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Autore Topic: FRANCESCA SCHIANCHI.  (Letto 6634 volte)
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« il: Dicembre 08, 2010, 12:34:49 »

Politica

07/12/2010 - LA CRISI: SPETTATORI INTERESSATI

Bersani: per ora basta che il premier lasci

Il leader Pd: governo di responsabilità per varare la legge elettorale

FRANCESCA SCHIANCHI

ROMA
Altro che un governo Berlusconi bis: «Sarebbe il quinto, un po' troppo, abbiamo già dato. Basta, accontentiamoci di quello che abbiamo avuto», ironizza il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Mentre sono all'orizzonte movimenti nel campo del centrodestra - ipotesi di nuovo incarico al premier, Gianfranco Fini dice no a "ribaltoni" e, dalle pagine della "Stampa", Fabrizio Cicchitto apre a un cambiamento della legge elettorale predicato dal Terzo polo -, Bersani, ospite in un convegno a Fiesole, traccia la road map democratica.

«In caso di crisi cerchiamo di portare la nostra idea al Quirinale, e poi aspettiamo la decisione del Presidente della Repubblica», niente nomi di un ipotetico nuovo premier per rispetto delle prerogative del Capo dello Stato, ma l'idea è sempre quella del "governo di responsabilità". Da fare con chi ci sta, anche con il centrodestra di Fli se necessario: «E' un momento di emergenza democratica», giustifica l'ipotesi al Tg3 il capogruppo Dario Franceschini, «quando i nostri genitori e i nostri nonni salirono sulle montagne per fare la Resistenza, non si chiedevano l'un l'altro a quale partito appartenessero». Un esecutivo per affrontare la crisi e la legge elettorale: riforma a cui nel Pd stanno lavorando Gian Claudio Bressa e Luciano Violante e che invece, si dice convinto Bersani, il Pdl, nonostante il possibilismo di Cicchitto, non vuole cambiare: «Non ci credo a queste aperture, c'erano due anni per discutere e si è discusso di tutt'altro».

Ma il leader del Pd è consapevole che «ogni giorno ha la sua pena» e «il percorso per uscire dal berlusconismo non è breve». La settimana prossima, dopo il fatidico 14 dicembre, «magari Berlusconi salta, magari fanno una roba interna al centrodestra e noi saremo contro, oppure c'è una cosa nuova, meglio! Comunque noi dal 14 combattiamo da una posizione più avanzata. In tutti i casi se va a casa Berlusconi siamo già avanti di un bel pezzo», si accontenta. Dal Berlusconi bis all'esecutivo sponsorizzato da Casini a guida Gianni Letta, Tremonti o Alfano, sarebbero soluzioni tutte interne all'altro schieramento negative per il Pd. «Sono opzioni che non preoccupano perché non sono realistiche», confida però Matteo Orfini, giovane leva dalemiana in segreteria nazionale: «Anche con un governo a guida Letta le contraddizioni politiche di quella parte resterebbero in piedi: altro che Unione, sarebbe un mostro politico…».

In attesa di capire come evolverà la situazione, continuano a registrarsi fibrillazioni nel partito, accerchiato dalle pressioni di Vendola e del nascente Terzo polo, che Bersani giudica così: «In Italia il bipolarismo è radicato più di quanto crediamo, questo non significa che non ci possano essere posizioni centrali, non nel senso di una nuova Balena Bianca, ma come una formazione che può dare flessibilità al sistema bipolare scegliendo opzioni diverse». Continuano malumori e voci di partenze: ieri l'ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha annunciato che «Letta, Fioroni ed altri dopo il voto se ne andranno». Pronta e categorica la smentita di entrambi.

In vista del 14, intanto, è previsto tra oggi e domani un incontro di Bersani con il leader radicale Marco Pannella. «Parleremo di politica, missioni internazionali, giustizia, carceri», anticipa Bersani. Ma anche di quei sei voti che ancora i Radicali non assicurano alla sfiducia.

http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/378943/
« Ultima modifica: Settembre 09, 2013, 11:24:01 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Agosto 15, 2011, 06:24:36 »

Politica

15/08/2011 - INTERVISTA

Di Pietro: "Dall'opposizione contro-manovra unitaria"

«Una vera alternativa di governo: nessun ribaltone, nessun inciucio»

FRANCESCA SCHIANCHI

Enrico Letta ha proposto un governo Bersani, Casini, Alfano e Maroni. Vorrei dire subito che, al di là dell’improbabilità che si realizzi, è politicamente scorretta perché è un ribaltone», esordisce tutto d’un fiato il leader dell’Idv Antonio Di Pietro.

Il vicesegretario del Pd esclude da quest’ipotesi voi dell’Idv...
«Bene ha fatto a non citarci, perché con un governo dell’inciucio non vorremmo avere nulla a che fare. Sarei solo curioso di sapere cosa ne pensa Bersani: se Letta parla per conto suo o ne ha parlato col segretario, che fino a ieri ha detto che le elezioni sono la strada maestra».

Fatto sta che siete apparsi un po’ lontani col Pd: lei è sembrato persino più dialogante di loro sulla manovra.
«Il danno l’hanno provocato in parte la realtà internazionale e in parte il modello di governo berlusconiano, che ha illuso dicendo che tutto andava bene fino a quando è venuto in Parlamento. Detto questo, noi ci rendiamo conto che oggi bisogna curare il malato. Per questo abbiamo presentato una contromanovra, e siamo disposti a discutere e valorizzare le proposte, senza però che il governo metta la fiducia».

Berlusconi ha già detto che la fiducia non ci sarà. Soddisfatto?
«Ma non deve mettere nemmeno una fiducia nascosta: cioè che si porta in Aula il provvedimento e con 200 voti al giorno si bocciano tutte le proposte dell’opposizione. Quando parlo di responsabilità intendo questo: si discuta e si valorizzino le proposte. Per esempio: vogliono intervenire sulle province? Aboliamole tutte. E ritiriamo le truppe dalla Libia e dall’Afghanistan».

Com’è la manovra?
«Ha il pregio di essere stata scritta, così almeno possiamo discutere nel merito. Ma è arrogante e ignorante perché colpisce le fasce sociali più deboli, i lavoratori. Così non la voteremo mai, va riscritta e noi sentiamo di poter contribuire a riscriverla per renderla più equa. Vediamo se il governo farà un atto di umiltà o continuerà con l’arroganza alla Tremonti».

Cosa non funziona?
«Anzitutto la riduzione dei trasferimenti di fondi agli enti locali, che li mette in ginocchio. E poi il fatto che riserva sciabolate al mondo del lavoro mentre non si chiedono sacrifici agli evasori, alle cricche, alla Casta».

Però c’è un capitolo di tagli alla politica: lei che ha dichiarato oltre 176 mila euro dovrà dare un contributo di solidarietà del 20%...
«Sono interventi solo di facciata. Ci sono un’infinità di rivoli da abbattere. Perché la Regione Lombardia deve avere un’ottantina di consolati all’estero? Perché ci sono Regioni che attribuiscono consulenze a esperti degli argomenti più strani?».

Così si dirà che Di Pietro vuole tagliare le Regioni e non il Parlamento...
«Eccoci: sono veramente necessari mille parlamentari? Sono necessari i vitalizi concessi in passato a chi stava anche solo due giorni in Parlamento?».

Insomma, con questo testo non ci siamo...
«Noi sentiamo la grande responsabilità di fare questa manovra nell’interesse del Paese. La cura proposta è omicida, come dare del curaro a un malato».

Nella manovra di luglio tutte le opposizioni insieme avevate concordato un pacchetto di emendamenti: sarà ancora così?
«Io penso che l’opposizione farebbe bene a presentare un pacchetto di proposte unitarie, per dimostrare che un’alternativa c’è e questo potrebbe essere il tuorlo d’uovo di una futura alternativa di governo».

Anche se Letta la esclude da un’ipotesi di governo ora?
«Perché sa bene che noi non parteciperemmo mai. Io parlo di un cartello delle opposizioni alle elezioni per diventare governo, non di un esecutivo dell’inciucio».

La Cgil propone lo sciopero: condivide?
«La Cgil chiede che la manovra venga riscritta per evitare che a pagare siano i più deboli, una richiesta che va sostenuta con le manifestazioni di piazza e gli scioperi: l’Idv farà la sua parte, partecipandovi».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/415778/
« Ultima modifica: Settembre 25, 2011, 10:13:49 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Settembre 25, 2011, 10:12:40 »

Politica

25/09/2011 - INTERVISTA

La Russa: "Marcegaglia ingrata

Non c'è la dittatura degli industriali"

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa "No ai diktat di Confindustria"

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Quando sento un aut aut mi viene l’istinto di dire no».
E’ infastidito il ministro Ignazio La Russa dall’ultimatum della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: nuove misure in una settimana altrimenti «scindiamo le nostre responsabilità».

Parole dure, ministro...
«Non ho mai pensato che le organizzazioni che rappresentano una parte della società potessero avere una ricetta: giustamente suggeriscono percorsi funzionali ai loro interessi. Alla politica spetta il compito di equilibrare le spinte di parte, senza accettare i diktat di nessuno. Soprattutto quando si pensa che questo progetto possa essere la risposta al timore, che con la sinistra al governo sarebbe certezza ma anche con il centrodestra si prospetta, di una patrimoniale».

La Marcegaglia ha dato disponibilità a una «piccola patrimoniale»...
«Vedremo... Non vorrei invece che proponesse ricette per fare pesare meno sui più ricchi i sacrifici della crisi. E come diceva mia nonna, non bisogna lamentarsi di gamba buona».

Cioè?
«I sacrifici più grossi li abbiamo chiesti ai dipendenti pubblici, ai pensionati: Confindustria dovrebbe riconoscere che Berlusconi ha sempre tutelato il loro ruolo. E poi non si capisce mai per chi parla Confindustria: le grandi imprese o le piccole, che spesso non hanno interessi coincidenti? Io distinguo le piccole imprese, che stanno pagando un prezzo alto e tutti insieme dobbiamo capire come aiutarle. Ma senza diktat, che proprio non m’è piaciuto. Come un’altra sciocchezza detta dalla Marcegaglia».

Quale?
«Quando non voleva che si festeggiasse il 17 marzo: fosse stato per lei non avremmo avuto quel grande evento che è stato. Nessuno glielo rinfaccia, purché nessuno si senta l’oracolo. Non c’è la dittatura degli imprenditori».

Ora vi chiedono riforme urgenti.
«Tutto il sistema Italia dovrebbe concorrere a un grande piano per abbattere il debito pubblico e rilanciare la competitività. Sei mesi di tregua dove l’opposizione smette di pretendere che Berlusconi se ne vada e noi smettiamo di dire che i pm vogliono mandarlo via. Poi tra sei mesi tiriamo le somme e vediamo cosa succede».

Confindustria vi dà una settimana.
«Già porsi al centro di un ruolo non loro è un dato egoistico. E neanche la grande impresa italiana può chiamarsi fuori da questa crisi».

Di fatto gli imprenditori sembrano abbandonarvi. Non è che vogliono mettersi in proprio?
«Una cosa sono le organizzazioni e un’altra i singoli soggetti. Nei momenti di crisi c’è sempre chi pensa di poter fare da sé: dal partito degli automobilisti a quello della bistecca. Ma se vogliono fare il partito degli imprenditori è una sconfitta della politica, che è la sintesi delle posizioni. Capisco che in momenti di crisi ci sono queste tentazioni, ma sono momentanee».

Pensa che la Marcegaglia voglia scendere in campo?
«Non credo, Berlusconi già le aveva proposto di fare il ministro e ha detto di no».

Ci sono altri movimenti nel mondo economico-finanziario: da Profumo a Montezemolo nuovi nomi pronti alla discesa in campo ...
«In Unione sovietica comandò la dittatura del proletariato, e per me è stata una iattura. Ma non mi piacerebbe nemmeno la dittatura del grande capitale. E non piacerebbe alla maggioranza degli italiani».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/421877/
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« Risposta #3 il: Novembre 16, 2011, 06:12:57 »

Politica

01/11/2011 - LA STORIA

Renzi e la squadra di giovani che vuole governare l'Italia

Da Zingales a Martina Mondadori Dal pc di Gori le 100 idee

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Il vero spin doctor di Matteo Renzi è Matteo Renzi». Chi conosce bene il sindaco di Firenze non ha dubbi: attento comunicatore, politico tutt’altro che sprovveduto, è lui stesso a gestire le sue scelte e la sua immagine. Ma, come ogni politico, accanto a lui gravitano amici, consiglieri, sponsor. Una squadra pronta a scendere in campo se il leader si lanciasse definitivamente nell’avventura nazionale.

Staff e consiglieri
Età media 30 anni o poco più. C’è il fidatissimo braccio destro, divenuto da poco capo di gabinetto: Luca Lotti, classe 1982, ex consigliere comunale di Montelupo Fiorentino, al lavoro con Renzi dai tempi in cui era alla Provincia. Lo segue come un’ombra anche il portavoce Marco Agnoletti, 38 anni, di provenienza Ds; vicinissimo al sindaco pure l’assessore alla cultura, Giuliano Da Empoli. Poi ci sono gli amici, consiglieri molto ascoltati (a titolo gratuito): buona parte dell’ideazione della Leopolda è merito di Luigi De Siervo, figlio dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo, dirigente Rai, avvocato esperto di comunicazione. La sorella, Lucia, è stata capo di gabinetto di Renzi. Altro amico fraterno è il coetaneo Marco Carrai, imprenditore e ad di «Firenze parcheggi»: è stato il tramite per il primo incontro tra il sindaco e il professor Zingales.

I compagni di partito
Nell’apparato democratico il giovane rottamatore incontra non poche ostilità. Ma può contare sull’entusiasmo di alcuni giovani dirigenti: Matteo Richetti, tra gli organizzatori della Leopolda, presidente del Consiglio regionale emiliano, a Firenze è sembrato il «vice-Renzi», l’ultimo a chiudere gli interventi prima di dare la parola al leader, mentre ha aperto i lavori il consigliere regionale siciliano Davide Faraone, deciso a candidarsi alle primarie per fare il sindaco di Palermo anche a costo di creare scompiglio nel Pd. Presenti alla kermesse anche il primo cittadino di Novara, Andrea Ballarè, e quello di Reggio Emilia, il presidente dell’Anci Graziano Del Rio. «Il patrimonio della Leopolda è una materia prima preziosa di cui il Pd non può fare a meno» anche per alcuni parlamentari, come Realacci, Giachetti, Della Seta.

I padri nobili
Presente all’iniziativa, l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha elogiato la «positiva voglia di partecipazione». Certo, alle primarie «potrei decidere anch’io di aggiungermi», ma per il sindaco guastatore è comunque una sponda autorevole nella «vecchia guardia» dei dirigenti di primo piano del partito. Come una sponda importante è costituita da Arturo Parisi: non lo si può certo ascrivere alla squadra renziana, ma l’anticonformismo del professore amico di Prodi lo ha portato a partecipare alla Leopolda riconoscendo il valore dell’iniziativa. Ricambiato: per lui l’applauso più fragoroso.

La squadra di governo
«Abbiamo trovato il candidato!», sorride Renzi al termine dell’intervento dell’economista Luigi Zingales, padovano con cattedra a Chicago, editorialista de «L’Espresso» e «Il Sole 24 ore», tra coloro che hanno lavorato molto alla stesura dei cento punti. Se il candidato (a Palazzo Chigi) fosse Renzi, avrebbe già trovato il ministro dell’Economia? Non ci sono frequentazioni dirette ma comunanza di idee sul mondo del lavoro con il giuslavorista Pietro Ichino, senatore Pd. Alla Leopolda non è andato, ma ha firmato un appello in sua difesa.

I Guru
Incuriosito dal sindaco, è stato Giorgio Gori, produttore, fondatore di Magnolia, a contattarlo per conoscerlo. E il suo know how si è visto, nel format riuscito della Leopolda. Dove è stato, insieme a Giuliano Da Empoli, tra i principali curatori dei cento punti. Pronto alla discesa in campo: «Io, caro Matteo, ci sono». Altro mago della comunicazione in sala, Antonio Campo Dall’Orto, «padre» di Mtv Italia e oggi vice presidente esecutivo Mtv networks international.

Gli scrittori
Applauditissimo e presente a tutte le riunioni preparatorie della kermesse, lo scrittore premio Strega Edoardo Nesi: «Caro Matteo, ora tocca a te». Tramite lui approda nell’entourage del rottamatore anche Alessandro Baricco, «sono qui perché Renzi mi incuriosisce molto e sono stufo di vedere quello che fa da lontano».

I testimonial
Nello staff di Renzi ancora si chiedono se l’endorsement di Benigni fosse serio o una burla («sarà il prossimo premier»). Ma non è stato l’unico: complimenti sono venuti dal ct Prandelli come da Jovanotti. A Firenze c’erano dall’ex calciatore Billy Costacurta al regista Fausto Brizzi all’ideatore dei Gormiti, Leandro Consumi. Ma anche imprenditori: il fondatore di Technogym Nerio Alessandri e la giovane Martina Mondadori, dell’omonima dinastia. Palese nel suo sostegno: «Matteo, ora tocca a te».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/427553/
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« Risposta #4 il: Aprile 08, 2012, 05:13:35 »

Politica

08/04/2012 -

“Toccherà al Pdl saper raccogliere l’eredità di Bossi”

Bossi in radio: "Non stracciate le vostre tessere"

Galan: «Senza il Senatùr il Carroccio è finito»

FRANCESCA SCHIANCHI
Roma

La cosa più «inquietante» di quanto sta succedendo, dall’inchiesta Lusi in poi, «è l’omertà dei partiti, che non sono corsi a modificare la legge sul loro finanziamento». Ma Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto ed ex ministro, ci tiene a sottolineare anche un altro aspetto, nei giorni della bufera leghista: «Ora si gioca la partita decisiva della rappresentanza del Nord: mi sembra difficile che riesca a continuare a farlo la Lega, qualcuno dovrà raccoglierla».
Partiamo da qui, dalla Lega e dai suoi problemi...
«Mi faccia fare una premessa: prima di condannare chiunque, lasciamo che i giudici facciano il loro lavoro».
Nessuna condanna, ma un commento politico a quanto sta succedendo e alle dimissioni di Bossi.
«Per anni la Lega è riuscita, seppur malissimo, a dare una risposta ai desideri del Nord. Pur nella durezza dei miei scontri con Bossi, gli concedo l’onore delle armi, anzi di più: di sicuro non è un uomo legato ai soldi, proprio non lo vedo a fare pastette. Piuttosto gli do un’altra colpa».
Quale?
«In famiglia la politica la fa uno solo e gli altri fanno altro. Questo vale per tutti».
Ce la farà la Lega a superare questa tormenta?
«Spero di non essere offensivo ma penso sia molto difficile che possa farcela, perlomeno a restare ai livelli a cui è arrivata oggi».
Se si chiude una fase nella Lega, non pensa che questo porti cambiamenti anche nell’alleato storico Pdl?
«Speriamo si apra per noi una fase nuova, di maggiore consapevolezza delle istanze del Nord. Quello che io ho sempre criticato ai miei è l’arrendevolezza con cui abbiamo appaltato la questione settentrionale alla Lega. Dobbiamo riappropriarcene. Ma c’è anche un’altra riflessione da fare».
Dica.
«E’ doveroso sfruttare quest’occasione per fare chiarezza nel sistema del finanziamento ai partiti. Anche per il passato. Ad esempio, dove sono finiti i soldi andati ai partiti nati e poi sciolti? Non so, Rinnovamento italiano di Dini, o Democrazia europea di D’Antoni?».
Cosa vuol dire?
«Sono serviti per iniziative politiche? Non ho dubbi, ma vorrei saperlo. Non per disistima verso Dini o D’Antoni, anzi, ma credo sia giusto saperlo. Ci vuole più trasparenza».
Ora tutti i partiti si dicono pronti a fare una legge.
«C’è il dovere di farla, ma secondo me non c’è la volontà. Spero si faccia una legge più federalista: ora tutto, dalle candidature ai finanziamenti, viene deciso a Roma, il centralismo più sfrenato. Così si controlla meglio tutto».
Si crea un «cerchio magico»...
«Il centralismo vale per tutti, ma è tanto più grave in un partito che predica il federalismo.Tutti i partiti hanno un cerchio magico che decide. Forse anch’io ci sono stato, ai tempi: mi viene da rabbrividire se penso a chi ne fa parte oggi da noi... Cicchitto, Gasparri e La Russa? Sai che magia!».
Come riformerebbe lei il sistema?
«Dimezzerei i rimborsi obbligando tutti alla trasparenza assoluta. Anzi, se potessi rivoluzionare questo Paese farei di più».
Cosa?
«Abolirei i finanziamenti pubblici. E pure i partiti così come sono, con strutture rigide e costose. Come, ahimé, siamo anche nel Pdl. Mentre in Forza Italia eravamo diversi».
Vi chiamavano il partito di plastica...
«Beh, allora anche il partito repubblicano americano è di plastica: neanche un iscritto, eppure sono fortissimi».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/449444/
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« Risposta #5 il: Agosto 03, 2012, 07:21:16 »

Politica

02/08/2012 - intervista

Di Pietro: mettono insieme il diavolo e l’acqua santa

Il leader dell’Italia dei valori: il centrosinistra? Dobbiamo ancora capire qual è. Potrebbe chiamarsi «voltagabbana»

FRANCESCA SCHIANCHI
Roma

L’appello di Vendola a smetterla con le polemiche lo derubrica a lite tra innamorati: «Se il suo fidanzato dieci volte le dice che le vuole bene e una le dice “Perché hai messo quella gonna?”, non gli vuole più bene?». Poi però critica l’«alleanza a prescindere» tra Pd e Sel, e li sfida entrambi, sulle liste da presentare alle elezioni in Sicilia e sulla raccolta firme dei quesiti referendari presentati proprio ieri dal suo partito, l’Idv. E sulle «avances» all’Udc, commenta: «In confusione non siamo noi, ma chi cerca di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa in un rapporto programmatico impossibile».

Presidente Di Pietro, che sta succedendo, vi stanno escludendo? Vendola parla di «deriva» a cui porta il «propagandismo esasperato»...
«Invito lettori ed elettori a riflettere su cosa ha fatto oggi l’Idv, per valutare se si tratti di “propaganda” e “deriva”, o di coerenza programmatica».

Cos’ha fatto oggi l’Idv?
«Mentre Bersani e Vendola facevano queste critiche all’Idv, noi eravamo in Cassazione a depositare quattro quesiti referendari, due sul lavoro, a favore dei soggetti più deboli, e due per richiamare i soggetti forti, la Casta, ai propri doveri, eliminando il finanziamento ai partiti e la diaria dei parlamentari. Questa non è propaganda: vedremo se chi si dice di centrosinistra ci aiuterà a raccogliere le firme per ripristinare i diritti».

Beh, però critiche vengono anche dal suo stesso partito. Donadi dice che l’Idv da mesi «non sembra avere interesse» per la costruzione di una coalizione con Pd e Sel...
«Ognuno è libero di esprimere le proprie idee. Ma noi stiamo costruendo un programma riformista, non è colpa nostra se altri ci rinunciano: mi rifiuto di credere che alla fine Vendola rinunci alle battaglie comuni in difesa dell’articolo 18 e dei diritti civili per cercare una condivisione programmatica con Buttiglione e Casini».

Madov’èfinitol’assetraleieVendola?
«Invito a leggere tutte le sue dichiarazioni, non solo quelle che interessano per creare la polemica».

Nella conferenza stampa “chiarificatrice” ha ribadito che certe sue polemiche rischiano di portare alla rottura.
«Ma lei, se il suo fidanzato dieci volte le dice che le vuole bene e una le dice “Perché hai messo quella gonna?”, non gli vuole più bene?»

Quindi si sente ancora «fidanzato» con Vendola?
«Rispetto Sinistra e libertà e non cado nel trabocchetto di chi vuole creare polemica a tutti i costi».

Ma lei si sente sempre parte della coalizione di centrosinistra?
«Io mi trovo nel centrosinistra, dobbiamo capire qual è il centrosinistra. Una data importante sarà il 16 settembre, quando si presenteranno le liste in Sicilia. Vogliono proporre l’alleanza Pd-Sel-Udc? Mi pare difficile immaginare il povero Vendola con Lombardo e Cuffaro... ».

Si candida anche lei alle primarie?
«Non so quale centrosinistra sarà, prima voglio vedere l’identità programmatica».

Nel frattempo pure Grillo le ha mandato a dire che alleanze non ne fa...
«Io ho sempre rispettato il fatto che Grillo andasse solo, e non ho chiesto niente! Ho detto solo che questa ipocrita maggioranza deve ringraziare il fatto che non ci ritroviamo in un’unica lista, se no li manderemmo tutti a casa in un colpo solo».

Invece sembrano voler far fuori lei... Dica la verità, non ha qualche autocritica da fare?
«Noi stiamo portando avanti la nostra politica nel pieno rispetto della Costituzione, e stiamo cercando di informare i cittadini di tutte le anomalie, le violazioni continue della Costituzione come l’abuso dei voti di fiducia».

Il capogruppo Belisario ha evocato la crisidellegiuntelocaliincui governate con il Pd, se il Pd non vi volesse più...
«Il nostro impegno è per costruire un centrosinistra di governo nazionale e locale: se qualcuno modifica il programma, beh non sarà più centrosinistra, si chiamerà voltagabbana, pincopallino, che ne so...».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/464399/
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« Risposta #6 il: Febbraio 28, 2013, 11:26:03 »

Elezioni Politiche 2013

28/02/2013 - Il «prezzo» dell’esclusione

Onorevoli liquidazioni d’oro

Gli ex parlamentari che non entreranno alla Camera
o al Senato riceveranno un importo al netto delle imposte

Per ex deputati e senatori bocciati o non più candidati arriva il ricco “assegno di fine mandato”


Francesca Schianchi
ROMA

Poco più di 41mila euro come minimo: per chi, come la deputata democratica Paola Concia, paladina dei diritti gay, torna a casa dopo solo una legislatura. Ma c’è anche chi, come il presidente della Camera Gianfranco Fini, con i suoi trent’anni di Parlamento ha diritto a circa 250 mila euro. 

 

Se chi ha deciso di non ricandidarsi o chi, come improvvidamente è scappato detto in un tweet poi cancellato dall’account della presidenza del Consiglio, è stato «trombato» dal voto, dovrà dire addio a stucchi e velluti di Montecitorio e Palazzo Madama, è pur vero che una consolazione se la vedrà accreditare sul conto corrente. Si chiama assegno di fine mandato, o di «solidarietà»: praticamente la liquidazione, che spetta agli ex parlamentari. Un gruzzoletto che consiste nell’80% dell’indennità lorda (10.435 euro alla Camera; 10.385,31 al Senato) moltiplicato per gli anni di mandato effettivi, o frazione superiore ai sei mesi. È vero, come si affrettano a ricordare dai Palazzi, che ogni mese dallo stipendio dei parlamentari viene accantonata una quota da destinare a questo fondo (784,14 euro alla Camera e circa 695 al Senato), ma è vero anche che le cifre che incasseranno alla fine i parlamentari cessati dal mandato sono esentasse. Migliaia di euro netti, arrivederci e grazie. Così, per esempio, se Fini potrà consolarsi con 250 mila euro su per giù, il democratico Franco Marini, ex presidente del Senato, 21 anni in Parlamento, potrà contare su una cifra che si aggira sui 174 mila euro. 141 mila spettano a Italo Bocchino, il colonnello di Fini che, come tutta Fli, resta fuori dalla Camera, dopo averla frequentata dal 1996. Più basse le buonuscite di altri futuristi, da meno tempo in Aula: circa 58 mila per Flavia Perina, deputata dal 2006, così come per l’avvocato Giulia Bongiorno; 41 mila euro o giù di lì per l’ex falco finiano Fabio Granata.

 

Antonio Di Pietro, il leader di Italia dei valori, rimasto fuori, causa mancato quorum della lista «Rivoluzione civile», ha diritto alla liquidazione per due legislature, di cui una interrotta dopo due anni: circa 58 mila euro. All’incirca 100 mila euro è quello che invece spetta dopo 12 anni tra i banchi a Guido Crosetto, ex sottosegretario del Pdl, poi diventato fondatore, insieme con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, della nuova formazione «Fratelli d’Italia». Stessa indennità di fine mandato per l’ex sottosegretario Giuseppe Cossiga. E anche per Maurizio Paniz se, in bilico in Veneto, alla fine non ritornerà alla Camera, dove è diventato un volto noto del Pdl quando ha arringato l’Aula sulla convinzione di Berlusconi che Ruby fosse la nipotina di Mubarak. Prima dei non eletti in Campania anche Anna Maria Carloni, la moglie di Bassolino: se non entrerà, incasserà un assegno di circa 58 mila euro.

 

Anche chi ha rinunciato alla candidatura di sua volontà, ovviamente, ha diritto all’indennità. Circa 217 mila all’ex premier Massimo D’Alema, 26 anni nel Palazzo, sette legislature, così come per la collega Livia Turco. Per l’ex ministro Beppe Pisanu, che riscuote «solo» per gli ultimi 19 anni in Parlamento (ne aveva fatti altri venti prima, dal ’72 al ’92, poi un’interruzione), circa 157 mila euro. Sui 141 mila euro per Marcello Dell’Utri come per Claudio Scajola, entrambi con 17 anni di carriera parlamentare; 100 mila per l’ex candidato premier Francesco Rutelli e per l’ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti. Walter Veltroni, invece, ha diritto unicamente all’indennità di questa ultima legislatura, un po’ più di 41 mila euro, perché una parte, per i suoi primi anni di attività parlamentare, l’ha avuta quando nel 2001 abbandonò lo scranno per fare il sindaco di Roma.

da - http://lastampa.it/2013/02/28/italia/speciali/elezioni-politiche-2013/onorevoli-liquidazioni-d-oro-iy2BDbNq7gEe4RzJvTVDNO/pagina.html
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« Risposta #7 il: Luglio 28, 2013, 10:46:08 »

politica
28/07/2013

Polemiche accese dopo la Direzione

Renziani: “La base sta con noi”

Dopo la Direzione di venerdì si inasprisce il dibattito nel Pd in vista del Congresso


Francesca Schianchi
ROMA

«Non hanno capito che la proporzione 80 a 20 a sfavore di Renzi esiste solo a Largo del Nazareno». Cioè, nella sede nazionale del Pd. Secondo un fedelissimo renziano, è quello l’unico luogo in cui, da Bersani a Franceschini, la maggioranza del partito ha ancora percentuali bulgare. «Nel resto
d’Italia non è più così, gli equilibri stanno cambiando». Motivo per cui, il giorno dopo il fallito blitz sulle regole (congressi locali prima delle candidature nazionali e segretario eletto solo dagli iscritti), l’anima renziana del Pd si mostra tranquilla.

 

Il sindaco di Firenze, ormai da una decina giorni in silenzio stampa, era ieri al lavoro a Palazzo Vecchio. Uno tra i suoi più autorevoli sostenitori, l’ex ministro Paolo Gentiloni, sospira preoccupato: «Quello che è successo venerdì in Direzione è sconfortante. Basta leggere i giornali per capire quale danno abbia fatto al partito: in un momento come questo, si sono preoccupati di proporre un non-congresso con l’intenzione disarmante di evitare che una persona possa diventare segretario del Pd. Peraltro senza riuscirci». Un danno all’immagine del partito, «nemmeno un favore al governo», ma non un colpo a Renzi: «Prigionieri dei loro cavilli – valuta Gentiloni – non mi pare abbiano fatto male a Matteo».

 

Lui, il sindaco, se l’aspettava qualche regola capace di metterlo in difficoltà. Ma stavolta, a differenza delle primarie dell’autunno scorso, fanno notare dalle sue parti, le cose sono cambiate: da Cuperlo a Civati all’arcinemica Rosy Bindi, sono stati anche altri a bocciare la proposta. Un fronte composito che ha impedito alla «maggioranza» di avere i numeri per far passare le modifiche: «Gli è andata male sia dal punto di vista politico che mediatico: ci hanno provato e manco ci sono riusciti», ridacchia un renziano doc. «Epifani ha persino dovuto smentire se stesso», dice, facendo riferimento alle dichiarazioni del segretario venerdì sera alla Festa del Pd di Roma, dove è stato accolto anche da proteste dei No Tav e di Occupy Pd: la platea degli elettori, ha dichiarato, «non può essere solo di iscritti perché sono troppo pochi».

 

Così, ora, resta da capire cosa potrà cambiare nello Statuto. Per operare modifiche, ci vuole la maggioranza assoluta dei voti dei mille membri dell’Assemblea nazionale. Numeri che nessuna area del partito è in grado oggi di garantire. «È evidente che non si possa azzardare a portare in Assemblea nulla di controverso», giudica Gentiloni. «Alla fine, l’unica cosa che a mio avviso si potrà fare, sarà confermare la norma approvata per consentire a Matteo di correre alle primarie: il segretario resta candidato premier, ma anche altri possono candidarsi. Non vedo chi avrebbe interesse a contrastare questa regola».

 

C’è un’altra proposta che vede molti in disaccordo. Quella che vorrebbe fare svolgere i congressi locali ed eleggere i segretari regionali prima che scendano in campo le candidature nazionali, senza collegarli quindi alle varie mozioni. Il segretario aveva pensato - e ne aveva parlato coi segretari regionali - di affidare a due personalità del partito, d’esperienza e super partes, Alfredo Reichlin e Pierluigi Castagnetti, la stesura di un documento unitario, una sorta di testo preparatorio al dibattito congressuale, da discutere nei circoli. Ma agli interessati la richiesta non è ancora arrivata. Dopo il caos della Direzione, i renziani sono abbastanza convinti che la proposta non passerà, e i congressi regionali si terranno collegati alla sfida nazionale. Non fosse così, comunque, non si mostrano preoccupati: dal sindaco di Bologna alla governatrice del Friuli, fanno notare, sono tante le personalità sul territorio in avvicinamento. «I bersaniani e gli altri pensano di avere ancora in mano il territorio, ma non è più così».  

da - http://lastampa.it/2013/07/28/italia/politica/polemiche-accese-dopo-la-direzione-renziani-la-base-sta-con-noi-nY05o9mWtNXM0VKKrl1QLI/pagina.html
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« Risposta #8 il: Luglio 12, 2015, 06:04:21 »

Renzi: “Prendetevi pure la Grecia, io preferisco fare le riforme”
Il premier ai pro-Tsipras: io voglio tenere l’Italia fuori da questi scenari drammatici
Matteo Renzi assicura che si aspettava questo risultato: «Avevo scommesso con Lotti un 70% al no»

06/07/2015
Francesca Schianchi
Roma

«Volete la Grecia? Prendetevela! Se volete proporre ai cittadini code ai bancomat per venti euro al giorno, se questo volete proporre agli italiani, accomodatevi pure. Io preferisco fare le riforme e tenere fuori l’Italia da questi scenari drammatici». A risultati ormai chiari, quando, nonostante lo spoglio in corso, non ci sono più dubbi sulla vittoria del no, il presidente del Consiglio Matteo Renzi risponde così «a chi inizia a festeggiare Tsipras eroe». Mentre i sostenitori di «oxi» esultano in piazza ad Atene, e Twitter e agenzie di stampa cominciano a rilanciare le dichiarazioni trionfanti dei sostenitori nostrani, il premier commenta ironico: «Festeggiano come se a Fermo, Nuoro ed Arezzo potessero aggiungere Corfù e Creta, ma non vedo cosa possano fare insieme Brunetta e Fassina: mi pare una convergenza fantastica».

«Me l’aspettavo» 
Ha stravinto il no: lui se lo aspettava, anzi, si attendeva anche percentuali superiori, assicura. «Non sono per nulla stupito, avevo scommesso con Lotti che il no avrebbe vinto 70 a 30», perché, spiega, «la posizione del sì era debole. Non è stato presentato come un referendum euro contro dracma, Tsipras è stato abile a presentarlo dicendo “restiamo nell’euro ma datemi più forza per trattare e portare a casa un accordo migliore”». Morale, i cittadini greci hanno preso una decisione «della quale occorre, in primo luogo, prendere atto con rispetto», ricorda il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, una decisione che tuttavia, sottolinea, «proietta, oltre ad Atene, la stessa Unione europea verso scenari inediti, che richiederanno a tutti, sin d’ora – raccomanda - senso di responsabilità, lungimiranza e visione strategica».

Padoan e la solidarietà 
Caratteristiche da mettere in campo subito, perché a questo punto, secondo il premier, «è complicato, si apre una settimana cruciale: mi risulta che Tsipras voglia trattare, ma molto dipende dalla partita interna tedesca fra la cancelliera Merkel e il ministro delle finanze Schauble», considera. Una settimana che lui aprirà con un summit insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, domattina alle 9.30 a Palazzo Chigi, proprio per valutare le conseguenze del referendum greco. Che non impatteranno negativamente sull’Italia, hanno ripetuto nei giorni scorsi («noi siamo quelli che risolvono i problemi, non siamo il problema», ha ribadito il premier alla vigilia del voto): ieri, fonti del Ministero delle finanze rassicuravano sul fatto che l’Italia è pronta ad assorbire eventuali shock dei mercati. E il ministro Padoan twittava: «L’Italia lavora da sempre per una Europa solidale e più integrata. Era vero ieri e lo sarà ancora domani», e ancora «regole condivise dai popoli europei servono a garantire stesso obiettivo: il benessere attraverso crescita economica e occupazione». 

Per stamattina è prevista anche una riunione del Consiglio direttivo della Bce, per fare il punto della situazione e decidere sull’Ela, la liquidità d’emergenza. Nel pomeriggio, poi, l’incontro a Parigi tra Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, che nel Pd guardano con preoccupazione, temendo che possa essere, come dice qualcuno, «più un problema che un vantaggio», se dovesse riproporre una sterile contrapposizione tra Europa e governo greco.

«Io spero che una soluzione si trovi, perché se la Grecia uscisse dall’euro sarebbe una catastrofe, un’emergenza umanitaria», si allarma Renzi, «ci sono soldi nelle banche solo fino a domani (oggi, ndr.), non so come possano farcela», si preoccupa. Superata questa crisi, però, tutto quello che è successo deve essere l’occasione per aprire uno spazio politico per l’Italia, per promuovere una «terza via tra austerità e tagli ed emergenze e salvataggi»: «Da settembre bisogna ragionare su come l’Europa deve essere, bisogna rilanciare, chiedersi se non convenga di più all’Europa scommettere su crescita e investimenti piuttosto che vivere di emergenze e salvataggi».

Da - http://www.lastampa.it/2015/07/06/italia/politica/renzi-prendetevi-pure-la-grecia-io-preferisco-fare-le-riforme-uq5IjMwX7vk7HmZah7wZPL/pagina.html
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« Risposta #9 il: Agosto 16, 2016, 05:50:10 »

Parisi: se non avesse fatto le primarie Matteo sarebbe ancora a Firenze
L’ex ministro: se ne faccia una ragione, sono la nostra ragione sociale


Professor Arturo Parisi, lei è considerato il padre delle primarie italiane: Renzi sta riflettendo se sia il caso di continuare a farle, secondo lei se ne può fare a meno? 
«Se è per quello si può fare a meno anche delle elezioni ufficiali, le “secondarie”, e quindi della democrazia: quasi tutte le obiezioni avanzate contro le semifinali possono essere usate anche contro le elezioni finali. Ma la democrazia è “la peggiore forma di governo”, diceva Churchill, “ad eccezione delle altre sperimentate finora”».

Prima obiezione: si rischia che vincano candidati incapaci poi di vincere le elezioni... 
«Sensato: in effetti le primarie non assicurano la scelta del candidato ottimale, né la vittoria alle elezioni. Ma scusi, quando a decidere erano pochi sconosciuti chiusi in una stanza, i candidati poi vincevano sempre? O erano i migliori?».

 Seconda obiezione: troppo spesso sono state inquinate. 
«Vero, esattamente come possono essere inquinate le elezioni finali: e allora non votiamo più? Nel caso, vanno corrette le regole e perseguiti gli inquinatori».

 Correggere le regole in che modo? 
«Iniziamo a far votare alle primarie solo chi ha titolo a votare alle “secondarie”».

 Cioè, no alle file di stranieri in coda ai seggi? 
«Una inclusione decisa soltanto per aumentare l’effetto propaganda. Acceleriamo semmai la loro integrazione come cittadini, e quindi il loro inserimento nelle liste elettorali».

 Morale, quale consiglio darebbe al segretario Renzi? 
«Di farsene una ragione: le primarie sono entrate nell’immaginario della nostra democrazia. A tornare indietro si fa e ci si fa del male».

 Quindi vanno fatte per trovare il candidato sindaco di Roma... 

«Sì, e fatte presto. Nel tempo giusto per farle e per dimenticarle: se sono primarie vere, il vincitore deve avere il tempo di coinvolgere i vinti. A Roma come negli altri Comuni che vanno al voto in primavera è giunta l’ora di allungare il passo: l’ideale sarebbe farle entro l’anno. Anche se ho annusato l’idea che, almeno per l’anno prossimo, e almeno a Roma, le elezioni potrebbero essere rinviate: sarebbe scorretto istituzionalmente e rischioso politicamente».

 Le primarie andrebbero regolate per legge? 
«Sarebbe l’ideale, anche se fossero solo facoltative. Ma con la consapevolezza che si tratta di un processo lungo: non vorrei che questa proposta servisse più a rinviare la partenza che ad accelerare l’arrivo».

 Se il Pd smettesse di farle, perderebbe un pezzo della sua identità? 
«Senza dubbio. Non starebbe solo abbandonando un istituto che per primo ha adottato in Italia, ma, con l’indebolimento della “D” di Pd, perderebbe la sua ragione sociale».
 
Strano che pensi di abolirle Renzi, l’uomo delle primarie: senza, secondo lei, sarebbe arrivato dov’è? 
«Sicuramente no. Secondo il vecchio modello, lo aspettava un lungo cammino, quello che gli consigliava D’Alema: prima l’esperienza locale, poi magari un passaggio in Europa, infine una candidatura per cariche nazionali».

 Magari sarebbe arrivato comunque a Palazzo Chigi, solo un po’ più vecchio. 
«Ma, sa, il tempo talvolta aiuta, ma più spesso logora: soprattutto chi il potere non ce l’ha ancora...».

Francesca Schianchi

da - http://www.lastampa.it/2015/10/11/italia/politica/parisi-se-il-pd-cancellasse-le-primarie-perderebbe-la-sua-ragione-sociale-LbkNJSLzHFLSSZXsy6NIrI/premium.html
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« Risposta #10 il: Agosto 26, 2016, 08:56:09 »

Gentiloni: “Europa a due velocità? Possibile, ripartiamo dai sei Paesi fondatori”
Il ministro degli Esteri: sui migranti basta annunci, azione comune


29/01/2016
FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«È giusto discutere di un’Europa a due velocità, anche se non si tratta della definizione migliore, perché opposte visioni devono e possono convivere»: così il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, preannuncia che nel prossimo incontro a Roma fra i colleghi dei sei Paesi fondatori dell’Ue si inizierà a delineare una «visione comune sul futuro dell’Unione». Sono parole che disegnano un possibile sentiero per armonizzare le differenti posizioni di più Paesi membri su temi scottanti come l’immigrazione. 
 
Ministro, l’ultima notizia dall’Europa sono i voli speciali svedesi per rimpatriare 80.000 migranti. Che ne pensa? 
«I rimpatri devono far parte di un’azione comune europea e non di annunci a effetto».
 
E che impressione le fa la norma danese sul prelievo ai migranti? 
«È qualcosa che, sul piano culturale, l’Europa non dovrebbe mai vedere. Come far pagare l’Ici ai senza tetto. E chiunque conosca la drammaticità di queste rotte fa fatica a capire come possa essere applicata: mi sembra una norma manifesto utile più che altro ai fini del consenso interno».
 
Rischiamo la fine di Schengen? 
«Spero di no, ma non basta la speranza, qualcosa deve cambiare. Non possiamo proseguire con le regole di Dublino che scaricano sui Paesi di primo arrivo asilo o respingimento dei migranti. Servono un diritto di asilo europeo, un’azione di rimpatrio europea, una polizia di frontiera europea. Senza questo scatto, la conclusione rischia di essere il sacrificio della libera circolazione delle persone».
 
La soluzione alla crisi europea potrebbe essere l’ipotesi di una Europa a due velocità? 
«Qualche settimana fa ho scritto un articolo con il ministro degli Esteri inglese: la definizione di Europa a due velocità non è la migliore, ma è giusto discutere di livelli di integrazione diversa. C’è chi, come l’Italia, vuole un’unione bancaria, fiscale e politica crescente. E chi, come il Regno Unito, vuole solo un mercato comune più efficiente. Due visioni che devono e possono convivere».
 
In che modo? 
«Cominceremo a parlarne a Roma, in un incontro tra ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori a sessant’anni dai trattati istitutivi».
 
Oggi si incontreranno Renzi e Merkel: cosa dobbiamo aspettarci? Ieri il premier alla «Faz» ha detto chiaramente che la Germania sbaglia a privilegiare il rapporto con la Francia… 
«Una cosa è certa: Italia e Germania sono protagonisti della scena europea, hanno differenze sulle regole economiche ma possono lavorare a una visione comune sul futuro dell’Unione».
 
Intanto, in Italia la settimana è stata segnata dalla visita del presidente Rohani. Quali aspettative avete dal rapporto con l’Iran? 
«Il significato politico è molto chiaro: la prima visita in Occidente l’ha fatta in Italia non per caso, ma come conseguenza di un rapporto iniziato 60 anni fa e proseguito anche in tempi recenti. Questa primazia non basta in un contesto in cui tutti saranno in competizione per questo mercato, ma l’Italia parte con un piccolo vantaggio».
 
Che paghiamo però arrivando a coprire statue millenarie? 
«Quella è stata una sciocchezza incomprensibile».
 
Il rabbino Di Segni ha trovato la visita intollerabile, tanto più nel Giorno della Memoria… 
«L’Italia ha celebrato la Giornata della Memoria con tutto l’impegno che merita. La visita di Rohani non c’entra. Certo, capisco la preoccupazione di Israele, la cui sicurezza per noi è cruciale. Ma non condivido il giudizio del governo israeliano sull’accordo nucleare, che penso abbia evitato, e non creato, una minaccia. E i prossimi mesi ci diranno se, come auspico, la diplomazia avrà prodotto i suoi frutti positivi nella regione».
 
Ad esempio nei negoziati sulla Siria? Non sembrano facili… 
«L’avvio di oggi, che mi auguro ci sia, sarà davvero molto preliminare. Al massimo, quel che i diplomatici chiamano “negoziati di prossimità”: tradotto, il commissario Onu De Mistura che fa la spola tra due parti che non si incontrano… La strada del negoziato è stretta, e resa più impervia dall’impennata di tensione tra Paesi chiave come Iran e Arabia Saudita, ma non ce n’è un’altra per fronteggiare la più grave crisi umanitaria degli ultimi anni».
 
Impervia è anche la strada per arrivare al governo di unità nazionale in Libia: è fiducioso? 
«Anche lì deve essere chiaro, soprattutto alle parti libiche, che non abbiamo alternative. Una nuova proposta di governo sarà presentata entro la settimana prossima. Fondamentale è che le parti libiche credano nel negoziato: senza questa base è difficile anche per la comunità internazionale contribuire a stabilizzare la Libia, perché occorre rispondere a una richiesta del governo libico».
 
Cosa succede se, nonostante gli sforzi, il tentativo fallisce? 
«Succede che le parti libiche rinunciano - almeno per una fase che può non essere breve - a ogni speranza di sicurezza e ripresa del controllo sul territorio. Anziché una Libia stabile, avremmo una gigantesca Somalia dall’altra parte del canale di Sicilia. Naturalmente poi se un Paese si sente minacciato ha diritto a difendersi e può decidere di contrastare Daesh nelle forme che la comunità internazionale condivide».
 
Da giorni si parla di un intervento militare. Ieri il ministro Pinotti ha detto che non si può far passare la primavera in questo stallo, precisando però che non ci saranno accelerazioni né azioni unilaterali. Ci spiega meglio? 
«Lavoriamo a far nascere un governo libico e a rispondere alle sue richieste, anche sul piano della sicurezza. Oggi non ci sono piani B basati su interventi stranieri, se non l’ovvio diritto-dovere di difendersi dal terrorismo».
 
Un’ultima domanda: come sta andando il dossier Russia? C’è possibilità di abolire le sanzioni? 
«Se a giugno valuteremo che lo stato dell’attuazione degli accordi di Minsk è sufficiente, saremo ben lieti di abolirle o almeno ridurle. Ma al momento la valutazione è prematura».
 
LEGGI ANCHE Un nucleo forte per creare una strategia (di Gian Enrico Rusconi) 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/01/29/italia/cronache/gentiloni-europa-a-due-velocit-possibile-ripartiamo-dai-sei-paesi-fondatori-Vlz3eXykwF3L3sV6fNgzaN/pagina.html
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« Risposta #11 il: Settembre 20, 2016, 08:55:52 »

“Se vinco il referendum al vertice di Roma sarò più forte di Merkel e Hollande”
Il premier rilancia la sfida ai leader.
Il 18 ottobre l’incontro alla Casa Bianca con Obama: “Un fatto enorme. Gli parlerò di crescita-crescita-crescita”

18/09/2016
Francesca Schianchi inviata a Firenze

«Io sto solo dicendo a Merkel e Hollande: volete portare l’Europa a cambiare? Io ci sono. La volete così? Fatevela, ma non chiedetemi di starci. Io la faccia su un maquillage non ce la metto. Visto che poi tocca a me finirla: perché se vinco il referendum succede che il 25 marzo, al vertice di Roma, io arrivo come il più forte di tutti, mentre loro saranno in piena fase elettorale». E’ mezzogiorno quando, poco prima di concedersi un pranzo col figlio maggiore Francesco, il premier Matteo Renzi si lascia andare con qualche amico in una saletta attigua all’imponente salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. All’indomani del deludente consiglio europeo di Bratislava, è qui, nella sua Firenze, che trascorre la mattinata. Visita alla conferenza sulla disabilità, apertura del Festival dell’innovazione Wired Next Fest, piccolo fuori programma con bagno di folla in piazza («che bello stare tra la gente: se invece lo annuncio prima mi contestano, perché sono tutte contestazioni organizzate»), lì dove, a dispetto dell’abito scuro che smagrisce, una verace concittadina lo rimprovera: «Oh Matteino, come tu sei ingrassato, che ti danno da mangiare a Roma?».

Circondato da amici e compagni di Leopolda come l’attuale sindaco fiorentino Dario Nardella, il presidente del consiglio è di umore allegro, nonostante l’esito dell’incontro del giorno prima. «I giornali si ostinano a titolare “l’ira di Renzi”, anche se vedo che ormai c’è spesso anche “l’ira della Raggi” …», scherza, «e invece la mia posizione è senza polemica, col sorriso sulle labbra». Un sorriso amaro, però, se è vero che meno di un mese fa lui, il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel veleggiavano (apparentemente) affiatati e solidali verso Ventotene, per ricostruire insieme un’Europa diversa, e invece venerdì la posizione sua e quella di Parigi e Berlino si sono divaricate. Una distanza resa plastica dalla conferenza stampa di Hollande e Merkel, da cui Renzi è stato escluso. Giurano fonti presenti quel giorno di non avere saputo con certezza se i due leader l’abbiano organizzata come reazione infastidita della cancelliera alle parole del premier italiano durante la riunione («ho detto che non si può sostenere che le regole valgono per il deficit e non per il surplus commerciale della Germania da 90 miliardi di euro»), o se fosse già in programma da prima. 

 Fatto sta che «in questi mesi abbiamo proposto tre formati: quello di Ventotene, quello di Atene, e la riunione dei sei Paesi fondatori dell’Unione europea. Mi hanno chiamato dicendo: bene, bravo. Poi però, dopo aver fatto questo percorso, ho chiesto di fare modifiche vere: ebbene, a Bratislava non sono venute fuori. Loro pensavano che io facessi la parte di quello che si accontenta, che dice “sì, sì”, ma non è così», spiega a chi gli chiede una ricostruzione delle ultime ore. Poco prima, in una sala affollata, aveva sintetizzato la situazione con una battuta: «Non faccio la foglia di fico a nessuno: non sono fico e non faccio la foglia».
Eppure, insiste, «non sono polemico: con Hollande l’altra sera siamo andati a prendere la macchina insieme e abbiamo fatto anche due risate, mi ha detto: “Matteo, non hai attaccato la Turchia”, “sì François che l’ho attaccata…”». Il problema però resta, su due degli aspetti fondamentali delle politiche europee per l’Italia: l’immigrazione - che investe per prime e più di tutte le coste italiane - e la crescita. Che significa flessibilità e quindi soldi freschi da investire nella nostra economia. Renzi lo sa bene: «Fra sei mesi, a marzo del 2017», quando si terrà l’anniversario del Trattato di Roma, «o si è risolto il problema africano o mi ripiglio tutti gli immigrati anche quest’anno – ragiona sullo scenario – o si riparte con la crescita o mi ritocca la gauche caviar che mi dirà “Eh, però, la crisi…”». E allora, che fare adesso? Lui, per ora, mantiene lo stile arrembante: «Io non violo le regole europee, io le rispetto: ma ci sono altri che non le stanno rispettando. Non fai te, Europa, l’accordo con l’Africa? Va bene, lo faccio da solo». Convinto di avere un asso da calare di un certo peso: «Michelle e Barack invitano Agnese e Matteo alla Casa Bianca», ricorda l’invito a Washington dagli Obama del 18 ottobre prossimo.

«L’ultima cena di Stato la fa con l’Italia, è una cosa enorme: e io parlerò di crescita, crescita, crescita». La ricetta di investimenti del presidente americano, lo ha ripetuto pubblicamente poco prima, è quella giusta: mica come la deprimente austerità europea. Spera che chissà, dall’altra sponda dell’Atlantico possa arrivare un sostegno. In vista di un nuovo round della lunga battaglia per cambiare l’Europa, al consiglio europeo di ottobre.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/09/18/italia/cronache/se-vinco-il-referendum-al-vertice-di-roma-sar-pi-forte-di-merkel-e-hollande-X034mygGzcKsrXKr3W6KAL/pagina.html
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« Risposta #12 il: Ottobre 05, 2016, 12:33:24 »

Gentiloni: “Sui migranti l’Europa va a sbattere se non fa rispettare gli accordi presi”
Il Ministro degli Esteri: sull’economia è fiscale e poi lascia fare quello che si vuole sui rifugiati


04/10/2016
Francesca Schianchi
Roma

«Se l’Unione europea resta ferma al dogma dei decimali in economia e all’idea che ciascun Paese fa quel che vuole sul tema migratorio, va a sbattere». Lo ripete più volte il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ragionando del futuro dell’Europa all’indomani del referendum ungherese.

In Ungheria non c’è il quorum, ma in 3 milioni hanno votato no ai migranti. Come vanno interpretati questi due dati? 
«Il voto in sé non è stato il plebiscito cercato, per cui è una sconfitta per chi l’aveva promosso. Purtroppo, però, dire che questo significhi una svolta nella politica migratoria europea sarebbe un’illusione».

Se l’Ungheria insistesse a rifiutare di accogliere 1300 migranti sarebbe giusto infliggerle una sanzione? 
«Io non posso credere che la Ue, così arcigna sui decimali di bilancio nonostante sia evidente la necessità di dare impulso alla crescita economica, sia invece comprensiva verso Paesi riluttanti ad applicare le decisioni sui migranti o addirittura tollerante verso chi alza muri».

Si usano due pesi e due misure a seconda che si parli di economia o migranti? 
«È come se ci fosse una specie di licenza di infrangere le regole per quanto riguarda la questione migratoria».

Infatti il ricollocamento dei migranti non è stato fatto se non in minima parte… 
«La politica europea sembra succube di veti vari e rischia di essere immobile, in attesa della prossima tragedia. A inizio anno l’Italia ha proposto il Migration compact, a giugno la Commissione l’ha fatto proprio: dopo 4 mesi non solo la parte operativa è ferma - le intese con 5 Paesi africani - ma addirittura lo stanziamento, seppur modesto, di 500 milioni di euro chiesto dalla Commissione, è stato bloccato».


Si fanno addirittura passi indietro? 
«Speriamo che quei soldi siano sbloccati al più presto, ma ho l’impressione che in Europa si consideri la questione migratoria come nata nel luglio 2015 e risolta a marzo con l’accordo con la Turchia. Mentre è iniziata da anni e durerà ancora anni, e lo stesso accordo con la Turchia va continuamente mantenuto: per ora regge, ma con qualche incrinatura».

Noi sappiamo quanto la crisi migratoria sia antica: ieri era l’anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013. Cosa è cambiato da allora nell’approccio europeo? 
«Qualcosa dal punto di vista della condivisione dell’attività di soccorso in mare, ma pochissimo da quello dell’accoglienza comune».

Sperate nella rifondazione di una nuova Unione entro l’anniversario del Trattato di Roma di marzo? 
«A Roma ricorderemo che, senza Unione, l’Europa rischia l’irrilevanza nel mondo globale. Ma l’Ue non può vivere in attesa di un anniversario: servono subito rimedi concreti».

 Quel che arriverà di certo sono i negoziati sulla Brexit: saranno avviati a marzo, fa sapere la premier Theresa May… 
«È positivo che finalmente Londra abbia indicato i tempi. La signora May ha lasciato intendere che si tratterà di una sostanziale uscita dal mercato unico, per cui bisognerà definire nuove relazioni tariffarie e commerciali, non semplicemente dare un’aggiustatina. Ci vorrà un atteggiamento equilibrato, non pregiudizialmente ostile, sapendo che ci vorranno anni di negoziato».

 Uscita dal mercato unico significa anche no alla libera circolazione delle persone? Per gli italiani vivere e lavorare a Londra diventerà difficile? 
«Certamente non avranno problemi gli italiani che sono già nel Regno Unito. Per il futuro, i britannici invocano sempre il principio di reciprocità. Giusto. Ma siccome hanno bisogno di un’unione doganale, non credo possano limitare più di tanto la circolazione dei cittadini Ue». 

Ministro, allargando il fuoco al Mediterraneo: cosa significa per l’Italia prendersi un ruolo da pivot in quell’area, per usare un termine usato da lei? 
«Era un modo per richiamare la centralità di un’area decisiva per i nostri interessi nazionali, come ha scritto domenica nel suo editoriale Molinari su “La Stampa”. Siamo riusciti a riportare il Mediterraneo in cima all’agenda di Ue e Nato: fino a due anni fa si parlava quasi solo di Ucraina. Guidiamo con gli Usa il tavolo libico e svolgiamo un ruolo chiave in quello siriano; promuoviamo un’agenda positiva sulle opportunità economiche, in una regione in cui siamo al quarto posto negli scambi dopo Usa, Cina e Germania. In prospettiva, si tratta di ricostruire le basi di coesistenza e reciproco riconoscimento tra attori della regione: ne parleremo tra due mesi a Roma nella seconda edizione di Med Dialogues».

La regione significa anche Siria: siamo a un passo dalla rottura tra Usa e Russia? 
«Noi siamo stati tra i primi a considerare la presenza russa in Siria come un’opportunità, una leva per indurre il regime siriano a passare dalle bombe al negoziato. Ora c’è il rischio che il tavolo russo-americano salti: per evitarlo, serve da Mosca l’impegno chiaro, non teorico, di fermare l’offensiva di Assad ad Aleppo». 

In Libia invece sembra che non si riesca mai a sradicare Isis… 
«È vero che restano sacche di resistenza, ma, in poco più di due mesi, l’offensiva delle forze che appoggiano il governo Sarraj, anche a costo di numerose perdite ha molto ridotto la presenza di Daesh (Isis in arabo, ndr.): a Sirte si parla di un paio di caseggiati».

A proposito di Libia: ci sono novità dei connazionali rapiti a Ghat? 
«Lasciamo lavorare i nostri apparati e le forze di sicurezza».

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Da - http://www.lastampa.it/2016/10/04/esteri/sui-migranti-leuropa-va-a-sbattere-se-non-fa-rispettare-gli-accordi-presi-QhUd0zJAVbkCTdw7qvrq7O/pagina.html
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« Risposta #13 il: Ottobre 10, 2016, 12:29:38 »

Dittatori, partigiani, insulti e poltroncine: se il dibattito sul referendum finisce in rissa
Il botta e risposta D’Alema-Lotti è solo l’ultimo episodio di una campagna dai toni accesi


08/10/2016
Francesca Schianchi

Se vince il sì arriva la dittatura, la fine delle libertà e della democrazia. Macché, è se vince il no che si apre la strada al caos, scappano gli investitori stranieri, l’Italia sprofonda nella crisi più nera. Dittatori, partigiani veri e no, «poltroncine» di consolazione. Toni apocalittici, solo un poco smorzati nelle ultime settimane, e accuse sanguinose, in questa campagna elettorale referendaria. Tanto che oggi, dalle colonne dell’Unità, l’ex presidente della Camera Luciano Violante ha chiesto un time out al suo partito. Basta con «l’insulto e il dileggio» - prima di tutto da parte di chi ha ruoli di governo e di maggioranza - si faccia del dibattito referendario «una grande occasione di civilizzazione del dibattito pubblico». 

E lo ha detto a partire dal caso più clamoroso dell’ultima settimana, quello D’Alema-Lotti. Quando l’ex premier ha invitato il suo successore a Palazzo Chigi a governare «invece di andare in giro a fare comizi» (e d’altra parte, solo una decina di giorni fa, si era rivolto con un sorriso sarcastico a Giovanni Floris: «Lei fa parte di quel 2-3 per cento che ancora prende sul serio le cose che dice il presidente del Consiglio», che poi sarebbe anche il segretario del Pd, cioè il suo segretario) e il sottosegretario Luca Lotti, fedelissimo di Renzi, gli ha sobriamente replicato definendolo «accecato dalla rabbia e dall’odio personale per non aver ottenuto la sua poltroncina di consolazione» (ossia il posto da Alto rappresentante della politica europea che Renzi ha destinato alla Mogherini). 

Ma l’elenco dei toni esasperati da campagna elettorale è lungo. A partire dagli scenari del day after del referendum, il 5 dicembre: e allora «se vince il sì è in pericolo la nostra democrazia» (Brunetta), ma se vince il no «torniamo indietro di trent’anni» (Mario Segni). Se vince il sì, argomentava la ministra Boschi a tre giorni dalla strage di Nizza del 14 luglio, il Paese può essere «più forte», così da rispondere con l’Europa nientemeno che «al terrorismo internazionale»; ma se vince il sì, avvisa dall’altra parte il fondatore della Lega Umberto Bossi, «Renzi rischia di diventare il dittatore d’Italia». Anzi, a parere del pentastellato Luigi Di Maio è già sulla buona strada, visto che ha «occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive prima di fare combaciare storia e geografia e posizionare Augusto Pinochet - con tanto di colpo di Stato del ‘73 e morte di Allende - più correttamente in Cile.

Gaffe infelici come quella della Boschi con i partigiani, destinata a provocare una polemica furibonda, quando se n’è uscita a sottolineare che molti partigiani, «quelli veri», voteranno sì alla riforma. E frecciate velenose come le tante riservate al premio Oscar Roberto Benigni quando, dopo essersi detto «orientato al no» qualche mese fa, ora è decisamente schierato per il sì: «Se vince il no sarà peggio della Brexit», ha sfoggiato pure lui un tono apodittico, ma col ghigno ironico del comico. Una gragnuola di attacchi, da «anche Benigni tiene famiglia…» di Brunetta a «facci vedere il tuo ministero» di Fitto. E la campagna elettorale è ancora lunga.
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Da - http://www.lastampa.it/2016/10/08/italia/politica/dittatori-partigiani-insulti-e-poltroncine-se-il-dibattito-sul-referendum-finisce-in-rissa-CthNKosxdJLdkECOT2xC4K/pagina.html
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« Risposta #14 il: Ottobre 14, 2016, 11:28:44 »

Bersani: il premier sia più umile e la smetta di paragonarsi a Prodi
“Sì, ero per il doppio turno, ma di collegio, che è del tutto diverso. Se voto No non mi dimetto. Col sì elezioni più vicine, e poi non venitemi a chiamare”

12/10/2016
Ilario lombardo, Francesca Schianchi
Roma

In mattinata, l’aveva detta così: «Solo se la Pinotti schiera l’esercito mi si potrà far fuori dal mio partito. Quella è casa mia». Pierluigi Bersani è l’uomo più ricercato del giorno e ha voglia di rispondere a chi parla di scissioni imminenti. Nel pomeriggio l’ex segretario dem riceve il vignettista Sergio Staino, neo-direttore dell’Unità, che mesi fa disse a quelli della minoranza Pd che con Togliatti sarebbero finiti in Siberia. 

 Perché non è intervenuto in direzione? 
«Bastavano Gianni Cuperlo e Roberto Speranza a dire le cose come stanno».

La commissione Pd sulla legge elettorale è un’apertura concreta di Renzi, o no?
«(Sorride) Una commissione non si nega a nessuno. Io ho detto a Guerini che noi della minoranza ne faremo parte solo per rispetto a lui».

 Cuperlo ha detto che se voterà no si dimetterà da deputato. Lo farà anche lei? 
«Quello di Cuperlo è un gesto generoso, ma non è una linea politica. E poi: qualcuno dovrà pur rimanere a testimoniare per il No».

 Accetterebbe un confronto tv con Renzi? 
«Credo non lo farebbe lui. Io, comunque, non faccio il portavoce del fronte del No». 

Come spiegherà agli elettori il No a un riforma che aveva votato in Parlamento? 
«Spiegherò che c’è un problema di democrazia, come dicevo già un anno fa. Oggi tutti parlano del pericolo proveniente dal combinato disposto Italicum-riforma costituzionale. Quando lo sostenevo io, eravamo in pochi. Per quel motivo si è dimesso un capogruppo, Speranza, e io per la prima volta in vita mia non ho votato la fiducia al mio partito». 
Renzi dice che eravate voi i sostenitori del doppio turno... 

«Il doppio turno di collegio, che è ben altra cosa. Lui parla tanto della legge dei sindaci... ma il sindaco è l’amministratore di un grande condominio che è il comune, non fa leggi, non stampa moneta». 

 Scenari sul dopo referendum. Se vince il No? 
«Non si andrà al voto subito perché bisognerà prima fare una legge elettorale».

 Se vince il Sì? 
«Può essere che si vada a votare. Ma può benissimo succedere che il Pd perda, e vinca qualcun altro. A quel punto però, non mi venissero a cercare, eh...»

Qual è il pericolo, scusi? 
«Visto cosa sta succedendo in Europa, e nel mondo? Io ho l’orecchio a terra, sento il magma che si muove sotto. E poi non pensiamo che la destra nel Paese non ci sia...»

 Con l’Italicum si conosce subito il vincitore: non è un bene? 
«Possiamo anche saperlo nel pomeriggio, se è per questo. Andiamo da Giletti, estraiamo a sorte una persona e gli diamo il cento per cento. Dai, non scherziamo... Se insisti a semplificare, alla fine trovi qualcuno che semplifica più di te. Anche un rappresentante della nouvelle vague del socialismo francese come Macron ha detto che se c’è la febbre non puoi rompere il termometro». 

 Smentisce la scissione, anche per il futuro? 
«Sembra di assistere al referendum tra repubblica e monarchia. Anche allora, dentro la Dc votarono diversamente, ma il giorno dopo erano tutti democristiani allo stesso modo. Come avvenne nel Pci con l’aborto: mica tutti votarono a favore». 

 Il clima così è da congresso permanente, però. 
«Il congresso sarà importante se separeremo i ruoli di segretario e premier. E non lo dico perché voglio far fuori Renzi. Sarebbe un gesto di generosità per riaggregare il centrosinistra, aprirlo al civismo, alle associazioni. Dobbiamo uscire dalla logica del faccio tutto io e guardare fuori per vedere cosa c’è intorno a noi».

 
Renzi si è augurato di non passare i prossimi 30 anni a chiedersi chi ha ucciso il Pd, come avete fatto con l’Ulivo. 

«Gli consiglio più umiltà: non si paragoni a Prodi, già questo segnala una perdita di dimensioni, sia dal punto di vista delle personalità che ne facevano parte - c’era gente come Ciampi - che da quello della spinta riformista. Potrei parlare per ore delle riforme che abbiamo fatto. Era un governo dove ci davamo del lei e non facevamo una legge di Bilancio in dieci minuti per andare al Tg. Ripetono di guardare al futuro? Cominciamo a non lasciare troppi debiti». 

 È contrario a più flessibilità? 
«Sono favorevole: ma una famiglia si indebita per investire, non per regalare bonus». 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/10/12/italia/politica/bersani-il-premier-sia-pi-umile-e-la-smetta-di-paragonarsi-a-prodi-unjey5rL9d3G3cLegGvVnL/pagina.html
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