quei toni spiegano più di tante cose la deriva del Pd».

Per Renzi è un’immagine da macchietta la sinistra di Bandiera rossa e pugno chiuso. 
«Vedo nelle sue parole lo sberleffo: lui non sarebbe arrivato al Lingotto se qualcuno non avesse sventolato la bandiera rossa. Non accetto la presa in giro, soprattutto da chi non ha titoli».

Nonostante il giudizio sul Pd renziano, alle amministrative vi alleerete con loro? 
«Alle amministrative andremo con una chiave di centrosinistra, favorendo liste civiche: da qualche parte sarà possibile presentare un candidato sindaco, altrove si potrà convergere con altri, in altre ancora daremo indicazioni da fuori».

Appoggerete candidati del Pd? 
«Se il Pd non fa pensate strane, se ne discute. Non c’è nessun pregiudizio purché si resti nel centrosinistra».

Capitolo governo: che ne pensa dell’abolizione dei voucher? 
«Voteremo la legge, ma non è quello che avremmo fatto noi. Si è fatta una inversione a U oltre il ragionevole per paura del referendum».

Gentiloni ha detto che non era il momento di spaccare il Paese… 
«Sono d’accordo, ma se tu sei il governo, fai una proposta che riporta i voucher all’impostazione originaria, poi vai davanti al popolo, che è adulto, e la spieghi. A quel punto il referendum sarebbe diventato un osso di seppia».

Nelle nomine delle società partecipate vede lo zampino di Renzi? 
«Vedo lo zampino che non c’è - quello di Gentiloni -, e quello che c’è troppo poco, quello di Padoan. In diversi casi siamo nel campo dell’opinabile. E mi fermo qui, perché la materia è delicata. Dico solo “buon lavoro”, perché c’è di mezzo parecchio di quel che resta dell’industria italiana».

A Gentiloni avete chiesto di togliere le deleghe al ministro Lotti, ma non sembra vi ascolti… 
«Lotti dice che Marroni mente (Ad Consip, ndr.), e Marroni riceve la fiducia del ministero del Tesoro: uno dei due non la racconta giusta. Amerei che ci fosse un governo capace di prendere in merito una decisione».

Quale? 
«Quella che ritiene opportuna, ma una decisione».

Ci spera ancora? 
«Meglio tardi che mai: le cose lasciate alle spalle prima o poi tornano fuori».

Gentiloni è troppo poco autonomo da Renzi? 
«Si può apprezzare lo stile di Gentiloni, che conosce la buona educazione, ma io lo incoraggio, col nostro aiuto, a segnare qualche discontinuità, ad affermarsi come capo di un governo che deve portarci al 2018 in condizioni di credibilità».

Quali sono i vostri paletti? 
«Io chiedo solo una cosa: Gentiloni deve dire la verità agli italiani sull’economia, poi insieme vedremo come fare. La cosa che mi disturberebbe di più sarebbe la descrizione di mondi che non ci sono. Ci vuole un discorso serio e rigoroso sullo stato del Paese».

E sulla manovra che bisognerà fare? 
«Si prepara una manovra in autunno da far tremare le vene ai polsi, bisogna discuterne. Quando sento Renzi dire di non aumentare l’Iva, gli ricordo che è lui che l’ha aumentata per il 2018, ora bisogna intervenire perché l’aumento non scatti. Mi auguro che Gentiloni si emancipi sempre di più da quella continuità».

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« Risposta #28 il: Aprile 03, 2017, 05:39:01 »

L’offerta di Berlusconi spiazza anche i renziani e i rivali non si fidano
Emiliano e Orlando: subito una riforma per scongiurare l’alleanza con Forza Italia

Pubblicato il 01/04/2017 - Ultima modifica il 01/04/2017 alle ore 07:06

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Caro Matteo, dimostraci che non vuoi fare la grande coalizione con Berlusconi: dai l’ok al premio di coalizione nella legge elettorale. Si riassume così la sfida che i competitor di Renzi per la conquista della segreteria del Pd, Michele Emiliano e Andrea Orlando, lanciano all’ex segretario ricandidato, all’indomani della notizia che scuote il mondo dem: la disponibilità rivelata dal leader di Forza Italia alla cancelliera Merkel a una grande coalizione con il Pd per evitare un governo Cinque Stelle.

«Respingiamo al mittente l’ipotesi di una grande coalizione», sbotta il deputato Pd Andrea Martella, coordinatore della campagna congressuale di Orlando, «con la grande coalizione morirebbe il Pd». Per questo, spiega, «il nostro obiettivo è una legge elettorale che escluda quell’eventualità e permetta alleanze di centrosinistra». La proposta ufficiale dei Dem è il Mattarellum. «Ma non vorrei si dicesse Mattarellum sapendo che fallirà, per tentare un voto con le due leggi elettorali diverse contando poi di dar vita a un governo di centro-sinistra-destra», mette in guardia il deputato Dario Ginefra, sostenitore di Emiliano, spaventato proprio dall’ipotesi di un governo con Berlusconi: «Noi ci opporremo in tutti i modi».
 
Tra i sostenitori del ministro della Giustizia come del presidente pugliese in tanti sono infatti preoccupati che Renzi voglia andare al voto in autunno, con le leggi che ci sono, mettendo in conto l’ipotesi di una grande coalizione con l’ex Cavaliere. «Sono tutti scenari anticipati, non si può parlare di nulla finché non c’è la legge elettorale», taglia corto la renzianissima Alessia Morani. Ma tra i colleghi delle altre mozioni l’allarme è già scattato da un po’, e la frase di Berlusconi alla Merkel non fa che peggiorare la situazione. «La grande coalizione sarebbe una sconfitta per tutti», ammonisce il presidente della Commissione Bilancio, Francesco Boccia, attivissimo sostenitore di Emiliano, «se i renziani non fanno nulla per evitare quello sbocco, qualche dubbio lo fanno venire». Per questo, insiste, «bisogna introdurre il premio di maggioranza alla coalizione, per evitare il rischio di governare con chi non è di centrosinistra», oltre che, chiede la mozione Emiliano, eliminare i capilista bloccati. «Sfidiamo Renzi a fare una nuova legge elettorale per ricostruire alleanze di centrosinistra», aggiunge Martella.
 
«Ah, anche Orlando vuole il premio alla coalizione? Quando presentò il modello di legge simil-greca era alla lista», punzecchia il deputato renziano Dario Parrini, esperto di sistemi elettorali. Al premio alla coalizione si è detto contrario Renzi; non farebbe che favorire Berlusconi, giura Parrini, «ci metterebbe poco a ricostruire una coalizione di centrodestra». Ma, insiste allontanando accuse e illazioni, anche dalle parti di Renzi «il Pd ha due avversari, populisti e centrodestra, e punta a vincere».
 
Guardano da fuori senza troppa sorpresa i fuoriusciti Dem che hanno fondato Mdp, oggi a Napoli per l’assemblea nazionale dei comitati. «Mi pare sia nelle cose che Renzi guardi abbastanza serenamente a uno scenario di futura alleanza col centrodestra», sospira Roberto Speranza, «l’idea di ricostruire il centrosinistra è uscito dalla sua agenda». Se si andasse a votare con le leggi che ci sono, assicura l’ex Sel Arturo Scotto, «la grande coalizione è molto probabile: l’unico modo per evitarla, oltre alla legge elettorale, è ricostruire un campo di forze di centrosinistra».
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/01/italia/politica/lofferta-di-berlusconi-spiazza-anche-i-renziani-e-i-rivali-non-si-fidano-8YqeJbcjUcktVC8T35T4LP/pagina.html
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« Risposta #29 il: Aprile 28, 2017, 12:12:42 »


Primarie Pd, il confronto Renzi-Emiliano-Orlando
Pubblicato il 26/04/2017 - Ultima modifica il 27/04/2017 alle ore 09:53

FRANCESCA SCHIANCHI

Emiliano attacca Renzi, «testardissimo nell'insistere sugli errori», che invece si concentra su Orlando e tenta di coinvolgerlo nelle responsabilità del suo governo. In un’ora e venti di botta e risposta così serrati da risultare ansiogeni, nell'unico confronto TV previsto tra candidati alle primarie del Pd di domenica per la carica di segretario, i pretendenti Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano rispondono a domande su alleanze, temi etici, Alitalia.

Renzi: “No soldi pubblici”, Emiliano: “Ma per le banche i soldi c’erano”

Ma anche curiosità per capire quanto siano calati nella realtà, tipo qual è il video italiano più cliccato, o quanto sia lunga la lista d’attesa per una radiografia nella propria regione (nessuno dei tre lo sa con certezza). 
 
Renzi: “Affluenza è grande incognita, oltre un milione sarà un successo”

Nello studio tutto blu di Sky, senza l’ombra di un simbolo del partito a ricordare quale sia la posta in palio, si comincia a dividersi sull’affluenza ambita ai gazebo di domenica («tutto ciò che ha la cifra di un milione davanti va bene» secondo Renzi; «l’asticella è quella che fissò Renzi l’altra volta: 2 milioni», risponde Orlando) e si continua sull’eredità del governo Renzi: lui difende Jobs Act e 80 euro; Orlando critica, l’ex premier reagisce: «C’eri anche tu in consiglio dei ministri, hai votato tutto, tutto». Si prosegue sull’Europa (Orlando: «Io non toglierò la bandiera europea, e non darò la colpa ai burocrati»; Renzi: «Tu hai votato il fiscal compact, io non c’ero»); ci si distingue sull’ipotesi di una patrimoniale: Renzi trova che «in questo momento non sia una soluzione», gli altri due non la escludono.
 
Renzi: “Se non cambia la legge elettorale, non escludo larghe intese”
 
E sulle alleanze: mai con Berlusconi per Orlando e Emiliano; l’ex premier concede che «credo non si possa escludere se c’è il proporzionale», ma giura che «farò di tutto perché non ci sia il proporzionale». 
 
Emiliano: “Leale a ogni costo? Se Renzi sbaglia farò opposizione costruttiva”
 
Domande dal pubblico, qualche scintilla tra loro, qualche cedimento alla vanità quando tutti e tre fanno sapere di avere avuto contatti col Papa. «Dite qualcosa di sinistra», invita il moderatore Fabio Vitale per l’appello finale. «Andate a votare», insistono. Appuntamento ai gazebo domenica. 

http://www.lastampa.it/2017/04/26/italia/politica/emiliano-orlando-e-renzi-il-dibattito-tv-dei-candidati-alle-primarie-pd-K7UOekcPFovk8WReuUV74I/pagina.html
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