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Autore Topic: FRANCESCO BEI.  (Letto 23001 volte)
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« Risposta #15 il: Novembre 28, 2010, 06:06:00 »

RETROSCENA

Usa e Murdoch, ultimi incubi di Silvio "Anche loro sognano Draghi al mio posto"

WikiLeaks, Frattini rassicura il premier.

La Lega: stop veleni, votiamo.

Berlusconi ostenta ottimismo sui voti alla Camera: siamo a quota 320. Ma i suoi sono scettici

di FRANCESCO BEI


La piena "WikiLeaks" sta per abbattersi su "Palazzo Letta", come lo ha ribattezzato venerdì Silvio Berlusconi. Il clima nella maggioranza è teso.

E la coincidenza tra l'annunciato ciclone Assange con il voto di fiducia del 14 dicembre, che deciderà le sorti del governo, aumenta la sensazione di accerchiamento del premier. "Frattini ha avuto assicurazioni che non c'è nulla di devastante in quelle mail, ma resta l'impressione - riferisce un ministro - che ci sia una pressione di ambienti americani contro il governo". È la teoria del complotto, ripetuta nei conciliaboli a palazzo Chigi e finita nel comunicato del Consiglio dei ministri.

"Negli ultimi vertici internazionali - ha confidato il Cavaliere a un ministro - alcuni leader mi hanno avvicinato per chiedermi cosa stesse succedendo in Italia, pensano che il governo sia sul punto di cadere. Ecco l'immagine che, per colpa dei giornali e delle tv, ci stiamo tirando addosso". Giornali e tv, ma anche editori. "Mi dicono - ha iniziato a sospettare Berlusconi - che si stia muovendo anche Murdoch". Gli uomini più vicini al Cavaliere sono convinti infatti che ci sia anche il tycoon australiano dietro la manovra che punta a mandare a gambe all'aria il governo grazie a un cocktail letale di cattive notizie (rifiuti, scandali sessuali, rivelazioni di WikiLeaks) di cui la "spallata" parlamentare di Fini sarebbe l'ingrediente finale. Un percorso in crescendo verso la crisi e la sostituzione di Berlusconi con il governatore Draghi.

Murdoch, Draghi, l'amministrazione Obama.
Triangolazioni tenute sotto osservazione nel Pdl. Come quelle tra Fini e gli americani. Non solo il rapporto stretto tra il presidente della Camera e Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica della Camera dei rappresentanti. Ma anche una visita che Fini avrebbe fatto all'ambasciata Usa dopo lo strappo con Berlusconi. Va detto che i leghisti restano scettici sull'esistenza di una sorta di Spectre mondiale che lavora contro il governo italiano. Significativo il silenzio sull'argomento del ministro dell'Interno Maroni, mentre raccontano che Giulio Tremonti - durante il Consiglio dei ministri di venerdì - si sia messo a sfogliare delle carte quando Frattini ha iniziato a esporre la sua tesi, "distraendosi" al momento opportuno senza intervenire. Al finiano Carmelo Briguglio, membro del Copasir, questi giorni oscuri fanno invece tornare in mente il crepuscolo della Prima Repubblica: "Come allora si ripetono tre elementi: la crisi economica, gli scandali giudiziari, il ruolo degli Usa contro Craxi". Coincidenze suggestive.

In ogni caso sarà in Parlamento che si consumerà l'esperienza del Cavaliere. E l'enfasi sul "tradimento dei finiani", con cui ha colorato le sue uscite di ieri, dimostra come Berlusconi stia aumentando la pressione sulle ali moderate di Fli. I "persuasori" incaricati sono Denis Verdini e Daniela Santanché. Il primo ha dato ordine di sopire qualsiasi contrasto interno al Pdl: "Diciamo di sì a tutti fino al 14, poi si vede". La seconda passa le sue giornate scaricando il cellulare: "E sono più le telefonate che ricevo di quello che faccio". L'ultimo problema si è presentato al Senato, la ridotta data per sicura, dove Esteban Juan Caselli (eletto in Argentina) minacciava di disertare. Convinto per il rotto della cuffia con la nomina a nuovo responsabile Pdl del settore Italiani nel Mondo.

Tra minacce e blandizie, il Cavaliere mette in giro la voce di essere arrivato vicino alla maggioranza della Camera. E di puntare ora, nonostante lo scetticismo dei suoi, al pieno di "320 voti". Una maggioranza, ammesso che ci sia, che servirebbe per gridare forte al Quirinale che un altro governo è impossibile. A quel punto Berlusconi spera che Casini possa rendersi disponibile a un ingresso al governo, lasciando Fini solo sull'altra sponda. Uno scenario che gli uomini del presidente della Camera ritengono "fantascientifico". "Berlusconi sogna: Fini e Casini marciano uniti". C'è poi da considerare l'insofferenza del Carroccio per la situazione di stallo della maggioranza, a cui La Padania dà voce oggi con un titolo di prima pagina: "Voto unico antidoto ai veleni".

Intanto anche nel Pdl, nonostante la sordina messa da Berlusconi ai "personalismi", i colonnelli pensano già al dopo.
Ieri a Milano, al convegno organizzato da Roberto Formigoni, si è saldato un patto generazionale tra i cattolici per prendersi il partito. Al lancio della "new generation" c'erano Angelino Alfano e Raffaele Fitto, Maurizio Lupi, Mario Mauro e Saverio Romano, tornato nel centrodestra dopo l'uscita dall'Udc.

(28 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/28/news/retroscena_27_novembre-9593806/?ref=HRER1-1
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« Risposta #16 il: Novembre 28, 2010, 06:13:55 »

IL RETROSCENA

Berlusconi teme i dossier esteri "Serve un intervento della Farnesina"

Nel governo i sospetti puntano in una direzione: l'amministrazione americana.

C'è il timore di nuove rivelazioni sul caso Ruby prima del voto di fiducia del 14

di FRANCESCO BEI


ROMA - Ai piani alti del governo l'allarme rosso è già scattato. Così, obbedendo a una precisa richiesta del premier, Franco Frattini si è incaricato di portarlo a conoscenza di tutti. Ormai il gioco è scoperto, tracima dalle conversazioni riservate e finisce persino sul comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, un documento sempre molto felpato che viene diramato dopo il Consiglio dei ministri e porta la firma di Gianni Letta. Persino il prudente sottosegretario, terminale dei servizi di intelligence, stavolta abbandona gli scrupoli e fa scrivere che sarebbero in atto "strategie dirette a colpire l'immagine dell'Italia sulla scena internazionale". Di chi parlano? Chi c'è dietro? Il Cavaliere, durante la riunione del governo, non è sceso nei dettagli, né ha evocato il complotto internazionale.

Ma qualcosa il giorno precedente, parlando ai membri dell'ufficio di presidenza del Pdl, si era lasciato sfuggire. "Siamo in presenza di un disegno... c'è una concentrazione di fatti, dalle immagini dei rifiuti a Napoli alle macerie dell'Aquila, dal gossip a Pompei, che punta a far apparire il nostro governo come inadempiente, incapace di risolvere i problemi e colpevole di tutto". Una "instabilità" che potrebbe ripercuotersi anche sul mercato dove viene contrattato il debito pubblico, "trascinando l'Italia dove già stanno l'Irlanda e il Portogallo". Una sottolineatura arrivata dopo l'offerta spontanea di Sandro Bondi, il ministro sotto attacco
per il crollo della Casa dei Gladiatori: "Presidente, se ritieni io sono pronto a farmi da parte prima della mozione di sfiducia". "Ma no Sandro - gli ha risposto il Cavaliere - , tu devi resistere, questi sono attacchi strumentali. Tutti noi dobbiamo resistere".

Resistere, ma contro chi? Chi sarebbero i registi del "disegno" che punterebbe a scalzare il governo? Berlusconi resta sul vago, parla dei "giornali", dei soliti "poteri forti". Ma nel governo tornano ad affacciarsi i sospetti sull'amministrazione americana. Il timore ora è che nelle tonnellate di mail riservate che Wikileaks si appresta a rendere pubbliche ci sia la vera storia dei rapporti fra i nuovi signori di Washington e Palazzo Chigi. I documenti dovrebbe illuminare i giudizi sull'esecutivo di Prodi ma anche quello di Berlusconi, in particolare dopo l'arrivo di Obama alla Casa Bianca. E non a caso ieri nella maggioranza si ricordavano quei report poco lusinghieri trasmessi a Washington dall'ambasciata americana a Roma.

Quelle critiche sulla "diplomazia del gas" di Berlusconi, "non coordinata con le autorità americane". È passato un anno, ma nel frattempo la situazione è andata ancora più avanti. Tanto da ipotizzare persino un ingresso di Gazprom nel capitale Mediaset. Berlusconi troppo legato a Putin, Berlusconi che finisce in mezzo al "Great Game" in corso tra Usa, Ue e Russia per controllare i giacimenti del gas e petrolio dell'Eurasia. Appena dieci giorni fa il quotidiano Kommersant, controllato da Gazprom, ha salutato con enfasi il via libera di Sofia al passaggio del gasdotto South stream sul territorio bulgaro ("South stream arriva prima del Nabucco"). E il merito veniva attribuito proprio a Berlusconi che, ospite di Putin a ottobre, aveva promesso di intervenire per "sbrogliare la matassa" con Sofia. Insomma, per gli stessi russi il Cavaliere sarebbe una sorta di lobbista a livello internazionale, favorendo la joint-venture tra Gazprom ed Eni. Un ruolo che l'avrebbe fatto finire nel mirino degli americani. C'è poi la questione Finmeccanica. Lo stesso premier ha ricordato ieri che l'azienda italiana "ha firmato un contratto di un miliardo con la Russia". E proprio la commessa degli elicotteri alla Casa Bianca, il fiore all'occhiello di Guarguaglini, è stato il primo contratto che Obama ha cancellato non appena messo piede nello studio Ovale.

Nel governo si tende a ridimensionare l'ossessione del complotto. Gianfranco Rotondi parla di "manovre a bordo campo che possono danneggiarci, ma non penso ad ambienti ufficiali". "Escludo che gli americani ce l'abbiano con noi - spiega Ignazio La Russa, reduce dal vertice della Nato - e lo posso dimostrare: a Lisbona Obama ha elogiato Berlusconi davanti a tutti, il solo leader che è stato citato per nome e cognome. Anche con me i rapporti sono ottimi, gli abbiamo appena mandato altri duecento istruttori in Afghanistan". Eppure qualcosa non torna. E il timore è che possa presto venir fuori qualcosa di imbarazzante anche sul caso Ruby. Si parla di un'altra telefonata, che potrebbe uscire prima del voto di fiducia.

(27 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/27/news/dossier_esteri-9557657/
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« Risposta #17 il: Dicembre 07, 2010, 12:09:05 »

L'INCONTRO

Renzi-Berlusconi ad Arcore

Il Cavaliere: "Tu mi somigli"

Il sindaco chiede fondi per Firenze.

Il leader del Pdl ha apprezzato l'aiuto del primo cittadino toscano sul caso dei rifiuti a Napoli

di FRANCESCO BEI


ROMA - I due si annusano a distanza da tempo. C'è una curiosità reciproca e, almeno da parte del Cavaliere, anche una corrente di schietta simpatia per quel giovane così "diverso dai soliti parrucconi della sinistra". "Un po' mi somiglia, è fuori dagli schemi", ha confidato a un amico. Insomma, alla fine forse era inevitabile che accadesse e infatti è accaduto: Matteo Renzi, il sindaco della rossa Firenze e leader dei "rottamatori" del Pd, ha varcato ieri il cancello di Arcore.

Per carità, ci saranno state ottime ragioni "istituzionali", come usa dire, a giustificare quel faccia a faccia così poco istituzionale e così tanto politico. Renzi, come ogni sindaco d'Italia, è alla canna del gas, ha un disperato bisogno di fondi per chiudere un bilancio altrimenti "lacrime e sangue". E l'ultimo vagone che si può agganciare è quel decreto "Milleproroghe" che il Consiglio dei ministri si appresta a varare alla fine della settimana. Renzi sperava in una legge speciale per la città di Dante, contava di riuscire a portare a casa qualche norma di vantaggio. Quando ha compreso che non sarebbe stato possibile, è andato a bussare direttamente al portone di Arcore.
Soldi chiede, ma non se li aspetta dal governo. Vorrebbe farseli dare dai milioni di turisti che si fermano a visitare gli Uffizi o le altre meraviglie fiorentine, imponendo a ciascuno un piccolo "contributo", una tassa di soggiorno. Pochi euro per il singolo turista, molti per la città: 17 milioni all'anno, calcolano i tecnici del comune. Ma per imporre la tassa serve il via libera del governo. Da qui la visita di ieri ad Arcore.

Eppure non è solo questo, almeno non da parte del Cavaliere.
Il premier è infatti davvero intrigato da questo giovane amministratore del Pd. "Ce ne avessimo come lui", sospira. Renzi gli ha toccato il cuore la scorsa settimana, quando Berlusconi annaspava senza trovare una soluzione al problema dei rifiuti a Napoli. I leghisti non ne volevano sapere di dare una mano ai "terroni" e Berlusconi, disperato, ha fatto chiamare Renzi al telefono. "Salve sindaco, mi consente di darle del tu? Dammi del tu anche tu". Un approccio subito confidenziale, che sortisce l'effetto desiderato. Al termine di una telefonata molto amichevole, il sindaco di Firenze tende al Cavaliere una mano preziosa: "Presidente, ti possiamo mandare a Napoli sei camion compattatori per raccogliere l'immondizia dalle strade". "Grazie Matteo, affare fatto. Grazie a Firenze".

Un'amicizia nata nella difficoltà, di quelle che possono prolungare i loro effetti ben oltre l'emergenza.
Del resto non è da oggi che il Cavaliere tiene d'occhio quel ragazzo (classe 1975) così "promettente" e di successo, come piacciono a lui. La prima volta che s'incontrarono fu nel 2005, in occasione del flop di Maurizio Scelli, quando l'allora commissario della Croce Rossa tentò di organizzare il suo movimento politico. Berlusconi aspettò due ore (invano) in prefettura che il palazzetto dello sport si riempisse con gli Scelli-boys e, nel frattempo, si intrattenne con quel trentenne presidente della provincia di Firenze che lo era andato a salutare per "cortesia istituzionale". Al termine del colloquio, il premier si congedò a modo suo, lasciando di stucco gli esponenti locali di Forza Italia: "Caro Renzi, ma come fa uno bravo come lei a stare con i comunisti?".

Da allora i due hanno continuato a seguirsi a distanza.
Nel frattempo Renzi ha traslocato dalla provincia al comune, mentre Berlusconi ha fatto in tempo a perdere (2006) e rivincere (2008) le elezioni. Renzi è anche il dirigente che ha proposto di "rottamare" gli attuali capi del Pd, a partire da D'Alema, Veltroni e Bersani. Un "coraggio" che, in privato, Berlusconi non ha mancato di lodare. Così come non sono sfuggite al premier quelle dichiarazioni contro la proposta di "Union sacrée" per scacciare il tiranno da palazzo Chigi: "La sinistra - ha detto Renzi - non può mettere insieme la solita ammucchiata selvaggia anti-Berlusconi".

Insomma, da una parte c'è un leader in cerca di giovani, che non vuole lasciare la sua eredità a quei "signori attempati", "professionisti della politica che a cinquant'anni dovrebbero solo dedicarsi ai libri di memorie". Dall'altra c'è un sindaco molto ambizioso che vuole fare politica rompendo gli schemi. E poi l'incontro di ieri ad Arcore, dove nemmeno i sindaci Pdl di Roma e Milano riescono più a farsi ricevere.

(07 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/07/news/renzi_berlusconi-9907865/?ref=HREC1-2
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« Risposta #18 il: Dicembre 12, 2010, 04:25:01 »

IL RETROSCENA

Il Cavaliere parla con Bossi "Non si può votare, dialogo con Udc"

In caso di fiducia, anche risicata, il Pdl vuole comunque andare avanti.

Il Cavaliere: "Il vero problema non sarà il 14... il problema sarà governare dopo"

di FRANCESCO BEI


«RAGAZZI, il vero problema non sarà il 14... il problema sarà governare dopo». Silvio Berlusconi confida ai fedelissimi i suoi timori in vista del voto di fiducia. E tuttavia, in queste ore, il Cavaliere ha maturato un cambio di strategia. Certo, in pubblico continua a dire che le elezioni anticipate sono l'unica strada possibile se il Parlamento non dovesse accordargli una maggioranza «solida». Ma in realtà il premier punta a «resistere» il più possibile, ha bisogno di tempo perché il progetto di allargare la maggioranza possa andare in porto: «Noi andiamo avanti, anche con una fiducia risicata. Perché dal 15 dicembre può cambiare tutto».

La strategia della «resistenza» può portarlo in rotta di collisione con la Lega, che insiste per fare chiarezza subito con il voto anticipato, ma Berlusconi è convinto di avere in mano delle buone carte per convincere Bossi. Ai commensali della gastronomia chic di Milano "Peck" (La Russa, Brambilla, Cantoni, Podestà, Ronzulli) ha riferito di aver avuto venerdì sera con il leader leghista un lungo colloquio che «è andato bene». A palazzo Grazioli si mettono in fila altri segnali positivi, come la lettera-appello di Silvano Moffa e Andrea Augello. Una mossa pensata proprio per far riflettere i tanti parlamentari che non vogliono precipitarsi verso il voto anticipato. «Bisogna tentare tutte le carte - spiega Barbara Saltamartini, una dei firmatari della lettera -
per evitare di trascinare il paese verso le elezioni». Non sono sfuggiti inoltre agli strateghi del Pdl i distinguo tra i protagonisti del Terzo Polo.

Casini non ha preso bene l'essere stato tenuto all'oscuro dell'incontro fra Bocchino e Berlusconi. Raccontano poi che le pressioni dei cardinali sul leader dell'Udc per abbandonare l'alleanza con «l'ateo» Fini si siano fatte insistenti. Così quando ieri gli hanno fatto leggere l'agenzia in cui Casini dichiarava di credere «poco» nel Terzo polo, a Berlusconi sono iniziati a brillare gli occhi. «Io spero che quelli dell'Udc - ha detto ai commensali milanesi - si possano ravvedere. In Europa siamo nello stesso partito, il fatto che non siano con noi la considero un'anomalia». E' sempre Casini l'oggetto delle lusinghe, è proprio con l'Udc che il premier intende giocarsi la partita all'indomani del 14 dicembre, quando «sono certo che avrò la fiducia».

A quel punto tutto diventerà possibile, persino accettare quello che oggi sembra inaccettabile: il Berlusconi-bis. «Perché un conto - spiega Andrea Augello - è Fini, che pretende le dimissioni di Berlusconi come un atto simbolico di sottomissione. Altra cosa sarebbe arrivare a un nuovo governo al termine di un percorso politico concordato con Casini, che dall'opposizione pretende una forma di discontinuità per entrare in maggioranza». Insomma, il Cavaliere è convinto di poter aprire un tavolo di trattativa con i centristi, gli basta solo ottenere un voto in più alla Camera per «seppellire il terzo polo».

Ma i leghisti glielo lasceranno fare? Berlusconi avrà pure parlato con Bossi, ma ancora ieri dal Carroccio sono giunti segnali ostili. «Una fiducia risicata - mette in guardia Giancarlo Giorgetti - non risolve i problemi e per questo bisognerebbe considerare anche le urne». E non è un caso che Bossi si stia tenendo lontano dal proscenio, pronto a battere i pugni sul tavolo se il 14 dicembre i numeri dovessero rivelarsi «inconsistenti». Il ricorso primaverile alle urne, visti i sondaggi, viene considerato dal Senatur un tesoro cui attingere rapidamente.

Nel frattempo Berlusconi, nonostante si sia rincuorato per l'ultimo bollettino riservato sui voti della Camera, agli intimi ha confidato di non poterne più di questa situazione. «Io sono sicuro che con Casini si possa arrivare a un'intesa: se mi facessero arrivare alla fine della legislatura, avendo portato a termine le riforme, a quel punto potrei anche passare la mano». Il tema della successione in questi giorni sta affiorando spesso nelle conversazioni private del Cavaliere.

Accompagnato da un certo scoramento, perché «l'Italia è un paese ingovernabile, nessuno c'è mai riuscito veramente». Da questi discorsi emerge sempre la figura di Angelino Alfano, saltando la generazione dei cinquantenni. «Angelino - ha detto il premier a un amico - parla come me, ha un linguaggio semplice che arriva al cuore della gente, ha un viso che ispira fiducia».
 

(12 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/12/news/retroscena_bossi-berlusconi-10099155/
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« Risposta #19 il: Dicembre 17, 2010, 09:03:54 »

IL PREMIER

Il Cavaliere e l'assist della Chiesa "Prima o poi Pier tornerà con noi"

A Bruxelles incassa i complimenti dei leader Ppe: ho già una lista di parlamentari pronti a venire con me.

Se l'Udc accettasse di fondersi col Pdl in un nuovo partito potrebbe offrirgli la guida

di FRANCESCO BEI


"GLIELO dicono anche i vescovi che deve mollare Fini e tornare con noi, prima o poi lo capirà". Silvio Berlusconi si gode il momento di successo dopo il voto di fiducia. E incassa con soddisfazione le ripetute prese di posizione che arrivano da Oltretevere - Bagnasco, Ruini, gli editoriali dell'Avvenire - a favore del "dialogo" e della "stabilità", unite a una chiara diffidenza per Gianfranco Fini e il terzo polo.

Arrivato al pranzo dei leader del Ppe a Bruxelles, il Cavaliere a tavola gonfia il petto quando lo applaudono per lo scampato pericolo: "Ho già una lista di parlamentari che ci hanno ripensato e vogliono venire con me... temo che mi dovrete sopportare per altri due anni e mezzo". E tuttavia, al di là degli eventuali transfughi del Fli, è al piatto grosso che punta Berlusconi. Riuscire a staccare Casini da Fini, riportare i centristi nel perimetro del centrodestra, questo è l'obiettivo di fondo del premier. La trattativa, in gran segreto, è già partita all'indomani del voto di fiducia. Ieri, durante la messa celebrata dal cardinal Bagnasco a Sant'Ivo alla Sapienza, il capogruppo Pdl Gasparri ha cercato con gli occhi Casini e gli ha dato appuntamento per dopo la celebrazione. E, guarda caso, proprio Gasparri ieri sera era ospite a cena in Vaticano. "Con Casini - afferma uno degli sherpa incaricati della mediazione - ci parliamo perché pensiamo le stesse cose, a differenza di Fini". Altri uomini che si stanno spendendo molto su questo fronte sono
Angelino Alfano e Franco Frattini, oltre a Gaetano Quagliariello. Tutti convinti che la strada dell'accordo con Casini sia l'unica alternativa al voto anticipato. Mentre già gira la voce di due ministeri pronti per l'Udc (Difesa e Beni Culturali) Osvaldo Napoli ammette apertamente che il Cavaliere "ha obiettivi più ambiziosi di un pallottoliere quotidiano da tenere sempre sott'occhio. Rimane decisiva l'interlocuzione con Casini". I numeri in Parlamento restano infatti precari. Bastava fare un giro ieri mattina alla Camera per rendersi conto che la situazione non è sostenibile: si votavano gli emendamenti al decreto sull'emergenza rifiuti e mezzo governo era costretto a essere presente per garantire la maggioranza, con i ministri Meloni, Carfagna, Prestigiacomo, Gelmini, Vito, Alfano e una decina di sottosegretari. "E' chiaro che così non possiamo andare avanti - confessava un ministro - serve una svolta".

La "svolta" potrebbe anche prendere una piega inaspettata. Da qualche tempo Berlusconi è stuzzicato dall'idea di rottamare il "brand" Pdl per fare qualcosa che abbia il profumo del Partito popolare europeo. Questa sezione italiana del Ppe sarebbe la "casa comune" dove ritrovarsi con Casini e, se l'Udc accettasse di sciogliersi in un contenitore più ampio, Berlusconi vorrebbe che a guidare il nuovo partito fosse proprio il leader centrista. "L'errore più grande che abbiamo fatto con Fini - osserva uno dei coordinatori del Pdl - è stato quello di accettare che andasse alla presidenza della Camera invece che costringerlo a prendere in mano il partito. Con Casini non commetteremo lo stesso errore". In questo scenario sarebbe nuovamente Berlusconi il candidato premier nel 2013, salvo poi farsi eleggere al Quirinale. A quel punto Casini prenderebbe il suo posto a palazzo Chigi. Solo una fantasticheria? Berlusconi alla staffetta ci crede: "Lo hanno fatto Putin e Medvedev e in Russia funziona benissimo". 

(17 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/17/news/berlusconi_e_l_assist_della_chiesa_prima_o_poi_pier_torner_con_noi-10302909/?ref=HREA-1
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« Risposta #20 il: Dicembre 21, 2010, 05:16:54 »


I NOMI

Il Cavaliere gela Bossi "Parla di elezioni ma il Colle ora mi dà ragione"

"Umberto spaventa chi vuole venire con noi per evitare le elezioni".

Oggi i 22 deputati del "gruppo dei responsabili" danno vita a un coordinamento.

E continua la compravendita alla Camera 

di FRANCESCO BEI


ROMA - Silvio Berlusconi scende dal Quirinale con il sorriso stampato in faccia. Il discorso del presidente della Repubblica viene analizzato parola per parola a palazzo Grazioli e tutti concordano con l'impressione a caldo che ne ha tratto il Cavaliere. "Anche Napolitano - osserva Berlusconi - finalmente ha capito che non ci possono più essere alternative a questo governo". Ma c'è dell'altro, perché il premier è convinto di aver trovato nel capo dello Stato il "garante" della prosecuzione della legislatura e della stabilità, che ormai "può significare soltanto prosecuzione del nostro governo". Parlando con i suoi, il Cavaliere aggiunge di essere certo che "Napolitano farà di tutto per evitare il voto anticipato: ha capito che la gente non vuole e ci tiene a restare popolare nei sondaggi".

In questo crede di aver trovato un alleato per proteggersi le spalle da Umberto Bossi. È questo l'ultimo cruccio del leader del Pdl. Non comprende cosa abbia spinto il Senatùr a sparare in maniera così pesante, chiedendo a gran voce le elezioni e chiudendo la porta in faccia ai centristi. Proprio mentre il Pdl è impegnato nella difficile operazione di ripescaggio dei moderati, con gli ami lanciati dentro l'Udc, Fli e l'Mpa. Raccontano che Berlusconi da due giorni sia arrabbiato nero contro Bossi. "A cosa servono queste uscite? Bossi è riuscito a esasperare di nuovo il clima, proprio adesso che stavo riuscendo a calmare le acque. Perché parla a vanvera?". L'irritazione del Cavaliere contro il suo principale alleato è dovuta anche al timore che il continuo evocare le elezioni anticipate abbia l'unico effetto di spaventare i peones interessati a passare il fosso. "Noi stiamo pasturando in superficie per far venire i pesci a galla - spiega uno degli addetti alla compravendita - e Bossi si mette a fare tutto questo casino. In questo modo chi vuole venire con noi per evitare il voto, adesso si ritrae spaventato". Ecco, il messaggio lanciato ieri da Napolitano va invece nella direzione opposta e a Berlusconi non può che fare piacere.
Anche perché l'operazione "gruppo dei responsabili" va avanti eccome.

Oggi alla Camera i 22 deputati coinvolti daranno vita a un coordinamento parlamentare, sul modello del terzo polo. Poi a gennaio nascerà il gruppo vero e proprio e a quel punto contano di riuscire ad agganciare anche Carmine Patarino dal Fli e un paio deputati dell'Mpa. Berlusconi è scatenato in prima persona. Ieri al Quirinale si è preso sottobraccio Saverio Romano, ex Udc e regista del progetto, e si è fatto raccontare nei dettagli come stesse procedendo. Poi, incrociato Renzo Lusetti (ex Pd ora nell'Udc), Berlusconi non ha perso tempo ed è partito alla carica: "Carissimo Renzo, ma perché non lasci Casini e passi con Romano? Non hai capito che Casini ti porterà di nuovo con i comunisti?".

Il Cavaliere ci prova in tutti i modi, ma finora le rivalità esistenti fra gli stessi transfughi hanno impedito il varo dell'operazione. "Per ora sicuri siamo in 12 - ammette l'ex dipietrista Antonio Razzi in un corridoio di Montecitorio - ma vediamo cosa esce dalla riunione. Catone (Giampiero, ex Fli. Ndr) un giorno dice una cosa, un giorno un'altra. C'è poi il problema di quelli del Nord, come Calearo e Grassano, che non si capisce se accettano di mischiarsi con i meridionali di Noi Sud". Maurizio Grassano, ex leghista di Alessandria, in effetti non sembra particolarmente ansioso di confluire tra i "responsabili" berlusconiani: "Io ormai voterò con la maggioranza a prescindere, ma non ho ancora deciso se farò parte di quel gruppo". Su un divanetto appartato della Camera, Grassano (finito in manette per truffa aggravata e quindi respinto dalla Lega) racconta di come sia andata la trattativa con Berlusconi in vista del voto di fiducia: "L'ho visto quattro volte a palazzo Grazioli. All'inizio c'ha provato con il discorso sui comunisti, dicendo che non si poteva lasciare il paese nelle loro mani. Ma con me attaccava poco, poi ha fatto breccia convincendomi che sarebbe saltato il federalismo. A quel punto io, che ho fatto vent'anni nella Lega, non potevo dire di no alla fiducia". Ma tra Grassano e il Cavaliere c'è anche affinità di vedute sulla giustizia: "Io i magistrati li vorrei eliminare tutti fisicamente. Scherzo ovviamente, ma è mai possibile che siano l'unica categoria che non paga mai in caso d'errore?".

Se, malauguratamente, dovesse fallire il progetto di allargare la maggioranza, Berlusconi si sta comunque preparando alle elezioni in primavera. Ieri, al termine del pranzo con gli eurodeputati del Pdl, ha dato a tutti i "compiti per le vacanze". "Fatevi venire in mente un altro nome per il partito - ha detto - perché Fini ci farà un ricorso e non potremo usare né il simbolo né il nome del Pdl. I magistrati, con l'aria che tira, gli daranno sicuramente ragione". L'idea per il nuovo nome gli era pure venuta: "Per l'Italia". Poi gli hanno fatto notare che l'acronimo sarebbe stato P. L. I. e, a malincuore, vi ha rinunciato. 

(21 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/21/news/il_cavaliere_gela_bossi_parla_di_elezioni_ma_il_colle_ora_mi_d_ragione-10436753/
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« Risposta #21 il: Gennaio 12, 2011, 06:51:05 »

IL RETROSCENA

Berlusconi: autosufficienti da Casini "Abbiamo in numeri, niente ricatti"

Il presidente del Consiglio punta al consolidamento della maggioranza indipendentemente dai centristi: "Arrivano quattro 'resposabili', avremo trenta deputati di differenza"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Silvio Berlusconi torna a Roma e si butta a corpo morto sull'allargamento della maggioranza. Tra palazzo Chigi e palazzo Grazioli è una girandola di incontri e colloqui senza soste: dal governatore Lombardo al leader della Destra Francesco Storace. E poi ancora, a sera, riunisce lo stato maggiore del Pdl e Denis Verdini riferisce sulla contabilità dell'operazione. "Possiamo e dobbiamo arrivare a trenta deputati di differenza", chiede il Cavaliere, che ha speso le ultime settimane a corteggiare uno ad uno i peones. "Quella del 14 dicembre - ha spiegato il premier ricordando il voto di fiducia in Parlamento - non è stata una vittoria solo numerica ma politica. Ora però dobbiamo consolidarci".

Il rapporto con Pier Ferdinando Casini, a dispetto dei segnali di apertura che sono arrivati dal leader Udc, non viene considerato recuperabile da Berlusconi. Almeno non per il momento. A Pionati il premier ha detto chiaramente che di Casini "non si fida". Ad altri ha confessato tutto il suo scetticismo, perché "Casini fa solo finta di trattare con noi, in realtà resta legato a quello zombie di Fini". Ma in questa fase non ha nemmeno interesse a rialzare i toni dello scontro con i centristi. "Con Casini - ha osservato il Cavaliere - dobbiamo mantenere un atteggiamento di non belligeranza. Cerchiamo di prendere quello che può darci, ma facendo in modo di non dipendere mai da lui. Dobbiamo essere autosufficienti, altrimenti ci ricatterà da qui alla fine della
legislatura". Il miraggio della "autosufficienza" passa necessariamente per la costituzione dei nuovi gruppi di "responsabilità nazionale" sia alla Camera che al Senato. "Dobbiamo dare una nuova casa a chi vuole sostenere il governo", spiega Denis Verdini.

Il problema è che, al momento, fra i protagonisti del nuovo rassemblement si fatica a mettersi d'accordo. Ieri, tra una riunione e l'altra, c'è stata una nuova fumata nera e ancora un rinvio. I "responsabili" non trovano un denominatore comune e nemmeno un nome che li rappresenti tutti. L'ex finiano Silvano Moffa dovrebbe essere il capogruppo alla Camera, ma gli ex Udc non vogliono dare il loro via libera finché non sarà assicurata a uno di loro - il siciliano Saverio Romano - un posto da sottosegretario o persino da ministro. E un posto nel governo Berlusconi è anche arrivato ad offrirlo ieri a Raffaele Lombardo, in cambio del tradimento del patto con Casini e Fini. Ma il governatore siciliano ha declinato, restando nel terzo polo anche a costo di perdere un paio di deputati del suo Mpa. Si parla di Ferdinando Latteri e Aurelio Misiti. In realtà anche i numeri della terza gamba della maggioranza restano ballerini. Al momento sono fermi a 19, uno in meno di quelli necessari a costituirsi in gruppo. "Altri quattro sono in arrivo", assicura Berlusconi. Si dice che molti ancora restino alla finestra, in attesa di capire dove andrà a cadere il pendolo quando la Consulta delibererà sul legittimo impedimento. Persino alcuni deputati teodem del Pd, a sentire radio Pdl, sarebbero sull'uscio, pronti ad aderire a un gruppo - quello dei responsabili - che avrebbe un forte profilo di difesa dei valori della Chiesa.

Ecco, la Consulta. Dalla decisione della Corte costituzionale, attesa per domani, dipende il futuro del governo. Silvio Berlusconi è decisamente pessimista: "Da una Corte così composta non mi aspetto nulla di buono. Teniamoci pronti anche alle elezioni". Ieri, ad aumentare il malumore del Cavaliere, ci si è messo anche un forte dolore a un dente, conseguenza di un'operazione chirurgica a cui si è sottoposto nel corso delle vacanze. Il fatto è che la statuetta che gli è stata tirata in faccia un anno fa gli ha rotto la radice di un molare e stavolta è stato necessario incidere la mandibola. "Doloroso, da non dormirci". Nonostante il mal di denti e il mal di giudici, domani sera - a ritorno dal vertice di Berlino con la Merkel - il premier ha già convocato un'altra riunione. Stavolta sul Pdl e il nuovo nome da dare al partito.
 

(12 gennaio 2011) © Riproduzione riservata
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« Risposta #22 il: Febbraio 12, 2011, 10:51:34 »

LA CRISI

L'avvertimento del Cavaliere al Colle "Se mi condannano la piazza si ribellerà"

Teso faccia a faccia  Il capo del governo: "Sono perseguitato, farò la riforma della giustizia.

Ho la maggioranza. Non c'è bisogno di elezioni anticipate"


FRANCESCO BEI


ROMA - "Non sono io quella persona lì, non faccio festini a casa mia e non ho mai pagato una donna". Silvio Berlusconi alza la voce davanti a Giorgio Napolitano, protesta la sua innocenza, non accetta di essere messo sul banco degli imputati. In un'ora di confronto teso, accorato, alla presenza di Gianni Letta, il Cavaliere rovescia sul tavolo del capo dello Stato tutta la rabbia accumulata in questi giorni sotto pressione.

"Mi accusano di cercare lo scontro, ma sono i pm a mettersi sotto i piedi lo Stato di diritto e la Costituzione. Cosa dovrei fare? Starmene zitto? La mia unica colpa è quella di essermi circondato di belle donne". Il premier arriva anche ad evocare la piazza. Secondo quanto filtra dopo il faccia a faccia, quella di Berlusconi non è una minaccia esplicita, ma il messaggio è altrettanto chiaro. "C'è un clima di folle caccia all'uomo contro di me - è il succo del discorso fatto al Quirinale - e io cerco sempre di riportare tutti alla calma. Ma non posso sapere cosa può succedere se questo scontro andrà avanti". Berlusconi ricorda di essere "la prima vittima" della situazione e, per suffragare la tesi, richiama gli scontri ad Arcore di pochi giorni fa: "Una manifestazione di inaudita violenza sotto la casa privata di un capo del governo, una cosa mai vista in Occidente". Ecco, se tutto questo dovesse ripetersi, se i pm continueranno a dare l'impressione di "perseguire un intento eversivo e non di giustizia", non ci sarebbe da meravigliarsi se una reazione uguale e contraria dovesse spontaneamente scatenarsi a sua difesa. "Se mi dovessero mettere da parte, il paese esploderebbe".

Berlusconi si aspetta quindi "un aiuto" dal capo dello Stato, spiega che in questo momento "servirebbe più di ogni altra cosa la stabilità del governo", ma la risposta di Napolitano lo gela. Il presidente della Repubblica non offre sponde, anzi ricorda al premier che proprio il comportamento incendiario tenuto in questi giorni "ha contribuito ad acuire le tensioni istituzionali". Insomma, la responsabilità di questo stato di cose è anche, e forse soprattutto, sua. Il Cavaliere non ci sta. Nonostante sia stato "briffato" a lungo da Angelino Alfano e Gianni Letta, che lo hanno scongiurato per tutta la mattina di non strappare con il Colle, Berlusconi sbotta: "Sono la persona più perseguitata al mondo - obietta - i magistrati mi stanno addosso con quattro inchieste! Per loro dovrei stare tutti i giorni in un'aula di Tribunale invece che a governare. Così non si può andare avanti".

Il Cavaliere è anche "indignato" per come viene rappresentato in televisione. Racconta di aver fatto zapping la sera precedente tra Annozero e Linea Notte e di essersi "vergognato ad essere descritto in quel modo". "Mi danno addosso persino le mie tv, a dimostrazione che in Italia non c'è alcuna censura".

E tuttavia la foga del premier si infrange sull'argine alzato dal capo dello Stato. "Lei - gli spiega Napolitano con voce sommessa - può trovare nel nostro ordinamento gli strumenti giuridici per avere un processo equo. Vada avanti in tutti i gradi di giudizio e vedrà che incontrerà magistrati che sapranno valutarla secondo giustizia". Ma il premier è sintonizzato su un'altra frequenza. Anzi, visto che si parla di giustizia, ribadisce l'intenzione di procedere con riforme che colmino quelle che a palazzo Chigi sembrano "gravi lacune". Napolitano è turbato, teme altre forzature, chiede lumi. Berlusconi tuttavia resta evasivo, si limita ai titoli: la responsabilità civile dei magistrati, la pubblicazione delle intercettazioni, il processo breve. Il Cavaliere è un fiume in piena. La giustizia italiana "va cambiata, su questo abbiamo ottenuto il voto degli italiani e non arretreremo".

Sì, perché il premier è convinto, anzi è "certo", che il suo governo andrà avanti fino alla fine della legislatura. "La maggioranza - insiste - è più forte da quando sono usciti i finiani e si rafforza a ogni votazione... vedrà presidente nei prossimi giorni". La sicurezza con cui Berlusconi parla dell'allargamento della maggioranza è dovuta anche ai carotaggi fatti nelle ultime ore tra i peones della Camera. Il premier è convinto che il gruppo dei Responsabili si gonfierà fino ad arrivare a 29 deputati - 4 in arrivo da fuori e 4 "in prestito" dal Pdl - in modo da far scattare un altro posto in commissione Bilancio e così riconquistare la maggioranza in quel fortino strategico.

(12 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
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« Risposta #23 il: Febbraio 13, 2011, 12:06:07 »

IL RETROSCENA

Esplode la rabbia di Silvio "Napolitano non mi può fermare"

di FRANCESCO BEI


ROMA - "FINCHé c'è una maggioranza, e ci sono i numeri, io ho il dovere di andare avanti e nessuno me lo può impedire". Berlusconi è "sorpreso" dalla nota del Quirinale.

A Gianni Letta, come di consueto, il comunicato era stato preannunciato, quello che Berlusconi non si aspettava era il riferimento del capo dello Stato a una fine anticipata della legislatura. Così a palazzo Grazioli è subito scattato l'allarme rosso.

Uno scioglimento delle Camere, questa la novità, legato non all'eventuale venir meno della maggioranza, ma "all'asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici". Insomma, di fronte a un presidente della Repubblica che ricorda il proprio autonomo potere di scioglimento, secondo l'articolo 88 della Costituzione, il Cavaliere rivendica il suo diritto a governare. "Napolitano non vuole le elezioni, me lo ha detto lui stesso - ha confidato ieri il premier - e quindi non posso credere che questa sia la sua volontà. Anche perché una minaccia del genere sarebbe un golpe, altro che Scalfaro, e Napolitano è una persona seria".

Insomma, il clima è questo. Senza contare che, ai piani alti del governo, si fanno forti del parere di "autorevoli costituzionalisti, i quali sostengono che la controfirma del capo del governo sul decreto di scioglimento delle Camere non sia un mero atto dovuto". Insomma, se davvero al Quirinale qualcuno pensasse a una "forzatura" del genere, non è detto
che Berlusconi si presti a farsi sloggiare da Palazzo Chigi senza far resistenza. Rifiutandosi di controfirmare la sua fine politica.

In questo braccio di ferro con il Colle, c'è soprattutto la "delusione" del premier per la mancata sponda con Napolitano. Unita alla voce di un'intesa politica tra il Quirinale e Fini (ieri tra Napolitano e il presidente della Camera ci sarebbe anche stata una telefonata), questa "delusione" non fa che rafforzare il capo del governo nella convinzione di non avere amici ai vertici delle istituzioni.
Mentre era ancora in auto con Gianni Letta, appena uscito dall'incontro al Quirinale, Berlusconi ha confessato a un ministro il succo del faccia a faccia: "Vuoi la verità? Non ho ottenuto nulla". Quel che si aspettava dal capo dello Stato era un aiuto politico per fronteggiare l'emergenza giudiziaria, ma su questo il presidente della Repubblica ha opposto un netto rifiuto.

Così la nota di ieri del Quirinale non fa che spargere sale sulle ferite. Berlusconi ritiene di essere oggetto di "un attacco mostruoso, portato avanti senza scrupoli e con ogni mezzo", si aspetterebbe solidarietà dal Colle e non un'altra tirata d'orecchie. Il premier non intende comunque recedere in alcun modo. "Basta con questi soprusi - si sfoga - non possono essere i pm a stabilire i governi e la data delle elezioni: l'hanno fatto nel '94, poi con Mastella e Prodi, ma io ho le spalle larghe e non mi arrendo".

Non è nemmeno esclusa l'idea di una manifestazione di piazza di solidarietà a Berlusconi. Daniela Santanché se la augura. E lo stesso Cavaliere, a parte il riferimento a Breznev, ha molto apprezzato il pienone fatto da Giuliano Ferrara con la manifestazione al teatro Dal Verme. Ma se il raduno degli "smutandati" del Foglio sarà stata la prova generale di un'adunata anti-pm lo si capirà solo tra qualche giorno. Quando arriverà la decisione del Gip sulla richiesta di processo immediato al premier per il Rubygate.

Gaetano Quagliariello è preoccupato, vede in arrivo un "missile a più stadi", puntato sulla testa del Cavaliere. Un "missile" composto da tutti i procedimenti che, tra fine febbraio e l'inizio marzo, riprenderanno la loro corsa contro il tempo: Mills, Mediatrade, diritti tv, Ruby. Lo spettro è quello di un Berlusconi costretto tutte le settimane ad andare in un aula di tribunale. "Alla faccia - osserva Denis Verdini - del principio di leale collaborazione che la Coste costituzionale ha chiesto con la sentenza sul legittimo impedimento".

Berlusconi sa che l'unica ancora di salvezza ora sono i numeri che ha in Parlamento. Più allarga la maggioranza e più allontana lo spettro di finire sotto i colpi dei magistrati. Anche per questo ha accettato l'incontro di ieri con Marco Pannella, nella speranza di attrarre i 6 preziosi deputati radicali nell'area di maggioranza. Con saggezza democristiana, il leader dei "Responsabili", Saverio Romano, osserva che "Berlusconi sarà pure debole e precario. Ma in Italia le uniche cose definitive sono proprio quelle precarie".


(13 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
da repubblica.it/politica
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« Risposta #24 il: Febbraio 15, 2011, 11:04:37 »

L RETROSCENA

Il Cavaliere tenta l'ultima difesa "Ma Bossi e Giulio vogliono il voto"

Il premier punta tutto sui numeri e sulla "governabilità" ma non esclude più l'opzione elettorale.

Pressing su Tremonti: "Deve aiutare a dare una scossa al governo"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Ha parlato con Van Rompuy dell'ondata di clandestini, ha cercato (vanamente) per ore Barroso, ha discusso con Maroni: per un giorno il Cavaliere è tornato a fare quello che ritiene di saper fare bene, gestire le emergenze. Ma la spiacevole sensazione che tutto stia precipitando ormai non lo abbandona più. Ed è la Lega, in queste ore, a essere finita sotto la lente di osservazione per quelli che, visti da Arcore, sembrano "strani movimenti" che preannunciano una corsa verso le elezioni anticipate.

L'unica ancora di salvezza dunque è dare l'impressione di un governo in movimento, che ha ancora qualcosa da fare. "Ora la scommessa - ha spiegato il premier - è sulla governabilità. Su questo Napolitano mi ha sfidato e su questo risponderemo, ribaltando la falsa immagine di un governo paralizzato". E tuttavia Berlusconi sa bene che c'è un ostacolo non aggirabile sulla strada del rilancio del governo e di quella che ha definito, nell'ultimo Consiglio dei ministri, "una nuova fase". L'ostacolo si chiama Giulio Tremonti. Il Cavaliere lo va dicendo in giro e una traccia di questa irritazione la si trova bagnata dall'inchiostro dei quotidiani d'area - il Foglio, il Giornale - che negli ultimi giorni hanno inserito il ministro dell'Economia nella casella del "sabotatore". Berlusconi non si permette atti d'accusa in pubblico. Ma in privato ormai è Tremonti il perno delle considerazioni del premier sul futuro della legislatura: "Per uscire dalla paralisi il
governo deve tornare alla proposta. Ma serve che Giulio dia una mano, non può tirarsi indietro. Conviene anche a lui...". Berlusconi ha spiegato che considera "legittima" l'aspirazione del ministro dell'Economia ad avere un ruolo di leadership per il dopo. "Ma non ci sarà per lui alcun "dopo" - mette in chiaro il premier - se in questa fase difficile Giulio non si metterà in gioco". Insomma, se vuole candidarsi a guidare il centrodestra, Tremonti non può lasciare che la barca affondi. Perché il rischio è questo. Nel Pdl danno infatti per scontato l'accoglimento da parte del Gip Cristina Di Censo delle richieste della procura di Milano. Così l'incubo che inizia a materializzarsi è quello di un premier-imputato a tempo pieno. "Tra fine febbraio e inizi di marzo - osserva un uomo dell'entourage del Cavaliere - riprenderà la giostra dei processi e Berlusconi sarà chiamato tutte le settimane in Aula". Martellato dai pm, paralizzato dalla mancanza di risorse e dalla fragilità dei numeri alla Camera, per il premier il futuro si prospetta nerissimo.

Ma, nonostante tutto questo, la situazione potrebbe ancora reggere se la Lega continuasse a puntellare il governo. È proprio questo l'oggetto dei sospetti nel Pdl, da qui il focalizzarsi su quegli "strani movimenti" osservati nel Carroccio. "Tremonti e Bossi - ha ricominciato a dire il premier - vogliono andare a votare".
Ieri il ministro Calderoli, considerato molto in sintonia con Tremonti, ha subito alzato l'asticella della maggioranza necessaria a "330 deputati", quando poche ore prima il premier aveva detto che la quota da raggiungere era "325". Un piccolo segnale. Come quello lanciato con la Padania, che oggi esce in edicola con una lunga intervista a Pier Luigi Bersani. L'opposizione, i magistrati, il Quirinale, la Lega. Ecco i quattro lati del recinto che potrebbe rinchiudere il Cavaliere. Così la voce che domani Bossi salirà al Colle, proprio nei giorni in cui più aspro è il confronto tra Napolitano e Berlusconi, non ha fatto che rafforzare i timori di palazzo Chigi di uno sganciamento del Carroccio. È un fatto che Bossi debba ormai tener conto di due Leghe. Quella di potere, sparsa nei Cda delle aziende pubbliche, fedele allo status quo. E quella di base, sempre più insofferente della crisi del berlusconismo.

In questo caos, Berlusconi potrebbe giocare d'anticipo ripescando l'idea di un ritorno alle urne. "Il Pdl nei sondaggi tiene - fa notare Paolo Bonaiuti - e il trend è in leggera salita". Sfruttando questo abbrivio, il Cavaliere potrebbe fare l'ultima puntata.
 

(15 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica
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« Risposta #25 il: Febbraio 24, 2011, 05:13:28 »

IL RETROSCENA

I timori del Cavaliere dopo la svolta "Adesso quel pazzo ci tirerà i missili"

Il premier è rimasto scioccato dalla violenza verbale del Colonnello e dalle sue accuse Pressioni americane dietro il cambio di rotta verso il rais

di FRANCESCO BEI


ROMA - Stati Uniti, Unione europea, persino la Lega Araba. Tutti contro l'Italia e la sua accondiscenza verso il dittatore libico.
Ci sarebbero queste pressioni - oltre alla paura di ritorsioni armate anti-italiane - dietro l'evidente cambio di rotta maturato nelle ultime 48 ore dal governo sulla crisi libica. Con il passaggio di Berlusconi da difensore del principio della non ingerenza ("non voglio disturbare") a paladino del "vento della democrazia".

Già al vertice Ue a Bruxelles il ministro Franco Frattini aveva potuto misurare quanto fosse alto il rischio di isolamento dell'Italia dagli altri partner europei. Ma decisivi nel determinare l'inversione a "U" sono stati i colloqui di Frattini con Hillary Clinton e con il segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa, incontrato al Cairo due giorni fa. Da quegli incontri e dalle numerose "conference call" con Washington e con le capitali europee, il messaggio che arrivava a Berlusconi e al governo italiano era unanime: Roma deve allinearsi, l'equidistanza tra il dittatore e i manifestanti "è inaccettabile". Da qui la svolta, maturata tuttavia con sofferenza e grande prudenza. Tanto che ancora ieri dal premier non è uscita una sola parola di condanna esplicita del Colonnello.

Raccontano che il Cavaliere sia rimasto scioccato dalla violenza verbale di Gheddafi. Soprattutto dalle accuse all'Italia - accuse reiterate nonostante la telefonata tra i due - di manovrare dietro gli insorti rifornendoli di armi pesanti. A margine
della riunione serale a palazzo Chigi sull'emergenza, Berlusconi ha confessato la sua paura a un ministro: "Dobbiamo stare attenti con Gheddafi, è un pazzo. Ci ha già sparato un missile una volta, non è che ce ne tira un altro contro?". Il ricordo dell'attacco missilistico libico contro Lampedusa (1986) accompagna il premier insieme al timore crescente di ritorsioni contro gli italiani ancora sul posto.
"Ci sono diecimila connazionali sparsi tra la Tripolitania e la Cirenaica - confermano preoccupati dalla Farnesina - e meno di mille sono quelli che vogliono rimpatriare". Senza contare che anche gli eventuali rimpatri sarebbero molto difficili da gestire visto che gli aeroporti sono aperti con il contagocce e la marina militare libica ha effettuato un blocco navale dei porti. Insomma, le pressioni internazionali spingono palazzo Chigi a criticare il regime del dittatore ma la Realpolitik e gli interessi nazionali - energia, infrastrutture - tirano dalla parte opposta.

Berlusconi inoltre vuole ancora vederci chiaro sullo stato delle cose sul terreno. Non crede alle cifre che circolano sui media arabi circa il numero dei morti. "I servizi segreti - confida uno dei partecipanti al vertice di palazzo Chigi - ancora ieri ci confermavano che la situazione a Tripoli non era così drammatica, anzi. E lo stesso ha detto il nostro ambasciatore". Insomma, se è vero che la Cirenaica è ormai in mano ai rivoltosi, il resto del paese sembra ancora sotto il tallone di Gheddafi. Né gli episodi di diserzione vengono tenuti in così gran conto dalle autorità italiane. "I piloti libici atterrati a Malta - osserva il ministro Ignazio La Russa - hanno dichiarato di essere scappati per non sparare sulla folla. Hanno raccontato cose gravi. Ma questo è normale, tutti i disertori si giustificano con motivazioni simili. Non possiamo basarci solo su questi racconti per muoverci". A motivare la prudenza italiana c'è inoltre la paura per quello che potrebbe accadere in Libia dopo la caduta del regime. È il pericolo di un "salto nel vuoto" che possa condurre a uno Stato islamico confinante di fatto con l'Italia. "Bisogna essere accorti su quello che succederà dopo", ha detto ieri Berlusconi, dando voce alla preoccupazione per l'affermarsi del fondamentalismo islamico in un paese dal quale dipende il 15% cento del gas consumato in Italia.

Fiamma Nirenstein, deputata del Pdl molto ascoltata dal premier, aggiunge un'altra considerazione: "Il crollo del regime di Mubarak ha portato all'espansione della sfera d'influenza dell'Iran, testimoniata dal passaggio di due navi da guerra nel canale di Suez. Cosa può succedere in Libia?". Timori che spingono Berlusconi a tenere ancora il freno a mano tirato.

(24 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
da - www.repubblica.it
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« Risposta #26 il: Marzo 15, 2011, 05:11:57 »



di FRANCESCO BEI

Grandi manovre sulla giustizia


Come promesso da Alfano, il Pdl si appresta a de-berlusconizzare il disegno di legge sul processo breve, eliminando la norma transitoria che lo avrebbe reso applicabile ai processi in corso (con il risultato di mandare subito in cenere due dei quattro procedimenti a carico del premier: Mills e Mediaset). Il cambio di linea, dovuto anche alle forti perplessità del Quirinale, è evidente. La svolta provoca contraccolpi nell'opposizione. Così il terzo polo si è smarcato da Pd e Italia dei valori. La linea del vertice dei democratici continua ad essere di chiusura. Tuttavia non mancano i distinguo. E' ancora Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze, a compiere lo strappo più eclatante, invitando il suo partito ad andare a vedere le carte del premier sulla riforma della giustizia: "Credo che non ci debbano essere dei pregiudizi ideologici". Anche Beppe Fioroni invoca un cambio di strategia e un profondo rinnovamento nel partito, perché "il capolinea di Berlusconi, in un sistema bipolare, interpella direttamente anche chi ha incarnato e guidato l'antiberlusconismo".
Anche il Pdl è alle prese con una difficile crisi interna. Il motore è Claudio Scajola, a capo di una consistente pattuglia di ex forzisti pronti a dar vita a gruppi autonomi in Parlamento. Ad horas ci sarà, dopo quello di sabato scorso, un nuovo faccia a faccia tra Scajola e Berlusconi, ma non è detto che si arrivi a una soluzione definitiva. Nella sua casa di Imperia, l'ex ministro dello Sviluppo attende la risposta del Cavaliere: "Ho passato la giornata a ricevere elettori, ad ascoltare il territorio: in questo modo riesco ad essere sereno. Leggere tutte queste polemiche sui giornali mi fa star male".

DA - repubblica.it/politica
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« Risposta #27 il: Marzo 18, 2011, 05:10:36 »

IL RETROSCENA

Il premier spiazzato dal Quirinale

"Ha voluto bloccare le nomine"

Tensione anche col ministro Tremonti che ha chiesto spiegazioni per gli attacchi subiti.

Dubbi di Napolitano anche sulla nomina di Romano, per le accuse di mafia da poco archiviate

di FRANCESCO BEI


ROMA - Non è andata come doveva andare, qualcosa nel meccanismo del rimpasto si è inceppato. Saverio Romano, come si dice, aveva pronto l'abito per il giuramento al Quirinale. All'hotel Nazionale i suoi amici siciliani avevano preparato un rinfresco per festeggiarlo. Dagli uffici di Giancarlo Galan, il ministro che avrebbe dovuto traslocare dall'Agricoltura ai Beni Culturali, mandavano Sms con questo messaggio: "Alle quattro ce ne andiamo". Invece niente, tutto è saltato.

Ora ai piani alti del Pdl raccontano che il problema sia sorto quando il Cavaliere ha provato a forzare la mano al capo dello Stato, portandosi dietro una lista di 25 persone tra ministri, viceministri e sottosegretari. Napolitano, che si aspettava di dover valutare solo le candidature di due ministri, è rimasto di stucco. "Ma quelle nomine ci servono - ha obiettato il premier - altrimenti non riusciamo a garantire la presenza del governo in tutte le commissioni". Insomma, tra il premier che chiedeva un decreto per aumentare i posti al governo e Napolitano che gli spiegava di non poterglielo firmare, è trascorso gran parte dell'incontro. Ma il capo dello Stato, stando ai resoconti che filtrano da palazzo Grazioli, avrebbe anche alzato il sopracciglio a sentire pronunciare il nome di Saverio Romano. Non per il curriculum, ma per le accuse, recentemente archiviate, di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.

Il ragionamento sarebbe stato il seguente: siete proprio sicuri su di lui? Non andiamo incontro a un altro caso Brancher? A soffiare sul fuoco ci si sono messi anche i centristi (che hanno il dente avvelenato con Romano), che per tutto il giorno hanno sussurrato agli uomini del Cavaliere di non fidarsi del ministro in pectore. Insomma, la pressione alla fine ha prodotto il patatrac e Romano ora rischia di restare a piedi. Un bel guaio per il premier, visto che al drappello dei Responsabili è legata la sopravvivenza parlamentare del governo. Berlusconi ha dovuto rassicurare personalmente Romano, ricevendolo a palazzo Grazioli: "Saverio, ti giuro che mercoledì andiamo al Quirinale e ti facciamo ministro insieme agli altri". Ma non c'è solo il problema del Pd. Anche il trasloco di Paolo Bonaiuti al ministero delle politiche comunitarie si potrebbe inceppare. Questa volta il problema sarebbe quello di trovare un valido sostituito come portavoce e sottosegretario all'editoria.

Sembra che un pensierino ce l'abbia fatto Daniela Santanché, ma il felpato Gianni Letta - che negli anni ha trovato un modus vivendi con Bonaiuti - non vedrebbe di buon occhio l'arrivo della "turbo-Santa" come vicina di stanza a palazzo Chigi. L'ultima idea è dunque quella lasciare Bonaiuti al suo posto e di trasferire il ministero che fu di Ronchi dentro la Farnesina, nominando su quella poltrona un viceministro. Claudio Scajola per esempio, visto che l'offerta di Denis Verdini di occuparsi del tesseramento del Pdl è stata respinta al mittente dall'interessato: "Perché adesso abbiamo dei tesserati?".

E tuttavia questi cactus sembrano graziosi bonsai in confronto al vero conflitto che sta impegnando in questi giorni Berlusconi, quello con Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia si sente sotto assedio e vede lo zampino del Cavaliere negli attacchi che gli arrivano da tutte le parti. E proprio per rompere l'accerchiamento ieri ha chiesto un incontro al Cavaliere. Il faccia a faccia è stato teso, Tremonti pretende che Berlusconi lo difenda dagli assalti dei colleghi e dai colpi bassi della stampa amica, dal Foglio al Giornale. Anche Berlusconi però ha battuto i pugni sul tavolo: "Sui fondi alla polizia io c'ho messo la faccia, i soldi li devi trovare". Il tira e molla è andato avanti anche sul ripristino di qualche soldino per i Beni culturali. Così Tremonti se ne è andato lasciando sul tavolo un assegno di 200 milioni per rimpinguare il Fus. 

(17 marzo 2011) © Riproduzione riservata
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« Risposta #28 il: Marzo 24, 2011, 05:46:56 »

IL RETROSCENA

Gelo tra Napolitano e il premier sui "guai" giudiziari del neoministro

Il capo dello Stato aveva già espresso le sue perplessità su Romano.

Berlusconi: "Senza questa scelta il governo va in crisi"

di FRANCESCO BEI e UMBERTO ROSSO


ROMA - "Presidente, mi assumo io la responsabilità politica della proposta: questa nomina è necessaria per l'equilibrio e la stabilità del governo". Silvio Berlusconi ha deciso di forzare la mano a Napolitano. Così, in un teso colloquio alla presenza di Gianni Letta, mentre fuori dalla porta aspetta trepidante Saverio Romano accompagnato dalla moglie e dal figlio dicianovenne, si consuma l'ultimo strappo tra palazzo Chigi e il Quirinale. Perché Napolitano non si dà affatto per vinto, anzi ci tiene a ribadire che le sue "perplessità politico-istituzionali" restano intatte, esattamente come erano state già comunicate nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. È infatti da tempo, almeno dalla visita del premier al Colle di una settimana, che va avanti questo braccio di ferro sotterraneo sul nome del ministro dell'Agricoltura. Una nomina che Napolitano ritiene quantomeno inopportuna finché non si sarà definitivamente chiarita la posizione del politico siciliano davanti al Gip.

Ma per Berlusconi il tempo stringe. I Responsabili, dilaniati al loro interno su chi deve andare al governo e chi resterà a bocca asciutta, su una cosa sono invece tutti d'accordo: il premier deve accettarli al tavolo, altrimenti lo faranno saltare. A cominciare dalla giustizia, il terreno scelto per le azioni di guerriglia. Il Cavaliere sa di avere il coltello alla gola: a Montecitorio ieri si votava in giunta sul conflitto d'attribuzione e tra poco dovrà pronunciarsi l'Aula. I Responsabili, come si è visto, sono determinanti.

Così come sull'emendamento Paniz sulla prescrizione breve, che salverà Berlusconi da una condanna al processo Mills. Non c'è più tempo per esitazioni e per dare ascolto ai richiami del Colle alla "prudenza". Il Cavaliere vede a rischio la stessa tenuta della maggioranza e, con questa minaccia, si presenta al Quirinale: "Senza la nomina di Romano non posso escludere una crisi di governo".

È una forzatura evidente, perché non è il Colle a dover risolvere i problemi della maggioranza. "I decreti di nomina dei ministri - si fa notare al Quirinale - si firmano valutandone tutti i requisiti". Quello di Berlusconi è un diktat per mettere Napolitano con le spalle al muro: ingoiare il rospo Romano per evitare le elezioni. Il capo dello Stato non può che prendere atto della decisione del Cavaliere di andare avanti comunque ma, poco prima di entrare nella sala della Pendola per il giuramento del neo-ministro, annuncia al premier e a Letta l'intenzione di rendere pubbliche le sue riserve. È l'ultima carta che gli resta in mano.

Come promesso, l'inchiostro del decreto di nomina non si è ancora asciugato che già le agenzie di stampa battono i flash sul comunicato del Quirinale. Lasciando solo al premier il peso di una scelta ritenuta azzardata. Perché spingersi fino a rifiutare la nomina, come pretendevano i dipietristi (e anche molti del Pd e di Fli, pur senza dirlo apertamente), non è stato ritenuto possibile. Già la scelta di formalizzare le proprie obiezioni in una nota pubblica è stata una decisione sofferta, ma dal Colle si fa presente che non sussistevano le ragioni giuridiche e formali per arrivare ad una aperta rottura istituzionale con il governo.

Dal Quirinale erano comunque partiti diversi segnali di grande preoccupazione indirizzati a Palazzo Chigi sui procedimenti aperti. Tanto da spingere Saverio Romano al contropiede: lunedì ha fatto arrivare a Gianni Letta tutto il fascicolo giudiziario che lo riguarda. Un faldone che deve aver soddisfatto il sottosegretario, che infatti ha provveduto a inviarlo a Donato Marra, il segretario generale del Quirinale, accompagnandolo da una nota autografa. Come a dire: per noi è pulito. Anche Berlusconi, pressato da Alfano e Schifani, due grandi sponsor del neo ministro, garantiva che "tutti i casi sono chiusi. Su Romano non c'è nulla". Il clima rilassato della cerimonia del giuramento deve poi aver convinto i presenti che l'annuncio di Napolitano - renderò pubbliche le mie perplessità - forse non andava preso alla lettera. Il capo dello Stato tratta amabilmente il neoministro e la moglie, indica il figlio e si lascia andare a una battuta: "Che giovanotto, è più alto di lei!". Cortesie umane, scambiate da Berlusconi e Romano per un'accettazione della nomina. E invece no, dopo poco arriva la doccia fredda.

Ora, dopo il blitz e la rampogna del Quirinale, Berlusconi mastica amaro. "Siamo diventati una repubblica presidenziale - si lamenta il premier con i fedelissimi - ormai Napolitano ci mette sotto tutela". Eppure non una parola viene pronunciata contro Napolitano, né dal Cavaliere né dai suoi, nonostante l'ira consumata in privato. "Non possiamo andare allo scontro totale con il Quirinale - spiega il premier - altrimenti offriamo il pretesto a Fini e Casini per buttarsi nelle braccia del Pd e lanciare la Santa Alleanza contro il sottoscritto".

(24 marzo 2011) © Riproduzione riservata
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« Risposta #29 il: Aprile 01, 2011, 10:28:50 »

   
   
IL PERSONAGGIO

Pennacchi ritorna fasciocomunista "Voglio lanciare una lista con Fli a Latina"

La proposta del premio Strega ai finiani: corriamo insieme ma a sostegno del candidato di centrosinistra

di FRANCESCO BEI

Pennacchi ritorna fasciocomunista "Voglio lanciare una lista con Fli a Latina" Antonio Pennacchi alla consegna del premio Strega
ROMA - Da una parte Latina-Littoria, luogo dell'anima per la destra post-fascista che si riconosce in Gianfranco Fini. Dall'altra uno scrittore, che nella città pontina ha le sue radici e nelle terre bonificate dal Duce ha ambientato il suo capolavoro: "Canale Mussolini", premio Strega 2010. Antonio Pennacchi e Fli si sono annusati e si sono piaciuti: alle prossime elezioni comunali l'alchimia produrrà una "lista Pennacchi-Fli per Latina".

La scintilla è scoppiata la scorsa estate, quando al Lido di Venezia Fabio Granata, il pasdaran di Fli, si è presentato nella sala dove si svolgeva la premiazione del libro. Pennacchi, da lontano, ha iniziato a indicarlo ad alta voce: "Ecco un vero fasciocomunista!". La sera erano già insieme al ristorante. Da lì è stato un susseguirsi di incontri clandestini. Da una parte Pennacchi, dall'altra i finiani Granata, ma anche Flavia Perina e Antonio Buonfiglio. Fitti conciliaboli, discussioni sul "patriottismo repubblicano". Il Secolo d'Italia, il 17 marzo, giorno dell'Unità nazionale, affida proprio allo scrittore di Latina l'editoriale di prima pagina. Un mese fa il faccia a faccia più importante, quello tra Pennacchi e il presidente della Camera. Giurano che nell'incontro non si sia parlato di candidature ma solo di cultura. Sta di fatto che il prossimo maggio, a Latina, l'autore di "Il fasciocomunista" (dal romanzo è stato poi tratto il film "Mio fratello è figlio unico" con Scamarcio) potrebbe impegnarsi in prima persona per la lista di Fini.

E qui, tuttavia, iniziano anche i problemi. Perché Pennacchi è uno scrittore ed è anche di sinistra (con trascorsi giovanili nel Msi prima della conversione marxista in "Servire il Popolo"). Non gli piacciono i calcoli terzopolisti dei finiani, che non vogliono essere accusati da Berlusconi di essersi alleati con il Pd. Ma è proprio questa l'idea di Pennacchi: "È vero, sto lavorando per costituire la lista Fli a Latina. Che potrebbe, se loro me lo chiedono, anche chiamarsi Lista Pennacchi-Fli. Ma ovviamente in appoggio al candidato sindaco di centrosinistra", cioè il pd Claudio Moscardelli.

Ora, bisogna dire che a Latina il Pdl è da tempo dilaniato dal lotte intestine e scandali. E quelli del Fli sperano di raccogliere molti delusi del centrodestra. Ma lo scrittore non la pensa così: "I tatticismi non mi piacciono, è tempo di andare oltre questi "gestaltisti", bisogna superare le vecchie forme che tengono ingessato il paese". Guardare indietro per andare avanti: "I vecchi schieramenti sono saltati, destra e sinistra non hanno più senso. L'unica differenza è tra chi pensa all'interesse generale, tra chi ha senso dello Stato, e chi, come Berlusconi, pensa solo ai fatti propri. E i fascisti avevano eccome il senso dello Stato". Ecco l'appello dello scrittore: "È ora che i fasci veri tornino a casa, tornino a sinistra, superando la frattura del 1914. I fascisti tornino a San Sepolcro!"

(01 aprile 2011) © Riproduzione riservata
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