LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: FRANCESCO BEI.  (Letto 17300 volte)
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« Risposta #90 il: Marzo 09, 2015, 10:34:22 »

Rai, il piano Renzi: al vertice manager nominato dal governo, alle Camere solo il controllo
La riforma / Il disegno di legge sarà presentato al prossimo Consiglio dei ministri per un confronto preliminare.
Il via libera ci sarà dopo una consultazione degli esperti

Di FRANCESCO BEI
09 marzo 2015
   
ROMA - Il cavallo di viale Mazzini avrà tra poco in groppa un solo cavaliere. Un vero amministratore delegato, con poteri ampi, come in qualunque azienda privata. "Modello codice civile", spiegano nel governo. E nominato direttamente dall'esecutivo.

È questa la principale innovazione della governance Rai immaginata da Renzi per superare la legge Gasparri. Un modello che porta a rottamare l'attuale gestione mista Cda-direttore generale, nel tentativo di allontanare i partiti dall'amministrazione diretta dell'azienda. Ma che, accentrando in capo al governo la scelta dell'amministratore unico, non mancherà di sollevare polemiche.

L'ARTICOLO INTEGRALE IN EDICOLA O SU REPUBBLICA+

I PUNTI
1. In settimana al Consiglio dei ministri arriveranno le linee guida della riforma della Rai. Sarà un disegno di legge governativo, non un decreto. Se dovesse servire non è esclusa una proroga dell'attuale vertice di viale Mazzini, che altrimenti scadrebbe entro giugno

2. Come per la buona scuola, sul progetto di riforma della Rai ci sarà una consultazione ristretta con i pareri di 30 esperti. Gli aspetti su cui riflettere riguardano soprattutto la governance di viale Mazzini, rivoluzionata a partire dal numero dei membri del consiglio di amministrazione che passeranno da 9 a 5.

3.Con la riforma scende il sipario sulla figura del direttore generale (oggi Luigi Gubitosi). L'azienda di Viale Mazzini sarà guidata da un amministratore delegato, con tutti i poteri dell'ad di una società privata. Fine della cogestione con il Consiglio di amministrazione.

4. Nel progetto del governo la commissione parlamentare di Vigilanza Rai resterebbe come organo di controllo, ma non avrebbe più il compito di nominare i membri del consiglio di amministrazione come avviene oggi.

5. Una delle ipotesi è la nascita di un consiglio di sorveglianza cui sarebbe demandata la nomina degli esponenti del consiglio di amministrazione Rai. Ma non è escluso che la scelta venga lasciato al Parlamento riunito in seduta comune come avviene per l’elezione dei giudici del Csm e della Consulta.

6. Il canone sarà dimezzato, 65 euro al posto dei 113,5 di oggi. È la tassa più evasa al Sud, con picchi per esempio in Campania. Da qui la decisione di abbinarlo alla bolletta dell’energia elettrica e il pagamento sarà richiesto per ciascuna utenza, a prescindere dal denunciato possesso o meno di una tv.

© Riproduzione riservata 09 marzo 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/03/09/news/rai_ecco_il_piano_di_renzi_un_manager_al_vertice_nominato_dal_governo_alle_camere_solo_il_controllo-109090517/?ref=HREA-1
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« Risposta #91 il: Aprile 04, 2015, 11:33:24 »

Governo, ecco il rimpasto: Delrio alle Infrastrutture. Braccio di ferro Renzi-Alfano, una donna agli Affari regionali
L’attuale sottosegretario sostituirà Lupi.
Al suo posto corsa tra Lotti e Richetti. Tra oggi e domani le nomine

Di FRANCESCO BEI
01 aprile 2015
   
ROMA - Sarà oggi o al massimo domani, ma il ministro delle Infrastrutture, quello che prenderà il posto di Maurizio Lupi, c'è già: sarà Graziano Delrio, attuale sottosegretario a palazzo Chigi. Matteo Renzi ha deciso di accelerare, di chiudere questa partita piazzando a Porta Pia un fedelissimo per rimettere ordine in una struttura che sembra andata fuori controllo. Ma qui finiscono le certezze.

Nemmeno un vertice pomeridiano tra il premier e Angelino Alfano (presente anche Maurizio Lupi) è bastato per sciogliere il nodo politico della faccenda. Ovvero, quale sarà la compensazione per i centristi? Renzi e Alfano un'intesa non l'hanno ancora trovata. "Noi  -  ha detto il ministro dell'Interno al premier  -  ti proponiamo Quagliariello per un ministero del Sud. Un nuovo ministero che metta insieme gli Affari regionali e la delega sulla coesione territoriale ". La risposta è stata evasiva. "Preferirei una donna, anche per rispettare la parità di genere ", ha replicato Renzi. E la cosa è finita lì. In ambienti renziani circolano anche i nomi più graditi per quel ruolo. Graditi a palazzo Chigi, s'intende: da Erminia Mazzoni a Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato Antonino assassinato dalla 'Ndrangheta, dalla senatrice Federica Chiavaroli a Valentina Castaldini, portavoce Ncd. Ma Alfano e Lupi insistono su Quagliariello. E soprattutto non accettano l'altra idea che Renzi sembra avere in mente. Quella di dare ai centristi solo gli Affari regionali, nominando un renziano doc al posto che sarà lasciato libero dal sottosegretario Delrio (con il potere sui fondi Ue). Anche per questa carica circolano un po' di nomi, con un'alta dose di aleatorietà: si parla del vicesegretario Guerini (che smentisce), del vicecapogruppo Ettore Rosato, di Matteo Richetti. Se non lo stesso Luca Lotti, l'altro dioscuro di palazzo Chigi, che sommerebbe le deleghe di Delrio a quelle già nel suo mazzo. Almeno su una nomina Alfano e Renzi si sono invece trovati d'accordo: il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, in settimana diventerà il nuovo prefetto di Roma per gestire il Giubileo straordinario.

Tra le tante voci fatte circolare c'è anche quella di uno spostamento di Maria Elena Boschi dalle riforme agli Affari regionali, per un ritorno di Quagliariello sulla poltrona che occupava con Letta. Il rebus sarà sciolto soltanto oggi, quando il premier salirà al Quirinale (gli uffici sono stati preallertati per un mini rimpasto "prima delle vacanze di Pasqua"). La questione rimpasto, a caduta, ha comportato uno psicodramma dentro l'Ncd. Nunzia De Girolamo, la pasionaria capogruppo antirenziana, non viene considerata più adatta per quel ruolo. Su questo concordano sia il premier che Alfano. "Un capogruppo di maggioranza  -  è il ragionamento comune  -  non può comportarsi come se stesse all'opposizione". Da qui l'idea di sostituirla con Lupi, ma l'interessata non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Tanto che ieri i rumors raccontavano di una raccolta di firme tra i deputati, ispirata da Alfano, per convocare un'assemblea di gruppo per far fuori la ribelle. "Non posso credere  -  replica lei maliziosa  -  che il ministro degli Interni perda il suo tempo nell'organizzare trame di questo tipo".
Intanto Renzi, in preparazione della visita di Stato alla Casa Bianca di metà aprile, si apre la strada con un'intervista al New York Times. Molto assertiva. "Sono il più giovane leader che l'Italia abbia mai avuto. Sto usando la mia energia e il mio dinamismo per cambiare il Paese. Penso che sia il tempo di scrivere una nuova pagina. Non posso aspettare a causa dei vecchi problemi del passato". Il leader del Pd rivendica anche la "nuova direzione " presa da un'Unione europea che finalmente parla di crescita e non più "solo di bilanci e austerità". Il Jobs act è "la cosa più di sinistra che abbia mai fatto", quanto al Pd, Renzi racconta di ispirarsi "all'azzardo" di Blair: "Trasformare il Labour da un partito perdente a un partito vincente".
L'altra mossa di giornata, affidata a Yoram Gutgeld, l'uomo che ha in mano il dossier Spending review, è quella di rendere finalmente pubblico il famoso Piano Cottarelli di tagli alla spesa pubblica. All'indirizzo "revisione della spesa. gov. it" si possono trovare tutte le schede prodotte da Mister Forbici nel periodo di lavoro da Letta a Renzi. Suggerimenti dimenticati per mesi nei cassetti e ora tirati fuori, a un anno di distanza, in base al principio degli "open data". E a proposito di Infrastrutture, Cottarelli suggeriva cose importanti che magari avrebbero aggredito il "Sistema" Incalza: "Per grandi opere la consultazione pre-progettuale per decidere se/come fare l'opera"; "messa in esercizio dell'opera entro i 90 giorni dal collaudo tecnico- amministrativo pena l'applicazione di sanzioni"; e soprattutto "forti azioni di sorveglianza nell'esecuzione delle opere programmate dal Cipe (350/600 ispezioni entro il 2015)" e "definanziamento automatico in caso di mancato avvio delle opere". Un bel libro dei sogni, un manuale che il futuro ministro Delrio dovrà leggere con attenzione.

© Riproduzione riservata 01 aprile 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/04/01/news/governo_ecco_il_rimpasto_delrio_alle_infrastrutture_braccio_di_ferro_renzi-alfano_una_donna_agli_affari_regionali-110951574/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_01-04-2015
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« Risposta #92 il: Aprile 20, 2015, 05:42:41 »

La confidenza di Renzi a Obama: "Pse, nuovo nome, non socialista ma democratico"
Le parole del premier: “Bisognerebbe cambiare la sigla al partito in Europa, sostituendo l'aggettivo".
L'idea di stringere sempre di più i legami con Washington anche in vista della candidatura di Hillary Clinton

Dal nostro inviato FRANCESCO BEI
19 aprile 2015
WASHINGTON - Da socialisti a democratici. Una rottamazione delle vecchie socialdemocrazie, ecco il sogno nel cassetto di Renzi. E se i nomi, come insegnava Giustiniano, devono corrispondere alle cose, per il premier italiano anche il Partito socialista europeo un giorno dovrebbe cambiare sigla alla ditta. Assumendo l'aggettivo "democratico " al posto di "socialista".

Il progetto renziano è uno di quelli a lunga gittata, destinando peraltro a scontrarsi con storie lunghe e onuste di gloria come quelle dei socialdemocratici tedeschi o dei socialisti francesi. Ma Renzi ha intenzione di gettare il sasso nello stagno. Anzi, l'ha già iniziato a fare venerdì alla Casa Bianca, parlando con il leader che ritiene politicamente molto più affine rispetto ai cugini socialisti europei: Barack Obama. "Un giorno -  ha confessato Renzi a Obama -  mi piacerebbe chiamare il nostro partito, i socialisti europei, partito democratico".

Ora l'idea di una trasposizione europea dell'esperienza italiana non è per la verità nuovissima. Anzi, una parte non irrilevante delle lacerazioni all'interno del vecchio Ulivo aveva proprio l'approdo europeo come terreno di battaglia. "Non moriremo socialisti". "Il partito socialista è la nostra casa". Contrapposizioni che oggi sembrano provenire dal Pleistocene, come le ossa di Pterodattilo, ma un tempo tra Ds e Margherita si litigava anche su questo, sull'adesione o meno all'Internazionale socialista o al Pse.

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© Riproduzione riservata
19 aprile 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/04/19/news/la_confidenza_di_renzi_a_obama_pse_nuovo_nome_non_socialista_ma_democratico_-112307981/?ref=HRER2-2
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« Risposta #93 il: Maggio 11, 2015, 10:04:25 »

Scuola, il premier chiama i parlamentari pd: "Ritocchi possibili senza stravolgere"
La linea: dialogo sul merito, l'obiettivo resta. Oggi il summit di deputati e senatori dem

Dal nostro inviato FRANCESCO BEI
06 maggio 2015

Chiama i parlamentari pd: "Ritocchi possibili senza stravolgere"

TRENTO - Dialogo sul merito e fermezza sull'obiettivo. O, più banalmente, la vecchia tattica del bastone e della carota. Matteo Renzi non cambia strada, deciso a portare a casa -  "dopo la legge elettorale” -  anche la riforma sulla "buona scuola". Quello che si può fare e quello che sarà modificato, dopo le grandi manifestazioni in tutte le città d'Italia, verrà messo oggi sul tavolo in un summit a porte chiuse tra il premier e tutti i parlamentari del Pd delle commissioni cultura. Camera e Senato insieme, in modo da raccordare le modifiche e assicurare al provvedimento un iter spedito. Perché quella del cronoprogramma è un'altra fissazione del capo del governo, imporre delle date fa parte del suo metodo di lavoro.

E dunque "entro il 19 maggio la delega sarà approvata dalla Camera, entro il 15 giugno sarà legge". Fissati questi paletti, non c'è dubbio che Renzi si sia reso conto che non è conveniente andare allo scontro frontale con tutto un mondo che, in fin dei conti, costituisce ancora una delle architravi elettorali del Pd. Una delle sue "constituencies", come dicono al Nazareno. Al dunque qualche apertura ci sarà. Sui contenuti ma anche, se si vuole, sullo stile.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

© Riproduzione riservata
06 maggio 201

Da - http://www.repubblica.it/scuola/2015/05/06/news/scuola_il_premier_chiama_i_parlamentari_pd_ritocchi_possibili_senza_stravolgere_-113640869/?ref=HREA-1
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« Risposta #94 il: Maggio 16, 2015, 04:04:48 »

Il sospetto del premier sulla minoranza pd: “Usano gli insegnanti per farci perdere alle urne”

Di FRANCESCO BEI
16 maggio 2015
   
ROMA - "Usano la scuola per farci perdere le regionali". La certezza di Renzi, guardando alle presenze in piazza a fianco dei sindacati e alle dichiarazioni sempre più agguerrite di una parte della minoranza dem, è che nel mirino  -  più che la Buona Scuola  -  ci sia proprio il suo governo.

Il sospetto che circola a palazzo Chigi è che i generali anti-renziani, sconfitti nella battaglia sull'Italicum anche perché rimasti senza sostegno nel paese, sognino di buttare giù "l'usurpatore" mettendosi alla testa del "popolo della scuola" (espressione in voga nella sinistra del Pd). Provocando uno smottamento nell'elettorato di centrosinistra. Visti i sondaggi sul filo del rasoio in regioni chiave come la Liguria e la Campania, una sconfitta del Pd in tre regioni su quattro  -  in Veneto il leghista Zaia è troppo avanti per essere ripreso  -  segnerebbe infatti la prima, pesante, battuta d'arresto del fenomeno Renzi. E l'inizio del gioco più praticato nel partito democratico dalla fondazione a oggi: il tiro al piccione sul segretario.

Non a caso è proprio il precedente di Walter Veltroni, costretto a gettare la spugna dopo la sconfitta alle regionali in Abruzzo e Sardegna, a risuonare in queste ore nel quartiere generale renziano. Ma stavolta, giurano, sarà diverso. "Intanto le elezioni noi le vinciamo  -  premette Giorgio Tonini, che della stagione di Veltroni fu uno degli ideologi  -  e poi fare paragoni tra le due situazioni è totalmente improprio: il Pd nel 2008 aveva perso le politiche, al governo c'era Berlusconi. E Veltroni candidò Soru contro l'establishment del partito, che lo fece perdere. A quel punto Walter si dimise. Ma Renzi sta al governo e, anche nel malaugurato caso che la candidatura di Pastorino faccia vincere Toti in Liguria, a lasciare non ci pensa proprio. Hanno fatto male i loro conti". Ma l'operazione, il premier ne è convinto, sarà comunque tentata.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA O SU REPUBBLICA+

© Riproduzione riservata
16 maggio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/05/16/news/il_sospetto_del_premier_sulla_minoranza_pd_usano_gli_insegnanti_per_farci_perdere_alle_urne_-114468989/?ref=HREA-1
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« Risposta #95 il: Giugno 05, 2015, 10:46:54 »

Renzi: "Non cambio la Severino, aspettiamo la Consulta"
Il retroscena. La linea del premier: "La questione De Luca si risolverà da sola"

Di FRANCESCO BEI
28 maggio 2015

ROMA -  Guai a toccare la legge Severino. Matteo Renzi se ne guarda bene: sarebbe un regalo graditissimo per i cinque stelle e per tutti quelli che lo aspettano al varco di una legge "ad personam". Il fatto è che il presidente del Consiglio è convinto che non ce ne sia bisogno. "Aspettiamo - è la linea del capo del governo -, la questione De Luca si risolverà da sola. Aspettiamo la Corte costituzionale".

La decisione delle sezioni unite della Cassazione, che hanno tolto al Tar la competenza in materia, per Renzi non cambia i termini della questione. Vincenzo De Luca, se sarà eletto, si rivolgerà al giudice ordinario e non a quello amministrativo per bloccare la sospensione dall'incarico. Ma il punto vero è un altro: nel frattempo chi governerà la regione? Renzi, in privato, non ha difficoltà ad ammettere la "contraddizione" di un candidato eleggibile ma non titolato a governare a causa di una condanna in primo grado per abuso d'ufficio. "Il problema - osserva con i suoi - nessuno può negarlo. Ma nel momento in cui si è consentito a De Luca di fare le primarie, si è preso atto di una situazione e cioè che quella norma è stata immediatamente disapplicata a Salerno, ma soprattutto a Napoli perché, come è noto, il sindaco di Napoli ha la stessa condizione in cui si trova l'ex sindaco di Salerno e futuro presidente se vincerà le elezioni". Insomma "nell'esperienza concreta del comune di Napoli e del comune di Salerno" il problema è stato superato. E un domani, a rigor di logica, potrà essere superato anche in regione Campania.

Ma nessuno deve immaginare o far credere che il governo voglia depotenziare la Severino. Ne ha fatto le spese ieri persino De Luca, arrivato a dire in pubblico che Renzi considerava la legge Severino "superabile". Un equivoco che poteva fornire munizioni polemiche agli avversari del Pd in momento delicatissimo, specie dopo il fuoco di fila di accuse per i candidati "impresentabili". Da qui un colloquio telefonico con il premier e una correzione di tiro serale di De Luca via agenzie di stampa: "Bene ha fatto il governo a rimanere fuori dalle vicende riguardanti la legge Severino".

Come spesso accade in Italia, la questione De Luca si risolverà con un po' di melina e un pizzico di fortuna. La melina serve a consentire al candidato, se eletto, di formare la sua squadra. E soprattutto nominare un vice-governatore che regga l'Istituzione finché il Tribunale (sulla sospensione della sospensione) e poi la Corte costituzionale non si saranno pronunciati. Gli esperti si aspettano una sentenza in autunno, perché la Consulta il 27 gennaio scorso ha ricevuto un ricorso della corte di appello di Bari su un caso analogo. E nel Pd confidano che i giudici costituzionali si pronunceranno contro quella parte della Severino che dispone, anche per un reato come l'abuso d'ufficio, la sospensione fin dal primo grado di giudizio. Nel quale caso De Luca potrebbe tornare a governare la Campania. Ma ce la farà, prima di essere sospeso, a nominare la giunta e il suo vice? Stefano Ceccanti, uno dei costituzionalisti più vicini a Renzi, ricorda che la Severino "fa iniziare la procedura all'autorità giudiziaria che, dopo la proclamazione degli eletti, avvisa il prefetto, che a sua volta allerta il Governo, il quale decide la sospensione, la comunica al prefetto che a sua volta la notifica al Consiglio Regionale. Tutti passaggi non certo immediati". Insomma, tra un passaggio e un altro, prima che la "lettera" con la notifica di sospensione arrivi sul tavolo di De Luca, passeranno parecchi giorni. Il tempo necessario per consentire al governatore di nominare la sua giunta.

Diventa centrale a questo punto capire chi effettivamente sarà scelto come numero due, dato che si tratterà per molti mesi del vero governatore facente funzioni. Non è un mistero che De Luca vorrebbe Fulvio Bonavitacola, avvocato, deputato Pd e soprattutto suo braccio destro (e sinistro). Ma al Nazareno questo profilo sembra assolutamente fuori luogo. "Serve una personalità che unisca il gruppo consiliare - spiega una fonte vicina al premier - non un clone di De Luca. Non sarebbe accettato".

© Riproduzione riservata
28 maggio 2015

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni-regionali-edizione2015/2015/05/28/news/renzi_non_cambio_la_severino_aspettiamo_la_consulta_-115436104/?ref=HREC1-6
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« Risposta #96 il: Giugno 14, 2015, 03:38:01 »

Il premier va all’attacco: “Serve un nuovo piano, quei 24mila via dall’Italia non sono sufficienti”
Prossima settimana faccia a faccia con Hollande e Cameron.
Obiettivo: cambiare il documento della Commissione. Roma vuole superare il trattato di Dublino

Di FRANCESCO BEI
14 giugno 2015
   
 ROMA. "Al Consiglio europeo di giugno mi sentiranno. Forte e chiaro". Con le principali città italiane - Milano e Roma - costrette ad allestire tendopoli nei giardinetti pubblici, Matteo Renzi ha compreso che l'emergenza immigrazione è diventata la priorità numero uno del governo. I numeri aggiornati dal Viminale e dalla Farnesina parlano di 180-200 mila migranti in arrivo quest'anno. A questo punto il piano Juncker, con la distribuzione di appena 24 mila richiedenti asilo, è evidente quanto sia lontano dalla realtà del fenomeno. Per Renzi infatti il problema non è più di numeri o di quote ma, come ha spiegato in queste ore ai suoi, di "approccio". Di principio: "Perchè è stata l'Europa a creare il caos in Libia e ora non può voltarci le spalle". Da qui l'intenzione di arrivare al summit Ue con delle proposte precise che disegnino un nuovo piano, più ambizioso di quello elaborato dalla Commissione, e un obiettivo di fondo: superare definitivamente il trattato di Dublino che costringe l'Italia a trattenere nei propri confini i richiedenti asilo.

I passi per arrivare alla meta sono molteplici e la strategia di palazzo Chigi è quella di operare su tutti i fronti, usando tutte le leve. All'Expo di Milano i bilaterali della prossima settimana con il britannico Cameron e il francese Hollande serviranno proprio a questo, a creare un terreno politico-diplomatico per provare a portare a casa intanto il principio delle quote "non volontarie". Ovvero senza la possibilità che uno dei 28paesi membri si rifiuti di fare la propria parte. L'Altro corno della questione è invece domestico, perché il presidente del Consiglio teme che al vertice Ue di fine giugno le proposte italiane di "equa distribuzione" dei profughi vengano accolte con scherno se l'Italia non dimostrerà prima di essere stata solidale al proprio interno. Per questo all'incontro già previsto tra il ministro Alfano e i presidenti delle venti regioni italiane Renzi ha deciso di partecipare in prima persona. Il suo sarà un discorso duro, senza sconti verso i governatori leghisti che hanno scritto ai prefetti e ai sindaci per minacciarli in caso di nuove accoglienze. "Per essere credibili in Europa - è il ragionamento del premier - dobbiamo prima fare la nostra parte. Ed è singolare che proprio coloro che hanno per primi imposto alle regioni di accogliere i rifugiati ora siano quelli che strillano di più". Anche il ministro dell'Interno ha il suo ruolo nel piano di battaglia in vista del Consiglio Ue. Martedì Alfano avrà una colazione in Lussemburgo con i suoi 27 colleghi europei. E il piatto forte di quel pranzo sarà proprio l'emergenza immigrazione.

Il piano italiano infatti va oltre, molto oltre il piano Juncker. I punti fermi sono tre. Anzitutto puntare i piedi sulle quote "non volontarie", poi considerare "flessibile" il numero di 24 mila richiedenti asilo da distribuire in Europa, perché l'emergenza è fluida e ne arriveranno ancora tanti. Infine, il capitolo più delicato, quello dei "migranti economici". In sostanza coloro che non hanno diritto d'asilo e arrivano per trovare un lavoro. Gli irregolari insomma, che costituiscono il 60 per cento dei passeggeri dei barconi. Per l'Italia è "prioritario" che se ne faccia carico l'Europa, provvedendo con accordi bilaterali di rimpatrio tra la stessa Unione europea e i paesi d'origine. Solo in cambio di questi passaggi Roma sarà disposta a mandare avanti quello che più sta a cuore ai paesi del Nord Europa, Germania in testa. Ovvero la creazione di "hotspot" extraterritoriali in Italia e Grecia per garantire un'effettiva fotosegnalazione di chi presenta domanda di rifugiato. Questo perché, per il trattato di Dublino, il paese dove il migrante viene identificato è anche quello dove è obbligato a risiedere. Finora l'Italia si è spesso voltata dall'altra parte, lasciando che i migranti si allontanassero dai centri di raccolta per fuggire indisturbati in Francia o in Germania. Ed è proprio la chiusura di queste due valvole di decompressione (con la sospensione di Schengen da parte di Parigi e Berlino, fino a lunedì) che sta creando i problemi a Roma e Milano. Per l'Italia la creazione di questi "hot spot" potrebbe dunque rivelarsi un boomerang, ma a palazzo Chigi sono convinti che sia un falso problema. Un ministro spiega il perché: "Dublino ormai è saltato, non può più funzionare. E lo hanno capito anche i tedeschi. Se passa il principio delle quote sarà una grande vittoria, perché il passo successivo sarà la modifica di Dublino".

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14 giugno 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/06/14/news/il_premier_va_all_attacco_serve_un_nuovo_piano_quei_24mila_via_dall_italia_non_sono_sufficienti_-116812125/
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« Risposta #97 il: Giugno 25, 2015, 10:18:04 »

Sms di Matteo ai ribelli, poi la svolta: "Bisogna chiudere ora o salta tutto"
Ecco come il premier ha deciso la strada del compromesso con la minoranza interna: "Andiamo avanti e liberiamoci finalmente di quest'incubo".
Ma il bersaniano Gotor: "Non basta, bisogna cambiare sulla valutazione dei pro e sui docenti di sostegno"

Di FRANCESCO BEI
24 giugno 2015

ROMA. L'accordo tiene. Sulla buona scuola Matteo Renzi ha "cambiato verso", dando via libera a una serie di modifiche per venire incontro alla minoranza del Pd e ai sindacati. Un «metodo» che il premier intende replicare anche per gli altri provvedimenti a rischio come le unioni civili e, soprattutto, la riforma del Senato. «Sulla scuola ho chiesto consigli a tutti, persino a Tocci», ha rivelato il capo del governo ai suoi, riferendosi a Walter Tocci, il più strenuo degli oppositori interni a palazzo Madama (insieme a Corradino Mineo, altro membro della commissione istruzione). Proprio Tocci si è visto comparire sul telefonino un sms di Renzi, al quale ha poi girato tre pagine di suggerimenti per migliorare il ddl scuola.

Una strada che il premier ha scelto di percorrere una settimana fa, dopo una notte drammatica. Quando aveva ormai deciso di gettare la spugna e rinunciare al provvedimento. Poi la svolta. A cui l'hanno convinto i colloqui con i democratici che in Parlamento hanno gestito i passaggi più delicati del ddl. «Lo abbiamo fatto ragionare. Gli abbiamo spiegato - rivela Francesco Russo - che le avrebbe prese due volte. All'andata, con lo sciopero nazionale dei 600 mila, e al ritorno, con il ritiro del provvedimento». Certo, non tutto ancora è definito. La minoranza dem al Senato spera di strappare ancora qualcosa. «La notte è ancora lunga - scherza Miguel Gotor - e noi vogliamo insistere almeno su due punti: che la valutazione dei professori sia affidata a un organismo nazionale esterno e che gli insegnanti di sostegno restino docenti per la classe come tutti gli altri». Ma dei ventitre senatori della minoranza forse soltanto due o tre marcheranno visita.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA O SU REPUBBLICA+
 
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24 giugno 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/06/24/news/sms_di_matteo_ai_ribelli_poi_la_la_svolta_bisogna_chiudere_ora_o_salta_tutto_-117557069/?ref=HREC1-1
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« Risposta #98 il: Luglio 12, 2015, 04:33:29 »

Scalfarotto: "Il mio sciopero della fame per le unioni civili"
Il sottosegretario per i rapporti col parlamento protesta per la battaglia di civiltà e una maggioranza di cui fa parte che tiene però bloccata la legge

Di FRANCESCO BEI
02 luglio 2015

 ROMA. C'è una prima volta per tutto, recita un adagio popolare. Da lunedì scorso l'Italia, per la prima volta, ha un membro di governo in sciopero della fame. Contro la sua stessa maggioranza, quella che tiene bloccato il disegno di legge sulle unioni civili. E contro il mondo etero progressista, che lascia soli i gay in questa "battaglia di civiltà". Il personaggio è Ivan Scalfarotto, sottosegretario della Boschi per i rapporti con il Parlamento. Uno che le leggi le dovrebbe spingere per mestiere. Si aggira in Senato sconfortato, ci sono duemila emendamenti che tengono inchiodato il ddl Cirinnà in commissione. E chissà quando mai vedrà la luce.

"Da lunedì prendo solo due cappuccini al giorno, alla radicale. Il fatto è che non ce la facevo più a far finta di niente, ad andare avanti con il mio lavoro come al solito, mediando, giocando di rimessa, con fair play. Qua c'è Giovanardi che mena colpi tutti i giorni con la scimitarra, c'è la piazza di San Giovanni che strilla e si mobilita. Ma noi dove siamo? Gli italiani che sono favorevoli a compiere questo passo in avanti sulla strada dell'uguaglianza dei diritti, cosa fanno? Non parlo dei gay, del gay pride. Parlo degli italiani perbene, eterosessuali, del mondo progressista. A nessuno sembra importare questa vergogna che relega l'Italia, nella mappa mondiale dei diritti, insieme ai paesi del patto di Varsavia".

Ecco, per lanciare questo sasso il mite Scalfarotto, uno che non alza mai la voce e chiede sempre permesso prima di parlare, ha deciso di mettere in gioco il suo corpo. Contro Renzi? "Assolutamente no, lui ha preso un impegno pubblico e forte, anche il mio ministro, Maria Elena Boschi, sta facendo il possibile. Ma è evidente che, senza una mobilitazione da fuori, rischia di essere tutto vano".

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02 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/02/news/scalfarotto_il_mio_sciopero_della_fame_per_le_unioni_civili_-118121859/
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« Risposta #99 il: Luglio 12, 2015, 06:09:30 »

Governo, pronto il mini-rimpasto: Quagliariello alle regioni e due nuovi viceministri
Le nomine in occasione dell'elezione di otto Presidenti di commissione, fissata per il 21 luglio

Di FRANCESCO BEI
12 luglio 2015

ROMA. La data c'è, il 21 luglio. Matteo Renzi salirà al Quirinale insieme a Gaetano Quagliariello per farlo giurare come nuovo ministro per gli Affari regionali. Ma quello stesso giorno arriverà anche un'altra infornata di nomine, per rimettere a punto a la squadra di governo e dare il via all'annunciato "ribaltone" di alcune strategiche presidenze di commissione. Due viceministri infatti mancano da mesi e quel martedì di luglio arriveranno i sostituti. Scelti per premiare quella componente del Pd - Sinistra è cambiamento, guidata dal ministro Martina - che si è staccata dal resto dei bersaniani e ormai di fatto è integrata nella maggioranza renziana. Dunque al posto di Lapo Pistelli come viceministro degli Esteri sarà nominato Enzo Amendola, attuale responsabile esteri del Pd. Mentre a sostituire Claudio De Vincenti come numero due del ministero dello Sviluppo sarà chiamato Cesare Damiano, altro fondatore della neonata corrente di sinistra dialogante. Vacante da tempo, la poltrona di Antonio Gentile, sottosegretario Ncd alle Infrastrutture, verrà affidata a un membro di Scelta Civica, che con l'adesione della Giannini al Pd ha perso un posto al governo.

Ma quella della squadra di governo è solo una delle leve a disposizione del premier per rilanciarsi. L'altra sono le presidenze delle commissioni parlamentari, che vengono normalmente rimesse in gioco a metà legislatura. Come normalmente è tradizione riconfermare gli uscenti. Solo che molta acqua è passata sotto i ponti dal 2013 e Forza Italia, prima in maggioranza con Enrico Letta, è ora all'opposizione. E senza un nuovo Nazareno in vista - un'eventualità che il premier continua in privato ad escludere - saranno i quattro presidenti forzisti della Camera e i due del Senato (questi ultimi però solo a settembre) a doversi fare da parte. Il toto-presidenti impazza, con un bilancino che terrà conto della necessità di premiare la sinistra che ha accettato di collaborare con il segretario, senza però scontentare i renziani di vecchia data. Nella Affari costituzionali di Montecitorio Francesco Paolo Sisto andrebbe sostituito con Emanuele Fiano, anche se in ballottaggio c'è Matteo Richetti. Entrambi renziani. Alla Difesa al posto di Elio Vito, si parla del renziano Gian Piero Scanu (non troppo ben visto tuttavia dalla ministra Pinotti) o del giovane turco Daniele Marantelli. Alla Finanze si scalda Marco Causi, uno degli animatori della corrente di Martina, ma potrebbe anche lasciare il posto al veltronian-renziano Andrea Martella (in arrivo da un'altra commissione). Per sostituire Giancarlo Galan alla commissione Cultura la prima scelta è la renziana Flavia Piccoli Nardelli, in panchina pronto Roberto Rampi (martiniano). Il Risiko delle commissioni è complicato dal fatto che, oltre alle correnti del Pd, Renzi si dovrà di fronte alle richieste di Scelta Civica, Ncd e Popolari per l'Italia - junior partner della coalizione - che hanno chiesto una presidenza a testa.

Un capitolo a parte meritano le presidenze della commissione Bilancio di Camera e Senato. A palazzo Madama il compito è relativamente più semplice visto che Antonio Azzollini si è dimesso travolto dall'inchiesta di Trani. Il Pd vorrebbe metterci il renziano Giorgio Santini, ma anche Linda Lanzillotta ha i suoi supporter. Il caso più delicato è invece quello di Montecitorio, dove la presidenza è di Francesco Boccia, un democratico non allineato. In passato è stato molto critico con Renzi, anche se il suo tasso di antagonismo è scemato. Il premier però, in vista della legge di Stabilità, pretende che le due commissioni Bilancio siano affidate a personalità di provata fede. E sembra che Boccia non sia considerato tale, soprattutto dal potente sottosegretario Luca Lotti. A palazzo Madama ci sono poi da scegliere i sostituti dei forzisti Nitto Palma e Altero Matteoli (Giustizia e Lavori Pubblici). Ma la commissione giustizia della Camera è già appannaggio del Pd, così si sta pensando di consegnarla a un alfaniano. In cambio Ncd dovrebbe convincere Roberto Formigoni - sotto processo a Milano - a sloggiare dalla presidenza della commissione Agricoltura prima che arrivi la sentenza.

L'altra partita che Renzi si sta giocando è quella sulle riforme. Un sasso nello stagno l'ha lanciato, su l'Unità, il vicepresidente del Pd Matteo Ricci, sindaco renziano di Pesaro. Ha proposto di tornare all'idea iniziale di Renzi, quella di un Senato composto dai sindaci delle città capoluogo e dai venti presidenti delle Regioni. Andando così incontro alle richieste di un Senato composto da senatori eletti e non nominati, come chiede la minoranza: "Se il punto è compattare il Pd, l'unità si può ritrovare intorno a quell'idea, costruita su un sistema chiaro e semplice per i cittadini". Una palla buttata in avanti, ma con l'incoraggiamento del segretario.

Rispondendo nella sua rubrica ai lettori de l'Unità Renzi è invece sembrato non curarsi molto dei fuoriusciti: "Fassina - ha scritto ieri - non può pretendere di riscrivere la storia. Il Pd invece può scrivere una pagina di storia. Lo faremo, anche senza di lui".

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12 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/12/news/pronto_il_mini-rimpasto_quagliariello_alle_regioni_e_due_nuovi_viceministri-118896938/?ref=HREC1-2
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« Risposta #100 il: Agosto 02, 2015, 04:42:35 »

Ue, Renzi punta sulla legge di stabilità: "Ora flessibilità e nuovi investimenti"
Evitato per il momento il rischio Grexit, il premier apre un nuovo match, quello sui margini per imprimere uno stimolo più vigoroso alla crescita.
"Siamo il paese delle riforme. Quando Schroeder cambiò il mercato del lavoro sforò il 3%"

Di FRANCESCO BEI
14 luglio 2015

ROMA. Al termine di una discussione «in cui ti fermi qualche centimetro prima di fare il crash», Matteo Renzi plaude al finale di una partita chiusa «nel nome del buon senso e della ragionevolezza rispetto a come era partita». Con gli occhi ancora gonfi di sonno, il premier a Bruxelles ammette quello che tutti hanno capito: «Si è rischiata davvero la Grexit».

Ma non è stata una vittoria della Germania "imperiale", non c'è un solo paese che detta la linea per tutti. E proprio «la discussione vera, anche accesa» che c'è stata durante la notte tra falchi e colombe lo dimostrerebbe. Il capo del governo italiano, questa la voce che rimbalza nei corridoi, si sarebbe ad esempio scontrato duramente con il falco olandese Rutte sull'ipotesi di piazzare il fondo di garanzia da 50 miliardi, creato con i beni ellenici da privatizzare, in Lussemburgo. La delegazione italiana smentisce l'alterco, tuttavia in conferenza stampa Renzi conferma di essersi mostrato «deciso nel dire che se vuoi fare un fondo con i beni che vengono dalla Grecia non puoi pensare di metterlo in Lussemburgo perché sarebbe stata un'umiliazione».

Tornato a Roma con il rischio Grexit (almeno per ora) scongiurato, per il presidente del Consiglio si apre il vero match, quello sui margini di flessibilità per imprimere uno stimolo più vigoroso a una crescita che, in Italia, si mostra ancora molto più flebile rispetto al resto d'Europa. «Questo accordo non riguarda l'Italia - confida il premier in privato - perché noi in Europa siamo ormai il paese delle riforme. Anzi, a questo ultimo vertice abbiamo dato l'immagine di un paese serio. Abbiamo dimostrato buon senso, non ce ne siamo usciti inventandoci cose strane». Ora però è il momento di passare all'incasso, visto che le riforme l'Italia le sta facendo. «Con un ritmo - aggiunge il capogruppo Ettore Rosato - che non ha paragoni con nessun altro paese in Europa». E il prossimo step nell'agenda di Renzi sarà la riforma della Pubblica amministrazione, un disegno di legge a cui annette la stessa importanza strategica del Jobs Act e della Buona Scuola. «Puntiamo tutto sulla riforma Madia», è la parola d'ordine che sta facendo passare ai suoi.

Ma questo capitale politico, questo tesoretto di credibilità conquistato in Europa e al tavolo con la Merkel, Renzi ha intenzione di metterlo presto a frutto. Giocandosela fino in fondo sui margini di flessibilità per nuovi investimenti. Se necessario anche ritoccando al rialzo il deficit. «Per dirne una - ha ricordato ieri ai collaboratori - il cancelliere Schroeder, per fare la riforma del mercato del lavoro, ci mise un anno e mezzo e sforò il vincolo del 3%. E nessuno ebbe da ridire». Non che sia stato già deciso nulla, ma nelle discussioni a palazzo Chigi nella squadra economica di Renzi e con il ministro Padoan le ipotesi sul tavolo sono molte. Alcune più eterodosse, altre più in linea con gli obblighi del Fiscal compact. Tutte comunque girano intorno al binomio vincente: meno tasse più investimenti. Senza curarsi troppo dello zero virgola dei parametri europei ma puntando tutto sulla crescita.

L'attenzione si è posata sulla "clausola sugli investimenti", una norma prevista dallo strumento preventivo del Patto di stabilità e crescita. L'Italia, al tempo del governo Letta, provò ad attivarla ma senza successo. A palazzo Chigi, dopo aver chiesto lo scorso anno l'applicazione della "clausola per le riforme strutturali" del Patto (quella che ha generato il famoso tesoretto, poi mangiato dalla sentenza della Consulta sulle pensioni), si sono convinti di poterci riprovare. Visto l'andamento positivo del Pil e il percorso delle riforme. Ai tempi di Letta si parlava di un bonus nell'ordine di tre miliardi di euro, visto il miglioramento dei conti pubblici si potrebbe domani arrivare fino a sei miliardi. «La condizione per chiedere l'applicazione della "investment clause" - spiega l'economista dem Filippo Taddei - è che gli investimenti del paese siano in una fase crescente. E la cosa interessante è che la crescita italiana, in questa fase, è proprio trainata da investimenti privati in aumento. Quindi ci siamo». Riuscire a fare più deficit per gli investimenti è cruciale per passare da una crescita asfittica a un paese che tira per davvero. E arrivare alle elezioni nel 2018 con un'Italia rimessa al passo degli altri paesi dell'eurozona. È questa la scommessa di Renzi. Certo, la strada da recuperare è enorme. Ancora nel 2011 la quota di investimenti sul Pil era del 21%, quest'anno siamo al 16%: un calo di cinque punti percentuali che equivale a qualcosa come 80 miliardi persi per strada. «Ma la crescita è legata agli investimenti. Più ne fai e più cresci. Io - aggiunge Taddei - la chiamo la politica della ciliegia: una tira l'altra». Tra stimolare lo sviluppo abbassando le tasse sulla casa per generare più consumi e puntare invece sulle imprese, sembra che a palazzo Chigi e a via XX Settembre stia prevalendo la seconda ipotesi. Con l'idea di incentivi fiscali per le imprese che investono. Il tempo delle decisioni sarà a settembre, con i primi "paper" della legge di Stabilità.

Renzi comunque ha deciso di giocarsi tutto nella Finanziaria, anche per non arrivare a mani vuote alle amministrative del 2016. In conferenza stampa lo ha detto in 140 battute: «Credo che costi meno fare un grande investimento sulla crescita che rischiare di dover fare domani un grande investimento sui salvataggi».

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14 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/economia/2015/07/14/news/ue_renzi_punta_sulla_legge_di_stabilita_ora_flessibilita_e_nuovi_investimenti_-119016035/?ref=HREC1-1
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« Risposta #101 il: Marzo 10, 2016, 05:53:22 »

Patto per le amministrative Lega-M5S.
Il piano segreto di Salvini a Roma per affossare Bertolaso nei gazebo
Torino e la Capitale ai cinque stelle, in cambio Bologna e Novara al Carroccio
I leghisti a Roma hanno già dimostrato un certo grado di mobilitazione organizzativa: hanno fatto votare 10 mila persone alle loro primarie quasi senza preavviso

09/03/2016
Francesco Bei
Roma

È tutto pronto, la strategia è stata studiata nei giorni scorsi. Matteo Salvini farà fuori Guido Bertolaso, il candidato di Berlusconi a Roma. Infilzandolo il prossimo fine settimana con la stessa arma scelta dal leader di Forza Italia per plebiscitare l’ex capo della Protezione civile: le gazebarie. La «gazebata» (copyright Maria Stella Gelmini) prevede un centinaio di chioschi aperti per far esprimere gli elettori romani su un quesito semplice: siete d’accordo con la candidatura di Bertolaso? Non essendoci altri nomi sulla scheda, i cittadini potranno mettere una croce sul sì oppure sul no. 

Tutto scontato? Non proprio. I leghisti, che a Roma hanno già dimostrato un certo grado di mobilitazione organizzativa - hanno fatto votare 10 mila persone alle loro primarie quasi senza preavviso - hanno infatti deciso di rovinare la festa a Berlusconi. E quella che avrebbe dovuto essere un’incoronazione, rischia di trasformarsi in un disastro. Il piano di Salvini prevede infatti di saturare i gazebo forzisti con una massa di elettori pronti a votare “No” a Bertolaso. 

L’attacco avrebbe dovuto essere pianificato ieri tra lo stesso Salvini e lo stato maggiore leghista nella Capitale (il vicesegretario Giancarlo Giorgetti e il commissario laziale Gian Marco Centinaio). Riunione poi saltata all’ultimo minuto. Ma il capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga, dietro le quinte della trasmissione Omnibus, qualcosa si è lasciato sfuggire: «A queste consultazioni di Forza Italia si può votare sì... ma immagino si possa votare anche no. E se Bertolaso venisse bocciato, Berlusconi dovrebbe prenderne atto». 

Certo, i leghisti mettono in conto anche un controllo capillare del voto da parte dei forzisti. Decisi a non farsi travolgere dalle truppe cammellate di Salvini. Per questo il segretario del Carroccio ha pronto anche un piano di riserva, nel malaugurato caso Bertolaso venisse comunque incoronato dalle urne. Se infatti Berlusconi, come sembra, dovesse insistere, la Lega è già pronta a mollare gli ormeggi. E presentarsi da sola nella Capitale con un proprio candidato di bandiera per raccogliere quanti più voti possibile. Con quale volto? «Irene Pivetti potrebbe essere quella giusta», confida Fedriga. Ma ci sarebbe anche l’ipotesi di una corsa tutta sulla fascia destra, con un candidato lepenista come Francesco Storace. «Se la lega converge su di me - dice l’ex governatore del Lazio - di sicuro prende una barca di voti». 

Ma è improbabile che regalare «una barca di voti» a Storace (o Pivetti) sia l’obiettivo di Salvini. Dunque perché tutto questo attivismo su Roma? Le voci più affidabili su quanto viene discusso a via Bellerio, sede federale della Lega, descrivono un quadro molto più credibile e interessante. Che chiama in causa direttamente il Movimento Cinque Stelle. Negli ultimi tempi infatti colpiscono i ripetuti attestati di stima che il segretario elargisce a due candidate grilline: la romana Veronica Raggi e la torinese Chiara Appendino. «Entrambe - ha ripetuto ieri alla Zanzara su Radio24 - hanno le idee chiare su quello che bisogna fare. Se nelle due città ci fosse un ballottaggio tra Pd e Grillo, voterei certamente per i candidati dei 5 Stelle».

Questo rinnovato endorsement sulle due ragazze M5s nasconde l’ultimo elemento del piano leghista. Un patto occulto di desistenza tra Lega e Movimento 5 Stelle per lanciare reciprocamente Appendino a Torino, Raggi a Roma e i due candidati leghisti a Bologna e Novara. Una desistenza mascherata, che prevede il voto disgiunto nelle quattro città: a Roma e Torino i leghisti metteranno una croce sulla propria lista e sulla candidata sindaca grillina; in cambio a Bologna e Novara il M5s non si scalderà troppo per far arrivare al ballottaggio i propri candidati. Lasciando spazio a quelli del Carroccio. 

Da - http://www.lastampa.it/2016/03/09/italia/politica/patto-per-le-amministrative-legams-il-piano-segreto-di-salvini-a-roma-per-affossare-bertolaso-nei-gazebo-ZahpRHWuT9cxuuhB44z4BL/pagina.html
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« Risposta #102 il: Giugno 13, 2016, 12:57:08 »

Cancro, pacemaker e il resto il corpo restaurato del Capo
Dalla rivelazione del Duemila sul tumore alla prostata ai problemi cardiaci Il carisma del leader, alla ricerca dell’immortalità, accresciuto dalle malattie
Berlusconi era stato ricoverato al San Raffaele anche per una uveite acuta nel 2013

10/06/2016
Francesco Bei
Roma

«Ho avuto un cancro e dopo aver superato questa prova, ho imparato a non avere più paura di nulla». Berlusconi e il mito della sua immortalità, la malattia, il corpo vulnerabile e tuttavia onnipotente. E poi la potenza virile e la delicatezza femminile, gli acciacchi dell’età e la rincorsa all’eterna giovinezza, insomma con tutto quello che c’è tra la vita e la morte, sesso incluso naturalmente, ci gioca da sempre traendone anche una discreta rendita politica. 

Quel corpo, su cui si sono esercitati in molti e la letteratura abbonda, a partire dal molto citato “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti (Guanda), è ormai una sorta di monumento italiano e come tutti i monumenti negli anni ha subito colpi, è stato restaurato, un pezzo crollato, un altro sostituito. In un susseguirsi di lifting, pacemaker, uveiti, trapianti, operazioni varie, aggiunte e tagli, sempre tutto pubblico, perché nell’ostensione del corpo, anche del corpo malato, il leader ha sempre ritrovato la sua forza. E così, appunto, nel 2000 fu la rivelazione del cancro alla prostata, ma l’operazione risaliva a tre anni prima. Anche in quel caso, curiosamente, durante una campagna elettorale per le amministrative. «Ero sul palco, in mezzo alla gente, ma parlavo con la morte nel cuore. La mattina dopo dovevo entrare in sala operatoria, non riuscivo a non pensarci, temevo che il male fosse incurabile», confidò in un’intervista a Repubblica. 

Altra fuga in gran segreto in America nel 2006. «Vado a divertirmi a Las Vegas», disse ai cronisti prima di partire. Invece era a Cleveland a mettersi un pacemaker. E ancora nel 2015, quando quel ricambio elettronico dovette essere sostituito. Vita sregolata, notti insonni, troppo stress, (troppe ragazze), troppo tutto. 

Nel 2006 a un convegno dei giovani di Dell’Utri – a proposito, il gemello politico del Cavaliere ha avuto problemi di cuore pochi giorni fa – Berlusconi clamorosamente e pure in diretta tv, s’accasciò, svenne, perse i sensi e le guardie del corpo fecero appena in tempo ad acchiapparlo al volo perché non cadesse dal palco. Ma erano già i giorni del declino, lontani da quelli della potenza fisica. Come l’esaltazione del fitness, della corsa del ’95 alle Bermuda con gli amici di sempre: Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Carlo Bernasconi, Gianni Letta e, appunto, Marcello Dell’Utri.

Lui davanti e gli altri a inseguirlo, tutti in divisa bianca. «Sui cento metri non ce n’è per nessuno, mi lascio dietro anche i ragazzi della scorta», raccontava in Sardegna negli ultimi anni. Ma il primo a non crederci era lui. Di lì a poco, nel 2009, sarebbe arrivato quel pazzo di Massimo Tartaglia a scagliargli in pieno volto una miniatura appuntita del Duomo. «E ci mancò poco che mi cavasse un occhio». Anche allora l’ostensione del volto tumefatto e pieno di sangue ebbe un effetto magico sulle masse dei fedeli, rinsaldò il mito di un uomo «tecnicamente immortale» (parola di Umberto Scapagnini, il suo medico prima di Zangrillo, morto nel 2013). Lo stesso Scapagnini che gli somministrava un misteriosissimo elisir antietà a base di «olio di onfacio e palosanto, una pianta di cui si nutrono gli abitanti centenari di Ocobamba». Che poi esisterà veramente sull’atlante? 

Ma si potrebbe andare avanti con l’uveite che lo costrinse a girare in Senato con gli occhialoni da sole stile il Padrino, con la sciatica che miracolosamente lo abbandonò a Vicenza per mostrarsi arrabbiato e pimpante davanti ai industriali, l’Alzheimer, «ma al primo stadio», come i malati di Cesano Boscone dove svolgeva i servizi sociali. Fino alla valvola atriale di un suino che gli impianteranno martedì. Confermandone così la natura ibrida di uomo/animale, nel segno totemico del verro. Per gli antichi Celti simbolo di fertilità. E che sia lunga vita. 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/06/10/italia/cronache/cancro-pacemaker-e-il-resto-il-corpo-restaurato-del-capo-Lyvq2AD4R02FFoCImzUDHO/pagina.html
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« Risposta #103 il: Giugno 22, 2016, 06:05:12 »

La risposta allo smacco delle urne

22/06/2016
Francesco Bei

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. C’è voluto il clamoroso risultato di questa tornata elettorale per portare finalmente al centro della politica il tema delle periferie. O meglio di come concretamente vivono i cittadini a dieci fermate dal centro storico. Il governo sembra aver capito che la direzione di marcia deve essere quella e il piano di riqualificazione edilizia con cui apriamo oggi il giornale è un primo segnale di ascolto.

D’altronde lo stanno testimoniando le nostre inchieste per strada in questi giorni e lo confermano i flussi elettorali: fuori dalla cerchia delle mura cittadine cova un giacimento di rabbia pronto a esplodere, un deposito che ha trovato sfogo domenica nell’urna. E siamo fortunati che sia ancora il voto democratico a incanalare questo risentimento, mentre in altri Paesi l’odio sociale si è trasformato in incendio. 

E ha infiammato i quartieri-ghetto con la benzina dell’immigrazione. Per chi si sente abbandonato da tutti, il voto ai cinque stelle è stato come un grido di dolore e un insulto sparato in faccia a chi governa. «Il problema dell’eguaglianza e delle periferie - sembra abbia riconosciuto il ministro Andrea Orlando nella tesa riunione di governo di lunedì a urne ancora calde - è stato poco affrontato dal Pd in questa campagna elettorale».

Sbaglia Beppe Grillo a considerare quel voto un’adesione incondizionata al programma M5s (una serie di slogan che faticheranno a trovare applicazione concreta) e un’investitura anche per il governo nazionale, ma sbaglierebbe anche Matteo Renzi a ridurlo a una questione che si può risolvere rafforzando la segreteria del Pd con qualche innesto. 

Tuttavia il capo del governo è ancora in tempo per recuperare. Ma deve ritrovare quello spirito di attenzione al particolare, quell’atteggiamento da sindaco che sta sempre «sul pezzo» che gli consentì di vincere le primarie e poi di convincere il 40 per cento degli italiani. Quando a Firenze, durante il primo mandato, lo accusarono di essersi dimenticato delle periferie e di pensare solo alla pedonalizzazione di piazza della Signoria, Renzi non negò il problema, non cambiò assessori, fece una cosa di buon senso: studiò il modo per allungare la tramvia che collega la zona di Piagge con il centro. E ricucì il territorio. Con l’ultima legge di Stabilità ha stanziato 500 milioni di euro per le periferie, grazie alla flessibilità strappata a Bruxelles. Il decreto di Renzi che stabilisce le modalità di erogazione di questi fondi alle città porta la data del 7 giugno, due giorni dopo il primo turno elettorale. Ma tutto va troppo lento, si aspettano i progetti dei sindaci, e ci vorrà molto tempo prima che i cittadini si accorgano che qualcosa sta cambiando. Il problema in fondo è tutto qui. Perché una volta in periferia c’era il Pci con le sue sezioni e la Dc con le sue organizzazioni collaterali, c’erano i sindacati, le parrocchie, un mastice che teneva incollato il mondo dei privilegiati e il mondo di sotto. Ora in questo vuoto non c’è più nulla. E Renzi ha solo il governo per provare a farsi ascoltare. Ma lo deve fare in fretta. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/06/22/cultura/opinioni/editoriali/la-risposta-allo-smacco-delle-urne-6H8DvpeHmAT64tzjDvhKEM/pagina.html
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« Risposta #104 il: Luglio 12, 2016, 11:56:39 »

Testacoda in Medio oriente

11/07/2016
Francesco Bei

Ci risiamo, verrebbe da dire. Il testacoda della delegazione Cinquestelle guidata da Luigi Di Maio in Israele merita di essere valutato con attenzione perché, al di là dell’episodio in sé, racconta molto della natura del Movimento politico che si candida a guidare l’Italia (ancora una nazione del G7, tra i maggiori contributori della Nato come truppe sul terreno, fondatrice dell’Unione europea) e delle pulsioni che animano nel profondo alcune frange neppure troppo minoritarie dell’elettorato. 

L’amicizia verso Israele, avamposto democratico in un Medio Oriente sconvolto dalla guerra, dal terrorismo e da dittature brutali, ora ci appare scontata. Centrodestra e Pd – vale a dire forze che ancora rappresentano il baricentro della politica italiana – hanno introiettato questa amicizia (che non significa chiudere gli occhi di fronte a scelte controverse come gli insediamenti) nel loro Dna costitutivo. Ma è necessario ricordare che non sempre è stato così, questa simpatia verso gli ebrei è un sentimento recente, diciamo degli ultimi vent’anni. Basta avere un po’ di memoria storica per ricordare che tutto l’arco politico italiano, con l’eccezione dei radicali, dei repubblicani e dei liberali, è stato completamente sbilanciato a favore della causa palestinese. In anni in cui, oltretutto, l’Olp e tutte le varie frange del nazionalismo palestinese ammazzavano civili in Europa, Italia inclusa. Nemer Hammad, ambasciatore Olp in Italia, era di casa al Sismi e alla Farnesina di Giulio Andreotti ed Emilio Colombo. Per non parlare del Psi di Craxi e, soprattutto, del Pci berlingueriano. Proprio nella sinistra comunista si consumò la frattura più profonda e dolorosa con l’ebraismo politico, fino ad allora (e a ragione) considerato una costola del movimento socialista e democratico internazionale, dai tempi di Herzl e Mazzini. Un trauma che ebbe origine dalla guerra del 1967 e dalla decisione del Pci, presa a Mosca, di schierarsi con i Paesi arabi che provavano a cancellare un giovane Israele dalla mappa geografica. 

Da allora e per merito anche di personalità come Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Piero Fassino, Walter Veltroni, Umberto Ranieri, quella ferita è stata rimarginata e la sinistra italiana del Pds e poi del Pd è tornata amica di Israele. Così come, grazie a Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, lo è stata la destra, Lega compresa. Ma con l’attuale declino, anzitutto culturale, degli schieramenti tradizionali, è venuta meno anche la loro «pedagogia» politica sull’elettorato. Così possono tranquillamente essere rimesse in circolo tesi unilaterali sul conflitto fra israeliani e palestinesi, un membro del direttorio M5S può dire che con l’Isis si deve trattare senza che questo implichi la sua espulsione dal consorzio civile e dai salotti televisivi, il futuro ministro degli Esteri grillino, invitato dal governo Netanyahu, può minacciare il riconoscimento della Palestina e l’apertura di un’ambasciata italiana a Ramallah. Se la missione in Israele di Luigi Di Maio era stata concepita come un primo passo del Movimento verso la maturità politica, anche in vista della visita negli Usa a settembre, si può dire che per il momento l’obiettivo è stato mancato.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/07/11/cultura/testacoda-in-medio-oriente-ojig9sIMTHcvTv6ozHC3EP/pagina.html
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